Il Natale profuma di seduzione

Ditelo con una fragranza! A Natale sarà bello mettere sotto l’albero un pensiero profumato per il vostro partner: di sicuro farete centro regalando magia, intimità e lusso. Fra le essenze consigliate spicca l’ultima profumazione firmata Christian Loboutin, il mito delle scarpe più glamour, quelle preferite da Kate Moss. E’ una novità di Puig, il gruppo internazionale di alta moda e cosmesi che detiene, fra gli altri marchi, Gaultier, Carolina Herrera e Paco Rabanne. Dal polo del lusso di origini spagnole fanno sapere inoltre che hanno brevettato una particolare tecnologia, AI.LICE, che consente alla clientela di avere una preview olfattiva senza dover effettivamente testare una fragranza.

Basta scannerizzare, una volta in profumeria, un QR code con il proprio smartphone. Fatto questo, ogni volta che il cellulare all’interno del negozio inquadra un flacone o un packaging, AI.LICE analizza automaticamente le informazioni, recupera i contenuti relativi al profumo inquadrato all’interno di un database e mostra il risultato sullo schermo dello smartphone. AI.LICE espone al cliente la famiglia olfattiva della fragranza e le sue note dominanti. Unitamente a queste informazioni il tool offre anche spunti su fragranze correlate disponibili all’interno dello store e che potrebbero essere affini ai gusti del consumatore in base alle preferenze espresse verso i prodotti che sta inquadrando.

Ma veniamo ora alle proposte natalizie. Lo stilista di calzature da red carpet ha siglato una collezione di fragranze che ha battezzato ‘Loubiworld’ dedicandole a vari tipi di donna: ogni flacone in lacca rossa è sovrastato da un tappo scultoreo di cristallo che rende unico ogni essenza. Il profumo del grande shoe designer francese può essere abbinato, ad libitum, a un rossetto chiamato appunto ‘So Rouge’ che si rivelerà l’alleato ideale per il look vincente delle feste. Il rossetto di Loboutin, presentato in un packaging accattivante, un cornetto scarlatto porte bonheur provvisto di cappuccio dorato e di un immancabile nastrino d’argento che ricorda il peprone rosso di Weston tanto caro a Guy Bourdin, dona lucentezza e idratazione fino a 6 ore alle labbra più turgide e sensuali. Per chi ama un rosso meno vivido ma non meno vibrante c’é ‘Voce viva’ la nuova fragranza di Valentino. Pierpaolo Piccioli, direttore creativo della storica maison di haute couture oggi controllata dal fondo Mayhoola Investments, ha scelto l’eccentrica popstar Lady Gaga come testimonial della sua nuova fragranza, affidata, per la campagna pubblicitaria, al duo artistico Inez Van Lamsweerde e Vinoodh Matadin che negli anni’90 hanno rivoluzionato la fotografia di moda trasformandola finalmente in una forma d’arte. La fragranza boisé made in l’Oréal, é una celebrazione della diversità e dell’inclusione secondo il mantra attuale dello stilista romano premiato come miglior creativo dell’anno dal Council of fashion Designers of America. Questa essenza, che é un omaggio alla femminilità contemporanea, si compone di accenti fioriti come la gardenia ma anche muschio, legno di sandalo, vaniglia, bergamotto e ginger. Notevole il tappo laccato decorato dall’iconico motivo delle borchie quadrate tipico delle scarpe e borse rockstud.

Un altro brand che lega il suo successo alla forma inedita del flacone, quella di una scarpa sinuosa issata su un vertiginoso tacco 12 da vamp, é Carolina Herrera, star della moda internazionale che per Natale punta su una versione glitterata del suo iconico ‘Good girl’ la cui ambassador è la splendida e svettante regina delle passerelle Karlie Kloss. La nuova essenza, ribattezzata dal brand ‘Suprȇme’ è un omaggio al lato più irriverente della personalità femminile e soprattutto alla sua dualità, perché come dice la celebre designer sudamericana: “Il nostro lato più cattivo è potente e seducente, in fondo it’s good to be bad!”. L’inedita formula olfattiva di questo conturbante profumo combina il gelsomino egiziano, potente afrodisiaco, con la fava Tonka.

Radioso e ottimista il profumo Si Passione Exclusive Edition di Giorgio Armani che per Natale si ‘veste’ di un’edizione esclusiva, in un trionfo di rosso incandescente che, si sa, é il colore delle feste, come dimostra nel bellissimo spot televisivo la diva da Oscar Cate Blanchett, beniamina dello stilista piacentino e testimonial della fraganza a livello mondiale. La fragranza si apre con note di pepe rosa speziato, pera e nettare di ribes nero jungle essence; segue un cuore che combina la rosa, l’
eliotropio e il gelsomino. Miuccia Prada risponde a Re Giorgio con il suo Purple Rain, mistica essenza che sprigiona il profumo intenso dell’Iris, un ponte fra cielo e terra. La soave fragranza della maison di Luna Rossa appartiene alla famiglia Olfactories, una collezione di dieci essenze nata dalla liaison creativa fra Miuccia Prada e Daiela Andrier che richiamano l’alchimia di elementi contraddittori per una esperienza inebriante e magicamente surreale. Ieratico e quasi ineffabile è invece ‘Rouge’ il profumo di Comme des Garçons anch’esso rosso, un’altra novità made in Puig che esordirà sugli scaffali delle profumerie a febbraio. Per le sue fan la visionaria stilista giapponese Rei Kawakubo, antesignana del mood concettuale e minimal anni’90, ha ideato una fragranza molto originale in cui l’incenso è avvolto da radici vegetali: legni ardenti che bruciano senza pudore e una profondità resinosa illuminata da lampi di rapa rossa sono i tratti distintivi di questa nuova, sofisticata profumazione.

Una ‘esperienza olfattiva trascendente’, come promettono dalla marca giapponese ‘postatomica’, che si distingue per un bouquet a base di pepe rosa, zenzero, incenso, rapa rossa e patchouli. In attesa di questa incredibile formula olfattiva il cineasta Jordan Hemingway ha creato un video dall’atmosfera onirica ed evanescente. Le fan di Versace invece, lontane anni luce dal mood un po’ cerebrale di Comme des Garçons, troveranno stimolante e assolutamente glamour la nuova essenza ‘Dylan Turquoise’. Per lanciare questa vibrante fragranza prodotta e distribuita da EuroItalia, la bionda stilista Donatella Versace ha arruolato addirittura l’avvenente e richiestissima top model star di Instagram Bella Hadid, protagonista insieme a Hailey Bieber e a Louis Baines di uno spot suggestivo ambientato in una spiaggia idilliaca.

Un profumo che ha nel cuore la fresia e l’esotico succo di Guava mentre le note di testa sono sensuali impressioni agrumate di limone di Sicilia e mandarino con un fondo di note legnose molto sensuali. E veniamo ai signori uomini, gentlemen digitali fascinosi e connessi. Da Torino lo stilista Carlo Pignatelli lancia una nuova essenza dedicata al suo heritage nel menswear di matrice sartoriale: si chiama 1968 e si richiama all’anno di fondazione della maison torinese. Un’essenza che diventa strumento di seduzione per il maschio alpha di oggi e che rievoca la vivacità che lo caratterizza fin dalle fruttate note di testa, in cui spiccano le sfumature del pompelmo, in una sinfonia di legni fusi con l’intensità del patchouli. Eleganza e cura dei dettagli si traducono in note intense dal tocco finale esclusivo, strumento di seduzione per i Casanova 4.0, il tutto condensato in una bottiglia dal design raffinato ed essenziale, amplificando in questo modo l’indole stessa del profumo.

Sempre dedicato ai maschi, ma a quelli un po’ spendaccioni che non temono di osare perché in fondo se lo possono permettere, la fragranza 1 Million di Paco Rabanne. “Esistono due tipi di flaconi, quelli che dimentichi e quelli che cerchi. Troppo non è mai abbastanza”, dicono dalla maison francese che non per niente ha scelto di proporre questa essenza in un packaging dorato plasmato come un lingotto. Il risultato è un’immagine sexy e provocante per un Creso sciupafemmine e scanzonato: anzitutto nel bouquet si percepisce una pulsazione salata a base di tuberosa salata, ambroxide, cashmeran. Subentra poi un’aria di coriacea opulenza, frutto di un felice accordo di cuoio solare, resina di cisto. E nel 2021 Paco Rabanne annuncia il lancio di una nuova versione di ‘Invictus’ epitome di una virilità eroica e paganeggiante.

Per i gentlemen romantici ed eco-friendly invece Missoni riserva la sua fragranza ‘wave’ (creata e distribuita da EuroItalia) che contempera il carattere avventuroso e la virilità di un giovane uomo amante dei profumi del Mediterraneo, tanto che perfino il flacone, sfumato nei toni del blu e realizzato con la tecnica della sublimazione (che consente l’applicazione fluida dei colori), esprime la passione per il mare. Il tutto in un astuccio che riproiduce l’iconico chevron di Missoni. Capace di slanci infiniti ed eroe marino, si presenta come un tritone digitale l’uomo atletico e sportivo di Armani Acqa di Giò Profondo che inneggia al mare e alla natura forte di un’essenza intensa in cui lo stilista conferma il suo impegno per le comunità agricole mediante la selezione di ingredienti sostenibili come il patchouli e il mandarino verde. Un tuffo nel blu che celebra il risveglio dei sensi in un tripudio di muschio, cipresso, acquozone e calone, in un mix esclusivo ideato dal naso Alberto Morillas.

Per il maschio irriverente con tanta voglia di ‘épater les bourgeois’ l’enfant terrible della couture Jean Paul Gaultier, che ha annunciato un doppio debutto per marzo 2021 di ‘La Belle le Parfum’ e chez Sephora di una nuova essenza trasgressiva, So Scandal! Assolutamente da non perdere anche perché è afrodisiaca, come assicurano dalla maison parigina (testimonial la magnifica top russa Irina Shaik, boccetta color lampone intenso con un tappo scultoreo, piramide olfattiva a base di fiori bianchi: gelsomino sambac, fiore d’arancio e tuberosa galvanizzati da note di lampone) ha in serbo una rivisitazione del suo iconico ‘le Male’. La maison punta stavolta su un versione dark del magnifico flacone che ricorda un abito da sera presentato in un packaging che ricorda la cabina di un piroscafo sontuoso. Infatti il marinaio di Gaultier è stato promosso a capitano e si rivela un ‘ufficiale gentiluomo’. Il cocktail olfattivo del nuovo profumo, al quale presto si affiancherà una nuova e irrinunciabile edizione limitata, alterna la lavanda, il cardamomo e la vaniglia. Assolutamente inebriante.

Agli amanti della trasgressione e dell’ironia sexy, Moschino dedica il suo ‘Toy Boy’ (EuroItalia) racchiuso in un flacone di vetro laccato nero con finiture silver che riproduce la mascotte del marchio tricolore, il tenero orsetto declinato in nero per il pubblico maschile. Passionale, dinamico e graffiante, l’uomo di Moschino, rappresentato dalla magnetica campagna pubblicitaria incarnata dal modello latino Jhona Burjack e firmata dal noto fotografo Giampaolo Sgura che pare essersi ispirato all’iconografia leather alla Tom of Finland, sceglie una fragranza inebriante e contemporanea a base di noce moscata, bergamotto, magnolia e vetiver.

I fan di Philipp Plein e del suo stile edonista e molto eccentrico troveranno la loro essenza adeguata nel profumo ‘No Limits’, una fragranza per ambiziosi millenniall racchiusa in un originale flacone forgiato in una carta di credito in vetro sagomato laccato nero, sul quale spicca il logo in rilievo oltre alla stampa dell’iconico teschio del brand, che si irradia al centro di un esagono. Creata dal famoso naso Alberto Morillas e disponibile per l’Italia in esclusiva nelle profumerie Douglas, questa essenza rock che sembra un tatuaggio sensuale, esprime una conflagrazione olfattiva derivante dal mix di cioccolato, cannella, chiodi di garofano, ambra nera e incenso.

E’ un sex symbol, come il suo testimonial, l’aitante attore ebony Michael B. Jordan protagonista di ‘Creed’ e di ‘Il diritto di opporsi’ (e incoronato da People uomo più sexy del mondo 2020) il gentleman nomade che sceglie il profumo Coach Blue. Una fragranza moderna, ottimista e autentica come Jordan che lo stilista di Coach Stuart Vevers ha scelto come brand ambassador del suo menswear. La famiglia olfattiva di questa fragranza energizzante, sinonimo di libertà e freschezza, si apre con note aromatiche di lime e assenzio. Il cuore è vivificato da accenti di pepe nero e note acquose di un accordo ozonico, per poi stabilizzarsi su un fondo di ambra e legno di cedro.

Vivamente consigliato per i più intellettuali e carismatici anche il profumo Montblanc Legend che ora arricchisce la sua piramide olfattiva con fresche foglie di violetta, messe in risalto da una nota floreale di magnolia e da una scia di cuoio e legno. Proposto in una boccetta scura modellata a fiaschetta, questo aromatico jus è affidato al magnetico e avvenente modello Simon Clark fotografato per la campagna del profumo dal grande Peter Lindbergh.

Per i più esigenti Grown Alchemist punta su una ampia gamma di prodotti biologicamente formulati e ideali per la cura del corpo. Gli estimatori di Abercrombie & Fitch, marchio di sportswear reso famoso dagli scatti iconici del mito della fashion photography Bruce Weber potranno regalare e regalarsi Authentic Night, fragranza declinata sia al maschile che al femminile nata nel segno dell’amicizia e dell’avventura. Il frizzante e odoroso bouquet miscela rabarbaro, lavanda, cuoio e muschio di quercia.

E veniamo a Mugler. La maison storica fondata negli anni’80 da Manfred Thierry Mugler e oggi controllata da Clarins dal canto suo propone il bestseller ‘Angel’ che dal brand definiscono ‘la prima fragranza gourmand’. Lo si può ricaricare, assicurano dal brand, grazie al pratico e suggestivo Fontaine. Nel parco Mugler svetta anche l’essenza Alien dal falcone violaceo e dalla iconica ed esotica campagna advertising che ricorda la collezione primavera-estate 1988 del famoso, nerboruto e visionario stilista. Un profumo sensuale e avvolgente dalle note sensuali e ambrate. Per il ‘lumbersexual’ che non deve chiedere mai, l’uomo rude e selvatico che sa di bosco canadese Dean e Dan Caten di Dsquared2 puntano su un’essenza maschile raw e raffinata: Green Wood.

Per gli estimatori dei profumi ‘di nicchia’ arriva una chicca imperdibile: Vilhelm Parfumerie propone Chicago High, la fragranza delle feste che rievoca le feste sfarzose nella villa di Jay Gatsby, protagonista del leggendario romanzo di Scott Fitzgerald. Il creatore di questa essenza, un ex modello, Jan Vilhelm Ahlgren, mixa champagne, ananas, miele e bergamotto in una essenza ‘couture’ che non lascerà delusi i nasi più esigenti. Chi cerca una fragranza esclusiva e bespoke e magari anche ‘agender’, potrà rivolgersi al maȋtre parfumeur fiorentino Sileno Cheloni che ha collaborato anche con Gucci. “Ho sempre avuto la passione per il profumo, che etimologicamente in latino significa “attraverso il fumo”, perché già in epoca paleocristiana venivano arsi legni e incensi per invocare un’entità superiore: é un modo di avvicinarsi al divino e al sovrasensibile. Per questo ho deciso di dedicare la mia carriera a creazioni multisensoriali, accostando colori e profumi”, spiega Sileno. E aggiunge: ”L’arte del profumiere è come una vocazione, che ho avuto la fortuna di apprendere da un autentico guru, il Maestro di Cipro. E’ lui che mi ha insegnato a ‘sentire la vita con il naso’”.

L’ingrediente perfetto per un buon profumo secondo Sileno è l’ambra grigia che è molto più persistente dell’Oud, usato nelle essenze più diffuse e normalmente persistenti. Le sue essenze, modulate artigianalmente e racchiuse in flaconi blu, hanno nomi evocativi: Eden, Argentovivo, Reginella e Sangueblu. Nel suo atelier di Borgo San Niccolò 72 a Firenze questo sensibile naso, ormai conosciuto in tutto il mondo dai veri connoisseurs, impartisce lezioni a chi desideri comporre il proprio profumo da sé. Un bel gran modo di coccolarsi, per uomini e donne. Insomma a Natale provare per credere!

Bottega Veneta indica la via del rinnovamento

Valeva la pena aspettare. Daniel Lee ha finalmente svelato quella che non è solo la sua nuova collezione per l’estate 2021 di Bottega Veneta presentata per happy few a Londra a settembre. Ma è soprattutto una nuova direzione che prefigura ciò che sarà la moda del futuro: più sostanza e meno fuffa. Di fuffa e di coriandoli ne abbiamo visti troppi in questi ultimi anni a essere proprio sinceri. Chi scrive non è allergico alle rouche e ai volants né ai ricami o ai lustrini, si badi bene; ma non possiamo certo restare indifferenti a quello che sta avvenendo intorno a noi. E’ ora di voltare pagina mettendo un punto a un passato di ‘wowness’ scriteriata per ridare un senso a quello che facciamo anche quando decidiamo di gratificarci con un abito ben fatto o con un paio di scarpe che ci facciano sentire meglio, più belli, felici, vincenti.

L’unico che è ancora legittimato a fare decorativismo ma in modo nobile, perché sa farlo, è Versace che, si badi, non fa mai fuffa ma qualità estrema. Ben venga l’ironia di Jeremy Scott chez Moschino che ci aiuta a non prenderci mai troppo sul serio, e l’eleganza classy e garbata di Alberta Ferretti. L’unica che ancora manteneva la sua coerenza estrema sulla strada della sostanza finora è stata Miuccia Prada, che sa reinventarsi ogni sei mesi e non ha mai cercato consensi pur ottenendoli sempre. La sua asciuttezza primordiale, ma veramente chic e dadaista, ha indicato sempre la strada a tutti nel pianeta della moda, fin da quando nel lontano 1988 esordì con la sua prima collezione a Palazzo Melzi d’Eril. E ora c’è anche lui, Daniel Lee.

Nelle creazioni di Lee, giovane ma determinato a rinnovare il linguaggio dello stile, c’è il glamour di Gucci all’epoca di Tom Ford ma senza quegli ammiccamenti porno chic alla Newton (contro il quale non abbiamo nulla). E c’è anche un certo minimalismo anni’90 ma senza troppa nostalgia delle foto di Willy Vanderperre per Raf Simons o di Juergen Teller per Céline. Quello di Lee è un nuovo escapismo dai luoghi comuni che ridefinisce l’approccio al lusso, ma non stucchevole, non lezioso, mai scontato . Guardando scorrere sulle note ipnotiche di Neneh Cherry le fascinose silhouette femminili e maschili nate dall’estro di Lee ma anche per certi versi dalla visione del fotografo Tyron Lebone, ci si pone insistentemente la domanda : cos’è il lusso? E’ rispetto della natura, è attenzione alla qualità, è voglia di ritrovare noi stessi nel quotidiano, è resilienza e self confidence, è sviscerare qualcosa di nuovo o almeno provarci. Ma soprattutto è una libido, una sensucht che ci fa sentire vivi, che di questi tempi è davvero tanto. Guai a smettere di desiderare, guai a smettere di sognare. Il lusso resiliente, epurato e tuttavia aristocratico di Lee è la ricetta giusta per affrontare con stile le nuove sfide. E a questo bel giovanotto dagli occhi buoni e con la testa sulle spalle auguriamo sinceramente un grande successo, anche commerciale.

Quel coating sull’abito asimmetrico, quelle arricciature a sipario ma distopiche nel jersey che definiscono le curve femminili che abbiamo sempre amato, quel crochet così lieve da simulare un pizzo, quelle asimmetrie negli scolli degli abiti neri, quella nappa gommosa che crea volumi inusitati, quella meravigliosa combinazione di legno e tricot nell’abito etnico con frange di bambù che volteggiano sull’omero (un piccolo capolavoro di perizia artigianale), quelle trame screziate che sembrano pixel, quell’audace clash cromatico nell’accostamento di rosso e turchese (stupendo, iconico e so nineties), quei disegni tridimensionali sulla maglieria hand made per lui: tutto racconta una voglia di esplorare sentieri decisamente in controtendenza che presto saranno mainstream, garantito. Concettuale sì ma con tanto charme, essenziale sì ma senza pretese, bodyconscious sì ma per nulla strizzato, per una collezione nata nel segno di un’armonia brutalista: sembrerebbe un ossimoro ma non lo é. Le immagini parlano da sole.

Lo stilista ha un feeling con l’artista concettuale tedesca Rosemary Trockel il cui lavoro, legato soprattutto ai dipinti di lana lavorati a maglia ai quali si é ispirato Lee, sfida le tradizionali nozioni di cultura della femminilità e di produzione artistica in una stimolante combinazione di racconti anonimi e collage fotografici. La qualità, l’allure delle creazioni del designer è inequivocabilmente italiana ma anche internazionale al tempo stesso. Daniel Lee ha studiato, e si vede: la lezione del classico c’è, e restituisce dignità perfino al più piccolo dettaglio, ma questo classico lui lo sa rivedere a modo suo, raffinato, accattivante, facile e puro come un sorso d’acqua limpida. E così conia un suo stile che presto sarà riconoscibile, uno ‘chic senza fronzoli’ come avrebbe titolato Vogue America nel 1929. Lungi dall’essere archeologia, anche se i riferimenti dotti non mancano, la sua moda è moderna con la ‘m’ maiuscola. Le sue scarpe cantano, i colori urlano, ma le linee controllano, moderano il tutto come si addice a una sinfonia ben orchestrata. I tailleur delle prime uscite sono notevoli e saggi ma senza sussiego, accarezzano le forme senza stravolgerle, con morbidezza, con classe. La princesse immacolata ma stilizzata è uno statement sulla femminilità, le zip e le arricciature sul punto vita ingentiliscono la funzionalità del quotidiano.

E poi il menswear: certi pantaloni palazzo a vita alta molto confortevoli, talora sormontati da una débardeur iridescente, ci ridanno una boccata di ossigeno dopo quasi cinque anni di linee strizzate o slim-fit che dir si voglia e antiestetici pantaloni seconda pelle effetto varicocele di una volgarità allucinante. Le felpe e le maglie invece qui si allargano generosamente sull’ombelico con un effetto cropped che piace e convince. Le tute over hanno l’allacciatura diagonale e ricordano le linee di Thayatt e il suo workwear futurista. I golfini estivi osano texture ingigantite con il sapore del tricottato a mano ma in 3D. Le camicie di popeline sembrano tracciare una V, la V di Bottega Veneta.

E poi gli accessori: chi non vorrebbe quella borsa gigantesca a forma di triangolo che sembra una scultura Inca? Chi non aspirerebbe a quelle platform issate su una sorta di gabbia di vimini? Chi potrà resistere a quelle belt bag anche maschili che reinventano il marsupio? Chi non ruberebbe, se non fosse un reato, quegli occhiali da sole a mascherina con montatura bianca o quella borsa morbidissima a trapezio molto fluffy con i pratici manici di legno che sembra un abbraccio? E l’abito fantasia alla caviglia coordinato alla borsetta nello stesso print? Tentazioni. Emozioni. E non è questo forse l’essenza della moda?

Versace abbraccia la realtà virtuale e celebra il Natale

Donatella Versace diventa un avatar. La bionda stilista della maison della Medusa, sempre aperta alle innovazioni tecnologiche e star dei social, si trasforma in un’identità virtuale sci-fi coniando un alter ego che riproduce le sue fattezze e capace di interagire con i suoi fan. E’ successo qualche giorno fa quando la maison ha aderito al progetto Complexland, un’esperienza digitale immersiva che coniuga moda, arte, performance musicali, conversazioni culturali e molto altro.

In occasione del Black Friday il brand glamour controllato dal gruppo della moda americano Capri Holdings, ha lanciato un nuovo modello di sneaker, la Trigreca, che sicuramente replicherà il successo commerciale della Chain Reaction, bestseller delle vendite nel mondo delle scarpe sportive di lusso. La nuova calzatura Made in Versace, venduta esclusivamente e in edizione limitata su Complexland, la piattaforma digitale di Complex Networks deputata alla promozione di giovani talenti nella musica, nell’intrattenimento, nel food e nel mondo delle sneaker. I collezionisti di scarpe sportive adoreranno questo modello che coniuga lo streetstyle tipico di Complexland e il design ellenizzante legato al retaggio stilistico di Versace. Le greche, motivo distintivo della maison dagli anni’80, decorano tre parti di queste sneaker esclusive. Il “Greca Cushioning System” aggiunge supporto e comfort mentre i lacci di questa edizione speciale presentano i dettagli in gomma che richiamano i codici estetici dell’ambita linea di sneaker Versace.

Per l’autunno-inverno 2021-22 Donatella Versace ha deciso di ridurre all’essenza l’esuberante linguaggio decorativo della maison di cui è dal 1997 direttore creativo. La collezione Pre-Fall 2021-22 si concentra sui capi essenziali per l’uomo e per la donna Versace di oggi. Ispirata dalle muse attuali, Donatella ha creato capi che esaltano la personalità individuale, presentando i nuovi must-have per un mondo in costante cambiamento. Ripudiando gli anodini orpelli, la bionda designer ha privilegiato silhouette lineari e disadorne dove la preziosità e il twist è sempre nei dettagli. Il fulcro della collezione è l’abbigliamento in pelle, uno dei fattori trainanti del successo del marchio. Questo trasgressivo materiale si declina in abiti, giacche sartoriali e gonne a trapezio. Il tutto ovviamente virato in nero, cifra distintiva del look della stilista.

Assecondando l’ineluttabile necessità di cambiamento orientato verso un mondo più sostenibile e resiliente, Donatella ha saputo assemblare un guardaroba easy e moderno in cui il classico little black dress, realizzato in jersey corposo o in pelle, assume un nuovo protagonismo fasciando il corpo fino alle gambe per poi aprirsi a corolla sul fondo con un effetto sirena: un vero e proprio passepartout da sfruttare a tutte le ore del giorno e della notte anche con luccicanti bijoux. I top sono scollati e sagomati con un taglio sensuale, l’outherwear è over, shiny e confortevole, i capi della collezione sono pervasi da un’energia street, le felpe hanno un ritmo pop e si convertono in abitini dalla vita strizzata. La cartella cromatica è imperniata sui toni neutri del nero e del caramello ravvivati da lampi di rosso smagliante, arancio vitaminico e blu elettrico. Cammello e miele si declinano in fascianti abiti da cocktail drappeggiati che ricordano la collezione atelier del 1995, anno in cui Gianni Versace lanciò il ‘conservative chic’.

Il soft tailoring di casa Versace diventa ancora più interessante nel menswear che assume connotazioni casual e leisure per esprimere l’eleganza effortless dei giovani di oggi, all’insegna della definizione di una nuova uniforme moderna e cosmopolita. Gli anni’90 sono qui: nei pants baggy e nelle felpe patchwork con quelle sfrangiature che citano lo streetstyle di matrice grunge. Le fantasie introducono un nuovo motivo dal gusto charmant e pittorico: il baroccoflage, in cui il pattern mimetico si intreccia con il motivo neobarocco che Gianni Versace lanciò fra il 1988 e il 1992. Questo print viene virato in combinazioni di khaki-marron glacé e navy-blu elettrico. Gli abiti sartoriali sono realizzati con nuovi tessuti. Alcuni presentano una tenue stampa baroccoflage e sono indossati con capi sportivi per creare un effetto a contrasto. Non mancano nell’armadio del gentleman fascinoso definito da Versace i cappotti di gran nitore in tonalità vibranti di blu e verde.

 Gli accessori sono audaci e si accendono di tinte shock che affiancano e illuminano il nero e il caramello. Il nuovo modello hobo de La Medusa bag è presentato in tre dimensioni diverse e la linea di borse Virtus si rinnova con finiture esclusive tra le quali l’eco-pelliccia. Le calzature femminili hanno una forma design pulita ma eccentrica con tacchi massicci e sagomati vagamente anni’70.

Nel nuovo corso della maison della Medusa c’è anche il rilancio di Versace Jeans Couture, fiore all’occhiello della maison fin dagli anni’90, da quando cioè questa linea veniva prodotta su licenza dalla Ittierre di Isernia fondata da Tonino Perna. Questa estensione young e grintosa della maison oggi si ammanta di valori nuovi, condivisi dalla community legata al marchio. Una condivisione che si estrinseca in un suggestivo progetto di comunicazione. How we Holidays. Per la sua campagna dedicata alle festività natalizie il brand ha chiesto a tre giovani creativi provenienti da diverse parti del mondo, di creare alcuni contenuti visuali incentrati sulle festività.

Dedicato ad amplificare le voci giovani e forti, questo progetto subentra con naturalezza alla campagna Vision for the Future celebrando la diversità culturale e i modi differenti di trascorrere le feste. Versace Jeans Couture ha selezionato un gruppo di creativi con diversi background chiedendo loro di scegliere uno strumento a piacimento per condividere la loro personale versione dei festeggiamenti. Con il progetto How We Holiday, il brand punta a proporre una visione inclusiva delle festività e a inviare un messaggio autentico di speranza, amore, gioia e solidarietà, soprattutto in un anno particolare come questo. Ispirato dal cinema d’autore e ai film di formazione, Natas 3000, lo skater francese trasformato in fotografo e filmmaker, cattura la fuga in campagna di due amiche per riconnettersi con la natura. Lo short film di Pam Nasr’s, filmmaker libanese, è un omaggio allo spirito gioioso e resiliente del suo paese. Attraverso un’estetica ispirata agli anni 80, l’opera racconta la storia di un gruppo di amici che rimane bloccato nel tragitto per la cena, ma riescono comunque a trovare il modo di festeggiare.

Un orsacchiotto sotto l’albero per Moschino

Moschino galvanizza la sua community con due sfiziose novità in salsa pop nel segno dell’inossidabile connubio fra couture e streetwear. La prima è una capsule collection creata dal direttore artistico Jeremy Scott in tandem con lo skate brand Palace. La collezione esprime l’unicità e il graffiante sense of humour dei due brand attraverso piumini stampati, giacche in montone, pullover con stampe ludiche, camicie mixate con felpe casual, t-shirt, denim monogram e un cartone del latte che diventa una vera borsa in pelle. Promossa da una campagna scattata da David Sims, la nuova collezione è disponibile in tutti gli store di Palace e di Moschino e online supalaceskateboards.com e moschino.com.

Inoltre il brand tricolore controllato da Aeffe e sinonimo di dissacrazione lancia una precollezione maschile per l’autunno-inverno 2020 che nasce nel segno del potere del linguaggio. Alla base di questo strabiliante guardaroba c’è l’idea di un lettering che è il cemento coesivo della società odierna. “Abbiamo tutti constatato quanto possa essere potente, nel bene e nel male, un messaggio scritto o digitato” dichiara Jeremy Scott. E aggiunge: “A mio avviso si tratta di un fattore cruciale: pensate, l’inglese e moltissime altre lingue sono composte da 26 lettere, 10 numeri e una serie di caratteri. In base però al modo in cui usiamo questi elementi, in un hashtag sui social media o un Tweet nel quale qualcuno dice la verità… questo, seppur limitato insieme di simboli, può cambiare il mondo”. La collezione si apre con un abito dai revers a scialle decorato da numeri stampati in flock su un tessuto che ricorda un check sbiadito. Questo tessuto, insieme al Principe di Galles, aggiunge un tocco nostalgico; assumono un ruolo centrale gli abiti sartoriali, i cappotti e i blazer doppiopetto che conferiscono un’aria dandy a un gentleman autoironico che calza stivali combat dall’allure marziale.

A questa gamma più formale ma sempre assolutamente originale e ricercata, si affianca un motivo che raffigura memorabilia stampati. Ritagli di giornali e magazine sono assemblati in collage marrone-blu-violacei, come un album indossabile fatto di ritagli di tabloid degli anni ’80 e ‘90. Il collage è una componente estetica fondamentale all’interno della collezione che ritorna come leit motiv anche su bermuda, shorts, camicie dal taglio western e cappotti. Scott approda infine all’era digitale: una stampa elettronica, che include parole quali “secure,” “privacy,” “hacked,” “contents,” e “device’, è decodificata in felpe con cappuccio, piumini e zaini. Questi ultimi, secondo lo stilista americano dalla pirotecnica vena pop, sono congeniali a catturare la doviziosa mole di messaggi che incameriamo quotidianamente attraverso i nostri schermi.

I termini appaiono stilizzati e distorti, come se fossero letti attraverso una spessa e deformante lente di ingrandimento in una raffica di testi in tecnicolor. Scott realizza infine la sintesi del suo pensiero con una semplice ma efficace rielaborazione del logo Moschino che si compone dei più comuni simboli presenti sulla tastiera dei computer e dei digital devices, gli stessi diffusi sui social media come il cancelletto e la chiocciola. Ma non finisce qui.

Per la precollezione donna dedicata all’autunno-inverno 2021-22 la maison punta sul collage e l’upcicling con un’ampia gamma di proposte nel segno di una wowness che occhieggia agli anni’80 promuovendo anche però l’economia circolare. Il vulcanico Jeremy Scott rispolvera l’archivio del brand per assemblare capi mosaico nati sotto il segno del teddy bear, l’iconico e tenero orsacchiotto divenuto ormai simbolo dell’estetica dissacrante di questo marchio.

Nel video che introduce la precollezione, la famosa modella canadese Winnie Harlow sfoggia mise spiritose e trasgressive in tinte shock che mixano cadì e jersey, animalier e cachemire, denim e pizzo, nappa e seta, il chiodo rock e il fourreau da languida maliarda. Gli opposti si attraggono, le fogge sono provocanti e ironiche, i volumi appaiono spesso enfatici e teatrali come nelle puffed sleeves o nei maxi fiocchi da gag, i tagli sono spesso asimmetrici e i tailleurs bon ton, volutamente chanellizzanti in perfetto Moschino style, propendono per la parodia del look bon chic ladylike attraverso azzardati accostamenti o con il provocatorio riferimento alle bordure in ocelot sul suit rosso ma in chiave fake fur e rigorosamente pet friendly.

Gli accessori, sempre sfiziosi ed eccentrici, comprendono borsette signature con il chiodo in primo piano oppure stivali neri in patent leather da valchiria sexy tempestati di borchie dorate che riproducono il teddy, mascotte della Moschino community onnipresente anche nelle stampe barocche e sui corpetti bustier, o ancora ampie tote bag basate sul concetto del patchwork, in un gradevole e sempre irriverente connubio di couture e streetwear. Nel segno dell’ottimismo.

La maliarda contemporanea di Brognano per Blumarine

Nicola Brognano suggella il suo debutto come direttore creativo di Blumarine nel segno di una efficace sintesi di opposti. La sua musa wilde e romantica, aggressiva e raffinata, strong e morbida al tempo stesso, si definisce per un’attitudine coquette e contemporanea che evoca l’iconografia storica del brand carpigiano oggi controllato dal magnate di Liu Jo Marco Marchi attraverso la sua Holding Eccellenze Italiane. In passerella incedono ragazze spudorate e sobrie al tempo stesso che da un lato ricordano l’universo pansessualistico di Helmut Newton e dall’altro le ambigue tele di Georgia O’Keeffe reinterpretate dalla lente lirica e personale di Brognano e della sua abile stylist Lotta Volkova.

Per la primavera-estate 2021 lo stilista calabrese, classe 1990, che prima di assumere il timone creativo del marchio creato da Anna Molinari si è fatto le ossa nell’atelier di Giambattista Valli, di cui condivide l’allure romantica ma mai stucchevole, non è alla ricerca di consensi anche se indubbiamente li merita. Il designer sembra perfetto come successore della regina delle rose dalla quale si discosta per la sua verve contemporanea e per la sua percezione dinamica della figura femminile ammiccante e sinuosa come non mai. Le silhouette asciutte e affilate delineate dallo stilista sono in linea con la nuova semplificazione estetica attualmente molto in voga.

Protagonista del guardaroba estivo made in Blumarine ovviamente il capo iconico della maison, il BluVi, un prezioso e sensuale golfino di cachemire bordato di visone, portato anche come top monospalla asimmetrico, come micro cardigan o tagliato all’altezza del seno, declinato in esuberanti tinte candy mutuate dalla pasticceria rococò: rosa gourmand, azzurro cielo, giallo limone, in un tripudio di nuance golose e accattivanti che esaltano una briosa femminilità. La collezione, impreziosita dall’eyewear firmato De Rigo, dalle scarpe di Zengarini e dai copricapi di Philip Treacy noto anche come ‘il cappellaio matto’, incoraggia l’ibridazione di tessuti e materiali secondo un linguaggio decorativo contemporaneo che non indulge mai agli eccessi. E così la georgette brodée flirta con la maglieria in fili pregiati, lo chiffon animalier intreccia nuove liaison con il pizzo Chantilly ricamato, il print zebrato si mescola con le rose, mentre i lacci dei provocanti sandali alla schiava, alternati a stivali di satin cosparsi di gocce di cristallo, si arrampicano come liane floreali lungo gambe da fenicottero valorizzate da orli estremamente succinti.

Il glamour essenziale della collezione, che si apre con un seducente look total black esibito dalla top Maria Carla Boscono, epitome di una Blumarine proiettata nel suo nuovo corso, configura un eveningwear trasversale, che scorre dal primo mattino alle ore piccole, traducendosi, dopo il crepuscolo, in fascianti e svolazzanti party dress, talora evanescenti come piumini da cipria, e in sontuosi outfit in cui scintillanti top gioiello a farfalla si combinano con mini mozzafiato arricciate e plissettate alternandosi ad abiti fatti di nastri di volant a spirale. Tutto è vitale e vaporoso, come suggeriscono gli orli di marabou in colori fluo e i danzanti chiffon che velano appena le gambe, per donare leggerezza a una vita che proprio leggerissima oggi non é. Un buon auspicio quindi per il presente e un saggio equilibrio fra minimalismo e show off definiscono una ottima prova per il giovane talento creativo che sembra averla superata a pieni voti.

L’incredibile storia dell’isola delle rose di Sidney Sibilia

Sbarca in questi giorni su Netflix l’ultimo, eccentrico ed esilarante film di Sidney Sibilia ispirato a una vicenda realmente accaduta. ‘L’incredibile storia dell’isola delle rose’ interpretato da Elio Germano, Luca Zingaretti, Fabrizio Bentivoglio e Matilda De Angelis, prodotto da Groenlandia, la società creata da Sidney Sibilia e da Matteo Rovere (regista di ‘Romulus’) è una vicenda epica ma anche molto grottesca legata a un’utopia giovanile e a un sogno di ribellione: la libertà assoluta dai freni borghesi di un mondo destinato a cambiare.

Il primo maggio del 1968, mentre per le strade di Parigi divampava la rivoluzione giovanile che sarebbe stata ribattezzata ‘Youthquake’ e che aspirava a costruire un mondo nuovo, Giorgio Rosa, un giovane e romantico ingegnere bolognese fresco di laurea e digiuno di politica, decise insieme a un amico e ad altri personaggi fra cui un naufrago e un disertore e la sua fidanzata Gabriella (inizialmente molto scettica sull’argomento), di costruirselo quel mondo nuovo. E così fondò ‘l’isola delle rose’, uno stato indipendente dall’Italia al largo della costa di Rimini e ad appena 500 metri dalle acque territoriali del nostro paese con una propria lingua e una propria moneta. Inutile dire che questa oasi felice ed ecologica, amata dai ragazzi di tutto il mondo, ma considerata un aperto e intollerabile atto di sfida dall’establishment sociale, politico e culturale dell’Italia scudocrociata degli anni’60 e del boom, non mancò di suscitare gli anatemi dei più fieri sostenitori dell’ala più dorotea della DC.

L’ISOLA DELLE ROSA (ROSE ISLAND) (L to R) FABRIZIO RONGIONE as MONSIEUR CARLOZZI, ELIO GERMANO as GIORGIO ROSA, and FRAN‚OIS CLUZET as JEAN BAPTISTE TOMA’ in L’ISOLA DELLE ROSA (ROSE ISLAND). Cr. SIMONE FLORENA/NETFLIX © 2020

Giovanni Leone, allora presidente della Repubblica, che aveva inizialmente sottovalutato il progetto di Giorgio Rosa definendolo una ‘ragazzata’ fu poi costretto ad adottare provvedimenti drastici per arginare un legittimo moto di protesta e di ricerca di libertà e autonomia che, se assecondato, avrebbe potuto creare un precedente dannoso al sistema. Il film, girato fra tra Roma, Cogne, Rimini, Bologna e Malta (nei cui studi acquatici è stata ricostruita l’isola), e interpretato in modo formidabile da un sempre più bravo Elio Germano, cerca di rispondere all’annosa domanda: quando bisogna smettere di sognare di poter cambiare il mondo?

L’ISOLA DELLE ROSA (ROSE ISLAND) (L to R) VIOLETTA ZIRONI as FRANCA, LEONARDO LIDI as MAURIZIO ORLANDINI, ELIO GERMANO as GIORGIO, ROSATOM WLASCHIHA as W.R. NEUMANN, and ALBERTO ASTORRI as PIETRO BERNARDINI in L’ISOLA DELLE ROSA (ROSE ISLAND). Cr. SIMONE FLORENA/NETFLIX © 2020

La tensione fra ideale reale è un tema in realtà estremamente dibattuto dal pensiero filosofico occidentale. Rispetto a un film così vengono in mente precedenti illustri (in realtà molto diversi nell’impianto e nello sviluppo dell’idea) come ‘Mediterraneo’ di Gabriele Salvatores che uscì nel 1992, oppure ‘The beach ’ con Leo Di Caprio (2000) ma anche il libro ‘La possibilità di un’isola’ di Michel Houellebecq. Un’isola è la metafora di un desiderio spesso irrealizzabile di indipendenza spirituale che da sempre anima gli esseri umani e che ci spinge a sovvertire gli schemi e a superare le barriere per affermare le nostre idee. Il regista, avvezzo alle boutade (ricordiamo la trilogia di ‘Smetto quando voglio’ del 2014 che lo ha reso famoso) fa spallucce affrontandolo con grande leggerezza e cimentandosi in un plot fresco e vibrante costellato di spassosi momenti di puro sense of humour che non mancherà di divertire ma anche di far riflettere con un tono semiserio e un timbro accattivante. Degno di nota il ruolo di Tom Wlaschiha, attore tedesco già scelto in passato nei cast di Mike Leigh e di Game of Thrones come pure di ‘Brideshead revisited’ e che in questa pellicola impersona Rudy, un ragazzo intraprendente, selvaggio e donnaiolo che ha disertato il fronte e che cerca una via di riscatto esistenziale. Interessante ed elaborata la scenografia, una palafitta di acciaio grande 400 metri quadrati che doveva essere, secondo l’intendimento di Rosa, un atollo in mezzo all’oceano eretto con tubi metallici svuotati e riempiti d’acqua. Un’opera alquanto singolare, ma anche monumentale per il dispiegamento di mezzi che ha richiesto, e che solo Netflix probabilmente poteva rendere possibile. Davvero affascinante l’andamento caleidoscopico delle inquadrature che conferiscono energia, verve e dinamismo a questo stimolante gioiellino.

L’ISOLA DELLE ROSA (ROSE ISLAND) (L to R) MATILDA DE ANGELIS as GABRIELLA and ELIO GERMANO as GIORGIO ROSA in L’ISOLA DELLE ROSA (ROSE ISLAND). Cr. SIMONE FLORENA/NETFLIX © 2020

Lo spunto per questo film così fantasioso (sembra proprio incredibile che sia tratto da una storia vera…) deriva da una frase che il vero Giorgio Rosa ha pronunciato: “negli anni sessanta lo stato era un nemico perché non ci consentiva di sperimentare liberamente idee che non erano di alcun danno a nessuno; “Per demolire un abuso edilizio lo Stato impiega degli anni, quando va bene. All’Isola delle Rose, che non era neppure in Italia, venne riservata una delle rare esecuzioni lampo”. Inoltre, aggiunge chi scrive sulla scorta delle osservazioni degli autori, la cosa più curiosa è che l’unica guerra vinta da un paese che in base alla nostra costituzione avrebbe dovuto ripudiare la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali, fu quella che il governo di Leone sferrò alla nostra isola”. E questo deve farci davvero riflettere.

L’adolescenza ai tempi del Covid

La ricerca di autonomia, il rapporto con il proprio corpo, le relazioni con il gruppo e gli amici, il bisogno di approvazione e il rispecchiamento, la fatica a controllare gli impulsi, la gestione della paura e dell’angoscia. Sono questi i temi caldi che gli adolescenti col confinamento devono affrontare oggi e che Armando Cecatiello, autorevole avvocato specializzato in diritto di famiglia, approfondisce nel suo ultimo libro ‘Adolescenti – educare e crescere senza paura’. Nato dalla collaborazione con la psicologa Laura Veroni, il libro approda in questi giorni sugli scaffali delle librerie e su Amazon in versione kindle; i proventi delle vendite saranno in parte devoluti alla prevenzione del bullismo e della violenza di genere nell’ambito dei progetti sviluppati da Soccorso Rosa Onlus fondata da Cecatiello stesso.

Con questo interessante volume, gli autori ci consegnano un prezioso manuale dove la realtà viene raccontata come un romanzo grazie alle voci narranti degli adolescenti. Sono loro i protagonisti di una serie di casi seguiti dall’avvocato in veste di Curatore Speciale per il Tribunale di Milano e dalla sua esperienza in diritto di famiglia. Ogni capitolo si apre con racconti di vita vissuta, visti attraverso gli occhi dei diversi protagonisti, seguiti dall’analisi delle inquietudini dei genitori, e si conclude con l’intervento della psicoterapeuta esperta in età evolutiva che offre una chiave di lettura della storia, ma soprattutto strumenti teorici per aiutare gli adulti ad avvicinarsi ai ragazzi. Dedicato principalmente ai genitori, ma anche a docenti, educatori, assistenti sociali, avvocati e giudici, può essere di grande supporto agli adolescenti stessi. Il linguaggio a loro familiare rende inclusive le storie scritte dai coetanei.

Immedesimarsi e riconoscere dinamiche che spesso sono alla base dei loro rapporti con gli altri, e allo stesso tempo capire anche il punto di vista degli adulti grazie all’analisi psicologica, può diventare una vera e propria esperienza terapeutica come spiega Cecatiello. “L’adolescenza è una fase della vita che crea timore negli adulti coinvolti nel processo educativo; c’è la paura di non saper gestire le crisi, di sbagliare approccio, di perdere il contatto e il dialogo con i ragazzi. A loro volta gli adolescenti vivono di contrasti che li destabilizzano creando insicurezze. Il dialogo tra queste due realtà con consigli pratici e di facile lettura è lo scopo di questo mio progetto volto a educare per crescere senza paura”. Un capitolo a parte è dedicato all’impatto del Covid-19 sulla psiche e la vita degli adolescenti. “Come adulti responsabili dell’educazione dei ragazzi dobbiamo considerare che la conseguenza più insidiosa di questa fase storica è la sospensione della progettualità futura – dichiara l’Avvocato – È importante tener presente questi rischi per pensare ad azioni educative che promuovano invece la responsabilizzazione dei giovani, chiamandoli ad assumere dei ruoli attivi nella società.” Basato a Milano, Cecatiello da oltre venticinque anni si occupa di diritto di famiglia e delle persone in qualità di studioso dei metodi alternativi al contenzioso.L’avvocato è inoltre impegnato in innovative ricerche nell’ambito di diritto di famiglia, negoziazione e pratica collaborativa sia in Italia che negli USA.È autore di diversi libri, oltre ad articoli e pubblicazioni in materia di diritto di famiglia e tutela dei minori su riviste scientifiche. Laura Veneroni è psicologa, psicoterapeuta, specialista in psicologia clinica.Lavora da anni a stretto contatto degli adolescenti e delle loro famiglie, con una formazione specialistica nell’ambito del trauma, delle situazioni di crisi e della malattia organica grave. A questa esperienza clinica si affianca un’intensa attività di ricerca, prima come dottoranda presso l’Università Statale di Milano, e poi come psicologa clinica. Per anni infatti ha lavorato presso il dipartimento di Pediatria della Fondazione Nazionale dei Tumori di Milano. È infine autrice di libri, e di oltre 80 articoli scientifici pubblicati su testate nazionali e internazionali.

Natale al testosterone con Michele Morrone

Sarà un torrido Natale per i fan di Michele Morrone. Il neo divo italiano, assurto a sex symbol internazionale per le scene senza veli nella pellicola polacca ‘365 giorni’ tratta dal romanzo erotico di Blanka Lipinska e trasmessa in esclusiva in 200 paesi in tutto il mondo dal colosso del digital streaming Netflix (in cui è stato un successo senza precedenti), è il protagonista della campagna maschile fall 2020 di Guess.

Il modello milanese, che è soprattutto attore di cinema e fiction (Sirene, Squadra antimafia, Bar Giuseppe, Come un delfino 2, I Medici), ma anche cantante pop (il suo primo disco si chiama ‘Dark room’, nomen omen…), è ormai onnipresente sui rotocalchi per la sua avvenenza ‘letale’ che lo ha consacrato come reincarnazione del latin lover e che gli ha valso l’appellativo di ‘Christian Grey italiano’. Gli scatti per le vie di Napoli a spasso con la bellissima Chiara Scelsi per la nuova campagna pubblicitaria 2021 di Dolce&Gabbana hanno fatto il resto. Ed ecco che la bomba mediatica al testosterone è servita. Il nuovo maschio alpha mediterraneo, classe 1990, nativo di Melegnano ma di origini pugliesi, potrebbe contendere lo scettro di super modello hot a David Gandy. Oggi lo possiamo ammirare in tutto il suo virile splendore nelle foto realizzate a Villa Erba, antica dimora di Luchino Visconti, sul Lago di Como.

Le foto sono opera della giovane Nima Benati, astro nascente della fashion photography, per una campagna advertising che segna il debutto del menswear di casa Guess. Parliamo della stessa azienda che nel 1989 lanciò il mito degli anni’90 Claudia Schiffer (fotografata per una iconica campagna del marchio da Ellen Von Unwerth) che lo stesso Karl Lagerfeld volle come nuova mannequin vedette e brand ambassador di Chanel al posto di Inès de la Fressange. Morrone è anche e soprattutto una star del web: su Instagram, dove è molto attivo anche con la sua famiglia (ha due figli molto piccoli), la sua fama di grande seduttore e il suo fascino da bel tenebroso, con lo sguardo da sciupafemmine incallito, gli hanno valso ben oltre 11 milioni di follower anche grazie all’ultima campagna per Guess.

Si tratta del coronamento di una parabola particolarmente fortunata per Morrone che, da ‘picciotto’ ambizioso e irresistibile qual é, si è saputo giocare molto bene le sue carte nel mondo dello showbiz, e che oggi grazie alla sua eloquente prestanza fisica, sogna Sanremo. A tenerlo a battesimo è stato il noto regista e attore Pino Quartullo, già modello prediletto e amico di Franco Moschino e vicino alle Fendi, con il suo cortometraggio ‘E la vita continua’ del 2012. E dopo un passaggio da ‘Ballando con le stelle’ nel 2016 come concorrente, Morrone è esploso come bomba sexy al pari di Can Yaman, la soap star turca di ‘Day dreamer’, e dell’aitante Filippo Melloni, il bel padre natura scelto da Paolo Bonolis e Luca Laurenti per l’ultima edizione (2019) del fortunato format televisivo ‘Ciao Darwin’.

Sembrerebbe che, complici anche i social, la bellezza classica italiana e mediterranea sia tornata finalmente in auge. Lo conferma anche la copertina di GQ Italia di agosto 2020 in cui Pietro Boselli, modello beefcake per antonomasia consacrato dalle passerelle come sirenetto e fashion influencer seguito da oltre 2 milioni di follower, è stato scelto dal lungimirante direttore Giovanni Audiffredi (e dal suo brillante fashion director Nik Piras) come reincarnazione digitale del ‘David’ di Michelangelo con una strepitosa copertina olografica. Una tipica bellezza italiana che, attraverso altri volti e corpi, già con la sua mostra pre lockdown di Napoli il talentuoso fotografo Sergio Goglia, amico del noto shoe designer Ernesto Esposito e di Roberto Bolle che spesso si affida al suo obbiettivo, ha saputo mirabilmente celebrare con i suoi scatti di nudo artistico cesellati con talento pittorico ‘caravaggesco’.

La classifica dei nuovi adoni tricolori, oggi reclutati da Fashion TV Italia come influencer e modelli per nuovi strategici progetti di marketing e comunicazione nella moda e nel lusso sotto l’egida del vulcanico direttore Emilio Pompeo, è capitanata dal napoletano Antonio Medugno, 130.000 followers e non a caso già affermato tiktoker a livello nazionale. Segue subito dopo, nella scuderia dei top model italiani arruolati dal prestigioso network internazionale Fashion TV, Valerio Logrieco, pugliese purosangue come Morrone, idolo dei reality e testimonial Yamamay (oltre che modello prediletto di Guess e di Gian Paolo Barbieri), seguito a ruota da altre eccellenze italiane nel pianeta degli influencer nostrani.

Parliamo dello statuario modello siciliano Simone Bonaccorsi, Mister Italia 2018 e protagonista, insieme alla compagna Chiara Esposito, di Temptation Island Vip 2019, e del giovane Maurizio Canale, stilista e modello partenopeo da 60.000 follower, che ha lanciato una sua linea di tailoring maschile bespoke, ‘Stile napoletano’ e che sta rilanciando l’attività del sarto ‘porta a porta’ d’antan ma in chiave digital anche grazie al suo store online Lab/37 che propone accattivanti capi dal gusto classico e urbano. Last but not least, la nuova promessa Filippo Gualandi, eletto ‘Più bello d’Italia’ 2020: il giovane e biondo atleta bolognese ambisce a una carriera nel cinema. Largo ai giovani!

Sfilano a Chenonceau le dame di Chanel

Una castellana coquette proiettata nella metropoli. Si presenta così in passerella nel castello di Chenonceau l’ultima trovata di Chanel per la collezione Métiers d’Art che, nata nel 2002 come il WWF delle maestranze artigianali più prestigiose di Francia, traslocherà il prossimo anno al 19M, un sito produttivo nuovo di zecca situato fra il diciannovesimo arrondissement e il comune di Aubervilliers, occupando oggi 6.600 persone di ogni età. Un vero e proprio polo del lusso Made in France di cui la maison va assolutamente fiera.

In prima fila, ad applaudire a Chenonceau le creazioni di Virginie Viard per la maison, c’è l’icona lesbo chic Kristen Stewart che esulta raggiante ammirando la nuova accezione del decorativismo secondo il brand della doppia C. Nessuna indulgenza a boutade teatrali, nessuna impennata stilistica: al massimo una certa verve di matrice rock per infondere nuova linfa nel guardaroba aristo bourgeois della leggendaria maison. Infatti già dall’incipit della sfilata è chiaro il messaggio della collezione: un bling filtrato dalla necessità di un azzeramento di tutto ciò che è orpello pleonastico, senza però rinunciare a quella giusta dose di glamour molto Eighties tanto apprezzato dalle clienti del brand.

Il ricamo, memore a tratti di certe soluzioni ideate da Kaiser Karl, come nel corpino gioiello rosso e nero dell’abito di organza satinata completato da un impalpabile domino, si alleggerisce e si localizza sui revers di una giacca, sulle maniche di un cappotto, sulla scollatura di un abito, su una cintura per riprodurre la facciata del castello di Chenonceau, fino a convertirsi in un plastron scintillante come un pavé di diamanti per illuminare abiti da falena.

L’obbiettivo è ringiovanire uno stile che non ha tempo complice uno styling asciutto ma grintoso. L’allure minima fancy di questa collezione, interpretata dall’obbiettivo del grande Juergen Teller, è spesso grafica ma anche bohémienne. La mini damier, che riproduce i pavimenti del castello, si porta con il blazer tricottato percorso da trame dorate, i classici motivi maschili come il pied de poule soffrono di gigantismo, il broccato è completamente ricamato a mano dal maitre brodeur Lesage, la gonnellona un po’ gipsy a vita alta dai fianchi ad anfora, si abbellisce con una lavorazione sfrangiata che valorizza il pattern optical in positivo e negativo. Mentre il denim assume accenti romantici con i print floreali che richiamano le fantasie di Ossie Clark e Celia Birtwell. Il nuovo ‘femminilismo’ di casa Chanel prevede un guardaroba stratificato e lunghe gonne ‘près du corp’ che, grazie a un treno di bottoncini, si aprono su gambe sottili e scattanti, appena velate dai nuovi pantacollant in toni indefinibili. Nuovo il body costruito come una giacca di tweed bouclé decorato da bottoni dorati, e nuova anche la profusione di frange di pelle per i capi sleeveless che sono un leit motiv della collezione. Tutto ha un brio abbastanza leggero e scanzonato e denota un timbro dinamico. Perfino il twin set, eco dell’eleganza ladylike del guardaroba leisure della regina Elisabetta in trasferta con i suoi cani a Balmoral, diventa imprevedibile tingendosi di color zucca con intarsi e lavorazioni squisitamente inedite da combinare con gonne longuette di tulle point d’ésprit.

Le suggestioni auliche presenti in certi pregnanti dettagli, dalla fraise adagiata sulle spalle alle perle mischiate a borchiette che formano losanghe sulle giacche di pelle opaca, evocano un mondo di magnetiche cortigiane e di regine perfide ed enigmatiche: in passerella si alternano i cloni moderni di Diane de Poitiers e Caterina De’ Medici, rispettivamente maitresse en titre e moglie di re Enrico II di Valois. Come conferma una nota della maison, Coco Chanel era attratta dall’allure di queste dame misteriose che guidarono le sorti della corte di Francia da Francesco I, innamorato della duchessa d’Etampes, fino a Luigi XIII. E poi c’è un cammeo dedicato a Jeanne Moreau, protagonista di ‘La sposa in nero’ di François Truffaut che lascia le sue tracce nei cappelli dalle ampie falde un po’ mormonici e nelle redingote di velluto. Nero totale per fare l’alba con la sottana di raso dall’orlo asimmetrico dalla vita strizzata da una fascia gioiello.

Certe mises, come la princesse intessuta di una rete di nastri di velluto, ricordano anche i costumi di scena cinquecenteschi di Julie Delpi in ‘La comtesse’, torbida storia gotica di una perfida dama francese che alla fine del XVI secolo si nutriva di sangue di vergini. I neri sono sempre luminosi e profondi: l’abito di pizzo non ha nulla di fané ma anzi si porta con accessori sfiziosi e desiderabili, veri e propri ninnoni di lusso in edizione ‘bonsai’.

Dalla it bag 2.55 miniaturizzata, in versione damier o impreziosita da ricami geometrici, alla borsetta cubica istoriata corredata da una catenella dorata fino alla tote neorinascimentale in velluto rosso rubino o imbrigliata in un reticolo d’oro con maniglie circolari. Le scarpe sono zeppe rutilanti e décollétés o perfino ballerine ultraflat stile Mary Jane glitterate con la iconica punta nera arrotondata, ideata da Massaro. Le cinture sono sautoir di perle, mentre il cappello cult è un hennin, un eccentrico copricapo a cono avvolto in un velo scuro e mutuato dal look delle dame di corte del duca di Borgogna Carlo il Temerario. Con questa collezione di demi couture Viard dimostra di sapersi esprimere al meglio manifestando una maturità creativa che sarebbe bello ammirare anche nella couture. Ma i tempi oggi sono più propizi di sicuro a una formula ibrida che contemperi la linearità easy e portabile del ready to wear e la discreta opulenza del savoir faire tipico dell’alta moda. E in questo la Viard non offre di sicuro fianco a critiche.

Il retrofuturismo di Balmain

Un ponte ideale fra passato e futuro. Si può sintetizzare così la collezione primavera-estate 2021 di Balmain che lo stilista Olivier Rousteing dedica all’età della resilienza, quella in cui ci troviamo a vivere oggi. Se l’incipit di questa sfilata coed, presentata anche in streaming sui social, è dedicato alla lezione sartoriale di Pierre Balmain che fondò la maison 75 anni fa, nel finale Rousteing pensa a un avvenire di inclusione, multiculturalismo e solidarietà, un messaggio importante di speranza e di ottimismo affidato a una coppia di bambini vestiti allo stesso modo ma di etnie diverse. I due gentili pargoli sfilano mano nella mano; sottotesto: un appello al superamento delle barriere razziali, sessuali e culturali per un mondo più vivibile e sostenibile. Un bel ceffone praticamente ai sovranisti xenofobi che infestano l’Europa.

La collezione parte quindi dallo heritage del marchio parigino: il logo che nasce dall’amore del couturier per i giardini alla francese e per i labirinti di erba. Un segno di fuoco impresso ovunque nella collezione, dai capi agli accessori onnipresenti. Tutto prende le mosse da alcuni look ispirati agli anni’70 e indossati da Amalia Vairelli, Violeta Sanchez, Charlotte, Axelle, Sonia e altre celeberrime veterane delle passerelle. Si tratta di sei look primaverili tratti dall’archivio, che Rousteing ha rieditato in una versione ‘logata’ con il pattern della maison che trionferà nella nuova boutique monomarca di Madison Avenue a New York di prossima apertura. Il tutto orchestrato, sul sottofondo delle magiche parole di Pierre Balmain stesso, dalla sapiente e colta regia dello storico della moda Olivier Saillard.

Lo show, allestito in versione phygital come usa oggi e introdotto da due video di Jennifer Lopez e Claudia Schiffer, prosegue con i look attuali dedicati alla Balmain generation. Spalle che si impennano a pagoda alternate per lui a spalle spioventi molto enfatizzate, si combinano con top drappeggiati, cropped jacket che si avviluppano intorno al seno e con jupes dagli orli sensuali che fasciano le gambe anche in versione sarong. Le flessuose e stilizzate silhouette femminili Made in Balmain evocano una necessità di semplificazione dopo l’overdose di decorazioni couture delle precedenti stagioni.

Il grigio impera nei vari capi maschili e femminili presentati nella stessa pedana in omaggio al powerdressing che contraddistingue il mondo creativo della maison, ma a mitigarne il rigore irrompono subito nel guardaroba tinte fluo accecanti come il giallo, il rosso, il blu elettrico e il rosa fucsia. La maglieria leggera e confortevole e i blazer si portano con shorts, ciclisti e pantaloni informali in denim sostenibile per pantaloni leggermente bell buttom, perché il nuovo mood dettato dallo smartworking è rigorosamente metissage, oggi ancora di più perché i tempi cambiano. Non sorprende quindi che una giacca doppiopetto si porti con dei pants easy e comodi.

Il gran finale è dominato da una falange di sofisticate falene amanti degli scintillii siderali frutto della perizia manuale delle sarte di Balmain che hanno cucito sugli abiti da disco queen ben due milioni di cristalli Swarovsky, la maggior parte upcycled. Una novità interessante è rappresentata dall’eyewear di design realizzato da Akoni che sottolinea l’appeal grafico delle silhouette levigate della maison.

E’ arrivato on demand ‘I am Greta’ identikit di una guerriera in erba.

Chi è Greta Thunberg? Se intendete scoprirlo vi invitiamo a vedere il documentario incentrato su di lei, diretto da Nathan Grossman. Disponibile sulle piattaforme digitali Sky Primafila, Google Play, Infinity, Timvision, Chili, Rakuten TV, oltre a MioCinema e IoRestoInSala, questo lungometraggio dal titolo ‘I am Greta’ distribuito da Koch Media in partnership con Lifegate presentato con successo di critica alla 77 Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia e al Toronto International Film Festival, esplora la personalità complessa e controversa di questa sedicenne attivista svedese che ha deciso di dedicare la sua giovane vita alla lotta contro la crisi climatica.

Sono 5 anni che è stato stipulato il trattato di Parigi che prevede l’azzeramento dei gas serra causa primaria del riscaldamento globale, vero cancro di questo pianeta. Ma nessun paese mondiale si è adeguato fino a oggi. Greta viene dipinta nel film come una eroina dell’ambiente ma anche come una ragazza sola e coraggiosa affetta dalla sindrome di Asperger che la rende debole ma forte al tempo stesso in quanto pare che potenzi la sua memoria. L’hanno definita ‘bambina radicale’, ‘mocciosa isterica e maleducata’, è stata minacciata di morte, è diventata il bersaglio prediletto dei leader sovranisti come Trump, Putin e Bolsonaro, l’establishment l’ha dileggiata ovunque, ma lei non si è mai arresa perché sente la responsabilità di salvare l’umanità dalla catastrofe che stiamo rischiando per aver trascurato il nostro ecosistema. “La razza umana è come un branco, chi avvista un pericolo imminente deve informare gli altri, dipendiamo gli uni dagli altri”, dice Greta nel corso delle riprese. Una frase che si commenta da sola. Questa ragazzina dagli occhi azzurri e dalle lunghe trecce bionde, che si presenta in modo del tutto anonimo al cospetto dei potenti della terra sfidandoli a fornire risposte al pianeta, è diventata il simbolo di un movimento che a New York nel settembre del 2019 ha mobilitato ben 2 milioni di persone davanti al Palazzo dell’Onu, allora sede di una importante conferenza sul clima.

Il documentario, girato con un linguaggio fresco, minimale, conciso e asciutto ma anche molto provocatorio a tratti, segue Greta dal suo primissimo giorno di pacifica contestazione fino al rocambolesco viaggio in barca a vela verso New York per partecipare al Summit sul clima dell’ONU. La protesta di Greta e i suoi primi ‘Friday for future’ a Stoccolma davanti al parlamento svedese sono diventati virali sui social lasciando un segno indelebile nelle coscienze di tutti noi. “Ormai il countdown é iniziato e non c’é più tempo per enunciare princìpi: bisogna fare i fatti” dice Greta. La portata rivoluzionaria del suo messaggio affidato ai più piccini è molto evidente nel documentario. Esclusa ed emarginata dai suoi coetanei, Greta è una ragazza ipersensibile che ha sofferto di mutismo selettivo a causa di una lunga depressione causata dallo studio dei problemi climatici. Fra luci e ombre la vicenda umana e politica di Greta si dipana con un ritmo sempre dinamico seguendola attraverso la preparazione dei suoi famosissimi speech in Polonia e a Strasburgo o nei momenti in cui dare valore alle piccole cose, perché Greta è un amante della routine e ei suoi animali domestici: cani e cavalli soprattutto che accudisce personalmente. A Greta pesa molto portare avanti la sua battaglia ma ciononostante questa ostinata e perfezionista ragazza continua a lavorare per migliorare il mondo dimostrando la vitalità e la forza trainante dei veri ideali.

Le scene più toccanti sono quelle in cui i genitori, soprattutto il padre che la segue come un’ombra, si dedicano a lei per mitigarne lo stress con affetto e commozione. E qui il pathos raggiunge vette isnperate. Questo lungometraggio, realizzato con semplicità e frugalità di mezzi, è in realtà un ritratto efficace e sentito di una protagonista della nostra storia oggi temuta dai nemici dell’ambiente di tutte le latitudini. Le sue rampogne sulla salvaguardia del pianeta per una giustizia ecologica e un pianeta più vivibile non sono passate sotto silenzio e qualcosa è cambiato. Poi è arrivato il Covid e il resto è storia. “La natura non è un sacchetto di caramelle senza fondo e prima o poi si metterà in sciopero: allora il futuro sarà a rischio”: impossibile darle torto.