ALBERTO BURRI, PER IL CENTENARIO DELLA NASCITA UNA GRANDE MOSTRA AL GUGGENHEIM

Alberto Burri rappresenta per l’arte italiana contemporanea ciò che probabilmente rappresentò Michelangelo nel tardo quattrocento.

Il paragone non è affatto azzardato se si considera che entrambi hanno rivoluzionato il corso dell’arte italiana .

Alberto Burri nasce a Città di Castello il 12 marzo del 1915 .


ALBERTO BURRI, PER IL CENTENARIO DELLA NASCITA UNA GRANDE MOSTRA AL GUGGENHEIM


Nel 1940, subito dopo essersi laureato in medicina, parte per la guerra, in Tunisia cade nelle mani dell’esercito inglese per poi venire trasferito nel campo di prigionia di Hereford , in Texas.

Nel 1947 torna in Italia abbandona la medicina e decide di dedicarsi unicamente all’arte.

Il 1948 è l’anno della nascita delle prime opere astratte i Catrami a cui seguirà il primo sacco di juta dal titolo SZ1.


ALBERTO BURRI, PER IL CENTENARIO DELLA NASCITA UNA GRANDE MOSTRA AL GUGGENHEIM


Seguono le Muffe, I Gobbi e i Sacchi.

Il 1952 è l’anno dei Neri, conosce poi Robert Rauschenberg che visita il suo atelier e rimane molto colpito dalle sue opere.

Il 1954 è l’anno dello scandalo, il suo Grande Sacco viene esposto alla Galleria nazionale d’arte moderna di Roma e provoca subbuglio nel mondo dell’arte tanto da provocare un’interpellanza parlamentare.

Ci fu anche un esposto all’Ufficio d’igiene , una cosa veramente assurda ma che dà il senso di quanto fosse di rottura la sua arte con ciò che l’aveva preceduto.

L’America tuttavia lo capì immediatamente e la prestigiosa rivista americana Art News gli dedica un articolo che ne consacra già la grandezza, segue una collettiva al Moma di New York.

Particolare divertente è che i suoi lavori arrivati a New York per una personale alla Stable gallery non vengono tassati dalle autorità doganali come opere d’arte ma come “sostanze vegetali”.

Gli anni sessanta segnano la nascita delle famose Plastiche e gli anni settanta invece vedono la nascita di un’altra grande invenzione di Burri i Cellotex.


ALBERTO BURRI, PER IL CENTENARIO DELLA NASCITA UNA GRANDE MOSTRA AL GUGGENHEIM


Per una retrospettiva al Museo Capodimonte di Napoli crea il monumentale Grande Cretto nero che ancora si trova nel museo.

Gli anni ottanta sono gli anni della vera consacrazione.

Il Sacco Umbria vera del 1952 viene aggiudicato in un asta per la strabiliante cifra di 1,8 milioni di euro.


I prezzi aumentano vertiginosamente e nel 2011 Sotheby’s stabilisce il record d’asta per un’opera di Burri con 3,63 milioni di euro .

Burri muore a Nizza il 13 febbraio del 1995.

Cade dunque quest’anno il centenario della sua nascita.

Per l’occasione si sta organizzando una grande retrospettiva nel tempio incontrastato dell’arte il SOLOMON R. GUGGENHEIM MUSEUM di NEW YORK.


L’apertura della mostra è prevista per il 9 ottobre del 2015 con il titolo THE TRAUMA OF PAINTING.

La mostra vuole riconfermare l’assoluta grandezza di Alberto

Burri il cui lavoro, come dice il curatore Emily Braun, “ ha demolito e riconfigurato la tradizione pittorica occidentale, riconcettualizzando il collage modernista”.

La sua arte ha notevolmente influenzato movimenti come New dada, l’Arte povera e la Process art.

Centro nevralgico della sua produzione è l’uso della materia come fosse qualcosa di vivo. Tra le sue mani uno squallido sacco diventa un tessuto vivo pregno di forza sublime, per non parlare delle sue plastiche .


ALBERTO BURRI, PER IL CENTENARIO DELLA NASCITA UNA GRANDE MOSTRA AL GUGGENHEIM


In Italia non venne compreso subito tranne che da grandi critici come Cesare Brandi.

La materia nelle mani di Burri diventa la sostanza amorfa della vita, brulica di intensità e solitudine la sua opera, i suoi squarci nella plastica evocano solitudini e lacerazioni .

Si racconta che l’idea di quei sacchi lacerati, che l’hanno reso celebre in tutto il mondo, gli sia venuta mentre era in guerra, in trincea , dove i sacchi di sabbia talvolta lacerati dagli spari gli hanno ispirato quel dolore autentico che s’avverte nella sua opera. Un dolore però lontano dai dogmi, un dolore paradossalmente puro, il dolore della materia e del suo essere sottoposta alla trasformazione e alla lacerazione della vita.


I suoi sacchi sono forse anche una presentificazione della morte imminente, ma restano lì nella loro disarmante forza a ricordarci un altrove possibile, campi forse incontaminati, un paradiso perduto di cui loro, plastiche e catrami sono i sopravvissuti.

E deve essersi sentito anche lui Alberto Burri, un uomo dallo sguardo dolce e poetico, un sopravvissuto, ma non un sopravvissuto alla guerra ma un sopravvissuto alla vita come lo siamo tutti. Le sue opere stanno lì a ricordarci che le lacerazioni, i buchi e la materia sono la vera sostanza del nostro essere .

Dei tableau vivant della materia quelli di Burri dove la materia è vita affannosamente reale come la vita a cui siamo destinati, con le sue lacerazioni, il suo tempo usurato , il suo dolore e la sua solitudine.




Alberto Burri: The Trauma of Painting

NEW YORK, GUGGENHEIM

Ottobre 9, 2015–Gennaio 6, 2016

TODAY

24 Sep

Thursday

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