Napoli. Gli Arazzi sociali di Eugenio Tibaldi a maggio alla Certosa di Capri

Vedi Napoli e poi muori… il famoso detto vorrà pur dire qualcosa, se dopo anni, polemiche, considerazioni sociologiche di ogni tipo, Napoli continua sempre e comunque ad essere una città dal fascino ineguagliabile.
Eugenio Tibaldi, nato ad Alba nel 1977 da torinese trapiantato a Napoli ha raccontato attraverso immagini catturate dagli smartphone degli studenti del liceo G.B. vico, i quartieri più difficili di Napoli.


Napoli. Gli Arazzi sociali di Eugenio Tibaldi  a maggio alla Certosa di Capri


Le immagini scattate sono state poi raccolte a comporre cinque grandi “arazzi”, il progetto porta il titolo questione d’apparenza.
Negli scatti le porte dei “bassi” napoletani, le edicole votive, i condizionatori, e poi le trame fitte dei cavi abusivi e degli stendi panni.
Eugenio Tibaldi ha cercato di cogliere la simbologia e il mood profondo di una Napoli che spesso viene confusa con il malaffare e il degrado.
Il progetto coinvolge anche i giovani e oltre all’intrinseco valore sociale ha un forte impatto estetico.
A maggio l’opera di Eugenio Tibaldi sarà esposta alla Certosa di Capri.

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Al Mercanteinfiera 2016 tra vintage e contemporaneo in scena Nan Goldin

Mercanteinfiera la storica e famosa fiera dell’antiquariato di Parma non è quest’anno solo arte antica ma si apre al contemporaneo tra design, arte contemporanea e fotografia.
Non solo dunque antiquariato, modernariato e raffinato collezionismo vintage ma anche mostre attualissime e super moderne, in una magica congiunzione di antichità e modernità.


Al Mercanteifiera 2016 tra vintage e contemporaneo in scena Nan Goldin


Ilaria Dazzi, Brand Manager di Mercanteinfiera, cosi spiega la nuova linea di Mercantifiera 2016:
“Per la nostra rassegna di arte, che fino allo scorso anno aveva abbracciato con successo il terreno delle sperimentazioni, il 2016 sarà l’anno del cambiamento Per Fiere di Parma aprirsi ai nuovi linguaggi non è frutto di una suggestione momentanea, bensì una strategia finalizzata a riposizionare Mercanteinfiera sulle scene internazionali, valorizzandone contenuti di antichità e modernità”.
Il fiume di proposte è davvero sorprendente e si va da Mario Sironi per proseguire con Pistoletto, Vico Magistretti, Ulrich Tillmann , Maurizio Galimberti e Nan Goldin.
Saranno proprio gli scatti della statunitense Nan Goldin, classe 1953, a dare nuovo smalto a una delle fiere d’arte più famose d’Italia.


Al Mercanteifiera 2016 tra vintage e contemporaneo in scena Nan Goldin


I temi principali del lavoro di Nan Goldin sono l’amore, la vita domestica e la sessualità. Per scattare si serve spesso della luce naturale, famosi e trasgressivi gli scatti di donne nei bagni, di drag queen e di atti sessuali, fotografa spesso, con stile realistico, l’uso di droghe, il sesso e la violenza.
Nan Goldin usa le immagini come a voler costruire una sorta di diario privato, nel libro auto-focus, le sue fotografie sono descritte come un modo per “imparare le storie e i dettagli intimi di quelli più vicini a lei”.
Per queste ragioni una mostra della Goldin in Brasile fu censurata per uso inappropriato d’immagini a sfondo sessuale.


Al Mercanteifiera 2016 tra vintage e contemporaneo in scena Nan Goldin


Gli scatti della Goldin rientrano nel più ampio progetto espositivo dedicato alla fotografia dal titolo suggestivo : Sole o accompagnate?, L’opera fotografica come opera singola e come serie, in collaborazione con Fabio Castelli, collezionista e ideatore di Mia Photo Fair.
Sole o accompagnate raccoglie opere di una dozzina di autori italiani e stranieri, tra cui molti nomi famosi a livello internazionale: Antonio Biasiucci, Franco Fontana, Vittore Fossati, Leonardo Genovese, Nan Goldin, Rita Lintz, Lynne Lawner, Marcello Mariana, Sara Rossi.
Una congiunzione dunque interessante quella del Mercanteinfiera 2016 dove si potranno coniugare anime apparentemente distinte e oggetti tra loro lontani, insomma un viaggio multiforme che va dalle porcellane , l’ ebanisteria settecentesca, gli arredi e i gioielli sino ad arrivare alla fotografia con agli artisti più moderni e talvolta trasgressivi del panorama contemporaneo.


Al Mercanteifiera 2016 tra vintage e contemporaneo in scena Nan Goldin


Sole o accompagnate?, L’opera fotografica come opera singola e come serie.
Mercanteinfiera Primavera 2016, Padiglione 4
Fiere di Parma
dal 27 febbraio al 6 marzo
[email protected]
www.miafair.it
www.mercanteinfiera.it

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Mario Cravo Neto e l’anima del Brasile tra natura e cultura

Il Brasile è una terra meravigliosa come gli uomini e le donne che la abitano, pelle ambrata, fisici scultorei, il corpo dei brasiliani evoca calore e spiagge assolate.
Il Brasile però ha tante anime e carpirne l’anima profonda non è cosa facile.


Mario Cravo Neto e l’anima del Brasile tra natura e cultura


Nell’impresa si è cimentato il grande fotografo brasiliano Mario Cravo Neto (1947-2009) che è andato alla ricerca dell’anima più bella e profonda del Brasile con degli scatti a dir poco straordinari.
La galleria Paci Contemporary dedica a questo meraviglioso fotografo la mostra “Eternal Now” di Mario Cravo Neto.


Mario Cravo Neto e l’anima del Brasile tra natura e cultura


Cosi commenta il lavoro di Mario Cravo Neto Giulia Scimé:
“E’ l’arte di Mario Cravo Neto, che sì è fotografia nella fisicità dell’oggetto, soprattutto è lucidità intellettuale nel saper far emergere l’universo del nostro sentire che ignoriamo, volutamente soffochiamo, e che è in noi. Carne, sangue e muscolo di un’altra natura non concreta e terribilmente palpitante. È la luce che riscatta le figure dal fondo più oscuro della notte. La luce plasma le forme, accarezza le linee, le esalta e ne ammorbidisce la crudezza per compenetrarle in morbido, tattile, velluto. E la poesia della bellezza, la naturale sensualità, fluiscono da segni di limpida purezza che penetrano come il canto insinuante della madre di tutti i misteri della vita.”


Mario Cravo Neto e l’anima del Brasile tra natura e cultura


Nei suoi scatti ha documentato il rituale della religione Candombé, un rito creolo che si è sviluppato tra le popolazioni africane deportate in America Latina dove s’intrecciano religione e tradizioni, violenza e dramma, natura e cultura.


Mario Cravo Neto e l’anima del Brasile tra natura e cultura


Mario Cravo Neto, figlio di uno dei più grandi artisti brasiliani ha fatto tesoro del grande insegnamento paterno riportando una dimensione pittorica alta all’interno delle sue fotografie connotate da una forte plasticità e armonia, per certi versi quasi classicheggianti.
Mario Cravo Neto ha vissuto a New York tra il 1968 e il 1970, dove ha studiato presso l’Art Student League.


Mario Cravo Neto e l’anima del Brasile tra natura e cultura


Il suo lavoro è impregnato della sua terra di origine e le sue fotografie fanno ormai parte delle collezioni dei più grandi musei del mondo come il Museum of Modern Art di New York , il Museum of Modern Art, Rio de Janeiro e il Stedelijk Museum di Amsterdam.


Mario Cravo Neto e l’anima del Brasile tra natura e cultura


Solo Show – MARIO CRAVO NETO – Eternal Now
Paci Contemporary
Via Trieste 48 – 25121 – Brescia
Fino al 27 febbraio 2016

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Al MAMbo di Bologna va in scena Pier Paolo Pasolini tra oscenità e poesia

Pasolini non smette mai di affascinare, amato, odiato, criticato, scandaloso, non si poteva celebrarlo meglio se non a Bologna la città che gli ha dato i natali il 5 marzo del 1922.
La mostra, bellissima, si intitola Officina Pasolini ed è stata allestita per celebrare il 40° anniversario della morte di Pasolini, avvenuta il 2 novembre 1975 a Ostia.
La mostra è a cura di Marco Antonio Bazzocchi, Roberto Chiesi e Gian Luca Farinelli, in collaborazione con Rosaria Gioia e Antonio Bigini, il progetto d’illuminazione di Luca Bigazzi.


Al MAMbo di Bologna va in scena Pier Paolo Pasolini tra oscenità e poesia


Bologna, città malinconica, per anni roccaforte di una sinistra vera e rivoluzionaria somiglia per tanti versi al grande intellettuale che fu Pasolini.
Di Pasolini si è detto tutto e il contrario di tutto e la mostra bolognese è davvero imperdibile sotto ogni aspetto ma, in modo particolare, a colpire, è l’allestimento .
Della sua figura di grande intellettuale, poeta, scrittore e regista in questa mostra non è celato nulla e le proiezioni video, dai film al documentario che gli dedicò la televisione francese prima che morisse, sono davvero un modo suggestivo di entrare nei suoi sogni, nel suo immaginario e anche nella sua follia.


Al MAMbo di Bologna va in scena Pier Paolo Pasolini tra oscenità e poesia


Dell’immaginario pasoliniano si parla poco, tutti a pensare al grande intellettuale e alle sue prese di posizione che erano più a sinistra della sinistra.
Anche del suo narcisismo selvaggio e talvolta osceno si parla poco ma la mostra bolognese da corpo e vita anche a questo .


Al MAMbo di Bologna va in scena Pier Paolo Pasolini tra oscenità e poesia


Si fa fotografare nudo in una stanza a Chia da Dino Pedriali, è un luogo nascosto, una stanza austera vicino ad un castello, un luogo che però Pasolini ama perché lì riesce a scrivere molto.
Nella mostra non è stato occultato nulla di Pasolini e anzi viene dato molto risalto ai documenti video ed ai suoi film , infatti la mostra fa parte di un progetto più ampio legato: Più moderno di ogni moderno. Pasolini a Bologna in collaborazione con la Fondazione Cineteca di Bologna.
Frammenti di film e documentari forse non molto conosciuti ci fanno scoprire le molte anime di Pasolini. Va in scena anche uno degli ultimi film di Pasolini Salò o le 120 giornate di Sodoma, crudele blasfemo ma che mette a nudo l’immaginario perverso di un omosessuale narcisista, fantasioso, poetico, intelligentissimo ed unico.


Al MAMbo di Bologna va in scena Pier Paolo Pasolini tra oscenità e poesia


Officina Pasolini
MAMbo
Via Don Minzoni, 14 – 40121
BOLOGNA
Fino al 28 marzo

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Henriette Fortuny, Ritratto di una musa

Adèle Henriette Nigrin nasce a Fontainebleau nel 1877 a Parigi.
La sua vita non sarebbe stata quello che è stata se non avesse incontrato il grande designer, stilista e pittore Mariano Fortuny che grazie ai suoi tanti talenti fu anche un innovatore nell’ambito della scenotecnica teatrale.


Henriette Fortuny, ritratto di una musa


Una mostra elegantissima e dal fascino unico rende omaggio Henriette proprio a Palazzo Fortuny dove visse insieme a Mariano Fortuny, a partire dal 1898 .
La mostra, a cura di Daniela Ferretti e Cristina Da Roit, è frutto di grande lavoro di ricerca, riordinamento e manutenzione effettuato sulle collezioni del Museo Fortuny.


Henriette Fortuny, ritratto di una musa


In occasione della mostra per la prima volta saranno visibili al pubblico alcuni filmati amatoriali girati da Mariano negli anni Trenta.
Grazie al contributo della Maison Vuitton è stata eseguita un’operazione di restauro tecnico e riversamento in digital di filmati amatoriali (pellicole in formato pathè baby e 35 mm) girati da Mariano negli anni Trenta.


Henriette Fortuny, ritratto di una musa


Questi suggestivi filmati sono visibili nella mostra.
Nel corso degli anni Fortuny iniziò il lavoro di recupero del palazzo Pesaro Orfei che divenne interamente suo dopo aver fatto liberare alcuni appartamenti.
Vi fece il suo laboratorio e vi dimorò insieme alla sua meravigliosa compagna e musa Henriette Nigrin che sposerà nel 1924.


Henriette Fortuny, ritratto di una musa


Il palazzo divenne uno straordinario atelier per la creazione e la stampa di abiti e tessuti in seta e velluto.
Il ruolo di Herniette era quello di dirigere il laboratorio occupandosi della colorazione dei tessuti.
E’ lei l’anima imprenditoriale della coppia, si occupa direttamente della produzione dei pregiati tessuti stampati e delle lampade di seta, coordina le numerose maestranze e cura i rapporti con una committenza sempre più numerosa e internazionale.
Per 47 anni Henriette e Mariano vivranno in perfetta armonia condividendo la comune passione per le stoffe e gli abiti.


Henriette Fortuny, ritratto di una musa


Le creazioni tessili di Mariano Fortuny infatti debbono molto al lavoro di sua moglie.
Si deve a Henriette e non a Mariano l’idea del Delphos, l’abito in finissima seta plissettata.
Abito icona di stile mondialmente riconosciuto e simbolo di un’eleganza senza tempo.
Dopo la morte di Mariano Fortuny (1949), Henriette non si perse d’animo e continuò a portare avanti la memoria di suo marito.
Cede la Società Anonima Fortuny all’amica Elsie McNeill e si dedica a ottemperare le disposizioni testamentarie di Mariano Fortuny.
Un sodalizio umano e spirituale, un incontro fortunato di cui ancora si può ammirare lo splendore.


Henriette Fortuny, ritratto di una musa


Henriette Fortuny, Ritratto di una musa
Palazzo Fortuny
Calle a fianco Ca’ Pesaro, 3780, San Marco
Venezia
Telefono: 041 520 0995
Dal 19 dicembre 2015 al 13 marzo 2016

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Francesco Vezzoli al Museion di Bolzano

È tra i più brillanti artisti italiani che milita sul fronte della contemporaneità a colpi d’ossimori e ambiguità. Esploratore e traduttore di ogni progetto artistico fatto non per “l’arte”, ma per diletto, ma che risulta studiato meticolosamente per trasformare ogni istante in un suo momento. Attraverso la sua arte, che prende spunto dalle basi della cultura italiana, Francesco Vezzoli riesce a varcare i nostri confini ed arrivare a parlare con il resto mondo, intessendo un dialogo internazionale forte ed irriverente spaziando tra storia e contemporaneità.
Ama ribaltare i ruoli e cercare di stupire rimescolando le carte con uno stile sofisticato. Ogni progetto segue un formato ben preciso che rispetta le regole di un gioco di cui è maestro: quello degli opposti e della retorica, di cui usa spesso espedienti come l’antitesi e l’iperbole, scardinando metaforicamente i significati semantici o il valore assoluto del tempo.

Tra le più recenti mostre personali presso istituzioni pubbliche e private, riporto “Dalì Dalì featuring Francesco Vezzoli” al Moderna Museet di Stoccolma, tenutasi dal 19/09/2009 al 17/01/2010, che mise in dialogo il lavoro del grande artista Salvador Dalì dentro un’ottica contemporanea e che allo stesso tempo permetteva di osservare il lavoro di Vezzoli in una prospettiva storica. Il tema esplorato era il fenomeno mediatico dei rispettivi tempi di entrambi gli artisti. Notevoli anche Jeu de Paume, Parigi (2009); Kunsthalle Wien (2009); Garage Center for Contemporary Culture, Moscow (2010); MAXXI, Roma (2013), MoCA, Los Angeles (2014), MoMA PS1, New York (2014). Tra le sue performance più rilevanti: “Right You Are (If You Think You Are)” al Solomon R. Guggenheim Museum, New York (2007) e “Ballets Russes Italian Style (The Shortest Musical You Will Never See Again)”, Museum of Contemporary Art, Los Angeles (2009) con la partecipazione di Lady Gaga e Frank Gehry. 
I suoi lavori sono stati selezionati tre volte per rappresentare l’Italia alla Biennale di Venezia (2001, 2005 e 2007). Partecipazione a rassegne, quali Istanbul Biennial (1999), Liverpool Biennial (2002), Bienal de Sao Paulo (2004), Prague Biennale (2005), Whitney Biennial (2006), Shanghai Biennial (2006), Taipei Biennial (2006). Tra i suoi ultimi progetti “Prima Donna, A Symphonic Visual Concert” insieme a Rufus Wainwright con la partecipazione di Cindy Sherman, presentato ad Atene nel 2015 e la performance “Fortuna Desperata”, che ha aperto la biennale Performa 15 a New York (2015).

Al Museion, nella veste di guest curator metterà storia e capolavori della storia occidentale conservati in musei europei e americani a confronto.
La selezione delle opere è avvenuta ponendo particolare attenzione anche alle opere minori o meno esposte delle collezioni museali e in una sezione sono presenti opere dello stesso Vezzoli, oltre ad una speciale, dedicata alla grafica. Nella parte dedicata alla scultura è presente anche un’opera nuova creata per l’occasione.
Una parte della collezione ufficiale verrà re-installata e attorno a ciascuna opera scelta verrà ridipinta a tromp l’oeil la cornice di un quadro famoso (Caravaggio, Ingres, Michelangelo, Raffaello e molti altri) al quale, concettualmente, viene abbinato il quadro appeso alla parete del Museion.

Per avere un’idea di quello che si vedrà nei primi due piani del museo: la cornice de “Il bacio” di Francesco Hayez, opera simbolo della storia dell’arte del romanticismo, verrà ridipinta attorno ad un’opera fotografica di Arnulf Rainer, uno dei maggiori esponenti dell’azionismo viennese. L’abbinamento concettuale è volutamente un palese ossimoro: la storia dell’arte non ha mai potuto ritrovare insieme due movimenti esteticamente, intellettualmente ed emotivamente così distanti.

L’ultimo piano accoglie una sua retrospettiva composta dalle sue opere degli ultimi 5 anni. Opere che comprendono reperti storici datati fino a 2000 anni fa, contestualizzati in uno spazio moderno.

Vezzoli_SP-Apollo

Immagine: Self-Portrait as Apollo del Belvedere’s Lover, 2011. Courtesy Fondazione Prada, Milano.

Foto: Alessandro Ciampi

 

Il catalogo trilingue (ita/dt/eng) è edito da Mousse Publishing, con testi di Anna Coliva, Cerith Wyn Evans, Letizia Ragaglia, Dieter Roelstraete e Francesco Vezzoli.

Francesco Vezzoli MUSEO MUSEION

Inaugurazione 29/01/2016, ore 19. L’artista è presente

Durata:

Mostra sulle sculture: 30/01/2016- 16/05/2016

Mostra sulla collezione Museion: 30/01/2016- 06/11/2016

Museion

Piazza Piero Siena 1 (ex Via Dante 6)

39100 Bolzano

Orari di apertura: da martedì a domenica ore 10.00 – 18.00.

Giovedì 10.00 – 22.00, con ingresso gratuito dalle 18.00 e visita guidata gratuita alle 19.

Lunedì chiuso.

Ingresso: 7 Euro, ridotto 3,50 Euro

Immagine testata: Francesco Vezzoli, Togatus, courtesy of the artist

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Schiavone: tra Parmigianino, Tintoretto e Tiziano

Mentre nella prestigiosa cornice del Museo Correr di Venezia è in corso di svolgimento la mostra su Schiavone. Tra Parmigianino, Tintoretto e Tiziano (resterà aperta fino al 10 aprile 2016), vede la luce il volume di Francesca Di Gioia Andrea Meloda fecit. Il libro, edito dalla Gangemi e presentato dalla penna brillante e profonda del Cardinal Gianfranco Ravasi, del pittore rinascimentale mette in evidenza l’opera grafica, può senz’altro costituire un ottimo compagno di viaggio per i visitatori dell’esposizione e di integrazione rispetto ai dipinti presenti nella città lagunare.
Il lavoro, infatti, ripercorre le tappe più significative della vita e della carriera artistica di Andrea Meldolla (o Meldola) detto Schiavone. Il pittore approda nella Venezia del Cinquecento e si contende la scena artistica con Tiziano, Tintoretto e Veronese, collaborando con gli stessi alle sontuose decorazioni per la Biblioteca Marciana.


Schiavone: tra Parmigianino, Tintoretto e Tiziano


L’Autrice, partendo dalle fonti archivistiche e dalla fortuna critica, mette a fuoco gli anni di formazione veneziana dello Schiavone, nei quali le influenze del Parmigianino si fondono con la lezione raffaellesca e con la felice congiuntura del manierismo tosco-romano, importato attorno al 1540 nella Serenissima grazie alla presenza di Giorgio Vasari e Francesco Salviati. Nell’opera si ricostruiscono questi legami storico-artistici e si evidenzia la figura di spicco dello Schiavone, che si confronta in modo convincente con queste nuove istanze e le rielabora in una proposta originale.
La sua esperienza grafica viene analizzata nel dettaglio, dando risalto al nutrito corpus di stampe che annovera 120 pezzi tra acqueforti e xilografie. In particolare, con una dettagliata schedatura vengono esaminati i pezzi presenti nelle collezioni romane, quella della Biblioteca Apostolica Vaticana e quella dell’Istituto Nazionale per la Grafica. Il “certosino” lavoro di catalogazione della dott.ssa Di Gioia permette di rilevare aspetti interessanti anche nell’uso dell’acquaforte, i cui virtuosismi tecnici si esaltano nei passaggi tonali.


L’opera si conclude con una serie di documenti e una mappatura delle stampe e dei relativi stati di Andrea Schiavone presenti nelle più importanti collezioni pubbliche nel mondo, dal Metropolitan Museum di New York all’Ermitage a San Pietroburgo. Lo studio si pone quindi, anche grazie alla bibliografia tematica, come un compendio preciso e dettagliato di informazioni storiografiche e artistiche sullo Schiavone e contribuisce a scrivere – e forse anche a riscrivere – un capitolo inedito della storia dell’incisione italiana.


Scorrere queste pagine significa immergersi in un’atmosfera “dal sapore antico”, ma che, tuttavia, non costituisce una fuga dal nostro tempo. In esse ritroviamo l’originario zampillo da cui sono sgorgate tante esperienze figurative che, non di rado inconsciamente, accompagnano i nostri giorni, danno forma al nostro linguaggio e ci aiutano a interpretare la realtà.
L’Autrice ci offre una serie d’informazioni e, soprattutto, una chiave di lettura per introdurci in un sistema di segni e in un’estetica espressiva capace di prospettare ai nostri occhi, per dirla col grande scrittore norvegese Henrik Ibsen, «il poema della grande conciliazione tra la felicità e il dovere». Le stampe del Meldolla, infatti, in un ritmo solenne ed elegante annunziano l’evento cristiano della salvezza, insieme con la memoria di personaggi storici e con la celebrazione di quelle virtù che rendono l’uomo più umano e più che umano; ma tutto ciò è definito e proposto in una serena irradiazione e in una visione d’insieme di grande fascino stilistico e formale, sospeso tra un’atmosfera lirica e un frasario ricco e misurato.


Il messaggio che ne promana, com’è naturale per l’arte, si colloca anzitutto al livello di comunicazione emotiva: l’incisività del segno, il fluido movimento della linea, la complessa costruzione dell’immagine fanno sì che l’opera grafica risalti con precisa vitalità agli occhi dell’osservatore.
Spontaneo, a questo punto, è il passaggio verso quello che una volta si chiamava “il contenuto” dell’opera e che oggi, con maggiore umiltà e consapevolezza, possiamo indicare come il suo aspetto iconologico. Queste raffigurazioni costituiscono la testimonianza di un momento intellettualmente creativo ed elevato nella storia del mondo, cioè il Rinascimento maturo, e, mentre ne custodiscono la memoria, sono in grado di suggerire un progetto di vita, orientato verso il domani, per aiutarci a immaginare e preparare un futuro di civiltà e di armonia.


Queste opere, in sostanza, è possibile non solo ammirarle, ma anche, e forse soprattutto, contemplarle.
Auguriamo alla pubblicazione il successo che certamente merita e alla giovane, ma già affermata, Autrice buon proseguimento nella sua attività di studiosa e di docente.
A servizio di quella bellezza prodotta dal genio umano, che è segno eloquente della Bellezza increata.

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Frida Kahlo nelle fotografie di Leo Matiz

“Da bambina crepitavo. Da adulta ero una fiamma”.
(Frida Kahlo)


Frida Kahlo nelle fotografie di Leo Matiz


Frida Kahlo nasce il 6 luglio del 1907 a Città del Messico e amava definirsi una “figlia della rivoluzione messicana”.


Frida Kahlo nelle fotografie di Leo Matiz


Intensa e talentuosa il suo destino è stato segnato da un incidente che le cambiò la vita ma che non le impedì di essere l’artista straordinaria che è stata.
La Galleria d’Arte di Bologna Ono Arte rende omaggio alla grande artista messicana con la mostra Frida Kahlo. Fotografie di Leo Matiz.


Frida Kahlo nelle fotografie di Leo Matiz


Si tratta d’intensi ritratti fotografici risalenti all’inizio degli anni quaranta, quando Frida Kahlo , dopo la permanenza negli Stati Uniti, rientrata in Messico, era all’apice del successo tanto che il padre del surrealismo Andrè Breton le aveva proposto una mostra a Parigi.


Frida Kahlo nelle fotografie di Leo Matiz


Testimone di questo intenso periodo di rinascita e di successo è il fotoreporter colombiano Leo Matiz, (1917-1998), una vera e propria leggenda della fotografia del XX secolo, nato a Aracataca, la magica Macondo di Cent’anni di solitudine di Gabriel García Márquez.


Frida Kahlo nelle fotografie di Leo Matiz


Leo Matiz fu un caricaturista, pittore, gallerista, editore e attore considerato uno dei più grandi fotografi del novecento.


Frida Kahlo nelle fotografie di Leo Matiz


Nei ritratti che Matiz fece a Frida traspare la fierezza dello sguardo di Frida, una donna forte , talentuosa ed emancipata che ha sempre portato avanti il suo desiderio di lavorare, dipingere e di essere un artista , nonostante il terribile incidente , i numerosi aborti, i continui tradimenti di Rivera.
Una donna che urla libertà e autonomia, un’icona del novecento che ha tanto da insegnare alle donne.


Frida Kahlo nelle fotografie di Leo Matiz


Frida Kahlo. Fotografie di Leo Matiz
via Santa Margherita, 10
Bologna
www.onoarte.com
Fino al 28 febbraio

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Storia del Design: Gio Ponti e Richard Ginori. L’eleganza della modernità

Aveva solo 31 anni Gio Ponti (1891 – 1979) quando divenne direttore artistico della Richard Ginori la fabbrica di porcellane di Sesto Fiorentino più famosa d’Italia.
Gio Ponti lavorò per la Richard Ginori nel decennio che andò dal 1923-1933, anni d’oro per la celebre casa che oggi vanta veri e propri preziosi pezzi da collezione.


Storia del Design: Gio Ponti e Richard Ginori. L'eleganza della modernità


A Torino a Palazzo Madama fino al 29 febbraio si potranno ammirare le meravigliose collezioni create da Gio Ponti con la mostra: Gio Ponti e Richard Ginori. L’eleganza della modernità.
La mostra comprende un’ampia selezione di lettere e disegni provenienti dall’Archivio del Museo Richard-Ginori ed oltre settantatre opere in porcellana.


Storia del Design: Gio Ponti e Richard Ginori. L'eleganza della modernità


Gio Ponti architetto e designer tra i più acclamati ha fatto da apri pista al grande design italiano convinto, come molti suoi colleghi, che l’arte e l’industria possono convivere nella creazione di oggetti.


Storia del Design: Gio Ponti e Richard Ginori. L'eleganza della modernità


La sua idea di progettualità trovò voce nella fondazione della rivista Domus di cui fu fondatore e direttore per anni, la rivista rappresentò il centro del dibatto culturale dell’architettura e del design italiani della seconda metà del Novecento.
La sua grande creatività trovò applicazione nei più svariati campi, dalle scenografie teatrali, alle lampade, alle sedie, agli oggetti da cucina, agli interni di transatlantici.
L’arte e la vita, come diceva Bruno Munari, un altro grande designer milanese, non devono essere staccate: “ non ci deve essere un’arte staccata dalla vita: cose belle da guardare e cose brutte da usare”.


Storia del Design: Gio Ponti e Richard Ginori. L'eleganza della modernità


Insomma gli oggetti di uso comune devono e possono essere anche belli.
Le sue porcellane dal design elegante coniugano in una sintesi perfetta modernità e antichità, infatti le linee dei suoi vasi spesso si rifanno ai vasi della classicità greca, così come il disegno richiama l’esperienza artistica del futurismo .


Storia del Design: Gio Ponti e Richard Ginori. L'eleganza della modernità


La sua fu insomma una modernità che dialogava con il passato almeno per quanto concerne il design di oggetti per la casa.
Tutt’altro che passatista fu invece nell’architettura e basti pensare ad una delle sue più famose progettazioni il Grattacielo Pirelli, in calcestruzzo armato, che con i suoi 27,1 metri il più alto del mondo.


Storia del Design: Gio Ponti e Richard Ginori. L'eleganza della modernità


Gio Ponti e la Richard Ginori. L’eleganza della modernità.
Palazzo Madama
Piazza Castello, 10122
Torino
In Spazio Atelier
da 4 Dicembre 2015 a 29 Febbraio 2016
http://www.palazzomadamatorino.it/it

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Il Sarto di Moroni torna a Bergamo

Giovan Battista Moroni (Albino, 1520 circa -1579) è stato uno dei più grandi artisti rinascimentali che ha dipinto un quadro rimasto celebre nella storia dell’arte: Il Sarto.
Si tratta di un’opera bella ed enigmatica che nel 1862 fu ceduta alla National Gallery di Londra ma che finalmente torna in Italia dopo oltre 150 anni .
E’ questo bellissimo sarto l’emblema della mostra monografica: Io sono il Sarto. Moroni a Bergamo che potrà essere ammirato fino al 28 febbraio in tre sedi: l’Accademia Carrara, Il museo Bernareggi e Palazzo Moroni.


Su questo quadro si narrano varie leggende, è bello e orgoglioso questo giovanotto ed è strano che venga dipinto come se si trattasse di un principe.
Il sarto è un artigiano, vestito secondo la moda del tempo ed è impeccabile, non si conosce il nome e forse non si tratta nemmeno di un sarto ma di un mercante di tessuti della famiglia Marinoni.
Tuttavia, al di là delle congetture, il quadro ha un fascino innegabile, non solo per la bellezza e l’eleganza del giovane ma per quel modo delicato di tenere tra le mani le forbici, allusivo, enigmatico, elegante nella composizione, bellissima la camicia bianca di taglio rinascimentale con le maniche a sbuffo e i pantaloni paggetto rossi stretti dalla cinta .
Particolare ancor più sofisticato il sarto ha un piccolo anello d’oro sul mignolo, un’icona di stile datata 1570.


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Giacomo Rizzo. Passaggi, i luoghi della pelle

La personale di Giacomo Rizzo alla galleria Andrea Ingenito Contemporary Art di Milano è composta da 12 sculture di resina, gesso, alluminio, plex, cera e silicone di medie e grandi dimensioni.

A cura di Serena Ribaudo, il percorso rappresenta l’ultima produzione dell’artista palermitano.

 

 

Informazioni utili

 

Titolo Giacomo Rizzo. Passaggi. I luoghi della pelle

 

Sede Andrea Ingenito Contemporary Art | Via Privata Massimiano, 25, 20134 Milano

 

Inaugurazione mercoledì 20 gennaio 2016, ore 18.30

 

Date 21 gennaio – 5 marzo 2016

 

Orari Dal martedì al sabato, h. 15-19. Chiuso domenica e lunedì.

 

Ingresso libero

 

Catalogo con testo critico di Serena Ribaudo

 

Info al pubblico 02 3679 8346 | www.ai-ca.com

 

 

 

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Travestiti, bambini e verità negli scatti di Lisetta Carmi

“Come nella musica, nelle mie foto c’è ritmo, il ritmo della musica che ho studiato per 35 anni”.
(Lisetta Carmi)


Erano gli anni ‘70 e Lisetta Carmi (Genova 1924), ormai abbandonata la carriera di musicista, convertita alla fotografia, nel 1972 pubblica un libro per l’editore Essedi Editrice di Roma che da scandalo: Travestiti, foto di travestiti che nel suo obiettivo di grande fotografa, diventano sublimi creature in posa per rappresentare una femminilità costruita e sognata.


Travestiti, bambini e verità negli scatti di Lisetta Carmi


Ma non sono solo le magnifiche foto dei travestiti a fare di Lisetta Carmi una delle più interessanti e prolifiche fotografe della storia della fotografia, celebri sono infatti i suoi scatti nel porto di Genova, la sua città di origine.


Travestiti, bambini e verità negli scatti di Lisetta Carmi


Prorio Genova le rende omaggio con una mostra dal titolo: Lisetta Carmi. Il senso della vita. Ho fotografato per capire.


Travestiti, bambini e verità negli scatti di Lisetta Carmi


La mostra, allestita nella Loggia degli Abati, curata da Giovanni Battista Martini, si apre con una sezione dedicata a Genova con immagini che ne documentano l’ identità sociale e culturale degli anni ‘60 e ’70.


Travestiti, bambini e verità negli scatti di Lisetta Carmi


Una sezione è dedicata ai ritratti di Ezra Pound, realizzati in un breve incontro con il poeta nella sua casa di Rapallo.


Travestiti, bambini e verità negli scatti di Lisetta Carmi


Sono esposte anche molte immagini inedite dedicate ai ritratti di artisti come Lucio Fontana, Luigi Dallapiccola, Leonardo Sciascia, Claudio Abbado, Joris Ivens, Carmele Bene e Lele Luzzati.
La ricerca dell’ inquadratura perfetta è sempre stata il sogno di Lisetta Carmi .
Di origini ebraiche nasce in una famiglia della colta borghesia genovese, faceva la musicista ma la folgorazione e il cambiamento di rotta nella sua vita avvengono grazie all’incontro con l’etnomusicologo Leo Levi che Lisetta seguirà in Puglia per un viaggio di studio sui canti di una comunità ebraica pugliese.


Travestiti, bambini e verità negli scatti di Lisetta Carmi


Resta affascinata dalla luce e dalla bellezza del Salento e compra la sua prima macchina fotografica, un’Agfa Silette, i primi luoghi che comincia a fotografare sono San Nicandro, Rodi Garganico, Venosa e le catacombe ebraiche .


Travestiti, bambini e verità negli scatti di Lisetta Carmi


La Puglia quindi diventa il luogo magico del suo incontro con la fotografia .
Fra il 1958 e il 1967 visita diverse volte Israele, nei primi anni 70 viaggia in Afghanistan e in India.
Durante un viaggio in Oriente incontra il maestro Babaji e nel 1979 fonda a Cisternino, in Puglia, l’ashram Bhole Baba, dove si dedicherà alla diffusione dell’insegnamento del maestro indiano.
La sua poetica è racchiusa in questa frase: “amo i poveri, gli emarginati, i bambini sono la vera ricchezza del mondo”.

Lisetta Carmi.
Il senso della vita.
Ho fotografato per capire
13 novembre 2015 – 31 gennaio 2016
Palazzo Ducale
Loggia degli Abati
Piazza Matteotti 9,
16123 Genova
Tel. +39 010 8171600/663
http://www.palazzoducale.genova.it

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Toulouse-Lautrec all’Ara Pacis

“Ho cercato di fare ciò che è vero e non ideale”
(Toulouse-Lautrec)



Aveva solo 36 anni quando il grande pittore francese Toulouse-Lautrec (Albi 1864 – Saint-André-du-Bois 1901) lascia questo mondo.
Contrasse la sifilide per le numerose frequentazioni con le prostitute ed il suo fisico, già debole a causa di una malattia come la picnodisostosi (una malattia genetica delle ossa, che può portare a manifestazioni cliniche apparentemente simili al nanismo), fu ancor più indebolito dall’alcolismo.
Con pungente ironia diceva che: “Naturalmente non bisogna bere molto ma spesso”.



Toulouse-Lautrec all'Ara Pacis


Tra i suoi quadri più belli e famosi ci sono ovviamente i ritratti delle prostitute parigine che erano la vera grande passione di quest’uomo purtroppo sgraziato per la sua altezza, ma dotato di grande sensibilità .
I bordelli furono la sua vera casa e lì dipinse opere straordinarie.
Proveniva da una famiglia nobile, il padre era infatti il conte Alphonse de Toulouse-Lautrec .



Toulouse-Lautrec all'Ara Pacis


La sua famiglia possedeva numerose proprietà nell’area della Gironde e nel Midi, in Francia ed anche a Parigi la famiglia Toulouse-Lautrec possedeva vari appartamenti.


Toulouse-Lautrec all'Ara Pacis


Al Museo dell’Ara Pacis sono esposte circa 170 opere provenienti dal Museo di Belle Arti di Budapest, uno dei più importanti in Europa, con capolavori che vanno dal Medioevo al Novecento.
La mostra celebra questo grande pittore bohémien della Parigi di fine Ottocento ed è promossa dall’Assessorato alla Cultura e allo Sport di Roma – Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali



Toulouse-Lautrec all'Ara Pacis


La mostra romana è stata curata da Zsuzsa Gonda e Kata Bodor, presenta 170 litografie, tra cui otto affiches di grande formato e due cover degli album della cantante, attrice e scrittrice francese Yvette Guilbert con circa 10 litografie , oltre a manifesti, illustrazioni, copertine di spartiti e locandine, alcune delle quali sono autentiche rarità perché stampate in tirature limitate, firmate e numerate e corredate dalla dedica dell’artista.
Per sua stessa ammissione lo stile pittorico di Toulouse-Lautrec mira al vero e non all’ideale : “Dipingo le cose come stanno. Io non commento. Io registro”.



Toulouse-Lautrec all'Ara Pacis


Toulouse-Lautrec
Roma, Museo dell’Ara Pacis
Dal 4 dicembre 2015 all’ 8 maggio 2016
http://www.arapacis.it/mostre_ed_eventi/mostre/toulouse_lautrec

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FACES. European Portrait Photography since 1990

Il museo della fotografia di Salonicco presenta un evento fotografico senza uguali: 200 ritratti di 32 fotografi e artisti di venti paesi tutti insieme per ricostruire, attraverso i volti, l’identità dell’ Europa.


FACES. European Portrait Photography since 1990


Il curatore della mostra Frist Gierstberg così spiega la mostra: “Certo, le fotografie non sono le persone, ma solo la loro immagine, agiscono però come uno specchio: ci costringono a guardare l’altro e, nel farlo, a guardare dentro noi stessi”.
Dopo la caduta del Muro di Berlino, tutto cambia in Europa ed anzi l’Europa è posta di fronte al problema di costruire una sua identità.
Questa importante mostra, attraverso i volti della gente d’Europa, racconta la difficoltà nel costruire un’identità europea.


FACES. European Portrait Photography since 1990


La mostra è itinerante e dal Belgio è passata in Olanda per approdare ora in Grecia .
Nasce dalla collaborazione tra il Bozar Centre for Fine Arts di Bruxelles e il Nederlands fotomuseum di Rotterdam.
La Grecia in effetti è la nazione che più di tutte ha in qualche modo patito la difficile integrazione all’interno della comunità Europea.


FACES. European Portrait Photography since 1990


Gli scatti appartengono a fotografi di prim’ordine come Tina Barney, Sergey Bratkov, Koos Breukel, Clegg & Guttmann, Anton Corbijn, Christian Courrèges, Denis Darzacq, Luc Delahaye, Rineke Dijkstra, Jitka Hanzlová, Konstantinos Ignatiadis, Alberto García-Alix, Stratos Kalafatis, Boris Mikhailov, Nikos Markou, Hellen van Meene, Jorge Molder, Lucia Nimcova, Adam Pańczuk, Dita Pepe, Anders Petersen, Paola De Pietri, Jorma Puranen, Thomas Ruff, Clare Strand, Beat Streuli, Thomas Struth, Juergen Teller, Ari Versluis & Ellie Uyttenbroek, Stephan Vanfleteren, Manfred Willmann.


FACES. European Portrait Photography since 1990


Le nazioni coinvolte sono: Austria, Belgio, Francia, Germania, Svizzera, Grecia, USA, Irlanda, Spagna, Israele, Italia, Gran Bretagna, Olanda, Ucraina, Polonia, Portogallo, Slovacchia, Svezia, Repubblica Ceca, Finlandia.
I volti ritratti, nel loro anonimato, riescono comunque a raccontare un’identità, un modo nuovo ed autentico per cercare un’unione, un comune spirito di appartenenza che si fa fatica a costruire .


FACES. European Portrait Photography since 1990
Facebooksite
Museo della Fotografia
Warehouse Α’, 1st floor, Port
Dal 11/09/15 al 28/02/16

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I presepi di Giosetta Fioroni al Madre di Napoli

Se non c’è il presepe a Napoli non è Natale e quest’anno l’arte contemporanea si sposa con l’arte antica del presepe con la mostra I teatri–presepi di Giosetta Fioroni
Giosetta Fioroni (Roma, 1932), moglie del grande scrittore Goffredo Parise, è una delle più brillanti artiste contemporanee, figlia di artisti il padre era scultore e la madre pittrice.
Frequenta l’ambiente artistico legato alla Galleria La Tartaruga di Plinio De Martiis a Roma e nello stesso periodo conosce Cy Twombly, De Kooning, Rauschenberg , frequenta il gruppo del Verri e il Gruppo 63 ma soprattutto farà parte della Scuola di Piazza del Popolo con Tano Festa, Mario Schifano e Franco Angeli.


La mostra I teatrini–presepi al Museo Madre di Napoli visibile fino all’11 gennaio 2016, presenta sei presepi di ceramica, uno verticale del 1996 e cinque inediti, creati per questa occasione, nati da una fusione emotiva, tra l’idea del presepe e quella del teatrino e della Fiaba.
Il progetto è stato ideato da Piero Mascitti, curatore della mostra con Marco Meneguzzo che dichiara: “I Presepi sono compatti, sviluppati in altezza come delle piccole torri […] è tutto lì, sacra famiglia e mondo… eppure, anche in questa composizione eterodossa rispetto al presepe che i napoletani sono abituati a vedere quel rapporto tra mondo e natività, tra realtà e rinascita, tra evento e quotidianità si ritrova appieno”.


Nelle opere della Fioroni c’è il ricordo del passato, il suo essere stata bambina ma anche la maestria del suo essere una grande artista contemporanea.
I suoi presepi, infatti, sono il frutto di uno scavo nel passato quando suo padre scultore costruiva un grande presepio per il Natale e la madre allestiva un teatrino con marionette.
Da questi ricordi e dalla fusione tra i teatrini per bambini e il presepe nascono i poetici presepi di Giosetta Fiorioni.





Giosetta Fioroni
I teatri –presepi
Museo Madre
Via Luigi Settembrini, 79, 80139 Napoli
dal 23 dicembre 2015 all’11 gennaio 2016
www.madrenapoli.it

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La moda ritrovata, gli abiti-tesori della contessa Greffulhe al Museo della moda di Parigi

Amate Marcel Proust? Spero di si, nell’opera Alla ricerca del tempo perduto Proust parla della duchessa de Guermantes un personaggio ispirato alla contessa Greffulhe, nata Élisabeth de Caraman-Chimay (1860-1952), cugina di Robert de Montesquiou, il cui sontuoso salotto era spesso frequentato da Proust; la contessa sposò il conte Henry Greffulhe, uomo dalle risorse patrimoniali illimitate il cui potere contribuì ad aumentare il fascino di questa donna raffinatissima ed esuberante.


La moda ritrovata, gli abiti-tesori della contessa Greffulhe al Museo della moda di Parigi


A questa affascinate donna è dedicata la mostra La moda ritrovata, gli abiti-tesori della contessa Greffulhe al Palais Galliera di Parigi dal 7 novembre 2015 a 20 marzo 2016.


La moda ritrovata, gli abiti-tesori della contessa Greffulhe al Museo della moda di Parigi


La contessa Greffulhe fu una grande amante della musica e dell’arte, aveva uno stile superbo e altero, i suoi abiti infatti vantavano le firme dei più grande sarti parigini dell’epoca.


La moda ritrovata, gli abiti-tesori della contessa Greffulhe al Museo della moda di Parigi


Le sue virtù come dicevamo andarono ben oltre la sua apparenza, fu infatti anche appassionata di politica e tra le sue tante battaglie, la contessa sostenne il capitano Dreyfus, Léon Blum, il Fronte popolare e la nascita della Repubblica.


La moda ritrovata, gli abiti-tesori della contessa Greffulhe al Museo della moda di Parigi


Altra sua passione furono le scienze ma soprattutto la musica, essa stessa pianista, cresciuta in una famiglia di melomani, inventa il fundraising e fondò la Società delle grandi audizioni musicali, trasforma le opere in relazioni pubbliche pragmatiche, raccoglie fondi dalla produzione di spettacoli, dalla promozione di Tristano ed Isotta, Il Crepuscolo degli dei a Wagner, i Balletti Russi di Diaghilev, Isadora Duncan.


La moda ritrovata, gli abiti-tesori della contessa Greffulhe al Museo della moda di Parigi


Di questa affascinate contessa Proust scriveva: “C’è in lei qualcosa che non ho mai visto in nessun’altra. Tutto il mistero della sua bellezza è nel suo fulgore, nei suoi occhi enigmatici. Non ho mai visto una donna tanto bella.”


La moda ritrovata, gli abiti-tesori della contessa Greffulhe al Museo della moda di Parigi


La divina contessa Greffulhe visse a cavallo tra le due guerre mondiali durante la Belle Epoque e fu definita da tutti la più bella donna di Parigi sia per il suo fascino che per il suo spirito.


La moda ritrovata, gli abiti-tesori della contessa Greffulhe al Museo della moda di Parigi


Nella mostra al Palais Galliera sono presenti una cinquantina di abiti appartenuti alla contessa firmati da i più grandi stilisti dell’epoca come Worth, Fortuny, Babani e Lanvin.


La moda ritrovata, gli abiti-tesori della contessa Greffulhe al Museo della moda di Parigi


La moda era una sua passione e nei suoi abiti di tulle, garza, mussola e piume, i suoi kimono, i suoi soprabiti di velluto, i motivi orientali, le tonalità dorate, d’argento, rosa e verde, non fanno altro che attestare il grande gusto di questa icona dell’eleganza parigina.


La moda ritrovata, gli abiti-tesori della contessa Greffulhe al Museo della moda di Parigi


La moda ritrovata, gli abiti-tesori della contessa Greffulhe
Palais Galliera, museo della Moda della città di Parigi 10 Avenue Pierre 1er de Serbie
Rue de Galliera
75016 Parigi
dal 07 novembre 2015 a 20 marzo 2016
www.palaisgalliera.paris.fr


La moda ritrovata, gli abiti-tesori della contessa Greffulhe al Museo della moda di Parigi



La mode retrouvée | Palais Galliera, musée de… di paris_musees

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Volez, Voguez, Voyagez – Louis Vuitton, una mostra Al Gran Palais di Parigi

“Chi ha bisogno di più di una valigia è un turista, non un viaggiatore.”
(Ira Levin)


Jan Myrdal diceva che: “Viaggiare è come innamorarsi: il mondo si fa nuovo…” e se si viaggia con un bagaglio firmato Louis Vuitton forse il viaggio, chi sà, si fa, più elegante…
Piccolo prologo per segnalare che dal 4 dicembre 2015 al 21 febbraio 2016 al Gran Palais di Parigi si potrà visitare la Mostra «Volez, Voguez, Voyagez – Louis Vuitton», sotto la direzione di Olivier Saillard.


Volez, Voguez, Voyagez – Louis Vuitton,  una mostra Al Gran Palais di Parigi


La storica maison francese nata nel 1854 di strada ne ha fatta viaggiando per mezzo mondo e regalando-si fa per dire-splendide valigie e borse che sono diventate veri e propri status symbol.
Louis Vuitton era un poverissimo ragazzo alla ricerca di fortuna che partì –il viaggio era nel suo destino- dal suo villaggio nel Giura per andare a cercare fortuna a Parigi.
Di fortuna il piccolo Vuitton a Parigi ne ha fatta ed erano quegli gli anni in cui nasceva l’haute couture, così magicamente l’idea di solide e raffinate valige si sposa con l’haute coture e il viaggio diventa di prima classe.


Volez, Voguez, Voyagez – Louis Vuitton,  una mostra Al Gran Palais di Parigi


Il curatore della mostra Olivier Saillard così spiega le intenzioni della mostra: “Ho voluto allestire una mostra relativamente classica, quasi pedagogica, che mettesse in luce l’ingegnosità, la qualità della ricerca, la dedizione e il savoir-faire.
Avevo a disposizione un materiale eccezionale, anche se ero un po’ preoccupato perché mostrare dei bauli rischia di essere scontato dopo un pò, o no?.
Ma ogni baule contiene dei tesori, abbiamo lavorato con estrema minuzia.
Di solito in questo genere di mostre gli abiti sono presentati appesi.
Noi invece abbiamo riempito ogni baule precisamente datato con capi d’abbigliamento e accessori – scarpe, cappelli, guanti, borse – creati lo stesso anno. Per lo spettatore è un po’ come scoprire un tesoro.


Volez, Voguez, Voyagez – Louis Vuitton,  una mostra Al Gran Palais di Parigi


Il guardaroba contemporaneo si è ridotto. Negli anni ’50 le donne eleganti viaggiavano con almeno venti bagagli e si cambiavano varie tenute in un giorno, ciascuna con una funzione precisa: colazione, cocktail, cena, festa…ed è cambiata la concezione del viaggio, ci interessa arrivare, passare dal punto A al punto B, cercando di ridurre al massimo il tempo tra i due”.


Volez, Voguez, Voyagez – Louis Vuitton,  una mostra Al Gran Palais di Parigi


La mostra ha un allestimento spettacolare ed è una sorta di ritorno alle origini, infatti il Grand Palais di Parigi fu costruito nel 1900 in occasione di quella che storicamente fu una delle più belle Esposizioni Universali, che accolse 48 milioni di visitatori. George Vuitton era responsabile della sezione “Articles de voyage et maroquinerie”.
Lo stand Louis Vuitton, con la sorprendente forma di un carosello, presentava le valigie e le borse più eleganti ed esclusive della Maison.


Volez, Voguez, Voyagez – Louis Vuitton,  una mostra Al Gran Palais di Parigi


Un’occasione unica la mostra parigina per ripercorrere la storia di un marchio che è la storia del viaggio come crescita, perché in fondo quando viaggiamo siamo tutti come il piccolo tredicenne Louis: desiderosi di cambiare la nostra vita attraverso la magia del viaggio.


Volez, Voguez, Voyagez – Louis Vuitton
Du 4 décembre 2015 au 21 février 2016
Parigi
Grand Palais
Salon d’Honneur – Square Jean Perrin
Champs-Elysées, avenue du Général Eisenhower, Paris8e

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Il nuovo vocabolario della moda italiana alla Triennale di Milano

“La moda passa lo stile resta” diceva Coco Chanel, quella gran donna che ha cambiato la storia della moda.

Se la moda passa anche il suo vocabolario, vale a dire le modalità attraverso cui il sistema moda comunica, cambiano.


Il nuovo vocabolario della moda italiana alla Triennale di Milano


La comunicazione visiva, alla base della moda certo non è tutto ma nell’era del digitale è ovvio che le cose si sono completamente trasformate ed è proprio al cambiamento dei linguaggi della comunicazione della moda che s’ispira la mostra Il nuovo vocabolario della moda.

Importante sottolineare che la mostra è dedicata ad Elio Fiorucci, un grande innovatore nella storia della moda italiana, scomparso a luglio del 2015.


Il nuovo vocabolario della moda italiana alla Triennale di Milano


La mostra si declina in 3 sezioni:

Vocabolario: i prodotti sono organizzati intorno a concetti chiave, così da rappresentare i diversi approcci progettuali che ricontestualizzano gli elementi archetipici del prodotto italiano.

Narrazioni: dove viene tracciata la mappa del sistema di produzione culturale e comunicativa che ruota intorno alla moda: fotografia, illustrazione, nuovi media, editoria, video-arte.


Il nuovo vocabolario della moda italiana alla Triennale di Milano


Biografie: è la sezione che concentra la narrazione sulle storie dei singoli stilisti e marchi cui si deve il nuovo linguaggio della moda made in Italy.

Una mostra eccezionale che ha l’ambizione di celebrare l’Italia della moda contemporanea e i suoi protagonisti.

La mostra si sofferma su i tecnici e i creativi che negli ultimi venti anni hanno cambiato il linguaggio della moda ed è un’accurata messa in scena del tratto di storia recente del made in Italy, a partire dal 1998, l’anno che segna il concreto passaggio a un mondo interconnesso dal web, alle nuove forme della comunicazione.


Il nuovo vocabolario della moda italiana alla Triennale di Milano


La mostra è curata da Paola Bertola e Vittorio Linfante che così spiegano le intenzioni di questa mostra:

«Se da una parte il “fatto in Italia” è riconosciuto nel mondo come eccellenza, dall’altra è tipicamente rappresentato da marchi e stilisti affermatisi sino agli anni Novanta, negando in un certo senso la sua capacità di rigenerazione. Eppure, confermando la storica attitudine all’auto-organizzazione italiana, una nuova generazione sta scrivendo da tempo un linguaggio riconfigurato della moda italiana.

Questo grazie alla valorizzazione di risorse accessibili in Italia e scomparse altrove: l’attitudine progettuale diffusa, i patrimoni di cultura materiale, le piccole reti di laboratori, le manifatture periferiche».

Insomma se il vocabolario cambia possiamo star certi che Coco Chanel aveva ragione, perché oltre la moda resta lo stile ma quello è senza tempo e nessun vocabolario potrà insegnarlo…


Il nuovo vocabolario della moda italiana alla Triennale di Milano

Il nuovo vocabolario della moda italiana

Triennale di Milano

Triennale di Milano.

Viale Alemagna, 6, 20121. Milano.

T. +39.02.724341

24 Novembre 2015. 6 Marzo 2016.

Orari

Martedi – Domenica

10.30 – 20.30

Lunedì chiuso

La mostra è dedicata a Elio Fiorucci

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Godefridus Schalcken, seduzioni a lume di candela

Godefridus Schalcken è un pittore di prim’ordine a cui il museo Wallraf-Richartz-Museum di Colonia dedica la mostra Seduzione dipinta.

Godefridus Schalcken (1643 Breda- 1706 L’Aia) è stato senza dubbio uno dei principali pittori olandesi del suo secolo.

La sua è stata una pittura fortemente illusionista, ha spaziato in vari generi, dalle storie bibliche e mitologiche, dalle nature morte e ai paesaggi.


Godefridus Schalcken, seduzioni  a lume di candela


Il suo marchio di fabbrica è stato l’uso della luce, in particolare ha usato le luci soffuse delle candele creando atmosfere uniche e irripetibili.

Nei suoi quadri più belli dominano le luci etere ed evanescenti delle candele che conferiscono alla scena un’atmosfera calda e sensuale dove spesso si esalta la seduzione del corpo e l’abbandono.


Godefridus Schalcken, seduzioni  a lume di candela


Ha dipinto anche scene di bordelli, visite mediche e addirittura il gioco con la vescica di maiale.

La sua pittura ha una texture tattile e scintillante e i suoi lavori più belli sono quelli in cui dipinge scene seducenti e personaggi colti in momenti di intimità e in pose sensuali.

Lo spettatore di fronte a queste scene è posto in un ruolo di un voyeur dove predominano le atmosfere misteriose.


Godefridus Schalcken, seduzioni  a lume di candela


Godefridus Schalcken dipinge l’inaspettato, la sorpresa dell’esser improvvisamente illuminati e colti nell’intimità, come se ci fossero delle visite notturne inaspettate. La scena improvvisamente s’illumina di una luce fioca e qualcosa di inaspettato prende forma davanti agli occhi dello spettatore.

Ne La signora di fronte allo specchio, in esposizione permanente al Wallraf-Richartz Museum, Godefridus Schalcken gioca sottilmente sul topos del prurito amoroso.


Godefridus Schalcken, seduzioni  a lume di candela


Tuttavia uno dei quadri più belli di Godefridus Schalcken, esposti in occasione di questa affascinante e sublime mostra, è Venere e Cupido.

Ineguagliabili e di grande sensualità sono i suoi ritratti di donne opulente e sensuali.

Tra i suoi capolavori spiccano anche le sue personalissime versioni della Maddalena, un tema caro a tutta la pittura barocca.


Godefridus Schalcken, seduzioni  a lume di candela


In particolare vi è la Maddalena che tiene in mano un teschio, simbolo della vanità delle cose umane, illuminato dalla fioca luce di una lanterna , questa evanescenza della candela, il teschio e la sua immensa sensualità, contribuiscono a creare un’atmosfera unica dove la bellezza e la vanità s’intrecciano poeticamente.


Godefridus Schalcken, seduzioni  a lume di candela


Schalchen, Gemalte verfuhrung

Wallraf-Richartz Museum, Colonia

Dal 25 settembre 2015 al 24 giugno 2016

http://www.wallraf.museum

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Philippe Halsman, Étonnez-moi!

Philippe Halsman è uno dei più grandi fotografi del ‘900, nato a Riga nel 1906 e morto a New York nel 1979, visse tra Dresda , Parigi e New York dove si trasferì per sfuggire alla guerra, suo grande amico fu Albert Einstein.


Philippe Halsman, Étonnez-moi!


A Philippe Halsman piaceva ricordare un aneddoto che è fondamentale per comprendere il suo modo di fotografare: quando Jean Cocteau incontrò Serge de Diaghilev, il fondatore dei balletti russi, gli chiese cosa avrebbe potuto fare per collaborare con lui, il grande Serge de Diaghilev gli rispose : “Stupiscimi!”.


Philippe Halsman, Étonnez-moi!


“Stupiscimi!” è ciò che chiedeva Halsman a chi fotografava e “Stupiscimi!”, “Étonnez-moi !”, è anche il titolo della mostra in corso a Parigi al Jeu de Paume fino al 24 gennaio 2016.

Il periodo newyorkese fu il più prolifico della sua vita, infatti divenne il più famoso fotografo di copertine di giornali e ritrasse i personaggi più famosi del suo tempo .


Philippe Halsman, Étonnez-moi!


I suoi scatti più celebri restano quelli dedicati a Marilyn Monroe ma sono passati sotto il suo obiettivo personaggi come Kennedy, Dalì, Churchill o Hitchcock.

Il suo è stato uno sguardo originale, ironico e per certi versi stravagante.

Tutti i suoi scatti, anche i ritratti posati, hanno qualcosa d’ironico e originale, come a voler cogliere sempre il lato divertente e folle del personaggio che aveva di fronte.


Philippe Halsman, Étonnez-moi!


Philippe Halsman durante tutta la sua vita non ha mai smesso di rivendicare il potenziale creativo, secondo lui ancora inespresso, della fotografia.

Voleva essere stupito Halsman che oltre per la sua maestria tecnica è rimasto famoso perché spesso chiedeva ai suoi personaggi di saltare.


Philippe Halsman, Étonnez-moi!


Marilyn Monroe non se lo fece dire due volte e quando Halsman disse: “Salta!” , lei saltò immortalandola in scatti che hanno fatto epoca.

Non fu però solo lei a saltare, tutti, quando lui chiedeva di saltare, saltavano, e tutti quando chiedeva di stupirlo, lo stupivano mettendosi in pose strane o facendo strane facce.


Philippe Halsman, Étonnez-moi!


Per questa sua dote di far emergere il lato folle, ironico e giocoso dei grandi personaggi che ha ritratto Philippe Halsman resta un maestro insuperato della storia della fotografia mondiale .


Philippe Halsman, Étonnez-moi!


Philippe Halsman

Étonnez-moi !

Patigi, Jeu de Paume 1, Palace de la Concorde

dal 20 ottobre 2015

al 24 gennaio 2016

www.jeuddepaume.org

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Barbie. The Icon, al Mudec, giovane e bella buona per ogni età

La conosciamo tutti come Barbie ma il suo vero nome è Barbara Millicent Robert, fu creata da Ruth e Elliot Handler e fu chiamata con il nome della loro figlia Barbie.

Il Mudec, il Museo delle Culture di Milano le dedica una mostra, curata da Massimiliano Capella, dal titolo Barbie. The Icon, prodotta da 24 ORE Cultura – Gruppo 24 ORE e promossa dal Comune di Milano-Cultura e da 24 ORE Cultura – Gruppo 24 ORE in collaborazione con Mattel.


Barbie. The Icon, al Mudec, giovane e bella  buona per ogni età


La mostra sarà articolata in 5 sezioni e preceduta da una sala introduttiva, Who is Barbie, dove si troveranno i 7 pezzi iconici e rappresentativi per decadi dal 1959 ad oggi.

Prima ancora che una bambola Barbie è un’icona senza tempo che piace proprio a tutti, trasversale e senza tempo incarna quell’idea trasgressiva di una piccola donna perfetta e facilmente maneggiabile che attrae grandi e piccini.

Non credo ci sia ragazzina al mondo che non abbia desiderato una Barbie.


Barbie. The Icon, al Mudec, giovane e bella  buona per ogni età


Classe 1959 la mitica Barbie ha oggi 56 anni ma certo non li dimostra… Hostess, sposa, in divisa, ricoperta di strass, dama del settecento, sportiva, chic, rossa, mora, biondissima, Barbie non conosce età.

Come sia possibile che una bambola diventi icona?

La domanda porta con sé riflessioni di carattere psicologico e antropologico perché la Barbie è un condensato di significati.


Barbie. The Icon, al Mudec, giovane e bella  buona per ogni età


Come immagine femminile di perfezione attrae le bambine che in qualche modo vi s’identificano, attrae però anche le mamme che rivedono nelle Barbie un’idea di donna sempre bella, sempre giovane, magrissima e il cui unico dilemma è quello di avere bei vestiti da indossare, sempre immersa in favolose case rosa in attesa di Big Jim o con altre amiche Barbie biondissime, bellissime e ben vestite come lei…

Un mondo di plastica e di sogno, un mondo senza dolori, un mondo alla portata di tutti e soprattutto una femminilità alla portata di chiunque.

Che la Barbie sia stata accusata negli anni di essere in qualche modo diseducativa per le bimbe è un fatto risaputo. Chi si prodigò nella crociata anti Barbie non si rese conto che era una battaglia persa perché la Barbie continua ad essere venduta e desiderata come ai tempi della sua creazione.


Barbie. The Icon, al Mudec, giovane e bella  buona per ogni età


L’idea che una bambina possa identificarsi con una piccola bionda di plastica perfetta e ben vestita, non è il massimo. Andrebbe spiegato che la femminilità è molto altro e non basta una vita per capire veramente cosa vuol dire essere donne.

Non sarà certo l’essere perfette, magrissime e ben vestite a fare di noi delle vere donne sempre che non ci si accontenti di essere una Barbie di plastica pronta per giocare …


Barbie. The Icon

MUDEC

Via Tortona 56, Milano

Dal 28 ottobre 2015 al 13 marzo 2016

Orario di apertura: Lunedì 14:30-19:30

Martedì, Mercoledì, Venerdì e Domenica 9:30-19:30

Giovedì e Sabato 9:30-22:30

http://www.mudec.it/ita/barbie/

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FRANK STELLA BRILLA AL WHITNEY MUSEUM TRA ARMONIE BAROCCHE COLORI E FORME

Frank Stella appartiene all’olimpo dell’arte mondiale, non ha bisogno di presentazioni e chi non lo conoscesse farebbe bene a soffermarsi nella lettura o , meglio ancora, ad andare a New York al bellissimo Witney Museum dove il 30 ottobre si apre una delle più importanti retrospettive dedicate a questo maestro dell’arte contemporanea.


FRANK STELLA BRILLA AL WHITNEY MUSEUM TRA ARMONIE BAROCCHE COLORI E FORME


Frank Stella (Malden, 12 maggio 1936) è nato da genitori italiani, ha avuto subito successo e a soli 23 anni al MoMA entra a far parte dell’importante mostra Sixteen Americans; è stato lui il capostipite della corrente artistica denominata minimal art.

La nuova sede del Museo Whitney che ospiterà la mostra Frank Stella: una retrospettiva, è stata progettata da Renzo Piano, dunque un motivo in più per visitare la mostra .


FRANK STELLA BRILLA AL WHITNEY MUSEUM TRA ARMONIE BAROCCHE COLORI E FORME


Frank Stella è uno dei grandi esponenti del Minimalismo e della Post –painterly abstraction, insomma per essere chiari la sua ricerca si muove tra l’essenzialità delle forme e del colore.

Le opere esposte a New York provengono da collezioni pubbliche e private tra cui i Black paintings degli anni sessanta, opere importanti, quadri sagomati essenziali dove , dice Frank Stella : “ esiste solo ciò che si può vedere”.

Affermazione che sta a significare che il quadro vive di vita propria e non ha nulla a che fare con l’artista.


FRANK STELLA BRILLA AL WHITNEY MUSEUM TRA ARMONIE BAROCCHE COLORI E FORME


In mostra anche Gli Aluminium and copper paintings, tele sagomate dipinte con vernici industriali, i Concentric square paintings, gli Irregular polygon paintings e i Protractor paintings, le cui forme curvilinee esaltano le variazioni cromatiche.


FRANK STELLA BRILLA AL WHITNEY MUSEUM TRA ARMONIE BAROCCHE COLORI E FORME


Negli anni sessanta, invece, per Stella avviene una sorta di mutamento stilistico perché immette all’interno della tela applicazioni metalliche che sporgono dalla tela.


FRANK STELLA BRILLA AL WHITNEY MUSEUM TRA ARMONIE BAROCCHE COLORI E FORME


Documentata anche la fase delle installazioni dedicate a Moby Dick e la serie Scarlatti Sonata Kirpkpatrick.

Queste ultime meritano un approfondimento d’obbligo, si tratta di opere meravigliose leggere e dinamiche che s’ispirano alle composizioni del grande musicista barocco Domenico Scarlatti le cui armonie sono state reinterpretate magistralmente dal musicista americano Ralph Kirkpatrick .


FRANK STELLA BRILLA AL WHITNEY MUSEUM TRA ARMONIE BAROCCHE COLORI E FORME


Le Armonie barocche di Domenico Scarlatti sono a dir poco sublimi ed estasianti, colonna sonora a dir poco perfetta per le opere della maturità di Frank Stella .

Tra l’architettura minimalista, sofisticata, armoniosa e attenta al dialogo tra interno ed esterno di Renzo Piano, le opere essenziali che giocano con la purezza della forma e il dinamismo della composizione di Frank Stella e le armonie barocche di Domenico Scarlatti, credo non ci resti che inginocchiarci e ringraziare per cotanto spargimento fluttuante , armonica, dinamica, colorata bellezza… molto presto a New York al Whitney Museum.



FRANK STELLA BRILLA AL WHITNEY MUSEUM TRA ARMONIE BAROCCHE COLORI E FORME

FRANK STELLA: UNA RETROSPETTIVA

New York,

Witney Museum of American Art

www.whitney.org

dal 30 ottobre al 7 febbraio 2016

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DANIEL BUREN RITORNARE BAMBINI AL MADRE DI NAPOLI

Giochi per bambini ma non solo, l’installazione, speriamo permanente, che accoglierà i visitatori del Madre di Napoli, dell’artista Daniel Buren è un opera che sembra rimanere in superficie ma proprio per questo ti conquista.

La prima sala in arancio e specchi è un tripudio al narcisismo, ci si può specchiare, guardare, ammirare, in tutte le direzioni; gli specchi, enormi, rimandano prospettive e luci, il pavimento bianco e nero, le stuccature arancioni, evocano un salone parigino d’altri tempi .


DANIEL BUREN RITORNARE BAMBINI AL MADRE DI NAPOLI


La sala successiva è un intersecarsi di forme geometriche che creano prospettive e incroci, tutto richiama all’infanzia, i colori, le forme e mentre ci giri intorno hai come la sensazione di ritrovarti in un mondo che non ti appartiene, un luogo del passato che però in qualche modo puoi aver sognato… “un vero e proprio gioco di costruzioni a grandezza reale, o un kindergarten (“giardino d’infanzia”) a dimensione ambientale, ottenuto grazie all’assemblaggio di un centinaio di moduli di forme geometriche e colori diversi ispirati ai solidi del pedagogo tedesco Friedrich Wilhelm August Fröbel (sfere, cubi, cilindri in legno che, esaltando le potenzialità conoscitive del gioco rispetto al linguaggio, inducono il bambino alla scoperta partecipata e comunitaria della realtà e delle proprie capacità espressive stimolando facoltà quali percezione, esercizio tattile, costruzione e decostruzione). Il visitatore, inoltrandosi nell’installazione, si ritrova di fronte a una realtà in potenza, che gli permette di ricostruire il mondo intorno a sé con un rinnovato stupore e un’infantile meraviglia. L’opera – risultato della collaborazione fra l’artista e l’architetto Patrick Bouchain – si propone in questo modo come un sottile dialogo interiore con l’architettura, che diventa quasi viva, performativa”.


DANIEL BUREN RITORNARE BAMBINI AL MADRE DI NAPOLI


La visione d’insieme è scenografica, Daniel Buren insomma è un artista che ha fatto della costruzione architettonica una scenografia per riempire lo spazio.

Molti sono gli spazi urbani che portano la sua firma e i suoi geometrici colori.

Ed è proprio lo spazio il grande protagonista di queste splendide opere , ciò che respinge e insieme attrae il visitatore è il suo porsi e determinarsi in un limite dove fa fatica a trovare la sua collocazione all’interno dell’opera .

Ci si ritrova dunque come catapultati in una dimensione onirica e infantile ma il sogno di Buren è percorribile e reale basta andare al Madre di Napoli perché il sogno diventi realtà.



DANIEL BUREN RITORNARE BAMBINI AL MADRE DI NAPOLI

MUSEO MADRE

Via Luigi Settembrini, 79, 80139 Napoli

+39.081.193.13.016

[email protected]

Daniel Buren

Come un gioco da bambini, lavoro in situ, 2014-2015,

fino al 29 gennaio 2016

mostra curata da EUGENIO VIOLA e ANDREA VILIANI

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MAURIZIO NANNUCCI LUMINOSE PAROLE D’AMORE

Maurizio Nannucci, nato a Firenze nel 1939, è presente con le sue opere al MAXXI di Roma con la mostra dal titolo Where To Start From fino al 18 0ttobre 2015.

Protagonista indiscusso dell’arte contemporanea, il suo lavoro è un gioco splendido di luci e parole .


MAURIZIO NANNUCCI LUMINOSE PAROLE D’AMORE


Parte integrante della mostra al MAXXI è la presentazione di due nuovi lavori tra cui l’installazione sonora interattiva Sound Samples e More than meets the eye, una grande opera per la facciata del museo che entra a far parte della collezione del MAXXI.

Se non proprio originalissimo nella sua ricerca, le opere di Nannucci hanno però il privilegio di far giocare le parole con lo spazio e i colori.


MAURIZIO NANNUCCI LUMINOSE PAROLE D’AMORE


Le parole, infatti, evocano la loro dimensione semantica attraverso la spazialità di cui in qualche modo si nutrono per significare oltre il loro significato reale.

A parte le grandi scritte al neon, molto interessanti sono le opere contenute in teche di vetro di composizioni di fogli e oggetti e parole sparse.


MAURIZIO NANNUCCI LUMINOSE PAROLE D’AMORE


Si tratta dei multipli che l’artista ha prodotto dagli anni Sessanta a oggi: oltre cento edizioni tra multipli, libri e dischi d’artista, foto, riviste, ephemera, che restituiscono un’altra pratica fondamentale del suo lavoro.

Ciò che attrae del lavoro di Nannucci è il suo riuscire a farci entrare nella semantica delle parole con leggerezza e gioco restituendoci però quel tratto d’insegna , di segno, di traccia.


MAURIZIO NANNUCCI LUMINOSE PAROLE D’AMORE


Come nell’antichità si scolpivano nella pietra parole o messaggi, cosi Nannucci restituisce la scultura della parola del contemporaneo attraverso il neon e l’insegna luminosa.

Nelle sue opere il testo diventa contesto, atmosfera, molto bello percorrere le tre stanze con la scritta luminosa The missing poem is the poem, in rosso, giallo e verde.

Suggestiva ed enigmatica la grande parete della Galleria 3 del MAXXI dove tante frasi bellissime vanno a comporre un intreccio di scrittura luminosa dove le parole si confondono una nell’altra ed ogni frase pare ricomporsi all’interno dell’altra in modo frammentario.


MAURIZIO NANNUCCI LUMINOSE PAROLE D’AMORE


Consapevoli dell’impossibilita di un discorso totale ed univoco, destinati come siamo a vivere di frammenti, il lavoro di Nannucci ci restituisce il senso autentico della scrittura come traccia e come frammento .

Nannucci mette all’opera le considerazioni sulla scrittura che per Jacques Derrida è una sorta di frammento della differenza, della impossibilità ontologica di costruire un’unità, anche se Nannucci lo fa con giocosa consapevolezza .

Il frammento luminoso di una frase che può cristallizzare momenti, ricordi e accendere il neon luminoso della memoria e del desiderio.


MAXXI

MAURIZIO NANNUCCI.

WHERE TO START FROM

Via Guido Reni, 4a, 00196 Roma

26 giugno 2015 – 18 ottobre 2015

http://www.fondazionemaxxi.it
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PASQUALE DE ANTONIS IL MAESTRO DEL GLAMOUR ITALIANO

“Pasquale De Antonis fotografo di dive, dee, di mostri sacri”
Leonardo Sinisgalli



Riuscite ad immaginare modelle bellissime, dive d’altri tempi e abiti da sogno rigorosamente Haute Couture, le splendide rovine della Roma antica e i fasti del cinema italiano degli anni ‘50?
Il grande fotografo Pasquale De Antonis mise tutto questo insieme creando scatti indimenticabili che sono ora quanto di meglio esista nell’ambito della storia della fotografia di moda.
A Pesaro a Palazzo Mosca fino al 31 di ottobre saranno esposte le fotografie di De Antonis nell’ambito della mostra: Pasquale De Antonis. Fotografie di Moda .
Le foto di Pasquale De Antonis non sono semplici fotografie di moda, perché ci troviamo di fronte a veri e propri scatti d’autore con un uso perfetto della luce e della composizione.
Pasquale De Antonis nacque a Teramo il 4 aprile del 1908 e mori a Roma nel 2001.
Da piccolissimo si appassiona alla fotografia e studia da autodidatta fino a iscriversi all’Accademia di Belle Arti di Bologna, collabora con il pittore Tommaso Cascella e realizza un’iportante reportage di documentazione fotografica sul folcklore abruzzese, un lavoro etnografico di grande importanza storica.


PASQUALE DE ANTONIS IL  MAESTRO DEL GLAMOUR ITALIANO


Ma la vera svolta della sua vita avviene con il trasferimento a Roma, si iscrive al Centro sperimentale di cinematografia e frequenta il corso di operatore cinematografico.
Comincia per lui la vera primavera della vita, frequenta gli intellettuali romani, primo fra tutti Ennio Flaiano che gli dedica il racconto Le fotografie.
Il suo studio fotografico sarà quello appartenuto al futurista Arturo Bragaglia che si trovava a Piazza di Spagna, lo studio sarà il centro di passaggio di gente di cinema, grandi star ed intellettuali oltre che chiaramente set per i suoi celebri servizi di moda.
Oltre ad essere stato un grande fotografo di moda Pasquale De Antonis fu anche un’importante fotografo d’arte, per la Rizzoli realizza le fotografie di luoghi ed opere d’arte, riportate in pubblicazioni edite in tutto il mondo, per non parlare delle foto realizzate per il cinema ed in particolare sui set dei film di Luchino Visconti con il quale condivise il grande senso estetico.


PASQUALE DE ANTONIS IL  MAESTRO DEL GLAMOUR ITALIANO


La mostra a Pesaro racconta Pasquale De Antonis soprattutto attraverso i suoi scatti di moda.
Ampiamente documentato il rapporto esclusivo che De Antonis ebbe con la giornalista e gallerista Irene Brin, proprietaria della Galleria Obelisco in via Frattina dove posò per De Antonis come modella per la rivista Bellezza di cui era la stylist.
In mostra anche le immagini di atmosfera fatata, fatta di tramonti, di rovine, di basiliche, di musei, di gallerie d’arte che dialogano con gli abiti.
Tra questi spicca il sevizio realizzato nel 1947 alla Galleria Borghese, dove la statua di Paolina Borghese di Canova indossa una candida e vaporosa cappa di volpe bianca di Balzani.
Ci sono poi i celebri servizi realizzati all’interno degli atelier di moda romana.
Erano gli anni della nascita di Cinecittà e della Hollywood sul Tevere e Pasquale De Antonis con i suoi scatti crea una nuova immagine delle dive tutte rigorosamente vestite dalle firme più prestigiose della moda italiana.


PASQUALE DE ANTONIS IL  MAESTRO DEL GLAMOUR ITALIANO


Esther Williams si vestiva da Capucci, Anna Magnani e Ingrid Bergman erano affezionate di Fernanda Gattinoni, Donna Simonetta Colonna di Cesarò che, insieme a Carosa e a Galitzine, faceva parte della schiera delle cosiddette “nobildonne della moda italiana”, vestiva Lauren Bacall e Merle Oberon.
Tra gli scatti celebri quelli di Silvana Mangano e Gina Lollobrigida immortalate negli atelier delle sorelle Fontana, di Emilio Schubert, di Simonetta e Alberto Fabiani.
Grande spazio ai ritratti, genere prediletto da De Antonis.
Immancabile la stagione degli anni ‘60 con gli scatti dedicati alla sfilata-performance alla Galleria Gavina, in occasione della prima romana del film di Stanley Kubrick 2001 Odissea nello spazio, dove si vede l’avveniristica linea Alluminio di Germana Marucelli.
Pasquale De Antonis fu un maestro incontrastato della fotografia anticipatore del glamour anzi apostolo di un glamour ante litteram, quello vero, quello del divismo, dell’alta moda italiana sartoriale e sofisticata, della Roma degli anni cinquanta, dello splendore del cinema italiano, un tempo oramai lontano e scomparso ma che rivive nella magia dell’obiettivo di Pasquale De Antonis.





PASQUALE DE ANTONIS IL  MAESTRO DEL GLAMOUR ITALIANO


PESARO
PALAZZO MOSCA MUSEI CIVICI
Piazza Toschi Mosca29, Pesaro
Tel.0721387541
www.pesaromusei.it
La mostra è corredata da un catalogo a cura di Marco Smacchia e Giorgio Bramante Donini, con testi di Sofia Gnoli e Diego Mormorio.

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I POTENTI CONIUGI BROAD A LOS ANGELES DANNO VITA AL BROAD MUSEUM

A Los Angeles ha da poco aperto il Broad Museum, un megamuseo di arte contemporanea.

Il museo porta il nome della potentissima coppia di collezionisti, mecenati e filantropi Elie ed Edythe Broad che lo hanno finanziato.

Il progetto è di grande impatto estetico, all’esterno una vela alveolare è punteggiata da 2500 aperture a rombo e racchiude uno scrigno di cemento opaco.


I POTENTI CONIUGI BROAD A LOS ANGELES DANNO VITA AL BROAD MUSEUM


Questa coppia d’illuminati e ricchissimi mecenati hanno già finanziato progetti affidati ad archistar del calibro di Richard Meier, Renzo Piano e Zaha Hadid.

Il museo ospiterà le loro opere, i coniugi Broad posseggono opere di Warhol, Matisse , Rauschenberg , Hirst, Kusama e non solo.

Fa sempre molto piacere constatare che al mondo esistono persone come Elie ed Edythe Broad che mettono il loro potere economico al servizio della bellezza e dell’arte, gli unici beni davvero eterni dei quali chiunque grazie a questo splendido museo potrà godere, un’ atto di generosità prima ancora che un modo per costruire il proprio tempio laico.


http://www.thebroad.org

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FRANCESCO IRNEM,QUESTA È SOLO UNA PROMESSA DI FELICITÀ

“Felicità raggiunta, si cammina

per te su fil di lama.

Agli occhi sei barlume che vacilla,

al piede, teso ghiaccio che s’incrina;

e dunque non ti tocchi chi più t’ama.

Se giungi sulle anime invase

di tristezza e le schiari, il tuo mattino

è dolce e turbatore come i nidi delle cimase.

Ma nulla paga il pianto del bambino

a cui fugge il pallone tra le case. “(Eugenio Montale)


FRANCESCO IRNEM,QUESTA È SOLO UNA PROMESSA DI FELICITÀ


Questa di Eugenio Montale è forse la più bella poesia dedicata alla felicità, ed è con questi magnifici versi che voglio introdurre la mostra, interessantissima, proposta dalla Galleria d’Arte Annnamarracontemporanea nel cuore del ghetto di Roma .

Troppo, tanto è stato scritto sulla felicità, cosa sia esattamente pare che lo si sappia solo per sottrazione. In effetti la promessa della felicità , l’immaginare scenari possibili è talvolta l’unica dimensione in cui si da davvero qualcosa che somigli alla felicità , questo perché quando è li, quando siamo davvero felici non lo sappiamo perché “sei barlume che vacilla”.


FRANCESCO IRNEM,QUESTA È SOLO UNA PROMESSA DI FELICITÀ


La mostra è un percorso nell’installazione di Francesco Irnem che è …solo una promessa di felicità .

Come bene dice il comunicato stampa:

“Questa è solo una promessa di felicità richiama esplicitamente quella promesse de bonheur, che se in Stendhal era la promessa della bellezza, prima in Nietzsche e poi in Adorno, diventa l’esperienza del mondo che l’artista compie con la realizzazione dell’opera d’arte. Un’esperienza alla quale è invitato a partecipare il fruitore”.

Francesco Irnem è nato a Roma nel 1981,vive e lavora tra Roma e New York.



FRANCESCO IRNEM,QUESTA È SOLO UNA PROMESSA DI FELICITÀ

ANNA MARRA CONTEMPORANEA | via sant’angelo in pescheria 32 – 00186 Roma | tel. +39 06 97612389 [email protected]|

www.annamarracontemporanea.it


FRANCESCO IRNEM,QUESTA È SOLO UNA PROMESSA DI FELICITÀ

da martedì a sabato,dalle ore15.30alle19.30

a cura di

Raffaele Gavarro

inaugurazione

giovedì 24 settembre 2015 ore 18.30 fino al 24 ottobre 2015

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JACQUELINE DE RIBES AL METROPOLITAN MUSEUM DI NEW YORK

Quando hai tanti soldi ma ti manca la classe e la cultura è difficile riuscire a splendere nel mondo. Non accadde a Jacqueline De Ribes che seppe insegnare agli stilisti come si porta un abito e sopratutto come si sta al mondo con arte e stile.


S’intitola The Art of Style: Jacqueline de Ribes, la mostra imperdibile, che si svolgerà in uno dei musei più importanti al mondo il Metropolitan Museum di New York a partire dal 19 novembre fino al 21 febbraio, dedicata a questa splendida ninfa altera e ricchissima che si concesse il lusso di vivere solo di bellezza…

Jacqueline Bonnin de La Bonninière de Beaumont, classe 1929, era la figlia di una ricca famiglia francese.

Molto mondana, non doveva certo lavorare per vivere, si dedicò esclusivamente al culto della sua bellezza e collezionò abiti da sogno.


JACQUELINE DE RIBES AL METROPOLITAN MUSEUM  DI NEW YORK


Nata nel 1929 dal ’94 si ritirò avita privata senza più apparire in pubblico.

Nei suoi anni d’oro venne considerata una della donne meglio vestite del pianeta , non era bella in senso stretto ma fu maestosa, teatrale ed eccentrica.

A lei è stata dedicata la collezione 1999 di Jean Paul Gaultier.

Dotata di grazia innata, aveva gambe lunghissime, qualcuno vide in lei un incrocio tra una principessa russa e una ragazza delle Folies Bergères.

Al Metropolitan saranno esposti sessanta abiti da mille e una notte insieme alle creazioni per i balli in maschera.


JACQUELINE DE RIBES AL METROPOLITAN MUSEUM  DI NEW YORK


Tra i tanti lussi che si concesse Jacqueline de Ribes fu anche una raffinatissima couturier e lavorò al fianco di Oleg Cassini ed Emilio Pucci.

Fu lei a introdurre un giovanissimo Valentino nei migliori salotti parigini che, debitore, la soprannominò l’ultima Regina di Parigi.

Il grande scrittore Truman Capote, che amava le ricche signore dell’alta società, la volle al suo Black and White Ball del 1966.


JACQUELINE DE RIBES AL METROPOLITAN MUSEUM  DI NEW YORK


I gay eleganti la odoravano, aveva soldi da spendere in abiti e gioielli e un salotto di amici splendenti come lei.

Lei sapeva entrare come nessun’altra in una casa o in un vestito, aveva molto danaro e capì che tutti quei soldi non servivano ad altro che a farla splendere ovunque si trovasse.

Fu però anche molto intelligente nel capire che i riflettori un giorno si spengono su tutto. Sapeva evidentemente che la moda è una frivolezza affascinante di cui si può godere per poco perché a riflettori spenti Jacqueline de Ribes non era altro che una ricca signora che non sapeva cosa fare nella vita se non vestire divinamente abiti meravigliosi.

Anche questa una dote…


METROPOLITAN MUSEUM OF ART

Jacqueline de Ribes

The Art of Style

November 19, 2015–February 21, 2016

http://www.metmuseum.org/exhibitions/listings/2015/jacqueline-de-ribes

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PABLO PICASSO E LE SUE SCULTURE AL MOMA DI NEW YORK

Il Moma di New York è un tempio dell’arte senza eguali, una meta obbligata se ci si trova a New York.


PABLO PICASSO E LE SUE SCULTURE AL MOMA DI NEW YORK


Per chi si trovasse nei paraggi del Moma, il più celebre museo di arte contemporanea del mondo, sarà possibile deliziarsi con le sculture di un gigante assoluto della storia dell’arte Pablo Picasso.


PABLO PICASSO E LE SUE SCULTURE AL MOMA DI NEW YORK


La produzione scultoria di Picasso è certamente meno nota del suo immenso lavoro su tela.

Alla scultura Picasso ha dedicato molta delle sua illimitata energia e il risultato non ha certo bisogno di commenti.


PABLO PICASSO E LE SUE SCULTURE AL MOMA DI NEW YORK


Realizzate in bronzo o lastre di metallo, la mostra a Moma presenta capolavori come il Bicchiere di assenzio del 1914 o La Chitarra del 1924.


PABLO PICASSO E LE SUE SCULTURE AL MOMA DI NEW YORK


Enigmatica e intrigante è la scultura La donna nel giardino .

Ci sono poi le ceramiche che vanno sotto il nome de La joie de vivre e le sculture simili ad astrazioni geometriche come la celebre Sedia e la Capra.


PABLO PICASSO E LE SUE SCULTURE AL MOMA DI NEW YORK


Un’astrazione infantile, quella di Picasso, potente ed enigmatica, un genio assoluto, un Re Mida dell’arte che qualsiasi cosa toccasse sapeva far diventare arte.



PABLO PICASSO E LE SUE SCULTURE AL MOMA DI NEW YORK


PICASSO SCULPUTURE.

New York, Moma

https://www.moma.org/visit/calendar/exhibitions/1559

Dal 14 settembre al 7 febbraio 2016.

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RIFLETTERE CON L’ARTE SULLA LIBERTA’ AL MAMBO DI BOLOGNA

“Ama e fa ciò che vuoi”

Sant’Agostino.





Ricordo un giovane ragazzo che aveva tatuato sul suo torace scolpito: “è bello essere schiavi della propria libertà” come a dire che: chi sa quanto sia bella la libertà sa anche quanto sia bella la schiavitù di sentirsi imprigionati nell’amore.

E’ alla libertà che il filantropo e farmacista Marino Golinelli, che ha creato la fondazione Alfa Wassermann, s’ispira per inaugurare una mostra a Bologna dal titolo Gradi di libertà: dove e come nasce la nostra possibilità di essere liberi.


Divisa in temi, la mostra presenta le opere di artisti che in vario modo hanno trattato la questione della libertà in rapporto ai comportamenti umani.

Per l’artista Vanessa Beecroft la libertà è un inganno.

Il tatuatore messicano Dr. Lackra partecipa alla sezione che porta il titolo: “e se la libertà fosse un’illusione?”.

Per alcuni degli artisti presenti in mostra invece la libertà forse è una possibilità perché “liberi si diventa”.

Nella sezione “arte, scienza e libertà” c’é invece un video di Cao Fei , artista cinese.

Dulcis in fundo c’è Pietro Ruffo con l’opera I traditori della libertà.


L’opera, affascinante come non mai, ritrae a matita sei filosofi che hanno pensato il concetto di libertà .

Cos’è la libertà ? cosa vuol dire essere liberi?

Domande eterne che hanno provocato le riflessioni di filosofi di ogni epoca, perché la domanda sulla libertà è una domanda cruciale, fondamentale.

Interrogarsi sulla libertà è innanzi tutto aprirsi alla riflessione sull’agire umano e sulla contingenza dei bisogni dell’uomo e sulla sua condotta.

Tra i tanti filosofi che hanno riflettuto sulla libertà il più grande, a mio avviso, resta Sant’Agostino che invita a poter fare qualsiasi cosa purché sia l’amore a guidarci.

Il filosofo e santo pone cioè al centro del nostro agire l’amore per l’altro, e quindi il rispetto, come punto focale da cui far scaturire le nostre azioni e, sebbene resti una chimera, è pur sempre bene tenerne conto…

Senza scomodare Kant e la sua Critica della Ragion Pratica, la libertà resta uno dei temi più affascinanti intorno su cui riflettere e cosa c’è di meglio di farlo con l’arte?


GRADI DI LIBERTA’.

Bologna, Mambo via Don Minzoni 14,

(tel.051-6496611).

Dal 18 settembre al 22 novembre.


http://www.mambo-bologna.org

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KIKI SMITH AD ALBA CON LA SUA MADDALENA INCATENATA

Kiki Smith, classe 1954, figlia d’arte, madre cantante lirica e padre scultore, ha esposto nei musei di mezzo mondo con quasi 150 personali.

Ad Alba, grazie al mecenatismo dei produttori di vino Ceretto, Kiki Smith espone all’interno della Chiesa della Maddalena.

Una delle opere è dedicata proprio a Maria Maddalena e dà il titolo alla mostra Kiki Smith, Maria Maddalena nel coro della chiesa della Maddalena.

Da sempre la ricerca di Kiki Smith si muove intorno alla questione del corpo femminile.


KIKI SMITH AD ALBA CON LA SUA MADDALENA INCATENATA


Se negli anni si è andata ammorbidendo, Kiki Smith resta una delle artiste che più ha cercato di sostanziare il tormento, il gioco, il sesso e il godimento del corpo, soprattutto femminile.

Il corpo è per Kiki Smith una sorta di tragica ossessione.

Per dare forma ai suoi fantasmi ha usato ogni materiale: alluminio, resine, poliestere, polvere di marmo, cotone, corda, carta, gesso, porcellana, cera, perline di vetro, elementi organici, lampade al neon.


KIKI SMITH AD ALBA CON LA SUA MADDALENA INCATENATA


La Maddalena esposta ad Alba è un’opera tragica, si tratta di una donna dal corpo spellato e solo i seni e il ventre sono rimasti intatti, perché è da lì che proviene la vita.

Particolare importante la Maddalena di Kiki Smith ha una catena alla caviglia.

Il tema della Maddalena penitente è stato trattato da centinaia d’artisti nel corso della storia dell’arte e sorprende che un’artista contemporanea ne di una nuova interpretazione.

Ma a cosa è incatenata la Maddalena di Kiki Smith?

Da cosa non si svincola la più famosa puttana della storia?

A voi le risposte.


Kiki Smith, Maria Maddalena nel coro della Chiesa della Maddalena.Alba(tel.0173-282582).Dal 24 settembre all’8 novembre.

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AZZEDINE ALAIA E I SUOI ABITI SCULTURA A VILLA BORGHESE

Per lo stilista tunisino Azzedine Alaïa:

«Il fondoschiena è il centro della seduzione femminile»


AZZEDINE ALAIA E I SUOI ABITI SCULTURA A VILLA BORGHESE


Sebbene sarei fortemente tentata a credere che la seduzione femminile parta e si muova prima di tutto dalla personalità, dall’intelligenza e dal fascino di una donna, concediamo però volentieri a Azzedine la sua fascinazione per il fondoschiena consapevoli che effettivamente per vestire bene un abito c’è bisogno di avere un fondoschiena ben proporzionato e formato.

Lasciando da parte le frivole questioni legate al fondoschiena la notizia è che nella splendida cornice di Villa Borghese a Roma si potranno ammirare gli abiti cuture di Azzedine Alaïa.


AZZEDINE ALAIA E I SUOI ABITI SCULTURA A VILLA BORGHESE


La mostra s’intitola Cuture/Sculpture ed è un viaggio affascinante tra le sinuosità scultoree degli abiti di uno stilista che sembrerebbe amare il corpo femminile più in astratto che nella sua concretezza.

Azzedine Alaïa nato povero a Tunisi nel 1940 con il suo grande talento è riuscito ben presto a imporsi a Parigi dove ha fondato la sua casa di moda, il sogno della sua vita.


AZZEDINE ALAIA E I SUOI ABITI SCULTURA A VILLA BORGHESE


Alaïa in tenera età iniziò a lavorare come assistente di un sarto. Nel 1957 si trasferì a Parigi, per lavorare nel campo del design della moda e fu subito assunto presso Christian Dior SA, per lavorare con Guy Laroche per due stagioni e poi con Thierry Mugler.

Apri il suo primo atelier negli anni sessanta nell’appartamento in rue de Bellechasse, sulla Rive Gauche della Senna e realizzò gli abiti per diverse donne di spicco dell’alta società francese come Marie-Hélène de Rothschild e Louise de Vilmorin.

Fu lui a lanciare Naomi Campbell che piccolissima, solo 14 anni, si affacciava al mondo della moda, Alaïa considerava il suo corpo una scultura.


AZZEDINE ALAIA E I SUOI ABITI SCULTURA A VILLA BORGHESE


Per altro la bellezza statuaria e selvaggia di Naomi era in perfetta linea con il suo stile.

Fu uno dei primi infatti ad usare pelli come il coccodrillo selvaggio, realizzando trasgressivi corsetti in pelle o l’abito di crini di cavallo che sembra volare.

Un altro suo fiore all’occhiello è stata la maglia che disegna il corpo femminile come fosse un abito.

La mostra a Villa Borghese è davvero un viaggio nell’esaltazione del corpo femminile che negli abiti di Azzedine Alaïa si fa scultura e diventa arte.

Le foto della mostra sono di Vittoria Di Criscio.

http://www.alaia.fr/home.html

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JEFFERSON HAYMAN FOTOGRAFARE L’ASSENZA

Si chiama Jefferson Hayman ed è molto semplicemente uno dei più grandi fotografi contemporanei.
I suoi lavori sono esposti fino alla fine di agosto alla galleria Ph Neutro di Pietrasanta.


JEFFERSON HAYMAN FOTOGRAFARE L’ASSENZA


Le fotografie di Jefferson Hayman sono esposte nei più grandi musei del mondo come il Moma di New York.
Tra i suoi collezionisti ci sono anche Bill Clinton e Robert de Niro.
Le sue fotografie riescono a ricreare atmosfere struggenti e delicate, piccole apparizioni incorniciate delicatamente, il suo lavoro è una ricerca intorno alla malinconia e alla temporalità delle cose.


JEFFERSON HAYMAN FOTOGRAFARE L’ASSENZA


Il tema della vanitas serpeggia nelle sue vedute tra l’enigmatico e il sognante, il suo sguardo si abbandona alle minuzie del vedere e al senso del nulla che si nasconde dietro ogni visione.
E’ come se Jefferson Hayman ci invitasse a pensare che quel paesaggio, quel piccolo squarcio di bellezza che ci è data di cogliere non è altro che un’apparizione momentanea che esiste solo in quel momento per l’occhio di chi guarda per poi scomparire, ed è per questo che le sue fotografie sono imprigionate in cornici talvolta grosse e scure come a volerle catturae per sempre per non farle svanire.


JEFFERSON HAYMAN FOTOGRAFARE L’ASSENZA


Jefferson Hayman lavora intorno al tema della vanitas talvolta anche in modo abbastanza esplicito come per esempio nella foto, stupenda, del teschio in primo piano, uno scatto tanto bello da fare male …

PIETRASANTA’S LOCATION
Via Padre Eugenio Barsanti 46, 55045 Pietrasanta
Opening time
Fryday-Saturday-Sunday: 11:00 – 13:00 / 15:30 – 20:00
Or by appointment: 0039 331 4108105


Info
Tel: 0039 0584 71661
E-mail: [email protected]


http://www.ph-neutro.com/fine-art-photography/new-contact/


http://www.jeffersonhayman.com/home.htm

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CARLA TOLOMEO SEDERSI CON ARTE

Per chi fosse stufo d’isole, mare e sole e passasse per Cortina d’Ampezzo, fino al 6 settembre, sarà possibile visitare la mostra dal titolo: Ti piacerebbe sedere su un’opera d’arte?,in corso alla galleria Contini.

Col proprio fondoschiena si può fare ciò che si vuole e, soprattutto, lo si può adagiare dove ci pare, ma se capita di poterlo adagiare su un meraviglioso divanetto di Carla Tolomeo, certo è meglio…


CARLA TOLOMEO SEDERSI CON ARTE


Furori dalla boutade, sono davvero strepitose le sedute di Carla Tolomeo, oggetti dal design sofisticato e molto femminile che arrederebbero da sole una casa vuota.

I colori e le stoffe delle sedie di Carla Tolomeo sono accesivi e preziosi.


CARLA TOLOMEO SEDERSI CON ARTE


Carla Tolomeo è una scultrice, pittrice e scrittrice, è una donna briosa, elegante e di grande fantasia. Nata a Pinerolo, cresciuta a Roma vive a Milano dove si dedica quasi esclusivamente alla creazione delle sue splendide sedie e poltrone, coloratissime avvolte da paillettes, rasi, velluti froissé, sontuosi lampassi o meravigliose sete indiane.

Suo grande amico fu Giorgio de Chirico insieme ad artisti del livello Gentilini, Attardi e Pirandello; questi gradi colsero subito in lei la grande capacità creativa e la incoraggiarono a cimentarsi nell’arte.


CARLA TOLOMEO SEDERSI CON ARTE


Parla di una “ metafisica della fantasia” Carla Tolomeo per definire le sue multiformi creazioni.

I prezzi delle sue sedie e divanetti vanno dai 25mila e i 50mila euro, perché poggiare il proprio fondoschiena su tanta bellezza ha un prezzo!

Ironie dell’arte …





TI PIACEREBBE SEDERE SU UN OPERA D’ARTE?


Piazza Silvestro Franceschi n°7

32043 Cortina d’Ampezzo (BL) – Italia

Mail: [email protected]

Tel: +39 0436 867156

Fax: +39 0436 970140


http://www.carlatolomeo.com meraviglioso

L’ELEGANZA DEL CIBO, QUANDO LO SPLENDORE DI ROMA INCONTRA LA MODA ITALIANA

Sono giorni in cui non si fa che parlare di Roma in modo negativo per l’incuria e la presunta sporcizia.

Cominciamo con il chiarire che sì, potete girare il mondo, ma una città più bella di Roma non la troverete .


L’ELEGANZA DEL CIBO, QUANDO LO SPLENDORE DI ROMA INCONTRA LA MODA ITALIANA


Uno degli angoli più suggestivi della capitale è senza dubbio il Mercato di Traiano, un sito archeologico che è anche un luogo espositivo, uno dei più suggestivi al mondo .

In questo momento, fino a 1 di novembre del 2015, è in corso una mostra eccezionale, stupenda, dal titolo L’ eleganza del cibo.


L’ELEGANZA DEL CIBO, QUANDO LO SPLENDORE DI ROMA INCONTRA LA MODA ITALIANA


La mostra nasce da un’idea di Stefano Dominella, ed è un percorso magnifico dove gli abiti dei più grandi stilisti italiani dialogano con i resti dell’antichità in uno scenario da sogno.

All’interno delle sale museali si alternano oltre 160 creazioni, fra accessori e abiti, immagini fotografiche e video, ologrammi, video mapping e visual-art.


L’ELEGANZA DEL CIBO, QUANDO LO SPLENDORE DI ROMA INCONTRA LA MODA ITALIANA


Va sottolineata la grande maestria nell’allestimento che hanno reso i Mercati di Traiano un luogo di magia, quasi un set cinematografico dove i vestiti, meravigliosi, acquistano una luce eterna.

Il pretesto, se cosi si può dire, è quello di coniugare il cibo con la moda , cosi che i curatori della mostra hanno individuato tutti quegli abiti e accessori che potessero avere una qualche attinenza con il cibo .


L’ELEGANZA DEL CIBO, QUANDO LO SPLENDORE DI ROMA INCONTRA LA MODA ITALIANA


Si potranno ammirare magnifiche creazioni che hanno reso la moda italiana uno dei pilastri della nostra economia e un grande orgoglio nazionale; in mostra abiti di Armani, Versace, Gigli, Ferretti, Valentino, Coveri, Marras, solo per citarne alcuni…

Sarà delizioso scoprire stoffe trame e accessori che richiamano alla frutta, ai colori e alla natura, infatti l’idea dei curatori è stata quella di ispirarsi ai quattro elementi della natura Acqua, Aria, Terra, Fuoco, troverete abiti stupendi dal 1950 ad oggi, ma anche designer emergenti e giovani talenti.


L’ELEGANZA DEL CIBO, QUANDO LO SPLENDORE DI ROMA INCONTRA LA MODA ITALIANA


Un percorso unico, angoli magici e ha veramente un sapore sublime vedere spuntare tra gli antichi resti della grande Roma, tra i reperti di marmo custoditi nel loro naturale luogo quando Roma dominava il mondo , i meravigliosi abiti dei grandi stilisti italiani.


L’ELEGANZA DEL CIBO, QUANDO LO SPLENDORE DI ROMA INCONTRA LA MODA ITALIANA


A chi parla male di Roma e l’accusa di versare nell’ incuria, a quel giornalista del Times direi di prendere il primo biglietto disponibile New York/ Roma e venire ai Mercati di Traiano, cosi vedrà forse un’altra Roma: una città eternamente meravigliosa, come tutta l’Italia e come la nostra moda, orgoglio mondiale.


L’ELEGANZA DEL CIBO

Dal 19 Maggio 2015 al 01 Novembre 2015

Mercati di Traiano, Roma

COSTO DEL BIGLIETTO: intero € 14, ridotto € 12; residenti € 12 / € 10. Domenica 1 febbraio e domenica 1 marzo 2015, ingresso gratuito nei musei del sistema per tutti i residenti a Roma

INFORMAZIONI: +39 060608

E-MAIL INFO: [email protected]

http://www.mercatiditraiano.it

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GIUSEPPE BERGOMI E LE SUE DONNE SOLE

Dal 18 luglio al 22 agosto 2015, la Galleria Giovanni Bonelli a Pietrasanta (LU) ospita la personale di Giuseppe Bergomi (Brescia, 1953), dal titolo NUVOLE.

Giuseppe Bergomi lavora intorno al corpo umano.


GIUSEPPE BERGOMI E LE SUE DONNE SOLE

Certo dopo Giacometti, la scultura dell’umano è difficile possa trovare nuovi approdi significanti e figurativi.

Il pregio però delle sculture di Bergomi sta nel loro voler sostanziare la fondamentale solitudine dell’essere umano.


GIUSEPPE BERGOMI E LE SUE DONNE SOLE


Richiamano al silenzio e all’abbandono le sue sculture e sembrano corpi votati a non essere niente se non simulacri di presenze votate a un altrove.

Spesso si tratta di donne, donne che guardano in lontananza , perse nella loro roccaforte.

Tra le tante sculture presenti in mostra c’è una giovane donna nera seduta su una poltrona, una presenza solitaria ed inquietante , poi un’adolescente mostra invece la sua nudità acerba con uno sguardo fisso ed inquietante.



GIUSEPPE BERGOMI E LE SUE DONNE SOLE


GIUSEPPE BERGOMI. NUVOLE

Pietrasanta (LU), Galleria Giovanni Bonelli (piazzetta del Centauro)

18 luglio – 22 agosto 2015

Orari: tutti i giorni, 11.00-13.00; 18.00-24.00


Ingresso libero

Informazioni: [email protected]

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ROGER HIORNS E LA VERTIGINE DEL FRAMMENTO

L’opera di Roger Hiorns è esposta, fino al 9 agosto del 2015, alla Galerie Rudolfinum di Praga.

Cominciamo subito col dire che non si tratta di una ricerca facilmente assimilabile anche se l’impatto emotivo della sua opera è strabiliante.

ROGER HIORNS E LA VERTIGINE DEL FRAMMENTO


La sua opera, come molti artisti della sua generazione, si muove all’insegna della frammentarietà.

Utilizza materiali fortemente simbolici e altamente legati ai materiali di rifiuto della modernità.

ROGER HIORNS E LA VERTIGINE DEL FRAMMENTO


Attraversare le magnifiche enormi sale della Galerie Ridolfinum di Praga e incontrare gli oggetti di Roger Hiorns è un’ esperienza inquietante che fa riflettere sull’essenza frammentaria della soggettività.

Sabbie grigie come continenti inesplorati, foto buttate alla rinfusa su un tavolo, una panchina di ferro bruciata in un angolo sono solo alcuni dei frammenti di un work in progress che trova forse la sua più matura espressione nella sala dedicata a quelli che sembrano fantasmi costruiti con i frammenti di tubi e scarti di auto.

ROGER HIORNS E LA VERTIGINE DEL FRAMMENTO


Assemblati con materiali di riciclo, inquietano perché sembrano richiamare a degli strani esseri animati.

Anche la voce nelle sua opera si fa franamento , oggetto tra gli oggetti.

ROGER HIORNS E LA VERTIGINE DEL FRAMMENTO


All’apice della modernità Roger Hiorns stupisce e a tratti sconvolge per il suo senso disperato della frammentarietà, nessuna anima, nessuna essenza, sembrano urlare, con disinvolta magnificenza, le opere di questo giovane ma già maturo artista .


Galerie Rudolfinum – Roger Hiorns

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Il PARADISO DI TWOMBLY DALLA VIRGINIA A VENEZIA

Twombly Cy nato in Virginia a Lexington nel 1928, nel 1957 si stabilì definitivamente a Roma.

Inizialmente fu legato all’avanguardia newyorkese di R. Rauscenenberg, F. Kline e R. Montherwell, ma se ne discosta per elaborare una sua propria ricerca pittorica incentrata sul valore iconografico del segno.


Il PARADISO DI TWOMBLY DALLA VIRGINIA A VENEZIA


Le sue tele sono superfici dove cerca di incidere qualcosa di perenne.

Twombly Cy ha un’idea di pittura come grafia, il grafico diventa graffio, incisione, in qualche modo scrittura.

In questo modo la sua pittura si discosta dall’iniziale adesione alla Pop Art.


Il PARADISO DI TWOMBLY DALLA VIRGINIA A VENEZIA


Per chi volesse a Roma, alla galleria Nazionale di Arte Moderna, è conservata un’opera di Twombly Cy dal titolo La caduta di Iperione, del 1962.

Un grande retrospettiva a Venezia, fino al 13 settembre, a Cà Pesaro, ne celebra la grandezza con quarantadue opere di grande livello.


Il PARADISO DI TWOMBLY DALLA VIRGINIA A VENEZIA


La selezione delle opere è perfetta perché permette di ricostruire le varie fasi del suo percorso artistico che vanno dal 1951 al 2011.

Si va dunque dall’informale ai graffiti fino alle calligrafie.


Il PARADISO DI TWOMBLY DALLA VIRGINIA A VENEZIA


Ampio spazio è dedicato ai suoi bellissimi Fiori anche se la fase più matura e riconoscibile del vero approdo artistico di Twombly Cy, è legata allo studio del segno e quindi delle iscrizioni che diventano in qualche modo simbolici di un approccio sacrale alla tela come superficie che, accogliendo il segno dell’artista, si fa in qualche modo spazio tempo eterno aperto alla presenza dell’umano .


Il PARADISO DI TWOMBLY DALLA VIRGINIA A VENEZIA


Il paradiso di Twombly Cy non è ben chiaro quale sia ma, di certo, il suo modo di approcciare lo spazio bianco della tela ha qualcosa di sacrale.

Twombly Cy è morto a Roma nel luglio del 2011, un bel salto dalla Virginia alla città eterna.

A quattro anni dalla sua morte è bello ricordare questo grande artista.


Il PARADISO DI TWOMBLY DALLA VIRGINIA A VENEZIA


In particolare tra le sue grandi opere segnalo Virgil che mi piace immaginare sia la rammemorazione di un paradiso perduto che attraverso l’iscrizione, attraverso la scrittura si rifà presente.

Questa è la magia della ricostruzione, dell’arte, la magia del ricordo, frammenti che si ricompongono, segni, iscrizioni, passaggi, presenze, tutto questo nel Paradise di Twombly Cy.

capesaro.visitmuve.it

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FEDERICO PATELLANI TRA FOTOGRAFIA , DOCUMENTO E BELLEZZA

«Certamente è difficile il fondere in una sola fotografia i valori documento-bellezza. Sta qui la classe del fotografo»
( Federico Patellani)

Federico Patellani, nato a Monza nel 1911 è stato un protagonista assoluto della storia del reportage fotografico in Italia.
Una grande mostra a Palazzo Madama a Torino, fino al 13 settembre, rende omaggio a questo grande fotografo e grande giornalista che ha raccontato la storia d’Italia attraverso le immagini , creando una nuova forma di racconto . La sua narrazione fotografica resta uno dei documenti essenziali per capire la storia d’Italia e del costume .


FEDERICO PATELLANI TRA FOTOGRAFIA , DOCUMENTO E BELLEZZA


I suoi esordi furono al cinema con il grande Carlo Ponti con cui fondò la casa di produzione Ata e produsse il famoso film Piccolo mondo antico diretto da Mario Soldati.
Inizia la sua carriera nel fotogiornalismo realizzando un memorabile reportage in Russia durante la seconda guerra mondiale .
Il suo pseudonimo durante la campagna di Russia era Pat Monterosso.


FEDERICO PATELLANI TRA FOTOGRAFIA , DOCUMENTO E BELLEZZA


Fu importante questo suo lavoro perché lo accreditò come fotografo iniziando una importante collaborazione con il settimanale il Tempo dove lavorava gente del calibro di Eugenio Montale o Carlo Emilio Gadda.
Con Patellani il rotocalco il Tempo crebbe notevolmente perché Patellani aprì in qualche modo la strada al fotogiornalismo puro fuori dalla retorica delle immagini .
La sua grande invenzione furono i Fototesti , un’ invenzione ancora attuale, anzi attualissima oggi nell’epoca del bombardamento di immagini a cui sia assiste sui social e sulla rete.
I Fototesti furono una magnifica sintesi di immagini e parole in perfetta armonia.
Il racconto diventa protagonista , un racconto che è sintesi di immagini e parole, il testo non è più didascalico ma espressione profonda del senso dell’immagine.
Nell’agosto 1943 fotografò gli effetti dei bombardamenti e le macerie prodotte a Milano.
Nel 1945 documentò i bombardamenti di Valmontone vicino Roma.


FEDERICO PATELLANI TRA FOTOGRAFIA , DOCUMENTO E BELLEZZA


Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 fu internato per due anni in Svizzera.
Nel 1945 collaborò per un anno con il Corriere Lombardo e nel 1946 tornò nella redazione del Tempo.
Arturo Tofanelli era il nuovo direttore della rivista e il grande Bruno Munari era l’art director.
In questo importante anno ideò i Documentari del Tempo. Erano numeri speciali che riassumevano, attraverso un’attenta selezione di fotografie e articoli, i principali fatti dell’anno.
Insomma Federico Patellani si rese protagonista di una storia tutta italiana, una storia di rinascita, la rinascita del dopoguerra.
Ha documentato non solo l’Italia delle macerie ma anche l’Italia delle miss e dei problemi del mezzogiorno.
Le sue immagini sono veri e propri documenti storici basti pensare alle fotografie che ritraggono il referendum del 1946, le città distrutte come Cassino, Napoli, Valmontone, le industrie e gli operai della Fiat e dell’ Italsider.


FEDERICO PATELLANI TRA FOTOGRAFIA , DOCUMENTO E BELLEZZA


Per la storia del costume basta pensare al suo reportage fotografico di Miss Italia, agli scatti fatti ad Anna Magnani o a Ingrid Bergman.
Importante fu l’inchiesta in Sardegna sugli operai di Carbonia con i loro volti coperti di polvere.
Nel 1952 aprì l’agenzia Pat Photo Pictures e inizia a pubblicare per riviste prestigiose come Epoca, Successo, Atlante, La Domenica del Corriere e La Storia illustrata.
Realizza il reportage fotografico Italia magica, un importante reportage sul magismo nel mezzogiorno.
Ma la passione per il cinema, inauguratasi molti anni prima con Carlo Ponti, continua e diventa aiuto regista di Alberto Lattuada sul set del film La lupa.
Gira due documentari per la televisione: Viaggio in Magna Grecia e Viaggio nei paesi di Ulisse.
Sarà l’inizio della stagione dei documentari di viaggio come quelli realizzati in Messico e in Ecuador.
Realizza America pagana documentario sulla civiltà Maya.
Nel 1957 viaggiò per tre mesi dal Congo Belga al Kenya con il figlio Aldo, che continuò a lavorare al suo fianco.


Realizza Paradiso nero, reportage sugli Stati dell’Africa centrale.
Fa più volte il giro del mondo, la sua casa e i suoi occhi sono ormai lontani dall’orizzonte Italiano e nel 1976 fa il suo ultimo viaggio a Ceylon.
Muore a Milano il 10 febbraio 1977 e passò gli ultimi anni della sua vita dipingendo.
Lascia un archivio sterminato di immagini che sono la storia ed hanno fatto la storia .

FEDERICO PATELLANI.
Torino, Palazzo Madama
(piazza Castello, tel.011-4433501) fino al 13 settembre.

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JAUME PLENSA SCULTURE COME FLUTTUANTI APPARIZIONI

Jaume Plensa è uno scultore contemporaneo le cui opere sono esposte fino al 22 novembre nella basilica di San Giorgio a Venezia.

Plensa è nato a Barcellona nel 1955, le sue sculture sembrano delle apparizioni, fantasmi umani giganteschi che in trasparenza riempiono i luoghi come presenze astratte .


JAUME PLENSA SCULTURE COME FLUTTUANTI APPARIZIONI


La bellezza della sua scultura sta nella trasparenza e in quel rimando al fuori percepito attraverso l’idea di un dentro che è però come un vuoto da riempire.

Sorprende il suo lavoro per la sua evanescente bellezza, le sue sculture possono essere guardate attraverso, lo sguardo si posa su uno spazio e su un’idea di forma che pare scomparire e dissolvesti nello spazio reale.


JAUME PLENSA SCULTURE COME FLUTTUANTI APPARIZIONI

Le sue sono delle installazioni monumentali, negli spazi della Basilica di San Giorgio sono esposti Mist, un’enorme testa femminile di acciaio alta 5 metri e Togheter, una mano sospesa composta di lettere di varie lingue… In un altro spazio della basilica, nell’Officina dell’arte spirituale, uno spazio al centro della Basilica , sono esposte cinque teste in alabastro alte due metri insieme a tre disegni.



JAUME PLENSA SCULTURE COME FLUTTUANTI APPARIZIONI

In molte parti del mondo le sculture di Plensa arredano il paesaggio urabano creando intorno allo spazio che le sue opere riempiono una magica eleganza . Le sue opere si trovano a Nocera Umbra, Italy “Micce-Prodigiosa Fontana Individuale”. (1993), Chicago, Illinois, Millennium,Park, “The Crown Fountain” (2004),Nizza, Place Massena, “Conversazione a Nizza” (Conversation à Nice), complesso di sette statue illuminate su piedistalli (2007),Saragozza, “L’anima dell’Ebro” (El alma del Ebro), statua realizzata con lettere metalliche (2008),Londra, “Breathing”, Stabilimento della BBC (2008),Saint Helens,Inghilterra, “Sogno, la faccia di una giovane ragazza”, (Dream, face of a young girl),testa di donna con occhi chiusi (2009), Ogijima, Giappone, “Ogijima’s soul” (2010)

Boston, Massachusetts, MIT di Cambridge, “Alchemist” (2011).


JAUME PLENSA SCULTURE COME FLUTTUANTI APPARIZIONI

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SCATTI FUTURISTI PER CELEBRARE I VENTICINQUE ANNI DELLA GALLERIA SOZZANI

La celebre Galleria Sozzani di Milano per festeggiare il venticinquesimo anno di attività inaugura una mostra interamente dedicata al futurismo.

Non vi sono dubbi che Il futurismo è stato uno dei più importanti movimenti artistici italiani.

Il futurismo abbracciò in maniera totale l’idea dell’arte, difatti fu una corrente che cercò di coalizzare la pittura la letteratura e anche la fotografia, intorno ad una comune idea di superamento degli schemi dell’arte ottocentesca.


SCATTI FUTURISTI PER CELEBRARE I VENTICINQUE ANNI DELLA GALLERIA SOZZANI


Poco conosciuta è la fotografia futurista che però è al centro della mostra alla Galleria Sozzani .

La fotografia futurista come la pittura o la scultura si distinse per l’abbandono della composizione classica privilegiando un concetto di fotografia al limite dell’artificiale.

Le foto futuriste sembrano costruite in studio e poco hanno a che fare con la rappresentazione dal vero.

In mostra sono presenti i ritratti usati dai futuristi per costruire la propria immagine insieme a fotomontaggi, giochi di luci e specchi e pose in costume.


SCATTI FUTURISTI PER CELEBRARE I VENTICINQUE ANNI DELLA GALLERIA SOZZANI


La mostra, curata da Giovanni lista presenta trentun autori dai primi del novecento fino alla fine degli anni Quaranta: Vittorio Alinari (Firenze,1859/Livorno, 1932); Mario Bellusi (Ferrara,1893/Roma,1955); Francesco Benvenuti (Firenze,1863/Viareggio, 1919); Italo Bertoglio (Torino,1871/1963), Piero Luigi Boccardi (Intra, 1890/Torino, 1971); Umberto Boccioni (Reggio di Calabria,1882/Verona, 1916); Gustavo Ettore Bonaventura (Verona,1882/Roma, 1966); Anton Giulio Bragaglia (Frosinone, 1890/Roma, 1962) e Arturo Bragaglia (Frosinone, 1893/Roma, 1962); Mario Castagneri (Alessandria,1892/ Milano, 1940); Gianni Croce (Lodi, 1896/Piacenza, 1981);Tito D’Alessandri (Roma,1864/1942); Ferruccio Antonio Demanins (Trieste,1903/1944); Fortunato Depero (Fondo, 1892/Rovereto, 1960); Mario Gabinio (Torino, 1871/1938); Maggiorino Gramaglia (Torino, 1895/1971); Giovanni Giuseppe Guarnieri (Locorotondo, 1892/Mendoza, 1976); Emanuele Lomiry (Ancona, 1902/Roma, 1988); Elio Luxardo (Sorocaba, 1908/Milano,1969); Carlo Maiorana; Filippo Masoero (Milano, 1894/Roma, 1969); Bruno Munari (Badia, 1907/ Milano, 1998); Francesco Negri (Tromello in Lomellina, 1841/Casale Monferrato, 1924); Mario Nunes Vais (Firenze 1856/1932); Ivo Pacetti (Figline 1901/Albissola, 1970); Giulio Parisio (Napoli, 1891/1967); Enrico Pedrotti (Trento, 1905/Bolzano, 1965); Guido Pellegrini (Milano, 1886/1955); Tato alias Guglielmo Sansoni (Bologna, 1896/Roma, 1974); Thayaht alias Ernesto Michahelles (Firenze, 1893/Marina di Pietrasanta, 1959; Enrico Unterveger (Trento, 1876/1959); Wanda Wulz (Trieste, 1903/1984).


SCATTI FUTURISTI PER CELEBRARE I VENTICINQUE ANNI DELLA GALLERIA SOZZANI


Come sappiamo l’idea di movimento fu trainante durante tutto il movimento pertanto anche la fotografia fu in qualche modo impregnata di quest’idea. Nacque, cosi, quello che fu chiamato il foto dinamismo o fotografia in movimento ad opera dei fratelli Anton Giulio e Arturo Bragaglia.


FOTOGRAFIA FUTURISTA. Milano, Galleria Carla Sozzani

(Corso Como, 10, tel.02-653531)

Dal 10 giugno al 1 novembre)

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DINO PEDRIALI, UNO SGUARDO ESTETICO SULL’IMMIGRAZIONE

Ve li ricordate i ragazzi di vita? quelli che piacevano tanto a Pier Paolo Pasolini…

Il fotografo controcorrente Dino Pedriali ha realizzato degli scatti che esaltano la bellezza e il fascino un po’ perverso di questi ragazzi che sprigionano ormoni da ogni poro della pelle.

Forse non molti sanno che fu proprio Dino Pedriali a immortale Pier Paolo Pasolini in alcuni meravigliosi scatti poco prima della sua tragica morte.

Dino Pedriali, nato a Roma nel 1950, non è uno che tira per il sottile, la sua mostra alla Fondazione 107 a Torino, s’intitola Urlo -Groviglio- Nudo, ed è davvero un groviglio di corpi nudi, sexy e insieme delicati .


DINO PEDRIALI, UNO SGUARDO ESTETICO SULL’IMMIGRAZIONE


Molti dei bellissimi ragazzi ritratti da Dino Pedriali non arrivano dalla borgate ma sono clandestini, migranti.

L’idea, assolutamente affascinante, è quella di mostrare la bellezza di ragazzi disperati, poveri, senza identità che emigrano solo nella speranza di trovare lavoro e dignità.

Il pregio del lavoro di Dino Pedriali non sta però solo su questo versante etico ma anche e soprattutto in quello estetico.

Nella persuasione che l’etica e l’estetica non sono mai disgiunte, gli scatti di Pedriali sono composizioni che si richiamano all’arte classica e ai temi dell’iconografia pittorica dei secoli passati.


DINO PEDRIALI, UNO SGUARDO ESTETICO SULL’IMMIGRAZIONE


A tale proposito il critico d’arte Peter Weiermair ha definito Pedriali come il “Caravaggio della fotografia del Novecento”, facendo riferimento al suo modo di rappresentare il nudo.

“Come Caravaggio prendeva i suoi modelli dalla strada e li nobilitava nei suoi quadri, ostentando la loro bellezza lasciva in vesti mitologiche o bibliche (giovani amori o apostoli senescenti!), e strappando loro i vestiti dal corpo, così anche Pedriali spoglia i suoi modelli proletari mostrandone la forza, l’orgoglio, la muta coscienza di sé.”

La mostra alla Fondazione 107 presenterà non solo la serie di scatti che vanno dal 1977 al 1997 ma anche una serie dal titolo Egeo del 2014.

Un modo nuovo, elegante e raffinato, quello di Dino Pedriali, di farci riflettere sulla questione spinosa dell’immigrazione .

Se molto spesso il nostro sguardo si posa indifferente su questa moltitudine di uomini sbarcati da lontano, sporchi e con niente tra le mani, tranne la fame e la speranza, la ricerca artistica di Pedreali ci invita al contrario a guardare con occhi diversi perché, in fondo, il punto di vista sulle cose è tutto…

Come al solito, è sempre l’arte a donarci uno squarcio di autentica verità sulle cose, perché come cantava De Andrè : “dai diamanti non nasce niente dal letame nascono i fiori”.


DINO PEDRIALI, URLO-GROVIGLIO-NUDO.

Torino, Fondazione 107

(via Sansovino 234, tel.011-4544474) Fino al 19 luglio.

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CHARLES RAY, L’ELEGANZA CONCETTUALE DELLA SCULTURA

Ve la ricordate la scultura Boy with frog di Charles Ray che si ergeva a Punta Dogana a Venezia?

Ora per rivederla, ci si dovrà spostare a Chicago.

Fino al 4 ottobre 2015 sarà possibile visitare al The art institute di Chicago la mostra Charles Ray :Sculpture, 1997-2014.


CHARLES RAY, L’ELEGANZA CONCETTUALE DELLA SCULTURA


Charles Ray classe 1953 vive a Los Angeles ma è nato nel Midwest a Chicago.

I lavori esposti al The art insitute sono delle sculture realizzate alla fine degli anni 90.

La sua ricerca nell’arte parte da presupposti teorici molto semplici, la ricerca dell’equilibrio e della perfezione formale come nella scultura classica si coniuga con una tendenza concettuale e onirica. In effetti il Boy with frog, che per tanto tempo ha fatto parte del panorama della laguna veneziana, riassume in pieno la poetica di questo artista.



CHARLES RAY, L’ELEGANZA CONCETTUALE DELLA SCULTURA

Spesso infatti predilige la scultura di ragazzini che immagina in pose quotidiane come per esempio la splendida scultura Sleeping woman, una scultura ricoperta di acciaio, di un ragazzo che dorme per strada.



CHARLES RAY, L’ELEGANZA CONCETTUALE DELLA SCULTURA

Spesso ossessionato dal corpo Ray Charles negli anni ’70 inventa la serie dei manichini, la donna gigante Big Lady e il famoso sesso di gruppo Oh! Charley, Charley, Charley…, dove il soggetto replicato è sempre lui, l’artista.

Le atmosfere delle sue opere sono enigmatiche, interrogano lo spettatore perché sembrano sempre evocare un’altra dimensione. Troppo facile definirle oniriche, le sue sculture invitano alla riflessione.



CHARLES RAY, L’ELEGANZA CONCETTUALE DELLA SCULTURA

Charles Ray:Sculpture, 1997-2014.

Chicago, The art institute (www.artic.edu)

Fino al 4 ottobre.

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L’ICONOGRAFIA DI SAN FRANCESCO ATTRAVERSO I SECOLI

Alla figura di San Francesco d’Assisi è dedicata la mostra L’arte di Francesco. Capolavori d’arte e terre d’Asia dal XII al XV secolo, in corso alla Galleria dell’Accademia a Firenze fino all’11 ottobre del 2015.


L’ICONOGRAFIA DI SAN FRANCESCO ATTRAVERSO I SECOLI


La mostra è un vero e proprio itinerario francescano perché permette di capire come la figura di Francesco sia stata talmente carica di fascino da ispirare immediatamente la produzione artistica di eccellenti pittori. Citiamo tra i tanti Giunta di Capitino, Coppo di Marcovaldo, Nicola Pisano, Domenico di Nicolò dei cori, Tullio Lombardo, Andrea della Robbia.


L’ICONOGRAFIA DI SAN FRANCESCO ATTRAVERSO I SECOLI


Oltre all’iconografia francescana la mostra documenta anche l’attività evangelizzatrice svolta dall’ordine mendicante in Asia.

La mostra presenta pitture, scultura, oggetti di arte santuaria ed eccezionali manoscritti dedicati all’immagine e alla vita del santo.


L’ICONOGRAFIA DI SAN FRANCESCO ATTRAVERSO I SECOLI


Accanto a vere e proprie opere d’arte la mostra raccoglie anche gli oggetti frutto della devozione privata.

La parte che documenta le missioni in Africa di San Francesco è di grande interesse storico.

In mostra si potrà ammirare il corno che si crede sia stato donato al santo dal sultano d’Egitto Malik-al-Kamil.



L’ICONOGRAFIA DI SAN FRANCESCO ATTRAVERSO I SECOLI

Galleria dell’accademia,

via Ricasoli, 58/60.

tel.0552388612



L’ICONOGRAFIA DI SAN FRANCESCO ATTRAVERSO I SECOLI

http://www.unannoadarte.it/artedifrancesco/main/

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L’ATELIER DI CARLO MATTIOLI A PARMA DIVENTA MUSEO

«Carlo Mattioli è un pittore di grandi finezze, di deliberate succosità cromatiche e luministiche; il suo tocco arriva sulla tela intriso di dense e svarianti sostanze che non coincidono in tutto e per tutto con la sola materia o, se mai, con una materia non solo usata ma anche pensata.


Nondimeno Mattioli è un artista elementare, assorbito dall’osservazione delle forme e degli episodi della natura fino a un certo purissimo grado d’immedesimazione sensuale e mentale non mai però fino al punto di comprimere la sua propria misura contemplativa, da farle torto.
Per quella sua elementarità, unita alla rara delizia del suo dipingere (è uno dei pochi pittori ad averne custodito il gusto) per quel suo affiatamento contemplativo a Mattioli è accaduto di cimentarsi in prove che avrebbero dissuaso chiunque, e a ragione: infatti a nessun altro sarebbe stato possibile non soccombere alla ovvietà dell’assunto e alla pedanteria da erborista o da minerologo di certe suites da lui puntigliosamente allineate, le suites dedicate a cespi, pietre, rovi; più recentemente ai cieli. »



L’ATELIER DI CARLO MATTIOLI A PARMA DIVENTA MUSEO

Cosi scriveva Mario Luzi di Carlo Mattioli (Modena, 8 maggio 1911 – Parma, 12 luglio 1994) uno dei più grandi artisti del novecento.

Carlo Mattioli appartiene a quella generazione di pittori italiani che non ha mai abbandonato il rapporto con l’arte figurativa, sebbene abbia lavorato in anni di forti fermenti avanguardistici che tendevano a sbarazzarsi dell’arte figurativa.

Dopo alcuni anni dalla sua morte sono state aperte al pubblico a Parma, a Palazzo Smeraldi, le stanze che furono l’atelier del grande pittore.

Gli ambienti sono stati lasciati inalterati, si potranno ammirare alcune opere del maestro e nello studio che fu di Mattioli si alterneranno anche eventi musicali e letterari.

Era, infatti, abitudine di Carlo Mattioli invitare all’interno del suo studio grandi artisti e intellettuali .

Le visite si svolgeranno su prenotazione due volte a settimana.



L’ATELIER DI CARLO MATTIOLI A PARMA DIVENTA MUSEO

www.carlomattioli.it , per le prenotazioni 0521-231076/23036

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LA PIETA’ RONDANINI DI MICHELANGELO TROVA LA SUA CASA.

All’interno del Castello Sforzesco a Milano, in uno spazio restaurato, l’antico Ospedale spagnolo, è stata collocata la Pietà Rondanini di Michelangelo Buonarroti.
In onore di questa meravigliosa scultura, lo spazio è ora stato rinominato Museo Pietà Rondanini .

Si tratta dell’ultima scultura di Michelangelo, quella a cui lavorò negli ultimi anni prima di morire.
Una prima versione della scultura risale agli anni che vanno dal 1553 al 1554, nel 1555 Michelangelo la riprese e vi lavorerà, a fasi alterne, fino all’anno della sua morte il 1564.
Si tratta di una scultura che ha fatto tanto discutere, non solo perché sembra essere il lascito spirituale del più grande artista di ogni tempo, ma perché ci dona una versione della pietà mai vista nella storia dell’arte.
L’opera sembra incompiuta, le forme non mirano alla perfezione, sembrano uscire dal marmo come se bisognasse liberarle ma nello stesso tempo Maria e il Cristo sono fuse insieme come in un’unione perenne, una fusione d’amore .
La statua di Michelangelo non ha bisogno di presentazioni, si tratta di un capolavoro assoluto della storia dell’arte che ora, proprio all’interno di questo nuovo spazio, potrà essere ammirata da tutte le angolazioni, l’allestimento è opera di Michele De Lucchi.
La scultura è stata collocata su una speciale piattaforma antisismica.
La visione complessiva, anche grazie all’illuminazione, è di sublime bellezza.


ART BASEL 2015


www.milanocastello.it

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ART BASEL 2015

Ritorna Basilea, come ogni anno, la più importante fiera internazionale di arte contemporanea, quest’anno giunta alla sua quarantesima edizione.

Dal 18 al 21 giugno la fiera ospiterà 283 gallerie di 36 paesi.
La fiera si suddivide in sezioni: Galleries, Fature , Statements e Unlimited un grande spazio a opere di grandi dimensioni.


ART BASEL 2015

Howard Greenberg Gallery William Klein Club Allegro, Fortissimo, Paris, 1990 ©William Klein, Courtesy Howard Greenberg Gallery, New York.




ART BASEL 2015

Dvir Gallery Adel Abdessemed Mon Enfant Courtesy the artist and the gallery




ART BASEL 2015

Martina Gmür Three weeks in China, 2013 Courtesy of the artist and STAMPA Galerie, Basel; Photo: STAMPA Galerie, Basel




ART BASEL 2015

Fergus McCaffrey Mario Schifano Untitled, 1967-69 Courtesy the artist and the gallery




ART BASEL 2015

Taka Ishii Gallery Cerith Wyn Evans a.k.a, 2015 © Cerith Wyn Evans / Courtesy of Taka Ishii Gallery, Tokyo




ART BASEL 2015

Two Palms Terry Winters Courtesy the artist and the gallery




Nella Masseplaz ci sarà una grande istallazione e la proiezione di film e video.

https://www.artbasel.com/basel

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JIM DINE IL PITTORE DEI CUORI ALLA GAM DI TORINO

Jim Dine, nato il 16 giugno del 1935, è stato uno dei più importanti rappresentanti della pop art.

Nelle sue opere usa il collage, il ricalco lineare e l’inserimento, nel quadro, di oggetti di uso quotidiano detti combine painting.


JIM DINE IL PITTORE DEI CUORI ALLA GAM DI TORINO


Durante gli anni sessanta è stato legato al gallerista torinese Gian Enzo Sperone, uno di quei galleristi “illuminati” che negli anni sessanta contribuirono non poco a far conoscere la pop art e i movimenti d’avanguardia americani in Italia.

Jim Dine si è dedicato oltre che alla pittura anche alla scenografia e alla scultura.

Una delle sue dolci meravigliose ossessioni è il cuore.

L’ha dipinto e scolpito in tutti i modi.


JIM DINE IL PITTORE DEI CUORI ALLA GAM DI TORINO


Il cuore, questo piccolo segno dell’amore infantile, chi non l’ha, almeno una volta nella vita, disegnato su un diario o solo su un pezzo di carta…, per non parlare del diffuso uso che oggi se ne fa con gli emoticon.

Il cuore, segno infantile dell’amore diventa per Dine una sua caratteristica, una sorta di marchio di fabbrica.

Una mostra alla Gam di Torino propone alcune delle sue opere tra cui: Betty, un grande dipinto del 1969, Fred Astaire e Ginger Rogers del 1961 e Hercules Belleville del 1969.


JIM DINE IL PITTORE DEI CUORI ALLA GAM DI TORINO


Andando un po’ oltre la mostra alla Gam, è bene presentare ai lettori di D-art alcuni dei dipinti più belli di Dine: i suoi cuori.

I colori accesi, gli sfondi sfavillanti rendono i suoi cuori un’esplosione di dolce gioia infantile, del resto l’amore cos’altro è?




Jim Dine, Gian Enzo Sperone, Torino 1965-1973. Torino,Gnam(via Magenta 31,tel.011-442929581) fino al 7 giuhno

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IL CAPITALE DI KARL MARX PROTAGONISTA DELLA 56. ESPOSIZIONE INTERNAZIONALE D’ARTE DI VENEZIA

Ritorna più smagliante che mai la 56. Esposizione Internazionale d’Arte , ai Giardini della Biennale e all’Arsenale, aperta al pubblico da sabato 9 maggio a domenica 22 novembre 2015.

Il titolo di quest’anno è All the World’s Futures ed è diretta da un geniale curatore Okwui Enwezor.

Okwui Enwezor nel suo programma ricorda le parole con cui si espresse Walter Benjamin sull’ Angelus Novus riferendosi al dipinto di Paul Klee “… Ha il volto rivolto al passato; dove a noi appare una serie di eventi, vede una sola catastrofe. […] Vorrebbe fermarsi e ridestare i morti, […] ma una tempesta gli penetra nelle ali […] e lo sospinge irresistibilmente nel futuro”.

Il tema intorno a cui gli artisti sono stati chiamati a creare le loro opere è Il Capitale di Karl Marx.


IL CAPITALE DI KARL MARX PROTAGONISTA DELLA 56. ESPOSIZIONE INTERNAZIONALE D’ARTE DI VENEZIA


Infatti la lettura del Capitale accompagnerà tutta la mostra perché il Capitale spiega Okwui : “non è solo un libro, è un monumento. Nulla come quest’opera ha anticipato il dramma della contemporaneità. La stessa parola “capitale” rappresenta il centro della vita di oggi. La lettura del testo sarà inframmezzata da altre letture e interpretazioni. Verranno invitati a misurarsi sul tema artisti, compositori, drammaturghi. A ispirarmi in modo decisivo è stato Althusser con il suo Leggere il capitale”.


IL CAPITALE DI KARL MARX PROTAGONISTA DELLA 56. ESPOSIZIONE INTERNAZIONALE D’ARTE DI VENEZIA


Okwui Enwezor,nigeriano, classe1963, curatore e critico d’arte, giornalista e scrittore, è Direttore della Haus der Kunst di Monaco di Baviera dal 2011.

È stato Direttore Artistico della 2. Johannesburg Biennale in Sudafrica (1996-1998), di documenta 11 a Kassel in Germania (1998–2002), della Bienal Internacional de Arte Contemporáneo de Sevilla in Spagna (2005-2007), della 7. Gwangju Biennale in Sud Corea (2008) e della Triennal d’Art Contemporaine di Parigi al Palais de Tokyo (2012).

Questa edizione tutta marxista della 56. Mostra Internazionale di Venezia, rimarrà di sicuro nella storia.

Le opere, gli artisti e i padiglioni sono davvero tanti, tra tutti, data la sconfortante attualità del tema che mette in gioco cito il brasiliano Vik Muniz che con la sua barca di carta Lampedusa, esposta in laguna, pone la questione vera del capitalismo odierno : come gestire i fenomeni migratori.

Una mostra politica nel senso più ampio del termine, una mostra dove la politica diventa momento di riflessione profonda sulle sedimentazioni culturali e artistiche che hanno determinato taluni processi storici.


IL CAPITALE DI KARL MARX PROTAGONISTA DELLA 56. ESPOSIZIONE INTERNAZIONALE D’ARTE DI VENEZIA


Il pensiero di Marx come ha influenzato l’agire politico e il determinarsi di alcuni processi di emancipazione e strutturazione del lavoro?

A questa domanda cerca di rispondere questa Biennale d’arte .

Che sia un nigeriano a porci la questione della riedizione del capitale di Marx, fa riflettere molto.

L’Africa e i paesi più poveri del pianeta non sono lontani… ed è con questi nuovi mondi che i paesi globalizzati e votati al benessere dovranno nel futuro porsi a confronto.

I barconi sono solo, si fa per dire, la punta dell’iceberg, di un processo inarrestabile che i grandi della terra ancora non vogliono affrontare .

Ci pensa l’arte, come sempre, ad anticipare il futuro…

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EXPO 2015: IL PANE E LE ROSE PER NUTRIRE IL PIANETA

“Il comunismo è pane e rose, il necessario e il superfluo, una società dove si mangia meglio e di più (non solo pane), dove si lavora meglio e di meno, ma anche una società dove si è più felici, realizzati, liberi”

(Karl Marx)






Una frase emblematica questa di Karl Marx che ha ispirato il titolo della mostra Il pane e le rose alla Fondazione Arnaldo Pomodoro di Milano dal 24 marzo al 17 luglio .


La mostra s’inserisce a pieno titolo all’interno delle iniziative di Expo 2015 il cui tema è appunto nutrire il pianeta .


Il nutrimento è ovviamente una metafora ampia dove, appunto, come insegna Marx il pane da solo non serve senza le rose, dove le rose rappresentano quel godimento che va al di là del nutrimento fisico .





Gli artisti riuniti alla Fondazione Pomodoro sono cinque Gianni Caravaggio (1968), Loris Cecchini (1969), Pino Deodato (1950), Chiara Dynys (1958) e Giuseppina Giordano (1987).





Pino Deodato presenta l’opera Nostro pane quotidiano che racconta il rapporto tra cibo e uomo.


Le sue opere sono di grande dolcezza, infatti delle piccole figure con dei libri in mano, chiuse nella loro solitudine sovrastano delle pagnotte di pane .





L’opera di Loris Cecchini invece crea l’astrazione della materia e una meravigliosa alternanza cromatica usando la particolarità dei semi dai chicchi di grano, al riso, al mais.


EXPO 2015: IL PANE E LE ROSE PER NUTRIRE IL PIANETA


La mostra è curata da Marco Meneguzzo che spiega come le opere selezionate intendono interpretare “il concetto di nutrimento dal punto di vista dell’arte”.


Giuseppina Giordano propone l’opera All you feed is love.


Chiara Dynys invece propone l’opera Pane al mondo, un’opera suggestiva: un tappeto di fattura orientale con la mappa di un luogo ricoperto di pane in bronzo.

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FOTOGRAFIA. HIROSHI SUGIMOTO-STOP TIME

Hiroshi Sugimoto nato a Tokyo nel 1948 è un fotografo che ha fatto dello scatto fotografico il modo per cristallizzare il passato con un’operazione d’incredibile ri-attualizzazione.

I suoi soggetti sono personaggi del passato che su un fondo nero sembrano riemergere da un passato oscuro e ripresentarsi nel presente per rimanervi eternamente.

Hanno una magia inquietante perché la temporalità è fermata e riattualizzata in un dialogo sfrontato con la sedimentazione delle immagini dei grandi uomini che hanno fatto la storia.

FOTOGRAFIA. HIROSHI SUGIMOTO-STOP TIME


Quella di Hiroshi Sugimoto viene definita una fotografia concettuale dove qualche critico ha persino evocato il suo rapporto con l’infinito.


FOTOGRAFIA. HIROSHI SUGIMOTO-STOP TIME


I personaggi della storia sono ricreati da Sugimoto in statue di cera ed è questo che le rende ancora più inquietanti nella loro spaesante verosimiglianza.


FOTOGRAFIA. HIROSHI SUGIMOTO-STOP TIME


Oltre ai Portraits di personaggi storici in cera in mostra sono presenti anche lavori ispirati ai primi esperimenti fotografici condotti da William Henry Fox Talbot (1800-1877): i Photogenic drawings, ricavate ri-fotografando i negativi di Talbot e virando le successive stampe, e i Lightning fields, ottenuti direzionando sulla pellicola fotografica una scarica elettrica da 400 mila Volt con un generatore Van de Graaff.


FOTOGRAFIA. HIROSHI SUGIMOTO-STOP TIME


Alle fotografie, inoltre, si aggiunge per la prima volta la presentazione delle cinquantuno monografie dedicate all’artista e pubblicate in tutto il mondo dal 1977 al 2014.


FOTOGRAFIA. HIROSHI SUGIMOTO-STOP TIME


In mostra a Modena anche i misteriosi orizzonti marini della serie Seascapes ai celebri Theaters ripresi con lunghissimi tempi d’esposizione.

Ci sono anche i Dioramas realizzati nei musei di storia naturale fino alle recenti fotografie ‘out-of-focus’ dedicate alle icone dell’architettura modernista.


Info:

Foro Boario

via Bono da Nonantola, 2

41121 Modena, Italia

orari di apertura

mercoledì-venerdì 15-19

sabato-domenica 11-19

lunedì e martedì chiuso

biglietto d’ingresso

€ 5,00

ingresso libero tutti i mercoledì

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L’ARTE ISLAMICA TROVA ASILO A LOS ANGELES

Dell’Islam se ne parla solo in negativo per i motivi fin troppo noti .

Non tutti sanno però che vi è un Islam che produce arte .

Ebbene si, nella barbarie vi è anche chi continua a dare forma al pensiero e alla ricerca artistica .

A Los Angeles al museo Lacma fino al 31 dicembre è in corso la mostra Islamic art now .

L’ARTE ISLAMICA TROVA ASILO A LOS ANGELES


In questo prestigioso museo sono infatti riuniti venticinque lavori tra video, foto, sculture e istallazioni per rappresentare l’arte del Medio Oriente di oggi.

Da sottolineare che il museo Lacma già possiede una collezione storica di arte islamica(1500 opere dal XVII secolo) .


L’ARTE ISLAMICA TROVA ASILO A LOS ANGELES


Tra i protagonisti Shirin Neshat (Teheran, 1957), una fotografa e regista che vive negli Stati Uniti ma che ha sempre seguito le vicende del suo paese .

Uno dei suoi scatti storici è Speechless del 1996 che appartiene a una serie dal titolo Women of Allah , fotografie che rivelano la verità sulla condizione femminile in Islam.


L’ARTE ISLAMICA TROVA ASILO A LOS ANGELES


C’è poi Wafaa Bilal con una serie di fotografie dal titolo Chair from the series Ashes (2003-2013) dove uomini case e oggetti sono coperti di cenere.

Waffaa Bilal, iraniano è diventato famoso per essersi fatto impiantare chirurgicamente una webcam sopra la nuca e aver trasmesso in rete le immagini di sue intere giornate .



L’ARTE ISLAMICA TROVA ASILO A LOS ANGELES



C’è poi Amir Mousavi (Theran, 1975), pittore e fotografo che presenta l’opera Untitled 8, un’ immagine che appartiene alla serie Lost in worderland, dedicata ai murales di Teheran.

Infine il fotografo e regista Mitra Tabrizian, iraniano che vive a Londra dal 1977 presente con l’opera Teheran 2006, una serie di scatti dedicati alla sua città.

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GRANDI MOSTRE. EGON SCHIELE: DIPINGERE IL SESSO

Le donne furono per tutta la vita la sua ossessione, la sua croce e la sua delizia .

Egon Schiele nasce nel 1890 in una stazione ferroviaria a Tulln, una cittadina nei pressi di Vienna.

La sua pittura forte e sprezzante di ogni perbenismo è un inno al sesso e alla morte .

Nei suoi dipinti il corpo è sempre in primo piano e non fa sconti lo sguardo di questo immenso pittore che mira all’essenziale, alla carne nella sua verità, la magrezza gli è essenziale perche più vicina all’anima .

GRANDI MOSTRE. EGON SCHIELE: DIPINGERE IL SESSO

Le sue modelle sono sempre giovanissime conturbanti e disinibite .

Per questa sua sfrenata passione per le giovani adolescenti si procurò anche una denuncia e il carcere.

Nel 1912 Schiele è accusato da un certo Von Mosig, ufficiale della marina in pensione, di aver sedotto sua figlia Tatjana Georgette Anna, non ancora quattordicenne.

GRANDI MOSTRE. EGON SCHIELE: DIPINGERE IL SESSO

Schiele viene così rinchiuso in prigione per un breve periodo, con l’accusa di avere traviato la minorenne, di aver avuto rapporti con lei, nonché di averla rapita. Alla fine del processo, è ritenuto colpevole soltanto di aver esibito le sue opere, considerate pornografiche dall’autorità.

Anche in carcere non smise di dipingere, celebre il suo quadro dove solo un’arancia con la sua luce e il suo colore arancione acceso,nella sua cella sporca e desolata , lo riconduce alla vita .

Nel suo Diario dal carcere Egon Schiele scrive :

«Ho dipinto il letto della mia cella. In mezzo al grigio sporco delle coperte un’arancia brillante che mi ha portato V. è l’unica luce che risplenda in questo spazio. La piccola macchia colorata mi ha fatto un bene indicibile. »

GRANDI MOSTRE. EGON SCHIELE: DIPINGERE IL SESSO

Uscito dal carcere, continua incessantemente la sua attività di pittore, una ‘attività che ha dell’assurdo se si pensa che muore a soli vent’otto anni di febbre Spagnola ma dipinse una quantità incredibile di quadri tra disegni, oli e acquerelli.

L’occasione per rievocare l’immenso Schiele è una mostra al Leopold Museum di Vienna dal titolo WALLY NEUŽIL, La sua vita con Egon Schiele.

Apro parentesi per sottolineare che il Leopold Museum ospita la maggiore Collezione di Egon Schiele al mondo ed offre una panoramica unica sull’opera del grande pittore e dei più significativi disegnatori dell’espressionismo austriaco.

GRANDI MOSTRE. EGON SCHIELE: DIPINGERE IL SESSO

La mostra prende in esame le tappe della vita di Wally, una delle donne più amate da Schiele che le fece da modella per tanti anni. Vissero una vita senza tabù, fu la sua modella e amante fino al 1915 ed ebbe un ruolo fondamentale nella vita del giovane pittore viennese.

Wally mentre faceva la modella per Schiele lavorava anche come commessa in un negozio di abbigliamento e gli fu vicina durante il terribile momento del carcere .

Nel 1915 Schiele si separa da Wally e decide di sposare Edith Harms.

GRANDI MOSTRE. EGON SCHIELE: DIPINGERE IL SESSO

Per Neuzil fu un grave colpo che la fece sprofondare in una profonda crisi.

Riuscì ad arginare il suo dolore per la separazione dedicandosi agli altri, infatti parte in guerra e lavora come infermiera in un ospedale di guerra .

Nel 1917 si offrì di andare in Dalmazia, dove morì verso la fine dello stesso anno di scarlattina a soli 23 anni di età.

Ma la stessa sorte toccò a Schiele che a soli 28 anni si ammalò di febbre spagnola dopo aver assistito la moglie morta per la stessa malattia .

GRANDI MOSTRE. EGON SCHIELE: DIPINGERE IL SESSO

Tutta l’opera di Schiele è pervasa da questa morte precoce ed imminente , infatti i corpi che ritrae inquietano per la loro blasfema presentificazione di un’oscurità devastante.

Questo senso di precario annullamento Schiele è riuscito a renderlo attraverso quei tratti di matita neri, nervosi che sottolineano un confine sempre aperto del corpo con la morte .

Pochi artisti sono riusciti a rendere questo confine tra eros e morte, Schiele si è mosso in questa zona oscura come una ballerino sfrenato anticipando nella sua Vienna e con il suo immenso lavoro le scoperte della psicoanalisi di Freud.

Ritornando a Wally possiamo dire che per Schiele fu molto più di una modella passiva, infatti le modelle di Schiele erano chiamate ad esibire il loro sesso e la loro nudità in momenti privati , perché Schiele ebbe anche la pretesa di cogliere e portare nei suoi quadri i momenti di eccitazione .

GRANDI MOSTRE. EGON SCHIELE: DIPINGERE IL SESSO

Ciò che colpisce nei ritratti di Wally è il suo sguardo che ha fatto pensare anche a una moderna Monna Lisa .

Spesso accusato di oscenità per aver ritratto donne che fanno l’amore o che si toccano, Egon Schiele è stato al contrario un mistico della carne .

Sempre nel suo Diario dal Carcere così si difende e sintetizza :

“Nessuna opera d’arte erotica è oscena se è artisticamente rilevante; può renderla oscena solo l’osservatore che sia intimamente volgare”.

Confidiamo allora nella purezza dello sguardo per perdersi nell’opera estasiante di Egon Schiele.

Info :

Indirizzo

Leopold Museum, Museumsplatz 1 im MQ, 1070 Wien

Orari di apertura

Tutti i giorni, tranne il martedì: 10-18; chiuso il martedì; giovedì: 10-21

Informazioni per i visitatori

T +43 1 525.70-0, E-mail: [email protected]

Collegamenti: U3, U2 > Volkstheater / Museums Quartier 1, 2, D, J > Volkstheater

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MOSTRE. BRANDT JUNCEAU NELLA CASA DI SIGMUND FREUD, UN INCONTRO RIUSCIUTO

Per la prima volta in Austria saranno visibili le opere dell’artista newyorkese Brandt Junceau.

La mostra si svolge in un luogo eccezionale ed è questo che la rende ancor più speciale e unica: la casa museo di Sigmund Freud, in Bergasse 19 a Vienna, dove il padre della psicoanalisi ha vissuto e esercitato la sua professione di psicoanalista per gran parte della sua vita.

E’ un’esperienza incredibile quella di ritrovarsi nell’appartamento di Freud contornati da tanti dei suoi oggetti, fotografie e libri , ma anche dalle straordinarie ed inquietanti sculture di Brandt Junceau.

MOSTRE. BRANDT JUNCEAU NELLA CASA DI SIGMUND FREUD, UN INCONTRO RIUSCIUTO… di Virginia Zullo

C’è come un’interferenza e un cortocircuito stano e a tratti infernale tra l’inconscio esposto dell’artista e il luogo dove l’inconscio è stato per la prima volta scoperto.

Andare a visitare la casa di Freud dunque può diventare un’esperienza davvero unica .

Bergasse è una via molto borghese di Vienna, l’appartamento di Freud parrebbe quasi anonimo, un luogo tranquillo e semplice, stanze enormi , parquet e molta luce .

Unica stanza che in qualche modo inquieta è l’ultima dell’appartamento, quella dove Freud studiava; alle pareti delle teche contenenti manoscritti e fotografie e appeso alla maniglia della finestra uno specchio con cornice di ferro.

MOSTRE. BRANDT JUNCEAU NELLA CASA DI SIGMUND FREUD, UN INCONTRO RIUSCIUTO… di Virginia Zullo

Si tratta dello specchio in cui Freud si guardava ossessivamente, pare, dopo essere stato operato per un cancro alla gola che deformò i tratti della sua bocca.

All’interno dello specchio, sulla soglia della stanza si riflettono alcune statuine create da Brandt Junceau.

MOSTRE. BRANDT JUNCEAU NELLA CASA DI SIGMUND FREUD, UN INCONTRO RIUSCIUTO… di Virginia Zullo

Sembrano reperti archeologici, si fa fatica a capire se appartengono all’oggi o sono dei ritrovamenti di qualche tomba egizia, esattamente in linea con l’ossessione di Freud di ricercare nel profondo .

L’archeologia fu per Freud non solo una passione reale – si contornava di tantissimi oggetti dell’antichità e preziosi reperti archeologici – ma anche uno dei capisaldi della sua ricerca sulla psiche.

Le sculture di Brandt Junceau inoltre hanno la strana funzione di riempire il vuoto di quelle stanze che furono letteralmente spogliate quando Freud dovette scappare da Vienna per rifugiarsi a Londra e sfuggire alla persecuzione nazista perché ebreo .

Una scultura in particolare diventa il polo d’attrazione di tutto il percorso nella casa di Freud: un uomo che pare appeso per i piedi.

MOSTRE. BRANDT JUNCEAU NELLA CASA DI SIGMUND FREUD, UN INCONTRO RIUSCIUTO… di Virginia Zullo

In quella posizione, non trovando la testa perché non c’è, lo sguardo si va a posare immediatamente sui genitali.

Insomma lo spettatore inconsapevolmente fa un’operazione freudiana e cerca, nello stravolgimento della posizione naturale, i due capisaldi dell’essere umano la psiche e il sesso. Non trovando la testa, ci si ritrova a guardare i genitali dell’impiccato e decapitato.

Opere certamente di grande forza e impatto che hanno trovato la loro giusta perfetta collocazione per il loro viaggio in Europa .

L’opera di Brandt Junceau conserva come suo tratto più autentico un grande rapporto con la scultura classica nello stile e nella tecnica.

Junceau utilizza per le sue opere gesso, plastica e vari altri materiali e mescola riferimenti figurativi con forme astratte.

Crea installazioni poetiche ispirate da ricordi personali e da vecchie fotografie.

Il suo recente lavoro ha dimostrato un fascino crescente per il primitivo e il manufatto archeologico.

In questo senso le opere di questo grande arista sono in pieno contatto con le teorie di Freud .

Come Freud si pose davanti alla psiche da archeologo, cercando cioè le infinite sedimentazioni che producevano un sintomo o una struttura psichica, cosi si pone Junceau nei confronti della figura umana e, come uno storico, cerca l’essenza dell’uomo nella sua sedimentazione storica ed iconografica.

La temporalità, poi, è al centro della ricerca di Junceau e anche di Freud.

Per entrambi la temporalità è inconsueta perché ciò che era si riattualizza in un eterno presente che è il paradossale tempo dell’inconscio che non conosce la scansione cronologica.

Quest’idea di temporalità la ritroviamo anche in Friedrich Nietzsche che la formulò nella teoria dell’eterno ritorno .

Non so se per voi tutto ciò vale il tempo di un viaggio a Vienna ma ho il sospetto che la risposta sia: “si”.

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LA VIA CRUCIS DI FERNANDO BOTERO E IL SUO ECCE HOMO

Si dichiara ateo Fernando  Botero in una bellissima intervista rilasciata a Repubblica, dove parla diffusamente della sua mostra Via Crucis la pasión de Cristo ospitata nelle sale Duca di Montalto di Palazzo Reale a Palermo.

In uno dei suoi  dipinti Botero si ritrae  anche all’Inferno insieme al suo giardiniere che dichiara che ,pur di stare insieme a Botero,  preferisce stare all’inferno.
Ed è con questa sottile ironia di un maestro indiscusso della storia dell’arte che si può, e anzi si deve, guardare ai quadri di Botero che non lasciano spazio al sogno ma che vorrebbero restituire la pesantezza della realtà con quei corpi sempre troppo grossi.
Quella carne trasbordante che invece di  restituirci un eccesso di realtà ci fa anzi immaginare che la leggerezza sta nello sguardo .

LA VIA CRUCIS DI FERNANDO BOTERO E IL SUO ECCE HOMO. di Virginia Zullo

Anche la sua  via crucis è completamente spostata nel suo universo di corpi opulenti dove la carne in eccesso però è solo un richiamo ad una realtà ingombrante , la  fuga ironica dove  anche il dolore diventa paradossalmente rotondo, morbido, dunque per questo  sopportabile.
La morte del Cristo e lo strazio della crocifissione diventano nella pittura di Botero solo un’idea perché nulla evoca sofferenza, il corpo del Cristo nella sua eccedenza di carne, nella sua rotonda opulenza non è più corpo martoriato ma già forse risorto ad una realtà dove tutto è immobilizzato come in un sogno.
Sarà per questa catarsi intrinseca che la mostra Via Crucis a Palermo  ha fatto il boom di visitatori  con 7.230 paganti.
Per non parlare del successo sui social : 1.719 like sulla pagina Facebook  di “Botero a Palermo”.
Del resto Fernando Botero è sempre stato molto amato dal grande pubblico , non  a caso i suoi dipinti sono molto imitati e riprodotti .
Non accade spesso che al termine arte si possa affiancare anche quello di popolarità, ma per alcuni accade e Fernando Botero è tra questi.
Di personalità ironica e malinconica , non ha mai tradito se stesso dipingendo sempre allo stesso modo , creando uno stile unico e molto riconoscibile .

LA VIA CRUCIS DI FERNANDO BOTERO E IL SUO ECCE HOMO. di Virginia Zullo

E sarà perche come dice Botero : “L’arte è una tregua spirituale e immateriale dalle difficoltà della vita”, che le sue opere in effetti piacciono tanto .
In particolare nella Via Crucis ci troviamo di fronte ad una fuga estetizzante ed ironica dal dolore e da quel carico culturale che ha sedimentato un’idea della crocifissione come immagine del dolore stesso che ogni uomo è chiamato a sopportare nella sua vita ad immagine ed imitazione del Cristo sofferente .
Tutto ciò è in qualche modo implicito, nel senso che la questione che Fernando Botero apre con la sua nuova iconografia della crocifissione dovrebbe sollecitare l’ortodossia cristiana  che  ha fatto della sofferenza del Cristo crocifisso e delle tappe della Via Crucis uno degli slogan più longevi e popolari della storia del cristianesimo che è anche e soprattutto  storia dell’arte cristiana .
Il dibattito sul potere delle immagini, per la così detta evangelizzazione dei popoli, ha un ruolo fondamentale nel processo di secolarizzazione del cristianesimo.

LA VIA CRUCIS DI FERNANDO BOTERO E IL SUO ECCE HOMO. di Virginia Zullo

Una visione da vero ateo quella di Botero che fa del Cristo un corpo tra i corpi che non sembra aver conosciuto dolore.
Una favola, quella che mette in pittura Botero, la favola dell’uomo figlio di Dio che muore per i peccati del mondo, una favola per tutti, certo, dove chiunque può rappresentarsi nella propria miseria di uomo sofferente. Una favola talmente popolare che nelle mani di Botero è divenuta affresco quasi fumettistico di un nuovo Ecce Homo opulento, grasso che, chi sà , forse per il troppo peso magari potremmo immaginare  cadere dalla croce e, dopo un grande tonfo !, addio crocifissione…. Blasfemia ?, no , solo ironia,  l’ironia di Botero.

Info :

MOSTRA “VIA CRUCIS la pasión de Cristo” di Fernando Botero
dal 21 marzo al 21 giugno 2015
ORARI
Da lunedì al giovedì dalle ore 8.15 alle ore 17.40 (ultimo biglietto ore 17.00)
Da venerdì a domenica e i festivi apertura ore 8.15 e chiusura straordinaria alle ore 21 (l’ultimo biglietto sarà emesso alle ore 20).
COSTO BIGLIETTO PER LA SOLA MOSTRA
intero 6 €  –  ridotto 3 € (Ragazzi di età compresa tra i 14 e i 17 anni)

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