francesco-maria-colombo-rc

Around the World: la rassegna dell’Orchestra Verdi si chiude con la Repubblica Ceca

Il suono degli archi deve ancora spegnersi del tutto, ma già piovono gli applausi. Continueranno per altri dieci minuti, senza sosta, a coronamento di un percorso che negli ultimi quattro mesi ha condotto il pubblico dell’auditorium alla scoperta delle tradizioni di quattordici diversi paesi, dal Brasile alla Svizzera, presentando in tutto 50 tra i più celebri compositori del panorama classico. Si conclude così la bellissima rassegna Around the World dell’Orchestra Verdi, giunta sabato 24 ottobre al suo quattordicesimo e ultimo appuntamento dedicato alla tradizione musicale della Repubblica Ceca. Gli autori presentati nell’arco della serata sono quattro, tutti legati ad un concetto di identità nazionale che affonda le sue radici nel folklore: Julius Fučík, Leóš Janáček, Bedřich Smetana e Antonìn Dvořák. Gli ultimi applausi però sono per l’Intermezzo musicale tratto dalla Suor Angelica di Puccini, un tributo che il direttore d’orchestra Francesco Maria Colombo ha voluto dedicare all’Italia.


Apre le danze la celebre Marcia dei Gladiatori di Julius Fučík, che nei primi anni del ‘900 fu uno dei compositori più prolifici del panorama classico Ceco. A discapito del titolo solenne la partitura è conosciuta al grande pubblico soprattutto per via del suo impiego nei circhi equestri, dove spesso compare in veste di accompagnamento musicale all’entrata in scena dei clown. Un equivoco, questo, che il direttore d’orchestra Colombo provvede subito a dissipare raccontando dapprima la genesi della Marcia – che nasce come omaggio alla passione che Fučík nutriva nei confronti della storia Romana ed è legata all’esperienza maturata dall’artista tra le fila dell’86° reggimento di fanteria dell’esercito di Prussia – per sottolineare poi, strumenti alla mano, le differenze di tempo e ritmica tra la versione circense, frutto di una rielaborazione del compositore canadese Louis-Phillipe Laurendeau, e l’originale di Fučík, più solenne e maestosa nell’incedere come ben si addice ad una marcia.


Dopo una breve pausa, scandita dagli applausi del pubblico, si prosegue con “Gelosìa” di Leòs Janáček, artista annoverato tra i più noti esponenti dell’etnìa Morava di ogni epoca (non a caso la sua Jenufa è considerata opera nazionale morava). Come si legge nel manifesto del concerto: “Domina un melodizzare morbido ed espressivo, a metà strada tra il canto e il parlato, anche quando alla voce umana si sostituiscono gli strumenti. In modo analogo alla giovanile Zarlivost, intesa come overture di Jenufa, completata però una decina d’anni dopo e poi revisionata.” Il contrasto con Fučík è piuttosto evidente: all’austera solennità della Marcia si contrappone un clima rurale che esprime il netto rifiuto delle concezioni romantiche dell’amor patriae nostra lex, accantonate in favore di un approccio più idealista in senso morale, che è espressione diretta di un forte attaccamento alle radici popolari. Nella musica di Janáček i richiami al folklore moravo sono chiari e molteplici, inseriti con il preciso intento di valorizzare il canto popolare delle sue terre, voce del volgo e dei contadini. Quella di presentare “Gelosia”, tra tutte le opere di Janáček, è una scelta ben ponderata che da un lato esalta un’altra delle idee portanti della rassegna, ovvero l’indagine dell’identità musicale di ciascun artista in rapporto alla nazione di appartenenza (in questo caso la Repubblica Ceca), e dall’altro funge da antipasto per la portata principale, costituita dai precursori Smetana e Dvořák, i due artisti che meglio e più di tutti incarnano lo spirito folkloristico della musica ceca nell’epoca tardo-romantica e post-romantica.


Ancora applausi a scena aperta, dopodiché è il turno proprio di Bedřich Smetana, presentato con un breve video di repertorio che espone il lato più estroverso e goliardico del suo complesso carattere. In contrasto con l’immagine restituita dal video, sappiamo che quella di Smetana fu in realtà una vita difficile e segnata dalla sfortuna, come sottolinea lo stesso Colombo; eppure nella sua ampia produzione musicale non v’è alcuna traccia delle vicissitudini che il compositore dovette affrontare durante gli anni della maturità. Di Smetana, l’Orchestra Verdi presentare alcune delle Danze più celebri. Anche in questo caso lo scopo è duplice: da un lato sottolineare il forte legame tra le partiture e la musica popolare ceca – a quell’epoca le danze costituirono a tutti gli effetti il punto di partenza per lo sviluppo di un nuovo linguaggio musicale di carattere nazionale -, dall’altro fornire al pubblico una chiara esemplificazione dei concetti ritmici fondamentali che distinguono i diversi stili di danza. L’approccio didattico di Colombo non è mai didascalico; al contrario, ha come obiettivo principe quello di spiegare con esempi pratici e aneddoti legati alla vita del compositore i concetti fondamentali da cui nascono e su cui si sviluppano le danze, in modo da consentire a tutti, anche a chi è a digiuno di musica classica, di percepire chiaramente la struttura di ciascuna composizione. I pezzi suonati dall’orchestra, tre in tutto, provengono da Prodàna Nevésta (La Sposa Venduta), una delle opere più celebri di Smetana.


Si chiude poi con Dvořák, che tra tutti i compositori cechi del tardo ottocento fu uno dei pochi in grado di raccogliere ed espandere l’eredità lasciata da Smetana, creando nel contempo un nuovo linguaggio musicale in grado di innestare nel classicismo di stampo tedesco, con riferimenti espliciti a Wagner e Brahms, le profonde radici del folklore boemo. Dall’ampio opus di Dvořák l’Orchestra Verdi estrae non a caso alcune delle Danze Slave (op. 72, no. 2, 3, 7, 8), proprio per rendere subito evidenti i legami con Smetana e con il romanticismo tedesco. Come si legge nel manifesto: “E proprio per dare una base originale, appunto nazional-popolare, al suo linguaggio di matrice romantico-tedesca, Dvořák punta le sue prime carte orchestrali sulle note etniche. La prima serie di Danze Slave op. 46 nasce nel 1878 ed è subito apprezzata da Brahms: nasce una vera amicizia, si trova un editore comune, e la via del successo è spianata.” Dvořák rappresenta il punto di congiunzione tra il linguaggio caratteristico creato da Smetana e le opere di autori successivi, tra i quali figurano anche Fučík e Janáček. Le Danze slave sono il frutto di un’intensa ricerca filologica che sostituisce le note alle parole e che si concretizza nella riscoperta delle radici musicali di un intero popolo. Chiudendo con le Danze Slave, Colombo unisce i punti ed aiuta il pubblico a trovare la quadratura del cerchio. Ora ogni tassello è al posto giusto e quel che all’inizio poteva essere erroneamente interpretato come un semplice esercizio retorico – la genesi della Marcia di Fučík, l’idealismo di Janáček – assume connotati più chiari e risulta fondamentale per comprendere quali sono gli elementi che distinguono i quattro autori cechi, e quali sono invece gli elementi che li accomunano.


Del tributo all’Italia abbiamo già parlato in apertura, così come degli applausi a scena aperta che hanno scandito la chiusura del concerto. Quel che resta da decidere è se gli organizzatori siano riusciti o meno a centrare l’obiettivo che si erano posti a giugno, quando andò in scena il primo dei quattordici appunamenti della rassegna Around the World. La risposta non può che essere affermativa e il merito è soprattutto della didattica di Colombo, leggera eppur sempre interessante, mai banale, ma anche del contributo di tutti i musicisti dell’Orchestra Verdi, capaci di regalare una performance pienamente all’altezza del palcoscenico.



FOTO DI COPERTINA: Copyright © Paolo Dalprato

TODAY

18 Jul

Wednesday

Le Rubriche

Photo Gallery