Archive for maggio, 2015

ALAIN ELKANN RITRATTO DI UNO SCRITTORE

Alla ricerca “immagini di Alain Elkann” su internet, scorgo una foto di quando aveva forse trent’anni, capelli nerissimi, folti, lineamenti perfetti, sguardo delicato.
A vederlo, se non sai chi è il bel giovane, che si darà poi alla scrittura e al giornalismo, penseresti si tratti di un attore.
Nato non bene, benissimo, famiglia ebrea praticante, padre banchiere, industriale e rabbino, madre anch’essa discendente da una dinastia di banchieri, non è chiaramente uno che ha dovuto fare il cameriere per pagarsi gli studi…


Tanto per rimanere in tema di grandi dinastie, nel 1975 sposa Margherita Agnelli.
Maturata la sua passione per la scrittura e il giornalismo, fatale fu l’incontro con Furio Colombo, allora portavoce degli Agnelli a New York e corrispondente del giornale degli Agnelli La Stampa.
I maligni potranno pensare: giocava in casa il ragazzo, troppo facile vincere la partita.
Tuttavia, lo sappiamo, se c’è un mestiere dove proprio non puoi barare in nessun modo è proprio quello della scrittura, perché o sai scrivere o non sai scrivere.
Elkann, diciamolo tranquillamente, sa veramente fare il suo mestiere.
La sua scrittura, il suo stile, gli somiglia molto, ha uno stile delicato, lievemente edulcorato, talvolta infantile.


Negli anni pubblica moltissimo tra romanzi, racconti e saggi .
L’ultimo, interessantissimo, suo libro Camminare Insieme è un libro importante che raccoglie le testimonianze di tre autorevoli voci delle tre religioni monoteiste Emilio Toaff, Carlo Maria Martini, El Hassan Bin Talal.
I tre, rispondendo alle domande di Elkann, delineano l’orizzonte comune nel quale dovrebbero muoversi le tre religioni monoteiste, l’ebraica, la cristiana e la musulmana , e cioè il dialogo e la fratellanza.
Confesso una certa tensione nel contattare Elkann per sottoporgli il questionario Proust perché avvertivo in quest’uomo una sorta di freddezza e distanza disturbante, tuttavia, come spesso accade, mi sbagliavo perché Elkann si mostra estremamente disponibile e mi dice: “Non si preoccupi mi faccia tutte le domande che vuole”.


La sua voce al telefono, flemmatica e serena me lo fa immaginare adagiato su un enorme divano antico, in un grande salone pieno di mobili antichi ed opere d’arte, quest’immagine mi viene alla mente perché evidentemente suggestionata dall’immaginare che uno come Elkann non abiterà certo in una casa con due stanze bagno e cucina e il mutuo da pagare .
La ricchezza però intimorisce solo i poveri di spirito.
Ciò che mi colpisce di quest’uomo alto, bello ed elegante è il suo concedersi pause lunghissime nel rispondere al questionario Proust, facendomi intendere che è un uomo che a se stesso concede molto tempo, difatti tra i suoi difetti segnala, con sincerità, l’ egoismo.


E’ padre di tre figli Ginevra, dolce e delicata ragazza che si occupa di produzioni cinematografiche, John Elkann che è stato in qualche modo la salvezza della dinastia Agnelli e di Lapo, ragazzo inquieto che forse è quello che incarna, con la sua inquietudine, le complesse verità che si tramandano ed ereditano tra le generazioni, perché, sia chiaro, l’eredità, l’unica, non è quella materiale , soldi e palazzi, ma quella del desiderio profondo che ci abita e che ci rende unici al mondo.


ALAIN ELKANN RITRATTO DI UNO SCRITTORE


Il tratto principale del tuo carattere.
La volontà e la perseveranza.


La qualità che ammiri in un uomo.
L’intelligenza.


La qualità che ammiri in una donna.
L’intelligenza.


Quel che apprezzi di più nei tuoi amici.
La sincerità.


Il tuo principale difetto.
L’egoismo.


La tua occupazione preferita.
Scrivere.


Il tuo sogno di felicità.
Non esiste ci sono dei momenti felici che sono di vario genere.


Quale sarebbe, per te, la più grande disgrazia.
Un conflitto atomico.


Quel che vorresti essere.
Migliore.


Il paese dove vorresti vivere.
Non in uno solo.


Il colore che preferisci.
Blu.


Il fiore che ami.
Le rose.


L’uccello che preferisci.
Le rondini perché portano la primavera.


I tuoi autori preferiti in prosa.
Tanti, Lev Tolstoj, Fëdor Dostoevskij.


I tuoi poeti preferiti.
Dante, Kavafis.


I tuoi eroi nella finzione.
Mi piacciono i personaggi delle storie d’amore Tristano e Isotta, Romeo e Giulietta, Ginevra e Lancillotto.


Le tue eroine preferite nella finzione.
Il personaggio Nataša Rostova in Guerra e Pace di Lev Tolstoj.

I tuoi compositori preferiti.
Mozart.


I tuoi pittori preferiti.
Antonello da Messina, Piero della Francesca, Diego Velázquez, Francisco Goya.


I tuoi eroi nella vita reale.
Non mi piacciono gli eroi.

Quel che detesti più di tutto.
La stupidita.


Quel che c’è di brutto in te.
Sta agli altri dirlo.


I personaggi storici che apprezzi di più.
Nel ‘900 e Winston Churchill.


L’impresa militare che ammiri di più.
Lo sbarco in Normandia il D-Day.


La riforma che apprezzi di più.
Il voto alle donne.

Lo stato attuale del tuo animo.
Sereno.


Le colpe che ti ispirano maggiore indulgenza.
Tante….


Il tuo motto.
Non piegare mai le ginocchia.


Come vorresti morire.
Senza accorgermene.

Intervista a LUCA ARGENTERO: L’ANTIDIVO CHE NON TI ASPETTI

Luca Argentero ovvero il divo italiano della porta accanto. Perché ti capita di guardare una sfilata o un evento mondano e lo vedi comparire al fianco di vip del calibro di Leonardo di Caprio, Tom Cruise o Cate Blanchett e la suggestione è immediata.

Un giorno fortunato succede però che hai il privilegio di intervistarlo e così, a tu per tu, scopri come “semplicità” e “gentilezza” siano le parole che più gli si addicono nonostante gli oltre 20 film girati e una carriera in continua ascesa.

Luca sei reduce da un film nelle sale “Noi e la Giulia” e uno appena terminato di girare. Come è andata?

“Sì, ho appena terminato questa commedia romantica alla “Harry ti presento Sally” (che tra le altre citiamo proprio nel film). E’ la storia d’amore tra un terapista di coppia ed un avvocato divorzista che all’inizio della vicenda continuano a litigare ma che alla fine si innamorano. Come sempre l’amore vince!”.

Commedie e fiction, in base a cosa scegli un copione?

“La risposta potrebbe essere una sorta di fraintendimento nel senso che, pur avendo la fortuna di lavorare con una certa continuità, devo ammettere che in questo periodo nel nostro settore l’offerta non è poi così alta. Quindi l’impossibilità di scegliere ti mette un po’ in condizioni di affidarti alla fortuna e dire pochi no”.

Tu ne hai mai detti nella tua carriera?

“No, forse sarà perché faccio sempre cose che mi fanno divertire. Questo è il segreto. Anche se in effetti spesso sono impegni di diversa natura come cinema, teatro o televisione. Su quest’ultima amici che gravitano nel mondo del cinema o “addetti ai lavori” mi hanno sempre consigliato di non farne, ma come dicevo prima quando mi coinvolgono in un lavoro che mi piace mi dico sempre: perché no? Credo che a volte ci si prenda un po’ troppo sul serio e questo rappresenta un grande limite”.

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Cosa ti piace della televisione?

“Secondo me è ancora oggi lo strumento con il quale ci si avvicina alle persone. Se il cinema è una scelta precisa ovvero devi prendere un biglietto ed uscire di casa, la tv fa l’opposto e ti permette anche di convincere una persona a venirti a vedere al cinema. Quindi indirettamente ha dei vantaggi non indifferenti”.

A proposito di cinema, dal 2006 ad oggi 20 film. Quale ti è rimasto nel cuore?

“Una domanda da un milione di dollari, è come chiedere ad un papà qual è il figlio preferito. Forse, dovendo proprio scegliere, per affetto, per il personaggio e per dove è stato girato dico –Solo un padre– “.

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Hai sempre sognato di fare questo mestiere?

“No, nonostante la mia passione per il cinema. Ai tempi facevo il barman per 50 euro a serata, mi dissero che con il Grande Fratello avrei racimolato parecchi soldi e così vi partecipai, ma senza grandi aspettative. Ed invece, eccomi qui…”


Insieme a tua moglie Miriam Catania, hai fondato anche la casa di produzione Inside Production. Una scelta coraggiosa di questi tempi: come sta andando?

“Conseguenza della passione per questo lavoro direi. Sono affascinato da tutto ciò che sta dietro la macchina da presa, il set, la troupe, l’idea di investire tempo ed energia su di una storia, non tanto dal risultato finanziario ottenuto a fine anno. Ognuno ha le sue passioni chi il calcio, chi le macchine sportive: io produco documentari. E l’auto neanche l’ho (ride)”.

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Quando ti rivedi in un film che pensi?

“Lo devo guardare più volte: la prima penso a un sacco di cose, tipo cosa è successo il giorno che ho girato quella scena, se potevo farla meglio o anche solo ai dettagli come il perché ho alzato il braccio sinistro e non il destro. Dopo due/tre volte, forse, lo gusto da spettatore”.

Una domanda più “rosa” per le nostre lettrici: come hai conquistato tua moglie?

“In reatà ha fatto tutto lei, è una ragazza intraprendente! Scherzi a parte, anche io ci ho messo del mio, anche se è stato un po’ un amore a prima vista e, infatti, ci siamo subito fidanzati e dopo tre mesi vivevamo già insieme”.

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Il segreto della vostra unione è…

“Non vederci tanto?!!!No scherzo, anche se un fondo di verità c’è perché la nostra vita è così movimentata che spesso non ci vediamo per giorni. Ma poi l’entusiasmo di ritrovarci e parlare di tutto non ha prezzo. Questo è il nostro modo di vivere: perdersi per poi ritrovarsi”.


Oltre a lavoro e vita di coppia sei attivo anche nel sociale con Un CaffèOnlus. Di cosa si tratta?

“Dopo tanti anni in cui mi chiedevano di aderire a gruppi come Save the Cildren o Amnesty ho pensato che, nonostante l’importanza delle loro azioni, avrei preferito portare avanti un’iniziativa più “tarata” su territorio. Ecco perché con un gruppo di amici storici di Torino abbiamo riadattato in modalità sociale l’abitudine napoletana di lasciare un caffè pagato, declinandola però su coloro che davvero ne hanno bisogno come famiglie, anziani del territorio. Quindi noi cosa facciamo? Offriamo un caffè ogni giorno e poi invitiamo le persone ad aiutarci. Un piccolo importante gesto quotidiano!”

Tornando al cinema, c’ è un modello al quale ti ispiri?

“Non ne ho uno in particolare ma cerco di cogliere da tutti qualche sfaccettatura interessante, anche in relazione al tipo di film che devo girare. Posso passare da attori come Jack Lemmon, per i film anni ’60 a Kim Rossi Stuart, il più bravo attore della nostra generazione”.

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Tra i film girati hai anche lavorato al fianco della grande Julia Roberts in “Mangia, prega, ama”. Com’è stato?

“Io sono da sempre innamorato del cinema e in quanto tale poter lavorare a tu per tu con un’icona credo sia stata un’esperienza unica. In realtà però, vista dalla parte di attore, è stata un’esperienza di formazione altissima in quanto lei è una vera professionista, esigente ma fonte di consigli. Una persona stupenda, senza dubbio”.

Un sogno nel cassetto?

“Una famiglia allargata, come avviene un po’ per tutti nel percorso di una coppia. Noi abbiamo corso per anni, spesso costretti a stare lontani ma come coppia abbiamo costruito tanto per cui potrebbe anche essere arrivato il momento giusto”.

“That’s Pitticolor!”, Il FASHION FILM di Pitti Uomo 88 firmato da Luca Finotti

Torna dal 16 al 19 giugno 2015 a Firenze, l’evento internazionale della moda maschile: Pitti Immagine Uomo 88.

Una manifestazione volta a captare i nuovi scenari in tema di moda e stile, un luogo business oriented dove si incontrano i negozi e department store più importanti del mondo, tra personalità dandy e gli occhi attenti della stampa.

Una grande novità di Pitti Immagine è la collaborazione con una serie di talentuosi registi che hanno realizzato dei progetti di digital art ispirati ai temi dei saloni.

Qui, Luca Finotti interpreta “That’s Pitticolor!” con la sua riconoscibile ironia.

Il video è stato realizzato in collaborazione con Ministero dello Sviluppo Economico e Agenzia ICE.

Credits:

Director: Luca Finotti @AtomoManagement
Art director: Stefano Roncato
Models: André Bona @Elite – Bianka @Women
Hair : Gabriele Trezzi @closeup milano
Make-up: Giorgia Pambianchi @AtomoManagement
Stylist: Agnes Schulz @AtomoManagement

Ecco il video:

Sta per uscire The End of the Tour, il film su David Foster Wallace

Jason Segel e Jesse Eisenberg diretti da James Ponsoldt saranno, nei cinema, David Foster Wallace e David Lipsky, nell’attesissima trasposizione di Donald Margulies del libro Although of Course You End Up Becoming Yourself di David Lipsky. Il libro che è stato un successo editoriale e di critica incredibile racconta del viaggio che Foster Wallace e Lipsky hanno fatto insieme durante la promozione di Infinite Jest. In quel momento Foster Wallace stava diventando famoso e con Lipsky parla di tutto: letteratura; musica popolare; film; depressione; i lati positivi e negativi della fama; cani e molte altre cose.
Gli eredi di David Foster Wallace non hanno dato il loro beneplacet al film dichiarando che l’autore non avrebbe mai dato il permesso a un film che lo ritraesse.

David Foster Wallace è stato una delle menti più brillanti della letteratura contemporanea, autore di capolavori come Infinite Jest o di saggi come Considera l’aragosta ed è morto suicida a 46 anni. Wallace era un professore di inglese e di scrittura creativa al Pomona college e durante la sua breve vita ha avuto una lista infinita di premi e riconoscimenti. Dalla grande maggioranza dei suoi contemporanei è stato considerato una delle voci più autorevoli della sua generazione.

Il capolavoro di Foster Wallace, Infinite Jest è un romanzo enciclopedico postmoderno. 1.100 pagine di inventiva senza sosta, un romanzo difficile da leggere al punto di essere esoterico ma incredibilmente affascinante. Il libro fu lanciato nel mercato americano con un gran battage pubblicitario e fece diventare David Foster Wallace un personaggio pubblico con un tour di presentazione del libro nelle 10 più importanti città americane. Proprio durante questo tour Lipsky ha seguito l’autore e il film è un fedele resoconto del viaggio dei due.

I protagonisti del film sono Jason Segel, il Marshall Eriksen di How I Met Your Mother, e Jesse Eisenberg, il Mark Zuckerberg di The Social Network, diretti da James Ponsoldt con una sceneggiatura di Donald Margulies,, il grande autore teatrale vincitore del Pulitzer per la drammaturgia nel 2000.

I Dinosauri erano animali a sangue caldo

I Dinosauri erano molto probabilmente animali a sangue caldo, stando ad una ricerca pubblicata dal paleontologo della Brook University Michael D’Emic. Il paper, comparso sul numero odierno di Science, è incentrato sulla rianalisi di un precedente articolo del 2014 nel quale si sosteneva erroneamente che i Dinosauri non fossero né animali ectotermici né endotermici, ma appartenessero piuttosto ad una categoria intermedia. “Lo studio che ho rianalizzato ha un’ampiezza notevole – gli autori hanno compilato un set di dati senza precedenti sui meccanismi di crescita e il metabolismo degli animali viventi” ha dichiarato D’Emic in riferimento alle prove della presenza di un sistema metabolico mesotermico nei Dinosauri. “Inquadrando meglio le prove mi è parso subito evidente che quella tra i Dinosauri e gli odierni mammiferi non è una semplice somiglianza: la loro fisiologia era perfettamente sovrapponibile a quella di animali a sangue caldo.”

 

Il Dott. D’Emic è specializzato nello studio dell’anatomia delle ossa a scale microscopiche: questo gli ha consentito di valutare i dati presentati nello studio del 2014 da una diversa prospettiva, incentrando la sua analisi sui meccanismi di crescita ossea dei Dinosauri. Il paleontologo ha riconsiderato due aspetti distinti dello studio originale. Innanzitutto si è accorto che gli autori avevano uniformato i tassi di crescita annuali con quelli quotidiani, allo scopo di facilitare i confronti. “Questo approccio è problematico” ha spiegato D’Emic, “perché molti animali non crescono con continuità durante tutto l’arco dell’anno. Al contrario, la loro crescita si arresta nei periodi più freddi, così come durante i mesi di siccità.”

 

“Questo significa che lo studio originale aveva sottostimato il tasso di crescita dei Dinosauri” ha poi continuato il paleontologo, “che come molti altri animali rallentavano periodicamente il loro sviluppo, come testimoniano gli anelli di crescita rinvenuti nelle ossa.” D’Emac ha poi aggiunto che la stima del tasso di crescita è stata sottostimata principalmente per gli animali più grandi e per quelli costretti a vivere in climi estremi, proprio come i Dinosauri.

 

Il secondo aspetto della rianalisi di D’Emac riguarda il rapporto di stretta parentela tra i Dinosauri e gli uccelli. Secondo il paleontologo gli autori dello studio originale non hanno considerato che i Dinosauri, statisticamente, dovrebbero essere analizzati nello stesso gruppo degli uccelli – che sono animali a sangue caldo – perché questi ultimi sono gli unici discendenti accertati dei grandi rettili Mesozoici. “All’interno di un’analisi statistica separare i Dinosauri dagli uccelli è sbagliato, perché gli uccelli sono semplicemente i discendenti più diretti di quel ristretto gruppo di teropodi che sopravvisse all’estinzione di massa del Cretaceo-Terziario.”

 

D’Emac ha spiegato che i risultati della nuova analisi effettuata tenendo in conto la parentela tra Dinosauri e uccelli conducono in una sola direzione: i Dinosauri non occupavano una categoria intermedia tra esseri ectotermici ed endotermici, ma erano a tutti gli effetti animali a sangue caldo. Secondo Holly Woodward, assistente professore presso il Center for Health Center della Oklahoma State University, il lavoro di D’Emic rivestirà un ruolo cruciale nella ricerca sui meccanismi di crescita e sul metabolismo dei Dinosauri: “Lo studio di D’Emic conferma come l’accesso ai dati delle ricerche pubblicate, così come la verifica indipendente delle ipotesi, sia di fondamentale importanza per il progresso scientifico, in particolar modo per quanto riguarda lo studio del metabolismo e dei meccanismi di crescita dei Dinosauri.”

 

 

FONTI: 

M. D. D’Emic. Comment on “Evidence for mesothermy in dinosaurs”.Science, 2015 DOI: 10.1126/science.1260061

J. M. Grady, B. J. Enquist, E. Dettweiler-Robinson, N. A. Wright, F. A. Smith. Evidence for mesothermy in dinosaurs. Science, 2014; 344 (6189): 1268 DOI: 10.1126/science.1253143

Chiara Biasi indossa “Junkfood”, la nuova capsule collection Bikini Lovers

In anteprima, la nuova capsule collection Bikini Lovers, qui indossata dalla testimonial d’eccezione Chiara Biasi, volto e “corpo” del brand di costumi più divertente del momento.

Bikini Lovers ci regala, con quel tocco di magica ironia, costumi dalle stampe food: pizze, cioccolato, marshmallows, ciambelle, ce n’è per tutti i gusti.

Dalle splendide spiagge di Ibiza, Chiara Biasi posta le foto in anteprima. La collezione sarà disponibile online dal 10 giugno.

Stay tuned!

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Guarda la gallery:

This Is Water di David Foster Wallace

Il bellissimo video, sottotitolato in italiano, di This Is Water, il discorso tenuto da David Foster Wallace alla cerimonia di consegna dei diplomi della classe del 2005 del Kenyon College.


Il sonno della ragione genera i mostri? Un approccio filosofico

Parte I


Nella storia delle riflessione umana, il pazzo è apparso non solo come una persona «fuori dal mondo», ma come uno che vede il mondo da un punto di osservazione diverso rispetto a quello dei più. In sostanza, la follia mette in risalto i limiti stessi della ragione, indicandole che, per parafrasare Hegel, «non tutto ciò che è reale è razionale» e, in modo particolare, non tutto ciò che esiste può essere contenuto nei limiti della ragione.

Già Platone aveva affrontato il tema, in modo specifico nel Fedro, uno dei suoi dialoghi più celebri, composto intorno al 370 a C. Il grande filosofo si pone la questione se sia più credibile colui che è in preda all’esaltazione oppure chi ne è privo. Egli vede nella «mania» un momento prelogico, che si esprime in quattro forme di follia, cioè l’arte divinatoria, il rapimento mistico, il furore poetico e l’amore. L’uomo, ovviamente, deve superare queste esperienze per tendere alla conoscenza. Tuttavia avverte quasi una forma di nostalgia per una rivelazione della verità che venga non dall’umano ragionamento ma come da una illuminazione dall’alto. «I più grandi doni» – scrive – «ci provengono proprio da quello stato di delirio, datoci per dono divino». Platone porta tre esempi: le sibille, i guaritori e, soprattutto, i poeti e conclude con un’asserzione folgorante: «La saggezza proviene dagli uomini, la follia da Dio», in quanto essa è impulso originario e naturale, indipendente dall’arbitrio umano.


In Platone, dunque, la follia si presenta non come una forza distruttrice, ma come un’ispirazione divina e un amore alla vita.

Un’eco di questa interpretazione forse è possibile riscontrarla anche nel pensiero cristiano. Nel Nuovo Testamento, infatti, San Paolo presenta la vicenda di Gesù Cristo come «la follia di Dio» che si è manifestata più sapiente della sapienza degli uomini. Culmine della vita spirituale, perciò, non sarà la visione razionale del filosofo, ma la condivisione del cammino di Gesù.

Il Medio Evo cristiano, a sua volta, oscillerà tra questi due atteggiamenti: da una parte la ricerca di una grande impostazione razionale, che culminerà nelle Summae teologiche e filosofiche di un Tommaso d’Aquino, di un Bonaventura da Bagnoregio e di un Giovanni Duns Scoto; dall’altra la consapevolezza che non tutto il reale è riconducibile al controllo della ragione, per cui si darà ampio spazio alla credenza nei miracoli, alla potenza delle vere o presunte reliquie dei santi, alle «feste dei folli», al ricorso alla stregoneria e così via.


Con la luce del Rinascimento, proprio quando la razionalità trionfa nella scienza e nell’arte, il tema della follia tornerà a interessare i pensatori. Uno dei più celebri tra loro, Erasmo da Rotterdam, ne farà oggetto di riflessione nell’Elogio della Follia, opera talmente brillante da costituire uno dei simboli dell’intero periodo. Nell’opera, che vide la luce nel 1511, la Follia esalta se stessa e si presenta come una componente indispensabile dell’esistenza umana: senza di essa, la vita non sarebbe pensabile nelle sue molteplici sfaccettature. Erasmo prospetta una tagliente satira contro le condizioni religiose e sociali del suo tempo, mettendo alla berlina la presunta saggezza dei monaci e dei teologi. In campo morale, poi, la follia tende alla santità perché essa, nel senso di Platone e di San Paolo, si eleva al di sopra delle apparenze e tende alla semplicità di una vita vissuta nella fede e nella carità.

A distanza di un secolo Giordano Bruno riprende il tema di un approccio alla realtà che non si risolva unicamente nella dimensione razionale. Egli vede nell’«eroico furore» una forma più alta della razionalità: esso è uno sforzo consapevole, un impeto di conoscenza e un dinamismo di amore. Chi è preso da un tale furore è il vero sapiente, colui che va oltre i limiti del finito, si libera dai legami che lo tenevano avvinto alle cose contingenti e può giungere ad amare l’infinito, cioè Dio, e in Dio ama nel contempo tutte le cose.


La vera follia, dunque, è la pretesa del razionalismo di poter dominare tutto con la ragione, perché facilmente dal razionalismo si passa all’ideologia che è una pretesa onnicomprensiva. Bisogna perciò contemperare ragione e «follia», intelletto e sentimento, perché, secondo l’intuizione di Blaise Pascal, la ragione non è l’unico strumento conoscitivo: «Il cuore ha delle ragioni che la ragione non comprende».

Questa problematica ritornerà sempre nel corso della storia. Tappe importantissime della cultura, ad esempio, saranno il Romanticismo, che riflette sul momento oscuro ed estatico dell’originario atto creativo, e, in tempi più recenti, la psicoanalisi di Freud, che scruta nelle profondità dell’animo umano quell’abisso oscuro e magmatico che sfugge alla consapevolezza.

Sei la mia vita – il nuovo e appassionante memoir di Ferzan Ozpetek

Ho per Ferzan Ozpetek una grande ammirazione e soprattutto devozione. I suoi film si legano a molti ricordi, alcuni condivisi con le mie amiche di sempre, le donne della mia vita, materne, a volte drammatiche, ironiche, pragmatiche, insostituibili.

Mi sono sempre circondato da varia ed eccentrica umanità e le pittoresche tavolate delle Fate Ignoranti, le ho vissute anch’io, anch’io ho condiviso con le mie anime fragili, lunghe cene intrise di drammi e melodrammi ma anche di spensierate chiacchiere che solo amici devoti possono regalarti.

Il tempo passa inesorabile, ma le amicizie vere, quelle allacciate in anni spensierati rimangono, sono quelle che aiutano a combattere i momenti difficili che spesso arrivano, lasciandoti smarrito di fronte al da farsi.


Con Ferzan il concetto di famiglia si allarga, non ha vincoli di sangue ma legami empatici intrisi di solidarietà e generosità.

Le sue storie lasciano il segno, non solo sullo schermo ma anche sulla carta: in questi giorni è uscito per Mondadori, la sua ultima fatica letteraria, Sei la mia vita, un vero e proprio memoir che ripercorre la sua vita, ma soprattutto il suo arrivo a Roma, negli anni ’70, quando era un giovane studente di cinema.

Il suo presente, il suo passato e il suo futuro hanno inizio in Via Ostiense, in un vecchio palazzo un po’ fané, all’ombra di un gasometro, abitato da un mondo variopinto di emarginati.

“Li ho nutrito i miei sogni, ho provato ogni tipo di emozione, ho capito chi ero davvero e che cosa desideravo fare della mia vita”.


Sei la mia vita – il nuovo e appassionante memoir di Ferzan Ozpetek


La sua famiglia d’adozione romana, anime candide ma esperte di vita, ciascuna con la sua solitudine da offrire, è il fil rouge di questo tenero libro autobiografico che si legge tutto di un fiato per poter scoprire aneddoti e spunti che hanno reso immortali alcune delle scene dei suoi film.

Ed ecco che arriva, da subito, nella sua nitidezza il ricordo dei pranzi domenicali sulla terrazza che è entrato nell’immaginario collettivo grazie alle Fate Ignoranti.

“Non so nemmeno io quanto è cominciata. L’abbiamo organizzata una volta e poi, senza bisogno di darsi appuntamento o mettersi d’accordo, la domenica dopo eravamo di nuovo tutti qui”.

Regina indiscussa di quei convivi era Vera, la trans più estrosa e richiesta di Roma. La regina delle drag-queens capitata per sbaglio in un film neorealista.


Quel personaggio interpretato poi, nel film dalla mia straordinaria amica Lucrezia Valia, è pieno di tenerezza, esagerazione, drammaticità e divismo. Quel divismo vintage che raccoglie in sé l’allure di un tempo che non tornerà. Dive che lasciano, dietro di loro, scie voluttuose di Madame Rochas.

Come non ricordare gli altri commensali di quei convivi così pittoreschi: Bruno, soprannominato la postina di Monteverde, Ernesto, centralinista ed attore fallito in perenne contestazione con il mondo e soprattutto con una soubrette televisiva ai tempi sua compagna di studi al Centro Sperimentale di Cinema, Rossella, che cerca un figlio ma non vuole un compagno e che sceglierà un lungo e difficile percorso per coronare il suo sogno di madre e ancora la portinaia Rosita, una donna grassissima e molto gioviale e amante delle arie di Verdi e in modo particolare della Traviata e del Nabucco.

“Fra un boccone e l’altro, un sorso di vino, mi ero conquistato un po’ di spazio in quel magico circo, composto da checche, travestiti, donne di spirito, amanti infedeli e cacciatori di farfalle”.

Come non riconoscere, tra le pagine, il fantasma che ha dato vita al personaggio di Massimo Girotti nel film La finestra di fronte con Giovanna Mezzogiorno e Raoul Bova.


“Quando t’imbatti nel fantasma del tuo passato felice, la consapevolezza di quanto hai perduto ti sommerge con un’ondata quasi insopportabile di rimpianto. Allora vuoi solo nasconderti in un luogo sicuro a leccarti le ferite, perché la tua anima è come un animale domestico, che il dolore ha reso selvatico”

Massimo, era un signore anziano, molto distinto, indossava un cappotto dal buon taglio sartoriale e non ricordava nulla del suo passato e del suo presente; si aggirava su Ponte Sisto come un esule di una grande battaglia, nella fredda notte romana.

Ferzan e il suo compagno di allora lo ospitano a casa cercando di ricomporre il puzzle della sua vita ormai dimenticato e ricevono insieme ai loro amici la prima lezione sull’amore del libro: “Chi importa chi amiamo? Io ho amato, e questo deve bastare. Voi amate, e questo ci rende uguali. Uniti nell’amore. Abbiamo baciato, accarezzato, abbracciato, consolato, atteso con folle felicita un suo s’. Perché l’amore condiviso è la forza che ci rende migliori. Anche quando è sfiorito, anche quando ci ha lasciato, anche quando è un ricordo che brucia con la sua assenza. Noi viviamo d’amore”.


Sei la mia vita – il nuovo e appassionante memoir di Ferzan Ozpetek


Sei la mia vita è soprattutto un libro che parla d’amore. Un racconto che la voce narrante dedica al suo compagno, ripercorrendo passo dopo passo la loro storia d’amore ma soprattutto del suo mondo prima di lui.

La mia vita è la tua e ora te la racconterò, perché domani sarà la “nostra. Sono un sopravvissuto a un disastro: Il disastro che sarebbe potuta diventare la mia vita se non ti avessi incontrato”.

Ed ecco che arriva la seconda lezione sull’amore: ”Oggi so che l’amore ti cerca, spetta a te farti trovare. Per questo occorre lasciare aperte tutte le porte: non sai mai chi potrebbe entrare, cosa ti potrebbe portare. Amo i colpi di scena. Mi è sempre piaciuto sperimentare, avventurarmi lungo strade sconosciute. E poi ho incontrato te, il più inatteso degli imprevisti”

Intraprendiamo con Ferzan e il suo compagno, un lungo viaggio che permetterà al lettore di conoscereuna storia intrisa di tenerezza, confidenza, complicità ma anche di una Roma lontana, decadente e magica, libera e tollerante.


Rivediamo le scene più salienti della vita del regista come se fossimo seduti al buio di una sala cinematografica: la memoria non è in digitale, gira come una vecchia pellicola, si consuma. E le immagini troppo amate si bruciano.

In questo lungo Amarcord non possono mancare le estati, quasi tutte interamente trascorse al Buco, una spiaggia incontaminata, lungo il litorale di Ostia.

Il mare, la sabbia fine, le passeggiate sul bagnasciuga, le confidenze sotto all’ombrellone ascoltando Alan Sorrenti e le dive della musica italiana.

Capitava di far tardi guardando il tramonto con lo scrittore Goffredo Parise e la sua compagna, o di conversare con Piero Tosi, il costumista preferito di Luchino Visconti, premio Oscar alla carriera nel 2013.


“Quando ci incontravamo al Buco ed io ero ancora un ragazzo di belle speranze, Piero non mi spronava affatto a darmi da fare per costruire il mio futuro. Al contrario mi esortava a prendermela comoda. “Divertiti! Nella vita questo è l’importante!”

I pomeriggi passavano più in fretta ascoltando i suoi aneddoti come quello sulla leggendaria rivalità tra Visconti e Fellini, o ancora le storie del cinema di una volta di cui Ozpetek era e continua a essere un appassionato estimatore. E non ci meraviglia scoprire che tra i due sia nata una solidale amicizia e che lo stesso Tosi abbia suggerito una scena del film Magnifica presenza, che vedeva imprigionati dei fantasmi – una compagnia di attori tragicamente morti durante la seconda guerra mondiale, in una splendida casa a Monteverde.

Mai suggerimento fu più prezioso e nella scena finale del film, vediamo i fantasmi prendere il tram per andare a recitare la loro ultima pièce al Teatro Valle.


Su quel set Ferzan diviene amico di Anna Proclemer – icona del teatro e del cinema italiano, scomparsa nel 2013. Una vera diva che il regista avrebbe voluto dirigere di nuovo sul set del suo ultimo film Allacciate le cinture. Di lei, ammette qualche anno dopo, gli mancheranno per sempre le lunghe telefonate e le conversazioni intime tra amici.

Non mancano riflessioni profonde, come quelle legate all’Aids e sulla malattia.

“Dagli Stati uniti e dalla grande comunità gay Di San Francisco ci giungevano notizie allarmanti. Qualcuno stava giocando con noi alla roulette russa, decidendo il nostro futuro: Tu sei salvo, tu presto ti ammalerai, tu sei già morto..

Il virus si è insinuato nelle nostre vite a poco a poco. Ciò che sembrava una delle tante leggende metropolitane, è diventato una realtà”.


Arriva così come un pugno nello stomaco la vera storia che ha ispirato una delle scene cult della Fate ignoranti, quella che vede in primo piano Gabriel Garko nel ruolo di Ernesto, malato terminale di Aids. Per tutti gli amanti di quel film quella storia era una semplice finzione letteraria. Leggendo il libro si scopre, invece, la verità. Un uomo che vuole dal suo compagno malato, tutto di lui, compresa la malattia. “Perché l’amore non ubbidisce ad alcuna logica umana”.

Adriano, occhi dal taglio orientale e profondissimi, zigomi alti e labbra carnose. Sembrava un pirata. Bello da mozzare il fiato. Piaceva a tutti, uomini e donne. Pur conducendo una vita molto movimentata aveva una storia da molti anni con Sergio, un architetto, un po’ più vecchio di lui. Quando Sergio scopre di essere ammalato, Adriano si sente morire dentro. Teme di averlo infettato per colpa dei suoi numerosi incontri extra. Ma non è stato lui, il suo test risulta negativo. Da allora fa di tutto per condividere, il dolore, l’annichilimento, la morte del suo adorato compagno.


E quando il referto risulta positivo, diviene raggiante. E’ riuscito nel suo intento.

Per fortuna di fronte alla tragedia, il regista, col suo piglio da narratore navigato, sa riprendere in mano la situazione, e ci riporta nella commedia, raccontando il doppio coming out di Mine Vaganti, realmente accaduto ad un suo amico a San Paolo in Brasile.

Marcelo, interpretato poi da Riccardo Scamarcio al cinema,è figlio di un industriale in Brasile. Ama la musica e arriva in Italia per realizzare il suo sogno, ma soprattutto per vivere liberamente la sua omosessualità.

Torna poi nel suo paese per mettere ordine nella sua vita e soprattutto per dire tutta la verità ai suoi, ma viene preceduto dal fratello Ricardo che confessa di essere gay a dei parenti stralunati, durante un festoso pranzo della domenica.

I pranzi della domenica sono uguali nel mondo e nascondono sempre finali surreali alla “parenti serpenti”.


Da quel momento Marcelo rinuncia a se stesso per sempre e per non deludere la famiglia si sposa e allontana da sé la sua vita di prima.

“Ma è proprio necessario che ti sposi?

“Si perché devo avere dei figli, i miei ormai se lo aspettano…non parlano d’altro”.

Da ragazzo Marcelo aveva saputo aspettare l’onda giusta. Era riuscito a cogliere il momento più opportuno per prendere il largo dalla famiglia e realizzare i suoi sogni. Ma poi si era arenato.

“La vita non è mai esattamente come la vogliamo: ci offre sempre delle sorprese, più siamo capaci di adattarci ai cambiamenti di programma, meglio è. L’importante, però, e non tradire mai se stessi. Perché se ci intestardiamo a non ascoltare l’amore, siamo perduti”.


Ozpetek sa giocare con le emozioni, sa calibrare le sfumature dell’amore, e dell’amicizia. Nonostante sia diventato uno dei personaggi più importanti del nostro paese, è rimasto fedele a se stesso, a quel ragazzo innamorato del cinema italiano e dei grandi maestri come Francesco Rosi, Pietro Germi, Vittorio De Sica, Antonio Pietrangeli, quel ragazzo che cercava un posto nel mondo, lasciando intatta la sua voglia di emozionarsi e di emozionare.

Il successo non ha minimamente intaccato la sua integrità. Ed è per questo che continua a mietere consensi.

“Il successo segue leggi misteriose: non va mai dato per scontato. E’ proprio quando pensi di avere tutte le carte vincenti, che resti a mani vuote. Io credo che il segreto per riuscire in ciò che fai è continuare a coltivare fino all’ultimo quella naturale insicurezza che ti assale ogni volta che metti in gioco tutto te stesso e andare avanti, con i tuoi dubbi, gli attacchi d’ansia, i ripensamenti”.

Angelica Kenova, la ragazza Barbie

Una vita fatta di diete, vestiti rosa confetto, palestra, obblighi e divieti, quella di Angelica Kenova, la ragazza-Barbie.

Angelica vive ancora con i genitori, che controllano ogni minimo movimento della figlia, a partire da una dieta segretissima grazie a cui ha raggiunto i 38 chili di peso e i 50 centimetri di girovita. Nega di aver mai subito interventi di chirurgia estetica, ma le forme così prosperose del seno lasciano molti dubbi a riguardo.

Oltre al lavoro di modella, dove posa per servizi fotografici in tema con la sua immagine, Angelica si dedica alla danza classica e al lavoro: è una psicologa infantile. Una psicologa con una quinta di reggiseno, controllata a vista dai genitori – che le scelgono anche gli abiti ridicoli da indossare – che non può uscire con un ragazzo se non dopo l’approvazione del capofamiglia e rigorosamente accompagnata dalla madre!

Forse è il caso che cambi mestiere!

Sandali per l’estate FABIO RUSCONI

Un’estate all’insegna del colore, dei bagliori del laminato e del fashion comfort che ci regalano i nuovi sandali platform.

La collezione spring/summer 2015 di FABIO RUSCONI è un concentrato esplosivo dei nuovi trend di stagione rieditati in sandali e zeppe.

Ormai must have di ogni guardaroba estivo le zeppe oggi guadagnano i primi posti nel podio dei best della stagione. Il segreto del successo è nella loro declinazione in diversi mood, dai modelli più hippy anni ‘70, con fondo sughero, agli sporty con pelli mat e platform esagerate, a quelli da gheisha, anche in versione meta.

Suola massiccia e attitude decisamente sportiva, i sandali più cool della primavera/estate hanno alti fondi in gomma e si abbinano con pelli dagli effetti laminati, glitter o dettagli borchiati.

Guarda qui tutta la collezione:

Jurassic Park, il più grande spettacolo dopo il giurassico

«Il mondo ha subito cambiamenti così radicali che corriamo per tenerci al passo. Non voglio affrettare conclusioni ma dico… i dinosauri e l’uomo, due specie separate da 65 milioni di anni di evoluzione, vengono a trovarsi gettati nella mischia insieme. Come potremo mai avere la benché minima idea di che cosa possiamo aspettarci?» 


Il vero messaggio di Jurassic Park è tutto qui, nelle parole di Alan Grant (Sam Neill), il paleontologo convinto da John Hammond (Richard Attenborough) a visitare il più grande parco dei divertimenti, un parco in cui torneranno in vita le creature più affascinanti che la storia della terra abbia mai conosciuto: i dinosauri. Le perplessità di Alan Grant sono confermate da Ian Malcolm (Jeff Goldblum): «La mancanza di umiltà di fronte alla natura che si dimostra qui mi sconvolge», dice. «Lei non vede il pericolo che è insito in quello che fa? La potenza genetica è la forza più dirompente che esista e lei se ne serve come un bambino che gioca con la pistola del padre.» Un pericolo autodistruttivo, insomma. La natura ha le sue leggi e se i dinosauri e l’uomo non hanno vissuto nella stessa era, questo era dovuto alla loro evidente incompatibilità.


Grant e Malcolm non saranno affatto smentiti quando si ritroveranno a dover fuggire da un Tirannosaurus Rex, liberato grazie all’interruzione del sistema di sicurezza. In realtà le recinzioni del parco sarebbero state sicure se Dennis Nedry non avesse disattivato l’impianto e rubato gli embrioni per venderli a un pezzo grosso della concorrenza. E la notte in cui Nedry tenta la fuga è una notte apocalittica, metafora della rabbia della natura per l’uomo ribelle, reo di aver tentato di stravolgere le sue regole o piuttosto di barare. Jurassic Park, per la fama e il successo che ha raccolto nel corso degli anni, non ha nemmeno bisogno di essere raccontato. Divenuto uno dei maggiori incassi della storia del cinema, il film, tratto dall’omonimo romanzo di Michael Crichton, permise a Steven Spielberg di superare gli incassi di E.T. – L’extraterrestre. Il 1993 fu un anno fortunatissimo per il regista, che sfornò, oltre a Jurassic Park, anche Schindler’s List, film che lo consacrò tra i grandi del cinema e che gli permise di aggiudicarsi due Oscar, miglior film e miglior regia. Dopo quella fortunata doppietta, però, Spielberg non è stato più quello di una volta (a parte l’Oscar per Salvate il soldato Ryan) e sebbene si sia sempre impegnato ad alternare film commerciali (come il quarto, deludente, Indiana Jones e La guerra dei mondi) a film d’autore (come Munich o War Horse), l’apice lo ha raggiunto tra gli anni Ottanta e la prima metà dei Novanta, proprio con Jurassic Park.


Un film che, al di là di tutto, riprende le tematiche topiche dei suoi film, come l’infanzia, già centrale in E.T., Indiana Jones e il tempio maledetto, L’impero del sole e Hook – Capitan Uncino. Il sapore del film spielberghiano è palese anche grazie allo splendido accompagnamento musicale di John Williams, non nuovo a lavorare con il regista. Se uno dei temi cari a Spielberg è l’infanzia, non potevano mancare due giovani protagonisti come Tim (Joseph Mazzello) e Lex (Ariana Richards), nipoti di John Hammond, che accompagnano Alan Grant, la dottoressa Sattler (Laura Dern) e Ian Malcolm nella visita al parco. Tim è un fan sfegatato del dottor Grant, mentre Lex è una giovanissima hacker (non a caso sarà lei a ripristinare l’elettricità). Proprio il dottor Grant dimostra di non provare molta simpatia per i bambini quando, nel prologo del film, un ragazzino, mentre Grant rinviene un fossile, paragona un Velociraptor a un grosso tacchino e il paleontologo fa di tutto per spaventarlo descrivendogli che cosa può capitare se dovesse trovarsi di fronte un animale primitivo così pericoloso. Ma nel corso della visita, Grant si trova da solo con i due ragazzi: le macchine che li avrebbero accompagnati durante la visita sono state distrutte dal T-Rex e loro sono costretti a tornare alla base a piedi, attraversando l’intera isola con la speranza di non imbattersi in Velociraptor o altre specie aggressive.


Sono proprio gli incontri con i predatori, però, a rientrare tra le scene da cineteca. La prima è la comparsa del T-Rex, con un primo piano del suo occhio illuminato appena dalla torcia di Lex; un occhio che è il simbolo del male, proprio come lo era quello dello squalo, sempre di spielberghiana memoria. E questo sarebbe un altro tema che ritorna: la lotta fra l’uomo e la natura (lì lo squalo, qui i dinosauri), una natura sempre più maligna e terrificante, ma questa volta figlia dell’uomo stesso. I dinosauri sono come il mostro di Frankenstein: John Hammond ha cercato di riportare in vita qualcosa che doveva essere morto, di cui la natura stessa aveva decretato la morte; qualcosa che si è rivoltato contro il suo stesso creatore perché si è ritrovato in un’epoca sbagliata e in un contesto sbagliato. Altra scena da antologia è l’inseguimento in cucina dei Velociraptor, con Lex e Tim nascosti e i due predatori che riescono ad aprire la porta, fino all’epico grido di Lex mentre uno dei due dinosauri l’attacca, stroncato da un vetro infranto poiché l’immagine a cui andava incontro il dinosauro era soltanto il riflesso della ragazza.


Il finale di Jurassic Park, con il T-Rex che salva, involontariamente, Grant, la dottoressa Sattler e i due ragazzi dall’assalto dei Velociraptor, e la bandiera del parco che crolla al ruggito del Tirannosauro, era abbastanza aperto per lasciare allo spettatore le conclusioni su una possibile ribellione dell’uomo alle leggi di madre natura. Proprio per la sua grandezza e per la spettacolarità delle animazioni – nonché per la sostanziale novità del tema – il secondo capitolo del franchise, Il mondo perduto – Jurassic Park (1997), anch’esso diretto da Spielberg, uscirà sempre sconfitto da ogni confronto con il primo. D’altronde le possibilità narrative offerte da un materia simile non sono tantissime, e il rischio che si correva – trappola in cui è poi caduta la sceneggiatura – era riproporre qualcosa di già visto sfruttando l’onda del successo, ma senza quel valore aggiunto che era stata la vera arma segreta di Jurassic Park.


Quattro anni dopo gli incidenti avvenuti sull’Isla Nublar, la società di John Hammond, la InGen, è fallita ed è Peter Ludlow, nipote di Hammond, ad avere ereditato la ditta. Oltre a Isla Nublar, Hammond aveva occupato un’altra isola, l’Isla Sorna, in cui i dinosauri crescevano prima di essere trasferiti a Isla Nublar al raggiungimento dell’età adulta. Ma Isla Nublar è stata abbandonata in seguito all’arrivo di un uragano, che aveva distrutto le strutture. I dinosauri, però, sono ancora lì. Proprio un incidente, occorso nel prologo, con una famiglia di turisti, la cui bambina si era imbattuta in un branco di Compsognathus, spinge Hammond a richiamare il dottor Malcolm, che nei quattro anni successivi alla disavventura nel Jurassic Park aveva cercato di denunciare le mostruosità nascoste nell’Isla Nublar. Hammond vorrebbe che Malcolm stendesse un rapporto sull’isola e sulle condizioni degli animali ma soprattutto che fermasse chi vuole catturarli per farne delle attrazioni in un parco di San Diego. Malcolm è scettico ma quando Hammond gli rivela che anche Sarah (Julianne Moore), la sua ragazza, è lì sull’isola, la missione scientifica si trasforma in una missione di salvataggio. A Malcolm si unirà, clandestinamente, anche la figlioletta Kelly.


Il resto sa molto di già visto: le aggressioni dei dinosauri, gli inseguimenti, la roulotte (al posto della macchina in Jurassic Park) sospesa nel vuoto, ma soprattutto l’arrivo del T-Rex a San Diego con la sua furia distruttrice, un richiamo evidente a icone della fantascienza catastrofica come King Kong e Godzilla, qualcosa che fa storcere non poco la bocca e rimpiangere l’immensità e la poesia di Jurassic ParkMa il fondo lo si tocca con il terzo film, Jurassic Park III. Al ritorno di Sam Neill e di Laura Dern corrisponde, però, un cambio in regia, Joe Johnston al posto di Spielberg. È inevitabile che la magia ormai si sia persa e che si rimpianga perfino Il mondo perduto, nonostante i limiti di essere un sequel senza tante grosse novità. Ancora un’azione di salvataggio, ma stavolta sarà Alan Grant, anziché Malcolm, a tornare a Isla Nublar. Gli effetti speciali non hanno più niente di speciale (si vede benissimo che i dinosauri sono finti!) e il soggetto è diventato un fiacco pretesto per allungare una trama che si è già diradata ben oltre le proprie possibilità. Di Jurassic Park è rimasto soltanto l’accompagnamento musicale, a rievocare qualcosa che non c’è più, ma questo non basta, tant’è che il film si era aggiudicato la nomination ai Razzie Awards del 2001 come Peggior Remake o Sequel.


Jurassic Park, rappresentando la novità (messa anche in prospettiva di un’epoca in cui il 3D era lontano anni luce), non poteva che suscitare incanto: i dinosauri di Spielberg giganteggiavano sullo schermo con un realismo mai visto prima; e a essi si univano azione, ironia, stupore (e l’entusiasmo immancabile di John Hammond). Il mondo perduto dimostrava già di essere una forzatura: la forza di Jurassic Park risiedeva anche nella simpatia del cast, da Alan Grant ai due ragazzini; dalla dottoressa Sattler al dottor Malcolm (l’unico recuperato, a parte le comparse di Hammond e dei nipotini cresciuti, ma solo nella parte iniziale). L’evocazione di Godzilla e di King Kong non avevano fatto che abbassare non soltanto la credibilità stessa del film ma di tutto il franchise, che ormai aveva virato verso stereotipi noiosi. Con Jurassic Park III, infine, c’è il ritorno di Alan Grant e della dottoressa Sattler (comunque marginale) ma non del tocco magico che Spielberg aveva saputo dare ai suoi primi dinosauri.


In Jurassic World ritornerà lo stesso Tirannosaurus Rex di Jurassic Park, arrabbiato come nel 1993 e pronto a fare nuove vittime. L’utilizzo massiccio del 3D, coadiuvato dal supporto della grafica digitale, renderanno l’apertura del parco dei dinosauri un vero e proprio evento mondiale.

EXPO 2015 Viaggio intorno al cibo: una sosta letteraria

Proprio per i suoi tanti significati materiali, spirituali e sociali, è ovvio che l’arte si è interessata fortemente al cibo.

Riflettendo sul rapporto tra arte e cibo, possiamo evidenziare tre tipi di arte:


1. l’arte del cibo: la gastronomia e la preparazione della mensa.

2. l’arte per il cibo: ad esempio la ceramica utilizzata per contenere gli alimenti.

3. l’arte sulcibo: il gesto del mangiare e tutto ciò che lo prepara, lo accompagna e lo segue e l’ambiente in cui ciò avviene diventano oggetto di descrizione nella musica, nella pittura, nel cinema e nella letteratura.


Riguardo a questo terzo punto, in tanti romanzi o nelle poesie ci sono scene e situazioni che si svolgono in rapporto al bere o al mangiare. In esse, però, il cibo è più occasionale che centrale: cioè i personaggi dicono o fanno altre cose mentre mangiano, ma non è il cibo il centro dell’interesse del’autore. In una breve commedia di Luigi Pirandello (1867-1936), invece, notiamo che un frutto è proprio l’elemento centrale della composizione, il nucleo intorno al quale si svolge il racconto. La commedia, Lumìe di Sicilia (lumìe significa limoni nel dialetto siciliano), risale al 1910 ed è la riduzione teatrale di una novella precedentemente pubblicata.


La trama è molto semplice. Micuccio Bonavino è un giovane campagnolo siciliano e suona nella banda del paese. Ha aiutato una sua compaesana, Teresina Marnis, nella carriera di cantante lirica e si è fidanzato con lei. Nel frattempo Teresina si è affermata e ora vive in una grande città dell’Italia settentrionale, dove ha conosciuto e frequentato altri uomini, dimenticandosi di Micuccio. Preso contatto con la madre di Teresina, il giovane, che aveva portato anche del denaro ricevuto in prestito durante una malattia, scopre l’amara verità.


I personaggi principali sono Micuccio, Teresina (che, trasferendosi al Nord ha abbreviato il nome in Sina) e la madre di lei. L’azione si svolge in un solo atto.

Pirandello nella didascalia iniziale presenta l’ambientazione:

«La scena rappresenta una camera di passaggio, con scarsa mobilia: un tavolino, alcune sedie. […] Attraverso la camera si scorge un salone splendidamente illuminato con una sontuosa mensa apparecchiata».


Abbiamo dunque due luoghi: uno modesto, l’altro ricco e sfarzoso, pronto per una cena. Qui già si incomincia ad accennare al tema che ci interessa, cioè il cibo e i suoi significati.

Entra in scena il cameriere Ferdinando seguito da Micuccio, il quale ha compiuto un viaggio di due giorni per incontrare la signora Marta, madre di Teresina; ma la chiama ancora con un’espressione tipica del paese: “zia Marta”. Ferdinando e la cameriera Dorina escludono che il giovane possa incontrare la signora, perché: «Vedete, caro. Ci sarà una gran festa. La serata d’onore […] Questa notte si cena. Ah! E che tavolata! Che luminaria!».


Dal dialogo tra Micuccio e i due inservienti veniamo a conoscere che la bellissima voce di Sina è stata scoperta proprio grazie all’affetto di Micuccio, suonatore di ottavino nella banda musicale di Palma Montechiaro. Alla domanda di Dorina circa i suoi sentimenti, Micuccio risponde:


«Io? A Teresina? Mi fate ridere! Mia madre pretendeva che la abbandonassi perché lei, poverina, non aveva nulla, orfana di padre … mentre io, bene o male, il posticino ce l’avevo, nella banda».

E questa povertà di Teresina si precisa anche nella mancanza di alimentazione. Infatti, quando Micuccio decide di impegnarsi per far studiare canto alla ragazza, aggiunge:

«Il pianoforte costava, le carte costavano … e poi Teresina doveva nutrirsi bene per aver forza di cantare. […] Carne, ogni giorno! Me ne posso vantare!».

Anzi, Micuccio fa molto di più:


«Quando un maestro sentì Teresina e disse che sarebbe stato un peccato, un vero peccato non farle proseguire gli studi in una città, in un gran Conservatorio … io presi fuoco: la ruppi con tutti; vendetti il podere che m’aveva lasciato, morendo, un mio zio sacerdote, e mandai Teresina a Napoli, al Conservatorio. […] Quattro anni la mantenni agli studi. Quattro».

E conclude amaramente: «Non l’ho più riveduta, da allora». Nel frattempo la carriera artistica di Teresina aveva preso il volo: Napoli, Roma, Milano, Spagna, Russia. E dunque è tempo di coronare con il matrimonio il sogno d’amore di Micuccio verso la cantante.

All’improvviso suona il campanello: arrivano la madre di Sina e numerosi invitati. Il contrasto tra gli abiti sontuosi indossati da zia Marta e la sua vecchiaia sottolinea la contraddizione che la donna sta vivendo: da una parte vorrebbe tornare alla vita semplice e ai valori del paese siciliano, dall’altra accompagna la figlia ed è costretta a condividerne le scelte. Questo contrasto si esprime nel dialogo che ha con Micuccio:

«MARTA: Adesso di là si cena, capisci? Ammiratori, l’impresario … La carriera, capisci? Ce ne staremo qua noi due. Dorina ci apparecchierà subito subito questo tavolino … e … ceneremo insieme, io e tu, qui, eh? Che ne dici? Noi due soli. Ci ricorderemo dei bei tempi»

E questa distinzione tra «di là» e «di qua» tornerà continuamente nelle parole della donna.

Naturalmente non è possibile andare avanti senza porre la domanda che indica lo scopo della visita del giovane:

«MICUCCIO: E … verrà, vi ha detto? Dico … dico per … per vederla, almeno …

MARTA: Ma certo che verrà! Appena avrà un momentino …».



I due interlocutori continuano a parlare di persone e fatti del paese di origine.

Finalmente anche Marta e Micuccio mangiano. Marta si sente libera di farsi il segno della croce, perché quando è con la figlia e i suoi ammiratori ciò non le è consentito. Così tra ricordi e malinconia trascorrono i minuti, mentre ogni tanto si sentono risate che provengono «di là» e producono in Micuccio un crescente scoraggiamento.

All’improvviso giunge Sina, «tutta frusciante di seta, parata splendidamente di gemme, nudo il seno, nude le spalle, le braccia, si presenta frettolosa». Micuccio «che aveva steso la mano al bicchiere, resta col volto in fiamme, gli occhi sbarrati, la bocca aperta, abbarbagliato e istupidito, a mirare, come innanzi ad un’apparizione di sogno; balbetta il nome di Teresina». Ma lei è tutta sbrigativa e scappa via di nuovo per raggiungere i commensali.

Scende il gelo tra Marta e il giovane. È la presa di coscienza che il sogno di poter sposare la ragazza si è definitivamente infranto. In una tensione crescente che raggiunge il dramma, le parole di Micuccio e di Marta mostrano tutto il degrado morale in cui Teresina è sprofondata per «la carriera». Il giovane decide di andarsene:


«MICUCCIO: State tranquilla. Non le faccio niente. Me ne vado. Che sciocco, zia Marta! Non lo avevo capito … Non piangete, non piangete … Tanto, che fa?».

Ma proprio mentre riprende la valigetta e il sacchetto e si prepara a uscire, gli viene in mente che dentro il sacchetto ci sono i bellissimi limoni, che egli aveva portato per Teresina dal paese. «Oh, me ne scordavo: guardate, zia Marta … Guardate qua …»

«Scioglie la bocca al sacchetto e, facendo riparo d’un braccio, versa sulla tavola i freschi frutti fragranti».

In quel momento giunge Teresina: «Oh! Le lumie! Le lumie!»


«MICUCCIO: (subito fermandola) Tu non le toccare! Tu non devi neanche guardarle da lontano! (ne prende una e la avvicina al naso di zia Marta) Sentite, sentite l’odore del nostro paese … E se mi mettessi a tirarle a una a una sulle teste di quei galantuomini là?

MARTA: No, per carità!

MICUCCIO: Non temete. Sono per voi sola, badate, zia Marta! Le avevo portate per lei … (indica Sina) E dire che ci ho pagato anche il dazio … (vede sulla tavola il danaro, tratto poc’anzi dal portafogli; lo afferra e lo caccia nel petto di Sina, che rompe in pianto). Per te c’è questo, ora. Qua! Qua! Ecco! Così! E basta! Non piangere! Addio, zia Marta! Buona fortuna!».


Ed esce definitivamente, mentre cala il sipario.

Come si può vedere, in questa commedia pirandelliana il cibo diventa occasione d’incontro e di tensione e soprattutto è un simbolo che indica molti significati. Tra i principali, potremmo notare:

a. il rapporto tra città e campagna: la tavola ricca, simbolo di vita artificiale e superficiale, e i bei limoni siciliani, ricordo di una vita semplice e genuina;

b. i valori morali della tradizione in contrasto con l’immoralità e l’egoismo della modernità;

c. rapporto tra presente e passato;

d. due mondi diversi si incontrano e si scontrano: chi dei due vincerà?

e. la nascente industria dello spettacolo, che non raramente corrompe e strumentalizza i sentimenti;

f. il rapporto educativo tra madre e figlia e il senso di fallimento avvertito dalla madre.

Tutto questo e molto altro si concentra intorno alle due cene e soprattutto intorno ai limoni, che in questa commedia diventano simbolo di un’intera visione della vita, che Teresina ha ormai rifiutato.

Dior lancia il fashion short movie Secret Garden IV – Versailles con protagonista Rihanna

Dopo una lunga attesa, Dior lancia finalmente la versione estesa del fashion short movie con una protagonista d’eccezione: Rihanna.

Lo spot della campagna Secret Garden IV – Versailles ha tutte le carte in regola per vincere: abiti merveilleux, luxueux location, il volto di una star – ma manca il fondamento – una trama!

Sotto le note della sua nuova hit Only If For A Night e al chiarore di Luna, Rihanna sfila tra i lunghi corridoi del Château di Versailles, su tacchi vertiginosi e con l’andatura di una sexy killer; nasconde una clutch Diorama dietro la schiena come fosse un’arma, imponenti statue fanno capolino nella grandi sale del palazzo.



Ad ogni scena, un cambio d’abito, capi della collezione Esprit Dior presentata a Tokyo lo scorso dicembre; la cantante si muove felina in un cat-walk tra lo scintillìo dei preziosi lampadari, inondati dal riverbero violaceo e dorato. Nell’abito rosso la cantante scappa, come sdoppiata, da lei stessa. E’ un’inseguimento, una lotta alla sopravvivenza, ma queste sono solo supposizioni fantastiche costrette da un video che lascia molto all’immaginazione.

Dai giardini, appare un’altra versione di Rihanna, quella maschile con bastone, ma in abiti femminile – obviously – che, sicura, incede lenta verso la reggia. Le luci si spengono come in un romanzo di Allan Poe, c’è chi scappa, si sente ansimare, i tessuti bianchi volteggiano come piccole luci nella notte. And that’s it!

Dior Secret Garden IV – Versailles – Long Version

“Il racconto dei racconti” di Matteo Garrone

Diamo a Cesare quel che è di Cesare – Con “Tale of tales” Garrone va sicuramente premiato per il coraggio. Mettere in trasposizione una favola è compito assai arduo e molto ambizioso, e forse Garrone qualche punto lo ha segnato.

Dall’opera secentesca di Giambattista BasileLo cunto de li cunti”- una raccolta di 50 fiabe popolari in lingua napoletana rielaborate dall’autore,- Garrone ne estrapola 3: castelli, labirinti, draghi marini, incantesimi e maledizioni, foreste incantate, re e regine sono lo scenario di un fantasy-noir.

Una regina bellissima e sterile (interpretata da Salma Hayek) è posseduta dal desiderio di avere un figlio a tutti i costi, tanto da non accorgersi di quale sacrificio compie il suo amato, morendo per lei. Il re sarà costretto a lottare con un enorme drago marino, per portare il cuore alla regina che, mangiandolo, rimarrà incinta all’istante. Il cuore verrà cucinato da una vergine, in attesa, per incantesimo, di un figlio sosia dell’erede al trono; un povero contadino che frequenterà di nascosto il futuro re, il figlio tanto voluto ed ora soffocato dall’amore di una madre ossessiva e autoritaria.

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Garrone in questo episodio riporta l’egoismo femminile di chi desidera la maternità costi quel che costi, con una freddezza e una cupidigia rivelata nella scena in cui il corpo del re morto per amore della moglie, viene totalmente ignorato e sorpassato.

Sono ambientazioni fiabesche di luoghi reali, quelle scelte da Garrone per “Tale of Tales” – come le Gole dell’Alcantara che si trovano in Sicilia o il Labirinto del Castello di Donna Fugata a Ragusa. Scenografie e fotografia vincenti, pennellate di colori che a volte si trasformano in quadri rinascimentali, con citazioni a Vermeer o Cristofaro Allori e la sua “Giuditta con il capo di Oloferne“.

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L’apice dell’immaginario fiabesco e della poesia fatta a immagine si raggiunge con l’episodio di un re erotomane innamorato della voce di una fanciulla, che si scoprirà essere una vecchina dalla pelle rugosa e segnata dal tempo, una vecchina che lo ingannerà incollandosi letteralmente la pelle da farla risultare liscia e giovane. Il re si accorgerà dell’inganno, dopo una notte passata con l’intrusa – e la farà gettare dalla finestra, rifiutando la vecchiaia, la bruttezza, l’orrore di un corpo vizzo e molle. E’ a quel punto che l’anziana donna si accorge di non voler accettare i suoi anni, la giovinezza passata. Dopo aver succhiato il seno di una misteriosa donna in un bosco incantato, la vecchia si trasformerà in una bellissima donna dalla pelle bianca come il latte e dai capelli rossi come il fuoco.
La ricerca dell’eterna giovinezza cambia colori, secoli e costumi, ma rimane sempre una terribile malattia.

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Nella terza fiaba reinterpretata da Garrone incontriamo un re – Toby Jones quale attore – ottima interpretazione, d’altronde con un viso così non poteva essere più adatto a rappresentare la manìa, le stranezze, il possesso umano – il re nutre una zecca con bistecche e carne a volontà, tanto da farla crescere e assumere dimensioni umane – quando perderà il suo animaletto custodito da occhi indiscreti, non si accorgerà di aver abbandonato la figlia nelle mani di un orco, la cui testa tornerà tra le sue mani, insanguinate, come una Giuditta che si salva da un terribile Oloferne.

Paesaggi suggestivi, la voglia di girare l’Italia tra i luoghi magnifici e paesaggi naturalistici, un Garrone beethoviano nell’intento, ma forse uno scheletro fatto di sontuosi drappeggi, rossi velluti, barocche ambientazioni.

Qui il trailer in italiano:

Il matrimonio al tempo del califfato

Una reporter di Associated Press è riuscita a descrivere cosa succede quando due militanti dell’ISIS si sposano mettendo in luce il welfare state del califfato, un welfare state da paese scandinavo.
Ogni militante che decide di sposarsi all’interno dello Stato Islamico avrà una vacanza per il viaggio di nozze e fino a 1.500 dollari di bonus in aggiunta al suo stipendio.


La storia del combattente siriano Abu Bilal al-Homsi è indicativa, per il suo matrimonio ha passato il viaggio di nozze a Raqqa e ha ricevuto 1.500 dollari: “ [Raqqa ndr] Ha tutto quello che si può desiderare per un matrimonio”. Raqqa è il centro più importante del califfato e il teatro delle peggiori atricità: decapitazioni, lapidazioni di presunte adultere. Uomini armati passano in rassegna ogni abitante per scorgere anche il minimo segno di violazione della sharia. Nelle case dei comandanti abbondano le schiave sessuali yazide.


Lo Stato Islamico è così, spietato nei confronti degli oppositori e degli infedeli mentre nei confronti dei propri abitanti si comporta da madre premurosa. L’obiettivo è costruire una nazione abitata da “veri” musulmani che arrivano da ogni parte del mondo governata dalla più stretta legge islamica.
Perseguendo questo obiettivo ISIS ha messo in atto una serie di politiche di welfare da far invidia a uno stato scandinavo.


al-Homsi spiega: “Non è solo combattimento, ci sono le istituzioni, ci sono i civili di cui lo stato si fa carico e ci sono grandi territori. Lo stato deve aiutare gli immigranti a sposarsi. Queste sono le componenti di uno stato e quest’ultimo deve pensare ai propri abitanti”.


A Raqqa le case di lusso che appartenevano agli ufficiali di Assad sono state prese dai leader di ISIS, i supermercati sono sempre pieni e ci sono una infinità di internet café. La città è stabile, non è come nelle aree rurali che il gruppo controlla” ha spiegato un attivista anti-ISIS che vive a Raqqa a AP.


I combattenti stranieri ricevono 500 dollari per aiutarli a mettere in piedi una famiglia, al-Homsi ha ricevuto 1.500 dollari perché sua moglie è un dottore e parla quattro lingue. al-Homsi era uno specialista informatico e proprio su internet ha trovato quella che sarebbe diventata sua moglie, la quale apprezzava i suoi post a sostegno del califfato.


Dopo essersi messi in contatto con la ragazza al-Homsi ha scoperto che il fratello di quest’ultima era in Siria a combattere per ISIS e lui lo ha raggiunto per chiedere la mano della sorella.
La novella fidanzata ha viaggiato dalla Tunisia all’Algeria, poi in Turchia e infine è entrata nel territorio controllato dal califfato dove è stata presa in consegna dalla forza di polizia femminile dell’ISIS e alloggiata all’interno dell’ostello ricavato nella caserma fino a quando è stata raggiunta dal al-Homsi, originario appunto di Homs, a 250 Km da Raqqa.


Quando il ragazzo è arrivato si è subito proceduto al matrimonio e dopo qualche giorno passato in viaggio di nozze nella capitale attraversata dall’Eufrate la coppia è tornata nella zona di Homs dove l’uomo è stato assegnato al combattimento contro le truppe di Assad. Nella zona di combattimento al-Homsi ha usato il bonus per costruirsi una casa e ora ha iniziato a procreare dato che il califfato riconosce un bonus di 400 dollari per bambino. A parte i bonus ISIS provvede alla coppia con uno stipendio di 50 dollari a testa al mese oltre a una cifra che gli è corrisposta per la sua uniforme, i suoi vestiti, i detersivi e il cibo di circa 65 dollari.

Il labirinto più grande del mondo è di Franco Maria Ricci, in Italia

Dedalo ed Icaro, secondo la mitologia greca, ne uscirono volando; all’interno venne rinchiuso il mostruoso Minotauro che si cibava di carne umana – stiamo parlando del labirinto, il luogo magico che rende facile l’entrata e difficile l’uscita.
Era nei sogni di Franco Maria Ricci da 20 anni ed ora è diventato realtà. L’editore e designer parmigiano ha realizzato l’opera a Fontanellato, nella pianura padana parmense, sette ettari di terra trasformati nel labirinto più grande del mondo. Un luogo incantato, in cui favola e mito si mescolano, oggi sarà percorribile dal 29 maggio 2015, tra fitte siepi e canne di bambù e tra gli spazi culturali che ospiteranno la collezione d’arte del realizzatore: 500 opere tra pitture e sculture dal 500 al 900, volumi di Giambattista Bodoni, l’intera produzione di Alberto Tallone e quella di Franco Maria Ricci.

Oltre all’imponente parco, sale da concerto e da cerimonie e una cappella – ça va sans dire – a forma di piramide.

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“Da sempre i labirinti mi affascinano” – ha spiegato Ricci – “Sognai per la prima volta di costruire un labirinto circa venti anni fa, nel periodo in cui, a più riprese, ebbi ospite, nella mia casa di campagna vicino a Parma, un amico, oltreché collaboratore importantissimo della casa editrice che avevo fondato: lo scrittore argentino Jorge Luis Borges. Credo che guardandolo, e parlando con lui degli strani percorsi degli uomini, si sia formato il primo embrione del progetto che oggi presento”.

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A differenza di Minosse, Franco Maria Ricci sogna un luogo dove tutti possono perdersi per poi ritrovarsi, un luogo non pericoloso, un giardino dove poter chiacchierare immersi in un’atmosfera fiabesca. Un labirinto dove le cose accadono e nessuno può fermarle, dove nascono coppie, nuovi amori, racconti, dove l’imprevedibilità fa da padrona.

L’inaugurazione delle sale espositive è prevista per il 28 maggio insieme alla mostra “Arte e Follia” curata da Vittorio Sgarbi, dedicata ai pittori padani Antonio Ligabue e Pietro Ghizzardi.

Non la si può perdere se ci si vuole perdere in un labirinto.

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MATTEO TOSI RITRATTO DI UN ATTORE IN CRESCITA

Matteo Tosi attore, gentile, grande educazione, dieta ferrea, anzi vegano, seduti in un bar a Trastevere, mentre io tracanno uno spritz e mangio patatine, lui ordina con manierata gentilezza solo un cafè.

Mi parla dei suoi progetti, delle sue sceneggiature e della sua grande passione per la recitazione e il teatro.

Al grande pubblico è noto per aver partecipato alla soap opera Incantesimo , ma Matteo Tosi ha fatto anche cinema e ha studiato recitazione all’actors studios che è il tempio assoluto della recitazione . Dal questionario Proust emerge il ritratto di un ragazzo determinato e preciso che sa bene quel che vuole!



MATTEO TOSI RITRATTO DI UN ATTORE IN CRESCITA

Il tratto principale del tuo carattere.

E’ difficile da stabilire ma oggi credo di poter tranquillamente dire, senza peccare di presunzione, che sia la generosità.


La qualità che ammiri in un uomo.

La determinazione unita alla sensibilità.


La qualità che ammiri in una donna.

Il fascino dell’intelligenza.


Quel che apprezzi di più nei tuoi amici.

La lealtà. Un amico non ti deve tradire mai.


Il tuo principale difetto.

Mi fido troppo delle persone. Talvolta prendo delle “cantonate” pesanti.


La tua occupazione preferita.

Oziare. Viaggiare. Stare sul set. Vivere!


Il tuo sogno di felicità.

Il benessere fisico. Sono felice quando sto bene, un ipocondriaco è cosi.


Quale sarebbe, per te, la più grande disgrazia.

La malattia mia e delle persone che amo.


Quel che vorresti essere.

Non so esattamente cosa, ma vorrei poter viaggiare nel tempo e nello spazio.


Il paese dove vorresti vivere.

Dove esiste meritocrazia e rispetto. In ogni caso in un paese caldo, al mare.


Il colore che preferisci.

Tutti. Ogni colore esprime una precisa energia.


Il fiore che ami.

La rosa. La mia città è la città delle rose. Rovigo.


L’uccello che preferisci.

La rondine. E’ un ricordo di bambino, nidificavano sotto il tetto di casa mia.


I tuoi autori preferiti in prosa.

Pirandello e Ibsen come autore drammatico.


I tuoi poeti preferiti.

Baudelaire e Alda Merini.


I tuoi eroi nella finzione.

Mi viene in mente Billy Elliot. Il sogno contro il pregiudizio.


Le tue eroine preferite nella finzione.

Giulietta di Shakespeare. L’eroina dell’amore assoluto.


I tuoi compositori preferiti.

Bach, Vivaldi e Mozart. Tra i contemporanei Max Richter.


I tuoi pittori preferiti.

Caravaggio, Giotto, Leonardo e Michelangelo.


I tuoi eroi nella vita reale.

Mio padre e mia madre.


Le tue eroine nella storia.

Madre Teresa.


I tuoi nomi preferiti.

Il mio. Matteo significa “dono di Dio”.


Quel che detesti più di tutto.

La maleducazione e l’ingratitudine. Mi danno molto fastidio.


Quel che c’è di brutto in te.

Il mio profilo non proprio greco, e talvolta la mia impulsività


I personaggi storici che disprezzi di più.

Tutti coloro che hanno con l’inganno del potere, negato la libertà agli uomini.


Il dono di natura che vorresti avere.

Talvolta vorrei essere meno diplomatico.


Lo stato attuale del tuo animo.

Il tumulto. La serenità è un’aspirazione.


Le colpe che t’ispirano maggiore indulgenza.

Quelle che comprendo, ad esempio rubare per necessità.


Il tuo motto.

Non permettere alla paura di impossessarsi della tua vita.


Come vorresti morire.

Nel sonno. Passare dalle mani di Orfeo alle mani di Dio.


http://www.matteotosi.net/

EXPO 2015: Viaggio statistico intorno al cibo

La statistica è una tecnica e un metodo per indagare i fenomeni collettivi o di massa, quelli che si possono misurare in base a molte osservazioni. In modo particolare si usano gli strumenti matematici e il calcolo delle probabilità, per studiare i fenomeni demografici e sociali. Oggi la statistica è una vera scienza che studia, in base a metodi matematici, fenomeni collettivi di carattere variabile.

Lo studio dei fenomeni collettivi mette in luce relazioni, regolarità, leggi che non erano inizialmente previste e forse nemmeno intuite.


La misura dei fenomeni può avere come oggetto: l’intensità di un fenomeno, le relazioni fra le intensità di due o più fenomeni, la distribuzione di un fenomeno su un territorio o su una fascia sociale, le relazioni fra le distribuzioni di due fenomeni, le relazioni fra le singole modalità delle distribuzioni di due fenomeni.

Il campo di applicazione della statistica è enorme. Basti pensare alla statistica demografica, che studia lo stato e il movimento naturale e sociale della popolazione, i censimenti, le cause di mortalità, le malattie sociali, i fenomeni migratori, la nuzialità, la natalità, le dinamiche di una singola popolazione e così via.


Nel campo che qui ci interessa, cioè il rapporto con il cibo, ogni giorno i mass media ci informano di alcune varianti e di alcune costanti nelle statistiche mondiali. Ecco alcuni degli ultimi dati, elaborati dalle Nazioni Unite e in particolare dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), dal World Food Programme (WFP) e dall’United Nations International Children’s Emergency Fund (UNICEF), osservatorio privilegiato sulla realtà dell’infanzia.

Ogni anno nel mondo muoiono di fame da 5 a 20 milioni di persone, di cui la maggior parte sono bambini. La fame deriva dal fatto di non disporre della quantità sufficiente di generi alimentari per soddisfare i bisogni nutrizionali.


I segni più evidenti della sottoalimentazione sono la perdita di peso negli adulti e la mancanza di sviluppo nei bambini. Oltre ai morti, grandissimo è il numero di persone che si ammalano per l’indebolimento del sistema immunitario: perciò l’organismo colpito non è in grado di reagire a una serie di infezioni.

I dati dell’OMS indicano che circa 1 miliardo e 300 milioni di persone, cioè statisticamente 1/3 della popolazione mondiale, viaggia verso le 1.500 calorie al giorno. Di queste il 30%, cioè 500 milioni, ha meno di 1.500 calorie.

Il problema più grande, però, consiste nel fatto che circa la metà dei cereali prodotti sulla terra vengono consumati in Occidente, non solo come alimento degli uomini ma anche per gli animali. Con la sola quantità di cereali che gli Stati Uniti e la Russia destinano al bestiame, si potrebbero nutrire un miliardo di persone.


Molte sono le cause che ostacolano o impediscono l’accesso di tanti uomini e donne all’alimentazione: il clima non sempre favorevole, l’arretratezza delle tecniche agricole, la squilibrata distribuzione delle risorse naturali nel mondo, l’instabilità politica di tanti paesi. Va notato che, sempre secondo i dati statistici dell’ONU, le carestie e le guerre provocano solo il 10% delle morti rispetto alla fame, anche se non se ne parla molto nei mezzi di comunicazione.

Molti popoli sono ancora colpiti dalla piaga della fame. È soprattutto il continente africano a essere interessato: lì si soffre una povertà praticamente cronica e molte volte gli aiuti inviati dai paesi progrediti non sono riusciti a produrre effetti di lunga durata. Basti pensare che tre anni fa, su quasi 3 milioni di persone morte per AIDS, il 79% erano africani. Il Corno d’Africa è stato definito «il cuore della disperazione», perché l’80% dei suoi abitanti soffre di gravi malattie legate alla malnutrizione e i bambini perdono i capelli, le unghie e anche il primo strato di pelle.


Sono quasi 1 miliardo le persone che soffrono la fame.


Nel 2001 il WFP ha presentato un rapporto in base al quale si afferma che nel mondo c’è cibo a sufficienza per l’intera popolazione del pianeta. Si tratta, dunque, di mettersi con impegno non tanto nella produzione degli alimenti ma nella loro distribuzione. Bisogna, perciò, sviluppare l’agricoltura nelle zone più povere, proteggere l’economie rurali, introdurre tecnologie agricole più moderne, organizzare centri di allevamento di bestiame, liberare i paesi poveri dall’indebitamento, correggere i cattivi effetti della globalizzazione (specialmente la caduta dei prezzi dei prodotti agricoli, la diffusione incontrollata delle colture industriali volute dai gruppi economici più forti).

Come si diceva prima, sono soprattutto i bambini le vittime di questo «sterminio per fame». L’UNICEF ha calcolato che ogni anno 11 milioni di bambini muoiono per cause facilmente prevedibili, mentre molti altri sono colpiti dalla miseria fin dalla nascita e sono costretti a lavorare in condizioni assolutamente disumane: bambini-soldato, vittime di sfruttamento sessuale e forse anche di trapianti abusivi di organi. Oltre 600 milioni, sotto i 5 anni, devono sopravvivere con meno di 1 dollaro al giorno; 200 milioni sono affetti da rachitismo per malnutrizione; 110 milioni non vanno a scuola; 170 milioni sono sottopeso; 2 milioni muoiono per malattie legati al consumo di acqua non potabile; ogni minuto 6 ragazzi sotto i 25 anni vengono infettati dall’HIV.


Più di 1 miliardo di persone continua a non avere accesso all’acqua potabile e 1/3 della popolazione mondiale non dispone di servizi igienici, soprattutto in Cina, Congo, Etiopia, India.


Certamente dei passi avanti sono stati compiuti. Le statistiche ONU, infatti, ci informano che:

· nel 1980 i morti per fame furono 41 milioni;

· nel 1990 furono 35 milioni;

· nel 2000 furono 24 milioni.

Molto, dunque, si potrà e si dovrà fare anche in futuro.

Purtroppo alcune statistiche evidenziano la grande diseguaglianza che continua a regnare nel mondo:

· 9 miliardi di euro: la cifra necessaria per garantire acqua potabile e impianti sanitari in tutto il mondo;

· 11 miliardi di euro: cifra spesa in Europa nel mercato del gelato;

· 13 miliardi di euro: cifra necessaria per garantire condizioni di salute e alimentazione in tutto il mondo;

· 17 miliardi di euro: cifra spesa in Europa e Stati Uniti per gli animali domestici.


Questi dati mettono in risalto che il problema dell’accesso al cibo non è tanto una questione economica ma culturale e politica.

Cinema, politica, nazione, ma che grande confusione!

Dopo la sbornia degli infausti pronostici adesso, senza nessuno dei tre tenori premiato a Cannes, giornali e tv recriminano scioccamente sullo chauvinismo francese e sulla nostra debolezza politica a Cannes. Ma il punto è un altro: se fai un film che poteva esser fatto uguale dieci anni fa (così commenta il film di Moretti Rossy De Palma, l’unica italianofila tra i giurati), o vuoi far l’americano con gli effetti speciali, i grandi attori affermati e la sontuosa fotografia come Sorrentino e Garrone, a Cannes dove si premiano linguaggi e messe in scena che sappiano di novità e storie ispirate alla giustizia e all’umana dignità, i tuoi film non entrano nemmeno in discussione.




Nei giorni che hanno preceduto e accompagnato il Festival del cinema di Cannes, quando su troppi giornali e in troppi programmi televisivi italiani è partita la grancassa a sostegno dei nostri tre registi in gara – tre come i celeberrimi e un po’ sfatti (musicalmente) tenori di qualche anno fa, tre come gli iterati annunci delle locandine d’avanspettacolo – e la grancassa pubblicitaria ha dato vita a conferenze stampa congiunte dei tre candidati tra di loro abbracciati per il piacere dei fotografi e delle corti giornalistiche acclamanti, osannanti i loro prodotti e loro medesimi come li meglio fichi del nostro cinematografico bigoncio, ed era tutta una corsa a sprecare panegirici conditi con le più rosee, incoscienti e roboanti previsioni circa l’imminente trionfo della nostra nazionale registica – “Sono ben tre, almeno uno vincerà” -, ho avvertito prima un prurito fastidioso poi un’incontrollabile allergia e un riflesso refrattario all’unisono richiamo della patria infine un sincero disgusto di questa riciclata mescolanza tra arte e nazione. Così, presagendo il peggio – che tra l’altro, onestamente, non è detto che il peggio sia quel che è poi capitato – mi sono pudicamente e scaramanticamente toccato ripensando alla vigilia dell’ultimo mondiale di calcio e alle sesquipedali scemenze sulla presunta eccellenza e la superiorità tattica della squadretta di Cesare Prandelli. A chiacchiere vinciamo sempre.

Quando il cinema italiano è stato grande – e lo è stato davvero per almeno tre decenni – non ha mai confuso l’arte dei suoi autori con il prestigio della nazione e le manovre politiche. Semmai la politica nostrana la metteva alla berlina non la invocava per vincere un premio come – spero abusivamente – oggi il Corriere della sera fa dire a Paolo Sorrentino, il quale, peraltro, rivendica di aver di premi fatto indigestione, Oscar compreso e della patria assente si consola con il mercato, anzi, il botteghino. E quando Moretti ha vinto a Cannes, e ha vinto spesso, non credo proprio sia stato grazie a Silvio Berlusconi allora all’apogeo del suo potere e perciò schifato come Il caimano.


Semmai il punto è un altro: se fai un film che poteva esser fatto uguale dieci anni fa (così commenta il film di Moretti Rossy De Palma, l’unica italianofila tra i giurati), o vuoi far l’americano con gli effetti speciali, i grandi attori affermati e la sontuosa fotografia come Sorrentino e Garrone, a Cannes dove si premiano linguaggi e messe in scena che sappiano di novità e storie ispirate alla giustizia e all’umana dignità, i tuoi film non entrano nemmeno in discussione.


Il nostro grande cinema, si faceva scrupolo e vanto di rappresentare anche la nostra mediocrità, i nostri buffi o tragici vizi e difetti e la pochezza autentica più della bellezza evasiva e posticcia, il sobrio eroismo dei poveri con i propri poveri mezzi, non la magniloquenza al servizio di un pallido intimismo o della fuga in bizzarre fantasmagorie.


Perciò, dopo tanto fracasso, non mi hanno sorpreso né il risultato né i commenti amari dei giornali che, in coerenza con gli infausti pronostici di vittoria, hanno poi straparlato, nientemeno!, di “disfatta italiana” e di iniquo tributo di premi elargiti da giurati di molte nazionalità – “ma non c’era tra loro neanche un italiano !” – alla ospitante nazione francese e alla sua mai sazia brama di grandeur.


I più facinorosi tra i gazzettieri e gli improvvisati conduttori di “speciali” servizi tv accreditati a Cannes hanno pure insinuato il sospetto che responsabile della nuova Caporetto italiana sia stata l’insipienza delle nostre case di produzione inette a imbastire, pro patria italica, una sana azione di lobbying – e perché non anche di “mobbing” già che c’erano? – evidentemente ignari che almeno alcune delle fabbriche cinematografare dei nostri film erano straniere, stranierissime, o persuasi che una statuetta a Cannes si estorca come il pizzo a Palermo.


Non paghi di aver frainteso un festival del cinema trattandolo come un torneo tra nazioni e i suoi artisti protagonisti come atleti di un qualche sport agonistico, giornali e televisioni nostrani, al brusco risveglio del giorno dopo, non sapendo come uscire dal pasticcio in cui si erano cacciati da se soli, come prima già brindavano alla vittoria agognata così poi hanno recriminato sulla sconfitta impartita. E per coerenza han dato la colpa all’arroganza degli odiati cugini francesi, quelli stessi che alla vigilia blandivano, memori dei premi tante volte assegnati aux italiens – “l’avete già fatto dunque lo potete rifare” – e immemori che a presiedere la giuria, questa volta, sedessero due illustri fratelli – i Cohen – maestri del cinema americano e non oltranzisti cinefili di qualche école d’oltralpe.


Dio che pena, che confusione, che provinciale ostinazione nell’equivocare la propria personale stupidità con la malvagia cospirazione straniera. Sembra di sentirle le nostre comari: “Ma come, tre italiani in lizza e nessuno premiato e invece ‘sti francesi a chi l’hanno dati i premi? A uno di loro e poi a un ungherese e persino a un, come si dice ? a un taiwanita, roba da non crederci …”

Perché l’esercito iracheno è incapace di contrastare l’ISIS

Gli americani stanno perdendo la pazienza con l’esercito americano, la caduta di Ramadi è l’ennesima dimostrazione di come l’esercito iracheno sia fallimentare. Gli iracheni a Ramadi erano in vantaggio per uomini, equipaggiamento e posizione e nonostante questo non sono riusciti a difendere la città. Il Segretario della Difesa Ashton Carter ha dichiarato: “Questo mi dice, come penso a tutti noi, che abbiamo un problema con la volontà degli iracheni di combattere l’ISIS e di difendersi”.


Il pensiero è condiviso anche dal presidente Obama, il quale ha sottolineato come non sia dovere americano combattere le battaglie degli iracheni se quest’ultimi non hanno la volontà di combattere le proprie guerre. Obama ha tutte le ragioni per essere critico, gli statunitensi hanno speso un piccolo capitale nell’addestramento e armamento dell’esercito iracheno prima dell’inizio del ritiro delle truppe del 2011. Ad oggi gli americani sono in Iraq, in teoria, solo per addestrare le forze armate irachene.


L’esercito iracheno ha un numero così alto di diserzioni che non è possibile stabilire quanti soldati siano in servizio, i numeri variano da 50.000 a 140.000. Mosul, la seconda città irachena per grandezza, è stata persa nonostante la schiacciante supremazia dell’esercito regolare, Tikrit, uno dei pochi successi, è ancora vuota tre mesi dopo la riconquista.


Come è possibile che si sia venuta a creare una situazione tanto drammatica? L’esercito di Saddam era uno dei più organizzati della regione, in grado di sostenere una lunga guerra con un potenza regionale come l’Iran, cosa è successo?
Probabilmente i problemi sono iniziati quando Bush decise di smantellare completamente l’esercito di Saddam Hussein con l’intento di liberarsi di tutti gli ufficiali collegati con l’esercito del regime. Il risultato è stato di lasciare migliaia di soldati arrabbiati e senza lavoro che oltre a creare un danno all’esercito iracheno sono andati a creare la colonna vertebrale dell’esercito di ISIS. Una colonna vertebrale molto motivata per ben due motivi: hanno perso il lavoro a causa degli americani e l’uomo messo al governo dagli americani ha fatto di tutto per ghettizzarli.


Nouri al-Maliki ha notoriamente preferito nei ruoli di comando sciiti (la maggioranza in Iraq) al contrario di Saddam, il quale essendo sunnita metteva solo sunniti al potere. Sotto il governo al-Maliki la corruzione era imperante, esistevano “battaglioni fantasma” che avevano dei salari ma non erano mai in servizio.


A tutti questi fattori va aggiunto che l’Iraq come nazione non esiste più dalla caduta di Saddam. Il Kurdistan è, praticamente, a tutti gli effetti una nazione con tanto di esercito, i sunniti vivono in territori controllati dall’ISIS, quello che rimane del governo sciita centrale lavora in stretto contatto con l’Iran. L’esercito iracheno non è la causa dei problemi dell’Iraq piuttosto ne è un riflesso.

Youth, La giovinezza di Paolo Sorrentino – una giovinezza perduta.

Il teatro dove si svolge l’opera di Sorrentino è un lussuoso albergo tra le montagne svizzere, Schatzalp Hotel di Davos, lo stesso che fu caro a Thomas Mann in “La montagna incantata”.

Un direttore d’orchestra in pensione, le macchie scure sotto gli occhi, lo sguardo malinconico, l’abito demodè dal tessuto troppo pesante, un uomo che fa i conti con il passato: il protagonista intorno a cui ruotano altre storie di altri esseri umani.

Le chiacchiere con l’amico anziano, regista di successo ormai scevro d’ispirazione, girano intorno a domande amletiche “Quante volte hai pisciato oggi?” e risposte kafkiane “Quattro gocce, per due volte” – battute che in sala destano allegria tra le coetanee 70enni (forse arrendevoli al loro imminente destino) e tristezza nei più “young”.

Sorrentino vuole stupire con effetti speciali, vuole sbalordire, far sognare e sceglie, vincendo, la direzione alla fotografia di Bigazzi, ma questo non basta, nonostante le cantanti che allietano gli ospiti dell’albergo con deliziose melodie nella notte, volteggiando come dei carillon, nonostante le sfumature delle bolle di sapone, la cui vita dura un soffio, nonostante i primi piani soffocanti, a sottolineare le rughe, il tempo che passa…
Sorrentino fa della poeticità una popolare smorfia, pare che stia prendendo la strada giusta, ma poi manca di concretezza, mancano i dialoghi che sfociano in banalità da “bacio Perugina”, manca il senso della realtà – a partire da un prosaico Maradona appesantito nel fisico, fino all’interpretazione hitleriana di un attore alla ricerca di sé.

d

La rappresentazione dei cliché che vengono scardinati – come una “Miss Universo” interpretata da Madalina Ghenea, la bella che dovrebbe essere per forza stupida e invece si rivela intelligente e pensante – è debole. Un’apparizione che forse ricorderemo solo nel suo lato B come mamma l’ha fatto.

c

Interessanti ma senza forza le scene oniriche di una Venezia inondata che lascia spazio alla sola passerella dove Miss Universo sfila con tanto di corona in testa; di uno scenario da video-clip in cui la “pop-star” – il lavoro più osceno del mondo ansima una canzoncina trasformandosi in un prodotto astratto e sulfureo. La presenza di questa pop-star (la donna brava a letto) per lo meno viene giustificata da accenti di ironia padre-figlia:

“perché mi ha lasciato mio marito? cos’ha lei che io non ho?”
“Non posso dirlo, non ricordo, forse lo ha detto, ma accennato”
“Se non me lo dici mi metto a urlare, sei mio padre, devi dirmelo”
“Ok, è brava a letto”
“Beh, potevi anche non dirmelo!”


Stiamo parlando ancora di tanti ingredienti che insieme non riescono a comporre un piatto equilibrato, anche se forzatamente creativo. Sorrentino tenta il surrealismo di Fellini (negli accenni onirici) e un’estremismo jodorowskiano (nella scelta forte dei colori e dei personaggi/comparse) ma manca qualcosa, è un non-sense senza “sense”.

Purtroppo la retorica prende il sopravvento, o forse la vita è essa stessa retorica, tutte le vite si somigliano, per tutti la “leggerezza è perversione ed irresistibile tentazione“, tutti sono “vulnerabili come le monarchie – basta eliminare una persona e tutto cambia, come nei matrimoni“. Dialoghi con frasi a effetto ma vacui, vuoti, come la sensazione del regista perso quando si suicida buttandosi dal teatro dell’albergo. Banale, non sei la Woolf.

Caine e Keitel due vecchietti da cui fuoriesce più tenerezza che stima, uno apatico al punto da rifiutare di suonare per la Regina Elisabetta, l’altro narciso al punto che al primo rifiuto della sua attrice-musa di partecipare al suo film/testamento decide di togliersi la vita.

Sorrentino ci lascia con un’altra frase “La vita va avanti anche senza questa stronzata del cinema!” – e a me spiace dirlo ma credo che anch’io andrò avanti anche senza questa finta-giovinezza! Peccato.

EXPO 2015: Viaggio economico e giuridico intorno al cibo

L’alimentazione è una necessità fisiologica fondamentale. Perciò, oltre al profilo individuale, il regime alimentare di un popolo è indice del suo livello economico.

Il fabbisogno alimentare viene espresso in calorie e varia a seconda dell’età, del peso, del sesso, della salute, del lavoro, del clima, del metabolismo e delle abitudini alimentari. La caloria è l’unità usata per indicare il contenuto energetico dei vari alimenti e il fabbisogno energetico dell’organismo umano per mantenere il suo bilancio organico. In genere il fabbisogno energetico essenziale per un adulto si calcola in duemila calorie al giorno.


Sul problema fisiologico si innesta quello economico.

Le voci principali per definire un progetto di politica economica sono:

a. le risorse naturali di un territorio: i prodotti forniti dal suolo sono sufficienti per gli abitanti anche in vista del futuro; oppure bisognerà far ricorso ad accordi internazionali, rapporti con i mercati esteri a volte anche per delle convenienze più che veri e propri bisogni;

b. la sua posizione geografica;

c. l’economia agricola e industriale;

d. la demografia;

e. eventi straordinari: carestie, terremoti, …


C’è un aumento complessivo di generi alimentari molto intenso dopo la II Guerra Mondiale. Il patrimonio zootecnico si arricchisce e la produzione di carne raggiunge delle cifre mai viste prima. Forte è l’incremento dei consumi, nonostante alcune crisi ricorrenti, al punto che s’incomincia a parlare di “consumismo” come una nuova ideologia, che sostituisce sia il capitalismo sia soprattutto il comunismo.

Sotto l’aspetto economico è molto importante l’industria alimentare, cioè la trasformazione dei prodotti naturali in generi di consumo più o meno immediato. Le materie prime vengono trasformate in prodotti ormai con criteri industriali, sia utilizzando le macchine che organizzando tutte le fasi del processo. Vediamo così sorgere e svilupparsi industrie interessate a:


a. cereali: la produzione della farina, la pastificazione, il riso, i dolci;

b. latte e derivati: industria del latte, conservazione, produzione di latte in polvere, industria casearia, formaggi, creme, yogurt;

c. materie grasse di origine animale e vegetale: burro, olio d’oliva e di semi;

d. carni: insaccate, inscatolate, …;

e. pesce: conservazione per congelamento, essiccamento, sott’olio, ecc.;

f. prodotti ortofrutticoli: tutto l’ambito della frutta e degli ortaggi, i succhi di frutta, …;

g. vino e derivati: produzione di vini da pasto, vini speciali, aceto, grappa, prodotti alcolici;

h. zuccheri: estrazione dalla bietola, fabbrica di dolci, gelati, marmellate;

i. bevande: acque minerali, birra, aranciata, ecc.


In questo elenco, che potrebbe ancora continua, si nota comunque lo sforzo dell’industria di raggiungere due obiettivi principali: la riduzione dei costi e il consumo di massa.

Varie leggi sanitarie favoriscono la vigilanza sui generi alimentari, basandosi sui concetti fondamentali di lealtà commerciale e di pubblica incolumità. Leggi della macellazione, ad esempio, prevedono che l’abbattimento degli animali va fatto con determinati metodi, in luoghi adeguati ed evitando il più possibile la sofferenza degli animali stessi.

Le norme di legge tendono a evitare un’alimentazione nociva alla salute. Sono norme che proibiscono di contraffare e adulterare gli alimenti e disposizioni che prescrivono delle cautele. L’autorità pubblica ha il potere di ispezionare fabbriche, botteghe, negozi, di prelevare campioni per sottoporli ad analisi, procedere al sequestro e alla distruzione di merci. Controllo importante è quello di tipo doganale, allo scopo di evitare che siano introdotti nel territorio nazionale delle merci non compatibili con le norme d’igiene pubblica.


Un alimento è genuino quando corrisponde per natura, sostanza e qualità al nome sotto il quale è indicato. C’è una differenza tra alterazione e adulterazione degli alimenti: la prima è involontaria, la seconda di solito è intenzionale. Miscele e addizioni producono dei surrogati non sempre adeguati a una sana alimentazione.

Oggi c’è il grande tema degli organismi geneticamente modificati, sui quali è in atto un acceso dibattito.

Un altro argomento che interessa l’opinione pubblica è la gestione dell’acqua. È evidente che l’acqua è un bene essenziale alla vita, perciò ognuno ha diritto di accedere a essa: l’acqua è di tutti. Essa, però, a differenza della luce, se viene utilizzata da uno non è disponibile ad essere usata anche da altri. Inoltre, nel panorama mondiale di oggi, le risorse idriche subiscono un’utilizzazione sconosciuta nei secoli precedenti, a causa dell’accresciuto numero della popolazione, della densità degli agglomerati urbani, dell’emissione di gas che riscaldano l’ambiente e della deforestazione. Perciò la realizzazione concreta di esercitare il diritto all’acqua oggi appare problematico. L’ideale sarebbe la disponibilità effettiva per tutti. Ma assistiamo alla privatizzazione delle risorse idriche da parte d’imprese che operano per conseguire un profitto economico.

I tentativi di riforma si concentrano su alcuni punti: accorpamento dei servizi, tariffe che incoraggino gli investimenti, evitare il monopolio di una singola impresa, controllo da parte di un’istituzione indipendente. Siccome molti di questi passaggi sono affidati alle regioni, non tutte le aree sono organizzate allo stesso livello.


L’aspetto che maggiormente interessa le forze politiche, il dibattito parlamentare e l’opinione pubblica è quello dell’affidamento: si nota una tendenza alla liberalizzazione, cioè ad affidare la gestione delle risorse idriche ai privati; ma c’è anche una controtendenza che preferisce le aziende pubbliche. La competizione tra le varie industrie pubbliche o private dovrebbe avvenire non in base a principi astratti, ma sul concetto di efficienza: i requisiti del servizio, l’operatore più affidabile, vigilanza ed eventuali sanzioni.

C’è, tuttavia, una norma che è alla base di ogni ulteriore intervento legislativo. La norma è stata stabilita dall’ONU nel 2001 ed è un articolo del Patto Internazionale sui diritti economici, sociali e culturali: «Gli Stati parti del presente patto, riconoscendo il diritto fondamentale di ogni individuo alla libertà dalla fame, adotteranno, individualmente e attraverso la cooperazione internazionale, tutte le misure, e fra queste anche programmi concreti, che siano necessarie per assicurare un’equa distribuzione delle risorse alimentari mondiali in relazione ai bisogni».

nVidia MFAA antialiasing: la migliore alternativa a Supersampling e Multisampling

Durante la renderizzazione di una scena tridimensionale le schede video lavorano con triangoli e linee che per essere mostrati a schermo devono prima essere campionati (sampling). Il campionamento è un’operazione molto semplice: quando una linea attraversa più pixel, la GPU sceglie un punto all’interno di ciascuno di essi, valuta il colore associato all’area adiacente e in base a quello decide come colorare l’intero pixel. La colorazione dei pixel è ciò che consente al sistema di “dipingere” la scena sullo schermo. Il problema dell’aliasing  si genera nel momento in cui la GPU deve effettuare il campionamento su una linea non perfettamente verticale od orizzontale, e si manifesta soprattutto sui bordi degli oggetti tridimensionali, oppure nelle regioni di confine caratterizzate da repentini cambiamenti nella tonalità del colore. L’immagine sottostante presenta un chiaro esempio di aliasing:

 

aliased-image-me

 

Ma come si creano di preciso le scalettature? L’immagine che vediamo sullo schermo del nostro computer viene creata a partire da una griglia di pixel, il cui colore è determinato dalla GPU. Per semplicità assumiamo di voler tracciare una linea obliqua avendo a disposizione solo due colori, bianco per lo sfondo e nero per i poligoni. Se il campionamento è singolo la scelta è semplice: il pixel sarà tutto bianco, oppure tutto nero. Se invece il campionamento è multiplo, e quindi la GPU valuta più punti all’interno del pixel, il colore risultante avrà una gradazione intermedia tra il bianco e il nero. Nel primo caso si avrà un effetto di aliasing piuttosto evidente, mentre nel secondo le scalettature saranno meno accentuate. Intuitivamente comprendiamo subito che per limitare il problema dell’aliasing è necessario ricolorare i pixel effettuando il maggior numero possibile di campionamenti, in modo da rendere meno evidente la transizione tra un colore e l’altro. Proveremo ad illustrare meglio il concetto servendoci di alcune semplici immagini. Come già accennato il monitor del nostro computer può essere visto come una griglia suddivisa in quadrati di uguale dimensione, dove ciascun quadrato rappresenta un pixel. Cosa accade nel momento in cui proviamo a disegnare una linea obliqua?

 

griglia-1

 

griglia-2

 

Se la linea copre almeno il 50% del pixel la GPU colora l’intero quadrato di nero, in caso contrario lo colora di bianco. Come potete notare seguendo questo approccio la GPU non può fare a meno di disegnare una linea scalettata, che costituisce una rozza approssimazione della geometria di partenza. Ovviamente nel nostro esempio i pixel sono grandissimi, quindi il risultato finale è particolarmente accentuato! Sul monitor del vostro computer l’effetto non sarà mai così evidente, perché il risultato migliora con l’aumento della risoluzione (rappresentata dal numero di quadratini). Quello che ci serve ora è un metodo per prendere i pixel della prima immagine, che sono solo parzialmente colorati, e generare una transizione più morbida tra il nero e il bianco in modo tale che le scalettature siano meno evidenti.

 

griglia-3

 

griglia-4

 

griglia-5

 

Grazie alla nostra opera di “sfumatura” dei pixel il miglioramento tra la prima e la terza immagine è piuttosto netto, e se i pixel fossero più piccoli sarebbe ancor più marcato. Per ottenere questo risultato abbiamo “campionato” gruppi di pixel presi dal bordo della figura, ne abbiamo determinato il colore medio e successivamente abbiamo “sfumato” la colorazione dei gruppi di pixel al confine. Questo è a grandi linee il principio sul quale si fondano i filtri di antialiasing, studiati con il preciso scopo di eliminare le scalettature sui bordi degli oggetti renderizzati a schermo.

 

 

HARDWARE ANTIALIASING: SUPERSAMPLING (SSAA) E MULTISAMPLING (MSAA)
Ora sappiamo che l’aliasing può essere ridotto colorando in modo opportuno i pixel che delimitano il bordo degli oggetti. Ma come fa la GPU a determinare quali sono questi pixel? E una volta trovati, come fa a stabilire la gradazione di colore da assegnare? Nella pratica calcolare l’esatto numero di pixel che definiscono i bordi di un poligono potrebbe richiedere un tempo infinito, quindi occorre studiare degli algoritmi che agiscano in modo approssimato. La tecnica più semplice, ma anche la più dispendiosa in termini di risorse, è il Supersampling (SSAA). Assumiamo che il nostro monitor viaggi ad una risoluzione di 800×600 pixel. Se decidiamo di applicare 4 livelli di antialiasing con la tecnica supersampling, la nostra GPU deve renderizzare la scena al quadruplo della risoluzione originale (1600x1200p) creando quattro pixel per ogni pixel nativo, effettuare un downscaling a 800x600p e calcolare nel frattempo la media del colore di ogni quaterna di pixel così ottenuta, assegnandola ad un singolo quadrato.

 

subpixel-1

 

In realtà le GPU moderne non renderizzano tutta la scena al quadruplo della risoluzione, ma creano dei subpixel per ogni sample e lavorano su quelli. Immaginiamo allora che il quadrato qui sopra rappresenti un singolo pixel, suddiviso dalle linee rosse in quattro subpixel. Se la GPU sta applicando 4 livelli di SSAA, dopo aver creato quattro nuovi quadratini deve calcolare il colore dell’area che circonda ciascuno dei punti rossi posti al centro del rispettivo subpixel, trattandoli come se fossero pixel separati. Per ciascuno di questi subpixel la GPU deve poi campionare le informazioni relative alle texture, effettuare le operazioni di shading, controllare lo z-buffer e occuparsi della gestione delle luci, assegnando infine il colore. Questa tecnica elimina quasi del tutto le scalettature e aumenta significativamente la qualità dell’immagine, sia sui bordi che all’interno dei pixel, ma sfortunatamente si tratta di un procedimento molto dispendioso che mette a dura prova le risorse hardware a disposizione. Pur eliminando le scalettature, infatti, il SSAA costringe la GPU a sobbarcarsi il quadruplo del lavoro, e oltretutto rischia di saturare la VRAM a causa delle informazioni duplicate associate alle texture.

 

Per ovviare al problema delle prestazioni è stata creata una versione ottimizzata del Supersampling, chiamata Multisampling (MSAA). Riprendiamo ora l’esempio di SSAA illustrato in precedenza, ma questa volta cerchiamo di sfruttare le risorse in modo più intelligente, senza costringere la scheda video a renderizzare la scena ad una risoluzione superiore. Teniamo la suddivisione in subpixel, assicurandoci però che nella fase di campionamento ogni quadratino contenga le stesse informazioni sulle texture, sugli shader e sull’illuminazione, evitando costose duplicazioni.

 

subpixel-2

 

Inizialmente la GPU elabora le informazioni sulle texture ed esegue i calcoli sull’illuminazione come se non stesse applicando alcun algoritmo di antialiasing. Il campionamento è fissato al centro del pixel, che abbiamo indicato con un quadratino blu. Nel caso di MSAA a 4 livelli la scheda renderizza ancora ogni singolo subpixel all’interno del pixel, ma senza occuparsi ogni volta delle texture e degli shader. Questo consente al chip di mettere in cache tutti i dati – in modo tale da alleggerire il carico sulla VRAM – e di applicare l’antialiasing solamente ai bordi degli oggetti. Il valore dello z-buffer, che indica la profondità dell’oggetto da renderizzare, è comparato con ciascuno dei campionamenti effettuati sui subpixel: se sono tutti uguali, allora la GPU capisce di essere all’interno dell’oggetto e non interviene; se sono diversi, invece, capisce di trovarsi su uno dei bordi e procede alla rimozione delle scalettature.

 

msaa-vs-ssaa

 

Il risultato che otteniamo applicando il MSAA è qualitativamente inferiore rispetto a quello ottenuto con il SSAA, ma ha un impatto sulle prestazioni quattro volte più leggero. Ha però un difetto, ovvero quello di non intervenire sulle texture che ricoprono l’area all’interno dei poligoni renderizzati. Il problema diventa evidente soprattutto quando la GPU deve disegnare oggetti tridimensionali trasparenti (come grate, reti, fogliame, etc…) e può essere risolto solamente affiancando all’MSAA un filtro adattivo per l’antialiasing delle trasparenze, come illustrato nell’immagine sottostante:

 

TrAA-in-Modern-Games

 

 

ANTIALIASING IN POST-PROCESSING
Sebbene i filtri SSAA e MSAA riescano a limitare efficacemente il problema dell’aliasing, il loro costo in termini di risorse spesso è troppo elevato per la maggior parte delle GPU. Per questa ragione nVidia e AMD hanno elaborato nel tempo nuove strategie per eliminare le scalettature senza impattare eccessivamente sulle prestazioni. L’idea è quella di agire sulle immagini a livello software, quando la scena è già stata renderizzata dalla GPU, senza costringere il chip a lavorare costantemente sui subpixel.

 

nVidia Fast Approximate (FXAA): Invece di campionare i subpixel a livello hardware come fanno SSAA e MFAA, l’FXAA agisce via software in fase di post-processing. Per eliminare le scalettature il filtro FXAA analizza l’immagine già renderizzata e cerca di stabilire in modo approssimativo quali siano i bordi che necessitano di essere smussati. A differenza del Multisampling, l’FXAA interviene anche sugli artefatti che si generano all’interno dei pixel. Il suo costo in termini di risorse è ridottissimo, ma il risultato finale è qualitativamente inferiore rispetto a quello assicurato dai filtri hardware. Il problema risiede nel fatto che l’FXAA utilizza un effetto motion blur per smussare i bordi dei poligoni, che causa una forte sfocatura dell’immagine. Inoltre gli effetti dell’FXAA vengono quasi totalmente annullati quando gli elementi sono in movimento. Esiste un equivalente AMD chiamato MLAA (Morphological Antialiasing).

 

FXAA-nvidia

 

Enhanced Subpixel Morphological (SMAA): Questa tecnica di antialiasing è stata svuluppata da Crytek tra il 2011 e il 2012. L’SMAA elimina le scalettature adottando una tecnica ibrida che combina le caratteristiche di MSAA e SSAA con alcuni elementi tipici dei filtri post-processing. L’SMAA rappresenta attualmente il migliore connubio tra qualità e prestazioni, ma non tutti i giochi lo supportano e non può essere abilitato via hardware.

 

SMAA-nvidia

 

 

nVidia Temporal Antialiasing (TXAA): Introdotto per la prima volta con le GPU della famiglia Kepler (Geforce serie 600-700), l’antialiasing temporale è un filtro di post-processing che combina MSAA e FXAA. Il TXAA è particolarmente efficace nel risolvere i problemi relativi agli oggetti in movimento tipici del FXAA e ha un impatto ridottissimo sulle prestazioni, ma non è in grado di offrire lo stesso grado di qualità dei filtri più avanzati (SSAA, MSAA, SMAA).

 

TXAA-nvidia

 

 

NVIDIA MULTI-FRAME ANTIALIASING
Una delle innovazioni più importanti introdotte da nVidia con l’architettura Maxwell (GeForce serie 900) è l’MFAA, acronimo di Multi-Frame Sampled Antialiasing. L’MFAA è un nuovo algoritmo che garantisce la stessa qualità del MSAA-4X con un impatto sulle prestazioni dimezzato, paragonabile a quello del MSAA-2X. Come abbiamo spiegato in precedenza, il filtro MSAA a 4 livelli opera su quattro campionamenti (subpixel) per ogni singolo pixel, che preleva seguendo uno schema pre-programmato. L’MSAA agisce inoltre in una dimensione esclusivamente spaziale, ovvero non include nel campionamento alcun pixel appartenente ai frame precedenti. L’MFAA invece si comporta in modo diverso: all’inizio applica un filtro MSAA-2X operando su due campionamenti del frame ‘n’, dopodiché li raddoppia includendo altri due campionamenti del frame ‘n-1’ – per un totale di quattro campionamenti, che a differenza del MSAA possono essere raccolti seguendo uno schema casuale.

 

nvidia-mfaa-1

 

La nuova tecnologia di posizione del campione basata sulla RAM di Maxwell può ancora essere programmata con i motivi standard MSAA e TXAA, ma ora il driver o l’applicazione possono anche caricare nella RAM posizioni personalizzate che sono libere di variare da frame a frame, o persino nel contesto di un unico frame.

 

nvidia-mfaa-2

 

Ciascun campionamento è salvato in uno schema che indica il posizionamento dei singoli pixel, dopodiché l’algoritmo valuta le differenze tra i due frame adiacenti e applica un filtro TSF (Temporal Synthesis Filter). Il colore del pixel risultante viene poi determinato in funzione dei calcoli effettuati dal TSF. In sintesi, l’MFAA combina la tecnica di campionamento spaziale del MSAA a due livelli con quella di campionamento temporale del TXAA, ottenendo un risultato qualitativamente analogo a quello dei filtri hardware, però con un impatto sulle prestazioni molto simile a quello dei filtri di post-processing.

 

MFAA-comparo

 

L’approccio adottato da nVidia nella progettazione del suo Multi-Frame Sampled Antialiasing costuisce la perfetta sintesi delle tecniche di antialiasing avvicendatesi nell’ultimo decennio, e potrebbe rappresentare la soluzione definitiva per tutti quegli utenti che mirano ad ottenere la miglior resa grafica con un occhio di riguardo al portafogli. Per il momento sono pochissimi i giochi che supportano l’MFAA, ma in futuro le cose cambieranno e non è da escludere che nel giro di pochi anni potremmo assistere ad un definitivo abbandono delle tecniche di antialiasing basate esclusivamente su campionamento hardware. Per una valutazione più approfondita delle prestazioni del Multi-Frame Samplet Antialiasing vi rimandiamo a questo articolo di Tom’s Hardware.

 

FONTI: Hardware Luxx nVidia – Wikipedia – Tom’s Hardware

RENZO ARBORE, RITRATTO DI ARBORIANO AUTENTICO

Renzo Arbore è un fuoriclasse assoluto e non ha bisogno di presentazioni.
Nasce a Foggia ma la triste cittadina pugliese lo annoia presto, studia giurisprudenza a Napoli, la città del suo cuore, e una volta laureato si accorge di essere “troppo artista” per poter fare il magistrato o l’ avvocato.
Dei suoi studi giuridici però gli resta un certo rigore, una sua onestà di fondo, un senso autentico della giustizia.
Arriva a Roma con una cinquecento un pò scassata e subito in quel di via Veneto si accorgono che il foggiano alto magro e bello ha stoffa.
Le donne lo amano subito, Gabriella Ferri uno dei suoi primi amori romani è pazza di lui e cosi tra una canzone e l’altra e qualche whisky di troppo, si innamorano.
Non vi faro però il decalogo delle donne di Arbore occorrerebbero molte troppe pagine… , diciamo solo che a lui le donne piacciono molto…
Professionalmente l’unica cosa che possiamo dire è che Arbore ha inventato la televisione quella con la T maiuscola.

La storia della televisione e della radio italiana si può dividere in un prima e un dopo Arbore, un pò come con Cristo insomma e, come il buon Gesù, anche Arbore ha avuto i suoi buoni e bravi discepoli.
L’operazione di evangelizzazione continua incessantemente basti pensare a Roberto Benigni, che bravo si lo è, ma senza il Maestro mi dite dove andava?
Arbore è uno che ti insegna tutto, è generoso .
La musica è sempre stata la sua vita ma per un periodo si concede anche il lusso del cinema e fa Il pap’occhio e F.F.S.S. Cioè che mi hai portato a fare sopra Posillipo se non mi vuoi più bene?, considerati dei veri e propri cult movies.
Ironici, trasgressivi, intelligenti insomma “arboriani”, perché il nostro foggiano è diventato anche un aggettivo e non è roba da poco.
Quando si vuole significare qualcosa di chic, divertente, esuberante e lievemente trasgressivo si può dire “arboriano”.
Ma di cose Renzo c’è ne ha regalate tante…, fosse solo l’aggettivo…, i suoi programmi, basti solo citare Quelli della Notte e Indietro tutta , le canzoni napoletane , ma soprattutto la sua allegria, il suo buon umore contagioso, la sua naturale indole a pensare sempre per il meglio.
Il ragazzo è anche uno colto e informatissimo la mattina legge sempre almeno quattro giornali e talvolta ti fa pure l’interrogazione per capire se sei informata veramente.
Prima di rispondere al questionario Proust Arbore mi ha detto: stanotte ho fatto un bel sogno, si perché Arbore, anche se qualche anno c’ è l’ha, non ha mai smesso di sognare.

 

Il tratto principale del tuo carattere.
La gentilezza.

La qualità che ammiri in un uomo.
L’onesta intellettuale e il disinteresse.

I tuoi nomi preferiti.
Giacomo, Annamaria, Virginia.

La qualità che ammiri in una donna.
La grazia e il sex appeal.

Quel che apprezzi di più nei tuoi amici.
L’affetto che scaturisce dall’ amicizia sincera e non dall’ essere io famoso, non dai miei meriti acquisiti.

Il tuo principale difetto.
L’ansia .

La tua occupazione preferita.
Ascoltare musica e parlare di musica del passato.

Il tuo sogno di felicità.
Per me la felicità è legata alla serenità.

Quale sarebbe, per te, la più grande disgrazia.
La perdita delle persone care e tutto ciò che riguarda la mia salute.

Quel che vorresti essere.
Un padre affettuoso pieno di eredi.

Il paese dove vorresti vivere.
Roma, Italia.

Il colore che preferisci.
Rosso scarlatto.

Il fiore che ami.
L’ortensia.

L’uccello che preferisci.
Il cardellino.

I tuoi autori preferiti in prosa.
Mi piacciono i “raccantori” di vita vissuta, amo i grandi giornalisti Enzo Biagi, Giorgio Bocca, Eugenio Scalfari.

I tuoi poeti preferiti.
Gli autori della canzone napoletana Salvatore di Giacomo, ma anche De Gregori, un certo Modugno; sono degni quanto i grandi poeti.

I tuoi eroi.
Quelli che si costruiscono da soli.

I tuoi compositori preferiti.
Giuseppe Verdi , Johann Sebastian Bach Bach, Louis Armstrong e Charlie Parker, ed anche Battisti!

I tuoi pittori preferiti.
Salvator Dalì, Giuseppe De Nittis, Renato Guttuso che mi ha anche onorato della sua amicizia.

I tuoi eroi nella vita reale.
Ruggero Orlando, Totò.

Quel che detesti più di tutto.
La furbizia, “la paraculaggine”.

Quel che c’è di brutto in te.
La pigrizia e la paura per me e per il prossimo.

I personaggi storici che apprezzi di più.
Fiorella la Guardia primo sindaco di New York, era di Napoli. Guglielmo Marconi e Giuseppe Verdi.

L’impresa militare che ammiri di più.
La guerra di secessione degli Stati Uniti d’ America e quindi la creazione di una nazione.

La riforma che apprezzi di più.
La riforma contro il razzismo di Abramo Lincoln.

Il dono di natura che vorresti avere.
La prestanza fisica per fare anche sport.

Lo stato attuale del tuo animo.
Inquieto e dubbioso.

Le colpe che ti ispirano maggiore indulgenza.
Le colpe dovute alla solitudine degli uomini e alla fame.

Il tuo motto.
Mai mollare.

Come vorresti morire.
Cantando.

Perché Palmira è tanto importante per tutti

ISIS ha catturato Palmira e subito dalla città sono iniziati ad arrivare racconti del terrore, la televisione di stato siriana ha parlato di 400 morti in quattro giorni. Tutte le vittime sarebbero state giustiziate sommariamente. Tra le vittime ci sarebbero anche donne e bambini morti a causa di un presunto collaborazionismo con il regime di Assad. La maggior parte dei morti sarebbero impiegati statali. I corpi sarebbero stati lasciati a marcire mutilati per strada. Questi 400 morti si aggiungono agli almeno 300 soldati morti nella battaglia per la conquista della città sorta vicino alle rovine di Palmira.


I militanti dell’ISIS si sono precipitati all’interno del museo archeologico della città siriana appena entrati in città ma non hanno sottratto nulla, a quanto sembra. L’archeologo capo del dipartimento delle antichità di Damasco, Maamoun Abdulkarim, ha dichiarato che i militanti dell’ISIS hanno solo rotto delle repliche in gesso e hanno messo delle guardie all’ingresso.
Il museo era stato svuotato ha continuato Abdulkarim, i reperti più importanti sono stati mandati a Damasco. Sempre secondo l’archeologo capo i militanti ISIS non sono entrati all’interno dell’area archeologica a cielo aperto.


Perché Palmira è così importante? Palmira è un sito protetto dall’UNESCO, il quale a partire dal 2013 ha alzato il livello d’attenzione nei confronti della città siriana. Per l’UNESCO ancora prima dell’arrivo dell’ISIS le rovine della città erano a rischio a causa della situazione di caos che si è venuta a creare per la guerra civile.
Tutti hanno ancora impresse le immagini delle distruzioni compiute dai militanti dello Stato Islamico nel museo di Mosul per cui quando la notizia della conquista della città siriana da parte del califfato è arrivata, inesorabile, un brivido freddo è corso lungo la schiena di tutti gli amanti dell’arte e della cultura.


Palmira sorge all’interno di un oasi a 240 Km da Damasco. Nell’antichità doveva la sua importanza alla sua posizione, era un passaggio obbligato di molti carovanieri che viaggiavano verso Oriente e per i mercanti che arrivavano da Oriente in direzione di Roma. La città che originariamente si chiamava Tadmor (palma in aramaico, così come Palmyra significa palma in greco) è stata citata per la prima volta in alcune tavolette assire nel diciannovesimo secolo a.C. quindi sono quasi 4.000 anni che esiste come città. I romani la annetterono nel 19 d.C. e la città acquisì subito una grande importanza all’interno dell’impero grazie alla sua posizione commerciale strategica e sotto Tiberio costruì l’imponente tempio di Baal. Palmira divenne città libera e nel 268 Zenobia fondò il Regno di Palmira che conquistò gran parte del Medio Oriente e durò fino al 272 quando Aureliano riconquistò la città. Palmira rimase famosa e importante fino alla conquista araba nel 634 da parte di Khalid ibn al-Walid.


Nel 1751 le rovine furono visitate da una comitiva occidentale tra cui il disegnatore italiano Giovanni Battista Borra e il libro da loro pubblicato “Le Ruines de Palmyra, autrement dite Tadmor au dèsert” e Palmira divenne famosa in tutto il mondo, di nuovo.
L’estensione delle rovine la rende uno dei siti archeologici più importanti al mondo, assimilabile a Efeso per estensione e preservazione delle rovine. Il santuario di Baal, la via colonnata e il santuario di Nabu sono immagini molto famose in tutto il mondo.


Palmira ha una importanza anche puramente strategica dal punto di vista viario è collegato con molte grandi città sia in Siria che in Iraq oltre ad essere vicina a un aeroporto. La conquista della città. inoltre, pone delle domande sulla riuscita della strategia occidentale, in quanto Palmira è la prima città conquistata da ISIS mentre era direttamente difesa dall’esercito siriano quindi, nonostante l’opposizione dell’esercito di Assad, quella della coalizione occidentale ISIS continua ad avanzare.

I tre film italiani a Cannes e tutti i premi della 68/a edizione

Torna a casa con la bocca asciutta l’Italia, che al Festival di Cannes,giunto alla sua 68/a edizione, nonostante le grandi aspettative, non ha vinto alcun premio.


I nostri connazionali Paolo Sorrentino con “Youth – La giovinezza“, Matteo Garrone con “Il racconto dei racconti” e Nanni Moretti con “Mia Madre“, tornano a mani vuote dopo i già numerosi rumors che circolavano a Cannes, arrivati fino alla Moretti-mobile che ha attraversato il confine con la musa Margherita Buy perché quest’ultima ha paura di volare.

Timidamente autobiografico, il film di Moretti si divide tra vita e malattia, tra un set cinematografico e il senso di colpa della protagonista per non essere stata al capezzale della madre. Dopo il grande successo con “La grande bellezza“, vincitore dell’Oscar come miglior film straniero nel 2014, Paolo Sorrentino torna con un film dove le diverse età si scontrano e il senso del tempo che passa è il ritmo di sottofondo.
Altra scelta di stile, invece, per Matteo Garrone che sceglie la favola per inscenare le pulsioni umane, antiche, immutabili del genere.

Ma la Palma d’Oro va a Jacques Audiard, regista francese, che presenta “Dheepan“, la storia di un ex soldato Tamil, una donna e una bambina in fuga dalla guerra in Sri Lanka fino in Europa.

Molto fumo per l’Italia, ma questa volta niente arrosto!

TUTTI I PREMI

MIGLIOR REGIA – Il regista cinese Hou Hsiao-Xsien per The assassin.

MIGLIOR ATTRICE – Mara per Carol e Emmanuel Bercot per Mon Roi, ex aequo.

MIGLIOR SCENEGGIATURA – Michel Franco per Chronic.

PREMIO DELLA GIURIA – The Lobster del regista greco Yorgos Lanthimos.

MIGLIOR ATTORE – Vincent Lindon per La loi du marchè.

CAMERA D’OR – La tierra y la sombre del colombiano Cesar Augusto Acevedo.

GRAND PRIX SPECIALE DELLA GIURIA – Laszlo Nemes per Il figlio di SaulPALMA D’ORO – Jacques Audiard, con il film Dheepan

MIGLIOR REGIA – Il regista cinese Hou Hsiao-Xsien per The assassin.

MIGLIOR ATTRICE – Mara per Carol e Emmanuel Bercot per Mon Roi, ex aequo.

MIGLIOR SCENEGGIATURA – Michel Franco per Chronic.

PREMIO DELLA GIURIA – The Lobster del regista greco Yorgos Lanthimos.

MIGLIOR ATTORE – Vincent Lindon per La loi du marchè.

CAMERA D’OR – La tierra y la sombre del colombiano Cesar Augusto Acevedo.

GRAND PRIX SPECIALE DELLA GIURIA – Laszlo Nemes per Il figlio di Saul

YOKO ONO E I SUOI ANNI SESSANTA AL MOMA DI NEW YORK

Yoko Ono, nata a Tokyo il 18 febbraio del 1933, figlia di un ricco banchiere, è una di quelle artiste di cui tutti parlano ma di cui nessuno conosce veramente bene il lavoro.
Ammirata dalla critica odierna non ha sempre avuto unanimi consensi.
Una mostra al Moma di New York la celebra riportando in auge il lavoro artistico degli anni sessanta, si tratta di un’antologica che è una consacrazione della sua fase concettuale.
La sua biografia è abbastanza movimentata: dopo la seconda guerra mondiale si trasferisce con i propri genitori da Tokio a New York dove si sposa più volte e divorzia, prima di incontrare il grande amore della sua vita John Lennon.
Fu lui il primo a condividere ed apprezzare il talento artistico di Yoko Ono.
Si incontrarono per la prima volta nel 1966 a Londra all’Indica Gallery dove era in corso una mostra di Yoko Ono.


YOKO ONO E I SUOI ANNI SESSANTA  AL MOMA DI NEW YORK


Lennon rimase colpito dalle opere, in particolare c’era un’installazione con una scala davanti ad una tela nera e che per mezzo di specchietti faceva leggere la parola “Yes”, c’era anche una mela esposta con la targhetta “Mela” che costava di 200 sterline, John Lennon ne rimase stupito.
Lennon si divertì a giocare con Ono quando di fronte al suo rifiuto e a quello del gallerista di farle inserire un chiodo in un opera e di fronte alla richiesta di denaro da parte del gallerista , Lennon rispose:
“Ti darò 5 scellini immaginari se tu mi lasci inserire un chiodo immaginario”.
I due dopo quell’incontro iniziarono a frequentarsi, il loro fu senza dubbio un grande amore e un grande sodalizio spirituale .
La passione di Lennon per questa donna e l’incontro propria in una galleria d’arte dimostra quanto Lennon fosse oltre la cultura pop che lui rappresentava con la sua musica.
Dopo tre aborti, forse dovuti all’uso eccessivo di stupefacenti, il 9 ottobre del 1975 che era anche il compleanno di Lennon, Ono ebbe un figlio che chiamarono Sean.


YOKO ONO E I SUOI ANNI SESSANTA  AL MOMA DI NEW YORK


Il museo Moma gli dedica un’antologica che si concentra principalmente su i primi anni sessanta, quando l’artista comincia a sperimentare muovendosi tra arte concettuale, critica istituzionale, body art, performance.
La sua opera si pone in direzione non solo di un ascetismo come critica del presente ma anche come azione di protesta, atto rivoluzionario.
Portò, all’interno dell’opera d’arte, il concetto, divenuto ormai scontato, di interazione con lo spettatore.
Alcune delle sue opere si possono anche calpestare come per esempio Painting to be stepped on, del 1960.
Famosa fu la mostra non autorizzata al Moma , dove appunto la Ono entrò senza autorizzazione con la performance Museum of modern (f) art.
All’ingresso Ono mise un cartello che annunciava una sua mostra dove il pubblico era invitato a individuare le mosche che lei aveva liberato all’interno del museo.
La mostra si ferma agli anni sessanta ed è sempre di quegli anni è l’opera Touch Poem, poesie da toccare.
Talvolta sopravvalutata, di certo oggi unanimemente apprezzata dalla critica ufficiale, Yoko Ono, ricchissima e spregiudicata, si è potuta permettere il lusso di giocare a fare l’artista intercettando e rifacendo a suo modo tutto ciò che negli anni sessanta andava per la maggiore: il concettuale, la body art, le performance interattive.
Da allora non sembra abbia fatto grandi passi rimanendo legato il suo nome a quello di Lennon, la cui morte violenta ad opera della mano di un pazzo fanatico, ha contribuito a creare un’aura di grandezza intorno Yoko Ono, una mitologia, quella di Lennon e dei Beatles, di qui lei è, per quanto brava, debitrice.

YOKO ONO-ONE WOMAN SHOW 1960-1961. New York, Moma 8 www.moma.org)
Dal 17 maggio al 7 settembre.

IL SONNO E IL SOGNO NEL LIBRO LE POTENZE DEL SONNO DI JACQUELINE RISSET

Morire, dormire, nulla di più, e con un sonno dirsi che poniamo fine al cordoglio e alle infinite miserie naturale retaggio della carne, è soluzione da accogliere a mani giunte.
Morire, dormire, sognare forse: ma qui è l’ostacolo, quali sogni possano assalirci in quel sonno di morte quando siamo già sdipanati dal groviglio mortale, ci trattiene: è la remora questa che di tanto prolunga la vita ai nostri tormenti. (William Shakespeare)



Jacqueline Risset non c’è più , il sonno più lungo che si possa immaginare l’ha portata via.
Nata a Besançon nel 1936 è scomparsa nel 2014, è stata una critica letteraria , una poetessa ed una grande traduttrice che ha tradotto in francese , tra le tante opere, anche la Divina Commedia.
E’ stata allieva dell’École normale supérieure, docente di letteratura francese all’Università degli Studi Roma Tre dove ha diretto il Centro di Studi italo-francesi.
Tra i suoi tanti saggi e libri di poesia nel 2008 scrisse Le potenze del sonno, un libro dedicato al potere del sonno come fonte di continuo rimescolamento del desiderio umano.
L’oblio e l’abbandono dell’essere nel sonno, che è un segno nella vita della morte, è il tema del libro di Jacqueline Risset .

Il suo modo di scrivere è morbido e seducente, molto femminile.
Si tratta di un libro delicato e potente perché attraversa il tema del sonno e del suo potere rifacendosi al tema affascinante dell’abbandono .
Non dell’abbandono in senso transitivo cioè abbandono come essere abbandonati da qualcuno o abbandono come abbandonare qualcosa, ma abbandono nel senso assoluto , dell’essere in uno stato di abbandono , in uno stato di assoluta ricezione del proprio essere fuori dalle dinamiche possibili dell’essere con.
Scrive Risset:
L’umano, forse, è anche ciò che in un volto o in un corpo fa immaginare una possibile tendenza all’abbandono, alla seduzione. Amore e sonno: si può amare un insonne? Ciò che si ama in un volto, in un corpo, nei modi d’essere di un corpo, non è altro, forse, che quell’inclinazione visibile rivelata da minimi dettagli che, da un momento all’altro, condurrà al sonno-sensualità segreta, promessa d’abbandono.


IL SONNO E IL SOGNO NEL LIBRO LE POTENZE DEL SONNO DI JACQUELINE RISSET


L’essenza del sonno, l’abbandono dell’essere nell’oblio e nella dimenticanza di sé è la dimensione autentica dell’uomo.
Insomma al sonno e al suo presunto potere è dedicata l’indagine delicata e romanzata di Jacqueline Risset che scrive in una forma che somiglia a quella del diario personale .
Ma cos’è l’abbandono? molto vicino all’ex-istere, termine coniato da Jacques Lacan nel seminario Ancora, l’abbandono è un modo d’essere del femminile.
Di solito si pensa che ci si abbandona sempre a qualcosa o a qualcuno, infatti il termine implica un referente, abbandonare qualcuno, abbandonare un pensiero o abbandonarsi nella braccia di, abbandonarsi ai pensieri.
Jacques Lacan nel seminario Ancora insegna che vi è un abbandono che alcuni uomini, ma soprattutto donne sperimentano come estasi mistica.
L’abbandono al grande Altro e il godimento che ne deriva, sperimentato da alcuni mistici, è profondamente antisociale, assolutamente da non prescrivere come ricetta per il buon funzionamento degli assetti simbolici di una comunità.
Immaginiamo una vita di eterno abbandono, anche le favole non lo tollerano: la bella addormentata nel bosco, Aurora, attenderà il bacio del suo principe per ridestarsi alla vita e all’amore che nella favola pare essere l’unica ragione per la quale valga la pena svegliarsi.
Il libro della Risset induce a pensare l’impensabile, quella zona oscura che è il sonno .
Il sonno inebria e produce la dimenticanza come il vino che dà la possibilità di creare l’oblio , l’ abbandono , la dimenticanza .


IL SONNO E IL SOGNO NEL LIBRO LE POTENZE DEL SONNO DI JACQUELINE RISSET


L’ubriachezza come il sonno porta lontano , libera; in vino veritas recita l’adagio e, potremmo dire, complice Jacqueline Risset, in sonno veritas .
Non è infatti il sonno una fucina indicibile di verità ?
Pensate ai sogni , all’inconscio che finalmente nell’abbandono emerge riportandoci in un nuova dimensione, facendo risorgere fantasmi, memorie passate, rimescolando il passato il presente e annunciando, magicamente anche il futuro , perché i sogni , la via maestra per raggiungere l’inconscio, come diceva Freud, molto spesso ci indicano la strada, ci invitano a cambiare rotta o quantomeno a farci intendere che c’ è qualcosa che ci chiama da un’altra parte.
Indicano la via del desiderio.
Parla anche di quel particolare potere anticipatore del sogno nell’esistenza e si domanda se ciò sia conforme o no alla teoria freudiana. Conclude con la bellissima annotazione per cui: i veri paradisi sono i paradisi perduti e il nuovo è fabbricato con pezzi di passato che, all’improvviso, riprendono vita .


Racconta della prima volta in cui sogna di avere un rapporto sessuale, era adolescente, si trattava di un amico di suo fratello, più piccolo di lei “allora non avevo che un’idea molto vaga, del tutto libresca di questo argomento. A differenza di quanto accadeva nei libri , il sogno però era preciso ed esatto , come verificai più tardi .
Alle dinamiche sonno veglia e al richiamo al reale Lacan dedica pagine indimenticabili quando mostra come il risveglio richiamandoci al reale è un modo per far continuare il sogno e il suo fantasma , avvertendoci che si va nella vita carichi del proprio sogno , vale a dire carichi della croce del proprio inconscio e del proprio fantasma :


“Il risveglio ci mostra il destarsi della coscienza del soggetto nella rappresentazione di quanto è avvenuto, lo spiacevole incidente della realtà a cui non resta altro che far fronte! Ma che cos’era quest’incidente? quando tutti dormono, al tempo stesso colui che ha voluto riposarsi un po’, colui che non ha potuto sostenere la veglia e colui del quale, forse davanti al suo letto, un benintenzionato direbbe “Sembra che dorma”, allorché sappiamo solo una cosa, che in questo mondo, completamene assopito, si è fatta sentire solo una voce “Padre, non vedi che brucio?”. Frase che è in se stessa un tizzone, che da sola appicca il fuoco laddove cade, anche se non si vede che cosa brucia, perché la fiamma ci acceca sul fatto che il fuoco verte sul unterlegt, sul reale .”


Il sogno prolunga il sonno , ma dove comincia la carne dell’ uno, dove la carne dell’altro?ed in effetti il cuore del sonno è proprio il sonno con la sua prolifica immaginazione poetica di immagini.
E’ tutta una riflessione sulla temporalità il libro della Risset che cerca di cogliere la dimensione del non tempo del sonno , del tempo sottratto al tempo proprio del sonno .
E poi poeticamente scrive:
Durante la colazione, lotto ancora con un ingombrante pezzo di memoria, sorta di pesante croissant che si lascia masticare con difficoltà.
E sembra essere in piena sintonia con il passo sopra citato di Lacan quando dice che il risveglio corrisponde spesso alla nascita di un’idea.
La Risset fa inoltre notare come su molti vasi greci conservati a Olimpia , Hypnos e Thanatos sono gemelli e stanno in braccio alla Notte, loro madre .Uno è nero e l’altro è bianco.Chi è l’uno e chi è l’altro ?La morte è bianca il sonno nero .
Il sonno ci rende aspiranti acefali e Risset spiega quest’affermazione con un’immagine di un quadro di André Masson dove un teschio prende il posto dei genitali .
Dormendo non siamo altro che timidi acefali che mostrano lo spettacolo della rinuncia e della sottomissione .


Ma badate Risset mette in guardia da chi pensasse che,kantianamente, il sonno della ragione genera mostri, perché anzi , il sonno crea i mostri che la ragione dovrà far vivere .
E di sonni certo ne esistono tanti e pure di questa varietà ci parla Jacqueline Risset: dei sonni pesanti, di quelli leggeri, di quelli impercettibili, quelli interrotti o quelli estivi sotto il sole .
Vi è poi l’escursus letterario intorno alla mitologia del sonno e come non citare il famoso: “e tanto era pien di sonno a quel punto che la verace via abbandonai” o l’esaltazione del sonno ne L’azzurro del Cielo di Bataille . Cita Pessoa :“ Dopo una notte di cattivo sonno , nessuno ci ama. Il sonno ha portato via con sé qualcosa che ci rendeva umani”, la Risset si fa una strana domanda : “Si può amare un insonne?”
Il libro nella sua straordinaria esaltazione del sonno e del sogno è anche una grande dichiarazione a favore della libertà, il sapore della quale può essere intuito solo da chi sa che essere sommersi dall’altro del sogno è un modo per concedersi all’unica libertà possibile : quella di desiderare.
Non conoscevo e non amo che la libertà infinita, popolata di piaceri che nascono e svaniscono liberamente.
La mia vita , a differenza della vostra , si inventa e comincia a ogni istante . Occupata incessantemente a nascere come potrei prendere sul serio le vostre monotone abitudini?

La Francia vieterà ai supermercati di distruggere i cibi invenduti

La Francia vieterà alla grande distribuzione di liberarsi del cibo invenduto ma non scaduto come parte di una serie di misure per ridurre gli sprechi.

Il parlamento francese con un voto unanime ha stabilito che le catene della grande distribuzione saranno obbligate a donare il cibo di cui intendono liberarsi a organizzazioni caritatevoli o permettere che sia trasformato in mangime per animali, compost o energia.


Guillaume Garot, il politico socialista che ha presentato la legge ha dichiarato che è uno scandalo vedere ammoniaca buttata su cibi ancora mangiabili nei contenitori della spazzatura dei supermercati. E’ una pratica diffusa in tutto il mondo per i grandi supermercati, difatti, distruggere i cibi di scarto con prodotti chimici.

In Francia, d’ora in poi, sarà obbligatorio per ogni negozio alimentare la cui superficie supera i 400 mq firmare un contratto con una organizzazione caritatevole per donare il cibo invenduto non scaduto.


La Francia si è posta l’obiettivo di dimezzare lo spreco alimentare per il 2025 e sta attuando una serie di regolamentazioni a questo scopo.

La legge è stata accolta con gioia da tutte le associazioni ambientaliste, dalle organizzazioni caritatevoli e, chiaramente, dalle organizzazioni contro lo spreco alimentare che si augurano che iniziative simili siano prese in tutto il mondo.


La Fédération du Commerce et de la Distribution, l’organizzazione che rappresenta la grande distribuzione francese ha criticato il piano: “La legge è sbagliata, sia dal punto di vista dell’obiettivo che come intenzione dato che la grande distribuzione rappresenta solamente il 5% dello spreco alimentare ma ora hanno questi obblighi. La grande distribuzione è già il donatore principale di cibo, con più di 4.500 negozi che hanno accordi con gruppi caritatevoli”.

La galassia più luminosa dell’Universo

Grazie ai dati raccolti tramite il telescopio spaziale WISE un gruppo di ricercatori del Jet Propulsion Laboratory della NASA, guidato da Chao-Wei Tsai, ha scoperto la galassia più brillante dell’Universo conosciuto.


Ribattezzata con il nome in codice di WISE J224607.57-052635.0, questa particolare galassia possiede una luminosità paragonabile a quella di 300.000 miliardi di soli e ospita nel suo nucleo un enorme buco nero supermassivo, rilevato grazie ad analisi condotte nello spettro dell’infrarosso. WISE J224607.57-052635.0 è stata immediatamente inclusa nel ristretto gruppo delle ELIRGs (Extremely Luminous Infrared Galaxies), un elenco di 20 galassie estremamente luminose che sfida tutte le attuali teorie sulla formazione dei buchi neri all’interno dei nuclei galattici.


Infatti, sebbene buchi neri di queste dimensioni siano piuttosto comuni nell’Universo, è piuttosto raro trovarne uno nel nucleo di una galassia così antica: WISE J224607.57-052635.0 ha un’età stimata di 12,5 miliardi di anni, un dato che la colloca in un’epoca nella quale l’Universo si trovava agli albori della sua storia e non esistevano ancora le condizioni oggi ritenute indispensabili per la formazione di buchi neri supermassivi. Per risolvere il puzzle saranno necessarie ulteriori ricerche.


Nel prossimo futuro il team di Chao-Wei Tsai si occuperà di determinare con maggiore precisione la massa del buco nero di WISE J224607.57-052635.0, nella speranza che i risultati possano rivelarci informazioni preziose sui meccanismi che hanno regolato l’evoluzione del nostro Universo in un’epoca così remota.


FONTE: University of Leicester

Il Clavicembalo ben temperato di Bach con le luci

L’artista inglese Alan Warburton ha creato un video in computer grafica con il brano Clavicembalo ben temperato di Johann Sebastian Bach, precisamente il Preludio e fuga a 4 voci in Do maggiore. Nel video le note si trasformano in luci che si accendono e spengono a tempo con la musica.

MASSIMO FINI, RITRATTO DI UN GIOVANE VECCHIO VERO SCRITTORE

Massimo Fini è per me una scoperta recente, il coup de foudre avviene leggendo la sua bellissima autobiografia Una vita , Un libro per tutti o per nessuno.

Ciò che mi cattura del libro è prima di tutto la copertina: un bambino paffuto dolcissimo e riccioluto sta vicino a un ragazzetto borghese, capelli pettinati con la riga di lato, camicia bianca e golfino di cachemire, questo perfetto liceale sta accanto ad un quarantenne sexy da morire, con il ciuffo spettinato la camicia aperta sul petto e una sigaretta in bocca come i divi americani, questo sogno erotico sta poi accanto ad un cinquantenne con giubbotto di jeans che con sguardo fiero sembra dire: “ho capito tutto , non mi piace , ma vado avanti.”


MASSIMO FINI, RITRATTO DI UN GIOVANE VECCHIO VERO  SCRITTORE


In alto troneggia un signore ormai maturo, aria altera e sguardo duro, con una giacca nera, che un po’ m’intimorisce.

Tra queste figure confesso l’ attrazione verso il quarantenne spettinato con la sigaretta in bocca , ad uno cosi puoi dare anche la verginità anzi direi che è quasi doveroso!

Superata la fascinazione estetizzante, è una trappola in cui si cade spesso, passo alle cose serie, leggo il libro e resto affascinata dalla grande scrittura di Massimo Fini: l’uso della punteggiatura, il ritmo, il pensiero fluido, semplice e diretto.

Non riesco a staccarmene, la sua fame di vita, la sua dedizione al lavoro, l’amore autentico per il suo mestiere di giornalista mi catturano e, neanche fosse Dostoevskij, continuo a leggere perché Massimo Fini è davvero un’ eccelso scrittore.


Ha scritto tantissimi libri per non parlare dei suoi innumerevoli articoli giornalistici .

Il libro mi attrae anche per altri motivi, scopro un mondo a me sconosciuto, attraverso con lo sguardo attento di Massimo Fini non solo un pezzo della storia d’Italia ma anche della storia del giornalismo italiano.

Sottolineo prendo appunti e, tra le tante frasi, annoto :

“A me è interessato sempre, solo e semplicemente, l’uomo”.

Leggendolo mi accorgo di un’altra qualità di Massimo Fini la chiaroveggenza, anticipa eventi che poi accadranno talmente sono profonde e precise le sue analisi.


La veggenza è una qualità rara di cui sono dotati taluni grandi scrittori.

Come dice bene il premio nobel per la letteratura Patrik Modiano: “Credo alle coincidenze e talvolta a un dono di veggenza nei romanzieri …e la parola “dono” non è termine giusto, dal momento che suggerisce una sorta di superiorità. No, si tratta semplicemente di qualcosa che fa parte del mestiere, il bisogno di fissare la mente su piccoli particolari -e questo in modo ossessivo -per non perdere il filo e non lasciarsi andare alla pigrizia. Questa tensione, questa ginnastica mentale può sicuramente suscitare alla lunga fugaci intuizioni concernenti fatti passati o futuri come scrive il dizionario Larousse alla voce veggenza.”



MASSIMO FINI, RITRATTO DI UN GIOVANE VECCHIO VERO  SCRITTORE



Quando uno scrittore ti piace, si sa, non ti basta un solo assaggio, diventi ingordo e cosi passo alla lettura di Nietzsche. L’apolide dell’esistenza. Ritrovo il suo bel ritmo , la sua punteggiatura elegante ma scopro un’altra qualità di Massimo Fini: la capacità di documentarsi in modo preciso, da grande saggista. Di Nietzsche ci regala un ritratto fluido e allo stesso tempo penetrante, privilegiando quei piccoli aneddoti, quei dettagli della vita di un uomo che tante volte, come Fini insegna, raccontano più di tutto chi si è veramente, l’ essenza, la verità più autentica.

Cosi, il Nietzsche che avevo studiato all’ Università diventa finalmente accessibile , lo vedo camminare per l’ Europa solo e disperato, lo vedo muoversi nella sua stanza, intuisco un mondo, un’esistenza, una solitudine e una grandezza attraverso il bel racconto di Massimo Fini.


Quando chiudi il libro Nietzsche è diventato tuo amico, ti spiace solo di non poterlo invitare a fare una passeggiata, lui che le adorava e che passeggiando ha concepito pensieri che hanno mutato il corso della storia del pensiero come, per esempio, la teoria dell’ eterno ritorno dell’uguale.

A proposito di temporalità, Massimo Fini ne è un appassionato , anzi, potremmo dire, che ne è uno specialista.

A lui il tempo interessa moltissimo e me ne accorgo passando alla terza lettura, un altro piccolo gioiello Ragazzo. Storia di una vecchiaia dove ritrovo in copertina quel “figo” con la sigaretta in bocca che avevo visto di passaggio sulla copertina di Una Vita…


MASSIMO FINI, RITRATTO DI UN GIOVANE VECCHIO VERO  SCRITTORE


Ragazzo, storia di una vecchiaia, mi fa compagnia per una notte intera…,nel senso che leggo il libro durante una notte insonne. Verso le quattro del mattino non so più se Fini è un vecchio o un ragazzo il tempo si confonde, il tempo magicamente scompare e c’ è solo lui Massimo , le sue parole, il suo pensiero e le parole vecchio, giovane, perdono di significato, c’è solo la sua bellezza, la sua verità che sta nelle parole e nel suo pensiero e non nei corpi…

In Una vita Fini racconta di come da bambino si ostinò, complice la mamma autoritaria, a non portare gli occhiali, quell’ostinazione infantile di essere sempre conforme alle sue idee non l’ha abbandonato per tutta la vita come pure quel suo senso autentico della libertà .


Ma ciò che mi attrae più di tutto di questo giovane, vecchio, bambino è il suo senso etico, il suo rigore nel portare avanti il suo pensiero.

Questo rigore, Massimo Fini, anche con qualche bicchiere di vino di troppo, l’ ha mantenuto anche nella vita e nel rapporto con le donne . Non è mai stato un falso, un doppiogiochista, non ama avere un amante perché sa amare le donne una per volta perché quando le sai ascoltare le donne, quando le sai vedere per davvero, puoi lasciarle, certo, ma non ferirle, non tradirle…

Massimo Fini ha questo meraviglioso dono di saper ascoltare e capire .


La dolcezza e la passione per il pensiero, la sua capacità di ascoltare l’altro e di comprenderlo ne fanno un essere speciale .

L’ho conosciuto con una sigaretta spezzata tra le labbra che non abbandona mai, “come il surrogato di un capezzolo” dice lui , ironico.

Non voglio inoltrarmi nella discussione di alcune sue prese di posizione considerate estremiste, non m’interesso di politica, è troppo noiosa.

Mi piace quel che dice di noi donne: “La donna è orgiastica, baccante, dionisiaca, caotica, per lei nessuna regola, nessun principio può valere più di un istinto vitale”.

Al questionario di Proust si è concesso con molta serietà, riflettendo scrupolosamente sulle risposte tutte in linea con il suo essere, nessuna sorpresa perché Massimo Fini è uno vero.


Il tratto principale del tuo carattere.

La costanza.


La qualità che ammiri in un uomo.

Il coraggio.


La qualità che ammiri in una donna.

La dolcezza.


Quel che apprezzi di più nei tuoi amici.

L’affetto.



Il tuo principale difetto.

Non saper dire di no.


La tua occupazione preferita.

Il gioco d’azzardo.



Il tuo sogno di felicità.

Felicità e una parola proibita.


Quale sarebbe, per te, la più grande disgrazia.

La morte di un figlio.


Quel che vorresti essere.

Un torero.


Il paese dove vorresti vivere.

L’Afghanistan.



Il colore che preferisci.

Il rosso.


Il fiore che ami.

Nessuno.


L’uccello che preferisci.

La rondine.


I tuoi autori preferiti in prosa.

Fëdor Michajlovič Dostoevskij e Franz Kafka.


I tuoi poeti preferiti.

Arthur Rimbaud.


I tuoi eroi nella finzione.

Stavrogin, protagonista dei Demoni di Dostoevskij.


I tuoi compositori preferiti.

Ludwig van Beethoven.


I tuoi pittori preferiti.

La scelta è enorme, Matthias Grunewald, Ottone Rosai.


I tuoi eroi nella vita reale.

Catilina.



Le tue eroine nella storia.

La Contessa di Castigliane.


Quel che detesti più di tutto.

L’ipocrisia.


Quel che c’è di brutto in te.

Il carattere.


I personaggi storici che apprezzi di più.

Lev Trockij , protagonista della Rivoluzione di ottobre.


L’impresa militare che ammiri di più.

La conquista di Cuba da parte di Che Guevara.


Il dono di natura che vorresti avere.

L’autorevolezza.


Lo stato attuale del tuo animo.

Cupo.


Le colpe che t’ispirano maggiore indulgenza.

Tutte le debolezze sessuali.

Il tuo motto.

Vivere il presente.


Come vorresti morire.

Di morte violenta.

Cosa leggeva Osama bin Laden ad Abbottabad?

Non è passato molto dall’uscita del pezzo di Seymour Hersh in cui il vincitore del Pulitzer sosteneva che gli Stati Uniti stiano e avessero mentito sulla morte di Osama bin Laden e sulla sua sepoltura che l’ufficio del Direttore per l’intelligence nazionale ha rilasciato una lista dei libri che sono stati trovati nel compound di Abbottabad in cui il “Califfo del terrore” si è nascosto per mesi.


D’altronde bin Laden ha passato mesi rinchiuso in un edificio senza la possibilità di uscire e leggere era sicuramente uno dei suoi passatempi. Le sue letture erano quelle che ci potremmo aspettare da un terrorista: articoli su al Qaeda, trattati sulla politica estera degli Stati Uniti, articoli sul nucleare francese, articoli su artiglieria anti-aerea e gli scritti di Sayyd Qutb, uno degli ideologi del terrorismo islamico e non poteva mancare un Corano ma non mancano le sorprese.


Osama bin Laden possedeva un libro chiamato “Una veloce guida illustrata per capire l’Islam”, un libricino trash con una copertina improbabile in cui un Corano orbita intorno alla terra per sorvolare una versione della Mecca spaziale.
Pare anche che bin Laden si sia divertito a guardare un post sul sito ICv2 in cui si parlava di come lo strano gioco di carte Illuminati: The New Order abbia predetto l’11 settembre. Questo, unito al fatto che possedeva il videogioco Delta Force: Xtreme 2 e la “GameSpot Videogame Guide”, ci fa pensare a bin Laden come a uno “sfigato”.


Per di più bin Laden sembra fosse pure un “complottaro”, nella sua biblioteca c’erano chicche del genere come Bloodlines of the Illuminati di Fritz Springmeier; Black Box Voting: Ballet Tampering in the 21st Century di Bev Harris che parla di frodi elettorali; Conspirators’s Hierarchy di John Coleman, un libro sul Comitato dei 300, un presunto gruppo di potenti fondato nel ‘700; Secrets of the Federal Reserve di Eustace Mullins, un noto antisemita; The Taking of America 1-2-3 di Richard Sprague, un libro sull’assassini Kennedy.


Insieme a tutto questo c’era una guida a Acrobat Reader e ben due libri di Noam Chomsky: Hegemony or Survival e Necessary Illusions. Una libreria strana per il genio del male che ha tenuto in scacco le più grandi potenze mondiali per anni. Forse la risposta a tutto questo è un altro libro, La banalità del male di Hannah Arendt.

CAROLINA WYSER – FW 2015-2016 COLLECTION

Sono gli anni ‘70 i protagonisti della nuova collezione del giovane brand di denim Carolina Wyser. Il mood Seventy-chic esprime una donna consapevole, matura e amante delle sperimentazioni che alternano il moderno al vintage.

La collezione F/W2015-2016 offre un’ ampia declinazione del modello a zampa, a vita alta e proposto in tutti i classici lavaggi che caratterizzano il brand, preziosi ricami in rilievo e stampe. Le nuove colorazioni a contrasto sottolineano l’aspetto cool del fit.

Righe orizzontali in nuance denim, stampe boho-chic e i nuovi “workers” in micro-fibra effetto camoscio. Must have per il prossimo inverno sono le Salopette a zampa che coronano la collezione, con una linea iper femminile, disponibili in eco pelle, velluto effetto vintage e in diversi lavaggi del denim; e la nuova gonna a vita altissima, interamente in denim o eco pelle per uno stile più rock. Ultimo arrivato del brand Carolina Wyser, il modello Gilda caratterizzato da un fitting super contemporaneo, extra large accentuato dal cavallo basso e da stampe Art Decò e ricami in rilievo. Ai modelli Boyfriend, che hanno caratterizzato le collezioni passate, si affiancano i long seller Straight. Intagli e pizzi, strappi e ricami alla caviglia, evidenziano le lavorazioni artigianali che caratterizzano il brand bolognese.

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EYEPETIZER: I NUOVI MODELLI SI ISPIRANO ALLA CITTA’ DI PARIGI

Eyepetizer, dopo una prima collezione che in pochissimi mesi ha raggiunto risultati distributivi strepitosi sia nazionali che internazionali, lancia una nuova capsule collection ispirata alla Ville Lumière prendendo il nome dei luoghi di culto parigini.

La capsule mantiene le stesse caratteristiche dello stile Eyepetizer :

montature ultraleggere, essenziali, retro’, in acciaio inossidabile ormai riconoscibili per i terminali uno diverso dall’altro.

I colori sono oro e silver, mentre quelli delle lenti vanno dal blu al grigio e dal verde bottiglia all’arancio.

Il primo modello si chiama Flore, riconoscibile dalla forma romboidale, il secondo, Opéra, è caratterizzato da una forma stondata ma tagliata nella parte superiore, il terzo e’ il Marais, di forma ovale allungata.

Un prodotto ricercato, elegante e originale anche nel packaging che si presenta con una scatola art déco.

La capsule collection e’ inoltre impreziosita da una limited edition in cui i frontali sono in acciaio inox grezzo, mentre sulle aste viene aggiunta una lavorazione speciale con la ramatura che conferisce un aspetto vintage all’occhiale e al tutto viene applicata una doppia verniciatura trasparente antiallergica.

Le lenti in dotazione in tutti i modelli sono in Cr 39 con trattamento antiriflesso di 12 strati interno ed esterno che servono per eliminare i riverberi dei raggi uvb e uva.

La nuova capsule sarà in vendita da aprile al costo di 109 euro cosi come l’ edizione limitata che che sarà invece proposta a 122 euro.



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MANURINA: ISPIRAZIONE MAROCCO PER LA COLLEZIONE FW 2015 2016

La collezione FW15/16 si compone di maxi bag e clutch esteticamente ispirate al Marocco: un universo sofisticato dove le geometrie così care a Manurina si inspirano a dettagli tipici di questo luogo incantato non troppo lontano ma caratterizzato da cultura, colori, profumi molto diversi dal nostro. La linea stilistica riprende da un lato l’imprinting della stagione precedente, con la proposta di modelli best sellers riconoscibili nelle It-bag Field Day, M, Narcissus e Mary P ma rivisitati in base alle nuove esigenze stilistiche. Dall’altro si è optato per l’introduzione di una nuova capsule per ampliarne così la scelta.

Nei materiali si può riscontrare una piccola continuità con il percorso intrapreso nella stagione precedente grazie alla scelta dei vitelli primo fiore, unitamente alla novità della pelle “New York” per un utilizzo molto versatile, della stampa cocco sempre molto apprezzata e del tessuto “Kilim” per i modelli più iconici. Non mancano i decori in glitter e laminato per richiamare le decorazioni tipiche marocchine.

La cartella colori è impostata su totalità calde e decise per rievocare luoghi unici e tipici come il deserto e i souk. Non possono quindi mancare colori come il blue copiativo, il bordeaux, il desert, il persimmon, unitamente a tutte le tonalità muschiate.

Infine anche le metallerie tipiche Manurina acquistano, ma solo per alcuni modelli, una nuova cornice che va a caratterizzare la ormai riconoscibile “chiusura”.

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TUTTI AL MARE CON MISS BEE E LAURA MANARA

Miss Bee presenta una vasta scelta di modelli: bikini stampati, tinta unita, profilati e arricchiti da abitini corti e lunghi a seconda delle esigenze, top e culotte, abbinabili in modo divertente e sempre nuovo.

La serie di bikini in lurex è ispirata agli anni ’70: dorati tinta unita e stampati su modelli diversi: dal classico bikini brasiliano GISELLE, alla fascia GIORGINA proposto nei vivaci verde smeraldo e giallo, stampa bolle a contrasto o nella ricercata stampa onde, riproposta nei colori più caldi, nel caftano ARIEL, per un look più elegante e ricercato.

La collezione Resort 2015 di Laura Manara si concentra sui dettagli, la migliore artigianalità italiana e tessuti di lusso . I capi declinati in tuniche , caftani, abiti e tute sono presentati in lino italiano , miscele di cotone e seta italiani e spugna di puro cotone, ricamati e stampati con motivi geometrici personalizzati.

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QUANT’E’ BELLA GIOVINEZZA CHE SI FUGGE TUTTAVIA, LA RECENSIONE DEL FILM DI PAOLO SORRENTINO

La giovinezza di Paolo Sorrentino è una bella opera cinematografica.

Qualche forzatura qua e là c’è di sicuro ed anche qualche ripetizione: nella Giovinezza lievita un monaco tibetano nella Grande bellezza una santa.

Tolto il piccolo dentino avvelenato, sarà anche per un po’ d’invidia di fronte a questo gran bel film, in sintesi La Giovinezza decreta, se ancora ve ne fosse bisogno, Paolo Sorrentino nell’olimpo dei grandi registi .

Lo stile ormai si va delineando e tra minimalismo e colpi di immaginazione sfrenata Sorrentino ci regala un film più che sulla giovinezza, sul tempo che passa e il suo rapporto con la creazione artistica. Un capolavoro? Tanto non oso.

Il cast di prim’ordine tutti grandi attori americani.


QUANT’E’ BELLA GIOVINEZZA CHE SI FUGGE TUTTAVIA, LA RECENSIONE DEL FILM DI PAOLO SORRENTINO


Il tema, a scanso di equivoci, è come la giovinezza s’intreccia con la vecchiaia e continua a vivere anche quando con la prostata non si riesce più a pisciare bene, o quando di lavorare e di scopare non va più come da giovani, perché la vecchiaia, dicono, toglie le forze.

Allora le forze, suggerisce Sorrentino, si possono andare a recuperarle in qualche SPA, meglio se di lusso e meglio se è quella dove Thomas Mann ha ambientato, il capolavoro, stavolta posso dirlo con certezza assoluta, La montagna incantata.

A ripensare la bellezza de La montagna incantata vengono i brividi, Sorrentino non è riuscito fino a quel punto, non è Visconti ma insomma Sorrentino si impegna davvero tanto nei virtuosismi letterari applicati al cinema.


QUANT’E’ BELLA GIOVINEZZA CHE SI FUGGE TUTTAVIA, LA RECENSIONE DEL FILM DI PAOLO SORRENTINO


Basti pensare alla citazione tratta da Viaggio al termine della notte di Louis-Ferdinand Céline, che mette in apertura de La grande bellezza « Il viaggio che ci è dato è interamente immaginario: ecco la sua forza, va dalla vita alla morte. Uomini, bestie, città e cose: è tutto inventato. »

Per quanto mi concerne, se dovessi individuare la sequenza madre sul tema della vecchiaia vs giovinezza, di certo l’apoteosi è stata toccata con il finale del capolavoro (anche qui non vi sono dubbi) Morte a Venezia di Luchino Visconti tratto dall’omonima opera di Thomas Mann.

In una classifica impossibile delle sequenze più belle della storia del cinema questa resta assoluta nella sua perfezione estetica e nella sua drammatica verità, di una bellezza sublime.

Rivederla è sempre un’emozione enorme.



In questo bel film di Sorrentino queste vette non si raggiungono ma non per questo lo disprezziamo.

In sintesi il film è un ritratto di un anziano compositore e direttore d’orchestra che non ha più voglia di fare niente e che si annoia mortalmente insieme ad un altro anziano regista che cerca di fare il suo ultimo film con una delle sue attrici feticcio ma che si suicida perché il peso del passato, sentendo di non avere più futuro, non lo sopporta.

L’anziano musicista compositore, invece, dopo aver rifiutato più volte di dirigere un’orchestra per la Regina, si concede , forse, un’ ultima esibizione.

I dialoghi sono davvero belli, concluderei con una citazione dal poeta Novalis, che Sorrentino mette in bocca ad uno dei suoi protagonisti, che mi è rimasta stampata nella mente :

Sto sempre andando a casa, sto sempre andando alla casa di mio padre.


Moda Uomo: capispalla per ogni occasione!

Marsala, melograno, ma anche coriandolo, timo, liquirizia: non solo sapori e aromi, ma sensazioni e colori che fondano la cultura e il gusto italiano.

Il viaggio di Zerosettanta Studio verso le nuovi capitali del lusso inizia dalla Toscana; non solo terra d’origine della storica azienda Landi, ma allegorica visione di italianità in cui trovare tutta la tradizione accompagnata dalle nuove tendenze, le nuove contaminazioni culturali, il nuovo modo di “saper vivere”.

Il risultato è una collezione che si articola su tre tematiche


Country Walking. Una passeggiata tra le crete Senesi:


Nulla più di un tessuto di tradizione millenaria come il Casentino, con il suo inconfondibile tocco rustico, può essere più adatto a vestire il vero raffinato intenditore. Doppiopetto dalle linee pulite, ma anche inserito nei piumini in nylon tinta unita, con una cartella colori che varia dal nero e blu, al verde prato ai colori caldi. Imperativo maschile per questa stagione è infatti l’attenzione ad un capo più strutturato dal taglio classico, arricchito da toppe in casentino sovrapposte in nuance e inserti sulle spalle.

Il gilet continua ad essere un Must anche per questa stagione, proposto in una vasta gamma di colori e tessuti, per permettere di creare combinazioni sempre originali.

Carpet Walking. Dalle moquette delle auto di lusso ai tappeti dei grandi alberghi:

A questo passo sicuro e felpato si ispira la sezione Lusso delle giacche e dei cappotti Zerosettanta Studio. Un’eleganza sofisticata, fatta di tessuti sartoriali, di velluto nero lucido, ammodernati dagli effetti ricchi ed esclusivi di pelli effetto alligatore e colli in shearling.

City walking. Sul grigio asfalto delle metropoli:

Muoversi nella città destreggiandosi tra meeting all’ultimo piano di grattacieli, pranzi di lavoro, eventi e aperitivi nei club più cool. L’uomo della city si identifica in Car coat multitasche dai tessuti tecnici impermeabili, trapuntini gessati pinstripe e tinta unita, nei classici blu notte, grigio o nelle tonalità più calde dei beige e del marsala, impreziositi da inserti e colli in lana, giacche dalle imbottiture leggere arricchite al loro interno da fodere tartan e motivo cravatteria e in tessuti gabardine misto cachemire.

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Una mostra da non perdere Francesco Astiaso Garcia, La Divina Somiglianza

Roma, maggio 2015. Via dei Portoghesi a due passi da Piazza Navona. La chiesa di Sant’Antonio dei Portoghesi, dalla splendida facciata di Martino Longhi il Giovane. Accanto alla chiesa, la Galleria IPSAR, che in questi giorni ospita la mostra La Divina Somiglianza di Francesco Astiaso Garcia, artista italo-spagnolo.

Deve essere un destino della zona, quasi un genius loci; tutti e tre questi personaggi sono giovani, tutti poco più che trentenni: Sant’Antonio di Padova (ma là bisogna dire: da Lisbona), Martino Longhi e Francesco Astiaso. Giovani maturi, con la grinta della giovinezza e tutta la responsabilità dell’età matura.


La mostra è formata da ottanta quadri. Un numero notevole, capace di testimoniare una produzione iniziata quando il maestro Astiaso era ancora bambino. Il leit-motiv dell’esposizione è in queste parole che l’autore consegna alla nostra riflessione: «Ho cercato sempre la maniera di rappresentare la figura umana in modo da fissarne sulla tela l’essenza spirituale e rendere visibile l’invisibile presenza del divino».

Entrando negli spazi espositivi, ben più ampi di quanto siano esternamente percepibili, il visitatore ha l’impressione di immergersi in un’atmosfera senza tempo, quasi una selva dantesca, nella quale è facile smarrirsi non per una sensazione di angoscia ma per un’esuberanza di vita.


Una mostra da non perdere Francesco Astiaso Garcia, La Divina Somiglianza

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Ogni artista, in modo più o meno consapevole, si mette (e ci mette) in rapporto con la natura. In Astiaso Garcia questa connessione non è solo esplicita, è molto di più: è strutturale. La natura diventa essa stessa parte integrante della materia pittorica. Francesco, in definitiva, non raffigura la natura ma raffigura “con” la natura. I suoi dipinti sembrano essere formati veramente di aria, acqua, terra e fuoco, con tutta la specificità del loro manifestarsi: posseggono l’inafferrabile leggerezza dell’aria, il fluido vagabondare dell’acqua, l’eroica densità della terra, l’insondabile passionalità del fuoco.

Ben si comprende, allora, il senso dell’intera mostra. L’artista, infatti, si muove alla luce di una profonda motivazione religiosa. In quest’ottica, la persona umana non è solo una creatura di Dio, ma ne è l’immagine; è il vertice e la sintesi dell’universo, accogliendo in sé la vertiginosa evoluzione della materia e l’avventuroso stupore dello spirito; è lo specchio nel quale la natura scopre la direzione del suo cammino e si proietta verso una rinnovata identità (fig. 1).


Con il brulicante ritmo della loro presenza i dipinti interrompono il paesaggio di un’esistenza opaca e si aprono come finestre verso una verità umile e incantevole. Il pittore s’immerge e ci immerge in una realtà che va al di là del visibile, ma che costituisce la vera essenza degli esseri e dell’essere. Lo stupore della natura riecheggia nei visi umani soprattutto femminili e, come una cascata di bellezza, inonda lo sguardo del visitatore. Tra i volti «silvani», come direbbe d’Annunzio, si riconoscono alcuni consegnati alla storia dalla grande tradizione dell’arte occidentale, citazioni di classici che giungono dalla scultura greca o dal Parmigianino o da Gian Lorenzo Bernini o, soprattutto, dall’amatissimo Leonardo, il cui stile sfumato è pienamente coerente con la sensibilità, il mondo valoriale e la cifra pittorica di Francesco. Non a caso la Sant’Anna del Maestro di Vinci, con la forza poetica del suo sorriso, è la prima opera a evidenziarsi nella sala d’ingresso (fig. 2). E con lei, in un crescendo armonioso ed elegante, ci vengono incontro figure evanescenti, la cui identità si rileva solo in una distanza logistica e sentimentale; svagate istantaneità che sfidano gli equilibri visivi fin troppo collaudati; specularità figurative e ideologiche, che solo nel loro insieme danno ragione della realtà. È il caso, ad esempio, della Donna africana o dell’Angelo e Lucifero: è la loro complementarità che trionfa nel reciproco richiamo di toni caldi e toni freddi della pittura. E, in modo tutto privilegiato, il dolce viso di Maria José, che del pittore è sposa, modella e musa.


Una mostra da non perdere Francesco Astiaso Garcia, La Divina Somiglianza

fig. 2




Con uno stile e una tecnica molto originali (basti pensare, tra l’altro, ai vari colpi di spugna sulla carta, così da rendere le vibrazioni della materia), nascono forme nuove, le cui radici affondano non solo in un linguaggio estetico ma in una visione di vita. Sono opere che testimoniano il percorso compiuto dal pittore nel suo passaggio dal figurativo all’astrazione, per giungere a una sintesi personale tra le due istanze; ma soprattutto testimoniano le radici esistenziali di un’arte che vuole essere espressione di una fede religiosa e di una fedeltà umana. Le didascalie che accompagnano il visitatore descrivono il percorso di questa ricerca.

La costruzione dell’immagine si basa su moduli apparentemente occasionali, ma in realtà condotti con rigore e razionalità; i colori, con la loro alternanza e la loro corrispondenza, diventano forme; la luce non si limita ad accarezzare le superfici, ma le definisce con vigore e leggerezza; vuoti e pieni dialogano per creare dissolvenze, fino all’informale; impressionismo ed espressionismo s’intrecciano per delineare volti come paesaggi dell’anima, di fronte ai quali la pausa di sospensione diventa stimolo alla contemplazione.


L’universo culturale e visivo di Francesco s’ispira alle grandi intuizioni della Bibbia e della mitologia greca, autentiche folgorazioni capaci di interpretare stati d’animo personali e collettivi, speranze e desolazioni, esili e ritorni. Il manifesto della mostra è la Dafne, simbolo di una profonda simbiosi tra la divinità, l’umanità e la natura (fig. 3). Nel volto diventato foglia e nella foglia diventata volto la natura celebra il proprio autoritratto.

Così, al termine di questa esperienza visiva e culturale, si ripropone la grande domanda: se la natura si ritrova nell’uomo e l’uomo è immagine di Dio, sarà in grado di diventare anche somiglianza di Dio? Ne sarà un’immagine somigliante o un rottame sfigurato e corrotto? E in questo fallimento, anche la natura sarà travolta?

Il maestro Astiaso Garcia illumina la risposta con un ultimo soffio di speranza: «L’animo umano è abitato dal desiderio di trascendere tutti i limiti, la bellezza è fragile custode di questo insopprimibile anelito».


Non è l’uomo che protegge la bellezza.

È la bellezza che protegge l’uomo.

L’INSOSTENIBILE LEGGEREZZA DI MATTEO E IL FATTORE “C”

“…quindici mesi al governo… Renzi dopo una lunga e fortunata luna di miele che molti hanno attribuito al fattore “C”, conosce le prime vere difficoltà a causa d’insegnanti, pensionati, immigrati… l’insostenibile leggerezza del nostro per l’assenza di credibili alternative rischia di gonfiare la protesta di Grillo e Salvini e, soprattutto, il partito di chi non vota”

Si racconta che Napoleone – uno che di uomini e battaglie se ne intendeva – a chi gli caldeggiava promozioni e incarichi per questo o quell’ufficiale meritevole solesse chiedere, “Ma è fortunato o no?” In effetti, quanto contino la fortuna, il fato, il caso è, da sempre, argomento tanto dibattuto e controverso e così impalpabili le opposte ragioni e le ataviche superstizioni, che la gente, il popolo, l’opinione pubblica, a differenza degli storici e degli spiriti forti che tutte le ignorano, non cessano di interrogarsi sulla reale influenza del fattore “C”. Renzi non sfugge alla regola e se ieri, vuoi per sminuire i suoi meriti vuoi per esaltarli, critici e supporter hanno chiamato in causa la fortuna, oggi che la sua luna di miele con il paese sembra offuscata dall’addensarsi di nuvole minacciose, ritorcono nel contrario i fausti presagi.

Ma, in concreto, che cosa ha cambiato la percezione comune circa la fortuna di Renzi? Nei tre ultimi casi l’influenza dei media a caccia di audience si è espressa carezzando il pelo ai demagoghi per poi censurarli in un contesto che, privo di alternative di governo credibili, può gonfiare la protesta di Grillo e Salvini e, soprattutto, il partito di chi non vota.


La riforma che da cattiva qual è dovrebbe far diventare la scuola “buona” , non viene giudicata dai media nel merito, ma in base all’avversione che suscita tra i destinatari – soprattutto insegnanti e studenti. Uno sciopero partecipato conta più dell’acceso conservatorismo della sua piattaforma definita dallo slogan polemicamente anti renziano, “la buona scuola è quella che c’è”. La pretesa dei sindacati che in ruolo siano immessi tutti i precari finisce col mascherare l’approccio assistenzialistico di Renzi che vuole assumerne “solo” 100.000. Nessuno, viceversa, contesta a Renzi che la sua riforma ripete, ancora una volta, l’errore che è all’origine della crisi storica della scuola italiana e che consiste nell’usarla non come strumento dell’elevazione generale della società e nella formazione di professionalità e classi dirigenti, ma come una branca del welfare destinata a risolvere un problema occupazionale. A sua volta il comportamento dei giovani luddisti che stracciano i test INVALSI ottiene l’effetto paradossale di far sembrare moderna l’idea renziana che un dirigente/burocrate/preside giudichi della qualità degli insegnanti magari senza aver mai insegnato.


Analogamente, su un altro fronte, l’imprevista, inopinata, sentenza della Corte Costituzionale che sostituendosi al Parlamento e dissestando il bilancio pubblico, esigeva la restituzione del “maltolto” (costo 18 miliardi di euro !) a tutti i pensionati che dal 2011 – governo Monti/Fornero – si sono visti congelati gli aumenti, fa apparire come un onesto compromesso la rinuncia del Governo ad ogni ambizione di riforma della previdenza e come un motto di spirito battezzare “Bonus Poletti” i 500 euro che verranno restituiti ad agosto.


Infine, il brusco voltafaccia con cui Francia e Germania hanno ritrattato e respinto l’accordo appena raggiunto dalla Commissione Europea per distribuire i richiedenti asilo tra tutti i paesi della Comunità, non solo rinfocola le correnti populiste anti europee, ma ci fa dimenticare alcune essenziali questioni. Primo, il contrasto all’immigrazione clandestina è scritto nelle nostre leggi come nelle direttive comunitarie, mentre la confusione tra clandestini, richiedenti asilo e profughi sotto la generica denominazione di “migranti” proclamata dalla Mogherini con irresponsabile leggerezza (“l’accordo prevede che neanche un migrante sarà respinto in mare”) sembra fatta apposta per spingere gli altri paesi a replicarci seccamente “allora arrangiatevi”. Secondo, nonostante gli appelli, l’Italia con gli altri partner comunitari si guardò bene dal condividere i profughi slavi e curdi che in numero di 400.000 si affollarono in Germania appena qualche anno fa. Terzo, da tempo Francia, Austria e Germania hanno capito che l’altra faccia del buonismo italiano è il lassismo dei nostri controlli , un lassismo funzionale a spingere verso nord le masse di clandestini che non sappiamo né vogliamo arginare.


In apparenza la sentenza della Corte e il voltafaccia di Francia e Spagna in materia d’immigrazione appartengono a quel genere di eventi che sovrastano la nostra volontà e che, al di là di ogni nostra responsabilità, un qualche adirato Giove pluvio, tonitruante e saettante fulmini e conseguenti disgrazie, ci scaglia addosso. Maledetta sfortuna! Che colpa ha il povero Renzi?


A ben guardare, invece, la sfortuna non c’entra proprio niente, c’entra, invece, ancora una volta, la spensierata, insostenibile leggerezza del nostro premier determinato, determinatissimo a non affrontare l’impopolarità connessa a una seria revisione della spesa pubblica – quella previdenziale come quella sanitaria – tanto annunciata quanto negletta dal suo come da tutti i governi precedenti. Così, non solo la spesa pubblica ha continuato a crescere senza controllo, ma con Renzi si è giunti a licenziare i controllori. Esattamente come chi volendo curare la febbre spezzasse il termometro e cacciasse il medico che gli prescrive antibiotici e anti infiammatori.


Dunque il calo del fattore “C” non c’entra, non c’entrano la buona o la cattiva sorte, c’entra che se non approfitti delle condizioni propizie per adottare le riforme necessarie sarai costretto ad adottarle quando le difficoltà si saranno aggravate.

Mad Men Carousel

Slate ha pubblicato un montaggio che commuoverà tutti i fan di Mad Men ancora con il cuore spezzato per la fine della storica serie.


Carline, modella del mese

Model: Carline – Urban Model Management Milan
Photographer: Miriam De Nicolo’
Make-up: Manuel Montanari
Dresses: Davide Monaco

Carline, classe ’88 nata in Brasile, si racconta così:

“In Brasile è molto comune trovare concorsi di bellezza, di conseguenza ci sono molti scouters, sempre in cerca della ragazza talentuosa. Io sono stata scoperta a 12 anni; dopo il primo corso per diventare modella, dopo aver terminato gli studi e con tutto il bagaglio di timidezza, sono partita per San Paolo, la capitale della moda in Brasile. E’ stato l’inizio di un lungo viaggio tra Tokyo, Cile, Turchia, Indonesia, Thailandia, Singapore, Vietnam, e Italia, dove ora mi sono stabilita.

Una delle mie più grandi passioni è viaggiare, per fortuna questo lavoro mi permette di girare il mondo senza aver l’obbligo di fissa dimora, oggi sono in Italia, ma di mettere radici ancora non se ne parla.

L’agenzia che qui mi rappresenta è la Urban Model Management; lavorare in Italia è molto diverso che nelle altre parti del mondo, sono tutti più rilassati anche se professionisti, il lavoro non è un momento di stress a tutti i costi e gli uomini italiani sono sempre i più simpatici. Il mio compagno è uno Chef, vegano e crudista, ovviamente italiano, con cui condivido anche l’interesse della gastronomia, tra gli studi che ho terminato in Cile.
Nei miei progetti futuri c’è quello di aprire un luogo dal concetto “raw food”, dove la cura di mente e corpo si sposano. Nel frattempo mi prendo cura del mio corpo con lo yoga, zumba, pilates, e mi reco ai casting sempre in bicicletta per tenermi in allenamento.

Piatto preferito: spaghetto cacio e pepe e salsa di noci con kelp noodles
letture preferite: psicologia
paese nel mondo: Italia
cucina: asiatica

La CIA ottiene ciò che vuole

Quanto è potente la CIA? Show televisivi come Homeland ce la mostrano come un moloch che si occupa principalmente di lotta al terrorismo, tra informatori e omicidi, quanto è lontano dalla realtà? Sembra non molto. Ne sa qualcosa Dennis Blair, il direttore dell’intelligence nazionale, un ufficio che risponde direttamente al presidente e che metterebbe in teoria Blair a capo di tutte le 16 organizzazioni che si occupano di intelligence negli Stati Uniti. Blair ha provato a intromettersi negli affari della CIA più di una volta e il risultato è che non ha avuto successo neppure una volta e che alla fine ha dovuto “ritirarsi”. Blair pensava fosse suo diritto nominare l’agente anziano in un paese estero, ruolo che tradizionalmente va all’agente anziano della CIA presente nel paese. Blair mandò un ordine scritto e Leon Panetta rispose con un memo che intimava agli agenti della CIA di ignorare l’ordine.


Blair tentò di vendicarsi sulla questione delle operazioni sotto copertura. Verso la fine del primo anno di Obama il presidente rivalutò tutte le operazioni sotto copertura ereditate dall’amministrazione Bush. Blair chiese che certe operazioni, come quella che mirava a destabilizzare il programma nucleare iraniano, fossero discusse a fondo tra tutte le componenti della catena di comando dell’intelligence in quanto foriere di problemi politico/diplomatici ma Panetta difese la prerogativa della CIA di rivolgersi solo al presidente con l’argomento che una catena di comando troppo lunga avrebbe pregiudicato i risultati delle operazioni. Obama non cambiò nulla nella scala gerarchica e rifinanziò tutte le operazioni in corso. Anzi, Panetta ottenne praticamente carta bianca su al Qaeda.


La CIA è passata dal suo scopo originario di spionaggio nei confronti di governi stranieri a una vera e propria agenzia che si occupa di ricercare e uccidere i nemici degli Stati Uniti all’estero. La CIA è contro-terrorismo. L’apparato e i direttori della CIA hanno saputo navigare nelle tempestose acque della politica americana guadagnando regolarmente potere dal ’47 anno della fondazione fino ad oggi. L’Agenzia ha schiacciato tutti i suoi opponenti come ha fatto con Blair.


Questo super potere della CIA contribuisce in modo sostanziale a come viene percepita la politica americana all’estero. Gli attacchi con i droni, la rete di prigioni segrete in cui vengono torturati i prigionieri, le morti sospette di nemici degli Stati Uniti sono tutte azioni ascrivibili alla CIA. Si può perfino ad arrivare a dire che la crescente specializzazione dell’Agenzia negli omicidi mirati abbia in qualche modo modellato la politica estera americana in certe regioni del mondo.


Per quanto riguarda la lotta all’ISIS la CIA si sta occupando di trovare e addestrare militari che siano in grado di combattere contro i militanti dell’ISIS e in un futuro che gli USA sperano non troppo lontano di detronizzare Bashar al-Assad. La CIA non si limita, comunque, all’addestramento ma fornisce ai combattenti armi attraverso canali non ufficiali. Le operazioni nell’area sono parallele a quelle del Pentagono, che gestisce la cosa con un’aurea di ufficialità ma, fondamentalmente, fa lo stesso lavoro.

CARLO ROSSELLA, RITRATTO DI UN UOMO INNAMORATO DEL DESERTO

Carlo Rossella, giornalista, è stato direttore del Tg5, di Panorama, della Stampa, del TG1 e, giusto per non farsi mancare nulla, è ora Presidente di Medusa.

Uomo raffinato ed elegante non è uno che si lascia avvicinare facilmente; lo rincorro da qualche mese per un’intervista e l’incontro fatalmente avviene, improvviso, lì dove era certo poterlo incontrare: alla presentazione, blindatissima – si partecipa solo se inseriti in un lista di invitati – del libro di Bruno Vespa e Candida Morvillo, La signora dei segreti, dedicato alle prodezze di tale Maria Angiolillo nata povera, ragazza madre, né più né meno che un’arrampicatrice sociale, che sposa il fondatore del quotidiano il Tempo il Senatore Renato Massimo Angiolillo.


La signora, salottiera e sfaccendata, tra una beneficenza e una seduta dal parrucchiere, si divertiva a fare cene eleganti invitando politici imprenditori e personaggi vari purché di elevato rango sociale.

Carlo Rossella insieme a tanti altri ha spesso frequentato il salotto della Angiolillo .

Rossella conosce il bel mondo e ha fatto dell’eleganza uno dei suoi tratti caratteristici. Nasce comunista ma si riconverte in fretta sulla via di Damasco, anzi, sulla via di Berlino, perché galeotta ne fu la caduta che farà comprendere a Rossella che la fede, qualsiasi, può non essere eterna…

Tuttavia un uomo intelligente non può non essere stato comunista ed è anche questo che contribuisce a creare il fascino di questo signore sempre elegantissimo, curato, magro e gentile.


Appena ti guarda, scrutandoti con il suo sguardo attento e diretto, intendi immediatamente che ti ha già collocato in una sua personale casella individuando a colpo d’occhio di che pasta sei, con altrettanta velocità risponde e conclude a qualsiasi affermazione.

Alla mia domanda: “Presidente Rossella, ma la signora Angiolillo aveva un cuoco francese perché il menu è tutto francese?”, lui risponde svelto e ironico: “ma che… era uno di Frascati, non si mangiava bene lì… troppo burro, troppi grassi.”


Dopo i doverosi saluti alle splendide signore dell’alta borghesia romana capitanate dalla loro leader Maddalena Letta, mi congèdo da Carlo Rossella che mi porge la mano intendendo, con la calibratura della stretta, che si… forse mi concederà l’intervista che gli ho chiesto perché evidentemente ho superato la selezione del suo sguardo tagliente.

Con questo non si vuol lasciare intendere che Carlo Rossella sia snob, ma pure lo snobismo, quando è l’approdo di un giovane comunista laureato in Ecomonia e Commercio che ha fatto parte di lotta continua, ha il suo innegabile fascino.

Al telefono Rossella è sbrigativo ma gentile, risponde senza esitazioni e velocemente a ogni domanda come se fosse nato per il questionario Proust.


Quando riattacco mi inebrio al pensiero che quest’uomo apparentemente votato al potere, con la sua aria inavvicinabile, le sue elegantissime giacche, sia attratto, come un eremita, dal deserto che immagina come luogo di felicità e insieme di morte .

Il deserto, il luogo non luogo per eccellenza, è simbolo assoluto di ciò che può sempre rinascere, dell’azzeramento e della riconquista, della solitudine senza scampo, insomma della verità ultima della vita.

E che un signore tanto potente, che non esce se le scarpe non sono rigorosamente abbinate all’abito e che non sbaglia mai il colore di una cravatta, possa apprezzare la devastante solitudine del deserto è una sorpresa che non ci aspetteremmo.


Il tratto principale del tuo carattere.

La calma.


La qualità che ammiri in un uomo.

La razionalità.



La qualità che ammiri in una donna.

La buona educazione.



Quel che apprezzi di più nei tuoi amici.

La schiettezza.



Il tuo principale difetto.

La pigrizia.


Il tuo sogno di felicità.

A bordo di una barca, non in crociera, nei mari del sud. Superare la linea d’ombra della vita, navigando nei mari del sud.


Quale sarebbe, per te, la più grande disgrazia.

La mia morte.



Quel che vorresti essere.

Ancora Bambino.



Il paese dove vorresti vivere.

Nel deserto del Negev in Israele.



Il colore che preferisci.

Il rosso.


Il fiore che ami.

Il narciso.


L’uccello che preferisci.

La tortora.


La tua occupazione preferita.

Fare il direttore di un resort extralusso nei mari dei Caraibi, come il protagonista di Casablanca, un’isola tra Cuba e la Giamaica, spassarmela la sera al ristorante con il pianista che suona, con belle donne, gente simpatica ed essere molto corteggiato.


I tuoi autori preferiti in prosa.

Joseph Conrad, Giorgio Bassani, Louis-Ferdinand Céline.



I tuoi poeti preferiti.

Giacomo Leopardi, Arthur Rimbaud, Konstantinos Petrou Kavafis.


I tuoi eroi nella finzione.

Re Artù, Il feroce saladino, Biancaneve.



I tuoi compositori preferiti.

Johann Sebastian Bach, Sergej Sergeevič Prokof’ev, George Gershwin.


I tuoi pittori preferiti.

Piero Della Francesca, Jean Renoir, Henri Matisse.


I tuoi nomi preferiti.

Francesco, Luigi, Antonio, il mio nome , i nomi classici.


Quel che detesti più di tutto.

La maleducazione.


Quel che c’è di brutto in te.

L’insofferenza.

I personaggi storici che apprezzi di più.

Giovanni Delle bande Nere capitan di Ventura, Cesare Augusto .


L’impresa militare che ammiri di più.

La seconda battaglia di El Alamein, lo scontro che vide fronteggiarsi le forze dell’Asse dell’Armata corazzata italo-tedesca comandate dal feldmaresciallo Erwin Rommel, e l’Ottava armata britannica del generale Bernard Law Montgomery.


La riforma che apprezzi di più.

La Controriforma cattolica.


Il dono di natura che vorresti avere.

Correre come un centometrista.


Lo stato attuale del tuo animo.

Pessimista.


Le colpe che t’ispirano maggiore indulgenza.

La violazione del sesto comandamento.


Il tuo motto.

Memento audere semper.



Come vorresti morire.

Un colpo apoplettico nel deserto del Sahara, cosi direbbero che sono scomparso come Ettore Majorana.

Videogiochi: che effetto hanno sul nostro cervello?

I videogiocatori spendono complessivamente più di tre miliardi di ore a settimana davanti ai monitor delle loro postazioni da gioco. Di fatto si pensa che un giovane, in media, investa nel gaming circa 10.000 ore del suo tempo libero prima di raggiungere i 21 anni d’età. Ma quali sono gli effetti del gioco intensivo sul cervello umano? Un nuovo paper pubblicato sulle pagine del giornale della Royal Society mostra che i videogiocatori abituali presentano un notevole accrescimento delle capacità di attenzione visiva, che si affianca ad un ridotto utilizzo dell’ippocampo (sede della memoria spaziale) a vantaggio del nucleo caudato. Lo studio, condotto da un team di ricercatori dell’Università di Montréal, costituisce un tassello di fondamentale importanza nella comprensione dei meccanismi che regolano l’evoluzione del nostro cervello in rapporto agli stimoli visivi. La ricerca ha coinvolto un campione di videogiocatori adulti che dedicano al gaming almeno sei ore settimanali.


“Per più di un decennio la ricerca ha dimostrato che i videogiocatori mostrano abilità di attenzione visiva più efficaci della media, e il nostro studio ha confermato ancora una volta questo concetto” ha dichiarato il professor Gregory West, coordinatore del team di ricerca. Ma il gaming può avere anche effetti negativi, che in futuro dovranno essere accuratamente studiati. “Abbiamo anche scoperto che i giocatori si affidano al nucleo caudato in misura maggiore rispetto ai non giocatori.” ha specificato West. “Ricerche precedenti avevano dimostrato che le persone che si affidano a strategie di navigazione dipendenti dal nucleo caudato presentano una ridotta attività funzionale dell’ippocampo, che è associata ad un aumentato rischio di malattie neurologiche come il morbo di Alzheimer.”


FONTE: Douglas Mental Health University

L’Arabia Saudita potrebbe acquistare delle bombe atomiche dal Pakistan

L’Arabia Saudita avrebbe contattato i suoi alleati pakistani riguardo l’acquisto di alcune testate nucleari a causa delle crescenti tensioni con l’Iran sciita. Questo è quello che sostengono alcune voci che arrivano dagli Stati Uniti.


Un ex ufficiale della Difesa americana ha dichiarato all’UK Sunday Times: “Per i sauditi il momento è arrivato. C’è da molto tempo un accordo con il Pakistan e ora i sauditi hanno deciso di portarlo a complimento”; “Non credo ci sia stato alcun trasferimento di armi per il momento” ma è solo una questione di tempo.


La tensione tra Iran e Arabia Saudita è aumentata negli ultimi mesi a causa della ribellione Houthi, minoranza sciita yemenita. Il Governo di Teheran sta appoggiando più o meno ufficialmente i propri correligionari e Ryad è intervenuta direttamente nel conflitto appoggiando il Governo dello Yemen. La guerra in Yemen ha reso più tesi i rapporti tra sauditi e americani con Re Salman che si è rifiutato di partecipare a un summit tenuto dal presidente Obama. Le tensioni riguardanti gli Houthi sono andate a esacerbare un rapporto messo in difficoltà dall’accordo sul nucleare raggiunto tra le potenze occidentali e l’Iran.


L’ex capo dei servizi segreti sauditi Turki bin Faisal aveva giusto dichiarato un mese fa in una conferenza tenuta dall’Asan Institute for Policy Studies, un centro di ricerca sud coreano, che “Tutto quello che hanno gli iraniani lo avremo anche noi” facendo speculare molti osservatori sull’eventualità di un ingresso dei sauditi nel campo nucleare. Faisal aveva inoltre dichiarato, in modo sibillino, che l’accordo nucleare con l’Iran aumenta le possibilità di proliferazione nucleare, non le diminuisce.


L’Arabia Saudita e il Pakistan sono in stretti rapporti da anni. Il Pakistan da anni beneficia di prezzi ridotti per quanto riguarda il petrolio iraniano e secondo molti osservatori questo sarebbe stato il pagamento per delle testate nucleari. I programmi nucleari pachistani, difatti, sono stati, molto probabilmente, finanziati, almeno in parte, dai sauditi. Questo è quanto sostenuto da Lord David Owen, ministro degli Esteri del Regno Unito dal 1977 al ’79. L’ex ministro ha aggiunto che è risaputo che data la quantità di soldi data dai sauditi ai pachistani, in caso di necessità, i sauditi sarebbero passati all’incasso e si sarebbero portati a casa delle testate nucleari.


I pachistani, chiaramente, negano ma tutti i leader militari NATO, a quanto pare, considerano assodata la volontà dei sauditi di entrare nel ristretto club nucleare, venendo meno al trattato di non proliferazione. Questo potrebbe far ripartire la corsa al nucleare, difficile immaginare, ad esempio, che Turchia e Egitto possano fare a meno di dotarsi di un arsenale militare in un’area dove tutti i grandi stati ne sono dotati.

Terminator, il Giorno del Giudizio non è scritto

Nella prima metà degli anni Ottanta, James Cameron era un regista semisconosciuto che all’attivo aveva soltanto un film, Piranha paura (1981), sequel dell’horror di Joe Dante Piranha del 1978. Era un film a basso costo che non aveva suscitato nessun clamore, né di pubblico né di critica. Ma Cameron non si arrese a quel primo insuccesso, e grazie a un incubo incorsogli durante un ricovero in ospedale per intossicazione alimentare, trovò l’ispirazione per realizzare il film che avrebbe dato il via alla sua straordinaria carriera da regista.


Gli ingredienti erano tanto semplici quanto efficaci: dei toni cupi, con una tensione sempre presente e un cyborg dalle sembianze umane, una minaccia proveniente dal futuro, indistruttibile, portatrice di morte tanto quanto di notizie catastrofiche. Per il ruolo delicatissimo del cyborg fu scelto Arnold Schwarzenegger, che da poco aveva raggiunto la fama internazionale con l’epic fantasy Conan il barbaro (1982) di John Milius. Proprio il volto inespressivo di Schwarzenegger, che diventerà poi un’icona degli action movie, è stato la vera chiave del successo di Terminator (1984), capace di incassare poco più di 38 milioni di dollari con un budget di appena 6,4 milioni. Due anni dopo Terminator, Cameron diresse Aliens – Scontro finale (1986), sequel di Alien (1979) di Ridley Scott, a cui sarebbero seguiti tutti gli altri successi del regista canadese, tra cui il celeberrimo e premiatissimo Titanic (1997) e Avatar (2009), rispettivamente il secondo e il primo maggior incasso di sempre nella storia del cinema.


Cameron si era rivelato insomma un Re Mida del cinema, capace di moltiplicare in milioni di dollari i budget concessigli dalle mega-produzioni hollywoodiane. Ma l’ascesa alla sua grande carriera di regista è legata a quel cyborg senza sentimenti, un T-800 (Arnold Schwarzenegger) proveniente dal futuro, dal 2029. In questa realtà, le macchine, grazie a un’intelligenza artificiale chiamata Skynet, sono riuscite a ribellarsi e a prendere il controllo della Terra, causando la distruzione dell’umanità. La resistenza è guidata da John Connor, figlio di Sarah Connor (Linda Hamilton). Ed è proprio lei che il T-800 deve uccidere: la deve uccidere prima che metta al mondo John, affinché il continuum temporale possa essere modificato. Ma anche la resistenza ha inviato qualcuno indietro nel tempo: si tratta del soldato Kyle Reese (Michael Biehn), che dovrà proteggere Sarah dal cyborg Terminator, programmato per uccidere.


Il Terminator incomincia la propria scia di omicidi cercando tutte le Sarah Connor sull’elenco del telefono. Ruba i vestiti a tre punk, si procura le armi e va verso il proprio obiettivo. Dall’altro lato c’è Sarah Connor, che già in Terminator – ma soprattutto nel sequel, Terminator 2 – Il giorno del giudizio (1991) – diventa una nuova Ellen Ripley, una donna-guerriero che non deve vedersela con entità aliene ma con un robot quasi invincibile. La regia di Aliens – Scontro finale per James Cameron, in tal senso, non è una casualità, e serve senz’altro per definire meglio i connotati della seconda Sarah Connor, quella che si ritroverà a dover fronteggiare i fantasmi del passato e a essere rinchiusa in un manicomio criminale proprio per aver cercato di distruggere una fabbrica di computer e di armamenti militari destinati a Skynet.


Se Terminator poteva, in un certo senso, essere autoconclusivo, con la distruzione finale del cyborg (la cui CPU – ma questo si apprende solo in una delle scene tagliate – sarà recuperata da due scienziati della Cyberdyne Systems, a cui si dovrà la creazione di Skynet), il secondo film della serie, Terminator 2, approfondisce non soltanto il rapporto tra uomo e macchina ma connota di maggiore umanità il cyborg stesso. Nel finale del cupo Terminator, la mano del cyborg scarnificato che si allungava verso Sarah Connor era la metafora della morte che si avvicina (non a caso il cyborg, al di sotto del rivestimento di pelle umana, è uno scheletro con gli occhi rossi). Nel secondo capitolo della serie, Sarah Connor deve fronteggiare una minaccia ancora più grande, vale a dire i propri incubi sul Giorno del Giudizio, che pare sempre più vicino. Stavolta, però, non dovrà proteggere soltanto se stessa ma anche suo figlio John, un tredicenne scapestrato di Los Angeles. Sarah è in manicomio e Kyle è morto nello scontro con il cyborg. Anche John crede che le storie sul Giorno del Giudizio e sulle macchine impazzite siano frutto solo della follia di sua madre, ma deve ricredersi quando si ritrova ad affiancare un tipo un po’ strano, serio, freddo, granitico e implacabile: questi altri non è che un nuovo Terminator, che ha le stesse sembianze di quello che anni prima aveva cercato di uccidere sua madre. Ora è stato inviato per un’altra missione: proteggere John Connor.


Il T-800, però, non è da solo, perché in quella dimensione temporale è arrivato anche un T-1000 (Robert Patrick), un cyborg moderno, fatto di metallo liquido, capace di assumere le sembianze di qualunque persona con cui entri in contatto ma anche di trasformare parti del proprio corpo in armi da taglio. Il T-1000 è stato inviato per uccidere non Sarah Connor ma John Connor. Dopo aver aiutato sua madre a fuggire dal manicomio criminale, per John si prospettano delle avventure mozzafiato accanto a un cyborg che, poco alla volta, assumerà degli atteggiamenti sempre più umani e che diventerà molto più che un semplice surrogato di padre. «Guardando John, con quel robot, tutto mi divenne chiaro» dice Sarah Connor. «Il Terminator non si sarebbe mai fermato, non lo avrebbe mai lasciato, né lo avrebbe mai fatto soffrire, non lo avrebbe picchiato né lo avrebbe sgridato, né avrebbe trovato scuse per non stare con lui; gli sarebbe sempre stato accanto e sarebbe stato pronto a morire per proteggerlo. Di tutti i padri putativi fin troppo umani che si erano avvicendati attraverso gli anni, questo robot sarebbe stato l’unico uomo giusto. In un mondo pazzo era la scelta più sensata.»


Il messaggio più forte di tutta la saga è però legato alla concezione antropocentrica, racchiusa nelle parole di John Connor a sua madre: «Il futuro non è scritto. Il vero fato è quello che ci scegliamo noi.» Un antropocentrismo che però è smentito dal terzo film, Terminator 3 – Le macchine ribelli (2003), fotocopia – perlomeno nella struttura narrativa – del secondo, con l’aggiunta di un po’ di ironia, a stemperare parecchio il clima di alta tensione che si avvertiva nel predecessore ma soprattutto in Terminator. Il cyborg è tornato, John Connor (Nick Stahl) è cresciuto ma il Giorno del Giudizio non è stato cancellato: è stato solo rinviato. Il futuro, in questo caso, va accettato. Questa volta il T-850 (identico al T-800) dovrà proteggere la futura moglie di John, Kate Brewster (Claire Danes), da un TX, che stavolta ha le sembianze di un’avvenente bionda (Kristanna Loken). Adesso John scopre di dover accettare suo malgrado il destino e di dover subire in maniera del tutto passiva la sconfitta dell’uomo di fronte all’ascesa della tecnologia. Così l’importante non è distruggere Skynet – non per ora – ma mettersi in salvo, affinché la battaglia non sia persa prima ancora del suo inizio.


Mentre i primi tre film erano ambientati in un contesto contemporaneo e suscitavano terrore per una minaccia soltanto evocata, che gravava nell’aria senza mai avvicinarsi del tutto, con Terminator Salvation (2009) siamo finalmente di fronte proprio allo scenario post-apocalittico descritto da Sarah Connor. Siamo nel 2018 e John Connor (Christian Bale) non è ancora diventato il leader della resistenza, anche se parla ai superstiti dell’umanità attraverso la radio. Oltre a distruggere Skynet, un altro obiettivo lo assilla: trovare il giovane Kyle Reese, il suo futuro padre, colui che dovrà tornare indietro nel tempo per salvare sua madre dal T-800 che cercherà di ucciderla; perché ora i paradossi temporali sono nell’aria (Ritorno al futuro insegna) e se i cyborg dovessero uccidere Kyle, allora anche John morirà. Tutta l’umanità cesserà di esistere poiché quella linea temporale sarà modificata. Ma ora John avrà un alleato del tutto speciale: non più un T-800, un cyborg che di umano ha soltanto la pelle, ma un uomo vero e proprio, che possiede ancora un cuore, un cuore vero. Si tratta di Markus Wright (Sam Worthington), che nel 2003 era stato giustiziato con un’iniezione letale ma il cui corpo era stato recuperato al fine di poterlo fare infiltrare nella resistenza: Markus altri non è che il primo Terminator dalle sembianze umane, metà uomo e metà macchina. L’evoluzione dei progetti di Skynet.


Terminator Salvation, molto più che nei primi tre film, esaspera il rapporto tra l’essere umano e la tecnologia: Markus è il contrario di RoboCop, che dall’esterno era robot ma con il cervello da uomo. Markus invece si sente un uomo a tutti gli effetti e la sola cosa che mai le macchine potranno prendere sarà proprio il cuore, da intendersi non soltanto come muscolo vitale ma anche come bontà, sensibilità o più semplicemente umanità. «Che cos’è che ci rende umani?» si chiede Marcus. «Qualcosa che non si può programmare, che non si può mettere in un chip: è la forza del cuore umano, la differenza tra noi e le macchine.» Quel cuore, oltre a salvare John Connor nello scontro finale con il T-800 che lo aveva quasi ucciso (come gli era stato profetizzato in Terminator 3), è destinato a salvare tutta l’umanità, in un mondo in cui l’ultimo sole non è ancora tramontato e in cui il destino, come dice John Connor, non è scritto ma è quello che ci creiamo.


I primi tre film costituirebbero un nucleo narrativo a parte se non fosse per le numerose citazioni di Terminator Salvation: John che guarda la foto di sua madre, la stessa che si vede nell’ultima scena di Terminator; la frase «Vieni con me se vuoi vivere», usata sia da Kyle Reese in Terminator sia dal T-800 in Terminator 2; o anche You Could Be Mine dei Guns N’Roses, canzone che riecheggia da uno stereo ad altissimo volume quando John Connor deve fermare i cyborg in moto, stessa canzone di Terminator 2, la sua preferita da adolescente. Il problema fondamentale di Terminator Salvation, però, risiede nella sua stessa progettazione. Così, mentre i due film di James Cameron riuscivano, in qualche modo, a soddisfare il pubblico per un finale aperto ma tutto sommato consolatorio – con la frase conclusiva di Sarah Connor a regalare un po’ di speranza dopo tanto orrore («Il futuro, di nuovo ignoto, scorre verso di noi, e io lo affronto per la prima volta con un senso di speranza, perché se un robot, un Terminator, può capire il valore della vita umana, forse potremo capirlo anche noi») – il film di McG era stato progettato come primo tassello di una nuova trilogia, ambientata non più nella giungla urbana dei primi tre Terminator ma in un universo post-apocalittico che avrebbe concluso la saga una volta per tutte. Purtroppo i guai finanziari della Halcyon Company, che detiene i diritti della franchise, avevano obbligato la produzione ad abbandonare il progetto, lasciando così in sospeso la storia di John Connor e della resistenza.


Terminator: Genesys, in tal senso, aprirà una nuova era, ripristinando ciò che già abbiamo visto, ciò che già è successo, e riportando in auge anche il vero simbolo della saga, Arnold Schwarzenegger, attore che incarna alla perfezione la simbiosi tra uomo e macchina, capace di segnare, con il suo physique du rôle, tutti gli action movie che cercavano di imitare la spettacolarità dei suoi film. Il futuro è appena iniziato.

MotoGP: Rinascita tricolore a Le Mans, per Rossi un nuovo avversario al titolo

Riavvolgete il nastro e tornate indietro di undici anni. Era il Gran Premio del Giappone, quando un giovanissimo Andrea Dovizioso conquistò la tappa di Motegi precedendo Lai e Corsi. Abbiamo dovuto attendere oltre dieci anni, per poter ammirare nuovamente un podio tutto tricolore nella minima cilindrata, la categoria che ha visto sbocciare i vari Marquez, Rossi e Lorenzo.

 

Questa volta a firmare l’impresa sono Romano Fenati, Enea Bastianini e Francesco Bagnaia. E se non fosse per l’inglese Kent, avremmo potuto addirittura assistere ad un memorabile poker, mancato per pochi decimi da Niccolò Antonelli. Per questa volta possiamo comunque accontentarci. Già, perché il verdetto emerso da Le Mans non può che regalarci fiducia in vista delle prossime gare, ma soprattutto in ottica futura.
Quel dominio spagnolo che sembrava durare imperterrito, inizia quindi a scricchiolare. L’abbiamo visto in Moto3 questo weekend e nella prima parte di stagione, lo stiamo assistendo in Moto2, dove Zarco conduce il campionato, infine ne abbiamo la certezza nella classe regina, in cui Valentino Rossi sta mettendo tutti in riga.

 

Ancora una volta il Dottore ha fatto la voce grossa. Dopo le difficoltà riscontrate nelle libere del venerdì e le qualifiche del sabato, ecco giungere come consuetudine il colpo di genio dopo il warm-up. Dal ruolo di spettatore, Valentino diventa protagonista di una domenica tutta in rimonta. Nonostante la settima casella in griglia, il 46 riesce già nelle prime battute a risalire la classifica, fino ad infilare le Ducati di Iannone e Dovizioso. Se non fosse per un Jorge Lorenzo stratosferico, per alcuni attimi stavamo già pregustando un secondo podio tutto tricolore. Invece Jorge scappa, vola, incontenibile come sempre quando ha strada libera. A Rossi non resta che “accontentarsi” di 20 punti. Un macigno nei confronti di un Marquez in netta difficoltà, soltanto quarto davanti ad un inarrendevole Iannone. Adesso i punti di distacco tra i due rivali sono ben 33, tanto che le attenzioni dell’alfiere Yamaha nella rincorsa al titolo si spostano: “Adesso è Lorenzo il rivale – ha spiegato il pilota di Tavullia – a Le Mans Jorge ha dimostrato di avere un gran passo e quando ha strada libera è difficile contenerlo. Non sottovalutiamo però Marquez – ha concluso – un due volte campione del mondo non si può darlo già sconfitto, è ancora presto”.

 

Dalla Francia il Circus si sposta ora al Mugello, dove nel weekend del 30-31 maggio andrà in scena uno dei Gran Premi più attesi di tutta la stagione. Lo scorso anno a vincere fu Marquez, al termine di un memorabile testa a testa con Lorenzo. Il 93 non vorrà mancare l’appuntamento con il podio, così come l’alfiere Yamaha, pronto a calare il tris in quello che è il regno di Valentino Rossi. Il pesarese gioca in casa e il pubblico potrebbe essere un valido alleato per regalargli un successo che manca da oltre cinque anni sul suo tracciato. Vietato infine scordarsi delle Ducati. Il weekend di Jerez è ormai un lontano ricordo, perché a Le Mans Dovizioso e Iannone hanno fatto subito capire che la tappa è spagnola è stata un incidente di percorso. I test della scorsa settimana sulla pista toscana hanno infatti permesso alla Casa di Borgo Panigale di ricucire il gap con Honda e Yamaha e il podio del Dovi ne è la dimostrazione.

 

Il detto dice: “Al Mugello non si dorme”. Con lo spettacolo che si preannuncia fin da ora, ne possiamo stare certi!

Djokovic mette a stecchetto le speranze degli avversari

Roma-Milano per Novak Djokovic, reduce dal perentorio 6-4, 6-3 su Roger Federer agli Internazionali d’Italia. Il campione serbo ha prestato volto e soprattutto una buona dose di simpatia in qualità di testimonial per la sua linea di prodotti alimentari DJOKOLife. L’evento, realizzato al Palazzo della Regione Lombardia, ha visto coinvolti molti bambini, un Roberto Maroni prestato alla pallavolo e coloro che respirano volley dalla mattina alla sera, ovvero le neo campionesse d’Italia di Casalmaggiore, alla ricerca del selfie perfetto col Djoker. Giù le mani, è tutta roba di Jelena. Inevitabile una battuta sul tappo di Champagne che ha rischiato di saltargli in un occhio: tutto a posto fortunatamente, consigliamo una sciabolata rigorosamente in slice per la prossima occasione. Chi ha detto Roland Garros?

 

 

Standing ovation appena l’attuale numero 1 nella classifica ATP arriva a Piazza Città di Lombardia sul campo in sintetico color terra realizzato per questo happening imperdibile soprattutto per i bambini, veri protagonisti dell’evento. Nole si è dimostrato show man all’occorrenza, ecco alcuni dei numeri sciorinati per l’occasione: lezione privata di tennis per i più piccini, smorzata che ricade dall’altra parte del campo per poi tornare da papà con un effetto da circense, grugniti da Godzilla (esibiti anche in alcuni celebri doppi a scopo benefico) ed infine stretching e meritato riposo dopo una battaglia epica con una ragazzina che ha festeggiato il compleanno strappando applausi con un diritto stellare ed un rovescio da antologia. Djokovic si concede ai più piccoli come se nulla fosse, ha il DNA – apparentemente – del genitore modello. Sarebbe bello intervistare tra qualche anno Stefan a tal proposito.

 

Djokovic coi bambini a Milano

 

Novak pigliatutto, invincibile (ha perso solo la finale con Federer a Dubai in questo 2015) pronto a conquistare la terra parigina (unica casella Slam ancora ferma a zero per il serbo). Ecco, potremmo dire che la sua stagione sia in perfetta antitesi di quella del suo Milan. Di certo, gli applausi seguiti da alcuni fischi appena Maroni ha rivelato la sua fede calcistica gli hanno fatto dapprima mettere le mani tra i capelli con la testa china, per poi salvarsi in calcio d’angolo con un convenzionale: “Io tifo Italia”. Nella conferenza relativa a DJOKOLife altra prevedibilissima domanda scomoda: “Che cosa ne pensi della stagione attuale del Milan?” Glissata abilmente con diritto inside out che brekka l’interlocutore: “Parlo solo di DJOKOLife.”

 

DJOKOLife

 

Tennis e promozione vanno di pari passo. Vi ricordate il furoreggiante Agassi nel mitico spot Canon “Image Is Everything?” Bene, toglietevelo dalla testa perché Nole viaggia sulle ali dell’equilibrio mentale e psico-fisico, del benessere corporeo e della dieta sana ed equilibrata. Niente ostentazioni, solo pragmatismo. Tsonga 2010 segna l’inizio del nuovo Djokovic (nel 2011 si concede del cioccolato dopo circa 8 mesi di regime dietetico ferreo, lui non propriamente celiaco ma intollerante al glutine). Roma 2015, Sua Maestà Federer cede il passo al marziano. L’elvetico ha poco da recriminare, Nadal si deve inventare qualcosa per difendere il feudo francese, Murray coltiva qualche speranza dopo il Masters di Madrid. Nole si prepara alla grande abbuffata, tennisticamente parlando. Per il resto c’è DJOKOLife.

 

Djokovic presenta la sua linea di prodotti

La Libia non vuole l’intervento europeo sulle barche dei trafficanti libici

L’Europa sta cercando di trovare un modo di aiutare la Libia a fermare il traffico di essere umani che parte dalle loro coste. Centinaia di migliaia di immigranti cercando di attraversare il tratto di mare che separa le coste libiche dalle coste di Lampedusa, il primo tratto di Unione europea. Ma l’ambasciatore libico alle Nazioni Unite non sembra essere d’accordo.


I membri europei del Consiglio di sicurezza, Regno Unito, Francia, Spagna e Lituania hanno preparato una risoluzione che garantirebbe ampia autorità nell’uso della forza al fine di sequestrare le barche usate nel contrabbando di esseri umani dalle coste libiche a quelle europee. La risoluzione permetterebbe alla coalizione di forze europee di inseguire i contrabbandieri anche in territorio libico. Quindi sarebbero violate non solo le acque territoriali libiche ma anche il suolo.


Non è ancora chiaro quante navi potrebbero essere impiegate nella missione e soprattutto quanti uomini. Uomini che si troverebbero ad operare in un territorio molto pericoloso, scosso da una guerra civile senza quartiere e dove le fazioni sono tante, forse tantissime.


I rappresentanti internazionali della Libia sono preoccupati per la perdita della loro sovranità. L’ambasciatore libico alle Nazioni Unite si è, inoltre, detto preoccupato per i pescatori libici che potrebbero vedere le loro barche, loro unica fonte di guadagno, distrutte: “Sarà molto difficile distinguere tra le navi dei pescatori e quelle dedite al traffico. Potrebbe essere disastroso per i pescatori”.


Le preoccupazioni dell’ambasciatore libico sono condivise da altri importanti attori della scena internazionale come la Russia e gli Stati Uniti. La risoluzione sarebbe adottata sotto gli auspici del 7° capitolo della Carta della Nazioni Unite, il capitolo a cui si fa riferimento in caso di imposizioni di sanzioni o interventi militari.


L’iniziativa è fortemente supportata da Renzi e da Federica Mogherini, Lady Pesc, il ministro degli Esteri dell’Unione Europea. Gli europei hanno basato la loro risoluzione su motivi umanitari, interrompere l’ecatombe di clandestini nel Canale di Sicilia, ma l’ambasciatore libico alza il dubbio che le potenze europee non vogliano nient’altro che un assegno in bianco sulla Libia.


Dalla chiusura di Mare Nostrum e dall’entrata in vigore di Triton c’è stato un aumento del 20% dei morti nel Canale. Dall’inizio dell’anno si parla di 1.800 morti con una proiezione annuale che varia da 10.000 a 20.000. Una soluzione va trovata.

Come muoiono le galassie

Nell’Universo esistono due tipi di galassie: ci sono le galassie “vive”, come la Via Lattea, nelle quali nascono in continuazione nuove stelle; poi ci sono le galassie “morte”, in cui il processo di formazione stellare si è interrotto. Le galassie vive sono ricche di gas freddi – perlopiù idrogeno ed elio – che costituiscono i mattoni fondamentali per la nascita di nuove stelle. Le galassie inattive, per contro, sono piene di metalli pesanti, ovvero i rimasugli lasciati dalla morte di stelle più vecchie. Gli astronomi hanno proposto due differenti ipotesi per spiegare le cause che conducono alla morte di una galassia: secondo la prima i gas freddi necessari alla produzione di nuove stelle verrebbero improvvisamente espulsi dalla galassia per via di forze ignote, privandola così del suo “fluido vitale”; la seconda suggerisce che la fornitura di gas si interromperebbe invece gradualmente, portando la galassia ad una lenta morte per “strangolamento”. Qual è, tra le due, l’ipotesi corretta?

 

I ricercatori dell’Università di Cambridge e del Royal Observatory di Edimburgo hanno scoperto che i livelli di metalli contenuti nelle galassie ormai inattive forniscono un’impronta digitale che permette di determinarne la causa della morte. Per arrivare a questo risultato gli scienziati hanno sfruttato i dati forniti dalla Sloan Digital Sky Survey, analizzando il livello di metalli pesanti in più di 26.000 galassie ubicate nei pressi della Via Lattea. “I metalli sono un potente tracciante della storia della formazione stellare: più stelle nascono e muoiono all’interno una galassia, maggiore sarà il suo contenuto di metalli pesanti” ha detto il dottor Yingjie Peng, principale autore dello studio. “Così, osservando i livelli di metalli pesanti nelle galassie inattive possiamo stabilire come sono morte”.

 

Se le galassie morissero a causa di un improvviso deflusso di gas freddi, la nascita di nuove stelle si interromperebbe bruscamente e il contenuto di metalli pesanti rimarrebbe invariato in tutte le fasi del processo di distruzione. Se le galassie venissero uccise per “strangolamento”, invece, il contenuto di metalli pesanti aumenterebbe con il trascorrere del tempo e le stelle continuerebbero a formarsi fino ad esaurimento dei gas, anche se con una frequenza ridotta. Sebbene per ragioni pratiche non sia possibile analizzare le galassie una ad una, attraverso complessi calcoli statistici i ricercatori sono comunque stati in grado di determinare la causa di morte della maggior parte delle galassie di dimensioni medie. “Abbiamo riscontrato che, per una data massa stellare, il contenuto di metallo di una galassia inattiva è significativamente superiore a quello di una galassia attiva di massa simile” ha detto il professor Roberto Maiolino, co-autore dello studio. “Questo non è quello che ci si aspetterebbe di vedere nel caso di un deflusso improvviso dei gas freddi, ma è coerente con lo scenario dello strangolamento”.

 

I ricercatori hanno verificato i risultati in modo indipendete, cercando di stabilire la differenza media di età tra le galassie attive e quelle in cui il processo di formazione stellare si è interrotto. I risultati dell’analisi suggeriscono uno scarto di circa quattro miliardi di anni, in perfetto accordo con l’analisi della distribuzione dei metalli pesanti e quindi anche con l’ipotesi della morte per strangolamento. “Questa è la prima prova definitiva che le galassie muoiono a causa del fenomeno dello strangolamento”, ha aggiunto Peng. “Tuttavia questo non ci dice nulla sui processi che lo innescano. In sostanza conosciamo la causa della morte ma non sappiamo ancora chi è l’assassino, anche se ci sono un paio di sospetti.”

 

Fonte:  Y. Peng, R. Maiolino, R. Cochrane. Strangulation as the primary mechanism for shutting down star formation in galaxiesNature, 2015; 521 (7551): 192 DOI: 10.1038/nature14439

EXPO 2015 Viaggio pedagogico intorno al cibo

I figli dipendono per lungo tempo dai genitori. Ciò influisce sull’educazione alimentare dei piccoli, ma i gusti e le scelte giovanili condizionano anche il mondo degli adulti.

Non tutto ciò che siamo in grado di mangiare viene mangiato. È necessaria la ricerca di un equilibrio.


Anche nell’educazione dei bambini il simbolo del pane è molto importante. Forse oggi lo è un po’ di meno nella società consumistica e sempre più abituata al fast food, ma fino a pochi anni fa si baciava il pezzo di pane che cadeva a terra: era ritenuto un oggetto sacro, fonte di vita. Il semplice fatto che questa abitudine oggi è scomparsa ci fa capire che nella nostra alimentazione i condizionamenti sociali e culturali sono molto importanti. Inoltre c’è una grande massa d’informazioni, non sempre corrette o non sempre adatte a tutti gli organismi, alle quali facciamo ricorso nella speranza di trovare un buon orientamento per la vita.


Oggi esiste una vera e propria scienza dell’alimentazione, formata da tre parti:

a. la fisiologia dell’alimentazione: lo studio dei meccanismi e dei processi mediante i quali i fattori nutritivi dei cibi vengono modificati e usati dall’organismo;

b. la fisiopatologia dell’alimentazione: lo studio delle alterazioni e dei disturbi della nutrizione, le insufficienze caloriche, gli squilibri fra i componenti dell’alimentazione;

c. la dietetica clinica: lo studio delle leggi generali dell’alimentazione dell’uomo malato, indicazioni e controindicazioni.


Prendiamo un esempio frequente nella società occidentale, quello dell’eccesso alimentare: vediamo che si produce una perturbazione metabolica, alla quale fa seguito l’obesità, l’aumento del colesterolo, le alterazioni della glicemia e l’ipertensione arteriosa. Ma sono state identificate molte altre relazioni tra la cattiva alimentazione e la patologia: mancanza di vitamine, comparsa dell’anemia, deficienze di accrescimento e di sviluppo dei bambini, diabete, gotta, epatiti croniche e così via.

L’educazione dovrà concentrarsi soprattutto nella prevenzione. Infatti oggi il cibo, se in molte zone della terra scarseggia, nel mondo occidentale è sovrabbondante rispetto al necessario. In questo ambiente sviluppato, negli ultimi anni si sono manifestate soprattutto due tipi di disturbi legati all’alimentazione: l’anoressia e la bulimia.


La prima si presenta come una perdita di peso dovuta alla volontà e come rifiuto di assumere cibi nella quantità sufficiente. In questa scelta molto importante è l’aspetto psicologico, per cui si evidenzia una distorsione dell’immagine corporea, la paura di ingrassare, la depressione dell’umore, insonnia, aggressività, isolamento sociale, scarsa capacità di concentrazione. Il sottopeso e le conseguenze negative sono immediatamente percepibili. Si può giungere perfino alla morte, qualche volta anche per suicidio: sembra, infatti, che l’anoressia sia la seconda causa di mortalità negli adolescenti dopo la tossicodipendenza.


La bulimia, invece, ha il percorso inverso: il paziente assume una grande quantità di cibo in un tempo molto breve. Ci troviamo in presenza di una totale perdita di autocontrollo, perché il soggetto interessato avverte di non essere capace di fermarsi né di scegliere tra i vari cibi. Egli inoltre prova un senso di vergogna.

Ci sono naturalmente anche altre patologie legate all’alimentazione o alla dieta. Un notevole influsso sembra che venga esercitato dai mass-media, che propongono continuamente modelli non facilmente eguagliabili oppure tipi di diete che promettono benessere immediato e permanente.


È necessario attivare una vera educazione alimentare. Infatti non basta la terapia farmacologia, ma occorre cambiare i nostri comportamenti se essi risultano dannosi per l’organismo. La ricerca di uno stile di vita sano e corretto è la migliore prevenzione e la migliore cura dei disturbi legati all’alimentazione; ma essa richiede una buona motivazione e una certa perseveranza.

La terapia dietetica va regolata sulla massa corporea, sull’entità del soprappeso e su eventuali complicanze che ogni paziente può presentare. Lo scopo fondamentale di ogni dieta è quello di ridurre l’apporto calorico rispetto al fabbisogno quotidiano. Ciò si ottiene con il consumo di latte e yogurt, carni magre, pesce e legumi (che hanno contenuto proteico), cereali e frutta (per i carboidrati), verdure, acqua e fibre; sono da sconsigliarsi le bevande alcoliche e quelle zuccherate, come pure vanno evitate quelle diete che escludono per lunghi periodi alcuni tipi di alimenti, come le diete a base di sola verdura o solo frutta, ecc.


In definitiva, un’alimentazione sana deve essere:

a. varia: orientata a soddisfare tutte le esigenze nutrizionali dell’organismo;

b. moderata: non esagerata nella quantità;

c. completa: soddisfare anche il gusto;

d. nutriente: facilitare l’assimilazione.

Occorre mettere insieme i cibi, abbinandoli tra loro e diversificando le scelte.

Va tenuto presente anche una constatazione elementare: il mangiare non è un’azione staccata dalla vita; perciò va collegata con le altre attività, fra le quali è di grande importanza l’attività motoria, ed è opportuno ripartire il fabbisogno energetico in tutto l’arco della giornata.


Una giusta educazione prende atto dei principali errori alimentari dei ragazzi (e, purtroppo, anche degli adulti, che poi li trasmettono ai ragazzi): c’è un eccesso di calorie rispetto al consumo energetico, molte volte si salta la prima colazione, non si ripartiscono bene i tempi così che ci sono troppi momenti vuoti e altri pieni di eccessi, ci si abitua a consumare disordinatamente merendine e patatine anche senza sentirne il bisogno, si diffonde l’uso di bevande troppo ricche di zuccheri e anche di bevande alcoliche, si svolge una vita troppo sedentaria e lontana da spazi all’aria aperta.

È chiaro che qualsiasi intervento pedagogico non deve essere portatore di ansie e di preoccupazioni, ma deve tendere a un risultato da conseguire in un clima sereno e collaborativo. A tal fine può essere utile coinvolgere i ragazzi nel fare la spesa, nel preparare i cibi e apparecchiare la tavola e così via. La cosa più importante è che i ragazzi non associno l’idea di assunzione del cibo con quella di tensione psicologica.

UN GRANDE MATTEO GARRONE CHE RISCOPRE IL CINEMA DI GENERE ITALIANO

Il racconto dei racconti di Matteo Garrone è un film semplicemente bellissimo, commovente per la sua straordinaria bellezza.

Non so a voi ma è proprio da tanto che qualcuno non mi racconta una fiaba!, quelle bellissime che conciliano il sonno dei bambini.

Matteo Garrone con maestria ed eleganza è riuscito a raccontare tre delle fiabe più belle della nostra grande tradizione letteraria La pulce , La vecchia scorticata, La cerva fatata.


UN GRANDE MATTEO GARRONE CHE RISCOPRE IL CINEMA DI GENERE ITALIANO


Il film di Garrone è un adattamento de Lo cunto de li cunti ovvero lo trattenemiento de peccerille, una raccolta di 50 fiabe in lingua napoletana, scritte nel ‘600, in piena epoca barocca, da Giambattista Basile.

Un fantasy che riconnette il cinema italiano con la grande tradizione di quel cinema artigianale, di effetti speciali “fatti in casa” che diedero lustro al cinema di grandi registi come Mario Bava o Dario Argento.

Si dice che ai francesi non sia piaciuto ma, insomma, con tutto il rispetto per l’eccelsa cinematografia francese, quando mai sono stati bravi nel cinema di genere e nel fantasy?


UN GRANDE MATTEO GARRONE CHE RISCOPRE IL CINEMA DI GENERE ITALIANO


E’ stato coraggioso Matteo Garrone a cimentarsi con il genere fantasy, lui che si è fatto apprezzare per averci portato con sguardo realistico, ed anzi neorealistico, squarci di realtà come il malaffare e il degrado delle periferie con Gomorra o la vacuità della società dell’ immagine e dei suoi modelli con il bellissimo Reality.

Due film, questi ultimi, che lo inserivano a pieno titolo nella migliore tradizione del neorealismo italiano.

Sembrerebbe dunque che in Italia se vuoi fare il regista o sei neorealista o vagamente intimista.

Il filone “intimista d’autore” è quello più inflazionato dai registi italiani e i frutti certo non sono eccelsi se si esclude Moretti e qualche altro .

Matteo Garrone con Il racconto dei racconti stravolge ogni regola regalandoci un film originale, curato nei dettagli, ben scritto, visionario pretenzioso e calibrato.

La regia, certo impregnata dello stile dei film precedenti di Garrone, con quell’uso sfrontato di movimenti di macchina veloci e che seguono il personaggio molto da vicino, sa in questo film anche distanziarsi dalla scena e prendere il volo con grandi panoramiche e piani lunghi .

Ditene quel che vi pare, scomodate sempre il buon Fellini, ma Matteo Garrone ha fatto un grande film, poetico , dolce, visionario e che fa riflettere con eleganza su temi eterni come la maternità , la crudeltà del potere o il sogno dell’eterna giovinezza.


UN GRANDE MATTEO GARRONE CHE RISCOPRE IL CINEMA DI GENERE ITALIANO


Gli attori sono eccelsi, i costumi di Massimo Cantini Parrini perfetti, le musiche originali di Alexandre Desplat sottolineano con dolcezza il clima favolistico. La scenografia di Dimitri Capuani e Alessia Anfuso è perfetta.

Matteo Garrone dedica il film ai suoi figli e anche nelle intenzioni di Giambattista Basile Lo cunto de li cunti era rivolto ai piccirilli.

Una parte di critica ha accolto il film a Cannes freddamente perché occorre uno sguardo innocente per amare questo film; in questo Matteo Garrone ci ha sorpreso, e chi poteva sospettare tanta innocenza visionaria negli occhi di uno che ci ha raccontato la cruda realtà di Gomorra?

Dopo il bravissimo Sorrentino che ci ha regalato un Oscar, con Lo cunto de li cunti siamo sicuri che il cinema italiano ha un altro grande regista Matteo Garrone.


Edith Piaf, la bellezza della musica che nasce dalla tragedia

Un corpo minuto, quasi curvo ed una voce disperata e dolce che ci ha regalato le più belle canzoni di sempre: stiamo parlando di Edith Piaf.

No, niente di niente!
No, non rimpiango niente!
Né il bene né tutto il male che m’hai fatto, non fa differenza per me
.

Non si sceglie un destino così crudele, carico di morti e sofferenze, disgrazie e malattie.
Edith Piaf è un mito della musica forse anche per questo, perché è riuscita a cantare il suo dolore.

Partorita sotto le luci di un lampione, che presto diventerà il faro della sua brillante carriera, nasce da madre italiana, cantante nelle fiere di paese e da padre contorsionista che la porterà ad esibirsi per le strade; cresce con la nonna paterna che gestiva un bordello in Normandia. A 15 anni decide di vivere la sua vita ed insieme all’amica Simone Berteaut si esibisce per i parchi e le taverne.

Viene scoperta a 20 anni dall’impresario Louis Leplée e, dopo un’audizione al “Le Gerny’s”, cabaret vicino agli Champs Elysées,  debutterà nel 1935 sotto lo pseudonimo La Môme Piaf.

Edith Piaf

Edith Piaf



Il suo sarà un lutto nazionale.

E’ il 14 ottobre 1963 e ai funerali c’era così tanta folla che la polizia non riuscì a trattenerla tutta: chi si arrampicava per i cancelli, chi camminava sulle tombe per vedere Edith un’ultima volta, Edith era una di loro, i parigini l’amavano follemente.  Marlene Dietrich, quando la sentì cantare per la prima volta, si avvicino’ a lei e le disse: “E’ molto che manco da Parigi, ma questa sera, sentendoti cantare, mi hai permesso di viaggiare e non posso che ringraziarti“.

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Edith Piaf e Marlene Dietrich



Edith Piaf ci lascia a soli 47 anni, una vita  bruciata in fretta e del resto lo aveva scritto lei stessa: “Se non canto, muoio
E’ il 1960, Edith è malata e ha i giorni contati – il suo medico glielo dice: “O smetti di cantare o muori”.

Durante un’intervista le chiederanno: “Se dovesse smettere di cantare cosa succederebbe?” E lei risponderà “Sto per dire una cosa orribile, ma credo che mi ucciderei”.

Edith Piaf bambina

Edith Piaf bambina



L’inizio della depressione avviene dopo una grave perdita: muore Marcel Cerdan, pugile campione dei pesi medi, il suo grande amore, l’amore che non avrebbe mai potuto avere perché sposato e con figli. Lei un giorno lo chiamerà implorandolo “Prendi l’aereo, se prenderai la nave avrò il tempo di morire, mi manchi troppo.
Quell’aereo precipiterà, causando il più grande dolore per Piaf, da cui non si riprenderà mai, cadde in una grave depressione, che mista ai dolori fisici di un’artrite appena nata, gli renderà l’esistenza un inferno.

Edith Piaf and Marcel Cerdan

Edith Piaf e Marcel Cerdan



Ventiquattr’ore dopo la morte di Marcel, in nero come sempre, elegante ma senza ostentare ricchezze, imbottita di roba chimica per restare in piedi, Edith annunciò al pubblico del Versailles, il locale notturno francese di New York: “Stasera canto per Marcel Cerdan, per lui soltanto”. Cantò l’Hymne à l’amour, il suo inno privato: Se un giorno la vita /ti strapperà a me,/sta’ lontano da me.. /Se tu muori/ allontanati da me./Poco mi importa/ se tu mi ami/perché anch’io morirò,/ avremo per noi l’eternità,/nell’azzurro/ di tutta l’immensità,/nel cielo senza più problemi. Non lo finì, crollò priva di sensi.

Edith Piaf ragazza

Edith Piaf ragazza



La malattia le irrigidisce il corpo deformando piedi, le splendide mani che tutti hanno elogiato e viso – per sopportare il dolore s’imbottisce di pillole in dosi massicce e presto si spargerà la voce che la Piaf fa uso di droghe. Inizia un travaglio di coma epatici, convalescenze, pillole e  interventi al fegato.

Incontra Theo Sarapo che sposerà il 9 ottobre 1962, lui ha 26 anni e lei 46. La mattina del matrimonio riflette “Non posso sposarlo, sarei ridicola, cosa penserà la gente della differenza di età?” Ma quell’amore così diverso le darà la forza e sarà la sua rinascita, solo per qualche tempo, perché esattamente un anno e un giorno dopo, Edith Piaf morirà.

Theo Sarapo ed Edith Piaf

Theo Sarapo ed Edith Piaf



“La morte è l’inizio di qualcosa” Edith Piaf 

 

Black Angel, il corto ritrovato di Star Wars

Black Angel è un film di Roger Christian, l’art director di Star Wars. Sir Maddox, un cavaliere medievale, torna dalle crociate e trova tutta la sua famiglia morta a causa della peste. Mentre vaga senza meta incontra una strana bambina , tenuta prigioniera da uno strano cavaliere, Black Angel.
Il corto veniva proiettato prima de l’Impero colpisce ancora, Star Wars episodio V, in Australia, Regno Unito e Scandinavia. Misteriosamente il negativo del film è andato perso negli archivi della Universal e ritrovato nel 2011. Ora il video è su YouTube con una breve introduzione di Christian stesso.

RINKO KAWAUCHI, QUANDO I DETTAGLI RIVELANO L’ESSENZIALE

Rinko Kawauchi, nata a Shiga, in Giappone, nel 1972, è una delle grandi promesse della fotografia contemporanea.

In brevissimo tempo è diventata una delle più apprezzate fotografe a livello mondiale.


RINKO KAWAUCHI, QUANDO I DETTAGLI RIVELANO L’ESSENZIALE


Perfettamente in linea con lo stile e la poesia dell’arte giapponese, i suoi scatti sono viaggi nel quotidiano colto però in un dimensione di sogno, la luce è quasi sempre diffusa e i suoi scatti sembrano emanare un profumo di sogno ed attesa .

Rinko Kawauchi si è laureata presso l’Università Seian di Arte e Design nel 1993 e ha iniziato a lavorare come fotografa freelance dal 1997.


RINKO KAWAUCHI, QUANDO I DETTAGLI RIVELANO L’ESSENZIALE


Prima d’intraprendere la carriera di fotografa ha lavorato per parecchi anni nella pubblicità conservando uno stile patinato ma arricchito da una dimensione poetica con una grande attenzione al dettaglio e all’intimità delle cose .

Nel 2001 ha pubblicato una serie di tre libri fotografici Utatane, Hanbi e Hanako, negli anni successivi pubblica Aila, The eyes the years e Cuicui.

RINKO KAWAUCHI, QUANDO I DETTAGLI RIVELANO L’ESSENZIALE

Tra gli ultimi suoi meravigliosi libri fotografici c’è Illuminance, dove il mondo della natura diventa qualcosa di simile a un’apparizione.

Le sue splendide immagini sono ora in mostra, fino al 5 luglio, alla Kunst Haus di Vienna.

In occasione di questa mostra Rinko Kawauchi ha realizzato una serie d’immagini che sono il risultato di un viaggio in Australia alla scoperta della luce.


RINKO KAWAUCHI, QUANDO I DETTAGLI RIVELANO L’ESSENZIALE


In questi scatti vediamo ghiacciai, porzioni di cielo; accanto a questa serie vi è la serie Illuminace , Cuicui e Aila.

Il gusto del dettaglio, l’intimità delle natura , di un fiore, è ricercata come fosse segno dell’assoluto; la luce rarefatta, un prato, un uccellino o una farfalla, qualsiasi cosa, nel suo obiettivo diventa un segno di un altrove .


RINKO KAWAUCHI, QUANDO I DETTAGLI RIVELANO L’ESSENZIALE


L’estetica delle sue fotografie si sposa a perfezione con la tradizione estetica orientale, con richiami palesi, ma certo inconsci e non consapevoli, alla tradizione più antica della pittura giapponese, con il suo gusto per le piccole cose e per il dettaglio.

Rinko Kawauchi, una visione sull’infinito partendo dai dettagli.



Rinko Kawauchi, Illuminance. Vienna, Kunst Haus (Untere weissegerber Str.13, www.Kunsthauswien.com) fino al 5 luglio

La star di “Nynphomaniac” è il volto della prima fragranza Miu Miu

Dopo aver scandalizzato tutto il mondo con il suo ruolo da ninfomane nel film di Lars Von Trier, “Nynphomaniac”, Stacy Martin è oggi il volto della fragranza Miu Miu.

Secondo il brand, l’attrice sarebbe la testimonial perfetta per il suo “rigore artistico e lo spirito iconoclasta”; a immortalarla, il talento fotografico di Steven Meisel. con cui ha già lavorato in passato.

 

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Le 10 modelle più belle del mondo

LE 10 MODELLE PIU’ BELLE DEL MONDO

 

Da Gisele Bundchen, la modella più pagata al mondo, oggi ritirata dalle passerelle, a Karen Elson, che ha iniziato a fare la modella a 16 anni, ed oggi invece ha una carriera come cantante.

 

 

Da Jessica Stam che da piccola sognava di diventare una dentista, a Georgia Jagger, figlia del mitico Mick Jagger. Qui le 10 modelle più belle del mondo:

 

Candice Swanepoel

Candice Swanepoel

Gisele Bunchen

Gisele Bunchen

Bar Rafaeli

Bar Rafaeli

Chi era B.B. King

Il re del Blues, B.B. King è morto nella sua casa di Las Vegas. Stava male da qualche mese e aveva dovuto interrompere il suo tour. B.B. King era in cura presso casa sua da inizio maggio dopo alcuni problemi di salute che lo avevano costretto a interrompere l’ennesimo tour di una carriera tra le più lunghe nella storia della musica. Il bluesman aveva 89 anni.


B.B. King è stato l’icona del Blues, almeno quanto Louis Armstrong lo è stato per Jazz. Come per Armstrong la fama di B.B. King sorpassava quella del genere musicale; non bisogna essere fan di Blues per conoscere King, è stato una star per sessant’anni.


B.B. King ha iniziato a suonare negli anni ’40 e fino al ’60 ha suonato esclusivamente davanti a un pubblico nero, nel “chitlin circuit” del sud degli Stati Uniti. King guadagnò fama internazionale con una lunga serie di hit R&B suonate con grandi band per etichette molto famose, come la ABC.
In questi pezzi portò la sua Lucille, la storica chitarra, a un nuovo livello di virtuosismo che fondeva gli stili di Charlie Chrisian, Django Reinhardt, Lonnie Johnson e T-Bone Walker.


B.B. King con il suo strano stile fu un esempio per moltissimi chitarristi diventati a loro volta leggende, come Eric Clapton. Negli anni ’60 registrò almeno 20 hit che gli fecero guadagnare fama internazionale.


Il vero nome di B.B. King era Riley B. King ed era nato vicino alla cittadina di Itta Bena, Mississipi in una piantagione di cotone. Comincio giovanissimo a lavorare nella piantagione in cui era nato e poi passo a essere conducente di trattori in un paese vicino. Si avvicinò alla musica cantando con il coro gospel di una chiesa battista e comprò la sua prima chitarra a 12 anni. Bukka white, il cugino, ex detenuto e ottimo musicista blues lo introdusse nell’ambiente e King iniziò a lavorare anche come musicista da giovanissimo.


Dopo un breve periodo in servizio per la Seconda guerra mondiale King tornò all’agricoltura ma, dopo aver distrutto un trattore scappò dalla piantagione verso Memphis con solo la sua chitarra è iniziò a vivere con White e a dedicarsi esclusivamente alla musica. Dopo qualche anno aveva guadagnato un fascia di 10 min su di una radio per neri. Qui prese il nome d’arte di “the Beale Street Blues Boy” poi accorciato a “Bee Bee” King e successivamente a B.B. King.


King iniziò ad entrare nei radar delle etichette blues ma i primi due dischi non fecero successo ma nel 1952 “3 O’Clock Blues” salì al primo posto nella classifica nazionale R&B e lì stette per più di un mese. Negli 11 anni successivi ebbe altri tre pezzi che arrivarono al primo posto e 28 brani che entrarono in classifica. King divenne famoso e cominciò a fare centinaia di date l’anno. B.B. King girava su di un bus personalizzato e trovava le date anche per strada.


Nel 1962 firmò un contratto con la ABC-Paramount e entrò nell’olimpo dei musicisti. Il suo pubblico rimase più che altro nero, almeno fino al 1967 quando iniziò a suonare davanti a un pubblico bianco. Nel ’69 apriva i concerti negli stadi dei Rolling Stones. Divenne una pop star. Vinse il primo dei suoi quindici Grammy. A 44 anni B.B. King era conosciuto in tutto il mondo.


Nell’87 era già nella Hall of Fame del rock ma la sua carriera non ha accennato ad arrestarsi. Nel 2000, a 75 anni, il singolo con il suo famosissimo allievo Eric Clapton “Riding with the King” arrivò al terzo posto in classifica e vendette più di 2 milioni di copie.


B.B. King continuò a fare 100/150 date l’anno fino in tarda età e suonò in 90 paesi diversi. Il Re si sposò due volte ma ebbe un numero imprecisato di figli, 8 sicuri ma forse il numero giusto è 15.

LANDY FANCY COLLEZIONE AUTUNNO/INVERNO 15/16

Per il prossimo inverno LANDI FANCY si conferma un brand di capispalla top di gamma.

Un successo che fonda le sue radici nei tagli ergonomici e nella reversibilità, punto di forza che permette al capo di assumere due aspetti completamente diversi, in un’ alternanza di fantasie a colour- block e al classico nero.

Per la prima volta troviamo all’interno della linea una proposta in pelle reinventata in chiave hippy folk con giacche ricoperte di frange in pelle scamosciata nei toni cipria, nocciola e ocra, ma anche rosso e arancio, che si alternano a modelli cowboy texano in pelle con frange più lunghe.

La collezione FW 15/16 è un mix equilibrato di gusto classico e sportivo che trova la massima espressione nelle nuove combinazioni di tessuti, come la lana o le pellicce ecologiche accoppiate al nylon, il neoprene a rete abbinato a tessuto tecnico.

La collezione si apre con i trapuntini primo peso dal fitting che delinea la silhouette con stampe geometriche che spaziano da patchwork di fantasie cravatta a motivi geometrici.

Per i pesi più importanti il brand reinventa il concetto di piumino: compaiono così inserti in lana impreziositi dai bagliori delle paillettes, frange, reti di neoprene e la nuovissima pelliccia in astrakan. Il nero che domina nella collezione è interrotto da macchie di rosso, arancio e blu. Le fodere interne nascondono tigri mimetizzate nella foresta.

L’IMMENSO LUCIAN FREUD E GLI ANIMALI

Lucian Freud è uno dei grandi dell’arte di questo secolo, nacque a Berlino l’8 dicembre del 1922 , è il nipote del padre della psicoanalisi Sigmund Freud.


Il padre di Lucian era un architetto, Ernst Freud, e la madre, Jeane MacAdam, una scultrice. Muore a Londra il 21 luglio del 2011.


Durante la sua esistenza ha dipinto quadri eccelsi, opere ineguagliabili con uno stile unico, personale, inimitabile.


 L’IMMENSO LUCIAN FREUD E GLI ANIMALI


Sarà per il privilegio di aver avuto un nonno come Freud, sarà che esiste qualcosa come la genetica, sarà, più verosimilmente, che in una famiglia si trasmettono inevitabilmente umori pensieri e sensazioni, fatto sta che Lucian Freud è stato un prodigio nella pittura come il nonno lo fu nell’indagine della psiche.


La sua rappresentazione dell’umano ha qualcosa d’inquietante ed iperrealistico; Lucian Freud, attraverso la sua genialità visionaria riesce a rappresentare il carattere profondo dell’umanità che si trova a dipingere, riuscendo, con una maestria unica, a rendere la disperazione, il dolore, quell’ angoscia che soggiace in ogni essere umano.


 L’IMMENSO LUCIAN FREUD E GLI ANIMALI


La capacità introspettiva di Lucian Freud sui soggetti che si trova a dipingere ha dello straordinario.


Oltre quest’aspetto, della sua pittura va sottolineata anche la capacità di donare carnalità alla carne , non è un gioco di parole, ma un modo per dire che carnale è la sua pittura perché indaga le profondità del corpo come metafora dell’essere.


I corpi di Lucian Freud stanno a voler mostrare l’inconscio, quella parte non rivelata che lui però riesce a cogliere e trasportare sulla tela . Come? Difficile dirlo, talvolta è l’ esagerazione di un’orbita oculare, talvolta un seno eccessivamente sceso, altre volte una smorfia del labbro, ma soprattutto è la fissità dello sguardo, la presenza assenza degli occhi a conferire all’umanità dipinta da Freud un che di inquietante e umano troppo umano, per dirla con Nietzsche.


 L’IMMENSO LUCIAN FREUD E GLI ANIMALI


L’aspetto interessante della mostra Lucian Freud and animal, a Siegen in Germania, è che questo straordinario artista è riuscito a rendere con gli animali la stessa operazione d’indagine caratteriale che fa sugli uomini.


Anche gli animali hanno un carattere e Lucian Freud riesce a coglierlo.


In questo Lucian Freud è in sintonia con suo nonno Sigmund che viveva in simbiosi con la sua chow chow Jofi.


 L’IMMENSO LUCIAN FREUD E GLI ANIMALI


Gli animali presenti nelle sue opere sono ancora più inquietanti delle donne e degli uomini che ritrae, la loro animalità si tramuta in umanità e l’umanità dei soggetti ritratti si tramuta in animalità.


Uno scambio che conferisce ancor più quell’atmosfera di totale abbandono alla vita, di gettatezza dell’essere per dirla con Martin Heidegger, un mondo dove regna la solitudine come spettro imprescindibile e sostanziale dello stare al mondo.


Nei quadri di Lucian Freud si respira l’aria malsana del non senso, c’ è puzza di inconscio nei suoi quadri, degno nipote di cotanto nonno.

Lucian Freud and the Animal.Siegen, Museum fur Gegenwartskunst (Unteres Scholoss 1, www.mgk-siegen.de fino al 7 giugno.

Kim Jong-un, un cattivo da film

Non molto tempo fa era circolata la notizia che Kim Jong-un, cercando di consolidare il proprio potere, avesse ucciso suo zio, Jang Song Thaek, aizzandogli contro un muta di cani inferociti. La notizia sembrava una bufala, troppo folle anche per un regime oscuro e oscurantista come quello coreano ma forse non era troppo lontana dalla realtà.


Da quanto Kim Jong-un è salito al potere nel 2011, dopo la morte del padre Kim Jong-il, ci sono state diverse scosse di assestamento nella leadership nordcoreana, almeno 70 ufficiali sono stati uccisi sull’altare del Brillante Compagno. Niente di particolarmente drammatico, considerando che la Corea del nord è un paese dove viene insegnato a scuola che la stirpe dei loro leader ha avuto origine divina e che i loro leader hanno poteri divini ma sono le modalità delle esecuzioni e i motivi delle stesse che lasciano di stucco.


L’ultima vittima, Hyon Yong Chol, il capo della difesa è stato messo davanti a un plotone di esecuzione formato anche da un cannone antiaereo. Il suo crimine? Essersi addormentato ad un evento a cui presenziava il Brillante Compagno Kim Jong-un.


Il metodo d’esecuzione tipico in Corea del Nord è sempre stato il plotone di esecuzione ma Kim ha messo un po’ di pepe al metodo consolidato. L’uso di armi come un cannone antiaereo in una esecuzione pubblica fa pensare a un uso della violenza come deterrente nei confronti del popolo.
Il tipo di armi usati nell’esecuzione di Chol sono tremendamente potenti, si parla di cannoni che sparano proiettili calibro 50 capaci di abbattere aerei da guerra, se questi cannoni fossero indirizzati verso una persona, a distanza ravvicinata, probabilmente il corpo sarebbe polverizzato.


Le esecuzioni sono pubbliche, per cui è molto probabile che grandi folle si radunino per vederle e vedere un corpo polverizzato sicuramente farà passare la voglia di ribellarsi a molte persone.
L’esecuzione del capo della Difesa non è stata la prima in cui i cannoni antiaerei sono stati usati, i due aiutanti dello zio erano stati uccisi con lo stesso metodo.


Questa brutalità da film sembra diventata molto più regolare sotto il governo di Kim Jong-un rispetto a quello del padre, il “Caro Leader” Kim Jong-il. Poco tempo dopo la sua salita al potere Kim aveva giustiziato il vice-ministro della Difesa perché non aveva rispettato il periodo di lutto in cui era proibito bere alcool con un colpo di mortaio.


Non che Kim Jong-il fosse un tipo conformista, durante la rivolta del ’95 il Caro Leader catturò gli ufficiali responsabili del tentativo di colpo di stato e li legò all’interno della loro sede e dopo diede fuoco al palazzo. La differenza è che sotto il comando di Kim Jong-un non si è mai sentito parlare di tentativi di colpo di stato e sicuramente non seri come quello cercato dal Sesto corpo d’armata nel 1995 contro il padre. La sua violenza è ingiustificata, se mai la violenza può non esserla.


Il regno di Kim, però, sembra concentrato sull’ammasso di potere e sull’eliminazione di ogni possibile, per quanto improbabile, minaccia al suo “trono”. Quest’anno è stato ucciso un ufficiale che ha osato lamentarsi della politica di piantumazione, un altro ufficiale che si occupava di pianificazione economica è stato fucilato per essersi lamentato della forma di un tetto su di un nuovo edificio di Pyongyang, quattro membri di una orchestra statale sono stati uccisi con l’accusa di spionaggio.
Un comportamento da re di Game of Thrones, non pensate?

Europa potrebbe nascondere un oceano sotterraneo in grado di ospitare la vita

Una nuova ricerca condotta dagli scienziati della NASA suggerisce che il materiale scuro rilevato su alcune formazioni geologiche di Europa, una delle principali lune di Giove, potrebbe essere cloruro di sodio proveniente da un oceano sotterraneo, scoloritosi a causa dell’esposizione alle radiazioni della magnetosfera gioviana. La presenza di sale marino sulla superficie di Europa è indice di un’interazione diretta tra l’oceano sotterraneo e il suo fondale roccioso, dato di fondamentale importanza per determinare se il satellite sia adatto o meno a sostenere la vita. Lo studio, disponibile online a questo indirizzo, è stato pubblicato sulle pagine della rivista Geophysical Research Letters.


“Abbiamo molte domande su Europa. La più importante, quella a cui è più difficile rispondere, riguarda la capacità del satellite di sostenere la vita. Uno studio come questo è importante perché si concentra su questioni che abbiamo la capacità di risolvere”, ha dichiarato Curt Niebur, membro del progetto Outer Planets al quartier generale della NASA. “Una volta trovate le risposte, saremo in grado di determinare se l’oceano nascosto sotto il guscio ghiacciato di Europa presenti effettivamente le condizioni ideali per ospitare forme di vita.”


L’esatta natura del materiale scuro che ricopre le fratture lineari presenti sulla superficie di Europa è stata oggetto di dibattito per più di un decennio. Il fatto che sia stato rilevato unicamente nelle regioni più giovani della crosta suggerisce una correlazione diretta con gli strati più interni del satellite, ma non offre alcun indizio per determinarne l’esatta composizione chimica. L’unica certezza è che Europa è irradiato dal campo elettromagnetico di Giove, che sferza di continuo la superficie della luna con elettroni altamente ionizzati. E’ proprio a partire da questa semplice osservazione che gli scienziati della NASA, grazie ad una serie di esperimenti specifici, sono riusciti a dimostrare che il materiale misterioso è in realtà del semplice cloruro di sodio irradiato. Per ottenere questo risultato sono stati creati in laboratorio alcuni modelli della superficie di Europa composti da diversi materiali. Ciascun modello è stato poi sottoposto ad un intenso bombardamento elettromagnetico all’interno di una camera a vuoto con una temperatura di -173 gradi Celsius. Durante la procedura gli scienziati hanno raccolto gli spettri di emissione di ciascun materiale, creando delle impronte chimiche. Sorprendentemente, il cloruro di sodio ha assunto la caratteristica colorazione scura del materiale osservato su Europa.


“In termini di temperatura, pressione ed esposizione alle radiazioni il modello creato in laboratorio imita perfettamente le condizioni presenti sulla superficie di Europa. Questo significa che gli spettri di questi materiali possono essere confrontati con quelli raccolti dalle sonde e dai telescopi” ha spiegato Kevin Hand, astronomo del Jet Propulsion Laboratory di Pasadena. “A conti fatti, i risultati dell’esperimento indicano che l’impronta chimica del cloruro di sodio irradiato è un match valido per i dati inviati dalla sonda Galileo durante il suo transito nei pressi di Europa.”


FONTE: NASA/Jet Propulsion Laboratory

Il Vaticano riconosce lo Stato di Palestina

Papa Francesco ha sorpreso tutti ancora una volta e, proprio in un periodo di avvicinamento a Israele, ha riconosciuto ufficialmente lo Stato di Palestina. L’Osservatore Romano ha diffuso la notizia di una intesa sul testo e della prossima firma di un accordo globale tra la Santa Sede e lo Stato di Palestina. Il giornale del Vaticano ha intervistato il sotto-segretario per i Rapporti con gli Stati e Capo delegazione della Santa Sede.


L’accordo è stato preso sulla base dell’intesa tra Santa Sede e OLP (Organizzazione per la liberazione della Palestina) del 2000. Il rapporti tra i due stati furono stabiliti nel 1994 e i negoziati per il riconoscimento dello Stato di Palestina sono rimasti fermi fino al 2010.


Nell’accordo si auspica una risoluzione del conflitto con Israele sulla base della ipotesi dei “Due Stati” e si parla della libertà religiosa all’interno della Palestina. L’accordo ha sorpreso tutti gli osservatori delle questioni vaticane; ultimamente c’era stato un riavvicinamento tra la Santa Sede e Israele, entrambi preoccupati dell’impatto del Califfato sull’area e sulle minoranze religiose che vivono in Siria e Iraq.


Per questo l’accorda tra i due Stati è stato un fulmine a ciel sereno per Israele e la reazione è stata, come si poteva immaginare, d’ira. Il Vaticano aveva, comunque, ben accolto la decisione dell’Assemblea delle Nazioni Unite del 2012 di riconoscere lo Stato di Palestina.


Il ministro degli Esteri israeliano si è subito detto deluso dallo sviluppo in quanto non promuove il processo di pace e allontana la leadership palestinese dai colloqui bilaterali. Il trattato arriva pochi giorni prima alla visita a Roma del presidente palestinese Mahmoud Abbas a causa della canonizzazione di due religiosi originari della Palestina.


C’e da dire che nell’ultimo anno la Santa Sede si è quasi sempre riferita in modo non ufficiale alla Palestina come stato: durante la visita in Terra Santa di Papa Francesco il programma ufficiale della Santa Sede si riferiva ad Abbas come Presidente dello “Stato di Palestina” e l’ambasciatore palestinese in Vaticano è riconosciuto come rappresentante di “Palestina (stato di)”.


Questa decisione è l’ennesima sorpresa diplomatica che arriva da San Pietro nell’ultimo mese. Le scosse telluriche causate dal riconoscimento del Genocidio armeno si erano, difatti, appena spente. Ora non resta che aspettare una reazione ufficiale di Israele.

La lista dei film del Festival del Cinema di Cannes

Grande fermento per la 68esima edizione del Festival di Cannes iniziata mercoledì 13 maggio e che terminerà il 24 maggio. Qui la lista dei film in concorso, dei 19, tre sono italiani per la prima volta in vent’anni – e sono di Nanni Moretti, Paolo Sorrentino e Matteo Garrone.

In concorso:

Emmanuelle BERCOT – LA TÊTE HAUTE
Jacques AUDIARD – DHEEPAN (titolo temporaneo)
Stéphane BRIZÉ – LA LOI DU MARCHÉ
Valérie DONZELLI – MARGUERITE ET JULIEN
Matteo GARRONE – IL RACCONTO DEI RACCONTI
Todd HAYNES – CAROL
HOU Hsiao Hsien – NIE YINNIANG
JIA Zhang-Ke – SHAN HE GU REN
KORE-EDA Hirokazu – UMIMACHI DIARY
Justin KURZEL – MACBETH
Yorgos LANTHIMOS – THE LOBSTER
MAÏWENN – MON ROI
Nanni MORETTI – MIA MADRE
László NEMES – SAUL FIA
Paolo SORRENTINO – YOUTH
Joachim TRIER – LOUDER THAN BOMBS
Gus VAN SANT – THE SEA OF TREES
Denis VILLENEUVE – SICARIO
Sezione “Un certain regard”
Samuel BENCHETRIT – ASPHALTE
Neeraj GHAYWAN – MASAAN
Grímur HÁKONARSON – HRÚTAR
KUROSAWA Kiyoshi – KISHIBE NO TABI
Laurent LARIVIÈRE – JE SUIS UN SOLDAT
Dalibor MATANIC – ZVIZDAN
Roberto MINERVINI – THE OTHER SIDE
Radu MUNTEAN – UN ETAJ MAI JOS
OH Seung-Uk – MU-ROE-HAN
David PABLOS – LAS ELEGIDAS
Ida PANAHANDEH – NAHID
Corneliu PORUMBOIU – COMOARA
Gurvinder – SINGH CHAUTHI KOOT
SHIN Suwon – MADONNA
Alice WINOCOUR – MARYLAND

Fuori concorso

Woody ALLEN – IRRATIONAL MAN
Pete DOCTER, Ronaldo DEL CARMEN – INSIDE OUT
George MILLER – MAD MAX: FURY ROAD
Mark OSBORNE – THE LITTLE PRINCE

Proiezioni di mezzanotte

HONG Won-Chan – O PISEU
Asif KAPADIA – AMY

Proiezioni speciali

Souleymane CISSE – OKA
Elad KEIDAN – HAYORED LEMA’ALA
Nathalie PORTMAN – SIPUR AL AHAVA VE CHOSHECH
Barbet SCHROEDER – AMNESIA
Pavle VUCKOVIC – PANAMA

ELSA MAXWELL, I MILLE VOLTI DELLA PETTEGOLA DI HOLLYWOOD

Ho sempre sognato di diventare come Hedda Hopper, Louella Parsons ed Elsa Maxwell, tre giornaliste capaci di far tremare il mondo con i loro articoli taglienti, le loro recensioni negative, il loro gusto sopraffino. Loro si che sapevano mettere in ginocchio, aristocratici, divi, re e regine, presidenti e first lady. Tutte e tre coltivarono in gioventù l’ambizione di diventare attrici, anzi dive.


Tutte e tre non avevano ricevuto il dono prezioso e unico, della bellezza. Tutte e tre si dedicarono fino all’ultimo giorno della vita a denigrare il jet set senza rimorsi, senza voltarsi mai indietro. Senza pietà, le signore spifferavano ai quattro venti, all’epoca non c’era ancora facebook, i pettegolezzi del bel mondo. La solidarietà o ancora la generosità non sapevano nemmeno cosa fosse. Se dovevano stroncare una carriera o distruggere un film, loro non ci pensavano su due volte.


Il gossip divenne la loro unica ragione di vita.


La più ironica delle tre, rimane Elsa Maxwell, di cui la casa editrice Elliot, ha ripubblicato, nei mesi scorsi, Party – L’arte del divertimento, un collage di buone maniere, di volti patinati, di un’aristocrazia ormai scomparsa, dell’arte del ricevere che non esiste più. Leggendolo ne esce fuori un “sunset boulevard” disarmante. Le regole che detta il suo libro sono un po’ fuori moda ma cosi fascinose che si chiude, di certo, un occhio. Come le regole sui fiori; è fondamentale non lesinare sui fiori, ad esempio, ma non bisogna arrivare al punto di far assomigliare la sala al camerino della grande attrice la sera. I fiori devono risultare belli e gai, ma bisogna saperli scegliere. I gladioli ad esempio vanno benne per decorare gli atri degli alberghi. Oggi nemmeno quello. I gladioli sono passati di moda come molti dei consigli che ci vengono propinati.


ELSA MAXWELL, I MILLE VOLTI DELLA PETTEGOLA DI HOLLYWOOD


Nell’arte d’intrattenere non importa tanto il chi quanto il perché. Non importa quanto si spende, e quanto prestigio si racimola; conta ciò che si ha nel cuore. Ancora di più, conta ciò che si lascia nel cuore degli altri. Dare una festa non vuol dire solo tirar fuori le porcellane migliori e i tovaglioli bianchi delle nozze per poi sperare che tutto vada per il meglio. Si tratta di un atto di amore. Di generosità. Di volontà di condividere. Si tratta della possibilità, che ognuno di noi ha, di accendere una candelina negli angoli bui.


Che cosa emerge da questo memoir dal gusto retrò? Che Elsa Maxwell si divertiva. O sapeva nascondere molto bene che non si divertiva. E che sapeva emergere in un mondo popolato da soli uomini.


Adoro le storie delle donne che hanno saputo farsi da sole! E lei di strada ne ha fatta tanta, viste le sue umili origini. Figlia di una massaia e di un assicuratore ha saputo inventare se stessa. «Non sarà facile per te quando me ne sarò andato, le dichiarò il padre. Sei brutta e grassoccia e via via che passerà il tempo diventerai sempre più brutta e grassoccia». Non potendole lasciare denaro, le dette qualche suggerimento: non tener conto del giudizio altrui, mantenersi libera dalle cose materiali, godersi la vita così come viene, prendere con leggerezza le cose serie, saper ridere di se stessa.


Di questi consigli la Maxwell, allora poco più che ventenne, ne fece tesoro. Ed ebbe un successo incredibile. Socia di due locali notturni a Parigi, consigliera di stilisti, addetta alle pubbliche relazioni per Montecarlo, sceneggiatrice, giornalista, collaboratrice di riviste, conferenziera e soprattutto pettegola.


«Sono sempre stata orribile a vedersi – confessa con disarmante sincerità -. E quando compresi che nessun uomo si sarebbe mai prodigato nei miei confronti, puntai tutte le mie carte sul cervello, il solo organo del corpo umano che ci permette di vendicarsi del prossimo» oancora,«Non è stata una vita facile per una donna che non sarebbe riuscita a sembrare chic neanche indossando una creazione di Molyneux in mezzo ad una riunione di preghiera di Hamish».


Ed è proprio dal suo aspetto e dalla sua ambizione, che inizia la sua favola di “princesse du mal”. Una principessa sprovvista della grazia e del “savoir faire” ma dotata di grande tenacia.


In breve tempo, divenne una delle socialite più richieste del momento, riuscendo a creare eventi e allacciare rapporti sociali tra politica, business e arte, al punto che non solo Alì Khan nel 1948 ricorse a lei per essere presentato a Rita Hayworth e, ma anche Wallis Simpson, neoduchessa di Windsor, negli stessi anni, per imporsi alla casta snob di Park Avenue, accettò di sfilare per beneficenza in un défilé organizzato a New York da Cecil Beaton.


E ancora, con le sue perfide e sottili strategie, fece da Cupido tra Aristotele Onassis e Maria Callas sul famoso yacht Christina in crociera sul Mare Egeo, creando quel love’s affair di cui ancora oggi parlano le riviste di gossip.


ELSA MAXWELL, I MILLE VOLTI DELLA PETTEGOLA DI HOLLYWOOD


“Qualcuno ha detto che la vita stessa altro non è che una festa: uno ci arriva che è già cominciata e se ne va quando non è ancora finita. Bé, quando verrà per me il momento di abbandonare la festa più lunga, non potrò sperare in un epitaffio più azzeccato di quello che il compianto Frederick Lonsdale ha scritto prematuramente per la mia persona: Ha bussato alla porta della storia e ha segnato parte del secolo coi suoi ricevimenti. La sua fama è legata a mille una festa – e non se ne ricorda una noiosa”.


Parlare di Elsa Maxwell significa passare in rassegna un elenco interminabile di personaggi come gli osannati Churchill, Roosevelt ed Eisenhower o ancora coppie a prova di bomba come i duchi di Windsor e coppie destinate a scoppiare come Cary Grant e Barbara Hutton. Conoscere la Maxwell significa sapere tutto di tutti. Come non ricordare il vezzo di Enrico Caruso che serviva ai suoi ospiti pizza spruzzata di cipria, Scott Fitzgerald che non smaltiva né le sbronze né i complessi di inferiorità, Greta Garbo radiosa, solitaria e piena di paure, il bravo, buono e bello Gary Cooper, Hemimgway che si vantava troppo della sua virilità e fa sorgere qualche dubbio, l’incazzoso seduttore Gianni Agnelli che sfasciava fidanzamenti e automobili, Albert Einstein che amava suonare il violino piuttosto che spiegare la teoria della relatività, Charlie Chaplin che improvvisava pantomime per gli ospiti.


E’ stata la regina indimenticata dei salotti di mezzo mondo, dai suoi adorati Stati Uniti ai dorati palazzi della nobiltà europea, dal Ritz di New York al Maxim di Parigi, dal Lido di Venezia alla Costa d’Azur. Il suo motto era: «Ho mirato alla luna, e l’ho raggiunta»; prima, però, si era concessa un bel giro sulla Terra, in compagnia di «parecchi presidenti degli Stati Uniti, una dozzina di re e metà dei titolati dell’Almanacco del Gotha». “Quando Maria Callas viene a una mia cena e il giorno dopo mi fa recapitare un mazzo di rose con un biglietto scritto di suo pugno, be’, io sono semplicemente fuori di me dalla gioia”.


La regola numero uno di Elsa Maxwell per un party strepitoso riguarda la padrona di casa. “Se si vuole avere successo come padrona di casa, bisogna dare alla gente quel che non si aspetta. Bisogna sbarazzarsi delle regole, a parte quelle dettate dalla discrezione e dal buon gusto. Bisogna prendere in mano il timone e far lavorare l’immaginazione. Bisogna dar feste secondo le regole della propria personalità, del proprio gusto, del vostro portafoglio. Ma bisogna ricordare che tutti i soldi del mondo non bastano a fare una valida padrona di casa. Non sono i soldi a decidere la riuscita della festa, ma la persona che la organizza.


Chi organizza una festa deve stupire, lasciare tutti a bocca aperta, divertire e épater come dicono i francesi.


La Maxwell sapeva fare tutto ciò e organizzò ad Hollywood una festa a tema gastronomico. Una sorta di Masterchef ante litteram, che vide la partecipazione in veste di chef, divi e divine dell’epoca tra cui Joan Fontaine e Claudette Colbert. Il primo premio, fu conferito ad un uomo: Clarke Gable, il re di Hollywood. A Londra inventò una caccia al tesoro con così tanti invitati vip che arrivò la polizia e poi il Principe del Galles a dileguarla. Come non ricordare, poi, la festa a tema bucolico nella Sala della Giada del Waldorf Astoria, a New York. La sala da ballo del lussuosissimo albergo fu trasformata in uno scenario così verosimile che perfino i maiali si sentirono a loro agio. C’erano meli, un pozzo, mucchi di fieno, i famosi maiali e addirittura un porcaio fatto arrivare dall’Ohio. Cecil Beaton si presentò mascherato da spaventapasseri con due passeri impagliati sulle spalle. I duecento uccelli che gorgheggiavano a squarciagola, chiusi in gabbia e a fine serata regalati agli ospiti come cotillon. E infine il ballo di beneficenza April in Paris, dove la Maxwell vestita da maharaja stupì gli invitati e la regina Giuliana dei Paesi Bassi, facendo partecipare alla festa alcuni elefanti presi in prestito da un circo. L’enorme quantità di cacca scaricata dai pachidermi sui marmi e sui tappeti persiani verrà giudicata foriera di buona fortuna.


ELSA MAXWELL, I MILLE VOLTI DELLA PETTEGOLA DI HOLLYWOOD


«Festicciole senza pretese e banchetti pantagruelici» li definisce Elsa, regina senza rivali del gossip. Essere la regista di quei party è per lei «pura gioia, puro piacere». Ma non bisogna dimenticare che una padrona di casa di successo deve essere o amata o temuta, o essere una donna importante. Serve una personalità amabile. Può essere intelligente o stupida, graziosa o ordinaria, ricca o povera, può svolgere qualunque professione ma l’amabilità è un fattore intangibile.


Poteva non essere amabile Diane Vreeland, direttore di Harper’s Bazaar e poi di Vogue? O ancora Rosalind Russel, Loretta Young e Marlene Dietrich? Per non parlare delle signore dell’upper class di Manhattan come le Rubinstein, le Winston, le Woodward.


Fondamentale per la riuscita di un party è l’umorismo ma soprattutto la conversazione. Bisogna tenere un archivio mentale di aneddoti brevi e appropriati alle circostanze, anche di domande stimolanti, a cui ricorrere per rilanciare la conversazione o riempire dei vuoti”. E poi, mai dimenticare di mescolare con intelligenza gente molto diversa. Ognuno, però, deve portare il suo valore aggiunto. Per Miss Maxwell gli ospiti perfetti erano la Duchessa del Devonshire, Mrs Clare Boothe Luce, il principe Ali Khan, il Duca di Verdura, Mr Cole Porter, Mr Noel Coward e naturalmente Madame Callas, una delle donne più affascinanti del secolo scorso, ma soprattutto il più grande genio creativo in ambito operistico.


Tra le pagine si ritrovano anche i consigli per liberarsi dai criticoni (quelli che vanno alle feste solo per trovarne le pecche) e dai seccatori (un aspirapolvere sociale che risucchia tutto quello che incontra senza dare niente in cambio). Come ci si difende: mettendoli tutti allo stesso tavolo. Non solo un ospite va sacrificato.


ELSA MAXWELL, I MILLE VOLTI DELLA PETTEGOLA DI HOLLYWOOD


Che a tavola siedano teste coronate o nuovi ricchi, la padrona di casa dovrà fare attenzione al passaggio più delicato, la fine del pasto: «Dopo cena può esserci un momento morto. La novità è svanita, la conversazione potrebbe iniziare a vacillare, la noia a stendere un velo di polvere su stomaci e menti appagate. E’ qui che viene alla luce il talento della padrona di casa. Se è saggia si limiterà a tenere sotto controllo l’andamento della serata, serbando un qualche asso nella manica che sfodererà solo nel caso in cui la fase letargica minacci di protrarsi oltre il dovuto. Quando si dà una cena bisogna prepararsi a gestire la bonaccia che segue la gozzoviglia»


E infine gli ultimi consigli: invitare più uomini che donne. Le donne sole a un party sono pericolosissime. Se organizzate una festa in casa, per l’amor di Dio, tenetene fuori i bambini. Anche i più portati per la vita sociale sono per la maggior parte della gente una vera iattura. Stesso trattamento viene suggerito per i cani e gatti: l’ideale è «isolarli in cantina». E poi se si ha qualche ansia, si bevono due robusti drink e per il resto della serata sembrerà di volare sulle ali dell’entusiasmo. Solo così la serata decollerà meglio!


Chiude il libro una rassegna di ricette delle signore dei ricevimenti di tutto il mondo a cui Elsa Maxwell ha preso parte, elogiandone l’eleganza della mis en place e soprattutto la raffinatezza delle portate. Ricette un po’ pesanti, a mio avviso, come il fagiano en casserole di Mrs Garret, il soufflé di pesce e formaggio di Margaret Case, le crepes canarius al curacao, all’arancia e al cointreau, i cuori di carciofo ripieni au gratin e il gumbo di pesce alla creola di Joan Fontaine, il consommé vert-pré che Mrs Vreeland usava offrire alle sue cene. Loretta Young era brava nel preparare il riso pilaf per accompagnare qualunque piatto di carne o di pesce in salsa cremosa, mentre la più celebre Rosalind Russel, diventata famosa per aver dato il volto a Zia Mame, era bravissima a preparare il Vitello con panna Acida.


Il consiglio migliore lo fornisce Mrs Ballard, l’ex modella e consulente di moda, Bettina, che dichiara: il modo migliore per mangiare bene, è quello di disporre di un bravo cuoco!

SFILATA “CROCIERA” DIOR 2016

Tra futurismo e passatismo, la sfilata “Crociera” di Dior sorprende nuovamente. Un’architettura utopica, che ricorda le abitazioni degli Inuit e quelle dell’uomo ai primordi, fa da cornice al fashion-show più originale di Dior, che in quanto a meraviglie non sbaglia un colpo.

Palais Bulles è la location scelta, progettata dal’architetto ungherese Antti Lovag, inventore del concetto di “abitologia”. La struttura è situata in un paradiso terrestre sulle scogliere di Théoule-sur Mer ed il proprietario è Pierre Cardin, il grande stilista che ha iniziato la sua carriera come primo sarto nell’atelier tailleur di Christian Dior.

Raf Simons, Direttore Artistico di Christian Dior, si lascia ispirare dai colori che si affacciano a Palais Bulles: i blu della Costa Azzurra, i riflessi argentati delle onde, la luce brillante del panorama che entra dalle finestre-oblo’.

E’ una collezione fresca, dalle strutture geometriche, dalle mescolanze di stili e tessuti; la preziosa lavorazione dell’uncinetto, le tecniche ” fatte a mano”, i patchwork, ricordano i paesaggi marini e stellati della Francia, e lo show di questa sfilata, con il suo tocco astratto, riporta alle scenografie del grande regista cinese Wong Kar-wai in 2046.

Guarda le foto della sfilata: 

 

 

 

POLITICI E TALK SHOW IL RUMORE DEL NULLA

“Stessi personaggi, stessa trama, stessa osteria, stessa minestra riscaldata, stessi filmati della stessa “ggente” incazzata stessa malizia stantia nell’aizzare gli ospiti per imbonire lo stesso pubblico, falsa rappresentazione di quel pubblico, reale e non da reality, che da tempo ha smesso di guardarli perché si è rotto del rumore insignificante dei loro riti.”


E’ vero i politici di oggi sono quello che sono, addestrati a sbraitare dando fiato a polemiche sempre uguali, a stupide ripicche, a sparate demagogiche, ripetendo senza fine gli stessi slogan, gli stessi pseudo concetti. Rarissimi quelli che approfondiscono un problema, che cercano e sanno indicare soluzioni ragionevoli, praticabili. Vere mosche bianche poi quelli che non carezzano il pelo all’uditorio e alla claque che li accompagna, che hanno l’onestà e il coraggio di dire anche le verità scomode, impopolari. Se sono renziani esaltano il fare e la concretezza del leader anche quando consiste solo di annunci.

Yuppies in ritardo e ragazze sfrontate celebrano traguardi non raggiunti e risultati controversi, negando l’evidenza di una crisi economica e sociale che non ci lascia più attribuendo ai predecessori anche i propri fiaschi. Se appartengono alle opposizioni e seguono Salvini promettono di usare le ruspe contro i campi nomadi, urlano contro l’euro e l’Europa colpevoli di tutti i nostri guai comprese le migrazioni bibliche dall’Africa. Se hanno Grillo e Casaleggio per maestri si accaniscono sui vitalizi di una decina di politici in pensione come se fosse l’ultima spiaggia della moralità pubblica, ma disertano o snobbano discussione e voto sulle riforme elettorali e costituzionali come su quelle del lavoro. “Non gliene frega niente a nessuno!” pontificano però se la Corte Costituzionale boccia il taglio delle pensioni più alte e riapre una voragine nei conti dello stato gli stessi deputati che anni fa l’hanno votata brindano e si danno alla pazza gioia perché Renzi è nei guai e intimano al governo di rimborsare tutti e subito.


Se questi – ne ho contati un centinaio, sempre gli stessi – formano la compagnia di giro di politici senz’arte né parte affamati di mezz’ora di visibilità, che dire dei conduttori di talk show? Che dire degli ultimi replicanti di quelli che una volta erano anchor men, grandi giornalisti che ci tenevano incatenati al piccolo schermo? Di questi nuovi conduttori e conduttrici seriali ne ho contati più di venti solo nelle principali reti televisive – e tutti ripetono instancabili lo stesso copione. Stessi personaggi, stessa trama, stessa osteria, stessa minestra riscaldata, stessi filmati della stessa “ggente” incazzata che “non arriva a fine mese”, stessa malizia stantia nell’aizzare gli ospiti perché imboniscano nello studio tv lo stesso pubblico, illusorio campione di altra, diversa, vera e varia gente, di quel pubblico reale e non da reality che da tempo ha smesso di guardarli perché si è rotto del rumore insignificante dei loro riti. Ma i conduttori non mollano, più fomentano gli ospiti a urlare più pensano di incrementare di un decimale uno share infinitesimale. Pochi, pochissimi tra quelli della vecchia scuola si sforzano ancora di dire la loro, di frenare gli esagitati, gli sgrammaticati e sgangherati cleptomani della banalità. E la chiamano televisione, la chiamano informazione, lo chiamano giornalismo! A me fa venire in mente Mambo la bellissima scanzonata canzone di Lucio Dalla e i suoi versi disperati, “Ahh che pena, che nostalgia”.

Cosa è successo davvero a Bengasi

Politico, il giornale online di Washington ha chiesto al sostituto direttore della CIA nel 2012, Michael Morell, cosa è successo a Bengasi e il racconto è molto interessante.


L’11 settembre 2012 ero a Amman, in Giordania, a causa di una delle mie visite di routine come vice direttore della CIA. Ero già stato in Israele e dovevo partire il giorno dopo per l’Arabia Saudita. Avevo cenato quella sera con il capo militare giordano e il capo dell’intelligence giordana e ritornando in hotel avevo parlato con Washington e avevo evaso le email prima di andare a letto. Prima durante la giornata avevo visto un report riguardo un incidente a Il Cairo che per quanto problematico sembrava essere finito senza troppi danni e senza feriti.


Dopo non molto tempo sono stato svegliato dal mio sonno profondo da un mio assistente che bussava alla porta e che mi diceva che c’era stato un altro incidente nell’edificio del Dipartimento di Stato a Bengasi e che degli ufficiali di sicurezza della CIA avevano aiutato rispondendo. Il mio assistente mi disse che un ufficiale del Dipartimento di Stato era stato ucciso e che la posizione dell’ambasciatore era sconosciuta. Lei mi disse che tutti gli altri erano stati spostati alla base della CIA a Bengasi e che credevano fossero al sicuro. Aggiunse che il capo stazione della base di Tripoli stava mandando ufficiali di sicurezza in rinforzo da Tripoli a Bengasi.


Poi, la mattina dopo, la mia assistente bussò di nuovo alla porta e mi disse che la base della CIA era sotto un pesante attacco. Mi misi addosso dei vestiti e andai nel posto di comando che in fondo al corridoio.


La città di Bengasi era di importanza vitale in Libia, era stata il centro di molta dell’opposizione a Mohammed Gheddafi per anni ed era stata una base chiave usata dagli Stati Uniti per capire gli sviluppi della rivoluzione e per influenzare i personaggi chiave dell’est Libia dopo Gheddafi. La CIA aveva stabilito una base a Bengasi con la missione di raccogliere informazioni e, al contrario di come sostenevano alcuni giornali, non aveva nessun ruolo nel contrabbando di armi dalla Libia all’opposizione siriana così come nessun altra base o dipendente della CIA in Libia.


Normalmente non potrei confermare l’esistenza di una base della CIA al di fuori degli Stati Uniti e tanto più descriverne la missione ma a causa dei tragici eventi dell’11 settembre 2012 e delle controversie da essi causati il ruolo dell’Agenzia è stato declassificato e ciò mi permette di discuterne qui.


E’ importante parlare della missione della CIA a Bengasi perché è importante spiegare cosa è successo e cosa non è successo in quel giorno fatale a Bengasi.


La dipartita dalla scena libica di Gheddafi nel 2011 è stata una buona cosa, grazie alla quale è stata prevenuta la morte di migliaia di cittadini libici ma quello che è successo dopo è stata l’instaurazione di uno stato fallito che ha lasciato spazio ai gruppi estremisti. Dopo tutto questo i cittadini libici stanno meglio di prima? Non so. Certamente quello che è successo in Libia è stato un grande favore a al Qaeda per quanto riguarda tutta l’Africa del nord fin dentro il Sahel, il che include parti di Mauritania, Mali e Niger. L’immaturo governo che ha rimpiazzato Gheddafi manca anche delle più basiche abilità di comando e milizie che rappresentano le più diverse ideologie governano diverse parti dello Stato.


A causa della sua mancanza di governo, durante la primavera e l’estate del 2012, la situazione di sicurezza in tutta la Libia è peggiorata. Gli analisti della CIA avevano capito la situazione scrivendo report che fotografavano in dettaglio la situazione che diventava sempre più pericolosa. Uno di questi report di luglio era intitolato Libia: Il santuario in cui si sta stabilendo Al Qaeda. Questi report erano largamente condivisi all’interno del ramo esecutivo e con i membri e lo staff delle commissioni che si occupavano di intelligence al Congresso.


Con l’anniversario dell’11 settembre all’orizzonte e la precaria situazione di sicurezza in tutto il mondo arabo all’inizio di settembre la CIA aveva mandato un avviso a tutte le stazioni o basi nel mondo per avvisarle riguardo possibili attacchi. Non c’erano informazioni riguardo un attacco in particolare; mandiamo abitualmente messaggi di quel tipo ogni anno per l’anniversario dell’11 settembre ma volevamo che i nostri e i membri del governo statunitense fosse particolarmente vigili.


Avevamo anche mandato un messaggio specifico a Il Cairo perché avevamo raccolto informazioni specifiche dai social media su una probabile manifestazione violenta indetta in protesta ad un oscuro film fatto negli USA che molti musulmani credevano insultasse il Profeta Maometto. I post sui social media incoraggiavano i manifestanti ad attaccare le nostre ambasciate e a uccidere americani. Scoprimmo che la nostra ambasciata a Il Cairo aveva visto gli stessi post sui social media e stava già prendendo precauzioni. L’ambasciatore e gran parte del suo staff non era all’ambasciata de Il Cairo l’11 settembre 2012 quando una folla sfondò le mura, incendiando e tirando giù bandiere americane e innalzando bandiere nere islamiche. La notizia di quello che erano riusciti a fare i manifestanti a Il Cairo si è diffusa velocemente sui media arabi ed era arrivata anche a Bengasi.


L’edificio del Dipartimento di Stato a Bengasi è stata più volte chiamata Consolato ma non lo era. Era una base temporanea, una base che non aveva sempre presente personale anziano e a cui non è mai stato dato un formale status democratico dal governo libico. La base CIA dato che era fisicamente separata dall’edificio era chiamata “l’annesso”.


Nei mesi precedenti all’attacco dell’11 settembre si erano verificati molti attacchi e incidenti a edifici USA a Bengasi. Circa venti solo alla base temporanea e gli analisti della CIA hanno fatto report su ogni singolo attacco, ivi inclusi l’attacco con un IED lanciato al di là del muro, un attacco al convoglio dell’ONU che trasportava l’inviato speciale in Libia e il tentativo di assassinio contro l’ambasciatore britannico.


Come conseguenza al deterioramento della situazione della sicurezza in Libia, noi della CIA abbiamo rivisto due volte la sicurezza della base e abbiamo decisamente aumentato gli agenti addetti alla sicurezza sul posto. Solo dopo gli incidenti abbiamo saputo che l’edificio del Dipartimento di Stato non era stato messo sufficientemente in sicurezza. La CIA non si occupa della sicurezza fisica che riguarda le missioni del Dipartimento di Stato. Perché solo così pochi miglioramenti erano stati fatti all’edificio del Dipartimento di Stato, perché così pochi agenti erano messi a protezione dell’ambasciatore americano Chris Stevens, perché gli hanno permesso di viaggiare in quella zona nell’anniversario dell’11 settembre, perché gli abbiano permesso di passare la notte a Bengasi non è chiaro.


Mi piacerebbe leggere le conversazioni che hanno avuto luogo tra Stevens e il suo team di sicurezza quando l’ambasciatore decise di visitare Bengasi l’11 settembre. Questi sono stati errori critici. Quando ho viaggiato in Libia il mio team di sicurezza non mi ha neanche permesso di passare la notte a Tripoli e il capo del mio team ha portato quello che mi era sembrato un piccolo esercito in Libia per proteggermi.


Ora il nostro personale a Bengasi era sotto attacco.

Biennale Arte Venezia 2015: gli artisti promossi e bocciati

Nella città più romantica al mondo si svolge l’evento d’arte internazionale più atteso dell’anno: la Biennale Arte di Venezia.
Okwui Enwezor, curatore, critico d’arte, giornalista e scrittore nigeriano, nonché direttore dell’Hauns Der Kunst di Monaco di Baviera, firma questa 56esima edizione, presieduta da Paolo Baratta.

Il tema della mostra è ‘All the World’s Futures‘, (tutti i futuri del mondo) , un tema che vuole porre l’accento sulle crisi sociali e geopolitiche del nostro secolo; l’idea è quella di mettere in scena, sull’enorme parco che si affaccia alla laguna, tutto il potenziale degli artisti che “hanno qualcosa da dire” sui “futuri del mondo” attraverso l’arte. Ma prima di parlarne è doveroso fare una riflessione – Cos’è l’arte e cosa esprime?

L’arte non esprime sentimenti che l’artista prova, ma sentimenti che l’artista conosce – è per lo stesso motivo che l’osservatore rimane toccato e colpito – come usiamo dire – da alcune opere ed altre invece passano inosservate. Pensiamo alla sindrome di Stendhal – “Ero giunto a quel livello di emozione dove si incontrano le sensazioni celesti date dalle arti ed i sentimenti appassionati. Uscendo da Santa Croce, ebbi un battito del cuore, la vita per me si era inaridita, camminavo temendo di cadere”-. Queste le parole dello scrittore Stendhal dopo il suo Grand Tour a Firenze e gli effetti al cospetto di opere d’arte di straordinaria bellezza. E’ provato che la sindrome viene riscontrata solo su persone con un alto livello di istruzione, questo per dire che solo“conoscendone la bellezza” e solo avendola veduta, la si può percepire.  Allo stesso modo se un’opera ci ispira un senso di tristezza o dolore, vorrà dire che quel genere di dolore lo abbiamo già provato in vita. In fondo l’arte tocca la sensibilità umana, l’esperienza vitale di un individuo, i suoi sensi più reconditi.

I sentimenti che interessano la gente hanno delle recinzioni di tempo e luogo, sono i sentimenti della nostra cultura, sono quello che ora, in questo istante viviamo, sono l’attualità. Interessante quindi mischiarle queste culture, come fa la Biennale di Venezia in fatto di Arte oppure Expo Milano in fatto di cibo; entriamo in questo modo in contatto con altri sentimenti, altri individui, altri temi, e allora veniamo contagiati da altre bellezze, dall’arte polinesiana, da quella asiatica e così via, ed è un’educazione al bello anche questa, attraverso immagine e immaginazione.

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Venezia



Andiamo a vedere nel dettaglio cosa e come hanno espresso la loro idea di arte gli artisti di diverse nazioni presenti alla Biennale Arte Venezia.

Si entra in uno spazio che potrebbe sembrare un’ enorme vasca per i pesci, di quelli d’allevamento, oppure delle mini-piscine per bambini; nel Padiglione dell’Isola Tuvalu, ospite per la seconda volta alla Biennale, il tema invece è tutt’altro che giocoso. L’artista taiwanese Vincent J.F. Huang (1971), è sempre impegnato nella denuncia dei cambiamenti climatici che si manifestano con l’aumento dei livelli dei mari e delle temperature, con conseguente rischio a danno di Tuvalu, già in serio pericolo. Lo spettatore prende parte a quest’inizio di catastrofe, egli stesso tra i mari, immerso in un’ambiente nebuloso, costretto a fare attenzione ad ogni passo, perché in alcuni punti il livello di acqua si alza e copre gli stretti lembi di terra. Un’installazione ambientale diretta, nelle forme e nel linguaggio.

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Vincent J.F. Huang



L’artista Katharina Grosse crea un’installazione che avvolge l’intero ambiente architettonico, drappeggi colorati, rocce, sabbia, quasi delle catene montuose che ricordano le Danxia Mountain della Cina, le meraviglie color arcobaleno, ma lo fa con un’effetto meno sorprendente di quanto ci si potesse aspettare, cartoni rotti e torri di ferro, il caos totale lascia molti dubbi.

Ninfee” di spade create da Adel Abdessemed riempiono il giardino illuminato dai neon di Bruce Nauman, parole si alternano tra “guerra” e “pace” , “amore” e “odio”, “vita” e “morte” ; un silenzio onirico rotto dai passanti che inciampano tra le spade facendole cadere: l’illusione che quelle ninfee fossero fiori! Il paradosso!

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Danxia Mountain della Cina / installazione di Katharina Grosse



Maestose, dignitose per definizione, la coppia di Fenici sospese sull’acqua al posto delle galee della Repubblica di Venezia, dell’artista Xu Bing, un augurio alla rinascita, a risorgere dalle proprie ceneri così come fa l’uccello mitologico egizio. Sculture lunghe 30 metri ciascuna, interamente realizzate riciclando materiali di scarto prodotti dai cantieri edili di Pechino, un progetto che ama il territorio e rida’ significato all’ambiente. Non solo mito, la spiritualità arriva anche con lo Stato del Vaticano – per il secondo anno presente alla Biennale – che espone al centro del padiglione un albero completamente realizzato con interiora di animali. A voi giudicare.

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Hiwa K – “The bell”



L’Arsenale è un campo minato, fatto di bombe, guerre, cannoni, motoseghe, carri armati, ma una voce, un rintocco di pace arriva dall’opera di Hiwa K, artista iracheno. “The bell” è una campana costruita con la fusione di resti di bombe, i metalli vengono raccolti e poi sciolti per creare un simbolo di pace. Tra il vociare dei giornalisti e dei passanti, una donna suona la campana e il silenzio si staglia in commozione. Il suono diviene presa di coscienza, qualche lacrima scende.

qui il video:



Mimmo Paladino, pittore, scultore, incisore tra i principali esponenti della Transavanguardia Italiana, pensa ad un’installazione in cui la memoria torna sotto forma di numeri, forme bidimensionali e volumetriche, simili a geroglifici, interrotti da un presenza statuaria, l’uomo, che sorregge elementi naturali – probabilmente una nuova reinterpretazione dell’uomo vitruviano.

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Mimmo Paladino



Si passa tra gli spazi cubici del Padiglione Italia, da un artista all’altro, e in Jannis Kounellis si ha come un flash back del passato storico, cupo nell’atmosfera e nei colori, giacche nere cadono dalla rigidità dei binari come i deportati di guerra dai letti di Auschwitz. L’arte è anche questo, interpretazione e capovolgimento del messaggio e dell’intento, perché in fondo i loro scandagli, smuovono l’indifferenza.

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Jannis Kounellis



Numerosi gli eventi collaterali in occasione della Biennale d’Arte, tra le più prestigiose e in tema con l’atmosfera della laguna, Becoming Marni, l’esposizione curata da Stefano Rabolli Pansera – architetto e fondatore dell’agenzia curatoriale Beyond Entropy Ltd con la supervisione di Carolina Castiglioni. Nell’esclusiva location solitamente chiusa al pubblico, l’ Abbazia di San Gregorio diventa casa e dimora di 100 sculture in legno realizzate dall’ artista brasiliano autodidatta Véio. Rami secchi a cui l’artista dona il soffio della vita, vivono la casa veneziana in veste di cani, tori, uomini, uccelli fantastici grazie all’uso audace e giocoso del colore.

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“Becoming Marni” presso l’Abbazia di San Gregorio di Venezia



Véio raccoglie pezzi di legno, ciocchi e rami che trova lungo il fiume e dopo una lavorazione di scorticatura, rasatura e colorazione, spunta la nuova fisicità di questi esseri in(animati).
All’interno dell’Abbazia di San Gregorio è stato ricreato un piccolo chiostro che ospita il laboratorio dell’artista, per ricerare lo stesso heimat del suo piccolo villaggio di Nossa Senhora da Loria, nel nord-est del Brasile. Becoming Marni è l’esempio di come arte e moda siano inseparabili.

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le opere dello scultore Vèio



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Papa Francesco e il sesso

Papa Francesco pochi mesi dopo essere salito al soglio pontificio in una intervista aveva detto che la Santa Sede dovrebbe essere meno fissata su questioni di natura sessuale e concentrarsi sulla sorte di milioni di poveri messi ai margini da questo mondo incentrato su una cultura usa e getta.
Bergoglio si riferiva, allora, alle questioni dell’aborto, dei matrimoni gay e dell’uso di metodi contraccettivi. Bergoglio non ha nessuna intenzione di riformare la politica della chiesa sulle questioni: “Gli insegnamenti della chiesa sulla questione sono chiare e io sono un figlio della chiesa ma non è necessario parlare di questi problemi in continuazione”.


Questa dichiarazione è stata una delle più chiare esternazioni del Papa riguardo il cambio di politica da parte della Chiesa. Papa Francesco ha scelto il nome del più famoso pauperista, è il primo Papa che non è originario del “Primo mondo” e la Chiesa stava perdendo fascino proprio tra i poveri, quelli più toccati dalla politica morale della Santa Sede, il cambio di scenario politico è stata una manna dal cielo.


La Chiesa, soprattutto nei paesi del terzo mondo era diventata una sorta di guardiana dei costumi e della moralità mancando di concentrarsi sul problema principale dei poveri: l’essere poveri. Altro buon motivo per spostare l’attenzione del mondo dalle questioni di moralità sessuale è stato il susseguirsi di scandali legati alla pedofilia che hanno messo sempre più spesso in correlazione il clero con l’abuso di bambini.


Papa Francesco non si è limitato allo spostamento dell’attenzione dalla moralità sessuale al pauperismo ma ha rimesso la Santa Sede al centro della comunità diplomatica internazionale. Si è creato una immagine di portatore di pace, di interlocutore a cui le diverse fazioni si possono rivolgere per risolvere le loro questioni; Papa Francesco ha poi usato questa nuova centralità per focalizzare l’attenzione del mondo su questioni a lungo sottaciute, come il genocidio armeno o la migrazione di massa tra l’Africa e l’Europa. Tutto questo è stato condito da vaghe aperture alle donne e ai cattolici gay, da sempre due categorie marginalizzate dalla chiesa.


Tuttavia alle Nazioni Unite sembra dicano che nella politica del Vaticano poco è cambiato tra Benedetto XVI e Francesco, gli inviati del Vaticano, nonostante i riflettori si siano spostati su altre vicende, continuano a perseguire gli stessi obiettivi: la lotta senza quartiere nei confronti dei governi occidentali e delle loro politiche progressive sulla questione morale. L’inviato alle Nazioni Unite della Santa Sede, il filippino Bernardito Auza, ha una visione molto conservatrice su aborto e inseminazione artificiale. Insomma, c’è stato una ventata di progressismo a livello pubblico e una politica invariata a livello fattuale.


Benedetto XVI aveva diminuito l’attenzione del Vaticano sulla diplomazia rispetto a Giovanni Paolo II e alcuni stati aveva iniziato, addirittura, a considerare il ritiro degli ambasciatori dalla Santa Sede, per questioni di economia. Paesi come l’Irlanda, profondamente cattolica, hanno ritirato il loro ambasciatore. Il Vaticano era diventato meno rilevante in ambito diplomatico e si era arrivati a temere un esodo diplomatico. Con Papa Francesco tutto questo è cambiato, per la prima volta dal ’95 un Papa parlerà all’ONU, successivamente sarà ricevuto da Obama e Raul Castro è appena stato in visita.


Alle Nazioni Unite si racconta anche di una particolare attenzione del Vaticano alla situazione dei cristiani nel medio oriente, Papa Francesco chiede che le democrazie occidentali proteggano i cristiani a casa loro, in modo da farli stare nelle zone in cui sono nati. L’occidente non dovrebbe facilitare l’esodo dei cristiani dalle zone storiche della Siria. In questa ottica i regolari appelli del Papa sul Mediterraneo che non deve diventare un cimitero e sull’impegno che gli europei devono mettere nell’impedirlo assume tutta un’altra ottica. Il Vaticano non vuole che i migranti vengano in Europa, e che quindi attraversino il Mediterraneo.


Lo scollamento tra la versione pubblica e la versione privata della Chiesa professata dal papato di Bergoglio è particolarmente chiara per quanto riguarda i diritti degli omosessuali. Papa Francesco ha parlato in modo molto compassionevole riguardo gli omosessuali e loro diritti: “Se qualcuno è gay e cerca il Signore chi sono io per giudicare”. In ottobre era uscito un report dal Vaticano che sosteneva che “gli omosessuali hanno doni e qualità da offrire alla Chiesa“. Posizioni viste come rivoluzionarie da tutti gli osservatori, peccato che sia capitato il “caso Stefanini”.
Laurent Stefanini è un diplomatico francese dichiaratamente gay che la Francia ha selezionato come ambasciatore per la Santa Sede. Il Vaticano si è rifiutato di accettare le sue credenziali

ESKO MÄNNIKKO, LA FOTOGRAFIA È UN’ATTIVITA’ SIMILE ALLA CACCIA

Männikkö Esko è nato a Pudasjärvi (Finlandia) nel 1959, vive e lavora a Oulu (Finlandia) non lontano da Circolo Polare Artico; è considerato uno dei più interessati fotografi finlandesi ammirato ormai a livello internazionale.

In retrospettiva alla Collezione Maramotti si potranno ammirare le foto di questo grande fotografo dal 17 maggio 2015 – 27 settembre 2015.


ESKO MÄNNIKKO, LA FOTOGRAFIA È UN’ATTIVITA’ SIMILE ALLA CACCIA


In mostra una cinquantina di fotografie che documentano la ricerca artistica di un fotografo che si definisce “ cacciatore d’immagini” perché dice: “la fotografia è un’attività simile alla caccia , alla pesca o alla raccolta di bacche”, e prosegue:

“ sono un fotografo di pesci, cani e vecchi”.

Parte delle opere presenti in mostra sono state esposte nel 2014 nella retrospettiva Time Flies presso Kunsthalle Helsinki, con cui la Collezione Maramotti ha collaborato per questo progetto espositivo.


ESKO MÄNNIKKO, LA FOTOGRAFIA È UN’ATTIVITA’ SIMILE ALLA CACCIA


La mostra è accompagnata da una pubblicazione con un testo di Maija Koskinen, profonda conoscitrice del lavoro di Esko Männikkö e curatrice della mostra Time Flies.

La questione del tempo è quella che più affascina Esko, insieme a una spiccata capacità di dare armonia alla composizione.

Il suo lavoro, anche per l’uso magistrale che fa della luce, è stato accostato ai grandi maestri della pittura rinascimentale e a Vermer.

Il contatto che Esko stabilisce con la tradizione antica sta anche nell’uso che fa della cornice; le cornici sono recuperate nei mercatini o realizzate su misura con legno di riuso.

Ama ritrarre spesso gente sola, umile che però nei suoi scatti acquista una dignità quasi astratta, rinnovata.


ESKO MÄNNIKKO, LA FOTOGRAFIA È UN’ATTIVITA’ SIMILE ALLA CACCIA


Una serie di scatti appartiene al ciclo Harmony sisters del 2004, dedicata a dettagli molto ravvicinati di cavalli, mucche, galline e cani, questa esaltazione del dettaglio fa sembrare queste foto astratte.

La sua attenzione verso l’umano dell’umano è totale.

Di grande poesia e impatto emotivo è la serie che dedica agli scapoli, uomini votati alla solitudine che conducono vite semplici, dal titolo Female Pike (1995); si tratta di uomini che vivono nelle aree più remote della campagna finlandese .

Scatti che hanno contribuito a renderlo famoso e che rappresentano all’oggi il cuore pulsante del suo lavoro.


ESKO MÄNNIKKO, LA FOTOGRAFIA È UN’ATTIVITA’ SIMILE ALLA CACCIA


Questi scatti risalgono agli anni novanta come il ciclo Organized Freedom dove Esko si dedica ad un tema caro ad una certa tradizione fotografica: i luoghi abbandonati.

Di questa serie di foto dice che: “La desolazione non è l’aspetto fondamentale. Sono interessato al modo in cui la natura prende il sopravvento, alla magia delle rovine”.

EXPO 2015 Viaggio psicologico intorno al cibo

holyseeNell’esperienza dell’alimentazione, s’intrecciano diverse esigenze. Tra gli studiosi si notano due tendenze principali.


La prima mette in risalto il fatto che le abitudini alimentari si spiegano non tanto per i loro valori materiali o per le necessità legate alla sopravvivenza, ma per un bisogno di appartenenza a una collettività. Il cibo, in tal modo, è un segno di condivisione della vita che un gruppo sociale mette in moto: in quest’ottica, il grande antropologo Claude Lévi Strauss dice che «il cibo deve essere “buono da pensare” o, meglio, “buono da comunicare” più che “buono da mangiare”». Perciò attraverso il cibo si comunicano valori quali il potere, la ricchezza, la spiritualità, l’incontro con la divinità; oppure, al contrario, miseria, povertà, malattia, solitudine.


La seconda interpretazione vede nelle scelte alimentari anzitutto una motivazione pratica e un’esigenza gustativa. Infatti il riconoscimento del cibo, anche negli animali, avviene mediante i sensi: anzitutto il gusto, poi l’odorato, la vista, il tatto e, in misura minore, l’udito. Ciò accade anche nell’uomo, che, inoltre, vi aggiunge l’importantissima funzione della memoria.


Il sistema alimentare è un complesso sistema di valori, formato da bisogni e da simboli. Un esempio illuminante è il simbolo del pane, come elemento primario che dà nutrimento. “Guadagnarsi il pane” significa svolgere una vita dignitosa.


A tale proposito, va notato lo stretto rapporto tra alimentazione e psicologia. Prendiamo il caso di un ragazzo sovrappeso. Questi, di solito, a tavola assume molte calorie durante i pasti principali, tende a mangiare fuori pasto durante tutto il giorno e assume molte bevande zuccherate e fa poca attività fisica. L’eccessivo apporto calorico non viene smaltito dall’organismo e si accumula sotto forma di grasso.


Bisogna domandarsi anzitutto se il sovrappeso può dipendere da fattori ereditari o da disfunzioni dell’organismo. Ma ci possono essere anche delle cause di natura personale o ambientale che potrebbero influire sul comportamento del ragazzo: per esempio se il ragazzo si sente soddisfatto di sé o presenta delle insicurezze, se ha un buon rapporto con i coetanei, se ama stare in compagnia o preferisce isolarsi, se si sente accolto ben voluto a scuola, se ritiene di essere apprezzato dai professori e dai compagni oppure vive con frustrazione il contesto scolastico, se parla facilmente anche delle cose che lo preoccupano o si chiude in se stesso di fronte al dolore, se le abitudini alimentari della famiglia sono abbastanza corrette, se in casa c’è un clima di cordialità e così via.


Spesso il comportamento dei genitori è all’origine di molte disfunzioni alimentari. Quando ciò accade è perché essi rifiutano di esercitare un controllo sui figli, avendo paura di vederli tristi o temendo di essere percepiti negativamente da loro.


Se le motivazioni sono psicologiche, bisogna agire a livello di psicologia più che di numero di calorie. Si tratta di incoraggiare l’esercizio fisico: spesso i ragazzi in sovrappeso sono più lenti e goffi dei loro coetanei, per questo si rifiutano di gareggiare in competizioni sportive e ciò li conferma ancora di più in uno stile di vita sedentario. Bisogna reagire con calma, invitando il ragazzo ad attività sportive non competitive, come passeggiare in bici o nuotare. Poi indicare degli obiettivi realisticamente raggiungibili, ma in graduale progressione. Il loro superamento non solo farà bene alla forma fisica, ma contribuirà ad aumentare l’autostima, che è un fattore importantissimo per il benessere. Egli deve stare bene con se stesso per poter star bene anche con l’ambiente in cui vive. Si tratta, insomma, di prestare attenzione alla globalità della persona interessata e non solo ai chili in eccesso.


Lo stesso vale per un ragazzo che, al contrario, è troppo magro. Anche in questo caso, molte volte le ragioni di un peso inferiore alla norma sono di tipo psicologico, oltre che fisiologico o ereditario: i disagi legati alla propria immagine corporea possono determinare una profonda frustrazione. I maschi si vedono meno robusti, le ragazze meno attraenti. Le fasi d’inappetenza sono un fenomeno comune nell’età evolutiva, ma diventano preoccupanti quando si trasforma in un rifiuto consistente del cibo. Il non mangiare può diventare un modo di affermare la propria autonomia e sottrarsi almeno momentaneamente a un controllo da parte dei genitori ritenuto esagerato.


Naturalmente anche il temperamento individuale svolge la sua parte nell’assunzione del cibo. Bambini o ragazzi molto vivaci e in movimento possono mangiare di meno rispetto a coetanei placidi e tranquilli. Inoltre la quantità di energia consumata varia molto da persona a persona.


Il cibo ha un grande rapporto con tutta la sfera emozionale dell’uomo. È un’esperienza che facciamo tutti: quando abbiamo un’emozione molto forte, non riusciamo a mangiare o, al contrario, mangiamo in eccesso. Lo cantava Gianni Morandi in una canzone di alcuni anni fa, Belinda. «Bella Belinda innamorata, parla da sola con l’insalata. Non bada al piatto, ma alla finestra, scende una lacrima nella minestra»: Belinda non è attenta al piatto, cioè non riesce a mangiare, perché la sua attenzione è attratta dalla finestra in attesa di guardare il ragazzo che ama e che purtroppo sta ritardando. Durante particolari stati di tensione o di tristezza sentiamo “chiudersi lo stomaco” o, ancora, rifiutiamo certi cibi perché li leghiamo al ricordo di momenti spiacevoli della nostra vita. Altre volte mangiamo perché siamo nervosi o pieni di rabbia, o annoiati e tristi. Molte particolarità alimentari, dunque, si spiegano non solo su base biologica e fisiologica, ma anche per esperienze emotive. Quando un uomo, per motivi diversi, entra nel circolo vizioso dell’uso del cibo per esprimere degli stati emozionali, allora il meccanismo della fame e della sete subisce un forte condizionamento. Bisogna, perciò, imparare a riconoscere i segni che queste situazioni fanno emergere e a gestire con efficacia il rapporto con il cibo.

ALDO CAZZULLO, RITRATTO DI UN GIORNALISTA INNAMORATO DELL’ ITALIA E DEI SUOI FIGLI.

Aldo Cazzullo, classe 1966, è nato ad Alba. Il suo cognome, come ha lui stesso ammesso, è certo un po’ buffo… ciò però non gli ha impedito di imporsi come una delle firme più importanti del giornalismo italiano, perché, per fortuna, almeno nel giornalismo e nella scrittura, se non sai scrivere e dar forma al tuo pensiero conta ben poco il nome che porti.


Aldo Cazzullo di questo portentoso cognome può andar certo fiero!, perché, dal piccolo giornalino comunista di Alba sul quale poco più che adolescente cominciò a scrivere, il ragazzo ne ha fatta di strada: giornalista , editorialista del Corriere della Sera e scrittore, i suoi libri sono ormai sempre tra i primi in classifica.


Come scrittore predilige temi che riguardano la storia e l’identità d’Italia, sono da ricordare:

Viva l’Italia . Mondadori, 2010, La mia anima è ovunque tu sia. Mondadori, 2011, L’Italia s’è ridesta. Viaggio nel Paese che resiste e rinasce. Mondadori, 2012, Basta piangere! Storie di un’Italia che non si lamentava. Mondadori, 2013, La guerra dei nostri nonni. 1915-1918: Storie di uomini, donne, famiglie. Mondadori, 2014, Possa il mio sangue servire: Uomini e donne della Resistenza. Rizzoli, 2015.

Dal questionario Proust emerge il ritratto di un uomo molto colto, sincero e innamorato dei suoi figli.



ALDO CAZZULLO, RITRATTO DI UN GIORNALISTA INNAMORATO DELL’ ITALIA E DEI SUOI FIGLI.

Il tratto principale del tuo carattere.

La generosità.



La qualità che ammiri in un uomo.

L’intelligenza.


La qualità che ammiri in una donna.

L’intelligenza.


Quel che apprezzi di più nei tuoi amici.

La disponibilità, l’allegria, la sincerità.


ALDO CAZZULLO, RITRATTO DI UN GIORNALISTA INNAMORATO DELL’ ITALIA E DEI SUOI FIGLI.


Il tuo principale difetto.

Sono permaloso.



La tua occupazione preferita.

Viaggiare con i miei figli.

Il tuo sogno di felicità.

Amare ed essere amato con la stessa intensità.

Quale sarebbe, per te, la più grande disgrazia.

La totale perdita di autostima del nostro Paese.

Quel che vorresti essere.

Un punto di riferimento.


Il paese dove vorresti vivere.

L’Italia


Il colore che preferisci.

I colori di Kandinsky: bianco latte, blu, azzurro, rosso, arancio


Il fiore che ami.

La rosa.

L’uccello che preferisci.

Il passero.


I tuoi autori preferiti in prosa.

Goethe – “I dolori del giovane Werther” -, Fenoglio – “Una questione privata” -, Saramago – “Memoriale del convento”, Eco – “Il nome della rosa” -. Tra i giornalisti, Giorgio Bocca ed Enzo Bettiza: “Il provinciale” ed “Esilio” sono i più bei libri scritti da un italiano negli ultimi quarant’anni.


I tuoi poeti preferiti.

Dante, Quevedo, Kavafis, Ungaretti, Montale


I tuoi eroi nella finzione.

Edmond Dantes, Cyrano, Gavroche.


Le tue eroine preferite nella finzione.

Beatrice, Rossana, Cosette.


I tuoi compositori preferiti.

Bach, Rossini, Verdi, Morricone


I tuoi pittori preferiti.

Paolo Uccello, Pontormo, Tintoretto, Boccioni


I tuoi eroi nella vita reale.

Nella storia: Cristoforo Colombo, Giordano Bruno – tra i primi a sostenere che gli uomini nascono liberi e uguali, non a caso finito sul rogo -, Cavour, Garibaldi. Nel ‘900, Sabin che dona la sua scoperta all’umanità, Falcone, Borsellino. Tra coloro che ho conosciuto, Bill Gates, più che per Microsoft per il suo impegno per sradicare la malaria nel mondo, e Steven Spielberg, più che per i suoi film per il suo lavoro per salvare la memoria della Shoah.


Le tue eroine nella storia.

Colomba Antonietti, patriota del Risorgimento; Luisa Zeni, irredentista e spia della Grande Guerra; Cleonice Tomassetti, partigiana della Resistenza.


I tuoi nomi preferiti.

Francesco e Rossana


Quel che detesti più di tutto.

La cattiveria.


Quel che c’è di brutto in te.

La tendenza all’autocommiserazione.



I personaggi storici che disprezzi di più.

Hitler e in genere i teorici del razzismo e dell’eugenetica, da Gobineau a Madison Grant.

L’impresa militare che ammiri di più.

San Martino e il Piave.

La riforma che apprezzi di più.

Quanto studiai lo Statuto dei lavoratori lo trovai nobile. Anche se oggi incompatibile con la società post-fordista.


Il dono di natura che vorresti avere.

La bellezza.


Lo stato attuale del tuo animo.

Sereno.



Le colpe che t’ispirano maggiore indulgenza.

La gola.


Il tuo motto.

Mi piacciono quelli di De Gaulle – “L’avvenire dura a lungo” – e di Cosimo I di Toscana, tratto credo da Augusto: “Festina lente”, affrettati con lentezza.


Come vorresti morire.

Con le mani tra quelle dei miei figli.

L’Universo è un ologramma?

A prima vista non vi è il minimo dubbio: l’Universo in cui viviamo ci appare tridimensionale. Ma lo è davvero? Una delle teorie più feconde della fisica teorica degli ultimi due decenni sostiene il contrario. Il Principio Olografico afferma che una descrizione matematica dell’universo richiede in realtà una dimensione in meno di quanto ci si aspetti: quello che noi percepiamo come tridimensionale sarebbe unicamente l’immagine di processi bidimensionali proiettati su un enorme orizzonte cosmico. Fino ad oggi questo principio è stato studiato solo su spazi matematici astratti con curvatura negativa, rivelandosi interessante dal punto di vista teorico ma ben lontano dal fornire un modello consistente della realtà. Un nuovo studio pubblicato dagli scienziati della Technische Universität Wien, tuttavia, suggerisce che il principio olografico in realtà potrebbe valere anche in uno spazio-tempo piatto come quello che caratterizza il nostro Universo, aprendo la strada a scenari teorici che fino a pochi anni fa sembravano impossibili.



Il principio olografico
Come abbiamo accennato in precedenza, secondo il Principio Olografico il nostro universo potrebbe comportarsi in modo del tutto simile ad un ologramma. Il primo a proporre l’idea fu il fisico Juan Maldacena, quasi vent’anni fa. Secondo Maldacena esiste una perfetta corrispondenza tra le teorie gravitazionali degli spazi curvi Anti de Sitter e le teorie quantistiche dei campi che modellano spazi bidimensionali. Sembrerebbe una contraddizione, ma non è così: i due approcci sono conciliabili, tanto che è perfettamente possibile mappare i risultati dei calcoli ottenuti da uno con quelli ottenuti dall’altro. Tale corrispondenza è soprendente: è come scoprire che le equazioni contenute in un manuale di astronomia possono essere usate per riparare un CD. Negli anni il metodo di Maldacena ha dimostrato di essere particolarmente efficace, tanto che fino ad oggi sono stati pubblicati più di diecimila articoli scientifici sulla corrispondenza AdS-CFT da lui scoperta.



La corrispondenza anche in spazi piatti
Per la fisica teorica si tratta di una scoperta di fondamentale importanza, anche se non sembra avere molto a che fare con il nostro Universo: a quanto pare, infatti, noi non viviamo in uno spazio Anti de Sitter con curvatura negativa. Se così fosse ce ne accorgeremmo immediatamente, perché in un Universo con queste caratteristiche qualunque oggetto lanciato nello spazio in linea retta alla fine tornerebbe al punto di partenza. “Il nostro universo, al contrario, è piuttosto piatto – e sulle distanze astronomiche, ha curvatura positiva” ha detto Daniel Grumiller, leader del team di ricerca. Eppure, la corrispondenza di Maldacena potrebbe essere comuque valida. Per verificare questa ipotesi, le teorie gravitazionale devono essere ristrutturate in modo tale da eliminare la necessità di ricorrere a spazi curvi Anti de Sitter in favore di uno spazio piatto. Pre tre anni Grumiller e il suo team di ricerca dell’Università di Vienne hanno lavorato proprio su questo, in collaborazione con le Università di Edimburgo e Kyoto, il MIT e l’IISER Pune. I risultati della loro ricerca sono stati pubblicati sulla rivista Physical Review Letters, che attraverso un intenso processo di peer-review ne ha confermato la validità.



Metodi di calcolo differenti, stesso risultato
“Se la gravità quantistica in uno spazio piatto consente una descrizione olografica tramite una teoria quantistica standard, allora ci devono essere grandezze fisiche che possono essere calcolate in entrambe le teorie – e i risultati devono essere in accordo” ha aggiunto Grumiller. In particolare, una delle caratteristiche fondamentali della meccanica quantistica deve comparire anche nella teoria gravitazionale: l’entanglemet quantistico. In tutti i sistemi quantistici esiste un misura precisa della quantità di entanglement, chiamata “entropia di entanglement”. Insieme a Arjun Bagchi, Rudranil Basu e Max Riegler, Daniel Grumiller è riuscito a dimostrare che questa entropia di entanglement assume lo stesso valore sia nel piano gravitazionale quantistico tridimensionale che in una teoria quantistica dei campi bidimensionale. “Questo calcolo conferma la nostra ipotesi che il principio olografico può essere realizzato anche in spazi piatti. E ‘la prova della validità di questa corrispondenza nel nostro universo” ha dichiarato Max Riegler, uno degli autori dello studio. “Che si possa anche parlare di informazione quantistica ed entropia di entanglement in una teoria della gravità è sorprendente in sé, e solo qualche anno fa sarebbe stato impossibile da immaginare. Il fatto che ora siamo in grado di utilizzare questo come uno strumento per testare la validità del principio olografico, e che questo test funziona, è davvero notevole”, ha poi concluso Daniel Grumiller. Ovviamente questo non è ancora sufficiente a dimostrare che stiamo davvero vivendo in un ologramma, ma cosituisce comunque un passo importante per dimostrare la validità delle ipotesi su cui si fonda il Principio Olografico.



Fonte: Entanglement Entropy in Galilean Conformal Field Theories and Flat Holography (Arjun Bagchi, Rudranil Basu, Daniel Grumiller, and Max Riegler Phys. Rev. Lett. 114, 111602)

TERRANTICA, IL CULTO DELLA TERRA IN UNA MOSTRA IRRIPETIBILE

Nei maestosi fornici del Colosseo a Roma , una grande mostra dedicata ai culti della Terra dalla preistoria all’età imperiale.

La mostra s’intitola: “Terrantica. Volti, miti e immagini della terra nel mondo antico” e sarà visitabile fino al 11 ottobre del 2015.


TERRANTICA, IL CULTO DELLA TERRA IN UNA MOSTRA IRRIPETIBILE


La mostra s’inserisce nel fitto panorama d’iniziative riguardanti l’Expo 2015.

La riflessione che pone la mostra è quella intorno alla forza simbolica della Terra che nei secoli è stata addirittura divinizzata paragonata alla madre. Alla terra è stata assegnata da secoli una forza primordiale, perché fa germogliare vita ma può trasformarsi in ‘infërus’; la Terra nella mitologia antica era l’origine del Cosmo e degli dèi.


TERRANTICA, IL CULTO DELLA TERRA IN UNA MOSTRA IRRIPETIBILE


In mostra 75 opere tra antichi reperti e fotografie contemporanee.

Il percorso è lungo e vede riuniti oggetti antichissimi e preistorici insieme a fotografie contemporanee.

Gli oggetti più interessanti sono le enigmatiche statuette della preistoria come la Venere del Trasimeno e Marmotta.


TERRANTICA, IL CULTO DELLA TERRA IN UNA MOSTRA IRRIPETIBILE


A queste figurine in terracotta risalenti al paleolitico superiore dalle forme arrotondate, si contrappongono i profili geometrici delle statuette femminili della collezione Goulandris provenienti dai musei di Atene e Cagliari e databili tra il 3200 e il 2300 a.C.

Queste statuette femminili dette idoli cicladici rappresentano la donna con fattezze ben definite, il seno e il pube ed erano parte integrante della cultura delle isole Cicladi e colpiscono per la somiglianza spigolosa con le forme dell’arte contemporanea.


TERRANTICA, IL CULTO DELLA TERRA IN UNA MOSTRA IRRIPETIBILE


Presenti anche preziosi vasi greci, da ricordare il vaso attico a figure rosse del 470 a. C. firmato dal pittore Hermonax, che raffigura Atena che riceve Eretteo da Gaia, con riferimento alla Teogonia di Esiodo.

In un vaso proveniente da Tebe è poi presente il simbolo della svastica.

Un coro dell’Ifigenia in Tauride di Euripide canta che dalla Terra nacquero anche i sogni.


TERRANTICA, IL CULTO DELLA TERRA IN UNA MOSTRA IRRIPETIBILE


E a illustrarlo è il magnifico cratere apulo a volute del pittore di Baltimora che rappresenta Anfiarao, indovino della città di Argo, al cospetto di Ade.


TERRANTICA, IL CULTO DELLA TERRA IN UNA MOSTRA IRRIPETIBILE


La presenza del mito e della sacralità della madre terra nel presente è invece affidato agli scatti dei fotografi Gabriele Basilico e Mimmo Jodice.


TERRANTICA, IL CULTO DELLA TERRA IN UNA MOSTRA IRRIPETIBILE


Con un’ampia sezione, si celebra la creazione, zolla dopo zolla di Roma, seguendo l’aratro del suo fondatore, gesto ricordato così da Plutarco ne ‘La vita di Romolo’: “il fondatore scavò una fossa circolare e ciascuno vi gettò una porzione della terra da cui proveniva. Dopodiché le mescolarono”. Un episodio raccontato dal rilievo in marmo, proveniente da Aquileia, in cui Romolo è raffigurato nell’atto di tracciare il solco della fondazione della città.


TERRANTICA, IL CULTO DELLA TERRA IN UNA MOSTRA IRRIPETIBILE


L’archeologa Marta Guerrini spiega che:

“Negli anni passati, molti archeologi hanno fatto un tutt’uno fra donna, Terra e madre, perché ispirati dagli archetipi junghiani, ma noi non conosciamo la verità sui primitivi, è difficile ritenere che i nostri antenati adorassero soltanto la Terra, il fuoco o il cielo: il mondo primitivo non è semplice e questa è una sezione interlocutoria, che porta a indagare sulla dea Terra con opere eccezionali come fattura e modernità”.


TERRANTICA, IL CULTO DELLA TERRA IN UNA MOSTRA IRRIPETIBILE

Elogio dell’acqua

Il 22 aprile del 2015 si è inaugurata, presso lo Studio “Arte fuori centro” di Roma (via Ercole Bombelli, 22), la terza mostra della rassegna Acque, a cura di Laura Turco Liveri. A essere presentata è stata un’installazione di Silvia Stucky, dal titolo L’acqua è senza io, realizzata appositamente per gli spazi della galleria.


Elogio dell’acqua


Silvia Stucky è da sempre un’artista interessata alla legittima rivendicazione del soddisfacimento dei diritti umani, all’uguaglianza come presupposto di giustizia, al rispetto della natura e alle problematiche multiculturali. In quest’ottica, l’acqua è oggi – ed è stata in un passato anche recente – al centro, anche simbolico, delle lotte per il rispetto e la tutela dell’ambiente. Con la pittura, con il video e la fotografia quest’artista, nel pieno della sua maturità consapevole, valorizza i particolari delle cose e i legami che intercorrono fra di essi. Nella narrazione di Silvia Stucky, dalle piccole cose si arriva a capire quelle grandi e l’insieme delle relazioni che intercorrono fra di esse. All’interno di quest’orizzonte, il “senza io” è uno sguardo, che liberato dalle angosce di un individualismo che oggi assume forme stucchevoli e arroganti, consente di percepire l’inevitabile interdipendenza di tutti i fenomeni. Comprendere l’inseparabilità del tutto, dell’uno, dell’universo, della sostanza forse ci aiuterà a non distruggere il pianeta. In questo senso, l’arte di Silvia e la vita sono legate e la bellezza non è più un ornamento ma l’aspetto fondativo principale di un percorso di autocoscienza e di autogoverno.


Elogio dell’acqua


L’acqua senza io è il titolo dell’installazione composta da un dittico di due grandi carte dipinto con colori ad acqua. A terra è collocato un semicerchio di piccoli sassi. Quest’ultimo elemento rinvia ai Karesansui e cioè a piccoli giardini secchi giapponesi. Questi ultimi rappresentano simbolicamente paesaggi entro i quali l’acqua prende la forma di piccole distese di sassi, dalle quali a tratti emergono piccole isole fatte a loro volta di sassi. L’ulteriore elemento pittorico dell’installazione si distende prendendo la forma di fiori di loto (il loto è il fiore dell’acqua ma anche della purezza), motivo classico dell’iconografia cinese, che si stagliano su un bianco accecante.


Elogio dell’acqua


Si concretizzano, quindi, due modalità di evocare l’acqua con materiali diversi: i sassi e l’acquerello che non a caso è un colore ad acqua.


Elogio dell’acqua


L’intervento di Silvia Stucky è una tappa importante di un progetto pluriennale dal titolo Il colore dell’acqua, firmato da Laura Turco Liveri. La rassegna Acque comprende quattro personali di artiste contemporanee: Patrizia Dottori, Isabella Nurigiani, Silvia Stucky e Cloti Ricciardi. Essa offre una visione sintetica dell’opera di ciascuna di queste artiste, le quali sono libere, secondo la propria indole e i propri linguaggi, di esprimere la propria idea poetica sull’acqua, non a caso ritenuta da Talete (filosofo presocratico) elemento primario e fondativo. Lo spazio della galleria viene dedicato a ciascuna di queste artiste per tre settimane, mentre il catalogo, presentato nell’ultima tappa espositiva dedicata a Cloti Ricciardi (Maggio 2015), riunirà di nuovo le quattro artiste che saranno presentate con testi critici, immagini e interviste della curatrice.

Biennale Arte Venezia 2015: viaggio nei padiglioni tra verità e finzione

Vi siete mai chiesti che cos’è l’arte? Avete trovato una risposta? Probabilmente è la domanda che l’uomo si pone sin dagli albori, dalle famose pitture delle caverne.
Oggi più che mai si discute sul valore dell’arte, forse perché l’arte moderna, così come viene chiamata, ha cambiato in modo sconcertante il significato che essa aveva portato sulla terra dall’alto, visto che gli artisti si dicono “uomini toccati dalle mani di dio”.
L’arte cambia e si evolve con i tempi, sente l’urgenza di esprimere delle ideologie, vuole essere voce di un mondo sociale, spaccare dei movimenti politici; ma cosa crea? Cosa lascia? Cosa realmente cambia? Sono domande così cattedrali che nessuno probabilmente troverà mai una risposta, quel che rimane è il dubbio, e l’arte in questo senso diventa fede. Così come la vecchina che in vita ha lamentato i suoi dolori, oggi la si può vedere china sui ginocchi ruvidi a pregare, tra le navate di una chiesa, perché sente l’arrivo della sua ora; prega un dio che non ha mai visto, prega l’impalpabile, prega la sua speranza. La fede diviene l’ultima spiaggia, qualcosa a cui aggrapparsi, una necessità – l’arte fa lo stesso.

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Venezia



L’artista parla attraverso le forme espressive per dare vita a un sentimento umano, l’amore, la melanconia, la tristezza, la gioia e così via, sia egli musicista, pittore, scultore, perfomer, crea delle opere classificabili come “buone” e “cattive”, come già fece Aristotele definendole “perfette” e “imperfette” – ma in che modo possiamo classificarle?
A un Rembrandt, un Caravaggio, un Vermeer, si riconoscono l’abilità tecnica, lo studio, l’autoespressione, il tratto, la funzione, ma all’arte contemporanea o a quella nuova forma di arte “concettuale”, tutto questo molto spesso manca. Perché in molte di queste opere contemporaneo-concettuali mancherà una continuità storica, mancherà una vera motivazione, una commissione (la maggior parte delle volte), la critica, e saranno opere per lo più astratte, inconcrete, incongruenti, che cercano di girare le loro motivazioni intorno alle ribellioni di natura sociale, così come un cane gira su se stesso cercando di mordersi la coda.

In questa 56ma edizione di Biennale Arte Venezia, sono presenti diversi esemplari.
Il padiglione Messico è una camera o(scura) adornata di alte pareti che vorrebbe rappresentare il rapporto uomo-natura, despoti-sudditi, dominio-schiavitù; intorno: il nulla – come quello che lascia, fruscelli e corsi d’acqua di sottofondo a parte.

Sulla soglia del padiglione Emirati Arabi Uniti ci si aspetta lo sfarzo dell’arte, i massimi sistemi matematici, e invece ci si ritrova in un luogo dimenticato giusto il tempo di attraversarlo.

Sospiro di sollievo al Padiglione Turchia con l’opera “Respiro”. Un’istallazione dell’artista Sarkis di Instanbul, consistente in 2 grandi arcobaleni al neon site-specific, riflessi in due grandi specchi con le impronte fatte da 7 bambini, che dividono la sala espositiva. 36  vetrate colorate mostrano fotografie e immagini talvolta autobiografiche: una giovane donna in abito rosso, il giornalista assassinato Hrant Dink, la tomba del genitore di Sarkis. Uno spazio immenso dove perdersi per poi ritrovarsi – senza poter sfuggire dinnanzi alla “Corte dello specchio” e di fronte ad un pubblico che “guarda”. Una musica suona per tutta la durata della mostra, la composizione è di Jacopo Baboni-Schilingi che si basa sulla rappresentazione dell’arcobaleno usando 7 colori come sistema di partizione; il 7 come numero che torna, la presenza costante della matematica, fantasma presente in tutte le arti.

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“Respiro” di Sarkis



Si chiama Codice Italia il padiglione di casa nostra curato da Vincenzo Trione, che ha selezionato 15 artisti tra cui Vanessa Beecroft, voce dello scenario internazionale, che ha creato un giardino segreto di marmo: donne dalle diverse forme e fattezze, posano per l’occhio voyerista dello spettatore, in fila per spiare da una piccola fessura la nudità di questi statuari corpi.

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Vanessa Beecroft



Torna alla memoria, in tema con la richiesta del padiglione, Marzia Migliora, con un’opera custodita in uno strano armadio colmo di pannocchie. Al di là dell’armadio, si può vedere riflessa l’installazione, un’antico ricordo della cascina di suo padre, il processo dell’arte come valore umano, sentimentale, come espressione della realtà.

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Marzia Migliora



Ma solo con Claudio Parmiggiani, classe ’43, tocchiamo l’essenza del pensiero dell’artista sull’arte e sull’animo umano. L’imponenza di un’ àncora che distrugge una parete di vetro, elemento fragile, riducendo parte di essa in piccoli frammenti lasciati a terra. Partendo dal presupposto che un’opera non ha bisogno di essere interpretata, perché si rischia di sminuirla, svilirne la bellezza – un’opera non ha bisogno di definizioni e parole ma dovrebbe raccontare una vita senza doverla scrivere e codificare attraverso sistemi, regole e termini – ecco partendo da questa linea, possiamo però dire che in Parmiggiani, respiriamo verità, la drammaticità della vita. Il suo archivio della memoria è fatto di richiami culturali e alchemici, come l’incisione di Albrecht Dürer, Melencolia (1514), probabilmente l’opera più densa di riferimenti esoterici in assoluto.


Due ragazze sui 25, di fiori vestite, dalla gonne a ruota, dai foulard a pois, saltellanti come dei folletti usciti da una fiaba, fermano Claudio Parmiggiani, un uomo di 72 anni, per fargli qualche domanda. La prima che sento, nascosta e in punta di piedi, in religioso silenzio, è “Perché Melencolia”? E lui le guarda, con estrema dolcezza, senza rispondere, come farebbe un padre alla propria figlia di 6 anni quando inizia con “Papà, come nascono i bambini?
E come glielo spieghi?

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Claudio Parmiggiani


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Incisione di Albrecht Dürer, Melencolia – 1524

MAGDALENA ABAKANOWICZ, LA FOLLA INQUIETANTE E IL SUO TOTEM

Magdalena Abakanowicz nata a Falenty, vicino Varsavia, nel 1930, scultrice, indaga da ormai molti anni il tema delle folle.

Nel 1954 completa gli studi all’Accademia di Belle Arti di Varsavia, insegna all’Accademia di Belle Arti di Poznań.

Nel 1965 ha ricevuto la medaglia d’oro durante la VII Biennale Internazionale dell’Arte a San Paolo. Nel 1972 ha ottenuto il premio statale di primo rango della Repubblica Polacca.


E’ l’erede di una ricca famiglia di possidenti terrieri che però perderanno tutto, costretti dal partito comunista a lasciare la propria casa.

Fino al 2 agosto 2015 a Venezia all’isola di San Giorgio sarà possibile visitare la mostra Crowd and Individual, un’istallazione inquietante della Abakanowicz che sta già riscuotendo grande successo .

Si tratta di un esercito di uomini di juta, una massa di uomini mutilati che sembrano muoversi in sincrono verso una scultura di un animale strano, una sorta di totem che conserva le sembianze di un animale stilizzato.


MAGDALENA ABAKANOWICZ, LA FOLLA INQUIETANTE E IL SUO TOTEM


Voler comprendere quest’opera straordinaria e inquietante attraverso la biografia dell’autrice è un’ operazione inutile, poco feconda .

Non è mai auspicabile leggere un’opera d’arte rifacendosi agli elementi biografici dell’artista, certo qualcosa del vissuto s’insinua nella creazione artistica ma il biografico, la vita, è poca cosa di fronte ad un’opera che è il frutto di una riflessione sublimata dell’artista .

Magdalena Abakanowicz è stata, durante il periodo della dittatura comunista, un’artista dissidente, non ha mai voluto aderire ai dettami del Partito Comunista russo che imponeva la sua idea di arte: il realismo socialista.


“La propaganda comunista interveniva costantemente per dirci quello che dovevamo pensare e noi evadevamo mentalmente”, cosi dichiara Magdalena Abakanowicz.

La sua opera si pone in qualche modo all’opposto dell’asservimento a un regime .

La folla amorfa metaforicamente senza testa che si nuove verso un idolo stupido, un animale insignificante è una critica feroce, troppo feroce, a ogni sistema costituito.

Tutta la storia dell’umanità si potrebbe leggere secondo il grado di sottomissione delle masse a un idolo, a una ideologia o ad una religione.

A questa profonda questione della sottomissione delle masse, che non pensano ma che seguono spesso idoli di carta o leader insignificanti è dedicata l’opera di Magdalena Abakanowicz.


Una profonda critica sociale la sua che, anche fuori dai sistemi totalitari, dove le folle sono annientate sotto un’unica visione dell’esistenza, trova anche oggi la sua purtroppo drastica e catastrofica applicazione .

L’Abakanowicz, insomma, cerca di urlare con la sua arte il kantiano Sapere aude che fece dell’illuminismo tedesco e poi francese la stagione forse più florida del pensiero umano.

E’ inquietante l’animale totemico che guarda la folla disperata che gli va incontro.


Un essere simile non può dare senso alle loro vite ma loro avanzano, come sopravvissuti che hanno rinunciato ad un identità, verso un barlume di potere.

L’animale, mancando di pensiero è il simbolo dell’essere bestiale, un essere che pervade però il godimento più basso quello dell’istinto distruttivo e violento che è poi il motore delle guerre.

L’individuo può distinguersi dalla folla attraverso il pensiero libero e la propria auto affermazione, tutto questo sembra suggerire Crowd and Individual, l’istallazione disumana di Magdalena Abakanowicz .

David Cameron ha vinto le elezioni nel Regno Unito

Il Primo ministro uscente David Cameron, leader dei conservatori, ha vinto le elezioni nel Regno Unito, se la vittoria di per sé non è sorprendente è il margine con cui è stata ottenuta che ha sorpreso tutti i commentatori politici e i sondaggisti.


I sondaggi mostravano preconizzavano una elezione all’ultimo voto con un leggero vantaggio dei conservatori ma i laburisti sono crollati. Cameron è stato, quindi, eletto per un secondo mandato e probabilmente riuscirà ad avere seggi a sufficienza per governare senza il supporto di nessun piccolo partito.


Questo voto è una sconfitta clamorosa per Ed Miliband, il quale si è dimesso. La sua strategia sinistrorsa non ha funzionato e il leader è stato bocciato. David Cameron, così, pur non avendo mai fatto entusiasmare i britannici, si ritrova per la seconda volta il paese in mano e questa volta avrà una presa più salda.


La sconfitta più grande per i laburisti è stata la Scozia dove il partito indipendentista scozzese ha ottenuto un risultato inaspettatamente buono a spese del Labour e dove molti degli uomini più vicini a Miliband hanno perso il loro seggio.


C’è a chi è andata peggio, comunque, Nick Clegg e i suoi Liberal Democratici dopo l’inaspettato exploit delle scorse elezioni sono stati annientati, così come l’UKIP, il partito di estrema destra alleato a Grillo in Europa, che è riuscito a conquistare solo un seggio. Sia Clegg che Farage, probabilmente si faranno da parte. Cameron ha già accettato l’invito della regina a formare un nuovo governo.


Nel suo primo discorso dopo la vittoria Cameron ha promesso di riguadagnare la fiducia della nazione e di tenere il promesso referendum sull’uscita dall’UE entro il 2017. Cameron ha ripetuto che il suo obiettivo è tenere insieme il Regno Unito in quella che è apparso essere un riferimento al grande successo degli indipendentisti scozzesi.


Miliband si è dimesso prendendosi piena responsabilità della rovinosa sconfitta e ha pronosticato una ripresa per il Labour. L’ex leader dei laburisti ha dato la colpa della sconfitta ai due nazionalismi, quello scozzese e quello britannico: “Siamo stati colpiti da due nazionalismi. Un nazionalismo scozzese che ha assicurato agli scozzesi che se avessero votato SNP avrebbero aiutato il Labour e un nazionalismo inglese a cui ha fatto appello David Cameron: votate Labour e avrete l’SNP”.

Come Cuba ha salvato l’Africa dall’Ebola

L’epidemia di Ebola che è partita dal villaggio di Meliandou, in Guinea, nel dicembre 2013 è stata la più tremenda della storia, finora. I motivi per cui questa epidemia è stata così estesa e mortale è da ricercare nell’aumento delle vie di comunicazione ma soprattutto nelle tremende condizioni del sistema sanitario di Guinea, Sierra Leone e Liberia, tutti e tre stati reduci da una guerra civile e dallo scarsissimo numero di medici e infermiere. Numero che si è ulteriormente ridotto dopo l’epidemia.


La Liberia, uno stato da 4.3 milioni di abitanti ha 51 medici e 1.649 tra infermiere, autisti di ambulanza, dentisti, farmacisti, tecnici di laboratorio, impiegati d’ospedale e altro personale medico; la Sierra Leone, 6.1 milioni di abitanti ha 136 medici e 2.299 impiegati nel settore sanitario mentre la Guinea, 11.8 milioni di abitanti, ha 1.175 medici e 6.179 lavoratori. I numeri sono impressionanti; gli Stati Uniti hanno 2.4 medici per 1.000 abitanti mentre la Guinea 0.1 per 1.000 abitanti.
I numeri sono ancora peggiorati dopo l’epidemia, ogni stato ha perso il 10% dei propri lavoratori addetti al sistema sanitario. La Liberia, per esempio, da 51 medici e passata a 46.


Cuba ha mandato nella zona dell’epidemia 165 lavoratori sanitari, più di qualsiasi altro stato al mondo, uno di loro, Feliz Baez Sarria, ha contratto Ebola, è stato curato ed è tornato al lavoro. Cuba ha sempre fatto vanto dei suoi medici e non ha mai esitato a mandarli all’estero in situazioni critiche.
Cuba addestra i suoi medici alla Escuela Latinoamericana de Medicina (ELAM), a Santiago. Dal 2005 la scuola ha fatto diplomare 23.000 medici e si sta ingrandendo sempre di più. ELAM, che accetta candidati da tutte le parti del mondo, compresi gli Stati Uniti, non rivaleggerà mai con i grandi istituti di ricerca europei o americani ma questo non è il suo obiettivo.


La scuola voluta da Castro cerca di creare il maggior numero possibile di medici che possano dare le cure di prima necessità per malattie infettive, problemi pediatrici, ginecologici, cardiovascolari e tumorali. Gli studenti entrano nella scuola a 18 anni e passano sei anni a studiare. Dopo questo periodo gli studenti sono pronti a sostenere i propri esami di licenza in quasi tutti gli stati del secondo o terzo mondo ma non in Europa o in USA.


Laurie Garret, una giornalista americana vincitrice del Pulitzer ha proposto alle autorità cubane di prendersi carico dell’educazione all’ELAM di un grande numero di infermiere provenienti dai tre paesi colpiti dall’Ebola in modo da farsi trovare pronti nel caso scoppi una nuova epidemia. I cubani si sono detti disposti ad accogliere ed educare le infermiere di Guinea, Sierra Leone e Liberia ma hanno bisogno di aiuto. L’ELAM accoglie molti stranieri, soprattutto dall’America Latina, ma gli studenti usufruiscono di borse di studio che permettono loro di pagarsi, almeno, vitto e alloggio. Le nazioni africane non possono permettersi spese di questo tipo.


Qui potrebbero entrare in gioco gli statunitensi. Gli USA hanno mandato molti aiuti e molta attrezzatura nei paesi colpiti e spostare il flusso di soldi verso borse di studio per le infermiere sarebbe un modo intelligente di continuare a tenere sotto controllo il virus che ha spaventato il mondo.
Senza contare che il recente riavvicinamento tra Cuba e Stati Uniti, sancito dalla stretta di mano tra Obama e Raul Castro, potrebbe essere ulteriormente rafforzato da una collaborazione a scopo umanitario. Una collaborazione che potrebbe portare i numeri dei medici di Guinea, Sierra Leone e Liberia a crescere in modo vertiginoso e tutto questo costerebbe molto meno e che costruire e gestire scuole sul posto senza contare il minor tempo in cui i medici sarebbero pronti.

ANTONIO PADELLARO, RITRATTO DI UN GIORNALISTA

Antonio Padellaro è una delle firme più importanti nell’attuale panorama del giornalismo italiano, stiamo però attenti a non dirglielo perché Padellaro appartiene a quella generazione di giornalisti puri, autentici, che non si danno arie e che vivono il loro mestiere in modo quasi conventuale, come una sorta di missione.

Nato a Roma nel 1946, proviene da una famiglia molto cattolica, istruito dai Gesuiti, la sua formazione giovanile permane nei suoi modi gentili, nel rigore e in quella dolce predisposizione all’ascolto dell’altro.


Ha pubblicato numerosi saggi che molto hanno contribuito a far luce su questioni spesso celate dalla stampa filogovernativa: Senza cuore. Diario cinico di una generazione al potere; Non aprite agli assassini. Il caso Fenaroli e i misteri italiani; Il libro nero della democrazia. Vivere sotto il governo Berlusconi; Io Gioco Pulito.

Entra nel mondo del giornalismo dalla porta principale inizia, infatti, con il Corriere della sera, passa all’Espresso e poi all’Unità, di cui diventa direttore nel 2005.

Nel 2009 partecipa alla fondazione del Fatto Quotidiano e ne assume la direzione fino al febbraio del 2015 per lasciare poi il testimone al suo vice Marco Travaglio .


Il suo colore preferito, fosse solo alla luce del suo excursus professionale!, non poteva che essere il rosso…

Il ritratto di Antonio Padellaro che emerge dal questionario Proust è quello di un uomo dolce e riflessivo.

Si definisce malinconico e amante delle attese; dichiara di avvertire di non possedere alcun talento ma occorre certo un qualche talento, o comunque una raffinatezza d’animo non comune, per aver compreso che pregustare un piacere, attenderlo, vivere l’istante sublime dell’attesa è talvolta più appagante di ciò che poi veramente accade…


Il tratto principale del tuo carattere?

L’allegria.


La qualità che ammiri in un uomo?

La lealtà.


La qualità che ammiri in una donna?

La leggerezza.

Quel che apprezzi di più nei tuoi amici?

Condividere le cose che ci piacciono.


Il tuo principale difetto?

La malinconia.


La tua occupazione preferita?

Leggere.


Il tuo sogno di felicità?

Te lo spiego così: salire le scale della donna che amo pregustando l’incontro o, per esempio, nel lavoro, pregustare lo scoop che scriverò.

Amo i momenti che precedono un momento bello, insomma l’attesa di un godimento…


Quale sarebbe, per te, la più grande disgrazia?

Perdere l’amore delle persone che amo.



Quel che vorresti essere?

Vorrei essere più me stesso, spesso non lo sono.



Il paese dove vorresti vivere?

L’Italia, amo Roma.

Il colore che preferisci?

Il rosso.


Il fiore che ami?

La gardenia.

L’uccello che preferisci?

L’usignolo perché annuncia la primavera


I tuoi autori preferiti in prosa?

Truman Capote, Tom Wolfe, Norman Mailer.


I tuoi poeti preferiti?

Leopardi.

I tuoi eroi nella finzione?

I personaggi di Tarantino.

I tuoi compositori preferiti?

Čajkovskij, Shostakovich, i romantici russi .


I tuoi pittori preferiti?

Edward Hopper, Jackson Pollok.


I tuoi eroi nella vita reale?

Papa Francesco, in fondo sono stato “maleducato” dai gesuiti!


I tuoi nomi preferiti?

I nomi dei miei figli Matteo e Giacomo.


Quel che detesti più di tutto?

La ruffianeria.

Quel che c’è di brutto in te?

La mancanza di un grande talento.


I personaggi storici che apprezzi di più?

Cincinnato, è stato un grande uomo politico che ha saputo ritirarsi quando era il momento.

L’impresa militare che ammiri di più?

La battaglia di Austerlitz.


La riforma che apprezzi di più?

La Dichiarazione dei Diritti dell’uomo che è la base della democrazia moderna.

Il dono di natura che vorresti avere?

Saper suonare divinamente il piano.


Lo stato attuale del tuo animo?

Tranquillo, sono contento.


Le colpe che t’ispirano maggiore indulgenza?

Il tradimento in amore.


Il tuo motto?

Vivi e lascia vivere.


Come vorresti morire?

Addormentandomi in un pomeriggio di tarda estate all’imbrunire, ricordando ciò che mi ha reso felice.

Le Nazioni Unite permetteranno all’Europa di affondare le barche dei migranti

Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite sta pensando di dare il permesso all’Europa di usare la forza militare per affondare i barconi di immigrati che partono dalla Libia verso le coste italiane.
La misura sarà probabilmente discussa durante l’incontro tra il Consiglio di sicurezza e il ministro degli Esteri dell’Unione Europea, Federica Mogherini. Nell’incontro saranno, probabilmente, discussi i particolari di una iniziativa che solleverà un gran numero di problemi a livello diplomatico e legale come ad esempio se portare le persone presenti sulle navi affondate verso le coste italiane o farle tornare in Libia o nelle loro nazioni di provenienza. Tenendo conto che il Diritto internazionale vieta gli stati di rimpatriare migranti nel caso siano vittime di persecuzione nello stato di provenienza.


La misura è stata presa in considerazione a causa dell’altissimo numero di morti causato dal flusso migratorio tra Libia e Italia. Il passaggio dall’operazione italiana Mare Nostrum a quella europea Triton ha spostato la distanza dalle coste libiche in cui le barche dei migranti vengono intercettate e ha cambiato l’obiettivo principale, da ricerca e soccorso a vigilanza delle frontiere.


Da quanto trapela la risoluzione delle Nazioni Unite permetterà ai militari europei di condurre operazioni militari non solo in acque internazionali ma anche sul suolo e in acque libiche.
La misura potrebbe essere adottata già da metà maggio. Uno dei problemi diplomatici da superare è se la Libia dovrà acconsentire all’operazione o meno. La questione è particolarmente intricata dato che in Libia esistono due governi che si considerano legittimi e che sono in negoziazione tra loro tramite le Nazioni Unite.


La proposta di risoluzione del Consiglio di sicurezza è stata presentata dai rappresentanti europei del Consiglio e dall’Italia che si fa carico della gran parte della gestione dei migranti e del loro soccorso.
L’affondamento delle navi dei contrabbandieri di uomini fa parte del piano dell’Unione Europea per controllare l’immigrazione che prevede anche una triplicazione dei controlli alle frontiere e 5.000 posti garantiti per migranti che necessitano protezione.


Il piano proposto dall’Unione in aprile ha riscontrato le critiche di alcuni membri dell’ONU e di molte associazioni per i diritti umani. Alcuni esperti di diritto internazionale, poi, contestano che l’Europa è obbligata dalla propria legge sui diritti umani a dare la possibilità ai migranti di fare domanda d’asilo politico.

Domenico Cioffi collezione autunno/inverno 2015/16

Simboli, riferimenti artistici e richiami a scenari di fantascienza per la nuova collezione FW 2015/2016 di DOMENICO CIOFFI.

Il designer partenopeo sceglie la sua terra questa volta: il Vesuvio fa da cornice alla nuova collezione VOLCANO, un paesaggio surreale che volutamente ricorda l’opera vesuvian di Andy Warhol.

Vulcanici i colori, il nero dell’ ossidiana, il bianco sulfureo, il rosso della lava, tre elementi che si combinano in incastri originali e geometrie grafiche e spigolose rievocando le opere di Morandini e gli effetti psichedelici digitali dei video di White Stripes. Anche i materiali, sempre più sperimentali, alternano sensazioni di caldo freddo, lucido opaco, morbido rigido.

Un gioco di opposti riflesso nelle muse ispiratrici della collezione, che ricordano le nuove eroine dei film di fantascienza, guerriere neoromantiche che indossano divise di pelle, gonne in vernice, e sfoggiano abitini in taffetà decorati da colli arricciati o rouches sulle spalle.

 

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L’ imbroglio dell’Italicum

Che mago questo Renzi! Non solo ci saranno voti che valgono più di uno e voti che varranno meno di uno ma ci saranno anche tanti casi in cui tu voterai un candidato e ne eleggerai un altro! L’imbroglio dell’Italicum deriva dal mescolare due criteri che fanno a pugni: il voto di preferenza nelle mani degli elettori e la scelta di capilista pluricandidati nelle mani dei vertici di partito.



Proviamo a immaginare cosa succederà con l’Italicum. Il candidato Rossi, numero 5 nella lista, risulta il più votato per numero di preferenze, ma non viene eletto perché in quel collegio i voti raccolti bastano per eleggere un solo candidato e quell’uno sarà il capolista Bianchi. Bianchi è capolista anche in altri nove collegi, ma optando per il collegio di Rossi, Bianchi lo esclude perché Rossi gli sta meno simpatico degli altri candidati che gli subentreranno negli altri nove collegi.

In tal modo l’esclusione di Rossi dal nuovo Parlamento non deriverà dalla scelta degli elettori, ma dall’arbitrio del capolista (arbitrio personale o ispirato dal segretario nazionale), il quale opterà di diventare rappresentante di quel collegio elettorale, cioè di quel territorio e di quei cittadini, con cui, magari, ha meno rapporti o, addirittura, rapporti conflittuali. Determinato a sfruttare questo meccanismo perverso il segretario nazionale moltiplicherà il numero dei candidati ubiqui – quelli che possono guidare dieci liste in dieci diversi collegi – così assicurandosi non solo l’elezione dei capilista ma anche il potere di favorire i secondi in lista se gli sono fedeli (anche quando abbiano raccolto poche preferenze) o di escluderli se non graditi (anche quando abbiano ottenuto dagli elettori un grande messe di voti). Che mago questo Renzi! Non solo ci saranno voti che valgono più di uno e voti che varranno meno di uno ma ci saranno anche tanti casi in cui tu voterai un candidato e ne eleggerai un altro! L’imbroglio dell’Italicum deriva dal mescolare due criteri che fanno a pugni: il voto di preferenza nelle mani degli elettori e la scelta dei capilista candidabili in dieci collegi nelle mani dei vertici di partito.


Non è finita. Supponiamo che un partito ottenga il 40% dei voti e un altro il 39%. Il primo, con il premio elettorale, otterrà 340 seggi, il secondo, pur avendo quasi lo stesso numero di voti, otterrà solo 214 seggi. Ma questo in teoria, cioè nel caso, ormai improbabile, che sopravviva il bipolarismo. Nella realtà, essendosi ormai radicato un sistema tripolare, e avendo stabilito una soglia di sbarramento bassissima – il 3% -, avremo un primo partito geneticamente modificato e artificialmente gonfiato fino a 340 seggi, due o tre partiti sotto i 100 seggi e qualche cespuglio del 3% con 7 o 8 deputati nominati dal loro capetto.

Eppure, secondo Matteo Renzi, questo sistema elettorale è così democratico e attraente che gli altri paesi non vedono l’ora di imitarlo abbandonando le loro tradizioni secolari (il Regno Unito) o semi secolari (Germania, Francia e Spagna). Tradizioni che insieme con la governabilità hanno sin qui assicurato in quelle nazioni un’equa rappresentanza della volontà degli elettori.


Non contento di averla sparata grossa il nostro premier giustifica la sua protervia giurando che finalmente l’Italicum garantirà la stabilità dei governi.


Il dubbio che questa promessa possa trasformarsi in una minaccia nemmeno lo sfiora. Innanzitutto, la stabilità non è un bene a prescindere e, poi, come in passato si sono frantumate coalizioni dotate di ampie maggioranze così, anche con l’Italicum, nulla può escludere che un domani, per esempio nel PD, si formi una opposizione (bastano trenta deputati) in grado di mandare a casa il governo. Esattamente come faceva la DC e come ha fatto anche Renzi con il governo Letta, con buona pace della stabilità.


In conclusione, se, nel merito, non mancano sull’Italicum seri dubbi di costituzionalità, certamente incostituzionale è stata la procedura con cui si è giunti alla sua approvazione. In particolare nel momento in cui, ricorrendo a un emendamento del governo, si è calpestato il diritto/dovere dell’assemblea di esaminare, articolo per articolo, una legge approvata ma non in vigore, perché appesa a una revisione costituzionale di là da venire.


Eppure tutti scommettono che il presidente Mattarella, autore della buona legge elettorale che porta il suo nome e giudice che bocciò il porcellum trangugerà l’imbroglio dell’Italicum senza batter ciglio. Perché? Perché questo impegno preso con Renzi sarebbe all’origine della sua ascesa al Quirinale.

EGS-zs8-1, la galassia più antica mai osservata

Un team di astronomi dell’Università di Yale ha scoperto una galassia eccezionalmente luminosa situata a circa 13 miliardi di anni luce dal Sistema Solare: il suo nome è EGS-zs8-1 ed è l’oggetto astronomico più distante mai osservato dai nostri telescopi. EGS-zs8-1 è anche una delle galassie più brillanti e massicce dell’Universo primordiale, nonché una delle poche di cui si conosca con precisione l’età. Grazie a questa scoperta gli astronomi hanno spostato la frontiera dell’esplorazione galattica ad un periodo di tempo nel quale l’Universo aveva solamente il 5% della sua età attuale. “Sebbene si fosse appena formata, la galassia conteneva già il 15% della massa della nostra Via Lattea” ha dichiarato Pascal Oesch, astronomo di Yale e principale autore dello studio pubblicato lo scorso 5 maggio sulle pagine dell’Astrophysical Journal. “EGS-zs8-1 ha impiegato solo 670 milioni di anni per raggiungere quelle dimensioni. L’Universo era ancora molto giovane, allora.”


L’accurata misurazione della distanza, effettuata tramite lo spettrometro MOSFIRE dei telescopi spaziali Hubble e Spitzer, ha permesso agli astronomi di determinare che all’epoca EGS-zs8-1 stava formando nuove stelle con una rapidità impressionante, circa 80 volte più velocemente della nostra Via Lattea. “Ogni conferma contribuisce a dissipare i nostri dubbi sul processo di formazione delle prime galassie nell’Universo primordiale”, ha detto Pieter van Dokkum, membro del team di ricerca. “Solo i più grandi telescopi sono abbastanza potenti per raggiungere distanze così enormi.”


Credit: NASA, ESA, P. Oesch and I. Momcheva (Yale University), and the 3D-HST and HUDF09/XDF teams

Credit: NASA, ESA, P. Oesch and I. Momcheva (Yale University), and the 3D-HST and HUDF09/XDF teams


Le nuove osservazioni collocano EGS-zs8-1 in un’epoca in cui l’Universo stava attraversando un’importante fase di cambiamento. A quel tempo, l’idrogeno nelle galassie era in piena transizione da uno stato neutrale a uno stato ionizzato. “I dati indicano che le giovani stelle nate all’interno di galassie come EGS-zs8-1 sono state le principali artefici di questa transizione, chiamata reionizzazione”, ha dichiarato a tal proposito Rychard Bouwens del Leiden Observatory, co-autore dello studio. Nel loro insieme, i dati raccolti da Hubble e Spitzer fanno nascere molti nuovi interrogativi: essi confermano che le galassie massicce esistevano già agli albori della storia dell’universo, ma mostrano anche che quelle galassie avevano proprietà fisiche molto differenti rispetto alle galassie odierne. Gli astronomi, comunque, ora possiedono una prova inconfutabile del fatto che i colori tipici delle galassie più antiche sono causati dalla rapida formazione di giovani stelle massicce, che interagendo con il gas primordiale innesca la reionizzazione dell’Idrogeno.



FONTE:
P. A. Oesch, P. G. van Dokkum, G. D. Illingworth, R. J. Bouwens, I. Momcheva, B. Holden, G. W. Roberts-Borsani, R. Smit, M. Franx, I. Labbé, V. González, D. Magee. A SPECTROSCOPIC REDSHIFT MEASUREMENT FOR A LUMINOUS LYMAN BREAK GALAXY ATz= 7.730 USING KECK/MOSFIRE. The Astrophysical Journal, 2015; 804 (2): L30 DOI: 10.1088/2041-8205/804/2/L30

Ellen von Unwerth fotografa gli chef italiani per L’Uomo Vogue

Ellen von Unwert, la nota fotografa che immortala l’erotismo e fa del voyerismo la sua firma, stupisce per il servizio sugli chef italiani. Lo shooting è stato pubblicato su L’Uomo Vogue e ritrae i più grandi chef stellati, che ci rendono orgogliosi di appartenere a questa terra.

Sono i “ritratti della salute”, direbbero le nostre nonne, da Antonio Cannavacciuolo, Chef Patron del ristorante Hotel Villa Crespi, ora impegnatissimo in programmi televisivi dedicati alla cucina, a Carlo Cracco, chef dell’omonimo ristorante milanese, che cavalca l’onda del successo grazie al seguitissimo Master Chef Italia e parodiato da numerosi comici.

Giocosi e divertenti nelle immagini che li ritraggono insieme, ogni chef si presta poi per il singolo ritratto che forse ha un’unica pecca: la scelta del bianco e nero. Ananas, insalata, zucchine, radicchio, pomodori, caffè, privi del loro splendido colore; perché i preziosi frutti della terra, che tutto il mondo ci invidia, non hanno di buono solo il gusto, ma la bellezza e il piacere degli occhi.

E allora quel rosso El Greco del pomodoro, il giallo miele dell’ananas e della sua meravigliosa cresta verde che s’innalza tronfia, il violaceo radicchio, così trendy nelle sue sfumature dal rosso a righe bianche, e il nostro caffè napoletano con quella deliziosa schiuma color nocciola che fa “risveglio”, perché nasconderli??? Perché privarli della loro magnificenza?

E allora, cara Ellen, pitta i visi delle belle donzelle, ma prenota una tavolozza anche quando stai a tavola!

MARGHERITA SERRA NELLE SUE OPERE LA SCULTURA DELLA VERA FEMMINILITA’

Margherita Serra nasce a Brescia il 17 maggio 1943, è presente nel campo dell’arte dalla metà degli anni Sessanta, vive e lavora a Brescia, Carrara e Matera.

Vive nella sua città natale ma nel suo intimo conserva origini lucane: i suoi genitori provengono da Matera, luogo a cui Margherita è legata, non solo da vincoli affettivi, ma anche dalle strade, dalle grotte, dalle rocce, dai famosi sassi, dal paesaggio campano che è ancorato alla sua memoria.

Ha conseguito la maturità presso il Liceo Artistico e l’Accademia di Belle Arti di Carrara e la laurea in architettura al Politecnico di Milano. Dirigente presso il Comune di Brescia in qualità di Architetto nel settore Edilizia Privata sino al 1994, quando per libera scelta ritiene di dedicarsi a tempo pieno alla carriera artistica rinunciando alla professione intrapresa.

Fa parte del direttivo del gruppo europeo degli Architetti Artisti Ligne et Couleur di Parigi.


MARGHERITA SERRA NELLE SUE OPERE LA SCULTURA DELLA VERA  FEMMINILITA’


Nel 1987, per le Edizioni Bora (Bologna) è uscita una sua monografia a cura di Elda Fezzi, nel 1990 per Angelus Novus Edizioni (L’Aquila) è stato edito un catalogo monografico a cura di Antonio Gasbarrini. Ancora per le Edizioni Bora, nel 1993, viene stampata una monografia curata da Luciano Caramel. Nel 1997, Giorgio Segato, presenta il catalogo dell’esposizione presso la Galleria Civica d’Arte Contemporanea di Termoli (CB). Nel 2000 in occasione della mostra antologica alla Civica Galleria d’Arte Moderna a Gallarate, viene presentato il catalogo monografico curato da Luciano Caramel. Nel 2004, in occasione dell’esposizione presso Villa delle Rose a Bologna con la collaborazione della G.A.M. è stato edito un catalogo monografico dall’Editrice Compositori (Bologna) a cura di Martina Corgnati con testi critici di Luciano Caramel e Gillo Dorfles, Nel 2008 in occasione dell’esposizione presso il Museo Nazionale di Palazzo Venezia a Roma è stato pubblicato dalla Biblioteca Cominiana (Padova) un catalogo monografico a cura di Luciano Caramel con testi critici di Paolo Bolpagni e Luciano Caramel.


MARGHERITA SERRA NELLE SUE OPERE LA SCULTURA DELLA VERA  FEMMINILITA’


Vincitrice di due concorsi nazionali indetti dal Ministero dei Lavori pubblici nel 1999 con opere d’arte posizionate nelle caserme dei carabinieri di Pavullo (MO) e Portici (NA). Tra le opere inserite in luoghi pubblici, sono da ricordare: Monumento ai caduti nei Lager nazisti nel 1979 a Brescia in via Vittorio Veneto; Bassorilievo in memoria di P. Zini nel 1987, nella Chiesa di S. Barnaba a Brescia; Altare centrale, ambone, ciborio nella Chiesa Beato Luigi Palazzolo a Brescia nel 1991; Cappella Guerreschi, Cappella Mantegari nel Cimitero Vantiniano di Brescia nel 1993; Energia Vitale nel 1997 nel Museo di Arte e Spiritualità di Brescia, oggi Collezione Paolo VI a Concesio (BS); Altare centrale e ambone, Chiesa S. Antonio Salò (BS) nel 1999; Scogliera viva, Caorle (VE), nel 2000; Scultura in memoria di Elda Fezzi, Cimitero Monumentale di Cremona nel 2001; Altare centrale, tabernacolo e presbiterio, Cappella Villa Gioiosa Castelletto di Brenzone (VR) nel 2003; Altorilievo Sacra Famiglia, presso Istituto Piccole Suore della Sacra Famiglia Venezia nel 2003; Sacra Famiglia, Casa di Cura Madre Fortunata Toniolo Bologna 2005; Corsé de Rosalía de Castro, Museo de Arte Contemporánea de la Costa da Morte, Corme (Spagna)nel 2010; Corsetto, Saks New York nel 2011.


MARGHERITA SERRA NELLE SUE OPERE LA SCULTURA DELLA VERA  FEMMINILITA’


Margherita Serra è presente in innumerevoli mostre e simposi che l’hanno portata a essere conosciuta in campo nazionale ed internazionale. La città di Matera le ha concesso nel 1993 uno spazio demaniale nei Sassi affinché potesse svolgere e divulgare la propria arte in un ambito di così grande suggestione attraverso mostre e scambi culturali.

Nell’anno accademico 2000/2001 è stata discussa una tesi di laurea, intitolata Margherita Serra: l’elegante energia del marmo, presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università Ca’ Foscari di Venezia.

Nel 2002 la città di Bernalda le ha conferito la cittadinanza onoraria per aver realizzato lungo il corso della città un’opera scultorea monumentale dal titolo Élan, Slancio vitale.

Le è stato assegnato a Trebisacce (CS) l’ambìto riconoscimento, Eunomia 2004 che vede premiate le donne impegnate nei diversi campi del sociale. Dal 2008 è inserita come artista, rappresentante dell’Associazione Nazionale Le Donne del Marmo con sede a Verona.

Nell’anno accademico 2009/2010 è stata discussa una tesi di laurea, intitolata Corpi preziosi: l’arte tra corpo e gioiello, presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano.

Nel 2010 diviene membro dell’Associazione Sculptors Guild di New York.

Nel 2012 ha esposto presso il Museums der Marktgemeinde di Innsbruck.

Il 2 novembre 2013, è stata inaugurata la mostra personale presso la Sculptors Guild Gallery di New York.

Nel 2014 ha partecipato a varie mostre collettive, tra le più importanti “TranSFORMation” Governors Island a New York e “Scultura Lucana Contemporanea” Sassi di Matera.

Il cammino di Margherita Serra tra disegni, sculture in bronzo, legno, marmo e vetro di Murano è segnato da numerose esposizioni personali e collettive che si alternano in varie città d’Italia e all’estero, fra le quali, Margherita Serra segna un momento significativo nel panorama artistico contemporaneo, per l’eleganza con cui sa trasformare la materia. Dal 2014 è membro della Commissione per i Beni Culturali e l’Arte Sacra della Diocesi di Verona.



MARGHERITA SERRA NELLE SUE OPERE LA SCULTURA DELLA VERA  FEMMINILITA’

Dal 16 aprile al 17 maggio 2015 nello Spazio SculptureArt a Matera si svolge la mostra Preludio, Gillo Dorfles Margherita Serra.

La mostra è ideata dallo stesso Gillo Dorfles ed è un’anticipazione di eventi futuri per Matera Capitale della Cultura europea 2019.

Sono esposte oltre venti opere che rappresentano il meglio della loro produzione artistica.

Entrambi si sono cimentati nell’utilizzo di diversi materiali e tecniche, pittura, scultura, grafica fino alla creazione di esclusivi gioielli.


Com’è nata la tua passione per dell’arte?


Difficile dire come sia nata la mia passione per l’arte, ricordo d’averla sempre avuta.

L’ho sviluppata attraverso gli studi e l’amore per Michelangelo Buonarroti in particolare con l’opera La Madonna della Scala quando con attrezzi di fortuna tentavo di scolpire il bassorilievo su un sasso.


Il tuo sodalizio con Gillo Dorfles, ce ne parli?


Il sodalizio con Gillo Dorfles è nato dopo anni di conoscenza reciproca, di stima da parte sua per il mio lavoro, di ammirazione da parte mia per un grande maestro, padre dell’estetica italiana.


Le tue opere esprimono un rapporto molto stretto con la femminilità, qual è la tua idea di femminilità?



Le mie opere esprimono un rapporto molto stretto con la femminilità perché il rapporto che ho con la pietra è un rapporto d’amore.

La mia idea di femminilità non è certo riferita a delicatezza, fragilità, ma eleganza, raffinatezza, bellezza , forza, trasparenza, coraggio, attributi che io ho voluto con la mia ricerca artistica.

Ho convogliato tutta la mia idea di femminilità in un unico tema: ” Il Corsetto ” simbolo per eccellenza di femminilità.

Le mie creazioni sono contenitori di corpi femminili, nascosti, non ancora svelati.

Attraverso decori, ricami, trine, voglio evocare le bellezze dei tessuti che adornano il corpo femminile.

E’ chiaro che procedo per via di metafora lavorando il marmo con maestria sino a ottenere la somiglianza di tessuti, e la morbidezza di una pelle.


Matera è diventata la tua seconda casa, cosa ti lega a questo luogo magico?


Matera è diventata la mia seconda casa per due motivi: il primo è di fondamentale importanza, le mie origini sono qui. I miei genitori, i miei avi, i miei parenti sono tutti qui , ed è stato quindi un ritorno alle origini.

Il secondo motivo è che Matera è meravigliosamente scultorea, un’esplosione di creatività ed è veramente magica. Ora è anche Capitale Europea della Cultura!

Mad Men si avvicina alla fine

Mad Men Lost Horizon parla di morte, figurata e reale, e il tema sembra quanto mai appropriato considerando che la fine della serie si avvicina sempre di più.
Roger, che suona un sinistro organo rimasto chissà perché nei desolati uffici della Sterling Cooper Draper Pryce, viene spaventato da una a sua volta spaventata Peggy e lui le dice: “Ho una malattia di cuore, lo sai?”. Il fantasma della morte di Roger aleggia in quell’ufficio come un fantasma cullato dalla musica inquietante dell’organo.
Un’altra scena che strizza l’occhio alla morte e richiama la favolosa sigla è quando uno scoraggiato Don guarda la finestra del suo nuovo ufficio e ne controlla la chiusura, d’altronde sono arrivati alla McCann che Jim Hobart ha descritto come il “paradiso della pubblicità”. Il lessico e i richiami alla morte, insomma, pervadono la serie.


Mad Men si avvicina alla fine


Lost Horizon è il titolo di un racconto di James Hilton riguardo un monastero utopico in Tibet, Shangri-La, dove tutti vivono in pace per sempre. Questo è l’obiettivo dei protagonisti di Mad Men che hanno cambiato nomi, uffici e clienti sempre con l’obiettivo di salvarsi e cercare un futuro migliore. Due cose che sembrano inseparabili nel mondo di Mad Men. La fuga però sembra essere finita, Jim Hobart e la McCann sembra abbia raggiunto il suo obiettivo: sta smontando pezzo per pezzo la SC&P e distruggendo il loro modo di fare pubblicità dissolvendolo nella palude burocratica che sembra essere la grande McCann. C’è chi sembra adattarsi e addirittura trovarsi a proprio agio come Pete Campbell e Harry Crane mentre altri sono “domati” come Joan, Peggy, Roger e Don togliendo loro ogni autonomia.


Peggy e Roger passano una giornata intera a ubriacarsi nei vuoti uffici della SC&P piuttosto che subire la McCann e Don, quando si rende conto di non essere speciale e si trova a una riunione con decine di altre persone, si trova a guardare un aereo che vola via di New York e se ne va. Sulla strada si trova addirittura a parlare con il fantasma di Bert Cooper. Don fugge in pieno stile Don Draper, si mette in viaggio sulla sua grande macchina americana verso ovest prima verso la figlia, poi verso la sua ultima amante/cameriera scomparsa nel nulla in Wisconsin poi carica un hippie che deve andare a St. Paul, Minnesota, ancora più a ovest e ancora più lontano da New York.


Mad Men si avvicina alla fine


Non si butterà dalla finestra come nella sigla ma commette un suicidio in termini di carriera. Mentre lui conquista il west Jim Hobart entra nel suo ufficio e chiede a Meredith, la sua segretaria, dove diavolo è finito Don: “Digli che ha perso Nabisco e National Cash Register per cui può anche prendersi il resto della giornata libera” Don lo ha prevenuto e si è preso il resto della sua vita libera.


Joan tenta di lottare, prima viene affiancata a un imbecille che gli rovina un account, poi chiede aiuto a Ferg, “uno importante alla McCann”, e questo per tutta risposta ci prova in un modo che oggi sarebbe considerato molestia sessuale. Joan decide di lamentarsi e va da Jim Hobart che per tutta risposta le dice chiaramente che alla McCann non conta niente, per cui deve adattarsi o andarsene e che per un uomo è difficile prendere ordini dato che è una donna. Lei lo minaccia di una causa pubblica e lui le risponde che o prende 50 centesimi sul dollaro della sua parte o spenderà quei soldi i avvocati.


Joan rifiuterà ma sarà convinta ad arrendersi da un già rassegnato Roger. Tutta la SC&P è stata conquistata.
Peggy, che arriva nella scena finale nel suo nuovo ufficio, vuoto, con una sigaretta che penzola dalle labbra, gli occhiali da sole e il quadro di Hokusai Il sogno della moglie di un pescatore che ritrae una donna che riceve un cunnilungus da un polpo sta andando a schiantarsi contro un muro con il sorriso sulle labbra.

Cividini autunno/inverno 2015/16

Cividini, leader della maglieria e della lavorazione dei filati, sfila virtuoso come un Glenn Gould al pianoforte.

In occasione della Milano Moda Donna, presenta la sua collezione autunno/inverno 2015/16, un racconto che passa dai più sofisticati capi di maglia, frutto di una preziosa lavorazione artigianale, ai più urban look dove aleggiano comodi e leggeri abiti in lana.

E’ quindi la maglia la protagonista indiscussa di questa collezione, regina sotto i gilet lunghi trapuntati con strato di tricot in supergeelong o accostato a parka con il cuore di cashmere high gauge.

La donna Cividini è una donna multitasking, super impegnata, che indossa bag capienti e stivaletti bassi in vernice nera con dettaglio metallo della cerniera. Una donna busy ma che non rinuncia alle tendenze e alla ricerca dei dettagli. Super trendy con il gilet di visone, alternato da strisce di visone e fettucce di lana o con il cappotto over size con le maniche in tricot.

Artigianalità, design e fantasie, sulle apparizioni di colore viola, il colore del mistero, che sbocciano in cappotti a lavorazione double o su jacquar di lana con disegno floreale in rilevo; fiori che hanno i colori militari, per una guerriera della pace, abbinati a buste in coordinato.

Di grande tendenza per l’autunno/inverno 2015/16 i cappotti a vestaglia, arricchiti dalla sartorialità Cividini di un largo bordo a balzine bicolori in merino.

Guarda le foto della sfilata CIVIDINI:

 

(foto Camera della Moda)

MotoGP Jerez: Il ritorno di Lorenzo, la certezza di Valentino, l’eroismo di Marquez

C’è chi lo dava per sconfitto ancora prima che la stagione entrasse nel vivo. Chi lo vedeva addirittura tagliato fuori dai giochi dopo solo tre gare. La vittoria di domenica a Jerez è una di quelle sentenze inappellabili, che confermano tra i pretendenti per la lotta al titolo Jorge Lorenzo. Un weekend da incorniciare, quello di Jerez, per il pilota Yamaha. Meglio di così certo non poteva andare. Lo si era già capito nelle prove libere del venerdì, dove Por Fuera ha tirato fuori gli artigli, per poi confermarlo nelle qualifiche del sabato. La domenica è stata invece un monologo dal primo all’ultimo giro, con il 99 sempre davanti, senza che nessuno riuscisse a mettergli i bastoni tra le ruote.


Riecco quindi lo spagnolo di nuovo lassù in cima al podio, nel circuito in cui esiste da sempre un legame indissolubile. Il campionato però è ancora lunga e lo Jorge lo sa: “Ho avuto buone sensazioni nell’ultimo GP – ha affermato il pilota di Palma de Maiorca – prima di dare giudizi voglio però ancora attendere due gare”. All’orizzonte ci sono Le Mans e Il Mugello, appuntamenti da non sbagliare, per riuscire a rincorre la vetta che vede al comando Valentino Rossi. Questa volta per il Dottore non c’è stato nulla da fare di fronte allo strapotere del compagno di squadra. A volte serve quindi accontentarsi. È questo quello che ha pensato il pesarese, che vede comunque il bicchiere mezzo pieno al termine del weekend spagnolo: “Purtroppo siamo stati costretti a rincorrere per tutto il fine settimana – ha sottolineato Valentino – come setting non eravamo a posto, inoltre anche con le gomme avevamo qualche problema. Credo quindi che il podio sia un ottimo risultato quando si di deve far fronte a queste difficoltà”.


Se per Rossi il terzo gradino è un piazzamento più che accettabile, dello stesso avviso lo è anche il secondo posto di Marc Marquez. Passare dall’ospedale alla pista nel giro di una settimana non è da tutti, tranne che per uno come lui, che sembra non avere limiti. Il 93 si inserisce al secondo posto tra le due Yamaha, mettendo a tacere tutte quello voci che lo avrebbero tagliato fuori dalla lotta per il podio: “L’obiettivo era insidiare Jorge all’inizio però ho capito fin da subito che questa sarebbe stata la sua gara – ha analizzato l’alfiere Honda – inoltre ho lamentato qualche problema al braccio destro nel corso di metà gara, non consentendomi quindi di essere al top. Il risultato è comunque positivo, anche se ci sarà molto da lavorare”.


Da una parte la Yamaha, dall’altra la Honda. E la Ducati? Già. Nel weekend di Jerez la casa di Borgo Panigale è sicuramente stata la grande assente nella lotta al vertice, dopo i primi tre podi consecutivi. Gara in salita per Iannone, che al via della corsa ha sbagliato la mappatura, tanto da definire l’errore come demenziale. Ancora di più lo è stato per Dovizioso, autore di due lunghi che lo hanno relegato al nono posto, tre posizioni più arretrare rispetto al compagno. Le Mans però è dietro l’angolo e l’occasione per rifarsi è già a portata di mano.

Autunno-Inverno 2015/16 con i capi 070ST

La collezione FW 2015/2016 di 070ST riscopre il lato ludico della femminilità in un gioco che alterna linee giovani e tessuti metropolitani a capi dall’allure classico.

Da un lato troviamo le stampe leopardo accoppiate a tessuti grigi in lana su modelli ampi, forme aeree a pipistrello che rievocano il mondo punk degli anni ’80. Dall’altro capi reversibili, sobri sul davanti e con inserti di casentino colorato e con tessuti tecnici e trapuntati sul retro.

Il parka si arricchisce di stampe etniche agugliate e dettagli in pelliccia usati come passamaneria da sciamano.

 

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EXPO 2015: Viaggio storico intorno al cibo

L’importanza del cibo nella storia dell’umanità e delle singole persone è talmente evidente che non ha bisogno di dimostrazioni. Tutta la nostra vita, dalle azioni più banali a quelle più sacre, indica un rapporto costante con il cibo. Tra le azioni banali, quante volte, passeggiando per Roma, notiamo che i nomi delle strade e delle piazze indicano un rapporto speciale con tutto ciò che riguarda l’alimentazione: Via dell’Acqua Acetosa, Via dell’Agnello, Sant’Angelo in Pescheria, Piazza dei Caprettari, Vicolo del Farinone, Via dei Fornari, Vicolo dei Granari, Piazza del Mattatoio, Via della Mole dei Fiorentini, Piazza della Pollarola e potremmo continuare ancora per molto. Stessa “musica gastronomica” si avverte in tante altre città italiane ed estere. Tra le azioni sacre, ricordiamo che tutte le religioni fanno riferimento al cibo, dai sacrifici offerti agli dei fino alla Messa che è un banchetto, dal frutto proibito di Adamo ed Eva alla festa di Pasqua. Anche Gesù ha insegnato a pregare dicendo «dacci oggi il nostro pane quotidiano».


Raccontare una storia del nostro approccio al cibo è praticamente impossibile, perché bisognerebbe raccontare tutta la storia dell’umanità. Tuttavia si possono indicare alcune tappe principali di come è cambiato il nostro comportamento di fronte alla necessità di mangiare.


EXPO 2015: Viaggio storico intorno al cibo


Il primo elemento da tener presente nella storia del cibo è il suo rapporto con il territorio. È chiaro che l’uomo si è servito di ciò che la terra spontaneamente riusciva a fornirgli. Forse in un primo momento i gruppi umani sono stati nomadi o seminomadi, cioè si spostavano di terra in terra ed esercitavano la caccia e la pesca, la raccolta dei frutti, un allevamento piuttosto selvaggio e uno sfruttamento parziale e temporaneo dei campi. Quando, però, essi hanno deciso di fermarsi su una determinata porzione di terra, allora lo sviluppo della civiltà è stato notevole e l’utilizzazione del terreno è progredita sempre di più.


Con uno sguardo panoramico lungo i millenni, possiamo immaginare cosa mangiavano gli uomini primitivi: termiti, cavallette, topi di campagna, qualche uovo di uccello, tuberi, radici ed erbe varie. La caccia aveva un’importanza enorme, com’è documentato anche dalla prima arte delle caverne. Con l’“invenzione” dell’agricoltura le cose cambiarono sensibilmente, anche perché, insieme alle coltivazioni, iniziò a organizzarsi anche l’allevamento degli animali: cereali e carne diventavano sempre più abbondanti, grazie anche alla scoperta del fuoco e alla possibilità di cuocere gli alimenti.


Entrando nella storia, cioè con l’invenzione della scrittura, vediamo le antiche civiltà dell’Egitto e della Mesopotamia. Grazie soprattutto ai celebri fiumi Nilo e Tigri ed Eufrate, si sviluppa un’intensa attività agricola. Di conseguenza il pane di farina o di orzo diventa l’alimento principale, insieme con i pesci, i formaggi, i legumi e la frutta. Non mancava il miele, il vino e una bevanda simile alla birra. I Babilonesi, in Mesopotamia, preferivano la carne lessa, accompagnata da cipolle, porri, aglio e piante aromatiche.


In questo periodo delle prime civiltà storiche appare un prodotto che avrà un grande successo, cioè l’olio. Di esso si parla anche nella letteratura di un altro popolo, gli Ebrei: se si legge qualche pagina della Bibbia, si vedono anche le usanze alimentari dell’epoca, fra cui la proibizione di mangiare carne di maiale, che era ritenuto un animale impuro.


Con la Grecia si entra in una di quelle epoche che fanno registrare un grande progresso alla cultura nel suo insieme. Non può mancare, perciò, anche un riferimento al cibo: l’Iliade e l’Odissea in diversi momenti parlano dell’alimentazione e delle circostanze in cui avvenivano i pasti, per esempio anche in occasione dei funerali. Questa usanza si trova ancora oggi presso molti popoli. Sembra addirittura che in Grecia esistessero settantadue tipi diversi di pane: quello di farina, di orzo, quello senza lievito, un pane scuro, quello fatto con fior di grano, un altro composto di varie farine, ecc. Pesce sotto sale o affumicato, legumi, olive, uva passa, fichi secchi, salsa di erbe aromatiche, ciliegie, fragole, …: di tutto questo narrano i racconti di Omero, le tragedie e i dipinti sui vasi.


Lentamente questi prodotti invadevano i mercati del Mediterraneo, anche grazie ai viaggi dei Fenici e di altre popolazioni.


Naturalmente, man mano che la civiltà si organizzava, si notava anche una certa differenza sociale tra i poveri e i ricchi, così che la tavola dei primi era piuttosto essenziale, mentre i secondi avevano modo di gustare pasti più raffinati. Nell’antica Roma non mancano scrittori e poeti che mettono in risalto queste distinzioni sociali ed economiche, che trovavano nell’alimentazione uno dei simboli più espressivi. Con l’Impero Romano praticamente non manca niente, perché l’estensione territoriale del grande stato abbraccia tutto il bacino del Mediterraneo ed entra in contatto con esperienze africane, asiatiche e nordeuropee.


Con le invasioni barbariche si assiste a un’epoca di grande crisi economica: di conseguenza anche il cibo tende a scarseggiare sia come quantità che come qualità, ma c’è molta selvaggina. Alla fine di questo periodo inizierà il Medio Evo e ci sarà una straordinaria fioritura culturale in tutta Europa. Le campagne torneranno a dare frutti, i contadini avranno di che vivere all’ombra dei castelli, i monasteri organizzeranno i lavori agricoli, verranno costruite le grandi cattedrali: tutto questo è segno di un benessere che tende a diffondersi e di un’alimentazione che incomincia a diventare migliore. Ci sono ancora, però, troppe pestilenze e carestie, oltre che un infinito numero di piccole e grandi guerre che distruggono i raccolti oltre che le persone.


EXPO 2015: Viaggio storico intorno al cibo


Tra le questioni polemiche, che accompagnano fino ai nostri giorni questo periodo, si delineano le crociate e il rapporto con il mondo arabo. Sotto l’aspetto alimentare l’apporto degli Arabi è notevole, sia per quanto la riguarda la preparazione dei cibi sia per le spezie e gli agrumi che essi coltivano e diffondono.


E arriviamo al periodo del Rinascimento. La scoperta dell’America nel 1492 è l’avvenimento che più di tutti gli altri incide per questa svolta che dà origine a una nuova fase della civiltà. Dal nuovo immenso continente arrivano nuovi generi alimentari: riso, mais, asparagi, spinaci, pomodori. Il mais dà origine, soprattutto nel Nord Italia, a quel cibo così tipico che è la polenta. Con il Rinascimento le grandi corti d’Europa fanno a gara ad allestire una mensa sempre più ricca, al punto che perfino i re si dedicano all’arte culinaria: Luigi XIV, il Re Sole, amava molto i liquori, mentre il successore Luigi XV favorì la produzione di alcuni alimenti speciali, quali il consommé, la fricassea di pollo e di piccione, la besciamella e la maionese. I viaggi intercontinentali in questo periodo permettono di introdurre in Europa il caffè, il tè e la cioccolata.


Dall’America erano giunte anche le patate, che nei secoli si dimostreranno come l’alimento che più di tutti contribuì a sconfiggere la fame in Europa.


Nei secoli successivi le tavole si arricchiscono di salumi, salsicce, molti tipi di formaggi e tanti dolci. Nell’Ottocento s’iniziano ad applicare le scoperte scientifiche anche all’agricoltura che, grazie al crescente impiego delle macchine, produce in misura sempre maggiore. In Francia viene impiantata la prima industria di lavorazione della barbabietola: da questo momento lo zucchero diventerà un alimento molto frequente e normale.


Al termine di questa corsa nella storia dell’alimentazione, ci domandiamo: e oggi, com’è il nostro modo di accostarci al cibo? È chiaro che oggi c’è tutto; però molto spesso i nostri pasti si riducono a un mordi e fuggi presso un fast food oppure ad un panino al bar. Naturalmente ci sono anche pasti più ricchi e importanti. E qualche volta anche un po’ troppo ricchi!

Che cos’è l’Italicum, la legge elettorale che sta spaccando il PD

L’Italicum è ufficialmente la nuova legge elettorale dello Stato italiano. Dall’approvazione della legge Calderoli, ribattezzato Porcellum, ogni singolo governo che si è succeduto ha tentato di cambiare il sistema elettorale che pareva non piacere a nessuno, neanche a Calderoli. Ogni governo che ci ha provato, però, ha fallito e non è riuscito a portare a termine il compito.
La legge è stata approvata senza fiducia, come prospettato all’inizio dal governo, e con voto segreto. Per il momento l’Italicum è vigente solo per la Camera dei Deputati ed entrerà in vigore a partire dal luglio 2016. Prima di allora, nel caso si vada al voto, sarà ancora in vigore il Porcellum così come è stato modificato dalla Corte Costituzionale.


L’Italicum ha avuto una genesi travagliata, è stato uno delle basi del famigerato Patto del Nazareno tra Renzi e Berlusconi, l’accordo trovato da Renzi e Berlusconi su diverse questioni così chiamato per il luogo in cui si è svolto l’incontro, la sede del PD in via di Sant’Andrea delle Fratte, vicino a largo del Nazareno. La bozza emersa dal patto è stata modificata più volte su richiesta di Forza Italia, di NCD e della minoranza PD. La legge è stata approvata con 334 voti favorevoli e 61 contrari. L’opposizione e alcuni deputati PD hanno deciso di uscire dall’aula in protesta.


L’Italicum vale solo per la Camera dei deputati dato che nelle intenzioni del Governo il Senato diverrà un organismo non elettivo con compiti diversi da quelli attuali. Questo è il motivo per cui l’entrata in vigore della riforma è stato posticipato, il Governo si è dato tempo per approvare la riforma del Senato.


L’Italicum è un sistema proporzionale misto. I seggi verranno assegnati in proporzione al numero di voti ricevuti su base nazionale ma ci sarà un forte premio di maggioranza.
Nello specifico se una singola lista ottiene più del 40% di voti otterrà un premio di maggioranza che la porterà ad avere 340 seggi, cioè il 55% dei seggi disponibili.


Nel caso nessuna lista superi il 40% ci sarà un secondo turno, un ballottaggio, tra le due liste che hanno ottenuto più voti. Nel secondo turno non saranno permessi apparentamenti, ci saranno solamente le due liste con più voti. Chi vincerà il ballottaggio otterrà il premio di maggioranza.


Le candidature multiple, saranno permesse solo ai capilista. Quindi un capolista potrà essere candidato in più collegi, fino a un massimo di 10.


I collegi elettorali saranno 100 e comprenderanno, al massimo 600 mila persone. Ogni lista presenterà in ogni collegio dei candidati e gli elettori potranno scegliere di indicare un simbolo e uno o due candidati presenti nella lista. In Trentino Alto Adige e Valle d’Aosta si continuerà a votare con il sistema uninominale come già previsto dal precedente sistema elettorale.


La soglia di sbarramento è stabilita al 3%.


Potenzialmente ci saranno 100 capilista che saranno scelti dai partiti. Il capolista sarà il primo a essere eletto in caso ci siano voti sufficienti, dal secondo posto interverranno le preferenze. Ogni elettore potrà scegliere due candidati e uno, nel caso siano due quelli scelti, dovrà essere donna. I capilista saranno al massimo al 60% dello stesso sesso, quindi, ad esempio, 60% uomini e 40% donne.

E’ il blu il colore dell’estate

Gli accessori dell’ estate si tingono di blu, in tutte le sfumature marine, cosi come la moda mare.

Manurina sceglie il celeste per la borsa a mano da giorno e il blu per la pochette da sera in cocco.

Salar opta per un blu di persia per il secchiello intrecciato e l’ormai inconfondibile Juni, da combinare con la salopette in jeans da vera fashionista di CAROLINA WYSER.

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Fabio Rusconi e Cinti lo propongono per ballerine e sandali.



Interpretazione gipsy per la collana di CINTI con frange e strass.


Frange ma in una versione corta anche per JOSHUA FENU che le affianca a simpatiche pantofole ricamo pappagallo.


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Trasparenze celesti per le lenti di EYEPETIZER e i dettagli degli occhiali a gatto di MICHEL HENAU.


Optical effect bianco / blu per il trench di Landi Fancy reversibile cosi come il giubbino in nylon.


Sfumature di blu anche per i preziosi caftani in lino e cotone dai ricami preziosi di Laura Manara e per i bordi dei costumi in piquet di MISS BEE.


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ANCORA UNA CENSURA SU HERMANN NITSCH, CANCELLATA LA MOSTRA IN MESSICO

Il 26 Febbraio alla Fondazione Jumex in Messico si sarebbe dovuta inaugurare una grande mostra dedicata a Hermann Nitsch.

Tuttavia a pochi giorni dall’apertura è successo ciò che spesso accade quando si tratta di questo grande artista: la mostra è stata cancellata a causa delle proteste degli attivisti per i diritti degli animali.

E’ da sempre risaputo che Hermann Nitsch usa nelle sue opere sangue e carcasse di animali.

Una fantastica retrospettiva dedicata a Hermann Nitsch è tuttora in corso a Vienna al Thater Museum.


ANCORA UNA CENSURA SU HERMANN NITSCH, CANCELLATA LA MOSTRA IN MESSICO


I riferimenti di Nitsch in ambito letterario e filosofico sono Sade, Friedrich Nietzsche, Sigmund Freud e Antonin Artaud.

La sua arte ha a che fare con quell’idea di “arte totale” che coinvolge tutte le forme di espressione dal corpo, al teatro alla pittura.



ANCORA UNA CENSURA SU HERMANN NITSCH, CANCELLATA LA MOSTRA IN MESSICO

La sua produzione artistica si sposa alla perfezione con la sua ricerca filosofica che indaga il rapporto tra le antiche orge, il teatro e i riti primordiali.

Una delle sue ossessioni è la crocifissione e i riti purificatori.

Prima dell’istallarsi del mito della crocifissione nella civiltà cattolica, vi erano i sacrifici degli animali che avevano lo stesso valore simbolico e catartico di riunire una comunità intorno ad un rito di purificazione.

Nelle opere di Hermann Nitsch si assiste a una reificazione di questi riti primigeni.

ANCORA UNA CENSURA SU HERMANN NITSCH, CANCELLATA LA MOSTRA IN MESSICO



Nitsch è ossessionato dal sangue e dalla violenza insita in quelle forme di religiosità che pongono il corpo dell’uomo e degli animali al centro del rapporto con la divinità.

Nel 1961 dà vita a opere create gettando colore e sangue sulla tela , in seguito, insieme ad altri artisti, fonda il movimento dell’ Azionismo Viennese.

Nel 1971 acquista il castello di Prinzendorf, nei pressi di Vienna, dove svolgerà tutte le sue azioni teatrali.

Il disgusto suscitato dalle sue opere ha il senso di provocare una catarsi nello spettatore.

Le sue performance più famose trovano espressione nel teatro delle orge e dei Misteri con significato rituale e sacro.

Lo squartamento di animali, la crocifissione, lo spargimento di sangue e tutte le azioni violente dell’opera di Nitsch hanno il preciso significato di esorcizzare l’istinto alla violenza e alla distruzione, insito in ogni essere umano.



ANCORA UNA CENSURA SU HERMANN NITSCH, CANCELLATA LA MOSTRA IN MESSICO

Hermann Nitsch ha sempre diviso e continua con la sua ricerca a scandalizzare chi, ingenuamente, non riesce ad accettare che l’uso del sangue e degli animali uccisi rientrano al contrario in un discorso molto importante che l’artista porta avanti da anni .

Si tratta cioè di attestare come i riti antichi di flagellazione e di sacrificio degli animali hanno ancora oggi un forte valore di esorcizzazione delle pulsioni primitive.


L’idea di uomo di Hermann Nitsch s’inserisce in quella lunga storia di pseudo civilizzazione che lo vede al tempo stesso vittima e carnefice di se stesso e di ciò che lo circonda.

Le sue performance non sono altro che dei riti collettivi che hanno lo scopo di immettere una riflessione e una possibile catarsi del significato profondo della distruttività e della violenza umana .

Più che da censurare Hermann Nitsch è da studiare per il suo grande lavoro di ricerca sul valore della violenza e dei riti sacrificali nelle società antiche come in quella odierna .

Non ci dimentichiamo, e questo andrebbe fatto capire agli attivisti animalisti, che il cristianesimo ha fatto di un uomo frustato, insanguinato e crocifisso il simbolo stesso del suo rapporto con il divino.

Gazprom, Putin e l’Europa: un rapporto complicato

Il caso aperto all’antitrust europeo su Gazprom ha puntato i riflettori sulla compagnia legata a doppio filo con i giganti europei.
Il caso è stato appena aperto dopo ben tre anni di investigazioni e farà cadere un velo di imbarazzo nelle relazioni tra l’Unione europea e la Russia. Tutti si chiedono quanto la compagnia si farà scudo dei suoi sponsor politici. Putin in primo luogo.


L’UE accusa la Gazprom di mettere a rischio la competitività del mercato alterando la quantità di gas che raggiunge i mercati europei e alterando i prezzi in modo discriminatorio.
Gazprom è sicuramente spaventata dal processo, l’Europa è di gran lunga il miglior cliente di Gazprom, cliente che diventa ancora più importante in questa congiuntura storica, in cui i prezzi dell’energia sono in caduta libera.
Gazprom probabilmente tenterà di difendersi sostenendo che le leggi che regola la concorrenza non si possono applicare a loro dato che sono una società controllata da uno stato ma difficilmente la tattica funzionerà in ambito europeo.


Gazprom è, teoricamente, una normale compagnia energetica, le sue azioni sono quotate in molte borse in giro per il mondo, opera in decine di nazioni e pubblica bilanci ogni quarto come tutte le altre compagnie. In questi bilanci, ad esempio, è stato certificato un calo di quasi il 90% degli utili a causa della crisi ucraina e del calo della domanda di gas.


Ma Gazprom non è solo una normale compagnia, da anni il gigante energetico è stato strumentale alla politica estera russa. Gazprom e il suo gas sono stati i principali strumenti di minaccia nei confronti dell’Ucraina prima della crisi; Gazprom è la compagnia che attraverso contratti milionari sta certificando la nuova alleanza strategica con la Cina.


Il processo istruito dall’Antitrust europeo, oltretutto, prende di mira le fondamenta del business model di Gazprom, niente da cui il gigante energetico possa liberarsi facilmente con un cambio di strategia. Tutto fa pensare che i russi dovranno accordarsi con Bruxelles come hanno fatto altri giganti energetici nel passato. Questo probabilmente sarebbe il modo migliore per adattarsi al mercato europeo e, in genere, ai mercati occidentali ma Gazprom non ragiona come una normale compagnia energetica.


Gazprom, come ricordavamo, è la longa manus di Putin per quanto riguarda la politica estera e le logiche del mercato non sono sempre in linea con le logiche geopolitiche. Un esempio potrebbe essere la spinta di Gazprom verso l’estremo oriente, pare su richiesta specifica di Putin, in una mossa che pare non essere perfettamente logica dal punto di vista commerciale.


La sovrastruttura politica potrebbe rendere la questione assai più spinosa di quello che sembra: quella che a Bruxelles vedono come una questione puramente regolatoria a Mosca potrebbe vederla come una vendetta politica motivata dalla politica russa in Ucraina. Il tempismo, in effetti, potrebbe insospettire i russi, il caso sembrava pronto l’anno scorso ma l’organismo regolatorio ha aspettato la primavera per rendere il processo pubblico, quando eventuali tagli alle forniture di gas in Ucraina fanno meno paura.


La cooperazione con l’Antitrust europeo poi potrebbe essere ancora più difficile dopo la legge russa del 2011 in cui è prescritto l’obbligo di condividere informazioni con qualsiasi autorità straniera, cambiare i contratti o vendere azioni senza il consenso del governo per ogni compagnia compartecipata dallo Stato.


Una legge di questo tipo rende impossibile per Gazprom collaborare con le autorità europee nel caso Putin decidesse di non dare il via libera alla compagnia. Gazprom, insomma, non potrebbe essere direttamente incolpata nel caso decida di sottrarsi al giudizio delle autorità europee. Nel caso che il Cremlino decida di procedere in questo modo i già fragili rapporti commerciali tra Europa e Russia potrebbero esplodere.

CINTI – Collezione primavera-estate 2015

CINTI – Collezione primavera-estate 2015


Per la Collezione primavera-estate 2015, CINTI propone i temi più cool del momento: clutch swarovski, secchielli metallizzati, hand bags dagli accostamenti più fantasiosi e pochette suede con frange.

Ecco alcuni modelli della collezione:

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JOANA VASCONCELOS CON DISINVOLURA DA VARSEILLES A MACAO, IN VIAGGIO CON UNA GRANDE ARTISTA

Joana Vasconcelos è nata a Parigi nel 1971, vive e lavora a Lisbona , ed è una delle più interessanti artiste contemporanee.

Joana Vasconcelos con le sue opere fa un’operazione di ready – made dove appunto gli oggetti della vita quotidiana diventano opere d’arte.


JOANA VASCONCELOS CON DISINVOLURA DA VARSEILLES A MACAO, IN VIAGGIO CON UNA GRANDE ARTISTA


Lo spirito e l’immaginario di questa favolosa artista è estremamente femminile, anzi le sue opere sono una sorta di esaltazione della femminilità.

A guardarle bene, le sue istallazioni, sebbene talvolta siano grandissime, riescono sempre a essere leggere.

Proprio la leggerezza è una delle caratteristiche salienti delle sue opere, basti pensare all’elicottero di piume rosa che immagina come elicottero di Maria Antonietta e che è ha dato lustro alle già meravigliose sale della reggia di Versailles dove le sue strabilianti istallazioni sono state esposte.


JOANA VASCONCELOS CON DISINVOLURA DA VARSEILLES A MACAO, IN VIAGGIO CON UNA GRANDE ARTISTA


Nelle sue opere, che per certi versi ricordano le opere di Niki De Saint Phalle, ritroviamo quella sfrontata ricerca sull’essere femminile che per Joana Vasconcelos è prima di tutto indagine sui contrasti .

In questa prospettiva si può leggere un’opera che definirei dolce e trasgressiva.

Un serpente ricoperto di pizzo bianco.



Il pizzo bianco ricorre spesso nelle sue creazioni come ad esempio nel pianoforte che lei ricopre interamente di questo dolce e candido tessuto.



JOANA VASCONCELOS CON DISINVOLURA DA VARSEILLES A MACAO, IN VIAGGIO CON UNA GRANDE ARTISTA

Il pizzo richiama una femminilità domestica, serena ed appagante , spesso le case delle anziane signore oggi come nell’ottocento, sono zeppe di centrini bianchi fatti all’uncinetto .

Il pizzo bianco poi non richiama solo il gusto delle nostre nonne ma anche l’idea della seduzione, basti pensare a quanto uso si è fatto del pizzo bianco nella creazione della lingerie sexy.

Portare questo tessuto all’interno di altri contesti, ed usarlo come rivestimento di oggetti già carichi di simbolismo, significa per Joana Vasconcelos reinventare in qualche modo l’idea stratificata che nei secoli si è sedimenta della femminilità.


JOANA VASCONCELOS CON DISINVOLURA DA VARSEILLES A MACAO, IN VIAGGIO CON UNA GRANDE ARTISTA


Anche la sua enorme teiera va letta in questa direzione, quante signore hanno, per esempio il gusto del collezionismo di porcellane, ebbene queste modalità tutte femminili di stare al mondo Joana Vasconcelos le porta agli estremi.

In questa direzione, di esaltazione e nuova riproposizione di oggetti carichi di grande significato simbolico nell’universo femminile, vanno interpretate le opere che l’artista crea usando la stoffa .

La stoffa è sempre stata un’ossessione della femminilità più autentica, i colori, la sua leggerezza o pesantezza, la seta come il cotone o l’acrilico, il velluto, sono simboli di quel corpo da rivestire, il corpo femminile.


Joana Vasconcelos è stata l’unica donna ad aver esposto nella reggia di Veralilles dopo Koons e Murakami.


Le sue opere viaggiano ormai per il mondo.


Joana Vasconcelos ha ricevuto nel 2006, il premio The Winner Takes It All, della Fondation Berardo, destinato alla creazione della sua opera destiné « Néctar », attualmente istallato al Musée Collection Berardo, Lisbona.

Il premio Fundo Tabaqueira Arte Pública le è stato dato per il suo intervento al Largo da Academia das Belas Artes, a Lisbona.

Nel 2000, ha ricevuto il premio EDP Novos Artistas.


Joana Vasconcelos spesso crea opere appositamente per riempire gli spazi di luoghi simbolici, l’elenco è lungo ma val la pena menzionarlo: Portugal a Banhos, Doca de Santo Amaro, Lisbona (2010) La Théière, Le Royal Monceau, Paris (2010); Sr. Vinho, Mercado Municipal de Torres Vedras, Torres Vedras (2010); Jardim Bordallo Pinheiro, Jardim do Museu da Cidade, Lisbona (2009); Varina, Pont D. Luís I, Porto (2008) ; Le Joyau du Tage, Tour de Belém, Lisbona (2008).


JOANA VASCONCELOS CON DISINVOLURA DA VARSEILLES A MACAO, IN VIAGGIO CON UNA GRANDE ARTISTA


Tra le tante sue esposizioni da ricordare:


Il Mondo Vi Appartiene, Palazzo Grassi, Venezia (2011); Magic Kingdom, Kunsthallen Brandts, Odessa (2011) ; I Will Survive, Haunch of Venison, Londra (2010); Sem Rede, Museu Colecção Berardo, Lisbona (2010); Mi Vida. From Heaven to Hell – Life Experiences in Art from MUSAC Collection, Mücsarnok Kunsthalle, Budapest (2009); Un Certain Etat du Monde? A Selection of Works from the François Pinault Foundation, The Garage, Center for Contemporary Culture, Mosca (2009); Contaminação, Pinacoteca do Estado, São Paulo (2008); Où le Noir Est Couleur, Galerie Nathalie Obadia, Paris (2008); L’Argent, Le Plateau, Paris (2008); Joana Vasconcelos, The New Art Gallery, Walsall (2007) ; Yellow Brick Road, Palazzo Nani Bernardo Lucheschi, Venezia (2007); Modern-Mahrem, Santralistanbul, Istanbul, (2007) ; Espais Oberts, CaixaForum, Fundación la Caixa, Barcellona (2006) ; Venezia – Istanbul, Istanbul Modern, Istanbul (2006) ; Echigo-Tsumari Art Triennial, Tokamachi (2006) ; Always a Little Further – La Biennale di Venezia, Arsenale, Venezia (2005) ; L’Idiotie – Expérience Pommery #2, Domaine Pommery, Reims (2005) ; Emergencias, MUSAC – Museo de Arte Contemporáneo de Castilla y León, León (2005); Joana Vasconcelos, Casa Triângulo, São Paulo (2004) ; Portugal – 30 Artists under 40, The Stenersen Museum, Oslo (2004) ; Todas las Direcciones, Centro Andaluz de Arte Contemporáneo, Séville (2003) ; Outras Alternativas – Novas Experiencias Visuais en Portugal, MARCO, Vigo (2003) ; F.A.T., Galeria 111, Lisbona (2002) ; Trans Sexual Express, Mücsarnok Kunsthalle, Budapest (2002) ; Medley, Galeria Central Tejo/Museu da Electricidade, Lisbona (2001) ; Squatters/Ocupações, Palácio da Justiça, Porto (2001) ; Ponto de Encontro, Museu de Arte Contemporânea de Serralves, Porto (2000), Colección António Cachola, Arte Portugués de los Años 80 y 90, MEIAC, Badajoz (1999).


Le sue opere sono ora esposte in Cina in un tempio del lusso come il megahotel Grande Praça, MGM di Macao fino al 31 ottobre .

La mostra presenta le sue istallazioni di stoffe patchwork e ricami e ripercorre la storia portoghese in Oriente, l’eredità coloniale e il ruolo commerciale di Macao tra Cina e Europa.

La donna-ballerina di Christian Pellizzari

E’ dalle stanze da ballo che compare, sulle punte, la donna Christian Pellizzari.

Riconosciamo nelle forme, nelle geometrie degli abiti, la compostezza e il rigore di una ballerina di danza classica, la stessa grazia che accompagna i gesti nella morbidezza di una comoda felpa e nell’ampiezza delle gonne a ruota.

In occasione della Milano Moda Donna 2015, il brand Christian Pellizzari ha presentato la sua collezione autunno/inverno 2015/16, in cui vediamo i capi roteare su manichini in stile carillon. Danzano lenti e piroettano come una ballerina contemporanea, che mescola tessuti e stili come solo una donna di carattere sa fare.

Passa dalla trasparenza degli abiti in pizzo, estremamente femminili, ai completi gessati dal taglio maschile; da texture strutturate e morbide, a lane intrecciate a mano e impreziosite da ricami.

 

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Contrapposizioni forti per Christian Pellizzari, che si lascia contaminare anche dalla natura, creature fiabesche ispirano i preziosi abiti da sera, apparizioni dalle onde del mare, sirene danzanti indossano gonne strutturate con crinoline abbinate a fluide bluse in seta. Abiti da cocktail dai colori del profondo oceano e di tutte le sue immense sfumature, si sposano con blazer maschili doppiopetto.

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Per il giorno, in attesa delle argentee luci della sera, la donna Christian Pellizzari indossa comode felpe over sopra gonne che mostrano le gambe, completi portafoglio di seta e tweed e completi di flanella grigi gessati.
Un total look innovativo, inaspettato, frizzante, ma che non dimentica l’essenza femminile ed elegante di ogni donna.

ALBERTO BURRI, PER IL CENTENARIO DELLA NASCITA UNA GRANDE MOSTRA AL GUGGENHEIM

Alberto Burri rappresenta per l’arte italiana contemporanea ciò che probabilmente rappresentò Michelangelo nel tardo quattrocento.

Il paragone non è affatto azzardato se si considera che entrambi hanno rivoluzionato il corso dell’arte italiana .

Alberto Burri nasce a Città di Castello il 12 marzo del 1915 .


ALBERTO BURRI, PER IL CENTENARIO DELLA NASCITA UNA GRANDE MOSTRA AL GUGGENHEIM


Nel 1940, subito dopo essersi laureato in medicina, parte per la guerra, in Tunisia cade nelle mani dell’esercito inglese per poi venire trasferito nel campo di prigionia di Hereford , in Texas.

Nel 1947 torna in Italia abbandona la medicina e decide di dedicarsi unicamente all’arte.

Il 1948 è l’anno della nascita delle prime opere astratte i Catrami a cui seguirà il primo sacco di juta dal titolo SZ1.


ALBERTO BURRI, PER IL CENTENARIO DELLA NASCITA UNA GRANDE MOSTRA AL GUGGENHEIM


Seguono le Muffe, I Gobbi e i Sacchi.

Il 1952 è l’anno dei Neri, conosce poi Robert Rauschenberg che visita il suo atelier e rimane molto colpito dalle sue opere.

Il 1954 è l’anno dello scandalo, il suo Grande Sacco viene esposto alla Galleria nazionale d’arte moderna di Roma e provoca subbuglio nel mondo dell’arte tanto da provocare un’interpellanza parlamentare.

Ci fu anche un esposto all’Ufficio d’igiene , una cosa veramente assurda ma che dà il senso di quanto fosse di rottura la sua arte con ciò che l’aveva preceduto.

L’America tuttavia lo capì immediatamente e la prestigiosa rivista americana Art News gli dedica un articolo che ne consacra già la grandezza, segue una collettiva al Moma di New York.

Particolare divertente è che i suoi lavori arrivati a New York per una personale alla Stable gallery non vengono tassati dalle autorità doganali come opere d’arte ma come “sostanze vegetali”.

Gli anni sessanta segnano la nascita delle famose Plastiche e gli anni settanta invece vedono la nascita di un’altra grande invenzione di Burri i Cellotex.


ALBERTO BURRI, PER IL CENTENARIO DELLA NASCITA UNA GRANDE MOSTRA AL GUGGENHEIM


Per una retrospettiva al Museo Capodimonte di Napoli crea il monumentale Grande Cretto nero che ancora si trova nel museo.

Gli anni ottanta sono gli anni della vera consacrazione.

Il Sacco Umbria vera del 1952 viene aggiudicato in un asta per la strabiliante cifra di 1,8 milioni di euro.


I prezzi aumentano vertiginosamente e nel 2011 Sotheby’s stabilisce il record d’asta per un’opera di Burri con 3,63 milioni di euro .

Burri muore a Nizza il 13 febbraio del 1995.

Cade dunque quest’anno il centenario della sua nascita.

Per l’occasione si sta organizzando una grande retrospettiva nel tempio incontrastato dell’arte il SOLOMON R. GUGGENHEIM MUSEUM di NEW YORK.


L’apertura della mostra è prevista per il 9 ottobre del 2015 con il titolo THE TRAUMA OF PAINTING.

La mostra vuole riconfermare l’assoluta grandezza di Alberto

Burri il cui lavoro, come dice il curatore Emily Braun, “ ha demolito e riconfigurato la tradizione pittorica occidentale, riconcettualizzando il collage modernista”.

La sua arte ha notevolmente influenzato movimenti come New dada, l’Arte povera e la Process art.

Centro nevralgico della sua produzione è l’uso della materia come fosse qualcosa di vivo. Tra le sue mani uno squallido sacco diventa un tessuto vivo pregno di forza sublime, per non parlare delle sue plastiche .


ALBERTO BURRI, PER IL CENTENARIO DELLA NASCITA UNA GRANDE MOSTRA AL GUGGENHEIM


In Italia non venne compreso subito tranne che da grandi critici come Cesare Brandi.

La materia nelle mani di Burri diventa la sostanza amorfa della vita, brulica di intensità e solitudine la sua opera, i suoi squarci nella plastica evocano solitudini e lacerazioni .

Si racconta che l’idea di quei sacchi lacerati, che l’hanno reso celebre in tutto il mondo, gli sia venuta mentre era in guerra, in trincea , dove i sacchi di sabbia talvolta lacerati dagli spari gli hanno ispirato quel dolore autentico che s’avverte nella sua opera. Un dolore però lontano dai dogmi, un dolore paradossalmente puro, il dolore della materia e del suo essere sottoposta alla trasformazione e alla lacerazione della vita.


I suoi sacchi sono forse anche una presentificazione della morte imminente, ma restano lì nella loro disarmante forza a ricordarci un altrove possibile, campi forse incontaminati, un paradiso perduto di cui loro, plastiche e catrami sono i sopravvissuti.

E deve essersi sentito anche lui Alberto Burri, un uomo dallo sguardo dolce e poetico, un sopravvissuto, ma non un sopravvissuto alla guerra ma un sopravvissuto alla vita come lo siamo tutti. Le sue opere stanno lì a ricordarci che le lacerazioni, i buchi e la materia sono la vera sostanza del nostro essere .

Dei tableau vivant della materia quelli di Burri dove la materia è vita affannosamente reale come la vita a cui siamo destinati, con le sue lacerazioni, il suo tempo usurato , il suo dolore e la sua solitudine.




Alberto Burri: The Trauma of Painting

NEW YORK, GUGGENHEIM

Ottobre 9, 2015–Gennaio 6, 2016

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Star Wars: Anakin Skywalker, il Prescelto del Lato Oscuro

«Io vedo oltre le bugie dei Jedi. Non temo il Lato Oscuro come voi. Ho portato pace, libertà, giustizia e sicurezza nel mio nuovo impero.» Sono queste le parole che Darth Fener rivolge a Obi-Wan Kenobi, il suo ex maestro, nell’epico scontro finale di Star Wars: Episodio III – La vendetta dei Sith, il sublime capitolo che chiude la Trilogia dei Prequel, completata da Episodio I – La minaccia fantasma e da Episodio II – L’attacco dei cloni. Un tempo Darth Fener si chiamava Anakin Skywalker ed era un cavaliere Jedi ma ora Skywalker è morto, sopraffatto dal Lato Oscuro e nutrito dall’odio, dalle menzogne e dalle false speranze di Darth Sidious, Signore dei Sith.


Il viaggio di degenerazione verso il Male di Anakin Skywalker ha origine nell’infanzia a Tatooine. È qui che il piccolo Anakin vive con sua madre, ma a soli nove anni è già vittima di due grandi ingiustizie: essere schiavo e non avere un padre. L’arrivo di Padme Amidala, senatrice del pianeta Naboo, è un segno, qualcosa che può cambiare la sua vita in meglio. Non a caso Anakin, al loro primo incontro, le rivolge queste parole: «Tu sei un angelo?» Amore a prima vista, amore cortese. Il paragone con l’essere etereo è il più bel complimento che una fanciulla possa sentirsi fare. Una domanda tanto innocente quanto romantica, che proviene da un bambino biondo. Questa battuta dona a Padme estrema umanità ma soprattutto le restituisce quella femminilità che aveva perso a causa del ruolo di senatrice. Il secondo elemento da considerare è la nascita misteriosa di Anakin. Dopo aver osservato il bambino, il Maestro Jedi Qui-Gon chiede alla madre di Anakin chi sia il padre e lei risponde così: «Non c’è stato un padre. Io l’ho portato in grembo, l’ho fatto nascere, l’ho cresciuto. Non posso spiegare cos’è successo.»


Una gravidanza misteriosa che ricorda quella della Vergine Maria e la conseguente nascita di Gesù. Non a caso Anakin sarà individuato proprio dal Maestro Jedi come il Prescelto. I Jedi sanno di una Profezia – anche se non si chiarisce in nessun modo da chi provenga né come ne siano giunti a conoscenza – secondo cui il Prescelto riporterà equilibrio nella Forza. È così che Qui-Gon parla per la prima volta di Anakin al Consiglio dei Jedi: «Ho incontrato una vergenza nella Forza, localizzata in un bambino. Ha le cellule con la più alta concentrazione di midi-chlorian che abbia mai visto in una forma di vita. È possibile che sia concepito dai midi-chlorian.» Anakin deve essere quindi esaminato dal Consiglio dei Jedi. E non nasconde di sentire la mancanza di sua madre. «Paura di perderla tu hai» gli dice Yoda. «La paura è la via per il Lato Oscuro. La paura conduce all’ira, l’ira all’odio; l’odio conduce alla sofferenza. Io sento in te molta paura.» Il Consiglio rifiuta la richiesta di Qui-Gon: Anakin non potrà essere addestrato perché è troppo grande e il suo futuro è «nebuloso», secondo le parole di Yoda. In seguito alla morte di Qui-Gon, però, ucciso da Darth Maul, Obi-Wan propone a Yoda di occuparsi dell’addestramento di Anakin. Lo aveva promesso a Qui-Gon prima che morisse. Ma Yoda è ancora più contrariato: «Il Prescelto il ragazzo è. Ciò nonostante, un pericolo nel suo addestramento io sento.»


Ma non è il solo Yoda a saper vedere nel futuro. Il «pericolo» avvertito dal Maestro Jedi è solo uno dei tanti elementi che fanno presagire qualcosa di terribile che avrà a che fare con il piccolo Anakin. E tutto ruota attorno al rapporto con sua madre e alla loro separazione prematura. Il bambino, che non ha mai avuto un padre e che ne ha intravisto una parvenza in Qui-Gon, ora non può contare più nemmeno su sua madre; e inevitabilmente proietta la figura materna in Padme – non a caso più grande di lui – e più tardi in Obi-Wan. Ma lo stesso Obi-Wan non sarà un padre abbastanza maturo da saper gestire un adolescente così irruento e incapace di non lasciarsi sopraffare dalle proprie emozioni. Il primo (La minaccia fantasma) e il secondo (L’attacco dei cloni) episodio sono collegati da una promessa, collegata a sua volta con il tragico epilogo del terzo episodio (La vendetta dei Sith). «Io tornerò qui a liberarti, mamma, te lo prometto.» È questo che dice il piccolo Anakin prima di lasciare Tatooine. Una promessa è una promessa. E una volta divenuto un allievo Jedi, Anakin si ricorda di quella promessa e capisce che è arrivato il momento di tornare da sua madre e liberare anche lei. Padme, che gli è stata affidata, con l’obbligo di proteggerla, lo segue. Ma arrivato a Tatooine, Anakin scopre che sua madre è stata catturata dai predoni tusken. Ritrovatala e vistasela morire tra le braccia, scatena una furia omicida generata dal dolore, dall’odio e dalla brama di vendetta, e uccide tutti i predoni, anche le donne e i bambini. Uno sterminio crudele che si ripeterà nel terzo episodio, ai danni dei giovani Jedi. Poi, tornato da Padme, confessa ciò che sta maturando dentro sé: «La vita è sempre più facile quando riesci ad aggiustare una cosa. Io sono bravo ad aggiustare le cose, lo sono sempre stato, ma non sono riuscito…» E con la voce rotta dal pianto aggiunge: «Perché è dovuta morire? Perché non ho potuto salvarla? So che ne avrei avuto il potere.» «Ci sono certe cose che nessuno può aggiustare. Non sei onnipotente» gli fa notare Padme. «Beh, devo diventarlo. E un giorno lo diventerò. Diventerò il Jedi più potente di tutti i tempi, te lo garantisco. Imparerò anche a impedire che la gente muoia.»


Un desiderio faustiano, quello del giovane apprendista Jedi. Un desiderio che non potrà mai realizzarsi se non con l’intervento della magia nera, in questo caso della conoscenza del Lato Oscuro. Prima di concretizzarsi, però, il desiderio di Anakin si materializza sotto forma di un incubo: la sua amata Padme, che ha sposato segretamente, violando le regole dell’Ordine dei Jedi, è incinta, ma lui ha sognato che moriva durante il parto e ora teme per la sua vita. Questa volta manterrà la promessa, ricordandosi che già con sua madre non era stato in grado di farlo: «Io non ti perderò, Padme.» «Non morirò durante il parto, Ani, te lo prometto.» «No, io te lo prometto!» Quell’io è già il sintomo dell’affermazione di Darth Fener. Anakin Skywalker sta per annegare nella paura, come aveva predetto a suo tempo Yoda. La paura di perdere la seconda figura femminile di riferimento, la proiezione della madre perduta: questo è ciò che spinge Anakin ad abbracciare il Lato Oscuro e ad allearsi con Darth Sidious – che gli dice di poter salvare Padme –, l’incarnazione stessa del Male, non molto diverso da quel Mefistofele che prometteva a Faust la Conoscenza, oltre che il possesso della donna amata. Ma tutto è ormai deciso. Anakin, colpevole di aver fatto prevalere le emozioni sulla ragione, scende sempre più verso il degrado morale, prima tradendo e uccidendo il Maestro Windu, dopo averlo informato che il Cancelliere Palpatine altri non è che il Signore dei Sith; e successivamente, su ordine dello stesso Darth Sidious, sterminando gli allievi Jedi nel tempio.


Infine, lo scontro con le persone che più gli stanno a cuore: Padme e Obi-Wan Kenobi. L’incontro con Padme, che ha saputo da Obi-Wan quello che è successo al tempio dei Jedi, è un preludio alla Trilogia Originale. Le parole di Anakin aprono a scenari che già conosciamo e che lasciano intravvedere nel nuovo allievo Sith un istinto ribelle innato, sia nei confronti dei Jedi sia nei confronti di colui che diventerà l’Imperatore. Una mania di grandezza che non accennerà mai a placarsi. «Anakin, quello che io voglio è il tuo amore.» «L’amore non ti salverà, Padme: solo i miei nuovi poteri possono farlo.» «A che prezzo? Tu sei buono, non puoi fare questo.» Parole simili a quelle di Luke a Leila, riferendosi sempre ad Anakin/Darth Fener: «C’è del buono in lui.» «Non ti perderò come ho perso mia madre.» Richiamo alla precedente promessa a Padme: «Io te lo prometto!» Poi Anakin aggiunge: «Sto diventando più potente di qualsiasi altro Jedi abbia mai sognato. E lo faccio per te, per proteggerti.» E dopo che Padme lo supplica di andare via: «Sono più potente del Cancelliere» dice lui. E balbettando: «Lo… lo posso togliere di mezzo. E insieme io e te governeremo la galassia.» Preludio al tirannicidio nel Ritorno dello Jedi: «Luke, tu puoi distruggere l’Imperatore, lui lo ha previsto. Questo è il tuo destino. Unisciti a me e insieme potremo governare la galassia come padre e figlio.»


Un dialogo costruito alla perfezione per riagganciarsi a quanto già si è detto e a quanto si dirà. Ma l’apoteosi è l’incontro-scontro fratricida con Obi-Wan Kenobi, che non ha mai negato il sentimento fraterno per Anakin, che a sua volta lo considera un padre. Questa epica battaglia tra i due simboli del Bene e del Male (anche in virtù del colore delle loro divise, bianca quella di Obi-Wan e nera quella di Anakin, passato attraverso il bianco del primo episodio e il marrone del secondo) avviene in uno scenario infernale, Mustafar, un ambiente vulcanico che rappresenta la discesa di Anakin verso l’abisso. Anche le inquadrature hanno il loro significato: un’eclisse lunare alle spalle di Obi-Wan a simboleggiare la fine di Anakin Skywalker e la nascita definitiva di Darth Fener. La luna che oscura il sole: il Male che sovrasta il Bene. E quando Obi-Wan tenta inutilmente di far ragionare il suo ormai ex allievo, il quale gli risponde che dal suo punto di vista i Jedi sono il Male, il Maestro Jedi lo condanna così: «E allora sei dannato!» Questo viaggio infernale è molto diverso da quello di Dante e Virgilio o da quello di Odisseo/Ulisse e di Enea: è un viaggio verso l’abisso della moralità, un viaggio senza possibilità – per ora – di ritorno. Perfino quando i giochi sembrano finiti e Obi-Wan gli dà l’ultimo ammonimento («Sto più in alto di te!»), Anakin pecca di arroganza: «Tu sottovaluti i miei poteri!»


Ed è così che si dà il colpo di grazia. Obi-Wan lo sconfigge definitivamente e la parte umana di Anakin brucia e in quel momento Skywalker è morto, per lasciare spazio a Darth Fener. L’epilogo è un gioco a incastri potente ed evocativo. La nascita di Darth Fener e dei due gemellini, Luke e Leila, corrispondono alle morti di Anakin e di Padme, che «ha perso la voglia di vivere» perché l’uomo che amava è impazzito. Artefice e approfittatore di tutto ciò è il Signore Oscuro, Darth Sidious, quel «padre oscuro» (Darth Vader/Dark Father) che Anakin non ha mai avuto e che lui stesso diventerà e che Luke, di fronte all’agnizione («Io sono tuo padre») tenterà disperatamente di rinnegare. Quel padre oscuro è stato l’unico a dare fiducia ad Anakin, che si è sentito umiliato e sottovalutato dal Consiglio dei Jedi. Tuttavia, la brama di potere, come si è visto, è talmente forte in Anakin/Darth Fener che nemmeno il Signore dei Sith potrà dormire sonni tranquilli. Dopo la nascita dei gemellini, che cresceranno separati, Yoda confessa a Obi-Wan che vuole farlo addestrare: «Un vecchio amico conosce la via per l’immortalità. Un amico tornato dal mondo di là dalla Forza, il tuo antico maestro.» Obi-Wan si sacrificherà per permettere a Luke e Leila di fuggire ma proprio grazie agli insegnamenti di Qui-Gon lo ritroveremo nel lieto epilogo, quando l’equilibrio nella Forza sarà ristabilito. Dall’altro lato, è la dimostrazione che non soltanto attraverso le arti oscure si può accedere all’immortalità, il grande sogno dell’uomo – e nella fattispecie di Anakin – ma anche attraverso altre vie della Forza. Per chiudere la Trilogia dei Prequel e aprire l’altra, a unire le due fasi di questo epico racconto, il doppio tramonto di Tatooine, citazione del quarto episodio, mentre il cerchio si chiude e il sogno premonitore di Anakin si è avverato: proprio per fuggire da un destino inevitabile, compimento di un disegno divino (in questo caso della Forza), ha fatto in modo che il sogno si verificasse. Le due trilogie di Star Wars rappresentano le due facce della stessa medaglia, o meglio due percorsi opposti, l’una verso il Lato Oscuro, che rappresenta la morte, e l’altra verso il Lato Chiaro, la rinascita, esemplata nella redenzione di Luke.


Non è pura fantascienza e non è puro intrattenimento. Star Wars è molto di più: è la legge della vita (l’infanzia, la crescita, l’amore materno e quello coniugale, il dolore, la morte, la condanna, la redenzione, la rinascita morale). Un grande canto epico e universale che, avvalendosi della straordinaria estetica di George Lucas e della sua sfrenata fantasia, rende eterni gli insegnamenti dei Jedi, ben al di là di un contesto fantascientifico. Anakin Skywalker non è un buono e non è nemmeno cattivo tanto quanto non lo è Darth Fener. Sono entrambi personaggi forti, dotati di una vitalità che poco si addice ai Jedi e ai Sith. La vitalità di Anakin Skywalker è quella dell’eroe tragico, destinato a perdersi e a ritrovarsi negli occhi innocenti del figlio. Rispetto a tutti gli altri personaggi di Star Wars, Anakin è quello che soffre di più perché è quello meno fantascientifico in assoluto, ovvero, di tutti gli eroi, è quello più umano.


FONTE: http://www.guerrestellari.net/athenaeum/

PAUL STRAND TRA IMPEGNO POLITICO E FOTOGRAFIA

Paul Strand (New York, 1890-1976) è stato uno dei più grandi fotografi americani .

Di famiglia agiata fu un uomo estremamente inquieto e complesso. Per il governo americano realizzò film e documentari d’interesse sociale. Durante il periodo della guerra fredda si allontanò dall’America per vivere in Francia.


PAUL STRAND TRA IMPEGNO POLITICO E FOTOGRAFIA


E’ stato l’anima del primo modernismo americano .

Si è distinto soprattutto per essere stato uno dei protagonisti di quel passaggio dal pittorialismo alla nuova visione che avrebbe influenzato in modo radicale la generazione di Weston e Ansel Adams.

Si è interessato anche di politica, anzi si può dire che con la sua fotografia Paul Strand ha fatto politica nel senso più autentico.


PAUL STRAND TRA IMPEGNO POLITICO E FOTOGRAFIA


Ha preso, infatti, parte attiva alla rivoluzione messicana.

Famoso resta il suo amore per il neorealismo italiano immortalato dalla serie di fotografie dedicate a Luzzara dal titolo Un Paese, un libro fotografico di rara bellezza che porta la firma dei testi di Cesare Zavattini.


PAUL STRAND TRA IMPEGNO POLITICO E FOTOGRAFIA


Una mostra lo celebra a Winterthur al Fotumuseum fino al 17 maggio 2015.

LYNDA BENGLIS DALLA PROVOCAZIONE DEL DILDO ALL’ARTE MATURA

Lynda Benglis , nata in Louisiana nel 1941, è una delle più importanti artiste contemporanee la cui fama arriva relativamente tardi se si considera la grandezza della sua produzione artistica.

Dal punto di vista dello stile s’inserisce nella tradizione artistica che fa riferimento all’espressionismo astratto, al minimalismo e alla Pop Art.


LYNDA BENGLIS DALLA PROVOCAZIONE DEL DILDO ALL’ARTE MATURA


Nel 1974 fece parlare di se perché volle promuovere sulla rivista Arforum una sua personale usando un’immagine che fece scandalo.

Si trattava di una donna dal fisico scultoreo, con gli occhiali da sole, che esibisce con sfrontatezza e disinvoltura un dildo di gomma.


LYNDA BENGLIS DALLA PROVOCAZIONE DEL DILDO ALL’ARTE MATURA


Prima criticata dalle femministe dell’epoca le sue opere sono diventate negli anni quasi un’icona .

Il suo lavoro ha sempre mantenuto uno stile riconoscibile oscillando tra pittura e scultura.


LYNDA BENGLIS DALLA PROVOCAZIONE DEL DILDO ALL’ARTE MATURA


Se in pittura può essere paragonata a Pollock per l’uso sfrontato e libero del colore, che sparge in modo solo apparentemente casuale, nelle sculture ha un’identità assolutamente propria.

Le questioni poste dal suo lavoro interrogano soprattutto il tema della libertà e dell’uso del corpo.


LYNDA BENGLIS DALLA PROVOCAZIONE DEL DILDO ALL’ARTE MATURA


Alcune sue sculture sembrano non aver peso e sono dei giochi di intrecci impossibili e di contorsioni della materia.

Un’importante retrospettiva in Inghilterra al THE HEPWORTH WAKEFIELD, celebra LYNDA BENGLIS presentando il meglio delle sua copiosa produzione artistica.