Archive for marzo, 2015

GRANDI MOSTRE. LO STUDIOLO DEL DUCA, GLI UOMINI ILLUSTRI RITORNANO AD URBINO

Lo studio e la pacata solitudine che necessita erano nell’antichità un segno distintivo degli uomini di valore, apparteneva a questa categoria certamente Federico da Montefeltro, Duca di Urbino dal 1474 fino alla morte , grande mecenate del rinascimento italiano. Uomo di grande valore seppe dosare il culto della sua persona con la gestione del potere con giudizio e consapevolezza. Dalla sua biografia si può dedurre che a parte il potere, tra le grandi passioni della sua vita vi furono l’arte e le donne; ebbe quattordici figli alcuni fuori dal matrimonio ma tutti legittimati. Aneddoto poco noto vuole che si facesse ritrarre sempre esponendo solo il profilo sinistro perché il Duca fu reso cieco da un occhio durante una giostra a cavallo e quindi i quadri dovevano rappresentare soltanto il suo lato buono. Narcisismo che concediamo amabilmente a un uomo di potere dalla mente illuminata.

 

GRANDI MOSTRE. LO STUDIOLO DEL DUCA, GLI UOMINI ILLUSTRI RITORNANO AD URBINO

 

Federico da Montefeltro impiegò gli enormi guadagni derivati dalle condotte militari per mantenere una splendida corte, ma soprattutto per edificare il Palazzo ducale di Urbino e quello di Gubbio, per rafforzare le difese militari dello stato con la costruzione e la ristrutturazione di rocche e castelli e per allestire una delle più celebri biblioteche dell’epoca. Oltre la celebre biblioteca all’interno di Palazzo Ducale, si fece costruire lo Studiolo, uno spazio ristretto, tutto in legno, un luogo magico e raccolto dove poter studiare e pensare.

 

GRANDI MOSTRE. LO STUDIOLO DEL DUCA, GLI UOMINI ILLUSTRI RITORNANO AD URBINO

 

Dopo quattro secoli, lo Studiolo di Palazzo Ducale di Urbino torna eccezionalmente all’aspetto originario grazie al prestito da parte del Louvre dei 14 ritratti di Uomini illustri acquistati nel 1863 da Napoleone III. Si tratta di tavole che componevano la parte sovrastante lo Studiolo e che ritraevano quelle che al tempo erano considerate le menti più illustri . “Fece dipingere i filosofi e i poeti e tutti i dottori della Chiesa così greca come latina, fatti con meraviglioso artificio; ritrassevi la sua Signoria al naturale, che non gli mancava nulla se non lo spirito.”. Vespasiano da Bisticci descrive così lo Studiolo del Duca. Federico da Montefeltro era un mito già per i contemporanei, nel piccolo spazio privato del Palazzo di Urbino Federico si ritirava a meditare ispirandosi ai grandi del passato e non solo: da Mosè ad Aristotele, da Cicerone a Sant’Agostino, fino a Dante, Petrarca e altri personaggi ritenuti funzionali al suo disegno intellettuale e politico.

 

GRANDI MOSTRE. LO STUDIOLO DEL DUCA, GLI UOMINI ILLUSTRI RITORNANO AD URBINO

 

I loro ritratti erano una presenza che in qualche maniera accompagnava la lettura come fossero tutti lì in cerchio a benedire le riflessioni e l’operato del Duca. Le analisi sulle opere hanno permesso di attribuirle al fiammingo Giusto di Gand, di cui Federico non fu però del tutto soddisfatto, e probabilmente a Pedro Berruguete, l’artista spagnolo che nel 1477 risultava residente presso il Palazzo Ducale. La prima spoliazione dello Studiolo era avvenuta già nel 1633, quando il Ducato dei Montefeltro passò sotto lo Stato pontificio, dal cardinale Antonio Barberini. La seconda fu opera di Napoleone III i cui eredi le cedettero al Louvre. Le tavole del Louvre ricompaiono a fianco delle altre 14 riacquistate dallo Stato italiano nel 1934 e insieme ricompongono quello che era lo stato originario dello Studiolo. A completare la mostra anche un apparato multimediale che consente di ricostruire il contesto storico-artistico e il clima che si respirava a corte negli ultimi dieci anni di vita di Federico.

Il Buono, il Brutto, il Cattivo: così Sergio Leone riscrisse la storia del cinema Western

Tre uomini si incontrano in un cimitero sperduto tra le aride sabbie del deserto: all’ombra dei loro stivali una pietra, e sulla pietra un nome che vale un tesoro. Duecentomila dollari sono tanti, ce li dobbiamo guadagnare: le parole pronunciate da Clint Eastwood sono il preludio a uno dei duelli più memorabili del cinema di ogni epoca, cuore pulsante di una scena che ha lasciato un segno indelebile nell’immaginario collettivo e che ha regalato a Sergio Leone un posto d’onore nell’olimpo dei più grandi registi del novecento.

 

Facciamo un passo indietro: è il 1966, il mondo del cinema è in fermento e hollywood ricerca nuovi paradigmi stilistici avvicinandosi alla cultura dei b-movie. Sono passati pochi anni dall’avvento dello spaghetti-western, corrente cinematografica della quale Sergio Leone è stato uno dei più illustri iniziatori, e l’interesse nei confronti del western all’italiana è più acceso che mai. Dopo aver girato due capolavori del genere come “Per un pugno di dollari” e “Per qualche dollaro in più”, liberamente ispirati al Sanjuro di Akira Kurosawa, Leone non ha più intenzione di realizzare altri film ambientati nel selvaggio west. La United Artists tuttavia ha deciso di puntare su di lui, e dopo aver ingaggiato Luciano Vincenzoni, sceneggiatore delle precedenti pellicole, convince il regista a cimentarsi nella realizzazione di un nuovo progetto: nasce così “Il buono, il brutto, il cattivo”, che costituirà il capitolo conclusivo della celebre Trilogia del Dollaro.

 

L’aggettivazione del titolo non deve trarre in inganno, perchè tra le aride sabbie del deserto non vi sono né santi né benefattori, ma vige la legge del Dio denaro: il selvaggio west tratteggiato da Sergio Leone è solo un mondo di avidi opportunisti che rincorrono senza sosta una lapide e un nome – quello di Arch Stanton – che vale 200.000 dollari. Così ecco Clint Eastwood, il Buono dagli occhi di ghiaccio, che accantona i principi morali e agisce in virtù del profitto; e poi il Brutto Eli Wallach, cattivo per necessità più che per vocazione, che come tutti e più di tutti incarna lo spirito iconoclasta del film; e ancora lo spietato assassino Lee Van Cleef, nemesi del “buono”, antitesi del “brutto”. Dio non è con noi, perché anche lui odia gli imbecilli: i personaggi caratterizzati da Sergio Leone sono reietti, anti-eroi in cerca di un obiettivo che è soltanto un miraggio, perchè nel selvaggio west non esiste morale né redenzione.

 

van-cleef-buono-brutto-cattivo

 

Con “Il buono, il brutto, il cattivo” Leone si discosta definitivamente dall’estetica del maestro Kurosawa e conia un linguaggio filmico del tutto peculiare che esplicita vieppiù, qualora ce ne fosse bisogno, l’ironia caratteristica dello spaghetti western. Così facendo, l’espressionismo leoniano forgia un genere di meta-cinema che trascende i canoni del panorama cinematografico di quegli anni e rilegge la mitologia di John Ford in chiave iconoclastica. Come ebbe a dire Alberto Moravia“Il buono, il brutto, il cattivo” nasce dal mito e lo mitizza, distorcendo la prospettiva storica in funzione di uno stereotipo manierista. Le parole di Moravia erano un’aspra critica volta sottolineare quello che, ad oggi, deve invece essere considerato uno dei più grandi pregi della filosofia di Sergio Leone, ovvero quel gusto per l’eccesso e la spettacolarizzazione che caratterizzerà negli anni a venire l’estetica di un altro mostro sacro della regia, Quentin Tarantino. Non a caso, proprio Tarantino definirà a più riprese il film di Leone come una delle pellicole più significative nella storia del cinema.

 

Ma torniamo al cimitero. Dopo un lungo e silenzioso gioco di sguardi, seguito da due violenti scoppi di tamburo, di stivali ne sono rimasti in piedi soltanto quattro. L’altro paio ora se ne sta lì, nella fossa di Arch Stanton, aspettando che la sabbia del deserto lo seppellisca e ne cancelli il ricordo. Sullo sfondo, il meraviglioso paesaggio sonoro dipinto dal genio di Ennio Morricone. Si sono appena conclusi i cinque minuti più intensi di tutta la cinematografia di Leone, quelli che forse meglio e più di tutti ne incarnano la filosofia e l’estetica. Il duello tra Joe (il Buono), Tuco (il Brutto) e Sentenza (il Cattivo) è un chiaro esempio dell’opera di rivisitazione iconoclastica operata dal regista italiano sulla mitologia western di John Ford. Il confronto finale tra l’eroe e il villano, infatti, quì viene completamente trasfigurato: le pistole non sono due, ma tre, e fino all’ultimo non è chiaro chi sparerà a chi. Il clima di incertezza viene costruito con un abile gioco di primi piani, con la camera che passa dagli occhi di Tuco a quelli di Sentenza, concentrandosi poi su Joe, per tornare ancora una volta su Tuco. Io ti guardo, io ti sparo. Alla fine sarà il Cattivo a cadere, aprendo il sipario ad un “lieto fine” del tutto atipico che dimostrerà come la redenzione, in fin dei conti, è possibile anche nel selvaggio West di Leone. A volte non basta una corda per fare un impiccato.


Sotto la superficie di Ganimede si nasconde un oceano

L’identificazione di acqua allo stato liquido costituisce un punto cruciale nella ricerca di altri mondi potenzialmente abitabili, sia all’interno che all’esterno dei confini del nostro Sistema Solare. Senza acqua la vita così come la conosciamo non potrebbe esistere. In passato gli scienziati credevano che pianeti come Venere e Marte, considerati “gemelli” della Terra, possedessero tutti i requisiti necessari per consentire lo sviluppo di forme di vita complesse, ma sfortunatamente le prime missioni di esplorazione rivelarono una realtà completamente diversa dalle aspettative. La ricerca quindi si spostò più in là, verso le lune dei giganti gassosi Giove e Saturno. All’epoca, tra tutti i satelliti naturali studiati dalla NASA uno in particolare attirò l’attenzione della comunità scientifica: Ganimede.


Ganimede è il principale satellite naturale di Giove ed è anche la più grande luna dell’intero Sistema Solare, sia per massa che per dimensioni, nonché l’unica a possedere un campo magnetico autonomo. In base ai dati raccolti dalle missioni spaziali avvicendatesi negli ultimi quarant’anni, e in particolare grazie a quelli forniti dalla sonda Galileo, gli astronomi avevano ipotizzato già da tempo che al di sotto della superficie di Ganimede, a chilometri e chilometri di profondità, potesse trovarsi un vasto oceano di acqua allo stato liquido. La conferma definitiva è arrivata pochi giorni fà per merito di un team di scienziati dell’Università di Colonia, che tramite un’attenta analisi dei dati forniti dal Telescopio Spaziale Hubble è riuscito non solo a dimostrare l’esistenza di un oceano nascosto sotto la superficie di Ganimede, ma anche a determinarne con buona approssimazione profondità, densità e composizione chimica.


“Questa scoperta segna una tappa significativa, evidenziando ciò che solo Hubble può compiere”, ha dichiarato John Grunsfeld, amministratore del Science Mission Directorate della NASA. “Nei suoi 25 anni di vita, Hubble ha fatto molte scoperte scientifiche nel nostro Sistema Solare. La presenza di un oceano sotto la crosta ghiacciata di Ganimede apre ulteriori possibilità interessanti per la vita oltre la Terra.”




La chiave per dimostrare la presenza di acqua allo stato liquido sotto la superficie di Ganimede è stata l’analisi delle sue aurore, effettuata nello spettro UV. La luna ne possiede due, una intorno al polo nord e l’altra intorno al polo sud, entrambe create (almeno in parte) dal suo stesso campo magnetico. Le aurore non sono fisse, ma si spostano sulla superficie del satellite con regolarità. Osservando il moto oscillatorio dei gas incandescenti ed elettricamente carichi che circondano i poli del satellite, gli scienziati hanno studiato l’interazione del campo magnetico ganimedeo con la magnetosfera gioviana, calcolando poi quali particolari condizioni strutturali potessero consentire Ganimede di sviluppare un campo magnetico con caratteristiche così peculiari. L’unica spiegazione in grado di giustificare i 2 gradi di oscillazione registrati nel moto delle aurore – anziché i 6 attesi – è proprio la presenza di un oceano salato capace di generare attrito magnetico con la magnetosfera gioviana, da cui la scoperta.


“Abbiamo fatto diverse sedute di brainstorming per capire come avremmo potuto utilizzare il telescopio spaziale Hubble per scopi non convenzionali” ha dichiarato Joachim Saur, leader del team di ricerca. “Mi sono chiesto: c’è un modo in cui si potrebbe usare il telescopio per guardare all’interno di un corpo planetario? Poi ho pensato alle aurore, perché sono controllate dal campo magnetico e se le si osserva in modo appropriato è possibile ricavare informazioni molto dettagliate sul corpo celeste oggetto di studio. Insomma, se si conosce il campo magnetico si conosce anche la struttura interna della luna che lo genera.”




Secondo le stime degli scienziati l’oceano di Ganimede, sepolto sotto uno strato di rocce ghiacciate spesso circa 150 chilometri, è profondo 100 chilometri (dieci volte più della Fossa delle Marianne) e possiede una quantità d’acqua che supera quella presente sull’intera superficie della Terra. Un dato notevole, soprattutto in rapporto alle dimensioni complessive della luna. I risultati della ricerca sono stati pubblicati il 12 marzo nel Journal of Geophysical Research e sono consultabili a questo indirizzo.

GRANDI MOSTRE. TAMARA DE LEMPICKA, LA BISESSUALE PIU’ SUBLIME DELL’ARTE

Una grande mostra a Torino a Palazzo Chiablese dal 19 marzo fino al 30 agosto del 2015 celebra una delle più controverse , trasgressive e conturbanti pittrici del novecento: Tamara de Lempicka. La mostra torinese dedicata a Tamara de Lempicka è stata concepita secondo un piano tematico: “I mondi di Tamara”, “Natura morta”, “Devozione”, “Ritratti”, “Nudo” e “Moda”. In mostra si potranno anche ammirare le fotografie di Brassai, Joffé, Maywald, la ricostruzione dell’allestimento della mostra del 1933 a New York, i filmati degli anni Trenta che la fanno rivivere all’interno della mostra, le sue illustrazioni di moda e le opere che hanno ispirato al sua produzione (www.ticket.it/tamara).

 

 

Tamara de Lempicka (1898-1980) visse secondo il motto: “meglio un giorno da leone che cento da pecore”; tra droga e trasgressione ha dato vita nella sua produzione artistica ad uno stile unico ed irripetibile nella storia dell’arte. Tamara de Lempicka fu perfida, arrogante, spregiudicata e glamour. Bisessuale, frequenta solo ricchi e potenti per ottenere favori e prestigio. Cercò spasmodicamente il successo, vestiva come Marlene Dietrich – famosi i suoi stivali di vernice nera da amazzone – senza inibizioni, non era bella ma era tanto fascinosa da conquistare chiunque. S’invaghì di lei anche Gabriele D’ Annunzio e Tamara lo etichettò come “l’orribile nano in uniforme”, concedendogli l’umiliazione del bacio solo di un’ascella. Quando D’Annunzio si presentò in camera da letto con la sua valigetta degli “attrezzi” per fare sesso (oli, profumi, cocaina e oggettistica varia), Tamara lo scacciò in malo modo: “Ho orrore per la pornografia“, disse seccata. Il malcapitato, che le aveva regalato un anello costosissimo, uscì da quella camera urlando un patetico: “Sono vecchio per questo non mi vuole”.

 

 

Tamara vive freneticamente, viaggia in tutta Europa, ospitata dal duca o dal ricco di turno e per mantenere certi ritmi si fa aiutare dalla cocaina. Ama le copertine di Vogue, il glamour, il patinato, l’eleganza e lo charme come regola di vita. Tutto questo lo riportò, come è evidente, nella sua arte. Non fu di certo una “signora” nell’accezione classica del termine ma è di certo la più famosa signora della storia dell’arte. Cercava il moderno in ogni cosa e per il suo stile pittorico scelse il Déco che all’epoca, siamo negli anni venti, la faceva da padrone. Gli artisti bohemiénne che elemosinavano e stentavano a campare le facevano ribrezzo, lei amava il lusso e la bella vita. Nata a Mosca nel 1898, muore in Messico nel 1980. Quella di Tamara de Lempicka si attesta a pieno titolo la biografia di una grande artista con tanto di genio e sregolatezza che, come da copione, dissipa tutti i suoi averi e muore in povertà. Dimenticata, non piaceva a certa critica snob, ritorna in auge negli anni ’70. Tamara de Lempicka oggi è una vera icona che vanta tra i suoi collezionisti star come Jack Nicholson, Barbara Streisand, Madonna, Donna Karan. I suoi dipinti, sarà per quel patinato erotismo soft o per quegli accenni erotici conditi di colorato gusto decorativo, non disturbano neppure la critica sofisticata.

 

 

Come non rimanere sedotti da certi occhi languidi, grandissimi, su labbra rosse e sensuali o da seni marmorei coperti da sofisticata lingerie. Conturbanti i corpi scultorei, talvolta avvolti da vesti fluttuanti dai colori accesi, pietrificati in un godimento che s’annuncia pieno e totale. Le donne di Tamara de Lempicka sembrano non conoscere lacerazioni o sofferenze, gli sguardi sono sempre rivolti ad un altrove sconosciuto, i corpi grossi, pesanti, sembrano vivere in una perenne estasi di se stessi come se al di fuori non ci potesse essere null’altro, riempiono la scena del quadro e, appagati del loro essere, reclamano sguardi, in un narcisismo esasperato. Le sue immagini sono patinate come le copertine di Vogue, artificiali, vagamente fumettistiche, strizzano l’occhio al cubismo. I corpi quasi legnosi evocano la pesantezza della carne quando è bramata. Come accadde per Caravaggio e per pochi altri nomi della storia dell’arte, entrati a far parte dell’immaginario collettivo, non si finirà mai di andare a ripescare l’ultimo aneddoto, l’ultimo ritrovamento, la foto sconosciuta, l’ultimo piccolo grande scoop, insomma purché se ne parli tanto la fila al botteghino è assicurata e questo è esattamente ciò che avrebbe fatto impazzire di gioia Tamara de Lempicka: una folla adorante disposta a pagare per vederla.

Il Team Forward punta al titolo Open in MotoGP con Stefan Bradl

Mancano poco più di due settimane e il sipario tornerà ad alzarsi sul motomondiale. In attesa del via della stagione, previsto per il prossimo 29 marzo con la gara in notturna di Losail, il team Forward Racing ha tolto il velo alle proprie moto. Un anno di cambiamenti per lo squadrone svizzero, reduce dal titolo nella categoria Open con Aleix Espargaro. Con lo spagnolo accasato in Suzuki, la squadra di Giovanni Cuzari ha deciso di ripartire affidando le proprie Yamaha a Stefan Bradl e Loris Baz.

 

Il tedesco, dopo tre anni con la Honda LCR di Lucio Cecchinello, avrà il compito di confermare le prestazioni del 2014. Una sfida che affascina il nuovo alfiere Forward: “Sarà una grande avventura – ha spiegato in occasione della presentazione del team a Milan – l’obiettivo è sicuramente quello di riconquistare il titolo vinto di recente. Sappiamo bene che ci saranno avversari molto pericolosi – ha proseguito – tra cui Petrucci, Hayden e Miller, proprio per questo dovremo iniziare subito con il piede giusto”. La stagione partirà come da tradizione in Qatar. Una pista che soddisfa le caratteristiche della Yamaha: “Mi piace molto come tracciato – ha analizzato – proprio a Losail faremo gli ultimi test prima del via e sarà quindi necessario migliorare la staccata. Per quanto riguarda invece la percorrenza in curva della moto mi soddisfa – ha concluso il tedesco – apporteremo ulteriori sviluppi per essere ancora più competitivi”.

 

In questo 2015 Stefan Bradl si troverà a dividere il box con Loris Baz, che proprio la scorsa estate aveva raggiunto un accordo con Aspar. In seguito ecco la beffa, con il team che fa marcia indietro per via dell’altezza del francese. L’ex pilota di Superbike ha comunque ottenuto la rivincita riuscendo a strappare il sì da Forward, che lo schiererà in griglia. Il salto dalle derivate alla classe regina non lo preoccupa, nonostante ci sia molto lavoro: “Passare dalla Kawasaki alla Yamaha è una scelta che mi entusiasma – ha sottolineato – so bene che dovremo impegnarci molto per lo sviluppo della moto, però ho deciso di mettermi in gioco. Sarà quindi necessario lavorare sul setting e, in particolare, sulle gomme. Ci vorrà un po’ di tempo – ha concluso – in estate credo che potremo essere competitivi”.

 

Oltre alla MotoGP, Forward sarà presente anche in Moto2, con un team tutto all’italiana, composto da Simone Corsi e Lorenzo Baldassarri. C’è tanta voglia di rivincita da parte del pilota romano, costretto lo scorso anno a saltare metà campionato per via di una frattura al braccio. Adesso però il capitolino vuole puntare al podio: “Credo che i problemi siano ormai superati – ha spiegato – nell’ultima uscita a Vallelunga mi sono trovato bene con la moto, proveremo quindi a tentare di insidiare Zarco e Rabat, che saranno tra i favoriti per il titolo”. La new entry, invece, è Lorenzo Baldassarri, promosso in Forward dopo l’anno di apprendistato. Nel mirino del marchigiano c’è un connazionale: “Mi piacerebbe competere con Franco Morbidelli – ha affermato – nel 2014 ha fatto una grande stagione e sarebbe interessane confrontarmi con lui”.

 

Nuova teoria unisce Meccanica Quantistica e Relatività Generale per spiegare i “segreti oscuri” dell’Universo

Quando Werner Heisenberg formulò il suo Principio di Indeterminazione, che costituisce il mattone fondamentale della Meccanica Quantistica, Albert Einstein, nella convinzione che ogni fenomeno fisico fosse per natura puramente deterministico, coniò una delle frasi più celebri del secolo passato: “Dio non gioca a dadi con l’Universo”. All’affermazione del fisico svizzero risposero Niels Bohr e Richard Feynman: “Einstein, smettila di dire a Dio cosa deve fare”, disse il primo; il secondo fu anche più radicale: “Dio non solo gioca a dadi con l’Universo, ma li getta anche dove noi non li possiamo vedere”. Nelle frasi di Einstein, Bohr e Feynman è riassunta la dicotomia più importante della fisica contemporanea: da un lato la realtà “semplice” e deterministica che emerge dalle equazioni della Relatività Generale, dall’altro l’affascinante caos probabilistico figlio della Meccanica Quantistica. Entrambe le teorie, che i fisici sperano di fondere nel Modello Standard, costituiscono uno strumento predittivo accuratissimo tanto dei fenomeni che avvengono su grandi scale, spiegati dalla Relatività Generale, quanto di quelli che caratterizzano il mondo subatomico della Meccanica Quantistica. Sfortunatamente, nei casi limite nei quali le teorie si incontrano – si prendano a titolo d’esempio le singolarità del Big Bang e dei Buchi Neri – emerge un contrasto fondamentale che non può essere eliminato, a meno che non si decida di scartare una delle due. L’opinione comune è che entrambe costituiscano casi limite di una teoria ancora più generale, e che la Relatività necessiti di essere riformulata in termini quantistici.




Le soluzioni suggerite fino ad ora sono molteplici, eppure nessuna è mai stata in grado di fornire risposte soddisfacenti al problema (si veda per esempio la Gravità quantistica a loop). Una nuova teoria Elaborata dal dottor Stuart Marongwe del Dipartimento di Fisica del McConnell College, al contrario, sembrerebbe avere tutte le carte in regola per riuscire nell’impresa. La teoria Nexus, come è stata etichettata, offre un modello consistente della Gravitazione Quantistica in perfetto accordo con le osservazioni e potrebbe aiutarci a svelare alcuni dei più grandi misteri del nostro Universo, compresi i Buchi Neri, la Materia Oscura e l’Energia Oscura. La teoria Nexus riesce ad unificare Meccanica Quantistica e Relatività Generale postulando l’esistenza di una nuova particella elementare, il gravitone Nexus, che si differenzia dal gravitone standard in funzione di una caratteristica fondamentale, quella di non essere un mediatore di forza ma un semplice “attivatore” che impone una rotazione costante alle particelle che rientrano nel suo raggio d’azione. Il gravitone Nexus, sempre secondo la teoria di Marongwe, può essere identificato con l’Energia Oscura e rappresenta la componente fondamentale del tessuto spazio-temporale dell’Universo; può essere considerato anche come un piccolo “globo” di energia del vuoto, in quanto è in grado di emergere e scomparire in un processo assimilabile, per analogia, a quello della scomposizione cellulare: in questo modo risulta soddisfatto il postulato fondamentale della Relatività, che non consente il transito di informazioni a velocità superluminali, e nel contempo risultano soddisfatti anche i principi della Meccanica Quantistica, che prevedono la discretizzazione dello spazio nelle dimensioni inferiori alla scala di Planck. A differenza di altre ipotesi sulla Gravitazione Quantistica, la teoria Nexus produce risultati verificabili sperimentalmente – un requisito essenziale per poter essere definita teoria – e riesce ad aggirare con successo i problemi relativi alle quantità infinite che emergono nel momento in cui si cerca di quantizzare il campo gravitazionale relativistico. Eliminando le singolarità gravitazionali, la teoria Nexus riesce a spiegare efficacemente anche ciò che avviene nei Buchi Neri una volta oltrepassato l’orizzonte degli eventi.




La teoria Nexus ha subito destato un grande interesse nella comunità scientifica internazionale, proprio perché potrebbe risolvere definitivamente il problema più importante della fisica contemporanea. Sebbene sia ancora troppo presto per trarre conclusioni, la speranza è che la teoria possa aprire nuovi spiragli nella ricerca delle leggi fondamentali che governano il funzionamento del nostro Universo. Per ulteriori dettagli, qui troverete il paper originale del professor Marongwe, pubblicato in origine sull’International Journal of Geometric Methods in Modern Physic.