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Intervista a Chiara Cordeschi: “In ogni foto c’è una parola chiave, qualcosa che ogni donna sente di dover portare sulle spalle”

Chiara Cordeschi è una giovanissima fotografa originaria della Sardegna. Nonostante la giovanissima età, si è subito fatta notare per le sue immagini minimali ma al tempo stesso emotivamente potenti.


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Nonostante la giovane età, la sua è una fotografia che ha tanto da raccontare. Come nasce l’ultimo progetto?


Be a Woman è nato quasi casualmente. Circa otto mesi fa la mia creatività era “a maggese”, da un po’ non fotografavo il corpo e nel mentre cercavo di assimilare nuovi stimoli. Era appena iniziata la mia ossessione per Andres Serrano – di lui mi aveva particolarmente colpita la serie Body Fluids (1986-1990). Una mattina ho capito che era giunto il momento di scattare, ma avevo dei dolori fortissimi per via del ciclo mestruale; così ho coniugato le due cose ed è nata la foto “In my period”. E’ da quella foto che ha preso il via l’intero progetto.


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Quando ha iniziato a fotografare? Ci racconta un aneddoto?


Avevo circa tredici-quattordici anni quando i miei genitori mi hanno regalato la prima compatta digitale, era il regalo della cresima. All’inizio fotografavo piccoli dettagli naturali – texture, fiori, piante, qualche paesaggio. Ma poco dopo ho iniziato a rivolgere l’obiettivo verso me stessa. In sostanza desideravo vedermi in terza persona. Oggi so che è stata una forma di auto-terapia e auto-consapevolezza inconscia – una pratica che ho scoperto essere comune in molte fotografe, come la Camporesi, la Ghizzoni, la Woodman. Solo dopo, il gesto dell’autoritrarmi ha assunto un carattere più consapevole e controllato.


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C’è un’immagine a cui è emotivamente legata? Quale e perchè?


Sento un legame con tutte, ogni foto porta con sé significati, situazioni e problemi specifici. Ma se dovessi scegliere, ne sceglierei due in particolare. La prima è “The pyramid of duties”, in cui ho quattro scatole impilate sulla schiena: in ogni foto c’è una parola chiave che per me richiama un dovere, qualcosa che ogni donna sente di dover portare sulle proprie spalle. Quella è la fotografia più faticosa che io abbia mai realizzato, intendo proprio a livello fisico. E’ difficilissimo impilare quattro scatole sulla propria schiena, mantenere l’equilibrio, tenere in mano il telecomando per lo scatto e controllare l’inquadratura. La seconda foto è ‘’Failed marriage’’, una foto di matrimonio dei miei genitori con della cenere sopra i loro volti che si baciano. Quella fotografia mi ha permesso di tornare al trauma e sublimarlo di nuovo. Quando la guardo mi ricordo che io sono una parte di ciò che è rimasto di quel matrimonio, che oggi non esiste più.


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C’è qualcosa che preferirebbe non raccontare nelle sue immagini?


Non c’è qualcosa che non racconterei. Mi piace pensare a un’idea di nudità completa in quello che faccio – in senso fisico, espressivo, concettuale, e anche biografico. Metto me stessa totalmente a disposizione della fotografia e di chi guarda, chiunque mi chieda qualcosa, rispondo con onestà e non c’è qualcosa che ometterei, siamo esseri umani. I miei problemi e le mie paure non sono molto diverse da quelle degli altri.


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Quanto conta l’estetica nella sua fotografia?


Direi che conta tantissimo. Quasi sempre, ormai, prima di scattare una fotografia faccio qualche scarabocchio su un foglio, questo mi permette di prevedere in anticipo problemi di tipo estetico. Prediligo ambienti asettici perchè per me l’obiettivo è connotare il soggetto e farlo coincidere con il concetto o con l’idea che ho in mente. Un ambiente pieno o specifico
aggiunge informazioni da decodificare; in questo senso cerco di togliere e ridurre all’osso, credo che aumenti una potenziale comunicazione diretta.


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Quali sono i fotografi che ammira particolarmente?


Senza dubbio Andres Serrano, per il suo realismo crudele e provocatorio; Philip Toledano e la finlandese Elina Brotherus per il modo di autoritrarsi; Franco Fontana, un’eccellenza se parliamo di essenzialità ed equilibrio compositivo. Ma ci sono tutta un’altra serie di artisti che ammiro e mi ispirano e che – sì hanno utilizzato la fotografia, ma non soltanto – come la performer Gina Pane, l’artista visuale polacca Aneta Grzeszykowska, lo svizzero Urs Lüthi e l’iraniana Shirin Neshat.


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Attualmente, si sente più donna o più bambina?


Diciamo che mi sento una bambina nel corpo di una donna.


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Se dovesse associare una parola alla sua idea di fotografia, quale sceglierebbe?


Sceglierei la parola “Autentica”. La fotografia si può costruire, manipolare, comporre, scomporre, ma credo non debba mai perdere il suo carattere sincero; concettualmente ed emotivamente parlando (per me) deve richiamare qualcosa di vero – il che non significa necessariamente reale, esistente in senso fisico, bensì sentito, voluto, cercato, profondo.


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Qual è l’aspetto a cui presta maggiore attenzione mentre fotografa?


Mentre scatto, sicuramente l’estetica, la composizione e la luce (uso solo luce naturale, quindi presto molta attenzione all’esposizione e alle ombre). Ma per me è fotografia anche la fase progettuale e ideativa. Lì le forze si concentrano nella traduzione metaforica di un pensiero in immagine, che è più difficile del comporre correttamente uno scatto; fatto questo, realizzarlo è semplice.


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Le immagini di Chiara sono il frutto di un’attenta autoanalisi, sono il racconto di sé. Il modo in cui lo fa è probabilmente d’impatto, grazie allo stile minimale con cui riduce all’essenzialità i concetti, ma al tempo stesso molto delicato. Nelle sue immagini, infatti, convivono la donna e la bambina. E’ una fotografia che solo apparentemente provoca, in quanto è il riflesso attento e sincero di una persona dotata di una spiccata sensibilità artistica e emotiva.


https://www.chiaracordeschi.com/

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