Archive for aprile, 2015

DESA NINETEENSEVENTYTWO Collezione Autunno/Inverno 2015/16

E’ l’eleganza e la classe di una delle attrici più belle del cinema, che ispirano la collezione autunno/inverno 2015/16 di DESA NINETEENSEVENTYTWO, e porta il nome di Romy Schneider.

Una collezione presentata in occasione della Milano Moda Donna, caratterizzata da dettagli d’intrecci fatti a mano nella tradizione della cultura Ottomana. Una serie con delle grandi novità: ROMY bag e LADY bag.

Da sempre attento al dettaglio, il brand DESA NINETEENSEVENTYTWO è riconosciuto come produttore leaderin Turchia nella creazione di prodotti in pelle di altissima qualità.
Le borse DESA sono l’oggetto del desiderio di una donna sofisticata, esigente e che rifiuta le etichette. Il prodotto DESA è timeless ma innovativo, tecniche tradizionali di manifattura vengono utilizzate insieme a quelle d’ultima generazione, dando vita a un prodotto unico e riconoscibile.

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I colori e le geometrie di questa collezione prendono ispirazione dai dipinti di Josef Albers e dal design di Charlotte Perriand.
Oltre alle iconiche FOUR, SEVEN e TWENTYTWO, è stata aggiunta una ciliegina sulla torta: la bag ANDROGENE, una borsa al passo coi tempi, che non ama le definizioni, misteriosa, un prodotto unisex portabile quindi sia dall’uomo che dalla donna.

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Protagonisti assoluti i materiali: Nappa Lux, Struzzo, Camoscio; Pelliccia e Pelle elaborata “Cervo”.

Burak Celet, Amministratore delegato di Desa:

“L’italia è uno dei mercati più importanti nel contesto dell’industria della Moda a livello globale, essendo generatore di grandi talenti, creatività e grandi marchi. Per questo è stata la nostra prima scelta all’ora di presentare il macchio DESA NINETEENSEVENTYWO al mondo. Oltre a 30 prestigiose boutique considerate grandi “connoisseurs” della creatività ed il lusso come Excelsior, Antonioli, Degli Effetti, Silvia Bini, LuisaViaRoma, hanno subito abbracciato il nostro marchio. Questa è la seconda volta presentiamo la nostra collezione nel contesto Calendario ufficiale della Milano Moda Donna, sede chiave per noi nello sviluppo del marchio. Siamo convinti che la nostra presenza nei migliori punti vendita in Italia, Corea del Sud, Svizzera, Stati Uniti, Giappone e il nostro show-room di Parigi, ci permetterà di introdurre NINE SEVENTYTWO ai ricercatori di un prodotto di lusso d’eccellenza a temporale”.

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(foto Miriam De Nicolò)

Qualcosa è cambiato in Arabia Saudita

L’Arabia Saudita è tradizionalista, molto tradizionalista, dal punto di vista religioso, il Wahhabismo è una delle visioni più conservatrici all’interno dell’Islam, sia dal punto di vista politico, lo stato è monarchico e basato sulla politica tribale, ma in questi giorni ci sono state tante novità nella famiglia reale come non se ne vedevano da anni.


Il successore di re Abdallah, Salman, ha appena rilasciato una serie di decreti che si propongono di tracciare il futuro della ricchissima nazione mediorientale e di velocizzare il passaggio alla generazione successiva a quella di Salman di principi ereditari.
La quantità e la qualità dei cambi ha lasciato gli esperti di affari sauditi scossi e tutti stanno tentando di capire cosa significheranno a livello politico questi cambi.


Re Salman ha tolto il titolo di Principe della corona, l’erede designato, Muqrin bin Abdulaziz, il figlio più giovane del fondatore della dinastia saudita, re Abdulaziz. Il nuovo Principe della corona è il Primo ministro Mohammed bin Nayef, il nipote di Salman, l’architetto del sistema anti-terrorismo saudita. Per la prima volta il principe ereditario è un nipote del fondatore.


Salman ha promosso anche il suo figlio prediletto, Mohammed bin Salman, a sostituto Principe della corona. Posizione più importante di quanto può apparire considerando che il Principe della corona non ha figli maschi per cui è molto improbabile che cambi l’ordine di successione in caso diventi re.


Alcuni cambi erano previsti ma, sicuramente, non di questa portata. Da quando Salman è salito al trono suo figlio Mohammed ha fatto una carriera fulminea: ministro della Difesa e capo della Corte, una posizione comparabile al Presidente del Consiglio italiano. La politica in Arabia Saudita funziona tramite un metodo consensuale, prima di ogni decisione viene chiesto il parere di decine e decine di principi. Per cui la mossa che a un occidentale può sembrare puramente nepotistica in realtà è stata avallata dalla maggior parte della famiglia reale.


La decisione di coinvolgere leader più giovani, Mohammed bin Salman ha circa trent’anni, riflette il ringiovanimento della popolazione saudita anche se un ringiovanimento di questo tipo da parte della leadership non era aspettato da nessuno.
Re Salman è riuscito a ottenere questi cambi grazie ad alcune sue particolarità: è più vicino agli Ulema (le autorità religiose) e fa parte dei Sudairi Seven, i sette figli di una delle mogli di re Abdulaziz, i quali formano il gruppo di potere più unito e numeroso all’interno della famiglia reale.


Salman è apprezzato anche dai comuni sauditi, si racconta che quando era principe ereditario per un suddito era possibile suonare al campanello della sua residenza o chiamarlo al telefono. Ora che è re si presenta in ufficio alle 8 di mattina, prima dei dipendenti. Una immagine di questo tipo funziona molto bene in uno stato che funziona secondo il consenso.


I decreti hanno anche cambiato il gruppo dirigente del ministero della Salute, ministro e due vice-ministri. Re Salman ha alleggerito la mastodontica burocrazia saudita e gli investitori sembrano contenti.


Dal punto di vista internazionale i cambi sono stati epocali: il ministro degli esteri Saud al-Faisal è stato rimosso dall’incarico dopo 40 anni e il suo posto è stato preso da Adel al-Jubeir, l’ambasciatore a Washington. al-Jubeir non fa parte della famiglia reale, una rarità, e da qualche tempo era diventato la faccia della politica estera saudita.

ALEXANDER McQUENN QUANDO LA CULTURA POP LONDINESE DIVENTA MODA

Londra è sempre stata la città del lancio di nuove mode e tendenze, quelle vere, quelle che cambiano, come diceva Roland Barthes, il Sistema della moda, per citare un suo celebre saggio sempre attuale.


Ripercorrere gli stili, i mutamenti e le tendenze nate a Londra ci porterebbe ad analizzare fenomeni di vera e propria rottura nella cultura di massa come per esempio la nascita del movimento Punk con tutto ciò che ha rappresentato in termini di rivoluzione della moda e della musica.


La motivazione di questa grande liberà creativa ha radici nella cultura popolare londinese, quella per cosi dire “bassa”, ma dove germogliano idee e tendenze che poi s’impongono a un livello per cosi dire alto .


ALEXANDER McQUENN QUANDO LA CULTURA POP LONDINESE DIVENTA MODA


Tale libertà della cultura di massa londinese è figlia di una libertà dalla subdola dittatura del cristianesimo essendo la società britannica intrisa di un protestantesimo meno opprimente.


Questo preambolo per introdurre un grande innovatore nella moda come Alexander McQueen.


Le sue creazioni sono in questi giorni in mostra al Victoria & Albert Museum di Londra, con una mostra dal titolo Svage Beauty.


Alexander McQueen si è suicidato nel suo grande guardaroba l’11 febbraio del 2010, aveva quarantuno anni.

Lasciò un biglietto scusandosi per non aver potuto chiudere la sua collezione a causa del suo gesto.


Fu uno dei primi a frequentare le molly houses, i primi bordelli londinesi solo per omossessuali .


In questa Londra libera e trasgressiva ha inizio la parabola di uno dei più grandi stilisti di questo secolo.


Dai bassifondi londinesi, arriva a diplomarsi al prestigioso college Central Saint Martins e riesce a imporsi nelle alte vette dell’ Haute Couture rivoluzionando lo stile della Maison Givenchy .


Le sue non furono sfilate ma vere e proprie rappresentazioni teatrali.

Era affascinato dalla follia femminile, una follia che cercò di rappresentare unendo un gusto spiccatamente gotico e fiabesco a un’idea blasfema della femminilità.


ALEXANDER McQUENN QUANDO LA CULTURA POP LONDINESE DIVENTA MODA


Le sue non sono quasi mai donne, non ha pensato a vestire le donne Alexander McQueen quanto a rappresentare fanciulle resuscitate dal suo inconscio, fanciulle in attesa del loro carnefice o principesse violate, questo l’immaginario di un genio indiscusso della moda.


Una delle sue ossessioni figurative fu il teschio che è sempre stato molto amato dai grandi pittori soprattutto del tardo cinquecento e che quindi spesso ricorrere nella storia dell’arte.

Basti pensare, per esempio, alla sua presenza vicino alla Maddalena penitente o al suo uso come simbolo della vanità di tutte le cose.

Anche Andy Warhol lo usa per un suo celebre quadro, per non parare del teschio di diamanti di Hirst.


ALEXANDER McQUENN QUANDO LA CULTURA POP LONDINESE DIVENTA MODA


A sdoganare però il teschio nella moda sarà, primo tra tutti, se si esclude la presenza nella moda punk, proprio Alexander McQueen.


I suoi teschi sono diventati icone pop e tutti, ma proprio tutti, hanno cominciato a usare questo simbolo della vanità umana per decorare qualsiasi cosa.


Tra le tante incredibili fantastiche creazioni di Alexander McQueen mi piace ricordare un oggetto misero, in fondo, se paragonato ad alcune sue sfavillanti creazioni, un paio di ballerine di pelle nera con un piccolo teschio argentato e luccicante .

Perfette per una folle, innocente principessa gotica che però non è riuscita a trattenere il suo creatore in questo mondo.

Soldati francesi hanno violentato alcuni bambini nella Repubblica Centrafricana

Un rapporto interno delle Nazioni Unite che in qualche modo è finito nelle mani della stampa accusa dei soldati francesi che partecipavano alla missione di pace nella Repubblica Centrafricana di aver stuprato dei bambini di un’età compresa tra i 9 e gli 11 anni. I fatti sarebbero avvenuti in un centro di aiuto per le vittime della guerra vicino all’aeroporto di M’Poko nella capitale, Bangui.


Le informazioni arrivano da Aids Free World, una ONG, che chiede venga istruita una inchiesta sui fatti e che ha passato il rapporto confidenziale dell’ONU intitolato Abusi sui bambini da parte delle forze armate internazionali al Guardian.


Secondo il Guardian il report sembra sia stato diffuso da un dipendente delle Nazioni Unite svedese di nome Anders Kompass che aveva deciso di passarlo alle autorità francesi dopo aver tentato la strada interna all’ONU e aver visto la denuncia insabbiata.
Kompass è stato sospeso dal suo posto di direttore delle operazioni sul campo per l’ufficio dell’alto commissario per i diritti umani (OHCHR) per aver infranto i protocolli di confidenzialità.


La co-direttrice di Aids Free World ha dichiarato a Vice che il report contiene sei interviste che hanno avuto luogo tra il 5 maggio e 27 giugno e che indicano che gli incidenti hanno avuto luogo anche successivamente all’inizio dell’inchiesta dell’ONU.


I racconti, a quanto pare, sono molto crudi e spiegano con molti dettagli come alcuni soldati francesi presenti a Bangui per prendere parte alla missione di peacekeeping dell’ONU abbiano stuprato e abusato sessualmente di bambini affamati e allontanati dalle famiglie in cambio di cibo.


I testimoni sono di un’età compresa tra i 9 e gli 11 anni hanno dichiarato che i soldati francesi hanno approfittato di loro mentre erano alla ricerca di cibo. I bambini sono stati in grado di fornire una descrizione dei soldati che hanno abusato di loro.


Secondo il report gli abusi sono iniziati dopo poco tempo dall’arrivo delle truppe francesi nel paese, distrutto da anni di guerra civile. Secondo Aids Free World gli sforzi delle Nazioni Unite si sono concentrati, da subito, solo su Kompass e sulla fuga di notizie. Il diplomatico, difatti, è stata l’unica persona sanzionata a causa degli incidenti.

PATRIZIO DE MICHELE, SILENZIO E ZERORUMORE PERCHE’ E’ NATO UN PICCOLO GRANDE FOTOGRAFO.

Patrizio De Michele è un giovane fotografo pugliese .

Si è laureato in Archeologia con una tesi sulle applicazioni della fotografia aerea per la ricerca dei paesaggi archeologici.

Nonostante la giovane età, poco più che trentenne , ha già dimostrato di possedere un dominio autentico della tecnica fotografica ed una autentica sensibilità.


PATRIZIO DE MICHELE, SILENZIO E  ZERORUMORE PERCHE’ E’ NATO UN PICCOLO GRANDE FOTOGRAFO.


Il suo lavoro dedicato ai luoghi abbandonati Zerorumore possiede una forza poetica struggente tanto che si fa fatica a pensare che ci si trovi di fronte a scatti realizzati da un occhio tanto giovane .

Parrebbe un fotografo già navigato quello che ha scattato queste foto perché bisogna aver sentito una qualche autentica lacerazione , uno scacco dell’essere al mondo per indugiare e restituire la potenza malinconica dei luoghi fotografati da Patrizio De Michele.


PATRIZIO DE MICHELE, SILENZIO E  ZERORUMORE PERCHE’ E’ NATO UN PICCOLO GRANDE FOTOGRAFO.


La domanda che pongono gli scatti di De Michele è una domanda sulla temporalità che è poi la questione più autentica posta dalla grande fotografia.

Di seguito l’intervista a questa giovane promessa della fotografia contemporanea.


PATRIZIO DE MICHELE, SILENZIO E  ZERORUMORE PERCHE’ E’ NATO UN PICCOLO GRANDE FOTOGRAFO.


La prima foto che hai scattato?

La mia prima foto fu scattata con una Voigtlander Cs Ultramatic di mio padre, senza ovviamente saper nulla a riguardo di ghiere, numerini e messa a fuoco. Avrò avuto 8/9 anni ed ero affascinato da quella macchina così pesante e grande per me. E’ la macchina che ha raccontato, con gli occhi di mio padre la mia infanzia, la custodisco gelosamente tra le tante che posseggo. Poi mi fu regalata una semplice compatta punta e scatta e iniziai a scattare foto soprattutto ai miei amici.


PATRIZIO DE MICHELE, SILENZIO E  ZERORUMORE PERCHE’ E’ NATO UN PICCOLO GRANDE FOTOGRAFO.


Quando hai capito che la fotografia era la tua vita?


Probabilmente quando ho capito che guardare il mondo attraverso una lente è estremamente piacevole. E’ fissare l’attimo che mi affascina, finché questa sensazione continuerà ad accompagnarmi, non mi stancherò di fotografare.


PATRIZIO DE MICHELE, SILENZIO E  ZERORUMORE PERCHE’ E’ NATO UN PICCOLO GRANDE FOTOGRAFO.


In molti tuoi scatti c’è della malinconia… mi riferisco ai luoghi abbandonati, me ne parli?


Zerorumore è un reportage realizzato per il momento tra Campania e Puglia non alterando gli spazi, lasciando ogni cosa al proprio posto, utilizzando solo la luce naturale. E’ un racconto spesso in penombra, che si pone l’obiettivo di mostrare un pezzo di passato nel presente, ma è anche un racconto della natura che lentamente si riprende i suoi spazi. Alla base del lavoro, in effetti, c’è un senso di malinconia: ho ripreso a scattare dopo mesi di totale inattività, cercavo il silenzio e il tempo necessario per guardare e scattare. La calma degli spazi disabitati è stata la mia personale soluzione.

I tuoi progetti fotografici attuali?



Mi piacerebbe intraprendere la strada del reportage sociale, nel frattempo continuo a portare avanti il lavoro Zerorumore, questo mi permetterà di scoprire nuovi posti e nuove storie.


PATRIZIO DE MICHELE, SILENZIO E  ZERORUMORE PERCHE’ E’ NATO UN PICCOLO GRANDE FOTOGRAFO.


Il tuo mito nella fotografia?


Helmut Newton, senza dubbio.


PATRIZIO DE MICHELE, SILENZIO E  ZERORUMORE PERCHE’ E’ NATO UN PICCOLO GRANDE FOTOGRAFO.


La foto che vorresti scattare?

Una qualsiasi, ma capace di raccontare l’attimo esatto in cui è stata scattata e di emozionare.

Immigrazione: né isteria né buonismo

“Anziché sbandare tra il vittimismo isterico e aggressivo e l’illusione compassionevole di doverci caricare sulle spalle tutto il dolore del mondo abbiamo il dovere, qui e subito, di cercare e praticare le soluzioni possibili, concrete, graduali e puntuali. Nel nostro interesse e in quello di un’umanità diseredata.”




Una settimana fa, di fronte all’ultima e più spaventosa tragedia del Mediterraneo costata la vita a più di settecento profughi, il Governo italiano ha ottenuto una riunione straordinaria del Consiglio europeo. Ebbene, erano giuste e che esito hanno avuto le richieste avanzate da Matteo Renzi di assumere un’iniziativa comune per fermare gli scafisti, per soccorrere in mare i boat people e per organizzare la distribuzione dei profughi in tutta l’Unione Europea?





Tutti i leaders convenuti, cogliendo il sentimento umanitario dell’opinione pubblica di fronte al disastro, hanno condiviso la necessità di triplicare i finanziamenti comunitari all’operazione Triton portandoli dagli attuali tre a nove milioni di euro. Bene, ma così siamo semplicemente tornati al punto di partenza, cioè al costo che in precedenza l’Italia, da sola, aveva sostenuto con l’operazione Mare Nostrum. Operazione che aveva consentito, nel solo 2014, il salvataggio di 170.000 esseri umani tra richiedenti asilo, profughi e clandestini, ma che non aveva mutato di una virgola gli elementi fondamentali del problema.


Viceversa, con toni e argomenti diversi, il primo ministro inglese David Cameron, e, subito dopo, la cancelliera Angela Merkel hanno respinto o accantonato sia la richiesta di distribuire i boat people su tutto il territorio europeo, sia le suggestioni, peraltro molto improvvisate e confuse, di fermare gli scafisti o con operazioni militari (sequestro o distruzione dei barconi degli scafisti affidati a raid aerei di droni), o con spedizioni di polizia internazionale nei porti e nelle spiagge.


In sostanza l’aiuto umanitario è stato incrementato (ma anche arretrato a sole trenta miglia dalle coste italiane con conseguenti maggiori rischi per i boat people), mentre, per ora, gli attori criminali restano liberi di agire e le conseguenze pratiche, cioè l’accoglienza dei salvati in mare, resta affidata a Italia e Malta, cioè ai paesi di primo transito dei migranti, esattamente come prevedono gli accordi di Dublino, (sottoscritti anche dall’Italia), tuttora in vigore.


Per quel che riguarda la richiesta italiana che il Consiglio di sicurezza dell’ONU autorizzi interventi militari o di polizia contro scafisti e scafi circolano versioni molto diverse su come l’abbia accolta il segretario generale Ban Ki-moon.


Intanto, ancora una volta, politici, giornali e televisioni italiane hanno sollevato a gran voce proteste e accuse contro l’egoismo, l’indifferenza, il cinismo dell’Europa che lascia l’Italia sola a sbrigarsela con le ondate migratorie, anzi, con “le invasioni” come a molti piace chiamarle. Ma le cose stanno davvero così? No, non stanno così. E’ vero che il numero dei richiedenti asilo in Italia è molto aumentato negli ultimi anni, tuttavia, in rapporto alla popolazione, il nostro resta uno dei paesi europei con la minor presenza di rifugiati, mentre, in cima alle classifiche che misurano l’accoglienza svettano Svezia e Germania. D’altra parte, se è vero che Germania e Regno Unito non vogliono partecipare all’accoglienza dei rifugiati che sbarcano sulle nostre coste, è altrettanto vero che noi ci siamo ben guardati dal condividere l’accoglienza dei 400.000 slavi che negli anni ’90 si sono riversati al di là delle frontiere tedesche. Per non dire che, ancora nel 2013 e nel 2014, ci siamo esposti alle contestazioni, alle accuse, alle denunce delle autorità francesi, austriache e, soprattutto, tedesche per aver lasciato transitare decine di migliaia di clandestini e di profughi al di là delle nostre frontiere senza registrarne i documenti di identità e senza prenderne le impronte digitali. E’ questo un modo scorretto di aggirare l’obbligo di accoglienza che grava sul primo paese in cui transitano i richiedenti asilo, un modo di fare i furbi che ha reso i nostri partner europei poco propensi a condividere il peso delle nostre attuali difficoltà. Hanno già le loro e le affrontano organizzando tendopoli, requisendo e riadattando caserme e stabili dismessi. Di fronte alle nostre emergenze a noi tocca fare la nostra parte senza abbandonarci a quel misto d’isteria e di inconcludente buonismo che appartiene al peggio tanto delle nostre tradizioni politiche quanto del costume nazionale.




Soltanto nell’anno appena passato, il 2014, cinquanta milioni di esseri umani hanno lasciato i paesi di origine per trasferirsi, là dove speravano di poter vivere meglio o, almeno, di poter sopravvivere. Si tratta di un diritto umano inalienabile che tuttavia, non di rado, entra in conflitto con il diritto degli stati e dei loro cittadini di difendere le proprie frontiere anche respingendo ospiti indesiderati. Questo conflitto tra due diritti è ciò che rende l’immigrazione una materia calda, caldissima, in tutta Europa – e non solo in Europa. Nel Mediterraneo poi, ad aggravare tensioni, paure, minacce, si teme la combinazione potenziale tra la bomba demografica innescata nel continente africano e la disseminazione del terrorismo islamico che usa anche le ondate migratorie come veicolo della sua proliferazione omicida. L’intreccio di queste diverse circostanze può raggiungere un’imprevedibile, micidiale incandescenza.




L’annunciato incombere di un milione di fuggiaschi dall’ Africa subsahariana – già oggi il 50% di profughi e di clandestini salvati nel Mediterraneo proviene dal Mali, dal Niger, dal Ciad e dalla Nigeria – impongono una strategia lungimirante e globale di cooperazione allo sviluppo e di sostegno al controllo demografico in paesi che versano in condizioni disumane; consigliano un impegno e un sostegno coerenti per contenere le ondate migratorie attraverso la stabilizzazione dei paesi arabi nord africani che sono i nostri e i loro vicini, i nostri e i loro interlocutori; esigono una diversa politica di sicurezza delle frontiere che sono certo frontiere dell’Unione Europea, ma anche, e innanzitutto frontiere italiane; una nuova politica sulle migrazioni legali per attirare i giusti talenti e per giustificare meglio il respingimento di quelle illegali. Reclamare l’aiuto europeo e la “copertura” giuridica delle Nazioni Unite è giusto e corretto, ma non ci esime dal dovere di fare, noi per primi, tutto ciò che è necessario e che finora non abbiamo fatto per difendere noi stessi mentre affrontiamo le emergenze umanitarie.


Quando un problema, per le sue stesse dimensioni, appare insolubile è buona regola cercare di scomporlo nei suoi fattori e di diluirlo, guadagnando tempo, per allontanare il rischio che deflagri.


Anche ripassare le lezioni della storia può rivelarsi utile.


Gli Stati Uniti, nazione di emigranti, che gli emigranti li volevano per popolare un paese immenso, quando le ondate migratorie dagli stati europei più poveri, come l’Italia e l’Irlanda, raggiunsero dimensioni massicce decisero di adibire Ellis Island, un isolotto nella baia di New York, a luogo di temporaneo internamento. I nuovi arrivati venivano sottoposti ad esami sanitari, giudiziari, professionali per accertarne l’idoneità a risiedere negli USA. Si calcola che da Ellis Island siano transitati, in mezzo secolo, quasi trenta milioni d’immigrati toccando il picco di un milione nel solo anno 1907. La stragrande maggioranza dei richiedenti vennero accolti e furono liberi di scegliere dove risiedere in base alle opportunità del mercato del lavoro. Solo una piccola percentuale – tra il 2 e il 3% – vennero rimpatriati. Possibile che un secolo dopo l’Italia non sia in grado di governare il suo problema con l’immigrazione?


Certo le differenze sono grandi e numerose, ma non così tanto da inibire ogni approccio razionale e da oscurare gli insegnamenti che sprigionano dalle esperienze del passato. Le principali differenze rispetto a quel precedente di Ellis Island sono che l’Italia è piccola e densamente abitata, che quella verso gli States era un’immigrazione legale e non illegale, che di mezzo c’erano 5.000 miglia di Oceano Atlantico e non le poche centinaia di miglia che separano le due sponde del Mediterraneo.


Mentre spingiamo i negoziati per pacificare la Libia in fiamme e nell’attesa di poter ottenere là la collaborazione necessaria, è mai possibile che l’Italia, sesta o settima potenza mondiale, non sia in grado di organizzare due, tre o quante Ellis Island occorrono pretendendo senza titubanze e senza sconti il concorso economico, professionale e culturale dell’Unione Europea e dell’ONU?


Anziché sbandare tra il vittimismo isterico e aggressivo e l’illusione compassionevole di poterci caricare sulle spalle tutto il dolore del mondo abbiamo il dovere, qui e subito, di provarci, di cercare e di praticare le soluzioni possibili, concrete, graduali e puntuali. Sì, possiamo e dobbiamo farlo nel nostro interesse e per quello di un’umanità diseredata.

Le morti di Benito Mussolini e di Adolf Hitler sono collegate, forse

Mussolini fu ucciso settanta anni fa il 28 aprile del ’45 a Giulino di Mezzagra e Adolf Hitler si suicidò appena 2 giorni dopo nel suo bunker di Berlino. Nessuno aveva mai collegato le due morti ma il professor David Kertzer, fresco vincitore di un Pulitzer con il suo libro Il Papa e Mussolini ha ipotizzato che il suicidio di Adolf Hitler sia dovuto alla notizia della morte di Mussolini e dei fatti di Piazzale Loreto.


Mussolini, la Petacci e altri gerarchi fascisti furono catturati a Dongo, sul lago di Como mentre tentavano di raggiungere la Svizzera. Mussolini era stato fino al 18 di aprile a Gargnano, a nord di Salò, da dove guidava la Repubblica Sociale Italiana, lo stato fantoccio nazista che era nato dopo l’operazione Quercia con cui i nazisti avevano liberato il Duce tenuto prigioniero sul Gran Sasso dopo che nel luglio ’43 il Gran Consiglio del Fascismo aveva deciso di arrestarlo.


Mussolini fu il capo formale della Repubblica Sociale Italiana (RSI) o Repubblica di Salò, dato che i comunicati del MinCulPop, l’organismo di propaganda, arrivavano da Salò, per due anni. Mussolini dopo il suo discorso di commiato agli ultimi ufficiali della Guardia Repubblicana il 22 aprile si trasferì a Milano da dove fu costretto a scappare il 25 aprile dopo le insurrezioni che tuttora si festeggiano con la Festa della Liberazione.


La morte di Benito Mussolini forse ha contribuito al suicidio di Adolf Hitler


Non è molto chiaro cosa ci facesse Mussolini a Milano ma le ipotesi più accreditate parlano di trattative con il CLN e il CLNAI (Comitato di liberazione nazionale e Comitato di liberazione nazionale alta Italia) in cui fu offerta al Duce la possibilità di resa con l’assicurazione di scampare la pena di morte. Mussolini rifiutò anche se i motivi del rifiuto non sono chiarissimi.


Mussolini quindi fuggi verso Como per poi aggregarsi ad un convoglio nazista in ritirata. Le ipotesi sul perché Como sono diverse, alcuni sostengono volesse nascondersi fino all’arrivo degli alleati considerati più affidabili dei partigiani, altri sostenevano che volesse raggiungere la Svizzera che, tuttavia, aveva rifiutato l’ingresso a diversi gerarchi fascisti, altri ancora sostengono che il Duce volesse raggiungere una sacca di resistenza repubblichina, il Ridotto Alpino Repubblicano, in Valtellina.


Nel pomeriggio del 27 aprile il convoglio arrivò a Dongo dove fu fermato da un posto di blocco partigiano. Mussolini non riuscì a nascondersi e fu riconosciuto dai partigiani che appartenevano alla 52esima Brigata Garibaldi. Mussolini fu portato verso sud ma dopo una ventina di Km fu fatto scendere dal convoglio e giustiziato a Giulino di Mezzegra. A fucilare Mussolini fu probabilmente Walter Audisio dopo aver ricevuto l’ordine probabilmente dal CLN e CLNAI. I motivi che portarono alla fucilazione furono probabilmente l’intenzione da parte dei partigiani di arrogarsi il diritto di decidere della vita di Mussolini prima che lo potessero fare gli Alleati che stavano arrivando.


I corpi di Mussolini e di alcuni gerarchi furono portati a Milano, e appesi per i piedi in Piazzale Loreto, esposti al pubblico ludibrio in un luogo in cui pochi giorni prima c’erano i corpi di alcuni partigiani.
La notizia giunse fino al bunker di Hitler e probabilmente influenzò la scelta del Fuhrer di suicidarsi e di farsi bruciare.


La notizia della umiliante morte pubblica di Mussolini rafforzò, molto probabilmente, la scelta di suicidarsi di Hitler. Goring dichiarò ai processi di Norimberga che il giorno in cui arrivò la notizia Hitler compose il suo ultimo testamento in cui disse: “Non voglio cadere nelle mani di un nemico che necessiterà di organizzare uno spettacolo organizzato dagli ebrei per il divertimento dello loro isteriche masse”.


Il 30 aprile Hitler salutò alcuni suoi sottoposti e insieme alla sua novella sposa, Eva Braun, si uccise e fu bruciato. Il giorno dopo, il primo maggio Goebbels e la moglie uccisero i loro sei figli e si ammazzarono poco prima che i russi entrassero nel bunker.


Con la sua decisione di essere bruciato Hitler fece un favore ai suoi nemici che non avrebbero voluto un luogo di pellegrinaggio per i fascisti del futuro, lo stesso motivo per cui gli USA hanno deciso di buttare a mare il corpo di Osama bin Laden dopo la sua uccisione nel compound di Abbottabad.
Il destino del Duce fu, difatti, diverso: il suo corpo fu seppellito in una tomba anonima ma dei suoi seguaci lo esumarono e lo nascosero in diversi posti fino a quando il governo italiano decise di permettere il seppellimento nella tomba di famiglia a Predappio, meta tuttora di pellegrinaggi.

Un viaggio nell’atmosfera di Giove: cosa accadrebbe se provassimo ad atterrare sul gigante gassoso?

Ci troviamo a circa 500.000 chilometri di distanza da Giove a bordo della nostra navicella. Mentre viaggiamo in direzione dell’atmosfera, la manovra di avvicinamento si rivela molto più lunga del previsto: stiamo navigando alla massima velocità consentita dal nostro sistema di propulsione, eppure ci sembra che il pianeta non si avvicini di un millimetro! Questo fenomeno si verifica perché Giove è grande, così grande che gli strati più esterni della sua atmosfera iniziano ad occupare per intero il nostro campo visivo solo dopo parecchie ore di viaggio, quando ci troviamo ancora a 300.000 chilometri di distanza dalla “superficie” del pianeta. Adesso non riusciamo più a scorgere lo sfondo nero dello spazio, tutto ciò che vediamo sono le dense nubi di ammoniaca e idrogeno che ruotano vorticosamente intorno all’equatore, formando le caratteristiche bande orizzontali di colore bianco, rosso e marrone. Mano a mano che ci avviciniamo al pianeta la Grande Macchia Rossa inizia lentamente a trasformarsi, tanto che dopo poche ore fatichiamo a distinguerne i contorni. L’enorme vortice, che dallo spazio ci sembrava un’unica struttura, ora appare come un insieme caotico di vortici più piccoli, le cui circonvoluzioni rivelano nuovi ed inaspettati dettagli sull’estrema turbolenza dell’atmosfera. Le possenti colonne di gas che emergono dagli strati più profondi del pianeta fanno assomigliare Giove ad un’enorme pentola colma di acqua che ribolle. Arrivati a circa 150.000 chilometri dalla superficie, il bombardamento elettromagnetico causato dalla magnetosfera gioviana è così intenso che siamo costretti ad attivare le speciali protezioni della nostra navicella: se non lo facessimo moriremmo per avvelenamento da radiazioni nel giro di pochi minuti.


Grande Macchia Rossa


Proseguendo nel nostro viaggio giungiamo finalmente ai confini della troposfera. Il lungo percorso di discesa verso la superficie del gigante gassoso inizia da qui: ci sganciamo dalla navicella, protetti dalla nostra tuta spaziale, e lasciamo che la gravità ci trascini verso il nucleo del pianeta. A causa della sua enorme massa Giove genera un’accelerazione di gravità 2.6 volte superiore a quella della Terra, e se vogliamo evitare di incendiarci come una meteora dobbiamo aprire un paracadute per rallentare la caduta. A questo punto la nostra velocità terminale passa da 3.200 a 360 chilometri orari, sufficientemente bassa da scongiurare qualsiasi rischio di compressione supersonica o surriscaldamento da attrito. Guardandoci intorno notiamo un panorama insolito: i colori variano dal rosso acceso al marrone e c’è uno spesso strato di foschia che ci impedisce di spingere il nostro sguardo più in là di qualche centinaio di metri. Ma se potessimo farlo assisteremmo ad uno spettacolo senza eguali: le nubi che ci circondano, alte fino a 45 km e composte principalmente da idrocarburi, idrogeno, metano e cristalli di ammoniaca, avrebbero l’aspetto di enormi montagne. Noteremmo subito che l’ammoniaca riveste la superficie superiore delle nuvole come una pellicola d’olio sull’acqua, aggiungendo una tinta di bianco al colore rosso dominante.


Spingendo il nostro sguardo ancora più in là, in direzione della Grande Macchia Rossa, vedremmo un’enorme colonna di gas turbolento svettare sulle nubi circostanti, quasi come se fluttuasse al di sopra della troposfera. Questo fenomeno di stratificazione delle nubi è causato dal rapido spin del pianeta, che ruota su sé stesso in meno di 10 ore, e dalla densità atipica dell’atmosfera, simile per consistenza ad una sostanza oleosa. Dove ci troviamo ora le condizioni di pressione e temperatura sono simili a quelle della Terra, ma i venti che imperversano intorno alla navicella ci stanno trascinando ad una velocità superiore ai 560 chilometri orari e l’intensità delle radiazioni generate dal campo magnetico gioviano potrebbe ancora ucciderci in pochi minuti, in assenza di protezioni. Il rumore generato dalle turbolenze è assordante, perché qui la velocità del suono è quattro volte superiore rispetto a quella cui siamo abituati. Di tanto in tanto il cielo viene solcato da violenti fulmini lunghi decine di chilometri, migliaia di volte più potenti di quelli presenti sulla Terra. I fulmini sono causati principalmente dalle piogge di acqua, acido solforico e ammoniaca, che per via dell’attrazione gravitazionale di Giove cadono ad una velocità tre volte superiore a quella delle piogge terrestri, creando un’enorme differenza di potenziale. Dopo soli 5 minuti la pressione atmosferica sale a 2 bar (il doppio di quella terrestre) e iniziamo ad attraversare un nuovo strato di nubi, questa volta composte da solfito di ammonio e idrosolfuro di ammonio. Le condizioni dell’ambiente in cui siamo immersi sono piuttosto estreme, ma in questo momento non necessitiamo di alcuna protezione aggiuntiva all’infuori di una buona schermatura dalle radiazioni. Sebbene il peso dell’aria che ci sovrasta inizi a crescere seguendo una curva esponenziale, la velocità di caduta relativamente bassa permette alle cavità del nostro corpo di equalizzare la loro pressione interna senza generare effetti indesiderati.


Atmosfera Giove 1


Trascorrono altri 10 minuti e la pressione raggiunge i 4 bar (corrispondente a quella che sperimenteremmo sulla Terra immergendoci in acqua ad una profondità di 30 metri) mentre la temperatura scende a -40 gradi Celsius. Ora stiamo attraversando nubi di acqua ghiacciata e la luminosità ambientale continua a diminuire. La velocità dei venti sale a 720 chilometri orari ma noi ce ne accorgiamo appena, perché il livello di turbolenza dell’atmosfera diminuisce progressivamente. Altri 15 minuti di caduta e la pressione sale a 10 bar. Arrivati a questo punto, per evitare effetti nocivi sull’organismo dobbiamo modificare la miscela di aria fornita dal respiratore della tuta: se non lo facessimo in pochi minuti andremmo incontro ad un avvelenamento da ossigeno, oppure ad una narcosi da azoto, perché sotto pressione i due gas diventano tossici. Diamo un’ultima occhiata sopra di noi, appena in tempo per vedere il debole disco del Sole che scompare tra la nebbia arancione.


Atmosfera Giove 2


Passano altri 25 minuti e la situazione inizia a farsi complicata. La speciale tuta protettiva di cui siamo equipaggiati deve resistere ad una temperatura superiore ai 100 gradi centigradi, in continuo e costante aumento, accompagnata da una pressione atmosferica sufficiente ad accartocciare un’automobile. Ci ritroviamo improvvisamente immersi nell’oscurità e non riusciamo più a distinguere nulla. L’assenza di luce è dovuta a densità e composizione chimica dell’aria: intorno a noi ora ci sono solamente idrogeno, elio, solfuro di ammonio e tracce di vapore acqueo, compressi a tal punto da assorbire tutta la radiazione elettromagnetica proveniente dal Sole. Il nostro viaggio si è trasformato in una lenta caduta nelle tenebre. Mano a mano che proseguiamo nella discesa, temperatura e pressione atmosferica aumentano in modo esponenziale. Continuiamo a rallentare per via della crescente densità atmosferica, mentre intorno a noi piove ferro fuso. I gas si comprimono sempre di più, iniziando a comportarsi come liquidi. Se dovessimo abbandonare la nostra speciale tuta protettiva verremmo schiacciati e vaporizzati in una frazione di secondo.


Ora non siamo nemmeno più in grado di stabilire dove ci troviamo rispetto al nucleo di Giove, perché la transizione tra gas e liquido è così graduale che non riusciamo a renderci conto del cambiamento di densità. Sotto di noi, ad una distanza imprecisata, notiamo una tenue luminescenza causata dall’energia che si irradia dal nucleo del pianeta. L’atmosfera ora è quasi completamente costituita da idrogeno liquido che ribolle a migliaia di gradi centigradi, come sulla superficie del Sole. La pressione sale rapidamente da 1.000 a 2.000.000 di bar e la densità atmosferica supera quella dell’acqua, salendo a 1000 chilogrammi per centimetro cubo. A questo punto la caduta si arresta perché il nostro corpo, essendo meno denso della materia che lo circonda, non può più affondare una volta esaurita l’energia cinetica della caduta.


Oceano di Idrogeno metallico liquido


Per proseguire ci serve una spinta, quindi accendiamo i propulsori della nostra tuta e proviamo ad addentrarci nelle viscere di Giove, sempre più in profondità. Da quì in avanti, per parecchie ore, il viaggio si rivela particolarmente noioso perché dominano l’oscurità e il silenzio, e proseguire diventa sempre più difficile. Ma dopo un tempo che sembra interminabile accade qualcosa di inaspettato: l’oscurità viene squarciata da una rete di fulmini che ricorda vagamente una ragnatela. Stiamo navigando in un vasto oceano di idrogeno liquido metallico, una sostanza esotica che si comporta come un superconduttore ed è la principale responsabile l’intenso campo magnetico che avevamo incontrato all’inizio del viaggio. In condizioni di pressione e temperatura normali l’idrogeno è un gas, ma se la sua densità supera un punto critico si trasforma in qualcosa di diverso, una sostanza che fluisce come un liquido viscoso e conduce elettricità come un metallo. I fulmini che avevamo visto nella troposfera non sono nulla in confronto a quelli che attraversano questo sconfinato oceano, la cui superficie è dieci volte più estesa di quella della Terra. Dove ci troviamo ora, pressione e temperatura hanno raggiunto livelli così alti da sfuggire ad ogni tentativo di comprensione.


Per quanto ci sforziamo non riusciamo a proseguire oltre. Sotto di noi ora c’è il nucleo di Giove: gli astronomi ritengono che sia perlopiù solido e che contenga la maggior parte degli elementi di maggiore peso del pianeta, come ghiaccio, roccia, ferro e altri componenti pesanti, con una notevole quantità di idrogeno. Per poter camminare sulla sua superficie dovremmo essere in grado di sopravvivere a pressioni 4.000.000 di volte superiori a quella della superficie terrestre e a temperature di oltre 35.000 gradi Celsius. Troppo anche per la nostra fantasia!

Cosa sta succedendo a Baltimora?

Freddie Gray era un ragazzo di Baltimora morto il 19 aprile mentre era in custodia della polizia. Gray era stato inseguito e arrestato dagli agenti della polizia il 12 aprile, esiste anche il video del momento dell’arresto in cui Gray viene trascinato verso il furgone dagli agenti. Dopo il suo arrivo al commissariato il ragazzo è stato portato in ospedale dove è entrato in coma e, dopo qualche tempo, morto. Gray aveva subito una lesione spinale, l’80% del della sua colonna vertebrale, all’altezza del collo, era distaccata.


Gray era noto alle forze dell’ordine, era già stato arrestato per piccoli reati collegati alla droga. La polizia ha sempre sostenuto che l’arresto di Gray non è stato violento ma a 30 min dal suo arresto il ragazzo era già al pronto soccorso. I sei agenti responsabili dell’arresto sono stati sospesi con paga in quanto, secondo il Commissario di polizia, hanno mancato di dare a Gray l’assistenza medica di cui aveva bisogno tempestivamente e non gli avevano fatto mettere la cintura durante il trasporto in furgone.


A partire dal 21 aprile, 3 giorni dopo la sua morte migliaia di manifestanti si sono trovati per le strade di Baltimora per protestare riguardo la morte di Gray. La polizia si è subito irrigidita e un rappresentante sindacale delle forze dell’ordine ha dichiarato che pur essendo vicino alla famiglia Gray le proteste assomigliavano a una folla pronta al linciaggio. Il riferimento al linciaggio contribuì ad aumentare la rabbia dei manifestanti neri. Negli Stati Uniti i linciaggi portano subito alla memoria le tensioni razziali pre-parità di diritti.


Il 25 aprile furono organizzate diverse proteste nel centro di Baltimora. Alcuni manifestanti iniziarono a lanciare sassi contro la polizia e danneggiare alcuni veicoli. 34 persone sono state arrestate e 15 agenti sono stati feriti. Tra le persone arrestate e picchiate dalla polizia ci sono anche giornalisti e fotografi. Un fotografo della Reuters che stava filmando un intervento particolarmente violento della polizia è stato arrestato e citato in giudizio.


Dopo il funerale di Gray, tenutosi il 27 aprile le proteste si sono intensificate trasformandosi in rivolta e in alcuni casi in sciacallaggio. Alcuni poliziotti sono rimasti feriti in modo piuttosto serio e una grossa farmacia è stata vittima di sciacallaggio e poi bruciata. La polizia di stato del Maryland ha mandato 82 poliziotti a Baltimora e il governatore dello stato ha dichiarato lo stato di emergenza e ha messo in allarme la Guardia nazionale. Il sindaco ha stabilito un coprifuoco che va dalle 22:00 alle 5:00. Il governatore dello stato del Maryland ha messo in allarme 500 poliziotti in più e ha richiesto 5.000 poliziotti agli stati vicini.


Secondo la polizia la recrudescenza delle proteste è dovuta a disturbatori infiltrati tra i manifestanti e provenienti dal 3 delle più grandi gang di Baltimora: i Black Guerrilla Family, i Bloods e i Crips.
Gli scontri razziali stanno diventando una abitudine in questi ultimi mesi. Molti ragazzi neri sono stati uccisi in modo piuttosto controverso. Quasi sempre poliziotti bianchi e giovani ragazzi neri. Il senzatetto ucciso in pieno giorno senza apparente motivo a Los Angeles, il ragazzino ucciso senza motivo a Cleveland, il ragazzo con problemi mentali ucciso a Dallas, l’assurdo omicidio di North Charleston in South Carolina, la morte di Michael Brown a Ferguson fino ad arrivare al folle omicidio di Trayvon Martin (qui l’omicida non era un poliziotto ma l’uomo responsabile fu scagionato).
L’elezione di un presidente nero sembra aver solo rinfocolato le tensioni razziali negli Stati Uniti.

Da Saint Tropez gli occhiali firmati Jacques Durand

Saint Tropez e le sue celebrità, Saint Tropez e lo sfarzo, Saint Tropez e l’aria leggera e frivola che si respirava nei mitici ’50 – è dalle sue strade che Jacques Durand prende ispirazione.

SUNSHINE COLLECTION è la prima collezione sole di Jacques Durand: PLACE DES LICES, PAMPELONNE, TAHITI, GENDARMERIE, GARONNE, BD. PATCH, ROUTE DES PLAGES i nomi dei modelli che ricordano un luogo o una strada della città delle star. Una linea mediterranea che racchiude i sogni e l’atmosfera degli sfavillanti parties dove le stelle del cinema nuotavano in fiumi di Perrier-Jouët.

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modello Garonne verde

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modello Garonne fucsia

 

Tutta la linea Jacques Durand è composta da occhiali con stecche confortevoli e montature leggere, dettagli invisibili e da modelli evergreen, lontani dall’influenza delle mode del momento.

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L’esperienza di Jacques Durand fluisce in un unico oggetto, che diventa simbolo di architettura, arte, design, un occhiale che riveste un ruolo più importante dell’oggetto fine a se stesso. Diventa il carattere, diventa “l’umore che oggi vesto“, così come lo è un rossetto per una donna. Incornicia il viso donadandogli forza e creatività, per questo motivo Jacques Durand, mettendosi nei panni del consumatore, sceglie di rendere discreta la marcatura posta sotto le aste.

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La semplicità estetica si sposa con la complessità della lavorazione, incentrata totalmente sul massimo confort e sulla qualità – argomento cardine del marchio. Gli occhiali sono infatti di origine “made in France” o “made in Italy” e sono rivolti al mercato delle boutique di alta gamma

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Tra i personaggi di spicco che indossano gli occhiali Jacques Durand, troviamo Ryuichi Sakamoto, musicista, compositore e attore giapponese.

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PAOLO CONTI, RITRATTO DI UN GIORNALISTA DAL CUORE BLU COBALTO

Paolo Conti classe 1954 è uno dei più bravi e accreditatati giornalisti italiani .
Giornalista Professionista dal 1977 è stato, per qualche mese, il più giovane giornalista d’Italia.
È una delle firme più importanti del Corriere della Sera dove è entrato nel 1980, nei primi anni novanta diventa inviato speciale .
Al Corriere della Sera si occupa , con l’ equilibrio e il rigore che lo caratterizzano come uomo e come professionista , di cultura , beni culturali e politica della comunicazione .
Sposato e separato ha due figlie che con orgoglio e dolcezza definisce :” il miglior risultato della mia vita “.
Il cuore di Paolo Conti però non batte solo per le sue splendide figlie e, per rimanere in tema di cuore, ha appena pubblicato il bellissimo libro Batticuore, un viaggio nei sentimenti, l’amore e l’eros di tutti coloro che hanno superato i cinquant’anni . Il libro sta riscuotendo grande successo ed è già in ristampa.
Il ritratto che emerge dal Questionario Proust è quello di un uomo estremamente colto equilibrato e preciso che non maschera le sue fragilità .



Il tratto principale del tuo carattere.


Mediazione

La qualità che ammiri in un uomo.


La dignità


La qualità che ammiri in una donna.


La capacità di unire femminilità e carattere


Quel che apprezzi di più nei tuoi amici.


L’allegria


Il tuo principale difetto.


Ne ho tanti ma se devo sceglierne uno direi : il tentativo di non dispiacere mai ….la dico sempre addolcita .


La tua occupazione preferita.


Scrivere


Il tuo sogno di felicità.


Vedere crescere bene le mie figlie


Quale sarebbe, per te, la più grande disgrazia.


Non vedere più le mie figlie


Quel che vorresti essere.


Un bravo scrittore


Il paese dove vorresti vivere.


Un paese scandinavo


Il colore che preferisci.


Blu cobalto


Il fiore che ami.


La ginestra


L’uccello che preferisci.


La rondine


I tuoi autori preferiti in prosa.


Paradossale ma proprio Proust


I tuoi poeti preferiti.


Ungaretti


I tuoi compositori preferiti.


Mozart e Bach


I tuoi pittori preferiti.


Chagall e Picasso


I tuoi nomi preferiti.


Alberta


Quel che detesti più di tutto.


L’ ipocrisia e il tradimento nel lavoro come nella vita privata


Quel che c’è di brutto in te.


Botte di pessimismo che non controllo


Il dono di natura che vorresti avere.


La leggerezza … Perché sono sempre preoccupato


Lo stato attuale del tuo animo.


In equilibrio


Le colpe che ti ispirano maggiore indulgenza.


Le questioni d’ amore ….mi viene da essere indulgente .


Il tuo motto.


Aiutati che Dio ti aiuta


Come vorresti morire.


In pace con gli atri .

Alcune mail di Obama sono state rubate da hacker russi

Alcune mail del presidente americano Obama sono state intercettate da alcuni hacker russi l’anno scorso grazie a una falla del sistema informatico non classificato della Casa bianca. L’intrusione era stata resa pubblica ma si è rivelata più preoccupante di quanto fosse sembrato all’inizio.


Gli stessi hacker sono riusciti a infiltrarsi anche nel sistema informatico non classificato del Dipartimento di Stato ma, a quanto pare, non sono riuscita a entrare nei server che regolano il traffico del Blackberry del presidente americano.


Gli hacker sono riusciti a ottenere molte mail di persone all’interno e all’esterno della casa bianca con cui Obama comunica regolarmente. La Casa bianca garantisce che non ci sono state brecce nel sistema informatico classificato e che, quindi, gli hacker non sono riusciti a ottenere informazioni segrete. Molti membri della Casa bianca hanno due computer nei loro uffici, uno normale e uno che viaggia solo su un network molto protetto.


Il network non protetto, tuttavia, contiene molte informazioni importanti come orari, scambi di e-mail con ambasciatori e diplomatici, discussioni legislative e politiche. Gli investigatori non hanno reso pubblico il numero di email che sono state intercettate dagli hacker ne l’importanza delle informazioni in esse contenuto. L’account stesso del presidente sembra non essere stato intaccato. I dipendenti della Casa bianca hanno anche aggiunto che la maggior parte delle informazioni riservate vengono date al presidente oralmente, su carta o su un network interno di iPad e che gli scambi avvengono quasi solo all’interno dell’Ufficio ovale o della Situation Room.


L’intrusione che pare arrivare o dal Cremlino o da hacker ad esso collegati ha preoccupato seriamente Obama, per settimane si sono tenute riunioni giornaliere sugli sviluppi dell’inchiesta e sulle strategie di contenimento danni. A preoccupare è, soprattutto, che l’intrusione arrivi dalla Russia e che sia arrivata in un momento di tensione tra le due superpotenze a causa dell’annessione della Crimea e della presenza di soldati russi in Ucraina.


Obama non è nuovo ad attacchi di questo tipo, durante la sua campagna del 2008 fu attaccato da hacker cinesi. Nonostante questo il presidente usa molto spesso le emali e per questo ha avuto un lungo braccio di ferro con i servizi segreti riguardo l’uso del suo smartphone. Obama ha uno smartphone personalizzato e la lista di persone con cui può scambiare email è molto ristretta.


La scoperta dell’attacco ha portato ad un parziale e temporaneo accantonamento del sistema email della Casa bianca e del Dipartimento di Stato. Il Governo americano non ha rivelato direttamente i responsabili dell’attacco dato che secondo il portavoce di Obama: “Non sarebbe nei nostri migliori interessi”. Decisione strana, dato che Obama non aveva avuto problemi a puntare il dito sulla Corea del Nord per quanto riguarda gli attacchi alla Sony Pictures e sull’Iran per quanto riguarda l’attacco al casinò Sands.


Obama è noto per scrivere molte email, ad esempio dal suo appartamento privato la sera, ai suoi collaboratori riguardo gli argomenti più vari. George W. Bush, invece, durante la presidenza aveva smesso di usare email e addirittura cellulari.


Il sistema sicuro della Casa bianca, del Dipartimento di Stato e del Pentagono è chiamato Jwics (Joint Worldwide Intelligence Communication System). Attraverso questo sistema viaggiano le informazioni top secret tra le persone che hanno l’autorizzazione necessaria per accedervi.

DirectX 12: più draw calls e meno overhead grazie alle nuove API Microsoft

Il 2015 sarà un anno di grandi cambiamenti per le API dedicate alla grafica 3D. Forse dovrà trascorrere parecchio tempo prima che gli utenti possano percepirne i reali benefici, ma gli sviluppatori hanno già le idee piuttosto chiare: l’arrivo ormai prossimo di Mantle 1.0 e DirectX 12 sta per inaugurare una rivoluzione con pochi precedenti nella storia del mezzo videoludico, paragonabile forse solo all’avvento delle prime GPU discrete negli anni ’90. Finora si è discusso moltissmo sui possibili benefici di queste nuove API, ma nessuno ha ancora avuto la possibilità di testarle con videogiochi progettati per sfruttarne appieno le potenzialità. Realisticamente, i primi titoli ottimizzati per Mantle 1.0 e DirectX 12 usciranno a partire dal 2016; nel frattempo gli sviluppatori avranno modo di conoscere meglio le funzionalità messe a disposizione dalle librerie, aprendo la strada ad orizzonti ancora inesplorati. Tra le novità di rilievo che caratterizzano le nuove API – specialmente le DirectX 12 – una in particolare sembra promettere sviluppi interessanti, soprattutto sul lato delle prestazioni: la riduzione dell’overhead causato dalle draw calls, che costituisce il fattore limitativo più importante nell’attuale generazione di videogiochi.


In sintesi, la situazione è questa: in passato le GPU discrete costituivano un limite per le CPU, perché non possedevano la potenza grafica necessaria a renderizzare scenari tridimensionali complessi; con il passare del tempo, però, le nuove tecnologie hanno consentito agli ingegneri di progettare GPU sempre più potenti, in grado di calcolare in parallelo quantità via via superiori di dati. Oggi la situazione si è invertita e sono le CPU a limitare le GPU, proprio a causa dell’overhead generato dalle draw calls. Questo problema costringe gli sviluppatori a limitare costantemente il numero di oggetti renderizzati a schermo dai motori grafici, pena un drastico calo di fps. Da qui l’importanza delle nuove API, progettate proprio per consentire ai programmatori aumentare il numero di draw calls e ridurre l’overhead: per raggiungere l’obiettivo, Microsoft e AMD hanno strutturato le loro librerie in modo che possano dialogare con l’hardware ad un livello più basso, così come avviene in ambiente console, e i primi risultati sono incoraggianti. Prima di avventurarci oltre, però, cerchiamo di capire che cosa sono le draw calls e perché è necessario gestirle in modo efficiente.



DRAW CALLS: COSA SONO E PERCHE’ E’ OPPORTUNO GESTIRLE IN MODO EFFICIENTE

Per renderizzare una scena tridimensionale occore innanzitutto preparare gli asset, che sono liste di dati contenenti tutte le informazioni relative ai vertici dei poligoni e alle texture. Convertire gli asset in immagini 3D è compito di CPU e GPU. Inizialmente i dati sono trasferiti dall’hard-disk alla RAM, per un accesso più rapido; successivamente le mesh e le texture sono caricate nella VRAM, la memoria video che risiede fisicamente sulla scheda. Se dopo essere stata caricata in VRAM una texture non serve più, allora viene eliminata anche dalla RAM di sistema, a condizione che non debba essere nuovamente utilizzata nell’immediato futuro (in questo caso occorrerebbe ricaricarla dall’hard-disk, sprecando risorse). Le mesh invece devono restare comunque nella RAM, perché la CPU ha bisogno di accedervi continuamente per il calcolo delle collisioni. Prima che la renderizzazione dell’immagine possa partire, la CPU si occupa anche di settare una lista di variabili globali che descrivono come le mesh debbano essere renderizzate: questa lista si chiama Render State. Il Render State consiste in una serie di istruzioni che spiegano alla GPU come trattare vertici, texture, materiali, illuminazione, pixel shader, etc.. Ogni singola mesh verrà renderizzata in base al Render State. In queste fasi preliminari la GPU non ha ancora ricevuto istruzioni dal processore, quindi si trova in una fase di idle e non svolge alcuna operazione.


Dopo aver definito il Render State la CPU può finalmente chiedere alla GPU di disegnare la scena: questa richiesta è la Draw Call. La Draw Call è un istruzione relativa alla singola mesh, che parte dalla CPU e arriva alla GPU transitando per alcune fasi intermedie. L’istruzione indica solamente quale mesh deve essere renderizzata, e non contiene nessun’altra informazione. Dopo che l’istruzione è partita, la GPU legge il Render State e tutti i dati relativi ai vertici, convertendo poi le informazioni in una scena tridimensionale. Il processo di conversione è conosciuto come Pipeline. Durante il pipelining la GPU crea triangoli a partire dai vertici, calcolando poi come sono disposti nello spazio tridimensionale e come texturizzare ogni singolo pixel. Durante l’operazione di rendering il grosso del lavoro è svolto quindi dalla GPU, che deve eseguire un elevato numero di task in parallelo e nel più breve tempo possibile. Ma come comunicano CPU e GPU? Prima di inviare nuove istruzioni la CPU deve attendere che la GPU finisca il suo lavoro, oppure no? Fortunatamente no. Questo creerebbe colli di bottiglia che renderebbero il lavoro in parallelo impossibile. A fare da mediatore è il Command Buffer, che si occupa di accumulare le istruzioni della CPU in modo tale che la GPU possa leggerle in modo del tutto indipendente. Nello specifico, quando la CPU vole renderizzare qualcosa inoltra la relativa istruzione nel buffer; successivamente, se la GPU ha delle risorse libere da spendere preleva l’istruzione e la esegue. L’esempio di istruzione che ci interessa, in questo caso, è la Draw Call.


Il numero di Draw Calls deve essere contenuto: il motivo è che la GPU può trasformare e renderizzare triangoli molto più velocemente rispetto al tempo che la CPU impiega per generare le istruzioni da mettere nel buffer. Se il numero di Draw Calls fosse troppo elevato si creerebbe un collo di bottiglia che costringerebbe la GPU in idle, in attesa che la CPU inoltri le istruzioni. Come se non bastasse, ogni singolo gruppo di draw calls produce un piccolo overhead che causa un notevole spreco di tempo e risorse. Nello scenario che stiamo descrivendo ci siamo limitati a considerare il caso in cui ad ogni draw call è associata una singola mesh con un solo render state, che costituisce un caso ideale. Nella realtà, purtroppo, molto spesso ad una singola mesh sono associati diversi render state, e questo rende il problema dell’overhead ancora più marcato. Un esempio di overhead può essere ricavato studiando il funzionamento del Command Buffer. Di solito CPU e GPU comunicano settando dei flag sul buffer, che riguardano principalmente i puntatori di read (lettura) e write (scrittura): se una delle due unità di elaborazione inoltra una richiesta di lettura e l’altra non ha ancora scritto sul buffer il dato da leggere, allora si genera un overhead. Di solito è la CPU a causare l’overhead, perché non riesce a soddisfare le continue richieste di lettura della GPU. Per limitare il problema è opportuno evitare di inoltrare le istruzioni in sequenza, cercando piuttosto riempire il buffer con un blocco di istruzioni collegate e poi inviare alla GPU le informazioni tutte insieme. Questo accresce il rischio che la GPU debba attendere che la CPU abbia finito di costruire la lista di istruzioni prima di iniziare a disegnare la scena, ma nel contempo riduce l’overhead di comunicazione, perchè presumibilmente mentre la CPU prepara la seconda lista di istruzioni da caricare nel buffer la GPU sarà ancora impegnata a renderizzare. In questo contesto, lo scopo delle API (DirectX, OpenGL, Mantle, etc..) è proprio quello di facilitare la comunicazione tra GPU, CPU, command buffer e driver, minimizzando così il rischio di overhead.



DIRECTX 12, GESTIONE DRAW CALLS E OVERHEAD: IL TEST CON 3DMARK

In media i moderni engine grafici richiedono la creazione di migliaia di draw calls per renderizzare le immagini 3D. Il problema è che ciascuna draw call, come vi abbiamo spiegato, rischia di generare un forte overhead sulla CPU, limitando di fatto le prestazioni dell’intero sistema. Con DirectX 12 e Mantle però è possibile ridurre l’impatto dell’overhead in modo consistente, permettendo così al sistema di renderizzare a schermo un maggior numero di oggetti, texture ed effetti di post-processing. Sebbene le nuove DirectX 12 non siano ancora state rilasciate al pubblico – occorrerà attendere qualche mese – possiamo già farci un’idea dei loro effettivi benefici grazie ad un nuovo benchmark sintetico di 3DMark, chiamato “3DMark API Overhead feature test”. Il test è stato progettato per misurare le differenze prestazionali tra DirectX 11, DirectX 12 e Mantle, e stabilire come queste si riflettano su un miglior utilizzo delle CPU multi-core. Per valutare le prestazioni di ciascuna API il benchmark genera progressivamente un numero sempre più elevato di draw calls, arrestandosi solo quando il frame rate scende sotto i 30 FPS. Al termine del processo il software moltiplica poi il numero di draw calls al secondo per il tempo trascorso prima dell’arresto, restituendo il totale. Se siete curiosi di vedere i risultati delle nuove DirectX 12, date un’occhiata a questo video:



Yellow wish list

Non c’è blu senza giallo e senza arancione, e se si aggiunge del blu,

bisogna aggiungere anche del giallo e dell’arancione.
Vincent van Gogh


E’ il giallo il colore tendenza di questa stagione. Il colore che illumina, il colore dello smile che accompagna i nostri messaggi, il colore dei girasoli di Van Gogh; lo ritroviamo sulla felpa SpongeBob proposta da Moschino, in versione fluo per lo smalto Givenchy, in giallo canarino per la bag firmata Manurina.

Differenti le sfumature del giallo, che tornano dal passato con la lampada-icona del designer canadese Verner Panton disegnata per l’albergo Astoria a Trondheim in Norvegia: la Topan VP6.

Moderno invece nel modello Chamomilla, frutto della collaborazione tra Lasvit e il moderno designer Philippe Starck. Chamomilla è un prezioso lampadario in vetro soffiato a mano dalle sfaccettature chiare e oro, oggetto di design, prezioso come un diamante.


1. MOSCHINO felpa SpongeBob


2. TOPAN VP6 lampada a sospensione gialla – &Tradition – € 192,00


3. Carta da parati


4. TOLIX CHAISE A PER INTERNI – GIALLO TXSEDIAV € 212,00


5. Arredo murale giallo Smile Maisons du monde  € 29,99


6. ALESSI – Atomium Portauovo – € 16,00


7. Iphone 5C giallo base € 429,00


8. IKEA STOCKHOLM Comodino, giallo € 79,90


9. MANURINA bag


10. MOSCHINO beachwear


11. Lampadario Chamomilla


12. LE VERNIS GIVENCHY –  € 20,00


13. Set di 2 bauli gialli € 59,99 – Maisons du monde

perweb

Sony Xperia P2, lo smartphone di fascia media con specifiche da top di gamma

Nelle ultime ore sono trapelate le prime informazioni relative a Xperia P2, il nuovo smartphone di Sony dedicato alla fascia media del mercato. Le specifiche includono un display IPS da 5,2 pollici con tecnologia Triluminos e risoluzione FullHD molto simile a quello già in dotazione a Xperia Z4, dal quale si differenzierà solo per le dimensioni più contenute (137,3 x 67,2 x 10,9 millimetri). Il pannello sarà arrotondato ai bordi e avrà uno spessore di circa 0,8 millimetri. Sotto la scocca Xperia P2 vanterà caratteristiche da vero top di gamma: il SoC di riferimento sarà una versione customizzata dello Snapdragon 810 di Qualcomm, con i quattro core Cortex-A57 funzionanti ad una frequenza leggermente inferiore a quella di fabbrica (1.9 Ghz contro 2 Ghz) per evitare problemi di surriscaldamento.


Xperia P2


La dotazione di RAM sarà pari a 3 Gigabyte, mentre la memoria di archiviazione arriverà fino a 32 Gigabyte (non si sa ancora se ci sarà o meno uno slot di espansione). Il tutto verrà supportato da una batteria con capacità di carica di 4,240mAh, perfettamente in linea con gli standard della concorrenza. Novità anche per quanto riguarda al fotocamera, che dovrebbe segnare un netto cambio di rotta rispetto alla linea Xperia Z: le ultime indiscrezioni parlano di un sensore posteriore Exmor RS da 12 megapixel con obiettivo Sony G OSS e sistema di stabilizzazione ottica dell’immagine, supportato da doppio Flash LED e lenti grandangolari di 25 millimetri con apertura f/2.0. Anche se per il momento non sono emerse informazioni attendibili su prezzo e data di uscita di Xperia P2, non è da escludere che il nuovo smartphone Sony possa arrivare sul mercato già entro l’estate del 2015.


Fonte: GSMArena

Perché True Detective è rivoluzionario

La seconda stagione di True Detective andrà in onda a partire dal 22 di giugno e la curiosità tra fan e addetti ai lavori sta crescendo. La critica ha amato la serie di Nic Pizzolato e Cary Fukunaga con Woody Harrelson e Matthew McConaughey e l’aggettivo più usato per descriverla è stato, sicuramente, rivoluzionaria ma qual’è il motivo per cui una serie TV con due poliziotti e un omicidio può essere considerata rivoluzionaria? La trama e, soprattutto, il genere sono tra i più usati dalla televisione contemporanea. Due poliziotti si trovano a investigare su di un omicidio. Cosa c’è di nuovo in True Detective?

Una delle particolarità che rende unica la serie HBO è che è scritta interamente e solamente da uno sceneggiatore: Nic Pizzolato. Le serie televisive, solitamente, hanno una moltitudine di sceneggiatori True Detective ha solo Pizzolato.
Pizzolato crebbe nella Louisiana rurale, immerso nell’ignoranza, in quegli stessi paesaggi e in quegli stessi ambienti descritti nella prima stagione di True Detective. Pizzolato ha scritto due episodi di The Killing ma non era soddisfatto del lavoro: “Voglio essere la visione guida. Non lavoro bene a servire la visione di qualcun’altro”. Con questa idea creò True Detective.


Perché True Detective è rivoluzionario


Altra cosa eccezionale della serie è che il regista, Cary Joji Fukunaga ha diretto tutti gli episodi della serie. Fukunaga è uno dei giovani registi più promettenti del panorama cinematografico contemporaneo e il suo Sin Nombre che ne 2009 vinse il premio alla regia del Sundance Film Festival. Fukunaga ha reso il paesaggio della Louisiana un vero e proprio personaggio che incombe durante tutto lo show. Il suo piano sequenza di sei minuti, poi, è un virtuosismo da regista che non si era mai visto in una serie televisiva.


La HBO ha voluto fare le cose in grande e ha scritturato due attori da “cinema”, il più volte nominato all’Oscar Woody Harrelson e Matthew McConaughey che l’Oscar lo ha vinto proprio nel periodo in cui era in TV con True Detective per Dallas Buyers Club.


Perché True Detective è rivoluzionario


L’insieme di uno sceneggiatore unico (Nic Pizzolato), un regista unico (Cary Joji Fukunaga) e di due star internazionali non si era mai visto. Da molti anni si parla di una nobiltà acquisita sul campo da parte della televisione, la qualità è aumentata esponenzialmente e le migliori serie televisive, ormai, possono rivaleggiare con le produzioni di Hollywood e il format con cui è stato costruito True Detective è il confine successivo. Una serie televisiva strutturata come fosse un lungo film diviso in più puntate.


Per tutti questi motivi la seconda stagione è aspettata con trepidazione da molti fan e amanti della settima arte. Pizzolato è rimasto lo sceneggiatore unico della serie mentre il regista cambierà. Cary Joji Fukunaga è diventato produttore esecutivo e i primi due episodi saranno diretti da Justin Lin che ha diretto alcune film del franchising Fast & Furious ma si vocifera anche di William Friedkin, il leggendario regista de L’esorcista.


Perché True Detective è rivoluzionario


La trama sarà sempre incentrata su una storia di malaffare ma stavolta i luoghi dove si svolgeranno i fatti saranno la California di Big Sur. La seconda stagione di True Detective seguirà i fatti che accadranno dopo la morte di Ben Caspar, un funzionario corrotto di una cittadina californiana che viene ritrovato brutalmente assassinato proprio mentre stava per essere firmato un accordo per la costruzione di un’autostrada. Tre agenti di tre forze di polizia diverse e di tre città diverse sono incaricati di risolvere l’omicidio. I tre scoprono velocemente che la loro investigazione ha implicazione molto più profonde e oscure di quello che immaginavano. Il corpo del cinquantaduenne Caspar è trovato sulla autostrada pacifica vicino a Big Sur con dei simboli satanici incisi sul suo petto. Si scoprirà che ha una predilezione per il sesso violento e per l’occulto.


Pizzolato, nonostante il cambio di location, ha mantenuto l’ambientazione. Una provincia piena di angoli oscuri come le personalità dei protagonisti.
I titoli di testa della prima stagione, poi, erano fantastici ed evocativi. I paesaggi si compenetravano con i personaggi, una perfetta epigrafe della serie.

LUCIANO VINCENZONI: LA STORIA DEL CINEMA ITALIANO

Luciano Vincenzoni (1926-2013) è stato uno dei più grandi sceneggiatori italiani.


La sua genialità ha cambiato la storia del cinema italiano. Ha scritto capolavori come Il ferroviere, Sedotta e Abbandonata e Signore e Signori di Pietro Germi, un ritratto senza tempo della sua Treviso.


Ha scritto un film che ha fatto epoca La grande guerra di Mario Monicelli Monicelli.


Con Sergio Leone, pone le basi del western all’italiana e scrive Per qualche dollaro in più, Il buono, il brutto, il cattivo, fino a Giù la testa.


Altri film memorabili sceneggiati da Vincenzoni: La cuccagna di Luciano Salce con Luigi Tenco, Il gobbo, La vita agra e Torino nera di Lizzani, il cult tarantiniano Da uomo a uomo di Petroni, Un tranquillo posto di campagna di Petri, Piedone lo sbirro di Steno.


La sua filmografia è lunghissima, ha scritto più di sessanta film.


Fu molto stimato a Hollywood, molto amico di Billy Wilder, Luciano Vincenzoni ha rappresentato la storia del cinema italiano.


Tutta la sua straordinaria vita dedicata al cinema è contenuta nella sua biografia Pane e Cinema edito da Gremase.


Questa intervista è stata realizzata poco prima che lui morisse.


LUCIANO VINCENZONI: LA STORIA DEL CINEMA ITALIANO.


Il primo racconto della sua vita?


Avevo quattro anni raccontavo una bugia che denotava una grande immaginazione. La domenica spesso andavo a pranzo dalla famiglia di un amichetto che si chiamava Luciano come me, i genitori del mio amico chiamarono mia madre e le dissero: “ Guardi che suo figlio è straordinario” .Mi chiesero come passavo la domenica ed io m’inventai una storia, dissi che la domenica con mio padre andavamo a cacciare i leoni in Africa . “Papà ha una porta di legno sulla testa e quando c‘incontra ,il leone balza con gli artigli sulla porta, gli artigli attraversano il legno ed io dietro con il martello ribatto e lo facciamo prigioniero “, un bambino che racconta una storia del genere da adulto finisce a fare cinema.


Lei è consapevole della sua genialità?


Io so di avere abbastanza immaginazione, ci sono dozzine di film che ho scritto in giro per il mondo che hanno preso premi e gratificato anche i miei colleghi. Per esempio Age & Scarpelli hanno lavorato a miei soggetti che sono stati sempre premiati o con il Leone d’Oro o con il Nastro d’argento o con la Palma d’oro. Il soggetto, il terreno sul quale si costruiva la casa era mio. Il soggetto è l’immaginazione pura, la sceneggiatura è invece un fatto di tecnica, immaginazione, ritmo.


Come nasce un soggetto?


Dietro un soggetto, una storia, ci deve sempre essere un’idea importante, pensi a Sedotta e Abbandonata che ho scritto per Germi dove c‘è tutta la questione dei matrimoni forzati, della verginità, o a Signori e Signore dove tutto ruota intorno all’ipocrisia della provincia veneta. Insomma dietro un buon film deve sempre esserci il problema.


Ho visto da poco per la prima volta il film La Cuccagna di Luciano Salce un film da lei scritto che ho trovato bellissimo…


Si era una bella idea fatta con pochi mezzi, prevedeva tutto ciò che è accaduto, è l‘unico Film che ho scritto per Salce che era bravo, il protagonista è Luigi Tenco che poi si è suicidato.


Ho rivisto ieri Signore e Signori di Germi che sembra un film eterno senza tempo ancora attuale. Com’è possibile?


Be’ dovrebbe essere cosi, il bel film e il bel racconto non invecchia mai . Questa cinematografia di oggi non vale niente perché i film passano di moda si fanno film solo per incassare e non importa il loro destino. Noi inventavamo storie che potessero restare nella storia del cinema. Due anni fa al festival di Venezia un critico americano scrisse un articolo dove diceva di aver visto Baaria di Tornatore, molto montato dalla critica italiana, e che l’aveva trovato un film volgare, brutto e meschino e che aveva visto il giorno prima in una visione privata La Grande Guerra di Monicelli e che l’ aveva trovato bellissimo, un capolavoro formidabile. Un articolo incredibile, un articolo che ho inviato a Monicelli, pochi mesi prima che morisse, era molto vecchio, gli fece un piacere immenso. La Grande Guerra è un capolavoro e quindi lo puoi vedere anche tra cinquant’anni .


Si può imparare a scrivere una buona sceneggiatura?


No, le scuole sono grandi truffe, l’immaginazione non s’ impara. La prima storia che ho venduto era Hanno rubato un tram, la sceneggiatura fu scritta da un mio collega, Ruggero Maccari, lì osservai piccole cose tecniche come per esempio la differenza tra un taglio netto e una dissolvenza. Pensi a Zavattini, Fellini, Flaiano, non sono mai andati a scuola era gente che aveva immaginazione…. Io sono ossessionato da ragazzini che mi cercano per imparare, credono che per fare gli scrittori bisogna studiare in realtà ci vuole una dote che non s’impara.


Cosa differenzia il modo di fare il cinema in America e il modo di fare cinema in Italia?


Il modo di fare cinema è legato alla cultura dei paesi, all’educazione del paese, gli italiani sono dei cialtroni e questo nel cinema si vede, sono cialtroni anche nel cinema. La mia stagione è stata fortunata perché c’erano dei veri bravi, ora ci sono solo le mezze calzette .


Cosa ti piacerebbe scrivere in questo momento?


Niente, perché è un mondo che non mi interessa più. Il cinema italiano è brutto perché cosa può scrivere chi è cresciuto con la televisione. La mia generazione ha vissuto la mancanza di libertà durante il fascismo, la paura e la fame della guerra, i sogni scatenati nel dopoguerra perché si tornava alla vita, sono emozioni fortissime che hanno fatto paradossalmente la fortuna di una generazione.


Maestro mi sta dicendo che quindi bisogna essere in qualche maniera affamati, sofferenti per fare della vera arte?


Certo, è sempre stato cosi, per tutti i grandi artisti è stato così. La sofferenza è una grande creatrice d’idee, le suonerà strano ma persino per scrivere cose comiche bisogna aver sofferto.


Ha detto una cosa molto bella


Non mi pare proprio eccezionale…


Perché lei è cosi duro, irascibile collerico?


Non sono duro, sono sintetico, mi piacciano le cose intelligenti e sintetiche, non mi piacciono le complicazioni. La vita è semplice ed è fatta di cose semplici detesto le complicazioni che sono invenzioni dei pessimisti. Comunque è vero, sono molto impaziente, probabilmente sono solo un malato di nervi, probabilmente ci sono delle pillole in una farmacia che mi calmerebbero…


Cos’è che la fa spazientire?


Mi fa spazientire la stupidità umana, quando la stupidità si esprime non la sopporto, non la sopporto nella lettura dei giornali, nell’ ascolto della radio, nella televisione, siamo sommersi dalla stupidita perché il novantanove percento dell’ umanità è stupida, tutto questo mi allontana dalla vita .


Ma c’è qualcosa a cui sta lavorando?


Il mio agente americano mi ha appena scritto che tre importanti compagnie americane sono interessate a un mio soggetto, Western Odyssey, che vorrebbero proporre a Tarantino.


Credo che sarebbe felice Tarantino di fare un film da un suo soggetto…


Tarantino è un ammiratore dei nostri western ma ha appena girato un western quindi non è detto che voglia farne un altro.


Io trovo molto bello il Django di Corbucci


Si ho scritto molti film per Corbucci anche un paio di western.


L’ultima sceneggiatura che ha scritto?


S’intitola Il selvaggio amico mio l’ho scritta con Sonego, che purtroppo è morto, sta qui e non se n’ è fatto niente, eravamo soci dovevamo produrre il film .


Perché non fa lei la regia di questo film che ha scritto?


No, ora non reggerei neanche un documentario e poi con il carattere che ho sarebbe difficile, non avrei pazienza con gli attori, con i loro capricci. Se per esempio un attore mi dicesse: ”scusi potrei cambiare questa battuta” io mi arrabbierei immediatamente, il regista deve essere paziente.


Da giovane era bellissimo sembra un attore.


Si volevano sempre farmi fare l’attore ma io preferivo scrivere.


Il libro più bello?


Viaggio al termine della notte di Ferdinad Céline, una sua pagina vale tutta la La Recherche di Marcel Proust.

DAVID BAILEY TRA LA SWINGING LONDON E BLOW UP

La Swinging London è stata una stagione folle e speciale.


Siamo a Londra a metà degli anni sessanta, il clima è assolutamente pop, si assiste al dominio e all’ esaltazione dell’immagine in tutte le sue declinazioni ma soprattutto dell’immagine fotografica nel suo carattere più autentico e cioè di celebrazione dell’io .


DAVID BAILEY TRA LA SWINGING LONDON E BLOW UP


Ai suoi albori, infatti, la fotografia nasce prima di tutto come ritrattistica .



All’interno di questo clima il fotografo David Bailey ha segnato la stagione più intensa di quegli anni londinesi.


Il suo lavoro ha apportato lustro e nuova linfa alla già prolifica cultura dell’immagine degli anni sessanta .


Un’esempio emblematico di questa rivoluzione dell’immagine è, per esempio, la minigonna di Mary Quant che stravolge e trasforma l’immagine della donna .


DAVID BAILEY TRA LA SWINGING LONDON E BLOW UP


In generale è il momento dell’esplosione dei Beatles, dell’efebica e sempre attuale modella Twiggy, dei Rolling Stones e degli Who.


In questa nuova rivoluzione creativa il 1967 è l’anno del trionfo a Cannes di Blow-Up di Michelangelo Antonioni .


DAVID BAILEY TRA LA SWINGING LONDON E BLOW UP


Il film è un manifesto di quegli anni intensi solo apparentemente frivoli.


Michelangelo Antonioni per il suo capolavoro senza tempo s’ispira nel costruire il personaggio del fotografo protagonista del suo film al fotografo David Bailey.


Il film certamente si spinge oltre la semplice delineazione di ciò che potremmo banalmente definire l’esaltazione dell’immagine perché è anzi una meditazione profonda sul vuoto profondo che sostiene ogni immagine.


DAVID BAILEY TRA LA SWINGING LONDON E BLOW UP


L’ultima scena del film è la sintesi estetica del valore dell’immagine .


Ciò che sostiene il vedere, l’apparire delle cose è una finzione fondamentale che ci aiuta a credere che ciò che vediamo sia la verità .



Un film straordinario sul valore dell’immagine e la sua essenza autentica.


La sequenza dei mimi racchiude in sé il significato ultimo dell’immagine e il suo fluttuare cioè tra apparenza, verità e nullificazione.


Girata magistralmente da Michelangelo Antonioni, la palla inesistente lanciata nel vuoto ci indica quel nulla a cui tutto è destinato.


Dopo aver lanciato la palla il fotografo , colui che di immagine vive, continua a seguirne il movimento fittizio, alla fine abbassa lo sguardo, intendiamo in quell’attimo una presa di coscienza ultima, l’ angoscia di aver compreso il vuoto dell’immagine , il suo nulla fondamentale.


DAVID BAILEY TRA LA SWINGING LONDON E BLOW UP


Antonioni sta su un piano totale, la macchina da presa è immobile , il fotografo prende la sua macchina fotografica , sta per andar via ma anche lui fa parte del gioco della visione , anche lui è la finzione filmica, quindi, con una dissolvenza, scompare all’interno del prato verde che resta vuoto, un vuoto che interroga lo spettatore che non ritrova più nulla a cui aggrapparsi . L’immagine dunque esplode appunto, Blow Up e la verità appare come nulla.


Di questo carico di verità e finzione è pregna la fotografia di David Bailey che nel 1965 pubblica Box of pin-ups , una scatola che racchiude trentasei scatti in bianco e nero di personaggi pop dell’epoca fotografati davanti ad un fondale bianco illuminati da una luce dura e drammatica.




E’ possibile tuffarsi nei magici anni sessanta della Swinging London e ammirare i grandi ritratti di David Bailey al PAC di Milano fino al 2 giugno del 2015.


Le borse di Veronica Bussolari

Originalità e minuzia artigianale sono le parole chiave delle creazioni Veronica Bussolari.

Veronica Bussolari, designer di borse, fa della propria passione un mestiere, e di un amore una collezione. L’amore è quello che la lega agli animali, maestosi, indomabili, selvaggi, forza della natura.

Sono gli elefanti, le tigri della Malesia che si trasformano in elaborate lavorazioni metalliche, frutto della collaborazione nata con il designer Massimiliano Della Monaca.

 

L’ecosostenibilità è un concetto assai caro a Veronica Bussolari che ridà vita a tessuti poveri quali la tela di juta, impreziosita da ricami fatti a mano e accostata all’elegante seta con fantasia a fiori per la borsa “Ruggine”, i cui manici sono stati realizzati in ferro arrugginito trattato.

 

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Borsa “Ruggine”

 

L’arte, come fonte d’ispirazione e stile di vita, ha fatto capolino nella “Nice” bag, una vera e propria opera incorniciata da lavorazioni in acciaio fissate meccanicamente. L’esterno è realizzato dal prezioso cavallino nero e l’interno è in seta nera con ricami bianchi, a sottolineare la cura onnipresente dei dettagli.

 

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Borsa “Nice”


Ma più di tutto sono i viaggi intorno al mondo che hanno spinto Veronica Bussolari a creare questi preziosi accessori, per riportare alla memoria le esperienze, i profumi, i colori di terre lontane e fissarle tra le mani di una donna, la donna che sceglie le sue borse, contenitore di oggetti e ricordi, donne che amano distinguersi, donne sognatrici, donne coraggiose che si spingono oltre l’oggetto “commerciale”, donne per cui la parola “unicità” è firma e riconoscimento.

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Veronica Bussolari


Gradiva le differenze: forse per questo viaggiò tanto.
Jorge Luis Borges

FOTOGRAFIA. DAVID BOWIE E MASAYOSHI SUKITA QUANDO IL MITO SI RINNOVA NELL’IMMAGINE.

Londra anno 1972 David Bowie e Lou Reed sul palco in concerto , tra il pubblico adorante anche il fotografo Masayoshi Sukita .


FOTOGRAFIA. DAVID BOWIE E MASAYOSHI SUKITA QUANDO IL MITO SI RINNOVA NELL’IMMAGINE.


L’incontro tra il fotografo e la pop star fu foriero di nuove strepitose immagini.


FOTOGRAFIA. DAVID BOWIE E MASAYOSHI SUKITA QUANDO IL MITO SI RINNOVA NELL’IMMAGINE.


David Bowie eclettico, poliedrico e androgino deve all’incontro con il fotografo giapponese un’ulteriore smagliante rinnovata trasformazione della sua già conturbante immagine.


FOTOGRAFIA. DAVID BOWIE E MASAYOSHI SUKITA QUANDO IL MITO SI RINNOVA NELL’IMMAGINE.


Masayoshi Sukita diede nuovo lustro all’immagine di Bowie realizzando anche la copertina dell’album Heroes .






Dopo il concerto di Londra i due diventano amici e Bowie si reca a Tokyo per una lunga sessione fotografica .


Immagini ormai divenute icone che hanno definitivamente contribuito a creare il mito di Bowie.



Info:


ONO arte contemporanea



via Santa Margherita, 10


40123 Bologna – Italy


tel/fax +39 051.262465





martedì e mercoledì dalle 10 alle 13 e dalle 15 alle 19.30


giovedì e venerdì dalle 10 alle 13 e dalle 15 alle 21.30


sabato ORARIO CONTINUATO dalle 10 alle 21.30


domenica dalle 16 alle 21

La Luna si originò in seguito ad un impatto catastrofico

Circa 4,5 miliardi di anni fa, agli albori del Sistema Solare, un corpo di dimensioni paragonabili a quelle di Marte entrò in collisione con la Terra, proiettando nello spazio un’enorme nube di gas e detriti che con il trascorrere del tempo, grazie alla forza di gravità, iniziò a contrarsi e diede origine alla Luna. Lo scenario appena descritto, oggi parte integrante della celebre Teoria dell’impatto gigante, ha rappresentato per almeno trent’anni la spiegazione più convincente dei delicati meccanismi che portarono alla formazione del nostro unico satellite naturale. Ma c’è un problema: anche se questo scenario ha senso quando si osservano la dimensione della Luna e il suo percorso orbitale attorno alla Terra, le cose iniziano a farsi più complicate nel momento in cui si analizza la composizione strutturale dei due corpi. In particolare, l’impronta isotopica della Luna è troppo simile a quella della Terra, quando invece dovrebbe presentare alcune differenze sostanziali.


Queste differenze derivano dal fatto che il corpo celeste protagonista dell’impatto, Theia, si formò probabilmente in una regione più esterna del Sistema Solare, ricca di materiali difficilmente rintracciabili nelle zone interne. Nel corso degli anni sono state elaborate molte teorie differenti per spiegare la similitudine tra le impronte isotopiche di Terra e Luna: forse l’impatto creò un’enorme nuvola di detriti che miscelandosi con i residui del mantello terrestre condensò per formare la Luna; oppure Theia, per pura coincidenza, possedeva una composizione isotopica simile a quella della proto-Terra; una terza possibilità è che la Luna si formò a partire da materiali prevalentemente terrestri, anziché di Theia, in seguito ad un tipo di impatto piuttosto insolito.


Di recente un team di scienziati dell’Università del Maryland ha generato una nuova impronta isotopica della Luna che potrebbe fornire il pezzo mancante del puzzle. Tramite l’analisi della distribuzione di un particolare isotopo del tungsteno, presente sia sulla Terra che sulla Luna, il team di ricercatori è riuscito infatti a conciliare la teoria dell’impatto gigante con le similitudini rilevate tra le impronte isotopiche di entrambi i corpi. I risultati suggeriscono che l’impatto di Theia con la Terra primordiale fu così violento che, prima di stabilizzarsi e formare la Luna, la nuvola di detriti risultante si miscelò, distribuendo uniformemente gli isotopi terrestri e quelli di Theia. “Il problema è che la Terra e la Luna presentano impronte isotopiche molto simili. Questo suggerisce che entrambe si siano formate a partire dalla stessa nube di materiale” ha dichiarato Richard Walker, professore di geologia all’Università del Maryland e co-autore dello studio. “La scoperta è sorprendente perché considerando le probabili caratteristiche di Theia, in relazione alle teorie comunemente accettate Terra e Luna non avrebbero dovuto essere tanto simili tra loro come in realtà sono.”


I dati suggeriscono che Terra e Luna si formarono dalla stessa nube di materiali e che la Terra, durante il processo, raccolse un quantitativo maggiore di detriti e polvere. Dato che la nube conteneva un sacco di tungsteno, con piccole quantità di un isotopo leggero noto come tungsteno-182, la Terra dovrebbe presentare una distribuzione media dell’isotopo inferiore a quella della Luna (a causa delle maggiori dimensioni). Mettendo a confronto le rocce terrestri con quelle prelevate dal nostro satellite, Walker e il suo team hanno scoperto che i dati confermano l’ipotesi. “Le piccole ma significative differenze nella composizione isotopica del Tungsteno presente sia sulla Terra che sulla Luna corrispondono perfettamente al diverso quantitativo di materiale raccolto da entrambi i corpi celesti negli anni successivi all’impatto” ha aggiunto Walker. “Questo significa che, poco dopo la sua formazione, la Luna aveva la stessa composizione isotopica del mantello terrestre.”


I risultati della ricerca supportano l’idea che il materiale creatosi in seguito all’impatto si condensò molto prima che la Luna avesse la possibilità di raffreddarsi. Questo spiega sia le similitudini isotopiche tra Terra e Luna, sia le impercettibili differenze nella distribuzione del Tungsteno-182. Inoltre, esclude largamente l’idea che Theia presentasse una composizione isotopica analoga a quella della Terra, o che la Luna si sia formata da materiale esclusivamente terrestre. In entrambi i casi, sarebbe altamente improbabile vedere una correlazione perfetta tra il tungsteno-182 e le quantità di materiale raccolto dalla Luna nelle epoche successive all’impatto. “Questo risultato ci porta un passo più vicini alla comprensione della stretta parentela tra la Terra e la Luna” ha concluso Walker. “Dobbiamo ancora definire i dettagli, ma è chiaro che il nostro sistema solare primordiale era un posto molto violento.”



Fonte: Mathieu Touboul, Igor S. Puchtel, Richard J. Walker. Tungsten isotopic evidence for disproportional late accretion to the Earth and Moon. Nature, 2015; DOI: 10.1038/nature14355

Borbonese collezione donna Autunno/Inverno 2015/16

BORBONESE COLLEZIONE DONNA AUTUNNO/INVERNO 2015/2016

L’eleganza e la storia Borbonese tornano per la stagione autunno/inverno 2015/16 con una linea di prêt-à-porter raffinata e di altissima qualità.


L’iconica bag Lady Butterfly viene riproposta in cocco, suède e serpente con una dimensione ridotta e più maneggevole; la stampa OP della maison è onnipresente a riconfermare l’autorità nel campo del lusso e dell’artigianalità.  Per questa collezione Borbonese prende ispirazione dai boschi misteriosi, dalle foglie che si dorano, dal calore dei colori autunnali, dalla luce che dagli alberi filtra rendendo brillante tutto ciò che tocca. Ma il brand non rinuncia al colore forte, deciso che spazia dal ciliegia all’ocra, per raggiungere una clientela più glam e giovane.


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Borbonese arricchisce la sua collezione con una linea di abbigliamento “real life”, un prêt-à-porter ricco di atmosfere, dettagli, tratti importanti, dal cavallino declinato su gilet grintosi agli accoglienti e morbidi maglioni in lapin trattati con effetto cocco o treccia, dai cappotti over in montone alle soffici sciarpe in mongolia.

Per una donna rock, Borbonese propone tagli maschili per i pantaloni, giacchini in velluto, bracciali in pelle con borchiette e in abbinato ballerine rosse con borchie in metallo.

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Ma l’abilità artigianale di Borbonese stupisce con la collezione di bijoux in quarzo nuvoloso e giada, perline in anice, bracciali con la fantasia OP, heritage della casa.
Produzione rigorosamente made in Italy, per un marchio che oggi crea un total look che conferisce eleganza e gusto a chi lo indossa.

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Foto Miriam De Nicolo’

La moda fatta di HORO 24 kt.

Lo indossiamo come gioiello, lo assaggiamo nel risotto speciale del maestro Gualtiero Marchesi ed oggi, per la prima volta nella storia, lo ritroviamo su jeans e t-shirt: stiamo parlando dell’oro 24 kt.


Il creativo brand HORO, creato da Luca Micco, ha brevettato un metodo che fonde oro puro con altri metalli preziosi come il platino, l’oro rosa e l’oro viola su stampe e tessuti. Il risultato è un indumento-gioiello, un capo unico che indossiamo come una fede, promessa di un sogno che diventa realtà.

HORO è infatti l’unico brand al mondo che realizza capi con stampe in oro 24 kt., e che dall’atelier astigiano ha raggiunto le boutique di  Parigi, Mosca, San Pietroburgo, Hong Kong, Tokyo, Londra.

In occasione della Milano Moda Donna 2015, HORO ha presentato la collezione “Gold Denim Collection”: otto modelli donna e sei modelli uomo in 3 diverse vestibilità skinny, regular e boyfriend, proposti in due lavaggi: carbon black e deep blue. Jeans “sporcati” d’oro, il massimo del lusso per un capo che possiamo indossare quotidianamente.


 

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La fotografia di Franco Fontana

Franco Fontana, classe 1933, è uno dei maestri della fotografia italiana ed è un autore quotato sul mercato della fine art internazionale.

Ha all’attivo la pubblicazione di oltre 40 libri fotografici e mostre nei musei più prestigiosi del mondo; la fotografia di Franco Fontana è pittura, è composizione e geometria con un uso del colore esplosivo, brillante, una scelta stilistica che è la sua firma.

Le linee sono ben distinte, i tratti netti, le figure paesaggistiche diventano degli spazi riempiti da colore con contrasti definiti, che alle volte ricordano i quadri di De Chirico.

Quando Fontana sposta il soggetto sulla figura umana, anche i singoli dettagli, un piede, un sedere, un seno, si trasformano in curve e figure geometriche.

Qui una carrellata di immagini:

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Star Wars: Lord Fener, il Padre Oscuro

Durante la sua prima comparsa, Darth Fener appare come l’antagonista per eccellenza. Ne ha tutti i connotati: un vestito nero, con una corazza a cui è attaccato un respiratore; un elmo che ricorda quelli dei samurai e dei toni minacciosi, prima nei confronti dell’equipaggio dell’astronave in cui le truppe imperiali si sono insediate, e poi quando incontra Leila Organa. Darth Fener vuole i piani della Morte Nera, la terribile arma che l’Impero utilizzerebbe per disintegrare un intero pianeta. E lui sa che Leila fa parte della cospirazione ribelle e che sa dove sono quei piani. Ma Leila si rifiuta di parlare, nega, e lui ordina alle sue truppe di portarla via. È questo l’inizio di Guerre Stellari, il primo tassello di quella che sarebbe diventata una delle saghe cinematografiche più famose in assoluto, Star Wars, opera colossale firmata da George Lucas. Il quale, con un certo spirito di protezione, avrebbe difeso il suo prodotto rifiutando l’Universo Espanso (ora sotto l’etichetta Star Wars Legends) e tutto ciò che da esso ne è stato derivato: libri, fumetti, videogiochi. Perché i sei film di Star Wars non sarebbero sufficienti per raccontare una storia che si propaga lungo diversi millenni.


Darth Fener è il vero, grande protagonista di Star Wars, insieme a suo figlio Luke: «Star Wars è la storia di Anakin e Luke Skywalker», ha detto George Lucas, «quando Luke salva la Galassia e redime suo padre, la storia è finita: qualunque cosa sia stata scritta dopo, non riguarda il cuore di Star Wars.» Una storia di ascesa, caduta e redenzione attraverso i figli (Luke e Leila), dovuta a un amore impossibile (quello per Padme Amidala, sviluppato però nella Nuova Trilogia) e al lento avvicinamento al cuore del male, il Lato Oscuro, per mano del Cancelliere Palpatine, diventato poi il Signore dei Sith, l’Imperatore Darth Sidious. Ma l’incipit di Guerre Stellari sembra portare da tutt’altra parte. Non a caso, dopo la fuga dei due droni, C1-P8 (o R2-D2) e C-3PO, verso il pianeta di Tatooine – dove incontreranno prima Obi-Wan Kenobi e poi Luke Skywalker –, Darth Fener non compare più, finché non lo ritroviamo in una riunione con i capi dell’esercito imperiale, in cui si dice che l’imperatore ha sciolto il consiglio definitivamente e che della vecchia Repubblica non è rimasto più niente. I sistemi locali sono tenuti in pugno dalla paura, la paura per la grande arma dell’Impero, la Morte Nera. Ma Darth Fener – o Lord Fener – crede che la Forza sia ancora più letale: «L’abilità di distruggere un pianeta è insignificante di fronte alla potenza della Forza», dice.


È necessario comunque scoprire l’ubicazione della base ribelle segreta. E per farlo bisogna interrogare Leila, prigioniera dell’Impero. Darth Fener cerca allora di convincerla a parlare utilizzando una sonda mentale. Ma di fronte al mutismo della principessa, le truppe imperiali decidono di fare rotta per Alderaan, il pianeta natale di Leila, minacciando di distruggerlo. Ad Alderaan si erano diretti anche Luke Skywalker e il vecchio Obi-Wan Kenobi, che avevano scoperto nel pianeta Tatooine il messaggio lasciato da Leila nel drone R2-D2 e si erano diretti lì per far apprendere a Luke la dottrina Jedi. Luke aveva deciso di seguire Obi-Wan anche dopo che questi gli aveva rivelato la tragica scomparsa di suo padre, Anakin Skywalker, uno Jedi esemplare ucciso proprio da Darth Fener. È inevitabile che le vicende parallele di Luke e di Darth Fener finiscano per intersecarsi, ma non prima dell’epico scontro tra Obi-Wan, l’ultimo Jedi, e il malvagio Sith. «Quando ti ho lasciato non ero che un discepolo», dice Darth Fener a Obi-Wan, che ha già pronta la mitica spada laser Jedi. «Ora sono io il maestro.» «Solo il maestro del Male» risponde Obi-Wan. Lo scontro si conclude a favore del Sith, ma Obi-Wan si è sacrificato soltanto per permettere a Luke e Leila di fuggire.


Il primo episodio – in ordine di apparizione nelle sale – apre solo qualche squarcio sul passato di Darth Fener. Quel tanto che basta per lasciar intendere un tradimento ai danni degli Jedi per sposare la causa dei Sith. Non si spiega come né perché. Ma tutto diventa più chiaro nel film successivo, L’impero colpisce ancora, in cui più di una volta Darth Fener si lascia tentare dal Bene, proprio come in passato si era lasciato tentare dal Male. È qui che facciamo conoscenza di un altro personaggio fondamentale, l’Imperatore Darth Sidious, l’unico da cui Darth Fener prende ordini. L’Imperatore ha percepito la presenza di un’interferenza nella Forza, provocata dalla crescita di Luke, che sta per essere addestrato dal Maestro Yoda. «Abbiamo un nuovo nemico» dice l’Imperatore. «Il giovane ribelle che ha distrutto la Morte Nera. E io sono assolutamente convinto che questo ragazzo è figlio di Anakin Skywalker.»


«Come è possibile?» domanda Darth Fener. Lui sa qualcosa che riguarda la nascita di Luke. Qualcosa che, in teoria, avrebbe dovuto impedirne la nascita. L’Imperatore prosegue: «Cerca dentro di te, Lord Fener. Cerca e saprai che è vero. Egli può distruggerci.» A questo punto Darth Fener diventa diplomatico, e così, invece di accettare l’ordine implicito dell’Imperatore e di uccidere Luke, risponde: «È solo un ragazzo. Obi-Wan non può più aiutarlo», per poi proporre all’Imperatore di convertire l’apprendista Jedi alla religione del Male. Darth Fener lo definisce «un potente alleato», l’Imperatore «una grande risorsa.» La prospettiva di incontrare Luke provoca in Darth Fener qualcosa, un nuovo stimolo, una nuova luce. È l’idea di diventare ancora più potente, di ritrovarselo come alleato, di non avere più alcun rivale. È chiaro che prima del momento più eclatante di tutta la Trilogia Originaria, la rivelazione dell’alter-ego di Darth Fener, tutto rimane in sospeso e le prospettive che anche Luke ceda alla seduzione del Lato Oscuro sono tutt’altro che da escludere. Ma soprattutto, c’è un’altra prospettiva che giunge nella mente di Darth Fener: non doversi più inchinare all’Imperatore ma essere il numero uno di tutta la Galassia.


È questa la proposta che fa a Luke: governare la Galassia in due, padre e figlio. E quando Luke si mostra incredulo, di fronte all’agnizione («Io sono tuo padre»), Darth Fener usa quasi le stesse parole dell’Imperatore: «Cerca dentro di te. Tu sai che è vero.» Cercare dentro se stessi vuol dire guardare nel proprio inconscio. Secondo le teorie freudiane, la personalità è frammentata in tre livelli, Es, Io e Super-Io e l’Es comprende l’istinto all’eros e al thanatos, l’amore e la morte. Applicando questa definizione in Star Wars, tutto è chiaro: l’amore impossibile per Padme aveva condotto Anakin Skywalker verso la perdizione, verso il Lato Oscuro, ovvero verso una predominanza dell’Es. Ma nel caso di Luke, non essendoci la seduzione di eros, non può esserci nemmeno thanatos. La conseguenza è la ribellione a quel padre oscuro (Darth Vader richiama infatti “dark father”) che Luke vorrebbe rinnegare. Eppure, nel Ritorno dello Jedi, dopo aver rivelato a Leila ciò che lo lega davvero a Darth Fener, Luke dice: «C’è del buono in lui.»


Altro richiamo: Yin e Yang, due opposti che non si possono separare. Tradotti alla lettera, “yin” è “il lato in ombra della collina” (Lato Oscuro, rappresentato dai Sith) e “yang” è “il lato soleggiato della collina” (Lato Chiaro, rappresentato dai Jedi). È per questo che, nonostante la vocazione al Male, in Darth Fener, nel padre oscuro, esiste ancora un po’ di buono, proprio come al momento della sua ascesa a signore dei Sith il Lato Oscuro, all’opposto, tendeva a emergere grazie alla rabbia, la violenza e la paura. Luke si consegna quindi a Darth Fener e per la prima volta lo chiama “padre”.


«Allora, hai accettato la verità?» gli chiede Darth Fener.
«Ho accettato la verità che tu una volta eri Anakin Skywalker, mio padre.»
«Quel nome non ha più alcun significato per me.»
«Quello è il nome del tuo vero Io, l’hai solo dimenticato. So che c’è del buono in te: l’Imperatore non è riuscito del tutto a privartene.»


Questi scambi di battute si ricollegano alle teorie freudiane succitate (l’Es che ha prevalso sull’Io) nonché al concetto di Yin e Yang. Ma quando l’Imperatore, che ha cercato invano di convincere Luke a convertirsi al Lato Oscuro, sta per uccidere il giovane Jedi, ecco che l’Io originario e il Lato Chiaro della Forza tornano a prevalere sull’Es: la vista del figlio e la sua distruzione sono una prospettiva che Darth Fener non può accettare, di qui la sua ribellione e il conseguente tirannicidio. L’alter-ego di Darth Fener è tornato a brillare e Anakin Skywalker è di nuovo vivo. E quando gli toglie la maschera che lo aveva trasformato da uomo in cyborg, Luke vorrebbe salvarlo, ma lui risponde soltanto: «Lo hai già fatto, Luke. Avevi ragione nei miei riguardi. Di’ a tua sorella che avevi ragione.» Spira dopo aver ritrovato il proprio Io, oltre che il figlio perduto, e queste saranno le sue ultime parole. Nella scena conclusiva del Ritorno dello Jedi, Luke dà fuoco alle spoglie di colui che un tempo era il padre oscuro e che, prima di morire, si è liberato: le fiamme avvolgono il corpo di Anakin Skywalker proprio come secondo l’usanza greca. Ma durante i festeggiamenti degli Ewok per la liberazione dall’Imperatore, Luke vede le tre anime che lo hanno aiutato a ristabilire l’equilibrio nella Forza: Obi-Wan Kenobi, che gli aveva dato la spada Jedi di suo padre; il Maestro Yoda, che lo aveva fatto diventare un cavaliere Jedi; e infine rivede il giovane Anakin Skywalker, suo padre, anche lui di nuovo in pace con la Forza ma soprattutto con il proprio vero Io.


FONTE: http://www.guerrestellari.net/athenaeum/pers_menututti_menuanakin_tenta.html

Che cosa fu il genocidio armeno che Obama non riconosce

Il genocidio armeno del 1915 sta ancora facendo discutere il mondo. Obama ha annunciato che non chiamerà il massacro di armeni da parte dei turchi del 1915 genocidio. Obama aveva promesso durante la campagna elettorale che avrebbe onorato la memoria del massacro armeno chiamandolo genocidio ma il Dipartimento di Stato e il Pentagono hanno fatto pressioni e hanno inibito il presidente.


Nel centesimo anniversario della strage gli Stati Uniti nella loro nota ufficiale si sono limitati a sostenere un pieno e franco riconoscimento dei fatti ma hanno evitato accuratamente di nominare la parola genocidio.
Accortezza che Papa Francesco non ha usato durante la messa tenuta in San Pietro per la ricorrenza: “La nostra umanità ha vissuto nel secolo scorso tre grandi tragedie inaudite: la prima, quella che generalmente viene considerata come il primo genocidio del Ventesimo secolo; essa ha colpito il vostro popolo armeno, prima nazione cristiana”. La reazione turca è stata durissima, l’ambasciatore per la Santa Sede è stato addirittura richiamato e questo in termini diplomatici è una delle reazioni più dure contemplate.


La Turchia sembrava essersi aperta al riconoscimento del massacro degli armeni dopo anni di negazionismo quando in occasione del novantanovesimo anniversario del genocidio Erdogan aveva fatto delle generiche scuse nei confronti delle persone di etnie e religioni diverse da quella turca che furono uccise in quelli che il Primo ministro chiamò “gli incidenti” del 1915


La pulizia etnica nei confronti degli armeni risiedenti nel territorio dell’Impero ottomano iniziò la notte del 24 aprile 1915.
I Giovani Turchi (Jon Turkler) erano un movimento nato a fine ‘800 nell’allora Impero ottomano che si ispirava alla Giovine Italia di Mazzini e che si proponeva di trasformava la Turchia in una monarchia costituzionale con un esercito moderno e potente. Altro obiettivo dell’organizzazione nazionalistica era di unire tutti i popoli turcofoni in una unica nazione che partiva dall’Egeo e che sarebbe dovuta arrivare al confine cinese.
Quando i giovani turchi presero il potere nel 1909 si proposero di raggiungere questo obiettivo e uno degli ostacoli che vi si frapponevano erano gli armeni. L’idea di uno Stato nazionale con un gruppo etnico praticamente omogeneo di stampo italiano era ostacolato dalle grandi comunità armene, greche e assire presenti sul territorio e tutte di religione cristiana.


L’Armenia era stata la prima nazione dove il cristianesimo era stato riconosciuto come religione di Stato nel 301. La Chiesa armena si racconta fu fondata da due apostoli di Gesù, Bartolomeo e Taddeo, e nel 301 San Gregorio riuscì a convertire re Tiridate III. Da allora la religione cristiana è rimasta intimamente connessa alla cultura armena, indipendentemente dalle dominazioni politiche che si susseguirono nella travagliata storia del piccolo paese.


I primi morti furono tuttavia lontani dall’Armenia, a Istanbul, dove nella notte del 24 aprile furono uccisi intellettuali e artisti armeni poi la pulizia etnica si spostò nei territori tradizionalmente abitati dalla popolazione armena. L’esercito turco uccideva gli uomini e deportava le donne e i bambini nel deserto siriano dove finirono praticamente tutti per morire di fame e sete. Non mancarono gli episodi atroci come i ferri di cavallo inchiodati ai piedi di alcuni bambini. Tutti i beni della gente armena furono sequestrati e finirono nelle mani di alcune famiglie turche. Gli armeni incolparono principalmente Mehmed Talat, l’allora ministro dell’interno, e lo soprannominarono l’Hitler turco.
Gli armeni chiamo questi fatti Medz Yeghern, il “Grande Male”. Un milione e mezzo di armeni morirono durante quel periodo buio.


La storiografia turca ha tentato di collocare l’incredibile numero di morti armeni all’interno della cornice della prima guerra mondiale e in Turchia usare la parola genocidio può portare a diversi anni di carcere. Curiosamente la parola genocidio è stata coniata da uno studioso polacco e ebreo del genocidio armeno per l’olocausto ma con in mente la tragedia armena. La definizione ufficiale dell’ONU recita “Gli atti commessi con l’intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso”.

Falcone, un patriota siciliano

Un libro prezioso quello di Giannicola Sinisi che ricostruisce i rapporti tra Falcone e i suoi colleghi americani, giudici e agenti del FBI, attraverso lo studio dei documenti finora secretati inviati a Washington dall’Ambasciata di Roma … gli americani avevano una stima sconfinata di Falcone non solo per quel che faceva a Palermo ma per il contributo decisivo che dava anche alla loro lotta contro Cosa Nostra … ed erano molto preoccupati che i magistrati italiani passassero più tempo a combattere Falcone che a combattere la mafia.


Le relazioni tra Italia e Stati Uniti, soprattutto nel periodo della guerra fredda e, dunque, fino alla caduta dei muri nel 1989, sono spesso circondate da un alone di mistero, da un’aura di sospetti e da una nebbia di pregiudizi che si ispessiscono e si oscurano o si schiariscono a seconda delle prospettive e delle interpretazioni. A questa regola non sfuggono neppure i rapporti tra Giovanni Falcone e le autorità americane impegnate sullo stesso fronte del contrasto alla criminalità organizzata che chiamano causa il FBI, il Dipartimento di giustizia e quello di Stato (equivalente del nostro Ministero degli Esteri) sul versante americano, Falcone, i suoi collaboratori e i suoi amici e nemici, che si tratti di politici, di magistrati e di giornalisti su quello italiano. Così, non sono mancati coloro che, da parte italiana, videro in questi rapporti di Falcone con le autorità americane uno dei tanti esempi di soggezione – se non di servilismo – nei confronti del principale e più forte alleato e coloro che, al contrario, vi scorsero motivi per una celebrazione della collaborazione giudiziaria e politica tra Italia e Stati Uniti.

Quantomai opportuna giunge perciò la pubblicazione del libro Un patriota siciliano di Giannicola Sinisi che di Falcone fu stretto collaboratore nel periodo in cui questi lavorò come direttore degli
affari penali al ministero della giustizia. L’autore, a suo tempo, potè giovarsi della fiducia e della familiarità professionale di Giovanni Falcone, mentre, di recente, ha potuto finalmente accedere a documenti a lungo secretati in quanto “classificati” nel lessico dei servizi di intelligence e del Dipartimento di Stato americano. Si tratta di cablogrammi e scambi epistolari che registrano le comunicazioni degli ambasciatori e dell’Ambasciata americana di Roma al Dipartimento di Stato nel periodo in cui si succedettero gli ambasciatori Maxwell Raab e Peter Secchia, fino a lambire l’arrivo e l’avvicendamento con Donald Bartholemew.


Che Falcone godesse della stima di ambienti americani – funzionari del FBI e dirigenti del Dipartimento di Giustizia – come di singoli giudici e procuratori, era cosa abbastanza nota. Molto meno noto il fatto che gli americani considerassero Falcone non soltanto come il leader del Pool antimafia, dunque come il vero protagonista, motore e ispiratore della strategia antimafiosa impostata a Palermo, ma anche come un collaboratore fondamentale per la loro lotta alla Cosa Nostra americana, a partire dalla celebrata operazione detta “Pizza connection” all’altra, non meno importante ma meno celebre, detta “Iron Tower”. Sulla base di queste esperienze si sviluppò un rapporto di collaborazione e di fiducia concretatosi nello scambio continuo di informazioni e di aggiornamenti non solo su singole inchieste e su singoli personaggi, ma una vera e propria rete di conoscenze e di relazioni comuni, a diversi livelli. Rete fecondissima nel produrre azioni e risultati di contrasto alla Cosa Nostra che, purtroppo, per prima e da tempo agiva sulle due sponde dell’Atlantico, ricavando dalla sua internazionalità enormi possibilità criminali, vantaggi e profitti legati soprattutto al narco traffico. Ciò spiega non soltanto l’interesse, ma la vera e propria partecipazione con la quale gli americani seguivano i progressi delle indagini di Giovanni Falcone sulla Cosa Nostra siciliana. Non si trattava soltanto di adesione e di simpatia per un collega e per un amico. Il punto è che gli americani sapevano di poter ricavare dal lavoro di Falcone informazioni, notizie, stimoli utili anche alle loro indagini.
Agli esempi più noti di collaborazione “atlantica” narrati nel libro aggiungo i tratti essenziali di una vicenda che mi colpì molto e che mi fu raccontata dallo stesso Giovanni.


Intercettando conversazioni telefoniche tra boss palermitani e boss americani di New York e del New Jersey, Falcone apprese dalla loro viva voce che questi ultimi chiedevano agli amici, ai parenti, ai compari palermitani di inviare nuove reclute, “soldati di sangue nostro, sangue siciliano” per reagire all’inquinamento creato tra le fila della Cosa nostra americana dal reclutamento di criminali di scarso spessore e di scarso affidamento provenienti da etnie diverse con costumi e regole meno rigide di quelle proprie e comuni alla Cosa nostra americana e a quella siciliana. Ristabilire con il primato siculo americano le regole omertose e l’affidamento professionale alterati da troppe reclute di etnie diverse era l’intento dei boss americani e a loro i fratelli siciliani prontamente prestarono soccorso. Falcone informò i colleghi americani sicché le giovani reclute e i nuovi soldati che dovevano rinsanguare la Cosa Nostra americana, imbarcati a Palermo, appena sbarcati negli aeroporti americani trovarono ad attenderli i confratelli mafiosi, e gli uni e gli altri vennero immediatamente presi in cura dal FBI.
La fiducia che si instaurò, fortificata da tante prove affrontate insieme sui campi di battaglia, spiega come mai gli americani seguissero con tanto interesse non solo i progressi di Falcone nelle sue indagini a Palermo e in Sicilia, ma – e si tratta di uno dei contributi più originali del libro di Sinisi – la partecipazione con cui analizzarono e commentarono anche le vicende interne alla magistratura palermitana e i conflitti che insorsero tra Falcone e quelli tra i suoi colleghi che lo contrastavano o perché vittime di approcci giuridici obsoleti o perché animati da gelosie, da rivalità e da risentimenti spesso legati a questioni di carriera. E si comprende altresì – osserva Giannicola Sinisi – che in America l’assassinio di Giovanni Falcone venne avvertito “come un attacco interno, una lesione e una minaccia agli sforzi che in quegli anni gli Stati Uniti stavano compiendo con notevoli risultati sul fronte del contrasto al crimine organizzato”.


La preziosa ricostruzione di Un patriota siciliano, pur scontando l’indisponibilità di una parte dei materiali ancora “classificati” cioè coperti da segreto, ci aiuta non solo a comprendere il punto di vista americano, ma a gettare nuova luce su ciò che effettivamente pensava Falcone circa alcune tra le più controverse e delicate vicende di casa nostra, e sul ruolo di diversi protagonisti.
Per esempio, gli avversari di Falcone, ma non solo loro, non gli perdonavano di aver accettato di lavorare al mio fianco al Ministero di Grazia e Giustizia nel governo Andreotti il più coriaceo e il più chiacchierato dei politici democristiani. Ebbene, ai suoi amici
americani Falcone dichiara la sua certezza circa “il sostegno senza riserve” di Martelli e quanto ai sospetti legami di Andreotti con la mafia replica: “ Andreotti può aver peccato per omissione non per commissione”.


Come è noto la guerra sul fronte dell’antimafia giudiziaria deflagra quando il Consiglio Superiore della Magistratura sceglie, come successore di Caponetto alla guida dell’Ufficio Istruzione di Palermo, anziché il candidato naturale, cioè Giovanni Falcone, il più anziano Antonino Meli. In questo modo – osservò Paolo Borsellino – diventava titolare della pubblica accusa nel maxi processo ormai alla prova di appello “ .. uno che al maxi-processo a Cosa Nostra non ci credeva”. Le conseguenze furono devastanti. E’ sempre Borsellino a commentare amaramente: “Cosa nostra si è riorganizzata come prima più di prima. La polizia non fa indagini, le iniziative sono frantumate in mille rivoli, il pool smantellato, non c’è più alcun coordinamento …”


In effetti, può sembrare incredibile ma la verità è che l’anno dopo la celebrazione del maxi processo – la prima grande sconfitta di Cosa nostra in un’aula di giustizia – il principale protagonista, Falcone appunto, anziché essere premiato veniva accantonato ed emarginato anche a seguito di “infami calunnie e di una campagna denigratoria di infinita bassezza” – si pensi in particolare alle lettere del cosiddetto “Corvo”. Falcone denuncia questo clima mefitico con una lettera al CSM e si dimette dall’Ufficio Istruzione.


Il 3 agosto di quello stesso 1988 l’ambasciatore americano a Roma,Maxwell Raab, in un cablogramma al Dipartimento di Stato americano lancia l’allarme: ”Se il comitato dell’antimafia del CSM ha sostenuto Meli nell’intento di abbandonare il metodo del pool per combattere la mafia, lo sforzo antimafia italiano potrebbe essere seriamente danneggiato e gli interessi degli Stati Uniti seriamente messi in pericolo”. Le stesse fonti diplomatiche riferiscono che nell’Ufficio palermitano pendevano numerose rogatorie per l’acquisizione di prove determinanti in processi importantissimi in corso di celebrazione a New York e a Washington. In particolare, “ .. nella più importante inchiesta avviata dai nostri due paesi l’allontanamento di Falcone potrebbe comportare la fine dell’inchiesta stessa .. Falcone è il giudice più esperto e più informato .. Falcone è il pool e il pool lo segue (is beyond him)”.


Viceversa “il piano Meli” veniva giudicato come un modo di smantellare il pool e di neutralizzare Falcone. Non dimentichiamoci che l’anno precedente, all’indomani del clamoroso successo dell’inchiesta congiunta sul narco traffico – la Pizza Connection -, Falcone era stato invitato a parlare al Congresso degli Stati Uniti. Onore senza precedenti mai riconosciutogli in Italia. Ma l’ambasciatore americano non si limita a informare i suoi superiori a Washington. Maxwell Raab, determinato a reagire, chiede udienza al Presidente della Repubblica italiano e gli manifesta la sua angoscia. Francesco Cossiga prende la questione a cuore, affronta il CSM di cui è presidente e ne contesta le scelte con tanta energia da costringerlo a una mezza retromarcia. Le dimissioni di Falcone vengono respinte e il presunto Corvo, cioè il magistrato Di Pisa, ma anche, con salomonica ipocrisia, Giuseppe Ayala stretto collaboratore di Falcone, vengono trasferiti da Palermo. In Italia la retromarcia del CSM dai più viene interpretata come una vittoria di Falcone. Molto più cauta e caustica l’interpretazione americana: “ .. i giudici antimafia italiani spendono più tempo a combattersi tra di loro che a combattere la mafia”. Del resto, ancor più severo fu il giudizio di Gerardo Chiaromonte, presidente della Commissione parlamentare antimafia che, più unico che raro tra i comunisti ( ma i democristiani non erano da meno), non fece mai mancare il suo sostegno prima a Falcone e, poi, anche a me e al ministro degli interni Scotti. “Il CSM – scrive Chiaromonte – che ha pesanti responsabilità per la situazione del Palazzo di Giustizia di Palermo, assume una decisione che non esito a definire vergognosa. Un colpo al cerchio e uno alla botte .. A Palermo ho sentito dirigenti democristiani e comunisti dire su Falcone cose infami.”


In quello stesso periodo entrava in vigore il nuovo codice di procedura penale, il codice Vassalli, che nelle intenzioni, superando il processo di tipo inquisitorio, intendeva introdurre in Italia il processo di tipo accusatorio, cioè il processo “all’americana, nello stile Perry Mason” come allora si diceva. A parte il divertito commento sulla circostanza che un serial televisivo diventava in Italia modello di una riforma della giustizia, l’ambasciata americana, evidentemente informata dell’impreparazione complessiva della nostra organizzazione legale e giudiziaria nell’imminenza di una riforma di tale portata, senza giri di parole, previde acutamente che “ne deriverà il caos”. Analogamente si era espresso Falcone preoccupato per i processi di mafia impostati col vecchio rito processuale che ora dovevano transitare al nuovo.


Anche la fase terminale dell’esperienza umana e professionale di Falcone, quella che lo impegnò come direttore degli affari penali al ministero della giustizia, trova precisi riscontri
nelle comunicazioni dell’ambasciata retta dal nuovo ambasciatore Peter Secchia. L’autore ha qui potuto giovarsi non solo delle carte de- secretate, ma della sua diretta esperienza al fianco di Falcone che l’aveva voluto con se.


Ma veniamo a un altro punto. A differenza di quel che molti – compreso l’autore di questo prezioso libro – dissero e continuano a dire, Falcone non “inventò e ispirò il modello della super procura antimafia”. Né la inventammo io o Vincenzo Scotti al tempo, rispettivamente, Ministro della Giustizia e Ministro degli Interni. La verità, come ho sempre detto, è che ne trassi ispirazione da una vecchia proposta del senatore Leo Valiani trovata tra le carte della Commissione Parlamentare Antimafia e rimasta per anni nei cassetti di quella commissione. Leo Valiani si era ispirato al modello del FBI americano e, forse anche per questo, la sua idea rimase lettera morta. Naturalmente il lavoro di trasposizione da un ordinamento, come quello americano, in cui il Ministro della Giustizia è contemporaneamente Attorney General (Procuratore Generale) che dispone del Federal Bureau of Investigation con i suoi agenti e i suoi procuratori, a quello italiano fondato sulla più rigida separazione tra esecutivo e giudiziario fu tutt’altro che semplice. L’unica soluzione possibile, alla quale collaborò con la sua cultura giuridica un grande magistrato come Loris D’Ambrosio in servizio al ministero, fu quella di istituire due strutture parallele e cooperanti. Una struttura di coordinamento dell’intelligence delle tre diverse polizie italiane (Carabinieri, Polizia di Stato e Guardia di Finanza) che chiamammo Direzione Investigativa Antimafia (DIA) e una struttura nazionale di coordinamento dei pool distrettuali antimafia denominata Direzione Nazionale Antimafia (DNA), la cosiddetta Super Procura.
Dopo l’agitazione dell’Associazione Nazionale Magistrati che pochi mesi prima aveva indetto uno sciopero nazionale contro l’istituzione della Superprocura anche il CSM, ancora una volta, si mise di traverso e, anziché Falcone che io avevo candidato al ruolo di Procuratore Nazionale, scelse Agostino Cordova, procuratore a Palmi. Con il potere di dare o negare il concerto del Ministro alle nomine del CSM – potere che mi derivava dalla Costituzione e dalle leggi – bloccai la procedura, convinto che alla fine l’avrei spuntata e Falcone sarebbe diventato Procuratore Nazionale Antimafia.


Invece ci fu la strage di Capaci.


Il massacro di Falcone e della sua scorta ebbe un’eco immensa e in tutto il mondo fu vissuto come la più spaventosa delle tragedie dell’ingiustizia. L’Italia era squarciata, squarciata come quell’autostrada. Mi strinsi accanto i magistrati che più direttamente lavoravano con me al ministero, quelli che avevamo scelto io e Falcone e quelli, da Ilda Boccassini a Sergio Turone, che si offrirono di impegnarsi concorrendo con la loro professionalità e la loro passione civile a dare sostanza investigativa alla reazione dello Stato. Dovevamo reagire e sapemmo reagire, guidando e organizzando la risposta dello Stato, decretando con urgenza misure straordinarie. Ai provvedimenti e alle iniziative che avevamo impostato con Falcone ne aggiungemmo di nuove a cominciare dal 41bis nelle carceri e dall’invio dell’esercito a presidiare gli obiettivi sensibili anche per liberare le forze di polizia da questi compiti di modo che si potessero dedicare totalmente alle indagini.


Già all’indomani della strage ci era stata offerta totale collaborazione dal FBI e dal suo direttore, William Sessions. Lui e i suoi uomini vennero a Palermo offrendo collaborazione totale alle indagini sull’assassinio di un giudice che in America era stimato senza riserve, dunque assai più che da molti suoi colleghi magistrati italiani come da tanti politici e giornalisti. Gli uomini del FBI furono prodighi di assistenza tecnica e di consigli, sia in merito alle indagini, sia in in ordine ai provvedimenti da adottare in analogia con il RICO, la legislazione antimafia USA che come quella italiana prevede l’isolamento in carcere dei detenuti mafiosi che costituiscano un pericolo.
Grazie a un’intuizione di Sergio Restelli, mio amico e mio collaboratore al Ministero della Giustizia, affidai al FBI il compito di ricostruire il DNA dei killer, analizzando le tracce organiche rinvenute sui mozziconi di sigarette abbandonati là dove si era appostato il commando dei mafiosi terroristi che azionò timer della deflagrazione. Al tempo gli uffici giudiziari italiani non erano attrezzati per questo genere di indagine scientifica. Gli americani intercettarono anche brandelli delle conversazioni tra uomini della Cosa Nostra americana e di quella siciliana che commentavano con lugubre euforia “l’attentatuni” di Capaci.


I siciliani e tutti gli italiani non devono dimenticare chi è stato Giovanni Falcone e cosa ha fatto per loro e per tutti, e non devono dimenticare chi, uccidendolo, ha rinnegato ogni umanità. Uomini e donne comuni, magistrati e poliziotti, politici e giornalisti in America e in Giappone, in Francia e in Germania come in Oceania lo ricordano per le prove del suo genio e del suo coraggio. Grazie a lui tanti si sono sentiti orgogliosi di essere italiani e tanti siciliani hanno riscattato, con l’amor proprio, l’orgoglio della propria identità.


Non è difficile capire perché: Giovanni Falcone ha reso la lotta alla mafia più popolare della mafia. Giovanni è l’anti-padrino, l’eroe vero, un patriota siciliano.
Il libro di Giannicola Sinisi, un magistrato che molto ha imparato dal suo maestro Falcone, contribuirà, ne sono certo, a ristabilire molte verità dimenticate perché scomode e a fondare una conoscenze più ampia e meglio documentata della sua opera e della sua figura.

Mohamed Morsi è stato condannato a 20 anni di prigione

Mohamed Morsi, l’unico presidente eletto democraticamente nella plurimillenaria storia egiziana, è stato condannato a 20 anni di prigione per l’uccisione di alcuni manifestanti fuori dal palazzo del governo nel 2012.


Morsi era stato eletto presidente dopo la rivoluzione del 2011 ed è stato rimossa dai militari, attualmente al potere, nel 2013. La sentenza si riferisce agli scontri tra i sostenitori della Fratellanza musulmana e i suoi oppositori del dicembre 2012.


La sentenza è stata letta al pubblico in una aula ricavata all’interno di una accademia di polizia alla periferia del Cairo. Insieme a Morsi a processo c’erano diversi leader della fratellanza musulmana.


La corte ha condannato Morsi e gli altri 14 imputati per aver incitato la folla alla violenza, aver detenuto e torturato rappresentanti dell’opposizione mentre ha assolto tutti gli imputati dall’accusa di omicidio, capo d’imputazione che in Egitto prevede la pena di morte.


I sostenitori di Morsi hanno accusato il governo di aver pilotato il processo dall’inizio e sostengono che non esista nessuna prova delle accuse mosse nei confronti di tutta la classe dirigente della Fratellanza musulmana. Amr Darrag, vecchio dirigente della Fratellanza musulmana e ex ministro del Governo Morsi ha dichiarato: “Vogliono far passare un ergastolo per democrazia in Egitto”.


Il vice direttore di Amnesty International per il Medio Oriente e per l’Africa Hassiba Hadj Sahraoui ha dichiarato che: “Questo verdetto distrugge ogni illusione rimanente di indipendenza e imparzialità nel sistema giudiziario egiziano… Condannare Mohamed Morsi nonostante evidenti incongruenze nel processo e con quelle che sembrano prove farsa in una corte sotto il gioco del governo delegittima il verdetto”.


I condannati hanno assistito al processo all’interno di una gabbia di metallo e vetro con delle tute blu e bianche. Durante tutta la durata del processo gli accusati hanno fatto il saluto a quattro dita usato dai membri della Fratellanza musulmana per commemorare i morti dei loro membri in piazza Rabaa al-Adawiya al Cairo del 2013.


I disordini in cui sono morti molti appartenenti e simpatizzanti della Fratellanza musulmana sono avvenuti nelle settimane successive alla presa di potere da parte dei militari e alla distruzione della Fratellanza in Egitto. Migliaia di oppositori sono stati messi in prigione nei quasi due anni passati dalla destituzione di Morsi.


Molto probabile ci sia un appello alla sentenza. Morsi è imputato in un altro processo per essere scappato di prigione durante i moti del 2011, per spionaggio e complotto a fine di terrorismo. Il verdetto è atteso per maggio.


Mohamed Morsi è detenuto in una prigione di massima sicurezza ad Alessandria.

Eleganza dandy per la notte

Eccentrico, elegante, intellettuale, snob, nostalgico, sprezzante, superiore, esteta, anticonformista, indifferente, raffinato, questi gli ingredienti del dandy dal lontano ‘ 700 ad oggi.

Il dandy, il cui motto è “vivere la vita come fosse un’opera d’arte” è il ricercatore dell’estrema eleganza e perfezione, dall’atteggiamento allo stile di vita, dal culto dell’intelletto alla cura nel vestire.


Oscar Wilde, Charles Baudelaire, il conte Montesquiou de Fezensac, Gabriele D’Annunzio e primo tra tutti George Bryan Brummel, i dandy più famosi della storia. Fu proprio il lord George Bryan Brummel detto “il bello” ad istituire la moda del “dandy”, inserendo l’uso dei pantaloni lunghi a tubo, delle giacche da frac, delle cravatte bianche inamidate e delle vestaglie e giacche da camera. Non solo eleganza in società quindi, ma cura e ricerca estetica anche per la notte, la stessa cura che il brand Villa Delmitia valorizza per portare il lusso all’interno di casa.

Le collezioni Villa Delmitia sono destinate ad un pubblico esigente e ad una clientela dai gusti classici e raffinati. Capi destinati ad importanti brand quali Lanvin, Louis Vuitton, Christian Dior, Hermes.


Villa Delmitia utilizza materiali nobili quali la seta ed il cashmere ed è presente non solo in Europa ma in USA e Russia.

Il modo di vestirsi è la rappresentazione esteriore della nostra filosofia della vita.” Charles Baudelaire

Qui i capi Villa Delmitia:


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Robert de Montesquiou

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Oscar Wilde

 

Novak Djokovic, quando il poker è servito

Parigi-Bercy (600° vittoria nel circuito ATP), Indian Wells, Miami e Montecarlo: Novak Djokovic cala un fantastico poker di Masters 1000 e mette nel mirino il Roland Garros. Limiti, trionfi e soprattutto record sono pronti ad essere frantumati. Avvio al fulmicotone per il tennista serbo numero 1 nel ranking mondiale detentore del primo Slam stagionale, gli Australian Open: questo 2015 si annuncia essere l’apogeo di un atleta che sta vivendo un periodo d’oro.

 

Periodo, tuttavia, contrassegnato dalla pochezza degli avversari. Rafa Nadal è stato schiantato con un perentorio 6-3, 6-3 nella semifinale di Montecarlo. Per il mancino di Manacor la condizione ottimale è ancora ben lontana. I vari Federer (sconfitta a Dubai unico neo per Nole), Berdych, Wawrinka e Murray non sembrano poter impensierire il Djoker sempre più leader non solo sul congeniale cemento ma anche sul rosso. Coriacei, quanto mai vero, ma logorati dal suo gioco.

 

Manca il Roland Garros in bacheca e l’occasione – comunque ripetibile – propizia potrebbe avverarsi proprio quest’anno. I tifosi di uno dei tennisti atleticamente e soprattutto mentalmente più forti degli ultimi 20 anni incrociano le dita. Il Career Grand Slam è a portata ma quando si tratta di poker bisogna puntare pensare, giocare da vero gambler.

 

Niente bluff da Djokovic ma continui rilanci: non sembra essere tipo che “folda” negli appuntamenti decisivi. L’abbuffata è appena iniziata e la pietanza più prelibata potrebbe essere servita con tanto di champagne al Court Philippe Chatrier. Mancini permettendo.

SARÀ HILLARY L’AMERICA DOPO OBAMA?

Nel lungo – per molti critici troppo lungo – passato politico di Hillary Rodham Clinton ci sono stati molti momenti difficili. A cominciare dall’essere transitata in gioventù nelle fila repubblicane addirittura come una fan e un’attivista di Barry Goldwater, probabilmente il più reazionario di tutti i candidati repubblicani sulla scena politica americana. Crescendo é diventata un brillante avvocato, si è sposata con Bill governatore dell’Arkansas e ha dovuto affrontare scandali devastanti. Donna di grande intelligenza e carattere, dotata di eccezionali capacità professionali e un’ambizione smisurata si è trovata al centro prima di un intrigo d’affari, di potere e di morte (il suicidio di un suo socio e collaboratore), poi dello scandalo provocato dall’avventura del marito presidente con una stagista della Casa Bianca. In entrambi i casi seppe reggere e governare la furia degli eventi esuperare l’umiliazione pubblica ricominciando da capo e risorgendo al successo. Senatrice di New York e poi segretario di Stato negli ultimi anni si accinge ora a competere per la Presidenza. Ha alle spalle vent’anni di scena pubblica e politica e appare come il personaggio politico più esperto e più accreditato, una democratica sostanzialmente non molto diversa da un repubblicano moderato, una donna determinata come un uomo molto determinato.

Tuttavia non credo che la sua campagna sarà una passeggiata e non solo per la presenza in queste elezioni della più estremista delle correnti conservatrici, quei tea-party della destra americana che non le daranno tregua sfruttando ogni ombra del passato e ogni umana debolezza passata, presente o proiettabile nel futuro di un presidente.

Per la sinistra del suo partito Hillary è troppo legata all’establishment economico, mediatico, di potere; per i repubblicani non solo è l’ex first Lady del fortunato e scandaloso Bill, ma soprattutto la prima autrice della odiata riforma sanitariapubblica che solo Obama riuscirà a portare a un controverso risultato.

Già, quell’Obama che la sconfisse e che per riunire il partito le offrì – volente o nolente – la Segretaria di Stato, l’equivalente americano del nostro Ministero degli Esteri. Come atteggiarsi con l’eredità di Obama? Se Hillary prende troppo le distanze da un presidente amato e respinto rischia di allontanare i suoi seguaci e i suoi ammiratori che hanno vinto nel 2008 e nel 2012 rinnovando la costituency democratica, la sua base elettorale con una coalizione fatta di neri, ispanici, donne, poveri, gay mobilitata a un sostegno elettorale attivo e a una impressionante raccolta fondi via Internet che sbaragliò le ricche donazioni dei milionari repubblicani. Se, viceversa, Hillary sarà troppo coerente e in continuità con Obama ne erediterà anche l’immagine d’incertezza e, a detta dei suoi nemici, di ritirata dai fronti caldi e di rassegnato pacifismo in politica estera. Sul piano economico viceversa i successi di Obama segnano una strada utile e percorribile anche per Hillary se Hillary vorrà mantenerla.

Tradizionalmente, negli USA, nessun partito ha mai conquistato un terzo mandato presidenziale consecutivo, ma c’è sempre una prima volta e, sempre, a fare la differenza in uno scontro diretto è la personalità dei candidati.

Hillary e il suo staff sono certamente consapevoli di tutti questi fattori e condizionamenti e opportunità divergenti. Aver deciso di annunciare la candidatura non con un big event politico e spettacolare con le grandi personalità democratiche e un corteo di stars holliwoodiane, ma con un umile annuncio su YouTube è già una scelta caratterizzante: il mezzo è il messaggio e usare YouTube significa scegliere al posto delle grandi catene televisive la forma di contatto e di comunicazione più umile, più semplice e più diretta, più individuale e più di massa. Mi sembra un buon inizio proprio perché contro corrente rispetto allo stile dei Clinton un po’ troppo provinciali, un po’ troppo benestanti, un po’ troppo piacioni. Allora chi o cosa, al netto di candidati competitivi che ancora non ci sono, potrà insidiarla davvero?

“Guardatela, è brutta e vecchia, mica possiamo passare i prossimi quattro anni a guardare le sue rughe che si infittiscono e scavano solchi sempre più profondi sul suo viso”.

Fu l’ultimo argomento, nel 2007, della propaganda repubblicana contro Hillary Clinton, prima donna candidata alle primarie democratiche per conquistare la presidenza degli Stati Uniti d’America. L’argomento della giovinezza e dell’avvenenza che se ne vanno fu usato da un giornalista mediocre e fazioso commentando una foto impietosa della ex first Lady colta al termine di una massacrante giornata di campagna elettorale, quando lo sfinimento ti rifà i connotati. Oltretutto un argomento così subdolo può essere efficace solo se rimane non detto, subliminale. Diversamente, se lo si urla, se si infierisce, se si strumentalizza un attimo di défaillance fisica ed estetica si ottiene l’effetto contrario. Come chi si accanisse su un portatore di handicap finirebbe col suscitare una reazione indignata contro se stesso e un sentimento di compassione e di solidarietà verso la vittima. Insomma, attaccarsi all’età e all’aspetto dell’avversario può risultare impopolare e controproducente. Sembra chiaro, quasi ovvio, almeno finchè restiamo sul piano razionale. Tuttavia, sull’inconscio di massa, bombardato dalla pubblicità di corpi scultorei e di volti radiosi come dall’assordante, insignificante chiacchiericcio in cui siamo immersi quell’argomento cosi politicamente scorretto e così umanamente sgradevole qualche effetto lo può avere ancora come l’ebbe nell’ormai lontana competizione del 2007. Hillary aveva sessant’anni e il suo volto per un momento trasmise tutta la fatica e quasi l’intollerabilità fisica ed estetica di uno stress prolungato.

Da allora, da quell’episodio, sono passati otte anni, gli anni di Obama che nelle primarie del 2008 sconfisse Hillary e la macchina elettorale dei Clinton. Da oggi, giorno dell’annuncio della sua nuova candidatura, passerà un altro anno e mezzo tra primarie democratiche ed elezioni presidenziali.

Al momento sembra non avere nel suo partito rivali in grado di impensierirla. Ma anche nel 2008 partì favorita rispetto ad Obama che molti consideravano un candidato impossibile. E, comunque, anche se Hillary vincesse le primarie del suo partito e diventasse la candidata presidente inevitabilmente, inconsciamente, non pochi elettori si chiederanno con quale volto, con quale energia, con quale resistenza alla fatica e allo stress nervoso una donna non più giovane guiderà la nazione più potente del mondo.

Negli ultimi ventiquattro anni tre presidenti – Clinton, Bush, Obama – hanno trasmesso un’immagine di giovinezza, di energia, di disinvolta supremazia sulla fatica mentre quella foto ha inciso un’immagine di fragilità e scoperto un punto debole della determinatissima Hillary.

Un punto debole che gli otto anni in più renderanno più evidente.

Un messaggio insidioso che non va sottovalutato né frainteso.

Non è più tanto una questione di estetica, né di età, né di genere. In Germania, in Brasile, in Argentina hanno vinto, hanno governato e governano con piglio robusto donne meno avvenenti della Clinton. Quel che l’istantanea invecchiata di otto anni ha fissato ed esasperato, quel che resta impresso nella memoria non è un inestetismo: è qualcosa di molto più insidioso é l’immagine di un cedimento.

La civiltà dell’immagine esige che tu sia sempre sorridente e, soprattutto, sempre in forma: il prezzo del successo non fa sconti. Se fossi nel team elettorale della Clinton mi preoccuperei di prevenire ed allontanare un rischio simile, il rischio di un nuovo cedimento, prima che un sondaggio onesto o disonesto la diano per perdente. Ormai lo sappiamo: i sondaggi possono aggravare lo stress, lo stress può peggiorare i sondaggi.

IL MALE OSCURO DI ANDREAS LUBITZ

Quando la dimensione interiore di un uomo è talmente devastata da diventare nei suoi atti e nelle sue conseguenze tragicamente, fragorosamente, collettiva perfino la tendenza ormai istintiva a giudicare cercando colpevoli e responsabili sembra fermarsi, esitare, quasi paga di spiegare il disastro come “il gesto di un folle”. Secondo tutti i commentatori, un atto deliberato come quello di Andreas Lubitz – distruggere l’aereo con 149 passeggeri che stava pilotando – presuppone una piena consapevolezza e capacità di controllo. Tuttavia, in assenza di moventi terroristici, le prime indagini chiamano in causa un episodio passato di depressione generata da stress o da pene d’amore. Senonchè una depressione causata da stress lavorativo o da una pena d’amore può condurre a un delitto passionale, persino al suicidio, ma non obnubila il sensorio, non maschera la percezione della realtà, non motiva la lucida e tranquilla esecuzione di una strage.


Allora, proviamo a immaginare cosa sarebbe successo se Andreas Lubitz fosse sopravvissuto alla strage che ha provocato. L’avrebbero dichiarato colpevole o non colpevole in quanto incapace di intendere e di volere? Chiariamo questi due concetti: la capacità di intendere è l’attitudine dell’individuo a comprendere il significato delle proprie azioni nel contesto in cui agisce. La capacità di volere,consiste nel potere di controllo dei proprio stimoli e impulsi ad agire. Viceversa, come abbiamo detto, secondo la legge, il soggetto incapace di intendere e di volere non è imputabile. In apparenza Andreas sapeva perfettamente ciò che stava compiendo e ha realizzato il suo piano utilizzando i mezzi idonei al fine, dunque si direbbe perfettamente in grado di intendere e di volere. Se fosse vivo non potrebbe perciò contare sull’argomento principe cui talvolta ricorrono gli avvocati difensori per giustificare azioni efferate e malsane,appellandosi a quello che – nel gergo dei medici legali – si chiama vizio, parziale o totale, della mente. Viceversa, io penso che, mai come in questo caso, il caso dell’Airbus della Germanwings, si dia giustificazione più veritiera proprio dell’incapacità di intendere e di volere. Naturalmente, purché non si chiami in causa un remoto episodio di depressione, ma qualcosa di molto, molto più distruttivo. Solo la disintegrazione completa della vita mentale, la scissione totale dei processi psichici e l’asservimento a quella voce “dentro”, a quella persona, entità o immagine che vive all’interno di noi stessi e condiziona i nostri pensieri e le nostre azioni può aver spinto Andreas a concepire e attuare il progetto di quell’Io maggiore e, per così dire, “malefico”.


Ebbene, questo tipo d’insanità si chiama schizofrenia e non ha niente a che vedere con la depressione o l’esaurimento, il burn-out. La schizofrenia, da quando è stata scoperta e studiata a partire dall’800 è considerata il cancro della psichiatria. Una patologia micidiale che comprende un gruppo di disturbi mentali, di natura psicotica, clinicamente eterogenei, ma che hanno in comune un nucleo patologico primario: la scissione dei processi associativi e, quindi, della personalità, per cui le funzioni psichiche operano indipendentemente dalla realtà in un crescendo di deliri e di allucinazioni – soprattutto uditive, ma anche visive e tattili – fino a disintegrare completamente la vita mentale. Se questa ipotesi corrisponde al vero, Andreas, chiusosi nel cockpit, potrebbe aver avuto un “altro” compagno di viaggio, nella sua mente ben più reale del comandante ormai escluso e del tutto impotente. Questo compagno, incarnato da un’allucinazione – una voce o un’immagine – che l’accompagnava continuamente, potrebbe avere preordinato di attuare l’insano gesto. Solo uno stadio avanzato di schizofrenia può spiegare l’apparente contraddizione tra la follia del progetto dell’Iomaggiore e la lucidità delle azioni di Andreas.


Ora possiamo tornare alla domanda iniziale: chi è responsabile? E’ accettabile che nessuno abbia indagato a fondo sull’integrità psichica di Andreas? E’ possibile che nonostante i moniti dell’autorità aereoportuale che esigevano il suo costante monitoraggio Andreas abbia continuato a pilotare come se niente fosse? Come e chi ha sottovalutato il rischio? Pilotare un jet è come essere in possesso di un’arma di distruzione di massa che con un sol colpo può sterminare, anzi polverizzare 150 esseri umani. Chi ha lasciato quest’arma nelle mani di un folle? Difficile sfuggire all’impressione che siano coinvolte responsabilità molteplici, dall’imperizia dei medici alla negligenza della Lufthansa, a tutti coloro che hanno autorizzato a volare un pilota che aveva bisogno di stare con i piedi ben piantati in terra, di essere tenuto per mano, di essere rassicurato e, soprattutto, curato.

LE MOLTE VITE DI MASSIMO FINI

Entrò in classe, la Terza C, una mattina di novembre ad anno scolastico già iniziato, ragazzino spettinato, disordinato, ma quasi austero, come i liceali di quel tempo, ribelli in giacca e cravatta. Lo riconobbi subito mentre ancora esitava, in piedi, intimidito, cercando con lo sguardo dove andare a sedersi. Non so se l’avete mai provato, ma poche esperienze come quella di essere aggregato, tu solo e in ritardo, a una comunità o classe di tuoi coetanei già affiatati, trasmettono, con l’imbarazzo di sentirsi diversi ed esaminati, un senso di indifesa estraneità. “Trovati un posto, sbrigati – intimò il prof d’italiano al nuovo alunno – stiamo facendo lezione!”. Poiché lo conoscevo e lì ero un principino, mi alzai, spinsi i libri e le mie cose sul banco verso la parete e gli indicai la sedia a fianco accanto all’altro banco. Mi raggiunse e mi diede la mano sospirando, ”Almeno uno lo conosco”.

A dodici, tredici anni, avevamo giocato insieme a calcio, all’oratorio dei padri salesiani, quelle partite che cominciavano in trenta e più giocatori divisi in due squadre che via via si assottigliavano fino a che i superstiti non venivano reclamati dal prete o da genitori spazientiti. Invece i resistenti a oltranza ricominciavano coi palleggi e, quando non li interrompeva il pallone sgonfiato o il sacrestano, continuavano oltre il tramonto, veri stakanovisti, a fare tiri in porta anche senza portiere.

Lui abitava lì vicino – la “casa dei giornalisti”- come gli altri ragazzini con cui arrivava e se ne andava. Facevano gruppo scambiandosi e commentando la Gazzetta dello sport, e giornali con le firme o le vignette dei loro padri e, con i ragazzi di altre classi sociali, ostentavano un’insopportabile arietta di superiorità. Poi scoprii che anche tra di loro le promesse di amicizia sacra e indissolubile si alternavano a scatti di rivalità, liti infantili, gelosie adolescenziali. Non ho mai avuto voglia di frequentarli, nessuno, salvo Massimo, a partire dal giorno in cui lo vidi prendere le difese di un piccoletto pestato da uno del suo gruppo, il più grosso.

Andammo a casa sua e la cosa che più mi colpì e gli invidiai fu che, figlio unico e orfano di padre, quando la mamma era assente aveva tutta la casa a disposizione. Su un tavolo teneva fissata una tela o tovaglia e, sopra, sparsi o impilati, era pieno di “tollini” (tappi di bottiglia) sul cui fondo incerato aveva incollato etichette di giocatori di tutte le squadre. Una play station fatta a mano, preistorica, artigianale anticipazione delle play station digitali e virtuali, su cui giocano oggi con i loro amici i nostri figli e nipoti. Era mezzo secolo fa, a Milano, oratorio dei Salesiani, Liceo Classico Carducci, casa dei giornalisti.


LE MOLTE VITE DI MASSIMO FINI     di Claudio Martelli


Mezzo secolo dopo Massimo Fini ha pubblicato la sua autobiografia dal titolo più semplice immaginabile, “Una vita” (Marsilio, 2015). Leggendola mi sono accorto che del mio compagno di banco, dell’amico con cui ho fraternizzato e duellato per tanti anni, correndo ciascuno la sua gara, ciclicamente incrociando – destino o carattere che sia – l’uno la strada dell’altro, insomma, della sua vita, io, in realtà, ho sempre saputo troppo poco.

Bisogna dire subito che l’autore mantiene la promessa: dentro il suo libro c’è vita, molta vita, anzi, più vite. Più vite perché più esperienze intense e incisive l’hanno ingaggiato e assorbito su più fronti per poi essere riaperte e sezionate, come su un tavolo anatomico ed esibite sul banco, umana troppo umana mercanzia. Più vite scandite così dalle proprie personali date fatali come dalle epoche che abbiamo attraversato, quelle indispensabili a occupare mezzo secolo. Ma più vite anche in un altro senso.

Più vite da vivere contemporaneamente è molto più complicato che più vite vissute successivamente.

Quando parla di sé e di chi o di cosa nel mondo gli è stato famigliare, quando racconta di suo figlio e di sua madre, di altre donne e uomini, di quale umanità l’abbia fatto amare e odiare e da cui si sia sentito amato, trascurato, abbandonato, è allora che Fini ci coinvolge e ci tocca dentro come una spina, come una canzone. Come quando parla della nostra Milano degli anni sessanta – i primi (non gli ultimi, i cosiddetti “formidabili” di Mario Capanna), anni aperti e luminosi, costruttivi e contrastati in una Milano tutta da camminare, da esplorare, da toccare con mano, da cantare. Come quando parla della casa di famiglia, del babbo importante e della madre severa, di molti insegnamenti e di poca affettività. Della casa in cui ha sempre abitato e continua ad abitare, Massimo fa brillare un divano rosso, che, per molti, intervistati o semplicemente incontrati, si fece lettino di psicanalista, confessionale senza liturgia di uno che ti fa parlare rivelandosi, lui, più dell’ospite di turno, debole e colpevole di delitti del cuore, dei sensi, dell’indole. Colpe e debolezze oneste, le sue, perché irresistibili, ancestrali, ataviche. Dunque perdonate in partenza, Le sue, ripeto, non certo le colpe degli altri. Che, dopo un po’ di tempo, su un giornale, magari le trovavi spiattellate senza tanti riguardi. Decisamente Massimo è meno complice di come sembra.

Tecnica proibita, e si capisce perché, agli addetti associati alle varie confessioni cristiane e alle varie scuole freudiane, junghiane, kleiniane e chi più ne ha più ne metta. Ma, infine, un terapeuta più afflitto del paziente e però capace di consolarlo non è cosa da poco, soprattutto non è cosa da scuole o accademie di dottori affiliati e disciplinati da norme, codici e statuti.

Questo si capisce leggendo questo libro, ma questo dice poco della cosa più importante di “Una vita”: la scrittura. La sua scrittura, restando incollata alla realtà, si fa qui disinibita, vorticosa, aggressiva e, come aderendo alla sua condotta, alla sua caccia grossa di sensazioni, di barriere da scavalcare e di ebbrezze autodistruttive, ti contagia di temerarietà, per farti salire sulla sua giostra.

La differenza tra Fini scrittore e Fini giornalista è che, mentre negli articoli di giornale il bersaglio è sempre qualcun altro, nel suo ultimo libro il bersaglio su cui si accanisce è se stesso. Per quanto sia bravo come giornalista, saggista, polemista e ritrattista solo qui, diventato scrittore, tocca corde che vibrando fanno male, male vero, solo ad ascoltarle. Come assistere a un harakiri senza poter far nulla.

Se nel giornalismo Massimo si è occupato di personaggi e storie varie in modo quasi sempre polemico, come saggista ha spostato la polemica sull’attualità stessa, sempre più spesso facendo ricorso al pozzo del passato e alle sue risorse contro i moderni, i loro pregiudizi e le loro contraddizioni tanto arroganti quanto inspiegate. Così è diventato uno scrittore reazionario, oscurantista, retrò pur sempre coerente con il giornalista assediato dal fastidio, dal fardello, dalla miserabile ipocrisia dei contemporanei.

Rassicuro: Massimo sa indirizzare benissimo la sua penna dove vuole e come infierisce su di se, così sa anche gratificarsi e complimentarsi per una vita condotta all’insegna dell’onestà, del disinteresse, dell’indipendenza dal potere e dai suoi uomini. Rivendicazione più che legittima da parte di chi è stato censurato, denunciato, licenziato pagando non so quante volte il prezzo della coerenza. La coerenza, ahinoi, è una virtù a se, una virtù che parla di noi stessi, ma non dice nulla della realtà. Infatti, si può essere coerenti anche nel vizio, nella colpa, nella pigrizia e nei delitti: solo per questo saremmo anche virtuosi?

Impudico, Massimo racconta di se e dei suoi sensi di maschio etero e omo, seduttore sedotto e, infine, deluso dalle sue conquiste femminili. Come intreccia prosa on the road e prosa colta, all’ombra di Rimbaud e di Celine, così, mentre aspira alle virtù borghesi dei benpensanti non rinnega il vizio di esistere, di voler esistere senza limiti, senza cedere mai né alla fede né alla dea ragione. Tantomeno alla politica per lui sinonimo di potere, anzi, degli uomini di potere dell’odiato occidente – quasi un equivalente dell”odiata nazione” del Jules Verne di “Ventimila leghe sotto i mari”. Contro di loro – i potenti, i contemporanei, i conformisti – è persino ovvio, Fini dà sempre ragione agli altri, a tutti gli altri, da Catilina a Nietzsche, dal Mullah Omar a Beppe Grillo.

Dopo la discesa agli inferi delle notti insonni e degli incontri burrascosi viene anche per lui l’ora di lusingarsi, collezionando interviste e ritratti a gente famosa, a very important people. Qui il libro si fa più glamour, più studiato e quindi freddo. Da non pochi di questi incontri professionali lo scrittore riemerge giornalista un po’ troppo soddisfatto di essere così coraggioso e ribelle, implacabile o magnanimo a suo gusto, registrando compiaciuto anche le adulazioni e tenendo stretta, per sé, l’ultima parola, il commento definitivo. Sono registri di giornalisti avvezzi a fare ‘carrellate’ di personaggi di cui dispensare bozzetti fatti in giornata, per l’obbligo di consegnare il pezzo, come disegnatori di piazza. Ma era cosa giusta e onesta che in “Una vita” non mancasse il Fini giornalista che immagino sia per alcuni anche il più conosciuto e che, certo, aiuterà il successo del libro di uno scrittore vero.

Massimo sta diventando del tutto cieco. Ha scritto desolato che non potrà più scrivere. Non è vero, si sbaglia: può imparare il linguaggio dei ciechi, può usare le tecnologie che trasformano la voce in scrittura e le applicazioni che consentono ai ciechi di correggere i propri testi. Non si deve avvilire perché non vede, tantomeno annullare. So che a nessuno basta mai, ma lui ha visto tantissimo, quasi tutto quel che un uomo ha da vedere. Ha bisogno di un po’ di tempo per ritrovarsi nello spaesamento, per sopportare la mancanza del senso perduto e per potenziare e affinare l’udito, il gusto, l’olfatto e il tatto. Ha certo bisogno di compagnia, di molte voci, magari di radio a cui parlare oltre che da ascoltare, insomma, ha bisogno del suo lavoro, dei suoi famigliari e dei suoi amici e anche dei suoi nemici, oggi molto più di prima. Questa può diventare una cosa bellissima: è possibile, dipende, se … “solitaire et solidaire”, come diceva di sé Albert Camus, ed io ho detto di Massimo – dipende se, solitari e solidali saremo anche noi, gli altri, gli amici e i suoi lettori.

BERLINGUER

Se come diceva Benedetto Croce “La storia è sempre storia presente”, il dovere della ricostruzione resta fondamentale soprattutto da parte di coloro che di questa storia hanno fatto parte.

In questa intervista esclusiva per Daringtodo Claudio Martelli, che fu a lungo avversario politico di Enrico Berlinguer, ripercorre con equilibrio e con misura critici la parabola del più amato tra i segretari comunisti.

Dal compromesso storico alla questione morale all’eurocomunismo, Martelli mostra meriti e limiti, aperture e contraddizioni del pensiero e dell’azione di Berlinguer nel contesto italiano a cavallo tra gli anni settanta e ottanta, fino al momento tragico della sua morte in pubblico nel corso di un acceso comizio elettorale.

Una morte che sembra fondere insieme, indelebilmente, gli elementi opposti, per così dire religiosi, della lotta politica dal sacrificio di sé spinto sino al martirio alla ubris della violenza polemica spinta sino dell’empietà.

A casa con Amanda Lindroth

Amanda Lindroth è una interior designer nata in Florida.

Il suo stile è una combinazione di memorie tra la natura delle sue origini con il glamour degli anni ’60 e ’70 di Palm Beach.

L’ispirazione arriva dai suoi numerosi viaggi in giro per l’Europa e dalle sue contaminazioni nel mondo della moda – Amanda ha lavorato in qualità di Public Relations Director per Gucci.


Qui le immagini di alcuni suoi progetti:

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RAFFAELE LA CAPRIA, RITRATTO DI UN GRANDE SCRITTORE

Avrei voluto che le domande del questionario Proust e altre mie non finissero mai per poter continuare ad assistere allo spettacolo delle parole di Raffaele La Capria che fluttuvano leggere.

La sua immagine nel suo splendido salotto, comodamente abbandonato su una poltrona rossa, la luce della primavera che inondava la stanza e il cielo azzurro che riuscivo a intravedere alle sue spalle dalla finestra del terrazzo, rimarranno impresse sotto la casella spesso vuota di : una bella giornata.

Come insegna La Capria ogni bella giornata nasconde sempre la sua ombra, una ferita che si insidia, un dolore antico innominabile che è poi il tema del suo grande romanzo Ferito a morte che nel 1961 vinse il Premio Strega.

Io, che mi muovo nel mare della scrittura come un naufrago senza bussola, ho trovato nella scrittura e nella personalità di questo dolce napoletano, a tratti malinconico e splendidamente spiritoso, un approccio chiaro e limpido alla vita, una dolce chiarezza mista a malinconia che ritrovo nel suo stile di grande scrittore.

Alle domande di Proust si è abbandonato con serafica allegria, lo stupore per la vita lo accompagna in ogni cosa che fa e che dice, lui un ragazzo di novantatre anni.

RAFFAELE LA CAPRIA, RITRATTO DI UN GRANDE  SCRITTORE di Virginia Zullo

Il tratto principale del tuo carattere?

Una certa buona disposizione nei confronti del mondo.

La qualità che desideri in un uomo?

Saper decidere.

La qualità che preferisci in una donna?

L’amore e il sentimento.

Quel che apprezzo di più nei tuoi amici?

L’intelligenza.

Il tuo principale difetto?

La perplessità.

La tua occupazione preferita?

Scrivere.

Il tuo sogno di felicità?

Ho avuto giorni di felicità e sono stati tanti; quelli che trascorrevo sulla terrazza di palazzo Donn’ Anna a Posillipo, la pesca subacquea, la spigola quando compariva sott’acqua …è l’inizio di Ferito a morte.

RAFFAELE LA CAPRIA, RITRATTO DI UN GRANDE  SCRITTORE di Virginia Zullo

Quale sarebbe, per te, la più grande disgrazia?

La morte di una persona cara.

Quel che vorresti essere?

Un pittore impressionista di successo.

Il paese dove vorresti vivere?

L’Italia perché può succedere di tutto.

Il colore che preferisci?

Dipende, se si trattasse di un’automobile sarebbe verde menta. In astratto l’azzurro nelle tonalità dell’indaco, il mare colore del vino di Omero.

Il fiore che ami?

La rosa con tutte le allusioni possibili ed immaginabili.

L’uccello che preferisci?

Il passerotto, lo scugnizzo del cielo.

I tuoi autori preferiti in prosa?

Amo gli scrittori russi soprattutto Tolstoj Dostoevskij, Gogol. Tutti i grandi come Proust.

I tuoi poeti preferiti?

Omero, di Omero mi piace come riesce a rendere poetica la violenza riscattandola, mi piacciono poi i francesi come Baudelaire e poi Kavafis , Montale.

Mi piace Wislawa Szymborska e poi Patrizia Cavalli.

I tuoi eroi nella finzione?

Don Chisciotte.

I tuoi compositori preferiti?

Beethoven, Chopin, Schubert, Brahms.

I tuoi pittori preferiti?

Vincent van Gog e Matisse. Del primo mi piace la sua follia, del secondo la sua gioia di vivere, l’allegria.

I tuoi nomi preferiti?

Dudu, che è il mio pseudonimo, anche se mi dicono che un vero scrittore non si può far chiamare Dudu. Me l’ha dato mia moglie.

Il grande Carlo Emilio Gadda mi sfotteva chiamandomi dudu perché in albergo, una volta, dall’altro lato del muro, aveva sentito una voce appassionata di donna che diceva :du..du…du.. che in inglese voleva dire: dai.. dai …dai.. , quindi dudu è un nome erotico!

Quel che detesti più di tutto?

L’odio la violenza e la crudeltà, reagirei con la legge del taglione .

I personaggi storici che disprezzi?

Napoleone

Il dono di natura che vorrei avere?

La bellezza folgorante!

Stato attuale del mio animo?

Oscillante come il mio segno che è la bilancia.

Le colpe che t’ispirano maggiore indulgenza?

Quelle fatte sotto pressione di un destino avverso.

Il tuo motto?

Solo lo stupore conosce la meraviglia di essere al mondo.

Cosa ti ha salvato nella vita?

La capacità di contemplare la mia vita…la vita distrae. Se riesci a contemplarla vuol dire che hai messo distanza e la puoi vivere e insieme la puoi giudicare.

Mi stai facendo fare il filosofo che sputa grani di saggezza, in un tempo in cui la saggezza è impossibile .

Qual è la tua filosofia di vita?

Carpe diem.

Come vorresti morire?

Vorrei morire come un frutto che cade dall’albero perché è maturo.

Mad Max, l’anti-eroe del deserto

In un’Australia senza regole, la sola legge che conta è la legge della strada, dominata da bande di delinquenti in moto che scatenano l’anarchia e la violenza. La Main Force Patrol, una squadra speciale composta da poliziotti senza scrupoli, cerca di opporsi al ritorno delle barbarie medievali, in un mondo in cui le risorse energetiche stanno per terminare e l’unico vero tesoro è la benzina. La Main Force Patrol può contare su Max Rockatansky, soprannominato Mad Max, un uomo che agisce per istinto e per un innato senso di giustizia. In seguito a uno scontro mortale con una banda di motociclisti, Max si ritrova, poco alla volta, da solo contro tutti, perdendo prima un collega e poi la sua famiglia, uccisa brutalmente dalla banda di Toecutter. Così, a bordo della sua V8 Interceptor, Max intravede come unica ragione di vita la vendetta, scatenando però dentro di sé una rabbia incontrollabile, frutto della sofferenza e della disperazione per una realtà senza futuro.


In Interceptor (1979), George Miller recupera gli scenari dei western di John Ford per contestualizzarli in un universo post-apocalittico in cui i cavalli, da un lato, e gli indiani e i banditi, dall’altro, sono rimpiazzati rispettivamente da moto e motociclisti senza legge. A questo si aggiunge un tema tanto caro al cinema: la vendetta, scatenata da un profondo senso di rivalsa e di angoscia e nutrita dal male e dall’odio che il protagonista prova verso chi lo ha ferito o gli ha sottratto gli affetti. In tal senso, Mad Max è vittima e carnefice allo stesso tempo, divenuto, dopo il torto subito, ignaro delle regole e del senso di giustizia proprio come lo sono i delinquenti che hanno ucciso la sua famiglia. Il successo del film, costato circa 300mila dollari australiani e capace di incassare oltre 100 milioni di dollari e di lanciare un giovanissimo Mel Gibson, risiede quindi non tanto nel soggetto, quanto piuttosto nello scenario, un deserto selvaggio e indomabile da cui non si può fuggire, reso affascinante dagli spazi maestosi senza traccia di civiltà.


Se nel primo capitolo la trilogia riesce a far esordire il filone post-apocalittico – il cui grande riscontro si deve, negli anni Ottanta, anche alla serie Ken il Guerriero, fortemente debitrice del mondo plasmato da George Miller – è però con il secondo e il terzo film che il deserto si trasforma in una nuova Terra di Mezzo senza frontiere, in cui il potere non lo detiene il portatore dell’Anello ma chi ha più benzina. In Interceptor – Il guerriero della strada (1981), chiarito l’antefatto – che riassume anche il primo film – riecco Max, da solo, che vaga senza meta nel deserto. Il suo unico obiettivo è avere un po’ di benzina. Ora però non è più un tutore della legge ma si è adeguato a quella realtà ed è diventato un eroe solitario al di là del bene e del male, uno che agisce soltanto in cambio di un tornaconto personale. E la raffineria della Tribù del Nord capita a proposito: lì c’è la benzina e lui ne ha un grande bisogno. Ma anche la banda degli Humungus la vogliono e sono disposti a tutto pur di appropriarsene. Lo scontro tra Max e gli Humungus non è molto diverso da quello di Joe/Clint Eastwood con i Baxter e i Rojo in Per un pugno di dollari: l’esito è lo stesso, così come la sequenza narrativa, che prevede prima una bruciante sconfitta da parte dell’eroe e poi una vendetta senza pietà.




Nel terzo e ultimo film, Mad Max – Oltre la Sfera del Tuono (1985), non c’è più traccia di civiltà e il nuovo Medioevo annunciato in Interceptor si è concretizzato. Max giunge nella città di Bartertown per recuperare i dromedari che gli sono stati appena rubati. In cambio di benzina e di cibo dovrà uccidere il gigantesco Blaster, che insieme a Master controlla l’energia di Bartertown attraverso lo sterco dei maiali. Questa è la proposta della regina della città, Aunty Entity. Ma Max, ricordandosi, forse, dei suoi trascorsi da tutore della legge e della civiltà a cui apparteneva, risparmia Blaster e viene abbandonato nel deserto (pena che la gente di Bartertown chiama “gulag”), per essere poi salvato da una tribù di bambini selvaggi che lo scambia per il Capitano Walker e che cercano la Città del domani domani. A differenza del secondo film, un barlume di speranza c’è ancora: i bambini, le nuove generazioni, un mondo che potrà rinascere, ripopolarsi e ricostruirsi. Se anche qui Max agisce solo in funzione di esigenze prettamente personali, non si può trascurare il saluto finale datogli proprio da Aunty Entity («Addio, eroe!»), che si collega, in qualche modo, con la frase del collega poi ucciso in Interceptor: «La gente non crede più negli eroi!». E non a caso, nella colonna sonora, Tina Turner/Aunty Entity canterà We don’t need another hero, in cui i bambini diranno che non è più necessario un eroe che li salvi e nemmeno una strada per tornare a casa ma tutto ciò che c’è al di là dell’arena («All the children say/We don’t need another hero/We don’t need to know the way home/All we want is life beyond/Thunderdome).


Thunderdome non è soltanto l’arena in cui avviene lo scontro tra Max e Blaster, ripresa nel titolo originale del film (Mad Max Beyond Thunderdome, tradotto ala lettera come “sfera del tuono”): in una società senza più alcuna autorità e senza nessuno in grado di giudicare le controversie, l’arena diventa il luogo ideale nonché il solo luogo in cui risolvere i conflitti. In tal senso va inteso il Thunderdome, un’arena non molto distante da quelle dei gladiatori romani: “Due combattono, uno vive” è il motto che incita la folla, per la quale nessuno può essere risparmiato. Ma l’arena diventa anche il simbolo nell’anarchia più totale: le uniche regole riconosciute sono quelle dello scontro a corpo a corpo, o meglio della legge darwiniana della sopravvivenza, per cui il più forte è quello che rimane in vita. La saga di Mad Max, al di là di ogni giudizio critico, ha avuto il merito di avviare, quasi per caso, la lunga carriera di Mel Gibson, diventato poi un cultore dei ruoli da protagonista nei film d’azione, mentre Interceptor, insieme a The Blair Witch Project, uscito vent’anni dopo, detiene il record di maggiore incasso con budget ridotto. Con Mad Max – Fury Road i sentieri selvaggi percorsi trent’anni fa da Mel Gibson diventeranno ancora più violenti e anarchici ma George Miller, che dirige il quarto capitolo della serie, non tradirà le attese per un viaggio nel deserto che si preannuncia carico di adrenalina.

MASSIMO GIACOMINI, RITRATTO DI UN IMPRENDITORE

Niente rivela la personalità di un uomo come le domande del famoso Questionario di Marcel Proust .

Il grande scrittore francese le elaborò per sottoporle ai suoi amici durante i suoi eleganti dopocena .

Inauguriamo la serie d’interviste proustiane con l’imprenditore ed editore MASSIMO GIACOMINI .

Ne emerge un ritratto privato di grande forza ed umanità.

Il tuo più grande difetto?

Un adolescente in un corpo di cinquantenne.

La qualità che ti riconosci?

Nessuna

La qualità che preferisci in una donna?

La sensualità

Quel che apprezzi di più nei tuoi amici?

L’onesta

La tua occupazione preferita?

Il lavoro

Il tuo sogno di felicità?

Isole Vergini americane, barca, Coca Cola, Marlboro; vivere in costume e in barca a vela.

Quale sarebbe per te la più grande disgrazia?

Già avuta, nel 2001, perdere mio fratello, amico, complice. Adorato.

Quel che vorresti essere?

Essere ricordato per aver aiutato la gente.

Il tratto principale del tuo carattere?

Troppo buono

Il paese dove vorresti vivere?

Isole vergini

La qualità che preferisci in un uomo?

Onesta e sincerità, odio gli yes man

Il colore che preferisci?

Rosso

Il fiore che ami?

Orchidea

I tuoi autori preferiti in prosa?

Pirandello e quel pazzo di d’Annunzio

L’uccello che preferisci?

Falco

I tuoi pittori preferiti?

Basquiat

Il dono di natura che vorresti avere ?

Essere intelligente come una capra –scherzo!-ma meno sei intelligente più vivi meglio.

I tuoi eroi nella vita reale?

Il proprietario della Virgin, Branson, un mito.

Le colpe che t’ispirano meno indulgenza?

Una seconda chance sempre. Meno la pedofilia, in caso castrazione chimica.

Il tuo motto nella vita?

Non saprei… un motto è un autocastrazione, la vita si vive e modifica.

Lo stato attuale del tuo animo?

Confuso

Quel che detesti più di tutto?

Ipocrisia

Come vorresti morire?

Di colpo, niente malattie. Un attimo e via.

L’estetica della propaganda di ISIS

La propaganda è sempre stata una componente fondamentale delle grandi guerre. Leni Riefenstahl con il suo Triumph des Willens – Il trionfo della volontà impressionò il mondo intero.
Frank Capra, autore di una serie di documentari di propaganda statunitensi intitolati Why We Fight – Perché combattiamo disse: “Mi spaventò a morte [Il trionfo della volontà]. Non c’era un colpo di pistola, nessuno scoppio di bomba ma come arma psicologica mirava a distruggere la volontà di resistere, era letale”.
Capra era così impressionato che rese i suoi documentari una risposta al film della Riefenstahl, ripropose materiale dallo stesso, copiò il ritmo e il montaggio della grande cineasta tedesca. La tattica di Capra era usare questa stupenda arma di propaganda che aveva l’obiettivo di mostrare al mondo la potenza e la qualità tecnologica della Germania nazista contro i suoi stessi creatori.
Usando le stesse tecniche e lo stesso linguaggio Capra voleva arrivare anche ai tedeschi.

L’estetica della propaganda di ISIS

L’ISIS ha fatto sua questa lezione e usa un linguaggio occidentale, i media occidentali per parlare all’’occidente.

 

ISIS ha canali YouTube, account Twitter, Instagram e Tumblr. Usa hashtags e produce meme come #catsofjihad. I jihadisti armati di smartphone mettono online tutti i giorni video e immagini dal fronte.

 

Emblematico è stato il caso del video pro-arruolamento che faceva il verso a Grand Theft Auto e che riprometteva, nelle intenzioni dei creatori almeno, a schiere di ragazzini di poter fare quello che facevano nel videogioco nella realtà se si fossero arruolati nelle file dell’ISIS.

L’estetica della propaganda di ISIS

Ci sono video con animazioni prese pedissequamente da videogiochi come Rainbow Six, altri come quello sul rogo del pilota giordano in cui il montaggio è sapiente, con campi e controcampi, musica di sottofondo mixata con la voce e fiamme che scaturiscono dalla telecamera.
La qualità di questi video è ancora più impressionante se ripensiamo ai primi video di Al-Qaeda, lunghi sermoni fatti con telecamere di infima qualità, bui e girati in una grotta.

 

Qual’è l’obiettivo di questi video? Probabilmente provocare e spaventare l’occidente e allo stesso tempo affascinare e convincere nuovi proseliti. Il risultato pratico, difatti, è stato che le potenze occidentali sono state attirate nel conflitto ma, allo stesso punto, sono aumentate anche le partenze di combattenti dagli stessi stati occidentali che sono intervenuti nel conflitto.

L’estetica della propaganda di ISIS

L’uso di una estetica occidentale è chiarissima nei video del foto-giornalista John Cantlie. Cantlie cammina e parla con un operatore che lo segue con una steadicam oppure parla rivolgendosi agli spettatori con una ripresa a mezzobusto con un controcampo di tre quarti. Se non fosse per la divisa stile Guantanamo sembrerebbe di guardare un qualsiasi programma di approfondimento anglosassone. Anche il linguaggio è preso in prestito dai programmi di approfondimento giornalistici posato, analitico e chiaro.

 

I video del famoso Jihadi John, invece, sono più di “intrattenimento”, hanno più ritmo e finiscono con una inquadratura della prossima vittima come in una serie o reality in cui viene presentato il prossimo ospite.

L’estetica della propaganda di ISIS

ISIS ha anche un settimanale patinato, Dabiq, in cui vengono pubblicate interviste, in inglese, sullo stile del Time o dell’Economist.
C’è un programma editoriale. Prima del rilascio del video del pilota giordano ne era stata pubblicata un’intervista su Dabiq con tanto di veloce servizio fotografico.

 

Quello che è certo è che non c’è una integrità estetica, ogni messaggio è veicolato in modi diversi per un pubblico diverso, il califfato vuole raggiungere il numero massimo di spettatori possibile.

 

Eid Greetings from the Land of Khilafah ad esempio assomiglia a un programma di viaggio promozionale. Sono intervistati combattenti che arrivano dai più svariati paesi e tutti cantano felicemente le lodi del califfato proclamando che non esiste luogo migliore in cui vivere grazie all’applicazione della sharia.

 

In un certo senso ISIS sta prendendo esempio, chiaramente a modo suo, dagli Stati Uniti. Gli USA non hanno mai smesso di fare film di propaganda, da Rambo a Top Gun fino ai Transformers o American Sniper. Hollywood, ovviamente, ha una diversa sensibilità e professionalità ma la violenza e il patriottismo di certi film così come di certi videogiochi hanno sicuramente ispirato i videomaker del califfato, come ha notato Eugene Jarecki.

 

In altre parole ISIS sta sfruttando e strumentalizzando una estetica creata dall’occidente per gli stessi identici scopi per cui è ed è stata usata e creata.

Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco: l’Inverno sta arrivando

Dopo un’interminabile Estate durata nove anni, i popoli dei Sette Regni temono l’arrivo di un Inverno senza precedenti nella storia di Westeros. Purtroppo nessuno sa di preciso quando i ghiacci inizieranno a spingersi oltre la Barriera per invadere il continente, perché nel mondo delle Cronache le stagioni non seguono alcun ciclo prestabilito: al contrario, si alternano caoticamente in una danza misteriosa il cui andamento è del tutto impredicibile, al punto che nemmeno i più saggi tra gli uomini sono in grado di carpirne i segreti. In verità non dovremmo affatto stupirci: l’universo nato dalla fantasia di George R.R. Martin è una fedele rappresentazione del Medio Evo europeo, con tutti i pro e i contro che ne derivano – incluso lo scarso sviluppo delle scienze astronomiche, ovvero l’unico strumento che potrebbe consentire ai “saggi” di comprendere le reali cause di un sistema climatico così estremo. Non soffrendo delle stesse limitazioni che affliggono i personaggi di Martin, tuttavia, noi possiamo svelare il mistero. Lo faremo proponendo quattro diversi scenari, ordinati dal meno probabile al più probabile.



IPOTESI 1: IL PIANETA SEGUE UN’ORBITA ECCENTRICA E FORTEMENTE ELONGATA

Secondo un mito piuttosto diffuso, le stagioni terrestri sarebbero causate dalla variazione nella distanza del nostro pianeta dal Sole lungo i diversi punti dell’orbita. A livello intuitivo questo scenario sembrerebbe sensato, ma in realtà le cose non stanno così: infatti, sebbene l’orbita della Terra sia ellittica, la differenza tra l’afelio ( ovvero il punto in cui la Terra è più distante dal Sole) e il perielio, suo opposto, è così piccola che il percorso orbitale può essere considerato quasi circolare, almeno in prima approssimazione. Ne consegue che, almeno sulla Terra, il ciclo delle stagioni non può essere causato dalle variazioni nella distanza che separa il pianeta dalla stella. Eppure non tutti i pianeti seguono un’orbita quasi circolare: l’esempio più evidente è quello di Plutone, la cui distanza dal Sole varia tra un minimo di 4425 milioni di km e un massimo di 7375 milioni di km, con un’eccentricità orbitale pari a 0.2482 (contro lo 0.0167 della Terra).




Nell’universo delle Cronache è possibile che il mondo creato da Martin presenti caratteristiche simili a quelle di Plutone, pur orbitando ad una distanza media dalla sua stella molto inferiore (in caso contrario il pianeta sarebbe ricoperto da ghiacci perenni). Con un’alta eccentricità, caratteristica fondamentale per ottenere un’orbita fortemente elongata, quegli stessi effetti che per la Terra sono impercettibili per Westeros sarebbero invece determinanti. In particolare, l’arrivo dell’inverno coinciderebbe con il raggiungimento dell’afelio, quello dell’estate con il perielio. Per quanto suggestivo, questo scenario presenta però diversi problemi. Il più evidente riguarda l’imprevedibilità delle stagioni, che non potrebbe in alcun modo essere causata dall’elongazione dell’orbita. Il motivo è semplice: l’eccentricità dell’orbita non influisce sulla sua regolarità, e la regolarità è proprio ciò che determina la predicibilità del ciclo delle stagioni. L’ipotesi dell’orbita eccentrica è quindi da scartare.



IPOTESI 2: IL PIANETA E’ SOGGETTO AD UN FENOMENO DI PRECESSIONE CAOTICA DELL’ASSE DI ROTAZIONE

Prima abbiamo accennato al ciclo delle stagioni. Sulla Terra esso è causato dall’inclinazione dell’asse di rotazione del pianeta, che disegna un angolo di circa 23.4° rispetto al piano dell’eclittica. Nonostante la Terra segua un’orbita ellittica intorno al Sole, la direzione dell’asse terrestre rimane pressoché invariata durante tutto l’arco dell’anno. Per questa ragione il polo nord risulta inclinato in direzione del sole per circa sei mesi, trascorsi i quali il suo posto viene preso dal polo sud. Questo fenomeno genera una graduale transizione dall’estate all’inverno: il polo orientato in direzione del sole riceverà un irraggiamento superiore rispetto al polo orientato nella direzione opposta, con conseguente innalzamento della temperatura media. E’ importante sottolineare ancora una volta come l’asse di rotazione della Terra sia estremamente stabile: se variasse con il tempo, infatti, non sarebbe possibile predire né la lunghezza delle singole stagioni, né tantomeno l’intervallo di tempo tra una stagione e la successiva. Fortunatamente abbiamo la Luna, i cui influssi gravitazionali contribuiscono a mantenerne stabile l’inclinazione. Tali influssi sono causati da una combinazione di caratteristiche davvero unica nel Sistema Solare: il nostro satellite infatti possiede massa e distanza orbitale ideali per stabilizzare l’asse di rotazione terrestre e regolarne la precessione. Se fosse più piccolo (o più distante) l’inclinazione dell’asse varierebbe in modo caotico in funzione della distanza orbitale della Terra dal Sole.




Che dire invece del mondo sul quale si svolgono le vicende narrate nelle Cronache? Nell’episodio “La Strada del Re” veniamo a conoscenza del fatto che Westeros possiede almeno una luna, anche se le sue dimensioni – così come la sua distanza media dal pianeta – non vengono mai specificate. Studiando più a fondo la mitologia dell’universo di Martin, veniamo anche a sapere che originariamente il pianeta possedeva un altro satellite, il quale “venne distrutto dal fuoco, perché si avvicinò troppo al Sole”. Questo apre la strada ad alcuni possibili scenari, ma noi per semplicità ne considereremo solamente uno. Immaginiamo un pianeta con due Lune e un’inclinazione assiale moderata (15-30°), sul quale le stagioni si susseguono ad intervalli regolari e possiedono una lunghezza determinata. Ora togliamo una delle due lune, la più grande. Cosa accade? Nel momento in cui la luna principale scompare, il suo influsso stabilizzatore viene meno: per il principio di conservazione del momento angolare, iniziano a generarsi oscillazioni più o meno marcate dell’asse di rotazione del pianeta mentre quest’ultimo cerca di trovare un nuovo punto di equilibrio. Le oscillazioni variano di intensità con il trascorrere del tempo e lo fanno in modo del tutto impredicibile. La conseguenza più immediata del nuovo fenomeno di precessione caotica è che le stagioni, dapprima regolari, ora presentano caratteristiche del tutto casuali, tanto che non è più possibile prevedere né la loro durata né l’intervallo di tempo che separa una stagione dalla successiva. In effetti è proprio ciò che accade a Westeros: l’inverno sta per arrivare, ma nessuno sa quando, né quanto durerà. Purtroppo anche questa teoria presenta dei problemi: affinché si generino gli effetti descritti è necessario infatti assumere l’esistenza di un altro corpo celeste di notevoli dimensioni in grado di interagire gravitazionalmente con il pianeta; se tale corpo non esistesse, sarebbe impossibile assistere a cambiamenti climatici così importanti in un arco di tempo così breve. Anche l’ipotesi della precessione caotica è quindi da scartare.



IPOTESI 3: IL PIANETA APPARTIENE AD UN SISTEMA STELLARE BINARIO

I problemi rilevati durante l’analisi delle precedenti ipotesi possono essere eliminati assumendo che il pianeta si trovi all’interno di un sistema stellare binario: in questo caso potrebbero facilmente verificarsi tutte le condizioni necessarie per giustificare la presenza di stagioni estreme sulla sua superficie. Ma andiamo con ordine. Considerando un ipotetico corpo celeste situato nella zona abitabile di un sistema binario, dobbiamo analizzare tre scenari differenti: nel primo il nostro pianeta orbita intorno ad entrambe le stelle, che costituiscono l’unico centro di gravità del sistema; nel secondo orbita intorno alla stella più massiccia, con la più piccola posta a distanza di sicurezza; nel terzo invece orbita in modo alternato intorno a ciascuna delle due stelle, seguendo un percorso variabile (simile ad un otto rovesciato). Scartiamo subito l’ultima ipotesi, perché un’orbita eccessivamente caotica potrebbe spingere il pianeta troppo vicino ad una delle due stelle, rendendolo di fatto inabitabile; scartiamo anche la prima, perché gli influssi mareali della stella più piccola potrebbero alimentare un continuo bombardamento meteorico se non addirittura, a lungo termine, causare l’espulsione del pianeta dal sistema. Concentriamoci dunque sul secondo scenario, che appare più plausibile. Se il mondo di Westeros orbitasse intorno a due stelle costituenti un unico centro di massa, il suo percorso orbitale sarebbe relativamente stabile nel tempo. Tuttavia, gli influssi gravitazionali delle stelle agirebbero sia sul momento angolare, causando un fenomeno molto simile a quello descritto nell’ipotesi 2, sia sulla traiettoria dell’orbita, generando effetti analoghi a quelli descritti nell’ipotesi 1. Il risultato sarebbe un mondo con stagioni estreme e di durata variabile, intervallate da stagioni più miti con un clima stabile. Potrebbe sembrare fantascienza, ma in realtà i modelli matematici ci dicono che è possibile, come dimostra questo paper pubblicato sul portale arxiv.org dagli astronomi Veselin Kostov, Daniel Allan , Nikolaus Hartman, Scott Guzewich e Justin Rogers: http://arxiv.org/pdf/1304.0445.pdf




A questo punto sorge spontanea una domanda: se il mondo delle Cronache appartiene effettivamente ad un sistema binario, come mai nei libri – così come negli episodi della serie TV – non viene mai menzionato un secondo Sole? Per far quadrare i conti occorre introdurre un’altra ipotesi. Se nessuno l’ha mai vista, la seconda stella del sistema deve evidentemente possedere una luminosità piuttosto tenue: in questo caso potrebbe trattarsi di una nana bianca, di una pulsar, oppure di una nana bruna. Per molteplici ragioni, la scelta deve cadere su quest’ultima: troppo piccola per innescare le reazioni termonucleari necessarie a produrre radiazione elettromagnetica, ma comunque sufficientemente grande da spostare il baricentro del sistema e influenzare le orbite dei pianeti che vi appartengono, la nana burna risulterebbe del tutto invisibile da terra, giustificando così l’assenza di citazioni all’interno dei libri. Ora lo scenario è completo, e a differenza dei primi due non presenta problemi degni di menzione.



IPOTESI 4: IL PIANETA ORBITA INTORNO AD UNA STELLA VARIABILE

A questo punto il dilemma delle stagioni estreme di Westeros sembrerebbe definitivamente risolto, ma c’è un’alternativa che vale la pena considerare. Infatti, sebbene l’ipotesi del sistema binario sia perfettamente coerente con i dati osservati, implica un grado di complessità così alto da renderla piuttosto improbabile. Per questa ragione dobbiamo elaborare un nuovo scenario che, pur incorporando tutti gli effetti descritti nel paragrafo precedente, sia più semplice da descrivere. La soluzione consiste nell’ipotizzare che il pianeta sul quale si svolgono le vicende del libro di Martin orbiti intorno ad una stella variabile. Le stelle variabili sono corpi celesti la cui luminosità cambia con il trascorrere del tempo: in alcuni casi la variabilità è periodica, ovverosia avviene ad intervalli di tempo regolari, mentre in altri è apparentemente caotica, tanto che non è possibile prevedere i periodi di transizione tra le fasi di minima e massima luminosità. Assumendo che il pianeta orbiti intorno ad una variabile irregolare, non è necessario introdurre nessun’altra condizione aggiuntiva per fare in modo che si verifichino le condizioni climatiche estreme descritte da Martin: è sufficiente immaginare un pianeta con caratteristiche simili a quelle della Terra e un asse di rotazione leggermente meno inclinato, che entra nella stagione estiva nel momento in cui la sua stella raggiunge il picco massimo di luminosità, per transitare poi d’improvviso in un inverno lungo e rigido quando la stella raggiunge il suo picco minimo. Per la sua semplicità ed eleganza, l’ipotesi della stella variabile è in assoluto la nostra preferita.

Star Wars, le guerre intergalattiche di George Lucas nel segno della Forza

Forse nemmeno George Lucas avrebbe mai scommesso sulla sua storia breve intitolata The Journal of the Whills, incentrata su C.J. Thorpe, allievo del Jedi-Bendu Mace Windy. Ma è proprio da un’idea semplice che nascono grandi intuizioni. E così, da quella storia scritta nel 1973, Lucas trasse una sceneggiatura, basata su La fortezza nascosta di Kurosawa. Un anno dopo, quel soggetto sarebbe stato ampliato con elementi fondamentali come i Sith, la Morte Nera e un certo Annikin Starkiller. Nel 1976, dopo il rifiuto della Universal e della United Artists, il film ricavato si intitolava Le avventure di Luke Starkiller, come narrate nel Giornale dei Whills, Saga I: Le Guerre stellari. Un titolo da romanzo d’appendice, tanto da essere semplificato in Guerre Stellari, mentre l’eroe non si sarebbe chiamato più Annikin Starkiller ma Luke Skywalker (Annikin sarebbe diventato Anakin, suo padre).


Fu così che nacque Star Wars, la leggendaria saga fantascientifica di George Lucas, che fino ad allora si era fatto apprezzare soprattutto per American Graffiti e che grazie all’incasso travolgente di Guerre Stellari (1977) avrebbe poi fondato la LucasFilm e prodotto un altro grande successo degli anni Ottanta, la saga di Indiana Jones, con l’amico Steven Spielberg. Un grande spettacolo di intrattenimento, un nuovo modo di fare cinema; una colonna sonora, firmata da John Williams, dal forte impatto emotivo; personaggi indimenticabili, citazioni, costumi, armi; epica, fiaba, filosofia orientale, ironia… Sono questi i tanti ingredienti che hanno consentito a Star Wars di diventare uno dei simboli della cultura di massa, tanto da generare un enorme apparato di spin-off, romanzi, videogiochi e fumetti basati sull’universo fantascientifico di George Lucas. Un prodotto senza tempo che non ha mai smesso di incantare e di affascinare, nonostante siano trascorsi quasi quarant’anni dalla comparsa sul grande schermo del primo capitolo della saga. In occasione dell’uscita della “Nuova trilogia”, Guerre Stellari fu rinominato Star Wars: Episodio IV – Una nuova speranza, dando così un senso anche al secondo e al terzo film della Trilogia Originale: L’impero colpisce ancora (1980) e Il Ritorno dello Jedi (1983), quinto e sesto episodio. Dal 1999 è uscita anche la Nuova Trilogia, che costituisce un prequel: Star Wars: Episodio I – La minaccia fantasma (1999), Star Wars: Episodio II – L’attacco dei cloni (2002) e Star Wars: Episodio III – La vendetta dei Sith (2005).


In una galassia lontana, l’Imperatore Palpatine e il suo allievo, il terribile tiranno Darth Fener, cercano di abbattere le ultime resistenze dei ribelli nella Galassia per poter definire il proprio potere una volta per tutte. Intanto l’Alleanza Ribelle, di cui fa parte la principessa Leila Organa, cerca di unirsi con chi è ancora rimasto fedele alla vecchia Repubblica. Proprio Leila, prima di essere catturata dalle forze imperiali, affida a due droidi un messaggio per Ben Kenobi, un anziano cavaliere Jedi che vive nel pianeta desertico Tatooine. A raccogliere il messaggio è però il giovane Luke Skywalker, che, trovato Kenobi e unitosi poi anche a Ian Solo, pilota del Millennium Falcon, e al suo copilota Chewbecca, parte alla ricerca della principessa Leila, deciso a fermare Darth Fener e la sua Morte Nera, una micidiale base spaziale in grado di disintegrare un intero pianeta.  I buoni contro i cattivi, il bene contro il male. Niente di più semplice: si tratta di un binomio tipico della narrativa popolare, direbbe Umberto Eco. Eppure i due film successivi, ma soprattutto la Nuova Trilogia, evidenzieranno nei personaggi molte più sfumature – e significati – di quanto si possa immaginare. A proposito del significato dei nomi, nulla è lasciato al caso. È fin troppo chiaro che Darth Vader (conosciuto in Italia come Darth Fener) sia un’assonanza dell’inglese “Dark Father”, il padre oscuro, laddove d’altronde l’allusione al complesso edipico è evidenziata anche dall’amore – poi solo fraterno – di Luke per Leila, prima che questa, nella scena conclusiva del Ritorno dello Jedi, si congiunga con Ian Solo. Un “padre oscuro” che è anche il Lato Oscuro della Forza per antonomasia, e che, un po’ come il dottor Faust, nel terzo episodio, La vendetta dei Sith, quando era ancora Anakin Skywalker, aveva tentato di salvare l’amata Padme cedendo al vile ricatto del Cancelliere Palpatine (che diventerà Darth Sidious) e unendosi ai malvagi Sith.


Star Wars


Per Luke non c’è nemmeno bisogno di interpretazioni: Skywalker va inteso come “Colui che cammina nei cieli”, mentre Han Solo/Ian Solo può intendersi come Mano Solitaria (“Han” deriverebbe dall’inglese hand). E così anche Yoda può derivare dal sanscrito yudh, “guerriero”, ma assomiglia anche alla parola “yoga”, tipica caratteristica meditativa dei Cavalieri Jedi. I nomi, insomma, non sono una casualità, ma non lo sono nemmeno le citazioni e le influenze – più o meno dichiarate – di George Lucas: i film di Kurosawa, l’Impero Galattico di Isaac Asimov, il ciclo di Dune di Frank Herbert; ma anche i singoli personaggi, come il droide C-3PO, che rievoca il robot femminile di Metropolis di Fritz Lang nonché l’Uomo di Latta del Mago di Oz, mentre l’elmo di Darth Fener assomiglia a quello dei samurai e i Cavalieri Jedi sono membri di un ordine religioso guerriero (possibile è il richiamo ai Cavalieri Templari, soprattutto per la fine analoga nel terzo episodio, quando i Jedi sono sterminati dai Sith). Star Wars è una summa di tante culture, di tante letterature ma soprattutto una vera e propria mitologia. George Lucas non ha mai nascosto la profonda influenza dello storico delle religioni Joseph Campbell, che nel suo saggio L’uomo dai mille volti (che richiama, non a caso, il polytropos omerico, Odisseo/Ulisse, “l’uomo dal multiforme ingegno”, e per estensione di significato “dai mille volti”), individua una serie di tappe fondamentali che costituirebbero una trama-archetipo, chiamata Viaggio dell’Eroe. Si tratta di un viaggio soprattutto interiore, un viaggio verso la conquista definitiva della Forza: e se la Trilogia Originale è il viaggio verso il Lato Chiaro della Forza, che rappresenta la bontà, la benevolenza e la salute e tutti gli stati d’animo positivi, all’opposto la Nuova Trilogia, al cui centro c’è invece la mutazione di Anakin Skywalker in Darth Vader/Darth Fener, è il viaggio verso il Lato Oscuro della Forza, rappresentato dai Sith ed espressione massima di sentimenti negativi come rabbia, violenza, odio e paura.


L’operazione di George Lucas è stata simile a quella di J.R.R. Tolkien: entrambi hanno costruito una cosmogonia e hanno creato un universo che appare distante da quello reale solo superficialmente. La letteratura fantasy, dopo Tolkien, ha conosciuto molto spesso solo autori che cercavano, il più delle volte fallendo, di imitare Il Signore degli Anelli, mentre il cinema di fantascienza, dopo Guerre Stellari, si è aperto a un pubblico di massa, ridisegnando i canoni del genere. Tuttavia, è chiaro che la classificazione in generi è puramente convenzionale e si potrebbe benissimo intendere la Terra di Mezzo come un pianeta di un’altra galassia in un futuro remoto, così come Star Wars una saga fantasy-fantascientifica. Le analogie, però, non riguardano soltanto il genere ma anche le dinamiche interne, e in particolare i personaggi: per esempio George Lucas ha ammesso che Obi-Wan Kenobi doveva essere un incrocio tra Mago Merlino, un samurai giapponese e Gandalf il Grigio. Sia lo Jedi sia lo stregone rappresentano la Sapienza e tendono più a incitare e a incoraggiare che agire in prima persona; e inoltre sono stati tutti e due traditi da qualcuno che si è alleato con il nemico: Gandalf da Saruman e Obi-Wan da Anakin/Darth Fener.


Nell’Impero colpisce ancora, Luke vive alcune avventure da solo, accompagnato solo da R2-D2, proprio come Frodo, da solo in compagnia del fido Sam. E quando il Maestro Yoda addestra Luke, questi vede i suoi amici lontani e in pericolo: è la stessa cosa che accade a Frodo con lo specchio di Galadriel. E dopo l’agnizione («Io sono tuo padre»), la presenza di Luke nel cuore dell’Impero permette la distruzione del Male (l’Imperatore) proprio da parte di chi si era convertito al Male (Dart Fener). Così accade anche a Frodo nel Monte Fato, quando Gollum, annebbiato dal potere dell’Anello, non soltanto distrugge Sauron ma si autodistrugge. La critica ha bollato Star Wars come un prodotto dai contenuti estremamente semplificati. Un prodotto leggero, spensierato, molto distante dall’epopea fantascientifica di 2001: Odissea nello spazio, dai contenuti e dal ritmo molto differenti. Ma se dalla saga di George Lucas sono stati ricavati fumetti, serie animate, videogiochi, raduni di appassionati e fan fiction, lo si deve soprattutto alla reinterpretazione di un mondo che di fantascientifico ha ben poco e che, pur permettendo al pubblico di sorvolare i cieli dell’immaginazione per un paio d’ore, gli permette allo stesso tempo di restare con i piedi ben ancorati a quelli che sono i temi e i dilemmi quotidiani, presenti, passati e – sicuramente – futuri.


FONTE: http://www.guerrestellari.net/athenaeum/mappasito.html

Iran e Arabia Saudita in lotta per il Medio Oriente

Dopo l’accordo tra Iran e USA sul nucleare la politica mediorientale è entrata in uno stato di agitazione che non si vedeva da anni, con l’Arabia Saudita particolarmente attiva.

 

Oltre agli accordi sul nucleare i due fatti che hanno dato il via all’agitazione sono stati la riconquista di Tikrit da parte degli iracheni e gli attacchi terroristici in Yemen.

 

Le due coalizioni dominanti nell’area, quella che orbita intorno all’Arabia Saudita e quella Irano-centrica si stanno dando da fare per consolidare o cambiare i rapporti di potere nell’area. Sarebbe facile ridurre tutto ad uno scontro intra-musulmano tra sciiti e sunniti ma questa è una vera e propria lotta per il potere. Nessuna delle due coalizioni ha dei partecipanti fissi o una ideologia monolitica.

 

I paesi in lotta sono tutti reazionari ma le similitudini finiscono qui. L’Iran è un regime teocratico ma ha appoggiato sia sunniti che cristiani e, addirittura, alcuni dei sui alleati più vicini, sciiti, come il presidente siriano Bashar al-Assad, un alawita, e i ribelli houthi yemeniti appartengono a sette eterodosse.

 

Dall’altro lato della barricate ci sono le famiglie reali della penisola che hanno sempre governato tra generose “ricompense” e occasionale violenza come l’invasione saudita del Bahrain per salvare la famiglia reale sunnita dalla rivolta della maggioranza sciita.
L’alleanza saudita è a maggioranza sunnita ma non si fa problemi ad attirare al suo interno il regime militare e fortemente anti-islamista al potere in Egitto e, a livello non ufficiale, persino gli arci-nemici israeliani.

 

I sauditi vorrebbero tornare alla situazione pre-primavera araba mentre il blocco iraniano vorrebbe sfruttare la situazione di rivolta per allargare la propria sfera di influenza, nonostante per conto sua abbia schiacciato in modo violento la versione casalinga della primavera araba.

 

L’Arabia Saudita per la sua guerra in Yemen ha velocemente trovato molti partner: Marocco, Giordania, Kuwait, Bahrain, Qatar, Sudan, Egitto, Emirati Arabi Uniti e, di controvoglia, gli USA. Egitto e Qatar sono due alleati che fino a poco fa sarebbero sembrati assai improbabili.
I sauditi hanno aiutato Abdel Fattah el-Sisi a salire al potere in Egitto dopo il periodo Morsi in cui i rapporti era tutto tranne che buoni.

 

Il Qatar è sempre stato indipendente dal punto di vista della politica estera ma l’Arabia Saudita ultimamente ha forzato la mano fino ad arrivare a far abdicare il vecchio emiro per il figlio di 34 anni che ha uniformato la politica estera del piccolissimo ma ricchissimo stato a quella dell’attore principale della regione.

 

La coalizione ha come ideologia fondante la Realpolitik, nient’altro. Questo porta a situazioni paradossali come, ad esempio, la visione di Mosca nell’area, due paesi alleati come Egitto e Arabia Saudita hanno due posizioni diverse sui russi, i sauditi li odiano per il loro appoggio a Iran e Siria mentre gli egiziani li supportano grazie agli aiuti militari di Putin a el-Sisi. Il Qatar si è uniformato ma supporta ancora pubblicamente i Fratelli Musulmani e la Jihad in Siria.

 

Gli iraniani usano una tecnica differente, supportano molti gruppi nelle diverse aree di conflitto riservandosi sempre la possibilità di togliere il supporto in caso che le cose vadano male. in questo modo l’Iran non perde mai una guerra. Così gli iraniani hanno fatto in Libano o stanno facendo in Siria.

 

La mossa saudita di entrare direttamente in guerra è stata coraggiosa, le possibilità che una guerra di invasione vada male sono altissime, come hanno imparato gli americani.

 

Gli USA sono entrati nella coalizione saudita con l’idea di barattare un aiuto militare con una forma di accettazione dell’accordo sul nucleare iraniano. Sicuramente gli Stati Uniti hanno davanti un quadro molto complicato, stanno collaborando con gli iraniani sul nucleare e in Siria mentre lottano contro Tehran in Yemen.

 

La battaglia per il Medio Oriente sarà lunga e, probabilmente, sanguinosa ma la strategia iraniana sembra quella che ha più possibilità di funzionare a lungo termine.

David Chase spiega il finale di The Sopranos

Tutti i fan di The Sopranos, e sono moltissimi, si sono chiesti: Tony Soprano è morto o no? L’ultima scena in gelateria in cui Tony si trova con tutta la sua famiglia come è finita? David Chase, il creatore e regista dell’ultima puntata, otto anni dopo la fine della serie spiega l’ultima scena.

Dopo aver ucciso un suo nemico e essere sfuggito a un tentativo di omicidio Tony (James Gandolfini) è se non sollevato almeno meno stressato e invita Carmela (Edie Falco) e i suoi figli (Jamie-Lynn Sigler e Robert Iler) da Holsten’s per i migliori anelli di cipolla dello stato. Tony va a jukebox passando tra scout e famigliole che si godono l’atmosfera famigliare del posto. Sembra tutto perfetto ma c’è qualcosa che non va.

Chase cercava di ricreare la sensazione raggelante che Kubrik aveva creato alla fine di 2001 Odissea nello spazio e a detta di molti c’è riuscito. Ecco cosa dice David Chase in una intervista alla Directors Guild of America:

David Chase spiega il finale di The Sopranos

E’ stata una mia decisione di dirigere l’episodio in modo che quando Tony arriva da qualche parte lui veda se stesso. Arriva nel posto e e guarda e vede dove sta andando. Ha avuto una conversazione con la sorella che è andata in questo modo. Più tardi ha avuto una conversazione con Junior che è andata in questo modo. L’ho fatto camminare verso il POV (Punto di vista) ogni volta. Per cui l’ordine delle riprese è stato: primo piano di Tony, POV di Tony, scena ferma sul POV e quindi Tony cammina verso il POV. Ho anche accorciato il tempo del POV ogni volta in modo che nel momento in cui arriva da Holsten’s non stava più camminando verso il POV, è arrivato, si è visto seduto al tavolo e appena dopo era al tavolo.

David Chase spiega il finale di The Sopranos

Alik Sakharov, il direttore della fotografia, e io abbiamo visto la location e ne abbiamo parlato molto. Avevo una visione nella mia testa quando avevo scritto la scena ma quando ci si sposta nel posto devi capire come girare in quel posto. Volevamo essere, ovviamente, nel mezzo della sala in modo da poter essere da entrambi i lati del tavolo. Non volevamo girare contro un muro bianco, volevamo dare profondità a ogni ripresa ma c’era un radiatore nell’unico posto in cui avremmo avuto spazio per cui abbiamo dovuto mettere il tavolo sopra il radiatore. E’ stato molto difficile. Non avevamo molto spazio per muoverci o usare il dolly o i binari. Così molto di quello che abbia fatto lo abbiamo studiato dopo essere stati da Holsten’s. L’idea deve scendere a compromessi con la location fisica.

David Chase spiega il finale di The Sopranos

Tony che sfoglia la lista del jukebox è un po’ come la colonna sonora della sua vita perché vede molte canzoni. Non importava quale canzone avremmo scelto, volevo che fosse una canzone del periodo in cui Tony era alle superiori o della sua giovinezza. Tony avrebbe scelto così. Quando la scrissi c’erano tre canzoni tra cui ero indeciso e “Don’t Stop Believing” era quella che sembrava funzionare meglio. Penso sia un’ottima canzone rock’n’roll. La musica è molto importante per me per quanto riguarda il tempo della scena, il ritmo della scena. La canzone decide il tempo. Il testo, il fiorire di certi strumenti in certi momenti ci dice quali saranno i tagli del montaggio. Ho diretto la scena in modo che si adattasse alla canzone. Il cantato diventa più stridente e più sentito man mano che la canzone progredisce. Musicalmente comincia a crescere in qualcosa che sta per scoppiare. E quando si guarda la scena si percepisce questa sensazione.

David Chase spiega il finale di The Sopranos

Mi piace il tempo del testo quando entra Carmela ‘solo una ragazza di un piccola città che vive in un mondo solitario, ha preso il treno di mezzanotte per andarsene ovunque’. Poi parla di Tony: ’Solo un ragazzo di città’ e abbiamo dovuto abbassare la musica in modo da non far sentire ‘nato e cresciuto a South Detroit’. La musica si abbassa e loro parlano sopra ad essa. ‘ Lui ha preso il treno di mezzanotte che andava ovunque’ Quello per me è stato tutto. Ho sentito in quel momento che i due personaggi avevano preso il treno di mezzanotte molto tempo fa. Quella è la loro vita. Quello significa che quelle persone stanno guardando a qualcosa di inevitabile. Qualcosa che non riescono a trovare. Voglio dire, non sono diventati missionari in Africa o so andati al college insieme o fatto niente di simile. Hanno preso il treno di mezzanotte che va ovunque. Il treno di mezzanotte, si sa, è il treno oscuro.

David Chase spiega il finale di The Sopranos

Tony sente il campanello della porta e lui guarda in su continuamente quando lo sente durante tutta la durata della scena. Il campanello ci porta indietro al primo episodio della seconda parte dell’ultima stagione chiamata ‘Sopranos Home Movies’ quando Tony è fuori sul molo di questo lago e ogni volta che la campanella di una barca suona lo riporta al presente. Ecco di nuovo la campanella e sicuramente guarda verso la porta e si distrae ed ecco che la campanella suona ancora. Nella mia testa è come una campanella da meditazione. Non pensare al futuro, non pensare al passato ma pensa al presente. E’ come la canzone ‘Questo magico momento’. L’ho usata alla fine di ‘Sopranos Home Movie’ ed è una delle canzoni che vede su jukebox.

David Chase spiega il finale di The Sopranos

Il mio pensiero riguardo l’entrata di A.J. e del tizio insieme era che sia il pubblico che Tony non si concentrassero molto sul tizio, si sarebbero concentrati su A.J. Tony si sarebbe concentrato sul figlio piuttosto che sull’uomo che forse era lì per fargli male. Una gran parte del pubblico con cui ho parlato non apprezza A.J.; pensano sia un inutile scemo viziato. Ma c’è qualcosa in lui che è onesto. Ha il modo di fare domande di suo padre e una certa innocenza da ragazzino. Quando vedo Tony allungare la mano e prendere il suo braccio mi fa sentire molto bene. Non solo quello. Vi dico cos’altro sta succedendo in quel gesto, quello era James Gandolfini che cercava un contatto con Robert Iler nell’ultima scena che stavano girando insieme. Non ne ho mai parlato con loro ma lo so per certo.

David Chase spiega il finale di The Sopranos

Il taglio in cui Meadow parcheggiava era il mio modo di far salire la tensione ma più che quello volevo mostrare il testo della canzone che parla di luci, persone che camminano per strada. ‘Estranei che aspettano’. Volevo che ci ricordassimo cosa c’era là fuori: luci e persone e estranei che vanno su e giù. E’ il flusso della vita ma non solo questo, è il flusso della vita di notte. C’è un film chiamato History Is Made at Night. Amo quel titolo. Rimbomba nella mia testa in continuazione.

David Chase spiega il finale di The Sopranos

Volevo solo che l’uomo guardasse intorno. Non volevo sembrasse minaccioso. Posa lo sguardo su Tony velocemente. Abbiamo lavorato su quello a lungo, per questo non lo fissa. Il tizio stava guardandosi semplicemente intorno. Tony non si accorge che lo vede. Tony conduce una vita molto pericolosa, piena di sospetti ed è sempre in guardia ma è in questo ristorante vecchio stile con gli sgabelli tondi, le stelle del baseball alle pareti e dei piccoli scout. Tutto dovrebbe farlo sentire tranquillo ma c’è una sensazione di tensione perché noi sappiamo chi è e cosa ha fatto e non può mai essere sicuro che il nemico sia scomparso. Devi sempre stare all’erta.

David Chase spiega il finale di The Sopranos

La tensione è molto alta in questo momento ma a pensarci bene non ce n’è motivo. Chi c’è in quel posto? Un tizio in giacca, piccoli scout, una giovane coppia, un camionista con il cappello, una coppia di ragazzi di colore che stanno acquistando dolcetti. Non c’è motivo per cui la tensione salga ma sale ed è questo che amo: come creare queste situazioni. Sicuramente gran parte di questo succede in sala di montaggio. Hai i pezzi e hai le intenzioni ma chi raggiungi e chi no, qual’è l’espressione sul volto del pubblico penso che sia merito del montaggio e della musica. Sono cose che giocano con il tempo. Si passa il tempo a dire ‘Dai! Accelera! Rallenta! No, accelera! No, Rallenta!’ Interagisce con il tuo battito cardiaco, perché quello è il vero orologio.

David Chase spiega il finale di The Sopranos

Qui abbiamo usato i binari, dovevamo muoverci verso l’indicazione del bagno. non posso dire sia stato complicato ma ci abbiamo messo del tempo a causa dello spazio stretto. La scena de Il Padrino [ dove Michael Corleone ammazza Sollozzo e McCluskey] mi è venuta in mente, è una scena iconica. Immagino che Tony abbia controllato il tizio in qualche modo. Ogni uomo di mezza età che gli passa vicino viene controllato magari anche solo velocemente. Il suo istinto è molto acuto. Non si sente minacciato da lui ma sono sicuro che si accorge che l’uomo va in bagno e che da lì deve uscire. E’ più che altro ‘voglio vedere quell’uomo uscire’. Tutto questo succede a un livello inconscio. Tutti facciamo così in ogni momento della nostra vita

David Chase spiega il finale di The Sopranos

Ho cercato di costruire la tensione il più possibile, questo è il motivo per cui posso tornare da Meadow che parcheggia, posso usarlo per regolare la tempistica. Penso che ogni regista pensi ai tempi della scena. Questo è ciò che significa dirigere. Volevo creare l’idea che lo spettatore potesse chiedersi se qualcosa stava per accadere. Meadow non pensa a niente se non al fatto che non riesce a parcheggiare la macchina ma può darsi che un minuto dopo la sua testa sia piena di emozioni che non può neanche immaginare. Tutti prendiamo cose come perdere le chiavi o parcheggiare la macchina o un raffreddore estivo o invernale o un’allergia molto seriamente. Queste cose riempiono la nostra mente secondo per secondo, momento per momento e il grande momento è sempre là fuori ad aspettarci.

David Chase spiega il finale di The Sopranos

Questa è l’ultima inquadratura della famiglia, tre di loro almeno. L’inquadratura è molto importante perché penso ti faccia sentire a un livello molto più profondo rispetto alle parole e ai discorsi. Quello di cui stanno parlando è quanto siano buoni quegli anelli di cipolla. Per me il cibo è sempre centrale per una famiglia e per la sensazione di sicurezza e felicità. A.J. si ricordava un momento alla fine della prima stagione quando tutti stavano mangiando al Vesuvio e Tony ha detto ‘ Solo ricordatevi… Il valore dei bei momenti’ non ci sono molti bei momenti e questo era uno dei momenti davvero buoni eppure c’è qualcosa che non va dato che Meadow non era lì, la famiglia non è davvero insieme. Penso che a un livello subliminale alzi la tensione, sappiamo che la famiglia dovrebbe essere insieme ma non lo è.

David Chase spiega il finale di The Sopranos

Ho detto a Gandolfini, il campanello suona e tu guardi in alto. L’ultima inquadratura di Tony finisce su ‘don’t stop’, a metà della canzone. Non spieghero [se è il POV di Tony]. Penso che la maggior parte o forse tutti pensino che Tony sia stato ucciso. Potrebbe essere stato ucciso tre anni prima in quella situazione ma non è successo. Che sia o no la fine questa arriva prima o poi per tutti noi. Speriamo di non essere colpiti da un proiettile di una banda rivale e non sto dicendo che sia ciò che è successo ma ovviamente per lui c’erano molte più possibilità che per noi. Quello che so è che la fine arriva prima o poi per tutti.

David Chase spiega il finale di The Sopranos

Ho pensato che la fine potesse essere disturbante ma non fino a questo punto, non immaginavo fosse tanto discussa. Non ne avevo idea. Non ho mai pensato al nero come al risultato di un colpo di pistola. Ho solo pensato che quello che vediamo è nero. Quello che puntavo in quel momento era ‘non smettere di credere’, una cosa molto semplice e molto più terra a terra di quello che ha pensato la gente. Questo è quello che volevo il pubblico capisse. Che la vita finisce e arriva la morte ma non bisogna smettere di credere. Ci sono relazioni che facciamo in vita anche se tutto prima o poi finisce e importano così tanto e siamo così fortunati a viverli. La vita è breve. Sia che per Tony finisca qui o più tardi ma nonostante questo ne vale la pena, per cui non bisogna smettere di credere.

Una nuova mappa della materia oscura potrebbe aiutarci a comprendere meglio la natura del nostro Universo

La materia oscura è uno dei misteri più affascinanti della cosmologia contemporanea. Sebbene costituisca il 90% della materia presente nell’Universo – e circa il 26% della sua energia totale – nessuno è mai riuscito ad osservarla direttamente perché a differenza della materia comune non emette alcun tipo di radiazione elettromagnetica, risultando quindi invisibile ai telescopi. Eppure sappiamo per certo che esiste, perché possiamo calcolare gli influssi gravitazionali che esercita sulla materia circostante. Uno degli obiettivi principali degli astronomi è quello di riuscire a stabilire l’esatta distribuzione di materia oscura nell’Universo: la scoperta consentirebbe di comprendere più a fondo sia i meccanismi di formazione delle galassie che l’esatto ruolo svolto nell’evoluzione del cosmo dall’energia oscura, una forza strettamente legata alla materia oscura.


Anche l’energia oscura è avvolta da un alone di mistero, tanto che la sua esatta natura è ancora oggetto di studio: sappiamo che è omogenea e relativamente poco densa (circa 10−29 g/cm3), e che interagisce debolmente con alcune delle forze fondamentali descritte nel modello standard; sappiamo anche che è un’energia a pressione negativa, dato che tende ad accelerare la velocità di espansione dell’Universo opponendosi alla gravità. Questa sua peculiare caratteristica suggerisce un rapporto stretto con la materia oscura: se scoprissimo come quest’ultima è distribuita, riusciremmo a comprendere meglio anche il destino ultimo del nostro Universo.


Per individuare la materia oscura gli scienziati utilizzano due tecniche distinte: la prima sfrutta il fenomeno relativistico delle lenti gravitazionali, che si verifica quando la radiazione elettromagnetica proveniente da una qualsiasi sorgente luminosa viene deflessa a causa della presenza di una forte concentrazione di massa tra la sorgente e l’osservatore; la seconda si basa invece sullo studio delle curve di rotazione delle galassie a spirale, che descrivono l’incremento della velocità orbitale delle stelle in funzione della loro distanza dal centro galattico.


Grazie ad un utilizzo combinato delle due tecniche, un team di scienziati del Dark Energy Survey, capitanato da Vinu Vikram e Chihway Chang, è riuscito a realizzare la prima mappa dettagliata della distribuzione di materia oscura in una piccola regione dell’Universo osservabile. I dati sono stati raccolti utilizzando una sofisticatissima fotocamera ad alta risoluzione, la Dark Energy Camera, costruita e testata presso il Fermi National Accelerator Laboratory e montata sul telescopio Victor M. Blanco dell’Osservatorio di Cerro Tololo, in Cile. “Abbiamo misurato le distorsioni appena percettibili nelle forme di circa 2 milioni di galassie per costruire queste nuove mappe”, ha dichiarato Vikram. “Si tratta di una testimonianza non solo della sensibilità della fotocamera Dark Energy, ma anche del lavoro rigoroso svolto dal nostro team di ricerca.”


Le attuali teorie suggeriscono che, poiché nell’Universo c’è più materia oscura che materia visibile, all’interno delle galassie in formazione dovrebbero esserci grandi concentrazioni di materia oscura. Finora le analisi DES sembrano confermare l’ipotesi: le mappe mostrano grandi filamenti di materia lungo i quali si concentrano galassie e ammassi di galassie, a fronte di regioni di spazio relativamente “vuote” dove la concentrazione di materia è sensibilmente inferiore. “La nostra analisi finora è in linea con ciò che l’immagine attuale dell’universo prevede,” ha detto Chang. “Elaborando le mappe, abbiamo misurato come la materia oscura avvolga galassie di diverso tipo e abbiamo studiato la loro evoluzione. Siamo ansiosi di utilizzare i dati per elaborare nuove teorie cosmologiche molto più attinenti alla realtà di quelle attualmente in nostro possesso.”


La mappa della materia oscura, prima tappa di un progetto quinquennale, per ora copre circa il 3% della volta celeste. Proseguendo nella loro ricerca, tuttavia, gli scienziati potranno fornire in futuro una stima molto più precisa del rapporto tra materia oscura e materia visibile presenti nell’Universo, gettando nuova luce sul ruolo svolto dall’energia oscura nel processo di espansione cosmica. “La velocità a cui si è espansa la materia oscura in diversi momenti della storia dell’Universo”, spiega Sarah Bridle, docente di astrofisica alla University of Manchester e codirettrice del Dark Energy Survey, “ci permetterà di comprendere la natura dell’energia oscura, producendo una misura precisa di questa forza misteriosa”. I risultati della ricerca sono stati presentati lo scorso 13 aprile al meeting mensile della American Physical Society e verranno pubblicati sul portale ArXiv, in attesa che il processo di peer-review ne confermi la validità.


Fonte: Mapping the cosmos – Dark Energy Survey creates detailed guide to spotting dark matter (http://www.fnal.gov/pub/presspass/press_releases/2015/Mapping-The-Cosmos-20150413.html)