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In risposta al GRANDE BOH sull’arte

Poco tempo fa sono stata invitata alla press preview della mostra tenutasi a Palazzo Reale dell’artista Vanessa Beecroft, ne parlo qui, uscita poi da quelle stanze colma di dubbi sulla qualità e sul senso di quelle Polaroid, lì a raccontare cosa?!?

Il direttore di Style, il magazine di moda maschile del Corriere della Sera, Alessandro Calascibetta, leggendo la mia recensione, mi ha invitato a sfogliare il numero di Dicembre incentrato proprio sull’arte e sulla sua comprensione.
A fondo pagina “IL GRANDE BOH”, un interessante articolo di Andrea Rossi, che si interroga “E’ l’habitat che fa l’opera d’arte? No. È il mercato che fa l’opera d’arte? Si, senza dubbio“.

Ecco, se le Polaroid della Beecroft (ripeto artista che stimo e seguo da tempo) si fossero trovate non a Palazzo Reale ma al bar di zio Peppe, avrebbero avuto lo stesso valore? Io credo che, per il signore che prende il cappuccino al bar di zio Peppe, lo stesso signore che conosce le installazioni della Beecroft, UNA di quelle immagini possa avere lo stesso significato; ma zia Pina che guarda la D’Urso la domenica pomeriggio, si fermerebbe solo per esclamare un “cus a l’è quel culo infangato lì? Guarda che costuma’



E ad ogni modo anche il conoscitore dell’intera opera Beecroft, qualche domanda se l’è posta: 36 Polaroid di backstage cosa raccontano della complessità artistica 1993-2016 con dei soli primi piani di volti pittati?

Rossi sottolinea che “è il mercato a fare l’opera d’arte” e con questa affermazione è vicino al mio pensiero quindi.

Ricordiamoci che l’arte non è scienza, ma è per definizione qualcosa di “astratto” rispetto alla scienza e alla matematica. L’arte è ambigua per natura. Certo io posso dire che un’opera di Warhol è bella (cosa che negherò tutta la vita- apprezzo l’intelligenza di Warhol ma non la sua arte) e un altro invece può dire che è una cagata pazzesca. La definizione di “bello” è qualcosa che ha a che vedere col proprio gusto, bagaglio culturale, periodo storico, luogo etc…
Ogni opera d’arte viene percepita individualmente. Non ci sarebbero orde di turisti ammassati a fotografare la Gioconda, se non se ne fosse parlato tanto. Quindi è assolutamente vero che è il mercato a fare l’opera d’arte.
Lo stesso vale nella moda. Chi acquisterebbe una Fendi senza tutta quella pubblicità? Come arriverebbe al cliente, se nessuno vedesse le adv sui giornali, le campagne in TV, gli spot, alle masse arriva tramite questi mezzi, quindi più investi, più possibilità hai che la ragazzina che sfoglia Vogue possa vederla sulle pagine patinate o che la brava mogliettina durante l’ora di cena possa vederla in TV e chiederla prontamente al marito cornuto per Natale!

Anche in ARTE esiste una specie di piramide:

L’ARTISTA è spinto a creare, in genere, per una necessità, una “chiamata” interiore;

Lo scopo del MERCATO è vendere e creare quindi una serie di favolette più o meno interessanti, più o meno divertenti, più o meno scandalose o provocatorie, a mo’ di Bibbia;

E NOI, noi SPETTATORI, siamo quelli che l’arte la mangiano, con gli occhi, la vedono, col cuore, la sentono, con la testa.



(in copertina un’opera di Maurizio Cattelan, Love, 2011)

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