MASSIMO PASTORE, QUANDO FOTOGRAFARE È UN MODO PER AMARE

“La fotografia è una linea di confine, un momento dove la precarietà e la transitorietà diventano oggetto d’indagine estetica .
Sovente m’interrogo quali siano le tracce che lasciano questo attraversamento”

(Antonio Maiorino Marazzo)

MASSIMO PASTORE, QUANDO FOTOGRAFARE È UN MODO PER AMARE

Massimo Pastore, nato a Napoli nel 1971, è uno dei più interessanti fotografi del nostro tempo.
Gentile, intenso, occhi che sembrano strapparti l’anima quando ti guarda, confessa candidamente che “la fotografia, lo ha salvato” …
Il suo lavoro è sempre in bilico tra sacro e profano, tra il ricordo e il presente.
Se il punctum di cui parla Roland Barthes ne la Camera Chiara resta quell’elemento imprescindibile che fa di uno scatto un grande scatto, ebbene di punctum nelle fotografie di Massimo Pastore ne troverete quanti ne volete . 
Massimo Pastaore, ovvero quando fotografare è un modo per amare e stare al mondo.

MASSIMO PASTORE, QUANDO FOTOGRAFARE È UN MODO PER AMARE

Come hai iniziato a fotografare?

È stato il frutto di un incontro importante che ha segnato il mio percorso di persona e di artista.
Sin da piccolo ero alla ricerca di un mezzo espressivo che mi consentisse di rappresentare il mio pensiero e il mondo (reale e irreale) nel quale vivevo. Ricordo la prima fotografica che qualcuno mi regalò per la mia prima comunione, una Kodak di plastica blu, qualcuno a questo punto potrebbe pensare che questo fu l’inizio, invece no! La usai una sola volta in gita scolastica a San Marino e, forse, in qualche altra occasione poi me ne dimenticai.
Finchè un giorno di 21 anni fa incontrai Antonio, la persona con la quale ancora oggi con-divido il percorso della mia vita, che durante una vacanza sull’isola di Procida mi mise in mano la sua Olympus OM 10 e mi disse: Fai tu.
Nel caricatore c’era una pellicola kodak a colori 100 ASA e dopo aver impostato il programma automatico inizia a rappresentare quei momenti vissuti non troppo distanti dalla città dove viviamo, Napoli.
Al ritorno mostrammo le foto della vacanza agli amici e tra loro c’era Anna, un’amica di Antonio, che per lavoro faceva la fotografa che rimase colpita da quelle che per me erano solo foto di un “viaggio” e mi esortò ad approfondire la tecnica invitandomi successivamente a collaborare come assistente nel suo studio di sviluppo e stampa del bianco e nero. Rimasi ovviamente affascinato dall’immagine che lentamente apparve da un foglio bianco alla flebile luce rossa della camera oscura, era per me qualcosa molto vicino alla magia. Per diversi mesi seguii Anna nella sua camera oscura dove appresi i segreti per ottenere delle stampe in bianco e nero quasi perfette.
Da li a poco iniziai a fotografare con consapevolezza non solo delle scene ritratte ma anche della tecnica necessaria.
Avevo finalmente trovato il mio mezzo espressivo. La Fotografia.
Frutto di incontri speciali.
Dopo circa due anni produssi il mio primo progetto fotografico dal titolo “Di Luce Propria” una serie di ritratti in bianco e nero di volti più o meno noti del mondo dell’arte e della cultura napoletana.
Fu un successo inatteso e arrivarono le prime proposte di acquisto delle mie foto e di collaborazioni commerciali.

MASSIMO PASTORE, QUANDO FOTOGRAFARE È UN MODO PER AMARE

Qual’è il lavoro a cui sei più legato?

È come chiedere ad uno scrittore a quale capitolo di un suo libro è più legato, ognuno di essi è importante nella comprensione della storia.
Io considero i miei lavori (progetti) come un’unica entità suddivisi in capitoli che insieme compongono quella che amo definire “Umana Commedia”.
La mia ricerca personale si concentra nella sfera dell’umano, sul gioco di relazioni tra le persone, tra i soggetti ritratti e il fotografo, tra i soggetti e i luoghi che spesso perdono ogni connotazione geografica, tra la persona e la propria intimità svelata all’obbiettivo della mia macchina fotografica.
Sono legato a tutte queste persone che hanno deciso di affidarsi al mio sguardo da un profondo sentimento di gratitudine. Proprio come sono legato ai luoghi che raramente rappresento senza alcun tipo di presenza umana o quando ricorro all’autoritratto per esprimere un concetto che solo io in quel determinato momento potrei rappresentare, chiunque altro al mio posto darebbe vita ad una falsità espressiva, come nel progetto Bianco _ Cold Landscapes.
“Una foto è importante per ciò che rappresenta; ciò che essa rappresenta è più importante di quello che essa è”
In quest’ottica le fotografie che decido di esporre o pubblicare non sono altro che il “prodotto” finale di un processo creativo intimo e coinvolgente che mi impegna totalmente e che poi restituisco alle visioni altrui. Alla luce di ciò proprio non sono capace di scegliere il lavoro al quale sono più legato in quanto lo sono a tutti indistintamente, perché ognuno è la rappresentazione di un dato momento, unico nel suo genere.

MASSIMO PASTORE, QUANDO FOTOGRAFARE È UN MODO PER AMARE

foto di Michael Duperrin

Se dovessi definire in sintesi il tuo lavoro?

E’ sicuramente paragonabile ad un viaggio che ogni volta mi porta alla scoperta di nuovi mondi. Quando inizio un lavoro/progetto so dove sono diretto ma non so quel che troverò lungo il suo percorso. È sempre una piacevole sorpresa.

Cosa cerchi nel fotografare?

Uno scambio di attenzioni e comprensione.

C’è uno scatto che, in qualche modo, ti rappresenta?

In parte ho già risposto a questa domanda, ma considerando le singole fotografie posso affermare che ce ne sono diverse che potrebbero rappresentarmi, come “Moto Continuo” dal progetto Bianco Cold Landscapes che per me ben rappresenta la sintesi degli argomenti sui quali concentro la mia attenzione.
In questa immagine sono racchiusi tutti i concetti per me fondamentali, il presente rappresentato dalla totalità della scena, il passato affidato alla memoria con la presenza sullo sfondo di figure, apparentemente nascoste, che a loro volta incarnano giovinezza, vecchiaia e morte, e il futuro rappresentato invece da due persone che hanno scelto di percorrere insieme il viaggio della vita sostenendosi a vicenda in una direzione ignota. L’ambientazione è onirica, data dal paesaggio innevato e dal peregrinare dei due protagonisti nell’acqua, simbolo della vita. Nonostante il passare degli anni e degli eventi, spesso negativi, come nella vita di ogni individuo, concedo ancora ai sogni uno spazio importante. Essi rappresentano la possibilità di un diverso punto di vista, uno stimolo al cambiamento.
Oppure l’autoritratto Bianco Cold Landscape 1 o il Trittico dell’Impermanenza in cui, in entrambi i casi, vi è l’azzeramento della morte intesa come fine.

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Il tuo lavoro sembra procedere dalla memoria, dal ricordo, un discorso sulla traccia, sul paradosso della temporalità, sei d’accordo?

Ma la memoria e il ricordo non rappresentano forse il senso primario dello scattare fotografie?
Tutti noi fotografiamo per immortalare il viso di una persona cara o un qualunque momento per noi importante, che sia bello o brutto ha poca importanza, anche le fotografie scattate senza questo intento divengono memoria di qualcosa, di qualcuno, testimonianze e quindi ricordi. In alcuni lavori, come Bianco Cold Landscapes ho lavorato proprio sui concetti di memoria, traccia e paradosso temporale in cui come ben scrive Antonio Maiorino nel suo testo di cura del progetto che ti invito a riportare:
“Si espone Pastore al pubblico prestando il suo corpo a quei personaggi che non sono più ma che hanno fatto parte della sua storia familiare, gioca quindi con il paradosso temporale sincronia/diacronia. Quel che è già accaduto lentamente si liquefa nel bianco, oppure quello che è ancora da venire nel bianco si compone. Il bianco diventa elemento di autosospensione, di azzeramento volontario e fittizio della coscienza affinchè sia l’occhio a comprendere quanto ci sia di cinereo e quanto di niveo.”
O come nel mio ultimo progetto “As You Like It” in cui le persone ritratte divengono tracce di passaggi che vanno a sovrapporsi alle tracce di chi, in quel determinato luogo, era già passato, anni, decenni, secoli prima.
Sicuramente sono aspetti fondamentali di una parte della mia ricerca.

Nel lavoro As You Like It dimostri di amare molto il ritratto, un genere non facile in fotografia…

Il ritratto è stato quasi sempre al centro della mia ricerca personale, come potrei non amarlo.
Non so se sia facile o difficile da trattare, per me è insito e me ne prendo cura in maniera del tutto naturale anche quando il ritratto non è “apparentemente” spontaneo. In As You Like It le persone ritratte, perlopiù sconosciute, sono state, nel corso degli anni, da me invitate a mostrarsi lasciando loro la libertà di scegliere come, quando e dove (all’interno dello stesso perimetro) essere fotografate. Un lavoro che, aldilà della bellezza di alcune immagini va considerato nella sua totalità. Diviene riflessione sulla fotografia di ritratto, in cui in questo progetto, perde ogni riferimento classico, mettendo in discussione sia il ruolo del soggetto che quello del fotografo che diviene apparentemente strumento. I due concetti principali di soggettività e oggettività perdono qui la loro egemonia in riferimento alla fotografia. I soggetti ritratti non hanno più un ruolo passivo ma divengono protagonisti, potremmo dire che divengono gli artisti che pensano e svolgono l’azione, mentre il fotografo sembra assumere il ruolo di curatore.
Scrive Anita Pepe in un suo testo per questo progetto di cui riporto un estratto:
La richiesta di Pastore ai suoi estemporanei modelli si insinua dunque tra coordinate fluide: nel momento di accoglienza e di “vacatio”, occasione di forza e di fragilità, e nei varchi del margine dentro/fuori. Nell’aprire consapevolmente il teatro delle sue e delle loro giornate, formula in maniera apparentemente distaccata facoltà di scelta: mettetevi dove, come volete. Sul letto, sui gradini della scala interna, sul pavimento, sul divano. A chi accetta viene demandato il titolo dell’immagine, che parlerà dunque la sua lingua. Uno, due scatti al massimo. Come se, una volta stretto il patto, i contraenti avessero premura di portarlo a termine. Perché c’è un treno che aspetta; perché si è felici di farlo; perché non ci siano ripensamenti; per stemperare il nodo profondo di questa idea, ovvero la consapevolezza e la corresponsabilità di un lavoro artistico.

Il lavoro dedicato alla sessualità è molto forte, cos’ è il sesso per te?

Il sesso è qualcosa di molto vicino alla generosità, per fare del buon sesso devi occuparti dell’altro, farlo sentire a proprio agio, è il momento in cui due (ma anche più) persone sono letteralmente nudi, estremamente fragili. I propri difetti che cerchiamo di nascondere con i vestiti sono esposti e occorre una buona dose di “comprensione” per rispettarli ad anche amarli. È il momento in cui le persone comunicano attraverso il corpo in un piacevole gioco di dare e avere.

I tuoi progetti imminenti?

Ad ottobre darò il via alla realizzazione del mio nuovo progetto curato da Simona Chiapparo. Partirò per Lampedusa, isola a metà strada tra due continenti, Europa e Africa, luogo di prima accoglienza di esseri umani disperati in cerca non di un futuro migliore ma della speranza di poter avere un futuro.
Avendo avuto modo di ascoltare alcuni racconti indiretti su come le migrazioni sono da sempre state accolte dagli abitanti di Lampedusa, aldilà del clamore espresso dai media, è nato in me il desiderio di provare a narrare in modo diverso il tema dell’accoglienza, a partire dal punto di vista di chi, ogni giorno, assiste al fenomeno degli sbarchi.
Ad un ceto punto di questa conversazione ho dichiarato che quando inizio un lavoro/progetto so dove sono diretto ma non so quel che troverò lungo il suo percorso. Ho un’idea di realizzazione ma ho anche la consapevolezza che una volta sul luogo qualcosa potrebbe cambiare. Sarà un’esperienza molto forte che sicuramente provocherà in me sensazioni e pensieri mai provati prima.

Lo scatto che sogni di realizzare?

Il prossimo, e poi quello dopo ancora.

 

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