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Il Dialogo intorno alla Cena in Emmaus alla Pinacoteca di Brera a Milano

Alla Pinacoteca di Brera di Milano ritornano i Dialoghi tra opere, ovvero i confronti tra tele di maestri diversi tanto cari al direttore James Bradburne.

Dal 5 al 24 febbraio, presso la Sala XXVIII della Pinacoteca, è possibile osservare, uno accanto all’altro, due versioni del medesimo soggetto, la Cena in Emmaus, eseguite rispettivamente da Michelangelo Merisi, detto Caravaggio, e da Rembrandt Harmenszoon van Rijn, due tra i massimi maestri del Seicento europeo e dell’uso della luce nella Storia dell’Arte

Il confronto parte dal tema evangelico della Cena in Emmaus, in cui gli artisti raffigurarono sempre il dubbio, l’umanità e la caducità di Cristo, per calarla nel Mondo attuale, in cui si erigono muri, sorge la diffidenza nei confronti del “diverso”, dell’ “altro” e prolifera la xenofobia. La Cena in Emmaus è l’episodio che va in senso contrario a questa tendenza, ed è la miglior prova di quanto l’Arte vada oltre i muri e costituisca ponti di dialogo.

Le due cene sono straordinariamente umane, e si sviluppano intorno alle reazioni dei protagonisti, oltre a un attento studio della luce e del colore, con cui Caravaggio e Rembrandt fecero la Storia. L’iconografia, quella del Cristo pellegrino e straniero, fu sempre apprezzata e approfondita da vari maestri, da Tiziano a Veronese, Rubens e Caravaggio, specie in chiave simbolica di percorso verso la vita eterna, ma fu il maestro olandese a svilupparla in più versioni durante la sua carriera e a dimostrare l’umanità e la semplicità della figura di Gesù, seguendo l’essenzialità creativa tipica dell’Olanda calvinista del ‘600, ma anche le sue radici ebraiche legate alle figure, altrettanto umane, dei profeti biblici.

Il dipinto di Rembrandt è una piccola tela, oggi al Museo Jacquemart-André di Parigi, eseguita nel 1629, quando l’artista aveva 23 anni, a Leida, in pieno fervore calvinista. Per tale motivo, visto che le raffigurazioni di Cristo erano proibite, l’artista scelse di rappresentare profeti biblici, in omaggio alle sue origini, ma anche immagini dell’intimità di un Cristo “umano, troppo umano”, come avrebbe scritto due secoli dopo, Friedrich Nietzche. Quale migliore iconografia del Cristo viandante e pellegrino poteva adattarsi al momento? Ecco come è nato questo piccolo capolavoro della Pittura olandese del ‘600. Nel buio della stanza, molto simile a quello raffigurato da Caravaggio, Cristo si manifesta come presenza ombra, epifania, che si staglia contro un intenso chiaroscuro. Il bagliore improvviso di una luce nascosta (altra assonanza tra i due maestri) illumina la semplice e frugale stanza, creando un chiarore che, pian piano, ne svela la fonte: una candela dietro all’ombra di Cristo, che illumina il discepolo, colto nella sua reazione di stupore, ma anche una tavola semplice, frugale, povera, appena apparecchiata, e un retrobottega dove una donna pare intenta alle faccende domestiche. La silhouette ombrosa di Cristo e quella del discepolo formano una sorta di V che costituisce il centro tematico della scena, mentre Cristo compie il gesto eucaristico, di spezzare il pane volgendo gli occhi al cielo. Ciò che sprizza di umanità sono le reazioni fisiche dei partecipanti alla scena, sia quella del discepolo avvolto dalla luce della candela che sgrana gli occhi, che quella dell’uomo accovacciato all’ombra di Cristo in atteggiamento di adorazione della figura divina.

Rembrandt, Cena in Emmaus, 1627, Parigi, Museo Jacquemart-Andrè

Rembrandt, Cena in Emmaus, 1627, Parigi, Museo Jacquemart-Andrè



La tela di Caravaggio, di proprietà della Pinacoteca braidense, invece, è di struttura più classica e canonica, anche legata ai dettami cattolici post-tridentini che il maestro lombardo, pur nella sua indole ribelle a schemi, stili e regole, dovette seguire sempre. Venne eseguita nel 1606, molto probabilmente a Paliano, in Ciociaria, feudo dei Colonna, grandi committenti del Merisi. Caravaggio, quando dipinse la tela, stava vivendo un momento drammatico della sua vita, ovvero la fuga da Roma, dove aveva ucciso, durante una lite, Ranuccio Tomassoni. In Ciociaria, Caravaggio dipinse la Cena in Emmaus e una Maddalena in estasi, destinate a essere vendute per racimolare denaro al fine di raggiungere Napoli. Come Cristo era viandante e pellegrino, anche Caravaggio era fuggitivo, e questo nesso è alla base della creazione dell’opera. Il maestro si era già cimentato con questa iconografia, in una tela oggi a Londra, ma, rispetto alla versione, precedente, Caravaggio ne dà una versione più scarna, con una tavolozza cromatica più fredda e che evidenzia ripensamenti in fase di stesura. Il chiaroscuro è quello tipico di Caravaggio, che avrebbe fatto breccia in mezza Europa, con una fonte luminosa non più nascosta ma totalmente misteriosa che inonda la scena, in cui Cristo, geometricamente inteso come centro della composizione secondo i dettami tridentini, crea un semicerchio ideale su cui si dispongono i discepoli, colti in un momento non di stupore, ma di profonda meditazione e riflessione, visto che la raffigurazione si svolge nell’istante dell’addio di Cristo, del suo commiato e della rievocazione dell’Ultima Cena.

Caravaggio, Cena in Emmaus, 1606, Milano, Pinacoteca di Brera

Caravaggio, Cena in Emmaus, 1606, Milano, Pinacoteca di Brera



Ottavo dialogo. Attorno alla Cena in Emmaus. Caravaggio incontra Rembrandt
Pinacoteca di Brera, Via Brera 28, Milano
Orari: Martedì, mercoledì, giovedì, venerdì, sabato e domenica 8.30-19.15
Biglietti: Intero € 12.00, Ridotto € 8.00, gratuito ogni prima domenica del mese 

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