Archive for giugno, 2015

True Detective, chi è l’uomo uccello?

Ray Velcoro, il personaggio interpretato da Colin Farrell, non è morto, su questo sento di potermi sbilanciare ma andiamo con ordine. L’episodio si apre con uno strano discorso di Frank Semyon (Vince Vaughn) che partendo da delle macchie di umidità nel soffitto racconta alla moglie un episodio decisamente inquietante della sua infanzia, il padre lo chiuse in cantina e lo lasciò lì diversi giorni, senza cibo, al buio e alla mercé dei topi. Frank si scopre aveva dato praticamente tutto i suoi soldi a Caspere e si trova ora senza soldi e senza possibilità di inserirsi nell’affare. La situazione fa si che Frank voglia sapere chi ha ucciso Ben Caspere e sembra l’unico a Vinci e, forse, nell’intera California.


Le sue indagini lo portano nel night club/bordello da cui Caspere andava a rifornirsi di ragazze e dove incontra una delle ragazze che sono state con lui che riesce a dargli l’indirizzo del pied-à-terre del funzionario a Hollywood. Un posto che la polizia ancora non conosce e dove Frank pensa di mandare Ray a recuperare qualsiasi documenta che possa interessarlo . Qui Ray incontra l’uomo con la maschera da corvo che gli spara due volte, di cui una da pochi centimetri in piena pancia.


In Night Finds You si formano anche le squadre di polizia, Ray viene cooptato all’interno dell’investigazione e insieme ad Antigone e Paul. Ray viene catechizzato sulle necessità della città dal sindaco e dagli altri amministratori mentre a Paul e Ani viene chiesto di tenere sotto controllo gli amministratori e di cercare informazioni sul malaffare nella città in vista di una investigazione del procuratore. La domanda che viene spontanea è: va bene Ani, va bene Ray ma cosa ci fa nella squadra Paul? Sicuramente non è un detective, sicuramente non vuole esserlo e la sua forza di polizia non c’entra nulla con l’investigazione.


Il primo incontro della squadra è in un magazzino che ricorda tanto The Wire: quattro poliziotti, uno, ubriaco se ne va dopo pochi secondi, un altro aspetta un attimo in più e Ray controvoglia chiede cosa sta guardando ad Ani, l’unica che effettivamente lavora. Un omaggio alla prima puntata di The Wire.


In Night Finds You scopriamo qualcosa di più anche sulla madre di Paul, un personaggio dalla sessualità marcata che ci fa pensare che l’impotenza del poliziotto non sia dovuta a un trauma in Iraq ma ad una madre che forse, addirittura, ha abusato del figlio.
Il rapporto con i genitori è uno degli argomenti centrali di questa seconda stagione di True Detective. Ray incontra la moglie, la quale dopo la scena con il padre del bambino non vuole più fargli vedere il “figlio” e vuole chiedere l’affidamento totale. Ad Ani, mentre lei e Ray intervistano lo psichiatra lynchiano di Caspere, viene chiesta se è la figlia del guru e lei risponde si e che essere figli di un guru non ha funzionato bene per loro dato che su quattro figli due sono morti, due sono in galera e una è diventata un detective. Curiosamente anche Nic Pizzolato ha avuto un rapporto particolare con i genitori come da lui stesso raccontato in un articolo del Los Angeles Times.

Invicta a Pitti Uomo 88

Caratterizzata dal binomio di colore tono su tono e funzionalità, la collezione Primavera-Estate 2016 Uomo e Donna di Invicta punta su capi morbidi e leggeri, performanti e confortevoli nella vestibilità.

La collezione è caratterizzata da una forte energia e dalla dinamicità tipiche del marchio.

Per questa collezione il colore è stato abbinato tono su tono e non più in contrasto, come nelle precedenti collezioni, quasi a creare una sfumatura unita Invicta. E, proseguendo nel concetto tono su tono sono stati sviluppati capi sia imbottiti che sfoderati, in tinto capo.

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Invicta



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capo Invicta colore



Ai basici trapuntati si sono poi aggiunti i capi SUPER COMPACT, lisci.

Nella linea donna si distinguono i trapunti a cm. 3, mixati con patì lisce , non trapuntate.

Grazie all’utilizzo di un’ovatta compressa i capi risultano morbidi e leggeri, inoltre è stato inserito sia nell’uomo che nella donna un nylon stretch che li rende performanti e confortevoli nella vestibilità dove alle tradizionali linee asciutte si affianca un concetto fashion di vestibilità OVER.

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stand Invicta a Pitti Uomo 88



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il marchio Invicta a Pitti Uomo 88



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Le Opere di misericordia di Santi Buglioni

Sulla facciata dell’Ospedale del Ceppo a Pistoia è possibile ammirare un bellissimo fregio in terracotta invetriata dalla vivace policromia, tipica della bottega dei Della Robbia.

Questa famiglia di celebri artisti si specializzò nella produzione di opere in terracottainvetriata e per generazioni ne custodì il segreto, detenendone praticamente il monopolio e assicurandosi molte commissioni nell’Italia del rinascimento.


Tra i discepoli che frequentarono la bottega emerse Benedetto Buglioni, al quale si deve una lunetta con l’Incoronazione della Vergine e lo stemma dell’ospedale. Il nipote Santi è l’autore del fregio principale, raffigurante le Opere di misericordia.


Le Opere di misericordia di Santi Buglioni


Nei bellissimi pannelli sono rappresentate vivide figure fortemente espressive. Le sette opere, Vestire gli ignudi, Albergare i pellegrini, Assistere gli infermi, Visitare i carcerati, Seppellire i morti, Dar da mangiare agli affamati e da bere agli assetati, sono intervallate dalle figure simboliche delle virtù cardinali e teologali inquadrate da lesene decorate: la Prudenza, la Fede, la Carità, la Speranza, la Giustizia.


Il fregio venne eseguito su commissione del direttore dell’ospedale Leonardo Buonafede, che compare nelle scene in abito bianco con mantella nera, a presiedere le quotidiane attività dell’istituto. Sull’ultimo pannello a destra viene rappresentato, al posto del Buonafede, il suo successore Bartolomeo Montichiari.


È evidente l’insegnamento proposto dal fregio: la fede cristiana si esprime nelle virtù e deve completarsi nelle opere a favore del prossimo, soprattutto delle persone più bisognose.

Ha detto un santo: «Alla sera della vita saremo giudicati sull’amore».

La triplice anima dell’uomo firmato Costume National

Biker, musicista e un po’ retrò: ecco di quante anime si compone l’uomo odierno secondo Costume National, che alla Milano Moda Uomo ha fatto sfilare la propria collezione primavera / estate 2016.

 

L’uomo moderno è affascinato dalle contaminazioni tecnologiche che si instaurano dentro il mondo dell’alta sartoria, che delinea tagli classici per gli abiti, i pantaloni, camicie e giacche che completano look ton sur ton o total.

 

Se per il sotto non vi è via d’uscita dall’uso di pantaloni slim o a zampa d’elefante, per il sopra la collezione primavera – estate 2016 prevede l’alternarsi di trench sottili, giacche con frange, blazer con tasche termoincollate ricavate con taglio laser.

 

Il tutto viene giocato su contrasti forti di colori come il nero, rosso, bianco e turchese che tingono le camicie in raso, t-shirt in cotone, jeans in denim e altri materiali come la nappa e viscosa.

 

L’uomo del 2016 per Costume National è affascinato anche dal mondo dei nativi Americani e ne fa omaggio portando collane di osso e pelle, ma si lascia anche travolgere dal mondo dei cow boy fra boots e camperos, abbinati a zaini con borchie.

 

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(foto: milanomodauomo.it)

 

 

 

 

La Grecia sull’orlo del baratro

Alla minaccia da parte dei greci di un referendum per l’uscita dall’euro i tedeschi hanno risposto con molta calma: “Se il Governo greco pensa di dover tenere un referendum dovrebbe tenere un referendum. Può darsi che sia il modo giusto per permettere al popolo greco di decidere se sono pronti ad accettare quello che deve essere fatto”, questa è stata la dichiarazioni di Wolfgang Shauble, il ministro delle Finanze tedesco. Una risposta ottima, peccato che appena prima i debitori, tra cui anche la Germania, avessero spinto il primo ministro greco Alexis Tsipras a indire un referendum con cui decidere se accettare o meno la pessima, dal punto di vista greco, ultima offerta dei debitori prima del default.


I creditori hanno cercato di incolpare Tsipras per la rottura dei negoziati ma i debitori, da parte loro, si sono rifiutati di offrire ai greci un vero e proprio piano di rientro dal debito che permettesse allo stato, che sta navigando in una delle peggiori crisi economiche mondiali degli ultimi anni, di risollevarsi. In cambio di un prestito di contante veloce, necessario alla Grecia, la Troika ha chiesto anni di austerità seguendo il solito schema europeo che è stato screditato da molti autorevoli economisti. La decisione è importante e Tsipras ha deciso per il referendum, appoggiando comunque il no.


La paura per un eventuale Grexit e la volontà dei greci di rimanere a far parte dell’Europa “moderna” potrebbe addirittura far vincere il si alle richieste dei creditori che sono considerate inique sia da Tsipras che da diversi creditori internazionali. Il voto, comunque, potrebbe non significare nulla se non rendere palese la volontà dei greci. Il Governo greco ha chiesto un prolungamento del programma di finanziamento di un mese rispetto alla scadenza che è fissata al 30 giugno; il referendum è programmato per il 5 luglio, per cui quando ci saranno i risultati della votazione il finanziamento sarà già scaduto e con esso anche i termini per un suo eventuale prolungamento.


Il tempo non è tanto ma le possibilità che ci siano accordi, compromessi e prolungamenti ci sono. Non si possono fare previsioni attendibili. La Banca Centrale Europea non sta aiutando in questa situazione critica, Draghi ha rifiutato di dare contanti alle banche greche per far fronte a una probabile corsa agli sportelli. La corsa agli sportelli è già iniziata e il governo ha dovuto indire un giorno di festa per far chiudere gli sportelli ma questa è una soluzione tampone.


La Grecia, se nulla cambia, rischia di andare in default a causa di un pagamento da 1,5 miliardi di euro nei confronti del Fondo Monetario Internazionale, una situazione che si è già vista per altri stati e che può anche non portare a conseguenze fatali per lo stato.


Il piano dei creditori, con la mossa della Banca Centrale Europea, è chiaro: spaventare i greci con una mancanza di denaro liquido e di accesso ai propri conti bancari per spingerli a votare si al referendum. Secondo obiettivo dei creditori è un cambio di governo in Grecia; nonostante Tsipras abbia garantito che rispetterà la volontà dei greci i creditori continuano a sostenere che il Primo ministro non meriti fiducia. La Troika, d’altronde, aveva già tentato di imporre un tecnocrate a là Monti quando Tsipras è stato eletto.


Quello che è certo è che Tsipras deve prepararsi a un eventuale default, ad esempio, impostando una nuova drachma. C’è sempre la possibilità che i creditori si ammorbidiscano in caso di un no ma se questo non dovesse succedere la soluzione migliore sarebbe un default nei confronti dei 3.5 miliardi dovuti alla Banca Centrale Europea il cui debito scade il 20 luglio e una uscita dall’euro.
L’uscita dell’euro sarà dolorosa ma permetterebbe alla Grecia di controllare la propria moneta e le proprie politiche e, nel caso queste siano buone, di riprendersi come ha potuto fare l’Argentina ad esempio.

Antony Morato presenta la sua collezione Primavera-Estate 2016 a Pitti Uomo

Antony Morato fa la sua presenza al Pitti Uomo 88 con una collezione davvero evocativa.

L’uomo Morato è attento alla moda, un uomo che, come emerge dalla ricerca sviluppata insieme a Demoskopea, supera il mito storico della moda maschile: la praticità, per affiancargli la ricerca di uno stile personale, per rappresentare il proprio unico modo di essere.

Un uomo che acquista sempre di più, come la donna, con competenza, con curiosità, voglia e coraggio di sperimentare, di distinguersi anche solo attraverso i dettagli. Un uomo che scegle e cerca ciò che lo rappresenta, camminando nei luoghi dello shopping, o anche online, divertendosi nella ricerca e poi nell’acquisto.

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Adv Antony Morato

 

L’uomo Antony Morato cerca risposte non più solo nel casualwear o nella tradizione formale, ma anche attraverso il  mondo del Contemporary Fashion, dai dettagli di un capo, da qualcosa di speciale che caratterizzi il suo look nei diversi momenti della sua vita, in ufficio come nei momenti liberi con gli amici.  Un uomo capace di abbinare giacca con reverse a un denim super trattato o indossare un joggy pant per un aperitivo in città.

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Adv Antony Morato

 

E’ a questo uomo che Antony Morato risponde, propendendo tre diverse labels, con tre diverse ispirazioni che per la Spring-Summer 2016 scelgono un look eclettico ma deciso:

La Black, anima fashion della collezione il cui accento è nella ricerca di materiali e tessuti, propone per questa stagione inserti metallici, rilievi, tessuti gommati per un look biker-army

La Gold, spirito denim e urban del brand, reinterpreta per questa occasione le storiche tute dei motociclisti in chiave “ethno-racing” portandoci nel mondo della Paris-dakar

La Silver, tendenza sporty-chic , label in cui la moda e sport giocano da complici nella vita di tutti i giorni, diventando un vero e proprio stile di vita per molti uomini. Nella prossima primavera estate la proposta richiama i pattern e i colori della pittura Mondrian.

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Antony Morato ss 2016

 

Alcune immagini dello stand Antony Morato a Pitti Uomo 88:

Donatella Versace, nuovo volto di Givenchy: le prime foto

Non capita quasi mai che noti designer si prestino ad apparire nelle pubblicità dei colleghi, soprattutto non da parte di volti super noti e dalla carriera invidiabile da manuale.

 

Soprattutto se si tratta di mostri sacri della moda, nomi che hanno e continuano a lasciare i propri segni sulle passerelle come capita sempre a Donatella Versace per esempio, che da fratello Gianni Versace, morto oramai diciotto anni fa, ha ereditato non solo un nome importante ma una creatività pari a poche dalla quale nascono collezioni che continuano a far scuola.

 

Eclettica, forte, energica: tre aggettivi per descrivere una leonessa da passerella, quella Donatella Versace diventata il nuovo volto di Givenchy che vanta un direttore creativo quale Riccardo Tisci, da sempre ammiratore sia del brand Versace e che di Donatella stessa, dalla quale dice di aver imparato molto. Donatella Versace, dal canto suo, ha sempre ricambiato l’ammirazione per il collega, definendolo “una persona meravigliosa, vera, rara da trovare in questo mondo“.

Le reciproche ammirazioni sono servite per passare a fatti concreti e dalla conseguenza strabiliante: una delle grandi novità del mondo della moda 2015 vede infatti Donatella Versace nei panni di testimonial per la casa di moda francese, che ha reso la stylist meno inavvicinabile e più genuina, che va oltre la rivalità da passerella.

 

Per la stagione invernale 2015/2016 la stilista sarà l’assoluta musa ispiratrice di Riccardo Tisci, che qualche mese fa lo ha annunciato proprio sulla sua pagina Instagram con queste parole: “Sono onorato ed orgoglioso di presentarvi la mia nuova icona: Donatella Versace“. A queste parole d’affetto, la casa di moda Versace ha risposto con un semplice ma energico: “Per il mio amico Riccardo. Insieme rompiamo i confini della moda“.

 

Di seguito le prime due immagini della nuova campagna, apparse sulla pagina Instagram Givenchy.

 

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(fonte: givenchyofficial, pagina Instagram)

 

I migranti del mare e la poesia performativa di Kyrahm e Julius Kaiser

Il 3 luglio, in occasione della Biennale di Anzio e Nettuno, per la ‘Sezione Poesia’, poco prima del tramonto sulla spiaggia di Forte Sangallo, si terrà “(A)mare Conchiglie”: migranti, anziani, lucciole, erranti protagonisti di una suggestiva Performance Art, scritta e diretta Kyrahm e Julius Kaiser.


I migranti del mare e la poesia performativa di Kyrahm e Julius Kaiser


Un simposio estemporaneo avrà voce attraverso la poesia performativa, una ‘comunione laica’, oltre il credo religioso, oltre le differenze di sesso e di razza: racconti di storie biografiche dei partecipanti, intervallati da poesie sull’amore e sulla migrazione. Kyrahm e Julius Kaiser, artiste internazionali, da sempre attiviste in ambito sociale, per oltre due settimane, hanno cercato le persone nei centri di accoglienza e per le strade, il pubblico presente in spiaggia, avrà modo di conoscere l’amarezza di queste storie, giunte dal mare.



I migranti del mare e la poesia performativa di Kyrahm e Julius Kaiser

Storie di chi vive ai margini, testimonianze di migranti e quelle di alcuni italiani anziani, per riflettere e ricordare che una volta erano proprio gli italiani nella condizione di migranti. Le artiste, in seguito alla loro ricerca, sono molto coinvolte emotivamente, consapevoli che l’arte sia un mezzo per sensibilizzare ma non basti «Il nostro aiuto non può esaurirsi con questa performance. Cercheremo di attivarci anche in altro modo. Dobbiamo capire bene come. Ma i migranti non possono tornare nell’inferno da dove son arrivati. L’obiettivo è quello di approdare con umanità a mondi sconosciuti, per riuscire ad abbattere la paura e il pregiudizio ma soprattutto per conoscere e comprendere la realtà di questi mondi».



I migranti del mare e la poesia performativa di Kyrahm e Julius Kaiser

Kyrahm e Jiulius Kaiser hanno già realizzato con successo altre campagne sociali attraverso le performances “Azione col sangue” per promuovere la donazione di sangue e “Il gioielliere” opera contro la violenza verso il sesso femminile ed ancora “Dentro/Fuori”, una performance dalla durata di 24 ore in cui Kyrahm si trovava in una cella di isolamento, una riflessione sulle condizioni dei detenuti in carcere.



I migranti del mare e la poesia performativa di Kyrahm e Julius Kaiser

Oltre ad avvicinarci all’inesplorato mondo della Performance Art, che in Italia anche grazie a loro vede un’interessante ripresa, la loro è un’arte impegnata, intesa come una vera e propria missione rivolta al sociale, a tal proposito diversi critici, come Canova e Novelli, hanno paragonato il lavoro di Kyrahm e Jiulius Kaiser a quello del poeta, scrittore e regista Pierpaolo Pasolini, simbolo del realismo sperimentale, che negli anni 70 si avvicinò egli stesso alla Performance Art partecipando a “L’intellettuale”, opera di Fabio Mauri.

Il Cristo Giudice di Coppo di Marcovaldo

La volta del Battistero di Firenze è interamente decorata da bellissimi mosaici che raffigurano episodi biblici, storie di Giovanni Battista e il Giudizio Universale. L’opera, su fondo oro, si svolge in sei fasce, mentre ogni scena è distinta dalle altre mediante colonnine pittoriche.

La zona absidale è dominata dalla gigantesca figura del Cristo Giudice, alta più di otto metri, che appare in un cerchio che definisce la sua divinità. Ai suoi lati, su tre fasce sovrapposte, notiamo gli angeli che annunciano il giudizio, la Vergine Maria, il Battista e gli Apostoli. Ai piedi del Cristo, al suono delle trombe angeliche, i morti sorgono dai loro sepolcri e si compie la divisione dei beati dai dannati.


Il Cristo Giudice di Coppo di Marcovaldo


Gesù indossa la vestepurpurea tipica dell’imperatore e siede su un trono formato dai cerchi celesti: egli, dunque, è al di sopra dei cieli e domina incontrastato, perché per i credenti il suo regno, a differenza di tutti i regimi umani, non avrà mai fine. Ben visibili, sulle mani e sui piedi, sono i segni della sua passione: il Cristo glorioso porterà in eterno la «memoria» della croce e della sofferenza trasfigurata nell’amore.


L’intero ciclo fu compiuto in pochi decenni fra il Due e il Trecento probabilmente da mosaicisti veneti, ma su disegni e cartoni forniti dai migliori artisti fiorentini dell’epoca. Qui lavorarono, oltre ad alcuni maestri anonimi, anche personalità più conosciute, quali Gaddo Gaddi, Meliore di Jacopo e soprattutto Coppo di Marcovaldo e il suo allievo Cimabue, dal quale avrà inizio la rivoluzione artistica occidentale che troverà in Giotto il suo grande interprete. Perciò l’insieme dei mosaici del Battistero costituisce un saggio collettivo della pittura fiorentina immediatamente precedente a Giotto e, nonostante il suo impianto tradizionale, mostra già un nuovo senso della monumentalità delle figure e del loro risalto plastico.

JEANS MANIA: 10 ABITI IN DENIM

Dai “camalli” (scaricatori di porto) agli abiti dei giorni nostri – il jeans è diventato manìa!

Il denim, tessuto utilizzato maggiormente per i pantaloni taglio jeans, per questa stagione si trasforma in abito: mini, lungo, chemisier, taglio vivo, sfrangiato, l’importante è averlo nel guardaroba perché è un vero must!

Perfetto con una cintura in corda o in tessuto naturale e abbinato a sandali color cuoio. Massimo Rebecchi per questa primavera-estate 2015 lo propone impreziosito da colori su collo e orli.

L’abito in jeans è talmente in voga che lo troverete di ogni taglio e di ogni fascia di prezzo. Qui vi proponiamo 10 abiti in denim:

abito a campana denim zara

Abito a campana denim Zara

abito a salopette in denimh&m

Abito a salopette in denim H&M

vestito denim con cintura zara

Vestito denim con cintura Zara

abito h&m

Abito H&M

abito scollo americana zara

Abito scollo all’americana Zara

chemisier H&M

Chemisier H&M

vestito denim con ricamo zara

Vestito denim con ricamo Zara

vestito orlo sfrangiato zara

Vestito orlo sfrangiato Zara

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Massimo Rebecchi SS 2015

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Massimo Rebecchi SS 2015

SAPORE DI SALE – Verde smeraldo come il mare!

I bikini MISS BEE in lurex nella ricercata stampa a onde sono ispirati agli anni ’70, mentre il classico bikini brasiliano GISELLE è proposto in piquet bianco con ricami, la fascia GIORGINA nel vivace verde smeraldo con stampa bolle a contrasto è ideale per un look più elegante e ricercato.

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La linea di occhiali EYEPETIZER è unisex, essenziale, ultraleggera, con montatura in acciaio armonico inossidabile nel color oro. Le aste presentano due diversi finali, cifra stilistica di un prodotto riconoscibile ed unico, qui proponiamo il modello CONTA con lenti verde smeraldo.

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Ispirata alla donna del moderno jet-set la collezione Resort 2015 di LAURA MANARA si concentra sui dettagli, la migliore artigianalità italiana e tessuti di lusso. I capi declinati in caftani e abiti sono presentati in lino italiano e miscele di cotone e seta italiani, ricamati e stampati con motivi geometrici personalizzati.

Evocando il fascino degli anni ‘60, la collezione richiama il periodo d’oro della mondanità, ed icone di stile come Ursula Andress, Jane Birkin e Talitha Getty. Il design versatile e sobrio rende i capi perfetti da indossare in villa come in yacht, al mare o in piscina fino all’ ora del tramonto per cocktail serali.

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CINTI propone per quest’estate sandali comodi ed eleganti in diverse tonalità del beige con applicazioni di brillanti e perline azzurre e verde smeraldo, che donano un tocco glamour e vivace ad ogni outfit. Sandali ideali per lunghe passeggiate in spiaggia o sul lungo mare.

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Ohba a Pitti Uomo 88

Il marchio Ohba presenta le sue collezioni in occasione di Pitti Uomo 88.

Originario di una famiglia con grande rispetto per la tradizione Samurai, Mikio Ohba nel 1935 ha fondato il marchio OHBA.

Il suo obiettivo era quello di mantenere la tradizione giapponese, modernizzandola grazie ad abili artigiani; artigiani del cuoio che hanno sviluppato le loro tecniche specialistiche con selle, borse da sella e la riconoscibile armatura Samurai.

Ohba ha appreso queste abilità e questi 3 principi fondamentali:

Solo materiali della migliore qualità

Solo la migliore artigianalità

Design elegante e semplice

Creando così le più belle borse in pelle di qualità oltre ai portafogli.
La prima creazione di Ohba era il ” Radoseru ” ! Era così ben fatta che ha catturato rapidamente gli occhi della famiglia imperiale e la scuola famosa imperiale ” Gakushuin “, così come le altre scuole d’élite come la Waseda e la Keio e divenne il loro fornitore esclusivo di borse per la scuola, tutt’oggi.

Ohba continua ad essere il fornitore della famiglia imperiale e fornire l’Imperatore in base alle sue richieste. Il brand crea oggi valigette, borse e portafogli completamente cuciti a mano o rifiniti a mano e tutti realizzati con la stessa attenzione ai dettagli e utilizzando materiali di altissima qualità .

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La Corte Suprema americana ha legalizzato i matrimoni omosessuali

Il movimento per i diritti degli omosessuali ha ottenuto la sua più grande vittoria di sempre negli Stati Uniti, la Corte Suprema ha definitivamente liberalizzato i matrimoni omosessuali stabilendo che la Costituzione statunitense garantisce il diritto a coppie dello stesso sesso di sposarsi.


La decisione è stata di combattuta e la maggioranza risicata, 5-4, ma il risultato è stato storico. La decisione è stato il momento apicale di decenni di discussioni e attivismo ma è arrivata in un momento in cui la maggior parte dell’opinione pubblica americana, come mostrato da recenti sondaggi, approva i matrimoni tra persone dello stesso sesso.


Il giudice Anthony M. Kennedy, che ha letto la sentenza, ha detto che gli omosessuali chiedono la stessa dignità delle coppie eterosessuali e la costituzione gli garantisce questo diritto.
I Giudici John G. Roberts, Antonin Scalia e Clarence Thomas, tutti contrari, hanno rilasciato una dichiarazione in cui sostengono che la Costituzione non abbia niente a che fare con il diritto di celebrare matrimoni omosessuali.


La Corte Suprema si è mossa con estrema cautela sul tema creando una solidissima base legale per la scelta. La decisione era attesa da quando, in ottobre, la Corte aveva deciso di non accettare i ricorsi che si erano moltiplicati dal momento in cui alcuni stati avevano legalizzato i matrimoni omosessuali. Gli stati in cui il matrimonio era permesso erano solo 19 allora, sono subito saliti a 24 e dopo la decisione di non ascoltare gli appelli gli stati in cui il matrimonio omosessuale era permesso erano diventati 36. Il 70% degli americani vive in stati in cui il matrimonio omosessuale è permesso.


I voti positivi sono arrivati dai 4 giudici liberali: la Sotomayor, la Kagan, la Ginsburg, Breyer e da Kennedy, appunto. I voti contrari sono stati quelli di: Roberts, Scalia, Alito e Thomas.

Pitti Uomo 88: la collezione COR SINE LABE DOLI SS16

COR SINE LABE DOLI | SS16 | INNO ALLA CREATIVITÀ


Originalità e inventiva sono i tratti distintivi di Cor Sine Labe Doli che, dopo 5 anni di attività, presenta una collezione tutta nuova all’edizione Pitti Uomo 88.

Gli storici accessori del brand sono reinterpretati per la collezione Primavera-Estate 2016: papillon, cravatte, gemelli e ceramichette si arricchiscono di colori, lavorazioni, materiali nuovi rimanendo fedeli alla tradizione artigianale 100% Made in Italy.

L’eclettico papillon in ceramica si veste di righe, pois di polvere di vetro, fantasie e si trasforma in vetro per brillare di luce propria, impreziosito da disegni geometrici e floreali fatti a mano.

Il tocco luxury è dato dal dettaglio Swarovsky e dalle pietre semipreziose come la Sodalite;  entra in collezione il papillon in seta con il nodo in cristallo di rocca ed il papillon e la cravatta in pelle intrecciata a mano.

Novità assoluta della stagione è l’utilizzo del cuoio 100% che crea un contrasto molto forte con la ceramica bianca del nodo per il papillon, ma  lo ritroviamo anche nella pochette da tasca e quella porta documenti con simpatici dettagli sempre in ceramica. Dettagli leitmotiv della collezione SS 2016 occhi, nasi, bocche e mani – per ricordarci che siamo fatti di sensi e sensazioni!

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busta Cor Sine Labe Doli con dettaglio mano in ceramica bianca

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dettaglio mano ceramica bianca

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Accessori Cor Sine Labe Doli

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Cravatte e papillon Cor Sine Labe Doli

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Cor Sine Labe Doli al Pitti Uomo 88


(foto Miriam De Nicolo’)

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27 morti per un attacco in un hotel a Sousse in Tunisia

Un attacco terroristico ha avuto luogo in Tunisia, nei dintorni di Sousse, uno dei luoghi più turistici del paese. L’attacco è avvenuto all’Imperial Marhaba Hotel.
Il ministro dell’Interno tunisino ha confermato che ci sono stati 27 morti. La Farnesina è in contatto con il ministero tunisino per verificare l’eventuale presenza di turisti italiani tra le vittime.


Un uomo armato di kalashnikov avrebbe fatto irruzione all’interno dell’hotel e la sparatoria sarebbe proseguita poi in spiaggia. Un terrorista sarebbe stato ucciso dalle forze dell’ordine.


Questo è il secondo attacco nel giro di pochi mesi in Tunisia dopo la strage del Museo del Bardo.


La Tunisia vive la strana dicotomia dell’essere l’unico paese in cui la primavera araba ha effettivamente funzionato e in cui si è passati dall’avere un dittatore a un governo democratico. L’ex colonia francese è uno dei paesi più laici del maghreb ma è anche il paese che più ha contribuito in termini di numeri all’ISIS.


Il secondo attentatore del commando è ancora in fuga. I turisti si sono barricati all’interno delle loro stanze in hotel in attesa che la situazione sia riportata alla normalità. Secondo le radio della zona le vittime sono quasi tutte straniere e in maggioranza tedeschi e inglesi.

Milano Moda Uomo: la sfilata di Christian Pellizzari

Solo chi ha letto molti libri potrà essere un grande scrittore, solo chi conosce la storia dell’arte potrà apprezzarne la contemporanea, solo chi fa molta ricerca potrà creare un’amabile collezione, è il caso di Christian Pellizzari, che dai suoi lunghi viaggi prende ispirazioni barocche per riportarle sui capi delle collezioni.

Per questa edizione Milano Moda Uomo, Christian Pellizzari propone la comodità di un capo versatile misto all’eleganza barocca – un contrasto che proviene dalle terre veneziane, dai nobili palazzi, dai maestosi affreschi e decori e si mescola alla necessità di un capo multiforme per l’uomo impegnato.

Lo stile militare dei capi si fa spazio nei bomber, nelle giacche verde celadon, nei cargo pants, che vengono abbinati con un contrasto molto forte a capi d’ispirazione orientale, dai bordeaux laccati ai blu cobalto, colore del sangue nobiliare.

Segna la sua personalità, onnipresente come un dio, il jacquard, firma del brand Pellizzari, che illumina tuxedo e arriva fino alle sneakers con stringhe e doppia suola bianca a contrasto.

Come piccoli gioielli nella collezione Primavera-Estate 2016 di Christian Pellizzari, pezzi di Resort Donna 2016, la collezione con il linguaggio simile a quella Uomo, ma che promette grandiose sorprese!

Guarda qui la collezione Primavera-Estate 2016 di Christian Pellizzari:



(foto Ufficio Stampa)

Un uomo decapitato in un attacco terroristico vicino a Grenoble

Un uomo è morto e altri sono stati feriti in un attentato questa mattina in uno stabilimento di gas industriale a Saint-Quentin-Fallavier. Un uomo è entrato nello stabilimento avvolto in un drappo dell’ISIS e ha fatto scoppiare diverse bombole di gas.


Sul posto sono subito arrivati il ministero dell’interno Bernard Cazeneuve.


Un uomo, sospettato di essere l’attentatore, è stato subito arrestato. Il bilancio ufficiale è di un morto e due feriti. Le squadre di pronto intervento della gendarmeria (GIGN) sono sul posto così come per l’attentato a Charlie Hebdo.


Il Primo ministro Manuel Valls ha ordinato che la zona sia messa in sicurezza e molti agenti della polizia stanno convergendo sull’area.


L’attentato dovrebbe essere capitato alle 9:30 di stamattina e ora tutta la zona industriale e isolata dalla polizia.
Hollande, che era a Bruxelles per una serie di incontri riguardanti l’Unione Europea, è tornerà il più velocemente possibile a Parigi.


La fabbrica si trova in un’area industriale considerata obiettivo sensibile dal Governo francese.


Hollande in conferenza stampa da Bruxelles ha dichiarato che l’individuo ritenuto responsabile è stato arrestato e identificato e che l’attacco è di natura terroristica.

Il Crocifisso di San Giovanni della Croce di Salvador Dalì

Spettacolare è l’effetto prodotto da questo dipinto, oggi custodito nel Kelvingrove Art Gallery and Museum di Glasgow. Ciò dipende da un’intuizione geniale: Gesù crocifisso non è visto da sotto in su né in posizione frontale, come lo potrebbe osservare qualsiasi persona umana, ma è considerato dall’alto verso il basso, cioè come lo vede Dio Padre!


Questa intuizione non è originale di Salvador Dalì. Il pittore catalano, infatti, disse di essersi ispirato a un disegno di un grande santo spagnolo del Cinquecento, San Giovanni della Croce, e da un sogno: Dalì vede Gesù senza corona di spine, con il corpo perfetto e privo di ferite, aderente al legno della croce ma senza chiodi. La croce è protesa verso il basso e sospesa immobile in uno spazio oscuro che si illumina nella parte inferiore a definire un preciso paesaggio. La terra riceve luce dal cielo e anche il Cristo è illuminato dall’alto, così che il suo braccio sinistro proietta l’ombra sul legno del patibolo. È dunque l’Eterno Padre la sorgente di luce che illumina il mondo e rende ragione della morte del Figlio.


Come il nucleo dell’atomoche esplode (sono ancora impressioni descritte da Dalì), Gesù crocifisso si pone nella storia e nel cosmo come la più grande energia, capace di ricostruire dal di dentro l’universo.

L’ardito scorcio che caratterizza la parte superiore del quadro cambia direzione nella zona inferiore, per far emergere un paesaggio, quello di Port Lligatin Spagna, con un lago, una barca e dei pescatori: un riferimento alla realtà storica e ambientale che non esclude una possibile allusione alla barca di Pietro, cioè la Chiesa, che riceve luce per navigare nel mondo, dove è inviata per illuminare le genti.

Milano Moda Uomo: la collezione di Calvin Klein

Calvin Klein ha sfilato alla Milano Moda Uomo presentando una collezione primavera – estate 2016 dalle linee e tagli decisi per capi essenziali e capaci di vestire l’uomo anni 2000.

 

Nessuna contaminazione derivante da altre filosofie, ma la volontà di rappresentare una moda che nella semplicità riesce a colpire l’occhio di chi indossa e di chi guarda. Ogni capo è funzionale, comodo e lascia che l’uomo possa sentirsi assolutamente a suo agio anche con un jeans in denim e t-shirt bianca, due capi saldi del marchio Calvin Klein che ricordano i nostalgici anni ’90.

 

Le linee sono slim, la palette di colori gioca su tonalità tenui che lasciano spazio, talvolta, a picchi di colore che vanno a stravolgere il tono su tono e i calzini bicolor; per il sopra, le giacchette in denim si alternano a bomber e giacche dalla vestibilità molto attillata, contrapposti a loro volta ai parka lavorati e lasciati ampi.

 

Il total black non manca così come la possibilità di indossare abiti sul tono del verde militare e beige; sì agli accessori oramai sempre più un must per il mondo maschile, quale gli zainetti in pelle, visiere, sandali con listini.

 

Per la prossima primavera – estate Calvin Klein prevede che l’uomo possa scegliere capi in fresco di lana, tessuto tecnico, jersey di cotone, il già sopracitato denim, che vanno a combinarsi insieme per una collezione pulita, fresca e attualissima.

 

 

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(foto: milanomodauomo.it)

Fendi alla Milano Moda Uomo

Su una passerella luccicante che all’occhio sembrava quasi fatta d’asfalto bagnato e riflesso dalla luce dei riflettori, Fendi ha lasciato sfilare la sua collezione primavera – estate 2016 alla Milano Moda Uomo.

 

D’impatto la collezione si presenta lineare, sofisticata ma in realtà riflette solamente la personalità dell’uomo di oggi che si lascia travolgere da quel pizzico di sperimentazione che stravolge i capi classici del suo guardaroba, la quale senza eccedere fa sì che l’uomo del XXI secolo non sia più legato ad un certo tipo di abbigliamento.

 

I tessuti sono morbidi, tali da lasciare che i volumi aumentino come quelli dei pantaloni, che cadono morbidi in gamba e larghi al polpaccio; al contrario le giacche rimangono ferme, dritte, per dare contrasto all’idea di movimento ma nel contempo si lasciano abbellire da stampe su base nera o grigia.

 

Libera uscita al pitonato trasformato in un gommato degradé che si appropria di giacche, visiere e tracolle delle borse, alle camicie in pelle con effetto quasi seta dai colori blu, mattone, nero, alle scarpe in suede o tela con suole gommate, shopper, zaini e borse intarsiate che arricchiscono l’outfit maschile.

 

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(foto: milanomodauomo.it)

Tutte le novità da Pitti Uomo 88

Pitti Uomo 88, con la sua edizione dettata dal colore, propone quest’anno non poche novità.
Qui una serie di brand che hanno fatto la differenza e che stupiscono per originalità e innovazione.

ARMATA DI MARE:


Lo storico brand italiano di abbigliamento maschile, punta tutto sulle emozioni e in particolar modo su uno dei cinque sensi: l’olfatto! In collaborazione con la maison Dr. Vranjes Firenze, ha creato una collezione che racchiude una fragranza dalle note marine.
Racchiusa in un piccolo taschino posto dietro il collo delle giacche e dei giubboni, una velina profumata e profumabile si cela per lasciare capi e collo sempre profumati – un’idea unica nel suo genere che sicuramente farà breccia nei cuori degli impavidi e impegnati marinai!

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Armata di Mare a Pitti Uomo



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La velina profumata posta in un taschino all’altezza del collo



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La fragranza firmata Dr. Vranjes Firenze



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Una modella indossa il capo Armata di Mare



AVERY PERFUME GALLERY:

Il buon gusto è presente a Pitti Uomo 88 con un grande gruppo che racchiude una selezione speciale di brand dedicati alle fragranze maschili. Profumi che riportano le note di terre lontane che si mescolano a codici contemporanei, dettati dallo stile di un packaging artistico, come il marchio Agonist che racchiude le sue essenze scandinave in boccette di vetro versione haute couture. Per veri intenditori.

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Lo stand Avery Perfume Gallery al Pitti Uomo



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Una boccetta Agonist in vetro versione haute couture



VERBA:

Davvero inconsuete le “slippers” fatte di pluriball firmate Verba. Un materiale facilmente reperibile, economico e portatore di dipendenza! Perché molti di noi, ammettiamolo, con in mano il pluriball (imballo ammortizzante più economico e diffuso nel mondo) smettono di fare qualsiasi altra attività per dedicarsi allo scoppio della bolla d’aria! Verba utilizza il materiale per rivestire le scarpe, rendendo la bolla anti-scoppio e quindi togliendo parte del divertimento! Certo rimane il marchio più stravagante di accessori e scarpe con una ricerca di materiali in continua evoluzione!

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Le scarpe Verba rivestite di pluriball



AIREYEWEAR:

Anche gli accessori hanno la loro importanza, la pensa così anche il marchio Aireyewear che ha presentato a Pitti Uomo una linea di occhiali “TRANSITION”. Sono occhiali fotosensibili che a contatto con la luce si scuriscono diventando dei veri e propri occhiali da sole. Altamente performanti in ambito sportivo dove le condizioni di illuminazione cambiano repentinamente, come succede ad esempio sui campi da golf. Sono leggerissimi, pesano solo qualche grammo– lente compresa – ed hanno un look trendy e moderno. Il prezzo di un occhiale Aireyewear si aggira intorno ai 100 euro. L’innovazione si sposa alla qualità e al prezzo, cosa chiedere di più?!

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Occhiali “transition” Aireyewear (foto ufficiale)



BIION FOOTWEAR:

Saranno contenti i bambini nel sapere che il marchio di calzature BIION ha creato una scarpa dedicata al personaggio Spongebob, l’amatissima spugna marina dei cartoni animati dall’inconfondibile colore giallo e sorriso contagioso!
Ultra leggere e ultra fessibili, le scarpe BIION sono fatte di etilene vinil acetato, un materiale plastico molto elastico che veste perfettamente il piede permettendo la traspirazione e facilitandone il lavaggio.

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La scarpa BIION dedicata a Spongebob



(foto Miriam De Nicolo’)

Il ministro della Difesa Roberta Pinotti ha incontrato la controparte USA riguardo la Libia

Oggi il ministro della Difesa Roberta Pinotti ha incontrato il segretario della difesa americano Ashton Carter a Bruxelles. I due ministri sono a Bruxelles per il vertice dei ministri della Difesa NATO.
Il segretario della Difesa americano ha rilasciato una dichiarazione in cui ringrazia l’Italia per il suo importante ruolo tra gli alleati in campi importanti come l’Afghanistan, i Balcani e l’Iraq e per gli sforzi italiani nel controllo del traffico aereo sopra le nazioni baltiche.


Carter ha ringraziato l’Italia anche per l’ospitalità dimostrata nei confronti dei 13.500 americani, tra soldati e le loro famiglie, che svolgono il loro servizio in italia. I due leader hanno anche discusso dell’importanza della stabilizzazione della Libia e del ruolo dell’Italia nella sicurezza dei confini meridionali dell’Europa.


Al di là di tutte le parole di circostanza l’argomento principale della discussione tra i due ministri è sicuramente stato la Libia. Sia Italia che USA sono stati tirati per i capelli nella guerra contro Muammar Gheddafi e sono ora molto preoccupati dai risultati della destabilizzazione dell’area che ne è risultata.


La Pinotti potrebbe aver discusso il piano italiano unilaterale per la Libia che Renzi e diversi esponenti del governo hanno più volte intimato di voler perseguire nel caso l’Europa non risponda in modo adeguato all’aumento del flusso migratorio dalla Libia all’Italia. Tra gli oppositori al piano italiano per l’Europa, curiosamente, ci sarebbe la Francia che la destabilizzazione libica l’ha provocato con l’avventata decisione di mandare i propri caccia in Libia senza il consenso preventivo di italiani e americani, come abbiamo scoperto dalle intercettazioni di wikileaks.

Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco: Jon Snow è la reincarnazione di Azor Ahai, il Principe che fu Promesso?

Le profezie di Azor Ahai e del Principe che fu Promesso, che ci accompagnano fin dal primo libro delle Cronache, costituiscono uno dei misteri più interessanti dell’intera saga di Martin. Sappiamo che un giorno un eroe leggendario risorgerà per combattere gli Estranei, ma la sua identità non è ancora stata rivelata. Possibile che le profezie si riferiscano a Jon Snow? Alla luce degli eventi presentati nell’ultimo libro l’ipotesi è tutt’altro che da scartare. Per sciogliere l’enigma analizzeremo nel dettaglio gli indizi presentati nelle Cronache, alla ricerca di prove che possano fornirci una risposta. Inizieremo studiando le profezie, tra le cui righe si nascondono tutti i requisiti che Jon dovrebbe soddisfare per poter ricoprire il ruolo di Azor Ahai rinato.




LA PROFEZIA DI AZOR AHAI RINATO

“There will come a day after a long summer when the stars bleed and the cold breath of darkness falls heavy on the world. In this dread hour a warrior shall draw from the fire a burning sword. And that sword shall be Lightbringer, the Red Sword of Heroes, and he who clasps it shall be Azor Ahai come again, and the darkness shall flee before him.”


“When the red star bleeds and the darkness gathers, Azor Ahai shall be born again amidst smoke and salt to wake dragons out of stone.”


Traduzione:

Negli antichi libri di Asshai sta scritto che verrà il giorno, dopo la lunga estate, in cui le stelle sanguineranno e il respiro gelido delle tenebre scenderà a incomberà sul mondo. In questa ora terribile, un guerriero estrarrà dal fuoco una spada fiammeggiante. Quella spada sarà la Portatrice di Luce, la Spada Rossa degli Eroi, e colui il quale la impugnerà sarà Azor Ahai reincarnato. E di fronte a lei le tenebre fuggiranno.


Quando la rossa stella sanguinerà e le tenebre s’addenseranno, Azor Ahai rinascerà tra il fumo e il sale per risvegliare i draghi dalla pietra.


Vale la pena sottolineare i punti salienti della profezia, perché ci torneranno utili in futuro:


1)Verrà il giorno, dopo una lunga estate (Melisandre, A Clash Of Kings)
2) In cui le stelle sanguineranno (Melisandre, A Clash Of Kings) / la stella rossa sanguinerà (Melisandre, A Storm of Swords)
3) E il respiro gelido delle tenebre scenderà sul mondo (Melisandre, A Clash of Kings) / la tenebra incomberà (Melisandre, A Storm of Swords)
4) In questa ora terribile, un guerriero (Azor Ahai) estrarrà dal fuoco una spada fiammeggiante (Portatrice di Luce) (Melisandre, A Clash of Kings)
5) Quando la rossa stella sanguinerà e le tenebre s’addenseranno, Azor Ahai rinascerà tra il fumo e il sale per risvegliare i draghi dalla pietra. (Melisandre, A Storm of Swords)




LA PROFEZIA DEL PRINCIPE CHE FU PROMESSO

In questo caso non esiste una versione completa della profezia, ma le Cronache sono piene di richiami più o meno espliciti alla figura del Principe. Ecco i punti principali:


1) La stella sanguinante (Maestro Aemon, A Feast for Crows)
2) Rinato tra il fumo e il sale (MaestroAemon, A Feast for Crows)
3) “I draghi lo dimostrano.” (Maestro Aemon, A Feast for Crows)
4) Il drago ha tre teste (Rhaegar Targaryen, A Clash of Kings)
5) Sua è la Canzone del Ghiaccio e del Fuoco (Rhaegar Targaryen, A Clash of Kings)




AZOR AHAI E IL PRINCIPE CHE FU PROMESSO SONO LA STESSA PERSONA

I romanzi delle Cronache del Ghiaccio e del Fuoco suggeriscono implicitamente che il Principe che fu Promesso (da qui in avanti PP) sia in realtà la reincarnazione di un antico eroe conosciuto con il nome di Azor Ahai (AA). Questo eroe era un guerriero leggendario che sconfisse gli Estranei durante la lunga notte, brandendo una spada di fuoco chiamata Portatrice di Luce (Lightbringer). In rete c’è un dibattito molto acceso sull’intercambiabilità delle figure di PP e AA: in base a quanto rivelato finora, sembra che AA sia il nome dato al guerriero delle leggende, mentre PP venga più propriamente utilizzato per indicare la sua reincarnazione. Tuttavia, Martin non ha mai fornito alcun collegamento esplicito tra le storie riguardanti Azor Ahai e la profezia del Principe che fu Promesso. Analizzando le citazioni presentate in apertura, provenienti da fonti diverse, notiamo comunque alcune interessanti sovrapposizioni: entrambe riportano una o più stelle sanguinanti e parlano di una “rinascita tra fumo e sale”, così come del ritorno dei draghi. Ulteriori indizi emergono in seguito alla conversazione tra Melisandre e Aemon, spiata da Samwell Tarly, nella quale il vecchio maestro della cittadella menziona una misteriosa “guerra per l’alba” fornendo alcuni riferimenti che la Sacerdotessa Rossa non contesta.


Di fatto, nonostante Melisandre stia parlando di AA ed Aemon di PP i due si comportano come se la figura di riferimento sia la stessa. Alcune righe più avanti Aemon contesta a Melisandre di aver interpretato scorrettamente i segni, scegliendo come campione un falso portatore di Luce (Stannis Baratheon): così facendo il Maestro della Cittadella dimostra di conoscere anche i dettagli della profezia riguardanti la spada infuocata, e questo è un dettaglio che appiana ancora di più le differenze tra Azor Ahai e il Principe che fu Promesso. Infine Aemon, riferendosi alla rinascita tra il fumo e il sale sotto una stella insanguinata, parla di “una profezia” e non della profezia. Tenendo in conto tutte queste sovrapposizioni, sembra naturale assumere che Azor Ahai e il Principe che fu Promesso siano in realtà la stessa persona. Ma a questo punto sorge spontanea una domanda: chi è la vera reincarnazione dell’eroe leggendario che sconfisse gli Estranei?




JON SNOW E LE PROFEZIE

Molti sono certi che si tratti di Daenerys Targaryen, mentre una piccola minoranza ritiene che PP sia un altro personaggio. In passato sono state avanzate ipotesi che riguardavano tra gli altri Bran Stark, Beric Dondarrion, Davos Seaworth e Sandor Clegane, perché ciascun di loro presenta qualche tipo di relazione con la profezia. Eppure, alla luce degli sviluppi di trama mostrati da Martin nell’ultimo libro delle Cronache il nome più accreditato è un altro, quello di Jon Snow. Nella maggior parte delle conversazioni che riguardano le profezie non viene citato, ma il capitolo finale dell’ultimo libro cambia le carte in tavola:


Citazione da A Dance with Dragons, Jon XIII:


The screaming had stopped by the time they came to Hardin’s Tower, but Wun Weg Wun Dar Wun was still roaring. The giant was dangling a bloody corpse by one leg […] He swung the dead knight against the grey stone of the tower, again and again and again, until the man’s head was red and pulpy as a summer melon. The knight’s cloak flapped in the cold air. Of white wool it had been, bordered in cloth-of-silver and patterned with blue stars. Blood and bone were flying everywhere […] The dead man was Ser Patrek of King’s Mountain; his head was largely gone, but his heraldry was as distinctive as his face. Then Bowen Marsh stood there before him, tears running down his cheeks. “For the Watch.” He punched Jon in the belly. When he pulled his hand away, the dagger stayed where he had buried it. Jon fell to his knees. He found the dagger’s hilt and wrenched it free. In the cold night air the wound was smoking.


La scena che racconta la morte di Jon contiene alcuni importanti dettagli riconducibili alle profezie:


1) La stella che sanguina è Ser Patrek Mallister: sul suo araldo insanguinato sono disegnate delle stelle blu

2) Dalle ferite di Jon esce del fumo

3) Il sale proviene dalle lacrime di Bowen Marsh

4) L’oscurità sta per calare sul mondo, l’Inverno è alle porte (leggi il nostro approfondimento)


I punti che abbiamo elencato soddisfano solamente quattro dei sei requisiti della profezia di Azor Ahai rinato. E gli altri due? Portatrice di Luce potrebbe essere Lungo Artiglio (Longclaw), la spada che Jon ricevette da Jeor Mormont dopo avergli salvato la vita: sappiamo che la sua lama fu forgiata nei fuochi dell’antica Valyria (In questa ora terribile, un guerriero estrarrà dal fuoco una spada fiammeggiante) e sappiamo anche che, a differenza delle armi convenzionali, è in grado di uccidere gli Estranei (un dettaglio che compare solamente nella serie TV). Ma l’indizio più concreto arriva dallo stesso Jon, che in uno dei capitoli PoV di A Dance With Dragons ha un sogno profetico:


Burning shafts hissed upward, trailing tongues of fire. Scarecrow brothers tumbled down, black cloaks ablaze. “Snow,” an eagle cried, as foemen scuttled up the ice like spiders. Jon was armored in black ice, but his blade burned red in his fist. As the dead men reached the top of the Wall he sent them down to die again. He slew a greybeard and a beardless boy, a giant, a gaunt man with filed teeth, a girl with thick red hair. Too late he recognized Ygritte. She was gone as quick as she’d appeared.


Nel sogno Jon impugna una lama rossa fiammeggiante che usa per respingere i non-morti dalla barriera. Con quella stessa spada Jon uccide una ragazza dai folti capelli rossi (a girl with thick red hair), che solo in un secondo momento riconosce essere l’amata Ygritte. Questo è un dettaglio fondamentale, come vedremo a breve.


Da uno scambio di battute tra Davos Seaworth e Salladhor Saan veniamo a conoscenza del fatto che la spada leggendaria di Azor Ahai venne forgiata tre volte prima di acquisire le proprietà magiche necessarie ad uccidere gli Estranei (A Clash of Kings, Capitolo 10):


“Darkness lay over the world and a hero, Azor Ahai, was chosen to fight against it. To fight the darkness, Azor Ahai needed to forge a hero’s sword. He labored for thirty days and thirty nights until it was done. However, when he went to temper it in water, the sword broke. He was not one to give up easily, so he started over. The second time he took fifty days and fifty nights to make the sword, even better than the first. To temper it this time, he captured a lion and drove the sword into its heart, but once more the steel shattered. The third time, with a heavy heart, for he knew before hand what he must do to finish the blade, he worked for a hundred days and nights until it was finished. This time, he called for his wife, Nissa Nissa, and asked her to bare her breast. He drove his sword into her breast, her soul combining with the steel of the sword, creating Lightbringer”


Il racconto di Salladhor Saan ci dice che Azor Ahai, dopo ripetuti fallimenti, dovette sacrificare l’amata Nissa Nissa per forgiare la vera Portatrice di Luce. Questo si ricollega direttamente sia al sogno di Jon che alla sua esperienza durante la battaglia contro i Bruti al Castello Nero, nella quale causa la morte di Ygritte.


A questo punto resta da discutere solamente l’ultimo requisito della profezia, ovvero la rinascita. Sappiamo che Jon è morto, a meno di sviluppi inattesi, e che il suo decesso è avvenuto in circostanze che richiamano sia la leggenda di AA che la profezia riguardante PP (la stella insanguinata, le ferite fumanti e il sale). Tuttavia, se Jon è effettivamente la reincarnazione di Azor Ahai è indispensabile che resusciti, in un modo o nell’altro.



IL POSSIBILE RUOLO DI MELISANDRE

In A Dance With Dragons c’è un intero capitolo PoV dedicato a Melisandre, dal quale apprendiamo che la Sacerdotessa Rossa crede fermamente nelle sue visioni. Questo capitolo ci permette anche di conoscere tutti i suoi difetti, soprattutto la tendenza a commettere errori per la fretta di trarre conclusioni.


Da A Dance with Dragons, Melisandre:

Yet now she could not even seem to find her king. I pray for a glimpse of Azor Ahai, and R’hllor shows me only Snow.


Melisandre crede che la reincarnazione di Azor Ahai sia Stannis Baratheon, eppure tutte le sue visioni sono soggette ad interpretazione. L’indizio decisivo è contenuto nel passo che vi abbiamo appena riportato: Melisandre prega R’hllor affinché le mostri Azor Ahai, ma tutto ciò che vede è Snow. In Inglese “snow” significa neve, ma qui il termine compare con la ‘S’ maiuscola, ad indicare un nome proprio. Con ogni probabilità, il riferimento è a Jon Snow. In altre circostanze questo dettaglio passerebbe inosservato, ma gli ultimi sviluppi della trama lo trasformano in un elemento fondamentale per le profezie. Dopo aver assisitito alle circostanze dell’assassinio di Jon Snow, che abbiamo già elencato, Melisandre potrebbe dare una nuova interpretazione alle sue visioni. Così come Thoros di Myr, anche la sacerdotessa ha il potere di resuscitare i morti: se si convincesse che Jon è la reincarnazione di Azor Ahai potrebbe riportarlo in vita, soddisfacendo così l’ultimo requisito della profezia.




JON E’ LA CANZONE DEL GHIACCIO E DEL FUOCO

Durante la sua visita alla Casa degli Immortali Daenerys Targaryen sperimenta delle visioni. In una compare il fratello Rhaegar intento a discutere con la moglie Elia Martell in merito al destino del loro secondogenito Aegon, nato da poco. Rhaegar è convinto che Aegon sia la reincarnazione di Azor Ahai. Al termine della visione, il principe Targaryen fornisce due elementi essenziali per le profezie: afferma che il Drago ha tre teste, e che il bambino incarna la Canzone del Ghiaccio e del Fuoco (“Aegon… What better name for a King! He is the prince that was promised, and his is the song of ice and fire”).


Per il momento non sappiamo cosa sia accaduto ad Aegon al termine della Guerra dell’Usurpatore, ma non è da escludere che il bambino sia sopravvissuto. In effetti, in A Dance with Dragons Tyrion Lannister incontra un giovane che afferma di essere Aegon.


Tratto da wiki.ghiaccioefuoco.com:

A bordo della Fanciulla Pudica, un ragazzo che sostiene di essere Aegon spiega a Tyrion Lannister della sua presunta sopravvivenza. Secondo il suo resoconto, il neonato ucciso durante il Sacco di Approdo del Re era il il figlio di un tintore di pellami nato nel Vicolo delle Latrine, una via di Approdo del Re. La madre del bambino muore di parto e il tintore lo vende a lord Varys per una brocca di vino dorato di Arbor. Varys organizza poi lo scambio dei due neonati e ad Elia viene consegnato il figlio del tintore (che Tyrion soprannomina il Principe delle Latrine), mentre a Varys viene dato in custodia il vero Principe Aegon. [29] Tyrion Lannister deduce il resto della storia. Una volta che il falso neonato è “sicuramente morto”, Varys porta in segreto il vero Aegon Targaryen al di là del Mare Stretto e lo affida prima a Illyrio Mopatis ed infine gli trova un padre adottivo, il lord esiliato Jon Connington. Aegon non si esprime sulle deduzioni di Tyrion. [29] C’è un indizio che fa pensare che Tyrion possa nutrire dei dubbi sul fatto che Aegon sia davvero Aegon, il figlio di Rhaegar ed Elia e legittimo erede del Trono di Spade. Quando Griff il Giovane perde la partita di cyvasse dopo essere stato ingannato da Tyrion, si arrabbia così tanto da scaraventare a terra il tavolo con un calcio e poi ordinare subito a Tyrion di raccogliere i pezzi.


La vera identità del ragazzo rimane dubbia, ma se si trattasse effettivamente di Aegon avremmo già due teste del Drago (la prima è Daenerys). E la terza? Una teoria molto popolare, cui abbiamo dedicato un ampio approfondimento, sostiene che Jon Snow sia figlio di Rhaegar Targaryen e Lyanna Stark. Se confermata, questa teoria (conosciuta con l’acronimo di R+L=J) potrebbe costituire la prova decisiva del collegamento tra Jon e le profezie di AA e PP: il sangue Targaryen rappresenta il fuoco, il sangue Stark il ghiaccio, quindi Jon incarnerebbe alla perfezione la Canzone del Ghiaccio e del Fuoco e diverrebbe la terza testa del Drago. Ovviamente, affinche Jon sia la reincarnazione di Azor Ahai è necessario escludere dall’equazione sia Daenerys che Aegon. Entrambi potrebbero essere a buon diritto Azor Ahai rinato. A favore di Aegon ci sono solamente le parole di Rhaegar, che così come Melisandre potrebbe essere caduto in errore. Daenerys invece soddisfa tutti i requisiti della profezia, eccetto uno: non possiede alcuna spada, a meno che non si consideri la leggenda della Portatrice di Luce in senso figurato (in questo caso la spada sarebbe una rappresentazione simbolica dei draghi).




CONCLUSIONE

L’ipotesi che Jon Snow sia la reincarnazione di Azor Ahai è indubbiamente suggestiva, ma per il momento si regge su una fragile impalcatura costituita esclusivamente da indizi ed ipotesi. In particolare, molti dei requisiti necessari per collegare Jon alle profezie devono ancora essere soddisfatti, prima fra tutti la sua resurrezione. A questo punto esistono due risposte alla domanda che ci eravamo posti in apertura, una dettata dal cuore, l’altra dalla ragione. Il cuore ci spinge a promuovere l’ipotesi più accattivante: Jon Snow è Azor Ahai rinato e sua è la canzone del Ghiaccio e del Fuoco. La ragione ci obbliga invece a scegliere Daenerys, perché la regina dei draghi ha già dimostrato di possedere tutti i requisiti necessari a ricoprire il ruolo di Azor Ahai rinato. Per avallare quest’eventualità non dobbiamo supporre nulla, i segni si sono già manifestati. Va riconosciuto, però, che con il trascorrere del tempo Jon si è ritagliato un ruolo di primo piano all’interno delle Cronache: possibile che Martin abbia costruito un mistero così fitto sulle origini del bastardo di Grande Inverno per nulla? Noi non lo crediamo.

Appaiono le prime crepe nel fronte siriano anti-ISIS

Il fronte anti-ISIS in Siria sta ottenendo i primi successi di una certa importanza e per la prima volta dopo anni di lotta sembra intravedersi la possibilità di liberare buona parte del territorio siriano dai militanti del califfato ma ora potrebbe esserci uno stop, perché?
I curdi del YPG stanno prendendo il sopravvento e stanno frustrando gli sforzi delle altre forze coinvolte.


Il leader dei curdi siriani, però, respinge questa ricostruzione dei fatti e in una intervista a Foreign Policy ribadisce: “Le persone dovrebbero crederci. Non faremo nessuno sbaglio. Noi siamo per l’unione di tutti e per vivere insieme”.


Le forze curde stanno avanzando nel nord della Siria e stanno conquistando sempre più avamposti, uno degli ultimi è Tal Abyad ma le forze dell’YPG non si sono fermate qui, i curdi sono arrivati a Ain Issa, a soli 30 minuti da Raqqa, la capitale del Califfato Islamico. Per continuare ad avanzare, però, i leader curdi dovranno, per forza, avere a che fare con l’Esercito di liberazione siriano e con i potenti vicini turchi. Non sarà semplice.


L’YPG ha combattuto nell’area di Ain Issa con un insieme di gruppi siriani anti-regime chiamato Euphrates Volcano e se vuole marciare sulla capitale del califfato non potrà farne a meno, peccato che alcuni membri di questo gruppo sembra già si stiano rifiutando di combattere con i curdi, accusandoli di pulizia etnica. Secondo alcuni gruppi di combattenti i curdi starebbero bruciando le case e cacciando gli abitanti di origine araba o turcomanna.


L’YPG, chiaramente, nega le accuse e, anzi, aggiunge che molti abitanti arabi stanno tornando alle loro case dopo che le avevano abbandonate durante l’occupazione ISIS. Molto probabilmente alcune violenze ci sono state ma contro i supporter dell’ISIS che sono rimasti nell’area. Una violenza caratteristica delle guerre civili, un regolamento di conti.


I curdi non fanno nulla, nella pratica, per allontanare questi sospetti. La coalizione ha tentato di mandare una squadra d’ispezione per controllare le accuse ma l’YPG ha negato l’accesso a Tal Abyad adducendo come motivo che alcuni membri della coalizione hanno fatto diversi dichiarazione a favore di daesh, il dispregiativo con cui viene chiamato ISIS nell’area, per cui non sarebbero benvoluti nell’area.


La sfiducia è reciproca, uno dei leader di questi gruppi ha fatto una dichiarazione a Foreign Policy di questo tenore: “I curdi sono come il diavolo, ti mostrano il loro lato bello e nascondono quello brutto”.
Abua Ali, leader di Jaysh al-Qassas, ha dichiarato questo dopo aver lasciato Tal Abyad dove aveva combattuto con i curdi e dove questi ultimi, a vittoria ottenuta, si sono rifiutati di esporre anche la loro bandiera, come da accordi, issando solo quella curda.


La lotta è ancora lunga, Kobane, la città simbolo di questa guerra, è forse ricaduta nelle mani dell’ISIS e il califfato avrà gioco facile a riconquistare l’area appena persa se queste tensioni non passeranno in secondo piano rispetto all’obiettivo principale, la cacciata del califfato dalle loro terre.

Emporio Armani alla Milano Moda Uomo

Da via Bergognone al civico 59, Armani ha fatto il suo primo ingresso alla Milano Moda Uomo lasciando sfilare la linea Emporio Armani che per la primavera – estate 2016 parla diverse lingue e stili senza esagerazioni né stravaganze.

Le contaminazioni all’interno della sua collezione sono tipicamente urban, metropolitane, ma non si dimenticano del fascino tutto maschile fatto di abiti dal taglio lungo e regolare, tessuto pulito, toni su toni. L’uomo Emporio Armani infatti si lascia trasportare dalla ventata orientale rimanendo saldamente occidentale, ripensa alla moda classica in un’ottica moderna fondendo alcuni stili come il colletto alla coreana con le giacche insellate, indossa soprabiti lunghi alternandoli ai caban dalla vestibilità morbida e combina le t-shirt di seta con pants in nappa.

I tratti distintivi del marchio non sono stati stravolti e per la primavera – estate 2016 l’uomo Emporio Armani vivrà la sua eleganza completandola con maxi zaini in pelle, piccoli baschi abbinati a sunnies, sciarpe colorate e foulard in seta, senza dimenticare un punto saldo quale il denim e le tonalità del grigio, perla, verdone, blu, petrolio, sabbia.

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(foto: milanomodauomo.it)

La Risurrezione di Cristo di Piero della Francesca

Il celebre affresco, miracolosamente scampato ai drammatici eventi della seconda guerra mondiale, è custodito nel Museo Civico di Sansepolcro (AR).

Al di là di un’immaginaria apertura, Gesù si erge sul sepolcro ridestandosi alla vita, mentre quattro soldati romani giacciono vinti dal sonno.

La figura del Risorto è solenne e divide in due parti il paesaggio. Quello a sinistra, infatti, è invernale e arido; quello a destra, primaverile e rigoglioso: è il segno che il passaggio di Cristo dalla morte alla vita coinvolge l’intera natura.

È evidente il contrasto tra la parte inferiore e terrena dei soldati e quella superiore della divinità, che sempre vigila.


La Risurrezione di Cristo di Piero della Francesca


La costruzione geometrica della composizione rende i personaggi quasi astratti e immutabili, come dei tipi definitivamente caratterizzati. A questo effetto contribuisce la costruzione «atletica» della figura di Cristo, ben eretta e modellata anatomicamente come una statua antica, con un ginocchio appoggiato sul bordo, a sottolinearne l’uscita dal sarcofago, e la mano destra che regge il vessillo crociato, emblema del suo trionfo. Egli viene consapevolmente dipinto al di fuori delle regole prospettiche che imporrebbero una veduta dal basso, come avviene per le teste dei soldati. Cristo appare così sottratto alle leggi terrene dello spazio e del tempo per essere eternamente presente.


La linea dell’orizzonte mette in risalto la spalle e la testa di Cristo. Il cielo sullo sfondo è sfumato, perché l’artista pone l’evento della risurrezione all’alba. Questo particolare va compreso in senso cronologico, ma, soprattutto, in senso simbolico: è l’alba di un mondo nuovo che sta sorgendo davanti agli occhi degli osservatori.

Gesù emerge dal sepolcro scoperchiato senza staccarsi da terra, in modo naturale sebbene trionfante, perché non più in balia della morte ma tornato alla vita.

Milano Moda Uomo: la sfilata di Stella Jean

Lo stile si mescola alla narrativa – Stella Jean non perde occasione di “raccontare” la sua collezione uomo per la primavera/estate 2016.

E’ un uomo che ama incrociare culture e tradizioni nella sua fitta rete di conoscenze, cui si presenta con righe verticali e orizzontali, un decumano che ci riporta alle origini italo-haitiane della stilista, cresciuta in una famiglia multiculturale.

L’uomo Stella Jean veste i colori creativi e frizzanti del Burkina Faso, il guizzo dell’arancio, la freschezza del lino. I contrasti sono forti come l’incontro tra il parka e i sandali in stile metropolitano; la giacca ed il trench si uniscono ai bermuda e ai costumi stampati, un richiamo forte dall’equatore a cui l’uomo non sa rinunciare.

Il valore della collezione primavera-estate 2016 Stella Jean è potenziato dall’artigianalità dei capi, prodotti creativi delle donne che lavorano nei villaggi del Burkina Faso, in nome della valorizzazione di asset locali che si proiettano in un sistema di reti globali.

Guarda la collezione uomo primavera-estate 2016 di Stella Jean:


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La bandiera confederata come fenomeno pop

Provando a cercare la bandiera confederata americana sui principali siti di e-commerce si trovano una infinità di gadget griffati con la bandiera della confederazione che ha perso la guerra di secessione. Fibbie per la cintura, bandane, caschi per moto, gemelli, cover per il telefono oltre che, chiaramente, magliette e felpe. Come è possibile che la bandiera degli stati sudisti della confederazione sia ancora così in voga?


La bandiera confederata sventolava sul palazzo del governo della South Carolina, ad esempio, fino ai fatti di Charleston dopo i quali la governatrice ha deciso di ammainarla definitivamente. Lo stesso giorno Walmart, la più grande catena di supermercati americana, ha deciso di togliere tutti gli oggetti con la bandiera dai suoi negozi, così ha deciso di fare Sears e hanno seguito anche i grandi negozi online come eBay e Amazon.


Negli Stati Uniti questo movimento anti-bandiera è rivoluzionario. Nonostante anche il presidente Obama abbia dichiarato che quella bandiera dovrebbe essere relegata ai musei il simbolo della confederazione appare nelle bandiere di ben 7 stati americani.
La bandiera confederata è storicamente presente nella cultura americana, esiste un quadro di Larry Rivers esposto alla Tate che si chiama Confederate Soldier, c’è in un album tra i più famosi di sempre come Sweet Home Alabama dei Lynyrd Skynyrd e in televisione chi non si ricorda di Hazzard, in cui i cugini Duke scorazzano per le strade della Georgia su di una Dodge Charger chiamata General Lee con una gigantesca bandiera confederata sul tettuccio.


La bandiera confederata è diventata con il tempo non solo un simbolo di un insieme di stati razzisti che hanno provocato un guerra civile tra le più sanguinose della storia per conservare il diritto di possedere schiavi africani ma è diventato anche un simbolo di ribellione, libertà, coraggio e cameratismo per alcuni e per altri un simbolo di codardia, e sconfitta per altri. La bandiera confederata è apparsa anche al San Paolo, sventolata dai tifosi del Napoli come simbolo meridionalista. Un parallelo tra stati liberi, ricchi e indipendenti conquistati dai loro vicini settentrionali.


La bandiera era stata, di nuovo, al centro delle polemiche un paio d’anni fa quando il rapper Kanye West, un afro-americano, l’aveva usata su di una sua linea di vestiti. La trovata pubblicitaria di Kanye aveva fatto partire un dibattito nazionale sul significato vero e proprio della bandiera. Comunque sia, da quando Amazon ha annunciato che toglierà i prodotti riconducibili alla bandiera confederata dal proprio e-shop americano le vendite sono aumentate in modo vertiginoso.

Milano Moda Uomo: la sfilata di Ermanno Scervino p/e 2016

COLLEZIONE UOMO PRIMAVERA ESTATE 2016
NATURAL GLAM

In uno sfondo optical fatto di righe, sfila la collezione Primavera-Estate 2016 di Ermanno Scervino.

Contaminazioni militari e combinazioni inattese fatte di infradito accompagnate da maglie tricot e  giacche in macro pied-de-poule.

Una collezione che gioca e sperimenta gli accostamenti tra fibre naturali – iuta, canapa, lino, cotone/carta – per un effetto sorpresa in cui l’uomo ne esce come originale vincitore.

L’uomo veste militare ma non va in guerra, amoreggia seducendo con spille, eleganti foulards, fili di paillettes e preziosi intarsi floreali.

Il camouflage smorza la sua natura selvaggia con il pied-de-poule, le cravatte diventano accessori-comparsa: si (s)coprono sotto le giacche o fanno capolino dalla maglia.

L’uomo Scervino indossa la giacca Napoleonica che diventa piumino o caban in canapa – chiamerà anch’egli la sua bella Giuseppina per chiederle di attenderlo a braccia aperte?  Nel frattempo confonde con le sue righe che dal collo si spostano in maniera vertiginosa verso il basso.

Guarda la collezione Ermanno Scervino Primavera – Estate 2016 

Around the world: Slovenia all’Auditorium di Milano

Lunedì 22 giugno alle ore 20.30 si è tenuto il secondo concerto della rassegna musicale “Around the world” pensata per Expo 2015 da laVerdi.

Presso l’Auditorium di Milano in largo Mahler, l’Orchestra Sinfonica di Milano Giuseppe Verdi, dietro la conduzione del direttore d’orchestra Francesco Maria Colombo, ha eseguito una serie di brani della tradizione musicale slovena.

E’ quindi la Slovenia la nazione scelta per questo appuntamento volto a mostrare come la musica delle culture più lontane abbia una base comune, che renda tutti gli autori presentati “comprensibili” e capaci di coinvolgere la nostra intelligenza.

Le introduzioni ai brani del direttore Francesco Maria Colombo ne sono una prova: collegamenti storico-culturali correlati di fotografie e documenti che tengono viva l’attenzione in sala, un modo nuovo e interattivo di raccontare la musica e introdurre un neofita allo straordinario mondo delle sale da concerto.

Con la “Sinfonia per archi in re maggiore” di Giuseppe Tartini è iniziata la serata, una figura europea che passa la vita a girovagare per l’Italia e noto per aver composto la celeberrima sonata “Trillo del Diavolo”.

Ha seguito la “Seconda Suite per archi” di Marijan Lipovšek, unico fra gli autori in programma ad aver visto realizzarsi la nazione slovena.

Con il “concerto per arpa e orchestra” di Lucijan Marija Škerjanc fa il suo ingresso Elena Piva, la solista che dal 2000 ottiene il posto di Prima Arpa presso laVerdi e si conclude con Blaž Arnič e l’Ouverture a un’opera comica (purtroppo mai realizzata).

INFO E PRENOTAZIONI:

Auditorium di Milano Fondazione Cariplo, largo Mahler, orari apertura: martedì – domenica ore 14.30 – 19, telefono 02.83389401/2/3; biglietteria via Clerici 3 (Cordusio), orari apertura: lunedì – venerdì ore 10 – 19, sabato ore 14 – 19, telefono 02.83389.334; on line www.laverdi.org o www.vivaticket.it.

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“Around the world” il viaggio musicale insieme a Francesco Maria Colombo 

La Risurrezione di Lazzaro di Caravaggio

Nel quadro, oggi custodito nel Museo Regionale di Messina, Caravaggio ha immaginato la scena in un luogo chiuso, una catacomba, sul cui pavimento appaiono teschi e ossa di defunti. Per tutta l’altezza della pala, sulla sinistra, il pittore ha rappresentato un pilastro che svetta come una torre a definire lo spazio. Qui era stato seppellito Lazzaro, un amico di Gesù.

In questo luogo, nel quale la morte aveva celebrato la sua ennesima vittoria, entra il Signore della vita. Come Dio nella Creazione di Adamo di Michelangelo chiamava all’esistenza l’umanità stendendo la sua mano, così Gesù allunga il suo braccio chiamando nuovamente alla vita colui che era sceso nella fossa.


La Risurrezione di Lazzaro di Caravaggio


E quella fossa si apre al comando di Gesù: accanto a lui vediamo un uomo che, inondato dalla luce, solleva la pietra tombale permettendo, così, che altri conducano fuori il cadavere di Lazzaro. La luce, che è la protagonista di tante opere di Caravaggio, qui diventa materia salvifica che squarcia l’oscurità dell’antro e definisce i vari personaggi.

Tutti rimangono strabiliati di fronte al miracolo di uno che, morto da quattro giorni e ormai in decomposizione, ritorna alla luce. Tra loro si evidenziano un uomo dietro il Cristo, del quale si intravede il volto con l’espressione della bocca nell’atto di gridare, e il necroforo che sorregge il cadavere.


Il corpo di Lazzaro, semicoperto da un lenzuolo, è colto in una rigida posizione diagonale, nello straordinario e difficile equilibrio tra la vita e la morte. Mentre la sua mano sinistra si solleva dalla zona del teschio e delle ossa, la destra è energicamente sollevata per rispondere al gesto di Cristo e costituisce il punto centrale della tela.

Sul lato destro Marta e Maria, sorelle di Lazzaro, si protendono in un atto di affetto verso il fratello, accogliendo con fede e gratitudine Cristo, vera luce del mondo.

ISIS sta conquistando Gaza?

A giugno ci sono stati diversi attacchi che sono partiti dalla striscia di Gaza verso la città di Ashkelon, niente di strano verrebbe da pensare ma questa volta la rivendicazione è venuta da un gruppo che si ispira allo Stato Islamico e che ha promesso che ci saranno molti nuovi attacchi.
Il primo ministro Netanyahu non perde occasione di paragonare Hamas con l’ISIS e questa volta potrebbe provare sulla sua pelle la differenza tra le due organizzazioni.


Nella realtà Hamas sta tentando di combattere i primi gruppuscoli che stanno nascendo all’interno della striscia che cercano di emulare il Califfato. Gli estremisti che si ispirano all’ISIS stanno portando avanti una strategia del terrore nel territorio di Gaza con lo scopo di far barcollare la pace con Israele. Hamas, dal canto suo, sta combattendo con forza questo fenomeno che minaccia di erodere il suo potere nella striscia.


La cosa preoccupante è che questi gruppi stanno avendo supporto anche da alcuni ali radicali all’interno di Hamas, quelle che vorrebbero tornare in guerra con Israele, esplicativo è l’esempio del militante ucciso dalla polizia in casa sua durante una retata questo mese, il ragazzo faceva parte delle brigate al-Qassam, l’ala armata di Hamas, prima di passare a un gruppo radicale.


Queste divisioni stanno creando un problema difficile da risolvere a Gaza, l’ala moderata di Hamas sta cercando di negoziare una tregua a lungo termine con Israele ma buona parte del gruppo non supporta questa politica. Molti militanti sono convinti che con Israele non ci debba essere nessun tipo di accordo.


Hamas, nonostante abbia già combattuto tre guerre da quando è salita al potere con le elezioni parlamentari del 2006, è vista come troppo conciliante e secolare. I radicali hanno preso di mira militanti di Hamas, internet café, videoteche e altri negozi e luoghi considerati immorali.


Le tensioni tra islamisti radicali e Hamas non sono una novità, un leader di un gruppo legato a al-Qaeda aveva dichiarato l’istituzione di un emirato islamico a Rafah, Hamas aveva subito mandato un gruppo armato alla sua moschea e aveva ucciso lui e tutti i suoi supporter. Una reazione così violenta aveva subito calmato le acque.


I gruppi che stanno emergendo ora, però, sono del tutto nuovi e preferiscono stare nell’ombra quanto più possibile ma sono violenti. Alcuni militanti di uno di questi gruppi ha ucciso un ufficiale governativo di Hamas davanti a casa sua, ha lanciato colpi di mortaio su un campo di addestramento e bombardato il consolato francese due volte.


Non c’è ancora stato nessun apparentamento vero e proprio ma questi gruppi hanno iniziato a usare molti simboli chiaramente riconducibili all’ISIS. Il califfato stesso non ha ufficialmente riconosciuto di avere affiliati all’interno della striscia di Gaza.


I radicali sono in minoranza schiacciante all’interno di Gaza ma la loro tattica di provocazione potrebbe funzionare e una nuova guerra con Israele non farebbe che far aumentare le fila dei nuovi gruppi. Hamas, comunque, ha assicurato Israele riguardo il suo impegno nei confronti del cessate il fuoco e per tutta risposta gli israeliani hanno deciso di rispondere in modo simbolico agli ultimi attacchi di razzi Qassam: i caccia israeliani si levano in volo molte ore dopo gli attacchi e lasciano il tempo ad Hamas di evacuare i propri campi prima che siano colpiti.


Quello che è certo è che ci sarà uno scontro tra le due fazioni, è inevitabile, e Israele e Hamas saranno più vicine che mai in quel momento.

Che cos’è The Western Book of Dead di True Detective?

True Detective ha sconvolto la scorsa stagione televisiva. Per la prima volta nella storia della televisione una serie è salita al livello del cinema. Un unico sceneggiatore, un unico regista e star nei ruoli da protagonisti. Le recensioni entusiaste si sono susseguite senza pausa e Nic Pizzolato e Cary Fukunaga, sceneggiatore e regista hanno spiccato il volo verso l’olimpo di Hollywood.


Abbandonato Fukunaga Nic Pizzolato ha scritto anche questa seconda serie, ambientata a Vinci, un paesino californiano in cui Ray Velcoro (Colin Farrel), Frank Semyon (Vince Vaughn), Antigone “Ani” Bezzerides (Rachel McAdams) e Paul Woodrugh (Taylor Kitsch) si daranno battaglia.


Vinci è la versione di fantasia di Vernon, un paese da 90 abitanti e 1.800 aziende. Nel 2010 il LA Times ha scritto un articolo su Vernon e su come questo minuscolo paese sia diventato un ricettacolo di corruzione in cui gli amministratori locali si sono arricchiti partecipando in losche operazioni commerciali. Alcuni di questi amministratori vivevano in “ordinate case di legno con prati verdi strizzate in mezzo a ciminiere, fabbriche alimentari, industrie pesanti, centrali elettriche e tralicci dell’alta tensione”. Un po’ come la casa di Ray Velcoro in True Detective 2. Come se non bastasse anche a Vinci si parla di una inchiesta giornalistica sul paese.


I protagonisti sono Ray Velcoro (Colin Farrell): il detective di Vinci che prima lavorava per lo Sceriffo della Contea di Los Angeles. La moglie di Velcoro è stata stuprata e picchiata e dopo nove mesi ha messo al mondo un figlio. Frank Semyon ha dato a Ray informazioni sullo stupratore e da allora il poliziotto è diventato uno scagnozzo al soldo del malavitoso. Ray Velcoro, uno che beve molto e si arrabbia facilmente, è messo ad investigare sulla scomparsa di Caspere.


Il personaggio di Vince Vaughn, Frank Semyon è un losco uomo d’affari che mette le mani su un appalto per l’alta velocità con l’aiuto di Ben Caspere, l’amministratore di Vinci e della moglie, Jordan (Kelly Reilly).


Altro personaggio che sarà importante è Paul Woodrugh (Taylor Kitsch), un poliziotto stradale che è stato sospeso dopo essere stato accusato da una celebrità di averla importunata sessualmente durante un controllo in strada. Un veterano dell’esercito, con una dipendenza da Viagra e con delle misteriose cicatrici.


Antigone “Ani” Bezzerides (Rachel McAdams) è un agente dello Sceriffo della Contea di Ventura che si occupa di un caso di persona scomparsa. Una persona che ha problemi con la sua sessualità, con l’acool, le scommesse e, probabilmente, con la droga. Ani ha un rapporto difficile con la sorella, una porn star del web e con il padre hippie.


Ben Caspere è invece l’ex amministratore di Vinci, in combutta con Frank Semyon, che viene trovato morto, con gli occhi rimossi e una ferita all’inguine. Il suo cadavere viene lasciato a lato di una strada sotto un cartello di una delle società di Semyon.


Tutti però sono stati incuriositi dal titolo della prima puntata di True Detective 2: The Western Book of Dead. Potete leggerlo qui. Sembra essere uno strano trattato hippie degli anni ’70 che spiega come gli uomini si siano evoluti dalla materia, abbiano trovato dio, perso dio, trovato il nichilismo, trovato l’arte, trovato sollievo in sesso, droghe psichedeliche e necrofilia, abbandonato la morale e siano diventati infelici “pezzi di materia come macchine senza scopo e enigmatici”.

Il Cenacolo di Leonardo da Vinci

Il dipinto, che copre una parete del refettorio del Convento di Santa Maria delle Grazie in Milano, si riferisce al racconto dell’ultima cena, consumata da Gesù prima della sua morte, in base al Vangelo di Giovanni: Gesù annuncia che verrà traditoda uno dei suoi amici. Leonardo modifica lo schema iconografico tradizionale per esprimere il significato più intimo e profondo dell’episodio.

In una sala semplice e armoniosa, in primo piano appare la lunga tavola della cena. Alcuni elementi prospettici, come il soffitto a cassettoni, gli arazzi alle pareti e le tre finestre del fondo, concorrono a definire l’ambiente.


Il Cenacolo di Leonardo da Vinci


Al centro è la figura di Cristo, dalla forma piramidale per le braccia distese. Ha il capo reclinato, gli occhi socchiusi e la bocca appena discostata, poiché ha appena finito di pronunciare la frase più triste che sia uscita dalle sue labbra: «In verità vi dico: uno di voi mi tradirà». Con il suo atteggiamento di serenità intima e profonda, Gesù costituisce l’asse centrale della scena, non solo sotto l’aspetto stilistico e prospettico, ma anche sotto il profilo simbolico e spirituale. Ogni particolare è esposto con grande accuratezza e le pietanze e le stoviglie presenti sulla tavola concorrono a bilanciare la composizione.

Attorno a Gesù gli apostoli sono disposti in quattro gruppi di tre, simmetricamente equilibrati. Il risultato complessivo di questa collocazione è quello di un rapido rimbalzare di emozioni e di scelte, simile a successive ondate che si propagano a partire da Cristo, come un’eco delle sue parole che si diffonde generando i più diversi stati d’animo e le più diverse reazioni. La psicologia dei singoli personaggi è approfondita, senza compromettere mai la percezione unitaria dell’insieme.


Ciò che colpisce particolarmente nel celebre affresco è un dettaglio di grande originalità. Infatti nelle scene dell’ultima cena dipinte da precedenti pittori, era Giuda ad essere raffigurato da solo, di solito al di qua del tavolo. Leonardo invece presenta il traditore insieme agli altri apostoli e sottolinea la solitudine di Gesù, isolandone la figura. Il Messia dona se stesso in un estremo atto di amore, eppure i suoi discepoli non lo comprendono e, in sostanza, lo abbandonano.

È il dramma nel quale ogni cristiano è coinvolto nella sua vita.

Il Partenone di Atene

Il Partenone di Atene è uno dei templi più importanti dell’antichità, che, attraverso varie fasi, è giunto fino a noi. Fu inaugurato nell’anno 432 prima della nascita di Cristo. Con la sua costruzione, il centro religioso diventa anche il centro della città. Nelle sue linee architettoniche manifesta solennità e limpida chiarezza: infatti, nella coscienza di quell’antico popolo prima del cristianesimo, esso era destinato a diventare la casa della divinità.

La dea a cui era dedicato è Atena, la dea vergine (parthènos, in greco, significa vergine), che nella religione romana sarà chiamata Minerva. È la dea della sapienza, che sconfigge la barbarie ed effonde la sua benevolenza. Perciò anche la decorazione dello scultore Fidia, oggi per la gran parte custodita al British Museum di Londra, mette in risalto la vittoria della luce sulle tenebre e la partecipazione del popolo all’incontro con l’essere divino.


Il Partenone di Atene


Il Partenone, come gli altri templi pagani, era diviso in due parti: un atrio di ingresso, circondato dal solenne colonnato, e una cella all’interno, nella quale si custodiva l’immagine della dea illuminata da due grandi finestre.

L’uomo cerca Dio. Viene attratto e affascinato dall’Essere Assoluto e, nello stesso momento, avverte tutta la distanza che lo separa da lui. Nella mentalità dei credenti, a qualsiasi tradizione culturale essi appartengano, anche Dio cerca l’uomo e lo accompagna nel suo cammino, manifestandosi a lui secondo tempi e modalità diverse. L’incontro tra l’uomo e Dio e il rapporto che ne deriva è lareligione.


È evidente che tutto ciò potrebbe essere soltanto un’illusione, destinata a mostrarsi vuota e inconsistente; l’uomo credente, invece, ritiene che l’esperienza religiosa sia un fatto serio e valido, anzi l’esperienza più seria e costruttiva della vita umana. Né la scienza è in grado di risolvere questo problema. Infatti la scienza non può dimostrare l’esistenza di Dio, ma non può dimostrare nemmeno la sua “non esistenza”. L’uomo, perciò, ha davanti a sé un campo aperto: può credere e può non credere.

Se decide di credere ed entra in rapporto con Dio, esprimerà questo rapporto attraverso alcuni segni, uno dei quali è la costruzione di un tempio: un luogo che, in qualche modo, possa favorire l’incontro, custodirne la memoria e riproporlo quotidianamente.

Il Partenone realizza in pieno questi valori.

Pitti Uomo 88 – lo streetstyle

E’ terminata anche questa edizione del Pitti Uomo 88 e sono già tutti alla ricerca degli hashtag #pitti #pittiuomo #pitti88 #pitticolor #pittiimmagine su Instagram per trovare l’immagine in cui sono ritratti o semplicemente per lasciarsi ispirare dai look.

Il tema di questo Pitti 88 è stato“That’s Pitticolor!” e il primo fashion film prodotto da Luca Finotti per l’occasione lo ha rappresentato perfettamente; in Fortezza da Basso, al Padiglione Centrale, a intermittenza dei fumogeni colorati hanno creato caleidoscopiche nuvole in aria, regista del set design Oliviero Baldini.

Giochi di luce e incursioni cromatiche soprattutto nello streetstyle che ha sfilato tra cappelli, occhiali da sole, borse e pochette uomo.

Lasciatevi ispirare dalla gallery:

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ZEROSETTANTA STUDIO PRESENTA AL PITTI IMMAGINE UOMO LA NUOVA COLLEZIONE SS 2016

(foto @Miriam De Nicolo’)

GIOVANNI ALBANESE RITRATTO DI UN ARTISTA CHE FESTEGGIA I SUOI SESSANT’ANNI CON UNA MOSTRA DA PIO MONTI

Giovanni Albanese, grande artista contemporaneo, il 22 giugno compie sessant’anni.

Albanese ha consacrato la sua vita interamente all’arte e non poteva esserci modo migliore di festeggiare i suoi anni se non con una mostra. Proprio il giorno del suo compleanno, lunedì 22, s’inaugura a Roma una sua personale dal titolo Tartarughe Felici alla galleria Pio Monti.


GIOVANNI ALBANESE RITRATTO DI UN ARTISTA  CHE FESTEGGIA I SUOI ANNI CON UNA MOSTRA


“La mostra -spiega Albanese – è nata parlando con Pio Monti perché la sua galleria è di fronte alla fontana delle tartarughe e abbiamo deciso di fare qualcosa che avesse a che fare con le tartarughe ….sono di cera bianca come fossero arrivate dalla fontana nella galleria, ne sono 22 ed ognuna ha una una luce diversa, sono 22 perché è il giorno del mio compleanno. ”



GIOVANNI ALBANESE RITRATTO DI UN ARTISTA  CHE FESTEGGIA I SUOI ANNI CON UNA MOSTRA

Sembrerebbe una mostra che elogia la lentezza perché la tartaruga con la sua temporalità dilatata somiglia un po’ all’essenza stessa dell’arte, al suo procedere fuori dal tempo in una temporalità parallela.



GIOVANNI ALBANESE RITRATTO DI UN ARTISTA  CHE FESTEGGIA I SUOI ANNI CON UNA MOSTRA

Giovanni Albanese festeggia i suoi anni solo per gioco perché chi ha, come lui, il privilegio di essere un artista non conosce il tempo cronologico ma, come una tartaruga, vive una temporalità sua propria.

Per chi non lo conoscesse v’assicuro che Giovanni Albanese resta un fanciullo che sa solo giocare con la sua fantasia per regalarci giocattoli meravigliosi, le sue opere, che stanno li a ricordarci che la temporalità è solo una convenzione perché l’arte non ha tempo .

Solo per convenzione anche D- Art si unisce al coro di auguri per Giovanni Albanese.



GIOVANNI ALBANESE RITRATTO DI UN ARTISTA  CHE FESTEGGIA I SUOI ANNI CON UNA MOSTRA

Il tratto principale del tuo carattere.

Lo definirei con una frase di Ungaretti: “non ho che superbia e bontà e mi sento esiliato in mezzo agli uomini però per essi sto in pena”.


La qualità che ammiri in un uomo.

L’ironia.


La qualità che ammiri in una donna.

L’ironia e la pazienza.


Quel che apprezzi di più nei tuoi amici.

La presenza discreta.


Il tuo principale difetto.

La collera.


La tua occupazione preferita.

Guardare.


Il tuo sogno di felicità.

E’ cambiato negli anni e a sessant’anni è tutt’uno con la mia arte.


Quale sarebbe, per te, la più grande disgrazia.

Non vedere più.



GIOVANNI ALBANESE RITRATTO DI UN ARTISTA  CHE FESTEGGIA I SUOI ANNI CON UNA MOSTRA

Quel che vorresti essere.

Magro, bello, ricco e famoso.


Il paese dove vorresti vivere.

New York.


Il colore che preferisci.

Tutti.


Il fiore che ami.

La rosa e il tulipani.


L’uccello che preferisci.

Il mio.


I tuoi autori preferiti in prosa.

Vincenzo Cerami, Luciano Vincenzoni.


I tuoi poeti preferiti.

Ungaretti e Montale.


I tuoi eroi nella finzione.

Batman, Criminal, Diabolik.


I tuoi compositori preferiti.

Fryderyk Chopin e Franz Liszt.


I tuoi pittori preferiti.

Michelangelo: la Cappella Sistina è di una modernità assoluta e poi Vincent van Gogh e tutti gli impressionisti.


I tuoi nomi preferiti.

Nomi normali come Maria Anna…


Quel che detesti più di tutto.

La stupidità e i politici.


I personaggi storici che ammiri di più.

Archimede.


Il dono di natura che vorresti avere.

Volare.


Lo stato attuale del tuo animo.

In attesa…


Le colpe che t’ispirano maggiore indulgenza.

Tranne gli omicidi, tutte.


Il tuo motto.

L’etica è uguale all’estetica.


Come vorresti morire.

Di subito…

Charleston e l’odio razzista negli USA

Nove persone sono state uccise a Charleston, South Carolina, in una chiesa episcopale di una comunità nera, la Emanuel African Methodist Espiscopal Church. Il reverendo Clementa C. Pickney, rimasta uccisa nella sparatoria era anche un senatore dello stato del South Carolina.
La polizia ha catturato il sospetto, Dylan Storm Roof, un ragazzo di 21 anni bianco con simpatie di estrema destra. Alcuni testimoni hanno dichiarato che il ragazzo è rimasto seduto per un’ora tra le panche della chiesa fino a quando si è alzato e ha fatto partire una filippica razzista alla fine della quale ha cominciato a sparare. Dopo la sparatoria sono rimaste a terra 9 vittime, tra i 26 e gli 87 anni.


Dylan Storm Roof è poi scappato ed è stato catturato in North Carolina, a 250 km da Charleston e condotto alla prigione della contea.


La sparatoria ha sconcertato gli statunitensi ma questo tipo di incidenti è più comune di quello che si pensa negli USA. Vengono in mente la scuola di Newton, Tucson, il cinema di Aurora, il campus della Virginia Tech. L’attacco, in una chiesa a grande prevalenza africana-americana, ha sottolineato come la possibilità di essere vittima di questi attacchi aumenti quando si ha la pelle scura.


L’attentato del 1963 in una chiesa di Birmingham, Alabama, è entrato nei libri di storia americani. In quell’occasione dei terroristi del Klu Klux Klan uccisero 4 ragazzine. Le chiese nere hanno sofferto questo tipo di attacchi per tutto il periodo dei diritti civili così come prima di quel periodo ma gli ultimi attacchi sono molto più recenti. Negli anni ’90 ad esempio una serie di bombe incendiarie ha colpito molte chiese per persone di colore, moltissime delle quali in South Carolina.


L’ultimo incendio a una chiesa frequentata da neri risale al giorno in cui Barack Obama è stato eletto e la chiesa era in Massachusetts. Nel 2013 negli USA sono morte 3.563 persone per crimini legati all’odio razziale: 66% sono vittime dell’odio nei confronti delle persone di colore.


La percentuale di vittime di omicidi degli africani americani è di gran lunga più alta di qualsiasi altro paese industrializzato: 19.4 per 100.000 abitanti contro il 6.9 della Lituania o il 5.5 dell’Argentina.

La Creazione di Adamo di Michelangelo Buonarroti

È l’alba del mondo.

Su uno sfondo naturale spoglio e arido, si staglia la figura di Adamo, che, quasi sul ciglio di un abisso, tende un braccio verso Dio. Questo «contatto a distanza» delle dita è come una scintilla vitale che passa dal Creatore alla creatura e infonde energia nell’uomo, in modo tale che egli inizia a sollevarsi da terra e a distinguersi da quella materia dalla quale (e della quale) è stato fatto.

L’Eterno si avvicina in volo, con la veste purpurea. È circondato da un gruppo di angeli, impegnati nello sforzo di partecipare all’azione divina e descritti in vari atteggiamenti. Il gruppo è inserito in un grande manto violetto, gonfio di vento, che abbraccia Dio e gli angeli in una curva dinamica. Con il braccio sinistro l’Onnipotente cinge una figura femminile, la Sapienza, perché è soprattutto nella creazione dell’uomo che egli manifesta il suo infinito provvidenziale ordinamento.


La Creazione di Adamo di Michelangelo Buonarroti


In questo celeberrrimo affresco della Cappella Sistina Michelangelo ha tenuto ben presente l’insegnamento della Bibbia, che presenta Dio come «il vegliardo, i cui capelli sono candidi come la lana»: così si era espresso il profeta Daniele.

Adamo, dal corpo anatomicamente definito, poggia il braccio sul ginocchio piegato, in un significativo effetto di risveglio. Solleva lentamente il corpo e alza il dito ancora incerto verso quello assolutamente fermo di Dio. A differenza dell’intenso ritratto di Dio Padre, «l’antico dei giorni» ricco di bellezza e di energia, con la capigliatura grigia e la lunga barba fluttuante nell’aria, il volto di Adamo, di profilo e leggermente volto all’indietro, non assume un’espressione precisa: infatti l’uomo è un progetto aperto, chiamato a diventare sempre più somigliante al suo Creatore.

La nuova enciclica di Papa Francesco è ecologista

Papa Francesco ha presentato la prima enciclica scritta di suo pugno e l’ha chiamata “Laudato si’” ricordando il Cantico delle creature di San Francesco d’Assisi e come il santo pensava al creato anche il Papa ha messo il creato al centro del suo pensiero.
Il Papa rivolge un appello a “proteggere la casa comune” dai danni che l’uomo sta creando e controllando il surriscaldamento globale. Papa Francesco scrive anche riguardo al fallimento del modello di sviluppo che oltre che a emarginare i poveri porta al consumismo che non è sostenibile ed è disinteressato nei confronti del bene comune.


Bene comune è il creato e una cittadinanza ecologica porta a una serie di azioni quotidiane che mirano alla cura del creato e a uno sviluppo equo. Il modello di sviluppo consumistico, secondo Papa Francesco, finisce per colpire due volte le fasce più deboli della popolazione, prima dal punto di vista economico poi dal punto di vista ecologico, difatti i poveri sono i più colpiti dai problemi ambientali.


L’esaurimento delle risorse non può essere un motivo per mascherare una guerra con buone intenzioni e nobili rivendicazioni e le guerre di per se sono sempre un disastro sia a livello ambientale che culturale oltre che per i popoli coinvolti.


Il Papa fa anche un parallelo tra il quinto comandamento e l’iniquità delle risorse tra i popoli: “Cosa significa il comandamento ‘non uccidere’ quando un venti per cento della popolazione mondiale consuma risorse in misura tale da rubare alle nazioni povere e alle future generazioni ciò di cui hanno bisogno per ‘sopravvivere’?”


L’enciclica ha già creato molte polemiche a livello politico. Almeno due candidati alle primarie repubblicane americani hanno criticato l’enciclica prima che uscisse. Il tema ecologico è uno dei più sentiti nell’agenda politica internazionale e una visione come quella di Papa Francesco può sembrare un attacco al capitalismo.
A dicembre ci sarà poi il summit delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico e i governi stanno presentando i loro piani in questi mesi. Uno dei paesi che produce più emissioni al mondo, il Brasile, uno stato a grande maggioranza cattolica, non ha ancora presentato il suo e una enciclica come questa metterà sicuramente pressione al governo.


L’idea alla base di Laudato si’ è che per amare Dio è necessario amare gli altri esseri umani e per fare questo è necessario amare e preoccuparsi per il resto della creazione. La visione di Bergoglio ha si dei risvolti politici ma è puramente teologica.


Da non dimenticare è la forte critica all’aborto, visto da molti come una possibile soluzione alla sovra popolazione e, quindi, alla mancanza di risorse.

La Cacciata di Adamo ed Eva di Masaccio

La colpa fa la sua comparsa nella storia. E, con la colpa, le tragiche conseguenze che da quel momento accompagneranno la vita delle singole persone e dell’umana società. Per i credenti il peccato è allontanamento da Dio, cioè allontanamento dalla luce, dalla vita, dalla verità e dalla giustizia.

Il dipinto di Masaccio, nella chiesa fiorentina del Carmine, esprime con una potentissima sintesi questo dramma che si colloca all’origine. È il peccato originale, il primo della storia, che è anche il modello esemplare di ogni altro peccato.

L’affresco riecheggia le dolorose parole della Bibbia: Adamo ed Eva improvvisamente presero coscienza di essere nudi, cioè assolutamente poveri e fragili, privi della grazia di Dio ed esposti a sprofondare in quel baratro dal quale la mano del Creatore li aveva preservati.


La Cacciata di Adamo ed Eva di Masaccio


La tragedia delle origini si manifesta in un’atmosfera cupa e pesante, su uno sfondo arido e oscuro. L’uomo e la donna hanno perso la loro primitiva bellezza e si riducono a essere delle larve. Eva apre la bocca come una ferita ed esplode in un urlo selvaggio carico di dolore e di disperazione. Adamo abbassa il capo e, poggiando i piedi su una terra ormai diventata ostile, si avvia sulla strada della vergogna. Coloro che Dio aveva creato a sua immagine e secondo la sua somiglianza sono ridotti al livello di una realtà inerte e brutale.

La scena, nella sua essenzialità, è dinamica e fortemente emotiva anche grazie ad una energica illuminazione che modella i corpi dei nostri Progenitori e li definisce in forme statuarie. Il peccato di Adamo ed Eva si trasmetterà all’intera famiglia umana.

Omar al-Bashir è scappato dalla Corte penale internazionale

Omar al-Bashir è il presidente del Sudan e detiene un primato, è stato il primo presidente in carica ad essere ad essere accusato dalla Corte penale internazionale, le sue accuse sono genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra. L’accusa è arrivata dopo la documentazione del genocidio del Darfur. La Corte penale internazionale però non ha mai potuto far comparire il leader sudanese davanti ai propri giudici


Bashir era in Sudafrica per un summit dell’Unione africana e una organizzazione per i diritti umani aveva ottenuto un ordine da un tribunale che impediva al presidente sudanese di lasciare lo stato. Appena saputo dell’ordine Bashir e scappato sul suo jet ed è rientrato in Sudan prima che l’Alta corte di Pretoria potesse confermare che il Sudafrica, uno stato facente parte della Corte penale internazionale, avesse l’obbligo di arrestare Bashir. Il governo sudafricano aveva garantito a Bashir di poter tornare nel suo paese senza problemi e diversi politici all’opposizione hanno accusato il governo di non aver rispettato la legge allo scopo di proteggere Bashir. Un giudice si è addirittura spinto a dichiarare che il governo ha violato la costituzione permettendo al leader sudanese di lasciare il paese.


La fuga di Bashir non ha sorpreso gli addetti ai lavori, da quando la corte ha chiesto l’arresto il presidente sudanese si è mosso in molti stati, Ciad, Uganda, Repubblica Democratica del Congo e Cina ad esempio. Il regolamento della Corte (ICC) stabilisce che quando un indagato su cui pende un mandato d’arresto visita uno dei paesi membri questo paese debba procedere all’arresto ma molti stati hanno semplicemente ignorato il regolamento. Nessuno si scandalizza più se uno stato africano non segue il regolamento dell’ICC.


Uno dei motivi di questo comportamento è che l’ICC si sia concentrato su leader africani e continui a ignorare criminali di altri stati tenendo un comportamento di stampo neocolonialistico. I membri dell’Unione africana sostengono, poi, che i suoi membri abbiano accordi preesistenti che li obbligano a rispettare la sovranità e l’immunità degli altri capi di stato. Riguardo l’arresto di Bashir, ad esempio, il partito al potere in Sudafrica, l’African National Congress, ha dichiarato che l’ICC non è più utile riguardo i propositi per cui era stata creata. La Corte può consolarsi con il fatto che la Corte suprema sudafricana ha preso in considerazione l’ICC.


L’ICC non riuscirà ad arrestare Bashir ma sicuro gli rende la vita difficile. Ogni suo spostamento crea un problema, negoziazioni e limitazioni. Il capo di stato non può viaggiare in Europa, America e anche all’interno del continente africano ogni singolo viaggio deve essere contrattato nei minimi particolari.


D’altro canto il Sudafrica non è il Ciad, l’Uganda o la Repubblica Popolare del Congo, è una potenza regionale che si candida a diventare potenza mondiale. Il Sudafrica in passato aveva assunto la funzione di interlocutore fidato per l’ICC nei confronti degli altri paesi africani. Il fatto che Jacob Zuma, il presidente sudafricano, abbia pubblicamente sfidato l’ICC e per farlo abbia disobbedito alla corte suprema sudafricana potrebbe avere diversi motivi. Se avesse arrestato o impedito a Bashir di partecipare al summit il Sudafrica avrebbe perso influenza all’interno dell’Unione Africana, l’attuale presidente dell’Unione, Robert Mugabe, ha più volte criticato apertamente l’ICC.


Nessuno stato è poi intervenuto in modo forte e deciso nei confronti del Sudafrica dopo questo sgarbo nei confronti della corte, ha ancora senso un organismo come la Corte Penale Internazionale se nessuno stato è disposto a proteggerlo?

Il vulcanismo potrebbe essere la chiave per scovare altri pianeti potenzialmente abitabili nell’Universo

I pianeti caratterizzati dalla presenza di attività vulcanica sono più adatti ad ospitare la vita rispetto a quelli che non possiedono alcuna fonte di energia interna, perché i gas prodotti dalle eruzioni contribuiscono in modo determinante a mantenere stabile la temperatura atmosferica. Per scovare mondi extrasolari potenzialmente abitabili, quindi, è necessario elaborare un metodo di analisi che permetta di stabilire se i pianeti oggetto di studio presentino o meno segni inequivocabili di vulcanismo.


Di recente un gruppo di ricercatori dell’Università di Washington ha scoperto una nuova tecnica che consente di rilevare la presenza di attività vulcanica nei pianeti extrasolari, quando questi ultimi transitano davanti alle loro stelle madri. I risultati, pubblicati su numero di giugno della rivista Astrobiology, potrebbero fornire una spinta decisiva nella ricerca di forme di vita al di fuori del Sistema Solare.


Secondo Amit Misra, principale autore dello studio, la nuova tecnica di analisi atmosferica è nata da una semplice domanda: è possibile studiare i meccanismi della tettonica a placce su mondi distanti migliaia di anni luce dalla Terra? La tettonia a placche è uno degli elementi fondamentali per la nascita e lo sviluppo della vita, perché garantisce il riciclo di materiali tra l’atmosfera e gli strati interni di un pianeta.


Per trovare una risposta il team di ricerca ha dapprima studiato i dati relativi al vulcanismo terrestre, cercando poi di costruire un modello che consentisse di astrarre i risultati e proiettarli su un ipotetico esopianeta. La chiave è stato lo studio delle eruzioni esplosive, che avvengono solitamente sui bordi delle placche tettoniche, e per questa ragione si presentano come candidate ideali per generare un significativo ricircolo di materiali. I gas liberati dalle eruzioni minori ricadono velocemente sulla superficie del pianeta, mentre quelli che si generano in seguito alle eruzioni esplosive possono salire fino alla stratosfera, influenzandone sensibilmente la composizione. Questa variazione di densità, temperatura e impronta chimica può essere rilevata dallo studio dello spettro di riflessione atmosferica, impresa tutt’altro che difficile per granti telescopi come il VLT.


Se un pianeta extrasolare è soggetto a vulcanismo, quindi, è possibile stabilirne la magnitudine concentrandosi sullo studio dell’atmosfera. Ma c’è un problema: sebbene la connessione tra le eruzioni vulcaniche e la tettonica a placche risulti perfettamente valida qui sulla Terra, non è detto che sia una caratteristica comune a tutti i pianeti extrasolari. Nonostante i dubbi, tuttavia, il metodo ideato da Misra e dal suo team potrebbe comunque costituire un aiuto decisivo per aiutare gli astronomi a stabilire quali pianeti, tra tutti quelli oggetto di studio, potrebbero essere dei candidati ideali per ospitare la vita.



FONTE: Amit Misra, Joshua Krissansen-Totton, Matthew C. Koehler, Steven Sholes. Transient Sulfate Aerosols as a Signature of Exoplanet Volcanism. Astrobiology, 2015; 150608063336005 DOI: 10.1089/ast.2014.1204

GIORDANO BRUNO GUERRI RITRATTO DI UNO STORICO CHE AMA D’ANNUNZIO

Giordano Bruno Guerri è uomo dotato di svariate virtù, con la sua aria flemmatica e indolente affascina perché sembra sempre di essere appena uscito da un magnifico sonno ristoratore.

Il fascino dell’uomo oltre che nella sua intelligenza sta anche lì, in quella voce calda che trascina con svogliata disinvoltura e nei suoi improvvisi guizzi di genialità.

Per chi non lo conoscesse Giordano Bruno Guerri è uno dei più arguti storici italiani, nato a Monticiano, il 21 dicembre del 1950, sposato, ha due meravigliosi figli Pietro e Nicola di cui è innamoratissimo.


Ha pubblicato tantissimi libri solo per citarne alcuni: Rapporto al duce. L’agonia di una nazione nei colloqui tra Mussolini e i federali nel 1942, Milano, Mondadori, 2002, Un amore fascista. Benito, Edda e Galeazzo, Milano, Mondadori, 2005, D’Annunzio. L’amante guerriero, Milano, Mondadori, 2008. Filippo Tommaso Marinetti. Invenzioni, avventure e passioni di un rivoluzionario, Milano, Mondadori, 2009, Follia? Vita di Vincent van Gogh, Milano, Bompiani, 2009, Il bosco nel cuore. Lotte e amori delle brigantesse che difesero il Sud, Milano, Mondadori, 2011, Ebo e Gina, Milano, RCS Quotidiani, 2011, La mia vita carnale. Amori e passioni di Gabriele d’Annunzio, Milano, Mondadori, 2013.


Tra i tanti incarichi Giordano Bruno Guerri è stato presidente della Fondazione “Ugo Bordoni”, istituto di Alta Cultura. Tiene corsi di Storia Contemporanea alla facoltà di Scienze Politiche delle Università di Salerno, di Madrid, di Ginevra, alla Columbia di New York e a Rio de Janeiro, insegna Storia Contemporanea all’Università Guglielmo Marconi di Roma.


La prima volta che incontro Giordano Bruno Guerri è in uno dei posti più belli d’Italia Il Vittoriale degli Italiani di cui Giordano Bruno Guerri è presidente. Non potevo trovare guida migliore perché lui sa tutto, ma proprio tutto, sul Vittoriale e sulla vita di Gabriele D’Annunzio.

Scopo della mia visita è un’intervista per Rai Uno sulla Prima Guerra Mondiale di cui ovviamente Giordano Bruno Guerri è un esperto.


Oltre le sue grandi competenze storiche scopro, nel suo modo di raccontarmi D’Annunzio, quella capacità di spiegare l’uomo, i sui tratti, il suo carattere, attraverso piccoli aneddoti, particolari che ne rivelano profondamente il carattere.

Mi mostra, come fosse un privilegio che concedeva solo a ospiti speciali, una piccola scatola dove D’Annunzio conservava i peli del pube delle sue tante donne, mi mostra anche la scatola, custodita in bagno, dove il vate teneva la cocaina , mi parla della sua ipocondria, della famosa ingordigia sessuale. Tuttavia ciò che mi colpisce più di tutto è lo studio di D’ Annunzio che sembrava lo studio di un grande artigiano.


L’immagine che conserverò di Giordano Bruno Guerri è questa: seduto sulla sedia dove Gabriele D’Annunzio scriveva, le gambe accavallate, una morbida giacca di lino bianco e le sue parole lente, il pensiero pulito e preciso mentre, con una semplicità inaudita, mi racconta la prima guerra mondiale, le sottigliezze della storiografia e in sintesi la passione per la ricerca che continua ad animare questa grande intelligenza italiana.


Il tratto principale del tuo carattere.

Buono.


La qualità che ammiri in un uomo.

L’intelligenza.


La qualità che ammiri in una donna.

L’intelligenza.


Quel che apprezzi di più nei tuoi amici.

La generosità.


Il tuo principale difetto.

L’ira.


La tua occupazione preferita.

Scrivere.


Il tuo sogno di felicità.

I miei figli.



Quale sarebbe, per te, la più grande disgrazia.

I miei figli.


Quel che vorresti essere.

Un super eroe.


Il paese dove vorresti vivere.

Brasile.


Il colore che preferisci.

Rosso.


Il fiore che ami.

Petunia.


L’uccello che preferisci.

La cinciallegra.


I tuoi autori preferiti in prosa.

Dino Buzzati, David Grossmann.



I tuoi poeti preferiti.

Giuseppe Ungaretti, Walter Whitman e il suo Foglie d’erba.


I tuoi eroi nella finzione.

Superman.


I tuoi compositori preferiti.

I Pink Floyd, Beatles, e Rolling Stones.


I tuoi pittori preferiti.

Vincent Van Gogh.


I tuoi eroi nella vita reale.

Steven Paul Jobs, Bill Gates.


Le tue eroine nella storia.

Giovanna D’ Arco.


I tuoi nomi preferiti.

Giordano, Pietro, Nicola.


Quel che detesti più di tutto.

La lentezza.



Quel che c’è di brutto in te.

La facilità alla noia.


I personaggi storici che apprezzi di più.

Napoleone, Albert Einstein, Gabriele D’ Annunzio.


L’impresa militare che ammiri di più.

Lo sbarco in Normandia.


La riforma che apprezzi di più.

Quella che si dovrebbe fare veramente è una riforma della scuola.


Il dono di natura che vorresti avere.

Li ho tutti.



Lo stato attuale del tuo animo.

Gioioso.

Le colpe che t’ispirano maggiore indulgenza.

La vendetta.

Il tuo motto.

Conservare intera la libertà sin nell’ebbrezza.


Come vorresti morire.

Nel sonno.

Qual è la storia di Malala Yousafzai

Oggi sono uscite le tracce per i temi di italiano della maturità e uno di queste chiede agli studenti di scrivere di Malala Yousafzai, la giovanissima Premio Nobel pakistana ma chi è cosa è successo alla ragazza del 1997?


Malala è originaria del distretto di Swat, nel nord-ovest del Pakistan. La sua famiglia gestisce una serie di scuole nella regione. Nel 2009, quando aveva 11/12 anni teneva un blog per la BBC che documentava la sua vita dopo l’occupazione dei talebani della sua valle e promuoveva l’educazione delle donne. Il blog divenne famoso e un giornalista del New York Times girò un documentario sulla sua vita nel momento in cui i militari pakistani intervennero nella regione. Fu la consacrazione, Malala iniziò a dare interviste sulla carta stampata e in televisione e fu nominata per l’International Children’s Peace Prize da Desmond Tutu, l’arcivescovo sudafricano anti-apartheid.


Il 9 ottobre del 2012 Malala salì sullo scuolabus e con lei salì un uomo che chiese chi era Malala Yousufzai, alla sua risposta l’uomo le punto contro una pistola e le sparò tre colpi. Uno di questi colpì la fronte di Malala. La ragazza fu portata all’ospedale di Peshawar e poi a Birmingham, in Inghilterra. Un gruppo di religiosi pakistani lanciò una fatwa contro quelli che tentarono di ucciderla ma i talebani reiterarono l’intenzione di ucciderla e minacciarono anche suo padre, Ziauddin Yousafzai.


Il tentativo di omicidio provocò una sollevata di scudi internazionale e su Malala iniziarono a piovere premi e riconoscimenti come il Premio Sakharov e, nel 2014, le fu consegnato il Premio Nobel per la pace rendendola a diciassette anni la più giovane di sempre a ricevere un Nobel.
Nel 2013 le Nazioni Unite le dedicarono una giornata e il suo discorso riscosse un incredibile successo.


Non tutti però hanno apprezzato l’attivismo di Malala, oltre ai talebani anche molti commentatori pakistani hanno criticato le sue dichiarazioni, secondo alcuni la sua fama mette in mostra i peggiori aspetti del Pakistan come il crescente radicalismo religioso, prova a imporre una sensibilità occidentale e aiuta l’occidente a dimenticare altre vittime innocenti come quelle colpiti da droni americani. Alcune scuole pakistane hanno, poi, indetto il I am not Malala day dopo un passaggio su Salman Rushdie contenuto nel suo libro.

L’amicizia: una voce del medio evo

La teoria aristotelica costituisce la base anche della concezione dell’amicizia espressa da Tommaso d’Aquino. Ma forse Tommaso penetra ancora più a fondo nell’esperienza umana. Egli vede nell’amicizia il grado più elevato dell’amore: in essa, infatti, l’amore viene radicalizzato e assume delle sfumature qualitativamente altissime. Non basta, cioè, una concordanza di vedute o una convergenza d’interessi: è necessario che l’accordo amichevole sia fondato su una tensione e una volontà che cerca il bene dell’altro proprio perché tale, cioè dell’altro.


Questo amore, d’altra parte, deve essere scambievole. Non c’è amicizia in un rapporto unilaterale, per quanto generoso possa essere. Anzi, tale reciprocità è un incontro che modifica coloro che lo realizzano: non, quindi, una semplice somma di due amori, ma una sintesi nuova e più perfetta.


Altra caratteristica indispensabile dell’amore amichevole è la stabilità. Un affetto passeggero non può ancora essere considerato amicizia. Così pure la semplice simpatia si trasforma in amicizia soltanto se si espande in un rapporto di fedeltà, di perseveranza, di continuità. Di solito ciò è possibile quando la simpatia viene assunta in una coscienza riflessa e viene scelta positivamente.


L’amicizia, inoltre, proprio perché è un’esperienza interpersonale, non può restare al livello della semplice volontà o del sentimento interiore, ma è necessario che si espliciti in gesti manifestativi, che mostrano, concretizzano e costruiscono il rapporto.


L’amicizia culmina in un atteggiamento di mutua presenza. Si realizza, qui, un amore creativo, in forza del quale l’amico sente in sé la presenza dell’altro come qualcosa che faccia parte della sua vita e della sua stessa personalità.


Infine Tommaso s’interroga sul fondamento ontologico e sulla stessa condizione di possibilità del fenomeno dell’amicizia. Tale fondamento consiste in una certa affinità che si stabilisce tra due persone. Si tratta di un’affinità a due dimensioni: un’affinità di convenienza (parola da intendersi in senso etimologico, non in senso moralistico) in base alla quale esiste una convergenza di sentimenti, d’idee e di scelte; e un’affinità di differenza, in base alla quale nasce un’esigenza di mutua integrazione, una volta constatata la diversità. Dalla tensione e dal bilanciamento tra queste due energie nasce il rapporto amichevole.


L’amicizia, conclude Tommaso, è dunque buona, nel senso filosofico del termine: essa, cioè, corrisponde al fine dell’uomo ed è positivamente orientata verso il suo conseguimento. Non solo. Dal confronto con la beatitudine, sembra legittimo affermare che l’amicizia è l’esperienza più buona che la persona umana possa compiere, quella che è sommamente ordinata al suo fine: infatti essa esprime e, almeno parzialmente, anticipa nella sua struttura la stessa beatitudine.


A differenza del pagano Aristotele, il cristiano Tommaso (per giunta anche santo!) veniva illuminato e aiutato anche da una frase del Vangelo secondo Giovanni (15,15), una delle più belle sintesi di tutta la spiritualità cristiana. Racconta dunque il Vangelo che Gesù, la sera prima di essere ucciso, cenando per l’ultima volta con i suoi discepoli, disse loro: «Non vi chiamo più servi […], ma vi ho chiamato amici». L’ideale della fede ebraica si esprimeva con il concetto di servo; l’ideale cristiano, invece, si esprime non solo con quello di figlio, ma anche con quello di amico. E dunque la beatitudine, che è lo scopo di tutta l’esistenza umana e cosmica, trova nell’amicizia uno dei suoi simboli più alti e una reale anticipazione.

DUANE HANSON E L’INQUIETANTE REALISMO DELL’ANONIMATO

Ve lo ricordate il terzo episodio del film Le vacanze intelligenti di e con Alberto Sordi?
Ogni qualvolta si vuol prendere un pò in giro l’arte contemporanea la rievocazione di questo episodio è quasi d’obbligo.


Tra le tante opere che Alberto Sordi(Renzo) e la sua consorte incontrano nel loro percorso dentro la Biennale, c’è anche un’opera che parrebbe appartenere a Duane Hanson.
Si tratta di un corpo di donna nudo iperrealistico tale da sembrare assolutamente vero .
L’effetto delle sue sculture umane è strabiliante, le presenze umane che all’improvviso compaiono nello spazio museale hanno un effetto di straniamento sullo spettatore che inquieta perché interroga la presenza dell’umano nel mondo a partire dal suo corpo che rappresentato realisticamente pare interrogare la “gettatezza” del nostro essere .


DUANE HANSON E L’INQUIETANTE REALISMO DELL’ANONIMATO


La Serpentine Sackler gallery di Londra espone le opere di Duane Hanson fino al 13 settembre del 2015.
Faranno parte della mostra anche i calchi dei suoi figli oltre ad opere come Self portrait wit model del 1979, Child with a puzzle del 1978, Bobybuilder del 1989-1995, Lunch break, 1989, Old couple on a bench, 1994, Cheerleader e Surfer, 1987 queste ultime due realizzate con il calco dei suoi figli adolescenti.


Alla Serpentine gallery ci saranno esposti quarant’anni di figurazione, dai primi lavori dove Duane rappresentava soldati feriti, neri e homelesse alle opere più recenti opere dove l’artista si è concentrato sulla raffigurazione della working class americana.
Duane Hanson (Alexandria, Minnesota 1925-Boca Raton, Florida 1996), fu attratto dall’arte sin da bambino , si rifugiava infatti nell’unica biblioteca della sua città per consultare libri di arte.
Inizialmente si dedica all’arte astratta, poi si concentra su un’ arte di denuncia eseguendo le prime sculture figurative.


DUANE HANSON E L’INQUIETANTE REALISMO DELL’ANONIMATO


Una delle sue prime opere fu Race riot, un lavoro composto da sette figure, che descrive la brutalità della polizia bianca verso i neri.
Rappresenta poi Trash, un neonato abbandonato in un cassonetto.
Alla fine degli anni sessanta cambia decisamente rotta e si concentra sulla rappresentazione della classe media americana usando materiali come il vetroresina e il vinile riuscendo ad ottenere figure di un realismo impressionante quanto inquietante.


DUANE HANSON E L’INQUIETANTE REALISMO DELL’ANONIMATO


L’umanità che lo attrae è varia e multiforme tutti accumunati dal loro essere una folla anonima , turisti con macchine fotografiche, anziani nei supermercati, donne delle pulizie.
Queste creature, con i loro perfetti vestiti, i peli quasi visibili sull’incarnato, quando li si incontra negli spazi museali, inquietano e spiazzano lo spettatore. Presenze inquietanti perché segnalano l’anonimato a cui tutti siamo destinanti.


Duane Hanson, Londra,
Serpentine Sacjer gallery,
Wewst Carriage drive,Kensinton gardens,
www.serpentinegallery.org
Fino al 13 settembre.

Putin allarga la sua egemonia

Una delle eccellenze russe erano i doganieri, addestrati a controllare uno dei confini più lunghi al mondo in una delle terre più inospitali. Dal 2005 i russi hanno lasciato la frontiera tra il Tajikistan e l’Afghanistan sguarnita e hanno avvisato che sarebbe potuta diventare una delle principale porte d’entrata per le forze jihadiste in Russia. In Aprile Sergei Lavrov, ministro degli Esteri di Putin in visita a Dusanbe, la capitale tajika,ha avvertito che la nazione ex-sovietica sta affrontando “crescenti minacce che arrivano dal sud a causa del deteriorarsi della situazione in Afghanistan dove sono già emersi gruppi di miliziani dello Stato Islamico”.


I tre stati ex-sovietici che confinano con l’Afghanistan, Turkmenistan, Uzbekistan e Tajikistan sono tutti e tre stati a grande maggioranza musulmana e secondo l’International Crisis Group dalle 2.000 alle 4.000 persone sono partite per la Siria o l’Iraq dall’Asia centrale e dal Tajikistan solo si parla di circa 400 persone. Non tutti gli analisti sono convinti dell’effettiva presenza dell’ISIS in Afghanistan ma questo non ha impedito ai russi di dare 1.2 miliardi di dollari in aiuti militari al piccolo stato per combattere il pericolo posto dal fondamentalismo islamico.


Per Mosca le preoccupazioni di infiltrazione islamiche sono reali ma Putin potrebbe usarle per avvicinare sempre di più gli ex-stati sovietici dell’area. Il Tajikistan è il paese con la base russa estera più grande, 6.000 soldati che diventeranno 9.000 entro il 2020. Lo Stato Islamico ora è il motivo principale per cui la Russia dice di dover aumentare la presenza nella regione.


In maggio il CSTO (Collective Security Treaty Organization) la NATO del blocco russo ha sostenuto una grande esercitazione lungo il confine tra Tajikistan e Afghanistan. 2.500 soldati, tra cui 500 russi, hanno simulato un attacco da parte di 700 talebani. La Russia ha voluto ribadire la propria prontezza militare nell’area e si è fortemente candidata a diventare la potenza egemone di quella parte di mondo una volta che gli americani se ne saranno andati.


La minaccia dello Stato Islamico, quindi, ha funzionato come catalizzatore delle forze della zona intorno alla potenza più grande, i russi. Putin tramite questi stratagemmi sta riuscendo nel malcelato intento di riavvicinare alla Madre Russia tutti paesi che sono andati per conto loro dopo la caduta dell’Unione Sovietica.


In maggio è uscito anche un video dell’ex colonnello della polizia tajika Gulmurod Khalimov che ha disertato e si è unito alle forze del califfato dichiarando di essere pronto a morire per la jihad. Nonostante la propaganda la presenza di ISIS all’interno dell’area non è per niente forte, come fa notare Edward Lemon, un ricercatore di Exeter la percentuale di tajiki che si sono uniti all’ISIS è di 1 su 20.000 mentre in Belgio di 1 su 1.500. A quanto pare, però, a Mosca non tengono conto di questi dati e sono pronti a “dare una mano” ai loro vecchi compatrioti.

L’amicizia: le voci dell’antichità

L’amicizia è stata da secoli oggetto di riflessione da parte di pensatori e, naturalmente, educatori e ha costituito un notevole capitolo dell’etica. Di solito è stata considerata come un dato esperienziale ricco di vitalità e di significato.


Così, ad esempio, si esprime Cicerone:


«Godo a tal punto del ricordo della nostra amicizia da sembrarmi di essere stato felice solo per il fatto di essere vissuto con Scipione [si tratta di Scipione Emiliano, scomparso da poco]. Insieme abbiamo avuto lo stesso interesse per le occupazioni pubbliche e private, la stessa casa, la stessa esperienza di guerra; e soprattutto la massima armonia dei desideri, delle inclinazioni, delle idee: in ciò è tutta la forza dell’amicizia»


Il primo a trattare esplicitamente e con una certa vastità il tema dell’amicizia fu Aristotele.

È noto come l’etica aristotelica sia contraddistinta dal conseguimento della felicità per mezzo delle virtù, la maggiore delle quali è la theoria, cioè la contemplazione. Però tale conseguimento, che è proprio dell’individuo, non può avvenire senza un rapporto sociale: infatti l’uomo è, per sua natura, un animale sociale (animal politicum). Perciò è nella stessa natura dell’uomo che si fonda la capacità relazionale.


L’uomo, sociale per natura, concepisce dei fini che sono comuni ad altri uomini. Nell’aspirazione a un fine comune è da ricercarsi l’origine dell’amicizia e la sua specificità rispetto ad altri tipi di relazione umana. In concreto: essendo diversi gli scopi comuni che gli uomini possono desiderare di conseguire, se ne deduce che diverso sarà il modo di realizzare la reciproca convergenza. Questa, pertanto, sarà graduale, a seconda dello scopo inteso: il piacere, l’utilità e la virtù. Il tipo di relazione corrispondente alla virtù è il più profondo, perché in tale scopo viene annullato ogni sfruttamento egoistico, ogni strumentalizzazione: ognuno desidera che l’altro sia virtuoso e, quindi, consegua la felicità.


Concretizzando maggiormente questo ragionamento e salendo dal piano della natura a quello delle persone storicamente esistenti, Aristotele dice che l’amicizia è necessaria sia all’uomo che ha già raggiunto la felicità sia a colui che è infelice: nel primo caso perché questa stessa felicità si dispiega in una comunione gioiosa, nel secondo perché l’amicizia costituisce un conforto e un incoraggiamento.


Questa sintesi aristotelica costituisce quanto di meglio il pensiero dell’antichità precristiana ci abbia lasciato riguardo al nostro tema. All’interno di tale sintesi, altri due pensatori hanno accentuato alcuni particolari elementi, restando comunque al di sotto dello Stagirita: si tratta di Epicuro e del citato Cicerone.


La filosofia epicurea affronta soprattutto il problema morale e, in un periodo di notevole benessere e di grande sbandamento culturale (periodo molto simile al nostro … prima della crisi!), ripropone esplicitamente l’eterno problema della felicità. La felicità è l’«atarassia», la calma assoluta e soave, l’assenza della preoccupazione e degli affanni. Il criterio di giudizio per essere sicuri di camminare verso la felicità è il piacere, cioè l’assecondamento metodico e calcolato di ogni tendenza della natura. È a questo punto che s’inserisce la riflessione sul fenomeno dell’amicizia.


«Di tutte le cose che la saggezza offre agli uomini per la felicità della vita, la più grande è il conseguimento dell’amicizia». Dunque l’amicizia è considerata da Epicuro nel contesto della ricerca della felicità e del piacere. Ciò, se da una parte deve rendere cauti nel giudicare Epicuro come un filosofo volgare, dall’altra, rispetto alla posizione di Aristotele, comporta inevitabilmente una diminuzione della purezza dell’amicizia. Difatti Epicuro ben volentieri collega l’amicizia a un certo interesse, una certa utilità egoistica.


Al disinteresse assoluto come nota costitutiva della vera amicizia, invece, ritorna nuovamente Cicerone, che al nostro tema dedica un’intera opera filosofica, il Laelius. In quest’opera il grande oratore romano prospetta anche una definizione dell’amicizia: «omnium divinarum humanarumque rerum cum benevolentia et caritate consensio». Se, dunque, la benevolentia e la caritas sono delle qualità inalienabili dell’amicizia, questa non può essere caratterizzata dall’interesse e dal calcolo.


Cicerone, ancor più di Aristotele, accentua l’aspetto sentimentale, parlando dell’amicizia come di un’inclinazione dell’anima congiunta a un sentimento amoroso.

Marianne, modella del mese

Credits: 

Model: Marianne Marì Vinitova @Urban Model Managemen Milan

Photographer: Miriam De Nicolo’

Make up: Amira Laurato

Clothes: Bricconcella Couture

Shoes: Liudmila

Special thanks to: Hotel La Palma, Stresa (VB) – Corso Umberto I

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Marianna, raccontaci dei tuoi primi passi nel mondo della moda:

Fin da piccola desideravo far parte del mondo della moda, immaginavo di indossare quei meravigliosi abiti che vedevo alle sfilate.
Dopo tanti “Ma potresti fare la modella” mi sono decisa a presentarmi in un’agenzia di moda, avevo 16 anni e stavo in Ucraina, con loro ho fatto le mie prime esperienze, sono nati i primi lavori, la crescita professionale ed insieme la sicurezza e l’autostima.

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Quando hai deciso di trasferirti in Italia?

Appena terminate le superiori sono partita per l’Italia, ma per dedicarmi allo studio, laureandomi in lingue e civiltà contemporanee all’università Cà Foscari di Venezia. Una lunga pausa dalle passerelle che mi è mancata moltissimo, così un bel giorno preparo la valigia e mi trasferisco a Milano, una città di cui sono follemente innamorata e che rispecchia in tutto le mie aspettative.

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Cosa pensi del mondo della moda?

Mi ha sempre incuriosito e affascinato. Lavorare come modella ti permette di viaggiare molto, conoscere persone sempre diverse ed interessanti; ma c’è un rovescio della medaglia, non tutti sono così forti da perseguire i propri obiettivi, in questo campo bisogna essere tenaci, determinati, perché c’è sempre chi non aspetta altro che buttarti nel burrone.

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Cosa ti piace fare nel tempo libero?

Adoro cucinare, andare al cinema, visitare nuovi luoghi, scoprire diverse culture e approfondire amicizie. Tutto possibilmente a contatto con la natura.

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Una definizione di bellezza

Per me la bellezza ha tante sfaccettature, non esiste uno stereotipo di bellezza.
La bellezza è un insieme di armonia, grazia e comportamento.

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Il tuo consiglio beauty

Per stare bene cerco di condurre uno stile di vita sano includendo nell’alimentazione tanta frutta e verdura. Tuttavia, devo ammettere di non aver mai fatto una dieta, correndo avanti e indietro per i casting le calorie si bruciano senza bisogno delle diete!!!

E’ anche fondamentale dedicare tempo alla cura del corpo, usando i prodotti adatti alla propria pelle, andare a dormire presto per far in modo che il corpo e la mente riposino e si ricarichino di energia. Il consiglio è quello di cominciare la giornata sempre con il sorriso!

Preferisco correre all’aria aperta ma qualche volta vado anche in palestra, dove pratico yoga e danza classica.

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Progetti futuri?

Nei miei piani futuri vorrei acquisire una seconda laurea magistrale che credo avrà a che fare con economia e management. Avendo avuto una breve esperienza lavorativa nel mondo del commercio estero un giorno vorrei ritornarci. Ma al momento non faccio piani futuri, vivo alla giornata. L’unica cosa certa è che mi butterò con il paracadute!

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Gli hacker cinesi hanno rubato moltissime informazioni agli USA

Non è semplice avere accesso a informazioni riservate negli Stati Uniti. Ogni persona deve compilare un questionario chiamato Standard Form 86 che richiede all’applicante di dichiarare ogni suo problema mentale, posizione finanziaria, eventuali precedenti problemi economici, ogni singola interazione con la giustizia, anche la più piccola, e tutti gli abusi di alcool o droga. Sul modulo bisogna elencare anche tutti i membri della famiglia e, addirittura, i coinquilini. Ora tutti questi dati sono nelle mani di hacker cinesi e, quindi, probabilmente, del governo cinese.


Questo significa che gli hacker non hanno in mano solo i dati di tutte le persone con un accesso anche minimo al network riservato del governo americano ma anche dei loro famigliari, i quali possono essere usati per eventuali minacce. Questo rende incredibilmente difficile agli agenti governativi lavorare e molto facile per i servizi segreti cinesi reclutare spie all’interno del network di sicurezza statunitense.


I numeri sono impressionanti, si è passati da 4 milioni di persone compromesse secondo le prime stime a 14 milioni. Uno degli ufficiali governativi, parlando al Washington Post, ha paragonato l’intrusione al cancro: “Quando inizi a operare sul cancro scopri che si è allargato ad altre parti del corpo”. Questo fa pensare che probabilmente non si è ancora scoperto la profondità dell’intrusione.


La Cina continua a negare che abbia rubato informazioni e il governo statunitense certo non dà molte informazioni: “Quando avremo informazioni complete sulla breccia annunceremo un piano di notifica per gli individui le cui informazioni sono state compromesse”. Questo è quanto ha dichiarato il portavoce dell’ufficio del personale governativo Samuel Schumach. Considerando la grandezza della breccia sarebbe probabilmente più semplice contattare chi non è stato colpito.

GUARDARE NELLA STESSA DIREZIONE – Una riflessione sull’amicizia

«Non camminare davanti a me» – dice l’anonimo cinese – «potrei non seguirti; non camminare dietro di me, non saprei dove condurti; cammina al mio fianco e saremo sempre amici».


Queste sensazioni riecheggiano nel verso di una canzone di Michel Pergolani, intitolata, appunto, L’amicizia: «L’amicizia vuol dire […] guardare nella stessa direzione».



L’amicizia è un fatto tipicamente umano: la sua struttura implica necessariamente un consenso d’intelligenze e di libere volontà. È possibile, al limite, l’amore fra un uomo e un oggetto inanimato (amore chiaramente unilaterale!), ma mai assolutamente un’amicizia. Ora, se si considera che la specificità dell’uomo nell’universo sperimentabile consiste nella conoscenza e nella libertà, vediamo come l’amicizia si inserisca perfettamente in questa condizione «naturale», cioè tipica di ogni essere umano.



La sfera psichica, si diceva all’inizio, comprende anche emozioni e sentimenti. Analizzata lungo i secoli, soprattutto a partire da Cartesio essa viene affrontata in una chiave più scientifica e sperimentale e diventerà oggetto di studio sempre più preciso e articolato.

Nella nostra società occidentale, nella quale i fenomeni di massificazione tendono ad aumentare in maniera nevrotica, si ha l’impressione che il valore dell’amicizia tenda a eclissarsi. Ciò è particolarmente evidente per molte persone anziane. Con lo spegnersi dell’eros e la scomparsa dei legami familiari, la loro principale risorsa affettiva potrebbe essere l’amicizia.

Purtroppo si nota come anche quest’ultima non venga molto apprezzata e, di conseguenza, coltivata nel vissuto contemporaneo, al punto che l’unica amicizia che rimane loro non è quella che si stabilisce con altri esseri umani, ma con gli animali domestici, soprattutto cani e gatti. Questo, di per sé, non ha nulla di sconveniente, anzi è un fatto molto bello, che ci richiama a una comunione con gli altri esseri della natura. Diventa, tuttavia, un’esperienza malinconica e perfino frustrante quando si riduce a un ripiego e a un surrogato dell’amicizia fra creature umane.

Un contributo alla soluzione di questo problema potrebbe venire da un percorso educativo e auto-educativo che, nella frenesia della vita moderna, privilegi il dialogo tra le persone.

È proprio la persona che esige un posto centrale nell’attuale cultura. Si tratta di sviluppare una soggettività che, adeguatamente provvista di autostima, si orienti a vivere con gli altri e per gli altri. Naturalmente ciò non prescinde dall’impegno per realizzare strutture politiche, sociali ed economiche sempre più giuste; ma la persona in quanto tale non si esaurisce in queste strutture. Solo nel volto dell’altro la persona trova risposta al proprio cammino. La sollecitudine per l’altro diventa la vera cifra di ogni civiltà. Forse in questo è possibile comprendere in che cosa consista la causa principale del disagio della modernità.

Un simile disagio è avvertito non solo nelle grandi città, ma anche nei piccoli centri. Sembra che il moltiplicarsi delle azioni, lo scintillio delle cose, i desideri artificialmente indotti, il potere dei mass-media, la fascinazione della realtà virtuale abbia preso il posto dell’ascolto interpersonale disinteressato. Invece solo la capacità di ascoltare l’altro è in grado di liberarci dall’arroganza e dal pregiudizio.

Sepp Blatter ritira le dimissioni?

Il presidente della FIFA, il suo segretario generale e il direttore dei media siedono in una macchina, chi guida?
La polizia



Questa battuta è stata fatta in diretta alla televisione svizzera da Walter De Gregorio, il direttore delle comunicazioni della FIFA, e ha portato al suo licenziamento/dimissioni. Quale impiegato farebbe una cosa del genere se non uno che non vede l’ora di essere licenziato? Curiosamente la battuta è arrivata appena dopo l’uscita di un report sul suo capo, Sepp Blatter, e su come quest’ultimo stia pensando a ritirare le proprie dimissioni. Alla luce di questo fatto la battuta di De Gregorio ha un significato. L’ex direttore delle comunicazioni aveva spinto per un allontanamento subitaneo di Blatter alla luce dei suoi precedenti.


Blatter aveva, difatti, promesso nel 2011 che avrebbe lasciato la carica di presidente nel 2015 ma ha rinnegato quella dichiarazione e molte persone nell’ambiente hanno subito sospettato, dopo la conferenza stampa in cui ha presentato le sue dimissioni, che questo fosse solo uno stratagemma per fargli acquistare tempo.


Dopo essere stato eletto per la quinta volta lo scorso mese, l’ex colonnello dell’esercito svizzero, ormai settantanovenne, aveva promesso che questo sarebbe stato il suo ultimo mandato ma subito dopo l’ex membro FIFA Michael Hershman aveva dichiarato che non credeva che Blatter se ne sarebbe mai andato per conto suo.


Secondo il giornale svizzero Schweiz am Sonntag dei messaggi di supporto da parte di molte federazioni africane e asiatiche avrebbero “convinto” Sepp a rimanere.
La volontà di rimanere e il suo feudo africano/asiatico/caraibico potrebbe non essere abbastanza. Pochi giorni fa, ad esempio, il capo dell’audit FIFA Domenico Scalia ha ribadito che Sepp Blatter deve mantenere la parola e lasciare la presidenza.

Ritorna in libreria Luca Bianchini con Dimmi che credi al destino

Le storie ambientate nelle librerie hanno un fascino tutto loro, a metà tra il vintage e il romanticismo. Poi se a scriverle è Luca Bianchini, l’enfant prodige dell’editoria italiana, il successo è assicurato.


Il suo ultimo libro, Dimmi che credi al destino, è una deliziosa commedia agrodolce, che non vi lascerà delusi.

Luca Bianchini è un adorabile Peter pan, scrittore e giornalista poliedrico, è una delle più belle persone che abbia mia incontrato in questi anni di televisione. Ha energia da vendere, la sua allegria è contagiosa. Le sue storie riescono ad avvolgerti e ad accompagnarti per mano in trame romantiche, divertenti, in cui l’ironia dei personaggi non delude mai.


Ritorna in libreria, l’enfant prodige dell’editoria italiana Luca Bianchini  con Dimmi che credi al destino


Bianchini è lo scrittore che vorrei per amico. Perché la sua bontà è disarmante! Adoro la sua verve, il suo carattere giocoso (come è bello vedere una persona sorridere sempre) e come non rimanere colpiti, ad esempio, dalla descrizione che fa di sé sul suo sito?


“Sono nato l’11 febbraio 1970. Nello stesso giorno, in anni diversi, sono comparse Jennifer Aniston, Irène Némirovsky, Sarah Palin e la Madonna di Lourdes. Le cose più belle mi sono successe senza averle cercate direttamente, come a tutti, credo. Ma mi piace credere alle coincidenze e questo dipende senza dubbio dagli anni che passano. L’unica cosa di cui sono sicuro, in questo tempo precario, è che scrivere è la cosa che amo di più, dopo la pasta coi broccoli.”


Uno così lo sia ama a prima vista e non lo si lascia scappare!!!


Il suo precedente romanzo, “Io che amo solo te”, ha venduto oltre 250mila copie e sta per diventare un film, diretto da Marco Ponti. Pochi giorni fa, infatti, sono iniziate a Polignano a mare, le riprese con Michele Placido, Riccardo Scamarcio e Laura Chiatti.


Al centro del racconto c’è la storia di Ninella (che nel film viene interpretata da Maria Pia Calzone) e don Mimì (Michele Placido): un amore impossibile coronato però da un colpo di scena: sua figlia Chiara (Laura Chiatti) si fidanza proprio con Damiano (Riccardo Scamarcio), il figlio dell’uomo che ha sempre sognato e desiderato. Quando i due ragazzi decidono poi di convolare a nozze, si animano le tensioni sotterranee tra le due famiglie, creando una vera baraonda di situazioni surreali. E poi basta dare un po’ di sfogo alla fantasia per capire che non sarà un matrimonio facilissimo…e che i colpi di scena sono dietro l’angolo.


Lo stesso Bianchini, farà un cameo nel film tratto dal suo libro e non è nella pelle. Ritorna nella sua adorata Polignano che è diventata, negli ultimi anni la sua cittadina adottiva. Fu qui che si scontrò per la prima volta, con la tradizione nuziale, rimanendo affascinato dall’indimenticabile folklore pugliese.


I matrimoni del resto, non sono altro che dei crocevia tra lunghissime portate, sentimenti e risentimenti, outfit all’ultima moda, amori mancati e coronati, giorni più belli della nostra vita, costruiti intorno ai tavoli, tra menù elaborati, bomboniere di Limoges e confettate.


In questi giorni, in libreria, è uscita l’ultima fatica letteraria di Bianchini: Dimmi che credi al destino, edito da Mondadori. E dire che sta per diventare un nuovo fenomeno letterario è troppo poco.


E’ un romanzo che intreccia realtà e finzione narrativa e che parla soprattutto di donne, della grande solidarietà che sanno spesso regalarsi, per affrontare al meglio le avversità del destino. Ma è soprattutto un romanzo che parla di seconde possibilità, di amicizia e di destino.


“Il destino è quella porta socchiusa da cui ogni tanto puoi sbirciare. E allora vedi che nulla avviene per caso e che tutto ha senso, anche quando sembra non averlo”


Ornella, è la direttrice dell’Italian Bookshop di Hampstead nel cuore di Londra, una piccola libreria italiana che rischia di essere chiusa per essere trasformata in un ristorante turco. Insieme a Clelia, scontrosa e insoddisfatta collega, cerca di portare avanti la libreria, tra mille difficoltà; ma per fortuna, arrivano, in suo soccorso, la sua adorata amica Patty e i suoi inseparabili tacchi 12 e il poliedrico barbiere gay Diego, e la situazione finalmente sembra migliorare.



Tutti i personaggi fuggono da qualcosa, chi da una zia tirchia, chi da un amore sbagliato, chi dalla solitudine, chi da un marito in fin di vita e un passato troppo difficile da dimenticare.



“Alcuni amori sono capaci di restarti nel cuore anche quando sanno solo farti del male”.

Ce la faranno i nostri eroi a salvare la libreria e a liberarsi dalla loro “appuncuntria” personale?

“Cos’è l’appucuntria? Chiede una sorpresa Ornella, a Diego?

“E’ quel misto di noia, nostalgia, mal d’amore, insoddisfazione e solitudine”.

Ma soprattutto quali saranno le sorti delle vere star della libreria: due pesci rossi di nome Russell & Crowe?

E’ un romanzo che fa sorridere, piangere e riflettere, come accade ad Ornella sulla sua panchina al parco di Hampstead Heath, spesso in compagnia di Mr George, un vecchietto che ha fatto la guerra, che ha studiato a Perugia e che legge Calvino.


Come non innamorarsi di questo straordinario vecchietto che ci insegna che in guerra la cosa più importante è non pensare: non pensare al passato e non pensare al futuro. Perché è lì che scatta la paura; o ancora che non è mai tardi per gli eroi. La prima cosa da sconfiggere è la paura. Perché in guerra tu puoi essere il tuo alleato ma anche il tuo peggiore nemico”.


Ornella impara ancora una volta a farsi coraggio. Anche con l’aiuto di Jane Austen e di Orgoglio e Pregiudizio. Le bastano poche righe del romanzo per ritornare a respirare. Ama Lizzie con tutta se stessa perché è come lei: un’eterna seconda. Se fosse esistita e si fossero incontrare, sarebbero diventate amiche, ne era certa.



E anche se è una maestra di cadute, Ornella, sa risollevarsi, sa guardare avanti, sa riprendere la sua strada, con un po’ di ammaccature, qui e là. “Del resto la vita non è un film dove i colpi di scena sono previsti”.

Ma Dimmi che credi al destino è anche una storia d’amore e come in tutte le favole a lieto fine, il principe azzurro arriva a salvare l’eroina della romanzo. E non ci sorprende che l’eroe sia il vicino di casa, quello che ti aspetta da una vita e che non sa cucinare un piatto di pasta e che gli viene così scotta da sembrare una minestra. Ma con gli occhi dell’amore tutto si perdona a un inglese maldestro coi fornelli.


“E quando scopri che non t’importa più che tempo fa, vuol dire che sei innamorata”.

Tony Cairoli: “Il titolo è ancora aperto, ma spero di non ingessare il braccio”

Lo ha definito come il weekend più difficile da quando corre. Un Gran Premio d’Italia tutto in salita per Tony Cairoli, cha ha dovuto fare i conti con una doppia frattura rimediata il sabato nelle qualifiche a causa di una caduta. In seguito è stato costretto a stringere i denti la domenica in gara, conquistando un tredicesimo posto che tiene più che mai aperta la lotta al titolo. Nel GP che ha visto il francese Romain Febvre vincitore, Max Nagl, leader della classifica iridata, non è riuscito ad andare oltre la settima piazza, guadagnando solo undici punti sul siciliano.

 

Quanto è stato impegnativo correre in queste condizioni?

 

“Tantissimo. Mi sono sottoposto ad una seduta di crioterapia prima della gara, dove ti immergono in una cella con azoto liquido a -140°, perché sentivo molto dolore al braccio, infatti facevo gran fatica a guidare. Inoltre mi hanno drenato più volte l’arto per far venire a meno il male. Proprio per questo ho aspettato fino all’ultimo per decidere se prendere parte o meno a Gara 2”.

 

E’ stato un Gran Premio amaro, però negli occhi di tutti rimane la grinta dimostrata in Gara1.

 

“Ho cercato di dare il massimo fin dall’inizio. Ringrazio il pubblico di casa perché mi ha sostenuto come sempre in maniera esemplare. Speravo di vincere o quantomeno arrivare sul podio alla vigilia del weekend, però è già stato tanto aver perso soli 11 punti da Nagl. Ci riproverò senza dubbio il prossimo anno”.

 

In Gara 2 possiamo dire che sei stato un eroe solo per il fatto di essere partito?

 

“Grazie (sorride). In Gara 2 ho aspettato fino all’ultimo minuto per decidere se partire o meno. Alla fine mi sono fatto coraggio e sono salito in sella alla moto. Ho cercato di evitare ogni minimo rischio e contatto in partenza, così come durante la corsa. Avevo un solo obiettivo, arrivare sul podio”.

 

Adesso Max Nagl ti precede di 30 lunghezze in campionato. I giochi sono ancora aperti?

 

“Sì, mancano ancora diverse gare e tutto può accadere. Servirà limitare nuovi passi falsi e tornare alla vittoria il prima possibile. Sinceramente non avrei mai pensato di accusare un distacco così minimo dal tedesco”.

 

Si torna subito in pista tra sette giorni per il Gran Premio di Germania. Quanto sarà difficile rimettersi subito in forma?

 

“Adesso andrò in Belgio per farmi visitare dal dottor Tom Claes. Spero non sia nulla di grave, ma soprattutto spero di non dover ingessare il braccio. Sarebbe sicuramente un problema”.

The Kingdom of Dreams and Madness: un viaggio nello Studio Ghibli

«Sono un uomo del XX secolo. Io non voglio affrontare il XXI.»


L’uomo del XX secolo è Hayao Miyazaki, maestro del cinema d’animazione giapponese, spesso riconosciuto come il Walt Disney del Sol Levante. È con questa frase che Miyazaki pare volersi congedare una volta per tutte dal proprio regno, quel regno dei sogni e della follia richiamato dall’omonimo documentario di Mami Sunada, The Kingdom of Dreams and Madness: un viaggio attraverso la nascita dei capolavori indiscussi dello Studio Ghibli, a cui è legato il nome di Miyazaki insieme a quello di un altro grande maestro, Isao Takahata, a cui si deve, oltre al commovente Una tomba per le lucciole (al cinema da novembre 2015, pur essendo del 1988), La storia della principessa Kaguya (2013). Miyazaki ha raggiunto il punto più alto della propria carriera con La città incantata (2001), vincitore dell’Orso d’oro a Berlino nel 2002 e dell’Oscar come miglior film d’animazione nel 2003 (prima e unica volta per un anime), capace di superare al box office nipponico persino Titanic. Ma non si devono trascurare altri indimenticabili film come Nausicaa della Valle del Vento (1984), Laputa – Il castello nel cielo (1986), La Principessa Mononoke (1997) e Il castello errante di Howl (2005), fino ad arrivare a Ponyo sulla scogliera (2008) e Si alza il vento (2013).


Ma The Kingdom of Dreams and Madness non racconta la carriera di Miyazaki e Takahata. Si tratta piuttosto di uno sguardo iperrealistico, in presa diretta, sul funzionamento dello Studio Ghibli: i ritmi intensi, l’assegnazione del ruolo da protagonista a Hideaki Anno, i pensieri di Hayao stesso, il lavoro di Takahata (che compare solo fugacemente), una sessione di doppiaggio di Si alza il vento che porta Miyazaki alla commozione… Il cineasta giapponese è uno che sa come si lavora sodo (lo fa ogni giorno, dalle 11 alle 21, esclusa la domenica), e che esige la cura di ogni minimo dettaglio. Una cura maniacale che gli ha portato via cinque anni, perlomeno per realizzare il suo ultimo film, Si alza il vento, presentato al Festival di Venezia nel 2013. Sarà l’ultimo in tutti i sensi e The Kingdom of Dreams and Madness è il diario di quest’ultima fatica, incominciato nel 2012 e concluso nei primi mesi del 2013. La regista Mami Sunada ha detto che la Disney Giappone voleva farle fare un dvd commerciale sullo Studio Ghibli, ma una volta entrata nella regno del fantastico duo Miyazaki-Takahata si era resa conto che quell’ultimo anno sarebbe stato molto diverso dagli altri, e così aveva optato per un documentario. La premiere di The Kingdom of Dreams and Madness si è tenuta durante il Festival di Toronto del 2014, ma il film è stato reso disponibile in dvd o in video on-demand soltanto dal 27 gennaio 2015.


«Ci sono molti documentari sullo Studio Ghibli che in Giappone sono stati trasmessi in tv», ha detto Mami Sunada. «Per questo quando il signor Suzuki [produttore ed esecutivo dello Studio Ghibli, ndr] prende una decisione, ciò che chiede è: “Che cosa si può fare di nuovo?”. In quest’anno davvero insolito e indimenticabile sono stati fatti sia Si alza il vento sia La storia della principessa Kaguya, quindi ho deciso che sarebbe stato proprio questo su cui avrei incentrato il documentario – il confronto tra i due registi, il loro storico rapporto professionale – e come ognuno occupa il proprio posto nello studio. Questa era la cosa su cui volevo soffermarmi.»


Miyazaki non scrive copioni ma storyboard, e i suoi assistenti iniziano la produzione da questi disegni prima che lui li abbia finiti. Quando accoglie Sanada nella sua casa-studio, Miyazaki filosofeggia sull’arte e sull’umanità per sentirsi come qualcuno che viene a patti con il lavoro di una vita. E così parla dolcemente del suo modo di fare film, in particolare di come la famiglia dello Studio Ghibli vede il cinema. In Si alza il vento c’è qualcosa di talmente personale da portarlo alle lacrime dopo l’anteprima: è la prima volta per un suo film.


Si alza il vento è un film biografico sui sogni “belli ma maledetti” di Jiro Horikoshi, un ragazzino miope che progetta aerei, non potendo pilotarli. Proprio Miyazaki, da piccolo, sognava il volo. Sognava che il suo corpo sfiorasse le nuvole sulle città giapponesi di Utsunomiya e Kanuma, dove era cresciuto; in altri sogni, la magia lo avrebbe improvvisamente tagliato fuori, e lui avrebbe fatto un giro su se stesso e sarebbe sfrecciato verso il basso, risvegliandosi con un salto prima di toccare per terra. Suo padre, Katsuij, gestiva una compagnia chiamata Miyazaki Airplane, che produceva alette di coda per aerei da combattimento giapponesi durante la Seconda Guerra Mondiale. In occasione di una visita alla fabbrica, il giovane Hayao fu incantato dalla bravura meccanizzata delle parti, per esempio il modo in cui un filo si univa a un albero e gestiva un timone. Ma non riusciva a collegare in modo consapevole gli oggetti che suo padre faceva ogni giorno e ciò che sognava.


«Nella mia testa, erano totalmente separati», ha detto il regista. «Probabilmente si tratta di un ottimo caso di studio psicoanalitico. Amavo gli aerei perché erano delle macchine incredibili, ma la velocità e l’altezza del volo – queste erano cose che capivo subito, da bambino. Penso che un sacco di persone abbiano fatto i miei stessi sogni.» Del film in sé per sé, però, ce n’è ben poco. Sanada concede qualche spezzone di Si alza il vento solo in fase di montaggio: d’altronde questo è molto più che un semplice documentario su un anno di vita dello studio. Il film di Sanada, non a caso, riesce a dare il meglio di sé quando la regista trasmette la consapevolezza che si tratta di uno studio e di una voce creativa in un periodo di transizione e forse nella sua fase crepuscolare. La musica, il tono, l’oggetto dei due film, la candida riflessione di Miyazaki – tutto concorre a dipingere il ritratto di qualcosa di meraviglioso che sta per finire. E il ritratto che ne emerge non è soltanto quello di un regista che ama ciò che fa ma anche delle persone che sono coinvolte nel processo creativo e che, ognuno nel proprio piccolo, contribuiscono a trasformare una faticosa catena di montaggio in qualcosa che sembra avere vita propria. Perché i personaggi di Miyazaki e Takahata riflettono la straordinaria umanità e la sorprendente sensibilità dei loro creatori.


Sunada, che in precedenza aveva lavorato come aiuto-regista in alcuni film di Hirokazu Kore-Eda e a una manciata di altri progetti, si rende conto che c’è una buona ragione per cui questo film esista ben al di là del fatto che si possa realizzare. Il suo documentario non è solo un lamento per la fine dello Studio, ma tende ad anticipare la fine stessa: e così, dal primo giorno in cui inizia le riprese nello Studio Ghibli, Sunada è fin troppo consapevole che il suo sarà un elogio. Quando confessa che «il futuro è chiaro: cadrà a pezzi», è come se Miyazaki leggesse dal copione. Se però lo immaginate come un nonnetto adorabile dagli occhi splendenti di meraviglia, potreste restare delusi. Dal film di Sunada emerge un uomo molto diverso: un uomo cortese e un operaio diligente benedetto da un colpo di genio. Ma è un uomo segnato allo stesso tempo da momenti di cinismo, risentimento e insicurezza che alludono a qualcosa di cupo dietro alle sue creazioni. «Non mi sono mai sentito felice nella mia vita quotidiana», dice. «Il cinema porta solo sofferenza.»

Cos’è l’amore? L’amicizia

Oltre all’affetto e all’eros, l’esperienza umana conosce una terza tipologia dell’amore: l’amicizia. Anche questo sentimento appare nell’età adolescenziale e si presenta con alcune caratteristiche dell’eros e altre simili all’affetto.


Con l’affetto condivide l’espansività: l’amicizia è un sentimento pluridirezionale, non si concentra su una sola persona, ma è capace di dilatarsi verso molti soggetti. Con l’eros condivide il senso di responsabilità: cioè è esigente.


Ma, a differenza degli altri due, l’amicizia prescinde quasi completamente dal dato biologico e sessuale, perché essa consiste in un orientamento personale intessuto di confidenza e di solidarietà, nel quale la componente razionale gioca un ruolo di primo piano. È una forma di amore più «spirituale» delle altre.


C’è, poi, un altro aspetto assolutamente indispensabile all’amicizia: la reciprocità. Si può vivere l’eros «a senso unico» e, almeno in parte, anche l’affetto: cioè è possibile innamorarsi di una persona senza che quest’ultima lo sappia e lo voglia; anche nell’affetto si vivono simili situazioni, cioè una forma di amore non (o non sempre) corrisposto, quale a volte quello dei genitori verso i figli. Invece non è possibile essere amici senza che i due (o più) lo sappiano e lo vogliano. La reciprocità rientra nella responsabilità imbevuta di razionalità.


Ovviamente, nella concretezza dei percorsi esistenziali queste forme di amore molte volte convivono, s’intrecciano, si condizionano e si completano reciprocamente. L’affetto, in tal modo, può sfociare nell’amicizia; questa può costituire l’anticamera dell’eros; l’eros, a sua volta, può assumere le modulazioni dell’affetto. Più difficile è passare dall’eros all’amicizia («Ma amici mai», cantava qualche anno fa Antonello Venditti), ma non è impossibile. Si può passare da una forma di amore all’altra: ma, appunto, è «altra». La riflessione teorica può aiutarci a comprendere meglio il vissuto, ad affrontarlo con maggiore chiarezza e ad intervenirvi con una consapevolezza più adeguata.


Se è vera, almeno a grandi linee, la descrizione dell’affettività finora proposta, appare chiaro che una delle principali caratteristiche dell’amicizia risiede nella facoltà di scegliere.


Laddove questa facoltà non si esprime, o si esprime poco, si parla preferibilmente di «compagni», non di amici. È il caso, ad esempio di una scolaresca: i compagni di scuola sono un gruppo nato non da una opzione reciproca, ma da una organizzazione. Lo stesso linguaggio viene usato in un’aggregazione nella quale il dato prevalente non è l’affettività, ma un’azione da compiere o un risultato da raggiungere: perciò si parla di «compagni di squadra», non di amici, perché lo scopo dell’aggregazione non è il rapporto tra le persone ma lo svolgimento di un’azione sportiva o di altro genere. In questo senso, molto illuminante è il linguaggio marxista: ciò che sarebbe dovuto prevalere è la trasformazione del mondo mediante il cambiamento radicale delle strutture economiche, anche attraverso un’azione violenta, perciò i militanti si chiamano compagni. Oggi questa parola ha subito un notevole slittamento semantico e, da espressione comunitaria, tende a rinchiudersi nel privato della coppia: «il mio compagno», «la mia compagna».


Gli amici, dunque, hanno la possibilità di scegliersi. Proprio questo particolare fa sì che l’amicizia sorga soprattutto nell’adolescenza. Tra bambini, infatti, prevale la compagnia, i «compagni di gioco».


L’amicizia consiste nella comunanza d’idee e nella condivisione dei valori, nella reciproca confidenza, nelle esperienze da compiere insieme, nell’accompagnamento psicologico che volentieri si esprime e si espande in un’ottica di gratuità, nel fattore evolutivo che segue il divenire delle persone.

“Around the world”, il viaggio musicale insieme a Francesco Maria Colombo

Around the world” è il programma musicale ideato per Expo 2015: 14 concerti diretti dal maestro Francesco Maria Colombo sul podio dell’Orchestra Verdi.

A partire da sabato 13 giugno alle ore 20.30 presso l’Auditorium di Milano, seguirà un ricco programma di concerti, 14 in tutto, in cui la musica sarà il filo conduttore che unirà culture, tradizioni diverse, in un linguaggio universale: quello della musica.

L’obiettivo sarà cercare di capire come l’identità nazionale influisca, plasmi, dia carattere alla musica prodotta da un paese.

Il primo della serie è dedicato alla Gran Bretagna, una nazione che ha prodotto musica per lo più sconosciuta nelle sale da concerto. A questo proposito il direttore d’orchestra Francesco Maria Colombo ha deciso di dare luce a brani inediti. Sono stati scelti a tal proposito i 4 Interludi Marini di Britten – il poema sinfonico Tintagel, che fa rifermento alla legenda arturiana di Bax e “Pomp and circumstance” di Elgar, brano che chiuderà il concerto.

La Gran Bretagna, così legata al mito della regalità, natura imperiale su cui non tramontava mai il sole, aprirà il ciclo che durerà fino al 24 ottobre con un programma tutto da scoprire.

AUDITORIUM DI MILANO
Largo Mahler 1, Milano
Sabato 13/06/2015 dalle 20:30 alle 23:30

Il nuovo Batman assomiglierà a quello di Nolan?

Quando uscì Batman Begins il franchise di Batman era stato rovinato dagli insuccessi di Joel Schumacher e nessuno pensava più all’uomo pipistrello come a un eroe spaventoso che metteva ordine nei bassifondi di Gotham usando la paura. Schumacher aveva trasformato il cavaliere mascherato in un personaggio cartoon con i capezzoli sull’armatura. Christopher Nolan aveva fatto tornare Batman ai fasti di Frank Miller: un super eroe tormentato, spaventoso e reale.


Dalle prime immagini e dal primo trailer di Batman versus Superman l’uomo pipistrello di Ben Affleck è sembrato ancora più dark di quello interpretato da Christian Bale. Il rischio è che se una volta Batman era troppo cartoonesco ora rischia di diventare troppo serio e internet ha subito ridicolizzato il film.
Questa è la complicata eredità della trilogia di Nolan, acclamata da pubblico e critica, che ha portato l’uomo pipistrello nel mondo reale e che ha ispirato molti altri cineasti. La stessa serie di film di James Bond con Daniel Craig ha seguito questo filone in modo splendido.


La Warner Brothers ha capito il meccanismo e si prepara a riadattare più storie di super eroe con quel tocco dark e realistico che ha contraddistinto i Batman di Nolan. Il rischio di una operazione di questo tipo è quello di emulare il meccanismo perdendo il tocco del regista; quello che rendeva grandi i film di Nolan era Nolan stesso e la sua attenzione per i dettagli. Il suo Batman è reale, ogni suo gadget ha un senso nel mondo reale, la sua batmobile non è una sorta di improbabile macchina sportiva ma un carro armato che potrebbe funzionare nella vita reale.


Quando Nolan era stato chiamato a rivitalizzare il franchise di Batman erano passati sei anni dal fallimento di Batman & Robin e Nolan non era un regista veramente conosciuto, Memento aveva avuto un buon successo ma era pur sempre un film di nicchia mentre Insomnia era un film senza infamia e senza lode che aveva funzionato bene al botteghino ma niente di più. Warner Brothers si prese il rischio di assumere un regista novellino e di dargli tutta la libertà che voleva perché c’era la necessità di rifondare la serie. Il suo Batman è stato una strana apparizione di un supereroe da fumetto all’interno di un mondo reale.


Dopo il completamento della trilogia del Cavaliere oscuro di Nolan la Warner ha chiesto al regista inglese di fare da produttore al reboot del personaggio e il suo sceneggiatore, David Goyer, ha lavorato alla sceneggiatura sia dell’uoo d’acciaio che del seguito che re-introdurrà Batman.


Il regista però è cambiato e Snyder, sicuramente, ha uno stile molto diverso da Nolan ma la Warner Bros. ha assicurato più di una volta, l’assunzione di Nolan come produttore ha questo significato, che l’ambiente e il “mood” saranno gli stessi.
La differenza principale sarà che ogni film di Nolan, tranne The Dark Knight Rises, era creato per essere un unico film: Batman Begins non doveva avere un seguito, The Dark Knight neppure, Nolan è stato costretto dalla Warner a fare The Dark Knight Rises. Questa situazione ha dato a Nolan una libertà che Snyder non ha: basta guardare il titolo in cui sono infilati praticamente tre film. Batman v. Superman: Dawn of Justice. Si infila Batman in una serie di film su Superman e all’interno del film si introdurrà la Justice League con Wonder Woman e Aquaman. Questa è la risposta DC Comics alla Marvel.

Cos’è l’amore? L’eros

Durante la pubertà inizia a manifestarsi una particolare sfumatura dell’amore, cioè l’eros. Questa è un’esperienza che è stata preparata dallo sviluppo fisiologico e, in un primo momento, si presenta sotto la forma dell’attrazione sessuale, cioè un interesse verso le persone dell’altro sesso proprio in quanto dell’altro sesso.


È interessante notare come esista certamente un rapporto tra bambini e bambine; ma esso, nell’età della fanciullezza, si esprime prevalentemente come un coinvolgimento dei maschietti tra loro e delle femminucce tra loro. È proprio nel passaggio alla scuola media, cioè nella preadolescenza, che l’attenzione si sposta verso l’«altra metà del cielo».


L’attrazione sessuale è un dinamismo generico e diffuso: non si concentra su una sola persona, ma riguarda rispettivamente il mondo maschile e il mondo femminile in genere. Diverso, invece, sarà l’innamoramento: in questo caso l’attenzione si concentra su una persona precisa, così che non ci si innamora dell’uomo o della donna, ma di «questo» uomo o di «questa» donna singola.


Tali passaggi sono aspetti di un movimento psico-fisico nel quale la componente sessuale appare di fondamentale importanza. Ciò fa risaltare, in questo tipo di amore, un notevole coefficiente biologico.


Tutto ciò, oltre che dall’evidenza e dall’esperienza, è confermato anche da recenti studi di neurochimica, che trovano posto non solo sulle riviste specializzate ma anche sui più diffusi organi d’informazione. Ne dava notizia, ad esempio, il Corriere della Sera nel luglio 2010, commentando che «i facili amori estivi rischiano di esporre i neo-innamorati a un’esperienza che, dal punto di vista neurochimico, non è tanto diversa da quella del tossicodipendente che resta senza la sua dose».


Sotto questo profilo, l’eros è affine all’affetto: infatti anche l’esperienza dell’amore tra fratelli (nel senso primario della parola) si fonda su una base biologica. L’affetto, però, si espande verso altri soggetti sia nell’ambito della famiglia sia al di fuori di essa, a differenza dell’eros che, nel vertice dell’innamoramento, tende a escludere altri. È, cioè, un amore selettivo, anzi esclusivo. Segno di questa esclusività è la gelosia: un’appartenenza, che esprime l’esigenza di fedeltà, non tollera interferenze e non ammette di condividere il sentimento con terzi, anzi non consente nemmeno che si compiano i gesti simbolici che esprimono e potenziano tale sentimento. È un tipo d’amore nel quale tende a prevalere la logica della totalità.


Un’altra differenza rispetto all’affetto consiste nel fatto che l’eros è estremamente esigente: richiede un impegno personale molto intenso, una donazione totale o tendente alla totalità, una responsabilità nei confronti dell’altro che mobilita in maniera unica la concentrazione fisica e mentale dei soggetti coinvolti.


L’eros irrompe nella vita dell’adolescente e lo conquista, attuando e valorizzando le componenti della sua personalità, suscitando in lui/lei un’energia psichica inattesa, un coraggio insospettabile, una vitalità mai provata in precedenza. Non a caso le antiche mitologie consideravano questa specie di amore come un dio, cioè qualcuno/qualcosa a cui non si è in grado di resistere. In alcune raffigurazioni artistiche, poi, il dio appariva armato di arco e frecce e con gli occhi bendati: chiara allusione all’imprevedibilità e alla spontaneità di un simile sentimento amoroso, la cui sensazione è come quella di una ferita, una sensazione che ti cattura dall’interno, ti svuota da qualsiasi altro interesse e, se non trova una corrispondenza, ti prostra profondamente.


Spontaneità si diceva. Infatti non si può scegliere a mente fredda di innamorarsi di una persona. È un fenomeno che accade all’improvviso, senza una motivazione razionale che sia in grado di fornire una spiegazione sufficiente. Non si sceglie eros: si è scelti da eros.

RITRATTO DI UNA GRANDE, SEMPLICE, IRONICA E IMPERTINENTE DONNA: MILENA GABANELLI

Di signore e signorine nel multiforme panorama televisivo della Rai se ne vedono non poche tra conduttrici, inviate e giornaliste.

Tra mogli di agguerriti agenti televisivi, amanti di politici caduti in disgrazia, amiche degli amici e qualche signorina in odor di vaticano, il panorama è davvero ampio.

Tuttavia qualche eccezione sull’ancora dignitosa Rete Tre della RAI persiste e si tratta -opinione personale- della signora Milena Gabanelli che brilla di luce propria e non ha certo bisogno di grandi presentazioni.


Con il suo programma Report in onda dal 1997 su Rai tre non smette di informarci e di sollevare veli sulla gestione malsana del potere, da quello politico a quello finanziario, per citare solo alcuni degli ambiti d’indagine delle sempre puntuali e ben costruite inchieste.

La gentilezza di Milena Gabanelli mi mette subito a mio agio e quando le propongo il questionario di Marcel Proust mi risponde ironica: “ma mica bisogna aver letto tutta la Recherche per rispondere?” .

La sua intelligenza e ironia emergono in pieno dalle risposte che ha dato al questionario, non vi nascondo la risata che mi sono fatta quando alla domanda: “Il tuo uccello preferito?” , ha risposto, secca , “quello di mio marito!”

Se si cercasse di capire cos’è, davvero, l’emancipazione femminile basterebbe raccontare quest’aneddoto.


Il tratto ironico del suo carattere l’avevo già colto seguendola in televisione, i suoi ritorni in studio e le sue conclusioni sulle varie inchieste sono sempre di una pungente e sagace ironia. Quel suo sorrisetto a mezza bocca e la sua aria altera talvolta dicono più di tante parole.

Per guardare Report, certo, ci sono sempre tanti buoni motivi ma ve ne confesso uno, di sicuro non nobile come le sue importantissime inchieste, mi piace molto come si veste Milena Gabanelli.

Se lo stile è l’uomo, ebbene questa donna ha stile .

Nella sua semplicità minimalista è sempre impeccabile, perfetta e tra le tante mise mi piace quando indossa il tubino rosso e mette dei discreti e luccicantissimi piccoli orecchini.

I tacchi e il tubino rosso però non sono certo stati gli abiti di Milena Gabanelli, quando antesignana assoluta dei moderni filmmaker, parte, da sola, con una piccola telecamera alla volta della Cina, del Vietnam, della Cambogia o dell’India .


Correva l’anno 1989 e Milena Gabanelli lavorava con Giovanni Minoli a Speciale Mixer.

Sicuramente non aveva un tubino rosso Milena Gabanelli quando, inviata di guerra, ha documentato le atrocità della guerra in luoghi rischiosi come la ex Jugoslavia, la Cambogia, il Vietnam, la Birmania, il Sudafrica, il Nagorno-Karabakh (Azerbaijan), il Mozambico, la Somalia e la Cecenia.

Ci sono incontri che ti cambiano la vita e credo che l’incontro di Milena Gabanelli con Giovanni Minoli sia stato molto importante.

Nel 1992 su Rai Due nasce, grazie a Minoli, Professione Reporter, si trattava di un programma sperimentale.

Nel 1997 dalle costole di Professione Reporter nasce Report che andrà in onda su Rai Tre.


Sono passati svariati anni e il programma non perde smalto ed anzi si conferma di anno in anno sempre più vitale .

Le inchieste svolte, anche grazie ai validissimi collaboratori di Milena Gabanelli, si confermano, per il linguaggio, la dinamicità, la qualità di scrittura, quanto di meglio si possa immaginare nel giornalismo d’inchiesta, la forma più difficile di giornalismo quella, diciamolo, dove veramente ci si fa le ossa.

Quando raggiungo per la seconda volta Milena Gabanelli al telefono, immaginate un po’ dov’era?, si trovava nello studio di un avvocato, si perché Report, proprio perché non fa sconti a nessuno e mira dritto alla verità, ha avuto spesso querele.

Il Movimento 5 Stelle la voleva alla Presidenza della Repubblica Italiana, certo non è un presidente che può cambiare quest’Italia disastrata ma di certo con gente come Milena Gabanelli il mondo , ne siamo certi, andrebbe meglio…


Il tratto principale del tuo carattere .

Semplicità.


La qualità che ammiri in un uomo.

Il coraggio.


La qualità che ammiri in una donna.

Il fascino.


Quel che apprezzi di più nei tuoi amici.

La generosità.


Il tuo principale difetto.

Impertinenza.


La tua occupazione preferita.

Giocare a bowling.


Il tuo sogno di felicità.

L’ho realizzato.


Quale sarebbe, per te, la più grande disgrazia.

Non la posso nemmeno pronunciare.


Quel che vorresti essere.

Un uccellino…(mi ha detto).


Il paese dove vorresti vivere.

Vietnam del Nord.


Il colore che preferisci.

Rosso.


Il fiore che ami.

Tulipano.


L’uccello che preferisci.

Quello di mio marito.


I tuoi autori preferiti in prosa.

Simenon, De Giovanni, P. Roth, Yourcenar, Conrad.

I tuoi poeti preferiti.

Emily Dickinson, Raffaello Baldini, Delio Tessa.


I tuoi eroi nella finzione.

Marlowe, il commissario Ricciardi.


Le tue eroine preferite nella finzione.

Smilla (quella del senso per la neve), la monaca di Monza, Andromaca.


I tuoi compositori preferiti.

Keith Jarrett, Bacharach, Chopin.


I tuoi pittori preferiti.

Magritte, Dali, Vermeer, Andy Warhol.


I tuoi eroi nella vita reale.

Martin L. King, Che Guevara, Pepe Mujica, Mandela.


Le tue eroine nella storia.

Giovanna d’Arco, Aung San Suu Kyi, Marie Curie.


I tuoi nomi preferiti.

Giulia, Francesco, Matteo.


Quel che detesti più di tutto.

L’ignoranza.


Quel che c’è di brutto in te.

Mi accetto così.


I personaggi storici che apprezzi di più.

Cincinnato, Cavour, Ho Chi Minh, Bob Kennedy.


L’impresa militare che ammiri di più.

Dienbienphu.

La riforma che apprezzi di più.

Contro la corruzione.


Il dono di natura che vorresti avere.

Saper cantare.


Lo stato attuale del tuo animo.

Malinconico.


Le colpe che t’ispirano maggiore indulgenza.

Quelle per amore.


Il tuo motto.

Non è sufficiente fare il bene, bisogna anche saperlo fare bene.(Diderot).


Come vorresti morire.

Di colpo.

MICHELANGELO PISTOLETTO PROFETA DEL TERZO PARADISO

Il bellissimo Castello di Gallipoli in Puglia è stato restaurato da poco e, per l’apertura al pubblico, inaugura la stagione estiva con un bellissima mostra dedicata a Michelangelo Pistoletto.

Il Castello di Gallipoli è una bellissima fortezza che si trova all’ingresso del borgo antico.

I riconoscimenti e i tripudi a Pistoletto sono ormai tanti, per ricordarne alcuni citiamo la personale che nel 2013 gli ha dedicato il Louvre e il Premio imperiale che ha ricevuto in Giappone.

Un altro importante riconoscimento, per questo grande artista internazionale, gli viene nel 2007 a Gerusalemme dove riceve il Wolf Foundation Prize in Arts.


MICHELANGELO PISTOLETTO PROFETA DEL TERZO PARADISO


Nel 2004 riceve il Leone d’Oro alla Carriera alla Biennale di Venezia e l’Università di Torino gli conferisce la laurea honoris causa in Scienze Politiche. In quest’occasione Pistoletto annuncia quella che costituisce la fase più recente del suo lavoro, denominata Terzo Paradiso, che ha un suo simbolo che scaturisce da una riconfigurazione del segno matematico d’infinito.


MICHELANGELO PISTOLETTO PROFETA DEL TERZO PARADISO

Tra i due cerchi opposti, assunti rispettivamente a significato di natura e artificio, viene inserito un cerchio centrale.

Questo cerchio centrale aggiunto al simbolo dell’infinito –un otto rovesciato- rappresenta il grembo generativo del Terzo Paradiso che dovrebbe porsi idealmente come superamento del conflitto tra natura e artificio.

Attualmente, oltre alla bellissima mostra al castello di Gallipoli , in occasione dell’Expo 2015, in Piazza Duomo a Milano, è stata esposta una grande mela monumentale ricoperta di erba, creata da Michelangelo pistoletto proprio in occasione dell’Expo.



MICHELANGELO PISTOLETTO PROFETA DEL TERZO PARADISO

Michelangelo Olivero Pistoletto è nato a Biella nel 1933 ed è noto al grande pubblico per aver in qualche modo inventato la corrente dell’Arte Povera .

La sua ricerca creativa ha dato vita ad una grande rivoluzione nel panorama dell’arte degli anni settanta.

Pistoletto non è solo il padre di quella nuova avanguardia creativa che fu l’arte povera ma un artista che con il suo lavoro continua a immettere messaggi di una profondità ineguagliabile, facendosi portavoce di un religione laica che in qualche modo parla di verità fondamentali senza fare ricorso all’idea di un dio.

Una delle sue opere più famose, divenute quasi un marchio di fabbrica del grande Pistoletto, è la Venere degli stracci.

Pistoletto è anche l’autore dei celebri quadri specchianti e degli oggetti in meno.



MICHELANGELO PISTOLETTO PROFETA DEL TERZO PARADISO

La mostra a Gallipoli propone al pubblico un’opera della serie Terzo Paradiso dove Pistoletto ha installato un ceppo di Ulivo multisecolare dentro cui è stato piantato il germoglio di un nuovo ulivo. L’opera è dedicata al Salento come segno di “soluzione e rinascita” a fronte dell’epidemia batterica che colpisce gli ulivi pugliesi.

Nella sala interna del Castello è stato installato un labirinto di cartone, con al centro il tavolo specchiante LoveDifference, a forma di Mar Mediterraneo, circondato da sedie provenienti dalle culture che si affacciano al Mare Nostrum.

Pleonastico ribadire quanto quest’opera di Pistoletto sia essenziale, oggi, in un mondo chiamato inesorabilmente a riflettere e dare una risposta ai popoli migranti che si affacciano sul mare mediterraneo e che attraversandolo, nella disperazione e nella speranza di una vita migliore, interrogano il senso profondo che abbiamo dell’altro e della sua domanda di accoglienza.



In un’altra sala del Castello ci sono i Quadri Specchianti e il Segno Arte.

I Quadri specchianti sono alcune delle opere più affascinanti di Pistoletto dove l’artista invita lo spettatore a “riflettersi” e quindi a riflettere sulla sua condizione temporale e dunque sull’evanescenza del suo essere riflesso in un dato momento.

Di grande impatto fu la performance dove Pistoletto spaccò una serie di specchi di grandi dimensioni a significare l’impossibilità dell’uomo di riflettersi solo in un immagine di sé e la necessità che la vera riflessione si produca altrove.


MICHELANGELO PISTOLETTO

Gallipoli, Castello

(piazza Imbriani, tel.0833-262775.)

Dal 5 giugno al 27 settembre, 2015

Cos’è l’amore? L’affetto

Nel 1968, dopo il fallimento della Primavera di Praga sotto l’avanzata dei carri armati sovietici, un giornalista occidentale chiese a un cittadino ceco: «Per voi i russi cosa sono?». Il giornalista si aspettava una serie di parolacce, quali «despoti, tiranni, dittatori» e via imprecando. Invece il ceco candidamente rispose: «Sono dei fratelli» e per lo stupito interlocutore aggiunse la spiegazione: «Infatti i fratelli non si possono scegliere!».


Questa barzelletta, come ogni storiella, nasconde una grande verità: al di là della contingenza storica che un giovane di oggi forse neppure conosce, si impone il grande valore che «i fratelli non si possono scegliere». Essi, infatti, ci vengono dati dai genitori e consegnati alla nostra cura, come noi veniamo affidati alla loro.


Anche quando il concetto di fratellanza si amplia e assume significati metaforici e simbolici, questo aspetto non viene meno. Se, ad esempio, nell’ottica cristiana si parla di «fratelli», ciò significa che il credente dovrà accogliere tutti perché tutte le persone gli sono state affidate da Dio; oppure la fratellanza umanistica e illuministica esprime tale concetto evidenziando come tutti apparteniamo ad un’unica «famiglia» umana, cioè a qualcosa che precede i singoli e le scelte che essi possano compiere nella loro vita; oggi di grande attualità appare l’esperienza della «fraternità musulmana», che sottintende una condivisione religioso-politica a prescindere da eventuali sfumature, come quelle che si stanno verificando in questi anni nella politica interna ed estera di tanti paesi del Medio Oriente.


Il sentimento che unisce i fratelli è l’affetto. Esso è un tipo di amore.

Gli altri tipi principali sono l’eros e l’amicizia.


Ora, tutte e tre queste esperienze convergono nel fatto che, appunto, sono amore. E amore significa benevolenza, cioè voler bene. E voler bene significa volere «il» bene di qualcosa o di qualcuno. Se, ad esempio, io amo la mia patria, desidero il suo bene; così pure, se amo la mia squadra del cuore, desidero che vinca il campionato o che, almeno, non sia declassata nelle serie inferiori.


Naturalmente, nella concretezza della vita, l’amore, nelle sue varie forme, è una mescolanza di energie centripete ed energie centrifughe, di bisogno e di dono, di egoismo e altruismo. La realtà, cioè lo stimolo esterno, arriva alla nostra coscienza e stimola in noi non solo una conoscenza, ma anche una reazione emotiva, cioè una risonanza immediata alle sollecitazioni. L’individuo si adatta alla realtà, elaborando una risposta sempre più strutturata.


La costruzione della personalità si articola, dunque, non solo in base ad un quadro teorico di valori conosciuti, ma anche (e forse soprattutto) grazie ad un intreccio di sentimenti che si sviluppano dalla sfera istintiva a quella emotiva. Si genera, così, un dinamismo formato da simpatia, accoglienza, tenerezza, attenzione, protezione, impegno, intimità, completamento e arricchimento personale, esigenza di donazione, che supera l’indifferenza, modera l’aggressività e contribuisce fortemente alla maturazione psicologica.


Il sentimento di amore che s’instaura tra fratelli, dicevamo, è l’affetto. Esso consiste, anzitutto, nell’esperienza della familiarità, cioè nel ritmo di scambi poco esigenti, quasi «dati per scontati», che si colorano di semplicità, di umiltà, di quotidianità. È un sentimento eterogeneo, cioè tiene poco conto delle differenziazioni sessuali, e tendenzialmente universale, cioè si orienta non solo verso i parenti, ma anche verso persone con cui si entra in rapporto più o meno occasionale, senza che si stabiliscano particolari attese o richieste.

Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco: chi sono i veri genitori di Jon Snow?

Di primo acchito l’idea sembra azzardata: Jon Snow figlio di Rhaegar e Lyanna? Non ci sono prove dirette a supporto di questa eventualità. Tuttavia i libri di Martin sono pieni di indizi nascosti, e quanto più li si osserva tanto più ci si convince che questa potrebbe essere effettivamente un’ipotesi fondata. Prima di studiarli nel dettaglio, ecco un riassunto della teoria:


Rhaegar Targaryen sposò Elia Martell ed ebbe da lei due figli, Rhaenys ed Aegon. Tuttavia, il loro matrimonio si celebrò per ragioni esclusivamente politiche. Fu in occasione del torneo di Harrenhal, avvenuto durante l’anno della falsa primavera, che Rhaegar conobbe il suo vero amore: Lyanna Stark, sorella di Eddard Stark, lord di Grande Inverno. I due si innamorarono perdutamente l’uno dell’altra e poco tempo dopo fuggirono insieme rifugiandosi della Torre della Gioia, tra le Montagne Rosse di Dorne. Ma alla fine Rhaegar dovette abbandonare la sua amata per combattere Robert Baratheon. Prima di andarsene, tuttavia, il principe Targaryen lasciò a Dorne tre membri della Guardia Reale con il compito di proteggere Lyanna e il loro figlio non ancora nato. Dopo il conflitto, che vide la morte di Rhaegar per mano di Robert Baratheon, in qualche modo Eddard Stark riuscì a scoprire il luogo in cui veniva custodita la sorella Lyanna e, insieme all’amico Howland Reed, si recò alla Torre della Gioia per salvarla. A quel tempo sia Eddard che Howland credevano che Lyanna fosse stata rapita da Rhaegar contro la sua volontà. Una volta raggiunta la torre i soldati del nord combatterono contro la guardia reale. Sopravvissero solo in due allo scontro, proprio Eddard e Howland. Eddard entrò nella torre in cerca della sorella e la trovò distesa sul letto in una pozza del suo stesso sangue. Tra le braccia un bambino appena concepito, il figlio di Rhaegar Targaryen. Lyanna, che stava morendo a causa delle fatiche del parto, prima di spegnersi raccolse le sue ultime forze e strappò una promessa al fratello Eddard: l’identità del bambino avrebbe dovuto rimanere segreta, per evitare che Robert Baratheon lo uccidesse. Eddard chiamò il bambino Jon, lo portò a Grande Inverno e disse a tutti, compreso il nuovo Re Robert Baratheon, di averlo concepito con una popolana di nome Wylla.

 


1) La personalità di Rhaegar e l’amore per Lyanna Stark

 

All’inizio della serie Martin induce il lettore ad avere una cattiva opinione di Rhaegar Targaryen. Tuttavia la maggior parte delle maldicenze sul principe arrivano da Robert Baratheon, che lo dipinge come un uomo malvagio e uno stupratore. Ma l’opinione di Robert è influenzata dal fatto che Rhaegar “rapì” Lyanna, che ai tempi era promessa sposa del rampollo della famiglia Baratheon, nonché suo unico amore. In realtà gli altri personaggi della saga hanno un’opinione molto più alta del principe Targaryen, come dimostrano alcuni passi inequivocabili tratti dal primo libro:

 

He {Ned} wondered if Rhaegar had frequented brothels. Somehow he thought not. –GoT, pg. 381.

 

The knight {Jorah} gave her a curious look. “You are your brother’s sister, in truth.”
“Viserys?” She {Dany} did not understand.
“No,” he answered. “Rhaegar.”
–GoT, pg.668

 

{Dany said,} “There is some good to be said of my father, surely?”
“There is, Your Grace. Of him, and those who came before him. Your grandfather Jaehaerys and his brother, their father Aegon, you mother…and Rhaegar. Him most of all.”
 –SoS, pg. 815

 

Eddard Stark, Jorah Mormont e Ser Barristan non sono assolutamente d’accordo con l’opinione di Robert. Al contrario, dipingono Rhaegar come un uomo degno di stima e ammirazione. Un uomo che difficilmente rapirebbe una donna contro la sua volontà, al contrario di Robert. A tal proposito è illuminante un passo a pagina 379 del primo libro, che suggerisce un amore nascosto tra Rhaegar e Lyanna:

 

“Robert will never keep to one bed,” Lyanna had told him at Winterfell, on the night long ago when their father had promised her hand to the young Lord of Storm’s End. “I hear he has gotten a child on some young girl in the Vale.” Ned had held the babe in his arms; he could scarcely deny her, nor would he lie to his sister, but he assured her that what Robert did before their betrothal was of no matter, that he was a good man and true who would love her with all his heart. Lyanna had only smiled. “Love is sweet, dearest Ned, but it cannot change a man’s nature.”–GoT, pg. 379

 

Appare chiaro come Lyanna non amasse realmente Robert e che Rhaegar non fosse l’uomo malvagio dipinto nei primi capitoli del romanzo. E’ anzi molto probabile che i due fossero realmente innamorati, e le prove a sostegno di questa eventualità non mancano. Per esempio, al torneo di Harrenhal il principe Rhaegar dopo aver vinto la giostra regalò la corona di rose a Lyanna Stark (SoS, pg- 486) anziché alla moglie Elia Martell. Eddard Stark riflette su questo episodio mentre si trova rinchiuso nelle segrete di Approdo del Re:

 

Ned remembered the moment when all the smiles died, when Prince Rhaegar Targaryen urged his horse past his own wife, the Dornish princess Elia Martell, to lay the queen of beauty’s laurel in Lyanna’s lap. He could see it still: a crown of winter roses, as blue as frost.
Ned Stark reached out his hand to grasp the flowery crown, but beneath the pale blue petals, the thorns lay hidden… 
–GoT, pg. 631

 

Un altro riferimento all’episodio della corona di rose può essere trovato anche nella storia del Cavaliere dell’Albero che Ride, raccontata da Meera Reed a Bran Stark:

 

“The dragon prince sang a song so sad it made the wolf maid sniffle, but when her pup brother teased her for crying she poured wine over his head.” –SoS, pg. 281

 

Il Principe Drago della storia è Rhaegar, mentre la Fanciulla Lupo è Lyanna. La citazione sembra implicare che Lyanna si innamorò di Rhaegar, come ribadito anche in un passo successivo:

 

“And the mystery knight should defeat all challengers and name the wolf maid the queen of love and beauty.”
“She was,” said Meera. “But that’s a sadder story.”
–SoS, pg. 283

 

Esistono anche altri indizi, forse volutamente ambigui, forniti da Daenerys Targaryen in più di un’occasione – specialmente durante le visioni sperimentate durante la sua visita alla Casa degli Immortali:

 

Yet sometimes Dany would picture it the way it had been…Her brother Rhaegar battling the Usurper in the bloody waters of the Trident and dying for the woman he loved…
—GoT, pg. 30

 

Rubies flew like drops of blood from the chest of a dying prince, and he sank to his knees in the water and with his last breath murmured a woman’s name…
—CoK, pg. 706

 

In entrambi i passi Martin evita accuratamente di usare il nome “Elia”, preferendo optare per “la donna” o “la donna che egli amava”, un indizio che suggerisce un altro nome, quello di Lyanna Stark.

 

 


2) La morte di Lyanna Stark nella Torre della Gioia

 

A pagina 424 del primo volume Eddard sta sognando sotto l’influsso del latte di papavero somministratogli da Pycelle per lenire il dolore causato dalla ferita alla gamba rimediata durante lo scontro con Jaime Lannister. Nel mezzo della visione il lord di Grande Inverno ricorda la battaglia contro la Guardia Reale ai piedi della Torre della Gioia. Anche qui emergono alcuni indizi interessanti. Il primo è che ai piedi della torre erano presenti tre uomini della Guardia Reale: Ser Arthur Dayne , Ser Gerold Hightower e Ser Oswell Whent. Un fatto piuttosto curioso, dato che la Guardia Reale ha il dovere di proteggere i sovrani e i membri della loro famiglia – categoria alla quale Lyanna Stark non apparteneva. Allora cosa ci facevano lì? Rhaegar e Aerys Targaryen erano già morti, mentre Viserys e Daenerys si trovavano a miglia e miglia di distanza, in viaggio verso il continente orientale. La ragione più ovvia è che Lyanna portasse in grembo il figlio di Rhaegar e la Guardia Reale fosse lì per proteggerlo. Un compito delicato, soprattutto perché l’esistenza del bambino doveva rimanere segreta a tutti gli abitanti dei sette regni. Tutti all’infuori di Ser Arthur Dayne, che probabilmente era l’unico di cui Rhaegar si fidasse: lo sappiamo grazie a Ser Barristan, che a pag. 90 del secondo volume (A Storm of Swords) dice a Daenerys che Dayne fu il più vecchio e sincero amico di Rhaegar. Il secondo indizio risiede invece nelle strane circostanze della morte di Lyanna. Dal pensiero di Eddard apprendiamo che la sorella morì di febbre in una stanza che “odorava di sangue e rose” (GoT, pag. 43). Dato che lo scontro con la Guardia Reale si verificò fuori dalla torre, il sangue sul letto, molto probabilmente frutto di un parto, non poteva che essere di Lyanna. Sappiamo per certo che c’era del sangue perchè Eddard, a pagina 424 del primo volume, ricorda la sorella “distesa in un letto di sangue”. L’ipotesi del parto, invece, deriva da una consuetudine di Martin che è solito utilizzare il termine “letto di sangue” proprio per indicare il concepimento. A pagina 674, per esempio, Mirri Maz Duur afferma di conoscere i segreti del “letto insanguinato” riferendosi proprio al parto.

 


3) La promessa di Eddard Stark alla sorella Lyanna

 

“I was with her when she died,” Ned reminded the king. “She wanted to come home, to rest beside Brandon and Father.” He could still hear her at times. Promise me, she had cried, in a room that smelled of blood and roses. Promise me, Ned. The fever had taken her strength and her voice had been faint as a whisper, but when he gave his word, the fear had gone out of his sister’s eyes.
—GoT, pg. 43

 

Eddard promise alla sorella Lyanna di seppellire la sua salma a Grande Inverno, o almeno questo è ciò che confessa a Robert. Eppure qualcosa non torna: nel prosieguo della storia Eddard parla della promessa in più occasioni e lo fa in modo strano, quasi come se la versione raccontata a Robert fosse una bugia. In realtà, Eddard avrebbe promesso alla sorella morente di mantenere segreta la vera identità di Jon per evitare che il re lo uccidesse. Un indizio a favore di questa ipotesi può essere scovato a pagina 116 del primo volume: “You avenged Lyanna at the Trident,” Ned said, halting beside the king. Promise me, Ned, she had whispered.

 

“Tu hai vendicato Lyanna al Tridente”, dice Eddard a Robert, ma poi si ferma. Nella sua mente risuonano ancora le parole di Lyanna: “Promettimelo, Ned”. Perché? La spiegazione è semplice: da uomo d’onore quale è, Eddard è consapevole di aver mentito a Robert – il figlio di Rhaegar è vivo, quindi la vendetta resta incompiuta – e vorrebbe rivelargli la verità, ma non può farlo perché l’eco delle ultime parole di Lyanna glielo impedisce, così come il suo amore nei confronti del figliastro Jon. Ora un’altra citazione interessante:

“I will,” Ned promised her. That was his curse. Robert would swear undying love and forget them before evenfall, but Ned Stark kept his vows. He thought of the promises he made to Lyanna as she lay dying, and the price he’d paid to keep them. –GoT, pg. 380

 

Se Eddard avesse effettivamente promesso a Lyanna di seppellirla a Grande Inverno il passo che abbiamo appena citato non avrebbe senso: che prezzo avrebbe mai dovuto pagare per una simile promessa? Piuttosto, sembra ragionevole supporre che il patto riguardasse Jon. In questo caso, il prezzo pagato da Eddard sarebbero le bugie raccontate alla moglie Catelyn per quattordici anni. La prossima citazione proviene da un sogno di Eddard:

 

“Promise me, Ned,” Lyanna’s statue whispered. She wore a garland of pale blue roses, and her eyes wept blood. –GoT, pg. 501

 

Nel corso della storia Eddard ha molti sogni tormentati che riguardano la promessa fatta a Lyanna. Perché? Sembra piuttosto strano che il lord di Grande Inverno dia tutta questa importanza ad una semplice promessa di sepoltura.

 

“Eat the bastard. Don’t care if you choke on him. Promise me, Ned.” {said Robert.}

 

“I promise.” “Promise me, Ned,” Lyanna’s voice echoed. –GoT, pg. 505

 

Anche in questo caso la coscienza di Eddard parla con la voce di Lyanna. La strana ricorrenza della frase “Promettimelo, Ned” suggerisce che per Eddard la promessa incarni qualcosa di davvero importante, molto più di una sepoltura a Grande Inverno: la vita di Jon Snow.

 


4) Le Rose Blu dell’Inverno


Insieme alle ultime parole di Lyanna, Eddard ricorda spesso anche le Rose Blu dell’Inverno. Sappiamo per certo che Lyanna ne adorava il profumo (GoT, pg. 631) e che la corona di amore e bellezza che Rhaegar le regalò al termine del torneo di Harrenhal era composta proprio da rose blu (GoT, pg. 631). I riferimenti di Ned alle rose blu potrebbero essere semplicemente un richiamo al dolore che egli prova per la morte della sorella, ma potrebbero anche avere un altro significato.

Promise me, she had cried, in a room that smelled of blood and roses. Promise me, Ned…Ned remembered the way she had smiled then, how tightly her fingers had clutched his as she gave up her hold on life, the rose petals spilling from her palm, dead and black…”I bring her flowers when I can,”{Ned} said. “Lyanna was…fond of flowers.” –GoT, pg. 43

 

La stanza nella quale morì Lyanna profumava di rose blu, e lei ne reggeva una in mano. Rhaegar sapeva dell’amore di Lyanna per le rose blu ed è probabile che fosse stato lui a portarle i fiori, per renderla felice.

 

As they came together in a rush of steel and shadow, he could hear Lyanna screaming. “Eddard!” she called. A storm of rose petals blew across a blood-streaked sky, as blue as the eyes of death. –GoT, pg. 425

 

Her {Cersei’s} eyes burned, green fire in the dusk, like the lioness that was her sigil. “The night of our wedding feast, the first time we shared a bed, he called me by your sister’s name. He was on top of me, in me, stinking of wine, and he whispered Lyanna.”
Ned thought of pale blue roses, and for a moment he wanted to weep. 
–GoT, pg. 480

 

“Promise me, Ned,” Lyanna’s statue whispered. She wore a garland of pale blue roses, and her eyes wept blood. –GoT, pg. 501

 

The slim, sad girl who wore a crown of pale blue roses and a white gown spattered with gore could only be Lyanna.  –CoK, pg. 809

 

L’indizio decisivo arriva da una delle visioni di Daenerys nella Casa degli Immortali:

 

A blue flower grew from a chink in a wall of ice, and filled the air with sweetness. –CoK, pg. 707

 

Questo passaggio implica al di là di ogni ragionevole dubbio che le Rose Blu dell’Inverno sono collegate alla Barriera (the Wall of Ice). Il collegamento ha senso perché Jon, che si trova sulla Barriera, essendo figlio di Lyanna incarna in senso simbolico la rosa blu. L’ultimo indizio può essere scovato nel secondo volume, A Clash of Kings, dove Ygritte racconta a Jon una storia su Bael il Bardo:

 

Bael il Bardo fu il leggendario Re oltre la Barriera, noto per la sua grande abilità sia con le armi che con l’arpa, vissuto quando ancora i Bolton e gli Stark erano nemici, ossia circa mille anni fa. Gli Stark avevano messo una taglia su di lui, e il lord di Grande Inverno lo insultò chiamandolo codardo e oppressore dei deboli. Bael si presentò allora sotto mentite spoglie a Grande Inverno, dicendo di chiamarsi Sygerrik di Skagos, e suonò l’arpa per il lord tanto bene che questi gli offrì una ricompensa a sua scelta. Egli chiese allora il più bello dei fiori di Grande Inverno, e il lord fece cogliere per lui una rosa blu dalle sue serre. Ma la mattina seguente “Sygerrik” era scomparso, e con lui la figlia del lord. Nel suo letto solo petali azzurri. All’incirca dopo un anno lord Stark era ormai in fin di vita e disperato, senza eredi, quando una notte sentì il vagito di un neonato provenire dai sotterranei di Grande Inverno. Seguendo il suono delle urla del bambino vi trovò la figlia creduta irrimediabilmente persa, con al seno il figlioletto suo e di Bael. Era rimasta lì nascosta per tutto il tempo. Gli Stark non si erano estinti! (Fonte: The Iron Throne)

 

Dal momento che Rhaegar era un grande appassionato di musica e canzoni, probabilmente cercò di replicare le vicende di Bael per regalare a Lyanna una storia d’amore degna delle antiche ballate. Se esiste davvero un collegamento tra Lyanna e le Rose Blu dell’Inverno, allora in virtù delle visioni di Eddard e Daenerys (alle quali si aggiungeranno poi quelle di Melisandre) l’ipotesi che Jon Snow sia figlio di Rhaegar e della stessa Lyanna è ancora più convincente.

 


5) Bugie, promesse e sogni

 

Eddard è sempre stato descritto da Martin come un uomo d’onore, uno di quei pochi uomini che non riescono a convivere con la menzogna. Sappiamo anche che Eddard si sente in colpa per qualcosa, perché il primo libro è tempestato di riferimenti più o meno espliciti al suo tormento interiore. L’ipotesi più probabile è che questo tormento sia legato in qualche modo alle bugie raccontate ai suoi cari per quattordici anni, come testimonia questo passo estratto da GoT:

 

Troubled sleep was no stranger to him {Ned}. He had lived lies for fourteen years, yet they still haunted him at night. –GoT, pg. 115

 

Dal momento che Jon all’inizio della narrazione ha quattordici anni, è possibile che le menzogne di Eddard riguardino proprio lui. Gli incubi ricorrenti sulla Torre della Gioia e le Rose Blu dell’Inverno costituiscono un altro indizio a favore della nostra conclusione, così come le citazioni che seguono:

 

“She whined and looked at me and a felt so ‘shamed, but it was right, wasn’t it? The queen would have killed her.”

 

“It was right,” her father said. “And even the lie was…not without honor.” –GoT, pg. 222

 

Some secrets are safer kept hidden. So secrets are too dangerous to share, even with those you love and trust. {Ned thought} –GoT, pg. 357

 

The rain had driven everyone under their roofs. It beat down on Ned’s head, warm and relentless as old guilts. –GoT, pg. 379

 

The deceit made him {Ned} feel soiled. The lies we tell for love, he thought. May the gods forgive me. –GoT, pg. 504

 


6) A proposito di Jon Snow

 

La maggior parte delle citazioni che abbiamo estratto dai libri parlano di Lyanna e Rhaegar ma ce ne sono alcune che si riferiscono direttamente a Jon, che sembra essere tutto fuorché un semplice bastardo. Per esempio Eddard non utilizza mai il termine “figlio” quando parla di Jon, un fatto davvero curioso:

 

“Never ask me about Jon,” he said, cold as ice. “He is my blood, and that is all you need to know.” –GoT, pg. 65

 

A più riprese Eddard si riferisce a Jon chiamandolo “il mio sangue”, soprattutto con la moglie Catelyn. Questo potrebbe essere un indizio decisivo: Eddard cerca di rivelare quanto più possibile sulla reale identità di Jon senza venire meno alla sua promessa. A pagina 486 del primo volume Eddard pensa a tutti i suoi figli di sangue, ma esclude Jon:

 

Ned thought, If it came to that, the life of some child I did not know, against Robb and Sansa and Arya and Bran and Rickon, what would I do? Even more so, what would Catelyn do, if it were Jon’s life, against the children of her body. He did not know. He prayed he never would.

 

Più avanti nel libro, mentre si trova incatenato in una cella sotto la Fortezza Rossa in attesa di essere giustiziato, Eddard dedica un altro pensiero al figlio, che si ricollega al loro ultimo saluto appena oltre le mura di Grande Inverno, prima della partenza di Jon per la Barriera. In quell’occasione Jon chiese a Eddard di rivelargli l’identità della madre, ma quest’ultimo rispose che ne avrebbero parlato in occasione del loro prossimo incontro. Ora, ad un passo dalla tomba, Eddard vorrebbe avere l’opportunità di vedere Jon per l’ultima volta.

 

The thought of Jon filled Ned with a sense of shame, a sorrow too deep for words. If only he could see the boy again, sit and talk with him… –GoT, pg. 635

 

Perché, tra tutti i suoi figli, Eddard desidera parlare proprio con Jon prima di morire? Evidentemente deve rivelargi qualcosa di importante, e tutti gli indizi puntano sull’identità della madre. Un’ulteriore prova arriva da un sogno fatto da Bran a Grande Inverno, mentre si trova ancora sotto le cure di Mastro Luwin:

 

“I dreamed about the crow last night. The one with three eyes. He flew into my bedchamber and told me to come with him, so I did. We went down to the crypts. Father was there, and we talked. He was sad.”

 

“And why was that?” Luwin peered through his tube.

 

“It was something to do about Jon, I think.” The dream had been deeply disturbing, more so that any of the other crow dreams. –GoT, pg. 730

 

Le Cronache sono piene di sogni profetici e questo potrebbe non fare eccezione. Nel sogno di Bran il padre Eddard stava cercando di dirgli che nelle cripte di Grande Inverno si nasconde un segreto che riguarda Jon Snow. Anche Jon ha un sogno simile:

 

“I’m walking down this long empty hall…opening doors, shouting names…the castle is always empty…the stables are full of bones. That always scares me. I start to run, then, throwing open doors, climbing the tower three steps at a time, screaming for someone, for anyone. And then I find myself in front of the door to the crypts. It’s black inside, and I can see the steps spiraling down. Somehow I know I have to go down there, but I don’t want to. I’m afraid of what might be waiting for me…I scream that I’m not a Stark, that this isn’t my place, but it’s no good, I have to go down anyway, so I start down, feeling the walls as I descend, with no torch to light the way. It gets darker and darker, until I want to scream…that’s when I always wake.” –GoT, pg. 267

 

Nel secondo libro emergono ulteriori indizi sulla possibilità che nelle vene di Jon scorra sangue reale:

 

“King,” croaked the raven. The bird flapped across the air to land on Mormont’s shoulder. “King,” it said again, strutting back and forth.
“He likes that word,” Jon said, smiling.
“An easy word to say. An easy word to like.”
“King,” the bird said again.
“I think he means for you to have a crown, my lord.”
“The realm has three kings already, and that’s two too many for my liking.” Mormont striked the raven under the beak with his finger, but all the while his eyes never left Jon Snow. 
–CoK, pg. 105

 

Potrebbe trattarsi solamente di una coincidenza, ma potrebbe anche essere una prova delle origini di Jon, che in quanto unico figlio maschio ancora in vita di Rhaegar avrebbe diritto a sedersi sul Trono di Spade.


CONCLUSIONE
Con il passare del tempo, volume dopo volume, Jon Snow si è lentamente ritagliato un ruolo di primo piano nelle Cronache del Ghiaccio e del Fuoco, diventando uno dei personaggi cardine della narrazione insieme a Daenerys Targaryen e Tyrion Lannister. Per ora Martin ha mantenuto il più stretto riserbo sul futuro del bastardo di casa Stark, ma la sensazione è quella che il suo destino sia profondamente intrecciato con il mistero che ancora aleggia sulla reale identità dei genitori. La teoria che vi abbiamo proposto, conosciuta dai fan con l’acronimo di L+R=J, è attualmente l’unica in grado di spiegare efficacemente gli sviluppi narrativi introdotti da Martin negli ultimi due libri delle Cronache. Se Jon fosse veramente figlio di Rhaegar e Lyanna si configurerebbe uno scenario piuttosto suggestivo: da un lato egli diventerebbe il più serio candidato ad incarnare il ruolo del principe della profezia, Azor Ahai, destinato a sconfiggere gli Estranei (leggi il nostro approfondimento); dall’altro, si trasformerebbe nel personaggio simbolo dell’intera saga, l’unico in grado di rappresentare fino in fondo la canzone del Ghiaccio (Lyanna) e del Fuoco (Rhaegar) che dà il titolo all’intera opera di Martin. Per scoprire la verità non resta che attendere la pubblicazione del penultimo volume delle Cronache, “The Winds of Winter”, attesa entro la fine del 2015.

Ceci n’est pa un viol, la performance scandalo di Emma Sulkowicz

Emma Sulkowicz è una giovane laureata in arti visive alla Columbia University la cui storia aveva suscitato molto scalpore qualche mese fa. Emma era stata violentata nel dormitorio della Columbia da un suo collega, la ragazza sostiene che l’incontro sessuale che era cominciato come consensuale si è trasformato in uno stupro. La ragazza aveva denunciato lo stupro alle autorità universitarie ma la sua accusa era stata giudicata infondata, nonostante fosse stata supportata da altre due ragazze che si erano lamentate dei modi sessualmente violenti del ragazzo.


Dopo la decisione dell’università le tre ragazze concessero una intervista al New York Post che fece diventare la storia di rilevanza nazionale. Anche una senatrice, Kirsten Gillibrand, si schierò a sostegno della ragazza; il New York Times le fece scrivere un editoriale. La ragazza, successivamente, denunciò il presunto violentatore anche alla polizia che dopo un interrogatorio lo scagionò per “mancanza di un ragionevole sospetto”


Emma non si scoraggiò e inventò una performance artistica che le fece guadagnare ulteriore attenzione. La performance di endurance art si chiamava Mattress Performance consisteva nel portarsi dietro un materasso da 22 kg del tipo di quelli usati nei dormitori ovunque andasse nel campus. La performance iniziò nel settembre 2014 e si concluse alla cerimonia di laurea del maggio 2015.


Il mondo dell’arte apprezzò molto la performance e Emma Sulkowicz ora ha creato una nuova opera: Ceci n’est pas un viol.
Il lavoro consiste in un video messo online di 8 minuti con una piccola introduzione e una sezione di commenti. Nel video in cui lei stessa è protagonista insieme a un attore anonimo la Sulkowicz fa sesso con un ragazzo dal viso oscurato quando nel bel mezzo dell’atto lui inizia a diventare violento, la colpisce, si toglie il preservativo e inizia a stuprarla analmente, fino al momento in cui si alza e se ne va. La ragazza si alza, esce dalla stanza, torna, prende delle lenzuola, fa il letto e si mette a dormire rannicchiata. Il video è stato diretto da Ted Lawson


Il titolo della performance fa il verso a Ceci n’est pas un pipe di Magritte. Lo scopo del video è mostrare il momento in cui il sesso passa da essere consensuale a non consensuale. I commenti sono una parte essenziale della performance e sono stati tantissimi, per lo più sessisti e offensivi. Il sito ha subito anche un attacco DDoS che lo ha fatto andare offline per qualche ora.

Che cos’è Sufferosa?

Sufferosa è un film interattivo creato per il web da Dawid Marcinkowski. Il film è una satira del culto della bellezza e della gioventù nel mondo di oggi ed è ispirato ad Alphaville di Jean-Luc Godard, al genere noir americano e a The Saragossa Manuscript di Wojciech Has.


Il detective Ivan Johnson sta cercando una donna scomparsa , Rosa von Braun. La sua investigazione lo porta a interessarsi al professore Carlos von Braun che lavora in una clinica di bellezza che si occupa di trattamenti di ringiovanimento per donne. Von Braun fa drogare Johnson e lo fa portare alla sua clinica sull’isola tropicale di Miranda. Alcuni giorni dopo Johnson si sveglia in una cella. Tutto quello che succede poi è nelle mani dello spettatore.


In questo film interattivo lo spettatore diventa detective, il suo obiettivo è trovare la donna scomparsa e scappare dall’isola. Durante la sua investigazione incontra dipendenti della clinica, pazienti, ospiti e alla fine il professore Carlos von Braun


Navigare attraverso il film è facile, basta guardare le scene e poi muovere il mouse per scegliere il percorso da seguire, in ogni scena ci sono almeno un paio di scelte possibili.
Sufferosa è uno dei progetti di cinema interattivo sul web più grandi mai realizzati: 110 scene, 3 finali alternativi, 20 location e 25 attori. La colonna sonora comprende gruppi come i Sonic Youth, i Memory Tapes e i Glass Candy


Il film ha sorpreso la critica ed è stato il primo film interattivo ad apparire nei festival cinematografici come il Vancouver International Film Festiva o il Geneva International Film Festival. Il film, oltretutto, è un progetto artistico senza intenti commerciali.


Ecco il film.

L’amicizia nel disagio della modernità

Indubbiamente il contesto sociale e tecnologico incide sulla qualità dei rapporti, anche di quelli amicali. Neppure i sentimenti più profondi riescono a sfuggire a tante circostanze esteriori sfavorevoli. Senza per questo trasformarsi in barbosi laudatores temporis acti, è evidente che, quando esistevano ancora dei borghi pieni di cortili e di piccole aree verdi, con le botteghe del droghiere e le osterie di una volta, senza l’assordante rumore del traffico e dei rischi che esso comporta, era molto più facile incontrarsi e socializzare, condividendo tempi più distesi e spazi più conviviali.


Di questo squilibrio risente tanto l’affetto quanto l’amicizia quanto l’eros. Difatti, anche queste esperienze profondamente umane subiscono le conseguenze dei ritmi convulsi e spersonalizzanti della società di massa e del dilagare della comunicazione virtuale.


Un certo inaridimento dell’insieme dei rapporti sociali non favorisce quel tipo di rapporti che si appellano all’amore. E, d’altra parte, proprio questo inaridimento spinge a ricercare tali rapporti, che non si limitano a concetti utilitaristici e strumentali o addirittura basati su egoismo e furbizia, calcolo e opportunismo.


Tale fenomeno era già stato intuito da intellettuali e poeti. Pensiamo, ad esempio, ad Antoine de Saint-Exupéry quando nel 1943, alla vigilia della nostra società globalizzata, scriveva il suo capolavoro, Il Piccolo Principe. In quella favola di straordinaria intensità, ad un certo punto una volpe chiede al principe di poter entrare nella sua vita: «Gli uomini» – dice la volpe- «non hanno più tempo per conoscere nulla. Comprano dai mercati le cose già fatte. Ma, siccome non esistono mercati di amici, gli uomini non hanno più amici. Se tu vuoi un amico, addomesticami».


Forse anche una dilagante mentalità pedagogica, incentrata sulla soddisfazione immediata dei desideri o perfino dei capricci, contribuisce alla formazione di una società meno amichevole, così da privilegiare obiettivi inautentici se non perfino nocivi e, viceversa, trascurare le persone e le loro realtà.


L’amicizia, come e più di ogni altra forma di amore, non è un dato acquisito una volta per sempre, ma un processo: e, come tale, richiede tempo, impegno, investimento di energie e di speranze. La mancata attenzione verso di essa si traduce in una sorta di rachitismo spirituale, in una graduale dissoluzione dei rapporti sociali, in una dispersione progressiva e inarrestabile delle potenzialità psicologiche più autentiche e profonde.


L’amicizia si colloca ai livelli superiori della consapevolezza e della scelta esistenziale; nondimeno anche il contesto culturale complessivo può incidere più o meno profondamente su di essa, sino ad indebolirla o comunque a non favorirla, come un seme che, pur avendo in sé il principio del proprio sviluppo, ha bisogno di un terreno adatto per attecchire e fruttificare. La fiducia è il vero terreno di coltura dell’amicizia.


L’amicizia, a sua volta, crea un ambiente amabile e fiducioso, sicuro, sereno; genera un clima che non solo rende possibile un’adeguata comunicazione tra le persone, ma si riflette all’interno dei nuclei familiari, favorendo il dialogo tra i coniugi e con i figli.


A partire da questa dimensione familiare, tipica anche dell’affetto, l’amicizia si manifesta anche come una «virtù politica», tale da favorire la costruzione di convivenze ordinate e felici, educando gli individui alla socializzazione e alla relazionalità. Essa è un «luogo» di fondazione del politico stesso.


Formidabile, in questo senso, fu l’intuizione dei pensatori illuministi che la società non poteva basarsi solo sull’uguaglianza e sulla libertà. Occorreva un altro principio, la fraternità, cioè il rapporto tra le persone concrete che formano un insieme sociale. Se, come dicevamo all’inizio, tale fratellanza presuppone il fatto di non poter scegliere, la capacità di entrare in relazione con gli altri in modo costruttivo è invece affidata alla libera decisione di ognuno: una realtà, perciò, del tutto simile all’amicizia.


Alla luce del percorso storico che, soprattutto nell’Occidente, si è compiuto a partire dall’illuminismo, possiamo affermare senza ombra di dubbio che i tentativi di realizzare la libertà e l’uguaglianza sono stati molto più numerosi ed efficaci di quelli miranti a realizzare la fraternità amichevole. Basti pensare alla grande rivoluzione liberale dell’Ottocento e al socialismo-comunismo del Novecento per rendersi conto di come il terzo valore della Rivoluzione Francese attenda ancora un movimento capace di incarnarlo e proporlo veramente all’ordine del giorno di una prassi politica e culturale.


La forza politica e comunitaria dell’amicizia non ha ancora esaurito la sua spinta propulsiva.


Dal passato è possibile attingere stimoli ed esperienze: pensiamo, tra l’altro, al modello epicureo e a quello filantropico dello stoicismo; alla fraternità di Francesco d’Assisi e delle confraternite medioevali; al pensiero erasmiano e a quello di Campanella fino ai socialisti utopistici e al comunitarismo. C’è, dunque, ancora tanta strada da percorrere per psicologi, pedagogisti, educatori e operatori culturali, affinché «un’amicizia si faccia politica».

RITRATTO DI MARCO GIUDICI, QUANDO IL LAVORO E’ PASSIONE.

Marco Giudici l’ho incontrato un giorno alle prese con l’inesauribile fantasia di Renzo Arbore, quando per chissà quale congiunzione astrale, in un angolo molto “off” del panorama televisivo italiano, per una manciata di anni, si è sperimentata una corrente di “altra tv” (il copyright è arboriano) ai bordi del grande impero Rai.

La sede periferica di Borgo Sant’Angelo, a metà degli anni duemila, è stata un luogo d’invenzioni tanto di format quanto di bizzarrie promozionali.

Un giorno per presentare un documentario dedicato a una regina della lirica come Renata Scotto, insegnante alla Juilliard School, si decise una presentazione a New York trasportando in terrazza in cima a un grattacielo un pianoforte a coda.

Milanese, una laurea in filosofia alla Statale, trapiantato a Roma, ora Giudici abita la burocrazia di viale Mazzini come vicedirettore di Rai due.


Per oltre vent’anni si è formato nel giornalismo scritto, redattore di quotidiani e periodici, con competenze di cronaca interna e giudiziaria, e poi politico-parlamentare. Per un decennio si è occupato di comunicazione istituzionale, come capoufficio stampa di più ministeri.

Dalla metà degli anni Novanta la sua passione per i media l’ha portato a interessarsi di televisione. E’ stato direttore del telegiornale di Videomusic e Telemontecarlo, e ha vissuto da protagonista la prima stagione dei canali specializzati, dirigendo il primo, fortunato esempio di rete dedicata al repertorio, Raisat Album, antesignana dell’attuale Rai Storia.

Nel 2003, con l’apertura della relazione commerciale e editoriale tra la Rai e la piattaforma Sky, appena sbarcata nel nostro Paese, Giudici ha progettato e diretto il canale semigeneralista RaiSat Extra, un esperimento “ibrido” di offerta popolare e scommesse innovative, meritevole di svariati riconoscimenti.

Da qualche anno a Rai due ha la responsabilità di buona parte della programmazione quotidiana e settimanale popolare di day time.


Il tratto principale del tuo carattere

L’inclinazione a stupirsi sempre delle cose della vita. La mia testa è un mix di rigore cartesiano e spirito anarchico. Cerco l’ordine ma al tempo stesso mi riconosco ribelle alle convenzioni irragionevoli.


La qualità che ammiri in un uomo.

La calma.


La qualità che ammiri in una donna.

Sensibilità, fascino, dolcezza.


Quel che apprezzi di più nei tuoi amici.

Spontaneità, sincerità, riservatezza.


Il tuo principale difetto.

Tanti. Quello con cui convivo: l’impulsività, mitigata però dall’assenza di rancore, perché tendo a dimenticarmi dei torti subìti.

Quello che non mi sopporto addosso, ma per fortuna occasionale: la permalosità.

Quello avvertito come tale, come difetto, non rivendicabile come una virtù: l’ingenuità.


La tua occupazione preferita.

Camminare veloce.


Il tuo sogno di felicità

E’ un’ambizione troppo lontana da me. Posso dire che sto bene quando mi sento utile a qualcuno e a qualcosa. E provo una sensazione di appagamento di fronte alla bellezza.

Bellezza di un volto, di un corpo, di una casa, di un panorama, di una semplice combinazione di colori, persino.


Quale sarebbe, per te, la più grande disgrazia

Come accadimento della vita, la perdita di un figlio.

In me stesso, la perdita della ragione avendone in qualche modo coscienza



Quel che vorresti essere.

Me stesso meno preoccupato di come vorrei essere.


Il paese dove vorresti vivere.

Il mio, l’Italia. Stabilmente in nessun altro posto.

Il colore che preferisci.

Il rosso.


Il fiore che ami.

La camelia.


L’uccello che preferisci.

L’aquila.


I tuoi autori preferiti in prosa.

Cervantes e Dostoevskij. Tra i pensatori, Hegel. Tra i testimoni del mio tempo, Edmondo Berselli.


I tuoi eroi nella finzione.

I Blues Brothers e il commissario Maigret. Strampalati appassionati i primi, ragionatore inflessibile il secondo.


I tuoi compositori preferiti.

Mozart, Beethoven, Mahler, Gershwin.


I tuoi pittori preferiti.

Nell’ordine, Edward Hopper, Caravaggio, Picasso.


Quel che detesti più di tutto.

Tre cose. L’arte di prosperare non decidendo mai nulla, alle spalle degli altri e non pagando mai dazio. La manìa di vedere sempre una trama o un complotto, anche dove non c’è. E poi, con gli anni e l’esperienza, mi disgusta l’accanimento gratuito e smodato e protetto dei molti contro il singolo che si pensa colpevole.


Quel che c’è di brutto in te.

L’impazienza.


I personaggi storici che apprezzi di più.

Martin Luther King, J. F. Kennedy, Ghandi, De Gasperi, Elisabetta I.


La riforma che apprezzi di più.

Quelle che ancora mancano, e che promuovono i diritti umani e di cittadinanza. Il loro perimetro è sempre diverso, epoca dopo epoca. Esempio: se oggi ti dicono che puoi pagare solo via web, internet non può non diventare un diritto. Gratuito per tutti nelle funzioni base.

Il dono di natura che vorresti avere.

Una maggior capacità di rilassarmi e un’emotività meno manifesta.

Poi saper pensar male qualche volta di più, e per tempo.


Lo stato attuale del tuo animo.

Inquieto.


Le colpe che t’ispirano maggiore indulgenza.

Quelle dettate dalla necessità, il furto di chi ha fame, per esempio.



Il tuo motto

Estote parati, vecchio imperativo scout. Infanzia e parte della gioventù le ho spese nell’Agesci.


Come vorresti morire.

Nel sonno. O comunque in un attimo. Provo angoscia quando mi capita di essere vicino e assistere una vita lungamente, gravemente sofferente. E poi morire riuscendo a credere che il dopo c’è, che Dio ci aspetta come ci aspettano coloroa che abbiamo perduto.

La Cina e la sua svolta ecologica

La Cina è sempre stata un grattacapo per gli ambientalisti, una economia emergente incentrata sul carbone fossile e, fino ad ora, nessuna intenzione di cambiare politiche energetiche.
L’istituto di ricerca Grantham sul cambiamento climatico e l’ambiente della London School of Economics ha pubblicato uno studio in cui sostiene che la Cina si sta allontanando dall’inquinante industria pesante e che le nuove politiche ambientali stanno producendo i primi effetti. Il risultato è che l’industria cinese sta bruciando meno carbone e sta producendo meno CO2 rispetto agli anni precedenti. Xi Jinping sta mantenendo la promessa fatta a Obama di ridurre le emissioni entro il 2030.


La Cina non ha sviluppato una novella coscienza ambientalista all’improvviso, la situazione per i cinesi è diventata insostenibile, alcune città sono così inquinate che la gente cerca di non uscire di casa e le percentuali di malattie respiratorie sono saliti a livelli mai visti.


Il picco delle emissioni cinesi dovrebbe esserci nel 2025, ciò significa che la più grande produttrice di gas serra al mondo diventerà ancora più inquinante ma l’obiettivo e quello di anticipare il punto di picco in modo di raggiungere l’obiettivo globale di ridurre l’aumento di temperatura mondiale a soli 2 gradi per questo secolo.


I paesi del G7 hanno ribadito di voler raggiungere l’obiettivo nel recente incontro di Schloss Elmau in Germania ma non hanno messo nero su bianco nessun impegno formale. In un comunicato congiunto i paesi G7 hanno tuttavia dichiarato che “profondi tagli nelle emissioni di gas serra sono necessaria con un de-carbonizzazione dell’economia globale nel corso di questo secolo.


Gli Stati Uniti si sono posti l’obiettivo di ridurre del 28% le emissioni di gas serra registrate nel 2005 per il 2025. Il piano di Obama però è stato fortemente contrastato dai repubblicani al Congresso. La paura della componente conservatrice del Congresso è che una politica di riduzione delle emissioni possa danneggiare l’economia e dare un vantaggio competitivo a paesi come la Cina che non rispettano le politiche ecologiche come i protocolli di Kyoto.


La nuova posizione della Cina però potrebbe lasciare senza argomenti gli oppositori ad una politica di taglio delle emissioni più aggressiva. Senza contare che un impegno della Cina potrebbe dare molta più forza alla conferenza sul cambiamento climatico prevista a Parigi entro la fine dell’anno.


La Cina è fondamentale per qualsiasi accordo sul clima, da sola usa tanto carbone quanto tutto il resto del mondo messo insieme e fa un grandissimo uso di combustibili fossili. Un uso smodato che ha fatto si che la Cina abbia compiuto quel miracolo economico che è stato lo sviluppo industriale senza precedenti da una economia essenzialmente agricola in pochissimi anni.


Dopo lo scoppio della crisi economica globale i leader cinesi hanno capito che il modello economico cinese fatto di industria e esportazioni che aveva portato a tassi di crescita da 10% annui non era più sostenibile. La soluzione per i cinesi è concentrarsi di più sul consumo domestico e sui servizi e permettere ai tassi di crescita di abbassarsi. Le nuove politiche ecologiche sono una conseguenza di questa nuova visione politico-economica.


In questa ottica si devono vedere gli investimenti enormi nell’idroelettrico, solare, eolico e il mega accordo da 400 miliardi di dollari con la Russia per il gas. Nonostante questo, però, la Cina sta continuando a costruire enormi impianti elettrici a carbone e ad Aprile ha sorpassato gli Stati Uniti come maggior importatore di petrolio al mondo


Probabilmente non saranno tutti contenti della svolta green del colosso asiatico. Paesi come l’Australia che si è arricchita grazie all’enorme richiesta di materie prime della Cina o come le stesse compagnie carbonifere statunitensi che con il calo di richiesta domestica avevano adocchiato il gigantesco mercato cinese. Quel che è certo è che un cambiamento di politica economica di un paese come la Cina scuoterà l’economia mondiale.

August Sander approda al MoMA

August Sander pubblica il suo primo libro fotografico nel 1929: una selezione di 60 ritratti dalla serie “People of the Twentieth Century”. Fotografò durante il periodo fascista, con non pochi problemi sia a livello personale che professionale; suo figlio, membro del partito di sinistra Sozialistischen Arbeiterpartei Deutschlands (SAP) fu arrestato nel 1934 e condannato a 10 anni di prigione. Morì in quello stesso luogo nel 1944.

Il libro di Sander venne sequestrato perché i ritratti rappresentavano un uomo diverso da quello proposto dal regime nazista, uomini e donne imperfetti per lo standard dittatoriale.

Oggi tutte le fotografie rimaste dell’autore, verranno interamente raccolte al Moma di New York. Grazie alla generosità della famiglia Sander, 619 immagini entreranno per sempre a far parte della storia, una storia che racconta il talento di un fotografo e la tristezza di un’epoca. Una Germania nazista sciorinata attraverso ritratti tra la fine dell’800 e la prima metà del Novecento.

Fotografie di uomini mangiati dalla fame e dalla rassegnazione, anziani deturpati, ciechi, poveri contadini sporchi di lavoro, donne imbruttite dalla tristezza, tutti fotografati senza menzogne, nella loro integrità, nella loro dignità, nella loro imperfezione.

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Working Title/Artist: High School Student, CologneDepartment: PhotographsCulture/Period/Location: HB/TOA Date Code: 11Working Date: 1926 photography by mma, Digital File DP228688.tif retouched by film and media (jnc) 10_19_12

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FRANCESCA WOODMAN E BIRGIT JURGENSSEN E LA DISPERATA RICERCA DELL’UNITA’

Si chiamano Francesca Woodman e Birgit Jürgenssen e sono due donne che a loro modo hanno interpretato e sofferto la ricerca, mai conclusiva, sulla femminilità.


FRANCESCA WOODMAN E BIRGIT JURGENSSEN E LA DISPERATA RICERCA DELL’UNITA’

Untitled, Boulder, Colorado, 1972–1975/2005 Schwarz-Weiß-Silbergelatineabzug auf Barytpapier/ Black-and-white gelatin silver print on barite paper © Courtesy George and Betty Woodman, New York / SAMMLUNG VERBUND, Wien




Una mostra a Merano celebra queste due straordinarie artiste entrambe scomparse giovanissime.


FRANCESCA WOODMAN E BIRGIT JURGENSSEN E LA DISPERATA RICERCA DELL’UNITA’

Self-deceit #1, Rome, Italy, 1978/1979 Schwarz-Weiß-Silbergelatineabzug auf Barytpapier/ Black-and-white gelatin silver print on barite paper © Courtesy George and Betty Woodman, New York / SAMMLUNG VERBUND, Wien




La mostra fa parte della stagione di Merano Arte che vedrà alternarsi altri importanti eventi dedicati all’arte.


FRANCESCA WOODMAN E BIRGIT JURGENSSEN E LA DISPERATA RICERCA DELL’UNITA’

Francesca Woodman, Self portrait talking to vince, Providence, Rhode Island, 1977 1999_Courtesy George and Betty Woodman, New York SAMMLUNG VERBUND, Wien.jpg Francesca Woodman, Self portrait talking to vince, Providence, Rhode Island, 1977-1999 Schwarz-Weiß-Silbergelatineabzug auf Barytpapier/ Black-and-white gelatin silver print on barite paper Courtesy George and Betty Woodman, New York SAMMLUNG VERBUND, Wien.jpg




Le opere provengono dalla Collezione Verbund di Vienna e in mostra si potranno ammirare 40 lavori di Birgit Jürgenssen e 80 fotografie di Francesca Wododman.


FRANCESCA WOODMAN E BIRGIT JURGENSSEN E LA DISPERATA RICERCA DELL’UNITA’

Untitled, Providence, Rhode Island, 1976/1999 S/W-Silbergelatineabzug auf Barytpapier / Black-and-white gelatin silver print on barite paper © Courtesy George and Betty Woodman, New York / SAMMLUNG VERBUND, Wien




Francesca Woodman nata a Denver nel 1958 si è suicidata a soli 22 anni lanciandosi da un palazzo di New York.



FRANCESCA WOODMAN E BIRGIT JURGENSSEN E LA DISPERATA RICERCA DELL’UNITA’

Untitled, New York, 1979/2001 Schwarz-Weiß-Silbergelatineabzug auf Barytpapier/ Black-and-white gelatin silver print on barite paper © Courtesy George and Betty Woodman, New York / SAMMLUNG VERBUND, Wien




La sua esistenza è stata apparentemente tranquilla, figlia di artisti, il padre pittore la madre ceramista , comincia a fare fotografie a soli 13 anni .


FRANCESCA WOODMAN E BIRGIT JURGENSSEN E LA DISPERATA RICERCA DELL’UNITA’

BIRGIT JÜRGENSSEN Nest, 1979 S/W-Fotografie © Estate of Birgit Jürgenssen / Bildrecht, Wien, 2015 / Sammlung Verbund, Wien




La sua ricerca è stata incentrata sul corpo femminile e lei stessa ha usato il suo corpo in molte fotografie che oscillano tra il tragico e l’estetizzante .


FRANCESCA WOODMAN E BIRGIT JURGENSSEN E LA DISPERATA RICERCA DELL’UNITA’

BIRGIT JÜRGENSSEN Ohne Titel, 1979/1980 S/W-Fotografie © Estate of Birgit Jürgenssen / Bildrecht, Wien, 2015 / Sammlung Verbund, Wien




Pressappoco stesso discorso vale per Birgit Jürgenssen, nata a Vienna nel 1949 e scomparsa nel 2003, il suo lavoro si è nutrito, tra le altre cose, della sua ricerca teorica spaziando dalla psicanalisi allo strutturalismo alla ricerca sul corpo in frantumi messa a punto da Antonin Artaud.


FRANCESCA WOODMAN E BIRGIT JURGENSSEN E LA DISPERATA RICERCA DELL’UNITA’

Untitled, Boulder, Colorado, 1972–1975/1999 Schwarz-Weiß-Silbergelatineabzug auf Barytpapier/ Black-and-white gelatin silver print on barite paper © Courtesy George and Betty Woodman, New York / SAMMLUNG VERBUND, Wien




La questione del corpo, la sua frammentaria allucinata scomposizione, il richiamo all’identità e all’unità –non dimentichiamo che un corpo è sempre uno- sono i temi intorno a cui si muove la ricerca di queste due artiste la cui arte estrema non smette di interrogarci sulla femminilità.



In copertina: BIRGIT JÜRGENSSEN
FRAU, 1972
S/W-Fotografie, überzeichnet
© Estate of Birgit Jürgenssen / Bildrecht, Wien, 2015 / Sammlung Verbund, Wien

FRANCESCA WOODMAN E BIRGIT JURGENSSEN OPERE DELLA COLLEZIONE VERBUND.

Merano,edificio Cassa di Risparmio (tel.473-212643)

Dal 27 giugno al 20 settembre. Sito della mostra.

Il Riposo durante la fuga in Egitto di Caravaggio

Strano percorso quello delle opere di Caravaggio: alcune sono ultra documentate, di altre invece sappiamo quasi niente.

Uno dei più grandi artisti di tutti tempi (e oggi in assoluto il più “gettonato” presso l’opinione pubblica) nacque a Milano nel 1571. Il suo nome è Michelangelo Merisi e sarà universalmente noto con il nome della piccola città lombarda, Caravaggio appunto, della quale la famiglia era originaria. In Milano frequentò la bottega del pittore Simone Peterzano, uno degli artisti che in quegli anni collaborava con l’arcivescovo Carlo Borromeo nel proporre un’iconografia secondo le indicazioni del concilio di Trento, da poco concluso.

Intorno all’età di venti anni, il Merisi lascia la Lombardia e si trasferisce a Roma. Qui si farà conoscere e apprezzare per una serie di opere, che gli meriteranno l’incarico di decorare con le Storie di San Matteo la Cappella Contarelli in San Luigi dei Francesi in occasione del giubileo del 1600. A questa importante commessa seguì quella per la Cappella Cerasi in Santa Maria del Popolo, quella della Cappella Cavalieri in Sant’Agostino e diverse altre.


Ma, come si diceva, mentre i suddetti incarichi sono ben documentati, una serie di altri dipinti non è accompagnata da alcuna testimonianza scritta. Il Riposo durante la fuga in Egitto appartiene a questo secondo gruppo.

L’opera, attualmente custodita nella Galleria Doria Pamphilj di Roma, potrebbe risalire agli ultimi anni del Cinquecento, quando il giovane pittore stava acquistando fama nella Città Eterna. Non si sa niente riguardo al committente né alla destinazione: forse per un altare in una chiesa o per la cappella in un palazzo. A dispetto di questa mancanza d’informazioni, però, ci troviamo davanti a un capolavoro di straordinaria bellezza e di eccezionale immediatezza comunicativa.

Il soggetto raffigurato è un episodio che non si trova nei Vangeli, ma solo negli scritti apocrifi, che sono libri non approvati dalla Chiesa ma che hanno avuto un grande influsso nella predicazione e nell’arte: durante la fuga in Egitto, la Santa Famiglia si ferma per una sosta. Ne parla il cosiddetto Pseudo Vangelo di Matteo, il quale dedica quattro capitoli al viaggio compiuto dai profughi di Nazareth per mettersi in salvo da Erode che voleva uccidere il bambino e, perciò, aveva decretato la strage degli innocenti. Ecco il testo dello Pseudo Matteo:


Il Riposo durante la fuga in Egitto di Caravaggio


«Giunti a una certa grotta, volevano riposarsi in essa e la beata Maria discese dal giumento e, seduta, teneva il fanciullo Gesù nel suo grembo. […] Nel terzo giorno di viaggio avvenne che la beata Maria, stanca per il troppo calore del sole nel deserto, vedendo un albero di palma disse a Giuseppe: “Mi riparerò alquanto all’ombra di questo albero”. Giuseppe dunque la condusse premuroso presso la palma e la fece scendere dal giumento» (Ps Mt 18,1; 20,1).

L’arte medievale e soprattutto rinascimentale aveva già magnificamente illustrato l’episodio: basti pensare ad alcuni quadri di pittori fiamminghi o, più vicini al Nostro, i bellissimi dipinti del Correggio (1520) e del Barocci (1573). Anche grazie al confronto con questi illustri precedenti, il quadro di Caravaggio si presenta come una profonda sintesi di arte popolare e arte classica greco-romana. Il pittore riprende i simboli che la tradizione aveva elaborato per descrivere l’avvenimento, ma li rielabora, così da ottenere una scena originale.

La sosta, sembra dire il Merisi, è una pausa necessaria per il riposo: non è né la solenne contemplazione del mistero (come in Correggio) né un gioco a contatto con la natura (come nel Barocci). Sulla destra, infatti, vediamo la Madonna vinta dalla stanchezza, che, letteralmente, crolla in preda al sonno. Sedutasi sotto l’albero, è dolcemente piombata nel torpore: la testa si reclina su quella del neonato e la mano destra scivola in giù.


Allora, per assecondare il riposo della giovane madre e del bambino, un angelo scende dal cielo e inizia a suonare un’armonia divina, mentre San Giuseppe regge lo spartito musicale e l’asino spalanca il grande occhio di fronte a tanta meraviglia. Alcuni studiosi sono riusciti perfino a decifrare la melodia: si tratta di un brano del fiammingo Noel Baldewijn, che era stato pubblicato in Italia nel 1519. Le parole sono prese dal Cantico dei Cantici: «Quam pulchra es et quam decora … Quanto sei bella e quanto sei graziosa, o amore, piena di delizie!». Sono le parole che, nel libro biblico, lo sposo dice alla sposa. Qui, riprendendo un antico simbolismo, è Dio stesso che le rivolge a Maria, sua “sposa” e madre del suo Figlio incarnato.

Caravaggio realizza un ambiente; e anche in questo non fa altro che riprendere uno schema precedente, quello di una scena sacra inserita in un paesaggio. Ma egli sottolinea con vigore il significato simbolico delle piante. Come già altri prima di lui, toglie la palma di cui parlava lo Pseudo Matteo a favore della quercia, accanto alla quale sorge una pianta di alloro; il braccio sinistro di Maria sfiora un cespuglio di spine, mentre ai suoi piedi compaiono il cardo e il tassobarbasso; l’intera scena, poi, appare inquadrata tra uno stelo di grano a destra e una piccola damigiana di vino a sinistra. Questo insieme di particolari crea uno straordinario messaggio simbolico, che allude al mistero della sofferenza di Gesù (le spine e il cardo) e al suo glorioso trionfo nella risurrezione (l’alloro, la quercia e il tassobarbasso), che il mistero eucaristico continuamente rappresenta e ripresenta.


Guardando l’intera composizione, notiamo che da sinistra a destra si evidenzia un cammino qualitativo, che va dagli esseri inanimati (le pietre, il sacco, il vino) all’animale all’uomo all’angelo al divino e dall’aridità della terra alla natura rigogliosa: è il cammino della salvezza.

Tra i personaggi e con l’ambiente si stabilisce una profonda comunione, al punto che quasi non c’è spazio tra le figure.

Al di là del grande valore estetico, il quadro propone un messaggio di straordinaria importanza. Ciò che vediamo è una famiglia, colta in un momento di riposo ma in una situazione di difficoltà. Sembra che il triste inverno della violenza abbia il sopravvento. Ma non dimentichiamo che l’angelo di Caravaggio ha le ali di una rondine: è l’annunzio di una primavera di libertà e di speranza.

Erdogan ha perso la maggioranza parlamentare in Turchia

L’AKP ha vinto le elezioni in Turchia ma è passato da quasi il 50% al 41%, perdendo quasi 9 punti, una sconfitta bruciante per Erdogan che aveva fatto di queste elezioni un referendum sulla sua figura.
Erdogan puntava a una maggioranza netta che gli avrebbe permesso di mettere in atto le riforme costituzionali che aveva in mente che avrebbero trasformato la Turchia in una repubblica presidenziale.


Queste elezioni sono state un brusco ritorno alla realtà per Erdogan, ormai lanciato verso la conquista del potere assoluto. Erdogan era stato nominato presidente l’anno scorso dopo più di un decennio come primo ministro. La carica di presidente è per la gran parte cerimoniale in Turchia ma l’ex sindaco di Istanbul puntava a rendere la Turchia una repubblica presidenziale e il primo passo è stata l’elezione diretta del presidente della repubblica.


Il partito che ha ottenuto il miglior risultato è senza dubbio il Partito democratico del popolo, i curdi per la prima volta nella loro storia hanno superato lo sbarramento del 10%. L’AKP ha comunque ottenuto il maggior numero di seggi ma sarà costretto a formare un governo di coalizione. Nel caso non si riesca a formare un governo c’è anche la prospettiva di nuove elezioni.


Queste elezioni non solo segnano la fine delle ambizioni presidenziali di Erdogan ma mettono in una situazione scomoda Ahmet Davutoglu, il delfino di Erdogan, messo a fare il primo ministro con modalità che hanno ricordato la staffetta Putin/Medvedev. Davutoglu che ha tenuto un discorso trionfante dalla sede del suo partito nonostante la perdità di 9 punti.


Erdogan rimarrà sicuramente ancora determinante all’interno della politica turca ma in queste elezioni si sono viste le prime crepe anche nel suo quartiere d’origine, Kasimpasa a Istanbul. Erdogan sembra essere diventato troppo aggressivo nella sua ricerca del potere anche per il suo collegio storico. La ricerca del presidenzialismo non è stata ben accolta dai turchi, i quali nei sondaggi si sono ampiamente espressi contro la riforma.


Erdogan, esercitando il suo ruolo di presidente, potrebbe indire nuove elezioni nel caso in 45 giorni non venga raggiunto un accordo tra le parti per la formazione di un governo e l’ex sindaco di Istanbul ha già sfidato le ex opposizioni a trovare un accordo tra di loro. I curdi, invece, per la prima volta sono rappresentati in forze nel nuovo parlamento. Selahattin Demirtas è il vero vincitore di queste elezioni. Il partito curdo, l’HDP, ha attirato su di se i voti di molto minoranze, non solo etniche ma anche culturali, come, ad esempio, gay e donne.


Il risultato di queste elezioni porterà ad un probabile cambio della politica turca nei confronti della guerra in Siria. Erdogan è un feroce nemico di Assad e la lotta contro il dittatore siriano ha portato la Turchia a chiudere più di un’occhio nei confronti di tutti i combattenti che raggiungono la Siria per lottare contro Assad, che siano Peshmerga o miliziani ISIS. Oltre che a non aver dato le proprie basi aeree alla coalizione anti-ISIS.


L’AKP si aspetta un governo di minoranza e elezioni a breve dato che un’alleanza con i nazionalisti dell’MHP che hanno conquistato un buonissimo 17% non sembra essere alle porte in quanto porterebbe a la coalizione troppo a destra a favore dei secolari del CHP che in queste elezioni si sono fermati al 25% e del HDP ora al 12.5%.

Steven Meisel e Vogue Italia matrimonio finito?

Da 26 anni Steven Meisel è il fotografo ufficiale delle covers di Vogue Italia, un sodalizio che sembrava indissolubile fino a quando, piccole indiscrezioni di giorni fa, hanno rivelato che potrebbe esserci un sostituto.

Il mensile Condè Nast diretto da Franca Sozzani si è totalmente affidato, dal numero di settembre del 1989, alle idee del fotografo 61enne, fotografo il cui stile riconoscibile si è fatto notare anche per i temi più volte trattati: chirurgia estetica, violenza domestica, inquinamento ambientale con un tratto ironico e provocatorio.

Sempre molto attuali, le idee di Steven Meisel sembrano non bastare, staremo a vedere quale altro fashion photographer tirerà fuori dal cilindro la rivista più amata dalle donne.

Qui alcune cover scattate da Steven Meisel per Vogue Italia:

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SCANDALO A VERSAILLES PER DIRTY CORNER, LA VAGINA PIU’ GRANDE DEL MONDO

E’ scandalo a Versailles dove, negli splendidi giardini, è stata esposte l’opera Dirty Corner dell’artista Anish Kapoor .

Si tratta di una grande vagina che qualcuno ha ironicamente ribattezzato “La Vagina della regina “.

Un’opera cha ha immediatamente suscitato scandalo e polemiche.


SCANDALO A VERSAILLES PER DIRTY CORNER, LA VAGINA PIU’ GRANDE DEL MONDO


Già in passato Kapoor aveva fatto parlare di sé esponendo, nel Millennium Park di Chicago, “Il fagiolo”.

Critiche verso Anish Kapoor sono arrivate anche dal sindaco di Versailles.

Sembrano strane queste polemiche per un’opera che, a ben guardarla, richiama solo simbolicamente la vagina, perché anzi sembrerebbe una grande campana pronta ad accogliere un vuoto immenso.



SCANDALO A VERSAILLES PER DIRTY CORNER, LA VAGINA PIU’ GRANDE DEL MONDO

Le dimensioni tra l’altro sono talmente eccessive che l’unica considerazione che si può fare su quest’opera è che si tratta della visione molto personale della vagina da parte di Anish Kapoor.

Invece di criticarlo bisognerebbe al contrario dargli atto di aver creato un’opera che celebra in modo spropositato la vagina che, evidentemente, rappresenta nell’immaginario di questo artista, qualcosa di abnorme e mastodontico , un apertura sul vuoto, un vuoto a stento arginato che sta lì ad indicare che la donna è, come disse Freud, “ un continente inesplorato”.

FABIO VIALE TRA CLASSICITA’ E MODERNITA’

Saranno visibili fino al 7 agosto del 2015, alla Galleria Poggiali e Forconi a Pietrasanta, le opere di Fabio Viale, un giovane ma già affermato artista contemporaneo.

Le opere di Viale rimescolano il senso del passato, dell’arte classica, con i nuovi linguaggi dell’arte contemporanea.


FABIO VIALE TRA CLASSICITA’ E MODERNITA’


Non è il solo a operare questa reinvenzione dell’opera d’arte per renderla in qualche modo fruibile su un piano che sia in linea con i nuovi modelli di comunicazione.

E’ dunque in questa direzione che vanno interpretate le opere dove Fabio Viale, usando il marmo e sculture classicheggianti, immette, per esempio, tatuaggi.

Di questa operazione di commistione di linguaggi, dove opere del passato dialogano con modelli destrutturati, ne abbiamo parlato per esempio a proposito di Elaine Sturtevant, che opera proprio una riproposizione in una chiave trasmutata di capolavori entrati nell’immaginario dell’arte.


FABIO VIALE TRA CLASSICITA’ E MODERNITA’

Questa operazione di nuova riproposizione dell’opera d’ arte appartiene anche alla ricerca di Fabio Viale .

Non si è ancora pensato, per esempio, di raccogliere e selezionare tutti gli artisti che lavorano intorno a questa nuova tendenza dell’arte contemporanea che non riguarda solo Fabio Viale e Elaine Sturtevant.

Molto interessanti, oltre il busto classico ricoperto di tatuaggi di Fabio Viale, è la riproposizione della celeberrima Gioconda di Leonardo da Vinci sotto forma di una scultura fatta di un materiale plastificato, quello che si usa per proteggere gli oggetti preziosi durante i trasporti per non farli rompere.


FABIO VIALE TRA CLASSICITA’ E MODERNITA’

Giocare, se così possiamo dire, come fa Fabio Viale con i capolavori del passato, divenuti ormai iconici per farli rivivere in una dimensione destrutturalizzante, è di sicuro un filone che la riflessione della critica d’arte contemporanea dovrà prendere in seria considerazione.



GALLERIA POGGIALI E FORCONI

Ex Marmi7via Nazario Sauro, 52

Pietrasanta (Lu) www.poggialieforconi.it

“Cinderella Story” il servizio fotografico di Ellen Von Unwerth

Photographs by Ellen Von Unwerth

Production by Anne-Marei Heinrich

Casting by Anne-Marei Heinrich

Styled by Gaelle Bon

Props by Katharina Dubno

Hair by Alexandry Costa

Make-Up by Mary-Jane Frost

Assistant : Stan Rey Grange

Digital Operator : Jerome Vivet

Models : Clara Overgaard, Sophie Droogendijk, Amanda Smith and Sascha Linse

 
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Vivian Maier, la bambinaia fotografa

Vivian Maier era una bambinaia con l’ossessione della fotografia. Una bambinaia con una Rolleiflex al collo, che preferiva portare i bambini in periferia tra le prostitute anziché al parcogiochi.

Vivian Maier aveva deciso di fare la bambinaia, perché era l’unico mestiere in grado di lasciarle molto tempo a disposizione per fotografare “la strada”, chi l’ha conosciuta la descrive come una donna schiva, introversa, paranoica, collazionatrice compulsiva di notizie macabre, una donna che metteva in guardia le bambine dagli uomini, forse una bambina abusata, certo una donna morta in solitudine.

Le sue fotografie vengono scoperte molto tempo dopo la sua morte, abbandonate in scatole chiuse in un garage, rullini ancora da sviluppare – a centinaia. Ed esplode la scoperta Maier!

Un talento innato, tutta la fragilità dell’anima umano, una tenerezza con risvolti di generosità e dolcezza; un’osservatrice acuta la Maier, che ha fatto della fotografia la sua unica ragione di vita.

Quando un delinquente veniva arrestato, lei c’era, quando trovavano un cadavere, lei era lì sul luogo del delitto, onnipresente come un fantasma, non si perdeva un solo istante di quelle vite estranee, ogni minuto passato a frugare nella quotidianità altrui, piuttosto che parlare della propria. Di Vivien Maier non si sa nulla, rimangono solo i suoi autoritratti – a volte sono solo riflessi attraverso un vetro o figure sulfuree che appaiono sui vassoi d’argento di una vetrina.

Ombre, presenze, la sua figura slanciata e imponente, tra la folla che si rimpicciolisce in lontananza, una presenza scomoda, destinata al successo solo dopo la morte.

Undated, New York, NY

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Undated, Milwaukee, Wisconsin

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Undated, New York, NY

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Undated, Chicago, IL

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Undated

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1959, Grenoble, France

1959, Grenoble, France

Undated, New York, NY

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1950s, Canada

1950s, Canada

1953, New York, NY

1953, New York, NY

November 1953, New York, NY

November 1953, New York, NY

Fall 1953, New York, NY

Fall 1953, New York, NY

Christmas Eve 1953, East 78th Street & 3rd Avenue, New York, NY

Christmas Eve 1953, East 78th Street & 3rd Avenue, New York, NY

1954, New York, NY

1954, New York, NY

March 18, 1955, New York, NY

March 18, 1955, New York, NY

September 24, 1959, New York, NY

September 24, 1959, New York, NY

1961

1961

December 21, 1961. Chicago, IL

December 21, 1961. Chicago, IL


Autoritratti: 

 

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Le banane rischiano di scomparire

Sessant’anni fa un fungo ha distrutto gran parte delle piantagioni di banane del mondo e ha compromesso, temporaneamente, il commercio del frutto nel mondo ora sembra che la situazione sia addirittura peggiore.


Un fungo è comparso quest’anno in una delle più grandi piantagioni australiane dopo essere passato da Africa e Asia. Il fungo in realtà è in giro dagli anni ’90 ma ora sembra ci sia stata una recrudescenza tale che anche uno dei più grandi produttori mondiali, la Del Monte, ha definito il fungo “un incubo”. Le Nazioni Unite hanno dichiarato che la malattia mette a rischio le scorte e l’economia dei paesi produttori.


Durante l’epidemia del primo fungo negli anni ’50 l’industria è sopravvissuta passando dalla varietà Gros Michel alle banane di varietà Cavendish, quelle che mangiamo tuttora ma questa volta non ci sono sostitute pronte. Le banane sono tra i frutti più mangiati al mondo insieme a mele e arance e il mercato mondiale vale da solo più di 7 miliardi di dollari.


Uno dei più grandi studiosi di malattie delle banane, Gert Kema della universita di Wageningen in Olanda ha dichiarato che non ci sono possibili sostituti, in tempi brevi, della varietà Cavendish. Il problema principale è l’evoluzione del mercato che da più di un secolo fa affidamento su di una singola varietà per volta.


Al mondo esistono più di mille varietà di banane, la maggior parte sono consumate nei luoghi di produzione mentre altre non sono commestibili. Per esportarle i coltivatori devono uniformarsi al mercato e produrre sola la varietà Cavendish, così come fino al ’60 producevano solo Gros Michel prima di quello che fu chiamato la malattia di Panama.


La monocoltura di una singola varietà permettere di tenere dei margini molto bassi in modo che un frutto tropicale come la banana possa competere con i frutti locali dei principali mercati occidentali, come le mele ad esempio.
La monocoltura è una tendenza molto forte nell’attuale mercato ortofrutticolo: il 60% del totale del fabbisogno energetico mondiale è sostenuto da solo 4 raccolti, riso, grano, mais e patate.


Cambiare varietà, anche ce ne fossero di pronte, è molto costoso. Quando i produttori dovettero passare dalle Gros Michel alle Cavendish il mercato subì un contraccolpo. Le nuove banane erano più piccole, meno dure e meno buone. La nuova varietà, oltre che ottenere meno successo tra i consumatori costrinsero gli esportatori a confezionarle in scatole al posto che in container come prima. Ci vollero anni per convertire la catena di produzione.


Nonostante questo la richiesta di banane è aumentata, i più grandi produttori del frutto sono India, Cina e Uganda ma i più grandi esportatori sono Ecuador, Costa Rica e Colombia. Tutti paesi che avranno enormi problemi economici se il fungo, chiamato malattia di Panama razza tropicale 4, si espanderà.


I grandi paesi esportatori hanno aumentato i controlli i livelli regionali per contenere la diffusione della malattia. Sia la Dole che la Del Monte hanno dichiarato che nessuna delle loro piantagioni in America Latina e Africa Occidentale sono contaminate ma secondo i ricercatori è solo questioni di tempo. L’unica soluzione pare essere variare le coltivazioni per cui sembra ci dovremo abituare a mangiare delle nuove banane.

Alberto Zambelli collezione autunno/inverno 15/16

La donna Alberto Zambelli è una moderna Marchesa Casati in viaggio around the world.

Pelle latte, sguardo profondo, morbide chiome, la donna ha un aspetto androgino e si veste di pantaloni dal taglio maschile con camicie oversize micro collo.

Nomade e desiderosa di esplorare luoghi lontani, nuove culture e tradizioni, la donna Zambelli predilige forme morbide e tessuti comodi, jacquard e velluti imprimè ricordano i lussuosi interni dei treni , pregiati swarowski illuminano la strada del suo lungo viaggio.

Lane-seta fiammate venano le superfici dall’aspetto wengè e fil coupé delicatissimi si fluidificano in foglie di ginkgo biloba.

La figura della giacca si allunga e si destruttura, le gonne ballon l’accompagnano nelle notti stellate, così come le trasparenze e il cappotto nuovo loden.

Sfoglia tutta la collezione A/I 15/16:

Il sonno della ragione genera i mostri? Un approccio letterario

Parte II



Vivere la pazzia: Enrico IV di Luigi Pirandello


L’autore che forse più di tutti ha meditato sulla follia e, anzi, l’ha assunta come strumento di analisi della realtà è Luigi Pirandello, celebre scrittore italiano, nato ad Agrigento in Sicilia nel 1867 e morto a Roma nel 1936.


Non c’è nulla di fisso e immutabile nella realtà: questa è l’amara riflessione di Pirandello. L’uomo è finzione e la sua vita scorre tra incubo e sogno. Siamo costretti dalla società ad assumere dei ruoli e delle caratteristiche che non vorremmo; siamo costretti, tutti, a indossare una «maschera», un’immagine fittizia in contrasto con i nostri reali sentimenti e le naturali inclinazioni. Compito dell’arte, e del teatro in particolare, è quello di «denudare» e «smascherare» le nostre persone per far emergere l’irrazionalità e la contraddizione insita nella stessa realtà.


Attraverso le sue opere, il grande scrittore siciliano si applica nell’osservazione delle abitudini umane, rilevando l’illogica condotta degli uomini che non di rado raggiunge il paradossale e il grottesco. Enrico IV è uno di questi testi, tra i più belli e famosi.


La vicenda vede protagonista un uomo, di cui ignoriamo il nome, che è uscito di senno in seguito ad una caduta durante una cavalcata in costume. In quell’avvenimento, accaduto venti anni prima, egli impersonava l’imperatore di Germania che, nel lontano Medio Evo, aveva polemizzato con il papa Gregorio VII ed era stato da questi umiliato prima di essere ricevuto nel castello di Canossa grazie alla mediazione della contessa Matilde. Per tutti questi anni, dunque, il protagonista è stato considerato pazzo; ma, tornato d’un tratto alla ragione, si rende conto di essere escluso dal mondo degli affetti di quanti lo circondano: anzi, ha ricordato perfettamente che la caduta era stata causata dal suo rivale in amore, Tito Belcredi, che gli ha rubato l’amore di Matilde Spina e l’ha sposata. Perciò preferisce continuare a farsi credere pazzo, per poter osservare la vita e la sua illogica condizione come dal di fuori, ma anche per poter agire «in verità».


Il dramma, in tre atti, è ambientato nella villa del signore impazzito addobbata come la sala del trono dell’imperatore medievale. Anche i vari personaggi, pur avendo nomi moderni, vengono da lui chiamati, e si chiamano tra loro, con appellativi antichi: Lolo si chiama Landolfo, Franco prende il nome di Arialdo e così via, in un crescendo di finzioni e di maschere.


Nel primo atto vengono introdotti gli ospiti: donna Matilde Spina con la figlia diciannovenne Frida, il marchese Carlo Di Nolli e il barone Tito Belcredi, cui si aggiunge il dottor Dionisio Genoni, un medico incaricato di cercare una soluzione per la malattia mentale del padrone di casa. Il medico suggerisce che, per far guarire l’infermo, si potrebbe ricostruire la scena durante la quale accadde il sinistro. Agli occhi di Enrico, essi sono personaggi del Medio Evo: Matilde di Canossa, Ugo di Cluny, Pietro Damiani, la duchessa Adelaide e via … mascherando. Il dialogo che si stabilisce tra loro e con il protagonista è tutto incentrato sull’ambiguità del linguaggio, sull’equivoco delle identità, sul mutamento delle cose.


Nel corso del secondo atto viene allestita la scena, secondo i suggerimenti del dottore, per riproporre la situazione che anni prima aveva causato la follia del padrone di casa. La figura di Matilde di Canossa, però, non può essere interpretata dalla Spina, ormai avanti negli anni. Il ruolo, perciò, viene affidato a Frida, identica alla madre da giovane, il cui ritratto fa bella mostra nella sala. La ragazza in un primo momento sta al gioco, ma presto si rende conto che sarà lei al centro dell’attenzione di Enrico, il «pazzo». E in effetti intorno all’amore per Frida, ritenuta Matilde, si stabilisce un intenso dialogo tra Enrico e la signora Spina, ritenuta la madre di Matilde, in un crescendo di allusioni, dubbi, sospetti. La tensione cresce di tono, fino a quando, usciti tutti, il protagonista resta solo con un valletto:

ENRICO: Non capisci? Non vedi come li paro, come li concio, come me li faccio comparire davanti, buffoni spaventati! E si spaventano solo di questo, oh: che stracci loro addosso la maschera buffa e li scopra travestiti; come se non li avessi costretti io stesso a mascherarsi, per questo mio gusto qua, di far il pazzo!


Alla fine del secondo atto, pertanto, lo spettatore è avvertito che Enrico è cosciente della propria pazzia. Dunque, non è pazzo, ma si finge tale per mettere in esecuzione un disegno che ha preso posto nella sua mente forse già da anni: vendicarsi di quanto era successo tanto tempo prima.


ENRICO: Conviene a tutti, capisci? Conviene a tutti far credere pazzi certuni, per avere la scusa di tenerli chiusi. Sai perché? Perché non si resiste a sentirli parlare. […] Perché trovarsi davanti a un pazzo sapete che significa? Trovarsi davanti a uno che vi scrolla dalle fondamenta tutto quanto avete costruito in voi, attorno a voi, la logica, la logica di tutte le vostre costruzioni.


Il dramma raggiunge l’esasperazione. Da una parte Enrico si abbandona a un’amara riflessione filosofica sull’incapacità degli esseri umani di comunicare tra loro in una condizione di verità; dall’altra, ormai ha maturato una terribile decisione.


Giungiamo, così, al terzo atto. Tutto si svela:

ENRICO: Già. Ma vedi? È che, cadendo da cavallo e battendo la testa, fui pazzo per davvero, io, non so per quanto tempo … circa dodici anni. (Rivolto a Belcredi) E non vedere più nulla di tutto ciò che dopo quel giorno di carnevale avvenne, per voi e non per me; le cose, come si mutarono; gli amici, come mi tradirono; il posto preso da altri, per esempio … che so! Ma supponi nel cuore della donna che tu amavi; e chi era morto; e chi era scomparso … tutto questo, sai? Non è stata mica una burla per me, come a te pare!


Poi, un giorno, all’improvviso gli tornò il senno:


ENRICO: E allora, dottore, vedete se il caso non è veramente nuovo negli annali della pazzia! – preferii restar pazzo. Viverla – con la più lucida coscienza – la mia pazzia e vendicarmi così della brutalità d’un sasso che m’aveva ammaccata la testa. […] Sono guarito, signori: perché so perfettamente di fare il pazzo qua; e lo faccio, quieto! – Il guaio è per voi che la vivete agitatamente, senza saperla e senza vederla la vostra pazzia.


In uno slancio allucinato Enrico sguaina la spada e ferisce a morte Belcredi, consumando in tal modo la vendetta. Infine continua a fingersi pazzo, sfuggendo così anche alle responsabilità di fronte alla legge. Il sipario cala sulla crudele soddisfazione di un uomo isolato, che ha trovato nella follia la chiave d’interpretazione più autentica della realtà.


In Pirandello, dunque, il sonno della ragione non genera i mostri. Anzi! È la ragione a essere imprigionata nelle convenzioni e a diventare, perciò, incapace di comprendere la verità. La falsità è nella struttura stessa delle cose. Solo la pazzia ci rende sinceri, perché costituisce un punto di rottura con l’apparenza: il sonno della ragione, pertanto, permette di vedere i mostri che regnano in noi e attorno a noi.


L’assopimento della ragione resta con tutta la sua ambiguità e relatività. Esso è capace di dare vita alle ombre. Ma è anche in grado di proiettare luce sulle ombre della vita. Ancora una volta, tutto torna nelle mani e nella responsabilità della persona. Tutto torna al mistero della libertà. Ogni generazione umana dovrà guardare in faccia i «mostri» che eredita dalle precedenti e sarà chiamata a liberarsene. Utilissima sarà la ragione. Utilissimo sarà anche il suo sonno. Perché, shakespirianamente, sempre ci saranno più cose in cielo e in terra di quante ne possa contenere la nostra filosofia.

TENTAZIONI BEAUTY

Bellezza e salute vanno sempre di pari passo. Ecco perché la cosmesi si rinnova portando sul mercato prodotti innovativi per risultati effettivi.

Qui 6 prodotti a cui è davvero difficile rinunciare:

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L’estate è arrivata e con sé il solito problema della resistenza del trucco. La soluzione è Fix’Make-Up di Clarins, uno spray che aiuta a fissare il make up  e a farlo durare più a lungo. Dona inoltre luminosità al viso opacizzando l’incarnato. Al profumo fresco di pompelmo.

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Note persistenti da lasciare il segno, Miss Dior Le parfum è altamente concentrato e sprigiona un inebriante invito sensuale.

I suoi accordi chypre vengono intensificati dall’Ambra vegetale e dal Patchouli, nobile e intenso. La vaniglia da’ un tocco orientale. Impossibile resistergli.

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TRATTAMENTO ANTI-ETÀ CREATORE DI PELLE PERFETTA 30 ml € 124,00

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L’industria del saccheggio secondo l’ISIS

La cattura da parte dell’ISIS di Palmira ha fatto trattenere il fiato agli amanti dell’arte e dell’antichità di tutto il mondo. La paura è dovuta al fatto che i resti protetti dall’UNESCO siano in pericolo ma non di essere distrutti bensì di essere saccheggiati.


ISIS ha pubblicato video in cui opere d’arte considerate sacrileghe vengono distrutte ma questi atti sono figli di una strategia di “marketing”. Il vero obiettivo del califfato è vendere tutte le opere d’arte e i beni archeologici di cui entrano in possesso. A partire dall’estate del 2014 ISIS è entrata nel mercato del saccheggio delle opere d’arte e lo ha fatto in grande stile.


Prima dell’arrivo del califfato il mercato del saccheggio era gestito da gruppi malavitosi locali locali. Grazie all’abbondanza di resti della zona il mercato era già una delle più grandi fonti di guadagno dei criminali siriani. Ogni gruppo criminale aveva la sua “collezione” di antichità.


Gli artefatti, prima dell’avvento dell’ISIS, cambiavano mani più volte all’interno della Siria fino a quando non venivano acquistati da compratori esteri che procedevano allo stoccaggio delle merci il più delle volte in Turchia ma anche a Beirut o addirittura Ginevra. Molte volte le merci venivano conservate all’interno di aree di stoccaggio degli aeroporti internazionali dove la merce può essere tenuta decenni prima di passare dalle dogane. Una volta stoccata la merce rimaneva fuori dai radar per anni, in alcuni casi molti anni.


Articoli come questi attirano le attenzioni delle autorità e i commercianti di opere rubate li fanno rimanere in deposito per una decina d’anni prima di metterli sul mercato negli USA o in Europa o in estremo oriente. Ora ISIS ha cambiato il mercato.


ISIS ha iniziato a tassare gli scambi. Secondo una applicazione della Sharia un quinto di ogni ricchezza dello stato appartiene allo stato per cui è doveroso pagare il khums.
Nell’autunno del 2014 però il califfato cambia ancora le regole del gioco: è stato creato un ufficio a Manbij, nel nord della Siria e i miliziani hanno preso il controllo diretto dei siti archeologici. ISIS ha fermato i saccheggiatori locali e ha iniziato a chiamare i propri uomini e a dare licenze ufficiali di scavo. In questo modo i saccheggiatori non vanno più a caso nei siti con una pala sperando di trovare qualcosa ma vi arrivano con macchinari pesanti e persone che sono in grado di capire dove scavare. In questo modo ISIS ha distrutto diversi siti archeologici come ad esempio Dura-Europas e Ebla.


Perché ISIS si prende il disturbo di organizzare questo commercio? Per soldi, tanti soldi. Secondo il Wall Street Journal il saccheggio è la seconda fonte di guadagno del califfato dopo il petrolio. Il Guardian ha rivelato che dai documenti recuperati nel nascondiglio di uno dei leader ISIS il gruppo ha raccolto 36 milioni di dollari solo dal saccheggio di al-Nabuk. Secondo l’ambasciatore iracheno alle Nazioni Unite la cifra annuale ricavata dal traffico di opere d’arte si aggira sui 100 milioni.


In qualche anno i mercati occidentali saranno inondati da antichità provenienti dalla SIria e la Siria, comunque vada, sarà molto più povera.

BUBBLE MANIA: 10 PRODOTTI PINK PER LA TUA BELLEZZA

La nuova manìa si veste di rosa, delle sfumature pastello che ricordano l’infanzia, bubble-gum, mini-pony, Barbie.

Anche la cosmesi è stata investita dalla febbre pink e ci regala per la bella stagione, nuances per tutti i gusti, per la cura della bellezza.

I lipgloss WASH & DRY TINTED LIPGLASS di MAC sono pensati per una luminosità a lunga durata, per un effetto vetro che luccica. Pigmentato e molto luminoso, donano un colore intenso per tutta la giornata. L’olio di jojoba aiuta ad idratare le labbra – Il magnifico packaging è in edizione limitata. ( € 20,00 )

L’ illuminatore istantaneo labbra di CLARINS rende le labbra polpose e quindi irresistibili! Saranno lisce e brillanti con riflessi 3D – La crema-gel ha un gusto goloso!

SISLEY propone Confort Extreme Lèvres,  un balsamo dall’intensa azione riparatrice che protegge le labbra dalle aggressioni esterne (freddo, vento, sole). L’associazione di oli (Nocciola, Nocciolo di Prugna, Girasole) e di burri (Karité e Kokum) agisce efficacemente per lenire, restituire confort, riparare, idratare e riempire le labbra, che saranno setose e levigate. Potete dire addio per sempre a quelle fastidiose screpolature!

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Il Qatar perderà la Coppa del mondo del 2022?

Il destino della Coppa del mondo di calcio del 2022 in Qatar è sempre più in bilico dopo le dimissioni dell’appena rieletto presidente della FIFA Sepp Blatter coinvolto, per ora in modo tangenziale, da quello che sembra essere uno dei più grandi scandali della storia dello sport.
Una fonte di Buzzfeed ha rivelato che ai componenti del comitato qatariota per la Coppa del mondo è stato consigliato di non entrare in territorio statunitense per non correre il rischio di essere arrestati.


Le dimissioni di Blatter hanno colto tutti di sorpresa e sono arrivate dopo le voci di un coinvolgimento diretto del suo delfino e Segretario generale dell’organizzazione Jerome Valcke, accusato di aver passato una tangente a uno dei funzionari FIFA già arrestati, Jack Warner, il vicepresidente FIFA di Trinidad e Tobago.


Il Qatar ha negato di aver consigliato, tramite i propri avvocati americani, di viaggiare negli Stati Uniti ma l’informatore rivela che le autorità del piccolo e ricco stato arabo hanno paura che venga investigato il processo di assegnazione della Coppa del 2022 e che ci sia un rischio legale per i membri del comitato qatariota oltre che il rischio che la Coppa venga riassegnata.
L’unica persona del comitato che può viaggiare negli Stati Uniti è Sheikh Mohammed bin Hamad bin Khalifa al-Thani dato che è protetto dall’immunità dimplomatica.


L’assegnazione della Coppa del mondo del 2022 è già stata bersaglio di numerosissime indiscrezioni che suggeriscono che il membro anziono del comitato, Mohamed bin Hamman ha creato un vero e proprio sistema di tangenti multinazionale per ottenere l’assegnazione della manifestazione. La decisione di assegnare la Coppa al Qatar ha da sempre fatto sollevare più di un sopracciglio: il Qatar è un minuscolo stato desertico della penisola araba, non ha praticamente nessuna infrastruttura dedicata al calcio e le temperature, in estate quando tradizionalmente si tiene la coppa, arrivano ai 50 gradi creando un rischio per atleti e spettatori.


Blatter è sempre stato uno strenuo difensore della scelta del Qatar ha sempre protetto la famiglia reale del Qatar dalle accuse di corruzione che si sono succedute dal momento in cui il nome del piccolo stato è uscito dall’urna. Blatter, curiosamente, è diventato uno strenuo successore del Qatar dopo che bin Hamman ha rinunciato alla candidatura alla presidenza FIFA ne 2011. Da quel momento Blatter si è rifiutato di riapre i voti per l’assegnazione della manifestazione del 2022 nonostante l’enorme quantità di prove dell’illegalità della votazione. Heidi Blake e Jonathan Calvert hanno pubblicato una infinità di mail che documentano le tangenti.


La situazione è scappata di mano a Blatter e a qatarioti quando il commissario plenipotenziario che la stessa dirigenza FIFA aveva chiamato per indagare sul caso corruzione, Michael Garcia, si è dimesso in polemica alla pubblicazione del suo rapporto. Il rapporto di Garcia, ex procuratore dello stato di New York, pare fosse un esplosivo memorandum di 200 pagine che è stato ridotto dalla FIFA in 42 inoffensive pagine.


Tutto sembrava passare, ancora una volta, in cavalleria fino a quando gli Stati Uniti, arrivati secondi nella corsa all’assegnazione dei mondiali 2022, hanno chiesto l’arresto di 14 ufficiali FIFA proprio prima della votazione per la rielezione, che sembrava segnata. Blatter è riuscito a farsi rieleggere ma pochi giorni dopo l’FBI, che si occupa delle indagini, ha lanciato la seconda bomba: il coinvolgimento di Valcke, il secondo di Blatter.


Dopo le richieste dell’FBI le procure di mezzo mondo sembrano essersi svegliate dal sonno fatato in cui l’ex colonnello dell’esercito svizzero le aveva fatte precipitare.


I mondiali in Russia sembrano essere ormai “sicuri”, per inciso anche Putin è uno strenuo sostenitore di Blatter, ma le probabilità del Qatar di conservare il mondiale ora sono ridotte a un lumicino.

ZEROSETTANTA STUDIO PRESENTA AL PITTI IMMAGINE UOMO LA NUOVA COLLEZIONE SS 2016

Scommette sul fascino del trench la nuova collezione di Zerosettanta Studio, impermeabile pensato non solo per la pioggia, ma passpartout di stagione, valido e affascinante alleato di primavera da indossare in occasioni più o meno formali.

La collezione alterna i classici lunghezza ginocchio e cintura in vita a car coat dai tagli essenziali, lunghezza media, realizzati in cotone accoppiato o più leggeri e con interni rigati.

Materiali e finiture sono rieditati in chiave contemporanea.

I dettagli fanno la differenza, come i ganci in pelle che regalano un aspetto prezioso e unico all’outfit maschile, ma anche la busta interna presente in alcuni impermeabili per racchiudere il capo ripiegato.

L’alternativa per le situazioni più casual cade sui capi in pelle, in camoscio, morbidi e leggeri in tonalità corda, proposti sia in versione giubbotto cinque tasche che camicia.

Le introduzioni in jersey li rendono più sportivi e confortevoli, mentre la stampa mimetica/tropical ci trasporta in località vacanziere. Per chi rimane in città non restano che tecnici field jacket.

Gilet e giacche in ecopiuma superlight completano la collezione, le righe accennano ad un look marinaro in attesa della calda stagione sotto le temperature ancora non troppo miti di marzo.

La cartella colore richiama le tonalità navy, il blu, il rosso, i grigi ed i ghiacci, nuance fredde in cui irrompe un inaspettato giallo.

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CINA FUTURISTA PER LA NUOVA COLLEZIONE JOSHUA FENU

Una Cina Rock Futuristica che racchiude lo sfarzo, il lusso e lo splendore del passato
per la nuova collezione F/W 2015-16 di Joshua Fenu.

Atmosfere surreali popolate da creature mitologiche, il fascino irresistibile del grande impero, le lanterne cinesi e i bagliori della città in festa per il Capodanno
si trasformano in dettagli lussuosi.

Le tonalità del rosso lacca, l’oro cupo, il blu zaffiro e il verde smeraldo
sono i protagonisti della collezione, utilizzati per le basi e per i ricami minuziosi, realizzati a mano, in cui si intrecciano pietre preziose a fili di metallo dorati, disegnando dragoni maestosi tra fiori di loto e immortali fenici.

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Quanti sono i pianeti extrasolari potenzialmente abitabili? La risposta nella regolarità dell’orbita

Per decenni gli astronomi si sono chiesti se le orbite circolari del Sistema Solare siano una rarità nel nostro Universo o costituiscano piuttosto la norma. Una nuova ricerca sembrerebbe avvalorare la seconda ipotesi, almeno per i sistemi con pianeti piccoli come la Terra. In un articolo pubblicato sulla rivista Astrophysical Journal i ricercatori del MIT e della Aarhus University (Danimarca) hanno comunicato l’esistenza di ben 74 pianeti extrasolari situati nel raggio di poche centinaia di anni luce dal nostro Sistema Solare che orbitano intorno alle loro stelle seguendo un percorso quasi circolare. Tutti i pianeti presi in esame hanno dimensioni simili a quelle della Terra e le loro orbite regolari sono in netto contrasto con quelle di pianeti extrasolari più massicci, alcuni dei quali passano estremamente vicini alle loro stelle prima di essere proiettati nello spazio lungo traiettorie altamente eccentriche.

 

“Vent’anni fa sapevamo per certo che le orbite dei pianeti del Sistema Solare sono quasi tutte approssimativamente circolari, così ci aspettavamo di trovare caratteristiche simili anche altrove” spiega Vincent Van Eylen, studente di dottorato in visita presso il Dipartimento di Fisica del MIT. “Ad un certo punto abbiamo iniziato a trovare pianeti extrasolari giganti e ci siamo accorti dell’eccentricità delle loro orbite, una scoperta che ha messo in discussione molte delle nostre convinzioni. Pensavamo che quelle orbite potessero essere una caratteristica comune anche ai pianeti più piccoli. Adesso, però, abbiamo capito che le orbite circolari costituiscono la norma.”  

 

Van Eylen sostiene che la scoperta darà una spinta decisiva alla ricerca di pianeti potenzialmente abitabili al di fuori del Sistema Solare. “Se le orbite eccentriche costituissero la norma per i piccoli pianeti rocciosi, allora la vita farebbe molta fatica a nascere. Ma a quanto pare non dobbiamo preoccuparci troppo, perché le orbite circolari sono molto più comuni di quanto pensassimo”.

 

Per determinare le orbite dei pianeti il team di ricerca ha esaminato i dati raccolti negli ultimi quattro anni dal telescopio spaziale Kepler, concentrandosi su 28 delle 145.000 stelle osservate. Queste 28 stelle ospitano sistemi multiplanetari, per un totale di 74 esopianeti. I ricercatori hanno ricavato da Kepler i dati relativi all’orbita di ogni singolo esopianeta, studiandone nel dettaglio le caratteristiche. Conoscendo massa e raggio delle stelle madri il team ha calcolato la durata del transito di ciascun pianeta con il metodo della velocità radiale, cercando di valutare le possibili irregolarità dell’orbita. Dopo aver confrontato i calcoli teorici con i dati di Kepler, gli scienziati sono riusciti infine a stabilire che ciascuno dei 74 esopianeti analizzati segue di fatto un’orbita circolare. “Abbiamo scoperto che la maggior parte dei pianeti segue un’orbita circolare”, ha dichiarato Van Eylen. “Se le loro orbite fossero eccentriche non esisterebbe questa corrispondenza perfetta tra il modello teorico che abbiamo elaborato e i dati forniti da Kepler.”

 

Secondo Van Eylen i risultati della ricerca ci aiuteranno anche a capire come mai i pianeti extrasolari più massicci, a differenza di quelli più piccoli, presentano orbite fortemente eccentriche. “Vogliamo capire perché alcuni pianeti hanno orbite molto eccentriche mentre in altri casi, come ad esempio nel Sistema Solare, orbitano per lo più  in modo circolare.”

 

FONTE: MIT News – Circular orbits identified for small exoplanets

Il sonno della ragione genera i mostri? Un approccio letterario

Il fiume di Virginia Woolf


Virginia Woolf chiuse i suoi giorni terreni con un suicidio: era il 28 marzo 1941. La scrittrice inglese era nata a Londra nel 1882. Fin dall’infanzia, essendo figlia del critico sir Leslie Stephen, aveva respirato in famiglia un’atmosfera culturalmente elevata. In età adolescenziale, dopo la morte della madre, iniziò a manifestare atteggiamenti di ribellione nei confronti del padre e, nello stesso tempo, della mentalità dominante che voleva la donna sottomessa all’uomo e relegata tra le pareti domestiche. Sposò Leonard Woolf, un editore, con il quale andò a vivere a Bloomsbury: presso la loro abitazione si raccolse un gruppo d’intellettuali fortemente critico nei confronti della morale borghese della cosiddetta «società vittoriana». La Woolf scrisse romanzi e racconti, anche come forma di rimedio ad alcuni problemi mentali che la stavano progressivamente interessando. Sotto l’aspetto stilistico, se i suoi primi scritti sono ancora in una linea tradizionale, con Monday or Tuesday e Jacob’s room iniziano ad evidenziarsi i motivi e i ritmi autobiografici che caratterizzeranno le sue opere maggiori.


Virginia Woolf fu una delle prime scrittrici femministe sia in senso politico (tra l’altro, sostenne il movimento per il voto alle donne) sia soprattutto in senso culturale. Mrs Dalloway, Orlando e To the lighthouse sono i testi della sua maturità: pur riecheggiando l’influsso di James Joyce, essi presentano un’impronta personale, che si esprime in un’ampia struttura, un impianto classico, un linguaggio musicale. Fin dai titoli, estremamente semplici, la Woolf manifesta la consapevolezza di voler mostrare la potenza simbolica in cose e persone apparentemente «quotidiane». Gli eventi più semplici fanno parte del ritmo universale della vita.


La scrittrice era afflitta da turbe psichiche, ansie e paure. Tra una crisi e l’altra, nonostante forti debilitazioni, riuscì a comporre molti testi. Anzi, a una sua amica scrisse: «La pazzia è una cosa terrificante, da scongiurare, ma nella sua tempesta di lava io trovo la maggior parte delle cose che scrivo». Questi suoi smarrimenti aumentarono con lo scoppio della seconda guerra mondiale e i bombardamenti tedeschi su Londra. Virginia avvertì che un intero mondo stava per scomparire e ne stava nascendo uno nuovo, fatto di cattiveria e di violenza, e di fronte al quale si sentì impotente. Questa consapevolezza costituì l’ultima spinta verso il suicidio.


Tra le sue opere principali, emerge Mrs Dalloway, libro che vide la luce nel 1925.


La protagonista è Clarissa, una donna della società londinese, moglie di un conservatore, che sostiene i principi tradizionali della politica e ha una sua visione dei diritti della donna. In Clarissa sorgono sentimenti opposti a quelli del marito: infatti avverte un bisogno di libertà e di indipendenza e diventa sempre più cosciente di quanto la condizione femminile abbia bisogno di riscatto e di dignità. Perseverando, tuttavia, nel suo stile di vita fatto di rapporti sociali superficiali e vuoti, Clarissa entra in conflitto con se stessa. Apparentemente felice e perfetta, in realtà si addentra in un tunnel di tristezza e d’insoddisfazione, che si esprime anche nella sfera affettiva ed emozionale. La donna si sente soffocare in questa situazione di ambiguità e di frustrazione e prende sempre più coscienza di vivere una vita diversa da quella che vorrebbe.


Tutta la vicenda del romanzo è racchiusa in un giorno di giugno del 1923. La signora Dalloway si reca a comprare dei fiori per un ricevimento che ha intenzione di dare la stessa sera. All’improvviso, distratta da un’auto che passa rumorosamente per la strada, vede Septimus, un veterano della prima guerra mondiale, che sta passeggiando con la moglie Lucrezia. L’uomo, essendo afflitto da turbe mentali, è costretto a frequentare uno psicologo. Dopo aver comprato i fiori, la protagonista torna a casa, dove riceve la visita inaspettata di un amico d’infanzia; questi, a sua volta, incontrerà la coppia precedente dallo psicologo. Septimus, in seguito alla visita medica, dovrà essere rinchiuso in una clinica; ma egli preferisce suicidarsi sotto gli occhi della moglie. Poco più tardi, ha inizio il party di Clarissa, al quale partecipa anche lo psicologo, in ritardo a causa del suicidio di Septimus. Appresa la notizia della morte di lui, la protagonista del romanzo, pur non conoscendolo personalmente, prova una forte inquietudine e si riconosce nella vicenda del suicida. È questo decesso a svegliarla dal delirio onirico nel quale stava precipitando in modo permanente e suscita in lei una profonda meditazione sulla morte.


Come si vede, dunque, la trama del racconto è estremamente ridotta. In una prima parte del libro, Clarissa è presentata mentre passeggia per le vie di Londra, tutta presa dai ricordi di parenti e amici. L’autrice si concentra sui monologhi interiori della protagonista, i moments of being: qualsiasi oggetto contiene in sé la chiave per avviare le nostre memorie. Così anche una foglia che cade dall’albero suscita in Clarissa il ricordo della sua passione per la danza o per le cavalcate in campagna. È un flusso continuo, il cosiddetto «flusso di coscienza», profondamente introspettivo: tutto ciò che, come un fiume, passa nella mente della protagonista in questo breve segmento di tempo è il vero soggetto del racconto. Continuità e discontinuità, memoria e progetto, coscienza del tempo, fissità e divenire, volontà di potenza e consapevolezza di fragilità, i «no» accumulati e la perdita delle speranze, …


Man mano che ci si addentra nel racconto, appaiono i vari personaggi che, nell’insieme, formano quella società borghese della quale la Woolf era parte integrante ma dalla quale cercava di prendere le distanze. Clarissa «è» Virginia. Ella incarna quella società inglese di inizio Novecento, con i pregi e i difetti; è un prodotto tipico di quella cultura, ma lei vive questa appartenenza con un senso di angoscia. Avverte la frustrazione di un ruolo sociale che non riesce più a condividere. Avverte un conflitto lacerante con se stessa e con il mondo di valori che è stata costretta a rappresentare.


Coprotagonista è Septimus. Anzi, potremmo considerarlo un alter-ego della protagonista. In lui Clarissa-Virginia trova lo sfogo da se stessa e dal proprio «mostro» interiore: Septimus, una figura degna di Shakespeare, è sull’orlo della follia e precipita in una solitudine sempre più oscura.


Altro personaggio è Sally, una donna verso la quale Clarissa sente attrazione. Il suo carattere ribelle e privo di regole esercita un fascino misterioso e potente su di lei. Eppure Sally ha sposato un uomo di umili condizioni; perciò Clarissa non la va a visitare. Contraddizioni che si accumulano e s’intrecciano nella straordinaria partitura della narrazione.


Altri personaggi, altre contraddizioni: Clarissa è stata innamorata di Peter Walsh, ma ha sposato Richard Dalloway. Il primo è uno spirito libero, il secondo è ricco, nobile e ben inserito nella società. Ancora: la signora Kilman, insegnante della figlia, con la sua cieca fiducia in Dio, rappresentante di una religione esteriore e dispotica. E potremmo continuare, proprio come il fiume di ricordi e di sensazioni che fanno pressione nella coscienza di Clarissa.


Ebbene, proprio in questo «carcere» nel quale Clarissa vive e agisce, irrompe il mondo reale con la notizia della morte di Septimus, «uno sconosciuto, forse un folle, morto gettandosi dalla finestra». Ecco, un folle! È grazie alla follia del suicida che Clarissa prende coscienza della follia dorata e contraddittoria nella quale lei è immersa.


Il sonno della ragione ha generato, sì, il mostro del suicidio, ma anche la presa di coscienza di un’universale vulnerabilità, il punto terminale di un percorso.


Identificandosi con le sue creature letterarie, qualche giorno prima della morte Virginia Woolf scrisse al marito: «Carissimo, sento proprio che sto per impazzire di nuovo. So che non possiamo assolutamente affrontare di nuovo quei momenti terribili. E questa volta non guarirò».


Le acque del fiume Ouse, nel Sussex, accolsero il corpo di Virginia Woolf. Alle 11,30 del mattino, all’età di 59 anni, la grande scrittrice prese il bastone da passeggio e, dopo essersi messa una pesante pietra nella tasca del vestito, si immerse nel corso d’acqua e si lasciò annegare.

FOOD COUTURE – un progetto firmato Expo 2015

Food Couture” è tra i progetti selezionati da Regione Lombardia all’interno delle iniziative Expo 2015 per la promozione del Lago di Garda, attraverso la creazione di 4 itinerari inediti e la loro rappresentazione con una sfilata di moda che si è svolta durante la Milano Fashion Week.

“Food Couture” è poesia, provocazione, dove “il food è fashion”, e diviene elemento simbolico che racconta le emozioni di un territorio e le declina in chiave multisensoriale. Idea ludica ed estrema dove l’esperienza legata al food ed ai suoi orizzonti diviene esperienza da vivere, osservare, immergersi. Sul mood di 4 suggestioniBlue, Green, Yellow e White – si sviluppano 4 itinerari con un linguaggio immediato, iconico e moderno, che trasmette l’incanto di un luogo, il Lago di Garda, ad un target luxury attraverso codici ed immagini condivise.

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Close-up of fish scales

Close-up of fish scales

Rete pesca

Expo Milano 2015 è l’Esposizione Universale che l’Italia ospiterà dal primo maggio al 31 ottobre 2015 e sarà il più grande evento mai realizzato sull’alimentazione e la nutrizione con oltre 20 milioni di visitatori attesi. Il lago di Garda presenta una capacità ricettiva importante, un’offerta estremamente versatile, e rappresenta una proposta di vacanza ottimale per tutti coloro che vogliano proseguire la visita in Italia da Milano. Dalle ricerche effettuate il trend di permanenza sul lago sarà di 48 h ed è su questa base che sono stati creati gli itinerari di Food Couture.

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Olio

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Gli itinerari risponderanno a tutto questo, ogni proposta sarà condensata in 48 ore, con suggerimenti, consigli pratici, rimandi di approfondimento, ma soprattutto facendo vivere l’anticipazione delle emozioni che si provano percorrendo quei luoghi.

www.48hrsatlakegarda.com sarà una guida di viaggio digitale, per immagini, come linguaggio non verbale capace di raggiungere tutte le culture per comunicare la bellezza di questo luogo. Un viaggio che è un’esperienza da condividere on line, dove il web diventa il veicolo per esplorare un mondo che è sì virtuale, ma che trasmette emozione. Un viaggio “to taste”, per essere immerso nei colori del lago, sporcarsi le mani, sentire i profumi, canticchiarne la musica. Un viaggio per tappe, per chi ha poco tempo e non ne spreca. Per viaggiatori contemporanei, alla ricerca di suggestioni e non di consigli, con 48h a disposizione o più, e la voglia di godere la pienezza della libertà di scegliere. L’essenza del viaggiare.

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Der Stamm eines sehr alten Olivenbaumes in Palma, Mallorca, Spanien

4 itinerari tematici:

• 4 colori per un immediato riconoscimento iconografico – blue, yellow, green, white
• 4 fili conduttori partendo da un elemento food – pesce, agrumi, olio, vino L ugana
• I principali punti di attrattività saranno ricondotti a ognuno dei 4 percorsi e caratterizzati da un tema principale: origini, natura, benessere, acqua
• Spunti insoliti e consigli di “nicchia” per una guida di viaggio inedita
• Suggerimenti tematici (sport, arte, musica e food) per ciascuno dei 4 itinerari
• Tempi cadenzati ma non serrati
• Viaggio emozionale, guida turistica esperienziale
• Taglio iconografico nelle descrizioni, per un viaggiatore social dipendente

itinerario blue: il filo conduttore è l’acqua, come elemento, come sinonimo di relax (spiaggie), active (sport vela), forza vitale e propulsiva, fun (gita in motoscafo), acqua come elemento di confine (orizzonti). L’accento food è posto sul pesce di lago.

itinerario yellow: il filo conduttore è l’energia/la solarità/la rigenerazione e il benessere, simboleggiati dalla sferzata vitaminica degli agrumi.

itinerario green: il filo conduttore è la natura, la terra. L’elemento food è l’olivo e il suo prodotto principe, l’olio exravergine. Tutto l’itinerario è però anche intriso di letteratura, per ricordare i grandissimi nomi che sul Garda hanno soggiornato e che l’hanno celebrato nelle loro opere.

itinerario white: l’itinerario bianco è l’itinerario dove non possono mancare luoghi icona del Lago ma riletti i chiave contemporanea. Si snoda fra luoghi culto dell’epoca romana con accostamenti inediti, e le cantine e i vigneti del Lugana.

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Simone Rugiati presente alla sfilata Food Couture



La APP correlata al progetto ne rappresenta il necessario completamento. Sarà un’interfaccia comoda e facile da utilizzare, sia prima di partire per facilitare la pianificazione del viaggio che mentre si è in movimento. Grande cura sarà dedicata alla segnalazione di luoghi d’interesse e strutture ricettive, con schede dettagliate, la mappa per vedere la loro posizione e calcolare il percorso per raggiungerle.

Il progetto è ideato da UNICA Comunicazione e promosso dal Consorzio Tutela Lugana DOC nell’ambito delle iniziative del Sistema Brescia per EXPO 2015 finanziate da Regione Lombardia.

ELAINE STURTEVANT NELLA PRIMA RETROSPETTIVA ITALIANA AL MUSEO MADRE DI NAPOLI

“La decisione di utilizzare altre opere, quali catalizzatori per portare in superficie tutto ciò che a loro soggiace, è stata sorprendente e terrorizzante. Sorprendente nella sua validità e veracità, terrorizzante nelle possibili conseguenze. Era mia intenzione sviluppare domande che, nella loro attualità estetica, sondassero il concetto stesso e i limiti dell’originalità”.


ELAINE STURTEVANT NELLA PRIMA RETROSPETTIVA ITALIANA AL MUSEO MADRE DI NAPOLI


Queste le parole di Elaine Sturtevant che, meglio di qualsiasi interpretazione della sua opera, spiegano il suo lavoro di artista.

Nata a Horan nel 1924 è morta-sempre che sia lecito parlare di morte per un’artista- esattamente un anno fa il 7 maggio del 1914.

Nel 2011, la Sturtevant ricevette il Leone d’oro alla carriera alla 54° Biennale di Venezia .

Le sue opere sono esposte, nella prima grande retrospettiva italiana, al Museo Madre di Napoli fino al 21 settembre del 2015.


ELAINE STURTEVANT NELLA PRIMA RETROSPETTIVA ITALIANA AL MUSEO MADRE DI NAPOLI

I temi fondamentali intorno a cui ruota la ricerca di questa grande artista sono legati al concetto di produzione e riproduzione dell’opera d’arte, la Sturtevant infatti reinterpreta alcune icone dell’arte contemporanea per “depotenzializzare” e nello stesso tempo rimettere in circolo la potenzialità iconica dell’opera d’arte.

Gli artisti su cui ha lavorato sono principalmente Andy Warhol e Marcel Duchamp.

La ricerca artistica della Sturtevant si pone in sintonia con le riflessioni di grandi filosofi del novecento come Baudrillard, e la sua teoria dei simulacri, ma anche con le riflessioni che fa Gilles Deleuze in Differenza e Ripetizione.


ELAINE STURTEVANT NELLA PRIMA RETROSPETTIVA ITALIANA AL MUSEO MADRE DI NAPOLI

Il punto di partenza fondamentale però, prima ancora che Baudrillard e Deleuze, è il filosofo tedesco Walter Benjamin che con le riflessioni contenute ne L’opera d’arte nell’ epoca della sua riproducibilità tecnica pone la questione fondamentale: l’ opera d’ arte, in quanto riproducibile, perde inevitabilmente la sua aurea divenendo cosa tra le cose .

Questa sottrazione di essenza all’arte-ammesso che l’arte detenga un suo valore supremo come immaginavano i romantici dell’ottocento- è il risultato di processi di destrutturazione dei modelli visivi che si distaccano dal loro rapporto con la mitologia la religione o la rappresentazione del reale per reinterpretare ed elevare la banalità dell’oggetto ad opera d’ arte.



ELAINE STURTEVANT NELLA PRIMA RETROSPETTIVA ITALIANA AL MUSEO MADRE DI NAPOLI

E’ esattamente questo ciò che ha fatto Marcel Duchamp esponendo un cesso capovolto come opera d’arte, o Warhol riproducendo serialmente una scatola di salsa da pomodoro.

La ricerca artistica di Elaine Sturtevant si pone in una dimensione di rivalutazione e rielaborazione di teorie che circolano ormai da quasi un secolo.

In mostra al Museo Madre di Napoli sono presenti anche alcuni video dell’artista che dal 2000 si è cimentata anche con la video arte.



ELAINE STURTEVANT NELLA PRIMA RETROSPETTIVA ITALIANA AL MUSEO MADRE DI NAPOLI

In questo lavoro riutilizza, banalizza e ironizza, un po’ come fa con i capolavori dell’arte, sull’ immaginario televisivo e hollywoodiano.

Un’artista straordinaria, eccentrica nel suo rimescolare le carte della storicizzazione dell’arte, riproducendo e reinventando stili e forme.

Uno dei tratti salienti della sua opera è, senza dubbio l’ironia, la sovrapposizione dei linguaggi, smitizzando l’iconicità dell’arte la riporta a una dimensione ludica, perché in fondo l’arte è anche un grande meraviglioso gioco per gente veramente seria.

Sturtevante sturtevant,

Museo Madre Museo d’arte contemporanea Donnaregina,

via settembrini, 79

tel 08119313016

www.madrenapoli.it

Chi può fermare Erdogan?

Le elezioni parlamentari del 7 giugno in Turchia stanno preoccupando molti osservatori internazionali, indipendentemente dal risultato una crisi si profila all’orizzonte.


Erdogan conta su questo voto per cambiare la costituzione nell’ordine di riacquistare quel potere che ha perso dopo le ultime elezioni. Erdogan, dopo 11 anni da Primo ministro e di controllo dell’AKP, il partito di maggioranza in Turchia, si è fatto eleggere Presidente della Repubblica Turca, una posizione quasi unicamente cerimoniale.
Il presidente dovrebbe essere imparziale secondo la costituzione turca ma Erdogan si sta comportando sia da leader dell’AKP che da Primo ministro in pectore.


C’è un motivo per cui Erdogan è così attivo, nelle prossime elezioni l’AKP vorrebbe raggiungere i 330 posti su un parlamento di 550 in modo da poter attuare la riforma costituzionale che permetterebbe a Erdogan di coronare il suo sogno presidenzialista. Questo è l’ultimo passo delle riforme perseguite da Erdogan, che è già riuscito a smantellare l’esercito che in Turchia aveva una funzione di valvola di sicurezza come era stato predisposto dal padre della patria Ataturk, verso la costruzione di una repubblica presidenziale.


I sondaggi danno l’AKP in vantaggio ma non con il tipo di vantaggio che piacerebbe a Erdogan, potrebbe, difatti, essere necessario un governo di coalizione. Il principale ostacolo tra Erdogan e i 330 seggi parlamentari è senza dubbio il Partito democratico del popolo (HDP), il partito dei curdi.
Il sistema elettorale turco ha una soglia di sbarramento del 10% e in caso la soglia non sia raggiunta i voti verranno redistribuiti nelle circoscrizioni in cui il partito che non ha supero lo sbarramento ha vinto al secondo partito. In tutte le circoscrizioni in cui l’HDP è forte il secondo partito è proprio l’AKP. Questo sistema ha sempre garantito una rappresentanza molto più ampia di quanto i voti effettivi avrebbero garantito. Nel 2002, ad esempio, l’AKP ha ottenuto due terzi dei seggi con solo il 34% dei voti.


Quest’anno l’HDP è vicino alla soglia di sbarramento e dal successo del partito guidato da Selahattin Demirtas probabilmente dipenderà il successo delle riforme costituzionali dell’ex sindaco di Istanbul.
Quel che è certo è che se i curdi non supereranno la soglia di sbarramento non saranno rappresentati in parlamento e si aprirà una nuova questione curda dal potenziale esplosivo. I curdi per evitare di regalare voti a Erdogan correvano nelle singole circoscrizioni con candidati singoli ma questa scelta li sotto-rappresentava in parlamento, il rischio che stanno correndo presentandosi come partito, tuttavia, rischia di farli uscire definitivamente dal parlamento.


Comunque sia la strada verso il potere di Erdogan passa per i voti dei Curdi, chi l’avrebbe mai detto?

La fotografia di Eugenio Recuenco

Eugenio Recuenco è un fotografo e regista spagnolo di fama internazionale il cui genere si differenzia dagli altri in quanto “pittorico” e cinematografico. Non a caso Recuenco studiò pittura all’Università ed egli stesso afferma: “L’uso dei colori e delle luci sulle mie foto, sono le stesse che utilizzerei per i miei quadri”.

La sua teatralità, ironia e cupidigia nei lavori lo rende unico nel suo genere e riconoscibile: luci rembrantiane, mostri, personaggi da circo sono le figure che predilige.

Numerose le serie che ripercorrono le favole, reinterpretandole o film a cui il fotografo si ispira liberamente. Il suo background culturale è senza dubbio la sua forza, oltre alla sofisticata ricerca di costumi di scena e location suggestive.

Qui una serie di immagini del fotografo:

 

 

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Il sito www.eugeniorecuenco.com

LOOK OF THE DAY

LOOK OF THE DAY 


CAMICIA:  CHRISTIAN PELLIZZARI

BORSA:  MANURINA

SCARPE:  JIMMY CHOO

 

 

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UNA MOSTRA ALL’ISOLA BELLA SUL LAGO MAGGIORE, CELEBRA LA BELLEZZA DELLE ISOLE BORROMEE

“… è il luogo più voluttuoso che abbia mai visto al mondo”(Gustave Flaubert)




Il Grand Tour e la pittura di veduta nei domini Borromeo: da Gaspar Van Wittel a Luigi Ashton, si intitola cosi la mostra che, fino al 25 ottobre, si svolge in uno dei posti più belli del mondo l’Isola Bella nel grande Salone d’Onore del Palazzo dei Principi.

L’Isola Bella è una delle tre magnifiche isole Borromee insieme all’Isola Madre e alla suggestiva Rocca D’Angera .



UNA MOSTRA ALL’ISOLA BELLA SUL LAGO MAGGIORE, CELEBRA LA BELLEZZA DELLE ISOLE BORROMEE


Le isole del Lago Maggiore sono state, sin dal 1686, una tappa obbligata per i viaggiatori europei del Gran Tour.

Goustave Flaubert ne rimase estasiato tanto da affermare: “ è il luogo più voluttuoso che abbia mai visto al mondo”, il pastore anglicano Gilbert Burnet definì l’Isola Bella, “l’isola incantata”.

Difficile non sentire il fascino di questi luoghi magici e non vi è certo bisogno di essere dei grandi intellettuali per apprezzarne la sublime bellezza.

Luoghi magici la cui bellezza certamente non poteva sfuggire ai grandi pittori che venivano in Italia proprio alla scoperta della sua ineguagliabile bellezza.


UNA MOSTRA ALL’ISOLA BELLA SUL LAGO MAGGIORE, CELEBRA LA BELLEZZA DELLE ISOLE BORROMEE


La mostra all’Isola Bella presenta dipinti, incisioni, disegni, fotografie insieme a testimonianze letterarie della fine del XVII all’inizio del XX secolo.

In mostra si potranno ammirare le vedute delle altre residenze dei Borromeo sul Lago Maggiore come la rocca di Angera e i Castelli di Cannero.

Dulcis in fundo l’esposizione del gruppo delle Delizie, una serie di tele di Francesco Zuccarelli, da poco restaurate, che rappresentano le vedute vere e immaginarie dei domini Borromeo sul lago Maggiore.

Insomma la mostra è un’occasione imperdibile per visitare uno dei luoghi più belli del mondo.


www.borromeoturismo.it

Bruce Jenner: Call me Caitlyn

Quello che una volta veniva chiamato “Bruce Jenner” oggi non c’è più. A fargli posto una bellissima Caitlyn, la prova che la propria felicità è simbolo di rinascita.

Con “Call me Caitlyn” il magazine Vanity Fair apre una splendida cover, e approfondisce all’interno il processo di questa lunga storia.

Bruce Jenner, ex olimpionico e marito della madre di Kim Kardashian, si presenta in body mostrando il corpo e le forme, dopo il processo di transizione di genere.

All’interno del magazine, un’ intero servizio fotografico scattato dalla fotografa Annie Leibovitz e corredato da una lunga intervista a opera del premio Pulitzer Buzz Bissinger.

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LUNGA VITA A PALMIRA

Lunga vita a Palmira, “la sposa del deserto”, per secoli crocevia tra Oriente e Occidente, punto d’incontro di civiltà differenti.


Palmira è viva e riluce sotto il sole, di lei restano alcune rovine preziosissime -le rovine sono a loro volta resti di opere d’arte – che si stagliano nel deserto e attraverso le quali possiamo immaginare la forma originaria della città all’apice dello splendore sotto la regina Zenobia nel terzo secolo dopo Cristo.


Freud nel Disagio della civiltà aveva evidenziato, parlando di Roma, l’importanza delle rovine e dei monumenti accanto alle opere più recenti, il passato che si riversa nel nostro presente arricchendolo, dando un valore alle varie trasformazioni. Nulla si dimentica, orribile è il tentativo di distruggere la traccia di un epoca, se ci si ostina a farlo, a cercare di cancellare quel che di bello si è creato nel tempo, si sprofonda in una rimozione che ci abbrutisce, causa prima di ogni pazzia. Per questo chi ha accusato che ci si commuove più per le rovine che per la morte di civili uccisi per mano dell’Isis, sbaglia; è un tentativo questo di evitare d’interrogarsi sul perché di una tale commozione.


La risposta è semplice: se Palmira andasse annientata sarebbe distrutta una parte di noi stessi, del percorso degli umani nel tempo. Risulta incomprensibile l’atteggiamento di coloro che accusano d’insensibilità chi piange sulle rovine profanate, esse stanno nel nostro cuore come ci stanno le vittime della barbarie, entrambi ci sono cari, entrambi hanno diritto di vivere, entrambi meritano il nostro indelebile ricordo.

Marc Marquez: la lotta al titolo è ancora aperta

Un weekend iniziato male e finito peggio, tanto che qualcuno inizia a chiedersi che fine abbia fatto Marc Marquez? Se lo scorso anno lo spagnolo è stato il mattatore assoluto con la sua Honda, adesso il 93 recita la parte dell’inseguitore. Un solo successo in questo 2015, quello di Austin, per il resto un podio e ben due cadute, che lo relegano a 49 punti dalla vetta detenuta da Valentino Rossi. L’ultimo passo falso è quello del Mugello, dove il pilota di Cervera è stato costretto ad alzare bandiera bianca in seguito ad una caduta.

 

Partiamo dal sabato, dove sei rimasto escluso dalla Q2.

 

“È stato un disastro, c’è ben poco da dire. Nell’ultima sessione di libere non ho montato la gomma nuova, mentre in Q1 avevo difficoltà con il grip. Purtroppo quando hai un problema se ne sommano altri e tutto questo ha condizionato la prestazione”.

 

Eppure, nonostante la 13^ posizione, eri incontenibile nelle prime battute, tanto che il podio sembrava praticamente fatto.

 

“Nei primi  giri ho fatto davvero un gran lavoro, tra staccate al limite e sorpassi. Credevo di poter stare con Lorenzo, però quando la gomma posteriore è calata ho iniziato a prendere molti rischi e può succedere che a volte li paghi. Inoltre la moto scivolava molto”.

 

Ci puoi raccontare qualcosa di più della caduta?

 

“E’ stato un mio errore, sono arrivato lungo alla curva, sbagliando la traiettoria e sono finito a terra”.

 

Cosa si può salvare dall’ultimo weekend?

 

“Credo che abbiamo lavorato bene per quanto riguarda l’uscita di curva. Sotto quell’aspetto abbiamo avuto risposte positive, in entrata ci sarà da fare qualcosa di più”

 

Adesso i punti di ritardo dalla vetta sono ben 49. Come si può colmare un gap simile?

 

“Continuando a lavorare e sviluppare. Ho un team che è all’altezza e verso cui ripongo grande fiducia. I punti da recuperare sono sicuramente molti, però già dalla prossima gara dobbiamo tornare ad essere competitivi. Correremo a Catalunya, davanti al nostro pubblico e questo sarà uno stimolo in più per fare meglio e tornare alla vittoria”.

 

Oltre a Valentino anche Jorge sta dimostrando di essere in forma. Chi temi di più?

 

“Entrambi. Rossi è primo, ma Lorenzo sta attraversando un gran momento di forma e le ultime tre vittorie consecutive ne sono la dimostrazione. Inoltre non sottovalutiamo la Ducati, che con Iannone è arrivata a podio anche al Mugello. Bisogna rimanere concentrati senza demoralizzarsi e perdere fiducia, perché tutto è ancora possibile”.

I luoghi del film Il racconto dei racconti di Garrone – le foto

Il film “Il racconto dei racconti” presentato al Festival del Cinema di Cannes, è stato girato interamente in Italia.

Ispirato all’opera “Lo cunto de li cunti“, una raccolta di 50 fiabe in lingua napoletana di Giambattista Basile, il film percorre i luoghi più suggestivi d’Italia, a partire dalle Gole dell’Alcantara in Sicilia, dove sono state girate le scene in cui il re combatte con il drago marino. Nella stessa fiaba, “La regina“, una delle tre scelte da Garrone, il momento in cui la madre rincorre il figlio avviene nel magico labirinto del Castello di Donnafugata, in Sicilia: alte mura a secco tipiche del ragusano.

Il re de “La pulce” vive invece a Castel del Monte, in Puglia; mentre la scena dell’inseguimento tra la principessa e l’orco è stata girata nelle Vie Cave di Sovana, Grosseto: una suggestiva rete viaria di origine etrusca.

Qui l’elenco dei luoghi scelti per il film di Garrone “Il racconto dei racconti”:

Italia, Puglia, Andria, Castel del Monte

Italia, Toscana, Firenze, Piazza della Signoria

Grosseto, Vie Cave di Sovana: una suggestiva rete viaria di origine etrusca

La gravina di Petruscio e le Grotte di Dio, Mottola, Puglia

Italia, Sicilia, Gole dell’Alcantara

Castello di Roccascalegna, Chieti, Abruzzo

Italia, Sicilia, Ragusa, Castello di Donnafugata

Civita di Bagnoregio, Viterbo, Lazio

Castello di Sammezzano di Reggello, Firenze

 

Per sapere tutto su “Il racconto dei racconti”.

 

Italy, Apulia, Andria, Castel del Monte

Italia, Puglia, Andria, Castel del Monte

Castello di Roccascalegna, Chieti, Abruzzo

Castello di Roccascalegna, Chieti, Abruzzo

Italy, Sicily, Ragusa, Donnafugata castle

Italia, Sicilia, Ragusa, Castello di Donnafugata

Italy, Sicily, Ragusa, Donnafugata castle

Italia, Sicilia, Ragusa, Donnafugata

Il labirinto del Castello di Donnafugata, in Sicilia, realizzato con la tipica mratura a secco del ragusano e costruito nel parco di 8 ettari dell'edifici © Utente Flickr Irene Grassi

Il labirinto del Castello di Donnafugata, in Sicilia, realizzato con la tipica muratura a secco del ragusano

Castello di Sammezzano di Reggello, Firenze

Castello di Sammezzano di Reggello, Firenze

Castello di Sammezzano di Reggello - Sale dei Gigli, Firenze

Castello di Sammezzano di Reggello – Sale dei Gigli, Firenze

Civita di Bagnoregio, Viterbo, Lazio

Civita di Bagnoregio, Viterbo, Lazio

Italy, Sicily, Gole dell'Alcantara

Italia, Sicilia, Gole dell’Alcantara

Gole dell'Alcantara, Sicilia2

Italia, Sicilia, Gole dell’Alcantara

Italy, Sicily, Gole dell'Alcantara, geometric lava fields around the river

Italia, Sicilia, Gole dell’Alcantara

Royal Palace, Naples

Palazzo Reale, Napoli

Italy, Campania, Naples,Royal Palace

Campania, Palazzo Reale, Napoli

La gravina di Petruscio e le Grotte di Dio, Mottola, Puglia

La gravina di Petruscio e le Grotte di Dio, Mottola, Puglia

Vie Cave di Sovana: le Vie Cave sono una suggestiva rete viaria di origine ertusca. Nell'immagine le Cave nei pressi di Sovana, in provincia di Grosseto © Utente Flickr Sbrinz81

Grosseto, Vie Cave di Sovana: una suggestiva rete viaria di origine etrusca

Italy, Tuscany, Florence, Piazza della Signoria, statue of Grand Duke Cosimo I background Palazzo Vecchio.

Italia, Toscana, Firenze, Piazza della Signoria

IL BRAND SALAR LANCIA LA NUOVA COLLEZIONE FW2015/2016

L’America Anni ’70, i motel malandati della Route 66, Coachella e le icone Pop, sono l’ispirazione del duo creativo SALAR, per questa collezione F/W2015-2016.

E’ proprio su queste strade che prendono vita le nuove MIMI, minibag pratiche e impreziosite da chiusure a stella e lunghe frange laterali, i nuovi secchielli TALA, che per la stagione invernale si ricoprono di pelliccia sintetica e di camoscio ricamato con delle stelle, a richiamare lo spirito Pop americano.

Sulla scia dello streetstyle mood della collezione precedente, gli SKATE si ricoprono di glitter, stelle e strisce a riprendere la celebre “stars&stripes” mentre le TALA SMALL variano dal total black più rock-chic al glitter, dal pitone alla pelliccia, al pink più sfacciato, per le più esigenti.

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Torna a grande richiesta la XAGUARA, la testa di giaguaro must have dello scorso inverno, rivisitato glitter, dall’oro al pink, dal silver all’azzurro.

Long seller e perfetta rappresentazione del brand, l’intreccio JUNI, che per il prossimo inverno si declina nei toni più caldi e autunnali del bordeaux e del marrone, dallo scamosciato grigio polvere al vitello lucido borchiato.

Le MENAGE A TROIS mantengono un’indole rock e si articolano in pelliccia sintetica, vitello e glitter, continuando il trend della scorsa stagione, di una minibag all’occorrenza sempre nuova.

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PAGE1 PRESENTA LA PRIMA COLLEZIONE AUTUNNO INVERNO 15/16

Page1 è un mix di stile contemporaneo e qualità garantita da una produzione Made in Italy.

Il brand nasce attraverso una piattaforma online che aggrega stilisti emergenti provenienti da tutto il mondo.

La piattaforma Maison Academia, ideata da Mary Palomba e Maurizio Palumbo, è alimentata dalla creatività e dalla professionalità di stilisti che creano di volta in volta le collezioni del brand. La sperimentazione individuale diventa materia unica per la creazione delle collezioni di Page 1 il cui coordinamento stilistico è affidato a Santo Costanzo, fashion designer dalla pluriennale esperienza, già stilista per il brand BRAGIA, finalista al concorso Who is On Next di Vogue Italia, e responsabile stile per Romeo Gigli.

La collezione Autunno – Inverno 15/16 di PAGE1 ha un’ allure contemporanea e sofisticata al tempo stesso.

Una sovrapposizione di linee e tessuti che traducono la voglia di sperimentare e combinare.

Uno stile espresso attraverso gli abiti polifunzionali per una donna che fa del viaggio la forza motrice della sua vita, una continua ricerca al design e alla femminilità, interpreti della curiosità e della determinazione di una viaggiatrice contemporanea, cosmopolita ma non per questo meno sognatrice.

Giacche a scatola dalle spalle tonde e dalla forma destrutturata in tessuto jacquard agugliata al matelassé o in mohair effetto fur come gli overcoat effetto camouflage, camice dai “colli a punta” tipiche degli anni ‘70 in twill di seta, leggere ed evanescenti, gonne ampie e fluide con stampe acquatiche impalpabili, un libero richiamo alle opere del preraffaellita John William Waterhouse. Le frange sono l’elemento ricorrente e caratterizzante la collezione, un tocco eccentrico ma estremamente elegante.

La palette va dal blu al nero, dal rosso al petrolio, con tocchi di nude e pearl ad alleggerire i colori intensi e brillanti della collezione.

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Il sonno della ragione genera i mostri? Un approccio filosofico

Parte II


L’autore che più di tutti ha contribuito, nel bene e nel male, a prospettare la problematica del sonno della ragione è Friedrich Nietzsche.


Il suo pensiero, poco sistematico ma ricco di immagini poetiche e di spunti paradossali, risulta ancora oggi di grande fascino per la sua forza contestataria e innovativa. Tra le opere di Nietzsche, di singolare importanza per il nostro argomento appaiono La nascita della tragedia del 1871 e Così parlò Zarathustra del 1883-1885.


Nietzsche si era accostato alle opere di Schopenhauer: da loro aveva imparato che il dolore è l’essenza stessa del mondo e che la natura e il cosmo sono crudeli a causa del grande processo di produzione e dissolvimento a cui sono fatalmente soggetti. Ora, la violenza distruttiva della natura cammina di pari passo con la sua forza creativa; dunque, nell’essere, crudeltà e felicità appaiono inestricabilmente legate e vanno accettate in quanto reali. L’uomo proposto da Nietzsche vive all’unisono con l’essere: accetta il dolore, lo sperimenta su di sé, non lo rimuove, anzi lo assume come momento insuperabile del ciclo vitale.


Qui, però, si pone la differenza tra i due grandi filosofi tedeschi: ambedue partono dalla constatazione della «terribilità del reale»; ma, dinanzi a questo dato, i percorsi speculativi si muovono in direzioni diverse, anzi contrapposte.


Schopenahuer sceglie di opporsi al mondo, prospettando un comportamento etico che miri a superare l’intima struttura della realtà, cioè l’egoismo.

Per Nietsche, al contrario, se l’essere è feroce, l’unica cosa da fare è consentire con questa ferocia e partecipare attivamente alla «festa» del mondo. L’uomo deve affermare se stesso, sforzandosi di rimuovere ogni ostacolo.


Chi è capace di ciò è il «superuomo», il nichilista che accetta la vita, che sopporta questo mondo e il divenire. Egli si sostituisce a Dio, imponendo, con la sua volontà di potenza, la propria soggettività e la pienezza dell’io. La morale tradizionale, imbevuta di cristianesimo, è quella degli schiavi e dei deboli e niente altro esprime il loro rancore e la loro frustrazione di fronte al fallimento a cui sono condannati; mentre, nel superamento dell’umanità, c’è la vera via della salvezza.


Nietzsche smaschera la pretesa di una verità assoluta, perché tutte le nostre convinzione sono collocate in un determinato punto di vista, in una prospettiva entro la quale conosciamo e giudichiamo il mondo. Perciò egli afferma: «Esiste soltanto un vedere prospettico». I nostri concetti, perciò, sono relativizzati da questa prospettiva: un albero, ad esempio, è conosciuto da uno studioso, da un turista o da un povero bisognoso di legna sotto tre prospettive diverse che ne condizionano la conoscenza.


Sottratto alla schiavitù dei falsi valori, l’uomo superiore può impegnarsi nell’amore e nell’esaltazione della vita, nel flusso continuo dell’esistenza, nell’esuberanza della forza e della fierezza. L’uomo è l’essere supremo, fonte di tutti i diritti, che, completamente partecipe del vitalismo del mondo, costantemente si realizza con una volontà di potenza in una ebbrezza dionisiaca.


«Dionisiaco» è opposto ad «apollineo». Esso è il simbolo dell’accettazione integrale ed entusiastica della vita in tutti i suoi aspetti e della volontà di affermarla; è l’oscuro impulso creativo che si oppone alla forma ordinata e standardizzata. Tutta la realtà si basa sulle due potenze, in lotta perenne tra loro e con momentanee conciliazioni. Una loro originale applicazione si ha nel campo dell’arte: lo spirito apollineo domina la scultura, che è armonia di forme, mentre il dionisiaco domina la musica, che è ebbrezza ed esaltazione entusiastica.


Solo il dionisiaco, però, ha permesso ai Greci di sopravvivere, perché ha trasfigurato l’orrore della tragedia nella bellezza dell’arte.

Nel gennaio del 1889, a Torino, Nietzsche ebbe un crollo psichico.

Il sonno della ragione prendeva il sopravvento sulla sua vita personale.