Archive for luglio, 2015

Jane Birkin contro Hermès. La diva rinnega la borsa che porta il suo nome

Divorzio storico tra Jane Birkin ed Hermès. L’attrice e modella inglese è stata recentemente al centro di una polemica, dopo aver rilasciato alcune dichiarazioni in cui chiedeva apertamente alla maison francese di togliere il suo nome dalla celebre borsa.

Alla base di tale appello ci sarebbe la causa ambientalista sposata dalla Birkin, la quale ha aderito ad una protesta più generale: ad innescare la miccia sarebbe stato il video diffuso dalla PETA, People for the Ethical Treatments of Animals, celebre istituzione di tutela degli animali, in cui si denunciavano le atroci crudeltà subite dai rettili destinati a diventare pellami.

Successivamente l’attore Joaquin Phoenix avrebbe lanciato una petizione per boicottare i capi di abbigliamento fatti con pellami esotici, a cui la Birkin avrebbe aderito.




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La celebre Birkin Bag fu ideata trentuno anni fa, nel 1984. Si narra che l’idea venne al direttore di Hermès dell’epoca, Jean-Louis Dumas, su un volo Parigi-Londra, in cui si trovò seduto accanto alla diva. La borsa della Birkin, strapiena, cadde, rovesciando l’intero contenuto sul pavimento. Ciò indusse Dumas a dedicarle un omaggio, creando appositamente per lei la Birkin Bag.



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Capiente, pratica e funzionale, ma allo stesso tempo estremamente chic, la Birkin Bag ha segnato un’epoca. Sogno proibito di ogni fashion victim che si rispetti nonché oggetto di culto per intenditori, la Birkin di Hermès è uno dei pezzi più esclusivi e costosi al mondo.
It bag evergreen, declinata in svariati colori e materiali, ha contribuito non poco a decretare il mito di Jane Birkin e ad iscriverla tra le icone di stile mondiali degli ultimi tempi.



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Look acqua e sapone, tomboy ante litteram, Jane Birkin ha incarnato lo stile di un’epoca, gli anni Sessanta e Settanta. In costante bilico tra innocenza e malizia, il suo stile nel vestire è divenuto leggenda. Famosa la sua predilezione per sensualissimi look vedo-non vedo, meglio se in tricot o pizzo trasparente. Bellissima anche senza un filo di trucco e in jeans e mocassini, la frangetta sbarazzina sui lunghi capelli e una fotogenia che ha incantato almeno due generazioni.




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Sensualissima nella sua love story scandalosa con il genio Gainsbourg, grazie alla quale conquistò i rotocalchi e le copertine di mezzo mondo.



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La maison più chic d’Europa le ha dedicato un oggetto di culto divenuto celebre. Oggi però la diva sembra aver dimenticato tutto questo, sebbene in nome di una valida causa, quale è quella animalista. Resta solo da chiedersi come mai non ci abbia pensato prima. Je t’aime, moi non plus, è proprio il caso di dire.

“CAPRI” BY PASSAVINTI, UN MARE DI FASCINO

La trasparenza di un mare blu cristallino, il “giallo” calore di un raggio di sole, riflettono uno scenario paradisiaco ricco di stupore e di emozione.
Capri è Capri.
Un luogo dove il tempo si è fermato alla magia di effetti luminosi ricolmi di cultura, arte, storia e… paesaggio.

Qualcosa di unico e di speciale, ritratto a meraviglia nell’esclusiva collezione con dedica speciale realizzata da Passavinti.
Un gioiello di creatività e un prezioso made in Italy che fonde ad arte tradizione e innovazione, in un geniale mix di forme classiche e materiali di tendenza.
Braccialetti, ciondoli, collane e pendenti della favolosa linea “Capri” raccontano il tributo nella perfezione dei tratti, nell’impressione dei colori, nel sentimento dei bagliori.
A disegnare quella femminilità estrosa che raccoglie la grande eredità di un passato nobile e la trasforma “per incantesimo” nello chic fresco e metropolitano dei nostri giorni.
La firma è Passavinti, Firenze.

Pendenti, anelli, ciondoli, sautoir della più grande tradizione orafa fiorentina sono il cast d’autore di “Tartan“, collezione gioiello griffata Passavinti 1970.
Una “trama” icona di classe ed eleganza, tra forme accattivanti e design esclusivi, accarezza bronzo e galvaniche in oro 18kt con la preziosa e minuziosa tecnica della microfusione e smalti a fuoco madreperlati.
Il risultato finale è una miscela sorprendente di emozioni e sentimenti che assumono i contorni di una nuova femminilità, ricca di charme e naturalezza.

Un esercizio di quello stile artigianale “Made in Italy” di cui Passavinti Firenze 1970 è massima espressione, in quelle sue creazioni uniche e inimitabili, simbolo di un fascino che non ha tempo e non ha età.



PASSAVINTI FIRENZE 1970, RITORNO… AL FUTURO

Non esistono arti più importanti di altre, se mai esistono artigiani più bravi di altri.
In questa sintesi si racchiude il succo del “Made in Italy”, firma d’autore in cima ai desideri di chi ci guarda oltre confine.
Lungi dal sottrarsi a questo nobile dna Passavinti 1970, storico marchio fiorentino di quell’arte orafa riconosciutaci come massima espressione nel mondo del lusso.
Un sogno, quello del brand toscano, concretizzatosi grazie al suo fondatore, Romano Passavinti, mirabile maestro nel dare forma a un gioiello ricco di stile, carattere, creatività e manifattura.
Una tradizione raccolta nel 2011 da Reali srl, società costituita da tre giovani imprenditori, Mirco Zoppini, Danilo Caccetta, Mauro Di Mario.

Personalità che hanno saputo rispettare i canoni straordinari di un attento e prezioso lavoro, proiettandoli in un affascinante “terzo millennio” del gioiello.

Una brillante miscela di ieri, oggi, domani che forgia collezioni sorprendenti, uniche ed esclusive, ricche di classico e di tendenza.

Le nane brune assomigliano ad enormi pianeti, ma si formano come le stelle

Grazie ai dati raccolti tramite i radiotelescopi del Very Large Array (VLA), in New Mexico, gli astonomi hanno osservato per la prima volta dei getti di materiale incandescente espulsi da alcune nane brune in formazione. La scoperta fornisce le prime prove dirette del fatto che questi particolari corpi celesti, la cui massa è a metà strada tra quella di una stella e di un pianeta, in realtà si formano seguendo gli stessi processi che regolano la nascita delle stelle, seppur su scala ridotta. Gli astonomi hanno analizzato i rilevamenti effettuati dal VLT su alcune giovani nane brune situate nella costellazione del Toro, a circa 450 anni luce dalla Terra, scoprendo che quattro di esse presentano lo stesso tipo di getti emessi dalle stelle più massicce durante le prime fasi della loro formazione. I rilevamenti del VLT sono stati confermati da osservazioni incrociate condotte tramite i telescopi spaziali Herschel e Spitzer.


“E’ la prima volta che osserviamo dei getti di materiale con queste caratteristiche provenienti dalle nane brune nelle fasi iniziali del loro processo di formazione. La scoperta dimostra che il modo in cui si formano è molto simile a quello delle stelle più massicce”, ha dichiarato Oscar Morata, collaboratore dell’Institute of Astronomy and Astrophysics dell’Academia Sinica di Taiwan. “Questi sono gli oggetti astronomici più piccoli che sembrano condividere lo stesso processo di formazione delle stelle”.


Le nane brune possiedono una massa molto inferiore a quella delle stelle, del tutto insufficiente ad innescare le reazioni termonucleari di fusione dell’idrogeno, ma sono comunque più massicce dei giganti gassosi come Giove. La loro esistenza era stata teorizzata per la prima volta nel 1960, ma la prima nana bruna fu scoperta solamente nel 1994. Fin da subito gli scienziati si erano chiesti se questi strani corpi celesti si formassero come le stelle, oppure come i pianeti. Una stella si forma quando una nube gigante di gas e polveri collassa per effetto della gravità, concentrando gran parte del materiale in un singolo centro di massa. In seguito, intorno alla giovane stella si accumula un disco di accrescimento dal quale nascono i pianeti. Nelle sue prime fasi di vita la stella espelle getti di materiale incandescente dai poli, un fenomeno del tutto particolare che per i pianeti non avviene. Già da parecchio tempo si pensava che le nane brune condividessero lo stesso processo di formazione delle stelle, e la scoperta dei getti incandescenti ha fornito un’ulteriore conferma della teoria.


“Grazie a questa nuova scoperta”, ha aggiunto Morata, “possiamo concludere che la formazione delle nane brune costituisce una versione in scala ridotta del processo che porta alla nascita delle stelle più massicce.”


FONTE: National Radio Astronomy Observatory

Jackie Kennedy, First Lady di eleganza

Quando si parla di eleganza non si può non citate Jacqueline Kennedy, celebre First Lady del più discusso Presidente degli Stati Uniti d’America nonché insuperabile icona di stile.

Classe 1929, segno zodiacale Leone, Jacqueline Lee Bouvier divenne la First Lady per antonomasia. Un mito intramontabile, coi suoi tailleurini bon ton e il peso del ruolo che le era stato imposto.

Donna volitiva, forte e ambiziosa, Jacqueline nacque in una famiglia dell’alta società newyorkese. Provetta cavallerizza, fece la sua prima esperienza lavorativa come giornalista per il Washington Times-Herald, che le affidò il compito di intervistare alcuni tra i personaggi più noti dell’ambiente politico statunitense.

Jackie Kennedy in Oleg Cassini

Jackie Kennedy in Oleg Cassini




Da qui l’incontro con il futuro Presidente John Fitzgerald Kennedy, che sposò il 12 settembre 1953 e da cui ebbe quattro figli. Prese il suo ruolo di First Lady molto seriamente, cercando di fornire un’immagine di sé e della sua famiglia che rasentasse la perfezione.

Jackie Kennedy in Oleg Cassini

Jackie Kennedy in Oleg Cassini





Nell’immaginario collettivo lei è la First Lady per antonomasia. Sempre perfetta, uno stile discreto: l’immancabile filo di perle al collo, i cappellini, i colori pastello e la sobria eleganza negli abiti confezionati per lei da Oleg Cassini, Chanel e Valentino.



Abito Valentino

Abito Valentino

Bozzetto creato per Jackie Kennedy da Valentino

Bozzetto creato per Jackie Kennedy da Valentino

Tailleur Chanel

Tailleur Chanel





Coraggiosa e piena di regale contegno sia di fronte ai presunti tradimenti del marito -tra i quali si sospettava una liaison con Marilyn Monroe, la donna più esplosiva d’America- pagò tutto quel che ottenne, fino a quando le tinte pastello del suo tailleur Chanel si tinsero di sangue.

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È una donna disperata quella che tenta di salvare il marito dal suo brutale assassinio, avvenuto proprio davanti ai suoi occhi. La parabola di un sogno che sembra andare in frantumi, finché, come una fenice, rinasce dalle proprie ceneri, convolando in seconde -quantomai discusse- nozze con l’armatore greco Aristotele Onassis.

I famosi sandali Capri, da lei sdoganati

I famosi sandali Capri, da lei sdoganati

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Jackie Onassis e Valentino Garavani a Capri

A Capri con la borsa dedicatole da Gucci, la Jackie O'

A Capri con la borsa dedicatole da Gucci, la Jackie O’



Da First Lady a Jackie O’. Questo è il periodo in cui la donna incontra il mito. L’icona di stile- tra i trend da lei lanciati i famosi sandali Capri, i pantaloni bianchi a metà polpaccio, il caftano e l’immancabile borsa Jackie O’che Gucci le intitolò. Una signora dello stile.

Zandra Rhodes, la principessa del punk

Nel panorama degli anni Sessanta-Settanta diversi furono i personaggi che maggiormente hanno contribuito a rivoluzionare il costume e la moda. Protagonista assoluta, nella Swinging London di quegli anni, fu Zandra Rhodes.

Nata nel Kent nel 1940, fu iniziata alla magia della moda dalla madre, lettrice presso il Medway College of Art, scuola frequentata da Zandra, che decide di specializzarsi nello studio delle stampe tessili. Le sue prime stampe vennero però considerate troppo ardimentose per l’epoca. Fu così che la giovane Zandra decise di creare un proprio marchio, divenendo leader indiscussa nella creazione di capi stampati.

Tra il 1966 e il 1967, insieme a Sylvia Ayton, un’amica conosciuta al college, Zandra aprì a Londra il suo primo negozio, The Fulham Road Clothes Shop. Protagonista assoluto di questo piccolo gioiello nel cuore della Swinging London era il colore, declinato in ogni tipo di stampa.

Un modello Zandra Rhodes

Un modello Zandra Rhodes



Le particolari stampe,  tipiche del brand

Le particolari stampe, tipiche del brand




Omaggio alla designer

Omaggio alla designer



Le stampe simbolo di un'epoca

Le stampe simbolo di un’epoca



Stampe da tutte le culture del mondo

Stampe da tutte le culture del mondo




Grande conoscitrice di svariate culture ed etnie, Zandra traeva ispirazione dall’Africa, per le stampe batik, dal Messico, dal Giappone e dall’Estremo Oriente. In poco tempo il suo negozio divenne punto di riferimento per un sottobosco di giovani che volevano ribellarsi alla cultura dominante e che cercavano anche attraverso la moda un mezzo di riscatto per affermare la propria libertà.


Rivoluzione dei favolosi Swinging Sixties

Rivoluzione dei favolosi Swinging Sixties



Uno stile unico

Uno stile unico




Nel 1969 portò la propria collezione a New York, dove conquistò Diana Vreeland che la recensì su Vogue US. Nel 1977 fu la prima designer a creare una collezione punk.


Un ritratto della designer, icona dello stile punk

Un ritratto della designer, icona dello stile punk



Foto degli anni Settanta

Foto degli anni Settanta



Un altro scatto sempre risalente ai primi anni Settanta

Un altro scatto sempre risalente ai primi anni Settanta



Lei stessa divenne un simbolo: capelli rosa shocking, trucco pesante, spille da balia cucite in ogni outfit, Zandra Rhodes ottenne presto l’appellativo di “Principessa del Punk”.

L'attrice Natalie Wood indossa una creazione di Zandra Rhodes, foto di Gianni Penati

L’attrice Natalie Wood indossa una creazione di Zandra Rhodes, foto di Gianni Penati



Anjelica Huston in Zandra Rhodes per Vogue UK, settembre 1971, foto di David Bailey



Penelope Tree in Zandra Rhodes

Penelope Tree in Zandra Rhodes



Pat Cleveland in Zandra Rhodes

Pat Cleveland in Zandra Rhodes



Inizia il clamore, posano indossando le sue creazioni Bianca Jagger, Anjelica Huston, Penelope Tree. Crea nuovi capi appositamente per Freddie Mercury e i Queen, per Debbie Harry, Kylie Minogue, Jackie Onassis, Lady Diana, Liz Taylor, e ancora Sarah Jessica Parker e Paris Hilton.

Bianca Jagger in Zandra Rhodes per il Sunday Times Magazine, 1972

Bianca Jagger in Zandra Rhodes per il Sunday Times Magazine, 1972



Bianca Jagger in Zandra Rhodes per il Sunday Times Magazine, 1972

Bianca Jagger in Zandra Rhodes per il Sunday Times Magazine, 1972



Ancora la Jagger per il Sunday Times Magazine, 1972

Ancora la Jagger per il Sunday Times Magazine, 1972



Harper's Bazaar Maggio 1976

Harper’s Bazaar Maggio 1976



Oggi Zandra Rhodes è curatrice del Fashion and Textile Museum di Londra. Nel 1997 è stata insignita del titolo di Commander of British Empire. Nel 2005 la galleria Carla Sozzani le ha dedicato una retrospettiva sul suo lavoro. Attualmente la Rhodes si dedica alla creazione di gioielli e di una linea di make up.

Uno scatto recente delle collezioni Zandra Rhodes

Uno scatto recente delle collezioni Zandra Rhodes



Il mito continua fino ad oggi

Il mito continua fino ad oggi

DESANINETEENSEVENTYTWO – COLLEZIONE AUTUNNO/INVERNO 2015/16

Oscar Wilde disse “ O si è un’opera d’arte o la si indossa”, e niente è più glamour e di tendenza dell’aver su di sé questa sensazione. E’ con questa attitudine che il marchio DESANINETEENSEVENTYTWO crea le proprie collezioni:

1/4 di arte, un pizzico di design, uno sguardo alla pittura, un tocco di fashion icon e il gioco è fatto: bags evergreen e di tendenza che sono più di semplici borse.

Il successo di DESA viene da lontano ed ha basi solide e profonde: la ricerca dei materiali grezzi e dell’eleganza che ha contraddistinto i nostri tempi, si mescolano all’eccellenza delle loro concerie per dar vita a un prodotto che riassume in un nome tradizionalità, lusso e originalità.

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DESA crea per la stagione autunno-inverno 2015/16  una collezione ispirata all’attrice Romy Schneider, una figura di estrema bellezza, dalla profonda e drammatica complessità. Nascono le novità assolute ROMY bag, LADY bag, sempre accompagnate dalle iconiche FOUR, SEVEN e TWENTYTWO.

Ma senza l’estro e l’artigianalità che rendono il brand  produttore “leader” in Turchia nella creazione di accessori in pelle, non poteva nascere ANDROGENE, la serie al passo con i tempi dove i prodotti diventano unisex.

Protagonisti quindi il lusso dei materiali: Nappa Lux, Struzzo, il Camoscio, la Pelliccia e la pelle elaborata “Cervo” che riconfermano il DNA sofisticato e made in Turkey, eccellenza assoluta nei prodotti di lusso evergreen.

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Il cacao, l’Ebony e il Poison compaiono sulle bags come su di una tela, un dipinto di Josef Albers, pittore tedesco che ha omaggiato per anni il disegno geometrico creando effetti di ambiguità e lasciando alla percezione spazi interpretativi. Così anche DESA si mostra come marchio di alta gamma, il cui background si scopre arte, design, architettura, storia, non solo moda. Ed è proprio nel design di Charlotte Perriand che si fan strada le forme delle bags, nel suo patch armonioso, tono su tono, uniforme, e nella contemporaneità eterna di chi progetta come visionario.

DESA è presente in oltre 30 prestigiose Boutique considerate grandi “connoisseurs” della creatività ed il lusso come Excelsior, Antonioli, Degli Effetti, Silvia Bini, LuisaViaRoma.

Saint Laurent, sarà di nuovo Haute Couture

Rivoluzione in casa Saint Laurent. Dopo anni di prêt-à-porter si torna all’Haute Couture. Hedi Slimane, dal 2012 a capo della direzione creativa dello storico brand francese, ha appena presentato le prime foto della nuova campagna pubblicitaria dell’esclusiva “ligne privée”. Una collezione che travalica l’haute couture: la linea si presenta come il ritorno ad una sartorialità ormai estinta.



Ahn Duong in Yves Saint Laurent Haute Couture P/E 1986

Ahn Duong in Yves Saint Laurent Haute Couture P/E 1986



Non ci sarà alcuna sfilata ma a beneficiare delle esclusive creazioni sarà una ristretta élite di celebrities, principalmente attori e musicisti. Si tratterà di capi sia maschili che femminili, sia da giorno che da sera.



Yves Saint Laurent Haute Couture 1992

Yves Saint Laurent Haute Couture 1992



Slimane, già dall’età di ventisette anni direttore creativo della linea YSL Rive Gauche nonché pupillo di Pierre Bergé, nel 2012 assunse le redini della maison cambiandone anche il nome, non senza una lunga scia di polemiche da parte dei “puristi”. Dopo aver radicalmente cambiato lo stile che caratterizzava la maison francese, conferendogli un’allure più moderna e metropolitana, ora si torna alle origini.

Karen Mulder in Yves Saint Laurent Haute Couture, Parigi 20 luglio 1994

Karen Mulder in Yves Saint Laurent Haute Couture, Parigi 20 luglio 1994

Yves Saint Laurent Haute Couture A/I 1990

Yves Saint Laurent Haute Couture A/I 1990

YSL Haute Couture, P/E 1994

YSL Haute Couture, P/E 1994





Le collezioni Haute Couture di Yves Saint Laurent hanno fatto storia: impossibile non ricordare le top models, da Carla Bruni a Claudia Schiffer e ancora Karen Mulder fino ad una prorompente Laetitia Casta in versione botticelliana.

Laetitia Casta, YSL Haute Couture, P/E 1999

Laetitia Casta, YSL Haute Couture, P/E 1999

Esther Cañadas in YSL Haute Couture P/E 1999

Esther Cañadas in YSL Haute Couture P/E 1999

Carla Bruni, Yves Saint Laurent Haute Couture, 2002

Carla Bruni, Yves Saint Laurent Haute Couture, 2002

Una giovanissima Naomi Campbell in passerella per YSL Haute Couture, 1987

Una giovanissima Naomi Campbell in passerella per YSL Haute Couture, 1987





Uno stile inconfondibile, che conferiva ad ogni donna un’aria da diva. Sofisticata, in lunghi guanti di raso e sfarzosi abiti da sera, o misteriosa, il volto nascosto sotto eleganti cappelli e tailleur dalla linea perfetta.

YSL Haute Couture, A/I 1995

YSL Haute Couture, A/I 1995

YSL Haute Couture A/I 1976

YSL Haute Couture A/I 1976

P/E 1990

P/E 1990

P/E 1993

P/E 1993

A/I 1990

A/I 1990

1986

1986



L’opulenza e lo charme di un’epoca felice della moda internazionale. Innumerevoli le muse di monsieur Yves, da Loulou de la Falaise a Catherine Deneuve.

Ancora Carla Bruni in passerella per YSL Haute Couture

Ancora Carla Bruni in passerella per YSL Haute Couture

Renée Simonsen in Yves Saint Laurent Haute Couture P/E 1988, L'Officiel Paris, foto di Micheal Zeppetello

Renée Simonsen in Yves Saint Laurent Haute Couture P/E 1988, L’Officiel Paris, foto di Micheal Zeppetello

Catherine Deneuve in YSL Haute Couture, 1969

Catherine Deneuve in YSL Haute Couture, 1969

Collezione P/E 1988

Collezione P/E 1988



Auspichiamo che tale arte possa ritornare, dalle gloriose vestigia del passato di casa Saint Laurent.

L’arte fotografica di Louise Dahl-Wolfe

Ci sono fotografie che travalicano gli stessi confini dell’industria del fashion per abbracciare invece un concetto molto più universale, quello dell’arte.

È sicuramente il caso delle foto di Louise Dahl-Wolfe, che tradiscono un’intrinseca perfezione che merita di essere conosciuta ed approfondita.

Louise Emma Augusta Dahl nasce il 19 novembre 1895 a San Francisco da genitori emigrati negli Stati Uniti della Norvegia. Nel 1914 iniziò i suoi studi presso la California School of Fine Arts (oggi San Francisco Institute of Art). Per i sei anni seguenti ampliò gli orizzonti dello studio della fotografia apprendendo nozioni di anatomia e pittura.

Natalie in cappotto Grès, Kairouan, Tunisia, 1950

Natalie in cappotto Grès, Kairouan, Tunisia, 1950

Tunisia, 1950

Tunisia, 1950

Deserto del Mojave, California, Harper's Bazaar, maggio 1948

Deserto del Mojave, California, Harper’s Bazaar, maggio 1948





Successivamente studiò Design ed architettura presso la prestigiosa Columbia University. Nel 1928 convolò a nozze con lo scultore Meyer Wolfe, che allestì i set di molte delle sue foto più famose.

La sua arte fotografica, estremamente all’avanguardia per l’epoca, vedeva una predilezione per la luce naturale e le location esterne come pure per la ritrattistica. Furono ritratti da lei personaggi celebri, da Mae West al poeta W. H. Auden, da Cecil Beaton ad Orson Welles.

Jessica Taft, Trinidad, 1957

Jessica Taft, Trinidad, 1957

Mary Sykes, Escambron Beach Club, Porto Rico, Harper's Bazaar Dicembre 1938

Mary Sykes, Escambron Beach Club, Porto Rico, Harper’s Bazaar Dicembre 1938

Jean Patchett a Granada, Spagna, 1953

Jean Patchett a Granada, Spagna, 1953





Braccio destro di Diana Vreeland nella redazione del celebre magazine Harper’s Bazaar, è sua la foto di copertina del numero di marzo 1943, che vede una ancora acerba Lauren Bacall, appena scoperta dal lungimirante occhio della Vreeland. Tra le sue modelle preferite Mary Jane Russell, che si stima compaia nel trenta per cento dell’intero patrimonio fotografico lasciatoci da Louise Dahl-Wolfe.

La fotografa influenzò le opere di Richard Avedon e Irving Penn. Uno dei suoi assistenti fu il celebre fotografo Milton H. Greene, famoso per avere immortalato Marilyn Monroe.

Evelyn Tripp a Gioia del Colle, Puglia. 1955

Evelyn Tripp a Gioia del Colle, Puglia. 1955

1956

1956

Uno scatto per Harper's Bazaar, 1947

Uno scatto per Harper’s Bazaar, 1947





La Dahl-Wolfe lavorò per Harper’s Bazaar dal 1936 al 1958, membro dello staff composto da Carmel Snow (editor), Alexey Brodovitch (Art director) e la già citata Diana Vreeland come fashion editor. Immenso è il patrimonio prodotto: 86 copertine, 600 foto a colori ed innumerevoli scatti in bianco e nero.

Tantissimi furono i viaggi di lavoro, che testimoniano ancora una volta l’importanza che la location -meglio se esotica- rivestiva secondo la Dahl-Wolfe. Molte sono le fotografie in cui protagonista è la carta geografica: una mappa, nascosta in un angolo del set o in mano alla modella, sia che indossasse sontuosi abiti da sera o semplici costumi da bagno. Quasi un talismano, o un monito a ricordare quanta eleganza ci sia nell’apprendere nuove culture e nel visitare nuovi angoli del pianeta.

Harper's Bazaar, Agosto 1949

Harper’s Bazaar, Agosto 1949

Jean Patchett con mappa, Granada, Spagna, 1953

Jean Patchett con mappa, Granada, Spagna, 1953

Ritorna la mappa, "firma" della fotografa

Mary Jane Russell, una delle modelle più amate dalla fotografa

Ancora Mary Jane Russell

Ancora Mary Jane Russell

Ritorna la carta geografica

Ritorna la carta geografica, “firma” della Dahl-Wolfe





Dal 1958 fino al suo ritiro, due anni più tardi, lavorò per Vogue, Sports Illustrated e altri magazine. Morì di polmonite nel 1989. Dieci anni dopo, nel 1999, la sua opera fu raccolta in un documentario dal titolo “Louise Dahl-Wolfe: Painting with Light”. Ed è proprio così, i suoi scatti ricordano spesso dei ritratti, sapientemente creati grazie ad un uso magistrale della luce. Quel che più colpisce è la modernità di certi suoi scatti, semplici eppure di grande effetto.



Atmosfere esotiche in molti dei suoi scatti, come questo, del 1950

Atmosfere esotiche in molti dei suoi scatti, come questo, del 1950

Scatto per Harper's Bazaar

Scatto per Harper’s Bazaar

Ancora Harper's Bazaar

Ancora Harper’s Bazaar

Scatto molto raro, per Harper's Bazaar Maggio 1946

Scatto molto raro, per Harper’s Bazaar Maggio 1946

Editoriale moda per Harper's Bazaar con le carte da gioco, Agosto 1953

Editoriale moda per Harper’s Bazaar con le carte da gioco, Agosto 1953

Un'altra foto tratta dallo stesso editoriale

Un’altra foto tratta dallo stesso editoriale

Una delle tante cover per Harper's Bazaar

Una delle tante cover per Harper’s Bazaar

L'incredibile modernità nell'uso della luce

L’incredibile modernità nell’uso della luce

Lady Margaret Strickland con turbante, 1938

Lady Margaret Strickland con turbante, 1938

Suzy Brewster, Miami, Florida, 1941

Suzy Brewster, Miami, Florida, 1941





Una donna dalla personalità molto forte, che lasciò il suo posto nella redazione di Harper’s Bazaar quando alla Vreeland subentrò un nuovo fashion editor, che tentò -senza successo- di cambiare lo stile delle sue foto. I suoi scatti restano ancora oggi un insuperato capolavoro di stile. Per veri intenditori.

Ideologia fascista e questione femminile

La cultura dominante nel periodo fascista in che considerazione tenne la donna? Alcune componenti culturali, già presenti nella lunga storia dell’Italia divisa e nei primi decenni dell’Italia unita, trovarono in questo periodo una formulazione teorica e un’espressione pratica più precisa. Tali componenti sono principalmente il nazionalismo, il razzismo euna certa tendenza all’aggressività e all’arroganza che sfociò in una prassi e in una politica bellicistica.


Il progetto educativo del fascismo, anche perché radicato in una solida tradizione, contribuì a produrre, a difendere e a sviluppare delle convinzioni e degli stati emozionali tanto nelle singole persone quanto nel pensiero collettivo, che si manifestarono in atteggiamenti imitativi e in linguaggi e comportamenti generalmente condivisi.


Ideologia fascista e questione femminile


L’ideologia fascista veniva a innestarsi su un ceppo già ricco di pregiudizi, insieme con indubbi aspetti positivi. Una già diffusa misoginia trovava nuovo vigore nel fascismo e nei suoi simboli: in sostanza la donna si definisce con ruolo subalterno in rapporto all’uomo, del quale è di volta in volta madre, sposa, sorella, figlia e le sue funzioni biologiche e sociali trovano il loro coronamento nella maternità. Le stesse organizzazioni femminili che erano a favore del regime, con i loro corsi di educazione politica o d’indottrinamento, riproponevano un modello imperante al quale contribuiva in misura di non poco peso la convinta adesione delle stesse donne. Obbedienza, spirito di servizio, spiritualità, sacrificio, abnegazione: queste e altre “virtù femminili” costituirono il leit-motiv di un’intera generazione di donne. Con le esperienze belliche, poi, un tale modello si arricchì ulteriormente, con la proposta della donna madre di soldati, la donna vedova, la donna che piange i morti caduti per la grandezza della patria. In un mare di buoni propositi e in un oceano di retorica, la concreta discriminazione della donna e, a volte, la sua emarginazione dalla vita sociale occupava pochissimo spazio nell’azione politica e nell’opinione pubblica.


Un preciso “luogo” di osservazione della condizione della donna nel ventennio fascista può essere la stampa popolare femminile.


Questo tipo di stampa era, sì, soggetto a censure, ma non a un controllo puntiglioso e capillare come avveniva per i quotidiani. Pertanto queste pubblicazioni sono in grado di offrirci certamente il “dogma fascista” con i suoi modelli precisi, ma non sono esclusi anche interessanti squarci di vita concreta, articolati e complessi elementi di dissonanza rispetto alla visione tradizionale, coraggiosi anche se parziali tentativi di problematicizzare la contemporaneità. Insomma, le sfumature che ogni storia porta con sé.


Proprio in quel periodo queste testate fecero registrare un notevole e contribuirono non poco alla formazione culturale delle donne, risultando, non di rado, fresche testimonianze del vissuto femminile dell’epoca. Settimanali, mensili, riviste di varietà e di moda, rotocalchi entrano nelle case delle italiane e tendono a diffondersi. Questo tipo di stampa contribuì in modo significativo alla “fabbrica del consenso”.


«Creature di virile ardimento, ma di squisita femminilità»: questa espressione, proposta da Vittoria de Grazia, riassume con singolare efficacia la visione che il regime ebbe delle donne e che propose attraverso gli strumenti della cultura e del consenso sociale.


Il fascismo si distinse per un irrigidimento del nazionalismo, sia come “naturale” compimento della spinta risorgimentale sia in opposizione ai due grandi movimenti politico-culturali che in quegli anni si andavano diffondendo, cioè il socialismo e il cattolicesimo, ambedue contrassegnati da un’evidente impronta internazionalistica, mentre fortemente in crisi appariva il liberalismo.


La struttura mentale specifica della stagione fascista presentò un’evidente connotazione nazionalistica, maturata da Mussolini già nel periodo dell’interventismo in vista del primo conflitto mondiale, che trovò la sua manifestazione ufficiale nel cosiddetto Discorso dell’Ascensione, pronunziato da lui il 26 maggio 1927: questa data costituisce un punto di svolta nella sua visione e nella sua politica. Nelle parole del leader fascista la questione demografica veniva posta in primo piano, con la proclamazione di uno scopo ideale da raggiungere, cioè «massimo di natalità, minimo di mortalità», perché «il regresso delle nascite attenta in un primo tempo alla potenza dei popoli e in successivi tempi li conduce alla morte». Lo sviluppo demografico, pertanto, veniva prospettato in chiave esplicitamente nazionalistica. Naturalmente le donne non erano soltanto vittime più o meno consapevoli di queste strutture mentali; ma esse stesse, a varia misura, le condividevano.


Quale risonanza ebbe sulla stampa femminile questa impostazione nazionalistica della cultura fascista?


Va notato, anzitutto, che non sempre e non da tutte le donne veniva condivisa una simile mentalità. La rivista Almanacco della donna italiana, ad esempio, che fu pubblicata per oltre venti anni, non accettò mai l’idea del primato della donna casalinga sempre disponibile a rimanere incinta per «dare figli alla patria» e anzi rivendicò il ruolo delle intellettuali e di quante operavano al di fuori delle mura domestiche. Su quelle pagine, perciò, apparvero i profili di artisti, letterate, poetesse, pubbliciste, giornaliste e professioniste varie. Così pure non di rado furono presentate, con caratteristiche positive, non solo autrici italiane e tedesche o spagnole, per parlare di regimi abbastanza simili, ma anche francesi, inglesi, russe e nordeuropee.


Altre pubblicazioni, invece, seguirono fedelmente se non pedissequamente il cammino del fascismo, con le sue trasformazioni e i suoi adattamenti. Emblematico, in questo senso, è il caso di Italianissima, rivista culturale nata nel 1924: se nei primi numeri affrontava con vigore la questione del suffragio femminile, a partire dal 1926 si allineò completamente alle posizioni ufficiali del partito.

Le cose che comprendo (e quelle che non) dei diritti LGBT

Lo dico subito. Ci sono cose che comprendo e cose che non comprendo sul tema unioni civili, “matrimoni gay”, adozioni e affini del mondo LGBT. Credo come me molte persone. E questo è un bene. Perché non è detto che si abbia una posizione su tutto e tutti sempre, e perché ammettere di “non comprendere” è la base “per farsi spiegare” le cose.
Parto da alcuni assunti però, alcune considerazioni che considero mie convinzioni. Diciamo così una sorta di “base” su cui costruire il ragionamento e un confronto.
Intanto io sono cattolico. Di quei cattolici che però considerano la propria fede una cosa soggettiva, che con valori precisi determina solo ed unicamente la morale e l’etica personale: un po’ come dire “di certe cose rendi conto alla tua coscienza”. E dato che non credo ad una “coscienza collettiva” questo mi impone anche un secondo credo, quasi altrettanto religioso: un senso profondo e radicale della laicità dello Stato. Se così non fosse non potrebbero esserci “libertà di differenza” in un teorico paese confessionale. E non ne faccio affatto una questione di “quale sia la confessione” religiosa. 



Per essere chiari, io non uccido perché è la legge che me lo vieta, non uccido perché è uno dei precetti della mia fede, e non uccido perché se tutti cominciassimo a uccidere non esisterebbe una società. Ma non ucciderei anche se il codice penale lo consentisse (perché me lo vieterebbe il mio credo) ma non potrei imporre ad altri di non farlo se fosse legale, se non lavorando per far cambiare la legge, ma non sulla base della mia religione, ma per il terzo principio di buon senso, ovvero “perché se tutti cominciassimo a uccidere non esisterebbe una società.”
Tutto questo va chiarito perché altrimenti molte delle “cose che comprendo e che non comprendo” non sarebbero chiare, sia nella sostanza che nella forma.

Ho letto e sentito molte cavolate dette da sedicenti cattolici che in nome di una fede propugnano e si oppongono a dei diritti. È un’aberrazione, senza mezzi termini. Ricorriamo alla fede per giustificare scelte e posizioni che non stanno insieme né in piedi da sole. 
A me non risulta che Gesù abbia mai detto “siete tutti fratelli… tranne i gay e le lesbiche” né siete “tutti figli miei, ma i gay un po’ meno” oppure “amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi, ma dato che non tollero i gay, in mio nome trattateli come minorati”. O qualcosa del tipo “dove sono due o tre riuniti nel mio nome io sono tra loro, a patto che siano tutti etero…” o anche “questo è il mio corpo, prendete e mangiatene tutti, tranne i gay e le lesbiche”.



Per cui a me la privazione di alcuni sacramenti o posizioni che vedano “alcuno dei mie fratelli” messi in una “casta inferiore” non vanno proprio giù. Intanto per una questione di etica e morale soggettiva, e poi perché “non vi azzardate a usare la mia fede per i vostri sporchi comodi” (e qualcosina del genere la disse anche quel Gesù di cui prima).

Detto questo – sul piano soggettivo, personale e individuale – veniamo alla questione laica, e quindi che dovrebbe invece riguardare lo Stato, le cui leggi si fondano e non possono essere in contrasto con la Costituzione. E vi assicuro che io la Costituzione l’ho letta. E mi sono sforzato, e applicato molto, nel cercare la più infida interpretazione che potesse indicarmi come precetto che “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali…tranne i gay e le lesbiche…” (a dire il vero la costituzione parla solo di persone e cittadini, mai di “uomini e donne” come soggetti distinti o “unici” – e tutti gli altri fuori!).



Ma la mia Costituzione – nella parte in cui, è bene ricordarlo, nessuno ha mai voluto intervenire per modificarla – dice con chiarezza – quasi un precetto, o se vogliamo una “prescrizione attiva”, ovvero un “dovere a fare” – anche che “è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana.” 
E quindi io, che sono un cittadino che si sente parte della Repubblica, mi sento una sorta di “obbligo legale” addosso ad affrontare la questione del “rimuovere gli ostacoli di ordine sociale che, limitando di fatto l’eguaglianza dei cittadini impediscono il pieno sviluppo della persona umana.” – come dovrebbero sentire questo “obbligo costituzionale” tutti i cittadini della Repubblica, qualsiasi ruolo e posizione abbiano, e non mi pare che in questi articoli (che poi sono il 3 e il 4 per chi era assente) ci siano commi, postille, incisi o parentesi o interpretazioni della Corte Costituzionale che dicano “tutti… tranne i gay e le lesbiche o i trans…”.

Queste “note preliminari” sono essenziali – almeno per me – per capire le varie questioni e per tracciare quella “base” su cui ragionare. E se sin qui siamo in disaccordo tutto il resto ha poco senso. Ma se sin qui concordiamo, allora andiamo avanti.
Ecco un elenco di cose, di punti, di aspetti, che capisco, comprendo, ed altri che capisco e comprendo meno. I miei non sono punti di arrivo, semmai “punti partenza” per riflettere e confrontarci laicamente assieme… e capire e spiegare e spiegarci… 




1. matrimonio e unioni civili.



Intanto mi chiedo perché due persone dello stesso sesso non possano “santificare” la propria unione giurandola davanti a Dio, in quanto cattolici e in quanto “figli di Dio”. [citatemi tutto ma non il Levitico che se no comincio io con un elenco infinito!] Vabbé.
 Laicamente non immagino un solo motivo al mondo – in base alla Costituzione – per cui due persone dello stesso sesso non possano sottoscrivere un “patto sociale pubblico” (il cd. matrimonio civile) in cui “liberamente e senza costrizioni” si obbligano rispettivamente a quanto previsto dagli artt. 143, 144, 147 del codice civile. Perché di questo si tratta e questo è il matrimonio “civile” nel nostro paese. E come tale, in sé, da nessuna parte può essere previsto un “si tu puoi o tu no”.
 Ma oltre a non vedere io – forse sono miope – un qualcosa che limiti “loro” nel farlo, non vedo nemmeno “qualcosa che danneggi la comunità” e la società nel suo complesso a che lo facciano!
 Cioè io non capisco perché due persone scienti e coscienti – senza distinzione di sesso, come dice la Costituzione – non possano scegliere di obbligarsi reciprocamente alla fedeltà, all’assistenza morale e materiale, alla collaborazione nell’interesse comune e alla coabitazione ed essere tenuti, ciascuno in relazione alle proprie sostanze e alla propria capacità di lavoro professionale o casalingo, a contribuire ai bisogni comuni. 




2. adozione reciproca di figli. 



In tutti i casi in cui uno dei due abbia già un figlio, se scegliamo tutti che l’interesse primario da tutelare sia quello del figlio – in termini materiali e in termini di armonia – paradossalmente, impedire che uno dei due coniugi adotti il figlio dell’altro, non è “contrario agli interessi” del figlio?
La questione è delicata, e facciamo un esempio concreto. Due donne. Una ha avuto un figlio (inseminazione artificiale, unico genitore che lo ha riconosciuto… non è importante…). Vive stabilmente con la sua “compagna” (con cui semmai vuole anche sposarsi). Interesse del figlio non è ricevere anche la possibilità di “cure e assistenza” da parte del coniuge/convivente e semmai esserne anche “erede”? 
Cosa toglie in questo caso al figlio? Cosa toglie alla “collettività”?
[di recente lo ha riconosciuto in un caso simile specifico anche la Cassazione]




3. adozione


Qui cominciano le cose che “capisco meno”.
In generale, non capisco una scelta di legge che preferisca che un minore resti in istituto quando ci sono coppie (o talvolta anche single) che vogliano “prenderlo in adozione”.
 Non lo comprendo per l’interesse del minore. Anzi, alle volte ho la sensazione che questo mitologico “interesse del minore” sia un po’ come la “religione”: una carta jolly da usare per difendere una posizione soggettiva.
 Nel mito Romolo e Remo sono stati adottati da una lupa che li ha nutriti, se no sarebbero morti: nessuno ha mai considerato questa cosa come contro natura, ma forse per qualcuno sarebbe stato meglio che Roma non esistesse piuttosto che questa cosa “contro natura”?
 Però il mito – che non è storia – ci aiuta a comprendere molte cose, osservabili in natura: la ragione per cui la vita sul pianeta terra comunque vince sempre, è proprio perché la natura è ben più vasta e cerca ben più alte vie rispetto a quello che singoli uomini in singole epoche considerano “secondo natura”. 
Una nota per tutte: secondo natura è la madre che deve allattare il figlio, eppure sappiamo che non tutte le donne possono farlo sempre o quanto è necessario. Anche bere latte vaccino o caprino, o sintetizzarlo chimicamente o in polvere quindi è contro natura? No, lo consideriamo una “scelta di progresso” per il bene “superiore” della sopravvivenza del bambino. 
E quindi, mi chiedo, nel 2015, perché scegliamo che sia meglio un istituto rispetto comunque ad un affetto ed una vita socialmente “più normale” e di certo più integrata?




4. maternità/paternità


Ecco. Questa è una cosa che non capisco.
 Un figlio ha bisogno di un padre e una madre. Non per “bigottismo sessuale” o per un costume retrogrado, quanto per un principio psico-pedagogico: la dimensione e l’identità consapevole si fonda e sviluppa dalla cognizione di “modelli” differenti. Una bambina comprende il suo essere “femminile” dall’essere “come” la mamma, ma anche (e a volte soprattutto) dall’essere “diversa” dal papà. E ognuna delle due figure, nella loro diversità, hanno specifiche peculiarità non sostituibili. 
[si lo so, l’ho detta male e spiegata peggio e ci sarebbe moltissimo da dire, ma credo che in linea generale il concetto “sia passato” e chiaro]
 Comprendo che “una donna” e “un uomo” – indipendentemente dalla loro sessualità come etero, gay, lesbica… – si realizzino completamente con la “maternità” e con la “paternità”.
 Ma quella della fecondazione assistita, cose tipo utero in affitto… non le capisco. Faccio molta fatica. Perché le vedo come un “sono diverso da un etero, ma non lo accetto completamente, e quindi voglio che tu rispetti la mia diversità che io stesso non accetto sino in fondo, e voglio quello che tu etero hai nella tua diversità”.

E tuttavia, sia sul punto 3 che sul punto 4 vorrei fare una precisazione.
 Sposarsi come adottare o ricorrere a strumenti di inseminazione artificiale, non può essere mai – anche questo lo dice la Costituzione – una questione di barriere economiche. E prima di tutto viene la salute di ciascuno. 
Lo dico perché sarebbe ingiusto che per reddito o conoscenza o semmai ignoranza, un mio concittadino (uomo, donna o gay o lesbica o trans che sia – non mi interessa) debba “andare all’estero” – se se lo può permettere, in ottime strutture, se no in paesi dove le condizioni standard sanitarie sono quantomeno discutibili – per un cambiamento di sesso (ieri), o per un’inseminazione, o per adottare…
Ecco, laicamente, il mio paese, la mia Repubblica, deve prevedere “vie proprie”, e per queste vie affrontare e motivare le sue scelte.

 La discussione è aperta. Su quello che comprendo, capisco, e sulle motivazioni, ma soprattutto su quello che non comprendo, non capisco, perché mi rendo conto perfettamente che siamo differenti – tutti quanti, senza distinzioni di sesso – e quindi ci sono cose che io per primo, per capirle, necessito che “altri mondi ed altri punti di vista” mi spieghino e mi aiutino ad aprire (o chiudere) le mie prospettive e visioni sul mondo…
 E quindi grazie a tutti coloro che vorranno costruttivamente intervenire.



Che fine faranno i Curdi?

La Turchia, dopo lunghi colloqui, ha deciso di unirsi alla coalizione che combatte l’ISIS peccato che i primi bombardamenti dell’aviazione turca non fossero diretti solo alle basi dell’ISIS in Siria ma anche a delle basi curde nel nord dell’Iraq.
Le postazioni curde colpite sono quelle del PKK, il Partito dei lavoratori curdi, a Qandil, sulle montagne irachene.


I bombardamenti hanno messo l’accento sul dilemma USA, portare il secondo più grande esercito NATO in guerra o continuare a fare affidamento sui leader curdi che finora sono stati gli unici affidabili nella lotta contro il califfato.


Gli USA sembrano aver fatto la loro scelta, il costo per l’aiuto turco e per la base di Incirlik da cui partono i caccia americani è stato la mano libera di Erdogan con i nemici curdi. Il governo turco, d’altronde, ha sempre sottolineato che il principale nemico della Turchia nell’area è il PKK, considerata una associazione terroristica tanto quanto l’ISIS con la differenza che colpisce obiettivi turchi.


La rivendicazione da parte del PKK dell’uccisione di due poliziotti turchi non ha aiutato. I turchi vedono come il fumo negli occhi la progressiva conquista di territori da parte dei turchi iracheni e siriani. Uno stato territoriale curdo darebbe forza alle spinte indipendentiste dei curdi turchi e intere aree della Turchia si troverebbero in una nuova situazione di instabilità.
Il PKK e la Turchia hanno aperto le ostilità ormai trent’anni fa e le vittime sul campo sono ormai decine di migliaia. Anche gli Stati Uniti considerano il PKK una organizzazione terroristica.


La differenza tra la visione turca e quella statunitense del piano sono palpabili. leader turchi parlano di una area cuscinetto, una sorta di no fly zone ma il califfato non ha aerei, gli aerei li ha solo Assad, altro grande nemico dei turchi. Gli USA hanno sempre rifiutato di creare una no fly zone, principalmente perché il suo peso ricadrebbe in gran parte sugli americani, costringendoli a aumentare l’impegno nell’area. Per questo motivo gli statunitensi sono molto più cauti e dichiarano che la zona cuscinetto deve ancora essere discussa.


Certamente una guerra aperta tra i turchi e i curdi non farebbe che beneficiare Daesh. Forse però i turchi si fermeranno a bombardare una parte dei curdi. Ha fatto scalpore pochi giorni fa il plauso del presidente dello stato de facto curdo nel nord dell’Iraq Masoud Barzani nei confronti dei bombardamenti turchi ai santuari PKK nel nord dell’Iraq, un’area in teoria controllata da Barzani.
In occidente tendiamo a considerare i curdi come un’entità unica ma non è così.


I curdi hanno combattuto tra loro per anni. I curdi iracheni hanno avuto anche la loro guerra civile con 3/5000 vittime. Il PKK non è, insomma, rappresentativo della totalità dei curdi. Il PKK e il PYD, il partito che guida la lotta all’ISIS di Kobane, sono due partiti di ispirazione marxista-leninista e si muovono in modo quasi settario all’interno del mondo curdo. Barzani è il leader democratico a cui si rivolgono i leader occidentali, quello che ha creato un solido stato nel nord dell’Iraq. Il piano politico del leader curdo è quello di creare un asse politico anche con il governo di Ankara e le sue dichiarazioni devono essere lette in questo modo.

Wang lascia Balenciaga

Si rincorrevano voci già da tempo ma ora pare sia ufficiale: secondo fonti molto vicine alla maison, Alexander Wang starebbe per lasciare la direzione di Balenciaga. Il giovane designer, da due anni a capo della direzione creativa dello storico marchio francese, si appresterebbe a lasciare il suo incarico.

Raramente uno stilista ha diviso tanto gli esperti di moda. C’era chi lo adorava e chi invece non riusciva proprio a capirlo. Forse lo stile iper funzionale e minimalista del designer americano poteva apparire lontano da un brand che, fin dagli albori, aveva puntato tutto su un concetto classico di stile.

Classe 1983, nato in California da genitori originari di Taiwan, Wang era direttore creativo di Balenciaga dallo scorso 2013. Secondo le indiscrezioni, il gruppo Kering di François Pinault, proprietario del brand, non sarebbe intenzionato a rinnovare il contratto allo stilista.

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Always Loyal, ovvero il trionfo del soldato

Muscolosi, sexy, affascinanti, menomati: ecco come possiamo introdurre i modelli che, per una volta, hanno scelto di farsi ritrarre dal fotografo californiano Micheal Stokes.

Sono tutti ex soldati e soldatesse statunitensi che hanno abbandonato le armi e le vesti per mostrare i loro corpi leggermente modificati a causa delle gravi conseguenze che comporta la scelta di arruolarsi: le bombe dell’Afghanistan, gli agguati durante la Guerra del Golfo, gli attacchi a sorpresa e gli orripilanti kamikaze non sono solo notizie da tg serale ma dei chiari ed evidenti segni impressi su gambe, braccia, anime.

Negli Stati Uniti i reduci di guerra sono considerati dei veri e propri eroi, persone da osannare sebbene, dietro la scelta di un semplice arruolamento, vi sono ragioni disparate che spesso non rietrano nella vocazione di diventare soldato a favore della patria. Alcuni imbracciano un’arma per scampare alla vita da strada, per avere un posto sicuro, per guadagnare abbastanza e far vivere degnamente una famiglia, per pagare il college a qualcuno. E i risultati di questo sacrificio spesso li si porta poi addosso.

Uno dei primi modelli ad essere stato fotografato è Alex Minsky, che ha perso una gamba nel 2009 a seguito dello scoppio di una bomba, in Afghanistan. Da qui, una serie di scatti concatenati che sul web hanno riscosso così tanto successo da aver spinto Micheal Stokes ad aprire una pagina su Kickstarter per raccogliere fondi e pubblicare un libro su questo tema.

Ci fai sentire dei veri uomini” gli ha confessato qualcuno di loro e a ben guardare le immagini, pare che la menomazione sia in realtà un semplice difetto di fotografia.

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(foto: vanityfair.it)

Il ritorno della Divina Alessandra Ferri all’Auditorium Parco della Musica

Il ritorno della Divina Alessandra Ferri, domani a Roma, all’Auditorium Parco della Musica

Foto di Lucas Chilczuk

Se la Divina Alessandra Ferri, ritorna a danzare, dopo il suo addio alle scene, risalente a qualche anno, bisogna accorrere, senza pensarci su due volte. Perché sarà un evento irripetibile, perché è cosi difficile rinunciare a vedere danzare una della maggiori ballerine del nostro tempo, stella del Royal Ballet di Londra, dell’American Ballet Theatre di New York e de La Scala di Milano, musa di grandi coreografi come Kenneth McMillan, interprete senza eguali di ruoli drammatici.

“Ho visto danzare Mikhail Baryshnikov a 65 anni ed ho trovato il coraggio di tornare sulle scene”. Mai intuizione fu più giusta. Alessandra è di nuovo sulle scene, per riabbracciare il suo pubblico.

“Mi sembra di portare bellezza nel mondo, come se fosse la mia missione”

La Ferri, torna a Roma domani, 30 luglio, nella Cavea dell’Auditorium Parco della Musica Roma con lo spettacolo Evolution organizzato dal geniale e talentuoso Daniele Cipriani, in collaborazione con Fondazione Musica per Roma, uno spettacolo intenso e sfaccettato che ci mostrerà una nuova Alessandra.

“Mi sono lasciata alle spalle Giulietta, Manon, Giselle. Ora voglio affrontare ruoli nuovi che appartengano all’Alessandra di oggi”

Il ritorno della Divina Alessandra Ferri, domani a Roma, all’Auditorium Parco della Musica

Foto di Lucas Chilczuk

Ad accompagnarla in questo nuova avventura ci sarà Herman Cornejo, primo ballerino dell’American Ballet Theatre e alcuni acclamati danzatori provenienti da compagnie classiche e moderne di punta: Tobin del Cuore (Lar Lubovitch Dance Company), Craig Hall (New York City Ballet) e Daniel Proietto (Russell Maliphant Company), Jonathan Alsberry, William Briscoe e Jonathan Fredrickson, artisti molto diversi tra di loro, eppure tutti profondamente uniti dalla medesima visione della danza.

La Ferri è una delle stelle della danza italiana più amate nel mondo. E’ una star assoluta, la sua personalità e il suo talento fanno di lei una ballerina unica e rara. Lei non è l’erede di nessuna étoile del passato, lei è Alessandra Ferri, che ha impresso un suo stile nella storia della danza, di ieri, oggi e domani.

Qualche anno fa decise di abbandonare le scene. Mai notizia fu accolta con tristezza dai ballettomani e non. Tutti accorsero ad ammirarla nei suoi ultimi spettacoli e una sera di circa otto anni fa, infatti, tutti ricordano le lacrime al viso e un sor­riso rico­no­scente verso il suo pub­blico. Eravamo in estasi al Tea­tro alla Scala di Milano, Alessandra dava l’addio alle scene insieme all’amico e collega Roberto Bolle, con uno dei uno dei ruoli più strazianti della sua car­riera, La Dame aux Camé­lias di John Neu­meier, sto­ria d’amore e morte, una di quelle parti che esigono talento, personalità, sensibilità, interpretazione.

Il mondo della danza perdeva una delle sue stelle più luminose, una diva controvoglia, una donna dal carattere tenace e carismatico.

Voleva dedicarsi alle figlie adolescenti e all’allora marito Fabrizio Ferri. Tutto era così umanamente comprensibile, ma il pubblico rimase, attonito e triste, comunque! E’ cosi difficile lasciar andare via le stelle.

“Quando smisi avevo capito che un capitolo era terminato per me. Ho avuto una fase di lutto. Poi un’altra, di sollievo. Mi sono occupata delle mie bambine, ho curato aspetti della vita che erano stati secondari rispetto alla carriera. E poi all’improvviso, ho cominciato a soffocare. Non era la scena, non era il pubblico, era proprio il ballare, il bisogno di vibrare, quello che mi mancava”.

Bentornata Alessandra!!

 

Foto in copertina di Lucas Chilczuk

Diana Vreeland. La regina dello stile.

Nasceva oggi il personaggio più eclettico e rivoluzionario della moda. Unica, ironica come nessuna, visionaria, folle. Diana Dalziel poi Vreeland (cognome del marito) nasce a Parigi il 29 luglio del 1903. La madre, la socialite Emily Key Hoffman, vanta una parentela con George Washington e con Pauline de Rothschild.
Allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, la famiglia si trasferisce a New York, dove la giovane Diana fa il suo debutto in società nel 1922, comparendo -quasi una premonizione del suo imminente futuro- su Vogue proprio per l’occasione.
Due anni più tardi, il primo marzo 1924, sposa il banchiere Thomas Reed Vreeland, da cui avrà due figli.


Diana


La coppia si trasferisce per un periodo a Londra. Qui Diana apre una boutique che annovera tra le clienti Wallis Simpson. Frequenti sono i viaggi di Diana a Parigi, dove conosce Coco Chanel, nel 1926. Nel 1935 il lavoro del marito li riporta nella Grande Mela.


Diana


L’anno successivo, il 1936, segna l’inizio del mito di Diana Vreeland. Notata per il suo stile nel vestire da Carmel Snow, lungimirante fashion editor di Harper’s Bazaar, le viene proposta una rubrica all’interno del magazine. Nasce così “Why don’t you…?”, la rubrica che fece conoscere al mondo l’ironica Diana.


Diana


Deliziosamente sopra le righe, in bilico tra l’umorismo più sottile e certa leziosità femminile che mai passerà di moda, Vreeland gioca coi suoi lettori, consigliando loro, tra le altre cose, di “tappezzare le camere da letto dei loro figli di stampe tratte dagli atlanti geografici, affinché essi non crescano con un punto di vista provinciale”, o di “esaltare il biondo naturale dei loro capelli lavandoli con lo champagne”.


Diana


Lasciare carta bianca al suo genio fu certamente mossa vincente per la Snow, che di certo contribuì alla creazione di un mito. Diana Vreeland fu talent scout ante litteram. Innumerevoli sono i volti che scoprì, da Lauren Bacall a Marisa Berenson, da Twiggy a Loulou de la Falaise e ancora Penelope Tree, Jane Shrimpton, Veruschka von Lehndorff, Edie Sedgwick.


Diana


Affiancata come nuova fashion editor di Harper’s Bazaar da fotografi del calibro di Richard Avedon, Louise Dahl-Wolfe, Alexey Brodovitch, nel 1962 passò a Vogue: qui ricoprì l’incarico di editor-in-chief dal 1963 al 1971. Pochi anni, se vogliamo, ma durante i quali avvenne una vera e propria rivoluzione culturale. Diana Vreeland è forse la donna che ha maggiormente influenzato l’arte visiva e la cultura visiva del secolo scorso. Non solo una semplice fashion editor ma la protagonista di una vera e propria rivoluzione che ha interessato il panorama culturale in toto. Addentrarsi negli anni Sessanta, i fatidici Swinging Sixties, il decennio in assoluto più rivoluzionario, con una guida così progressista, era garanzia di successo.


Diana


Sopra le righe, certa che “troppo buon gusto fosse noioso e che un pizzico di cattivo gusto serviva a dare un po’ di sapore”, Diana Vreeland odiava le convenzioni e le vecchie ideologie legate allo stile. Il cognome da nubile, Dalziel, in gaelico antico “Io oso”, è già un programma. Celebri, le sue frasi, che ci aprono nuove prospettive.


Diana


Come quando si espresse sul bikini, che definì “l’invenzione più importante dai tempi della bomba atomica”. Una iron lady della moda, granitica e rivoluzionaria. Nel 1965 veniva annoverata dalla Hall of Fame tra le donne meglio vestite al mondo.


Diana


Clamorosamente licenziata da Vogue (ebbene sì, incredibile ma vero!), nel 1971 le venne affidato l’incarico di curatrice dell’Istituto di Costume del Metropolitan Museum of Art. Nel 1984 ultimò la sua autobiografia, “D.V.” e morì nel 1989 per un attacco cardiaco.


Diana


Nel settembre 2011 venne creato il sito a lei dedicato, mentre il suo impero viene oggi curato dal nipote Alexander Vreeland, che lo scorso anno le ha dedicato delle fragranze. Nel settembre 2011 é uscito invece il documentario The Eye has to Travel, a cura di Lisa Immordino Vreeland, moglie di Alexander.

L’orgia di True Detective è tratta da una storia vera?

La seconda stagione di True Detective non è buona come la prima, questo è sicuro, pubblico e critica sembrano concordi ma su internet sta prendendo piede una teoria che potrebbe contribuire a rendere più interessante questa stagione.


Nell’ultima puntata, Church in Ruins, si vede un club di uomini ricchi e potenti che si trovano in una villa isolata in California per fare sesso, bere, drogarsi e concludere affari.
Secondo alcuni ci sono molte somiglianze con un club di uomini ricchi e potenti che si trovano in una villa nel nord della California per condurre attività “originali”.
Il club si chiama Bohemian Club e si incontra ogni anno a Bohemian Grove, un ranch isolato. Il club è stato fondato nel 1872 e le attività che si svolgono al suo interno sono segrete, il che lascia spazio a tutti i complottisti della rete per sbizzarrirsi con le ipotesi.


Quello che si sa di certo è che i ritrovi annuali si svolgono nella proprietà da 11 Km/q a Monte Rio, nel nord della California. Tra i membri si sono annoverati nomi come George H.W. Bush, George W. Bush, Dick Cheney, Calvin Coolidge, Walter Cronkite, Dwight D. Eisenhower, Gerald Ford, Barry Goldwater, Charlton Heston, Herbert Hoover, Henry Kissinger, Jack London, Steve Miller, Colin Powell, Ronald Regan, Nelson Rockfeller, Theodore Roosevelt, Karl Rove, Donald Rumsfeld e Mark Twain.


Secondo Kissinger gli incontri sono aperti anche a stranieri. Pizzolato ha sparso diversi indizi sul Bohemian Club, diverse volte sono state inquadrate foto del losco sindaco di Vinci con George W. Bush e in una città vicino a Monte Rio, Guerneville, sono successe storie assai strane.


I membri hanno sempre sostenuto che in questi incontri la sola cosa che succede è che le persone si divertono. Si beve molto e c’è birdwatching, campeggio e altre attività all’esterno. Secondo l’ex presidente Nixon il posto è “gay friendly”.


Un noto complottista americano, Alex Jones, è riuscito a introdursi nella tenuta e ha filmato uno strano rituale in cui uomini vestiti in modo molto particolare bruciano effigi e fanno strani discorsi. La veridicità del video è stata confermata da un portavoce di Bohemian Grove.


Secondo molti non si parla di affari in questo incontro ma molte persone sostengono che sia proprio a Bohemian Grove che si sia poste le basi per il Progetto Manhattan, la creazione della bomba atomica, Nixon ha sostenuto che la sua carriera politica sia iniziata dopo un discorso tenuto alla tenuta.


Quello che è certo è che Bill Clinton non è sulla lista degli invitati, una volta ha dichiarato:“ Il Bohemian Club? Hai detto Bohemian Club? E’ quel posto dove tutti quei ricchi repubblicani vanno e stanno nudi vicino agli alberi, vero? Non sono mai stato al Bohemian Club ma te dovresti andare. Ti farebbe bene. Prenderesti un po’ di aria buona.”

IL GRANO E LA GRAMIGNA

«Perché» – si chiedeva il “rivoluzionario” Martin Lutero nella prima metà del Cinquecento – «le bambine cominciano a camminare e a parlare prima dei maschi?». E, in un probabile sghignazzo generale, rispondeva: «Perché la gramigna cresce sempre più in fretta del frumento!».

Ma abbiamo solo l’imbarazzo della scelta.

Se un rivoluzionario si esprimeva così, il “conservatore” San Giovanni Crisostomo, nel 380 d. C., aveva dichiarato: «Che altro è la donna se non un nemico per l’amicizia, una punizione del cosmo, un male necessario, ecc.».

Uno potrebbe pensare: forse è il cristianesimo a produrre una tale mentalità?

Macché!

Sentite Pitagora, sei secoli prima di Cristo: «Esiste un principio di bene che ha creato l’ordine, la luce e l’uomo e un principio di male che ha creato il caos, le tenebre e la donna».


IL GRANO E LA GRAMIGNA


Un altro potrebbe obiettare: ma si tratta del pensiero di tanti secoli fa!

Magari!

Sentite cosa scriveva il 7 febbraio 1915 (dunque non nei secoli bui dell’alto medio evo) il liberale e modernista New York Times, circa la proposta di un suffragio universale aperto anche alle donne: «Accordare il suffragio alle donne ripugna all’istinto che affonda le sue radici nell’ordine naturale. È contrario alla ragione umana, spregia gli insegnamenti dell’esperienza e le ammonizioni del senso comune».

Come si diceva, abbiamo solo l’imbarazzo della scelta.

Presso tutti i popoli, culture e religioni esiste un “giudizio” sulla realtà femminile che possiamo senza dubbio chiamare “pre-giudizio”. Anche in quelle condizioni nelle quali la dignità della donna viene affermata senza eccezione (ad esempio nella tradizione cristiana, secondo la quale anche la donna è creata a immagine e somiglianza di Dio ed è stata salvata da Gesù Cristo), non di meno si afferma una marcata differenziazione di compiti, di funzioni, di ruoli: in sostanza, all’uomo si riconosce un ruolo pubblico, mentre alle donne una funzione riservata all’ambito privato.


Questo atteggiamento di fondo, che attraversa praticamente tutta la storia dell’umanità, è riassumibile in un proverbio estone: «La casa è il mondo della donna; il mondo è la casa dell’uomo».

Identificando periodi storici più precisi, focalizzare meglio la questione dei pregiudizi (anzi, del pregiudizio: si tratta, infatti, di una mentalità globale) nei confronti delle donne. Considerando, ad esempio, il ventennio fascista in Italia, è possibile cercare di comprendere la condizione delle donne italiane nella loro reale situazione e non solo alla luce delle proclamazioni politiche più o meno realizzate. Anche in quella vicenda storica, infatti, non mancarono forme di pregiudizio antifemminile, che andrebbero analizzate in chiave psico-sociologica, non ideologica.


Si parlava del fascismo. E non a caso. Tra tutti gli infiniti periodi della vicenda umana, questo capitolo della storia d’Italia è un periodo facilmente identificabile, con una data di nascita e una di morte. È, inoltre, abbastanza lontano nel tempo, così da permettere una lettura critica dei fatti e delle loro motivazioni; ma è ancora abbastanza vicina da suscitare un interesse non di tipo “archeologico”, bensì vivo e vitale. È un momento paradigmatico di tutta un’epoca storica: il fascismo, infatti, nato in Italia, ben presto si “esportò” in altre nazioni, europee e non. Infine, al di là del fenomeno storicamente datato, non si deve trascurare la presenza di una “mentalità fascista” che lo precede e lo segue. Forse anche sul piano del ruolo femminile interessarsi al fascismo può costituire un valido modello di valutazione di alcuni pregiudizi, dai quali faticosamente la società contemporanea cerca di prendere le distanze.

LA DITTATURA PROSSIMA VENTURA

In un caldo pomeriggio di luglio, nella mia adorata e calda Roma, incontro Antonio Padellaro che con la sua sottile e pungente penna ha da poco denunciato sul Fatto Quotidiano la crisi dei sindacati e il clima abbastanza delicato in cui verte oggi il concetto stesso di politica e democrazia.


Roma è finita sul The New York Times per l’incuria e la sporcizia cosa ne pensi?


Si, tutti i giornali del mondo come il Times e Le monde hanno denunciato il fatto che la città più bella e famosa al mondo sia ridotta come è ridotta, ma a mio parere fa scalpore perché da l’idea di come l’Italia sia un paese allo sbando .

Il punto è che in Italia i riferimenti istituzionali che sono il governo, le amministrazioni comunali e i sindacati si stanno sfaldando.

Vi è un’incapacità di gestire i problemi, cioè oggi Roma è una città che viene amministrata come trenta o quaranta anni fa .

Il concetto di area metropolitana non è mai diventato realtà .

Abbiamo i municipi ma sono amministrati da persone della politica minore che non sanno nulla di come si gestisce la cosa pubblica.

Oggi tutto il problema dei trasporti, per esempio, non può essere affidato a un assessore che viene dalla politica, che fa i suoi giochi ma deve essere affidato ad un grande manager che possa sapere come gestire il problema dei trasporti a Roma, invece è tutto vecchio.


In che senso?


Quelle istituzioni che erano dei punti di riferimento si stanno sfasciando perché erano decrepite e perché sono affidate a un personale politico di basso livello senza competenza.

La risoluzione di problemi come la gestione dei rifiuti o i trasporti non possono essere affidati per esempio ad un assessore che fa i suoi giochi ma deve essere affidato ad un grande manager capace di gestire tutti i problemi.

Si parla sempre di onestà ma la competenza? I politici debbono avere prima di tutto delle competenze.


Si può parlare in modo forse un po’ generico di una crisi della politica ?


Certo, la popolarità della politica è ai minimi termini.

Qualsiasi sondaggio ti dice che la popolarità della politica è al tre, quattro per cento, il che vuol dire che il tre o quattro per cento sono quelli che vivono di politica.

La politica è dunque popolare presso il ceto stesso che fa politica perché difende se stesso.

Ciò vale anche per il sindacato che è odiato perché visto come la causa dei disservizi e gli amministratori pubblici, come nel caso di Marino ma anche come Crocetta in Sicilia, sono considerati delle zavorre, cioè personaggi che non solo non risolvono niente ma anzi che creano problemi .

Dato che stiamo parlando di tre pilastri della democrazia: i governi, le amministrazioni locali e i sindacati se falliscono si crea un vuoto.

Ora il problema è: se si crea un vuoto questo come può essere riempito ?

In politica vigono le leggi della fisica, ogni vuoto tende a essere riempito.

Di fronte allo sfaldamento non solo delle istituzioni ma anche della credibilità della politica si pone la domanda : chi verrà dopo questi ?

Il sindacato è stato un punto di riferimento,

i tecnocrati prenderanno il posto dei politici che risponderanno a Bruxelles .

Ci saranno dei tecnocrati designati dall’Europa, la seconda ipotesi è che si creeranno delle forme autoritarie .


Forme autoritarie? Che vuol dire ?


Mi riferisco all’ascesa della Lega Nord che fa riferimento a Salvini che è un movimento xenofobo, intollerante con forti venature fasciste perché i loro alleati sono CasaPound .

Se la democrazia non riesce a difendersi arrivano quelli che dicono: comandiamo noi, fuori i negri e tutta una serie di provvedimenti presi in modo autoritario.


Crede quindi vi sia una crisi generale dello Stato?


Gli italiani non hanno mai rispettato lo Stato, per i francesi c’è La Republique che è un valore, per gli italiani lo Stato non è un valore.

In Italia il concetto di Stato e di bene comune non è mai veramente passato.

Uno degli elementi che te lo spiega è l’evasione fiscale.

Quando una larga fetta di cittadini non paga le tasse e non partecipa all’investimento sul bene pubblico, al di là dell’ illegalità , c’ è proprio una questione di menefreghismo rispetto al valore dello stato.

Mancando lo Stato, questo vuoto storicamente è stato riempito dal fascismo, il dittatore ha occupato lo stato, com’è accaduto nel ventennio fascista.

Berlusconi è una macchietta ma per vent’anni ha incarnato lo Stato, lo Stato delle paillettes, delle televisioni, del gioco del Milan e di tutto ciò che poteva piacere agli italiani.

Renzi è un personaggio secondario che serve semplicemente a evitare che la situazione degeneri.

L’impatto dei venti cosmici sull’evoluzione delle galassie

Gli astronomi sapevano già da parecchio tempo che tra le galassie soffiano potenti venti cosmici. Questi venti spingono all’esterno materia interstellare, interrompendo così il processo di formazione di nuove stelle. Ora, però, abbiamo un’immagine più precisa di come ciò accade: una nuova analisi condotta dall’Università di Yale su uno di questi fenomeni, osservato all’interno di una galassia molto vicina al Sistema Solare, ci ha fornito un nuovo punto di vista sul processo. La ricerca è stata pubblicata tra le pagine dell’Astrophysical Journal.


Nello specifico, l’astronomo di Yale Jeffrey Kenney ha osservato il modo in cui i venti cosmici stanno erodendo le nubi di gas e polveri che risiedono ai margini della galassia. Il vento, o curva di pressione, è causato dal moto orbitale della galassia attraverso l’ammasso a cui appartiene. Kenney ha scovato una serie di intricate formazioni di polvere ai margini del disco, che aumentano mano a mano che il vento cosmico inizia a farsi strada all’interno della galassia. “Sul lato principale della galassia, tutti i gas e le poveri sembrano impilati su una lunga cresta, o fronte della polvere. Ma osserviamo anche strutture significative su piccola scala” ha spiegato Kenney. “Ci sono filamenti e code che si dipanano dal fronte. Noi crediamo che siano causati dalle dense nubi di gas che vengono separate dalle compagne a bassa densità.”


I venti cosmici possono spingere piuttosto facilmente le nubi rarefatte di gas e polveri interstellari, ma non quelle più dense. Quando il vento soffia, gli agglomerati di gas più densi si separano da quelli più leggeri da cui sono circondati, che vengono spinti a valle. Ma sembra che le diverse nubi siano legate tra loro, almeno in parte, molto probabilmente per via dei campi magnetici che si generano in seguito all’attrito tra le polveri. “La prova di questo è che i filamenti nell’immagine del Telescopio Spaziale Hubble sembrano caramelle gommose che vengono stirate” ha detto Kenney. “E’ la prima volta che osserviamo questo fenomeno”.


L’analisi si basa sulle immagini relative ad una galassia a spirale dell’ammasso Coma, situata a circa 300 milioni di anni luce dalla Terra. Coma è l’ammasso ad alta densità più vicino al Sistema Solare. Kenney vide quelle immagini per la prima volta due anni fa, e realizzò fin da subito la loro importanza per comprendere il legame tra i venti cosmici e il trasporo di materia interstellare nelle galassie. Negli anni 90, una famosa immagine di Hubble intitolata “I Pilastri della Creazione” mostrava colonne di polveri e gas nella Nebulosa Aquila che si stavano condensando per formare nuove stelle. I filamenti di polvere identificati da Kenney sono simili a quelli dei Pilastri della Creazione, ma sono 1000 volte più grandi. In entrambi i casi, la distruzione è tanto importante quanto la creazione. Una forza esterna sta spingendo via la maggior parte dei gas e delle poveri, distruggendo così la nube e lasciandosi indietro il materiale più denso (i pilastri).


Siccome il gas è la componente fondamentale per la nascita di nuove stelle, la sua rimozione causa un arresto nella creazione di nuovi sistemi stellari. Nella Nebulosa Aquila, la pressione si innalza per via delle intense radiazioni emesse dalle vicine stelle massicce; nell’ammasso Coma, invece, la pressione deriva dal moto orbitale della galassia attraverso i gas caldi che lo compongono. Sebbene in entrambi i tipi di pilastri nascano nuove stelle, noi vediamo solo quelle di ultima generazione. Gran parte della ricerca di Kenney è incentrata sulle reciproche interazioni tra le galassie e l’ambiente che le circonda. “Buona parte dell’evoluzione galattica è mediata dalle interazioni” ha detto Kenney. “Le galassie sono modellate da collisioni e fusioni, insieme dallo sweeping dei gas generato dai venti cosmici. Sono interessato in tutti questi processi.”



FONTE: Yale University Press

Trend estate 2015 – tutti pazzi per il crochet

Trend indiscusso dell’estate 2015, il crochet (o uncinetto, che dir si voglia) spopola ovunque: dai bikini ai copricostumi in spiaggia fino agli abiti da sera e agli accessori. Bianco, per esaltare al massimo l’abbronzatura, o nero, in versione sexy, il crochet esalta come pochi altri capi il corpo femminile.

Ma vediamo la storia di questo fashion trend.

Il termine crochet deriva dal francese antico “crochet”, equivalente del termine tedesco “croc”, entrambi significanti “uncino”. Le prime tracce della particolare lavorazione crochet si attestano nel diciannovesimo secolo. Il crochet fa la sua prima apparizione su un magazine femminile olandese, Pénélopé, nel 1824.

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abito in crochet bianco



Jane Birkin fu una spassionata fan dei capi fatti con l’uncinetto, nelle sue uscite ufficiali e persino per il suo matrimonio con Serge Gainsbourg.

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Jane Birkin



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Jane Birkin e Serge Gainsbourg



La malizia del nude look e il candore virginale del bianco si mixano alla perfezione, mentre il nero è perfetto per la sera, per un effetto super sexy.

TWIN-SET Simona Barbieri

TWIN-SET Simona Barbieri



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abito in crochet a colori



I colori invece creano geometrie perfette per la stagione estiva, come si è visto anche sulle passerelle di Valentino, che propone tinte pastello perfette per romantici capi lavorati a maglia.

Valentino P/E 2015

Valentino P/E 2015



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Emilio Pucci P/E 2015





Emilio Pucci è un habitué del crochet, tanto che abitualmente nelle collezioni primaverili fa sfilare capi lavorati all’uncinetto; in questa estate 2015 non si smentisce, proponendo gilet finemente decorati, che conferiscono un dettaglio gipsy anche al look più semplice.
Il crochet, la riscoperta di un hobby che un tempo era considerato prerogativa delle nonne e che oggi acquisisce un nuovo charme.
Un evergreen che non passerà mai di moda.

True Detective, Church in Ruins

La scorsa puntata di True Detective è finita con Ray che batteva alla porta di Frank con intenti bellicosi e da lì ripartiamo in questa puntata. I due sono seduti al tavolo della cucina con entrambi la pistola in mano in quello che sembra una scena da B movie. Ray è fuori di sé perché ha scoperto che Frank ha approfittato della situazione della moglie per poter ricattare Ray, allora un vice sceriffo, e gli ha fatto uccidere una persona per lui con l’inganno. Ci sono tutti i presupposti, considerando che Ray ha ammazzato di botte il padre di un compagno di classe del figlio per quasi nulla, per farlo scoppiare ma incredibilmente finisce tutto a tarallucci e vino. Frank si scusa, parla di un errore innocente e del fatto che l’uomo ucciso da Ray fosse un uomo che, comunque, meritasse di essere ucciso. Ray sbollisce la rabbia, Frank gli dice di non provare più presentarsi a casa sua con l’intenzione di sparargli e che lui è uno dei pochi amici che gli sono rimasti.


Nel frattempo Ani e Paul sono al capanno in cui è chiaramente successo qualcosa di molto brutto e che avevano trovato seguendo degli avvoltoi la settimana prima. La scientifica dice che la scena è contaminata e di non sperare di scoprire granché e in aggiunta arriva uno sceriffo che reclama la sua giurisdizione sul caso. I due quindi si concentrano di nuovo sui diamanti blu e Paul scopre, attraverso un assicuratore, che quei diamanti sono scomparsi da una gioielleria durante gli scontri del ’92 a Los Angeles. La fermata successiva di Paul è quindi un ex poliziotto che gli racconta la storia di quella rapina con tanto di particolari sui due figli dei proprietari. E si apre un’altra parentesi, a due puntate dalla fine, che si fa fatica a collegare alla storia principale.


Frank, dopo l’amichevole chiacchierata con il suo vecchio amico Ray si mette alla ricerca del disco rigido scomparso dalla casa di Caspere e per far questo “interroga” con una sparachiodi un ex scagnozzo del messicano responsabile della sparatoria di Vinci, questo lo mette sulla strada della prostituta che ha portato fisicamente i diamanti al monte de pegni, ci parla al telefono e la trova morta, uccisa da dei trafficanti di droga messicani fondamentalmente per nessun motivo. Chi sono questi nuovi personaggi? Hanno un motivo di esistere all’interno dello show? Crediamo di no ma Pizzolato ormai è a briglia sciolta.


Nell’ultima parte della puntata però si tocca il massimo. Ani decide di infiltrarsi in uno di questi famosi party organizzati dall’uomo di Frank e dal figlio del sindaco. Arrivata nella villa dove si svolge il party, seguita da Paul e Ray, le viene data, sotto forma di spray orale della MDMA. Ani, da buona figlia di santone hippie riesce a farsi un trip psichedelico da una droga che psichedelica non è immagina un incrocio tra Charles Manson e Rasputin che la porta da bambina in un furgoncino Volkswagen con intenti poco simpatici, il tutto mentre vaga in una versione più alla buona di una party alla Eyes Wide Shut. Mentre Ani si incammina verso la strada dell’illuminazione Paul e Ray sentono parlare di un contratto per della terra molto danaroso. Quale miglior posto per parlare di un contratto che durante un party ad alto contenuto sessuale. I due entrano e rubano il contratto mentre nel frattempo Ani si riprende dal trip per rendersi conto che ha di fianco a sé la ragazza scomparsa della prima puntata. Ani e la ragazza scappano, uccidendo uno scagnozzo nel frattempo e proprio mentre aprono la porta della villa arriva Paul pronto ad aiutarle. Segue fuga nella notte a fari spenti mentre le pallottole fischiano e una delle battute più scarse di tutta la serie, finora: “Ma questo contratto è pieno di firme!” detto da uno sconvolto Paul mentre controlla la refurtiva.


True Detective non è brutto, è normale. Pizzolato allontanandosi dalle paludi infestate di coccodrilli della sua infanzia ha perso quel tocco che distingueva la prima stagione di True Detective dal marasma di serie poliziesche che riempiono i palinsesti USA e la dipartita di Cary Fukunaga è stata più dura da assimilare di quanto i produttori e lo stesso Pizzolato si immaginavano. Mancano solo due puntate al finale di stagione e c’è da sperare che il livello torni all’eccellenza a cui eravamo abituati, True Detective merita di meglio.

Peter Beard. Quando la moda è safari.

Talent scout di modelle del calibro di Iman, conoscitore ed amante dell’Africa, scrittore e saggista nonché artista visionario, Peter Beard è uno dei personaggi più affascinanti e carismatici della fotografia di moda.

Nato nel 1938 a New York, laureato presso l’università di Yale, i primi viaggi nel continente africano risalgono al 1955 e al 1960. Innamorato dell’Africa, coi suoi colori e le sue suggestioni, Beard diverrà uno degli artisti più capaci di esaltarne la bellezza. Trasferitosi in Kenya dopo la laurea, divenne amico di Karen Blixen. Grazie alla sua arte fotografica la moda ha iniziato ad esaltare le indescrivibili bellezze offerte dalle location del continente africano.

Firma del calendario Pirelli del 2009, un’edizione unica ambientata in Botswana, i suoi scatti sono un connubio di arte e natura. Immagini forti, che sembrano in movimento e donne ritratte nel loro lato più selvaggio, come feline pronte ad attaccare, indomite ribelli forti della propria sensualità.

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Calendario Pirelli 2009, Botswana. Modella Daria Werbowy

Un occhio ed un gusto unico, capace di esaltare la ricercata eleganza e al contempo la naturale bellezza, celebri sono gli scatti con Veruschka e la stessa Iman. Altre collaborazioni celebri furono con Andy Wahrol, Truman Capote e Francis Bacon.

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Personaggio chiave della fotografia, i suoi scatti ampliano la mera definizione di fotografia di moda per abbracciare invece un’arte a trecentosessanta gradi.

Immagini come patchwork al confine tra arte visiva e reportage, scorci da cartolina e un occhio che si riconosce anche quando travalica il continente africano. Una personalità capace di ammaliare. Come i suoi diari fotografici, vere perle da custodire gelosamente.

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Il pregiudizio

Analizzando la società e le sue dinamiche, si nota che i pregiudizi si verificano nel contatto tra gruppi o membri di gruppi differenti (ad esempio i pregiudizi razzisti ed etnici, non di rado legati alla questione degli atteggiamenti prevalenti nei confronti delle minoranze) o nello stesso gruppo sociale (quali i pregiudizi tra classi, categorie e generazioni). A questa seconda tipologia sono riconducibili i pregiudizi basati sul sesso.


«Nell’ambito dei rapporti fra i gruppi, il pregiudizio è un atteggiamento che predispone un individuo a pensare, percepire, sentire e agire in modi favorevoli od ostili verso un gruppo o verso i suoi singoli membri».



Il pregiudizio


È la definizione classica del pregiudizio, formulata da P. F. Secord – C. W. Backman nel volume Psicologia sociale, edito da il Mulino di Bologna nel 1971. In sostanza, i componenti di un determinato gruppo vengono interpretati globalmente come portatori di valori o disvalori diversi da quelli posseduti dagli altri. In questo processo, in maniera più o meno consapevole, si identificano alcune note distintive, che vengono enfatizzate e, spesso, considerate fuori dai reali contesti, al punto da assolutizzarle.


Queste note, poi, si caricano di un contenuto emotivo, ben al di là della loro reale portata: la paura, ad esempio, è una di quelle reazioni tipiche in presenza di caratteristiche ritenute di per sé pericolose, senza che si sia adeguatamente riflettuto in modo razionale né tanto meno che se ne sia fatta diretta esperienza.

Il pregiudizio, tuttavia, non è di per sé un atteggiamento negativo. Esso, anzi, può rivestirsi di un’atmosfera favorevole: ciò che lo definisce, dunque, non è la sfumatura negativa, ma l’assenza di una motivazione che lo giustifichi.

L’atteggiamento pregiudizievole, tuttavia, viene considerato soprattutto nelle sue valenze negative e di solito sfocia nella discriminazione: ad alcuni individui vengono negati certi privilegi o diritti di cui godono gli altri membri della società.


Alla base del comportamento pregiudiziale, si rileva una teoria dei valori. Non va dimenticato, infatti, che le situazioni concrete che danno origine a pregiudizi sono piuttosto rare, mentre ciò che è estremamente frequente è la continuità del pregiudizio stesso. Il pregiudizio, cioè, trova abbondante e facile alimento nel conformismo personale e sociale.

Nella nascita e nella durata di un pregiudizio un ruolo non secondario va riconosciuto alleader di un gruppo. Questi, infatti, per giungere al potere e per mantenerlo e consolidarlo non può non condividere i valori del suo ambiente; anzi, nei confronti di questi, si pone come un simbolo e una sintesi, quasi un’«icona» del suo tempo e della sua società.


Naturalmente le immagini, simboliche e reali, degli atteggiamenti discriminatori ritornano con un’enorme forza pedagogica nelle realtà istituzionali, quali la famiglia, la Chiesa e la scuola, come pure nei mass-media: arte, letteratura, stampa, radio, cinema e televisione contribuiscono enormemente al perpetuarsi di modelli e di espressioni pregiudiziali. In questo, l’influenza degli intellettuali è fuori dubbio.

In una tale descrizione del fenomeno del pregiudizio, non va tralasciata la funzione esercitata dagli individui. È, infatti, proprio nei singoli che il pregiudizio si manifesta più concretamente. La ricca varietà degli individui fa sì che essi evidenzino varie tipologie nella generazione e nella gestione dei pregiudizi: così, ad esempio, persone più abituate all’ordine e alla trasparenza manifestano atteggiamenti di fastidio e di discriminazione più frequenti in presenza di situazioni caotiche e fluttuanti di altri. Il pregiudizio, perciò, soddisfa anche dei bisogni espressi dai singoli, quali il bisogno di appartenenza e di sicurezza.

Profondamente incisiva appare la presenza o meno di una coscienza religiosa. Addirittura gli studiosi precedentemente citati hanno osservato che


«per quanto attiene ai processi psicologici individuali, la diversità di credenze è un fattore determinante del pregiudizio e della discriminazione più importante dell’appartenenza a un gruppo etnico o a una razza. In altri termini, un individuo è più propenso a disprezzare un altro individuo se egli crede che quest’ultimo abbia credenze diverse dalle sue».


E che dire delle ideologie? Rilevante è il loro contributo nella strutturazione di un pregiudizio: se, ad esempio, si ritiene che le persone di colore non siano “umani”, è chiaro che si negheranno loro alcuni diritti propri dell’uomo.

Il pregiudizio, inoltre, è una distorsione della percezione della realtà, come pure dell’apprendimento, della memoria e della riflessione. Esso ci rende da una parte chiusi alle novità, dall’altra suggestionabili di fronte alle esperienze, ci consolida nelle prevenzioni e negli errori, ci prospetta soluzioni stereotipate e spesso irrazionali, ci esonera dallo sforzo intellettuale ed etico e ci conferma negli automatismi.

Nuova teoria suggerisce una correlazione tra la Materia Oscura e i Pioni

L’esatta fisionomia della Materia Oscura è uno dei misteri più affascinanti della cosmologia contemporanea. Sappiamo che esiste e che costituisce circa l’86% della massa dell’universo (e il 26% della sua energia), eppure nessuno è mai stato in grado di osservarla direttamente, perché non emette radiazione elettromagnetica. Ma nel prossimo futuro le cose potrebbero cambiare: un gruppo internazionale di ricercatori ha infatti proposto una nuova teoria sencondo cui la Materia Oscura si comporterebbe in modo del tutto simile ai Pioni, le particelle subatomiche responsabili della coesione dei nuclei atomici. La ricerca è comparsa nell’ultimo numero di Physical Review Letters, pubblicato lo scorso 10 luglio.


“Abbiamo già visto questo tipo di particella. Ha le stesse proprietà di massa e interazioni dei Pioni descritte nella teoria delle interazioni forti. Finalmente potremo capire qualcosa in più sulle origini del nostro Universo, e questa è un’idea entusiasmante”, ha affermato Hitoshi Murayama, professore di fisica presso l’Università della California, a Berkeley, nonché direttore del Kavli Insitute for the Physics and Mathematics dell’Università di Tokyo.


Secondo la nuova teoria, la Materia Oscura interagirebbe con sè stessa all’interno delle galassie e degli ammassi di galassie, modificando la distribuzione di massa predetta dalle teorie standard. “La teoria può risolvere tutte le discrepanze tra i dati e i modelli computerizzati”, ha dichiarato Eric Kuflik, ricercatore post-doc presso l’Università di Cornell. Yonit Hochberg, ricercatore post-doc dell’Università della California, ha poi aggiunto: “Le differenze concettuali tra le teorie precedenti e questa nuova classe di teorie sulla Maeria Oscura avranno implicazioni profonde su ciò che scopriremo grazie ai prossimi esperimenti”. Il prossimo passo sarà quello di testare la teoria nel Large Hadron Collider e nel KEK-B, i più potenti acceleratori di particelle del mondo.



FONTE: University of Kavli Institute for the Physics and Mathematics of the Universe – Tokyo

“Choripan” la mostra personale di Mariano Franzetti

Mariano Franzetti

“Choripan”

Mostra Personale

dal 3 al 20 settembre 2015

Il 3 settembre 2015 alle 15,00 apre al pubblico presso lo Spazio Sanremo | 5Vie a Milano la mostra Choripan con 20 opere, di cui la maggior parte inedite, realizzate da Mariano Franzetti, a cura di Elisa Ajelli.
Il percorso espositivo propone ai visitatori una visione molto personale dell’autore sui temi dell’Expo relativi alla nutrizione e allo stretto rapporto tra il popolo italiano e argentino, in considerazione del fatto che più della metà delle persone residenti in Argentina ha origini italiane.

Di questa comunione di origini l’artista Mariano Franzetti è testimone e interprete ideale, avendo vissuto tra Italia e Argentina, stabilendosi poi a Milano, città che ospita l’Esposizione Universale.

Il significato di nutrizione nelle opere dell’autore assume un senso molto lato, riferendosi anche alla rinascita culturale dell’Argentina dopo le note vicissitudini socio-economiche e alla stretta similitudine del proprio percorso culturale, pur se con qualche decennio di ritardo, con un’analoga evoluzione del nostro paese.

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La nutrizione cui fa riferimento l’artista parte certamente dal fatto che l’Argentina è uno dei più grandi esportatori di prodotti agricoli e zootecnici nel mondo. L’autore tuttavia non prescinde dalla necessità dell’essere umano di alimentare la propria esistenza oltre i bisogni primari: la comunanza di valori, la condivisione dei momenti salienti del quotidiano (come nella serie di opere Iconoclast) ma anche il bisogno di riscatto costituito dall’identificazione con i supereroi contemporanei, che siano essi rappresentati da esponenti del mondo dello sport, dal macho decadente o dagli sgargianti piatti tipici delle tradizioni di entrambi i paesi (da qui il titolo della mostra: Choripan è un piatto tipico argentino consumato per strada) imprescindibili nei luoghi comuni presenti nel quotidiano di ogni argentino o italiano, ritratti con ironia, enfasi e stile neopop nelle opere della serie Groncho.

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Oltre ad opere pittoriche, l’esposizione consta di sculture e installazioni multimediali che propongono una similitudine tra la storia mediatica italiana e argentina e conferiscono, attraverso un’efficace simultaneità, un adeguato parallelismo tra tradizione e modernità espressiva.

La mostra vuole essere una riflessione ora ironica, ora poetica, circa il tentativo dell’essere umano di trovare nuove strade di affermazione attraverso la condivisione e la coltivazione dei rapporti umani.

Queste tematiche non sfuggono all’occhio apparentemente beffardo dell’artista, in realtà profondamente attento e sensibile ai mutamenti socio-culturali dei popoli di cui la sua vita rappresenta una sintesi ineffabile e la ricerca stilistica di un nuovo umanesimo contemporaneo.

La mostra gode del sostegno del Consolato dell’Argentina, della Direzione del padiglione Argentina presso EXPO, di Expoincittà, e dell’Associazione 5Vie di Milano che tutela e promuove la zona più antica della città attraverso la promozione di eventi culturali e artistici.

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Info:

• Dal 3 settembre al 20 settembre 2015
• Apertura al pubblico: 3 settembre dalle 15
• Spazio Sanremo | 5Vie, via Fosse Ardeatine (angolo via Zecca Vecchia) Milano
• Preview per la stampa: 3 settembre dalle 12 alle 15
• A cura di Elisa Ajelli
• Orari: dal lunedi al venerdi 10-19 | sabato e domenica 15-18
• Cocktail e presentazione catalogo 15 settembre dalle 18,30 (su invito)
• Enti sostenitori: Consolato dell’Argentina, Direzione del padiglione Argentina presso EXPO, Expoincittà, Associazione 5Vie Milano.
• Relazioni con la stampa: s2bpress Milano

Mariano Franzetti

Mariano Franzetti nasce in Argentina, a Rafaela, nel 1978, abbandona gli studi di architettura, iniziati a Cordoba, per trasferirsi a Buenos Aires e dedicarsi completamente alla sua passione, la pittura, che coltivava fin da piccolo studiando i pittori rinascimentali e l’arte in generale. Sperimenta in maniera autonoma diverse tecniche, catturando le immagini dalla realtà che viveva nel quartiere di San Telmo. Inizia a vendere i suoi primi quadri agli ospiti del piccolo albergo dove alloggiava, per mantenersi e continuare ad esercitare la sua pittura senza mai abbandonare il sogno di trasferirsi in Italia. Migra in Italia nelle Marche nel 2004 ed inizia subito a lavorare come artista in collaborazione con un laboratorio di architettura ed interior design.
Dal 2005 realizza mostre personali e collettive, tra cui alcune importanti a livello istituzionale, in Italia, a Buenos Aires, in Grecia e in altri paesi europei. Vince numerosi premi d’arte e riconoscimenti internazionali, scrivono di lui alcuni tra i più noti critici, storici ed esponenti del mondo artistico. Nel 2010 approda a Milano con un’esposizione al Salone Internazionale del Mobile-Design Week e la sua creatività versatile viene notata nel campo della moda e del design con i quali realizza progetti in qualità direttore artistico, fashion consultant e scenografo: i suoi lavori sono pubblicati costantemente da testate come Vogue International, NakedButSafe-New York ed altre.
Attualmente vive ed opera tra le Marche, Milano e Buenos Aires.

GERUSALEMME, TRA ARTE E RINASCITA, SE DIO VUOLE…

Tornata da Israele, in una nota piscina romana, un giovane cameriere mi porge con delicatezza dell’acqua con limone e mi dice : “Mi scusi ma ho origliato mentre parlava a telefono e ho sentito che è appena tornata da Gerusalemme, volevo dirle che io sono stato concepito proprio a Gerusalemme dai miei genitori che erano li in viaggio di nozze”.

La notizia non sarà certo quanto di più eclatante, ma insomma ha una sua strana poesia…

Gerusalemme sì, forse è una città per amarsi ma è una città difficile, complessa dove la presenza massiccia dell’ortodossia religiosa che sia ebraica o musulmana, deprime riconducendo a un clima quasi medioevale.

Ad ogni modo ogni luogo può essere magico o terribile dipende solo dalla posizione da cui lo si guarda .

I cittadini arabi di Gerusalemme sono caldi e accoglienti, non è difficile trovare arabi che candidamente ti dicono: “ mia madre era di Catania”, perché la dominazione araba del sud Italia, della Sicilia in particolare, è stata un dato fondamentale per la nostra storia e cultura.


GERUSALEMME, TRA ARTE E RINASCITA, SE DIO VUOLE…


Tra i tanti itinerari possibili sconsigliato quello religioso, i luoghi di Gesù sono deprimenti, chiese brutte edificate su immaginari siti dove il profeta ebreo avrebbe fatto i miracoli e declamato verità assolute.

Se andate per esempio a Cana, famosa per il miracolo delle nozze di Cana dove i Vangeli raccontano che Gesù trasformò l’acqua in vino per una giovane coppia povera che non aveva vino a sufficienza per far divertire gli invitati, sarete delusi dalla visione di una chiesa mediocre edificata su dei ruderi squallidi che si dice siano state le mura dove sorgeva il luogo del miracolo.
Per non parlare della grotta di Nazaret, un’orrenda chiesa costruita su una grotta qualsiasi di cui era pieno il territorio arabo, ora israeliano, all’epoca presunta in cui accaddero i fatti narrati nei Vangeli.


GERUSALEMME, TRA ARTE E RINASCITA, SE DIO VUOLE…


Per quanto riguarda i luoghi dell’ebraismo il discorso cambia: una passeggiata interessante è quella a Tsfat o Safad, una cittadina dove si studia la Cabala e dove ci si imbatte in un’infinità di gallerie d’arte e atelier di artisti.

Tanti ragazzini parlano ancora yiddish e indossano il caftano nero e la bombetta.

Giunti a Gerusalemme una visione interessante della città la potrete avere soggiornando al famoso Hotel King David da dove sarà d’obbligo come prima tappa l’Israel Museum.


GERUSALEMME, TRA ARTE E RINASCITA, SE DIO VUOLE…


Il parco è meraviglioso, con opere d’arte straordinarie , con una fontana circolare bellissima dove ci si può riposare e pensare guardando in lontananza Gerusalemme.

Il bar del museo è speciale e si può bere un ottimo caffè arabo.

Le sale sono tante, un giorno non basta per visitarlo bene.

Non esagero se vi dico che in questo museo vi sono i frammenti di circa cinque millenni di storia da esplorare.


GERUSALEMME, TRA ARTE E RINASCITA, SE DIO VUOLE…


Tappa d’obbligo il Santuario del libro, dove sono conservati i rotoli del Mar Morto.

Scritti in ebraico e alcuni in aramaico sono manoscritti risalenti all’epoca della rivolta di Bar Kochba (132-35) rinvenuti per caso da un pastore nel 1947.


GERUSALEMME, TRA ARTE E RINASCITA, SE DIO VUOLE…


Forse furono scritti da asceti ebraici, gli esseni, che vissero nella zona del Mar Morto .

Il più importante rotolo è quello di Isaia che è anche il più grande e meglio conservato.

Dal santuario del libro si passa al giardino delle sculture con opere di Moore, Rodin e Picasso.

Bellissime le ricostruzioni di alcune sinagoghe antiche tra cui spicca la ricostruzione di un’antichissima sinagoga indiana.


GERUSALEMME, TRA ARTE E RINASCITA, SE DIO VUOLE…


Molto bella la parte dedicata all’etnografia ebraica con un abito da sposa di una ragazza ebrea del XIX secolo e i costumi palestinesi, bellissimi, risalenti agli anni trenta.

Nella sala dedicata all’archeologia c’è anche la stele della “Vittoria della Casa di David”, un iscrizione frammentaria risalente al periodo del Primo Tempio scoperta a Tel Dan , l’unico riferimento conosciuto alla dinastia di David se si esclude la Bibbia.

All’arte moderna sono dedicate sale importanti con opere di Renoir, Pissaro, Gauguin e Van Gogh.


GERUSALEMME, TRA ARTE E RINASCITA, SE DIO VUOLE…


Dulcis in fundo, il padiglione dedicato agli artisti israeliani, tra cui Reven Rubin, Igael Tumarkin e Igael Tumarkin con le sue opere drammaticamente forti.

Insomma una città che può essere ben paragonata alla drammatica forza dei lavori di Igael Tumarkin dove però, per una magia strana, un sortilegio inspiegabile, qualcosa di nuovo, di bello e di inaspettato sempre rinasce.


GERUSALEMME, TRA ARTE E RINASCITA, SE DIO VUOLE…


Israele, la terra della nascita e della rinascita, la terra promessa, la terra dell’erranza, quel luogo non luogo che ci rende tutti eternamente in viaggio, come beduini verso il nostro desiderio, tra cadute, arresti e fughe, fuori dall’immaginario, nel deserto, se Dio vuole…

The Israel Museum

Ossie Clark, il vintage che incanta

Nato a Warrington, nel Ceshire, nel 1942, Raymond Clark era il più giovane di sei figli. Trasferitosi con la famiglia ad Oswaldtwistle durante la guerra, prese da questa località il nome Ossie.

Versatile fin dall’infanzia, confezionava vestiti per i suoi nipoti e costumi da bagno per le ragazze del vicinato, esercitandosi sulle bambole. Fervente lettore di Vogue e Harper’s Bazaar, ad appena tredici anni iniziò a studiare architettura, esperienza che si rivelò determinante nella sua futura carriera di stilista, come egli stesso dichiarò più avanti, giacché gli permise di capire le basi delle proporzioni e dei volumi.

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Si iscrisse poi al Regional College of Art di Manchester (oggi Manchester Metropolitan University) ed in questo periodo conobbe la sua futura moglie nonché partner di lavoro, Celia Birtwell. La coppia si trasferì poi a Londra, in un piccolo appartamento a Notting Hill, e qui Ossie si laureò presso il Royal College of Art nel 1965.

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Nell’agosto dello stesso anno una sua creazione comparve per la prima volta su Vogue. Influenzato dalla Pop Art e dalle atmosfere di Hollywood, il primo negozio a vendere le sue creazioni fu Woollands 21.

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L’anno seguente, nel 1966, iniziò la collaborazione tra Ossie e Celia (sposata tre anni dopo), che diede vita ad una collezione indimenticabile, con le stampe disegnate da quest’ultima, lavoro commissionatole da Alice Pollock, titolare dell’esclusiva boutique Quorum. In breve tempo le creazioni di Ossie Clark, così particolari ed uniche per la moda dell’epoca, spopolarono non solo nella Swinging London, di cui fu protagonista assoluto, ma anche a New York e Londra.

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Tra i suoi fan troviamo Mick Jagger, Liza Minnelli e Marianne Faithfull.

I capi di Clark hanno influenzato diversi designer dagli anni Sessanta fino ai nostri giorni, come Anna Sui, Tom Ford e Yves Saint Laurent.

Celebri sono le foto di David Bailey che hanno visto, tra le tante muse, Jane Birkin e la stessa Celia Birtwell come modelle. Il fascino senza tempo della Swinging London continua ad appassionare: numerosissime sono oggi le boutique specializzate in capi vintage che vendono le creazioni di Ossie Clark, che hanno ormai assunto un valore inestimabile.

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Matrimonio e look da favola per Beatrice Borromeo, neo sposa di Pierre Casiraghi

Si sono appena conclusi i festeggiamenti, a Monaco, per le nozze più attese dell’anno, che hanno visto il terzogenito di casa Grimaldi, Pierre Casiraghi, unirsi in matrimonio alla contessina Beatrice Borromeo.

Giovani, biondi, belli e blasonati: c’erano tutti gli ingredienti perché questo fosse atteso da mesi come l’evento dell’anno. E le attese non sono state di certo deluse. Mondanità, jet set internazionale e atmosfere bucoliche hanno contribuito a rendere l’evento indimenticabile. Protagonista assoluto è stato il vestito della neo sposa. La sofisticata eleganza di Maria Grazia Chiuri e Pierpaolo Piccioli per Valentino hanno ancora una volta fatto sognare: una cascata di fiori rosa antico, una lunga gonna in chiffon di seta tempestata di decorazioni applicate rappresentanti fiori e, a suggellare la perfezione del tutto, una coroncina di fiori en pendant con il bouquet di fiori bianchi e spighe di grano che la sposa stringeva tra le mani.

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Un tripudio di giovinezza ed innocenza, a metà tra il boho chic di ispirazione hippie e suggestioni romantiche,Valentino ha saputo rendere omaggio alla fresca bellezza della Borromeo, che appare quasi botticelliana in questa mise.

I due stilisti, a capo della maison dal 2008, hanno diffuso i bozzetti del vestito, in perfetto stile Valentino Haute Couture.

I novelli sposi hanno lasciato Palazzo Grimaldi, sede della cerimonia, a bordo di una Bentley bianca. Il rito civile, che sarà seguito il mese prossimo da quello religioso, si è concluso con un picnic, in linea con il mood provenzale già suggerito dal look dei due neo sposini. La freschezza si unisce al glamour, in un matrimonio blindatissimo che ha visto, tra gli invitati, il giornalista Marco Travaglio, collega della Borromeo ad Annozero e al Fatto Quotidiano, e Peter Gomez.

Grande attesa anche per i look delle invitate, tra cui spicca la bellissima Charlotte Casiraghi, in un abito bianco e rosso Missoni.

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Iman


Iman celebra i suoi 60 anni da eclettica, poliglotta e intraprendente super modella.


Icona globale della moda per oltre 40 anni, di cui metà passati accanto al camaleontico David Bowie, Iman raggiunge il suo sessantenario.

E lo fa in grande stile, con il noto sorriso che accompagna la fisionomia androgina e selvaggia che ha fatto impazzire le più grandi maison del mondo.
Scoperta nel 1975 dal fotografo di moda Peter Beard, divenne prima la musa di Yves Saint Laurent, poi di Calvin Klein, Donna Karan, Escada, Kenzo, Revlon, Tommy Hilfiger, Valentino e Versace.
Conquistatrice instancabile delle più “blasonate” copertine del mondo, grazie alla sua vivace cultura da figlia di un ex ambasciatore, e con in tasca una laurea in scienze politiche, è stata in grado di reinventarsi diventando imprenditrice di successo.
Suo,
infatti, il brand IMAN Cosmetics dedicato alle donne di colore.
E di Bowie cosa dice? Al loro primo incontro non era affatto intenzionata ad avere una relazione con il genio musicale.


D-Art le rende omaggio con gli scatti della storia che la ritraggono.


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La Turchia, finalmente, è in guerra contro l’ISIS

La Turchia si è finalmente decisa a entrare in guerra con l’ISIS dopo le insistenti richieste degli Stati Uniti. Ankara ha bombardato delle postazioni ISIS in Siria dopo aver concesso le proprie basi alle forze della coalizione che sta combattendo quello che gli arabi chiamano Daesh.


Secondo l’accordo tra i turchi e gli americani sarà permesso ai caccia e ai droni statunitensi di usare la base di Incirlik, nella Turchia del sud, un notevole avanzamento strategico per la coalizione a guida americana.


L’accordo era in negoziazione da mesi è sembrava in stallo da tempo ma è stato chiuso da una telefonata tra Erdogan e Obama.
L’accelerata c’è stata dopo i primi scontri tra le guardie di confine turche e alcuni militanti ISIS. Un soldato turco è morto e due sono stati feriti. Gli Stati Uniti si sono affrettati a dichiarare che prendono in modo molto serio le minacce alla frontiera turca e che risponderanno con le dovute proporzioni.


La Turchia si era sempre rifiutata di farsi coinvolgere in questa guerra, nonostante le sue frontiere fossero a rischio. Erdogan è sempre stato riluttante a combattere contro lo Stato Islamico per due motivi: primo l’ISIS è il primo nemico di Assad, il principale nemico secondo la Turchia e combattere l’ISIS significherebbe aiutare Assad a riconquistare il potere; secondo motivo è che una sconfitta dell’ISIS lascerebbe campo libero ai curdi di creare uno stato nel nord della Siria e forse dell’Iraq e a quel punto anche il territorio turco a maggioranza curda sarebbe a rischio.


La Turchia nei colloqui chiedeva la creazione di una area cuscinetto lungo il confine turco così da fare in modo che il conflitto non finisse per coinvolgere aree a sovranità turca e che si sostenessero di più i gruppi anti-Assad. Gli USA hanno risposto picche su entrambi i fronti, l’area cuscinetto sarebbe stata a spese americane e gli americani hanno più volte ribadito che l’obiettivo primario della coalizione è combattere l’ISIS, non Assad.

CINTI: COLLEZIONE F/W 15/16

L’individualismo farà tendenza per il prossimo autunno inverno 2015. Osare con audacia, sperimentare, pensare in grande.

La moda ci aiuterà ad esprimere noi stessi, mostrando lo spirito del momento e questo si riflette da un lato in uno stile sobrio e mascolino, dall’altro diventa espressione pura di femminilità che da spazio a luci e bagliori, stampe farfalla e pattern animalier.

La collezione di Cinti attraversa queste sfere cavalcando gli anni’70 e un rinnovato stile neo-hippy, riproponendo gli ’80 con creepers punk rock per finire negli anni 20 e 30, dove accessori scintillanti trasformano ogni donna in una vera e propria diva.

La Merkel e Schauble hanno litigato, perché?

Il parlamento tedesco ha votato a grande maggioranza per supportare il piano di Angela Merkel per evitare la Grexit. Da fuori può sembrare una vittoria per frau Merkel ma un malcontento serpeggiante sta prendendo piede nel partito di Angela, la CDU, e nel paese. Il volto del malcontento è il ministro delle finanze Wolfgang Schauble.


Il paese sembra supportare le scelte della cancelliera di lungo corso anche se ha mostrato ai tedeschi di essere pronta a pagare un prezzo molto alto per mantenere la Grecia nell’eurozona ma le voci in disaccordo si sentono sempre più forti. I tedeschi comuni, dopo mesi di battage sulle colpe della Grecia e sul fatto che in caso di salvataggio saranno loro stessi a pagarlo ora non capisco il cambio di politica e stanno protestando per questo.


Il vero vincitore del voto sulla Grexit è stato il ministro delle Finanze, il paladino dell’austerità Wolgang Schauble. La sua durezza nella trattativa con la Grecia ha fatto aumentare a dismisura la sua popolarità. Nonostante il ministro, alla fine, abbia supportato la soluzione alla crisi greca è stato percepito dal popolo tedesco come il più strenuo sostenitore delle necessità della Germania. Schauble è diventato la voce dei conservatori tedeschi che fino ad ora hanno lottato e perso su due fronti, le riforme liberali e il “salvataggio ad ogni costo” della Grecia.


L’ala destra della CDU, inoltre stava perdendo potere oltre che all’interno del partito dove la Merkel ha messo in atto uno spostamento verso il centro pure agli occhi del popolo di destra tedesco che si sta spostando verso il partito populista Alleanza per la Germania. Il partito populista è stato il primo partito a posizionarsi a destra della CDU usando argomenti classici della destra, anti-europeismo, lotta all’immigrazione e così via.


Nella votazione sul pacchetto da 93 miliardi per il salvataggio della Grecia su 119 parlamentari che hanno votato contro ben 60 fanno parte della CDU. I sondaggi danno il 56% dei tedeschi contro il salvataggio della Grecia e il 78% pensa che la Grecia non implementerà le riforme richieste dall’Europa. Alcuni parlamentari della CDU hanno anche minacciato di lasciare il partito in caso si continui con questa politica lassista nei confronti dello stato ellenico.


Non sembra essere una rivolta nei confronti della padrona della politica tedesca ma uno smarcamento dalle sue posizioni considerate lassiste dai tedeschi. Questa è una novità assoluta, Angela Merkel ha goduto di un supporto pressoché assoluto da parte del suo partito da quando è al potere.


Angela Merkel ha dichiarato che è aperta a diverse soluzioni, come il prolungamento delle scadenze dei prestiti e alla riduzione degli interessi al fine di far pagare il governo greco. Chiaramente queste concessioni saranno discusse in sede di negoziato ma il parere di Schauble sarà negativo. Nella nuova dinamica di trattativa la Merkel è diventata il poliziotto buono mentre Schauble rimane il poliziotto cattivo.


Anche i cugini bavaresi del CDU, il CSU, si sono accodati alla linea politica di Schauble e la Merkel rischia di non avere la maggioranza nemmeno all’interno del suo partito sulla questione specifica.
Il risultato di questa campagna stampa anti-greca in Germania è che ora i tedeschi sono più intransigenti dei loro leader e anche la Germania è slittata a destra come i paesi colpiti dalla crisi.

PER L’ESTATE 2015 INVICTA LANCIA UNA NUOVA CAPSULE DI OCCHIALI DA SOLE

REALIZZATI IN COLLABORAZIONE CON ITALIA INDEPENDENT, I DUE MODELLI SONO IN VENDITA NEL CANALE ABBIGLIAMENTO DISTRIBUITI DA FACIB SPA

Stile e tecnologia, mix di texture e due colori da sempre molto amati: il blu e il rosso. Sono gli elementi che caratterizzano la nuova capsule di occhiali da sole Invicta per l’estate 2015.

Una tradizione che continua e si rinnova e che vede il brand protagonista del settore degli occhiali sin dagli anni ’80-’90 quando i suoi “Glacier” venivano indossati da alpinisti e sciatori per le loro escursioni in montagna.

Dagli anni 2000 in poi gli occhiali Invicta diventano protagonisti non solo nello sport ma anche nel tempo libero, con modelli studiati appositamente per essere indossati tutti giorni.

Realizzati in collaborazione con Italia Independent, i nuovi occhiali da sole di Invicta per l’estate 2015 sono in vendita nel solo canale abbigliamento distribuiti da Facib SpA.

La collezione è composta da due modelli, IS 009 (da donna) e IS 014 (unisex), ciascuno dei quali dominato dai colori blu e rosso, da sempre i più amati in casa Invicta.
Sono entrambi realizzati in materiale polimerico ad alta resistenza e flessibilità, dotato di terminali animati per un fitting perfetto. Le strisce sulle aste ricordano il tema tipico degli zaini più celebri realizzati da Invicta fin dai primi anni ’90 del secolo scorso.
Le lenti sono sfumate, di colore grigio, e all’interno dell’asta di sinistra la dicitura “UNIQUE EDITION FOR INVICTA” completa la personalizzazione del prodotto.

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Calvin Klein Jeans: la nuova campagna con Kendall Jenner

Kendall Jenner è sempre sulla cresta dell’onda: dopo il sexy servizio per la rivista maschile GQ, torna come volto per la campagna di Calvin Klein.

Gli anni ’90 sono tornati con le tradizionali tute, felpe e Denim grigio sbiadito.

Dopo Justin Bieber e Lara Stone, è il turno della ragazza più popolare del momento per lavorare con Calvin Klein.

Melisa Goldie, direttore marketing di Calvin Klein ha detto “Kendall è una bellezza moderna, che porta il suo spirito giovane a bordo di questa speciale campagna di Calvin Klein Jeans.

Inoltre ha un seguito di fan potentissimo, la portata globale del nostro messaggio sarà ulteriormente amplificata dalla sua fama e circonderà il marchio Calvin Klein Jeans evidenziando questa entusiasmante edizione limitata.

Essere la testimonial di Calvin Klein Jeans è un sogno che si avveraconfida Kendall – “Sono cresciuta indossando il marchio ed ora vedermi come icona sulle riviste e sui cartelloni pubblicitari è veramente un onore!

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Nexdoormodel Speciale Los Angeles

Los Angeles, “la città degli angeli”, anche se con gli angeli ha poco a che fare visto che ci si trovano ex celebrità alcolizzate, o donne che rincorrono l’eterna bellezza attraverso la chirurgia estetica.

Los Angeles, dove tutto è accettabile, nulla sorprende, e la libertà è uno stile di vita – qui, tra le palme che sfiorano il cielo e le donne che sfiorano la perfezione, quelle donne da copertina, quelle che corrono sui pattini a rotelle a Venice Beach, è stato scattato il servizio speciale di Nexdoormodel.

Caldo tropicale, costumi, la città in lontananza, e splendide modelle nel servizio speciale di Nexdoormodel in anteprima su D-ART.

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Persistenza dei pregiudizi

Il pregiudizio è un giudizio dato prima, cioè espresso a prescindere dall’esperienza. Esso è, nel suo aspetto negativo, un errore di valutazione.


È chiaro come un simile tema occupi tutta la storia dell’uomo, in modo particolare la storia della filosofia. Essa, infatti, altro non è che la ricerca della verità ultima su tutti gli esseri: perciò il primo problema che la filosofia deve affrontare è se e come la mente umana possa giungere a una conoscenza oggettiva delle cose, ad una conoscenza che si esprima in un giudizio e non in un pre-giudizio. Alcuni filosofi, poi, hanno fatto del pregiudizio l’oggetto esplicito del loro studio: il più famoso tra loro è Francis Bacon, che si colloca alle origini del pensiero moderno. Lo stesso atteggiamento antipregiudiziale vale per le scienze matematiche, per le scienze umane e, in genere, per ogni conoscenza che tenda a superare il livello della superficialità.


Al campo del pregiudizio sono riconducibili alcuni concetti e sfumature psicosociologiche. Tra questi si evidenziano i concetti di stabilità e di abitudine, di aggregazione, partecipazione, arbitrarietà, condizionamento, avversione, conflitto e ostilità, interesse consolidato, consenso, educazione, opinione, imitazione, linguaggio, organizzazione, propaganda, polarizzazione, interazione e via dicendo.


Persistenza dei pregiudizi


È ovvio che molti di questi aspetti esprimono dei significati di grande importanza per la vita delle persone. Quello che non è valido è l’assolutizzazione acritica di questi aspetti a discapito di altri non meno importanti. Il bisogno di appartenenza, ad esempio, è certamente positivo; a esso si collega il desiderio, anzi l’esigenza, di essere accettati dagli altri, di ricevere stima e anche affetto, di comunicare agli altri la nostra presenza. Tutto ciò va benissimo. Ma diventa un dis-valore quando è assolutizzato: in tal caso il soggetto rischia di diventare uno schiavo del suo ambiente. È necessario, allora, dare voce alla capacità di prendere posizione “contro corrente”, affermando altri valori, quali la libertà personale e il rispetto dei fatti.


Il pregiudizio, in definitiva, consiste in un processo, non di rado rozzo e tenace, di semplificazione della realtà messo in atto da un gruppo sociale e utilizzato in modo più o meno consapevole anche dai singoli individui. Il ricorso a un tale processo svolge una funzione prevalentemente difensiva, poiché assicura il mantenimento di posizioni acquisite. La condivisione sociale e la generalizzazione appaiono dei corollari del processo pregiudiziale, inteso come un dinamismo socio-culturale.


Eppure, nonostante l’immenso sforzo della cultura e delle culture di liberarsi del pregiudizio, vediamo come esso ritorni costantemente a influenzare il ritmo della vita. In tutti i momenti del cammino umano siamo costretti a prendere atto della persistenza di opinioni ingiustificatamente sfavorevoli circa le persone appartenenti a un determinato gruppo sociale, opinioni che non restano isolate in un ambito teorico ma producono comportamenti e determinano scelte di tipo discriminatorio.


La questione femminile è uno dei campi d’indagine privilegiato per osservare il fenomeno del pregiudizio. Anche la moderna civiltà occidentale, con tutto il suo enorme progresso, appare, agli occhi non solo di sociologi e psicologi ma anche del comune sentire, ancora come una società maschilista. Basterebbe pensare già soltanto al linguaggio: la parola “uomo”, ad esempio, continua a indicare sia l’umanità in genere sia l’umanità maschile, cosa che non accade con la parola “donna”; e ciò vale per molte situazioni dove il genere maschile è usato per indicare entrambi i sessi.


Se in Occidente si assiste almeno a una progressiva presa di coscienza di queste contraddizioni culturali, in molte altre aree del pianeta la condizione della donna continua ad essere ancora molto insoddisfacente: all’origine di un mancato raggiungimento dell’effettiva parità, notiamo il permanere del pregiudizio antifemminile. L’Occidente stesso, però, appare molto indietro se, al di là degli aspetti formali e giuridici, si considera l’effettiva presenza sociale della donna: i mass-media quotidianamente offrono il modello di una società in cui appare, per dirla con Bruno Mazzara, «il maschio dominante e orientato all’esterno; la femmina dominata e ripiegata su se stessa e sulla casa».


Non di rado i pregiudizi legati ai ruoli attraversano la storia, permangono e spesso si rafforzano, si radicano nelle coscienze e nelle strutture, assumono forme grossolane o più sottili ed eleganti, ma sempre condizionano la vita delle persone e delle comunità.

L’incredibile video dell’uccisione di alcuni naufraghi

Alcuni giorni fa è comparso su internet un inquietante video in cui 5 marinai vengono uccisi mentre sono vicini al relitto di quella che probabilmente è la loro barca. Gli omicidi sono sul ponte della loro barca e chiacchierano e ridono mentre sparano con armi automatiche in direzione di queste persone.
Il video è molto crudo e non è consigliato alle persone deboli di stomaco.


A quanto sembra il video è stato trovato su di un telefono dimenticato sui sedili di un taxi a Fiji ed è stato caricato su Youtube con il titolo “Fishing vessel fijian crew gettin shot, out side fiji waters” (Peschereccio ciurma di Fiji che viene colpita da colpi di arma da fuoco, fuori dalle acque territoriali di Fiji).


Le vittime, però, secondo quanto dichiarato dal comandante John Fox, di Fiji, non sono di nazionalità fijiana dato che nella nazione dell’Oceania non è stata denunciata la scomparsa di nessun pescatore.
Television New Zealand ha controllato il video con l’aiuto di un interprete e ha dichiarato che almeno uno degli uccisori è di Taiwan e ha suggerito, inoltre, che le vittime siano esse stesse criminali.
L’associazione dei pescatori di tonno di Fiji ha parlato delle vittime come di pirati somali che si sono trovati in mare come conseguenza di un fallito attacco. Altri osservatori hanno suggerito che potessero essere pescatori di una barca più piccola della zona dell’Africa dell’ovest o del Golfo arabico.


Si conoscono pochi altri dettagli, la barca più grande tra quelle che circondano e sparano verso le vittime è la Chun 1 No. 217, una barca che batte bandiera delle Seychelles ma posseduta da una società di Taiwan, la Tching Ye Fishery di Kaohsiung. Sulla barca da cui provengono la maggior parte degli spari e su cui è imbarcato l’uomo che ha filmato la scena si sente parlare mandarino, cantonese, vietnamita e thailandese.
Alla fine del video, dopo che tutti i naufraghi sono stati uccisi si vedono i marinai festeggiare e posare per dei selfie.


Non esistono cadaveri, né vittime identificate né indicazioni su dove sia avvenuta la sparatoria per cui è molto improbabile che un governo si prenda la briga di investigare ulteriormente sui fatti per cui il mistero è probabilmente destinato a restare tale.


Secondo alcuni esperti di sicurezza navale le probabilità che fossero pirati somali sono le stesse che fossero pescatori della zona, ladri di pesce o esche o clandestini. L’oceano è un mondo violento dove tutto è permesso e dove la violenza è all’ordine del giorno de sempre e, come se non bastasse, la situazione è peggiorata negli ultimi anni.


Con la recrudescenza degli attacchi di pirati si è creato un settore, quello della sicurezza in mare, che si sta allargando sempre di più. Quasi ogni barca che naviga in acque travagliate come la zona del Corno d’Africa o lo stretto di Malacca o il Bangladesh ha più di un uomo a bordo armato con il compito di garantire la sicurezza.


Si sono create anche delle armerie galleggianti. Queste barche stazionano in acque internazionali in zone a rischio cariche di armi, munizioni e “addetti alla sicurezza” che aspettano che una barca passi da lì e li assoldi per occuparsi della sicurezza in quel tratto di mare.


La pirateria è, però, una piccola parte della violenza in mare, gli scontri tra pescherecci sono molto più comuni. Il problema principale è che in mare l’anonimità è una regola, nessuno denuncia nessun tipo di violenza che avviene a largo, le prove scompaiono così come i cadaveri e le armi da fuoco sono onnipresenti. Non sembra passato molto tempo in mezzo all’oceano dai tempi dei pirati e dei corsari.

Linee di tendenza del pregiudizio antifemminile

Nella sua indagine la psico-sociologia non fa riferimento a valori assoluti, espressioni di una vera o presunta interpretazione della natura umana, bensì a linee di tendenza, alla prevalenza di alcuni aspetti su altri, al livello della sensibilità sociale nei confronti di problemi e proposte.


Tra le funzioni esercitate dal pregiudizio, c’è quella “semplificatrice” nei confronti della realtà. Si tratta di un aspetto, nello stesso tempo, confortevole e castrante, poiché non di rado lo stesso soggetto che è vittima di pregiudizio tende a utilizzare gli stereotipi come espedienti identificativi rassicuranti. Ciò si verifica con evidente frequenza nel caso del pregiudizio di genere, quello nei confronti delle donne, forse perché, più che in altri casi, è molto diffuso e basato su concetti condivisi perfino dalle stesse donne. È, in sostanza, un’espressione collettiva particolarmente radicata non solo nei gruppi maggioritari, ma in tutti gli strati della società. In tal modo tale pregiudizio fornisce un prontuario semplice e immediato alla valutazione e alla riflessione, all’espressione e all’organizzazione del pensiero, che è in grado di orientare concretamente anche l’azione.


Anche a causa della sua base emotiva molto consistente, i pregiudizi non di rado si fondano su acquisizioni cognitive per lo più inconsapevoli, determinate e rafforzate dal contesto sociale, familiare e amicale, prodotte già dalla prima infanzia. La donna, in questo senso, appare una vittima ancora più consenziente di quanto non si possa presupporre in altre forme di discriminazione. Ella stessa infatti ha assorbito, con il latte materno, dei veri e propri cliché fissati, difficilmente reversibili e modificabili, sia per la loro diffusione sostenuta dall’ambiente culturale sia per la legittimazione derivante dall’approvazione familiare. Lo stereotipo rafforza negli individui quei messaggi che ottengono consenso e legittimazione sociale.


Linee di tendenza del pregiudizio antifemminile


Mai come in un simile contesto appare che il pregiudizio, oltre che un mezzo di esclusione, è anche, e forse soprattutto, strumento di inclusione, perché produce e conferma il senso appartenenza. Il singolo sperimenta se stesso all’interno di relazioni significative, prima con la madre, poi con la famiglia e, infine, con il mondo esterno. In questo percorso il processo di definizione di sé s’intreccia con il senso di appartenenza o “senso del noi” come una spinta motivazionale per lo sviluppo individuale.


Nell’intreccio di relazioni sociali che danno luogo a una rete molto complessa, allora, il pregiudizio diventa una forma di approssimazione alla realtà che implica, da una parte, un’accentuazione delle differenze tra il gruppo di appartenenza e gli altri gruppi e, dall’altra, un’accentuazione delle somiglianze all’interno del gruppo, producendo un effetto di assimilazione. Questa azione di inclusione tende a compensare e gratificare l’individuo nei suoi rapporti con gli altri, generando un certo spirito conservatore tipico delle donne, dovuto ovviamente non alla natura ma alla cultura.


Il pregiudizio “aiuta” anche nell’analisi dell’immagine di sé, perché fornisce uno strumento concettuale d’immediata applicabilità. Conseguentemente chi ne è vittima, in questo caso la donna, si mostra disposto a sminuire la propria immagine, riconoscendosi nell’identità proposta e condividendone il modello: subisce cioè l’effetto dello schiacciamento sociale effettuato, attraverso l’uso degli stereotipi, dal potere di sottomissione del gruppo maggioritario. Perché sforzarsi di modificare la propria posizione d’inferiorità, se questa garantisce comunque alcuni beni e, soprattutto, un consenso di fondo?


Un esempio molto chiaro di distorsione della realtà, prodotta dal pregiudizio, sono le metafore che spesso vengono utilizzate nel linguaggio comune, come pure nei mass media e nel lessico politico: la donna è, di volta in volta e in base alle convenienze (anche proprie), l’angelo, la strega, la vampira, la valchiria, la Giovanna d’Arco, la vestale, la matrona, ecc.; e, poi, ricorrendo a seconda delle situazioni all’apparato immaginifico proveniente dalla mitologia, una Giunone, una Venere, una Diana, una ninfa, una sirena e così via.


La donna viene coinvolta nel linguaggio paradossale della metafora ed è indotta a rapportarsi con se stessa e con il proprio sapere, costruendo la propria coscienza di sé anche grazie alle attese degli altri. Si costruisce, in tal modo, quel sapere e quelle conoscenze che le permettono di relazionarsi con gli altri, si individuano le modalità e i limiti di questa relazione, si precisano i valori che definiscono ciò che è comune e ciò che è diverso.


A tutto ciò va aggiunto il ruolo della dimensione istituzionale e politica, il ruolo cioè che assumono la società e le istituzioni sociali nel delineare il senso comune e gli atteggiamenti maggioritari.
Tutti questi fattori agiscono spesso in maniera integrata, influenzandosi reciprocamente, e ognuno alimenta l’altro in una catena di attribuzioni di causalità e responsabilità reciproche.

True Detective, Other Lives

True Detective Other Lives si svolge almeno un paio di mesi dopo il “massacro di Vinci” con cui si è conclusa la scorsa puntata. Tutti i protagonisti sono andati avanti con le loro vite: Ray è diventato un “consulente per la sicurezza” di Frank, Frank è tornato a essere un gangster, Ani è finita nel magazzino del dipartimento di polizia e Paul è diventato detective ma tutti non riescono a lasciarsi alle spalle la morte di Ben Caspere.


In questi primi quattro episodi Jordan, la moglie di Frank, interpretata dalla bravissima Kelly Reilly è stata relegata ad un ruolo accessorio rispetto al marito ma in questo episodio acquisisce un altro spessore. Jordan non vuole più tenere i conti dei locali di Frank, dove l’ex/neo gangster ha ricominciato a far girare droga e ragazze e si sono dovuti spostare in una casa più piccola a Glendale. Nonostante tutto questo la coppia sembra aver riacquistato l’intimità che prima mancava.
Jordan è anche l’unica che riesce a far perdere a Frank l’attitudine da duro con cui si rapporta con tutti gli altri. Jordan per Frank è la via di fuga dalla vita difficile che ha avuto da ragazzino, dall’essere un gangster, un duro da strada.


Un altra persona con una infanzia travagliata è Paul. In questa puntata si vede che il suo guaio di stampo sessuale con l’attricetta non si è ancora concluso, anche ora che è considerato un eroe i legali di Lacey continuano a rivangare gli incidenti in cui lui, da contractor, è stato coinvolto in guerra in cui alcuni civili sono rimasti uccisi. I problemi principali per lui sono a casa, nonostante le sue inclinazioni omosessuali sta tentando di fare il buon padre di famiglia, quello che conosce la madre della sua futura sposa e che programma la vita dal momento in cui arriverà suo figlio.
I problemi però non si fermano qui, la madre ex ballerina, ha trovato il nascondiglio in cui Paul aveva nascosto i 20.000 dollari che aveva guadagnato da contractor e li ha spesi tutti. Lui non la prende benissimo considerando il bambino in arrivo e lei gli dice di conoscere le sue inclinazioni omosessuali.


Ani è in terapia per gli abusi sessuali, l’unica donna in un gruppo di uomini. Nonostante l’umiliazione e il suo trasferimento nel deposito della polizia l’ex detective continua a cercare prove nel caso Caspere. Ani si imbatte nelle foto dei diamanti scomparsi nella cassetta di sicurezza di Caspere e di un senatore nella macchina fotografica usa e getta della ragazza scomparsa su cui stava investigando prima di essere assegnata al caso Caspere. Investigando sulla ragazza Ani e Paul trovano una capanna nel bosco in cui ci sono tracce di tortura. Guarda caso la capanna è su uno dei terreni che appartengono alla lottizzazione per la ferrovia. Tutto sembra collegarsi.


Le nuove prove finiscono per far riformare il vecchio team sotto la guida del procuratore dello stato. Ray è l’unico che non vuole tornare sul caso ma il procuratore offre, in cambio di aiuto, una mano nel caso dell’affidamento del figlio. Il procuratore mira a screditare il candidato a governatore che le pesta i piedi.


Il Ray Velcoro di Colin Farrell in questa puntata è stato in disparte, fino a quando il procuratore non rivela all’ex poliziotto che è stato catturato lo stupratore della sua ex moglie. Il mondo è crollato addosso a Ray. In quel momento si è reso conto di aver ucciso una persona che non c’entrava niente con lo stupro della moglie, un innocente, che Frank lo ha fregato e che il matrimonio con sua moglie è finito per quella che ora sembra una bugia detta senza motivo. La recitazione di Farrell in quel momento e, soprattutto, nel finale in cui confronta Frank raggiunge livelli di eccellenza che difficilmente si vedono in tv.

La ricerca di vita intelligente nell’Universo prosegue grazie a nuovi finanziamenti

Il radiotelescopio della National Science Foundation di Green Bank (GBT) presto si unirà al più vasto programma dedicato alla ricerca di vita intelligente nell’Universo che sia mai stato finanziato. L’impegno internazionale, noto con il nome di Breakthrough Listen, esplorerà milioni di stelle nella Via Lattea per poi spingersi oltre, alla ricerca di segnali radio provenienti da altre 100 galassie. Il GBT riceverà circa 2 milioni di dollari all’anno per un periodo di 10 anni, tutto grazie ad un contratto firmato con la Breakthrough Prize Foundation.


“A partire all’inizio del prossimo anno, circa il 20 per cento del tempo di osservazione annuale di GBT sarà dedicato alla ricerca di segni di vita intelligente tramite segnali radio, e coinvolgerà un numero impressionante di stelle e galassie” ha dichiarato Tony Beasley, direttore del National Radio Astronomy Observatory, che gestisce il GBT e altre strutture di radioastronomia di classe mondiale. “Siamo lieti di giocare un ruolo così importante nella ricerca della risposta ad una delle domande più interessanti in tutta la scienza e la filosofia: siamo soli nell’Universo?”


Oltre al GBT, anche il Parkes Telescope in Australia sarà coinvolto in questo sforzo. Breakthrough Listen rappresenterà il più grande progetto di ricerca scientifica mai intrapreso per scovare segni di vita intelligente oltre la Terra. Rispetto alle ricerche precedenti sarà 50 volte più sensibile e coprirà una porzione di cielo 10 volte superiore. Al progetto collaborerà anche l’Automated Planet Finder Telescope del Lick Observatory, situato in California, che scandaglierà il cielo in cerca di segnali trasmessi con laser ottico. Le osservazioni si concentraranno inizialmente su un milione di stelle situate nei pressi del Sistema Solare, per poi spingersi verso il centro della Via Lattea e concentrarsi infine su 100 tra le galassie più vicine a noi.


Breakthrough Listen genererà un’enorme quantità di dati completamente aperta al pubblico, in modo tale che anche i semplici appassionati possano contribuire all’analisi dei rilevamenti. Per facilitare il compito ai non addetti ai lavori, il team a capo del progetto realizzerà un software open source compatibile con i telescopi amatoriali di tutto il mondo che contribuiranno così, nel loro piccolo, alla ricerca di segnali radio provenienti dal cosmo. Breakthrough Listen si unirà anche al [email protected], la piattaforma di calcolo distribuito dell’Università della California attiva già da parecchi anni nel campo della ricerca di segnali di vita extraterrestre. Insieme, SETI e Breakthrough Listen daranno vita ad uno dei più grandi sistemi di calcolo distribuito del mondo.



FONTE: National Radio Astronomy Observatory

ANIMALIER!

Chic, glamour, pop, soft, provocatorio, lussurioso; l’animalier affascina da anni molti stilisti che lo propongono e ripropongono da anni sulle passerelle.

L’animalier è considerato uno dei capisaldi del fashion system e viene definito da molti “the new black”. Viene ripresentato in tantissime varianti ed è un trend che non conosce stagioni. Sarà infatti uno dei protagonisti delle prossime collezioni autunno/inverno.

La collezione FW15/16 di 070ST riscopre il lato ludico della femminilità in un gioco che alterna linee giovani e tessuti metropolitani a capi dall’allure classico.

In questa nuova visione anche i tessuti più tradizionali come il casentino assumono vesti inedite. Le combinazioni caratterizzano la collezione e trovano la massima espressione nella reversibilità. Nella collezione troviamo le stampe leopardo accoppiate a tessuti grigi in lana su modelli ampi, forme aeree a pipistrello che rievocano il mondo punk degli anni ’80.

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La moda ci aiuterà ad esprimere noi stessi, mostrando la nostra anima ma anche lo spirito del momento e questo diventa espressione pura di femminilità e da spazio a luci e bagliori e pattern animalier.

La stampa animalier leopardata o maculata è ormai a tutti gli effetti un classico must have del guardaroba e quest’ inverno conquista un posto da protagonista nella collezione di CINTI.

Divertenti le combinazioni tra stampe leopardate e giraffa usate per le sneakers in cavallino o sulle stringate. Sensuali e intriganti gli interventi sulle ballerine, i tronchetti open-toe o gli stivaletti a punta.

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ITA-KLI propone una vasta collezione di capi in pelliccia, cappotti e gilet. Peli pregiati come volpe, anche abbinati a lane si alternano a lapin murmaski kit e rex. I tagli moderni, le vestibilità facili e l’inaspettata leggerezza sono il dna di ogni collezione.

I maculati assumono un aspetto british e sono realizzati in pregiato kid.

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“Who Is On Next?” – I prossimi saranno i primi

Alla scoperta dei talenti premiati dal contest che, da oltre 10 anni, dà la possibilità, alle giovani leve della moda, di emergere.

Chiusi i battenti degli anni accademici dei maggiorni istituti di moda, culminati con fashion show più o meno sperimentali, ecco giungere un attesissimo evento per coloro che sognano una carriera nel settore.

Who Is On Next?” è nato come uno dei principali contest che, oltre a decretare i massimi esponenti emergenti, portatori sani di impegno, caparbietà e creatività espressiva, offre la possibilità di immettersi direttamente nel mercato del Made in Italy.

Patrocinato da Altaroma e Vogue Italia, partner in crime nello scovare e sostenere nuovi talenti, il concorso si svolge durante la settimana della moda capitolina e ha luogo da oltre dieci anni.

Who's on next

Who’s on next



Location d’eccezione il Palazzo delle Esposizioni, costellato dalle opere del fotografo David LaChapelle, grazie alla personale attualmente in corso che ha accolto il 13 luglio stampa, buyer e produttori internazionali.

A seguito del dinamico evento sfilata, dove ogni candidato ha avuto modo di mostrare le proposte per la prossima primavera-estate 2016, si sono svolte le premiazioni a cura di Silvia Venturini Fendi, presidente di Altaroma, e Carla Sozzani, editor-in-chief di Vogue Italia, a capo di una giuria settoriale.

I vincitori con Franca Sozzani e Silvia Venturini Fendi

I vincitori con Franca Sozzani e Silvia Venturini Fendi



Due i premiati per la categoria accessori:

Nicolò Giannico Beretta che, con stravaganti idee creative e la massima operatività sui social network, è stato scelto per l’ancor acerbo, ma alquanto ambizioso, progetto imprenditoriale. Le scarpe Giannico, infatti, già calcano i red carpet hollywoodiani e sono apprezzate dalle star come Dita Von Teese e Lady Gaga.

A circa 20 anni, e con in tasca il sogno di frequentare la prestigiosa Central Saint Martins School, l’enfant prodige del settore calzaturiero italiano, prevede di far scintille.

Giannico

Giannico



Heritage e tradizione, invece, il connubio che ha decretato il premio per la categoria borse.
A vincere Carol Oyekunle, artista con origini americane e keniote che, trasferitasi a Parigi, ha lanciato il marchio Lolita Lorenzo Minaudière.

Nelle sue collezioni notiamo come i variopinti codici di stile africani vengono rielaborati artigianalmente per conferire alle creazioni un’ aura di intramontabilità.
Forte dell’ impegno sociale, il brand ha lo scopo di promuovere la manodopera dei paesi del Terzo Mondo. La Oyekunle, infatti, collabora con un gruppo di donne nigeriane operative nel realizzare i tessuti per la produzione delle sue borse.

Lolita Lorenzo

Lolita Lorenzo



Tris di premi per il trionfatore della categoria abbigliamento:

Il britannico Lee Wood è stato scelto principalmente per la comprovata esperienza nel mondo della moda. Con all’attivo 16 anni nell’ufficio stile della Maison Versace, nel 2015 decide di lanciare il brand L72, per far emergere la visione estetica personale. Una collezione che consegna le chiavi di accesso al suo mondo, fatto di svariate sinergie creative e collaborazioni. L72 è infatti anche studio di consulenza a 360 gradi dove, insieme a un team di validi professionisti, vengono sviluppate collezioni e materiali visivi.

A Wood inoltre sono andati anche il premio Fashion Valley, che gli consentirà di elaborare una capsule collection con il distretto tessile pratese, e quello di Yoox.com, store virtuale, leader nel mondo. Quest’ ultimo, infatti, consentirà ai vincitori di vendere un look o una creazione esclusiva in oltre 100 paesi.

L72

L72



Una lancia va, infine, spezzata a favore del designer orientale, candidato ma non decretato vincitore, MiaoRan. Cinese, con studi conseguiti a Milano nell’ambito progettuale, attualmente insegna alla NABA. L’eclettico creativo vede l’uomo e la donna indossare gli stessi capi, nel segno della filosofia no gender che conferisce a essi minimalismo, tagli e volumi over. La forte sensibilità verso la composizione pittorica e il disegno rendono MiaoRan una perla del panorama contemporaneo.

Miao Ran

Miao Ran



Al termine della manifestazione possiamo dire che sono emersi il forte ottimismo e l’effettiva volontà nella costruzione del sistema moda che verrà.
Un’unione di intenti per far sì che le risorse nascenti non si disperdano nel buco nero dei sogni. L’obiettivo primario degli organizzatori è unicamente quello di incrementare i risultati a favore della branca del settore terziario che ha reso noto il nostro Paese in tutto il mondo.

FOTO Credits: Raffaele Soccio e Luca Latrofa/ L.Sorrentino

Collegamenti:

www.altaroma.it
www.giannicoshoes.com
www.lolita-lorenzo.com
www.miaoranstudio.com

Gli angeli orfani di Elio Fiorucci

Si è spento nella giornata di lunedì 20 luglio il visionario imprenditore che, nel pieno dei moti rivoluzionari di fine anni ’60, ha cambiato il modo di percepire la moda in Italia e nel mondo.

Milano. Possiamo definirci una generazione di angeli orfani della nuvola di divertimento e provocazione, creativa e visiva, che accompagnava l’universo di Elio Fiorucci, spentosi all’età di 80 anni.

Sui social network rimbalzano post, tweet e articoli intenti a ricordare il folle meneghino che importò in Italia la rivoluzione del costume proveniente dalla Swinging London. Colui che aprì le porte verso una via di fuga dall’ancora ingessata e borghese Italia.

Il primo al mondo a ideare, nel 1974, un concept store multisensoriale, dove si potevano non solo acquistare articoli di vario genere, ma assistere a performance, degustare il “tè delle 5” e mangiare deliziosi hamburger su piatti di Richard Ginori.

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La Milano libera e cosmopolita di Fiorucci venne catapultata, grazie al suo estro e alle advertising dallo spirito ribelle, firmate da Oliviero Toscani, ad onor di cronaca.
Seguirono i monomarca in giro per il mondo, alcuni dei quali firmati in collaborazione con Ettore Sottsass, Andrea Branzi e Franco Marabelli, per poi finire nelle grazie del re della Pop Art, Andy Wahrol, che scelse di presentare il suo magazine “Interview” proprio presso una boutique Fiorucci; senza dimenticare la consolidata amicizia con Keith Haring, che dipinse le vetrine in San Babila.

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Antesignano è dir poco quando, con Lycra, diventò fautore del primo jeans stretch. Quello nato a inizio secolo come indumento da lavoro, grazie a Fiorucci viene proclamato elemento chiave del guardaroba di tutte le donne che vogliono sentirsi sexy e desiderate.

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Un marchio come espressione di uno stile di vita, senza regole e costrizioni, emblema della felicità e dell’anticonformismo di una società libera di indossare, a qualsiasi età, t- shirt con i personaggi Disney e scaldamuscoli in pieno “stile Flashdance”.

Con l’inizio degli anni ’90 il brand viene acquistato dai giapponesi per affdare a Fiorucci solo la direzione creativa.
La “sua terapia dell’amore” continua negli anni a seguire con iniziative e progetti benefci fno a pochi giorni fa quando ancora dispensava sorrisi e consigli ai vicini di quartiere in Porta Venezia.
Lui che con quegli angeli vittoriani, logo del brand progettato insieme all’architetto Italo Lupi, ha finito per giocarci davvero.

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DOVE STA ANDANDO IL CINEMA ITALIANO?

Dove sta andando il cinema italiano? Quale futuro si prospetta? Non vuole quest’articolo certo essere un’imbolsita commemorazione della fu commedia all’italiana di Monicelli o del neo realismo di De Sica. Caro lei, quando c’era lui (un cinema italiano fiorente, competitivo, degno di questo nome).

Crogiolarsi nel ricordo del passato è una patologia da cui l’italiano dovrebbe sempre sfuggire, in tutti gli ambiti, ed anzi tanto maggiore fu il lustro, tanto più alta dovrebbe essere l’aspettativa sul futuro. Ora, noi siamo il nostro presente, cioè cinematograficamente parlando, pochino.
Quanto sarebbe accomodante e tristemente appagante la consapevolezza che nel cinema italiano manchi il talento, la preparazione tecnico-teorica, la spinta creativa. Il fatto è che “purtroppo”, siamo pieni di registi talentuosi, visionari direttori della fotografia, sceneggiatori di razza e ottimi tecnici. Quello che manca è la capacità di investire sulla strada meno battuta, osare di realizzare qualcosa che non sia accomodante per il pubblico. Puntare sui giovani talenti, sulle idee originali.

Il pubblico italiano premia il cinema americano e le serie televisive, (divenute a volte giganteschi fenomeni di pop-culture) che sanno osare. E anche quelle italiane, quando sono all’altezza. Il caso di Gomorra – La serie è uno su tutti. Il buon prodotto audiovisivo, ben fatto e ben promosso, è un investimento fruttuoso. In un momento in cui la commedia demenziale è in ribasso, e le feste natalizie non fanno più rima con cinepanettone, c’è bisogno che i produttori italiani colgano il momento storico con intelligenza e prontezza, anche a fronte di una continua erosione del Fondo Unico per lo Spettacolo.

In Inghilterra, per non citare ancora i giustamente superblasonati USA, esiste una struttura industriale cinematografica molto ferrea, una filiera che comincia con le scuole di cinema e confluisce spesso in un lavoro nel settore.



Lo studio della settima arte, che è sempre, bisogna dirlo, scelta coraggiosa e senza sicurezze, non apre le porte ad un baratro di incertezze e rimpianti per gli studi di giurisprudenza snobbati, ma confluisce molto più agilmente che in Italia nella Industry, per dare linfa ad un ventaglio di offerta audiovisiva molto ampia. L’anglofonia è certamente una carta vincente, non c’è dubbio, ma ci pensa il mercato francese a ricordarci che non è l’unica via percorribile per creare una struttura che guarda anche oltre ai confini nostrani.

Ha scritto Don Serafini, direttore di America Oggi, “Si dice che il cinema italiano non si può vendere all’estero. E’ una scusa. Gli americani vendono ghiaccio agli eschimesi non perché sia migliore del loro, ma perché lo sanno presentare. Infatti, il 25% del costo dei film va speso nella promozione. Le industrie italiane della moda, degli alimentari e dell’arredamento affrontano all’estero una concorrenza spietata, eppure riescono a vendere grazie alla loro abilità di marketing”.

Quello che occorre è una presa di coscienza vera di come il mercato si sta evolvendo, di come la richiesta si stia raffinando, di come l’asticella venga posta sempre più in alto. Il fascino della maniera “all’italiana” non è tramontato, e se usato con intelligenza è un’ arma vincente.
Lo sa bene Sorrentino, che vince gli Academy Awards con La Grande Bellezza, non certo il suo miglior lavoro (seppur sicuramente ispirato, a dispetto della critica facilona disfattista che lo ha pesantemente deprezzato); lo sanno bene Salvatores, Garrone, Tornatore. Essere piccoli, provinciali, e insieme universali è possibile. Per il cinema italiano, dovrebbe essere una vocazione.

Si è spento Elio Fiorucci, il padre dello street style

Da domenica non dava sue notizie, facendo allarmare i parenti che solo lunedi 20 luglio, lo hanno ritrovato privo di sensi nella sua casa milanese in viale Vittorio Veneto.

Elio Fiorucci aveva ottant’anni, di cui quasi cinquanta passati a mantenere alto l’orgoglio della moda made in Italy ma soprattutto democratica, perché un capo Elio Fiorucci era alla portata di tutti, con poche pretese ma con tanta personalità. Ancora oggi è il nome d’alta moda che si ricollega ad un filone tutto pop, street, colorato, esageratamente giovane che ha ispirato tantissimi altri designer a venire. Questa filosofia libera dai dettami che le passerelle d’alta moda avevano sempre imposto, si era riflessa anche nelle strutture dei suoi negozi, partendo da quello aperto in Piazza San Babila nel 1967.

Lo stesso Elio Fiorucci aveva raccontato quanto fosse stato un azzardo, ma anche una fortuna: quelle vetrine luminose e sgargianti che avevano portato un tocco british in una Milano ancora troppo seriosa e borghese, avevano dato vita ad una carriera che da nazionale si trasformò in un impero internazionale negli anni ’70, quando furono aperti altri due store a Londra e New York. Quest’ultimo aveva addirittura affascinato un genio artistico quale Andy Warhol, che usò quelle stesse vetrine per sponsorizzare il suo giornale Interview.

Elio Fiorucci aveva iniziato come semplice creatore di una linea di galosce molto colorate – riprese poi anni più tardi, dopodiché erano stati i jeans, i cherubini, gli gnomi e la Love Therapy – per citare alcuni punti saldi della sua carriera, a mandare avanti un nome che ancora oggi fa pensare ad una moda allegra, semplice ma curatissima, adatta ad ogni persona, età e circostanza.

Non solo designer ma anche persona attenta alle questioni più sociali, si era attivato a favore del Parco Canile di Milano, scelta che incentivò poi la volontà di diventare vegetariano a settant’anni come segno di rispetto per gli animali.

Linee di tendenza del pregiudizio antifemminile

Nella sua indagine la psico-sociologia non fa riferimento a valori assoluti, espressioni di una vera o presunta interpretazione della natura umana, bensì a linee di tendenza, alla prevalenza di alcuni aspetti su altri, al livello della sensibilità sociale nei confronti di problemi e proposte.


Tra le funzioni esercitate dal pregiudizio, c’è quella “semplificatrice” nei confronti della realtà. Si tratta di un aspetto, nello stesso tempo, confortevole e castrante, poiché non di rado lo stesso soggetto che è vittima di pregiudizio tende a utilizzare gli stereotipi come espedienti identificativi rassicuranti. Ciò si verifica con evidente frequenza nel caso del pregiudizio di genere, quello nei confronti delle donne, forse perché, più che in altri casi, è molto diffuso e basato su concetti condivisi perfino dalle stesse donne. È, in sostanza, un’espressione collettiva particolarmente radicata non solo nei gruppi maggioritari, ma in tutti gli strati della società. In tal modo tale pregiudizio fornisce un prontuario semplice e immediato alla valutazione e alla riflessione, all’espressione e all’organizzazione del pensiero, che è in grado di orientare concretamente anche l’azione.


Anche a causa della sua base emotiva molto consistente, i pregiudizi non di rado si fondano su acquisizioni cognitive per lo più inconsapevoli, determinate e rafforzate dal contesto sociale, familiare e amicale, prodotte già dalla prima infanzia. La donna, in questo senso, appare una vittima ancora più consenziente di quanto non si possa presupporre in altre forme di discriminazione. Ella stessa infatti ha assorbito, con il latte materno, dei veri e propri cliché fissati, difficilmente reversibili e modificabili, sia per la loro diffusione sostenuta dall’ambiente culturale sia per la legittimazione derivante dall’approvazione familiare. Lo stereotipo rafforza negli individui quei messaggi che ottengono consenso e legittimazione sociale.


Linee di tendenza del pregiudizio antifemminile


Mai come in un simile contesto appare che il pregiudizio, oltre che un mezzo di esclusione, è anche, e forse soprattutto, strumento di inclusione, perché produce e conferma il senso appartenenza. Il singolo sperimenta se stesso all’interno di relazioni significative, prima con la madre, poi con la famiglia e, infine, con il mondo esterno. In questo percorso il processo di definizione di sé si intreccia con il senso di appartenenza o “senso del noi” come una spinta motivazionale per lo sviluppo individuale.


Nell’intreccio di relazioni sociali che danno luogo a una rete molto complessa, allora, il pregiudizio diventa una forma di approssimazione alla realtà che implica, da una parte, un’accentuazione delle differenze tra il gruppo di appartenenza e gli altri gruppi e, dall’altra, un’accentuazione delle somiglianze all’interno del gruppo, producendo un effetto di assimilazione. Questa azione di inclusione tende a compensare e gratificare l’individuo nei suoi rapporti con gli altri, generando un certo spirito conservatore tipico delle donne, dovuto ovviamente non alla natura ma alla cultura.


Il pregiudizio “aiuta” anche nell’analisi dell’immagine di sé, perché fornisce uno strumento concettuale di immediata applicabilità. Conseguentemente chi ne è vittima, in questo caso la donna, si mostra disposto a sminuire la propria immagine, riconoscendosi nell’identità proposta e condividendone il modello: subisce cioè l’effetto dello schiacciamento sociale effettuato, attraverso l’uso degli stereotipi, dal potere di sottomissione del gruppo maggioritario. Perché sforzarsi di modificare la propria posizione di inferiorità, se questa garantisce comunque alcuni beni e, soprattutto, un consenso di fondo?


Un esempio molto chiaro di distorsione della realtà, prodotta dal pregiudizio, sono le metafore che spesso vengono utilizzate nel linguaggio comune, come pure nei mass media e nel lessico politico: la donna è, di volta in volta e in base alle convenienze (anche proprie), l’angelo, la strega, la vampira, la valchiria, la Giovanna d’Arco, la vestale, la matrona, ecc.; e, poi, ricorrendo a seconda delle situazioni all’apparato immaginifico proveniente dalla mitologia, una Giunone, una Venere, una Diana, una ninfa, una sirena e così via.


La donna viene coinvolta nel linguaggio paradossale della metafora ed è indotta a rapportarsi con se stessa e con il proprio sapere, costruendo la propria coscienza di sé anche grazie alle attese degli altri. Si costruisce, in tal modo, quel sapere e quelle conoscenze che le permettono di relazionarsi con gli altri, si individuano le modalità e i limiti di questa relazione, si precisano i valori che definiscono ciò che è comune e ciò che è diverso.


A tutto ciò va aggiunto il ruolo della dimensione istituzionale e politica, il ruolo cioè che assumono la società e le istituzioni sociali nel delineare il senso comune e gli atteggiamenti maggioritari.


Tutti questi fattori agiscono spesso in maniera integrata, influenzandosi reciprocamente, e ognuno alimenta l’altro in una catena di attribuzioni di causalità e responsabilità reciproche.

TEL AVIV TRA MARE E ARTE

Ci sono tanti buoni motivi per fare un viaggio a Tel Aviv .
Per chi si vuole divertire e rilassare le spiagge sono quanto di meglio potrete aspettarvi e brulicano di vitalità . Quando arriva il caldo gli abitanti di Tel Aviv si riversano in massa sulla spiaggia che è una lunga distesa di sabbia dorata suddivisa in zone ognuna con diverse caratteristiche .
C’è la spiaggia Metzitzim Beach il cui nome deriva da una commedia del 1972 intitolata Hof Metzitzim che vorrebbe dire ” spiaggia dei guardoni ” ma in realtà è una spiaggia frequentata soprattutto da famiglie.


TEL AVIV TRA MARE E ARTE


C’ è poi Nordau Beach che è la spiaggia dei religiosi ebrei dove le donne sono divise dagli uomini.
Poi c’ è l’Hilton Beach la spiaggia più divertente di Tel Aviv , quella frequentata dai gay.
Ancora da annoverare l’Alma Beach frequentata dai vip del luogo dove si può fumare anche il narghilè.
Per la notte un salto d’obbligo bisogna farlo all’Haoman Tel Aviv dove si esibiscono i migliori Dj internazionali.


TEL AVIV TRA MARE E ARTE


Chiuso il capitolo spiagge e locali Tel Aviv però ha un’ eccellenza forse poco nota al grande pubblico ma che merita di essere menzionata: il Tel Aviv Museum Art.
La divisione delle sale di questo museo è perfetta, dopo i controlli di rito all’entrata , una volta all’interno, sarà difficile desiderare di uscire tanta è magnifica e diversificata la proposta espositiva.


TEL AVIV TRA MARE E ARTE


Le esposizioni permanenti presentano artisti nazionali israeliani ed internazionali ma ci sono anche intere aree dedicate a mostre temporanee spesso promosse da famose gallerie mondiali .
Al piano inferiore del museo troverete anche un’ importante esposizione di arte del cinquecento con molti importanti pittori caravaggieschi insieme a tre capolavori di Jozef Israëls, commovente e meravigliosa l’opera L’attesa dove una madre con i suoi piccoli figli guarda il mare all’orizzonte in attesa forse del padre dei suoi figli.


TEL AVIV TRA MARE E ARTE


Una chicca per i più sofisticati la collezione di miniature di interni di case della collezione di Helena Rubenstien.


TEL AVIV TRA MARE E ARTE


Altra importante segnalazione per la sezione fotografia è Gilles Peress con il suo sguardo attento sulla realtà israeliana.
Dulcis in fundo assolutamente da segnalare l’artista israeliano Uri Katzenstein, uno scultore, musicista e produttore nato a Tel Aviv nel 1951.
Dalla sua biografia emerge anche che nel 1969 si è arruolato con le forze di difesa israeliane ed ha combattuto nella guerra del Kippur.


TEL AVIV TRA MARE E ARTE


Le opere di Uri Katzenstein sono di una modernità ed eccentricità assoluta e sono il risultato di un lavoro sull’infanzia e sul gioco ma anche sull’automatismo dell’umano.
Il titolo della mostra è Backyard e si tratta di un esposizione che comprende video, sculture e installazioni.


TEL AVIV TRA MARE E ARTE


Uri Katzenstein costruisce piccoli pupazzi inquietanti dal volto simile che sembrano eternamente votati ai loro assurdi incomprensibili giochi.
Questi pupazzi assurdi e senza identità segnalano l’inconsistenza dell’umano ed una fissazione ad una dimensione ludica.


TEL AVIV TRA MARE E ARTE


Una tematica fondamentale in Uri Katzenstein, e ricorrente nel lavoro della stragrande maggioranza dei grandi artisti contemporanei, è quella della infondatezza di ogni idea di soggettività, anima e sostanza.
Uri Katzenstein ha costruito anche una strana macchina con una musica assurda che pare fare da colonna sonora ai suoi pupazzi inquietanti, inquietanti come il nostro essere sempre che questo venga inteso fuori dalla secolarizzazione del discorso sull’anima e sulla sostanza .


TEL AVIV TRA MARE E ARTE

http://www.tamuseum.org.il

Il Giappone tornerà ad avere un esercito

Il Giappone dopo la fine della seconda guerra mondiale si impegnò a non ricostituire un esercito, la costituzione post-bellica, dettata dagli americani, rendeva uno dei paesi più bellicosi del mondo uno stato pacifista.
In questi giorni il Giappone sta prendendo una strada diversa e, paradossalmente, le persone più contente di questa svolta sono gli stessi che gliel’avevano proibita anni fa, gli Stati Uniti.


In gennaio il primo ministro Shinzo Abe ha appoggiato un piano di aumento del budget per la difesa che è arrivato a 42 miliardi di dollari. I fondi destinati alla difesa sono in crescita da tre anni e pur rimanendo una percentuale molto bassa del PIL ora gli investimenti nella difesa iniziano a diventare sensibili.


Ogni aumento della spesa per la difesa, inoltre, in Giappone crea polemiche perché le Forze di auto-difesa, l’esercito giapponese, ha compiti esclusivamente difensivi secondo la costituzione. Quando il governo stava per approvare 11 disegni di legge che avrebbero dato all’esercito più poteri molti dimostranti si sono ammassati fuori dal Parlamento.


Abe ha promesso di spendere 240 miliardi di dollari tra il 2014 e il 2019 in nuovi aerei, navi e droni per l’esercito. In queste spese sono compresi F-22, F-35 e droni Global Hawk, tutti di fabbricazione americana. Abe ha anche formato una struttura militare sull’esempio americano.


Gli americani e i giapponesi sono alleati di lunga data, da appena dopo la fine della Seconda guerra mondiale. Nonostante la carneficina nel Pacifico e le due atomiche di Hiroshima e Nagasaki. Durante la visita a Washington di Abe le due nazioni hanno sottolineato la necessità di avvicinarsi ancora di più e Abe è arrivato a dichiarare: “Come possiamo chiamare questo se non un miracolo della storia? Nemici che hanno combattuto fieramente gli uni contro gli altri che sono diventati amici uniti nello spirito”.


Durante la visita di Abe a Washington è stata presentata anche la Join Defense Guidelines che permetterà una maggiore cooperazione militare tra gli stati. Il Giappone è già sotto la protezione degli Stati Uniti, sia per quanto riguarda gli attacchi convenzionali che riguardo quelli nucleari. Una protezione che ora come ora gioca a favore del Giappone.


Tokyo è sta tentando di portare maggior forza militare nell’area anche a causa del contenzioso con la CIna per le isole Senkaku o Diaoyu come le chiamano i cinesi; cinesi che stanno costruendo aeroporti militari nelle isole.


La Cina, difatti, ha reagito in modo piuttosto netto nei confronti del voto del parlamento Giapponese richiamando il Giappone alla strada della pace e ribadendo la sua sovranità sulle isole contestate. Certo che pensare che il Giappone possa mettere a rischio la sovranità di uno stato che per quanto riguarda a spese per la difesa è secondo solo agli Stati Uniti suona un po’ ridicola.


Comunque sia il Giappone sa che non potrà sempre stare sotto l’ombrello nucleare americano per cui un incremento nelle spese della difesa è inevitabile e per gli americani è un doppio guadagno: non dovranno più occuparsi del Giappone e, anzi, gli venderanno attrezzatura molto costosa. Quello che si dice strategia win win.

Inchiesta su Hacking Team – SECONDA PARTE

Alcuni li ha ben messi in evidenza sul suo blog Matteo Flora, in un articolo del 9 luglio

“In capo a 24/48 ore gli antivirus inizieranno a rilevare RCS/Galileo come Virus e a notificarlo ai soggetti che ne hanno una copia installata…. una volta individuato il trojan avranno la matematica certezza di essere stati attenzionati dalle Forze dell’Ordine e quindi saranno perfettamente in grado di prendere contromisure e di provvedere a proteggersi in modo più efficiente. … qualcuno potrebbe aver avuto accesso alla lista dei bersagli, alla storia delle intercettazioni ed ai documenti intercettati (telefonate, audio, chat, email, messaggi, fotografie…) delle persone sottoposte a controllo da parte degli organi di indagine. … il software era in grado di impiantare contenuti all’interno dei computer degli ignari “bersagli”. Pensate, ad esempio, alla possibilità di inserire contenuti pedopornografici all’interno del computer di un “bersaglio” per poi incriminarlo per detenzione di materiale pedopornografico.”


Un dubbio – quello relativo agli aspetti processuali – che solleva anche Andrea Tornago sul FattoQuotidiano.it

La capacità di Rcs di modificare il contenuto dei computer monitorati potrebbe ora riaprire quei casi. E gettare un’ombra pesante su anni di investigazioni e inchieste giudiziarie. Oltre che sollevare interrogativi sulla necessità da parte di Carabinieri, Polizia e Guardia di finanza di possedere – in modo autonomo rispetto alle Procure – il potente software di intercettazione.

Ma esistono altri problemi, seri, che non sono stati ancora sviscerati.


Quelli della HT avevano delle backdoor che consentivano l’accesso remoto ai telefoni ed ai computer che erano oggetto di spionaggio. Quindi non solo gli investigatori potevano accedere a quelle informazioni e comunicazioni, ma anche quelli della HT.

Non solo. Gli stessi tecnici HT avevano accesso anche ai computer degli investigatori.

Il che sarebbe tutto normale in una condizione in cui ad esempio l’NSA fornisse software all’FBI e il tutto resta “in mano pubblica”, sotto il controllo di corti speciali federali e di due commissioni parlamentari.

Qui invece parliamo di un’azienda privata e di privati cittadini che “per dare assistenza tecnica” ai loro clienti – soggetti pubblici e inquirenti – accede ai loro dati ed alle loro stesse informazioni ed intercettazioni.


Come siano state usate queste informazioni dal 2004 ad oggi non è dato sapere. Il dato certo è che nessuno ha controllato. Peggio ancora, non esiste alcun organo “a monte” previsto e predisposto ad un controllo “a prescindere” su chi e come abbia accesso alle backdoor dei software forniti alle nostre forze dell’ordine e di informazione e sicurezza.


Questa assoluta mancanza di controllo, avallata da tutte le complicità dirette o latenti di alti funzionari delle agenzie di polizia è ancora più grave leggendo la lista dei clienti privati che hanno acquistato software e servizi.

Praticamente tutte le società italiane quotate in borsa, nonché banche, società di una certa “sensibilità strategica” come l’Eni – i cui responsabili della tlc security appaiono a dir poco sprovveduti a leggere il traffico di mail…

Leggere spiato e spiante, e avere accesso alle relative informazioni può determinare qualsiasi cosa e il non sapere come queste informazioni siano state usate lascia quantomeno ombre non meno rilevanti di quando si seppe dello spionaggio interno da parte della security Telecom qualche anno fa.

Che uso è stato fatto delle informazioni contenute nelle mail aziendali con notizie finanziarie riservate? Ad esempio bozze di accordi di appalti, gare, offerte…


Un potere straordinario, sia da detenere che da “mettere a disposizione” del politico o amico di turno. Un potere che letteralmente vale oro. Per spiare e controllare i propri avversari, rivali, colleghi, anche di governo.


Che il settore della sicurezza nazionale sia ad altissima specializzazione lo dimostra tra l’altro il fatto che nonostante si siano alternati in circa dodici anni ben sei governi, sono solo due le persone che si sono alternate nel delicato ruolo di delega e coordinamento dei rapporti tra Presidenza del Consiglio dei Ministri e Servizi Segreti.

Nei due governi Berlusconi si trattava di Gianni Letta. Nei governi Prodi, Monti, Letta e Renzi, si tratta di Domenico Marco Minniti.

Ed è proprio questo alto grado di specializzazione e questa permanenza prolungata non senza passaggi di consegne tra predecessore e successore (nel caso specifico una sorta di staffetta) che fa nascere un’ulteriore ombra su tutta questa vicenda.

Tutte le forze dell’ordine e i servizi di sicurezza usavano questo software e i due sottosegretari delegati, in dodici anni, non sapevano?

E dato che non potevano non sapere, possibile che nessuno abbia mai avuto l’idea di “limitare” la gestione e la gestibilità di questi sistemi di intercettazione?

Passino anche le forze dell’ordine, ma la Presidenza del Consiglio dei Ministri, sino al mese scorso, chi doveva intercettare con “software di intrusione offensiva” (e con quale autorità e sotto quale controllo)? O meglio, chi a spese di Palazzo Chigi spiava chi, e perché?


In sintesi…

Abbiamo dei software di intrusione capaci di introdurre documenti e presunte prove su computer e cellulari di soggetti “attenzionati” nell’ambito di indagini. Ma anche di altri soggetti privati.

Questo software è nella disponibilità delle forze dell’ordine, di intelligence ma anche di grandi aziende private. E viene usato non si sa da chi e a quale titolo e scopo in quasi tutti i ministeri e nella Presidenza del Consiglio dei Ministri.

In quasi dodici anni si consente che un’azienda privata disponga di backdoor nei computer di ogni agenzia di indagine e informazione di questo paese, nonché di ministri e ministeri.

Nessuno – ma proprio nessuno – si preoccupa di controllare, verificare, limitare, vietare, impedire questo tipo di accesso a quelle che dovrebbero essere le informazioni più delicate e riservate.

Esiste una precisa connivenza di interesse del tutto privato – a quanto emerge da molta parte della corrispondenza resa pubblica – tra alti ufficiali di ogni agenzia e forza armata e questa azienda fornitrice. Un interesse che esula da questioni istituzionali o di indagine e che mette di fatto in condizione pochi ufficiali di controllare chiunque e di avere accesso a qualsiasi informazione cellulare e disponibile su pc.

Abbiamo “legislatori” che si preoccupano di entrare in contatto con questa azienda e di favorire “nella scrittura delle leggi e dei decreti… l’inserimento di precise caratteristiche…” che favoriscano ulteriore vendita e diffusione di questo software.

Pur di averlo e poterlo usare, chiunque aveva un compito esattamente opposto, ha chiuso tutti e due gli occhi quando questi strumenti venivano venduti a governi dittatoriali e “ostili” al nostri paese.

Infine ci viene detto che questo software sarebbe “essenziale alla lotta al terrorismo jihadista”, mentre sappiamo – perché esistono studi e documenti in proposito – che la comunicazione (ad esempio dell’ISIS e quaidista) utilizza sistemi e strumenti volutamente meno evoluti, proprio per evitare l’intercettazione tramite geolocalizzazione o backdoor presenti sui software più recenti.


Anche questo sarà un muro di gomma che difficilmente verrà squarciato.

Sono troppi gli utenti di questi software che hanno interesse a che non si scavi troppo in questa vicenda. Così come sono troppe le persone di alto livello implicate in questa storia.

Che non è fatta di alto spionaggio nazionale, ma di piccoli interessi privati a conoscere fatti privati di qualcun altro. Per tutelarsi, per fare carriera, per battere un avversario politico.

Le gradi aziende che ne sono state vittima spesso lo utilizzavano a loro volta, e nessuno ha interesse a che si conosca sia la vulnerabilità propria sia il proprio utilizzo.

Lo spiato non ha interesse a divulgare la notizia, esattamente come chi lo ha spiato illegalmente.

Nessuno nelle forze dell’ordine e della magistratura ha interesse a che emergano le enormi falle nella sicurezza e la fragilità delle indagini sin qui condotte con questi strumenti.

La marijuana diventerà legale anche in Italia?

L’Italia si metterà, forse, al passo con molti altri paesi al mondo e legalizzerà il consumo di marijuana. L’intergruppo parlamentare Cannabis legale si è accordato su di un testo preventivo che ha l’obiettivo di legalizzare il consumo, la coltivazione, la produzione e la vendita di marijuana secondo certe condizioni. Il testo è stato firmato da 218 membri del parlamento. Quindi non solo i soliti proponenti. Tra i firmatari ci sono parlamentari del Movimento 5 stelle, i verdi e molti parlamentari PD. Tra questi anche il vicepresidente della Camera dei deputati Roberto Giachetti.


Il manifesto del gruppo recita: Pensiamo che in Europa e in Italia abbia senso lavorare per seguire l’esempio di altri stati che per primi hanno instaurato un regime di pieno riconoscimento legale della produzione, vendita e consumo di cannabis.


Il testo sarà presentato in Parlamento e permetterà agli italiani di coltivare la marijuana come membri di “Cannabis club” dove potranno essere iscritti un massimo di 50 elementi. in questi club si potrà coltivare in gruppo la marijuana e poi condividere la cannabis con una proibizione per quanto riguarda la vendita.


Lo stato poi controllerebbe le vendite e le licenze di produzione e distribuzione dei prodotti. Il ragionamento dietro la proposta è che una piena legalizzazione della cannabis permetterebbe allo stato di regolare il consumo e di guadagnare soldi dalla commercializzazione e di risparmiarne dalla lotta alla droga. La proposta arriva dopo la relazione della commissione antimafia la quale denuncia la scarsa efficacia delle politiche antidroga in Italia.


Matteo Salvini, il leader della Lega Nord e il portabandiera della destra italiana si è già detto contrario alla proposta. Salvini ha dichiarato che la prostituzione, per cui Salvini è a favore della legalizzazione, non nuoce a nessuno mentre la marijuana si.
Il gruppo interparlamentare ha commissionato un sondaggio alla IPSOS e il 60% delle persone intervistate si è detto favorevole alla legalizzazione della cannabis.


In Europa la Spagna o il Portogallo hanno decriminalizzato il consumo mentre in Olanda, nonostante la presenza dei coffee shops la cannabis non è legale. I coffee shops ottengono il prodotto in modo formalmente illegale. Negli scorsi anni l’Uruguay e alcuni stati americani hanno legalizzato la marijuana in modo simile a quello che intende fare l’Italia e i risultati sono stati, dal punto di vista economico, sopra ogni aspettativa.


L’Italia poco tempo fa si era già mossa a livello statale per la creazione di farmaci a basa di cannabis. In una base dell’esercito che si occupa di produzioni farmaceutiche a Firenze è stato creato il primo campo di marijuana legale in Italia. La creazione di farmaci a base di marijuana è in grandissima crescita in Europa e i laboratori farmaceutici dell’esercito erano costretti a importare la materia prima dall’Olanda, ora sono indipendenti.


Il laboratorio dell’esercito è specializzato nella ricerca e produzione di medicinali per le malattie rare per cui le case farmaceutiche non hanno interesse a creare farmaci. La produzione fatta “in casa” ha abbassato i costi della marijuana medica per il laboratorio dell’esercito del 50%.
Sarà l’Italia, per una volta, un paese all’avanguardia in Europa e tra i primi al mondo in questo campo?

AltaRoma 2015: al via il progetto sperimentale “5+5” firmato da AltaRoma e Vogue Talent

AltaRoma e Vogue Talents firmano il progetto sperimentale “5+5”, 5 designer affermati per 5 designer emergenti

Sono 5 i designer emergenti  affiancati da 5 affermati che hanno pienamente sposato e sostenuto il progetto presentato in occasione di AltaRoma 2015.

L’obiettivo del progetto (sperimentale) è dare spazio al talento, una vetrina (nata in collaborazione tra AltaRoma e Vogue Talents) a metà tra mostra statica e atelier che vede protagonisti le nuove leve della moda internazionale: Carlo Volpi, Maria Sole Cecchi, Fernando Jorge, Martine Rose, Matteo Lamandini.

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I talentuosi sono stati affiancati da: Thomas Tait, Marco De Vincenzo, Nicholas Kirkwood, MSGM Massimo Giorgetti e Paul Andrew.
Marco De Vincenzo (vincitore nel 2009 del contest “Who Is On Next”?) sostiene la creatività di Carlo Volpi, MSGM (Massimo Giorgetti) sostiene Matteo Lamandini (vincitore dell’edizione 2014 del concorso Designer for Tomorrow) giovane designer talentuoso.

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Thomas Tait ha invece sostenuto lo stile underground e giovanile della londinese Martine Rose (designer già conosciuta all’estero).
L’esposizione è durata tre giorni e l’iniziativa ha avuto un notevole successo.

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AltaRoma 2015: Le dame di Anton Giulio Grande alla Galleria d’Arte Benucci


Anton Giulio Grande ha portato in scena le sue dame settecentesche alla Galleria d’Arte
Benucci di Roma per la presentazione della sua Haute Couture

Uno scenario d’altri tempi per Anton Giulio Grande, lo stilista calabrese che in occasione di AltaRoma 2015 ha portato in scena dame e cortigiane avvolte da splendidi abiti monumentali che hanno fatto rivivere il ‘700 tra le sale della Galleria d’Arte Benucci di Roma.

Lo stilista ha scelto di aprire così AltaRoma per presentare la collezione Haute Couture, i visitatori si sono destreggiati tra letti a baldacchino, una moto d’epoca, specchi settecenteschi e grandi tavolate di legno intarsiate sapientemente.

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Su ogni pezzo d’epoca apparivano con aria eterea e sensuale dame dal piglio malizioso che giocavano con abiti dagli spacchi e scolli generosi, tessuti leggeri, impalpabili, impreziositi da cristalli, macramè, velluti, swarovsky.

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Donne fasciate da bustini, abiti in pizzo, taffetà plissettato, creazioni realizzate dalle sapienti mani dello stilista calabrese Anton Giulio Grande.

Anche il make up e i capelli sono stati curati nel minimo dettaglio, realizzando acconciature settecentesche e trucco alla Maria Antonietta di Sofia Coppola.

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Una kermesse piacevole, ricca ed elegante. Uno stilista di grande talento che ha reso possibile un perfetto connubio tra modernità e tradizione in modo impeccabile.

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Raggiunto l’accordo sul nucleare iraniano

Le sei nazioni occupate nei colloqui sul nucleare iraniano hanno finalmente raggiunto uno storico accordo.
L’accordo arriva dopo 20 mesi di negoziazione ed è stato fortemente voluto da Obama che punta a far diventare questo accordo il lascito dal punto di vista diplomatico della sua amministrazione insieme al disgelo con Cuba.


L’annuncio dell’accordo da parte del presidente statunitense è stato mandato in diretta anche dalla tv di stato iraniana ma l’accordo, così come il disgelo con Cuba, sarà molto difficile da far passare al congresso. Tra i repubblicani c’è già stata una levata di scudi. Obama con gli oppositori ha usato il bastone e la carota e ha prima detto che l’accordo non è costruito sulla fiducia ma sulla verifica ma poi ha chiarito che avrebbe messo il veto presidenziale su ogni legislazione potenzialmente in grado di nuocere all’accordo.


Il critico più grande di questo accordo, però, non è stato un esponente repubblicano ma il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu che ha chiamato l’accordo “uno storico sbaglio” che creera una nuova superpotenza terroristica nucleare.


Una prima scorsa dell’accordo mostra come gli Stati Uniti abbiano esteso le restrizioni sul nucleare iraniano rispetto alle prime bozze. Le aperture sono state sulla possibilità di produrre combustibile nucleare a partire da 15 anni dopo l’accordo e sulla possibilità di iniziare ricerche avanzate sulle centrifughe nucleari 8 anni dopo l’accordo. Altra cosa che farà discutere è stato il sollevamento dell’embargo sulle armi convenzionali e sui missili balistici.


Il cuore dell’accordo è stato la riduzione del 98% del combustibile nucleare il quale verrà probabilmente trasferito in Russia. Questo e la riduzione a 2/3 del numero di centrifughe. In questo modo nel caso gli iraniani decidessero di abbandonare l’accordo e cercassero di costruire una bomba dovrebbero aspettare un anno prima di avere il combustibile atomico necessario per una singola bomba, ora come ora gli iraniani potrebbero fare una bomba in due/tre mesi.


Obama, nel suo discorso, ha sottolineato l’alternativa alla mancanza di un accordo: una corsa alle armi nucleari senza regolazioni in tutto il Medio Oriente e una altissima possibilità di guerra nell’area.
L’accordo è stato accolto con gioia e incredulità in Iran dove tutti sperano che la fine dell’embargo faccia spiccare il volo ad una economia in difficoltà come quella persiana.


Ora Obama dovrà far passare l’accordo al congresso, e non sarà facile, e ricucire i rapporti con gli alleati mediorientali che hanno avversato l’accordo dagli inizi. Israele e Arabia Saudita, quelli che una volta erano i principali alleati degli USA nell’area ora sono decisamente contrariati, per usare un eufemismo, e non sarà semplici “riportarli nel mazzo”.

Modella del mese: Lucie

Lucie, modella del mese 


Modella: Lucie Hrubà @The Lab Models Milan

Make up/Hair: Manuel Montanari

Styling: Valeria Semushina

Foto: Miriam De Nicolo’

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Lucie ci racconti quando hai iniziato a lavorare come modella?

A 14 ho partecipato a un concorso per modelle, in Repubblica Ceca, ero molto giovane e dovevo ancora terminare gli studi. Dopo qualche tempo un amico ha aperto un’agenzia di moda e mi ha spinto ad intraprendere questa strada.
A quel tempo non avevo il fisico adatto per fare la modella, avevo 15 chili di troppo e sono stata costretta a fare una dieta mirata: tanti esercizi fisici, proteine, cibi non grassi e corsa all’aperto.

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Qual è stata la prima città dove hai lavorato?

Ho iniziato a viaggiare subito, sono rimasta a Istanbul per tre mesi, volando poi a Roma, Cina, Hong Kong per altri sette mesi, una città che ho nel cuore: montagne, spiagge, le persone sono friendly, si va a far la spesa in pijama, i ristoranti sono aperti 24 h su 24 ed è sempre un grande party!

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Passerella o sala posa. Dove preferisci lavorare?

Fashion shows o lookbooks, dipende sempre dal team con cui si lavora. Una modella agli inizi non ha dei grossi rientri economici per le sfilate, però il lavoro è veloce, dinamico, dopo il trucco si esce in passerella e poi via ad un’altra sfilata.

Al contrario quando si posa il lavoro puo’ essere stressante, 8-11 ore sul set lavorando con un team che può essere coinvolgente, allegro, professionale, così come potrebbe non esserlo.

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Sei in Italia da sole due settimane, qual è la tua prima impressione?

In agenzia c’è molta concorrenza e questo si respira nell’aria, ho notato che ci sono molte modelle simili tra loro – e ho deciso di tagliare capelli, cambiare colore e mettere il septum (piercing al naso): essere “diverse” è il modo migliore per uscire dal coro e farsi notare.

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Cosa pensano i tuoi genitori del mestiere che hai scelto?

All’inizio erano molto titubanti, anzi decisamente contrari! I miei primi guadagni andavano a loro, che sono rimasti in Repubblica Ceca, perché vengo da una famiglia modesta. Ovviamente da genitori, mi vorrebbero sempre a casa, ma pare che si stiano abituando all’idea che sono cresciuta e che è arrivato il momento di staccare il cordone ombelicale.

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Inchiesta su Hacking Team – PRIMA PARTE

La vicenda dell’hackeraggio ai danni di Hacking Team è stata descritta in molti modi.

Proviamo a fare una sintesi e cercare di comprendere meglio cosa c’è dietro, cosa c’è in gioco, e soprattutto di cosa stiamo parlando.


Hacking Team è una società nata in Italia nel 2003 da fondata Alberto Ornaghi e Marco Valleri, che avevano programmato e pubblicato Ettercap, un software per testare la sicurezza delle reti LAN contro possibili attacchi hacker. Ettercap era distribuito gratuitamente ed è stato il biglietto da visita della nuova società in un’Italia che non si è mai preoccupata troppo di sviluppare una propria “intelligence informatica e digitale”.

Wired nel 2013 descrive così il momento dell’ascesa “La loro creazione piacque molto alla Questura di Milano che era interessata a usarlo nelle indagini. Da lì iniziò la carriera dell’azienda come venditore di trojan a forze dell’ordine e agenzie statali di vari Paesi…”

Ettercap era la ridenominazione e il riconfezionamento di software gratuiti già disponibili, usati diffusamente per testare le porte delle connessioni.


Hacking Team si promuove e si vende bene – in perfetto stile italiano – e propone a soggetti governativi, con pochissime risorse a disposizione “software miracolosi”, in grado di favorire l’intercettazione, la clonazione cellulare, e introdursi “in maniera invisibile” anche nei computer per controllarli e attingere informazioni. Ma anche (come quasi ogni trojan che si rispetti) in grado di “gestirli da remoto” – ovvero copiare, eliminare, creare file e attingere ogni informazione di navigazione e non.

Fino al prodotto di punta, il Remote Control System denominato Galileouna suite di attacco di analisi che permetteva di distruggere le barriere della crittazione“.


Qualcuno potrebbe pensare ad un’eccellenza italiana di altissimo profilo in termini di ricerca e sviluppo, con il fiore dei programmatori in piena attività al servizio dello Stato. Quello che gran parte del deepweb (il web sommerso) sapeva già, oggi è alla portata di tutti. La HT non faceva altro che “andare in giro per la rete” e comprare a poco prezzo quantità di ZeroDays.

In pratica quando esce un prodotto informatico di larga diffusione, dal “giorno zero” del rilascio molti appassionati, esperti, professionisti di informatica, in tutto il mondo, “cercano” i difetti della programmazione e qualsiasi bag. Molte volte sono le stesse aziende produttrici che organizzano vere e proprie gare (origine dei cd. hackaton) mettendo in palio premi in denaro per coloro che “trovano” difetti e rischi dei prodotti rilasciati. Ma c’è un mercato parallelo, quello delle aziende di sicurezza e produttori di antivirus, che “acquistano” questi “zerodays” per sviluppare (e rivendere) “la cura al male”.


Ecco cosa sostanzialmente faceva la Hacking Team: comprava questi “bag” e li usava non per segnalare il problema o generare la soluzione, ma per (far) creare un software che sfruttasse queste vulnerabilità per “entrare” nei sistemi di comunicazione – siano i software dei cellulari quanto dei portatili. Un’attività frenetica di cui si parla in oltre 700 email.


Sono stati numerosi i tentativi dei “commerciali” della Hacking Team di entrare “nel giro dei grandi” intercettatori e appaltatori mondiali della difesa. Tutti senza successo. Tranne qualche “vendita sonda”: un modo per avere il software, “farlo a pezzi” e vedere “a che punto erano”… per poi dire no grazie.

Una ricerca spasmodica che mostra anche un certo grado di ingenuità nel frenetico scambio di mail del gruppo dirigente, che scopriva dai giornali di nuovi decreti e correva a informarsi dai referenti politici.

Nulla di minimamente paragonabile alle agenzie americane, francesi e inglesi – per non parlare di quelle russe e cinesi – che investono in maniera diretta, in professionalità e strumenti, risorse di svariate centinaia di milioni di dollari: da noi le varie polizie acquistavano “pacchetti riconfezionati” da qualche migliaia di euro.


Le ragioni di questo attacco vanno ricercate in due direzioni che spesso stimolano gli hacktivist.

La prima è l’arrogante presunzione di chi si pone come “creatore” di qualcosa, che invece la rete sa non essere suo. La seconda, spingersi troppo oltre, senza darsi alcun limite, al punto da rischiare di minare le basi stesse della “libertà della rete”.

L’autore dell’intrusione e del “prelevamento” dei dati è “Phineas Fisher“, nome di battaglia del “Gamma Group” autore di numerose intrusioni ai danni di società di security che negli anni hanno rivenuto software a governi dittatoriali. Ma anche il gruppo che ha rilasciato molte risorse utili agli attivisti turchi, iraniani, egiziani, per rendere accessibili in forma anonima siti wordpress, socialnetwork e youtube.

Il nome del gruppo deriva dalla prima grossa azione compiuta ai danni della società tedesca FinFisher (la cui azienda madre era la Gamma) che svolgeva sostanzialmente la stessa attività della Hacking Team.


Le attività delle due società erano già state segnalate come “pericolose per i diritti umani” l’anno scorso da FirstLook che descriveva minuziosamente non solo il funzionamento del software della società milanese, ma anche concreti casi in cui, tramite il suo utilizzo, giornalisti e blogger erano stati arrestati e come fossero state inserite prove false nei loro computer.

E sempre all’inizio 2014 CitizenLab scriveva “Ci sono prove che la società non è particolarmente selettiva sui suoi clienti. Di 21 sospetti utenti Hacking team rintracciati da Citizen Lab, nove avevano il ranking più basso possibile nel The Economist s ‘2012 Democracy Index, e quattro di questi sono colpevoli di abusi particolarmente eclatanti – torture, percosse e stupri in carcere, violenza letale contro i manifestanti – da Human Rights Watch.”


Questi motivi si sommano al “grande salto” tentato dalla Hacking Team, i cui capi per mesi sono andati “in giro per la rete” a fare offerte a chiunque per ottenere “bug” di Tor. In altre parole la HT voleva essere la prima società in grado di “intercettare” la navigazione anonima.

A poche ore dall’hackeraggio i responsabili di TOR Project hanno pubblicato un tweet con un’immagine-messaggio per Hacking Team “Non piacciamo molto ad Hacking Team, ma lo sapevamo. Hanno progettato un piano per bucare il nostro software, ma sapevamo anche questo, da tempo. Ma finora non abbiamo trovato nessun exploit in Tor. Non siamo sorpresi del fatto che Hacking Team stesse cercando di violare. Abbiamo a cuore sia la sicurezza degli utenti che i diritti umani. Vi terremo aggiornati a riguardo di nuovi sviluppi in questa vicenda.


Come in molte storie di triste mediocrità dello pseudo piccolo mondo degli pseudo guru della rete, anche in questo caso i capi della HT hanno accusato dell’attacco “governi stranieri” e non meglio qualificati “poteri forti”.

L’ad Vincenzetti, dopo aver dichiarato qualche anno fa “Mi sento di appoggiare il principio di Wikileaks, quello della trasparenza. Ma va detto che a volte le modalità utilizzate da Assange possono risultare sopra le righe, un po’ strumentali e sensazionalistiche.” oggi, quando oltre un milione di sue e-mail sono finite sul sito, ha affermato «Andrebbe arrestato, è lui il cattivo. Dice di non fare niente di male, ma ha pubblicato segreti nazionali causando un danno inestimabile a molti Paesi». Insomma, a ruoli invertiti si inverte anche la propria opinione.


Quelle mail, comodamente ricercabili e consultabili per mittente destinatario, oggetto, parola citata, mostrano il vero volto di questa creatura, i suoi rapporti, quanto poco rispettasse le leggi, e come si muovesse nelle maglie della politica e tra le forze dell’ordine.

Mostrano anche una società a caccia di tutto pur di salvarsi dal fallimento.

Un amministratore paranoico che perdeva pezzi, con dirigenti e programmatori che lasciavano per fondare aziende proprie in direzioni opposta – come la difesa da attacchi informatici – e che li faceva pedinare, seguire, controllare. Senza lesinare il contattare amicizie nelle forze dell’ordine per “creare problemi” ai suoi ex dipendenti.

Al punto che dopo aver parlato di “governi ostili” e “poteri forti” come autori e committenti dell’attacco, ha presentato ieri una denuncia contro i suoi ex dipendenti per lo stesso motivo. Almeno si decidesse, verrebbe da dire.

Una società che stava per chiudere, e che forse l’amministratore voleva rivendere allo Stato, millantando un interesse “estero” (nella fattispecie israeliano) paventando l’idea di una perdita di un asset strategico per il Paese.

Racconta Vincenzetti “Cose da prima pagina (…) Capi Mafia identificati e arrestati –– assassini che non si trovavano da anni immediatamente localizzati (te la ricordi la storia di quella ragazzina di Bergamo di qualche anno fa?), la P4 disintegrata. Il nostro strumento è usato anche dalla Gdf che indaga casi di corruzione, corruzione politica”.


In piena paranoia, l’azienda si salva qualche mese fa dall’ultima “minaccia ingiusta” e la riassume ottimamente Pietro Salvatori sull’HuffingtonPost.

“La vicenda risale al novembre scorso, quando il Mise decise di avvalersi della cosiddetta “clausola catch all” nei confronti dei prodotti dell’azienda con sede a Milano. Una sorta di autorizzazione preventiva alla vendita dei servizi e delle licenze di Hacking team, incompatibile, secondo il board, con i tempi di consegna di alcune delle principali commesse dell’azienda. L’annullamento delle quali avrebbe portato al sostanziale fallimento della stessa. Il Mise in sostanza vuole capire a chi vengono offerti i programmi di hacking, e dare un via libera preventivo alla loro diffusione, nella preoccupazione che finiscano (come pare sia successo) nelle mani sbagliate. Così David Vincenzetti, Ceo di Ht, inizia una frenetica attività di lobbying con alcuni dei principali clienti. L’11 novembre scrive ai suoi principali collaboratori: “Stiamo facendo la massima pressione possibile. Nell’ambito di questa attività ho interloquito tra ieri e oggi, e si stanno interessando alla cosa, AISI, CC/ROS, Polizia e AISE. Attendo un riscontro concreto dalla Guardia di Finanza”. Quattro giorni dopo li informa di aver inviato una missiva e di aver poi parlato con “diversi miei contatti Governativi”, alcuni dei quali “vicini ai vertici assoluti del Governo”. Quattro giorni dopo la questione è risolta. Il Mise invia una mail a Vincenzetti con il seguente, ed eloquente, oggetto: “Hacking team srl – C.F. 03924730967. Applicazione art. 4 del Reg. (CE) n. 428/2009 (clausola catch-all). Sospensione dell’efficacia”. Via libera ai prodotti degli hacker di stato senza più controllo preventivo. Da dove è arrivato l’intervento decisivo? Il Ceo ne è sicuro. Lo stesso giorno scrive al board esultando: “Abbiamo coinvolto e sensibilizzato talmente tante parti, assolutamente eterogenee tra loro, che non sappiamo con esattezza da dove sono arrivate le pressioni maggiori al MiSE. Ma su una posso giurarci: la Presidenza del Consiglio“.


Due giorni dopo l’hackeraggio. Le mail rese pubbliche su wikileaks.

Qualche violazione personale per mostrare allo spiante cosa si prova ad essere spiato, come ad esempio la cache di navigazione dell’amministratore di sistema strapiena di visualizzazioni di youporn.

Le password sin troppo facili da individuare e che mostrano una certa incompetenza da parte di presunti esperti di sicurezza e crittazione.

Infine – tramite file su Tor – i codici e le back-door dei software svelati.

Sin qui la vicenda di questi giorni. Da qui (a da cui) si dipanano numerosi scenari.

Pentaquark: dal CERN di Ginevra arrivano le prime evidenze sperimentali

Grazie ai dati forniti dall’esperimento Lhcb, realizzato nel Large Hadron Collider (LHC) di Ginevra, un team di scienziati dell’Università di Syracuse guidato da Tomasz Skwarnicki è riuscito a dimostrare l’esistenza di una particella esotica composta da cinque quark, risolvendo così uno dei puzzle più intricati della Fisica sperimentale degli ultimi 50 anni.


I quark sono i mattoni fondamentali delle particelle subatomiche: le più stabili, protoni e neutroni, ne contengono tre, mentre i mesoni – le particelle presenti nei raggi cosmici – ne contengono quattro. Nel 1964 i padri della teoria dei quark, Murray Gell-Mann e Gerge Zweig, ipotizzarono anche l’esistenza di una particella composta da cinque “mattoncini” che chiamarono Pentaquark. L’esperimento LHCb ha dato loro ragione, aprendo nuovi orizzonti alla scoperta delle leggi fondamentali che governano il funzionamento del mondo subatomico.


“Il pentaquark osservato”, spiega Alessandro Cardini, responsabile di Lhcb per l’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (Infn), “non è soltanto una nuova particella, ma anche un nuovo modo in cui i quark, che rappresentano i costituenti fondamentali di neutroni e protoni, possono combinarsi tra loro, in uno schema mai osservato prima in oltre cinquant’anni di ricerche sperimentali. Ulteriori studi delle proprietà dei pentaquark ci permetteranno di comprendere meglio la natura di neutroni e protoni, i costituenti della materia di cui siamo fatti noi e tutto ciò che ci circonda”.


“Quello che vogliamo fare ora è cercare altre particelle composte da cinque quark, per capire qualcosa in più sulla loro natura. Questo ci consentirà di comprendere meglio il funzionamento del mondo subatomico” ha dichiarato Guy Wilkinson, portavoce dell’esperimento. “Le conseguenze della scoperta si riperquoteranno anche sulle scienze astronomiche. Ci aiuteranno a capire cosa accade alle stelle nelle ultime fasi del loro ciclo vitale.”



FONTE: Reuters | Wired

True Detective, Down Will Come

La quarta puntata di True Detective, Down Will Come, è stata la puntata di Paul Woodrugh, il poliziotto interpretato da Taylor Kitsch. Finalmente è stato svelato il dubbio, Paul si sveglia a casa del suo amico dopo la serata al locale dove aveva seguito la pista del sesso a pagamento per Caspere.
I dolori del giovane Paul non si fermano qui però, gli rubano la moto, i cronisti lo inseguono per la non chiara questione Black Mountain e la sua ex ragazza gli dice di essere incinta. Paul vede una opportunità di “salvarsi” dalla sua natura e le chiede di sposarlo.


Fortunatamente la puntata non ha avuto solo questi risvolti da soap opera, l’investigazione è andata avanti. Finalmente c’è un sospetto: Ledo Amarilla, un pappone le cui impronte sono state ritrovate sull’orologio di Ben Caspere, venduto da una sua ragazza a un negozio di pegni. Come causa della morte sembra perfetta, un pappone si serve di una ragazza per rapinare un cliente e la cosa finisce male, non fa una piega come dice Dixon, il vecchio poliziotto ubriacone.


Le possibilità che sia effettivamente andata così sono molto poche, quantomeno questa non è sicuramente tutta la storia. Se Amarilla fosse l’effettivo killer di Caspere allora sarebbe anche lo stesso che ha sparato il colpo di fucile con proiettili di gomma nel petto di Ray vestito da uccello e non sembra molto probabile. Poi Stan, l’aiutante di Frank, per quale motivo sarebbe morto? Insomma non torna nulla.


Prima del ritrovamento dell’orologio tutti gli indizi sembravano puntare sul sindaco, Austin Chessani. Chessani, a detta della figlia interrogata da Ray e Ani “è una persona molto cattiva”. Nonostante sia una persona molto cattiva Ani sembra non voler lasciare in pace la sua famiglia e continua a interrogare e seguire tutti i membri della sua famiglia. Ray, che lo conosce bene, avverte Bezzerides che è un gioco pericoloso e a conferma delle sue parole poco dopo la poliziotta riceve una lamentela a sfondo sessuale da un collega ed è sospesa dal corpo di polizia e rimane, per ora, solo nella squadra investigativa.


In Down Wil Come si torna a parlare dell’inquietante psichiatra Irving Pitler (Rick Springfield). Per ora sappiamo che Pitler è stato lo psichiatra di due persone, Caspere e la moglie di Chessani, ed entrambe sono morte. In particolare la mogli di Chessani era una schizofrenica che si è impiccata mentre era in cura da Pitler. Pitler e Chessani hanno un passato in comune con il padre di Ani. Il padre di Chessani, Chessani e Pitler hanno fatto parte della comune del padre di Ani negli anni ’80.


Quando Ray e Ani chiedono informazioni al vecchio hippie il padre di Ani si rivolge a Ray e dice: Le ha una delle aure più grandi che io abbia mai visto, verde e nera, sta riempiendo tutta questa stanza. Dovevo dire qualcosa. Devi aver vissuto centinaia di vite. Al che Ray risponde: Non penso di poterne gestire un’altra.
Il verde e il nero per quanto riguarda la interpretazione dell’aura, nella cultura new age, sono due colori che significano crescita e rinnovamento, il verde, e ambizione frustrata, il nero. Due colori antitetici che sono in lotta tra loro a simboleggiare la lotta all’interno di Ray.


Down Will Come, però, esplode nel finale. Grazie a un informatore di Dixon scoprono il posto in cui Amarilla è nascosto e si preparano ad andare a prenderlo. I poliziotti hanno molte persone ma Amarilla e i suoi amici hanno fucili automatici e la battaglia lascia sul campo tutti i criminali, quasi tutti i poliziotti e alcuni passanti inermi. Una carneficina. Ani e Ray sembrano particolarmente scossi mentre Paul sembra più a suo agio nella situazione.


Il paragone con la scrittura e soprattutto con la regia della scorsa stagione è impietosa anche se in questa puntata si inizia a intravedere uno schema stile Carcosa, non ci resta che sperare in Pizzolato e nella scelta di registi di livello più alto.

AltaRoma 2015: Ettore Bilotta e le donne degli anni Trenta

Per AltaRoma 2015 Ettore Bilotta propone una collezione ispirata agli anni Trenta con tessuti preziosi e allure senza tempo

Sono gli anni trenta e le dive dei telefoni bianchi, i protagonisti della collezione A/I 2016 del talentuoso Ettore Bilotta, abiti sinuosi e colorati che rappresentano donne dall’incarnato roseo e dalla figura sensuale.

Ettore Bilotta già in precedenza collaboratore di Pino Lancetti in occasione delle sfilate di AltaRoma 2015 ha presentato una collezione unica, raffinata ed elegante al Palazzo delle Esposizioni di Roma.

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Tessuti preziosi, damascati, lana mohair, organza e satin, texure uniche, colorate; maniche a sbuffo, abiti dai toni metallici o tenui come il rosa, il verde malva, rosso carminio o petrolio.

Camicie in tripla organza, cappottini in duchesse con maniche a tre quarti, taglio a sbieco per le gonne e stile pigiama per i pantaloni.

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Dettagli preziosi, ricami, micro pailettes o gioielli, impreziosiscono i colli delle giacche, il tulle di seta degli abiti da sera, i corpini in velluto e la sposa color champagne.

La passerella di Ettore Bilotta ha preso vita grazie ai passi di un tip tap introdotti dai ballerini Federico Pisano e Vanessa Cokaric.

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AltaRoma 2015: Sfumature di “Grigio” da Renato Balestra

Scala di grigio da Renato Balestra per la nuova collezione A/I 2016, capi lussuosi, tessuti palpabili e leggeri, dettagli preziosi in stile art nouveau.

La collezione è stata presentata in occasione di AltaRoma 2015, che ha visto ancora una volta la capitale romana protagonista e scenario di punta dell’alta moda italiana.

Renato Balestra che insieme con altri grandi nomi rappresenta un’autentica eccellenza italiana per la moda nel mondo, si è lasciato sfuggire qualche affermazione riguardo al futuro della moda italiana:

“Alta Roma vuole puntare sui giovani? Ben venganoha affermato Balestrama non devono essere buttati allo sbaraglio. A Roma devono presentare una vera alta moda, se vogliono fare il pret-a-porter che vadano a Milano. Sono d’accordo nell’insegnare ai giovani, ma per farli sfilare devono mostrare talento, conoscere il glamour, sapere che cosa vuol dire rendere belle e chic le donne”.

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Nel suo atelier a Prati lo stilista ha presentato una donna dalla silhouette sofisticata e longilinea i cui tessuti preziosi accarezzano il corpo con dettagli a spina di pesce, Swarovski, strisce di velluto, tulle ricamato, pellicce composte di fili lurex. Una collezione dedicata ad una donna sensuale e ultraglam ma anche alle più giovani che amano il vero lusso.

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Grigio pallido, madreperla o platino sono solo alcune delle tonalità che ha scelto Balestra per la nuova collezione.

Glamour, eccellenza sartoriale, bellezza e storia hanno completato il quadro di questa fantastica passerella!

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Festival internazionale di Volterra, un altro omaggio al D’Annunzio trasgressivo

Un Festival Internazionale in uno scenario antichissimo e suggestivo, quello del Teatro Romano di Volterra giunto alla XIII edizione, dalla tragedia di Euripide alla commedia di Aristofone, fino alla rivisitazione dei classici più contemporanei come Gabriele D’Annunzio in ‘Mùsami o Vate alle Colonne del Vizio’: lo spettacolo più provocatorio e poetico della stagione romana appena trascorsa è stato selezionato tra le novità teatrali dal Direttore Simone Migliorini, destinato alla scena il 15 luglio presso l’elegante teatro Persio Flacco.


Un’opera in versi, nata dalla penna dissoluta della regista bresciana Mariaelena Masetti Zannini, che ha dato vita ad un suo personale notturno sul mondo esoterico dannunziano in una struttura circolare in continuo divenire. Un universo di immedesimazioni femminee, di astrali figure roteanti nell’orbita del Vate, di vetri rotti di uno specchio ancora da ricomporre in un’atmosfera onirica capace di proiettare in un vero e proprio ‘terzo luogo’.


Festival internazione di Volterra, un altro omaggio al D’Annunzio trasgressivo


Un omaggio puro al mondo femminile e femmineo di Gabriele D’Annunzio che come in un dipinto simbolista rimarrà sospeso e sublimato. Ritratti delle sue donne, da Eleonora Duse rappresentata da una misteriosa statua velata fino alla sofisticata interpretazione della stessa Zannini nel ruolo della Marchesa Luisa Casati Stampa, collezionista, musa di numerosi artisti e anticipatrice della performance e della Body-Art. Memorabili le sue incursioni, avvolta tra serpenti e leoni, le spettacolari feste mondane e le sue eccentriche frequentazioni con Jean Cocteau e i Futuristi.


Nelle vesti del Vate, Giuseppe Talarico, da annoverarsi al fianco di altri interpreti come Lucia Rossi, commovente nell’inedita veste di una popolana zoppa ed ancora, Gianluca Vicari, una giovane promessa del cinema italiano, qui perfetto alterego dannunziano, alias Conte Sperelli Fieschi, fino alla meravigliosa star del burlesque internazionale Giuditta Sin Infelise, attrice e danzatrice proprio come Ida Rubinstein, nel Martirio di San Sebastiano che andrà a riproporre in scena, ed ancora l’attrice e doppiatrice Glenda Canino nel delirante ruolo della Marchesa Alessandra di Rudini Carlotti che per amore divenne suora carmelitana. Originale la scelta di mischiare le diverse lingue originarie delle varie Muse, come nel caso della bravissima Emanuela Bolco, anche aiuto regia, nel difficile ruolo della frustrata governante Amelie Mazoyer, un tempo giovane amante del Vate e servitrice arguta di sostanze stupefacenti e nuove prede.


Festival internazione di Volterra, un altro omaggio al D’Annunzio trasgressivo


L’arte contemporanea è l’elemento di coesione dello spettacolo e vede come protagonista Marco Fioramanti, co-fondatore del movimento trattista in Italia e ideatore di Night Italia, rivista d’arte fondata da Andy Wahrol e Anton Perich in America, qui nel ruolo di un Cocteau impegnato a calcare a tempera una Musa su tela e in altri interventi scenici di pittura dal vivo.


Dal Teatro di Documenti di Roma fino a Volterra, ecco il seguito itinerante di un’opera che ha già potuto godere di una critica interessante da esponenti del teatro nazionale e docenti di Letteratura Contemporanea.

Save the Arctic, 60 star per salvare l’Artico

Ancora una volta le star scendono in campo a scopo benefico, lasciando momentaneamente da parte il proprio ego a favore di una causa ambientale.

 

Sessanta star si sono fatte immortalare da Andy Gotts per rientrare in una mostra fotografica allestita presso le scale mobili della stazione metropolitana londinese di Waterloo, con indosso una maglietta a sostegno della campagna “Save the Arctic” di Greenpeace, ovvero salvare l’Artico dalle trivellazioni petrolifere.

 

La maglietta è stata disegnata per l’occasione dalla designer inglese Vivienne Westwood, che rientra poi fra le sessanta personalità ritratte; ad aggiungersi George Clooney, Pamela Anderson, Hugh Grant, Kate Moss, Chris Martin, Stella McCartney per citarne alcuni, tutti uniti affinché la Shell venga ostacolata nell’iniziare le trivellazioni dell’Artico. La stessa Vivienne Westwood ha dichiarato quanto sia importante aderire per non essere più ignorati, perché la fusione dei ghiacchi interessa tutti e ci riguarda da vicino.

 

Oltre a questi nomi importanti bisogna segnalare quanti ancora si sono già mossi a favore della campagna: si contano quasi sette milioni di persone fra le firme arrivate alla petizione mossa appunto da Greenpeace attraverso il sito web savethearctic.org/it.

 

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(foto: corriere.it)

La crisi greca e la teoria dei giochi

La partita giocata in Europa in questi giorni può essere vista in molti modi.


Probabilmente quello più sbagliato è quello del “gossip della politica” fatto tirando per la giacchetta vincitori e vinti, o peggio ancora rapportare ciò che avviene politicamente sulle decisioni che determinano i destini di un popolo e di un paese con situazioni “nostrane”, che siano rapporti di forza interni in Italia tra Renzi e Grillo, Meloni, Salvini e Civati o in Francia tra Hollande e Le Pen, per esempio.


Qualche tempo fa scrissi un articolo in cui parlavo della teoria dei giochi applicata alla strategia del governo greco.

Quell’articolo – che vedeva protagonista Varoufakis, che anche dopo le dimissioni resta il vero regista dell’operazione greca nel suo complesso – è quanto mai attuale per svariate ragioni.


La teoria dei giochi è figlia di una mente in particolare, quella di John Von Neumann, una delle menti (non solo) matematiche più brillanti del novencento. Tra le sue convinzioni quella di poter razionalizzare e comprendere matematicamente qualsiasi fenomeno: dalle previsioni del tempo agli esiti delle guerre, fino ai processi macro e microeconomici e fu sostanzialmente l’ideatore di tutto quanto sta alla base del concetto stesso di informatica per come lo conosciamo noi oggi, a partire dai codici binari.


Tuttavia la teoria dei giochi nasceva dall’idea stessa di Von Neumann ai tempi della guerra fredda: che un certo numero di milioni di morti fosse accettabile per la vittoria finale sul male, e che bisognava in qualche modo, in un “gioco” raggiungere come obiettivo quello di facilitare la vittoria di una delle parti, con il naturale esito di un’altra parte “sconfitta”.


Servirà un altra mente eccellente per andare oltre questo modello, e arrivare a concetti che supereranno negli anni ottanta, definitivamente, il modello di contrapposizione tipico della guerra fredda: sarà la mente di un altro John, questa volta Nash, a parlare di “vera vittoria solo in condizioni di equilibrio”.


Il punto di vista da cui partì Nash era l’osservazione dei fenomeni umani, tanto quelli di una guerra quanto quelli di una trattativa commerciale, quanto i processi economici, e arrivò alla sostanziale conclusione che ogni volta in cui si verificava una sconfitta totale di una delle parti, questa sconfitta generava altri conflitti e revanscismi, spesso anche del tutto irrazionali, irragionevoli, anche a costo di essere anti economici, che generavano a loro volta scompensi e danni all’intero sistema: e incalcolabili proprio perché spesso irrazionali.


L’idea di Nash – sintetizzabile nel gioco del tris – è sostanzialmente quella di non ricercare il punto di vittoria e di sconfitta, ma un vero e possibilmente stabile “punto di equilibrio”: «Un gioco può essere descritto in termini di strategie, che i giocatori devono seguire nelle loro mosse: l’equilibrio c’è, quando nessuno riesce a migliorare in maniera unilaterale il proprio comportamento. Per cambiare, occorre agire insieme.»


Nash dimostra che, sotto certe condizioni, esiste sempre una situazione di equilibrio, che si ottiene quando ciascun individuo che partecipa a un dato gioco sceglie la sua mossa strategica in modo da massimizzare il suo risultato, sotto la congettura che il comportamento dei rivali non varierà a motivo della sua scelta.




Leggere la soluzione al difficile problema greco in chiave di vincitori e vinti, di codardi, di chi si è calato le braghe, di chi aveva ragione, di carri del vincitore e del vinto, è quanto di più stupido e mediocre si possa fare. E dimostra solo il non vedere cosa davvero è avvenuto.


L’equilibrio trovato in Europa porta più benefici a tutte le parti rispetto agli svantaggi singoli.


La Grecia ottiene di non fallire, di rinegoziare parte del proprio debito, ottiene la liquidità necessaria a far fronte ai propri impegni, ottiene di non dover fare misure eccessivamente antisociali ed ulteriori privatizzazioni e svendite.


L’Europa ottiene che nessun paese si ritrovi “in pancia” titoli di debito in default, stesso dicasi per le rispettive banche, ma soprattutto ottiene che il percorso di una moneta unica non venga messo in discussione, il che sarebbe stato un pericolosissimo precedente che avrebbe minato l’idea stessa di certezza della moneta.


Soprattutto l’Europa ottiene una Grecia più disponibile al dialogo e partecipe dei destini dell’intera unione, e riafferma un principio – che non è mai abbastanza riaffermare – che esistono luoghi e contesti e organismi nei quali qualsiasi paese in qualsiasi condizione dovrebbe (e deve) poter trovare un luogo di ascolto, decisione e condivisione del problema. E che questo non debba sempre essere oggetto di discussione dell’intera unione.




Perché se facessimo tutti una sana riflessione, probabilmente “aritmetica secca alla mano” quella che veramente sarebbe uscita sconfitta in caso di Grexit sarebbe stata l’Europa: incapace di contenere, di affrontare i problemi seri, di gestire la situazione, dimostrando al mondo che alla prima vera difficoltà economica e finanziaria l’Unione monetaria si sgretola. Se ci riflettessimo una debolezza ed incertezza di questo tipo sarebbe costata di più all’Europa che non alla Grecia.


Quello che veramente ha fatto un passo indietro – ed è il naturale sconfitto, se ne vogliamo trovare uno di questa situazione – è il radicalismo, da ciascuna parte e di qualsiasi partito e paese.


L’idea che si stia assieme in un modo chiuso e definito, senza mettere in discussione nulla.


L’idea che ci si pieghi ad un modello dominante (quello finanziario tedesco) cui tutti – anche i più diversi – si devono adeguare.


L’idea che la mediazione sia sconfitta, umana o politica che sia.


E queste – soprattutto queste sconfitte lette in questa ottica – sono tutte buone notizie. Utili ai popoli quanto alle nazioni. E forse una sana riflessione in più potrebbe anche aiutare una classe politica e dirigente ad essere meno miope, egocentrica e mediocre, e più aperta a considerazioni generali.




Spesso, per tornare alla teoria dei giochi, cadiamo nell’equivoco che si debba cercare una via per vincere con una controparte necessariamente sconfitta. Nash ci insegna che la vera vittoria sta in un equilibrio accettabile da tutte le parti. E mentre il concetto di “win-win” ormai viene insegnato in ogni valido corso di marketing, troppo spesso resta fuori dal dibattito politico tra ultras, che nulla porta alla vera crescita sostanziale della cultura politica di una comunità.


Quando si scelse di “fare l’unione” nazioni diverse tra loro, reduci dalla seconda guerra mondiale, decisero di condividere le risorse che all’epoca erano essenziali per farsi la guerra: il carbone e l’acciaio. Quella scelta non fu presa a cuor leggero, con ogni nazionalista che trasaliva a quell’idea. Fu faticoso e ci volle coraggio. E ci vollero persone che andarono oltre l’interesse nazionale del momento e degli equilibri parlamentari, immaginando un continente da sempre in guerra, che la guerra non se la sarebbe più potuta fare.


Anche quello fu un equilibrio, ma da quell’equilibrio abbiamo guadagnato tutti molto più che conservare qualche particolarismo nazionale e nazional popolare di facciata.


Durante la guerra fredda c’era chi sosteneva che “qualche milione di morti fosse tutto sommato accettabile pur di vincere sul comunismo”. Forse se siamo ancora su questa terra è perché passò una certa linea che venne ben sintetizzata nel film “war game” nella frase “Guerra: l’unico modo per vincerla e non farla”.


A dirlo nel film era una macchina che giocava a tris. Il pensiero era di Robert Oppenheimer.


Ricordare tutto questo non è fare una lezione di storia, ma il cercare di ritrovare il senso di unno stare insieme comune più elevato.

Cosa dovrà fare la Grecia per rimanere nell’eurozona?

La Grecia ha deciso di accettare l’ultima bozza d’accordo proposta dall’eurogruppo. L’eurogruppo ha passato al governo greco una lista di azioni che dovranno essere messe in atto senza nessun ritardo per sbloccare un prestito da 82/86 miliardi di € da parte dei suoi creditori: il Fondo monetario internazionale, la Commissione europea e la Banca centrale europea.
Queste sono le richieste:


1. ottimizzazione dell’IVA
2. allargare la base di tassazione
3. sostenibilità del sistema pensionistico
4. adottare un codice di procedura civile
5. indipendenza dell’ELSTAT, l’ISTAT greco
6. implementazione completa di tagli alla spesa automatici
7. Seguire le direttive delle banche per il rientro del credito
8. Privatizzazione della società elettrica
9. Prendere azioni decise sui prestiti non performanti
10. Assicurare indipendenza all’ente per le privatizzazioni TAIPED
11. De-politicizzazione dell’amministrazione greca
12. Ritorno della Troika ad Atene


Atene aveva chiesto solo 53.3 o 59 miliardi di € ma l’Europa ha stabilito ci fosse bisogno di 20 miliardi in più.
Se il parlamento di Atene approvasse queste nuove riforme la Grecia avrebbe i soldi per pagare il debito scaduto da 1.7 miliardi di dollari al Fondo monetario internazionale così come i 6,7 miliardi di euro dovuti alla Banca centrale europea nei prossimi due mesi. La Grecia avrebbe, finalmente, la liquidità necessaria per far funzionare la macchina statale.


Le banche greche saranno in grado di aver accesso a un fondo di liquidità d’emergenza che permetterebbe loro di ricominciare a distribuire moneta. Dal 29 di giugno, difatti, il ritiro di contanti è stato limitato a 60€. L’Europa ha stabilito di dare liquidità nel periodo che passerà prima della decisione del parlamento in modo da tamponare la situazione.


In aggiunta a tutto questo la Grecia dovrà creare un fondo finanziato con la vendita di beni dello stato al fine di ripagare il debito. La Merkel ha parlato di un fondo da 50 miliardi di €.
In caso non la proposta non venga accettata si parla di un possibile time-out, dall’eurozona, per rendere più facile la ristrutturazione del debito.


La CNBC ha riportato che il Fondo monetario internazionale aveva chiesto anche le dimissioni di Tsipras ma la proposta non è stata accettata.


Ora, in caso di accettazione da parte del parlamento greco, bisognerà scoprire quali saranno le ripercussioni di questo piano sul tessuto sociale greco. La disoccupazione è già al 25% e salirebbe drammaticamente in caso di Grexit, l’incidenza del debito sul PIL è già il più alto d’Europa.


L’accordo è un compromesso tra i fautori della linea dura a oltranza, Germania e Finlandia ad esempio, e Tsipras che ha, dal suo lato, problemi con parte del suo partito. Nessuno delle due parti è contento del risultato e forse proprio per questo questo accordo potrebbe funzionare.

Dana Kyndrovà: la Russia Comunista negli occhi di una grande fotografa

Una mostra straordinaria dal titolo: Russians… their Icons and Desires, della grade fotografa Dana Kyndrovà, in corso a Praga nel Municipio della Città Vecchia nel Chiostro, la Sala dei Cavalieri, fino al 7 agosto del 2015.


Dana Kyndrovà:  la Russia Comunista negli occhi di una grande fotografa


Dana Kyndrovà, nata a Praga nel 1955, comincia a fotografare nel 1973 all’età di 18 anni. Vive nella Cecoslovacchia comunista e dichiara di non aver fatto la giornalista perché durante gli anni del regime fare la giornalista voleva dire essere asserviti al Partito Comunista.
La fotografia dunque , il racconto per immagini, le permette di affermare la sua visione di quel mondo, di documentarlo senza però incorrere nella censura.


Dana Kyndrovà:  la Russia Comunista negli occhi di una grande fotografa


Le sue immagini restano celate per anni ma ora finalmente visibili al grande pubblico, mostrano tutta la loro forza e il grande sguardo di questa donna dalla sensibilità straordinaria .
Dichiara comunque di non aver avuto mai problemi perché il regime non faceva caso alle donne e soprattutto ad una donna armata solo di una macchina fotografica .
Gli anni documentati dagli scatti di Dana Kyndrovà, sono gli anni dell’occupazione sovietica della Cecoslovacchia che vanno dal 1968 al 1991, un periodo che la Kindrovà dichiara essere stato ” di un vuoto spaventoso “.


Dana Kyndrovà:  la Russia Comunista negli occhi di una grande fotografa


Come sappiamo la censura e’ sempre stata l’incubo sotto cui hanno vissuto per anni gli intellettuali e in generale i dissidenti al Partito Comunista Russo , la Kyndrovà riesce però a farla franca perché pubblicherà le sue fotografie solo dopo la Rivoluzione di Velluto del 1989. Insomma aspetterà circa vent’anni prima di mostrare al mondo immagini che parlano più di mille mi libri di storia.


Dana Kyndrovà:  la Russia Comunista negli occhi di una grande fotografa


Sulla questione della ricostruzione storiografia dell’occupazione comunista della Cecoslovacchia la Kyndrovà si sofferma dichiarando che nei libri di storia e’ ancora tutto taciuto.
La storia però si può fare anche con le immagini e la splendida galleria di immagini presentate nella mostra a Praga ne è uno splendido esempio.


Givenchy a Parigi esalta la femminilità

Alle sfilate parigine dedicate alle collezioni autunno – inverno 2015 / 2016 di certo non poteva mancare Givenchy e il tocco di Riccardo Tisci.

 

In soli undici capi il direttore creativo della maison francese ha dato vita ad una collezione ultra femminile capace di risaltarne la sensualità della donna fasciata sia in abiti lunghi ricamati in pizzo ed arricchiti di piume, che in capi prettamente maschili come il gessato, che tirano fuori tutta la forza e vitalità della donna del ventunesimo secolo.

 

La donna Givenchy osa con i bustier abbinati a gonne lunghe a sirena, suit d’alta sartoria, sottovesti che per l’occasione diventano abiti haute couture, il tutto giocato con accessori esagerati in forme, come gli orecchini a cerchio e i rosari da portare al collo.

 

Per l’autunno / inverno 2015 / 2016 Givenchy propone giochi di trasparenze e pizzi per un tocco di vedo – non vedo che suscita un velo di malizia, alternati a tessuti molto eleganti come lo chiffon, il tulle, il Sangallo e ancora lana e maglia, arricchiti di Swarovski, perline e cristalli per una collezione preziosa, tinti in rosa antico, nero, azzurro e giallo che invece ne conferiscono una vena romantica.

 

Ai piedi, stivali open toe da abbinare anche al gessato.

 

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(foto: vogue.it)

Atelier Versace incanta Parigi

Parigi ha ospitato le sfilate per le collezioni d’alta moda autunno / inverno 2015 / 2016, in rassegna dal 5 al 9 luglio.

 

Fra le maison francesi hanno sfilato anche case italiane importanti quali Atelier Versace, seguita da una Donatella Versace che ha dato vita ad una collezione meno aggressiva e più romantica. Questo passaggio è stato esplicato dalla scelta di creare abiti leggeri in chiffon dal taglio sfrangiato, bustier in Swarovski, mini tuniche ricamate, maxi robe in organza, abiti da sera drappeggiati con nodi in tessuto.

 

Quella vena romantica riportata sugli abiti è stata accompagnata da graziose coroncine fiorate che hanno dato più la sensazione di una sbocciata primavera che di un prossimo autunno a venire, così come i sandali e i rami di edera in organza.

 

I colori hanno un sapore nostalgico che ben si concilia con l’intera collezione, cosicché il grigio perla, rosa, color carne, celeste, glicine si possano accostare all’arancione, verde, giallo, più autunnali e consoni alla stagione rappresentata dalla collezione.

 

Tutte queste tonalità tingono i mini dress, le camicie, i leggings fit e abiti da sera giocati su chiffon, georgette, velluto, maglia di metallo, organza, pizzo, piume.

 

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(foto: vogue.it)

ESPN mette a nudo Alexandra Raisman

Alexandra “Aly” Raisman, classe 1994, è una ginnasta statunitense che a soli ventun’anni vanta un palmarés da manuale, con tanto di undici ori raggiunti di cui due durante le Olimpiadi di Londra nel 2012.

 

Alta 157 cm per 54 kg, specializzata nel corpo libero, membro ufficiale delle “Fierce Five” – secondo team statunitense ad aver vinto la medaglia d’oro durante le gare a squadre, Aly Raisman è apparsa sul magazine ESPN – The body issue mettendo a nudo la sua anima da ginnasta.

 

Le foto sono assolutamente reali, fisiche, di grande impatto: mettono in risalto la vera essenza della ginnasta che, senza alcun body e chignon che invece la accompagnano da sempre, si mostra in tutta la sua naturalezza. I muscoli e il fisico praticamente perfetto non sono il punto centrale di una semplice sessione fotografica, ma diventano la chiave di lettura per capire cosa si cela dietro un’infanzia ed adolescenza dedicate ai volteggi, ruote, salti mortali, parallele, che se per molti sembrano solamente dei movimenti accurati, precisi e affascinanti, per Alexandra Raisman rappresentano ore di fatiche e sacrifici a cui, comunque, non rinuncerebbe mai.

 

 

Come la stessa ginnasta ha riportato al giornale, tutto ciò che fa è per la ginnastica, sebbene l’anno prossimo compirà ventidue anni e dunque sarà già vecchia per la sua disciplina, perché il corpo cambia e i tempi di recupero diventano mano a mano più lunghi, ma non per questo smette di allenarsi; certo, trova che dedicare sette ore al giorno alle preparazioni atletiche non sia più così salutare, tanto che non pensa proprio di portare avanti la carriera da ginnasta fino ai trenta o quarant’anni, ma sicuramente si sta impegnando per le Olimpiadi di Rio De Jainero in programma per l’estate prossima.

 

Dietro un body colorato, il capo che indossa la maggior parte delle volte, Alexandra nasconde un mondo che agli occhi degli spettatori è rimasto celato fino ad oggi: l’addome piatto contrasta la muscolatura in evidenza su gambe e braccia che assolutamente non rendono mascolina la figura ma anzi, dimostrano come una donna possa raggiungere obiettivi fisici molto importanti al pari di un uomo allenato. I capelli lunghi poi, rendono giustizia alla sua femminilità talvolta nascosta dietro un’acconciatura molto casta. A furia di doversi presentare così, Alexandra Raisman afferma quanto per lei sia difficile mettersi un tacco dodici e un abito molto elegante, contrariamente alle colleghe che durante alcuni eventi mondani molto importanti quali i Golden Globes, hanno sfoggiato tacchi vertiginosi con grande disinvoltura. Lei invece non potrebbe mai farcela, ma datele una sbarra di 4cm di spessore e saprà incantarvi.

 

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Un’anima pura e semplice, dunque, quella di Alexandra Raisman, che per quanto sia un’atleta fortissima e preparatissima, confida di condurre una vita fatta di cibo sano e riposo giusto ed equilibrato. Lei, che non ha mai avuto problemi alimentari né con il mondo delle droghe dopanti, è un mix di adrenalina da competizione e isolamento dal mondo quando c’è da concentrarsi. E’ costantemente alla ricerca della perfezione e considera ogni traguardo, un semplice step raggiunto da aggiungere agli altri.

 

Ecco perché Alexandra Raisman può essere considerata un chiaro esempio di come l’umiltà spinga costantemente avanti e non ad adagiarsi su ciò che si ha già. Ogni giorno è una conquista e il corpo in tensione immortalato lo dimostra chiaramente.

 

(foto: espn.go.com)

La più grande crisi economica mondiale non è in Grecia ma in Cina

Nelle scorse tre settimane la Cina ha avuto una caduta eccezionale nei mercati e gli investitori stanno iniziando a distogliere lo sguardo da Atene e rivolgerlo a Pechino.
In un mese le compagnie cinesi hanno perso circa 3.900 miliardi di dollari in valore. Un numero che corrisponde a circa quindici volte la dimensione totale dell’economia greca.


Il governo cinese sta tentando di arrestare la spirale e ha reso più lasche le restrizioni sulla quantità di moneta che si può chiedere a prestito per comprare azioni e immediatamente la più grande compagnia finanziaria cinese ha annunciato un piano da 19 miliardi e 400 milioni con lo scopo di acquistare azioni delle più grandi compagnie cinesi. Il governo ha inoltre messo restrizioni alle offerte pubbliche di acquisto delle nuove compagnie in modo da impedire agli investitori di mettere i propri soldi in compagnie che si presentano ora sul mercato azionario mentre altre devono essere sospese.


In aggiunta a queste misure il governo ha stabilito che qualunque investitore che detiene più del 5% dello stock azionario di una compagnia non possa vendere quelle azioni per i prossimi 6 mesi. Queste misure sembrano aver posto un freno alla caduta libera ma i mercati continuano a rimanere nervosi. La Cina è troppo grande e la sua economia è troppo importante nel panorama mondiale per avere oscillazioni di questo tipo.


Oscillazioni, appunto, dato che l’indice di Shanghai è ancora il 74% più dello stesso periodo dello scorso anno mentre Shenzhen è l’84% più in alto. I mercati cinesi erano cresciuti in un modo innaturale, la crescita azionaria non era stata seguita da una crescita pari nell’economia reale la quale, anzi, ha rallentato. Il periodo di mercato toro è stato sospinto da una ingiustificata frenesia da parte dei piccoli investitori che vedendo l’andamento positivo si sono buttati sull’investimento con soldi prestati.


La Cina, poi, ha un mercato azionario particolare: è abbastanza isolato dal resto del mondo per cui sente meno le fluttuazioni delle altre economie. In aggiunta il mercato azionario non è importante a livello economico come in molti altri stati come gli Stati Uniti ad esempio. Pochi piccoli investitori hanno molti soldi nel mercato azionario, i cinesi preferiscono conservare i soldi un po’ come gli italiani per cui questo li rende meno sensibili alle variazioni del mercato. In una situazione come questa lo stato, in caso di necessità potrebbe incoraggiare gli investimenti abbassando i tassi d’interesse.

Il problema principale con la fluttuazione del mercato non è tanto una possibile depressione ma un allontanamento dagli obiettivi politico/economico della dirigenza cinese. Xi Jinping ha sempre creduto che la crescita dell’economia cinese dovesse essere sostenuta non dai prestiti bancari ma dal mercato azionario. Il popolo di internet ha già trovato il suo colpevole nel presidente della Securities and Regulatory Commission, Xiao Gang. L’ex presidente della Bank of China è diventato uno delle persone più insultate su Weibo, l’equivalente cinese di Twitter.

MARIA MULAS RITRATTO DI UNA GRANDE FOTOGRAFA ITALIANA

Maria Mulas, nata a Manerba del Garda nel 1935, è una delle più grandi fotografe italiane.

I suoi esordi sono nella pittura ma a metà degli anni sessanta comincia a dedicarsi solo alla fotografia.

La fotografia si respirava in casa se si considera che il fratello di Maria Mulas è Ugo Mulas, un altro importante nome nel panorama della fotografia italiana .

Maria Mulas è la protagonista di una mostra alla galleria Twenty14 contemporary di Milano dal titolo Sospetto.


MARIA MULAS RITRATTO DI UNA GRANDE FOTOGRAFA ITALIANA


La galleria Twenty14 contemporary si occupa in modo eccelso di fotografia presentando il lavoro di molti astri nascenti della fotografia.

Nel caso di Maria Mulas non ci troviamo certo di fronte ad un esordiente anche se alcuni degli scatti presenti in mostra hanno qualcosa di profondamente genuino , uno sguardo , quello della Mulas nella mostra Sospetto, vitale e immediato .

Ciò vale in modo inequivocabile per le fotografie che ritraggono angoli magici dell’isola di Stromboli.


MARIA MULAS RITRATTO DI UNA GRANDE FOTOGRAFA ITALIANA


Maria Mulas mi spiega che le foto scattate a Stomboli sono invece abbastanza studiate e che le ha scattate mentre si trovava sull’isola a casa della figlia.

Le fotografie scattate a Stomboli hanno una magia “purista”.

La luce, in generale, è la grande protagonista della fotografia di Maria Mulas, una luce che , come nei quadri di Caravaggio, pare apparire come un miraggio di un altrove.

Il fascino misterioso dell’isola di Stomboli ha sempre attratto le menti più raffinate.
La luce di Stomboli, in effetti, forse per la presenza della nera sabbia vulcanica, ha qualcosa di unico al mondo.


MARIA MULAS RITRATTO DI UNA GRANDE FOTOGRAFA ITALIANA


Maria Mulas però, se a Stromboli diventa quasi un’adolescente con la macchina fotografica, ha alle spalle una carriera dove si può rintracciare tutta la maestria della grande ritrattista e della grande tecnica compositiva.

Basti pensar a opere come i famosi ritratti di Andy Warhol o alle composizioni architettoniche e geometriche.

Talvolta, anzi spesso, niente riassume e identifica il lavoro di un’artista meglio di ciò che dice della sua opera.

In questa riflessione di Maria Mulas troviamo il senso autentico di ciò che più in generale potremmo affermare sull’essenza stessa della fotografia .



MARIA MULAS RITRATTO DI UNA GRANDE FOTOGRAFA ITALIANA

“La macchina fotografica allarga le proprie possibilità: non si limita a fissare un momento e cioè un punto, ma conquista una durata. Come se si potesse vedere il trascorrere di quel momento per qualche secondo, il suo slittare nel prima e nel dopo di quell’attimo, nel sopra e nel sotto di quello spazio. Ma soprattutto si cerca, di quel punto, l’interna incoerenza e la vertigine che ci può procurare”.

Mai parole furono meglio pronunciate per dirci cos’ è in fondo una fotografia.



MARIA MULAS RITRATTO DI UNA GRANDE FOTOGRAFA ITALIANA

Maria Mulas che di ritratti ne ha fatti tanti, da Henry Moore, Keith Aring , Giorgio Streler , Andy Warhol, si concede a D-Art per un ritratto.

E’ lei stessa a spiegarmi che quando fotografa qualcuno non pensa mai a cogliere il soggetto in modo inconsapevole ma anzi tende a cercare il carattere autentico della persona ritratta.

Il questionario di Marcel Proust ci dona un ottimo ritratto di questa simpatica, intelligente e grande fotografa italiana.


Il tratto principale del tuo carattere.

Sono gli altri a doverlo dire, comunque sono troppo timida e come tutti i timidi esagero e divento esuberante.


La qualità che ammiri in un uomo.

La sincerità.


La qualità che ammiri in una donna.

La vera amicizia, la lealtà verso le altre donne.


Quel che apprezzi di più nei tuoi amici.

Che siano veramente amici… che non tradiscano.


Il tuo principale difetto.

Sono esigente troppo esigente…


Il tuo sogno di felicità.

Vivere sempre…


Quel che vorresti essere.

Mi accontento quel che sono.


Il paese dove vorresti vivere.

Roma ma è talmente caotica che poi scappo subito.


Il colore che preferisci.

Il rosso scuro, intenso.


Il fiore che ami.

La gardenia per il suo profumo.


L’uccello che preferisci.

L’usignolo.


I tuoi autori preferiti in prosa.

Borges, a cui ho anche fatto ritratto


I tuoi poeti preferiti.

Leopardi senza dubbio e Ungaretti.


I tuoi pittori preferiti.

Gianni Colombo, è un grande.


Quel che detesti più di tutto.

L’avarizia.


Quel che c’è di brutto in te.

Di me non mi piace niente.


Il dono di natura che vorresti avere.

Più alta.


Lo stato attuale del tuo animo.

Un po’ disperato.


Le colpe che t’ispirano maggiore indulgenza.

I poveri che rubano.


Il tuo scatto fotografico preferito.

Quello di Warhol che mi fotografa mentre io fotografo lui.


Come vorresti morire.

La morte non mi piace mai… come viene viene…




Twenty14 contemporary,

Piazza Mentana,7 Milano

Tel 02-49752406

Giovani Tsipras crescono

La vittoria schiacciante di Tsipras al referendum greco ha fatto guadagnare al Primo ministro e leader di Syriza una grande popolarità a livello mondiale.
Una popolarità che lo ha portato a ricevere una lettera inaspettata, quella dello storico leader cubano Fidel Castro: “La sua nazione, specialmente il suo coraggio in questa situazione, solleva ammirazione nei popoli dell’America Latina e dei Caraibi di questo emisfero nel testimoniare come la Grecia, contro le aggressioni esterne, difende la sua identità e cultura. Le auguriamo, stimato companero Alexis Tsipras, il più grande dei successi.” La lettera era scritta a macchina e firmata a mano.


Questa lettera è stato il suggello dell’avvenuta trasformazione del leader greco in simbolo della sinistra internazionale, della lotta del piccolo contro il grande, dell’uomo comune contro il capitalismo senza faccia.


I paesi dell’eurozona hanno tentato di dare a Tsipras un ulteriore ultimatum. La Grecia deve presentare un nuovo piano entro la fine della settimana o prepararsi all’espulsione de facto al summit previsto domenica. Insomma, il grande rischio politico preso da Tsipras con il referendum ha pagato, in caso di risultato negativo sarebbe stato difficile rimanere al governo, con un risultato positivo come questo, invece, ha guadagnato un enorme credito politico.


Il populismo di sinistra di Syriza sta prendendo piede in Europa; in Spagna, una delle altre nazioni a rischio fuoriuscita dall’eurozona, Podemos, un partito fortemente ispirato a Syriza, è molto alto nei sondaggi. In Italia, paese non certamente messo benissimo, è nato Possibile, altro partito a sua volta fortemente ispirato a Podemos e fondato da un fuoriuscito del PD, Pippo Civati.


L’Europa si è protetta con tutti i mezzi possibili da un contagio economico in caso di uscita della Grecia ma non ha pensato al contagio politico. In situazione di crisi economica i partiti alle frange estreme dello spettro politico tendono a guadagnare consenso; in una Germania schiacciata dalle compensazioni di guerra dopo la Prima guerra mondiale è emerso il nazismo, per esempio. Il populismo di sinistra e di destra sta prendendo voti in molti stati europei, dal Front National in Francia a Orban in Ungheria Tsipras in Grecia. Partiti che prima erano relegati ai margini della vita politica dei propri paesi ora sono al governo o possono sperare di avere un peso molto rilevante nelle politiche del paese.


Nessuno vuole uno stato fallito nell’Europa del sud, l’instabilità politica, oltre che quella economica sarebbe insopportabile per moltissimi stati, Stati Uniti compresi.

D’Alema spiega la crisi greca in modo chiaro

Massimo D’Alema ha rilasciato una intervista a La Stampa in cui evidenzia come sia ben lontano dall’interesse europeo un Grexit e che da un eventuale fallimento della Grecia o da una politica di lacrime e sangue gli unici che ci guadagnino siano le banche, in primis tedesche, poi francesi e, infine, italiane.
Qui c’è l’intervista su La Stampa.


“L’Europa sta affondando in un bicchier d’acqua! Per mancanza di forza politica – prosegue -. Per mancanza di leader come Helmut Kohl, che fu capace di risolvere il problema della Germania Est in un notte, quella in cui seppe dire: ‘parità del marco!’ In quei giorni l’establishment e gli economisti ripetevano: è folle! Se Kohl avesse ragionato con la logica attuale, avrebbe imposto lacrime e sangue ai tedeschi dell’Est. Disse: a costo di sacrifici, andiamo avanti tutti insieme. E i risultati li abbiamo visti. Questo è il coraggio della politica. Non fu un favore ai tedeschi dell’Est, perché poi fu tutta la Germania a fare il salto. Iniziativa generosa, la stessa che cinque anni fa l’Europa avrebbe dovuto compiere con la Grecia: stiamo parlando di un debito di 330 miliardi e di un’Europa che, per il mancato accordo, ha bruciato nelle Borse 7-800 miliardi soltanto negli ultimi giorni”.


“In mancanza di meccanismi di aggiustamento si va verso la compressione dei salari, dei consumi e dei diritti dei lavoratori – spiega D’Alema -. L’effetto è la rivolta progressiva nelle aree più deboli dell’eurozona e l’estendersi di un sentimento di rivolta che può assumere due diversi caratteri; una rivolta sociale con forme di populismo di sinistra; o può invece prevalere la rivolta nazionalistica anti-europea, di destra. Serve una classe dirigente che si renda conto di questi pericoli”.


“In questa vicenda il socialismo europeo non si è mosso in modo unitario e questo ha influito negativamente sulla capacità di incidere sulle scelte europee. Quello della Grecia è un grande test per il riformismo europeo. Se in Europa dovesse prevalere l’idea meschina di dare una lezione alla Grecia con l’illusione di punire chi non ‘fa i compiti a casa’ e fermare così la deriva populista, questo avrebbe un effetto boomerang sui Paesi più esposti”.


D’Alema aveva già parlato di Grecia a RaiNews24. Il canale allnews della Rai aveva invitato D’Alema a parlare dell’appello dei premi Nobel per l’economia Stiglitz e Krugman che chiede più flessibilità per la Grecia.





“In Germania il costo del denaro è bassissimo, quindi le banche tedesche raccolgono denaro a un costo quasi nullo. Con quei soldi comprano i titoli della Grecia, che essendo un paese a rischio paga tassi altissimi, il 15%. In questo modo guadagnano una montagna di soldi. Attraverso la differenza dei tassi d’interesse. Enormi risorse si trasferiscono da un paese povero, la Grecia, a un paese ricco, la Germania. Il paese povero si impoverisce sempre di più, il paese ricco si avvantaggia sempre di più”. Come se non bastasse questa contraddizione, continua il suo ragionamento l’ex premier, quando la Grecia non è più in grado di pagare, arrivano gli aiuti europei. “Noi abbiamo dato alla Grecia 250 miliardi di euro. Ma non per le pensioni dei greci, ma per pagare le banche tedesche. Si dice: ‘Noi paghiamo le pensioni dei greci’. No! Noi paghiamo le banche tedesche, e di questi soldi i greci non sentono neanche l’odore”

Eros e thànatos

I processi psichici vanno considerati come delle energie, delle forze della mente, che possono essere orientate verso un oggetto. È evidente che una tale impostazione allude a un concetto della fisica: la capacità di un corpo a compiere un lavoro. Anche l’energia psichica si colloca in questa linea. Il lavoro è qualsiasi prodotto mentale, cioè non solo l’attività conoscitiva, ma anche tutto ciò che concerne la sfera emotiva che precede, accompagna e segue la conoscenza, tutto quel mondo di precomprensioni, pregiudizi, aspettative intenzioni, desideri, motivazioni, interessi e così via.


Le principali forme di energia sono la libido e l’aggressività. Esse hanno un’origine innata e biologica e, pertanto, sono presenti sin dalla nascita. La libido è un’energia costruttiva orientata alla vita; l’aggressività possiede invece una qualità distruttiva. La meta è la soddisfazione della pulsione, l’oggetto è il mezzo di cui si serve la pulsione per raggiungere la soddisfazione.
In Al di là del principio del piacere del 1920, Freud definisce la posizione teorica finale, secondo la quale esistono due istinti contrapposti: l’istinto di vita e l’istinto di morte; la pulsione aggressiva è una componente di quest’ultimo. La realtà della morte, dunque, è intrinseca al dinamismo psichico. È un istinto che alla nascita è rivolto contro di sé, poi viene deviato verso l’esterno tramite l’influenza della libido, del Super-Io e dell’Io.


Freud precisa che le forze dinamiche sono tendenze orientate verso un fine. Il fine ultimo dell’attività psichica è ricercare il piacere ed evitare il dolore. L’accessibilità alla coscienza spesso è interdetta dalla rimozione, che è lo sforzo di mantenere pensieri specifici al di fuori della consapevolezza per evitare spiacevolezza o dolore.


Proprio perché presenti fin dalla nascita e, per giunta, influenzati dal Super-Io, questi dinamismi fanno sì che il passato influisca sul presente del soggetto. Tale prospettiva identifica degli elementi significativi per l’analisi del passato, del presente e perfino del futuro. Pertanto, alla base della nevrosi adulta non di rado ci sono traumi infantili: perciò il sintomo negativo potrà essere eliminato solo risalendo alla sua genesi e al suo sviluppo nell’età infantile. La psicoanalisi permette di tornare indietro da una struttura psichica a un’altra che l’ha preceduta e dalla quale si è evoluta.


Le origini di conflitti, aspetti del carattere, nevrosi ed elementi strutturali della personalità sono da collocarsi negli eventi e nei desideri dell’infanzia e nelle fantasie che essi hanno generato.

Quando la personalità è molto disturbata, il contatto con la realtà appare del tutto compromesso: è il caso della psicosi.

Le origini di conflitti, aspetti del carattere, nevrosi ed elementi strutturali della personalità sono da collocarsi negli eventi e nei desideri dell’infanzia e nelle fantasie che essi hanno generato.


Le energie possono entrare in contrapposizione tra loro, sfociando in un conflitto. Se non si riesce a risolverlo, di solito sorgono i sintomi della fobia o sintomi fisici (come una paralisi isterica). La contrapposizione principale è tra pulsioni di morte e pulsioni di vita (in cui si pone la libido): eros e thanatos. «Se eros tende a creare organizzazioni della realtà sempre più complesse o armonizzate, thanatos tende a far tornare il vivente a una forma d’esistenza inorganica», ribadisce Freud.


Alla luce di queste riflessioni generali, appare non solo legittimo ma altamente valido il ricorso all’indagine psicoanalitica. Esso consisterà non tanto in una particolare tecnica psicoterapeutica, finalizzata al trattamento di disturbi neurologici, quanto in uno sguardo sistematico critico sulle conoscenze che un determinato fenomeno è in grado di focalizzare.

L’inconscio

Il concetto d’inconscio è al centro della teoria e della pratica psicoanalitica.

Va notato, anzitutto, che, a differenza di quanto accade a livello di consapevolezza, l’inconscio non segue le leggi della logica. In modo particolare, viene abolito il concetto di tempo, così che qualsiasi evento può essere rivissuto a prescindere dai suoi legami con una reale sequenza cronologica: un ricordo, un’impressione, un impulso risalente al passato può produrre un effetto più incisivo di uno recente o viceversa.


Nell’inconscio, soprattutto, viene meno quello che è il principio-base di ogni conoscenza, cioè ilprincipio di non contraddizione. È nota la formulazione classica di questo principio proposta da Aristotele: una cosa non può nello stesso momento essere e non essere sotto lo stesso aspetto. Ebbene, è proprio questo che, al contrario, si verifica nella sfera dell’inconscio: in essopossono mescolarsi e coesistere impulsi tra loro opposti senza che essi si annullino reciprocamente.


Per l’inconscio, perciò, non è valida la stessa critica razionale che si applica alle idee del sistema conscio. Questo significa che un soggetto non è capace di affrontare un impulso inconscio, a meno che questo impulso non venga portato alla coscienza. Pertanto, le pulsioni inconsapevoli posseggono una enorme forza di condizionamento rispetto alla volontà della persona.


Nella mente nulla avviene per caso. Ogni fatto psichico è connesso per via causale agli eventi che l’hanno preceduto; perciò ognuno di essi ha un suo significato e una sua importanza nella vita psichica. Non necessariamente, però, questi eventi si compiono all’interno di una piena consapevolezza, ma si svolgono come processi inconsapevoli. Pensieri, sentimenti e impulsi sono fenomeni ed eventi concatenati e casualmente connessi.


Naturalmente, non tutti i fenomeni inconsci sono inconsci allo stesso livello: alcuni, più propriamente detti preconsci, sono facilmente richiamabili alla memoria mediante uno sforzo di concentrazione; altri, invece, richiedono un impegno terapeutico per superare il muro che impedisce l’accesso alla coscienza.


Mediante libere associazioni, in cui il soggetto riferisce all’analista qualsiasi pensiero gli venga in mente evitando ogni censura, sipuò dedurre cosa passi inconsciamente nella mente del paziente. Il lavoro analitico, pertanto, permette di studiare i processi mentali e giungere alla costruzione di un complesso d’ipotesi sul funzionamento normale o patologico della mente. Le attività mentali inconsapevoli non possono essere osservate direttamente, ma se ne possono osservare gli effetti, i derivati, e da questi risalire alle cause.


L’inconscio può essere considerato sotto due aspetti: riguardo al suo contenuto, esso rappresenta tutti quei fenomeni della psiche che non raggiungono la coscienza; riguardo al «luogo» del suo manifestarsi, invece, esso è il deposito di quei contenuti della coscienza che sono diventati oggetto di rimozione. Solo attraverso l’indagine dell’inconscio è possibile risalire a eventi psichici di solito traumatici che sono stati rimossi nel tempo.

I leader europei continuano con la linea dura nei confronti della Grecia

Secondo i leader europei la Grecia è sempre più vicina all’uscita dall’eurozona. Alexis Tsipras doveva presentare, a un incontro d’emergenza, una serie di nuove proposte che avrebbero dovuto salvare la Grecia dalla bancarotta ma, secondo i leader presenti, non ha proposto nulla di nuovo. La Grecia come risultato è ancora più vicina ad una uscita de facto dall’euro.


Queste dichiarazioni hanno trasformato gli investitori mondiali nei pensionati che tentano di ritirare i loro soldi in banca. Tutti tentano di incassare fino a quando è possibile farlo. Sono anni, ormai, che i finanzieri in Europa stanno preparando firewall allo scopo di limitare i danni di una uscita della Grecia dall’Euro. Questi firewall consistono in prestiti a basso costo da parte della Banca Centrale Europea e la creazione di un fondo d’emergenza chiamato Meccanismo di stabilità europea che ha lo scopo di aiutare gli stati in tempo di crisi. Questa però è tutta teoria, nessuno stato è mai uscito dall’Euro per cui nessuno da di preciso cosa aspettarsi.


Se la Grecia non riuscirà a pagare i propri debiti molte banche entreranno in crisi dato che saranno esposte per miliardi di Euro. I giganti bancari mondiali come Goldman Sachs e Deutsche Bank che guadagnano buona parte dei loro profitti negli investimenti saranno colpiti in modo particolarmente duro. Queste banche faranno molta fatica a investire in futuro.


I mercati mondiali sono ugualmente a rischio, l’economia greca non è centrale nel panorama mondiale ma, quantomeno, a breve termine ci sarà una crisi dei mercati. In particolar modo nell’eurozona. L’Euro ha già raggiunto il minimo in rapporto al dollaro negli ultimi 12 anni ed è destinato a cadere ancora in caso di Grexit.


Nel momento in cui la Grecia ha mancato la prima tranche di pagamento il Dow Jones è sceso di 350 punti, il più grande crollo del 2015. Tutti i mercati globali sono bassi. Anche quelli del petrolio, questa settimana fra le preoccupazione per il Grexit e il crollo del mercato di Pechino i prezzi del petrolio sono scesi dell’8% e sono al minimo da 8 mesi a questa parte.


L’uscita della Grecia dall’Euro potrebbe mandare in crisi nazioni come il Portogallo o la Spagna che sono già in difficoltà e farebbero fatica a resistere ad una nuova crisi.


I Greci non vogliono uscire dall’Euro ma una permanenza senza austerità è utopica al momento. Tsipras ha chiesto altri 30 miliardi dal fondo di emergenza per pagare i debiti in scadenza, come ad esempio quello già scaduto al fondo monetario internazionale e quello, molto più consistente, che Atene deve alla Banca Centrale Europea. I leader europei però non paiono disposti a dare alla Grecia altro tempo e si sono detti, tutti, molto pessimisti sulla soluzione della crisi.

True Detective, Maybe Tomorrow toccherà a Ray Velcoro

True Detective continua a avventurarsi nei più scuri meandri della personalità dei propri protagonisti e parte risolvendo subito il colpo di scena della scorsa puntata: Ray Velcoro è vivo e vegeto, il poliziotto, dopo un sogno che ha qualcosa di lynchiano si risveglia per scoprire di essere stato colpito da un proiettile di gomma “Come quelli che usano i poliziotti” e di essersi “pisciato addosso”.


Frank, nel frattempo, è così assorto nei suoi problemi da non essere in grado di godersi una fellatio gentilmente offerta dalla moglie come metodo di estrazione del seme per l’inseminazione artificiale. Questa è solo il primo dei problemi di Frank, disperatamente alla ricerca di soldi va a estorcerli da un socio, poi litiga con il potente emissario della mafia russa e con dei suoi ex scagnozzi che alzano la cresta. Frank è costretto a riaffermare la sua posizione di maschio alfa e strappa tutti i denti d’oro del malcapitato. Come se non bastasse l’amico di Frank, Stan, viene trovato morto.


Paul Woodrugh (Taylor Kitsch) sembra abbia, ormai, fatto coming out. Quando Paul si incontra con un ex compagno d’armi e lui, ubriaco, chiede se ha intenzione di continuare a fare quello che facevano quando erano in missione insieme lui reagisce in malo modo. Poco dopo si fa aiutare da un giro di gigolò gay nella ricerca di una prostituta che ha avuto a che fare con Caspere.


Una delle parti interessanti però è la visita a un set cinematografico nella città di Vinci che era stato ottenuto grazie ai buoni uffici di Caspere, il film ha un che di post apocalittico alla Mad Max e, secondo il fotografo di scena, è “about two tons of shit” ma la cosa più interessante è il regista, un uomo mezzo asiatico che tieni i capelli in uno strano crocchio, è un po’ viscido, arrogante, bevitore e, forse, amante delle prostitute. Il personaggio è un chiaro riferimento a Cary Fukunaga, il regista della prima stagione di True Detective che ora ha abbandonato la regia per passare a essere un produttore esecutivo dopo alcune voci che parlavano di un litigio tra lui e Nic Pizzolato.


Una immagine sta prendendo forma tra i rapporti con i pessimi padri e le crisi di coppia. Tutto sembra interconnesso come gli svincoli stradali che servono da cambio scena. Pieni di persone indaffarate e tutte con i loro loschi interessi e i loro oscuri segreti. Pian piano si inizia a scoprire che tutti sono in qualche modo connessi, anche i poliziotti incaricati di risolvere il caso sono una parte dell’ingranaggio, che lo sappiano o no.


L’oscurità in questo episodio sembra aver raggiunto tutti, il dottore chiede a Ray se vuole vivere e lui non riesce a rispondere, Semyon è in un vortice in cui tutto quello che può andare male va male, Paul, nonostante la volontà di essere un uomo a posto si trova perfettamente a suo agio nel club in mezzo ai ragazzi di vita. L’unica che sembra essere al di fuori da questo girone infernale sembra essere Ani ma forse questo è il suo compito. L’unico momento in cui sembra perdere il controllo è quando insegue l’uomo mascherato fino su di una autostrada e rischia di farsi investire, cosa la motiva così a fondo? Non resta che vedere un altro pezzo di questo quadro harboiled che Pizzolato ci ha confezionato.

C’è vita sulla cometa 67P/Churyumov-Gerasimenko?

La cometa 67P/Churyumov-Gerasimenko, studiata in dettaglio dalle sonde Philae e Rosetta a partire dal settembre del 2014, si è rivelata un corpo celeste con caratteristiche del tutto peculiari ed inaspettate. Ora due astronomi hanno proposto una spiegazione radicale delle sue proprietà uniche, suggerendo che potrebbero essere dovute all’azione modellante di alcuni particolari microrganismi. Il Dr. Max Wallis dell’Università di Cardiff ha proposto l’idea ieri al National Astronomy Meeting di Llandudno, in Galles.


I dati raccolti da Rosetta hanno rivelato una cometa dalla forma irregolare, con un’estensione di 4.3 per 4.1 chilometri, interamente ricoperta da una sottile crosta nera sotto la quale giace uno spesso strato di ghiaccio. Le immagini ad alta risoluzione mostrano numerosi crateri dal fondo piatto e levigato, che giacciono su una superficie asimmetrica costellata da rocce di notevoli dimensioni. All’interno dei crateri sono stati rilevati depositi di acqua ghiacciata con tracce di detriti organici, mentre sui bordi è possibile osservare una rete di fratture che affondano nello strato di ghiaccio sottostante.


Secondo Max Wallis e Chandra Wickramasinghe, direttore del Buckingam Centre for Astrobiology, le strane caratteristiche di 67P/Churyumov-Gerasimenko sarebbero pienamente compatibili con l’accumulo sulla sua superficie di una miscela composta da acqua e materiale organico – prevalentemente microrganismi – formatasi durante il transito della cometa nei pressi del Sole. In accordo con il loro modello si tratterebbe di forme di vita rudimentali in grado di produrre sali antigelo, quindi particolarmente adatte a sopravvivere per lunghi periodi di tempo in un regime di bassa temperatura (fino a -40 gradi Celsius) colonizzando le crepe nel ghiaccio.


Le aree della cometa illuminate dal Sole avrebbero raggiunto una temperatura ideale per la colonizzazione lo scorso settembre, quando il corpo celeste si trovava a circa 500 milioni di chilometri dalla stella e iniziavano a manifestarsi le prime eruzioni di gas proveniente dagli strati di roccia più interni. Con l’innalzamento della temperatura media sulla superficie di 67P/Churyumov-Gerasimenko, che raggiungerà il suo picco quando la cometa arriverà al perielio, l’attività dei micro organismi dovrebbe incrementare notevolmente. “Rosetta ha già mostrato che la cometa non può essere considerata come un corpo celeste inattivo”, ha sottolineato Wallis, “perché è in grado di supportare processi geologici attivi che possono trasformarla in un ambiente ospitale per alcuni micro organismi, con condizioni simili a quelle delle regioni polari”.


Come ulteriori prove a supporto della loro ipotesi, Wallis e Wickramansinghe hanno citato le rilevazioni effettuate da Philae, che avevano sottolineato la presenza di molecole organiche complesse sulla superficie della cometa, e le immagini ad infrarossi scattate da Rosetta nel settembre dello scorso anno. “Se l’orbiter Rosetta ha trovato prove di vita organica sulla cometa”, ha commentato Wickranmansinghe, “sarebbe un giusto tributo per celebrare il centenario della nascita di Sir Fred Hoyle, uno dei pionieri indiscussi dell’astrobiologia.”

La struttura del soggetto secondo Freud

Tra le principali opere di Sigmund Freud sono da segnalare: Le origini della psicoanalisi, Psicopatologia della vita quotidiana, Tre saggi sulla teoria della sessualità, Al di là del principio del piacere, Introduzione alla psicoanalisi, Il disagio della civiltà. In esse Freud delinea la teoria e la prassi della psicoanalisi.


Alla luce del pensiero freudiano, la struttura della persona umana oscilla tra l’Es, cioè la sua base fisiologica e istintiva, e il Superego o Super-Io, cioè il condizionamento che subisce dall’ambiente: all’interno di queste due spinte contrapposte, si forma l’Ego, la singola originale personalità.


L’Es è una struttura inconscia, che spinge a favore della soddisfazione delle pulsioni inconsce dell’individuo. A sua volta, la pulsione ha la sua fonte all’interno del corpo e ha una carica che cerca soddisfacimento. La scelta dell’oggetto nel quale si cerca un tale soddisfacimento si struttura nel corso dello sviluppo dell’individuo e trova rappresentazione nella sua vita psichica.


Anche il Super-Io è una struttura quasi completamente inconscia, ma è costituita come dall’esterno, cioè dalla rappresentazione delle regole, delle tradizioni e dei divieti morali a cui una persona è soggetta. Soprattutto nell’infanzia, vengono interiorizzate le figure genitoriali che creano come una rete di controllo e di contenimento nei confronti dell’Es e delle sue pulsioni.


L’Io è la struttura organizzatrice della personalità. Esso si colloca come equilibrio e mediazione tra gli impulsi inconsci dell’Es e le esigenze della realtà. L’Io si serve di meccanismi di difesa per poter gestire la realtà o, meglio, gestirsi nella realtà.


In questa architettura della mente, l’ultimo livello è la coscienza, i cui contenuti sono immediatamente accessibili. Essa si basa sul principio di realtà (le cui azioni e ideazioni sono date dal confronto con il mondo) e segue processi logici e razionali per un corretto adattamento alla realtà esterna.


L’analisi del soggetto porta a scoprire nell’Es il duplice movimento di amore alla vita e di ricaduta nell’inerzia e nella morte come componenti di tutto il divenire umano.


Un fenomeno particolarmente importante dell’azione dell’inconscio è costituito dalla nevrosi, che è, in senso generale, un insieme di disturbi psico-patologici scaturiti da un conflitto di tipo ansiogeno. Si tratta di un complesso di disordini psichici causati da una patologia generale del sistema nervoso, che provocano a vari livelli disagio o sofferenza nell’individuo.


Come ben videro Sigmund Freud e i suoi seguaci, la nevrosi molte volte deriva da una rimozione o repressione di istinti, pulsioni e desideri il cui contenuto non si manifesta a livello cosciente, ma la cui soddisfazione è necessaria, altrimenti si dà luogo a disturbi del comportamento che durano nel tempo e incidono sulla vita della persona, rendendone difficoltose le relazioni affettive e compromettendone non solo le capacità di lavoro ma perfino alcune funzioni fisiologiche e psicologiche. A causa del vissuto personale di ogni soggetto, le nevrosi possono sfociare in diverse manifestazioni psicopatologiche, quali fobie, ossessioni, isteria, angoscia ed altre.


La stessa idea della temporalità subisce una profonda modificazione: il tempo, infatti, viene concepito come lineare, cioè progressivo o regressivo; ma le nevrosi ci fanno comprendere che esso è anche ripetitivo, ricorrente, simultaneo. Ciò produce un totale «spaesamento», per cui l’uomo non si sente più possessore del tempo, ma prende coscienza di essere posseduto da esso.

CINTI OPENING STORE CATANIA

Il brand bolognese di calzature ha aperto un nuovo store il 27 Giugno a Catania.

Cinti vi aspetta in Corso Italia 42, nel cuore del centro storico della città siciliana.

Uno spazio di 38 mq, che ospiterà la collezione, proposta attraverso una vasta selezione che spazia da calzature da donna e da uomo, alle collezioni di borse e di gioielli.

Un’ampia vetrina definisce l’accesso alla nuova destinazione Cinti nel cuore del centro storico catanese, con un allestimento dell’ambiente espositivo che crea un fil rouge dall’esterno all’interno del negozio, mantenendo un’immagine sofisticata ed elegante.

L’arredo dello store è caratterizzato da materiali che variano dal caldo parquet in legno al bianco e al dorato delle pareti, dai dettagli in acciaio agli specchi e le superfici luminose, che creeranno un’atmosfera calda e accogliente.

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Come scoppierà la Terza guerra mondiale?

Con l’invasione, non palese, da parte di soldati russi nel territorio Ucraino si è ufficialmente inaugurata una nuova era nella politica estera Russa, Putin vuole riconquistare l’Europa dell’Est e allontanare la NATO dai suoi confini.


La Russia aveva fatto le prove generali dell’invasione in Ucraina con la guerra in Abkhazia e Ossezia del Sud, due territori a maggioranza etnica russa in uno stato, la Georgia, che si stava avvicinando sempre più all’occidente, tanto da considerare un eventuale ingresso nella NATO. I russi supportarono i ribelli filo russi prima in modo discreto, poi in modo sempre più palese, fino ad arrivare a invadere in forza le piccolissime regioni nonostante gli Stati Uniti si fossero esposti in prima persona, con una visita del vicepresidente Joe Biden a Tbilisi.


I russi hanno testato la reazione della NATO che di fatto, a parte qualche generico richiamo, non c’è stata. Putin quindi ha calcato ulteriormente la mano e dopo qualche tempo ha usato lo stesso schema in grande in Ucraina.


La Russia è consapevole della sua attuale debolezza in fatto di esercito tradizionale e ha adottato un approccio che chiama “Guerra ibrida”. Lo schema è sempre lo stesso: una zona con una forte presenza etnica russa viene agitata con una campagna mediatica e con agitatori interni; scoppiano le proteste; le proteste diventano violente; i russi inviano “omini verdi” cioè militari senza documenti con il compito di far diventare i protestanti dei miliziani; alla reazione dello stato i russi infiltrano veri e propri soldati con armi pesanti a cui segue una protezione “politica”; si dichiara la secessione dallo stato.


Questo schema funziona e i russi lo stanno perfezionando. Prima sono partiti da una nazione che aveva appena iniziato a discutere di un eventuale entrata nella NATO, poi si sono concentrati su una nazione più importante e più vicina all’Europa occidentale come l’Ucraina che stava per avvicinarsi ancora di più all’Europa e alla NATO, il prossimo obiettivo potrebbero essere gli stati baltici, l’Estonia ad esempio. Peccato che l’Estonia faccia parte della NATO.


I russi hanno iniziato ad essere molto attivi al confine con la piccola repubblica baltica, sia a terra che nello spazio aereo e la NATO ha già reagito in modo piuttosto deciso. La NATO ha reagito agli sconfinamenti dello spazio aereo con un pesante pattugliamento della zona con molti caccia (4 italiani) e si è già sfiorato l’incidente. Quando sconfinano i caccia russi spengono il transponder per rendersi più difficilmente rintracciabili ma in questo modo rischiano di provocare collisioni con gli altri aerei presenti nell’area come è già successo un paio di volte.


Il nuovo punto di scontro potrebbe essere la città estone di Narva, dove c’è una maggioranza etnica russa e dove c’è già stata qualche incomprensione. Gli USA hanno fatto passare proprio nel mezzo della città una enorme colonna di mezzi e soldati diretti a una esercitazione. La situazione rischia di degenerare a causa di quello che gli scienziati politici chiamano il dilemma della sicurezza, una delle cause scatenanti della prima Guerra mondiale. Il dilemma della sicurezza è quella situazione in cui le due parti vedono le proprie azioni come difensive mentre la parte opposta le vede come offensive. L’escalation è difficile da arrestare in questa situazione.


Il tutto fa ancora più paura alla luce del recente cambiamento nella politica nucleare russa. La Russia ogni tanto pubblica un documento di dottrina nucleare, un documento formale, che delinea i criteri necessari all’uso di una bomba atomica. Negli ultimi anni per i russi è diventato sempre più facile usare l’atomica. Nell’ultimo aggiornamento è stato previsto che anche nel caso ci sia un attacco di forza convenzionale che possa mettere a rischio esistenziale lo stato l’uso dell’arsenale nucleare sarà consentito. Per esempio, quindi, se una colonna di carri armati americani si dirigesse verso mosca la Russia potrebbe rispondere con una bomba atomica.


Una teoria si sta facendo sempre più largo tra gli addetti ai lavori, Putin vuole far sciogliere la NATO. Il piano potrebbe essere di far scoppiare un conflitto nell’area baltica mettendo davanti a una scelta molto difficile i suoi membri: tener fede ai propri impegni e contrattaccare e rischiare di far scoppiare la terza Guerra mondiale per un piccolo stato ex sovietico o non fare nulla e di conseguenza sciogliersi. Una tattica molto rischiosa ma allo stesso potenzialmente molto remunerativa, Putin potrebbe ottenere quello che ai leader sovietici non è mai riuscito, sconfiggere la NATO.

LISA YUSKAVGE E LE SUE COSTOSE DONNE OGGETTO

Lisa Yuskavage è un artista americana che alle soglie dei cinquant’anni non smette di deliziare il suo pubblico di affezionati e collezionisti con quadri dalla forte connotazione erotica .
I suoi soggetti prediletti sono le donne, piccole, spesso adolescenti lascive e sexy, ninfe dall’aria sognante e maliziosa che si contorcono con i loro seni prosperosi su corpi magri e perfetti.
Il tema dell’erotismo femminile è quello predominante insieme ad una delle più eccitanti declinazioni erotiche : il sesso tra due donne.


LISA YUSKAVGE E LE SUE COSTOSE DONNE OGGETTO


Lisa Yuskavage è nata a Filadelfia nel 1962 e le sue donne sono sempre immerse in paesaggi fantastici.
Sono donne il cui erotismo si muove tra la volgarità accesa e la dolcezza angelica.
Il suo gallerista David Zwirner è uno dei più importanti di New York (www.davidzwirner.com) e le sue tele fanno ormai parte delle più importanti collezioni di musei americani.
Il 12 settembre sarà poi inaugurata al Rose Museum della Brandeis Università di Waltham, nel Massachusetts, una grande personale che girerà tutti gli Stati Uniti.


LISA YUSKAVGE E LE SUE COSTOSE DONNE OGGETTO


I suoi dipinti hanno prezzi elevatissimi, il record d’asta fu toccato, nel 2007, quando Christie’s New York aggiudicò a 1,O2 milioni di euro una tela dal titolo Night.


LISA YUSKAVGE E LE SUE COSTOSE DONNE OGGETTO


Insomma i suoi quadri superano spesso il mezzo milione di euro ma se ne possono trovare anche a prezzi inferiori ma mai meno di 20 mila euro.
Con un piccolo investimento di 32mila euro ci si poteva aggiudicare, per esempio, la tela Cheating del 2006, peccato però sia già andata ad un collezionista di New York.
Questa volta l’abbiamo buttata sul danaro , ma davvero le tele di Lisa Yuskavage sono un ottimo investimento.


LISA YUSKAVGE E LE SUE COSTOSE DONNE OGGETTO


Dal punto di vista eminentemente artistico non mi sbilancerei in facili entusiasmi, credo che a lungo andare le sue donne lesbiche ed ammiccanti possano veramente stufare a vederle sempre li eternamente lascive pronte a chi sà quali piaceri e a chi sa quali godimenti.
Tuttavia gli investimenti sono un’altra cosa e non sempre vanno fatti per soddisfare veramente il proprio gusto.


LISA YUSKAVGE E LE SUE COSTOSE DONNE OGGETTO


I quadri della Yuskavage sono fatti per essere tenuti su una parete per un anno, massimo due e poi rivenduti .
Insomma il loro destino è simile all’oggetto ritratto: dolci, squisite, lascive, donnine pronte all’uso sessuale e poi da buttare via. Anche se a comprare le donnine di Lisa Yuskavge almeno ci si guadagna perché le puoi rivendere magari ad un prezzo raddoppiato!.Perverse ironie dell’arte…
E’ questo il fascino della donna che si fa oggetto del godimento dell’altro e, che questo abbia un prezzo, non è certo una scoperta. Fantasmi e perversioni che si agitano nelle tele di Lisa Yuskavage.

25 anni di Photoshop

Quest’anno Photoshop compie 25 anni, il suo primo quarto di secolo fra critiche ed esaltazioni.

Nato nel 1990 dopo essere stato sviluppato tre anni prima dai fratelli Knoll – figli di un fotografo che ne idearono il software per agevolarne il lavoro, ha sempre fatto il buono e cattivo tempo a seconda del suo utilizzo, soprattutto in campo pubblicitario, della moda e dello spettacolo.

Adobe Photoshop è infatti impiegato spesso e volentieri nel ritoccare le immagini che ritraggono modelle o personaggi dello spettacolo che, dovendo sempre e comunque apparire bellissimi senza sbavature, non possono permettersi di farsi vedere con quella ruga in più, la cellulite sulle cosce, la pancetta che nasconde l’addominale e così via. Insomma, l’uso di Photoshop è impiegato, per la maggior parte delle volte, nel rendere più sottili, snelle e perfette le persone che vengono ritratte, sebbene preveda tanti altri impieghi.

La primissima foto ‘photoshoppata‘ della storia (verbo oramai in uso quotidiano dal 1992 diventato sinonimo di “alterare la realtà delle immagini” in senso quasi prettamente negativo) ritrae la futura moglie di John Knoll in topless ma di spalle, seduta su una bellissima spiaggia paradisiaca, tanto che la foto era stata ribattezzata “Jennifer in paradise” (in copertina): era stato il primo esempio di ritocco servito per constatare la potenza del software, non tanto per rendere più longilinea la donna fotografata. Da lì in poi, invece, una serie infinita di scatti passati fra le mani di Adobe Photoshop è servita per far constatare quanto fosse stato possibile alterare la realtà spacciandola per tale.

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Terry White al proposito, fotografo professionista e uno dei maggiori divulgatori del programma, ha affermato che non bisogna fare un abuso di Photoshop, quanto utilizzarlo per togliere piccolissime imperfezioni come bernoccoli o tagli, ma una cicatrice, per esempio, andrebbe lasciata perché fa parte della persona, è un suo segno distintivo. Terry White dunque si fa portavoce di un utilizzo etico del programma, come dimostra la fotografia da lui stesso ritoccata che apparentemente pare rimanere la stessa, in realtà la foto di destra (ritoccata) presenta una luce maggiore su braccia e viso, meno ombra sul collo e meno capelli fuoriposto.

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Ma l’esempio di Terry White è solo uno. Un altro caso in cui l’uso di Photoshop non è per niente invasivo riguarda il ritocco dell’effetto ‘mosso’ che a volte può risultare in una foto se il soggetto fotografato o chi ha scattato la foto si sono mossi, così come la correzione di prospettiva o per aggiungere uno sfondo particolare.

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Photoshop può essere utilizzato anche per creare paesaggi inesistenti, così come impiegato nella pittura (David Hockney, artista inglese, fu il primo a provarlo ed oggi lo considera ‘noioso’ perché ‘appiattisce la realta’) o nel cinema (come in The Abyss di James Cameron per esempio) o addirittura per accostare persone, cose, animali che in realtà non erano previste nello stesso scatto di partenza.

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Nonostante questi esempi, nell’immaginario comune Photoshop è un programma che sbugiarda la realtà e riesce a superarla e l’idea non è nemmeno così tanto sbagliata considerando i grandi esempi da copertine patinate che potremmo riportarvi. Per una volta, invece, vogliamo mostrarvi l’altro lato di Photoshop per festeggiarne i primi 25 anni.

(foto: corriere.it)

Marc Jacobs e quel nudo da dieci e lode su Instagram

Che Instagram sia un’arma a doppio taglio come tutti i social è un dato di fatto, che talvolta si sia incapaci di usarlo, pure. Anche quando si fa finta di aver sbagliato.

 

Capita a tutti di dare in pasto ai propri followers delle foto che lì per lì lascerebbero esterrefatti, ma quando capita alle star diventa un affare internazionale, qualcosa di assolutamente riprovevole o assolutamente geniale: ecco quindi che il nudo d’autore firmato Marc Jacobs (ci piace pensare che i tag siano stati #nofilter #nophotoshop) ha fatto il giro del mondo in pochissimi secondi, che non sono bastati allo stilista per rimuovere la foto senza che nessuno si fosse accorto di un’intimità vagante nella propria home. Felix Baumgartner, questo sconosciuto.

 

La foto ritraeva lo stilista dentro la sua cabina armadio piena di vestiti e shoppers, completamente nudo e con la parte hot in bella vista, senza nessun tipo di giochi di tessuti e pizzi da passerella a lasciare un velo di mistero: avete letto bene, sia il lato B che il lato P si sono lasciati ammirare accompagnati da un commento piccante “E’ vostro e da provare!“.

 

Si dice che Marc Jacobs avesse voluto in realtà mandarlo via direct, funzione di Instagram che permette agli utenti di inviare una foto solo ad un pubblico selezionato di persone, anche se comunque la scusa non è attendibile considerato il contenuto dello scatto e la personalità estrosa dello stilista che non ha mai negato di divertirsi nel flirtare. Diamoci il beneficio del dubbio.

 

Lo scatto d’autore è stato confermato tale grazie ad alcuni particolari non sfuggiti alle prime persone che hanno fatto in tempo a cliccare “mi piace” e farne addirittura uno screen shot, quali i tatuaggi e un anello.
Tutto questo, ribadiamo, in pochissimi secondi, un tempo ancora infieriore rispetto a primi commenti post – sfilate talvolta acidelli, tanto quanto quei commenti che considerano Marc Jacobs “un anziano che twitta da ubriaco“.

 

 

Il teletrasporto quantistico è realtà: creata la prima coppia di elettroni entangled all’interno di un chip

Un team di ricercatori del RIKEN Center for Emergent Matter Science, in collaborazione con numerosi istituti giapponesi, ha riprodotto con successo una coppia di elettroni spin-correlati all’interno di un chip, dimostrando così per la prima volta che anche queste particelle, oltre ai fotoni, mantengono un legame di entanglement dopo essere state separate. I risultati della ricerca sono di fondamentale importanza per i futuri sviluppi delle scienze ingegneristiche, perché potrebbero contribuire alla creazione di reti basate sul teletrasporto quantico capaci di veicolare l’informazione contenuta all’interno dei qubits in zone differenti dello stesso chip, aumentando così la potenza di calcolo dei computer quantistici. La capacità di creare coppie di elettroni correlati sulla base del principio di non-località, altrimenti note come ‘coppie di Einsten-Podolsky-Rosen’, era stata per decenni il sogno proibito dei fisici, in particolar modo nel campo della Teoria dell’Informazione.


“Abbiamo deciso di dimostrare che le coppie EPR possono essere create tramite un processo affidabile”, ha dichiarato Russell Deacon, uno dei principali autori dello studio. “Fino ad ora i ricercatori erano riusciti a creare con successo solo coppie di fotoni entangled, perché i fotoni sono estremamente stabili e non interagiscono. Gli elettroni, per contro, sono profondamente influenzati dalla materia che li circonda. Noi abbiamo cercato di mostrare che anche lo spin degli elettroni può essere correlato in modo stabile.”


Per realizzare l’esperimento Deacon e i suoi collaboratori hanno dovuto creare un device elettronico piccolissimo, le cui dimensioni non superano le poche centinaia di nanometri. L’idea era quella di prendere una coppia di elettroni che consentisse all’elettricità di fluire liberamente, spingerla vicino ad una piccola fessura tra due superconduttori e costringerla infine ad attraversare, sfruttando l’effetto tunnel, due piccoli cristalli con proprietà quantiche. I cristalli quantici, ciascuno delle dimensioni approssimative di 100 nanometri, sono stati inseriti in due punti scelti casualmente sulla superficie del chip semiconduttore. Il chip ha attraversato poi una lunga fase di analisi sotto la lente di un microscopio a forza atomica, con lo scopo di individuare due cristalli che si trovassero sufficientemente vicini da poter funzionare in modo opportuno. “Abbiamo osservato migliaia di cristalli, identificandone circa un centinaio adatti allo scopo. A partire da questi abbiamo costruito circa venti dispositivi, dei quali solo due funzionanti.”


Misurando il flusso di corrente all’interno del superconduttore, il team è riuscito a dimostrare chiaramente che lo spin degli elettroni ha mantenuto l’entanglement lungo tutto il processo di attraversamento dei cristalli quantici. “Avendo dimostrato che gli elettroni rimangono in uno stato di entanglement quantistico anche quando vengono separati”, ha spiegato Deacon, “ora dovremmo essere in grado di utilizzare un dispositivo simile – anche se molto più complesso – per preparare coppie di elettroni capaci di teletrasportare l’informazione associata ai singoli qubit lungo tutta la superficie del chip.”



Fonte: R. S. Deacon, A. Oiwa, J. Sailer, S. Baba, Y. Kanai, K. Shibata, K. Hirakawa, S. Tarucha. Cooper pair splitting in parallel quantum dot Josephson junctions. Nature Communications, 2015; 6: 7446 DOI: 10.1038/ncomms8446 | RIKEN

Appunti elementari di psicoanalisi

La psicoanalisi si colloca tra due poli: tra scienza e umanesimo. È opportuno, anzi necessario, che questa tensione permanga e continui a fecondare ambedue queste componenti. I principali concetti della psicoanalisi sono in grado di offrire degli strumenti utili per approfondire e consolidare la propria vita e le proprie relazioni con gli altri. La psicoanalisi – è ormai arcinoto – non va intesa come una scuola di pensiero unitaria e rigidamente istituzionalizzata, bensì come una galassia di teorie, sperimentazioni e ipotesi che si sono sviluppate a partire da colui che ne è il padre universalmente riconosciuto: Sigmund Freud.


L’ultimo scorcio dell’Ottocento e tutto il Novecento, fino ai nostri giorni, sono fortemente influenzati dal suo pensiero. Il suo ascendente lo si riscontra non solo nell’ambito strettamente clinico, ma in un senso culturale molto più ampio: religione, filosofia, antropologia, morale, sociologia, storiografia, poesia, teatro, arte, critica, cinema, musica, … nulla è sfuggito all’ottica della proposta freudiana, anzi molto è stato creato o reinterpretato alla luce di essa.


Il suo primo approccio alla problematica del profondo avvenne studiando le malattie nervose e applicando ai pazienti l’ipnosi, come metodo per scoprire le motivazioni dei sintomi isterici. Fu questa la strada che permise a Freud di addentrarsi nel mondo dell’inconscio, per giungere alla fondamentale scoperta che in ogni individuo esiste una parte di sé che è stata dimenticata e rimossa. L’ipnosi, tuttavia, non bastava, perché era necessario condurre il paziente ad una partecipazione attiva. Occorreva, perciò, un nuovo tipo di rapporto da stabilire con lui: Freud individuò tale rapporto nel metodo delle libere associazioni, in modo che il paziente potesse reperire e narrare le sue relazioni affettive che erano state dimenticate e, in sostanza, consegnate ai sogni.


Le sue opere costituiscono delle pietre miliari della cultura contemporanea. In esse l’autore sostiene che non esiste una manifestazione pura del pensiero umano ma ogni pensiero e ogni azione sono condizionati da forze, motivazioni e desideri che molte volte sono ignote. La nuova scienza, cioè la psicoanalisi, deve portare alla luce e comprendere proprio questa realtà inconscia, che determina la nostra condotta e i nostri sentimenti. Prima di Freud, dunque, «normale» e «anormale», «razionale» e «irrazionale» avevano confini ben precisi: dopo di lui, non è più così. Sia la singola persona quanto i gruppi sociali vivono questo dinamismo, non di rado conflittuale, tra consapevolezza e incoscienza.


Tra gli scopi della psicoanalisi c’è quello di individuare le cause delle nevrosi in funzione di una distorsione della personalità con un disarmonico sviluppo del comportamento. Perciò si studia il contenuto conscio ed inconscio dei pensieri umani e il rapporto che esso ha con l’immaginazione e con la creatività.


Come pratica terapeutica questa scienza cerca di portare alla consapevolezza le pulsioni inconsce, i desideri e i ricordi che condizionano la vita della persona. In tal modo queste pulsioni, proprio perché sottratte al sistema inconscio, perdono la grande influenza che avevano nella vita psichica dell’individuo e possono essere soggetti alla critica razionale caratteristica del sistema conscio. La persona, così, è facilitata nel tenere simili impulsi sotto controllo.


Ma. oltre che un metodo di cura, la psicoanalisi, come precedentemente accennato, è una vera e propria teoria sui processi del funzionamento della mente umana. I concetti fondamentali del pensiero freudiano, al di là di inevitabili contestazioni e con le opportune critiche ed evoluzioni, restano i cardini intorno ai quali gira la visione e la terapia psicoanalista. Certo, come ogni altro processo conoscitivo e scientifico, anche questi concetti hanno subìto sviluppi e adattamenti: importanti, ad esempio, sono la rilettura, l’approfondimento e la rivitalizzazione proposte da un Jacques Lacan o da un Michel Foucault. Molto ha contribuito anche il grande sviluppo delle neuroscienze e delle scienze sociali a mettere in crisi o convalidare le teorie freudiane.


La psicoanalisi, dunque, parte dal presupposto che gli individui sono spesso inconsapevoli di ciò che è alla base di emozioni e di comportamenti. Suo singolare oggetto di studio sono l’inconscio e il suo rapporto con la memoria e il sogno come via regia per l’inconscio. I fattori inconsci possono essere fonte di difficoltà, che si presenta talora sotto l’aspetto di sintomi riconoscibili, altre volte attraverso tratti problematici sotto il profilo sanitario, affettivo, relazionale e lavorativo. Frequenti, tra gli altri, sono i disturbi dell’umore o dell’autostima.


La psicoanalisi, pertanto, fonda il proprio metodo sulla concezione di processi mentali inconsci. Il trattamento psicoanalitico può mettere in evidenza tali fattori, vedere come essi influiscano sulle relazioni e sui comportamenti, ripercorrerne il processo storico, rivelare in che modo questi abbiano influenzato la vita del soggetto e aiutarlo ad affrontare meglio la realtà del proprio vissuto.

PINO INSEGNO RITRATTO DI UN ATTORE DALLA GRANDE VOCE

Nato a Roma nel 1959 Pino Insegno è uno di quegli attori la cui simpatia e calda umanità lo rendono immediatamente famigliare.

Anche per questa sua caratteristica è un volto amato dalla televisione e sono ormai numerose le sue sempre impeccabili conduzioni televisive.

Nel luglio 2004, gli è stato conferito il riconoscimento speciale Leggio d’Oro “Alberto Sordi”.


L’esordio in televisione avviene negli anni ottanta con il programma di Gianni Boncompagni Pronto Chi Gioca. Ai tempi faceva parte della famosa Premiata ditta un quartetto comico che per qualche hanno spadroneggiò sulle reti Rai Mediaset riportando in auge l’ormai quasi scomparsa idea cara all’avanspettacolo delle gag comiche costruite in gruppo.

Pino Insegno però, laziale e felicemente sposato, ha una dote straordinaria che lo rende davvero unico: la voce.

Delle sue varie vite, comico, conduttore televisivo, attore di teatro, c’è quella di doppiatore.

La sua voce è davvero strepitosa, calda, morbida elegante e forte , una voce straordinaria che ha prestato a grandi film nazionali ed internazionali .


Pino Insegno è stato il doppiatore di Will Ferrell ha prestato la voce a Viggo Mortensen nel ruolo di Aragorn nella trilogia de Il Signore degli Anelli, o di personaggi come Cinna (Lenny Kravitz) in “The Hunger Games” e “Hunger Games Catching Fire” Sacha Baron Cohen nei film ispirati ai personaggi da lui creati (tra i quali, il rapper Ali G, il giornalista kazako Borat, il reporter austriaco e omosessuale Bruno e il malefico Ammiraglio Generale Aladeen nel film Il dittatore), Brad Pitt ne L’esercito delle 12 scimmie, Jamie Foxx nel ruolo di Ray Charles nel film Ray e nel ruolo di Django nel film Django Unchained di Quentin Tarantino e Denzel Washington in American Gangster (nel ruolo di Frank Lucas).


Ha doppiato anche Mark Wahlberg in The Departed – Il bene e il male, E venne il giorno e Max Payne, Liev Schreiber nel ruolo di Victor Creed/Sabretooth in X-Men le origini – Wolverine, Will Smith in Alì, Philip Seymour Hoffman in Onora il padre e la madre e Robert De Niro nel ridoppiaggio de Il padrino – Parte II (nel ruolo di Don Vito Corleone da giovane).


Pino Insegno ha doppiato anche vari personaggi nei cartoni animati, tra questi ci sono il barista Boe Szyslak in sostituzione di Mino Caprio e Ned Flanders in sostituzione di Teo Bellia nella serie animata de I Simpson (rispettivamente doppiati nell’ ottava e terza stagione del cartone), dal 2005 è anche la voce del personaggio Stan Smith nella versione italiana del cartone American Dad! creato da Seth MacFarlane (il padre de I Griffin).

Insomma un grande Pino per una grande voce!



Il tratto principale del tuo carattere.

L’altruismo.


La qualità che ammiri in un uomo.

La trasparenza.


La qualità che ammiri in una donna.

Tante ma l’intelligenza.


Quel che apprezzi di più nei tuoi amici.

Saper stare in gruppo.


Il tuo principale difetto.

L’altruismo.


La tua occupazione preferita.

Il mio lavoro che amo molto.


Il tuo sogno di felicità.

Svegliarsi la mattina.


Quale sarebbe, per te, la più grande disgrazia.

Non svegliarmi la mattina.


Quel che vorresti essere.

Quello che sono.


Il paese dove vorresti vivere.

New York.


Il colore che preferisci.

Blu notte.


Il fiore che ami.

La margherita il fiore più semplice.


L’uccello che preferisci.

L’aquila.


I tuoi autori preferiti in prosa.

Eugène Ionesco, Harold Pinter.


I tuoi poeti preferiti.

Poeti romantici ed Edgar Allan Poe che forse pochi sanno che ha scritto anche delle poesie.

Mi piace Jack Kerouac e molti degli autori americani del 900.


I tuoi eroi nella finzione.

Bruce Lee.


I tuoi compositori preferiti.

Sono forse il più grande collezionista al mondo di colonne sonore.


I tuoi pittori preferiti.

Frida Kahlo , Diego Rivera e Caravaggio.


I tuoi nomi preferiti.

Sono Alessia, Matteo, Francesco e Alessandro.


Quel che detesti più di tutto.

La pigrizia.


Quel che c’è di brutto in te.

Parlare prima di pensare.


Il dono di natura che vorresti avere.

Poter guarire le persone …. Come Gesù.


Lo stato attuale del tuo animo.

Leggera ansia e grande agitazione.


Le colpe che t’ispirano maggiore indulgenza.

Quando non c’è cattiveria e quando sono involontarie.


Il tuo motto.

Fare una cosa come fosse la prima o l’ultima danza.


Come vorresti morire.

Facendo l’amore, a ottant’anni, oppure in scena durante l’ultima battuta di Re Lear.

Religiosità e Q.I. sono inversamente correlati, lo conferma una ricerca condotta dall’Università di Rochester

Sotto la guida del professor Miron Zuckerman un team di ricercatori dell’Università di Rochester ha confermato l’esistenza di una correlazione inversa tra QI e religiosità. Lo studio, intitolato A Meta-Analysis and Some Proposed Explanation, è comparso tra le pagine della prestigiosa rivista Personality and Social Psychology Review. Grazie all’analisi di 63 studi scientifici sull’argomento, pubblicati dal 1921 ad oggi, il team di Zuckerman è riuscito a dimostrare che un individuo dotato di alto quoziente intellettivo è statisticamente meno propenso a sviluppare una qualsiasi forma di religiosità rispetto ad un individuo dotato di basso QI.


La correlazione è valida tanto per gli adulti quanto per i ragazzi. Lo studio ha dimostrato che i bambini più intelligenti hanno maggiori probabilità di allontanarsi dalla religione rispetto ai coetanei meno dotati, e più in generale che la popolazione adulta con un elevato quoziente intellettivo presenta una percentuale di non credenti nettamente più alta rispetto alla media della popolazione generale. Uno degli studi analizzati dal team di Zuckerman, iniziato nel 1921 e tutt’ora in corso, è stato condotto su un campione di 1.500 bambini con IQ superiore a 135 punti della scala Cattell, che gli scienziati hanno seguito in tutte le fasi dello sviluppo, fino alla vecchiaia. Lo studio ha rilevato che anche in età avanzata il campione statistico preso in esame include una percentuale di non credenti più alta rispetto alla media della popolazione.


Nel complesso, su 63 studi analizzati ben 53 hanno mostrato una correlazione negativa tra intelligenza e religiosità, mentre i restanti 10 hanno mostrato una correlazione positiva. “Le nostre conclusioni sono tutt’altro che inaspettate”, ha dichiarato Zuckerman. “Se confrontiamo il numero di studi che hanno mostrato una correlazione positiva con quelli che hanno mostrato il contrario, non è possibile trarre conclusioni diverse.”



Fonte: Sage Journals

CAPELLI E BARBE COLORATI: LA TENDENZA MERMAN

I cartoni animati sono sempre una fonte d’ispirazione, ammetiamolo, e la nuova tendenza maschile “Merman” ne è la riprova!

Capelli e barbe colorate invaderanno le spiagge estive di tutto il mondo, in vero stile “Tritone” !

Sul social network Instagram, sotto l’hashtag #merman troverete una serie di immagini e selfie di utenti che si sono lasciati sedurre da questa moda.

Baffi e barbe allegre, per ricordare il tema della stagione, che forse è il tema dell’anno: il colore!

I più in voga sono nei toni del blu, perfettamente in sintonia con l’habit tritoniano, ma anche il verde smeraldo e il fucsia, l’importante è che siano molto accesi.

Qui una serie di immagini da Instagram:

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Gli Stati Uniti e Cuba sono sempre più vicini

Obama ha annunciato la riapertura dell’ambasciata degli Stati Uniti d’America a Cuba. Palazzo Chancery era chiuso dal 1961, anno in cui i due stati avevano deciso di interrompere i rapporti diplomatici, da allora l’ambasciata svizzera a Havana ha funzionato da rappresentante degli Stati Uniti a Cuba e l’ex ambasciata cubana a Washington è diventata la Cuban Interests Section in Washington, una ambasciata de facto ma senza i crismi della missione diplomatica.


La riapertura delle rispettive ambasciate e l’ultimo atto del processo di distensione tra i due stati, un obiettivo di Obama e di Raul Castro, obiettivo perseguito con lunghi e fitti colloqui segreti resi pubblici dopo la storica stretta di mano tra Obama e Raul Castro a Panama (Una stretta di mano in realtà c’era già stata al funerale di Nelson Mandela). Questa riapertura diplomatica si candida a essere una delle più pesanti eredità della presidenza Obama e uno degli argomenti più dibattuti delle prossime presidenziali.


Obama ha continuato la sua campagna al Congresso a maggioranza repubblicana affinché venga rimosso l’embargo turistico e commerciale che è diventato sempre più stretto con il passare degli anni. I repubblicani ne hanno fatto un punto d’onore e hanno risposto con (quasi) una sol voce che questa svolta diplomatica è indirettamente il riconoscimento di un regime dittatoriale e molti candidati alle primarie repubblicane hanno promesso che una volta diventati presidenti bloccheranno l’avvicinamento e non confermeranno l’ambasciatore a l’Havana, non finanzieranno l’ambasciata e manterranno stretti limiti al commercio tra i due stati.


Le relazioni diplomatiche verranno ufficialmente ristabilite il 20 luglio. John Kerry, il segretario di Stato, andrà a Havana a issare la bandiera americana sopra palazzo Chancery. Kerry ha già dichiarato di non vedere l’ora di essere il primo segretario di Stato dal 1945 a tornare sull’isola. L’ambasciatore sarà il diplomatico che gestisce il piccolo avamposto diplomatico sull’isola, Jeffrey DeLaurentis, quantomeno prima di una conferma ufficiale.

Jorge Lorenzo: “Valentino Rossi è il favorito, ma la lotta è ancora aperta”

Rossi allunga, Lorenzo insegue. Dopo un sabato tutto in salita, lo spagnolo ha cercato nelle prime battute del Gp di Assen la “remuntada”. La rincorsa è durata solo quattro giri, perché Rossi e Marquez hanno fatto il vuoto, pendendosi tutti i riflettori. Meglio quindi accontentarsi di un terzo posto. Un risultato che relega il 99 a 10 lunghezze dal compagno di squadra. Lorenzo, intervenuto mercoledì all’evento “Il coraggio di mettersi in gioco“, organizzato da Sector e Napapijri, rilancia al Sachsenring.

 

Dopo le qualifiche avresti mai immaginato di salire sul podio?

 

“Eravamo in grande difficoltà, soprattutto per quanto riguarda l’ultimo settore della pista. Abbiamo lavorato molto in previsione gara, ottenendo il miglior risultato possibile. In questo campionato non bisogna sbagliare, perché il minimo errore vale la vetta”.

 

Non sono mancate le difficoltà per quanto riguarda le gomme. Cosa puoi dirci?

 

“Bridgestone ha presentato una gomma diversa rispetto alle ultime uscite. Ha favorito i piloti con staccata particolarmente aggressiva, a differenza mia che ho uno stile pulito. Speriamo di non avere le stesse difficoltà anche in Germania”.

 

Al Sachsenring non sei mai salito sul gradino più alto del podio. Potrebbe essere l’occasione giusta per prendersi una rivincita?

 

“Ovviamente si punta sempre a vincere. L’importante è non commettere errori, perché sono decisivi a questo punto della stagione. Valentino è in testa e per questo è il favorito. Dovremo iniziare subito con il piede giusto”.

 

Cosa c’è di diverso rispetto alla lotta di due anni fa con Marquez?

 

“Adesso è una battaglia ad armi pari, perché io e Vale abbiamo la stessa moto. In quell’occasione la caduta di Assen condizionò la mia stagione. Inoltre la Honda aveva un gran potenziale, grazie agli sviluppi dimostrati durante l’anno”.

 

Da rivale Marquez potrebbe diventare tuo alleato. Hai valutato questo aspetto?

 

“Non credo. Marc pensa al proprio campionato, senza badare a me e Rossi. Nel momento in cui dovesse riuscire a stare davanti a Vale sarebbe un gran risultato, però io devo fare affidamento solo su me stesso”.

 

Nell’ultima gara non sono mancate le sportellate. Credi che la direzione gara sia costretta ad intervenire?

 

“Sì. Il motociclismo è lo sport più pericoloso. In Formula 1 e nel calcio gli interventi vengono molto spesso sanzionati. Credo che anche nelle due ruote sia giunto il momento di intervenire”.

 

Recentemente Stoner ha detto che la MotoGP non è più quella di una volta. Credi sia davvero così?

 

“Le parole di Stoner non le ho sentite, magari qualcuno ha sbagliato ad interpretarla. A me questa MotoGP piace particolarmente, le gare sono spettacolari e i tifosi si stanno appassionando sempre più”.

 

Oltre ai motori sei un grande tifoso del Barcellona. Si sta parlando molto di Pogba. Ti piacerebbe vederlo con i colori blaugrana?

 

“E’ senza dubbio un grande campione, dotato di ottimo passo. Sarebbe un innesto importante, anche se resta il dispiacere per l’addio di Xavi.”    

OROLOGI CALAMAI A PITTI UOMO 88

OROLOGI CALAMAI FA LA SUA PRESENZA A PITTI UOMO 88 E RACCONTA LA SUA STORIA

E’ un’idea romantica ed audace dare nuova vita, nuova spinta ad un motore che proiettava uomini ben oltre la velocità del suono, per trasformarlo, oggi, in Motore del Tempo e compagno di vita.

Orologi Calamai” nasce dal desiderio di Francesco Calamai di realizzare un sogno : fabbricare orologi unici al mondo. Orologi che abbiano una storia vera da raccontare e la qualità indescrivibile del lavoro dell’uomo. Orologi nei quali la qualità di ogni singolo componente sia la migliore raggiungibile. Orologi dedicati a tutte quelle persone che non desiderano apparire, ma che fanno della ricerca personale un’espressione della loro individualità!

Guarda la gallery



Il protagonista di questa storia, raccontata e mai dimenticata, e’ Giosuè Calamai, pilota di Caccia della Regia Areonautica Militare Italiana. Una vita vissuta con personalità, professionalità e coraggio. La forza e la poesia di questa storia, raccontata da un papà, hanno guidato Francesco Calamai ad intraprendere una nuova avventura , a scegliere un simbolo, il mitico e selvaggio Caccia F104, conosciuto come “starfighter” ed a trasformarlo in un particolare orologio, il G50. La cassa dell’orologio G50 e’ stata forgiata fondendo l’acciaio della turbina General Electric n. assy212111013b che equipaggiava un F104 dell’Areonautica Militare Italiana!



Racconta Francesco Calamai

Per fare ciò che ci piace bisogna seguire le proprie passioni; ed è proprio quello che ho fatto, combinandone due: la passione per il volo, che praticamente fa parte del DNA di ciascun Calamai e quella per gli orologi, da sempre fedeli compagni di ogni pilota. Per questo ho deciso di far “vivere” questi orologi dandogli un cuore, l’acciaio della turbina di un F104.”

La qualità di ogni componente OROLOGI CALAMAI è ai massimi livelli:
Movimento Svizzero meccanico preciso e robusto, tutti i singoli movimenti sono certificati COSC
L’assemblaggio è eseguito da un solo maestro orologiaio.
La cassa è stata ricavata tramite la tecnologia dell’ elettroerosione, che consente la migliore precisione di realizzazione.
Successivamente la cassa è stata satinata a mano.

Gli orologi Calamai non sono frutto di uno sterile processo industriale, ogni componente – dai cinturini, alle fibbie , alle scatole, sono frutto del lavoro, dell’esperienza e della passione delle persone che partecipano a questo progetto e che lo fanno con l’obbiettivo di realizzare una macchina unica, fatta a mano, che durerà nel tempo.

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Arte egizia: le mummie

L’arte della preistoria, proprio per il suo carattere di densità simbolica, ha una chiara connotazione religiosa. Essa potrebbe essere nata non dalla volontà di trasmettere un sapere, ma dalla celebrazione di eventi rituali da parte di sciamani. Questi sono riconosciuti dal gruppo sociale come mediatori tra la realtà materiale e le forze presenti in natura o al di sopra di essa. Certo non si deve immaginare un’esperienza religiosa già istituzionalizzata in modelli di comportamento condivisi da più persone allo scopo di soddisfare il bisogno di un gruppo: più che di religione, forse sarebbe meglio parlare di «religiosità» nelle sue prime fasi di organizzazione sociale.


La magia, a sua volta, si esprime in riti di sortilegio affinché la caccia sia abbondante e gli animali siano fecondi: l’immagine produce l’atto, cioè la rappresentazione della ferita è in grado di provocare la cattura della selvaggina. Anche nella circostanza della morte, la magia esprime una sua presenza evocatrice ed esorcizzante. L’arte è una vittoria sulla morte, la scoperta di una gioia primordiale. Un «gioco» tra realtà e irrealtà che s’intrecciano, si richiamano, lottano tra loro e tra loro si sostengono a vicenda.


Man mano che le società si organizzeranno e si evolveranno, non verrà mai meno il culto dei defunti, con i relativi cerimoniali sempre più complessi e i rispettivi luoghi di sepoltura sempre più solenni. Infiniti sono gli esempi che si potrebbero addurre, dalla società sumerica a quella cinese, dai gruppi indoeuropei a quelli africani.


Un caso classico è il culto dei morti nell’antico Egitto: praticamente sono le tombe a svelare le principali informazioni su quella straordinaria civiltà. Fin dai primissimi insediamenti umani lungo la valle del Nilo (5 mila a. C.), le tombe sono in grado di testimoniare non solo la mentalità di quegli abitatori, ma anche molti aspetti della loro vita quotidiana. Illuminanti sono queste considerazioni di Enrico Ascalone:

«Il cadavere è deposto per lo più rannicchiato e avvolto in teli, stuoie o pelli, accompagnato da oggetti di corredo, che rivelano l’esistenza di concezioni religiose e funerarie. I corredi sono composti da recipienti ceramici, statuine in pietra, terracotta, osso e avorio, oggetti in fibre vegetali intrecciate, armi, monili ed effetti personali; dall’analisi di tali contesti emergono accenni di differenziazione gerarchica, pur mancando una società politicamente strutturata e una coesione territoriale».

Tutto ciò, poi, con la successiva organizzazione sociale, l’importanza della classe sacerdotale e l’avvento al potere dei faraoni, raggiungerà livelli di bellezza e di profondità difficilmente eguagliabili. È soprattutto dal 2.700 a. C., con la costruzione della piramide di Zoser, che le tombe egizie diventeranno monumenti di eccezionale grandiosità tecnica, estetica e simbolica. Seguiranno, tra il 2.550 e il 2.450, le grandi piramidi di Giza, innalzate dai faraoni Cheope, Chefren e Micerino, per giungere infine a veri e propri templi funerari intorno al 2.100.


Arte egizia: le mummie


Al di là della ricchissima documentazione archeologica, è facile immagine il solenne e complesso cerimoniale che si svolgeva in occasione della morte del faraone, dei suoi familiari e dei notabili del regno. Ma anche sepolture più umili offrono uno spaccato sulla civiltà egizia e sulla sua ritualità funebre. Celeberrime, poi, sono le mummie che quel popolo ha consegnato alla storia.


Lo stesso processo di mummificazione non è riducibile a un trattamento chimico-fisico. La cultura egizia, infatti, riteneva che il corpo fosse la sede dell’anima, Ka, e la conservazione del corpo stesso dopo la morte fosse essenziale per la vita nell’oltretomba. La mummificazione tendeva perciò a questa conservazione, mediante l’asportazione degli organi interni e la disidratazione del corpo, prima che questo fosse avvolto in un lenzuolo o in bende intrise di resine. L’aridità dell’ambiente, poi, favoriva la rapida disidratazione del corpo che lo preservava da ulteriori decomposizioni.


Fin dalla più antica mummia egizia, risalente a oltre il 3.000 a. C. e conservata al British Museum di Londra, il corpo, dopo aver ricevuto tutti i trattamenti previsti, fu sepolto insieme con del vasellame contenente cibo e bevande per il viaggio nell’oltretomba. Lo scopo della mummificazione, pur avendo un’indubbia ricaduta sul piano estetico, era di tipo ritualistico-religioso, ulteriormente sottolineato dalle decorazioni espresse sulle pareti delle tombe o sui sarcofagi.


Anche nelle antiche culture cinesi si trova la pratica dell’imbalsamazione attraverso l’uso di legno di cipresso e particolari erbe medicinali. Altre culture in cui si riscontra la pratica della mummificazione sono quelle del Centro America.

La Grecia è ufficialmente in default

Per la prima volta nella storia un paese sviluppato ha mancato un pagamento al Fondo monetario internazionale e, sempre per la prima volta, un paese dell’eurozona è andato in default.
Un giorno storico per l’Europa, insomma.


Andare in default, tuttavia, non significa uscire automaticamente dall’eurozona. Il ministro delle Finanze greco Yanis Varoufakis lo aveva spiegato tre anni fa sul suo blog: il Trattato di Lisbona non prevede neppure una procedura d’espulsione di un proprio membro. Una analisi di qualche anno fa della Banca centrale europea, anzi, sostiene che l’espulsione di uno stato membro dall’unione o anche solo dall’eurozona non abbia basi legali.


In pratica, però, la Grecia deve pagare il proprio debito e gli euro stanno finendo. In parole povere la Grecia rimarrà nell’eurozona tanto a lungo quanto riuscirà ad avere euro nelle proprie banche e dato che questi stanno finendo se non ci sarà una nuova infusione di euro la Grecia sarà costretta a uscire dall’eurozona.


I soldi nelle banche greche stanno finendo perché i greci, spaventati da un eventuale ritorno alla drachma vogliono ritirare tutti i loro risparmi frattanto che sono in una moneta forte. Nel caso venga introdotta una nuova moneta, difatti, quest’ultima sarà ampiamente svalutata e milioni di greci si troveranno ad avere i propri risparmi quantomeno dimezzati.


Un’altra opzione che la Grecia può considerare è creare una moneta parallela e usarla per pagare alcune cose come gli stipendi degli statali o le pensioni, in questo modo, nel corso del tempo, gli euro sparirebbero dalla circolazione dato che la gente li conserverebbe come farebbe con un metallo prezioso mentre la nuova moneta diventerebbe quella usata negli scambi di tutti i giorni.
La terza opzione è rimanere completamente nell’euro e riuscire a pagare il proprio debito con qualche giorno o mese di ritardo. Questo è quello che vorrebbe fare la maggior parte dei greci e lo stesso premier Tsipras. Per fare ciò, però, bisogna raggiungere un accordo con i creditori e questa opzione sembra lontana al momento.

CATERINA SILVA PITTURA AL FEMMINILE TRA IL ROSA E LA DISTUZIONE

“Il mio lavoro parte sempre da una distruzione”.
Caterina Silva

S’intitola: Soggetto. Oggetto. Abietto la mostra che la Galleria Riccardo Crespi di Milano dedica a Caterina Silva, una giovane ma già affermata artista.
Caterina Silva nata a Roma nel 1983 sembra aver bruciato tutte le tappe perché il suo lavoro si pone ad un livello che è ben lungi dalla sua età anagrafica.
Vive ad Amsterdam dove si è formata studiando arte alla Rijksakademie.
La galleria Riccardo Crespi http://www.riccardocrespi.com le dedica, fino al 18 luglio 2015, una mostra di grande forza.
Le opere esposte sono undici e sembrano trarre ispirazione da un bellissimo saggio della psicoanalista bulgara Juilia Cristeva.
Il filo rosso che dovrebbe unire la creazione di questa serie di dipinti di Caterina Silva sarebbe quello dell’abiezione.
Si possono portare in pittura temi di tale portata?, questa la posta in gioco di Caterina Silva .
Juilia Cristeva, linguista e saggista, affronta la questione dell’abiezione in un saggio dal titolo Poteri dell’orrore. Saggio sull’abiezione, Milano, Spirali, 1981.
In questo saggio la Cristeva analizza il tema dell’abietto sotto svariati punti di vista e si sofferma in modo particolare sul massimo dell’abiezione rappresentato dal cadavere.


CATERINA SILVA PITTURA AL FEMMINILE  TRA IL ROSA E LA DISTUZIONE


“Il cadavere – considerato senza dio e al di fuori della scienza – è il colmo dell’abiezione. É la morte che infesta la vita. Abietto. É un rigetto da cui non ci si separa, da cui non ci si protegge come si farebbe con un oggetto. Estraneità immaginaria e minaccia reale, ci chiama e finisce con l’inghiottirci.”

Abietto come sappiamo è sinonimo di ripugnante, spregevole, ignobile, turpe, disgustoso, indegno, schifoso , squallido , infimo, miserabile.
Per la verità la pittura di Caterina Silva non ha nulla a che fare con queste significanti che la sua opera attraversa solo pretestuosamente….
Credo che il riferimento alle teorie della Cristeva sia assolutamente intellettualistico, evidentemente si tratta di una passione letteraria di Caterina Silva o di un sensazionalismo critico, ma nulla nella sua pittura pare richiamare al gusto dell’ orrido.
La sua pittura è al contrario un viaggio di colori pastello, talvolta con sprazzi di oro, delicati , che si ritrovano, parrebbe solo per caso, a fluttuare su una tela che fa fatica a trattenerli tanto la loro presenza è evanescente e sfuggente, richiamando in questo la tecnica delicata dell’acquerello.
La tradizione pittorica alla quale si rifà il lavoro della Silva è certamente molto chiara e molto inflazionata; il colorismo, l’astrattismo, da Kandinsky in poi fanno ormai parte di un modo di fare pittura che difficilmente sarà abbandonato.
In questa tradizione della pittura astratta s’inserisce il lavoro eccellente di Caterina Silva.
Il cromatismo delle sue pitture è tutto femminile con quella sua predisposizione ad usare il rosa o il glicine.


CATERINA SILVA PITTURA AL FEMMINILE  TRA IL ROSA E LA DISTUZIONE


C’è una delicatezza tutta femminile nella scelta dei colori e c’è poi una forza contraria che inganna il cromatismo per immettere quello che possiamo definire l’abietto, come se qualcosa ad un certo punto dovesse essere inesorabilmente distrutto.
L’abiezione della sua pittura sta forse solo in questo, nell’aver reso visibile attraverso macchie scure, marroni intensi e brutti o neri improvvisi, quell’inesorabile declino a cui è sottoposto l’umano.


CATERINA SILVA PITTURA AL FEMMINILE  TRA IL ROSA E LA DISTUZIONE


Ed è per questo che Silva Cristeva dice giustamente:“Il mio lavoro parte sempre da una distruzione”.
Tuttavia il fascino della sua pittura sta proprio nella ricomposizione della distruzione, le sue tele diventano un oggetto nuovo che sublima l’abietto , sottoposto, per sua natura, alla forza della distruzione che cerca nuova identità.


CATERINA SILVA PITTURA AL FEMMINILE  TRA IL ROSA E LA DISTUZIONE


Ma questo processo di identità cercata attraverso la sublimazione dell’opera d’arte non è forse un processo ascrivibile ad ogni forma di creazione artistica?
Queste le domande aperte dal lavoro di Caterina Silva.

http://www.caterinasilva.com

ROY ROGER’S PRESENTA LA COLLEZIONE P/E 2016 A PITTI UOMO

RACCONTANO AUTENTICITÀ DA UN SAPORE SECOND HAND LE STAMPE, LEIT MOTIV DELLA COLLEZIONE SS16 ROY ROGER’S.

E IL CALZINO DIVENTA LA NUOVA POCHETTE, DA PORTARE NELLA TASCA POSTERIORE DEI JEANS Denim & Socks

Sono le stampe balinesi uno dei temi della collezione Roy Roger’s SS16, monocromatiche su fondo mattone o in tre colori.
Ma quelle autentiche, che Roy Roger’s ha fatto realizzare da un’impresa artigiana di Bali – secondo l’antico metodo block print che utilizza matrici in legno – per poi produrre in Italia alcuni capi della nuova stagione estiva.
L’effetto finale presenta qualche preziosa imperfezione che rende camicie, polo, pantaloni, bermuda, costumi da bagno mai uguali tra loro. Sono da indossare su pantaloni beige o verdi militari, dai lavaggi aggressivi, in canvas e gabardine.

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E’ questa per me la vera eccellenza”, spiega Guido Biondi direttore creativo del Gruppo Sevenbell. “Ricercare tradizioni del “saper fare” radicate nei territori, valorizzarle e promuoverne la conoscenza trasferendo produzioni originali ed autentiche in capi realizzati in Italia”.

La collezione nautical memories è pensata per un uomo dallo stile tradizionale con una patina second hand. Stampe di antiche Carte Geografiche arricchiscono polo, t-shirt, costumi, camicie e si alternano alle stampe di pesci monocromatici o, per le camicie, alle nuove righe recuperate dall’intimo di una volta.

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Nel tema del nautical i Blazer mono o doppio petto, con bottoni in corno e la spilla RR nell’asola, sono in denim, denim/cotone/lino, Chambray giapponese, sottoposti a lavaggi diversi, studiati per un effetto second hand.
Completano la collezione, la linea di bomber double reversibile dove il denim blue intenso si doppia al nylon; o il nylon jacquard a quadri si accosta a quello monocromatico. I colori vanno dal blue indaco, al mastice e al corallo.

Sul fronte del denim, prosegue il progetto eco-jeans con una capsule collection numerata realizzata con un processo produttivo a impatto zero con spruzzi di ghiaccio e senza additivi.

Denim & Socks è la pochette del jeans
Do not forget to roll up your pants!
I calzini colorati con micro fantasie di ancore e barche a vela, diventano la nuova proposta di pochette inseriti nella tasca posteriore dei jeans della linea Denim & Socks.

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BEACHWEAR

Si rinnova di sei foto d’Autore la linea “Around the world”  dove il tema del viaggio è declinato attraverso la stampa in digitale dell’immagine, riprodotta a vivo su tutta la superficie del costume.

Ogni scatto ricorda una località nota ai surfisti e, per la SS16, sono a firma di Guido Biondi, Alex S. Maclean, Jeremy Tan, Nigel Noyes, Alvis Upitis; oltre a una foto storica BN degli anni 40 proveniente dall’archivio Hulton.
Completano la collezione i costumi con stampe nautiche o fantasie balinesi in nylon tinto capo per un effetto stropicciato; e il modello a 5 tasche monocromatico.

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KAWECO per ROY ROGER’S

E’ il risultato della collaborazione con la storica azienda tedesca Kaweco (fondata nel 1883) la sfera e la stilo in alluminio blu indaco che, sottoposto ad un lavaggio stone washed, dona un aspetto usurato dal tempo. Così si incontrano due aziende unite da una lunga tradizione familiare, profondo know-how nel proprio settore e grande attenzione alle innovazioni.

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VULCANIZED SHOES

La linea Vulcanized shoes propone un modello realizzato con uno speciale tessuto Limonta dall’effetto cordato. Ma anche nei tessuti della collezione, riuscendo a sottoporre la scarpa ad alcuni trattamenti stone washed e tinto capo, abitualmente adottati nei capi di abbigliamento.
Tra le novità l’effetto “sporcata” della striscia in gomma che unisce la tomaia alla suola.

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(foto Miriam De Nicolo’)

POLAR A300 – Un orologio per tutti gli amanti del fitness e del glam!

Progettato per chi ama il benessere e vuole mettersi o restare in forma, Polar A300 è confortevole, leggero ed ha un’estetica accattivante, che può essere adattata ad ogni outfit ed occasione con il cinturino intercambiabile disponibile in 6 diversi colori!

Indossato con il sensore di frequenza cardiaca Polar H7, A300 offre una guida per allenarsi in modo corretto in base ai propri obiettivi. Smart Calories mostra le calorie totali consumate nella giornata, sia in allenamento che durante l’attività quotidiana.

Polar A300 rileva l’attività 24 ore su 24. Misura il tempo totale attivo, passi, distanza e analizza la qualità del sonno. La funzione Activity Benefit mostra i benefici ottenuti dall’attività effettuata durante la giornata.

A300 motiva a muoversi di più per raggiungere il proprio obiettivo di attività giornaliero e invia un segnale con vibrazione quando si rimane fermi troppo a lungo.

A300 sincornizza con Bluetooth Smart i dati di attività e allenamento alla mobile app ed al servizio web Polar Flow, per un’analisi completa dei benefici ottenuti.

Guarda tutti i modelli POLAR A300:

Poesia dell’assenza: Afelio di Ada Prisco

L’afelio, ci ricorda l’autrice nell’introduzione a questa raccolta poetica, è il «punto di massima distanza della terra dal sole nel suo moto ellittico di rivoluzione». È il “non sole”: con tutte le conseguenze di buio e di freddo che questa situazione comporta.

Assenza, dunque. Anzi “mancanza”, precisa l’autrice nel sottotitolo. Mancanza è assenza di ciò che dovrebbe esserci e non c’è. Mancanza di relazione, di condivisione, di solidarietà, di progettualità.

Ada scava dentro la sua (e nostra) quotidianità, per smascherarne le fragilità e le ipocrisie. Il paesaggio su cui il suo sguardo si posa è fatto di macerie: «Per ognuno e per ogni città le macerie sono dietro l’angolo». Le rovine delle città s’intrecciano con quelle dei cuori feriti («Il linguaggio puro, semplice, essenziale degli amanti / si muta in mucchio di brandelli fumanti»), con i ricordi dolorosi («Quando parti all’improvviso, / non ti soffermi su alcun sorriso»), con il senso di stanchezza che tutto avvolge e tutto deprime («Nel vero quotidiano / sono poche le carte in mano»).


In questa ottica anche i valori positivi vengono visti nel loro lento dissolversi. Emblematica in tal senso è la poesia Zappa: l’umile strumento stabilisce con l’agricoltore «un abituale rapporto gentile […] uno strumento / flauto dolce che annienta ogni intorpidimento»; ma, una volta abbandonata nella rimessa, «la ruggine ne oscura il metallo, / come la zoppia blocca il cavallo». E il silenzio, che gli spiriti riflessivi cercano, non è occasione di contemplazione serena e creativa, ma ha un sapore di morte, come quello dei cimiteri. Tutto, insomma, è illusione, «tutto appare senza peso», il rapporto con il mondo «evapora», la casa è vuota, la tavola inutile («Se sono via i commensali, / la tavola è come bici senza pedali. […] Certo, sarà più simile a una tomba»). La vita è un teatro e un gioco e, se è accompagnata da una colonna sonora, il suono è quello del fado, «musica nostalgica della terra di Portogallo». Tutto è vanità, direbbe la Bibbia; tutto è «limbo perenne», aggiunge l’autrice.


Valori positivi, si diceva. E cosa c’è di più positivo del futuro? Ma anche il domani appare come un tunnel oscuro: «non c’è più veduta in avanti, / si rimugina su ricordi pesanti», dice Ada in una poesia significativamente intitolata Il futuro quando c’era. Se Battiato cercava un centro di gravità permanente, Ada è consapevole di non riuscire a trovarlo.

L’autrice non si fa abbagliare dall’apparenza delle cose, ma cerca la profondità “nelle” cose. La sua analisi, asciutta e spietata, incide non solo nella carne viva della singola persona ma anche nel tessuto sociale, giungendo perfino all’invettiva contro coloro che commettono l’omicidio di comunità, affogando in un ottuso egoismo il «lavoro di anni, studi, cure, concordi percorsi e testimonianze, / sollecitudine, amorevole attenzione che ignora vacanze».

Il bilancio conclusivo non può essere che tragico: «Lo so adesso che ho un voto severo: / è solo e semplicemente “zero”».


Nella poetica di Ada Prisco riecheggiano i temi e i toni di Giacomo Leopardi. E, come nel Leopardi, anche in Ada si affacciano (timidamente?) delle piste di soluzione. Due in modo particolare. La prima è l’esperienza dell’amicizia, «vitale memoria e cura», la semplice carezza dell’amico. Anche l’intelletto e la conoscenza hanno un loro ruolo salvifico, ma sempre accompagnati dall’amicizia perseverante, da un amore che non sia possesso, da una testimonianza di semplice e coerente gratitudine («una sola parola è da salvare nella mente / non manchi il mio grazie, sinceramente»).

L’altra pista, più problematica, è l’esperienza religiosa. Nei versi di Afelio questa esperienza si affaccia ripetutamente, a volte in modo esplicito, altre volte con allusioni e rimandi. Sembra tuttavia che Ada abbia timore di pronunziare la parola “Dio” e le altre parole della tradizione religiosa: Padre, Gesù, Cristo, Signore. Parole, cioè, che indicano delle persone, non dei concetti ideali. Ada preferisce parlare di “Provvidenza”, che, appunto, è un vocabolo astratto, e lo fa con la solita amarezza: «Dove si credeva la mano della provvidenza, / c’era solo una truffa con evidenza»; «Forse che la Divina Provvidenza / nella solitudine indica la sapienza?».


Il lettore, allora, comprende che il grande assente è proprio lui, Dio. Ma l’assenza di Dio non è il rifiuto della religione: è il rifiuto di “una” religione, di un modo di essere (o di apparire) credenti. In Ada la ricerca estetica si intreccia con la passione per la verità, in costante dialogo con le istanze del nostro tempo, nel quale Dio sembra fuori dell’orizzonte. Ma Dio ritorna, non come l’immagine consegnata a un idolo, ma come dolore della verità e verità del dolore. Dio ritorna come la realtà dell’afelio, la trascendenza assoluta, colui che è al di là di ogni nostra possibilità di pensiero e di rappresentazione.

Nella creativa manifattura di questi versi si manifesta non un desiderio di fuga o d’isolamento, ma un bisogno di appartenenza più profonda alle cose e alla loro storia. Le coraggiose parole di Ada non sono gioielli per decorarsi, ma rocce su cui costruire architetture d’idee e di sensazioni. Con scorci imprevedibili si avverte lo sviluppo di pensieri e soprattutto di emozioni.


Al di là dei temi dominanti, si evidenziano alcuni elementi stilistici che strutturano queste poesie e le raccolgono in unità. Due, principalmente: l’uso della rima e la perdita del ritmo. Segno che le arterie che attraversano le poesie di Ada vorrebbero sfociare nell’armonia, ma questa, nell’umana condizione, può essere solo parziale. Non c’è ritmo, perché la vita non può essere compresa in un numero preciso di sillabe e di accenti. La rima, però, è in grado di farci sognare e forse percepire una nuvola di bellezza, un’onda acustica in cui le lacrime possono ancora brillare di speranza.

La Madonna di Pontassieve del Beato Angelico

L’opera, che probabilmente era lo scomparto centrale di un polittico perduto, proviene da una chiesa di Pontassieve, presso Firenze. È attribuita al Beato Angelico o, secondo alcuni studiosi, è frutto di un’ampia collaborazione di aiuti.

La Madonna con il Bambino è seduta su un trono, alla cui base sotto il gradino si legge un’iscrizione frammentaria che faceva riferimento ai committenti: Antonio di Luca, Piero di Nicola e Ser Piero.


La Madonna di Pontassieve del Beato Angelico


Il sacro gruppo è rappresentato frontalmente, sullo sfondo del trono coperto da un drappo rosso. Una luce dorata di grande fascino si irradia tutt’intorno e, grazie ad una particolare lavorazione della foglia d’oro, si rifrange in tanti raggi. È la luce divina che inonda la scena e circonda la Vergine Maria e il Frutto del suo grembo. Oltre a questa funzione simbolica, la luce contribuisce alla resa plastica dei volumi dei corpi e anima le pieghe delle vesti, sottolineando realisticamente la storicità dei personaggi.

Il trono è un elemento che caratterizza la regalità: dunque Maria è la regina-madre del Cristo re; caratterizza anche la sapienza di Dio: dunque lei è il vertice di un disegno eternamente concepito dalla Trinità; ma il sedile piuttosto basso e privo di schienale allude al modello della Madonna dell’umiltà: dunque colei che è la Sovrana dell’universo si considera per sempre «la serva del Signore».

Tipiche dell’Angelico sono le proporzioni allungate, con le dita della mano della Vergine affusolate. Tra la Madre e il Figlio sgorga un contatto pieno di fiducia e di tenerezza, che sfocia in un mistico abbraccio.

PITTI IMMAGINE UOMO – P/E 2016 THE BRIDGE

New York è sempre stata fonte di grande ispirazione e città-calamita, a partire dall’attore e regista Steve Buscemi che ci rimase come volontario vigile del fuoco dopo gli attentati dell’11 settembre a Frank Sinatra che ne cantava le melodiche storie.

E’ con un tocco metropolitano, stile New York ma sempre legato alla toscanità, che la collezione The Bridge si ispira per la stagione Primavera-Estate 2016.

Visitare questa città è per me fonte di stimolo creativo indiscusso. La sfida è stata poi quella di esprimere questa vitalità effervescente in una collezione di accessori che fossero moderni, eleganti e trasversali” – dichiara Eduardo Wongvalle, direttore artistico del brand.

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rivisitazione della Doctor Bag



Borse che ricordano sempre il tema del viaggio, per chi ama spostarsi alla ricerca di novità e di un’avventura. L’uomo e la Donna The Bridge sono creativi, visionari, cercatori e non intendono rinunciare allo stile e al gusto oltre che alla praticità. E’ con questa attitudine che la collezione Primavera-Estate 2016 si compone di borse leggere, dei migliori pellami, un pellame pieno fiore, un vitello lavorato per un effetto “a stampa d’elefante”. Le venature risultano enfatizzate da uno speciale trattamento del colore che conferisce un aspetto vissuto.

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The Bridge



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stand The Bridge a Pitti Uomo 88



Cura meticolosa per le cuciture ed i dettagli, eseguiti secondo la tradizione toscana della selleria, novità assoluta la forma squadrata dell’intera linea e la nuance French blu che aggiunge quel tocco “glam” e contemporaneo.

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la nuova nuance French blu The Bridge



Tribeca è il nome dato da Eduardo Wongvalle, direttore artistico The Bridge, alla nuova collezione uomo per la Primavera-Estate 2016.

Una collezione che rispecchia sempre l’animo del marchio, dal design leggero e dinamico, libero da accessori inutili ed abile a ridefinire il concetto di lusso funzionale.

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la nuova forma a secchiello squadrata/ donna The Bridge



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colore per la collezione The Bridge



Guarda la collezione Uomo Primavera-Estate 2016 The Bridge: 



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