Archive for agosto, 2015

Diciott’anni senza Lady D.

Se ne andava tragicamente il 31 agosto 1997, a causa di un incidente automobilistico avvenuto sul tunnel dell’Alma, a Parigi, Lady Diana Spencer.

La principessa triste, così come viene ricordata, è stata il simbolo di un’epoca. Bella ed infelice, è stata a lungo al centro delle cronache per il suo matrimonio con il principe del Galles. È una favola al contrario, quella di Diana. Lei, fine aristocratica, sposando giovanissima Carlo diviene futura regina di un regno che sembra non appartenerle. Dalla bellezza assai più delicata rispetto alla rivale Camilla Parker Bowles, Diana è stata un’icona di stile tra le più ammirate degli anni Novanta. Una sensualità castigata che forse quel matrimonio infelice tendeva a reprimere; ma bastava un tubino ed il suo sex appeal veniva fuori.

Amata da Versace e Valentino, Diana si è distinta anche nel sociale: numerose le sue opere di beneficenza. Struggenti le note di Elton John che hanno accompagnato la cerimonia funebre. Resteranno sempre impressi nella nostra memoria quei versi originariamente dedicati a Marilyn Monroe, altra diva tormentata e fragile, poi cambiati in onore della Rosa d’Inghilterra, prematuramente scomparsa.

Nel 1985 alla Casa Bianca, Diana ballò con John Travolta

Nel 1985 alla Casa Bianca, Diana ballò con John Travolta

Diana è stata una grande icona di stile

Diana è stata una grande icona di stile

Sensuale nel celebre Little Black Dress Valentino

Sensuale nel celebre Little Black Dress Valentino



Lo stile di Lady D. era figlio dei tempi: una principessa moderna, dalla grande personalità, e forse per questo in triste contrasto con l’etichetta imposta alla corte della rigida Elisabetta. Da film il suo ballo alla Casa Bianca con John Travolta, durante una cena ufficiale. Immortalata per Vogue da Mario Testino, la principessa è stata oggetto del gossip più sfrenato, durante gli ultimi mesi di vita, a causa della sua relazione con Dodi Al-Fayed, scomparso con lei nel medesimo incidente avvenuto a Parigi.

Nell'estate del 1997

Nell’estate del 1997

Lady Diana ritratta da Mario Testino

Lady Diana ritratta da Mario Testino

Uno scatto che ritrae Diana in jeans

Uno scatto che ritrae Diana in jeans

Diana Spencer in tailleur

Diana Spencer in tailleur



Bellissima in jeans e camicia, indimenticabile il buffo abito da sposa, in perfetto stile Eighties, sontuoso, quasi una meringa, stemperato dalla dolcezza dei lineamenti della principessa triste. Tante le mise con spalline, must-have degli anni Ottanta. Una linea perfetta che rendeva la principessa impeccabile in tailleur, nonostante la bulimia che l’attanagliava. Perfetta in LBD, come nel celebre modello Valentino. Famosa la sua predilezione per Tod’s, di cui era solita indossare il modello passato alla storia come D-Bag, e per la Lady Dior, spesso paparazzata tra le sue mani.

In tenuta sportiva con l'immancabile D Bag di Tod's

In tenuta sportiva con l’immancabile D Bag di Tod’s

Splendida in tailleur con la D Bag

Splendida in tailleur con la D Bag

A Liverpool nel 1995 con la Lady Dior sotto braccio

A Liverpool nel 1995 con la Lady Dior sotto braccio



Numerosi sono gli outfit di Diana citati dalla nuova principessa, Kate Middleton, dal 2011 sposa di William. Un’eredità pesante che forse trova il più naturale sbocco nell’affetto sincero che il popolo britannico sembra provare nei suoi confronti.

Wes Craven, maestro horror, è morto ecco i suoi migliori 5 film

Wes Craven, uno dei registi horror più famosi di sempre si è spento a 76 anni, il regista che ha creato i franchise Scream e Nightmare aveva un cancro al cervello.

L’ultimo film di Wes Craven è stato Scream 4, 2011, un reboot del franchise più famoso del mondo horror. Il film non ebbe successo ma MTV decise di produrre uno show televisivo in cui Craven aveva il ruolo di produttore esecutivo.

Wes Craven era considerato un maestro del genere horror e per capirlo bisogna vedere, ameno, 5 suoi film.


L’ultima casa a sinistra (1972)





Il film è vagamente ispirato a La fontana della vergine (1960) di Ingmar Bergman. Il film di debutto di Wes Craven fece subito scalpore per le sue scene ultra violente. Due ragazze dirette a un concerto si fermano per comprare della marijuana e finiscono nelle mani di dei criminali molto violenti. Le due ragazze finiscono per essere torturate e stuprate ma i genitori di una delle due vogliono vendicarsi…

Il film è stato apprezzato dalla critica e in particolare dal famosissimo e compianto Roger Ebert il quale parlando del film scrisse: “La regia di Wes Craven tiene lo spettatore in uno stato di insopportabile tensione per tutto il film (tranne in alcune stupide scene con una coppia di poliziotti scemi che recitano male e mettono in crisi la verosimiglianza del film). La recitazione è naturale e sciolto, suppongo. Non c’è posa. C’è un buon orecchio per il dialogo e le sottigliezze. C’è malvagità in questo film. Non un sanguinoso escapismo o un brivido al minuto ma un senso di natura malvagia dei killer pienamente sviluppata. Non c’è gloria in questa violenza.


Nightmare – Dal profondo della notte (1984)





Questo è il film che segno la vita come regista di Wes Craven. La storia di Freddie Krueger, un bidello di scuola superiore, uccisore di bambini terribilmente sfigurato dal fuoco che torna e caccia i bambini nei loro sogni. La commistione tra realtà e sogno ha dato il via a un nuovo sotto-genere del filone horror. Pochi registi hanno fatto film che usano gli incubi in modo così funzionale come Wes Craven. Durante tutta la durata del film i protagonisti passano dalla realtà al sogno e le parti più spaventose della loro esperienza sono in un limbo che rende indistinguibile le due. La critica all’inizio non aveva apprezzato abbastanza Nightmare ma negli anni si è ricreduta.


Il serpente e l’arcobaleno (1988)





Il film non è certo politically correct. Una orda di neri tentano di trasformare Bill Pullman in uno zombie dopo aver tentato di ucciderlo. Ora un film del genere farebbe storcere il naso a più di un attivista nero ma al di là di questo il film è stupendo.
Wes Craven con questo film prova che non è un regista gore. Il film ha i suoi momenti sanguinosi ma il centro del film è un’altro.
Tutto il film si basa su allucinazione e stati di terrore psicologici. Wes Craven usa sequenze oniriche, immagini poetiche e inquadrature che suggeriscono più di quanto mostrano per creare un’atmosfera.


Scream (1996)





Uno dei più grandi successi di sempre nel mondo horror non ebbe successo al botteghino, si ripagò appena ma il successo, lentamente arrivò e fu incredibile. Scream diede il via al sotto-genere del teen horror.
Il successo era scritto, la sceneggiatura è divertente e l’idea che i protagonisti di un horror sappiano come funziona un horror era veramente originale all’epoca. Il film, poi, riesce a tenere alta la tensione pur creando il mistero su chi sia il killer.


Red Eye (2005)





Red Eye è la divagazione dal genere migliore di Wes Craven. Una giovane donna (Rachel McAdams si imbarca su di un volo notturno e si trova come vicino un Cillian Murphy che sembra molto amichevole. Si scopre che in realtà non è proprio così amichevole. E’ un piccolo film ma funziona a dovere ed è una piccola perla thriller

Trend A/I: Bohemian Rhapsody

La stagione A/I 2015/2016 ci riporta indietro nel tempo, fino agli indimenticabili anni Settanta. Un trend che non è mai stato così amato, tanto da divenire ora protagonista assoluto delle passerelle per la prossima stagione invernale.

Un tripudio di stampe paisley, su lunghi abiti in impalpabile chiffon dalle suggestioni boho-chic. Lo stile bohémien conquista sempre più imponendosi come trend incontrastato per l’inverno 2016. Uno stile che piace perché sta bene a tutte e perché dona uno charme particolare.

La donna proposta dagli stilisti nelle collezioni A/I è una moderna hippie chic che indossa pantaloni a zampa d’elefante, monili etnici e outfit in pieno stile festival. Largo a caftani da giorno e da sera, da indossare con gilet o giacche in montone, stivali in camoscio o sandali da schiava. Fiori intrecciati tra i capelli o foulard usati alla stregua di turbanti completano il look gipsy.

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Oggi come ieri. Pantaloni e blusa di seta Mohanjeet, colbacco in pelliccia Gelot, foto di di Peter Knapp per Elle France, 1970.

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Edita Vikeviciute posa come una gitana extra lusso per Roe Ethridge, W Magazine Giugno-Luglio 2015

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La moda A/I 2015/’16 trae spunto dagli anni Settanta

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Andreea Diaconu per Mario Sorrenti, Vogue Paris marzo 2015

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Ispirazione boho-chic per Yves Saint Laurent, nella sua Russian Collection, 1976

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Veruschka per Artisans du Liban et d’Orient, Vogue Paris Settembre 1969

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Marisa Berenson fotografata da Gian Paolo Barbieri, 1969

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Meng Zheng per Vogue Cina, maggio 2015

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Veruschka in gipsy style, Vogue aprile 1969



Trionfa su tutto il caftano, capo simbolo della cultura hippie, da indossare con gioielli antichi dal sapore etnico, frange e accessori di ispirazione folk: questo autunno dimenticatevi di essere nel 2015, la moda parla inequivocabilmente Seventies.

Armate di flower power ci aggingiamo a vivere una stagione all’insegna di suggestioni antiche ma mai dimenticate. Erano gli anni dell’amore libero, della fratellanza universale e delle maxi gonne che tutte, da bambine, abbiamo visto nel guardaroba della mamma. Una moda fresca e colorata, capace di dare vita anche al più grigio degli inverni.

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Angela e Audrey Lindvall fotografate da Mikael Jansson per Vogue Italia, Ottobre 2001

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Raquel Zimmermann in stile bohémien per Vanity Fair

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Frida Gustavsson fotografata da Magnus Magnusson per Elle Svezia novembre 2010

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Sasha Pivovarova per Mikael Jansson, Vogue US febbraio 2014

L'Officiel, Teatro Greco di Taormina

Fashion shoot al Teatro Antico di Taormina, Sicilia, L’Officiel #567, tuta Yves Saint Laurent, P/E 1969



È una luxury hippie quella proposta da Burberry Prorsum, tra maxi poncho e dettagli shabby-chic. Pregiati velluti e broccati di seta sono stati i protagonisti assoluti della sfilata di Alberta Ferretti, in una collezione in cui notevoli sono i rimandi folk ed etnici, quasi un tributo alla famosa Russian Collection proposta da monsieur Yves Saint Laurent nel lontano 1976.

Richiami etno chic anche da Dries van Noten, in cui si respira piena atmosfera boho-chic. Valentino propone un excursus attraverso gli anni Sessanta e Settanta, spaziando dal mood optical alle suggestioni quasi fatate di abiti che ricordano la magia di Ossie Clark e Thea Porter. Note floreali da Giambattista Valli, sebbene prevalga anche qui un mood swinging che rimanda al decennio precedente.

Giambattista Valli

Giambattista Valli

Valentino

Valentino

Isa Stoppi in Valentino

Isa Stoppi e Janette Christensen in Valentino Haute Couture 1971, foto di Chris von Wangenheim

Burberry Prorsum

Burberry Prorsum

Dries Van Noten

Dries Van Noten

Mood folk da Alberta Ferretti

Mood folk da Alberta Ferretti



Protagonista delle passerelle è uno stile wild, che predilige lunghezze maxi e tessuti svolazzanti come lo chiffon di seta. Largo alle stampe, in primis cachemire e paisley, rivisitate nei toni più caldi e nei colori più accesi. E se Dsquared ripropone il mood andino di un genio della moda quale è stato Giorgio di Sant’Angelo, la donna vista da Anna Sui è una santona di lusso direttamente presa in prestito alle comuni anni Settanta.

Veruschka wearing Giorgio Di Sant' Angelo for “The Magnificent Mirage” by Franco Rubartelli, 1968.

Veruschka in Giorgio Di Sant’ Angelo per lo shoot ricordato come “The Magnificent Mirage”, foto Franco Rubartelli, 1968.

Dsquared2

Dsquared2

Natasha Poly, foto di Mert Alas & Marcus Piggott, Vogue Paris settembre 2015

Natasha Poly, foto di Mert Alas & Marcus Piggott, Vogue Paris settembre 2015

Stampe batik da Anna Sui

Caftani in stampe batik da Anna Sui

Karen Elson fotografata da Tim Walker, Vogue UK maggio 2015

Karen Elson fotografata da Tim Walker, Vogue UK maggio 2015



Il bohémien trova come sempre un valido rappresentante in Roberto Cavalli, che propone dettagli in pieno stile gipsy. Di netta ispirazione etno-chic anche Paul & Joe e Chloé, che propongono capispalla in montone, poncho patchwork e gilet portati sopra abiti svolazzanti dalle proporzioni Seventies.

Anima gipsy da Roberto Cavalli

Anima gipsy da Roberto Cavalli

Full immersion nei Seventies da Chloé

Full immersion nei Seventies da Chloé

Il boho-chic di Paul & Joe

Il boho-chic di Paul & Joe

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Isabeli Fontana fotografata da Jacques Dequeker per Vogue Brasile dicembre 2012

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Carmen Kass fotografata da Yelena Yemchuk per Vogue Giappone ottobre 2005

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Sienna Miller, grande amante del look boho-chic



Il “festival” è un trend che ha preso piede già dal 2014: sdoganato da eventi come il Coachella e il Glastonbury Festival, adorato da icone del jet set internazionale come Sienna Miller e Kate Moss, lo stile boho-chic ha rivoluzionato il guardaroba femminile. Colori accesi, rimandi ad altre culture, evidenti ad esempio nelle stampe batik, la moda anni Settanta è un crogiolo di idee e suggestioni che si mixano mirabilmente, lasciando anche spazio per fornire un’interpretazione personale del mood prevalente.

Jeans scampanati indossati sotto un cardigan a motivi aztechi e un maxi poncho, fino a completare il look con un cappello a tesa larga in feltro di lana, che conferisce un tono intellettuale, e una borsa con le frange: tutto ci parla di Seventies. Anni di piombo vissuti sempre col sorriso, anni che hanno cambiato per sempre il corso della moda e che rappresentano come poche altre tendenze un vero e proprio evergreen dello stile.

Stampe floreali da Gucci

Stampe floreali da Gucci

Patchwork visto da Etro

Patchwork visto da Etro

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Kate Moss per Etro A/I 2015/2016

Stella Jean

Stella Jean



Stampe patchwork e ancora montoni visti da Stella Jean. Delicate e romantiche le stampe floreali proposte invece da Gucci, mentre il patchwork è protagonista della collezione Etro, che fa sfilare abiti in tessuti preziosi che sanno di Oriente, e arruola come testimonial un guru dello stile bohémien come Kate Moss.

Che dire, peace & love.


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Thea Porter: la nascita del boho-chic

Jaeger-LeCoultre inaugura alla Mostra di Venezia una retrospettiva fotografica

Jaeger-LeCoultre ha deciso di rendere omaggio alla propria dedizione decennale al cinema e agli artisti che hanno contribuito con originalità allo sviluppo della cinematografia moderna, con una mostra fotografica esclusiva, allestita al Lido di Venezia presso la lounge Jaeger-LeCoultre all’Hotel Excelsior, in occasione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica che si svolgerà dal 2 al 12 settembre 2015.

"Glory to the Filmmaker!" di Takeshi Kitano (©2007 Bandai VIisual Tokyo Fm Dentsu Tv Asahi e Office Kitano)

“Glory to the Filmmaker!” di Takeshi Kitano (©2007 Bandai VIisual Tokyo Fm Dentsu Tv Asahi e Office Kitano)



La mostra, Behind the Scenes, offre una panoramica del processo creativo cinematografico di artisti molto diversi, quali Takeshi Kitano, Abbas Kiarostami, Agnès Varda, Sylvester Stallone, Mani Ratnam, Al Pacino, Spike Lee, Ettore Scola e James Franco, che hanno contribuito allo sviluppo e all’evoluzione dell’arte della cinematografia.

"Che strano chiamarsi Federico!" di Ettore Scola (© Cristina Di Paolo Antonio)

“Che strano chiamarsi Federico!” di Ettore Scola (© Cristina Di Paolo Antonio)



Ogni anno il premio Glory to the Filmmaker, viene infatti assegnato da Jaeger-LeCoultre in collaborazione con la Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia.

"Les Plages d'Agnes" di Varda (Copyright ®cine-tamaris)

“Les Plages d’Agnes” di Varda (Copyright ®cine-tamaris)



Daniel Riedo, CEO di Jaeger-LeCoultre, ha evidenziato che “la Haute Horlogerie e il cinema condividono valori comuni: entrambi, infatti, ricorrono alla maestria estetica e tecnica per dare vita ai sogni e creare stupore. Jaeger-LeCoultre si avvale del talento dei suoi numerosi artigiani per realizzare segnatempo d’eccezione, proprio come accade nel mondo del cinema, dove i migliori sceneggiatori, registi, attori e tecnici lavorano insieme per produrre veri e propri capolavori cinematografici. Due mondi diversi, pervasi della stessa ingenuità creativa“.

Sylvester Stallone sul set di "The Expendables" (Copyright Karen Ballard)

Sylvester Stallone sul set di “The Expendables” (Copyright Karen Ballard)



Vincitori del premio Glory to the Filmmaker di Jaeger-LeCoultre

2007 Takeshi Kitano, Glory to the Filmmaker!

2008 Abbas Kiarostami, Shirin

2008 Agnès Varda, Les Plages d’Agnès

2009 Sylvester Stallone, I mercenari – The Expendables

2010 Mani Ratnam, Raavanan

2011 Al Pacino, Wilde Salomé

2012 Spike Lee, Bad 25

2013 Ettore Scola, Che strano chiamarsi Federico!

2014 James Franco, The Sound and the Fury

Ingrid Bergman: il glamour di una diva

Nasceva cento anni fa l’attrice Ingrid Bergman. Moglie del regista Roberto Rossellini, madre di Isabella, l’attrice svedese è stata una delle più famose dive di Hollywood a cavallo tra gli anni Quaranta e Cinquanta.

Fascino svedese che ha incantato il maestro del brivido Alfred Hitchcock, che le affida il ruolo di protagonista in Notorius, l’amante perduta, sarà però l’interpretazione nel celebre film Casablanca a decretarne il successo mondiale, in una struggente love story con Humphrey Bogart sullo sfondo della Seconda Guerra Mondiale.

Il suo volto perfetto rigato di lacrime incorniciato da un Borsalino in quell’addio così struggente, con la promessa di rivedersi a Parigi, è divenuta immagine simbolo degli anni Quaranta.

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Ingrid Bergman in “Casablanca” di Michael Curtiz, 1942

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In “Notorius” di A. Hitchcock, 1946

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Ancora la Bergman in “Casablanca”, il film con cui divenne celebre in tutto il mondo



Vincitrice di tre premi Oscar, al centro delle cronache rosa per il triangolo con Roberto Rossellini e Anna Magnani, Ingrid Bergman aveva la bellezza algida del Nord e lo charme tipico degli anni Quaranta.

Elegantissima in Gattinoni nel film Europa ’51, splendida in Notorius-L’amante perduta al fianco di Cary Grant, con i costumi della celebre Edith Head, Ingrid Bergman è stata nominata nel 1999 dall’American Film Institute la quarta attrice più grande della storia del cinema. Una bellezza ingombrante che però non mise mai in secondo piano il suo talento, la Bergman aveva quella forza e quella modernità tipica dello stile Forties. Perfetta in Casablanca, con i costumi del mitico OrryKelly, il film che ne decretò la fama mondiale, rendendola una diva.

Timidissima per sua stessa ammissione, da bambina restò incantata di fronte al mestiere dell’attore, che decise di intraprendere, studiando con dedizione e con una buona dose di stakanovismo.

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Sigaretta in bocca e basco, in perfetto stile anni Quaranta

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In “Casablanca” con i costumi di Orry-Kelly

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In “Notorius”, con i costumi di Edith Head



Un volto espressivo come pochi davanti alla macchina da presa, un’eleganza innata e una grande intelligenza. “Il segreto della felicità è avere buona salute e cattiva memoria” è una sua massima storica.

Incarnazione della bellezza nordica, perfetta per interpretare l’eroina tormentata, la sua sensualità era un sapiente mix di algido e torrido che fece perdere la testa a Roberto Rossellini, da cui l’attrice ebbe tre figli, le gemelle Isabella e Isotta e Roberto Jr.

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Ingrid Bergman in un abito da sera in seta: perfetta incarnazione dello stile anni Quaranta

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Sul set di “Stromboli, terra di Dio”, 1949

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Ingrid Bergman nacque a Stoccolma il 29 agosto 1915

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Immortalata da Richard Avedon, New York 1961

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La Bergman fu al centro del gossip per il triangolo amoroso con Rossellini e Anna Magnani

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L’attrice svedese con la figlia Isabella



Dopo una lunga battaglia contro un cancro al seno, l’attrice si spense nel 1982, proprio nel giorno del suo compleanno. L’edizione di quest’anno del Festival del Cinema di Cannes le ha reso omaggio. Il carisma- come dichiarava la stessa diva- era il suo tratto distintivo, insieme all’indipendenza, che ne fece una donna moderna. Il fascino senza tempo di una vera diva.

Per la prima volta al MICAM il nuovo brand di JOSHUA FENU, JF LONDON

JF LONDON

Per la prima volta al MICAM il nuovo brand di JOSHUA FENU

Il designer italiano Joshua Fenu presenta il nuovo progetto JF LONDON, in occasione della Fiera milanese MICAM, dal 1 al 4 settembre 2015 (HALL 3, STAND E35).

Il nuovo brand Made in Italy, che vede la direzione artistica del celebre creativo, si articola in una produzione diversificata proponendo calzature e accessori Uomo/Donna di altissima qualità, oggetti di culto glamour e ricercati nel design.

Un logo con una stella a cinque punte e delle iconiche suole pink sono il perfetto biglietto da visita per questi nuovi accessori che si affacciano sul mercato carichi del know-how di un direttore creativo come J. Fenu, già consulente creativo per alcune delle maggiori Maison di moda internazionali.

La collezione donna JF LONDON vanta una moltitudine di modelli, da evergreen decolletè e chanel, a vertiginosi e futuristici sandali per ogni occasione, tronchetti open toe fino a praticissime slippers logate in suede. Per l’uomo una rilettura eccentrica di ankle boots in suede e anfibi in pelle nera con dettagli fluo.

Icona del brand la celebre Union Jack, proposta sia per le calzature che per le borse e un’ eccentrica saetta metallizzata.

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SNEAKERS

Una varietà sorprendente di sneakers uomo/donna, di pregiata manifattura italiana, arricchite da frange, borchie, pelle pitonata, zip e vernice fluo; in perfetto accordo con lo stile Joshua Fenu.

SIGNATURE COLLECTION BY FENU

Una collezione di calzature uomo che rispecchia l’attenzione al dettaglio e la manifattura italiana tradizionale.

Una rilettura dei classici modelli Oxford e mocassini in vera pelle e suede, da giorno e arricchiti da swaroski, coccodrillo e pelle metallizzata per la sera.

LONDRA CENSURA LA LINGUA DEI ROLLING STONES PER LA MOSTRA EXHIBITIONISM

Non è stata tollerata dai londinesi, notoriamente molto aperti alle tendenze e alle nuove mode, la linguaccia dei Rollig Stones che è il simbolo della loro musica e di un’intera generazione.

L’immagine della lingua su una mutandina doveva essere la locandina della mostra Exhibitionism in corso fino a settembre 2016 alla Saatchi Gallery.


LONDRA CENSURA LA LINGUA DEI ROLLING STONES PER LA MOSTRA EXHIBITIONISM


La mostra racconta con circa 500 opere i Rolling Stones con memorabilia e opere di Alexander McQuenn, Andy Warhol e Shepard Fayre.

Il manifesto della mostra doveva essere una mutandina verde con sopra una linguaccia ma l’immagine ha subito una censura immediata e, nelle stazioni metropolitane e alle fermate degli autobus, è stata sostituita con un’immagine dove la lingua invece che sul pube si trova sulla pancia.


LONDRA CENSURA LA LINGUA DEI ROLLIG STONES PER LA MOSTRA EXHIBITIONISM


La lingua sul pube non è stata tollerata dai londinesi e certo i Rolling Stones e noi tutti non possiamo rispondere con una grande linguaccia a tanto inutile bigottismo.

Chi vincerà le amministrative a Napoli?

A meno di un anno dal voto il dibattito para-politico su Napoli è bloccato, fermo sostanzialmente a quattro anni fa. Ma se fosse solo “fermo” sarebbe probabilmente meglio di quando – come adesso – il dibattito è essenzialmente “chiuso”, tra gruppi e posizioni che hanno una loro visione e che fanno pronostici fondati letteralmente sul nulla, se non il proprio autoconvincimento.
È un modo “antico” di fare politica, soprattutto a sinistra, che però ha tappe macroscopiche di cui sarebbe bene tenere traccia e memoria. 
A Bologna si vince comunque, qualsiasi sia il candidato. Poi vinse Guazzaloca. A Napoli si vince comunque, e nella peggiore delle ipotesi si va al ballottaggio. E vinse De Magistris. Parma dopo gli scandali deln centrodestra è si-cu-ra. E vinse Pizzarotti. A Venezia non può che vincere il pd. Livorno rossa la si vince anche se non si candida nessuno. E ha vinto il Movimento 5 Stelle. Possiamo mica perdere la Liguria con la Paita, e (solo) per colpa della “sinistra sinistra” ha vinto Toti, ci mancherebbe. E l’elenco potrebbe anche continuare, semmai con un “De Luca stravince con otto punti di vantaggio” (il giorno prima) che il giorno dopo è diventato una vittoria sul filo di lana di meno di 40mila preferenze. 
Ecco, dircele queste cose e ricordarcele non guasterebbe. Perchè l’umiltà in politica è una gran bella cosa. Soprattutto aiuta – tutti – a restare coi piedi per terra. Aiuta anche a ricordare che ci si candida e fa politica on per fare l’ultras che esulta per uno scudetto, ma per amministrare il bene comune. Non ci sono coppe da portare a casa, ma un lavoro serio che dopo la campagna elettorale andrebbe svolto tutti insieme, o quanto meno col contributo di tutti.

Io sulla mia città in questo mese ho detto poche cose. E mentre è costume della politica che l’affermazione del giorno prima venga sovente ripensata il giorno dopo, mi accorgo che le cose che ho cercato di dire restano quelle. Per questo le metto qui, tutte insieme, in ordine cronologico. 
È il mio contributo a questo dibattito, che si affanna ancora sui totonomi e che non lascia trasparire alcun contenuto.


All’indomani dei dati della Svimez provai a declinare in satira…
[la riflessione seria la trovate qui] 

Contro questi piagnistei meridionalisti sarebbe una cosa buona chiudere la Svimez. 
Si perchè ultimamente va molto di moda questo “pensare positivo”, guardare al bello, parlare dell’Italia che funziona. Se non lo fai, se non sei “ottimista”, sei un retrogrado, un gufo della solita sinistra piagnona e masochista che rema contro. 
Infondo la soluzione è semplice: se i problemi non li documenti non esitono. 
Nella retorica della comunicazione social alla domanda “e dove sta il link?” se non c’è ti inventi tutto, quindi meglio “togliere il link” e amen. 
Potremmo però risolvere tutto, e non solo i problemi del sud, con questa logica stringente: se facciamo emigrare tutti i disoccupati cancelliamo la disoccupazione. Pensiamoci bene. Potremmo risolvere la fame nel mondo, il problema dei malati e delle “diverse abilità” in maniere simili… 
Forse se smettiamo di parlare del debito pubblico (mai così alto nella storia repubblicana) anche quello per miracolo e da solo svanisce. 
Tempo fa De Magistris a Napoli, nella mia città del resto disse “basta parlare di blatte per strada, le blatte non ci sono, chi ne parla sarà querelato” (vero che spuntarono foto di blatte ovunque e non si ha notizia di querele sindacali, ma accadde anche questo).
 Sono i tempi bellezza. Sono quelli del #menefrego in trend-list su twitter e di quelli che fanno ironia dicendo “mi aspettavo anche i treni in orario”. Ma quale ironia, i treni sono in orario: sei tu che sei gufo e ci hai anche l’orologio rotto. E dato che la crisi non c’è, puoi anche smettere di fare il taccagno e compratene uno nuovo, che il paese ringrazia.


Meno satirico è quello che scrissi due giorni dopo.


Mentre si dipana il dibattito sul sud, che pare funzionare anche come novello sempreverde tormentone estivo (insieme agli immigrati), e si sentono citare e piovere (nonostante il caldo, o proprio come effetto collaterale del caldo) cifre di ogni tipo genere e dimensione, io ne vorrei citare solo due. Che nel loro piccolo riguardano soldi già disponibili e che riguardano entrambe Napoli.
La prima cifra è 156milioni di euro, e sono i soldi per dragare il porto e per l’ammodernamento delle banchine di attracco. Soldi che il 31/12 torneranno all’Unione Europea perchè – dato che la politica cittadina e quella regionale non si sono messe d’accordo per la nomina di un presidente dell’autorità portuale, la progettazione e realizzazione delle opere non è stata fatta. Alla stessa data tornerà in Europa anche la seconda cifra. Questa volta 101milioni di euro. Che sono i fondi per la riqualificazione del centro antico e storico di Napoli, dopo che queste aree sono rientrate nel partimonio mondiale dell’Unesco. Messe insieme queste due cifre sono 257 milioni (e spicci). 
A ben vedere hanno tra loro anche una coerenza straordinaria, perchè andrebbero a finanziare l’enorme risorsa-volano dell’economia cittadina: il turismo. 
Ecco. Seppure 257 milioni vi sembran pochi, cosideriamo che li abbiamo persi. Ma per una volta, senza forche e senza populismi di piazza, sarebbe un bel segnale di rinascita del sud se, pacificamente, semplicemente, chiedessimo tutti conto e che qualcuno rispondesse di questo che – prima di tutto – è un atto di irresponsabilità verso la città e verso il bene e il patrimonio comune.

Fu poi la volta di quando De Magistris divenne “sindaco di Facebook” che commentai così dalle colonne del Roma:


Dopo essere stato sindaco rivoluzionario, sospeso, di strada, reintegrato, oggi De Magistris lancia definitivamente la sua campagna elettorale con un lungo post su Facebook. Che fosse social lo sapevamo, ma stavolta il suo post è con un vero e proprio manifesto politico delle cose fatte e di attacco al pd renziano. Tra le molte accuse “a firma” del sindaco di Napoli ce ne solo alcune difficilmente attribuibili a Matteo Renzi come “Mafia Capitale, inchieste Expo, Venezia Mose”: tutte vicende semmai esplose sotto la sua segreteria e cui lui è chiamato a mettere una pezza. 
L’atto che da oltre un anno fa infuriare De Magistris è la sua estromissione dalla gestione dell’affaire Bagnoli. “Renzi, dopo anni ed anni di omissioni, sprechi, affari e crimini, invece di dare alla Città le risorse per la bonifica ha deciso di commissariare. Vuole mettere le mani sulla città con le stesse logiche di potere che hanno distrutto parte del nostro Paese.”
Su Bagnoli lo scontro è ampio e forte, e ne sentiamo parlare da tempo. Come i nomi ballerini dei presunti super commissari con poteri da superuomo, così come le cifre da capogiro che potrebbero abbattersi (letteralmente) sulla città, e su cui i soliti presuntamente grandi imprenditori e finanzieri anche loro si vogliono letteralmente abbattere per pasteggiare alacremente. 
Quello che manca sulla questione Bagnoli è una risposta chiara ad una domanda che dovrebbe essere il presupposto di qualsiasi cifra e nome commissariale: qual è il progetto per Bagnoli? Soldi e nomi per fare che? Realizzare cosa? Quando fai questa semplice domanda si solleva la nebbia, come se Bagnoli fosse in val padana. 
Nel lungo articolo il sindaco di Napoli fa un elenco di cose fatte, che sono cose vere, almeno parzialmente. Molti sono progetti ereditati dal passato (come le stazioni della metropolitana da lui inaugurate a ripetizione), così come è innegabile l’aver ereditato un bilancio a dir poco disastroso e del quale nessuno degli assessori degli ultimi vent’anni è stato chiamato a rispondere. 
Spiccano però due elementi. Il primo è che un sindaco che il PD considera decotto e condannato alla sconfitta abbia ricevuto in meno di sei ore oltre 2.000 condivisioni e 3.500 “like”, cui si sommano oltre 1.500 tra commenti e repliche. Indice di una città viva e di un sostegno al sindaco che molti sembrano ostinarsi a non vedere. Dall’altro il vuoto delle repliche del partito democratico, che vanno dalla ilarità all’attacco diretto, senza alcuna proposta nel merito. L’alzata di scudi “a difesa del segretario” a livello nazionale ci sta, ma a livello locale appare decisamente poco credibile, laddove ad un anno dal voto il PD non solo non ha nomi alternativi da proporre, ma non ha un progetto politico, non ha un programma, e nemmeno un’idea di percorso per arrivare ad averne. 
Il post del sindaco fa discutere e fa schierare. Apre il dibattito sulla città e sull’amministrazione. Tutto questo è comunque politica. Al momento degli altri partiti non si può dire nemmeno questo: nemmeno uno status programmatico o analitico che faccia discutere.


E sempre sul Roma però mi toccava ricordare che
esattamente un anno fa Matteo Renzi venne a Napoli. Era da poco diventato premier ed era il tempo del “giro d’Italia”, delle scuole, delle regioni del sud. Esattamente un anno fa sottoscriveva a Bagnoli un accordo di programma per quell’area: accanto a lui Luigi De Magistris e Stefano Caldoro. Già, esattamente un anno fa: politicamente un’era geologica. Una politica che va sempre più veloce ma che qui al sud resta archelogica. Non sarà un caso quindi che le uniche novità riguardano gli scavi di Pompei: nuove scoperte e qualche nuovo ennesimo crollo. 
Un anno fa era prima della “fonderia” – sempre a Bagnoli – prima delle primarie in casa Pd per la scelta del candidato governatore, prima dell’elezione di Mario Oliverio in Calabria, di Marcello Pittella in Basilicata, della vittoria di misura di De Luca alle primarie e di meno di 40mila preferenze alle elezioni regionali. Il PD che vince al sud è tutto meno che nuova classe dirigente, ed anche quande quando vince un candidato renziano come Michele Emiliano in Puglia certamente non lo si può definire un “leopoldino”. 
Un anno fa a Napoli, a Bagnoli, sembrava tutto possibile e imminente, realizzabile – almeno per una volta – in sinergia e accordo tra locale, regionale e nazionale. Le elezioni del “rinnovamento” (almeno auspicato e certamente auspicabile) della classe dirigente sono state la cassazione del dato che qui i signori delle tessere che migrano da una maggioranza interna all’altra la fanno da padroni e dettano tempi, modi e condizioni. Ed ecco che mentre un nuovo scavo ci regala un’altra meraviglia di Pompei, e mentre Carditello si avvia al recupero avviato dal coraggio di un ex ministro come Bray (che tutti si chiedono ancora perchè non sia stato confermato), Bagnoli resta la pietra angolare dello scontro politico, amministrativo, finanziario. Ma resta anche come monumento e cartina di tornasole dell’interesse concreto e tangibile per temi come recupero ambientale, occupazione, sviluppo, attenzione al sud, investimenti, riqualificazione… 
E allora ad un anno esatto da quella visita, da quella firma, da quegli annunci, resta un decreto ancora vuoto, parziale, senza alcuna nomina, senza un progetto, senza un’idea. E Bagnoli diventa il metro che misura la distanza tra la velocità della politica e la concretezza del cambiamento. La politica, e la comunicazione politica, possono anche essere velocissimi ed efficaci. Ma la concretezza passa per le cose che cambiano. O quanto meno che si muovono. 
Stavolta però la responsabilità non è dell’amministrazione comunale, regionale, e nemmeno del premier. Semmai della classe dirigente locale del suo steso partito che evidentemente non riesce ad essere efficace nel far comprendere le urgenze, o peggio, che intende, ancora una volta, usare l’ipotesi di un passo in avanti su Bagnoli per la costruzione della campagna elettorale delle prossime amministrative.


Ad oggi tutti pensano che la vittoria sia scontata: centro destra, PD, il sindaco e il M5S. Almeno se ci si ferma a discuetere ed ascoltare. La realtà è ben diversa. 
Ad oggi il PD non ha un candidato e non ha un prcorso chiaro per individuarlo, e probabilmente si ricorrrerà ad una scelta calata dall’alto, ennesima pietra lapidaria su una classe dirigente sempiterna.
De Magistris ha un suo zoccolo duro non inferiore al 20-25%. Il Movimento 5 Stelle ha un suo bacino abbastanza definito non inferiore al 20-25%. Il centro destra unito ha il suo storico, consueto 35-37%.
 Ciò che resta è il PD. Meno qualche punto percentuale ad una sinistra con cui non si vuole né può alleare. E meno le sempiterne e sempre presenti liste civiche, candidati di opportunismo e opportunità, varie ed eventuali. 
La domanda è: qualcuno davvero oggi può dire chi e come vincerà a Napoli? 
L’umiltà, come dicevo all’inizio, è una bella virtù. In politica appare un pò desueta. Rivalutarla non farebbe male. E aiuterebbe a fare scelte più costruttive e opportune.

Thea Porter: la nascita del boho-chic

Il fascino dell’Oriente lo aveva nel DNA, essendo nata a Gerusalemme e cresciuta tra Siria e Libano. Una visione unica della moda, vissuta come uno dei più autentici piaceri della vita, unita ad un’esistenza trascorsa all’insegna del cosmopolitismo, Thea Porter è stata colei che ha introdotto lo stile boho-chic nell’Inghilterra degli anni Sessanta.

Dorothea Noelle Naomi Seale nasce il 24 dicembre 1927 a Gerusalemme, in una famiglia di missionari cristiani. Il padre Morris S. Seale è un teologo e la madre una missionaria franco-tunisina.

Cresciuta a Damasco, la giovane Thea sviluppa una predilezione per i tessuti preziosi, che costituiranno la cifra stilistica delle sue creazioni. È in buona parte a lei che dobbiamo le suggestioni orientali sfoggiate nella moda dell’Inghilterra degli anni Sessanta.

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Thea Porter su Harper’s Bazaar Aprile 1969, foto di Barry Lategan

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Ann Schaufuss in Thea Porter, Vogue UK dicembre 1970

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Ann Schaufuss in Thea Porter



Mentre lavora nella biblioteca dell’ambasciata britannica a Beirut conosce Robert Porter, il suo futuro marito. I numerosi viaggi della coppia, tra Giordania, Iran, Italia e Francia, arricchiscono ulteriormente il patrimonio visivo e culturale della giovane Thea, che vive pienamente la rivoluzione di quegli anni, trascorrendo le sue serate nei night club e collezionando stuoli di abiti, come lei stessa ha dichiarato.

Amante della pittura e dell’interior design, dopo la separazione dal marito si trasferisce a Londra, nel maggio del 1964. Qui lavora come interior designer per Elizabeth Eaton e due anni più tardi, nel 1966, inaugura a Soho il suo primo negozio il Thea Porter Decorations Ltd., al numero 8 di Greek Street, indirizzo divenuto celebre grazie a lei.

Thea nel suo negozio vende decorazioni esotiche, monili antichi, tappeti e mobili in stile etnico, rivisitati dal suo gusto e avvolti in stoffe pregiate.

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Vogue UK 1969

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Il fascino dell’Oriente nei broccati e nelle stoffe pregiate

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Vogue UK 1969

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Maudie James in Thea Porter, Vogue UK luglio 1969, foto di Norman Parkinson



Sono i favolosi Swinging Sixties e Londra, da sempre capitale del melting pot, sviluppa un particolare gusto per l’esotico. Il piccolo negozio di Thea appare quasi come un bazar delle meraviglie e diviene in breve meta prediletta di hippie, musicisti famosi, attori e curiosi di ogni genere.

Ben presto si impone la richiesta da parte della clientela femminile di poter vestire di quelle stoffe così raffinate e particolari, ed è così che Thea diviene designer. I tessuti damascati importati dall’Oriente, i broccati di seta, i velluti di tradizione ottomana, il gusto particolare nel confezionare i capi fanno di Thea Porter l’iniziatrice del boho-chic.

Il capo principe che la rende famosissima in appena un anno è il caftano. La particolare veste, di origine orientale, era stata sdoganata in Inghilterra da Elizabeth Taylor, che aveva indossato un abito di Gina Fratini simile a un caftano per il suo secondo matrimonio con Richard Burton.

Ma nelle creazioni di Thea Porter le suggestioni orientali si mixano ad un modo nuovo di concepire la moda: le stampe indiane, i materiali antichi che sanno di Mediterraneo, il mood gipsy sono elementi che affascinano la Swinging London, che ama vestire esotico e respirare un’aria internazionale. Già nel 1967 la sua attività cresce in modo esponenziale e arriva all’estero, fino alla Grande Mela, grazie all’opera di Diana Vreeland, celebre fashion editor di Harper’s Bazaar, che si innamora perdutamente delle sue creazioni e le dedica copertine e servizi di moda.

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Ann Schaufuss in Thea Porter

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Maudie James in Thea Porter, Vogue UK ottobre 1969, foto di Guy Bourdin

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Vogue UK luglio 1973, foto di Norman Parkinson



Tra i suoi clienti più affezionati ci sono esponenti del jet set internazionale e dell’intellighenzia, come anche teste coronate: da Talitha Getty, che adorava i suoi caftani, a Lauren Bacall, da Bianca Jagger e Mick Jagger a Cat Stevens e Pete Townshend, da Liz Taylor e Barbra Streisand a Baby Jane Holzer e Jutta Laing, da Lady Amanda Harlech alla scrittrice Edna O’Brien, da Veronique Peck alla Principessa Margaret fino alla principessa Inaara Aga Khan.

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Maudie James in Thea Porter, foto di Patrick Hunt, 1970

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Lo stile boho-chic di Thea Porter

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Abito gipsy Thea Porter, 1969

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Il mitico atelier di Thea Porter, al numero 8 di Greek Street, in una foto del 1976



Thea Porter veste i Beatles e i Pink Floyd e ottiene centinaia di migliaia di cover e di servizi, da Vogue ad Harper’s Bazaar, fino alla conquista di Hollywood.

Il successo è tale che nel 1971 il marchio Thea Porter apre uno store a New York, grazie ai finanziamenti di Michael Butler, il produttore del musical di Broadway “Hair”, e nel 1977 apre un secondo negozio a Parigi.

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Ann Schaufuss in Thea Porter, Vogue UK ottobre 1971

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Sfilata Thea Porter

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Un’altra immagine tratta da un défilé Thea Porter



Anche dopo la chiusura dello store londinese la designer continua ad ottenere consensi, e nel 1986 inizia un’attività con la principessa Dina di Giordania in un negozio più piccolo di nome Arabesque. Da lì in poi si perdono le sue tracce, non senza grande dispiacere da parte di coloro che ne avevano amato lo stile. La stilista muore a Londra il 24 luglio 2000 dopo aver combattuto a lungo con l’Ahlzeimer.

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Caftani stampati e mood bohémien

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Joan Collins in Thea Porter, foto di Terry Fincher

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Vogue UK giugno 1971, foto di Barry Lategan

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Capi suggestivi e moderni



Riconosciuta antesignana della moda hippie chic, venerata post-mortem per le sue creazioni bohémien, che includevano caftano, turbanti, pantaloni a zampa, i capi di Thea Porter costituiscono oggi un’importante fetta di mercato di moda vintage e sono tra i più ambiti dai collezionisti. Capi dal sapore antico e dalle suggestioni folk, amati da celebrities ed icone di stile, come Kate Moss, che ha indossato spesso creazioni vintage di Thea Porter.

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Londra dicembre 1973

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Vogue UK dicembre 1972, foto di Norman Parkinson

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Vogue UK settembre 1961

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Un modello Thea Porter, anni Settanta



Particolarmente costosi, anche in virtù della qualità pregiata dei materiali di fabbricazione, i capi di Thea Porter sono tra i più venduti nelle boutique specializzate in vintage. Inoltre il genio della designer è stato recentemente celebrato a Londra, con una mostra presso il Fashion and Textile Museum che si è conclusa lo scorso maggio.

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Sharon Tate in Thea Porter

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L’Officiel 1976

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Moyra Swann in Thea Porter, Vogue UK novembre 1971, Turchia, foto di Barry Lategan

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Caftano prezioso Thea Porter

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Le creazioni di Thea Porter sono ricercatissime dai collezionisti di moda vintage

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Nicole Richie in Thea Porter

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Ispirazione folk per il Thea Porter vintage scelto da Kate Moss

Lo stile di Charlotte Casiraghi

Nasino alla francese e bocca a cuore, grande fotogenia e personalità ribelle: Charlotte Casiraghi si è imposta sempre più come un’icona di stile tra le più ammirate.

La bellezza della mamma Carolina e il fascino senza tempo della mitica nonna Grace Kelly si incontrano in lei in modo mirabile. Ventinove anni compiuti lo scorso 3 agosto, una laurea in Filosofia alla Sorbona, Charlotte Marie Pomeline Casiraghi è la secondogenita della principessa Carolina di Monaco.

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Charlotte Marie Pomeline Casiraghi è nata a Monaco il 3 agosto 1986

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La principessina è stata il volto di Gucci



Blasonata it girl dallo stile copiatissimo, la principessina appena sedicenne è stata inclusa dalla rivista Vanity Fair nella Lista delle donne meglio vestite al mondo.

Seguitissima dai giornali di gossip per le sue vicende sentimentali, provetta amazzone e mamma di Raphaël, avuto dall’attore Gad Elmaleh, il viso pulito e la bellezza acqua e sapone hanno fatto della principessina un’icona di bellezza. Il suo stile piace e affascina, a partire dalle uscite ufficiali della giovane, che ammette che, sebbene ami cambiare spesso d’abito, non ne ha mai fatto un’ossessione.

La principessa sfoggia nella vita di tutti i giorni uno stile fresco e giovane. Suggestioni grunge in certe mise sfoggiate dalla Casiraghi in giro per Parigi si alternano a linee pulite ed essenziali. Uno stile sofisticato ed una grande femminilità messa in risalto dai tacchi vertiginosi e dai lunghi abiti da sera indossati nelle occasioni ufficiali, come il Ballo della Rosa, che la vede da anni protagonista indiscussa.

Tanti i look bon ton sfoggiati da Charlotte, che veste spesso Chanel: indimenticabile è la mise rosa baby con veletta nera sfoggiata al matrimonio di Alberto di Monaco e Charlene Wittstock.

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Veletta nera su abito rosa Chanel, al matrimonio dello zio Alberto con Charlene

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Allure da diva in Giambattista Valli

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Versione amazzone per Gucci



Mood sporty chic in Gucci, che ha reso omaggio all’equitazione, la passione preferita di Charlotte, amazzone a livello agonistico. Bella anche senza un filo di trucco addosso, la gravidanza non ha cambiato il suo fisico atletico, messo in evidenza anche in un outfit semplice come jeans e camicia.

Un volto dai tratti fanciulleschi e dalla sensualità appena accennata che Gucci ha saputo mirabilmente mettere in evidenza, volendola a tutti i costi come testimonial.

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Labbra carnose e viso pulito

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Vogue Paris, Aprile 2015

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Charlotte in Missoni

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Laureata in Filosofia alla Sorbona, Charlotte ha una passione per l’editoria e il giornalismo

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Grande passione per l’equazione, Charlotte è una provetta amazzone



Apparsa più volte sulla cover di Vogue, fotografata -tra gli altri- da Mario Testino e Peter Lindbergh, Charlotte è camaleontica e versatile: quasi una diva per l’obiettivo di Testino, che ne immortala lo charme blasonato, intellettuale e sofisticata nelle foto che la ritraggono per Vogue UK di luglio 2013.

Una preferenza per i look bohémien, come il lungo abito Zara sfoggiato recentemente alle isole Borromee, location scelta dal fratello Pierre per il suo matrimonio con Beatrice Borromeo, la Casiraghi ha gusto e personalità da vendere. Eclettica e glamour in Missoni, sempre per il matrimonio del fratello, ha incantato tutti indossando per il ricevimento un lungo abito floreale. Uno stile da copiare.

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Vogue Paris, settembre 2011, foto di Mario Testino

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Vogue UK luglio 2013, foto di Alasdair McLellan

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Acqua e sapone ancora per Vogue UK luglio 2013

In Zara all'arrivo alle isole Borromee, per il matrimonio del fratello Pierre

In Zara all’arrivo alle isole Borromee, per il matrimonio del fratello Pierre

Total look in denim

Total look in denim e neanche un filo di make up

La storia del topless

La sola parola: topless è capace di titillare la libido di maschi e femmine di tutto il mondo eppure si parla di capezzoli, molto simili a quelli maschili, che ci capita di vedere molto spesso, solo con qualche utilità in più. Comunque sia il seno femminile è normalmente nascosto alla vista.


Recentemente il sindaco, liberale, di New York Bill De Blasio ha dichiarato che creerà una squadra per combattere “il crescente problema delle donne in topless e degli attori in costume” a Times Square. Il sindaco ha messo in dubbio non solo la legalità del disturbo creato dalle performer in topless ma anche della legittimità del topless in sé che nella Grande mela è legale dal 1992.


Il topless non è sempre stato un problema di pubblica decenza, anzi, durante la storia dell’uomo è stato più comune di quanto una persona potrebbe immaginare.
Senza arrivare ai primordi della razza umana basta pensare che nelle culture islamiche il seno ha cominciato a essere coperto a partire dal settimo secolo, quando la religione ebbe grande diffusione. In Indonesia, le donne iniziarono a coprire il seno nel 1200, anche lì in coincidenza con la diffusione dell’Islam. In India prima che arrivasse l’islam coprire il seno era un simbolo di appartenenza ad alcune caste; nella zona del Kerala il gruppo etnico di maggioranza, i malayalee, solo alle donne dei brahamini (la casta religiosa) e dei kshatriya (i guerrieri) era permesso coprirsi il seno fino al 1858.


L’occidente è sempre stato un esempio di pudicizia, il dittatore de facto della Thailandia Plaek Pibulsonggram (un ammiratore di Hitler) nel 1942 aveva stabilito una serie di regole che i cittadini thailandesi dovevo seguire tra cui il divieto di entrare nei centri urbani in topless per le donne.
Nel 2004 in Australia scoppiò un caso che ebbe risonanza nazionale: ad Alice Springs, una cittadina di 25.000 abitanti a più di mille km di deserto da qualsiasi altra città, la polizia costrinse a rivestirsi delle donne aborigene in topless durante un ballo tradizionale in un parco cittadino. La reazione della comunità aborigena fu veemente.


Fino al 1700 in Europa il seno nudo non destava particolare scandalo, anzi, era comune nelle classi più elevate. Ci sono moltissimi ritratti di regine e nobili con un seno fuori dal vestito, altre venivano ritratte con entrambi i seni esposti ma quello probabilmente era riservato alle amanti di re e nobili. Come nell’epoca moderna allora le mode delle classi elevate pian piano passano alle classi più umili e così anche le donne normali potevano andare in giro con scollature vertiginose o un seno fuori dal vestito. All’epoca esisteva anche un make-up specifico per i capezzoli.


L’abitudine durò fino all’epoca vittoriana in cui ci fu una svolta puritana da cui la società anglosassone si sta ancora riprendendo. Negli USA fino al 1936 era illegale anche per gli uomini stare in pubblico a torso nudo. La prima scena in un film di Hollywood in cui un uomo è ripreso a torso nudo è del 34, anno in cui Clark Gable destò scandalo in It Happened One Night.


Il topless a partire dagli anni ’60 divenne il simbolo della lotta femminista. Il primo costume senza top per signore fu il monokini di Rudi Geinrich indossato da Peggy Moffit nel 1964 ma indossarlo in pubblico negli Stati Uniti era illegale.
Tutto rimase così fino all’azione delle sette ragazze di Rochester, che si presentarono in topless in un parco nel 1986, furono arrestate e ricorsero in appello fino a quando, nel 1992, la Suprema Corte di New York diede ragione alle ragazze e rese legale stare in topless per le donne nello Stato di New York. Uno dei motivi della corte è particolarmente interessante, continuare a nascondere il seno non fa altro che rinforzare l’ossessione culturale verso di esso da parte di entrambi i sessi e scoraggia le donne dall’allattare i loro bambini.


In Italia non esiste una vera e propria legge che permetta o vieti il topless per cui negli anni si sono semplicemente viste sentenze della Corte di Cassazione sempre più “progressiste”. Questo a causa del “comune senso del pudore” che continua a cambiare negli anni e con l’evoluzione culturale.

Cara Delevingne lascia le passerelle

E’ ufficiale la notizia dell’ abbandono del mondo della moda di Cara Delevingne.

La modella londinese, a soli 24 anni ha già calcato le passerelle di tutto il globo arrivando ad essere una delle top model più pagate, testimonial di brand e campagne.

La motivazione pare essere lo stress, che ha portato la Delevingne a dichiarare: “Mi sentivo vecchia. Sono arrivata a odiare il mio corpo, a rifiutarmi da sola.”

A peggiorare la situazione instabile della modella, una psoriasi che le ha creato imbarazzo anche nei camerini, durante la posa make-up, dove truccatori avevano iniziato ad usare dei guanti per non toccarla.

Cara Delevingne confessa di aver iniziato ad odiare il suo corpo, sempre sotto i riflettori e sotto giudizio, cosa che ha aggravato il suo malessere e intaccato la sua estrema sensibilità.

Già a 15 anni infatti la modella ha sofferto di depressione, forse a causa di una situazione difficile in ambito familiare: pare che la madre facesse uso e abuso di eroina.

Ma la modella più ribelle della moda non si fermerà qui, nei suoi piani futuri c’è il cinema, chissà che non le serva da medicina.

 

Alcuni scatti di Cara Delevingne: 

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Il male Dismaland

Con l’uscita dello spot ufficiale D-Art vi svela tutte le ultime curiosità, nel segno del tam tam mediatico, inerenti il primo parco dei “non divertimenti” di Banksy.

Da qualche giorno i social e i media sono invasi delle immagini di Dismaland, il controverso parco ideato dal misterioso artista Banksy.



Ad accompagnare la teatralità dell’evento le curiose notizie che riguardano i fanatici e i wannabe intenti a essere tra i fortunati che avranno modo di visitarlo.
Infatti, il decadente progetto, dove l’happy ending è abolito, situato a Weston-super-Mare, nel Somerset inglese, sarà aperto solo fino al 27 settembre, con la possibilità di accedervi al modico costo di tre sterline.

Ma lo sapevate che?

Il web si interroga se il sito sia o no un fake. Ogni qual volta i biglietti vengono messi in vendita puntualmente crasha.
Circa sei milioni di persone si sono loggate nello stesso alimentando il barlume di speranza per avere la chiave di accesso a Dismaland. Si parla di una mole enorme di aspiranti visitatori a livello mondiale nonché di coppie che hanno annullato il proprio viaggio di nozze pur di non perdere l’occasione di esserci.
Il nome nasce dal connubio di due parole: Disneyland, per richiamare il parco dei divertimenti più famoso al mondo, e dismal che invece fa cenno al concetto di finzione teatrale.
Cinquantotto sono gli eclettici artisti del panorama contemporaneo, coordinati dall’ideatore, che hanno realizzato le opere presenti in esso, tutte intente ad affrontare emergenze e tematiche di attualità in un linguaggio non adatto ai minori (così come i palloncini che fungono da allestimento nello stesso!).
-Critici e profani sostengono che l’opera raffigurante l’incidente della carrozza di Cenerentola, con tanto di principessa deceduta, asfissiata dai paparazzi, sia un chiaro riferimento alla morte della beniamina degli inglesi Diana Spencer.


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-Ai residenti del luogo si era fatto credere che l’allestimento del parco, situato in un vecchio lido abbandonato, fosse parte del set cinematografico hollywoodiano del film, di prossima uscita, Grey Fox. Banksy ha inoltre organizzato dei finti casting per le comparse. Tutti coloro in grado di sembrare realmente depressi e afflitti sono stati così assunti come guide.


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Di sicuro nelle prossime settimane non mancheranno altre curiosità in merito all’ennesima provocazione dell’artista che questa volta ha sicuramente superato i suoi limiti, giungendo alla collettività globale con un’ambiziosa idea che sfiora la genialità.

VICTOR & ROLF: QUADRI CHE SI INDOSSANO

La moda non si finisce mai di amarla con i suoi continui cambiamenti e le sempre nuove collezioni e così i nostri armadi dovrebbero essere sempre più grandi, troppo grandi per contenere tutte le nostre voglie…

Vi sono però vestiti che difficilmente potremmo riporre in un armadio e sono i quadri da indossare di Victor & Rolf.


VICTOR & ROLF: QUADRI CHE SI INDOSSANO


Di abiti scultura abbiamo spesso sentito parlare e questa definizione si addice benissimo a questi folli stilisti che hanno creato capi eccessivi e scomposti.

La griffe Victor & Rolf è stata fondata ad Amsterdam nel 1993 e i due creativi Victor Horsting e Rolf Snoeren hanno ben pensato di creare una collezione, quella autunno-inverno 2015, ispirandosi all’arte.


VICTOR & ROLF: QUADRI CHE SI INDOSSANO


In verità l’arte era già una loro passione dato che hanno studiato entrambi, da giovanissimi, pittura.

Il connubio arte moda ha una lunga tradizione che sarebbe troppo lungo ripercorrere ora, cito tra tutti quello che per me resta l’esempio meglio riuscito: i vestiti di Yves Saint Laurent ispirati ai quadri di Mondrian.


VICTOR & ROLF: QUADRI CHE SI INDOSSANO


Certo i due stilisti non hanno ancora forse raggiunto le vette di Yves Saint Laurent ma insomma il loro lavoro, se non altro, si distingue nel torpore talvolta ripetitivo della moda che spesso tende solo a ripetere e copiare il già visto.

EX MACHINA

Caleb è un giovane programmatore che si aggiudica la possibilità di trascorrere una settimana nell’in montagna di Nathan Bateman, il CEO della società per cui lavora, BlueBook, scoprendo presto di essere stato scelto per diventare una pedina di un esperimento ambiziosissimo del suo capo: testare una macchina umanoide dotata di una intelligenza artificiale e aspetto femminile. I rapporti fra i tre diventano subito torbidi, e il gioco del non detto, delle bugie inconfessabili e della manipolazione porterà ad un vortice dagli esiti non calcolati.


Il film è per certi versi sicuramente interessante, anche a prescindere dalla splendida motion graphic affidata ai Pinewood Studios di Londra (già noti alle cronache per aver curato, uno su tutti, gli effetti speciali del pluripremiato Gravity). Il regista Alex Garland, già sceneggiatore di Sunshine, 28 giorni dopo e The beach per Danny Boyle, alla sua prima prova con un lungometraggio sa dosare acceleratore e il freno, creando la quiete prima della tempesta e alzando il ritmo quando serve. Forse non una regia estremamente personale, ma funzionale e tutto sommato godibile, coronata da una sceneggiatura con sprazzi gustosi.


Mentre in Her, forse il film più vicino a Ex-machina per tematica, c’è una delicata attenzione nel suggerire un mondo credibile in cui si inserisce la vita dei personaggi, qui abbiamo un laboratorio sperduto e un triangolo di individui in guerra fredda fra loro: un microcosmo che ci libera da questa esigenza. Una buona idea, produttivamente parlando, ( il minor numero di setting riduce i budget e concentra le energie altrove), che non lascia tuttavia completamente appagato lo spettatore, il quale vorrebbe vedere di più, molto di più. Uscendo dalla sala si ha l’impressione che non tutto il potenziale dell’idea sia stato espresso, a partire dalla figura di Nathan Bateman (Oscar Isaac), carismatico e visionario, e che si potesse scavare molto di più nella natura di attrazione-repulsione dei protagonisti per le creature umanoidi, così distanti ma così vicine.


La riflessione che viene portata avanti su come la conoscenza in 2D attraverso i codici binari di un monitor non possa appagare davvero l’uomo ( o in questo caso, la macchina) è interessante ed evidentemente attualissima, nell’era degli Hikikomori, ma poco o nulla aggiunge rispetto a quanto cinema e letteratura già non abbiano detto.


Ex machina è l’ultimo parto di un filone sci-fi che il cinema ha da sempre cavalcato, quello della interazione fra macchina senziente e uomo, e quasi sempre in chiave distopica. Un filone che dai poetici 2001-Odissea nello Spazio (1968) a Blade Runner (1982), passando per i super blockbuster Terminator (1984), Matrix (2000) e relativi sequel, fino a Her (2013) ha sempre riflettuto sul tema di cosa sia “il proprio” dell’essere umano, la scintilla che lo renda inequivocabile umano. La domanda intorno a cui gira la pellicola è semplice, quella del celebre Test di Touring: quando una intelligenza artificiale non viene percepita come tale da un umano, dove inizia uno e dove finisce l’altro? La risposta, meno.

DELLERA PELLICCE, HOME SWEET HOME

DELLERA PELLICCE, HOME SWEET HOME…

Il brand milanese sarà presente a Homi con la collezione Home dal 12 al 14 settembre al padiglione 6 Stand L10.

Il fascino caldo e intramontabile di Dellera accompagna giorno e notte nel gelo dell’inverno con la sua favolosa home collection dai tratti davvero esclusivi.
Icona di un look senza tempo, Dellera Pellicce propone a Homi una collezione sfiziosa di coperte e cuscini in lapin, lupo, mongolia, opossum, visone e volpe.

Dal beige al marrone, all’ottanio, al tasmania, al nero, uno scenario magico e variopinto di modelli unici, “scalda” l’ambiente con quel tocco dolce di classe, di emozione e di design.

Dellera Pellicce - coperta lapin rex tricot e lapin zebra

Dellera Pellicce - coperta lapin zebra (6)

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Foto in bianco e nero trasformate in opere surreali

Un’artista australiana ha ridato “vita” ad una serie di vecchie e sbiadite fotografie in bianco e nero.

Le fotografie ritoccate sono quelle del fotografo di guerra Costica Acsinte, un fotografo di origini rumene che ha documentato attraverso dei ritratti, il periodo della prima guerra mondiale.

Il  progetto si chiama “Dancing with Costica” e l’autrice di queste trasformazioni è la fantasiosa Jane Long che, con il ritocco digitale, ha voluto dare un’aura allegra e surreale attraverso l’uso dei colori e dei dettagli.

Non più visi tristi di bambini o adolescenti esasperati e impauriti dal conflitto, ma un’esplosione della loro interiorità, dei loro sogni, delle loro speranze.

Ecco le immagini prima e dopo:

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Verso USA 2016

Manca oltre un anno al voto presidenziale americano, e le primarie sono già cominciate qualche mese fa. Ufficialmente ad aprile, con le varie dichiarazioni di “discesa in campo”, a caccia di sostenitori e finanziatori. La prima sfida è esattamente questa: assicurarsi per tempo un certo numero di comitati, sedi, volontari, macchine organizzative, banche dati, e ovviamente cospicui fondi elettorali. Tutto questo è “la dote” che i candidati porteranno – alla fine – a ciascuno dei due candidati del proprio schieramento politico che risulteranno vincitori, e il peso politico di ciascuno si misurerà esattamente in questa forza e nelle risorse raccolte e disponibili per la “campagna vera”.
Ad oggi di sorprese ce ne sono almeno due.


La prima è in casa democratica. Prevedibile che la corsa di Biden fosse solo strategica, ma addirittura doppiato da Sanders nessuno se lo aspettava. Prevedibile che la Clinton, senza avversari veri, soprattutto a sinistra, battesse tutti, ma non addirittura che superasse il 50% delle preferenze nonostante una politica presidenziale che mese dopo mese le “sottrae” progressivamente molti argomenti: dall’Iran a Cuba ai diritti lgbt.

La seconda, vera, grande sorpresa è però in casa repubblicana, dove il miliardario Donald Trump sta letteralmente doppiando ovunque i due avversari diretti e “veri” di queste presidenziali: Jeb Bush e Marco Rubio. Il dato è straordinario anche perché entrambi gli sfidanti non hanno alcun problema di raccolta fondi o organizzativo, ed entrambi sono politici navigati, con una struttura solida e ottimi argomenti. Ed anche nei dibattiti televisivi, nonostante gli altri siano più preparati è sempre Trump a dominare la scena, nonostante evidenti gaffe.


Verso USA 2016


Certo, non si è ancora votato in Stati popolosi e determinanti, né in quelli propriamente repubblicani, ma il dato va letto in molti modi. Intanto la classe media elettrice repubblicana non si fida più dei politici di professione. Quell’elettorato prematuramente stimolato da Ross Perot stavolta sembra maturo per una scelta “diretta”. Trump, da miliardario, appare meno “succube” e ricattato dai finanziamenti delle lobby, e questo alone di indipendenza fa gioco in questa fase.
Che voglia davvero arrivare alla fine della corsa non è dato sapere, di certo il segnale è politicamente chiaro: il mondo dei miliardari americani che fanno l’economia vogliono partecipare in maniera diretta e determinate alle scelte politiche, e non solo finanziare e pesare dietro le quinte per ottenere favori occasionalmente e quando politicamente la cosa non disturba.


Verso USA 2016


Se questo è il messaggio politico che consegna al GOP la candidatura di Trump, la risposta dell’elettorato non si fa attendere: Trump può anche vincere le primarie interne ma è anche quello che con maggiore certezza perderebbe le elezioni vere contro i democratici, già a prescindere favoriti, mentre la Clinton avrebbe vita certamente più difficile con Bush e Rubio.

Questa la situazione ad oggi, a 360 giorni dalla chiusura delle primarie dei due partiti. 
Un anno per ampliare e consolidare le proprie forze e risorse, e per decidere entro marzo a chi consegnare – in caso di ritiro – il proprio capitale politico, stringere alleanze, ottenere candidature e posizioni di potere in vista del novembre 2016.
E tutto questo a meno di sorprese e new entry che nella politica americana non mancano mai.


Verso USA 2016

Gloria Guinness: la donna più elegante del mondo

Nasceva il 27 agosto Gloria Guinness, icona di stile mai dimenticata. Il buon gusto innato e la vita alquanto avventurosa ne fecero un mito che ancora oggi non smette di affascinare.

Socialite, icona d’eleganza e contributing editor di Harper’s Bazaar dal 1963 al 1971, Gloria Rubio Alatorre nacque a Veracruz, Messico, il 27 agosto 1912.

Un’aura di mistero avvolge molte fasi della sua vita: si dice che da giovanissima lavorò in un night club, prima di sposarsi, per ben quattro volte.

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Gloria Guinness nel 1970

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La Guinness fotografata da Cecil Beaton per Harper’s Bazaar, 1966

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Gloria Rubio Alatorre nacque il 27 agosto 1912 a Veracruz

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La Guinness fu socialite, icona di stile ed editor di Harper’s Bazaar



Affascinanti i suoi matrimoni, rigorosamente blasonati: dal conte Franz-Egon von Fürstenberg-Herdringen nacque la figlia Dolores; successivamente convolò a nozze col principe Ahmed Abdel-Fettouh Fakhry e in quarte nozze con il capitano Thomas Loel Guinness, magnate dell’omonima birra ed appartenente ad una ricchissima famiglia di origine irlandese. Tra i suoi amanti vi furono l’ammiraglio David Beatty e il politico britannico Duff Cooper, che la descrisse come una donna dalla passionalità indomabile.

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Gloria Guinness a Palm Beach, 1972

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Gloria Guinness ritratta nella sua villa sulla spiaggia di Acapulco, Messico, febbraio 1975

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Secondo Eleanor Lambert, Gloria Guinness era la donna più elegante al mondo

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Gloria Guinness apparve nella International Best Dressed List dal 1959 al 1963

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Una vita avventurosa, quattro matrimoni e uno stile unico



Definita da Eleanor Lambert la donna più elegante al mondo, dal 1959 al 1963 Gloria Guinness fu presenza fissa nella International Best Dressed List, ideata dalla Lambert nel 1940. E dal 1964 conquistò il podio, superando, in fatto di stile, teste coronate e stelle del cinema.

Predilesse abiti Balenciaga, Elsa Schiaparelli, Yves Saint Laurent, Hubert de Givenchy, Chanel, Christian Dior, Valentino Garavani, Antonio del Castillo, Halston e Roger Vivier per le scarpe. Fu tra le prime ad indossare i pantaloni capri proposti da Emilio Pucci e poi sdoganati da Jackie Kennedy. Apparve in riviste come Vogue e Harper’s Bazaar, di cui fu editor; posò per Cecil Beaton, Richard Avedon, Horst P. Horst, John Rawlings, Toni Frissell, Henry Clarke e fu ritratta da artisti del calibro di René Bouché, Kenneth Paul Block e Alejo Vidal-Quadras.

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Gloria Guinness ritratta con la figlia Dolores

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Contributing editor per Harper’s Bazaar, numerose sono le donazioni fatte da Gloria Guinness a vari musei

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Secondo diversi rumours, Gloria Guinness fu una spia durante la Seconda Guerra Mondiale



Numerose le sue donazioni al Victoria & Albert Museum, che comprendono diversi abiti da sera: capi di Cristóbal Balenciaga, Jeanne Lafaurie, Marcelle Chaumont, Antonio del Castillo, Hubert de Givenchy, Yves Saint Laurent, André Courrèges, Christian Dior. Altri capi di Balenciaga ed Elsa Schiaparelli vennero invece donati al Costume Institute del Metropolitan Museum of Art di New York.

Brillante editor per Harper’s Bazaar, celebre è un suo aforisma apparso nel numero di luglio 1963 del celebre magazine, in cui afferma che “l’eleganza risiede nel cervello, nel corpo e nell’anima. Gesù Cristo è l’unico esempio che abbiamo di un uomo che le possedeva tutte e tre nello stesso tempo”.

Gloria Guinness si spense nella sua casa in Svizzera nel 1980, all’età di 68 anni. Ma il suo stile rimarrà per sempre come un mirabile esempio di eleganza.

“CHORIPAN” LA MOSTRA PERSONALE DI MARIANO FRANZETTI

Il 3 settembre 2015 alle 15,00 apre al pubblico presso lo Spazio Sanremo | 5Vie a Milano la mostra Choripan con 20 opere, di cui la maggior parte inedite, realizzate da Mariano Franzetti, a cura di Elisa Ajelli.

Il percorso espositivo propone ai visitatori una visione molto personale dell’autore sui temi dell’Expo relativi alla nutrizione e allo stretto rapporto tra il popolo italiano e argentino, in considerazione del fatto che più della metà delle
persone residenti in Argentina ha origini italiane. Di questa comunione di origini
l’artista Mariano Franzetti è testimone e interprete ideale, avendo vissuto tra Italia e Argentina, stabilendosi poi a Milano, città che ospita l’Esposizione Universale.

Il significato di nutrizione nelle opere dell’autore assume un senso molto lato,
riferendosi anche alla rinascita culturale dell’Argentina dopo le note vicissitudini
socio-economiche e alla stretta similitudine del proprio percorso culturale, pur se con qualche decennio di ritardo, con un’analoga evoluzione del nostro paese.
La nutrizione cui fa riferimento l’artista parte certamente dal fatto che l’Argentina è uno dei più grandi esportatori di prodotti agricoli e zootecnici nel mondo. L’autore tuttavia non prescinde dalla necessità dell’essere umano di alimentare la propria esistenza oltre i bisogni primari: la comunanza di valori, la condivisione dei momenti salienti del quotidiano (come nella serie di opere Iconoclast) ma anche il bisogno di riscatto costituito dall’identificazione con i supereroi contemporanei, che siano essi rappresentati da esponenti del mondo dello sport, dal macho decadente o dagli sgargianti piatti tipici delle tradizioni di entrambi i paesi (da qui il titolo della mostra: Choripan è un piatto tipico argentino consumato per strada) imprescindibili nei luoghi comuni presenti nel quotidiano di ogni argentino o italiano, ritratti con ironia, enfasi e stile neopop nelle opere della serie Groncho.

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Oltre ad opere pittoriche, l’esposizione consta di sculture e installazioni multimediali che propongono una similitudine tra la storia mediatica italiana e argentina e conferiscono, attraverso un’efficace simultaneità, un adeguato parallelismo tra tradizione e modernità espressiva.

La mostra vuole essere una riflessione ora ironica, ora poetica, circa il tentativo
dell’essere umano di trovare nuove strade di affermazione attraverso la condivisione e la coltivazione dei rapporti umani. Queste tematiche non sfuggono all’occhio apparentemente beffardo dell’artista, in realtà profondamente attento e sensibile ai mutamenti socio-culturali dei popoli di cui la sua vita rappresenta una sintesi ineffabile e la ricerca stilistica di un nuovo umanesimo contemporaneo.

La mostra gode del sostegno del Consolato dell’Argentina, della Direzione del padiglione Argentina presso EXPO, di Expoincittà, e dell’Associazione 5Vie di Milano che tutela e promuove la zona più antica della città attraverso la promozione di eventi culturali e artistici.

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Info:

• Dal 3 settembre al 20 settembre 2015
• Apertura al pubblico: 3 settembre dalle 15
• Spazio Sanremo | 5Vie, via Fosse Ardeatine (angolo via Zecca Vecchia) Milano
• Preview per la stampa: 3 settembre dalle 12 alle 15
• A cura di Elisa Ajelli
• Orari: dal lunedi al venerdi 10-19 | sabato e domenica 15-18
• Cocktail e presentazione catalogo 15 settembre dalle 18,30 (su invito)
• Enti sostenitori: Consolato dell’Argentina, Direzione del padiglione Argentina presso EXPO, Expoincittà, Associazione 5Vie Milano.
• Relazioni con la stampa: s2bpress Milano

Qual’è la miglior nazione dove vivere in caso di apocalisse zombie?

Un apocalisse zombie partirebbe con report di una strana epidemia influenzale, poi ci sarebbero rumors online di morti che ritornano in vita e presto i governi dovrebbero reagire. A seguire ci sarebbe il panico, le quarantene e il caos globale. Il mondo cambierebbe senza possibilità di tornare indietro.


Questi scenari sono diventati un classico, da World War Z a The Walking Dead, una delle serie più di successo nella storia recente della televisione. Proprio da una costola di The Walking Dead nasce Fear the Walking Dead, uno spinoff della AMC che sposta l’attenzione sul crollo della civilizzazione come la conosciamo. Mentre The Walking Dead si concentra sulle implicazioni morali delle conseguenze di un apocalisse zombie ed è ambientata negli Stati Uniti rurali Fear the Walking Dead è ambientata a Los Angeles e si concentra sul crollo della civilizzazione e segue il diffondersi dell’epidemia dall’inizio. Lo show si concentra sulla California ma come ci hanno insegnato le ultime pandemie, ad esempio l’aviaria o l’ebola, le conseguenze di queste epidemie sono globali.


In quale posto sarebbe meglio vivere in caso di una pandemia di questo tipo? Basterebbero leader decisi e senza scrupoli a salvare i cittadini da una epidemia di questa scala? I governi mondiali si unirebbero nel combattere l’epidemia?
Foreign Policy ha provato a chiedere lumi a una serie di ricercatori che hanno usato l’apocalisse zombie come esercizio intellettuale per studiare le implicazioni di una pandemia su vasta scala.


Robert Smith? (il punto di domanda fa effettivamente parte del cognome), un ricercatore di matematica e statistica dell’università di Ottawa dice che considerando che la malattia avanzi come una normale pandemia il risultato sarebbe che con il livello di interconnessione attuale del mondo avremmo una pandemia globale prima di aver capito con cosa abbiamo a che fare e l’economia si bloccherebbe per porre un freno al contagio.


Alcuni degli esempi da tenere in mente sono l’epidemia di spagnola dopo la prima guerra mondiale e la SARS, che in poche ore passò da Hong Kong a Toronto. Ebola, nonostante la non particolare contagiosità del virus e nonostante tutti i controlli riuscì a passare dall’Africa Occidentale all’Europa in pochi giorni. Con ogni probabilità nel caso di una epidemia zombie sarebbe solo una questione di giorni prima che l’epidemia diventi globale.


Secondo Smith? la scala di una epidemia zombie sarebbe catastrofica, distruggerebbe le vie di comunicazione e il commercio globale lasciando i governi con il problema di contenere l’infezione e tranquillizzare la popolazione. Il modo migliore per contenere il problema sarebbe una quarantena molto aggressiva, chiudendo nazioni o stati nel caso sia necessario, controllando l’informazione e intervenendo in modo drastico sulle libertà personali delle persone.
La popolazione non reagirebbe bene a una quarantena di tipo aggressivo e i governi sarebbero costretti a usare la forza sui propri cittadini.


La forza delle decisioni necessarie per gestire una crisi di questo tipo metterebbe in difficoltà le democrazie, data la maggior lunghezza del processo decisionale. Una situazione del genere darebbe un vantaggio sensibile a nazioni più autoritarie.
E’ da considerare anche che con un commercio globale fortemente colpito inizierebbero molto presto a mancare generi di prima necessità come cibo o medicine per cui gli zombie potrebbero diventare solo uno dei rischi alla vita dei sopravvissuti. Rivolte e violenze sarebbero all’ordine del giorno così come le morti per malattie che in condizioni normali sarebbero curabili o che non prenderemmo proprio, come nel caso di acqua contaminata con virus o batteri.


In queste condizioni quali sarebbero i posti migliori dove trovarsi o andare?
Nel libro World War Z di Max Brooks da cui è stato tratto il film con Brad Pitt una dei posti che ha meglio resistito all’epidemia è stata l’autarchica e relativamente isolata Cuba mentre un’altra isola come l’Islanda finisce per essere sommersa di zombie a causa della sua centralità nelle comunicazioni tra Europa e Asia. La capacità di resistere a una epidemia dipende molto dalla grandezza in termini di popolazione della nazione e dalla completezza delle infrastrutture.


Due studenti del dipartimento di Fisica della Cornell University hanno presentato un lavoro in cui hanno simulato lo sviluppo della pandemia zombie negli Stati Uniti. Secondo il loro modello basterebbero solo 28 giorni per una infezione completa della nazione. Le città popolate sarebbero le prime a cadere ma anche le aree scarsamente popolate tra le grandi città si troverebbero ad affrontare una dura prova dato che le orde di infetti finirebbero per incontrarsi proprio in questi punti. Negli Stati Uniti la zona nord della Pennsylvania sarebbe la più colpita con la zona di San Joaquin Valley appena dietro dato che sarebbe il punto in cui gli zombie di Los Angeles e San Francisco si scontrerebbero.


Basandoci su questo modello la zona del sud est asiatico o l’europa sarebbero spacciate, così come le grandi città emergenti come Il Cairo, Teheran e Lagos.
La Russia, invece, con una popolazione in costante calo e un territorio vastissimo sarebbe un ottimo posto dove trovarsi, più precisamente la Siberia e l’estremo oriente russo. Tuttavia anche questi posti, con il tempo, finirebbero per essere infettati.


Per ora possiamo vedere cosa ne pensano gli sceneggiatori di Fear the Walking Dead in onda su AMC.

ADRIANO DE MAIO UNA VITA PER LA RAI

Adriano De Maio, classe ’69, autore televisivo e dirigente di Raiuno, ha iniziato la sua collaborazione con la tv pubblica nel 1987.
Il suo sogno era lavorare per la Rai e a soli 15 anni si faceva accompagnare dal papà davanti ai cancelli della Rai di via Teulada per consegnare i suoi vhs con le interviste che lui realizzava. Il papà – racconta De Maio – dovette fare qualche cambiale per accontentare la passione del figlio e comprare uno dei primi registratori vhs portatile con telecamera.
Da allora Adriano De Maio di strada ne ha fatta ed ora si occupa principalmente di programmi di intrattenimento ed è responsabile dell’Arena di Massimo Giletti.
Ha lavorato per Raidue, Rai International e come responsabile palinsesto e marketing del canale sperimentale digitale Rai DOC-FUTURA ideando format come Alta Accessibilità e Genesi.
Ha avuto ottime recensioni per la riedizione nel 2003 di SPECIALE PER VOI programma che fu ideato da Renzo Arbore e Leone Mancini nel 1969. La nuova edizione del programma, condotto da Ambra Angiolini, intitolato “Speciale per Voi, trent’anni dopo o poco più” è stato il primo esperimento di riproposizione di un format RAI.
La sua energia creativa e le sue idee per la TV pubblica sono tante, appartiene ad un gruppo di dirigenti Rai interessati al prodotto e alla qualità dei programmi, dimostrando che all’interno dell’azienda esistono energia, creatività e capacità organizzativa.
Dal questionario Proust emerge non solo la grande energia di Adriano De Maio ma anche la sua grande passione per il lavoro, l’onestà e l’apertura mentale.

 

Il tratto principale del tuo carattere.
Avere sempre nuovi progetti. Perseguirli, e realizzarli…fino in fondo.

La qualità che ammiri in un uomo.
Saper mantenere la parola data, non serve un “contratto”, basta una stretta di mano (stile New Jersey)

La qualità che ammiri in una donna.
L’indipendenza. Una donna deve essere sempre indipendente. L’indipendenza è libertà. Purtroppo viviamo ancora in un paese con “residui di maschilismo”.

Quel che apprezzi di più nei tuoi amici.
Il parlare chiaro, anche a costo di dire cose spiacevoli.

Il tuo principale difetto.
Il “detto fatto”. Non mi piace rimandare le cose. Se si decide qualcosa, si procede subito (sono consapevole che questo stile di pensiero ha pro e contro).

La tua occupazione preferita.
Il lavoro. Oggi avere un lavoro è un privilegio. Doppio perché è il lavoro che desideravo fare da ragazzino. Mio padre si alzava alle quattro del mattino e faceva cento chilometri al giorno per lavorare in un a conceria.

Il tuo sogno di felicità.
Condividere i miei risultati nella vita e nel lavoro con il prossimo. Non si può essere felici da soli. La felicità è un sentimento “relativo”.

Quale sarebbe, per te, la più grande disgrazia.
Non avere più la salute. Se stai bene puoi anche cadere e rialzarti. Se non ti senti in forma rischi di perdere tutto.

Quel che vorresti essere.
Una bella persona. Una persona utile alla comunità.

Il paese dove vorresti vivere.
Sto bene dove sto, non mi sposterei mai. La tecnologia ci aiuta, oggi il mondo è a portata di “mouse”, a che serve spostarsi.

Il colore che preferisci.
Il rosa, mette allegria.

Il fiore che ami.
Il girasole. Mi affascina la sua vita, sempre al Sole, il Sole è vita.

L’uccello che preferisci.
Il Falco. Dall’alto (come l’Aquila) ha la visione generale, poi punta la preda e parte…

I tuoi autori preferiti in prosa.
Vittorio Alfieri “…vòlli, e vòlli sempre e, fortissimamente volli…” è il mio motto di vita, molto simile al titolo di un film di TOTO’… “Chi si ferma è perduto”. Poi Luigi Pirandello per il suo “umorismo alto” e ricco di significato.

I tuoi poeti preferiti.
Due napoletani, che meglio hanno “poetificato” la napoletanità, il dna di chi nasce in questa magica città, Ferdinando Russo e Salvatore Di Giacomo.

I tuoi eroi nella finzione.
D’Artagnan, Robin Hood, il comandante John Koenig della Base Lunare Alfa in Spazio 1999. Paladini del bene, grandi capitani, a costo della propria vita.

Le tue eroine preferite nella finzione.
Ladyhawke, l’amore vince sempre, e Tris la protagonista di Divergent, di diversità virtù.

I tuoi compositori preferiti.
Non ho mai seguito la musica classica, per me i più grandi sono Pino Daniele un innovatore e Claudio Mattone che mette le note una accanto all’altra creando un effetto inspiegabile che tocca la nostra anima.

I tuoi pittori preferiti.
Pablo Picasso un rivoluzionario, Antonio Ligabue , l’esplosione della natura e del colore.

I tuoi eroi nella vita reale.
Steve Jobs ha reso il suo sogno realtà, John Nash ha vinto la sua sfida principale con una malattia che inganna, la schizofrenia.

Le tue eroine nella storia.
Elisabetta I, e Giovanna D’Arco, spesso anche io ho l’impressione di sentire delle voci…

I tuoi nomi preferiti.
Marco, Federica, Chiara, Francesco. Anche per il valore dei Santi con questo nome.

Quel che detesti più di tutto.
L’ignoranza. E’ la causa di molti nostri mali.

Quel che c’è di brutto in te.
La troppa schiettezza e la capacità di giustificare sempre tutti. Non mi aspetto nulla da nessuno.

Il dono di natura che vorresti avere.
La capacità di alleviare il dolore fisico per il prossimo.

Lo stato attuale del tuo animo.
Compresso, tormentato. Non ho ancora realizzato nulla, ho tante idee, ma combatto molto per realizzarle. E’ come se avessi l’orologio al polso che fa sempre l’ora esatta in un mondo dove ognuno va cinque minuti avanti, sette minuti indietro…a che serve avere l’ora esatta? (non è una mia frase).

Le colpe che ti ispirano maggiore indulgenza.
Lavoro molto, sono esposto quotidianamente all’errore… quindi chi lavora sbaglia…

Il tuo motto.
Chi si ferma è perduto…

Come vorresti morire.
Da vivo. Come disse una volta Miriam Mafai scrittrice e politica italiana.

Blondiefull for D-ART

Ciao a Tutti,

non riesco ad esprimere la gioia di iniziare questa nuova avventura con D-ART !
Quando ho iniziato con il mio blog Blondiefull quest’anno, non potevo immaginare che presto avrei collaborato e avrei condiviso la mia passione con un pubblico ancora più vasto.

Ogni settimana, su questa rubrica, vi porterò in viaggio nella mia vita.

La mia passione è sempre stata la moda, ho iniziato a fare la modella all’età di 15 anni e, dopo tanto tempo, la moda rimane sempre la mia passione.
Non sono un’esperta di moda e nemmeno una giornalista, non sono mai state le mie ambizioni.
Credo che l’industria della moda non sempre proponga capi indossabili – e forse è proprio questo che li rende divertenti – ma ognuno di noi ha il suo stile e dovrebbe rimanervi fedele, perché è lo stile che ti differenzia della massa.

Nella mia rubrica settimanaleBLONDIEFULL FOR D-ART” proverò a proporvi look e outfit che a me personalmente hanno colpito.
Il mio intento non è di fare lezione a nessuno, né  dire cosa  è meglio indossare e cosa evitare, voglio solo mostrarvi il mio stile e il mio punta di vista.
Spero davvero vi piaccia e sono felice se mi seguirete in questa nuova avventura!

Vi aspetto!

Love B.

 



Hi everybody,

I cannot begin to express my excitement to start his new adventure with D-Art…
When I started my blog Blondiefull in the beginning of this year I could have not dreamed I soon would be collaborating and sharing my passion with an even bigger audience.
Weekly I’ll be taken you on a journey of my life.
My passion has always been fashion, I started modeling at the young age of 15, and it still is my passion after so many years.
Obviously I am not a fashion expert or a journalist but then again that was never my ambition.
I donnot always believe that what the fashion industry proposses is always very wearable…(That is what makes it also more fun)
But obviously everyone has got his own style and should definitely stick to it, that is what will set you apart from the rest.
In my weekly post “BLONDIEFULL FOR D-ART'” I will try and propose you outfits and looks that one way or another touched me personally. You take from it whatever you like, I absolutely don’t want to tell anyone what to wear or how to wear it..All I can do is show you my point of view and my style.
I hope you will enjoy and am seriously happy if you’ ll join me in this adventure…

Love B

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Blue bikini with white flowers    –  LISCA
White bikini with red flowers    –  EFFEK
Sweatshirt 00   – MAISON ABOUT
White bikini bottoms   – MC2 SAINT BARTH
White tank top – BRANDY MELLVILLE
Striped shorts – MARINA YACHTING
Necklace – NADINE S
Sneakers – ADIDAS
Bikini with dots and stripes – 4GIVENESS
Flower shirt – HENRY COTTONS
Jeans shorts – VINTAGE
Sunglasses – DSQUARED

Special thanks to bagno Alaide, Forte dei Marmi
Ph by Henrik Hansson

Bettie Page in mostra a Bologna

Raramente un personaggio è entrato tanto nella cultura visiva e popolare di un’epoca da diventarne icona inimitabile. Ma Bettie Page, prima modella pin-up, antesignana del bondage, emblema della femminilità anni Cinquanta, ha sicuramente influenzato forse come nessun altro la cultura pop del Novecento.

L’icona viene ora celebrata, a sette anni dalla scomparsa, in una mostra organizzata dalla galleria ONO di Bologna, che apre i battenti il prossimo 29 agosto.

Bettie Mae Page nasce a Nashville il 22 aprile 1923. Dopo un’infanzia trascorsa in una famiglia poverissima con un padre che abusava di lei e delle sue due sorelle, Bettie viene lasciata in orfanotrofio dalla madre. Tutto ciò non ferma la brillante personalità della ragazza: gli ottimi voti che consegue le permettono di laurearsi in Arte nel 1943, dopo aver mancato per appena un quarto di punto una prestigiosa borsa di studio per la prestigiosa Vanderbilt University.

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Dopo il matrimonio fallito con Billy Neal, suo compagno al liceo arruolatosi durante la Seconda Guerra Mondiale, la giovane Bettie decide di trasferirsi a New York. Qui inizia a lavorare come segretaria, ma questa routine le sta stretta. Bettie sa bene di avere una grande fotogenia ma la sua bassa statura e le curve esplosive non sono in linea con le tendenze della moda, che esige mannequin assai più eteree. Tuttavia la ragazza mostra una grande consapevolezza del proprio fisico e una straordinaria spontaneità davanti l’obiettivo. Felicemente curvilinea, Bettie sfodera sorrisi ed un’irresistibile innocenza.

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Sarà in una spiaggia di Coney Island che la sua vita cambierà per sempre: l’incontro con il fotografo Jerry Tibbs segna l’inizio dell’epopea Bettie Page. Tibbs nota per primo la carica sensuale della giovane e le consiglia di adottare un nuovo taglio di capelli con la particolarissima frangetta corta, che diverrà emblema della pin-up. Come lei stessa ha dichiarato, rispetto al suo nuovo lavoro: “Guadagnavo in un giorno quello che come segretaria guadagnavo in una settimana”.

Nel 1951 Bettie posa per Irving Klaw insieme ad altre modelle. Le foto ritraggono giovani fanciulle intente a maneggiare languidamente corde e frustini: nessuno lo sa ma è l’inizio del bondage.

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Nel 1954, durante un viaggio a Miami, in Florida, Bettie conosce Bunny Yeager, ex modella nonché famosa pin-up di New York, ora aspirante fotografa. Bunny intende realizzare uno shoot ambientato nelle spiagge bianche della Florida e in particolare nel parco naturale africano di Boca Raton, location perfettamente en pendant con gli outfit animalier usati da Bettie. Le foto sono l’apice della sensualità con una Bettie versione wild che posa felina nella giungla. Ben conscia del potenziale della giovane che ha davanti, Bunny manda le foto a Playboy. La freschezza di Bettie conquista subito il patron della rivista Hugh Hefner, che la sceglie come Playmate del mese e come modella protagonista del poster per l’anniversario dei due anni del magazine, nel gennaio del 1955.

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La frangetta nera, gli outfit maculati, le scarpe a punta tonda, i look alla marinaretta sono tutti elementi salienti di una subcultura anni Cinquanta, che ha stravolto e ampliato i confini della moda ufficiale allora vigente. La cultura Rockabilly in toto deve moltissimo a Bettie Page. Quel particolare filone della moda Fifties, ancora oggi seguitissimo e redditizio per le aziende di tutto il mondo, rende interamente omaggio a questa donna e ai suoi look femminili e freschi. Ed è forse un unicum nella storia che una subcultura venga ideata ex novo da un singolo individuo.

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Prima fotomodella della storia, iniziatrice del BDSM e del Burlesque, grazie ad un fisico a clessidra dalle proporzioni degne delle statue greche, Bettie quando posa sfoggia un entusiasmo da bambina che contagia tutti. Donna concreta e misurata, dalla professionalità svizzera e dalla rara integrità morale, ha dichiarato fieramente di non essere mai uscita con un fotografo o con altre persone del settore. Numerosi però sono stati i suoi amanti, semplicemente estasiati dalla sua carica sessuale, a partire dal designer Richard Arbib, con cui viene colta in flagrante durante un focoso amplesso.

Brillante manager della sua carriera, fu designer dei suoi celebri costumi, che disegnava da sola: peccò però di ingenuità la giovane Bettie, quando la società a suo nome se ne impadronì senza mai versarle i dovuti diritti d’autore. Idolatrato oggetto del desiderio, si dice sia stata amante anche di Katharine Hepburn, che la sedusse in una stanza d’albergo. Modella richiestissima anche oltre i trent’anni, lavorò fino al 1957.

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Le sue foto scandalo suscitarono rivolte popolari e fu varato persino un provvedimento dalla sottocommissione sulla delinquenza giovanile del Senato -la cosiddetta audizione Kefauver-, che vietò le sue foto a tema sadomaso, come quelle scattate da Irving Klaw, incolpando indirettamente l’ignara pin-up di aver contribuito a causare la morte di un giovane durante un tentativo di emulazione finito tragicamente.

Temuta dalla puritana America perbenista degli anni Cinquanta, dopo il ritiro si convertì al protestantesimo nel 1958 e si trasferì in Florida. Fervente religiosa, nel tentativo di praticare la parola dei Cristiani Rinati arrivò a risposare il primo marito, che per tutta risposta cercò di ucciderla.


Alle prese con uomini che tentano invano di dominarla, Bettie è insieme tenera e ribelle nel difendere la propria indipendenza. La cifra della sua intera esistenza sta tutta nel comprendere il paradosso Bettie Page, per cui una donna divenuta per sua scelta iconica figurina del sesso è stata in realtà icona ante litteram del femminismo ed emblema dell’emancipazione femminile.

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Segnata dalla vita, la vecchiaia la vede poverissima e ricoverata per schizofrenia per ben otto anni in un ospedale psichiatrico della California. Sarà Hugh Hefner ad aiutarla: Bettie è un marchio vivente e, sebbene lei non ne sia consapevole, per risollevare le sue sorti economiche basta far sì che le vengano finalmente pagati i diritti degli innumerevoli gadget o prodotti culturali recanti il suo nome.

Idolatrata da stuoli di aspiranti modelle, sono tantissime le celebrities che continuano ad ispirarsi a lei, da Dita von Teese, odierna paladina del burlesque, a Katy Perry, da Beyoncé a Madonna.

Scomparsa l’11 dicembre del 2008, oggi l’Italia celebra il mito di Bettie Page con una mostra organizzata presso il museo ONO Arte contemporanea di Bologna. Il vernissage (29 agosto-29 settembre 2015) è composto da 55 scatti provenienti dalla collezione di Michael Fornitz e da 20 immagini a tiratura limitata: si tratta del patrimonio personale che la stessa Page donò ad un amico in punto di morte. Immagini che ritraggono una giovanissima Bettie di fronte alla macchina fotografica, ancora acerba ma già entusiasta. Il ritratto di una donna che ha avuto il coraggio di essere profondamente libera.

Claudia Schiffer: la supermodella festeggia 45 anni

Spegne 45 candeline Claudia Schiffer. Supermodella tra le più famose degli anni Novanta, apparsa in oltre 700 copertine, la Schiffer è nata a Rheinberg il 25 agosto del 1970.

Da giovane Claudia non sogna il mondo della moda, ma vuole seguire le orme del padre, avvocato. Nel 1987 viene notata da Michel Levaton, capo della Metropolitan, importantissima agenzia di moda, e da lì inizia una carriera a dir poco sfolgorante.

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Celebre supermodella, Claudia Schiffer è nata a Rheinberg il 25 agosto del 1970

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Notata nel 1987, in pochi anni diviene una delle più famose top model al mondo

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La carriera della Schiffer è iniziata grazie anche alla sua somiglianza con Brigitte Bardot



Broncio che ricorda Brigitte Bardot, altezza svettante su un fisico atletico ma burroso, la modella teutonica ottiene in breve la fama internazionale.

Se nel decennio precedente le modelle erano atletiche valchirie dai nomi perlopiù sconosciuti, negli anni Novanta diventano invece dei personaggi. La Schiffer, come anche Naomi Campbell, Linda Evangelista, Christy Turlington ed Helena Christensen, diventano delle icone: acclamate, invidiate, copiate, osannate, sono l’emblema di una generazione.

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Claudia Schiffer ritratta da Ellen von Unwerth per Guess

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Claudia Schiffer è alta 1,80 m e le sue misure sono 94-62-92

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Un altro scatto della campagna pubblicitaria Guess 1989, foto di Ellen von Unwerth

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La Schiffer è stata testimonial di brand come Valentino, Versace e Chanel



Divenuta celebre come volto di Chanel, Claudia Schiffer sfila per le maison più importanti, da Jil Sander a Versace a Dolce & Gabbana.

Volto di Valentino in una Roma da Dolce Vita per una campagna indimenticabile in cui Arthur Elgort la immortala come una novella Anita Ekberg, Claudia Schiffer incarna il prototipo della bambola vivente pur essendo dotata di grande intelligenza.

Mai sopra le righe, mirabile imprenditrice di se stessa, viene immortalata come una sexy cowgirl dall’occhio di Ellen von Unwerth, per una celebre campagna Guess.

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Claudia Schiffer è una supermodella anni Novanta, insieme a Naomi Campbell, Christy Turlington, Helena Christensen, Carla Bruni, Linda Evangelista

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Come una diva della Dolce Vita nella campagna pubblicitaria per Valentino, P/E 1995

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Bellezza nordica ma fisico burroso

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Un altro scatto della celebre campagna pubblicitaria Valentino P/E 1995 ambientata a Roma, foto di Arthur Elgort



Claudia Schiffer incarna perfettamente la bellezza anni Novanta: tantissime le cover, innumerevoli i servizi fotografici, fino al 6 ottobre del 2009, quando annuncia il suo ritiro dalle passerelle, all’età di 39 anni. Tuttavia continua a collezionare contratti come testimonial per i brand più famosi al mondo e nel 2012 torna a posare per Guess, per i trent’anni del marchio. Presente anche in numerosi film e videoclip, spesso nel ruolo di se stessa, Claudia Schiffer è ambasciatrice UNICEF.

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Suggestioni felliniane per la campagna Valentino Garavani, foto di Arthur Elgort, 1995

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Claudia Schiffer fotografata da Mario Testino per Vogue Germania, giugno 2008



Nella vita privata, dopo un lungo fidanzamento con l’illusionista David Copperfield, relazione che è stata al centro del gossip di fine anni Novanta, nel 2002 è convolata a nozze col produttore cinematografico Matthew Vaughn, dal quale ha avuto tre figli.

Lungi dall’essere dimenticate, le supermodelle degli anni Novanta sono recentemente tornate in auge, conquistando copertine e campagne pubblicitarie. Poche le possibili eredi, come la stessa Schiffer ha dichiarato: l’unico nome, a questo proposito, è stato quello di Gisele Bündchen.

L’ISIS ha fatto esplodere il tempio di Baalshamin a Palmira

L’ISIS ha fatto saltare in aria il tempio di Baalshamin, uno dei più belli e famosi, nel complesso archeologico di Palmira. Il tempio sarebbe stato fatto esplodere domenica.


L’osservatorio siriano per i diritti umani, una organizzazione con base in Gran Bretagna, ha dichiarato che i miliziani hanno fatto esplodere una grande quantità di esplosivo piazzato attorno al tempio di Baalshamin e lo avrebbe fortemente danneggiato.
Il tempio, o quello che ne rimane, è molto vicino all’anfiteatro dove i militanti del califfato hanno tagliato la testa a 25 persone poco tempo fa.


Maamoun Abdul-Karim, il capo del Direttorato per le antichità e i musei della Siria ha confermato la distruzione del tempio anche se ci sono incongruenze sulla tempistica; secondo alcune fonti la distruzione sarebbe avvenuto il mese scorso. L’incongruenza è piuttosto normale, considerando lo stato in cui versa la Siria e la conseguente circolazione delle informazioni.


Abdul-Karim ha dichiarato che era pensabile che dopo la prima fase in cui i militanti si sarebbero dedicati a terrorizzare la popolazione si sarebbero dedicati alla distruzione delle rovine.
Il califfato aveva tagliato la testa all’ottantatreenne direttore delle rovine una settimana fa. Il mese scorso una serie di statue sono state distrutte e, a giugno, due tombe sono state fatte saltare in aria.


Il governo siriano ha tentato di salvare i beni di maggior valore una volta resosi conto dell’imminente conquista da parte del califfato della città. Moltissimi reperti sono stati portati a Damasco ma molti altri sono rimasti indietro. Lo Stato Islamico non è nuovo a comportamenti del genere. Non è inusuale che gli artefatti di valore siano requisiti e venduti sul mercato nero degli appassionati d’arte mentre gli altri siano distrutti. La vendita di beni archeologici secondo alcune ricerche è la seconda entrata dopo il petrolio nella fiorente economia dell’ISIS.


La distruzione delle rovine è giustificata ideologicamente come lotta all’idolatria. L’ISIS considera, difatti, gli artefatti precedenti alla venuta di Maometto come simboli del paganesimo e considerano loro dovere la loro distruzione. Il tempio di Baalshamin aveva più di 2000 anni ed era dedicato al dio fenicio Baalshamin.

Le Isole Eolie dove si coltiva la bellezza, Mare Motus una mostra imperdibile.

L’isola non è solo ciò che isola, l’isola è una metafora dell’essere al mondo.
Sarà per questo fascino innegabile dell’isola che Lorenzo Zichichi e Lea Mattarella hanno dedicato alla magia innegabile delle isole Eolie una mostra a dir poco bellissima, bella quasi quanto la bellezza sconfinata delle Eolie, tutte diverse tra loro ma ciascuna con un fascino strepitoso.

Le Isole Eolie dove si coltiva la bellezza, Mare Motus una mostra imperdibile.

C’ è Lipari, la più grande detta la bella, c’è poi Panarea detta la dolce, c’è Salina la sofisticata e poi c’è Stromboli magnetica ed aggressiva insieme a Filicudi e Alicudi.
Le Eolie, se fossero una donna sarebbero la perfezione assoluta: bella, dolce, aggressiva e sofisticata.
Mi si perdonino le digressioni, vado alla quaestio: la mostra in corso nella meravigliosa Lipari s’intitola Eolie 1950-2015. Mare Motus, il luogo in cui si svolge è Il Castello di Lipari, luogo magico perché oltre ad essere stato un carcere è anche uno scrigno dove potrete trovare la Chiesa sconsacrata di Santa Caterina, La Chiesa di San Bartolomeo, il Museo Archeologico di Lipari, oltre che magnifiche vedute panoramiche.

Le Isole Eolie dove si coltiva la bellezza, Mare Motus una mostra imperdibile.

Gli artisti coinvolti sono tanti e tra i tanti ritroviamo anche i grandi nomi dell’arte siciliana.
Il progetto della mostra fa parte di un ampio progetto culturale dal titolo Mare Eolie e prevede una parte permanente nelle celle dell’ex carcere e una parte temporanea.

Le Isole Eolie dove si coltiva la bellezza, Mare Motus una mostra imperdibile.

L’esposizione permanente è di un fascino senza eguali, le antiche
celle dei carcerati divengono lo spazio d’elezione per reinterpretare una dimensione del concetto di Isola che, come ben declinano i due curatori Lorenzo Zichichi e Lea Mattarella, è: Isola, Isolamento, Isolatria, Isolandia, o solitudine… Un viaggio plurale.

Le Isole Eolie dove si coltiva la bellezza, Mare Motus una mostra imperdibile.

Da citare in primis quella che ho trovato un’opera straordinaria i Dormienti di Mimmo Paladino. Un’opera struggente quasi impossibile da trasferire in parole che meriterebbe lei sola un viaggio a Lipari.
C’è poi il blu delle Eolie di Carlo Gavazzeni, Fathi Hassan e
Alessandra Giovannoni.

Le Isole Eolie dove si coltiva la bellezza, Mare Motus una mostra imperdibile.

Da citare anche Nan Goldin con una inquieta e fosca Stromboli.
Nell’esposizione temporanea spazio ai grandi artisti siciliani come il grande Isigrò, Carla Accardi e Pietro Consagra o le Bagnanti di Fausto Pirandello.
C’è poi Piero Guccione, le figure femminili di Emilio Greco e Salvo con una stupefacente sagoma della Sicilia.

Le Isole Eolie dove si coltiva la bellezza, Mare Motus una mostra imperdibile.

Eolie 1950-2015 , Mare Motus , l’Isola, una mostra stupenda a Lipari detta la bella dove non è difficile anche innamorarsi di ciò che si vuole dell’arte, del cibo di un uomo, di una donna, del paesaggio o di tutte queste cose insieme perché a Lipari si vive nella gioia e nel culto della bellezza.

Le Isole Eolie dove si coltiva la bellezza, Mare Motus una mostra imperdibile.

EOLIE 1950-2015. MARE MOTUS. L’ISOLA NELL’ARTE CONTEMPORANEA DALLA SICILIA AL CILE. Castello di Lipari, ex chiesa di Santa Caterina ed ex carcere . www.mareolie.it
Fino al 30 settembre .

Giottesca Milano

Al rientro dalle vacanze la città apre le porte a una delle più importanti mostre dell’anno


Gli ultimi baluardi delle ferie d’Agosto portano un evento da segnare in agenda “Giotto, l’Italia”. La mostra sarà aperta al pubblico dal 2 settembre 2015 fino al 10 gennaio 2016, in concomitanza con la chiusura dell’Esposizione Universale, presso il Palazzo Reale di Milano.
La celebrazione del fondatore dell’arte figurativa italiana è coordinata da un prestigioso Comitato Scientifico, composto dalle istituzioni che, nel corso degli anni hanno tutelato e alimentato la conoscenza dell’operato giottesco; tra cui tutte le Sovraintendenze, il Ministero dei Beni Culturali e del Turismo, i Musei Vaticani e la Galleria degli Uffizi.
13 le opere inedite per la città, tutte tavole mai esposte prima in sinergia, atte a documentare il viaggio del pellegrino Giotto. Passo dopo passo il pittore fiorentino ci trasporta attraverso i luoghi più belli della Penisola. Partendo dalle opere giovanili, prodotte durante l’attività tra Firenze e Assisi, si arriva alla Cappella degli Scrovegni, dove viene documentato il suo periodo padovano.
Non manca, inoltre, il trionfo del Polittico Stefaneschi, realizzato per l’altar maggiore della Basilica di San Pietro che conduce il visitatore verso la fase finale della carriera rappresentata dal polittico di Bologna e da quello Baroncelli, situato nell’omonima cappella fiorentina.


Polittico Stefaneschi

Polittico Stefaneschi




Polittico di Bologna

Polittico di Bologna




Polittico Baroncelli

Polittico Baroncelli




Arte, scienza e visionarietà si uniscono, dunque, nel segno giottesco per festeggiare le eccellenze italiane che, nel corso dei secoli si confermano punta di diamante per il patrimonio artistico mondiale.

Isole Tremiti, il rifugio di Lucio Dalla

Raggiungere le Isole Tremiti non è difficile. Un itinerario consigliabile è quello da Vieste così da poter ammirare anche questa bella città del Gargano.
Le isole Tremiti sono state amate da Lucio Dalla – la madre era di Manfredonia – che comprò una villa nell’isola di San Domino.
La bellezza di queste isole: San Nicola , San Domino , Caprara e Cretaccio sta proprio nel loro difetto fondamentale : mancano grandi strutture ricettive e proprio per questo sono rimaste in qualche modo allo stato selvaggio.


Isole Tremiti, il rifugio di Lucio Dalla


La vegetazione dell’isola di San Domino è rigogliosa e per gli amanti delle passeggiate nei boschi è l’ideale. Per questa isola, la più grande delle Tremiti possiamo parlare di un vero e proprio capolavoro ambientale dove le insenature e la pineta arrivano fino al mare.
Praticamente attaccata all’Isola di San Domino si trova l’isola di San Nicola, un luogo carico di suggestioni mistiche oltre ad essere stato importante per la Storia del Cristianesimo .
Su questa isola sorge l’Abbazia di S.Maria a Mare fondata dai monaci benedettini di Montecassino.
In questa chiesa si fondono l’arte occidentale e la tradizione bizantina visibile nei grossi mattoni in cotto inseriti fra i blocchi di pietra delle colonne. Nota agli storici del medioevo, negli anni questa chiesa è stata trascurata dalla Storia dell’Arte.


Isole Tremiti, il rifugio di Lucio Dalla


L’Abbazia ha un fascino speciale perché intorno sono state edificate delle mura di difesa in modo da sembrare una vera e propria fortezza .
Cretaccio invece, un grosso scoglio di natura argillosa, non ha vegetazione e arriva fin dentro al mare come fosse un fuso .
Pianosa, la più bassa delle isole Tremiti è poco più di uno scoglio di colore bianco. Si trova a 12 miglia dalle altre quattro isole ed è una riserva marina integrale dove molte specie acquatiche possono riprodursi.
L’acqua delle Tremiti è cristallina e raggiunge in alcuni punti, tanta ne è la limpidezza,i toni del verde smeraldo. Un paradiso per gli amanti delle immersioni vi sono fondali incontaminati dove vivono specie protette.
Le isole Tremiti non sono una meta presa d’assalto. Non appartengono cioè al circuito modaiolo delle vacanze.


Isole Tremiti, il rifugio di Lucio Dalla


Passeggiare nel chiostro dell’antica Abbazia dell’isola di San Domino, malgrado l’incuria generale in cui è tenuto questo luogo splendido , è un’esperienza unica , il silenzio del luogo è rotto solo da incredibili colpi d’occhio di un panorama mozzafiato.
Nello spiazzale davanti la Chiesa di S. Maria c’è il Museo della radio d’epoca e all’entrata è commovente vedere un grande ritrattato di Lucio Dalla , lui di bellezza se ne intendeva e forse per questo scelse proprio le Tremiti come sua casa al mare.
Non è il golfo di Surriento ma anche alle isole Tremiti “il mare luccica , tira forte il vento e un uomo può abbracciare una ragazza dopo che aveva pianto”…

Janice Wainwright: il vintage che non invecchia

Il nome di Janice Wainwright forse ai più dirà poco ma le sue creazioni rappresentano un tassello fondamentale nella storia della moda inglese degli anni Sessanta.

Ancora oggi tra i più venduti nelle boutique specializzate in vintage e tra i più ricercati dai collezionisti, i capi di Janice Wainwright sono estremamente suggestivi: stampe più che mai attuali, incredibilmente in linea con le tendenze di oggi, e dalle proporzioni perfette per qualsiasi tipo di fisico.

Nata a Chesterfield nel 1940, la formazione di Janice Wainwright è avvenuta nelle più prestigiose scuole di moda, dalla Wimbledon School of Art alla Kingston School of Art fino alla specializzazione al Royal College of Art di Londra. Dopo la laurea, grazie al supporto finanziario garantitole dalla compagnia di Simon Massey, la stilista poté iniziare a disegnare e produrre la propria linea di abbigliamento.

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Creazioni Janice Wainwright, foto del 1969

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Janice Wainwright è nata a Chesterfield nel 1940

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Jean Shrimpton in Janice Wainwright



Il suo stile si distingueva per essere giovane, elegante e femminile. La Wainwright era molto stimata dai suoi colleghi, in primis da Ossie Clark, che le diede il permesso di usare le splendide stampe della moglie Celia Birtwell per il suo lavoro. La Wainwright fu l’unica a godere di tale privilegio all’epoca.

Nel 1968 Janice iniziò a lavorare come freelance e in questo periodo collaborò con Sheridan Barnett. Maturata una notevole esperienza, insieme alla padronanza delle tecniche di marketing, la stilista due anni più tardi, nel 1970, fondò il proprio marchio. Fu così che aprì i battenti la “Janice Wainwright at Forty Seven Poland Street” nei pressi di Oxford Street.

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Janice Wainwright fu l’unica designer alla quale Ossie Clark permise di utilizzare le stampe della moglie Celia Birtwell

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Abito rosso in jersey, Nova Magazine, dicembre 1972



Creazioni in jersey, chiffon e crêpes di seta, vestiti dai tagli sartoriali e glamour. Nel 1974 il nome del marchio venne abbreviato in Janice Wainwright. Durante gli anni Settanta e Ottanta le sue creazioni iniziarono a mostrare dei ricami più intricati e particolari: si trattava perlopiù di abiti lunghi e fluidi, dalle stampe audaci.

Suggestioni etniche e romanticismo nelle trame dei ricami e nei modelli, in cui si respira un gusto retrò di grande impatto visivo. Celebri le foto che ritraggono la mitica Twiggy mentre indossa dei modelli Janice Wainwright. Quasi una visione eterea ed onirica, la modella sembra una ninfa silvestre immersa in un paesaggio fatato.

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Twiggy in Janice Wainwright, foto di Justin de Villeneuve, Vogue luglio 1969

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Tuta Janice Wainwright per Simon Massey

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Abito disegnato da Janice Wainwright per Simon Massey



Le creazioni della Wainwright all’epoca spopolarono e furono esposte al Fashion Museum di Bath e al prestigioso Victoria & Albert Museum di Londra. Capi che, collezione dopo collezione, diventavano più sontuosi e dal design estremamente interessante. Notevole anche la qualità dei materiali usati, che tradisce la ricercatezza e la cura estrema con cui la stilista selezionava le pregiate stoffe in Europa e fino all’Estremo Oriente.

La maison chiuse i battenti nel 1990, ma ancora oggi i capi di Janice Wainwright sono molto ricercati e caratterizzano una fascia importante nel mercato del vintage online. Tanti sono i modelli ancora in vendita nei siti specializzati, da Etsy a 1stdibs a Farfetch e Bonhams. Perché il vintage è evergreen.

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Suggestioni contemporanee e charme senza tempo in una creazione vintage Janice Wainwright in vendita su internet

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Abito Janice Wainwright esposto da Bergdorf Goodman, New York

C’era una volta lo spettacolo spettacolare di John Galliano per Christian Dior

Vi trasportiamo nella teatralità di cinque sfilate di Haute Couture che, grazie all’estro di Galliano, resteranno per sempre impresse nella Storia della Maison.

Mentre nel 2015 si annuncia la fine dello stile normcore, l’avvento del genderless e un vago ricordo della tendenza hipster, a suon di condivisioni su Instagram e estemporanei video su Snapchat, il ricordo vola all’enfasi e all’aura che circondavano l’universo moda appena qualche decennio fa.
La democratizzazione è in atto e la visualizzazione delle sfilate in HD rende la virtualità un effettivo passepartout per il sistema.
Facendo un passo indietro nel tempo riaccendiamo insieme la tv sintonizzata sui notiziari che ci trasportavano nel fantasmagorico mondo delle sfilate di Haute Couture parigine, legate indissolubilmente all’immaginario iconico di John Galliano per Christian Dior.
Misticismo teatrale e coinvolgimento dei sensi, davanti allo schermo si veniva trasportati in un mondo parallelo fatto di mirabolanti creature in passerella, talvolta grottesche, senza riuscire a distinguere la linea di confine tra effettiva realtà e finzione. Sin dalla produzione scolastica , presso la Central Saint Martins School di Londra, il designer si è ispirato alle arti e alla storia, tanto da ideare, come progetto di tesi, una collezione dedicata agli Incroyables, passata oramai agli annali.
Un imprinting fatto di amore per il costume trasmesso dalla madre, insegnante di flamenco, che amava fargli indossare gli abiti più stravaganti.
Tradizione che Galliano non ha perso nel corso degli anni, infatti, la ciliegina sulla torta di ogni fashion show era la sua uscita in abito da scena.
Annoverato più volte tra i migliori designer britannici, espatriato da Londra a Parigi, prima di approdare a Dior, dal 1997 al 2012, ebbe un’esperienza da Givenchy. La fine della sua carriera presso la Maison francese venne segnata da un video in cui rivelava affinità con l’antisemitismo. Collaborazione troncata e ritorno sulle passerelle solo nel gennaio di quest’anno, con la firma delle nuove collezioni Martin Margiela.
Per rivivere le emozioni epidermiche, di quelle che configureranno per l’eternità come memorabili passerelle di Alta Moda, ecco un excursus esplicativo da portare impresso nella mente:


Il Dior Express attraversa la Cina e il Giappone per un viaggio attraverso le meraviglie dell’Asia e i suoi broccati.


Ispirato dall’ Antico Egitto il couturier porta in passerella il lusso estremo della Valle dei Re estrapolato dai geroglifici e dagli affreschi tombali.


In un giardino in cui rivive l’era edoardiana, tra ricami e trasparenze, si racconta la storia del centenario di Christian Dior reincarnato nella sensualità di suadenti dive.


Trasportati in un feudo medievale, con tanto di labirinto nel castello, Galliano si perde tra moderne Giovanna d’Arco e Carmina Burana.


Un salto in Oriente per raccontare la triste storia d’amore tra Madame Butterfly e il Capitano Pinkerton. Così il New Look di Christian Dior si incastra perfettamente alla tradizione giapponese fatta di origami.

Quello di Grillo non chiamatelo razzismo

L’altro giorno Beppe Grillo ha pubblicato sul suo blog un lungo articolo con una serie di proposte in materia di immigrazione. Come spesso fa per i temi più delicati (di recente un delirante attacco complottista verso Monica Maggioni), l’articolo non era direttamente a firma sua, ma “dava spazio” alle proposte di alcuni rappresentanti del MoVimento. A corredo del post una vignetta in stile ventennio, sia da un punto di vista grafico che contenutistico e stilistico.
Il tema non è nuovo sul blog di Grillo, e nemmeno tra i rappresentanti del suo Movimento.
Ne abbiamo parlato ad ottobre 2013, e già allora si trattava di una raccolta di materiali ed esternazioni perfettamente coerenti tra loro e precedentemente ad agosto.


Come scrissi già a maggio 2014 in realtà il tema non è però “un vero e concreto atteggiamento razzista”. 
Si tratta piuttosto di una strategia fondata essenzialmente su due concetti: Odio e paura. Se dovessimo sintetizzare in due parole gli elementi che con maggiore facilità attraggono elettorato e sostenitori massimalisti queste sono le due parole chiave.
 L’odio verso un qualsiasi diverso, ma anche verso qualsiasi nemico che venga additato come l’origine dei nostri mali: immigrati, euro, Europa, poteri forti, ma anche chi ha un’altra religione o semplicemente la pensa diversamente da noi e ci mette in difficoltà con il suo ragionamento. 
Paura è l’altra condizione necessaria: “cosa accadrebbe se…” condito da qualsiasi sciagura vera o presunta purché esprimibile in tre, massimo quattro parole. Anche qui la paura di perdere qualcosa, che sia un diritto, soldi, privilegi, posizione, ma soprattutto certezze, convinzioni, di dover mettere in discussione il proprio modo di vivere e pensare.
 Era il 22 aprile di quest’anno quando Grillo scrisse un allarmistico messaggio su Facebook “In arrivo un milione di immigrati. Bisogna agire subito!” rinviando per ulteriori informazioni sulla fantasiosa notizia inevitabilmente al link del suo blog.



A giugno – sempre sul tema immigrazione – è la volta di Di Maio, sulla sua pagina facebook. Una declinazione del tema e delle ricette per gestire questo fenomeno che mostravano tutta l’inadeguatezza del soggetto proponente, per non dire vera e propria ignoranza.

 La sociologa e giurista Iside Gjergji sul suo blog sul FattoQuotidiano a proposito dell’ultimo (cronologicamente parlando) post sul blog di Grillo parla di “razzismo a cinque stelle” e scrive: il post del pentastellato consigliere comunale di Torino, Vittorio Bertola, contenente proposte politiche in tema di immigrazione, non avrà procurato neanche un minimo spostamento del sopracciglio destro. Il post non rappresenta, infatti, nessuna novità circa le posizioni (cripto)fasciste e di destra, dunque razziste, espresse da molti esponenti di tale movimento, sia prima che dopo l’alleanza europea con Ukip. Un mix di ignoranza, di razzismo, di linguaggio da bar e di brama populista, mirante a togliere voti e simpatie a forze politiche più simili (almeno rispetto all’idea complessiva di società), ovvero al cartello elettorale Lega Nord-Casa Pound, permea molte parole delle proposte del consigliere. 



Lieti che il Fatto – testata da sempre molto vicina al M5S – se ne sia accorto.
Ma qui il razzismo c’entra poco. La questione è differente e più rozza, meno intellettuale, meno concettuale. Ben lontana dai vari “razzismi scientifici” che abbiamo conosciuto e conosciamo [che poi si tratta di una contraddizione in termini dal momento che la scienza se una cosa ha dimostrato è l’infondatezza delle ragioni del razzismo, ma questa è un’altra storia].
Quello di Grillo – e anche più dei suoi “eletti” – non è affatto razzismo. E a dirla tutta anche del tema immigrazione a loro, fondamentalmente, interessa nulla, tanto che anche quando presi in castagna e confutati, non si degnano nemmeno di un minimo di approfondimento o di replica. 
Il loro è becero, bassissimo, calcolo politico, demagogicamente parlando allo stato quasi puro. A scrivere questa volta è un consigliere comunale di Torino, altre volte fu Grillo che ricordava che “se avessero detto certe cose avrebbero preso percentuali da prefisso telefonico”. 



Qui si tratta di dire banalmente le cose che “tirano il sentiment”, in rete e nella piazza. Prendere i voti dicendo le più amene cretinaggini basta che siano efficaci sul territorio. Per Bertola nè più nè meno che uno spot personale a caccia di qualche votarello leghista. Per Beppe, inseguire Salvini sul suo terreno. Niente di più. È la solita formuletta chimico-matematica del “distillare l’odio, alimentando l’ignoranza e facendola crescere al fuoco lento della paura costante”. 
La formula è antica: è la paura del diverso, che diventa immediatamente nemico, cui vengono attribuiti tutti i mali patiti: dalla sua sconfitta il nostro benessere. È così da sempre, sino a Hitler con gli ebrei o con le razze inferiori. Ma almeno quello era razzismo “vero”, che pretendeva e inventava ragioni e fondamenti scientifici al suo fondamento.


Questo è solo e becero accattonaggio di qualche consenso facile.
 Distillando odio, alimentando ignoranza e paura.
 A Grillo c’è da fare i complimenti però, per riuscire a far stare insieme i neo accattonati voti leghisti, con i precedententi delusi del centrosinitra, che difficilmente avrebbero immaginato di condividere queste posizioni. Ma anche in questo il collante più vecchio del mondo fa il suo dovere: l’odio verso “la politica vecchia e corrotta” è un evergreen che unisce tutti… poi si vedrà. 
È una corsa contro il tempo, perchè un consenso così eterogeneo difficilmente lo tieni insieme a lungo, specialmente se “gli altri” fanno qualche riforma, o peggio ancora se con la nuova legge elettorale rischi di prendere tanti voti e molto pochi seggi.
 Da qui la spinta delle ultime ore: “andare ad elezioni il prima possibile”, pena scomparire e perdere consenso.
 Ma la storia insegna che se vinci le elezioni con un popolo in maggioranza fomentato dall’odio, dalla paura, e intriso di ignoranza e di “false informazioni” con cui hai alimentato questo odio e questa paura, poi, c’è un solo modo per governarlo. E questi tempi ce li eravamo lasciati alle spalle circa settant’anni fa.

Penelope Tree: icona della Swinging London

Un viso dai lineamenti particolarissimi, una bellezza che ridisegnò i canoni allora vigenti: Penelope Tree è stata una modella unica nel suo genere.

It girl della Swinging London e musa di fotografi del calibro di Diane Arbus e David Bailey (che fu anche suo compagno di vita per 6 anni), Penelope Tree ha un volto che non si dimentica facilmente.

Due occhi enormi dallo sguardo curioso e vivace, tratti fanciulleschi che la rendono simile ad un folletto ed una personalità sfolgorante ne hanno fatta un’indimenticabile icona.

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Viso dai lineamenti particolari ed occhi enormi, Penelope Tree ridisegnò i canoni di bellezza



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Icona della Swinging London e musa di David Bailey



Innumerevoli gli scatti pubblicati su Vogue, fotografie piene di pathos e poesia, interpretate da una icona geniale della moda mondiale.

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Penelope Tree nacque il 2 dicembre 1949



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La sua carriera nella moda venne inizialmente ostacolata dai genitori



Classe 1949, Penelope è nata a New York in una ricca famiglia di origine inglese dell’Upper East Side. Il padre Ronald è un politico e giornalista e la madre un’attivista e una socialite. Il conservatorismo della famiglia ostacola la carriera di Penelope nella moda, tanto che il padre, quando la vede ritratta per la prima volta in uno scatto di Diane Arbus, minaccia di portarla in tribunale.

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Look gipsy per Penelope Tree

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La modella fu fotografata da Diane Arbus, Cecil Beaton e David Bailey, di cui fu compagna nella vita

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Foto di Patrick Liechfield, 1969



Il debutto in società di Penelope avvenne durante il Ballo Bianco e Nero di Truman Capote: all’evento erano presenti oltre cinquecento persone, tutto il jet set newyorkese, personalità come Marella e Gianni Agnelli, Mia Farrow e Frank Sinatra e la madre di Penelope, la socialite Marietta Peabody Tree. Il dress code della serata imponeva outfit optical rigorosamente in bianco e nero, in linea con le tendenze dei Sixties. Protagonista indiscussa della serata fu la allora diciassettenne Penelope, la cui eterea bellezza incantò gli ospiti.

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Il compagno David Bailey definì Penelope Tree “un grillo parlante”

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Penelope Tree in Yves Saint Laurent

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La bellezza fuori dagli schemi di Penelope Tree



Poco dopo la ragazza, lottando contro il volere dei genitori, decise di trasferirsi a Londra, dove iniziò a lavorare come modella. Posò, tra gli altri, per Cecil Beaton, Richard Avedon e David Bailey. Dopo aver iniziato una relazione sentimentale con quest’ultimo, nel 1967 si trasferì nel suo appartamento a Primrose Hill. La genialità di David Bailey, che la definì “un grillo parlante”, contribuì a trasformare la sua bizzarra bellezza in un mito.

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Foto di David Bailey, 1968



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Scatto di David Bailey



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La comparsa di un’acne tardiva pose fine alla carriera di Penelope Tree nei primissimi anni Settanta



Il suo clamore negli anni Sessanta fu tale che venne spesso paragonata ai Beatles. Celebri, a questo proposito, le tre semplici parole con cui John Lennon la descriveva: “Hot hot hot, Smart Smart Smart”. Intelligente e sexy, Penelope lo era davvero, come testimonia la sua carriera nella moda, breve ma sfolgorante.

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Penelope Tree in uno scatto di John Cowan per Vogue, novembre 1969



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Look boho-chic tipico degli anni Sessanta



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La Tree era figlia di un giornalista ex deputato e di una socialite di origine inglese



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Ancora uno scatto di David Bailey



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Penelope Tree fotografata da David Bailey per Vogue 1969



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Foto di David Bailey, Vogue 1 agosto 1968



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Penelope Tree in India, foto di David Bailey, Vogue UK, gennaio 1968



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Vogue UK ottobre 1968, foto di David Bailey



Negli anni Settanta dovette abbandonare la sua attività a causa di un’acne tardiva. Fu il crollo di un mito. Passata in breve dagli albori delle cronache al dimenticatoio, nel 1972 fu arrestata per possesso di cocaina e due anni più tardi, nel 1974, si trasferì a Sydney dopo la fine della sua storia con Bailey.

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Uno scatto per Vogue, 1969



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Foto di David Bailey per Vogue, 1 gennaio 1969



Pochi anni dopo convolò a nozze con il musicista sudafricano Ricky Fataar, già membro di gruppi storici degli anni Settanta/Ottanta, come The Flames e i Beach Boys, da cui ebbe una figlia di nome Paloma. Dalla relazione con uno psichiatra australiano, Stuart MacFerlane, ebbe invece un figlio di nome Micheal.

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Ancora uno shoot ambientato in India, foto di David Bailey



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Mood bohémien



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Foto di David Bailey



Impegnata nel sociale e sul fronte umanitario, oggi l’ex modella è presidentessa di Lotus Outreach, un’organizzazione che si batte per il diritto allo studio delle ragazze della Cambogia. Il mito Penelope Tree è tornato a posare nel 2012 per il genio di Tim Walker, che ne ha colto l’essenza più intima. Inoltre ha preso parte ad un video di Mario Testino ed è stata testimonial per Barneys New York.

Cara Delevingne: moda, addio

La notizia è di quelle clamorose ed è destinata a suscitare uno stuolo di polemiche. Cara Delevingne, una delle modelle più famose al mondo, ha dichiarato di voler ritirarsi dalle passerelle ad appena 23 anni.

Volto storico di maison come Yves Saint Laurent e Burberry, la top model inglese, classe 1992, si è detta vittima di un forte stress causato dalla vita frenetica a cui sono sottoposte le modelle. La grave forma di stress le avrebbe addirittura causato una forma di psoriasi.

Sguardo felino ed inconfondibile, folte sopracciglia che hanno fatto tendenza, la modella britannica è uno dei volti chiave del fashion biz. Una carriera iniziata nel 2009, a soli 17 anni, la Delevingne ha calcato le passerelle di Chanel, Fendi, Versace, Burberry, Victoria’s Secret ed è da molti ritenuta l’erede legittima di Kate Moss. Apparsa sulle copertine delle riviste più prestigiose, ritratta dai fotografi più famosi al mondo, Cara Delevingne è la modella che guadagna di più in assoluto.

Blasonata quanto basta, discendente dei baroni Faudel-Phillips, la top model non teme di apparire politically uncorrect con le sue dichiarazioni rilasciate in un’intervista al Times, secondo cui le pressioni imposte dal lavoro di modella l’avrebbero portata ad odiare il proprio corpo.

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Cara Delevingne su Vogue, luglio 2015

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Vogue UK, gennaio 2014



Niente peli sulla lingua per Cara, che si è sentita a suo dire a lungo sfruttata: femminista convinta, la top model britannica ha definito disgustoso il modo in cui ragazzine giovanissime siano costrette a posare in modo ammiccante, in un mondo fatto di enormi pressioni, competizione e sacrifici. Una vera e propria stigmatizzazione del fashion biz, mondo che l’avrebbe costretta a crescere troppo in fretta.

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Vogue Australia, ottobre 2013

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Foto di Peter Lindbergh, Vogue, maggio 2013



Espressività unica, bellezza anticonvenzionale ed un carattere ribelle, la Delevingne ha dichiarato la sua intenzione di volersi dedicare unicamente al lavoro di attrice. Già diversi film all’attivo, il suo è sicuramente un volto che buca lo schermo.

Talitha Getty, icona boho-chic

Una donna di rara bellezza, icona hippie chic ed incarnazione dello spirito bohémien degli anni Sessanta. Talitha Getty è stata protagonista di quegli anni. Le foto che la ritraggono insieme al marito Paul, vestiti con caftani damascati sul tetto di un elegante palazzo di Marrakech, sono diventate simbolo di un’epoca. Una rivoluzione all’insegna del mood gipsy.

Il flower power ha trovato una splendida rappresentante in Talitha Dina Pol. Nata nel 1940 a Giava, all’epoca facente parte delle Indie Orientali Olandesi, Talitha trascorre i suoi primi cinque anni di vita in un campo di prigionia giapponese insieme alla madre, per poi trasferirsi con lei a Londra nel 1945.

Talitha Dina Pol nacque a Giava nel 1940

Talitha Dina Pol nacque a Giava nel 1940

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Uno scatto di Elisabetta Catalano



La giovane ha il dono della bellezza e sogna di diventare un’attrice. Per questo si iscrive alla Royal Academy of Dramatical Art. Sangue misto nelle vene, un viso da copertina ed una bellezza selvaggia, Talitha incanta icone del calibro di Diana Vreeland, Rudolf Nureyev e Yves Saint Laurent, che ne fa la sua musa. Nureyev, dichiaratamente omosessuale, prova per lei una fortissima attrazione erotica, al punto che dichiara di aver pensato di sposarla. Il giornalista Jonathan Meades la definisce “la donna più bella che abbia mai visto”.

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La bellezza di Talitha Getty incantò Diana Vreeland , Rudolf Nureyev e Yves Saint Laurent

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Foto di Elisabetta Catalano, 1968



Nel 1965 avviene l’incontro che segna la vita della bellissima Talitha: ad un party organizzato da Claus von Bülow la ragazza conosce John Paul Getty Jr., magnate americano che sposerà l’anno seguente in Campidoglio, a Roma, indossando una minigonna in velluto bianco bordata di visone. La sua carriera di attrice è decollata qualche anno prima, e la giovane prende parte a sette film. Ma è il suo stile unico a destare l’attenzione dei media.

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Talitha visse a Roma dal suo matrimonio fino alla morte, avvenuta nel 1971

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Il caftano è il simbolo del suo look boho-chic

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Suggestioni folk in questo outfit

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Talitha Getty in uno scatto a Marrakech, Vogue gennaio 1970

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Kimono floreale per Talitha e camicia en pendant per il marito Paul Getty



Emblema dello stile wild degli anni Sessanta, Talitha mixa perfettamente il mood boho-chic con le suggestioni della Swinging London. Un look che privilegia caftani coloratissimi e preziosi e fiori tra i capelli e contaminazioni stilistiche. Frequenti sono i viaggi dei coniugi Getty a Marrakech: proprio questa diviene la location per il celebre servizio fotografico realizzato nel 1969 da Patrick Liechfield, che li immortala sul tetto del Pleasure Palace in caftani e gioielli etnici. Una coppia perfettamente assortita anche nel look.

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Sul tetto del Pleasure Palace, 1969

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Talitha e Paul Getty fotografati da Patrick Lichfield per Vogue, 15 gennaio 1970

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Talitha Getty a Roma

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Talitha in posa per Elisabetta Catalano



Nel 1968 Talitha ha una figlia da Getty e poco dopo decide di ritirarsi dal cinema. Una vita fatta di eccessi e finita tragicamente. Nel 1971 Talitha Getty muore nel suo appartamento a piazza d’Aracoeli a Roma, a soli trent’anni, per un’overdose di eroina e barbiturici. Ma il suo charme non smette di affascinare.

PABLO ATCHUGARRY E LE SUE SCULTURE NELL’ETERNA ROMA

Pablo Atchugarry, artista uruguayano, è uno dei più grandi scultori contemporanei, classico perché la sua materia prima prediletta è il marmo, non un marmo qualunque ma il marmo più bello che esista al mondo, il marmo di Carrara.


PABLO ATCHUGARRY E LE SUE SCULTURE NELL’ETERNA ROMA

La sua purezza e la possibilità di essere lavorato con facilità lo rendono una materia sublime.

Le opere di Pablo Atchugarry sono esposte al Museo dei Fori Imperiali- Mercati di Traiano fino al 7 febbraio del 2016.


PABLO ATCHUGARRY E LE SUE SCULTURE NELL’ETERNA ROMA


La mostra ha un titolo importante e suggestivo: Città Eterna, eterni marmi.


PABLO ATCHUGARRY E LE SUE SCULTURE NELL’ETERNA ROMA


Passeggiare in uno dei siti archeologici forse più belli al mondo come i Mercati di Traiano è un esperienza magnifica, le opere di Pablo Atchugarry s’incontrano come fossero apparizioni provenienti da lontano e che contribuiscono a rendere i Mercati di Traiano un luogo incantevole e senza tempo.


PABLO ATCHUGARRY E LE SUE SCULTURE NELL’ETERNA ROMA


Inoltre le sculture di Pablo Atchugarry sembrano far da cornice a Roma intera perché in lontananza sembrano immergersi, con spettacolari colpi d’occhio, anche nei monumenti circostanti i Mercati di Traiano.


PABLO ATCHUGARRY E LE SUE SCULTURE NELL’ETERNA ROMA


Infatti l’Altare della Patria, visibile in lontananza, sembra anch’ esso, nella sua maestosa imponenza, diventare una scultura tra le sculture.


PABLO ATCHUGARRY E LE SUE SCULTURE NELL’ETERNA ROMA


Le opere esposte sono circa quaranta tra opere monumentali e opere di piccole dimensioni.

Una mostra unica che ha davvero il sapore dell’eternità.


PABLO ATCHUGARRY E LE SUE SCULTURE NELL’ETERNA ROMA

De Magistris sindaco di Facebook

Dopo essere stato sindaco rivoluzionario, sospeso, di strada, reintegrato, oggi De Magistris lancia definitivamente la sua campagna elettorale con un lungo post su Facebook. Che fosse social lo sapevamo, ma stavolta il suo post è con un vero e proprio manifesto politico delle cose fatte e di attacco al pd renziano. Tra le molte accuse “a firma” del sindaco di Napoli ce ne solo alcune difficilmente attribuibili a Matteo Renzi come “Mafia Capitale, inchieste Expo, Venezia Mose”: tutte vicende semmai esplose sotto la sua segreteria e cui lui è chiamato a mettere una pezza.
 L’atto che da oltre un anno fa infuriare De Magistris è la sua estromissione dalla gestione dell’affaire Bagnoli. “Renzi, dopo anni ed anni di omissioni, sprechi, affari e crimini, invece di dare alla Città le risorse per la bonifica ha deciso di commissariare. Vuole mettere le mani sulla città con le stesse logiche di potere che hanno distrutto parte del nostro Paese.”
Su Bagnoli lo scontro è ampio e forte, e ne sentiamo parlare da tempo.


Come i nomi ballerini dei presunti super commissari con poteri da superuomo, così come le cifre da capogiro che potrebbero abbattersi (letteralmente) sulla città, e su cui i soliti presuntamente grandi imprenditori e finanzieri anche loro si vogliono letteralmente abbattere per pasteggiare alacremente. 
Quello che manca sulla questione Bagnoli è una risposta chiara ad una domanda che dovrebbe essere il presupposto di qualsiasi cifra e nome commissariale: qual è il progetto per Bagnoli? Soldi e nomi per fare che? Realizzare cosa? Quando fai questa semplice domanda si solleva la nebbia, come se Bagnoli fosse in val padana. 
Nel lungo articolo il sindaco di Napoli fa un elenco di cose fatte, che sono cose vere, almeno parzialmente.


Molti sono progetti ereditati dal passato (come le stazioni della metropolitana da lui inaugurate a ripetizione), così come è innegabile l’aver ereditato un bilancio a dir poco disastroso e del quale nessuno degli assessori degli ultimi vent’anni è stato chiamato a rispondere. 
Spiccano però due elementi. Il primo è che un sindaco che il PD considera decotto e condannato alla sconfitta abbia ricevuto in meno di sei ore oltre 2.000 condivisioni e 3.500 “like”, cui si sommano oltre 1.500 tra commenti e repliche. Indice di una città viva e di un sostegno al sindaco che molti sembrano ostinarsi a non vedere. Dall’altro il vuoto delle repliche del partito democratico, che vanno dalla ilarità all’attacco diretto, senza alcuna proposta nel merito.


L’alzata di scudi “a difesa del segretario” a livello nazionale ci sta, ma a livello locale appare decisamente poco credibile, laddove ad un anno dal voto il PD non solo non ha nomi alternativi da proporre, ma non ha un progetto politico, non ha un programma, e nemmeno un’idea di percorso per arrivare ad averne. 
Il post del sindaco fa discutere e fa schierare. Apre il dibattito sulla città e sull’amministrazione. Tutto questo è comunque politica. Al momento degli altri partiti non si può dire nemmeno questo: nemmeno uno status programmatico o analitico che faccia discutere.

Baciami signora Luisa

Sarà Luisa Ranieri a portare sul piccolo schermo la vita della creativa che può essere definita uno dei pilastri dell’imprenditoria nel nostro Paese. A febbraio 2016, infatti, in occasione di San Valentino, andrà in onda la mini serie Rai dedicata a Luisa Spagnoli.


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Amore e genialità i capisaldi della sua vita. Prima moglie di Annibale Spagnoli, sposato in giovane età, poi amante di Giovanni Buitoni, suo partner nella vita professionale, divenuto in seguito amante.
A lei l’Italia deve due grandi esempi di imprenditorialità: la Perugina, fondata insieme al marito e a Buitoni, e la griffe di moda omonima. Fu appunto l’excursus della Perugina a fornire le basi, anche finanziarie, per la nascita della Luisa Spagnoli.
Concreta e testarda, nella drogheria aperta nel centro di Perugia, all’inizio della sua carriera, venne prodotto il primo “cazzotto”, cioccolatino meglio noto a tutti come il Bacio. Non contenta dei traguardi raggiunti, a seguito di un folgorante viaggio parigino, ebbe l’idea di impiantare nella sua terra la produzione della lana d’Angora, ricavata pettinando soffici conigli.
Intorno a tale piglio creativo si sviluppava, inoltre, un nuovo modello industriale. Con la Perugina e la Spagnoli, infatti, il centro produttivo diventava una vera e propria comunità autosufficiente dotata di asili nido, doposcuola, chiesa, strutture sportive e ricreative, a vantaggio delle madri lavoratrici. Tanto che il gruppo industriale divenne ben presto “benefattore” della cittadina umbra.


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Sophia Loren, Tza Tza Gabor, Dalida, Elsa Martinelli e Veruska, le dive che, negli anni 60, non potevano fare a meno dei golfini Luisa Spagnoli. Come documentato nel museo allestito in un’ala dell’azienda, dove tuttora il 90 per cento dei 600 lavoratori sono donne, vero esempio industriale “in rosa”. Attraverso le quattro sale dello stesso è possibile rivivere lo sviluppo della realtà, dagli albori fino ai giorni nostri, grazie a una raccolta di documenti cartacei, oggetti, capi e macchinari atti a evocare la rivoluzione operata dal marchio, che dal 1986 è portato avanti da Nicoletta Spagnoli in veste di amministratore delegato e presidente dell’azienda.


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La visita alla struttura (su appuntamento) è consigliata per documentarsi nell’attesa della fiction che appassionerà le nuove generazioni e arricchirà il patrimonio culturale di quelle che riconoscono la stessa come esempio di passione e imprenditorialità tipiche degli italiani.

Buon compleanno, Mademoiselle Coco!

Ci sono donne che con la propria forza sono riuscite a vincere anche contro le peggiori avversità che la vita può riservarti. Questa è la parabola della vita di Gabrielle Coco Chanel.

Un’infanzia difficile trascorsa a Courpière, la madre, cagionevole di salute, muore quando Gabrielle è solo una bambina, il padre assente, tra infedeltà coniugali e sperpero di denaro.

Gabrielle Bonheur Chanel nasce a Saumur il 19 agosto 1883. La piccola cresce in fretta perché la vita le impone di fare così e quel che resta della sua infanzia lo trascorre presso l’orfanotrofio di Aubazine tra le umiliazioni che le suore riservano agli orfani meno abbienti.

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Maglia nera e immancabile filo di perle: la classe di Gabrielle Coco Chanel in un ritratto di Boris Lipnitzki, 1936



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Ribelle nello scatto di Man Ray, 1935



“Se sei nato senza ali, non fare nulla per impedire loro di crescere”: un simile monito non può che venire da chi le difficoltà le ha vissute sulla propria pelle. Fino a quel primo impiego presso la sartoria di Madame Desboutins, a Moulins. Un impiego modesto, in un atelier del quale la giovane Gabrielle non condivide minimamente lo stile, da lei giudicato pacchiano e volgare; ma lì, dove quella ragazza bruna e dal gusto minimal viene additata come la peggiore delle provinciali, avviene la prima rivoluzione firmata Coco Chanel.

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Una giovanissima Gabrielle, foto di Alex Stewart Sasha 1929



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La stilista fotografata nel suo appartamento da Cecil Beaton, 1965



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Foto di Douglas Kirkland, 1962



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Ancora uno scatto di Douglas Kirkland: la sequenza si intitola “Three Weeks/1962”



Prima l’incontro con Étienne Balsan, ricco giocatore di polo dell’alta borghesia francese, poi l’addio a Madame Desboutins, la burbera titolare. Non un gesto di ubris ma una dichiarazione di stile e di assoluta coerenza con se stessa, per la giovane Gabrielle, che diviene in quel momento Coco. L’amore che Étienne prova per lei le porterà un solido aiuto materiale, ponendosi come deus ex machina per una donna geniale, che meritava per diritto divino di avere un posto nella storia.

Battagliera come nessuna, granitica, leonessa astrologicamente e non solo, Chanel è stata forse la sola designer ad avere attraversato due crisi fortissime ma ad essere riuscita a rialzarsi ambedue le volte.

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La classe di Chanel



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Parigi sullo sfondo



Il secondo amore è forse quello della vita e viene dalla grigia Inghilterra: scandaloso e proibito, perché spesso è così che iniziano le storie migliori. Anche Boy Capel aiuterà Coco, divenuta ormai forse troppo sicura di sé e troppo poco gestibile dal più insicuro Balsan, migliore amico di Capel. Quest’ultimo la aiuterà ad aprire il suo primo atelier a Parigi, al fatidico numero 31 di rue Cambon. Da lì è storia. Ma Coco restituirà all’amante l’intera somma ricevuta in prestito e offrirà per tutta la vita aiuto alla sorella Adrienne.

Durante l’occupazione tedesca Chanel fu la sola ad esser tollerata all’Hôtel Ritz, che restò la sua residenza anche in quegli anni. Generosa anche col nipote e con i suoi numerosi amanti più giovani, durante la vecchiaia, la sua vita ci insegna a non smettere mai di lottare e ad indossare sempre un girocollo di perle, of course.

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Coco Chanel nel suo atelier al 31 rue Cambon, Parigi 1937, foto di Boris Lipnitzki



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Storico ritratto della designer

Gli anni Sessanta secondo Henry Clarke

Uno dei maestri della fotografia del Novecento, precursore dell’emancipazione della donna e autore di scatti passati alla storia: tutto questo è stato Henry Clarke, uno tra i fotografi più prolifici e longevi, le cui foto sono state testimoni di quattro decenni, dagli anni Cinquanta fino ai primi anni Ottanta.

Tanti i generi sperimentati dal genio di Clarke: miriadi di scatti di moda e ritratti di personaggi celebri, il fotografo americano è stato arbiter elegantiae della moda italiana, francese e americana.

Nato nel 1918 in California, a Los Angeles, da immigrati irlandesi, Clarke cresce in un periodo attraversato da numerose correnti culturali. L’esperienza della guerra fa da spartiacque tra il vecchio e il nuovo. Il giovane Henry si avvicina alla fotografia di moda nel 1948, dapprima a New York e poi trasferendosi a Parigi.

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Marina Schiano, 1968



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Ancora la Schiano, 1968



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Editha Dussler in Paulina Trige, 1966



L’immaginario collettivo di quegli anni era dominato dai due fotografi di Vogue Cecil Beaton e Horst P. Horst, entrambi fautori di un’estetica quantomai radicata nella tradizione. Ma si avvertiva sempre più l’esigenza di un cambio di prospettiva, che auspicava un ritorno ad una fotografia più radicata nella realtà. Lo stesso Clarke studiò le foto di Beaton, Horst ed Irving Penn, ma familiarizzò con una macchina fotografica più piccola, la Rolleiflex, a suo avviso capace di portare l’auspicato cambiamento di prospettiva.

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Lauren Hutton in un caftano dorato Thea Porter, Vogue UK, dicembre 1969



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Simone d’Aillencourt, 1966



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Wilhelmina Cooper davanti alla dea Maishasur Mardini in un abito Madame Grès, Jodhour, India, dicembre 1964



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La modella Samantha Jones in un caftano dalle stampe optical Livio de Simone, India, giugno 1967



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La modella Samantha Jones davanti al tempio dei guerrieri Chichén Itzá, Messico, 1968



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Modelle davanti le rovine di Xochicalco, fuori da Guernavaca, in abiti che ricordano i pepli greci, 1968



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Samantha Jones in Emilio Pucci, 1967



Clarke fu allievo del vero rivoluzionario della fotografia di quegli anni, Alexey Brodovitch, presso la New School for Social Research. Fu qui che Clarke imparò forse la lezione più importante: come unire la fantasia che serve alla moda con l’energia tipica del reportage. Nel Dopoguerra imperversava uno stile ancora classico e fortemente radicato nella tradizione. Erano gli anni del New Look di Christian Dior, ma si avvertiva sempre più l’esigenza di dare voce ad un nuovo tipo di donna. Life Magazine aveva tristemente testimoniato il conflitto belli o con drammatici reportage fotografici dalle zone di guerra, ma Vogue continuava a commissionare lavori brillanti a Cecil Beaton, relegando la moda in un mondo che appariva talvolta ovattato e lontano dalla realtà.

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Fotografie come opere d’arte



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Henry Clarke viaggiò in moltissime parti del mondo per il suo lavoro, come l’Iran



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I bellissimi paesaggi dell’Iran ritratti da Henry Clarke in foto suggestive



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Scatti unici a metà tra moda e reportage



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Marisa Berenson spicca in una foto scattata in Iran



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Editha Dussler ritratta come una dea tra le rovine romane di Palmira, Siria



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Isfahan, Iran, Vogue dicembre 1969



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Marisa Berenson in un caftano dorato Tina Leser, 1967



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Ancora la Berenson in caftano Halston, 1969



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Le meravigliose stampe Emilio Pucci, 1966



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Editha Dussler, Vogue giugno 1966



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Veruschka, Vogue 1 Dicembre 1966



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Editha Dussler su una spiaggia deserta, Vogue 1 Dicembre 1966



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Sempre la Dussler, Vogue 1 dicembre 1966



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Veruschka in tunica Pauline Trigére, Marocco 1964



La suggestiva location di Petra, 1965

La suggestiva location di Petra, 1965



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Isa Stoppi per Vogue UK 1966



Una prima rivoluzione iniziò con Irving Penn e  Richard Avedon, che portarono il reportage all’interno della fotografia di moda. Clarke iniziò a scattare foto per stilisti celebri, tra cui Dior, Fath, Balenciaga e Chanel. Le sue foto degli anni Cinquanta sono state spesso paragonate al lavoro di Irving Penn per quanto concerne il concetto di eleganza femminile; ma in Clarke manca quel particolare rigore formale e tecnico, come sostenne Nancy Hall-Duncan. In quel periodo egli stesso si fece promotore del risveglio culturale e stilistico dell’America e dell’Europa, coi suoi celebri scatti per riviste del calibro di Femina, Harper’s Bazaar e Vogue, e coi suoi ritratti di personaggi celebri, come Anna Magnani, Coco Chanel, Truman Capote, Cary Grant, Monica Vitti e Sophia Loren.

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Veruschka in Jean Louis, 1965



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Veruschka posa per Vogue, 2 aprile 1972



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Barbara Carrera, foto del 1971



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Castello San Nicola L’Arena, vicino Palermo, Vogue 1 dicembre 1967



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La modella Barbara Bach fotografata a Villa Trabia, Palermo, in un abito Leslie Fay, Vogue 1 dicembre 1967



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Veruschka in Valentino, 1 novembre 1966



Dalla metà degli anni Cinquanta firmò per David Libermann un contratto di esclusiva per le edizioni francese, americana e britannica di Vogue e iniziò a fare numerosi viaggi che lo portarono in giro per il mondo: Messico, Brasile, Spagna, Portogallo, Turchia, India, Iran, Siria ed Italia.
Ma è il decennio successivo che lo consacra al mito: grazie a Diana Vreeland, editor di Vogue, in questi anni Clarke ha ritratto magistralmente la donna moderna. Questa è la parte forse più interessante e più sottovalutata del suo lavoro, ossia l’essere riuscito, per primo, a ritrarre e testimoniare la portata storica della rivoluzione dei costumi sessuali che stava per avere luogo in quegli stessi anni.

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Veruschka in Emilio Pucci in un editoriale voluto da Diana Vreeland, ambientato sulle rive del Tanganica, Tanzania, Vogue 1 gennaio 1965



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Veruschka in una villa a sud di Roma, con un caftano giallo e una pashmina Ken Scott, novembre 1965



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Istanbul, Turchia, Vogue dicembre 1966



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Cherry Nelms in top e gonna Brigance fotografata in Portogallo, Vogue giugno 1952



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Ancora Sherry “Cherry” Nelms a Olhao, Portogallo, con un bikini Calypso, Vogue giugno 1952



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Cherry Nelms a Palermo, gennaio 1955



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Abito in seta Bonnie Cashin, 1952



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Moyra Swan in total look Anne Klein e cappello Cerruti, Spagna, 1969



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Abito gipsy di Donald Brooks, Spagna 1969



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Editha Dussler a Göreme, Turchia, abito di Chester Weinberg, dicembre 1966



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Viviane, 1974



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Altro scatto ambientato in Cappadocia, Göreme, Vogue 1 dicembre 1966



Le foto di Clarke degli anni Sessanta hanno per protagonista una donna moderna, che viaggia in tutto il mondo, indipendente, autosufficiente, sicura di sé. Scatti a colori ricchi di suggestioni etniche, con location mozzafiato. La sua donna è una dea indiana vestita di sari e caftani preziosi, una sacerdotessa che danza per raccogliere il favore degli dei. Cosmopolitismo ante litteram nelle sue foto che ritraggono donne gipsy, vestite secondo i costumi e le tradizioni dei singoli Paesi. Styling elaborati per nuove dee del sole, o zingare extra lusso che girano il mondo cavalcando un mulo, o ancora donne dall’eleganza moderna e rivoluzionaria, ritratte in costumi da bagno Emilio Pucci. Amante del barocco siciliano, celebri sono i suoi scatti ambientati a Palermo, Monreale e Bagheria. Su consiglio della contessa Consuelo Crespi, editor di Vogue US, scattò spesso in antichi palazzi della Capitale, come in quello di Cy Twombly. Suggestive le sue foto all’Eur, ad Ostia, ma anche in Turchia, Iran, tra le rovine di Argira, in Messico tra i templi maya ed aztechi e in Portogallo. Foto come reportage etnografici, con una partecipazione talvolta attiva della popolazione locale, come nello scatto con Isa Stoppi tra gli indios. Capolavori di una modernità impensabile per l’epoca.

L’arte azteca e amerindia, suggestioni indios e rovine di templi induisti diventano protagoniste e si rivelano le location più idonee per dar vita ad insuperabili capolavori di stile. In questo periodo Clarke ritrae modelle del calibro di Veruschka, Marisa Berenson, Benedetta Barzini, Marina Schiano, Isa Stoppi, Simone d’Aillencourt. Un cambio generazionale notevole, per un fotografo che aveva iniziato invece negli anni Cinquanta, ritraendo una femminilità assolutamente diversa. Proporzioni, set, outfits e location: tutto è in mirabile equilibrio nei suoi scatti, vere e proprie opere d’arte.

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La modella Isa Stoppi



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Marisa Berenson in Sardegna indossa un costume Pucci, 1967



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Un altro scatto con la Berenson nelle coste della Sardegna, 1967



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Benedetta Barzini in Emilio Pucci, 1968



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Veruschka in Givenchy, 1966



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Marisa Berenson e Benedetta Barzini nella casa romana di Cy Twombly in abiti Valentino, 1968



Nonostante i numerosissimi viaggi, Clarke restò per tutta la vita residente a Parigi, e morì nel sud della Francia nel 1996. Una retrospettiva sul suo lavoro fu allestita al Musée Galliera di Parigi tra l’ottobre 2002 e il marzo del 2003.

Consuelo Crespi, il glamour italiano nel mondo

La contessa Consuelo Crespi è stata una delle personalità che più hanno influenzato la moda italiana ed internazionale negli anni Cinquanta e Sessanta.

Viso dolce incorniciato da riccioli neri, uno stile bon ton e raffinato, Consuelo Pauline O’Brien O’Connor Crespi nacque a New York il 31 maggio 1928. Cresciuta in Nova Scotia, nel 1945 la graziosa Consuelo posa come modella per Look Magazine.

Due anni più tardi segue il suo debutto in società e nello stesso anno, avviene l’incontro con il conte Rodolfo Crespi detto Rudi. Il matrimonio tra i due fu celebrato l’anno seguente, nel 1948, e dall’unione nacquero due figli, Brando e Pilar Crespi.

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La contessa Consuelo Crespi fu fashion editor di Vogue US e Vogue Italia

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Consuelo Crespi a Manhattan, 1961

 

Consuelo fu fashion editor di Vogue US e braccio destro della mitica Diana Vreeland. Il suo contributo alla diffusione della moda italiana nel mondo fu enorme.

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Rudi e Consuelo Crespi

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Consuelo Crespi in Valentino, 1960



Protagonista del jet set internazionale, mirabile trendsetter e influencer ante litteram, secondo Roberto Capucci Consuelo Crespi fu l’ambasciatrice della moda italiana nel mondo per tutti gli anni Sessanta e Settanta. Dopo aver scoperto Valentino Garavani, i cui abiti indossati dalla sorella gemella di Consuelo affascinarono Jackie Kennedy, notò per le vie della Capitale la bellezza di Benedetta Barzini, mentre a Venezia scoprì Veruschka.

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La Crespi fu modella e braccio destro di Diana Vreeland a Vogue

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La contessa in Valentino per Vogue Italia 1963, foto di Leombruno-Bodi



Spinse Irene Galitzine a debuttare alle sfilate di Palazzo Pitti, nel 1959, e sdoganò negli States il marchio Fabiani, indossando una sua gonna nella Grande Mela di ritorno da uno dei suoi viaggi a Roma.

Un riuscito mix di bellezza e glamour, Consuelo Crespi ottenne la cover di Sports Illustrated nel 1956 be fu redattrice di Vogue Italia dal 1964, scelta personalmente da Diana Vreeland, con cui aveva già collaborato a Vogue US.

Presente al leggendario Black and White Ball organizzato da Truman Capote nel 1966, la Crespi si classificò al terzo posto tra le meglio vestite secondo il New York Dress Institute, dopo la duchessa di Windsor e davanti alla Regina Elisabetta II e ad Audrey Hepburn. Ricordata per la sua dolcezza e per le sue incantevoli mise bon ton, fu inclusa nella prestigiosa International Best Dressed List, lodata per il suo stile dall’eleganza naturale priva di ostentazione o stravaganza. PR ante litteram per diversi designer, la contessa Crespi coinvolse anche il marito nei suoi lavori per Vogue Messico e Vogue Brasile.

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In copertina su Sports Illustrated 26 agosto 1957

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Consuelo Crespi fu influencer e trendsetter ante litteram

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Un ritratto della contessa. I coniugi Crespi lasciarono definitivamente Roma nel 1975



Ma gli anni Settanta videro un declino inesorabile di quell’eleganza e di quel bel mondo che aveva invece caratterizzato i decenni precedenti e un’icona come lei, sensibile alla bellezza, soffrì molto per il cambiamento di vita. “In Italia vogliono essere ricchi ma sembrare poveri”, si lamentava Consuelo, fino alla decisione, nel 1975, di lasciare definitamente Roma per trasferirsi col marito a New York, dove ricevettero i Reagan a casa ai tempi della Casa Bianca, evento pressoché unico nella storia della Presidenza americana.

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La fashion editor fu scopritrice di talenti come Valentino Garavani, Fabiani, Galitzine

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La contessa con la figlia Pilar Crespi, Costa Smeralda 1968



Amatissima per la sua eleganza e stimata sul lavoro, Consuelo è la regina del jet set internazionale. Nominata Cavaliere del Lavoro negli anni Settanta, per il suo prezioso contributo nell’affermazione della moda italiana nel mondo, la contessa si spense nel 2010 nella sua Manhattan, all’età di 82 anni. Il suo amore per il bello è stato ereditato dalla figlia Pilar, che ha lavorato a lungo come editor di Vogue, mentre la nipote Chloé è fotografa di moda. Buon sangue non mente, ça va sans dire.

Madonna, auguri alla Regina del Pop

È la pop star che ha maggiormente influenzato la cultura visiva e musicale nonché la moda degli ultimi trent’anni. Simbolo di trasgressione ma anche raro esempio di come si possa gestire con intelligenza un successo senza precedenti, quando si ha faticosamente lavorato per raggiungerlo.

Madonna Louise Veronica Ciccone compie 57 anni il 16 agosto, ma non è invecchiata affatto dai suoi esordi. La stessa sfrontata esuberanza di Holiday, il suo primo grande successo del 1983 e la stessa sensualità di Like a Virgin, canzone che l’ha resa un mito.

Madonna ha creato un nuovo modo di concepire la bellezza: non particolarmente alta, l’origine italiana appariva chiara nei suoi lineamenti marcati e nelle curve, ha costruito un’immagine di sé sofisticata e glamour, mirabile manager di se stessa ed esempio vivente di come una grande self-confidence possa tradursi in reale bellezza fisica.

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È il carisma a fare la differenza e lei ne ha sempre avuto da vendere. Icona del post femminismo e della fratellanza universale, dell’amore gay e promoter dichiarata di valori come il rispetto e l’amore per il prossimo, Madonna è un’artista da record, entrata anche nel Guinness dei Primati come la donna ad aver venduto di più nella storia della musica.

Arrivata a New York nel 1977, appena diciannovenne, compare in Born to be alive di Patrick Hernandez. Sensualità prorompente, ironia e autoironia, nel 1985 recita da protagonista in Cercasi Susan disperatamente. Nello stesso anno, ancora acerba ma perfettamente consapevole, posa nuda per Playboy e Penthouse e cita la Marilyn de “Gli uomini preferiscono le bionde” nel video di Material Girl. Indimenticabili le sue performance, come il tour scandalo in cui si fa crocifiggere. Capace di trasformare in arte la più sfrontata ma mai sterile provocazione: in Like a Prayer fa scandalo con un video giudicato sacrilego dal Vaticano, in cui simula amplessi con una statua sacra e riceve le stigmate. Tra le suggestioni mediterranee e blasfeme del videoclip, censurato in Italia, la diva anticipa anche lo stile tipico di Dolce & Gabbana, di cui sarà per molti anni musa iconica e testimonial.

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Ape regina per vocazione ed indole, influencer e trendsetter, Madonna ha rivendicato sempre valori quali l’autonomia e la fratellanza. Splendida musa di Jean Paul Gaultier, lo stilista creò per lei il corpetto a cono nel 1990, protagonista indiscusso del tour Blonde Ambition Tour.

Nel 1995 arriva la memorabile interpretazione di Evita Perón per la regia di Alan Parker, che si rivela un inaspettato successo di pubblico e critica. Nello stesso anno posa per le celebri foto di Mario Testino e poi di Steven Meisel, che la immortala come una biondissima dea in abiti peplo firmati Gianni Versace, per la campagna pubblicitaria di quest’ultimo. Una diva patinata dalle forme esplosive e dalla vita costantemente sotto i riflettori: un’immagine non molto diversa dalla realtà.

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Il 1996 è l’anno della maternità: nasce la prima figlia, Lourdes Maria, avuta dal personal trainer Carlos Leon. Nel 1998 arriva l’amore per il regista inglese Guy Ritchie, presentatole da Sting. Ritchie nell’agosto del 2000 la renderà nuovamente madre, con la nascita del secondo figlio, Rocco.

Arriva il Duemila e se tante sono le meteore che si succeguono nel mondo della musica senza lasciare traccia di sé, Madonna è ancora lì, granitica e più che mai in auge, capace come nessuna di reinventarsi, in una perenne trasformazione. Confessions on a Dance Floor, album del 2005, ce la ripropone tonica come non mai, strizzata in body rosa shocking dalle suggestioni glam anni settanta. In bilico tra un viscerale bisogno di trasgredire e un desiderio di meditazione spirituale, dopo il divorzio da Ritchie ha sdoganato i toy boy. Oggi è musa di Givenchy di Riccardo Tisci e di Fausto Puglisi.

Bellissima anche nella maturità, continua a regalarci emozioni con il suo ultimo album dal titolo evocativo, Rebel Heart. Profetica iniziatrice di un nuovo mondo, negli scenari post atomici proposti nel video di Ghosttown, e giocosa nel duetto con Nicki Minaj, Madonna continua ad essere la Regina indiscussa del pop.

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Quella SVIMEZ che sta stretta al PD

In questi giorni di sud si è parlato molto. Soprattutto perchè i dati macroeconomici pubblicati sono decisamente negativi. E invece di essere leti economicamente, sono stati “tirati per la giacchetta” da questa o quella parte politica – come se nessuna fosse responsabile di alcunché. In pochi tuttavia hanno rilevato che questa è la prima volta che lo stesso partito, con il suo segretario, è alla guida del governo e contemporaneamente amministra tutte le regioni del meridione. E a grandi poteri corrispondono anche grandi responsabilità. Questo significa che davanti noi ci sono almeno cinque anni, e l’intera nuova programmazione europea, per gestire risorse, avviare strategie almeno di medio periodo, e dare risposte concrete che generino risultati. Senza alcun alibi. E questo significa anche i prossimi dati saranno inequivocabilemnte la sentenza di quanto fatto o meno da questo governo e da queste amministrazioni, senza più poter “giocare” a scaricare responsabilità politiche. 

Ma andiamo con ordine. Dalla pubblicazione delle “anticipazioni” del rapporto SVIMEZ sul mezzogiorno d’Italia… è stato un ricorrersi di commenti, più o meno tutti “sui titoli” dei titoli delle anticipazioni stampa, ovvero la sintesi della sintesi della sintesi del rapporto.
Le linee seguite dalla narrativa sono state le solite: attacchi contro un sud sprecone e incapace, attacchi contro il governo, attacchi contro la svimez (rea di dire cose spiacevoli) e repliche politiche (finanche di improponibili neoeconomisti – perchè ormai di economia parla e scrive chiunque “dati alla mano”) per ogni sorta di distinguo. Ed infine la solita narrazione meridionalista dell’invito a maggiore spesa pubblica e rinnovare una vetero questione meridionale, per la verità una delle tante questioni mai discusse sul serio, mai affrontate storicamente e rimaste senza responsabilità (siano esse stroriche o politiche).



La storia parte da lontano, e vede un Piemonte neo-industriale indebitato sino all’osso e sull’orlo del fallimento che si fa pilota del processo di unificazione. Un sud dalle casse ricche da annettere e arretratissimo, ma con molte braccia disponibili e vasti latifondi. Perchè parliamo di oltre un secolo e mezzo fa oggi? Per avanzar crediti? No. Perchè sostanzialmente in questo secolo e mezzo non è cambiato molto. 
Si è fatta l’Italia ma mai gli italiani. Il sud è rimasto prevalentemente agricolo o legato al terziario. Il nord prima del fascismo, durante, dopo, e durante il boom economico è cresciuto grazie a tanti immigrati spesso a basso costo che lasciavanno paesi e campagne per lavorare in fabbrica.
 Una emigraziazione che ha generato economia. Case, arredamenti, bisogni di ogni giorno. Città e distretti del nord che decuplicavano. 
Ma nemmeno questo è stato “il problema del sud”.
 Invenzioni come la Cassa per il Mezzogiorno, molte iniziative dell’IRI, le “mega opere”, l’industrializzazione industriale, sono stati tutti contenitori che davano denari per creare aziende che diventavano clienti di aziende del nord, per poi essere acquisite, spesso chiuse, smembrate, quando i fondi pubblici finivano.


Quello che i rapporti non dicono è che ogni azienda del nord che ha “investito” al sud ha ricevuto una media di sovvenzione pubblica di “fondi per il sud” pari a 1,4 volte l’investimento. E nell’80% dei casi l’investimento non ha superato i cinque anni.
Quando invece le cose andavano bene e le aziende del sud “funzionavano”, arrivavano altri imprenditori che accedevano al credito a tassi molto inferiori, acquisivano, e spesso chiudevano. 
Praticamente tutti gli appalti per le grandi opere (dalla Salerno-Reggio, all’alta velocità, alla costruzione di aeroporti, strade etc) sono tutti affidati ad aziende settentrionali, che puntualente frammentavano l’appalto e lo dividevano tra piccole imprese locali, che non avevano alcuna chance di crescere. Il che in sé non è un crimine se non fosse che questo non fa si che ci sia sviluppo, e se non fosse grandi aziende (Impregilo, Caltagirone, Ansaldo, Italcementi etc etc etc) pagavano le “imposte regionali” altrove. Anche questo è denaro sotratto al sud. 
Il non detto però della politica – sia quella che si affanna a dichiararsi meridionalista, sia quella che “è contro un sud sprecone e mal governato”, sia quella del “si però noi abbiamo fatto…” – è che dall’unità d’Italia in poi il sud non ha mai avuto autonomia nella selezione della sua classe dirigente.


Dalle leggi della destra e sinistra storica – in cui votava il 4% della popolazione, ma che per reddito e istruzione al sud toccava l’1%. Una piccola pattuglia di meridionali spesso “corrotta” dal potere del governo, che faceva da stampella ai giolittismi. Nulla che non si è ripetuto con la DC post-fascista o col pentapartito, in cui una pioggia di denaro finanziava un certo potere, una certa politica ed una certa classe dirigente che – eletta al sud – guardava agli appalti come occasione di vantaggio economico e di potere e non come occasione di uno sviluppo che – se reale – non conveniva a nessuno.
Perchè è questa la chiave: un sud autonomo, che cresceva, che si dotava di infrastrutture, che arricchiva con quei soldi le proprie aziende, che potevano crescere e competere, che avrebbero riempito le casse dei propri enti locali… era qualcosa che non conveniva alla politica del voto facile e clientelate ed alle imprese dell’appalto pubblico vinto grazie alla corruttela (di cui tangentopoli è stata solo l’iceberg). 
Perchè le elezioni (grazie alla sua percentuale di popolazione) si vincono al sud, e quindi “serve” tenere il sud alle dipendenze della politica. Da sempre.
 Le cose non cambiano con la seconda repubblica, e vanno peggio con leggi elettorali che consegnano liste chiuse di eletti e collegi sicuri nelle mani di politici settentrionali che – novelli meridionalisti che non verrebbero eletti in casa propria – vengono a prendersi scanni parlamentari nel mezzogiorno. Modestamente è prassi bipartisan. Basta consultare le liste e gli eletti.



Quello che radiografa lo Svimez non è “uno stato di cose statico”, ma il risultato aritmetico delle conseguenze di quelle scelte politiche ed economiche.
 Scelte che sul medio e lungo periodo non hanno fatto bene nemmeno al Nord, perchè se “impoverisci” una così ampia fetta di popolazione, il risultato che ottineni è il crollo del mercato interno nazionale. E questo è un fatto. 
Se aumenti a dismisura la spesa publica senza ottenere risultati strategici, e se le imprese del sud non finanziano le proprie regioni, ottieni solo un impoverimento e indebitamento generale, non certo benessere locale nè localizzato. 
Ma le strategie di lungo periodo non hanno mai interessato politici miopi interessati solo alla propria personale elezione alla legislatura successiva. E questo rapporto, come infiniti altri, non fanno che dire numericamente quella politica cosa ha prodotto. Ma anche tendenzialmente cosa sta producendo e dove sta andando.



E allora di cosa ha bisogno il sud per crescere e uscire da questo quadro economico?
 Di poco, pochissimo. Ma che è al contempo un’impresa titanica. 
Al sud devono candidarsi politici del sud. Devono avere una fedina penale immacolata e nemmeno l’ombra di una collusione o di un conflitto di interessi. E questo è lo sforzo titanico che deve riguardare i partiti politici, ma soprattutto i cittadini.
 Solo dopo aver fatto questo, al sud occorre che i soldi destinati al sud siano spesi con imprese appaltanti e imprenditori del sud. E se non ci sono imprese abbastanza grandi, si creino i consorzi obbligatori. 
Infine occorre una revisione dei criteri di ssegnazione dei fondi di sviluppo: non in base a quanto presuntamente investi o al numero di occupati “a tempo”, ma in base a quanto produci ed in proporzione al fatturato ed alla produttività.
Infine, che i fondi europei per lo sviluppo regionale siano destinati solo ed esclusivamente ad opere di lungo periodo, a infrastrutture strategiche, ad una programmazione di sviluppo pluri regionale. Perchè solo così questi denari non verranno usati per logiche dettate dai tempi elettorali e tendenzialmente usati per una strategia di crescita di lungo periodo.
 Fare queste cose non costa un solo euro in più a nessuno. Ma rischia di toglierne molti dale tasche sbagliate per metterli nelle tasche giuste. E questo – se tutti serenamente ma mai arrendevolmente ci riflettiamo – è banalmente quello che la nostrav classe dirigente – nazionale – non può permettersi.
Ed è questa in definitiva la vera povertà del sud , e in definitiva di tutta l’Italia.



Dal 2000 al 2013 il Sud è cresciuto del 13% la metà della Grecia che ha segnato +24%: oltre 40 punti percentuali in meno della media delle regioni Convergenza dell’Europa a 28 (+53,6%)”. Lo Svimez sottolinea anche che, nel periodo, l’Italia nel suo complesso è stato il Paese con meno crescita dell’area euro a 18 con il +20,6% a fronte di una media del 37,3%.
Dal 2008 al 2014 il settore manifatturiero al Sud ha infatti perso il 34,8% del proprio prodotto , contro un calo nazionale del 16,7% e ha più che dimezzato gli investimenti (-59,3%), tanto che nel 2014 la quota del valore aggiunto manifatturiero sul Pil è stata pari al Sud solo all’8%, ben lontano dal 17,9% del Centro-Nord. Dato che fa il paio con la caduta delle esportazioni che in nel Centro-Nord salgono del 3% e al Sud crollano del 4,8%. Il Sud sconta inoltre un forte calo sia dei consumi interni che degli investimenti industriali. I consumi delle famiglie meridionali sono infatti ancora in discesa, arrivando a ridursi nel 2014 dello 0,4%, a fronte di un aumento del +0,6% nelle regioni del Centro-Nord. Se si guarda dall’inizio della crisi al Sud i consumi sono scesi del 13,2%, oltre il doppio che nel resto del paese. Anche peggiore la situazione degli investimenti che nel 2014 scendono di un ulteriore 4%, portando il dato dal 2008 a un calo del 38%, con picchi del 59% per l’industria, del 47% per le costruzioni e del 38% nell’agricoltura. Non è immune dal crollo nemmeno la spesa pubblica.


A livello nazionale dal 2001 al 2013 la spesa pubblica in conto capitale è infatti diminuita di oltre 17,3 miliardi di euro da 63,7 miliardi a 46,3 ma al Sud il calo è stato di 9,9 da 25,7 a 15,8. Scendono soprattutto al Sud i trasferimenti in conto capitale a favore delle imprese pubbliche e private: tra il 2001 e il 2013 si è registrato un calo del 52%, pari a oltre 6,2 miliardi di euro.
”Un Paese diviso e diseguale, dove il Sud è la deriva e scivola sempre più nell’arretramento: nel 2014 per il settimo anno consecutivo il Pil del Mezzogiorno è ancora negativo (-1,3%) e il Pil pro capite tra Centro-Nord e Sud nel 2014 ha toccato il punto più basso degli ultimi 15 anni, con il 53,7%”.
In termini di Pil pro capite, il Mezzogiorno nel 2014 è sceso al 53,7% del valore nazionale, un risultato mai registrato dal 2000 in poi. Lo scorso anno infatti quasi il 62% dei meridionali ha guadagnato meno di 12 mila euro annui, contro il 28,5% del Centro-Nord. Nel dettaglio a livello nazionale, il Pil è stato di 26.585 euro, risultante dalla media tra i 31.586 euro del Centro-Nord e i 16.976 del Mezzogiorno.


A livello di regioni il divario tra la più ricca, Trentino Alto-Adige con oltre 37 mila euro, e la più povera, la Calabria con poco meno di 16 mila euro, è stato di quasi 22 mila euro, in crescita di 4 mila euro in un solo anno. Tutto questo si riflette nel rischio povertà che coinvolge una persona su tre al Sud e solo una su dieci al Nord. La regione italiana con il più alto rischio di povertà è la Sicilia (41,8%), seguita dalla Campania (37,7%) ma in generale al Sud è aumentata rispetto al 2011 del 2,2% contro il +1,1% del Centro-Nord.
”Nel 2014 al Sud si sono registrate solo 174 mila nascite, livello al minimo storico registrato oltre 150 anni fa, durante l’Unità d’Italia: il Sud sarà interessato nei prossimi anni da un stravolgimento demografico, uno tsunami dalle conseguenze imprevedibili”. Sono le previsioni contenute nel Rapporto Svimez sull’economia del Mezzogiorno 2015.
”Il numero degli occupati nel Mezzogiorno, ancora in calo nel 2014, arriva a 5,8 milioni, il livello più basso almeno dal 1977, anno di inizio delle serie storiche Istat”. Lo Svimez sottolinea che il prezzo più alto è pagato da donne e giovani. 
Infine dal rapporto Svimez emerge il rischio povertà coinvolge una persona su tre al Sud e solo una su dieci al Nord. La regione italiana con il più alto rischio di povertà è la Sicilia (41,8%), seguita dalla Campania (37,7%) ma in generale al Sud è aumentata rispetto al 2011 del 2,2% contro il +1,1% del Centro-Nord.

Patricia Field e lo stile: da Sex & the City in poi

Il suo nome è associato a serie TV di enorme successo, in primis Sex & the City. Alzi la mano chi non ha invidiato il guardaroba di Carrie Bradshaw. L’artefice di tutto ciò è Patricia Field.

Folti capelli rosso fuoco e un sorriso di una simpatia travolgente, è in buona parte grazie al suo contributo come stylist che Sex & the City è diventato un cult. Le avventure delle quattro protagoniste in outfit semplicemente favolosi hanno fatto sognare il pubblico femminile di tutto il mondo.

Audace nel mixare capi classici ad elementi forti, la Field ha dichiarato più volte la sua predilezione per outfit altamente scenografici. In nomination per gli Academy Award e vincitrice del prestigioso Emmy Award per i costumi della celebre serie dell’HBO, la sua boutique a New York è stata per oltre 50 anni meta del turismo per veri gourmet della moda.

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Capelli rosso fuoco e stile da vendere

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Patricia Field è diventata un’icona della moda mondiale grazie a “Sex & the City”

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Proporzioni oversize tipiche degni anni Novanta, quando è stata lanciata la celebre serie

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Carrie in Oscar de la Renta



Nata a New York nel 1941 da genitori di origine greca e armena, Patricia Field ha vissuto a lungo nel Queens. Nel 1966 ha inaugurato il suo store al Greenwich Village, Manhattan. Nel 1970 la designer ha rivendicato l’invenzione dei leggings, capo evergreen della moda fino ai nostri giorni. Nel 1995 il primo incontro con Sarah Jessica Parker, sul set di Miami Rhapsody, fino al successivo Sex & the City, con cui la Field ottiene la consacrazione a guru della moda mondiale.

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Il tutù con una maglia sporty: il gusto nel mixare è tipico della Field

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Patricia Field ha curato i costumi di “Sex & the City”, “Ugly Betty” e “Il Diavolo veste Prada”

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Un celebre look di Sarah Jessica Parker nei panni di Carrie Bradshaw

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Origini greche e armene per Patricia Field

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Turbanti glitterati e un pieno di colore per le protagoniste del celebre telefilm della HBO



Celebri i tutù in tulle e le adorate Manolo Blahnik con cui Carrie saltella agilmente per le vie di New York. Altrettanto famosa l’ossessione per Oscar de la Renta e i suoi abiti da principessa. Dolce & Gabbana, Fendi e la sua celebre baguette, Chanel, Gucci e Ralph Lauren sono solo alcuni dei brand che figurano nella mitica serie tv. “All’inizio, quando chiedevamo di avere in prestito i capi, gli uffici stampa ci chiudevano il telefono in faccia”, ha dichiarato recentemente in un’intervista la Field. Incredibile ma vero, il successo arriva sempre così, in modo inaspettato.

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Patricia Field ha recentemente dichiarato che inizialmente i brand non erano disposti a prestare i loro capi per la serie

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Un fotogramma del film di Sex & the City

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La boutique di Patricia Field a Manhattan è da 50 anni meta privilegiata del turismo dei fashion addicted

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Un look bon ton di Charlotte York



Probabilmente nel nostro inconscio resteranno impresse per sempre le giacche di Miranda, i tailleur super sexy di Samantha, lo stile bon ton prediletto da Charlotte, e la scena in cui Carrie attraversa una New York notturna, immersa da una fitta coltre di neve, indossando una pelliccia sopra il pigiama e dei sandali gioiello sopra i calzettoni di lana: i look creati da Patricia Field sono dei capolavori di avanguardia stilistica.

La sua boutique nell’East Village è un crogiolo di capi colorati, vintage e stravaganti. Ciò che rende i suoi styling unici è il suo talento nel mixare artigianato e capi da passerella, accessori acquistati a poco prezzo ai mercatini e outfit haute couture. Non solo Sex & the City ma anche anche Ugly Betty e Il Diavolo veste Prada figurano nel curriculum di Patricia Field. Una guru della moda che ha regalato sogni a tante donne nel mondo.

Halston, il re del glamour anni Settanta

Chi ha vissuto negli anni Settanta non può non ricordare i suoi capi. Linee pulite ed essenziali si uniscono al glam tipico degli anni Settanta, per capi che divengono emblema di un’epoca. Roy Halston Frowick nasce nel 1932 a Des Moines, Iowa. Già nella prima infanzia crea abiti per la madre e la sorella e ben presto inizia a disegnare cappelli.

Nel 1952 si trasferisce a Chicago, dove frequenta un corso serale presso la School of the Art Institute e contemporaneamente lavora come visual merchandiser per mantenersi agli studi.

Farrah Fawcett in Halston

Farrah Fawcett in Halston



L’anno seguente, nel 1953, inizia la sua attività di creatore di cappelli, riscuotendo grande clamore: Kim Novak, Deborah Kerr e Gloria Swanson sono solo alcune delle star che indossano le sue creazioni. Nel 1957, dopo avere inaugurato la sua prima boutique, si trasferisce a New York, dove inizia a lavorare per la celebre stilista Lilly Daché. Nel giro di un anno viene nominato co-designer della maison, incarico che lascia per passare alla Bergdorf Goodman.

Jerry Hall in Halston

Jerry Hall in Halston



Halston balzò agli onori della cronaca per aver disegnato il cappellino indossato da Jackie Kennedy alla cerimonia di insediamento alla Casa Bianca del marito, nel 1961. Inoltre amarono i suoi cappelli personalità del calibro di Rita Hayworth, Diana Vreeland e Marlene Dietrich.

Pat Cleveland in passerella per Halston

Pat Cleveland in passerella per Halston



Definito da Newsweek come il designer più interessante d’America, nel 1966 passò dalla creazione di cappelli alla creazione di abiti, inaugurando la sua prima boutique in Madison Avenue nel 1968. L’anno seguente, nel 1969, lanciò la sua prima linea di prêt-à-porter, Halston Limited.

Ancora Pat Cleveland per Halston

Ancora Pat Cleveland per Halston



Come egli stesso dichiarò in un’intervista rilasciata a Vogue, ciò che più gli stava a cuore, nella creazione dei capi, era la funzionalità. Odiava tutto ciò che non fosse funzionale, come fiocchi o cuciture inutili; le sue collezioni fin dal principio si distinsero per un minimalismo funzionale. Si trattava di capi eleganti e sexy ma dalle linee semplici e pulite.

Halston su Vogue US 1973, foto di Richard Avedon

Halston su Vogue US 1973, foto di Richard Avedon



Nel 1972 brevettò l’Ultra suede, un particolare tessuto facilmente lavabile anche in lavatrice, comodo e perfettamente adattabile alla silhouette. Il suo halter dress, ideato due anni più tardi, è entrato nei dizionari di moda: quando parliamo di scollatura all’americana, parliamo di Halston, che ne fu l’inventore. La sua donna era una sirena della disco glam di fine anni Settanta. I suoi abiti, perfetti per un party in piscina, erano la perfetta incarnazione del mito americano. Colori caldi come il bronzo, l’oro, l’argento, il fucsia, il blu elettrico e tessuti come il cachemire, il jersey e la seta.

Elsa Peretti in passerella per Halston

Elsa Peretti in passerella per Halston



Il jet set internazionale cadde ai suoi piedi. Tra le sue più fedeli clienti troviamo Anjelica Huston, Lauren Bacall, Margaux Hemingway, Elizabeth Taylor, Bianca Jagger e Liza Minnelli.

Jerry Hall in Halston per Vogue US, 1975

Jerry Hall in Halston per Vogue US, 1975



Dal 1968 al 1973 il fatturato del brand si stima intorno ai 30 milioni di dollari. Nel 1975 Max Factor realizzò la prima fragranza col nome della maison. Secondo Vogue, Halston contribuì a rendere popolare il caftano, disegnando diversi modelli per Jackie Kennedy.

Campagna pubblicitaria Halston, anni Settanta

Campagna pubblicitaria Halston, anni Settanta



Personalità emblematica di quegli anni, Roy Halston fu assiduo frequentatore dello Studio 54 ed intimo amico di Liza Minnelli ed Andy Wahrol. Dopo una vita di eccessi, si ritirò a metà degli anni Ottanta. Nel 1988 risultò positivo al test dell’HIV e morì due anni dopo, nel 1990, per complicanze legate al virus.

Le Halstonettes -come venivano chiamate le sue modelle- tra le quali spicca Anjelica Huston

Le Halstonettes -come venivano chiamate le sue modelle- tra le quali spicca Anjelica Huston



Oggi resta la sua eredità. Il marchio, dopo diverse vicissitudini legate a scelte sbagliate, è stato acquistato nel 2011 da Ben Malka, già presidente del gruppo BCBG Max Azria. Halston continua ad essere sinonimo di stile e si contraddistingue ancora oggi come uno dei marchi più venduti negli Stati Uniti.

Catherine Baba, arbiter elegantiae

Lo stile ce l’ha nel sangue, non solo per il lavoro che svolge ma come modus vivendi. Uno charme che sembra essere stato catapultato nel nostro tempo direttamente dagli anni Trenta e un viso che ricorda le dive del cinema muto e la divina Greta Garbo. Catherine Baba è in assoluto una delle stylist più affascinanti del fashion biz.

Sulla sua vita privata regna il massimo riserbo: nessuno conosce di preciso la sua età e su di lei si sa pochissimo.

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Nata in Australia, Catherine Baba vive a Parigi dal 1996



Può capitare di vederla passare in sella alla sua bicicletta per le vie di Parigi, rigorosamente in turbante anni Venti e tacco a stiletto.

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Una stylist unica con il suo stile che omaggia gli anni Venti e Trenta

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Maglione Diane von Fürstenberg, cappa Vivienne Westwood Gold Label, leggings Leonard Paris, orecchini Catherine Baba pour Nouvelle Affair, gioielli Elsa Peretti per Tiffany & Co., anello Boucheron, scarpe Christian Louboutin

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Top, gonna e cintura Balmain, scarpe Christian Louboutin, occhiali da sole Chloe, turbante Studmuffin NYC at Patricia Field, gioielli Elsa Peretti per Tiffany & Co, rossetto Yves Saint Laurent, Foto di Stéphane Feugere

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A metà tra una zarina e un’attrice di film muti, lo stile di Carherine Baba la rende unica

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Gioielli importanti su capi fluidi e l’immancabile turbante anni Trenta



Trasferitasi a Parigi dall’Australia nel 1996, ha dichiarato a Vogue dell’aprile del 2010 di indossare solo pellicce vintage e pare sia solita rivolgersi praticamente a chiunque con l’appellativo di “darling”.

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Catherine Baba non rinuncia ai tacchi neanche quando pedala la sua inseparabile bici

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Abito Moschino, occhiali da sole Thierry Lasry, collana Lanvin, bracciale Louis Vuitton, anelli di cristallo Baccarat

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Catherine Baba ha lavorato anche nel cinema, creando i costumi di film come “I am Love” di Luca Guadagnino e “My Little Princess” di Eva Ionesco

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Colori caldi e tacco a stiletto



Misteriosa, affascinante, camaleontica, il suo stile è un faro nella nebbia per chi temeva che la classe fosse una prerogativa del passato, ormai estinta. Suggestioni Art Déco e barocche contraddistinguono il suo stile, revival anni Trenta nell’uso spasmodico del turbante, una passione per i tacchi alti, che indossa anche quando pedala la sua inseparabile bici.

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La stylist ha dichiarato a Vogue dell’aprile 2010 di indossare esclusivamente pellicce vintage

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Catherine Baba ha alle spalle una collaborazione con Nouvelle Affaire

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Catherine Baba è originaria dell’Australia e si è trasferita a Parigi nel 1996

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Uno stile da femme fatale



Pellicce vintage ton sur ton, nappine, gioielli etnici elaborati e sontuosi come opere d’arte, sovrapposizioni strutturate, kimono con frange sopra pantaloni neri e cuissard: una cura maniacale del più piccolo dettaglio è ciò che contraddistingue i suoi splendidi outfit, quasi barocchi per colori e stampe pregiate.

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Misteriosa ed eclettica, la stylist indossa spesso capi vintage

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Catherine Baba ha disegnato una linea di orecchini per Gripoix

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Catherine Baba indossa spesso kimono con stampe di ispirazione Art Déco



Broccato di seta, velluto e una fantasia che mixa in un mirabile gioco suggestioni da bazar etnico e capi haute couture, i Roarin’ Twenties sembrano rivivere in questa giovane professionista della moda internazionale. Genialità assoluta nel suo mixare, in Catherine Baba si respira un’eleganza senza tempo ed una femminilità delicata e vintage che lascia talvolta il posto ad una femme fatale ante litteram.

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Suggestioni anni Trenta nel suo stile

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Sovrapposizioni e sapiente mix di stili diversi

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Catherine Baba ad una serata di gala



Come stylist vanta un curriculum di tutto rispetto: ha collaborato con maison del calibro di Givenchy, Ungaro, Balmain e Chanel. I suoi lavori sono stati pubblicati su Dazed & Confused, Vanity Fair e Vogue. Suoi sono i costumi del film My Little Princess di Eva Ionesco e di I am Love di Luca Guadagnino. Inoltre ha collaborato con Gripoix come creatrice di orecchini e con il brand Nouvelle Affaire creando una collezione ispirata all’artista Gordon Flores. Della serie, la classe non è acqua.

Foto di Ellen von Unwerth, Styling di Catherine Baba

Foto di Ellen von Unwerth, Styling di Catherine Baba

Un altro scatto di Ellen von Unwerth con lo Styling di Catherine Baba

Un altro scatto di Ellen von Unwerth con lo Styling di Catherine Baba

Summer 2015- Best dressed

Ogni estate che si rispetti ha i suoi trend e anche quest’anno non poteva mancare il gioco della classifica dei look migliori.

Ad aprire la kermesse dei look più belli è la fashion editor di Vogue Anna Dello Russo. In un candido abito Valentino con fantasia floreale su fondo bianco, l’eclettica stylist si è presentata alla sfilata dell’omonima maison che ha avuto luogo lo scorso luglio nella meravigliosa cornice romana. Mirabiliae Romae -questo il titolo del défilé– la serata ha visto elogiare le bellezze della Capitale.

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Anna Dello Russo a Roma lo scorso luglio in Valentino



Un evento in cui di look interessanti se ne vedono molti è sicuramente il Coachella Festival, che si è svolto lo scorso aprile. Stella dell’evento la modella Gigi Hadid, protagonista dell’ultimo calendario Pirelli. La bionda top model è stata avvistata in un abito bianco che ne esalta la carnagione dorata e in turbante di ispirazione gipsy. Un look molto luminoso che si adatta facilmente alle giornate estive.

Gigi Hadid al Coachella Festival 2015

Gigi Hadid al Coachella Festival 2015



Altra stella del Coachella Festival 2015 è stata Kendall Jenner: la top model ha sfoggiato un look aggressivo di ispirazione gipsy: crop top romantico a balze bianche e lunga gonna dagli spacchi molto sexy. Completano l’outfit collane etniche sovrapposte e coroncina hippie-chic.

Ancora Coachella Festival, Kendall Jenner

Ancora Coachella Festival, Kendall Jenner



Scalo a Portofino per Bianca Brandolini d’Adda. La blasonata socialite non poteva non indossare un top con gonna Dolce & Gabbana. Testimonial della maison, la modella appare in forma smagliante. Bellissima la gonna lunga abbinata al crop top nero profilato in pizzo. Look perfetto che può valorizzare praticamente tutte, dalle magrissime alle curvy.

Bianca Bradolini d'Adda per le vie di Portofino in Dolce & Gabbana

Bianca Bradolini d’Adda per le vie di Portofino in Dolce & Gabbana



Socialite e icona di stile, Poppy Delevingne è apparsa raggiante in un abito Valentino alla serata di Tiffany & Co. In perfetto stile bohémien, l’abito a balze con stampa patchwork floreale valorizzava al massimo la Delevingne. Trucco effetto nude e capelli ad onde effetto beach wave per un look semplicemente perfetto.

Poppy Delevingne in Valentino

Poppy Delevingne in Valentino



Altra incontrastata icona di stile e regina del jet set è Alexa Chung. Bellissima in un abito bianco di ispirazione provenzale, la modella è apparsa recentemente in un candido abito bianco di Alessandra Rich. Mood bucolico per uno stile semplice ed essenziale, perfetto da copiare per le sere d’estate.

Alexa Chung

Alexa Chung



In Valentino anche la mitica editor di Vogue Italia Franca Sozzani, apparsa in piena forma al matrimonio più blasonato dell’anno, tra Pierre Casiraghi e Beatrice Borromeo. Seta plissettata su fantasie di ispirazione orientale, il look della Sozzani era completato da piume rosa antico che le incorniciavano il volto.

Franca Sozzani in Valentino al matrimonio di Pierre Casiraghi e Beatrice Borromeo

Franca Sozzani in Valentino al matrimonio di Pierre Casiraghi e Beatrice Borromeo



Neo mamma, star di Gossip Girl e testimonial L’Oréal Paris, Blake Lively ha uno stile che affascina. Lunghi capelli biondi, pelle ambrata e look sempre perfetti, la giovane attrice è apparsa lo scorso maggio a New York in un abito dai colori vivaci. Scollatura importante a valorizzare le sue forme nuove, da neo mamma, e gonna a palloncino, per un outfit spumeggiante.

Blake Lively

Blake Lively



Raffinata come sempre, non sbaglia praticamente un colpo Olivia Palermo. Grande classe nell’outfit scelto dalla blogger e modella per la serata evento per la celebrazione dei trent’anni dalla nascita del brand Tommy Hilfiger in Beijing, Cina, lo scorso maggio. Lungo abito rosso con stampa raffigurante le stelle dell’ultima collezione del brand americano, l’icona di stile appariva raggiante a fianco del marito Johannes Huebl.

Olivia Palermo

Olivia Palermo e il marito Johannes Huebl



Ha incantato tutti gli ospiti del matrimonio del fratello Pierre: sgargiante in un lungo abito a fiori, Charlotte Casiraghi è apparsa più bella che mai. Look perfetto per la principessa, testimonial di Gucci. Lunghi capelli e un filo di rossetto, la giovane è stata una delle sorprese del matrimonio, celebratosi prima in veste civile nel Principato di Monaco e seguito poi dal rito religioso alle Isole Borromee, sul Lago Maggiore.

Charlotte Casiraghi al matrimonio del fratello Pierre

Charlotte Casiraghi al matrimonio del fratello Pierre

TOMMASO LECCE SINDACO DI ORSARA E DI UN SUD ANCORA TUTTO DA SCOPRIRE

Tommaso Lecce, classe 1950 è nato ad Orsara di Puglia, paese di cui è ora Sindaco.

La sua formazione politica è il frutto di una tradizione familiare, il padre Lorenzo Lecce è stato un grande militante nel partito Comunista Italiano “berlingueriano”, uno che con il pugno alzato ha contribuito a diffondere i valori del Partito Comunista negli anni in cui il più grande partito italiano era la Democrazia Cristiana.

La passione per la politica di Tommaso Lecce nasce dunque in famiglia, si laurea in Scienze Agrarie a Bari e diventa dirigente della Comunità Montana dei Monti Dauni Meridionali. Sposato con Antonietta Cericola, marito e padre impeccabile, ha due figli Antonella e Lorenzo.

Le sue giornate sono sempre troppo piene tra gli impegni per il comune di Orsara, la passione per la campagna e i continui spostamenti a Bari.

Tra i tanti impegni però trova anche il tempo per fare il nonno e talvolta anche lo zio…


Ci parli del territorio, poco conosciuto, in cui sorge Orsara di Puglia?


Il nostro territorio si trova a nord della Puglia è un pezzo della Puglia incontaminato e proprio per questo ancora più prezioso .

Orsara si trova al centro dei Monti Dauni e tutt’ intorno è circondata da un paesaggio meraviglioso.

Le risorse di questo territorio sono tante e importantissime: risorse ambientali, naturali e storico artistiche , pensa alla bellezza dei nostri boschi.

I boschi possono essere usati non solo in modo turistico ma possono essere una grande occasione produttiva e mi riferisco alla produzione della bio-massa .

Non dimentichiamo poi i beni culturali, castelli, torri, abbazie, purtroppo ancora quasi sconosciute, è vero non abbiamo il Colosseo ma il territorio dei Monti Dauni è ricco di storia e cultura ancor più degli Uffizi di Firenze e t’assicuro che non è un esagerazione.



TOMMASO LECCE SINDACO DI ORSARA E DI UN SUD ANCORA TUTTO DA SCOPRIRE

Ho notato che è stata finalmente aperta al pubblico l’Abbazia di Sant’Angelo e la Chiesa dell’ Annunziata, un luogo di pace e di bellezza che per tanti anni è rimasto chiuso al pubblico.


Si è un luogo magico, avrai notato le didascalie che ne illustrano la storia, devo dire che il merito della riapertura va anche ai due giovani parroci di Orsara.



TOMMASO LECCE SINDACO DI ORSARA E DI UN SUD ANCORA TUTTO DA SCOPRIRE

Quali sono i progetti in cui hai creduto come Sindaco di Orsara?


Ciò per cui mi sono tanto battuto come Sindaco è stato l’ avvio di quella che vorrei definire una “politica agricola” che vuol dire guardare allo sviluppo dei nostri prodotti tipici. Per fare questo occorrono infrastrutture rurali, ho cercato di realizzare strade rurali e acquedotti rurali.


Parliamo delle infrastrutture il grande problema del sud, Orsara si trova in una posizione svantaggiata , difficile da raggiungere.


Hai pienamente ragione, questo è il grande punto di debolezza del nostro territorio, la rete viaria che deve collegare il territorio.

Infatti uno dei temi che abbiamo affrontato ultimamente con l ‘amministrazione dei Monti Dauni è stato quello di collegare le due autostrade, la regionale uno, si sono iniziati i lavori ma non sono ancora stati terminati.


Credo sia il problema fondamentale, un posto può essere stupendo, produrre prodotti d’eccellenza ma se non posso raggiungerlo con facilità è come se non esistesse.


È vero infatti con il treno che collegherà Foggia a Napoli la stazione ferroviaria di Orsara di Puglia ritornerà, dopo anni di abbandono, a funzionare e ci sarà anche uno scalo merci .

Insieme ai collegamenti un’altra questione fondamentale da affrontare, che mi pare però Matteo Renzi si stia impegnando a risolvere, è quella dei servizi digitali che sono fondamentali, nel sud devono essere pari a quelli del nord .

Ti faccio un esempio: se devo fare un ordine e ci impiego quattro giorni perché i servizi digitali non funzionano sarò automaticamente sovrastato da chi arriva prima di me, la rapidità della comunicazione come saprai è fondamentale oggi in un mondo completamente digitalizzato.


Quali sono i progetti che hai in mente per il futuro?


Come ti ho già detto le infrastrutture rurali per me sono un fattore imprescindibile per lo sviluppo di questo territorio.

Inoltre la produzione e la trasformazione dei nostri prodotti porta con sé anche la creazione di strategie di marketing e di certificazione dei prodotti per la vendita. Hai idea di quanti posti di lavoro si potrebbero creare?

Si sono fatti dei piccoli passi in avanti in sinergia anche con i 20 comuni dei Monti Dauni. Ora, per esempio, stiamo lavorando sull’igp del pane di Orsara di Puglia che come saprai è un’ eccellenza che non ho paura di definire mondiale.


Quali sono le difficoltà che incontri nel tuo lavoro di Sindaco ?


Le più grandi difficoltà le incontro a causa della burocrazia lenta e macchinosa, pensa che per avere un parere, una valutazione di impatto ambientale su un semplice progetto di sistemazione idraulica forestale occorrono ben due anni, questo per ottenere il parere, poi c’ è l’autorità di bacino, poi l’ ispettorato forestale, e quindi ti lascio immaginare che agonia diventa la realizzazione di una cosa che dovrebbe partire non dico in automatico ma quasi .

Te ne dico un altra: per aprire un agriturismo c’è bisogno di qualcosa come 19 pareri.

La lenta burocrazia frena la realizzazione di tante importanti opere, nel resto d’Europa non è così, è un sistema solo italiano.


Non credi che questo problema dell’eccessiva burocratizzazione dovrebbe essere risolto a livello di una politica nazionale e non territoriale ?


Assolutamente ed è per questo che insisto nel dire che la sinergia, il confronto continuo con i vertici del partito e del governo, i presidenti delle regioni e i sindaci dei paesi dei Monti Dauni sono un fatto fondamentale per risolvere i problemi.

Nonostante i problemi abbiamo presentato un documento alla Regione Puglia con le linee direttrici di progetti per il futuro e devo ringraziare tre donne che molto si sono impegnate per questo territorio: Elena Gentile, Angela Barbanente e Silvia Godelli.

Elena Gentile mi ha dato un grande aiuto nella realizzazione di opere che hanno a che fare con il sociale – un’altra criticità di questo territorio – grazie a lei ho potuto realizzare un asilo nido ed un centro anziani ad Orsara.

Angela Barbanente ha presentato un piano paesaggistico a mio parere eccellente e speriamo di poter realizzare tutti i nostri progetti.

Ho poi molta fiducia in due giovani assessori della provincia di Foggia, Leo Di Gioia e Raffaele Piemontese, inoltre credo molto nel presidente della Regione Puglia Michele Emiliano .

Noi sindaci di questo territorio crediamo che le cose possono cambiare ma, e lo dico con tristezza, sono prima di tutto i giovani che devono cambiare mentalità.

Lo ripeto ormai da anni: non si può aspettare il posto fisso, basta con lo stato assistenziale, i giovani devono avere coraggio, inventarsi una loro strada, creare.

Io faccio il possibile, ci metto il cuore ma il futuro è nelle loro mani.

Cristo non si è fermato ad Eboli il sud è un territorio tutto da scoprire e che non ha espresso neanche la metà delle sue enormi potenzialità.

Diane von Fürstenberg: una vita da favola

L’incubo di ogni donna è non sapere cosa indossare pur avendo l’armadio pieno di capi. Ci sono donne, invece, che con un solo abito hanno fatto la storia. Non si tratta della favola di Cenerentola, sebbene anche questa potrebbe assomigliare ad una fiaba. È la storia di Diane von Fürstenberg, incarnazione della Pop Art, designer sulla cresta dell’onda da oltre mezzo secolo e businesswoman di successo.

Belga, nata Diane Simone Michelle Halfin, classe 1945, la favola per lei è iniziata a partire dal matrimonio blasonato con il principe Egon von Fürstenberg, celebratosi nel 1969 ma seguito dal divorzio appena tre anni dopo.

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La stilista nel suo studio con alle spalle uno dei ritratti eseguiti da Andy Warhol

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Diane e Egon von Fürstenberg in uno scatto di Horst P. Horst, 1972



Nel 1970 la giovane Diane, all’epoca appena venticinquenne, investe la cifra di 30.000 dollari nella creazione di una linea di abbigliamento femminile. È un successo clamoroso e senza precedenti. Le idee della giovane piacciono oltre ogni aspettativa. È in particolare un abito dal taglio molto semplice ed essenziale, a conquistare centinaia di migliaia di donne: è il wrap dress, l’abito a portafoglio. Uno chemisier stampato molto pratico dalla linea pulita e dalle stampe sofisticate, che lo rendono molto versatile e adatto a qualsiasi occasione.

Il wrap dress mi rese la donna che volevo essere, ha dichiarato la designer in una recente intervista. Suggestioni bohémien nelle stampe optical, il suo celebre vestito ha rivoluzionato la moda dei primi anni Settanta, imponendo come nuovo must have la comodità. Diane von Fürstenberg entra così nel mito e diviene brillante businesswoman nel gestire la sua mirabile carriera.

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In copertina su Newsweek DVF indossa il famoso wrap dress, marzo 1976

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Danielle Zinaic posa per la campagna pubblicitaria Diane von Fürstenberg, 1998

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La designer ancora con il wrap dress, “l’abito a portafoglio” che la rese famosa

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Una giovanissima Diane von Fürstenberg

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DVF fotografata da Elliott Erwitt per Vogue, 1976



Alcune sue creazioni vengono esposte più tardi al Costume Institute del Metropolitan Museum of Art. Creatrice di una linea di cosmetici e pioniera dello shopping postale, che iniziò ad usare nel lontano 1991, Diane nel 1985 si trasferisce a Parigi, dove fonda una casa editrice in lingua francese di nome Salvy. Nel 1993 acquista il monumentale studio che fu dell’artista Lowell Nesbitt, adibendolo a proprio studio nonché abitazione.

Del 1997 è la sua prima autobiografia, “A Signature Life”. Nel 2001 convola in seconde nozze con Barry Diller, magnate della Paramount e della Fox. Nel 2005 le viene conferita un’onorificenza dal CFDA, Consiglio degli stilisti d’America, di cui diviene lei stessa presidentessa nel 2006.

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Belga, classe 1945, Diane ha sposato nel 1969 il principe Egon von Fürstenberg

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In passerella un modello di wrap dress, dalle stampe optical

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Icona della Pop Art, DVF è entrata nella moda nei primi anni Settanta

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Diane von Fürstenberg fotografata allo Studio 54 da Ron Galella, 1978



Leggenda vivente, regina del jet set internazionale, DVF è amica di Oprah Winfrey ed Anna Wintour. Presenza storica dello Studio 54, è stata grande amica di Andy Warhol, per cui ha posato nel 1973. Curiosi gli aneddoti che si celano dietro quel celebre ritratto. Diane desidera uno sfondo bianco, ma casa sua aveva le pareti tappezzate di colori vivaci, e l’unico spazio bianco si trovava nella cucina. Qui però non c’era abbastanza spazio per posare in piedi: da qui la mano sopra la testa con cui è stata ritratta. Non un vezzo, quindi, ma un’esigenza di natura pratica.

Ali Kay, campagna Diane von Fürstenberg 2009

Ali Kay, campagna Diane von Fürstenberg 2009

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Kate Middleton indossa il wrap dress

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Sarah Jessica Parker è una grande ammiratrice di Diane von Fürstenberg

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La top model Cara Delevingne in passerella per Diane von Fürstenberg



Protagonista indiscussa della Pop art, DVF ha avuto davvero tutto dalla vita: apparsa sulla copertina di Newsweek a meno di 30 anni, travolta ad appena 25 anni da un successo inaspettato, il suo brand oggi consta di 85 stores sparsi per il mondo. Inoltre la stilista ha festeggiato lo scorso anno a Los Angeles il quarantesimo anniversario dalla creazione del wrap dress con la mostra “Journey of a Dress”.

Campagna DVF P/E 1983

Campagna DVF P/E 1983

Cybil Shephard indossa un wrap dress DVF nel celebre film di Martin Scorsese "Taxi Driver", 1975

Cybil Shephard indossa un wrap dress DVF nel celebre film di Martin Scorsese “Taxi Driver”, 1975



“La cosa bella dell’invecchiare è che hai un passato”, sostiene Diane, che deve tutto al suo wrap dress: dal suo appartamento sulla Fifth Avenue all’educazione dei suoi figli alla sua indipendenza, la cosa a cui tiene maggiormente.

Eppure la designer ha dichiarato di non indossarlo più, il wrap dress: “Non ho più il punto vita”, ha ironizzato in un’intervista dello scorso anno. Gambe favolose, viso che mostra fieramente qualche ruga, DVF si dichiara apertamente contraria alla chirurgia plastica. Carismatica e dalla personalità granitica, la stilista è molto impegnata nel sociale: da anni è membro di VitalVoices, un’organizzazione che si batte per i diritti delle donne.

Sfilata DVF, A/I 1975

Sfilata DVF, A/I 1975

Jerry Hall in passerella per DVF, 1973

Jerry Hall in passerella per DVF, 1973



Inoltre DVF è grande amante dell’high-tech e ha scritto un articolo per il New York Times in cui ha esaltato le potenzialità offerte dalla rivoluzione digitale e dalle nuove tecnologie. Dichiara felicemente di saper usare l’iPad e l’iPhone e si dice “vecchia abbastanza da aver ballato allo Studio 54 ma giovane da saper mandare una email”. La degna protagonista di una vita da favola.

Auguri a Inès de la Fressange

Spegne 58 candeline Inès de la Fressange. Iconica musa di Karl Lagerfeld, volto storico di Chanel per tutti gli anni Ottanta, Inès Marie Laetitia Églantine Isabelle de Seignard de la Fressange nasce a Gassin l’11 agosto del 1957, figlia del marchese André de Seignard de la Fressange e della modella argentina Cecilia Sánchez Cirez. Aristocratica eleganza, Inès incarna la quintessenza dell’allure parigina.

Tra le più famose mannequin al mondo, adorata da Karl Lagerfeld, discendente di una famiglia dell’antica nobiltà francese imparentata con i celebri banchieri Lazard, Inès dal 1980 al 1989 lavora in esclusiva per Chanel, in un sodalizio storico con Lagerfeld. I rumours sostengono che l’armonia tra i due si sia rotta in seguito alla decisione della modella di accettare di prestare il proprio volto come Marianna della Repubblica Francese, decisione che sarebbe stata sgradita allo snob Lagerfeld, che riteneva questo un simbolo di provincialismo.

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Volto storico di Chanel e icona di stile

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La modella è stata il volto storico di Chanel dal 1980 al 1989

 

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Uno stile minimal-chic per la ex modella, ora designer di successo



Nel 1990 Inès sposa l’imprenditore italiano Luigi D’Urso, da cui ha due figlie. Rimasta vedova nel 2006, dopo ha lavorato come designer e consulente per Jean-Paul Gaultier e come ambasciatrice per Roger Vivier, mette su un suo atelier al numero 24 di rue de Grenelle, nella celebre Rive Gauche di Parigi: qui vende le sue creazioni come anche opere di amici o di persone conosciute durante i suoi viaggi. I suoi capi -biancheria da notte e costumi da bagno, in primis– rivelano una delicata eleganza di ispirazione provenzale.

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In passerella per Chanel A/I 1989-1990

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Musa di Lagerfeld, Inès de la Fressange è nata a Gassin l’11 agosto 1957

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Ancora in passerella per Chanel

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Impeccabile lo stile della storica maison fondata da Gabrielle Chanel

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Campagna vintage Chanel anni Ottanta

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Alta 1,80 m e dal fisico sottile e longilineo, Inès de la Fressange è stata una delle mannequin più famose al mondo

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Chanel Adv, 1987

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Inès de la Fressange in Chanel, Elle ottobre 1986



La modella, sottile e splendida anche in pantaloni a sigaretta e mocassini, si è dichiarata fortemente contraria alla chirurgia plastica. Emblema di un minimalismo chic dal gusto fortemente francese, è ancora oggi una donna bellissima e affascinante. Che dire, très chic.

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Inès de la Fressange posa come Coco Chanel nell’appartamento di quest’ultima, 1981. Foto di Jean-Claude Sauer

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Inès de la Fressange ha inaugurato il suo atelier suo atelier al numero 24 di rue de Grenelle, nella celebre Rive Gauche di Parigi

Il pazzo Zoo di Derek dal gusto tricolore

In esclusiva per D-Art, a seguito dell’uscita del primo trailer, le impressioni dei connazionali che hanno contribuito, con il proprio estro, durante le riprese di Zoolander 2.

Le espressioni di stupore e le urla di entusiasmo di coloro che attendevano al fashion show parigino dell’uomo Valentino, lo scorso inverno, all’uscita di Derek e Hansel su una reale passerella, resteranno impresse nella storia degli episodi più divertenti della moda e del cinema.

I protagonisti di Zoolander, interpretati da Ben Stiller e Owen Wilson, nel lontano 2001, hanno annunciato così il ritorno sul grande schermo del film che parodizza il fashion system, di cui lo stesso Stiller è regista. Dai 16:9 alla realtà, una conferma attesa da tempo che ha fatto gioire ancora di più i cineasti italiani, in quanto le riprese del film si sono svolte a Roma.

E proprio pochi giorni fa, a qualche mese dalla fine del girato, è stata resa nota la data di uscita della pellicola, con un trailer in pieno stile Zoolander che condividiamo da fonti Paramount.



Massima la discrezione da parte della produzione che, però, ha deciso di attingere contributi artistici e stringere sinergie con professionalità italiane.
Una manna dal cielo per il nostro Paese e l’industria creativa.
Infatti, anche grazie a Stiller, Roma per qualche mese ha vissuto trepidante e accogliente ogni passo della macchina produttiva, rivivendo i fasti de La Dolce Vita, in piena era 2.0.

A testimoniare ciò il fotografo di moda e advertising Fulvio Maiani, uno dei professionisti contattati da Stiller in persona, lo scorso aprile, che ha iniziato la sua esperienza sul set cinematografico proprio con la pellicola. Non abituato ai tempi e alle modalità delle produzioni cinematografiche, si definisce fortunato ad aver inaugurato la sua ascesa in tal senso proprio con il sequel del colosso. Ottime le sue impressioni in merito agli attori, definiti alquanto generosi con la macchina fotografica e ineccepibili stacanovisti.

Il fotografo di moda e advertising Fulvio Maiani. Ph. Cinzia Cilla Carcaterra

Il fotografo di moda e advertising Fulvio Maiani. Ph. Cinzia Cilla Carcaterra



L’entusiasmo e l’immensa gratitudine, invece, trasudano dalle parole di Enrico Palazzo, giovane direttore artistico di due happening creativi che si tengono nella Capitale, atti a promuovere e a procacciare nuovi talenti nel mondo della moda. A contattarlo è stato l’assistente alla regia Marco Ferreri che ha richiesto consulenza.

La sua missione era portare sul set i volti noti, gli “up & coming” nonché le figure della moda riconosciute iconograficamente anche dai più profani. Forte della sua esperienza di networking, Palazzo ha così chiamato Diane Pernet, storica giornalista e talent scout statunitense, già vista nei film “Pret-à- porter” di Altman e “La nona porta” di Polanski, Baby Marcelo, eclettica figura nota al mondo della disco music e Cyprien Richardi, “fashion addict” presente in tutti gli scatti di street style e ai party più esclusivi.

Lo stesso Richardi parla di un lavoro che ha segnato la sua carriera a seguito di una quattro giorni di riprese ferrate circondato dall’aura del glamour.
E nel tripudio di celebrities internazionali, come già avvenuto nel primo Zoolander, che hanno fatto a gara pur di figurare nel lungometraggio, anche Fabrizio Imas, attore e editor, che si sente alquanto lusingato della partecipazione e trepidante d’attesa nel rivedersi anche solo in un frame; nonchè i modelli di una frizzante agenzia campana, la C Model Management, tutti concordi nell’ aver vissuto il sogno hollywoodiano, fatto di scenografie e organizzazione impeccabili, a due passi da casa.

Cyprien Richardi, Diane Pernet, Baby Marcelo, Enrico Palazzo e altri eclettici figuranti,  provenienti dal mondo della moda, sul set di Zoolander 2

Cyprien Richardi, Diane Pernet, Baby Marcelo, Enrico Palazzo e altri eclettici figuranti, provenienti dal mondo della moda, nel backstage di Zoolander 2



Diane Pernet, Enrico Palazzo e Fabrizio Imas nel backstage di Zoolander 2

Diane Pernet, Enrico Palazzo e Fabrizio Imas nel backstage di Zoolander 2



I modelli della C models management nel backstage di Zoolander 2

I modelli della C models management nel backstage di Zoolander 2



Non resta che attendere, dunque, l’uscita del sequel riconoscendo fieramente la partecipazione dei nostri connazionali che hanno avuto l’occasione di interagire con un colosso che segnerà il firmamento del cinema mondiale.

Olga, modella del mese


 

OLGA, MODELLA DEL MESE

 

Credits:

 

Model: Olga Radwan  @Mango Models – Varsavia

Photographer: Miriam De Nicolo’

Styling: Valeria Semushina

Make up: Francesca Borrello

 

Saint Tropez: il regno di un’unica regina, BB

Saint-Tropez è Brigitte Bardot. E Brigitte Bardot è Saint-Tropez. Tutto inizia circa sessant’anni fa, quando Roger Vadim decise di scrivere il copione di E Dio creò la donna”, quel film sexy che, grazie allo scandalo suscitato, avrebbe fatto conoscere nel mondo una giovanissima Brigitte Bardot, l’ingenua, impudica e libertina Juliette, ma soprattutto il luogo dove era stato girato: Saint Tropez. Un villaggio di pescatori, bello ma sconosciuto, divenne un luogo famoso e punto di incontro del jet set internazionale. Come famosa è diventata la spiaggia di Pampelonne, dove iniziarono le riprese, e il suo Club 55, punto d’appoggio di tutta la troupe. L’hotel de Paris nel cuore della città vide nascere l’amore tra il regista e la sua pupilla.


Saint Tropez: il regno di un’unica regina, Bb


Saint Tropez divenne Saint Trop nel 1950, quando il mondo artistico e intellettuale parigino, affascinato dal piccolo porto, scendeva per l’estate. Jean Cocteau, Picasso, Prevért s’incontravano al porto. A Saint Tropez tutto è celebre e celebrato, dalle spiagge, alla piazzetta des Lices dove all’ora dell’aperitivo, sotto i Platani, si sorseggia Pastis e si gioca alle bocce calzando i celebri sandali di cuoio.


Saint Tropez: il regno di un’unica regina, Bb


Coco Chanel, Maurice Chevalier e Isadora Duncan furono i primi vip, ma l’atmosfera particolare, che già allora vedeva auto di prestigio, yacht e divertimenti negati ai più, era mischiata a un’altra, più intellettuale, di cui si fece testimone la scrittrice Colette, che nel 1932 scrisse nel suo libro Prisons et paradis: “Cocktails e champagne sugli yacht in porto. Io conosco l’altra Saint Tropez, che esiste ancora ed esisterà sempre per quelli che si levano all’alba”. La Treille Muscate, la casa in cui Colette trascorse tutte le estati e spesso un mese a Natale, era ancora pacifica e abbastanza lontana dal trambusto. Colette si alzava all’alba per sarchiare i pomodori e passeggiare nei boschi silenziosi, con i gatti al seguito, tornando con le espadrille madide di rugiada. Faceva colazione con i fichi che aveva raccolto – o rubato. Due volte al giorno, sul presto e sul tardi, andava a nuotare in un mare cristallino.


Saint Tropez: il regno di un’unica regina, Bb


Dopo Colette i nomi famosi non si contarono più: Errol Flynn, Marlene Dietrich, Orson Welles, Ernest Hemingway, Gérard Philipe e Picasso. Subito dopo la guerra arrivarono gli “esistenzialisti”: Jean-Paul Sartre con Simone de Beauvoir, Juliette Greco e Boris Vian, scelsero l’Hotel de La Ponche come quartier generale, ribattezzandolo “Saint-Tropez-des- Prés”. Un posto magico, come scriverà la Gréco, «per bere, ballare, nuotare, dormire al sole e fare l’amore». Nel 1954, la giovanissima Françoise Sagan che sbarcava ogni estate a Saint-Tropez, scortata da Jacques Chazot, e da tutta la sua banda per vivere la dolce vita del posto, si ritrovò scrittrice di successo con il romanzo Bonjour tristesse, manifesto di una gioventù psicologicamente fragile che trovava in Saint Tropez un luogo dove esistere più liberamente.


Saint Tropez: il regno di un’unica regina, Bb


Era un ambiente di pescatori, e divenne un porto di miti. Qui Mick Jagger chiese, in francese, a Bianca Perez Moreno de Macias di sposarlo. Molto si è detto e poco si sa sul loro sposalizio. Se non che c’erano tutti. Arrivarono in Rolls-Royce, Alain Delon, Roger Vadim, lord Patrick Litchfield (cugino della regina Elisabetta). Keith Richard che giunse in ritardo, con la polizia che non lo voleva far passare per il suo look. Un party fu dato al Cafés des Arts con Paul McCartney, Ringo Starr ed Eric Clapton.


Charles Aznavour pedalava su una bici con tanto di transistor che emetteva musica francese. Eddy Barclay istituì la prima festa in bianco. Quincy Jones, Barbra Streisand erano le più paparazzate.


Gli italiani scoprirono Sain Trop, solo nei primi Anni 60; il primo vip fu Gianni Agnelli, con il suo yacht a due alberi, ma il primo a mettere il nome di questa località sulla bocca di tutti, o forse è meglio dire, nelle gambe di tutti, fu Peppino di Capri con la sua Saint Tropez Twist, del 1962. Nelle villette che degradano a mare si ritrovavano, Sophia Loren e Monica Vitti. Elsa Martinelli era l’italianne più à la page della città.


Nell’estate del 1968 la storia tra il simbolo assoluto della femminilità del tempo Brigitte Bardot e il play boy Gigi Rizzi fece di Saint Tropez il fulcro della mondanità. E fuori dalla Madrague, buen ritiro, della Divina, sventolava Il tricolore. Un italiano a piedi nudi, con la bandana del pirata, era adorato e invidiato perché aveva conquistato la donna più desiderata del mondo.


Saint Tropez: il regno di un’unica regina, Bb


“Colazione, amore, sci d’acqua…Erano teneri quei baci pubblici e privati, e ancora di più lo era la scoperta di una donna vera, lontana anni luce da quella dei film, scrive Gigi Rizzi, nella sua autobiografia. Brigitte era adorabile nelle sue piccole manie, il terrore del buio, la paura della solitudine, una timidezza quasi da bambina nei confronti delle persone anziane. Poi si metteva alla chitarra e cantava le sue canzoni, o strimpellava dolcissime serenate gitane, con gli occhi da gatta e i capelli raccolti in una treccia. Non sapevo e non volevo sapere se fosse un colpo di fulmine o il capriccio di una diva, restavo davanti a lei e lei era felice, la trascinavo fuori di notte con gli amici e lei faceva scintille”.


Saint Tropez: il regno di un’unica regina, Bb


E solo grazie a questa love story cosi infuocata che siamo riusciti ad avere il racconto di un’altra BB, una donna umana a tratti complessa ma soprattutto una diva controvoglia. “Brigitte era una casalinga gelosa della sua intimità. Raccontava dei suoi alti e bassi, era straordinariamente malinconica, ma poi bastava un sorriso, un gesto d’affetto e si lasciava andare. Era anche irascibile, furente, disperata quando l’assedio dei fotografi o la curiosità dei giornalisti non lasciavano scampo. Voleva nascondersi, odiava la ressa, i fans, le domande morbose sulla sua vita privata e sentimentale”.


Saint Tropez: il regno di un’unica regina, Bb


Ma come per tutti gli amori estivi, ai principi di settembre, la fine stava per arrivare anche per quella liason. Gigi Rizzi era ancora l’uomo di quella bambina benedetta dalle fate, ma avvertiva che stava arrivando la Mezzanotte, come nella favola di Cenerentola. Une Histoire de plage, come diceva la canzone che la diva cantava accompagnandosi con la chitarra, si avviava al tramonto. La fin arrivò e Gigi Rizzi batté in ritirata dicendo addio alle sue albe che profumavano di whisky e Chanel n.5. BB rimase e rimane, l’unica regina di Saint Tropez dal musetto imbronciato e dallo sguardo languido Al diavolo gli amori belli o brutti, i film di successo e non, il volontario viale del tramonto, le lotte animaliste, le rughe. Si Nasce BB non lo si diventa!

De Luca – primo mese

Che De Luca fosse “uomo del fare” i suoi più stretti collaboratori e sostenitori lo hanno ripetuto per tutta la campagna elettorale. E c’era da crederci anche senza questo tormentone. E che avesse un consenso molto ampio, anche questo lo si sapeva bene. Del resto ha vinto le primarie anche perchè nello stesso Pd non c’erano alternative né forti né innovative, e ha vinto non solo nella sua Salerno dove nel 2006 era il quarto sindaco più popolare d’Italia e nel 2008 aveva un tasso di approvazione del 75 per cento.


Come ha ben spiegato Davide Maria De Luca su Il Post “Tutto questo consenso, però, ha avuto un prezzo molto alto. Salerno è al quindicesimo posto in Italia per le spese per personale sostenute dal comune: quasi il 40 per cento del totale delle spese correnti (cioè il denaro usato per pagare stipendi e far funzionare i servizi essenziali di un comune). Oggi Salerno ha debiti per più di 200 milioni di euro, il 120 per cento della sua spesa corrente. È il venticinquesimo comune più indebitato d’Italia – anche senza considerare un altro centinaio di milioni di euro in debiti fuori bilancio, cioè debiti contratti dalle società partecipate dal comune.” 

Oggi – con corsi e ricorsi tra Tar e tribunale ordinario – da circa un mese si è insediato a Palazzo Santa Lucia nella nuova veste di Presidente della Giunta Regionale. Non solo. Ha tenuto per sè alcune deleghe. Trasporti, Sanità, Cultura e… Agricoltura. Come ricorda Mimmo Panegalli… “In una conferenza stampa a Palazzo Santa Lucia ha detto: ”L’agricoltura è una mia passione personale e mi sono riservato la delega” facendo forse riferimento al periodo in cui era funzionario dell’Alleanza dei Contadini.”
Ed ecco alcuni dei primi atti del neo governatore, su cui comincare a fare un bilancio del primo (abbondante) mese della nuova amministrazione.



Nella veste di Presidente della Giunta e di Assessore ai Trasporti nomina il nuovo cda di EAV – la controllata partecipata regionale che gestisce gran parte dei trasporti pubblici regionali. Alla presidenza, dove dovrebbe andare un tecnico del settore trasporti con una visione “di settore” (coadiuvato da un cda e da un amministratore delegato che “porti avanti la linea e il piano industriale”) viene nominato Umberto De Gregorio.
Ottimo commercialista e persona perbene. Peccato non si sia mai occupato di trasporti. A suo credito essere stato “l’uomo De Luca” a Napoli in campagna elettorale ed aver organizzato “il programma” del neo-governatore. 
Con lui due dirigenti regionali: Maria Teresa Di Mattia già incaricata in Autoservizi Irpini e in Acam (l’Agenzia campana per la mobilità sostenibile), e Ruggero Bartocci, dirigente di staff alla direzione generale per la mobilità della Regione. 
Una nota sulla situazione dell’EAV: ha un credito verso la Regione di circa 500 milioni euro, pari all’incirca ai 500 milioni di debiti complessivi. Quanto possono essere “pressanti” i nuovi vertici dell’EAV verso l’assessore ai trasporti e verso il presidente della giunta (ops, entrambi la stessa persona) nell’esigere queste somme per pagare i debiti e semmai rilanciare il servizio pubblico locale? Diciamo non proprio una situazione di “vera indipendenza” (anche perchè i due dirigenti regionali del cda sono anche dipendenti diretti dell’assessore presidente).



Nella veste di di Presidente della Giunta e di Assessore alla Sanità De Luca ha azzerato anche il cda di Soresa, la centrale acquisti per i prodotti sanitari della Regione, al posto di Francesco D’Ercole, Gennaro Santamaria e Pietro Alfano, vanno il candidato non eletto al consiglio regionale con la lista di Campania Libera, Gianni Porcelli, già sindaco di Mugnano; la non riconfermata consigliere regionale del Pd sannita, Giulia Abbate; e Luigi Giugliano, avvocato irpino. Nomine che – almeno sulla carta – sarebbero incompatibili con riferimento all’articolo 32 della legge regionale dell’11 agosto 2005 che, nello specifico, indica nei «candidati non eletti alle elezioni regionali, per gli otto mesi successivi all’elezione stessa» l’impossibilità di ricevere designazioni e incarichi) e all’articolo 4 della legge Campania Zero del 27 luglio 2012. 
Come a dire: “intanto ti nomino poi si vedrà”. Un poi si vedrà pesante visto che la tanto discussa condanna per abuso d’ufficio da sindaco di Salerno verteva proprio per “una nomina che non poteva fare”.



Nella veste di Presidente della Giunta e di Assessore alla Cultura (forse) De Luca ha poi nominato Patrizia Boldoni consigliere con incarico di Promozione delle Attività Innovative per il rilancio del Turismo attraverso la valorizzazione dei beni culturali.
La “figura di alto profilo” grazie al suo “curriculum vitae e culturale e professionale” a cui è affidato “il compito di studio e consulenza per lo sviluppo del turismo campano… ha almeno tre meriti: essere l’ex moglie dell’ex presidente del Calcio Napoli Corrado Ferlaino, avere una estesa carriera in ambito immobiliare (con qualche ombra professionale e qualche processo, come quello sulle ipotesi di irregolarità nei bilanci della società tenutaria di Palazzo d’Avalos), ma soprattutto essere stata una “intensa” organizzatrice di feste elettorali a sostegno di De Luca tra la Napoli bene.


Ma il colpo forse più eclatante – almeno quanto passato in sordina rispetto al resto – è (nella veste di Presidente della Giunta e di Assessore ai Trasporti) la “cessione” di Caremar a conclusione dell’iter di privatizzazione della compagnia pubblica passata definitivamente nelle mani del gruppo Aponte (attraverso Snav), e del gruppo D’Abundo (ovvero MedMar attraverso la Rifin).
In pratica l’azienda che si occupa di trasporti via mare verso le isole è stata ceduta ai suoi due concorrenti, che la rilevano (e si tolgono quindi l’unico concorrente pubblico capace anche di “calmierare” mercato, tratte, tariffe e di garantire un servizio pubblico essenziale minimo garantito) per sei milioni di euro. Non solo. La Regione si è impegnata a versare ai suoi ex concorrenti privati 10 milioni di euro per nove anni; una cifra apparentemente contenuta se si considera che con la Caremar pubblica sborsava 20 milioni all’anno.
La situazione che avremo è qualcosa del tipo Snav monopolista di fatto del trasporto veloce e MedMar come vettore unico dei traghetti. Caremar significa traghetti e mezzi veloci, significa orari e rotte privilegiate proprio per il ruolo pubblico svolto dalla compagnia. Un patrimonio e una dote finanziaria che valgono benoltre la cifra sborsata o il presunto risparmio, specie se da quei 20 milioni spesi ogni anno togliamo gli incassi di quelle tratte.

Summer trend: ritorno agli anni Novanta

Quando parliamo degli anni Novanta tante sono le immagini che tornano alla mente. I ragazzi nati in quel decennio -come anche chi era già adulto- sono tutti concordi nel provare una certa nostalgia per quel periodo.

Una spensieratezza iniziata nel decennio precedente, con un boom economico che era degenerato in consumismo, i Novanta sono stati anni cult fatti di abiti a fiorellini e di una innocenza forse irrimediabilmente perduta. La TV che viene privatizzata, le serie americane che spopolano e quel quid che chiunque nato in quel decennio saprebbe riconoscere ad occhi chiusi.

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Crop top, leggings, denim e tanto colore: questo è il look anni Novanta

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Proporzioni oversize si mixano a top attillati e corti

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Anni patinati che ci hanno fatto sognare



Spartiacque tra i mitici Ottanta e la rivoluzione del Duemila, anche lo stile degli anni Novanta si pone come un crogiolo di tendenze diverse, per una moda che appariva a tratti molto lontana da ciò che si vedeva sulle passerelle e che viveva di vita propria traendo continua ispirazione da ciò che si vedeva sulle strade. Potremmo definirlo uno street style ante litteram, per cui la moda “ufficiale” veniva soppiantata da tendenze autonome che sfociavano nel grunge style.

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Linda Evangelista, Christy Turlington e Helena Christensen per Versace, A/I 1991

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Cindy Crawford, celebre supermodella anni Novanta

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Tyra Banks e Susan Holmes in Oldham, NYC 1993



Uno stile fatto di crop top, camicioni a scacchi, jeans a vita alta e salopette, scarpe con zeppa, audaci minigonne. E ancora le indimenticabili Dr. Martens, i capelli pettinati con la frangia e la riga laterale, i costumi interi sgambatissimi, eredità degli anni Ottanta. A metà tra lo stile grunge e l’eleganza colorata di Barbie, gli anni Novanta ci hanno fatto sognare.

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I jeans a vita alta e le camicie a scacchi, trend anni Novanta

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I codini, un’esplosione di colore e il tipico mood Nineties

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Street style tipicamente grunge

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Ancora mood grunge in uno Street style recente

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Drew Barrymore, icona anni ’90

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Il cast di “Beverly Hills 90210”, celebre serie ideata da Aaron Spelling



Chi non ricorda i ciucci di plastica con cui si facevano collanine, il Cioè, le avventure dei ragazzi di Beverly Hills 90210, Friends e Baywatch, e ancora le Spice Girls e il fenomeno tutto italiano di “Non è la rai”? Anni di cartoon stampati sui vestiti, ora riproposti in passerella da Moschino, che ha fatto sfilare felpe con i Looney Tunes. Anni di scarpe che ancora oggi fanno discutere: la famosa zeppa con la suola a forma di carro armato continua a far parlare i fashion addicted, divisi tra amanti sfegatati del look e haters dichiarati.

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Pamela Anderson in “Baywatch”

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Le mitiche Dr. Martens

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Gli anni Novanta sono famosi per il look grunge e il mix di stili diversi nella moda

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I celebri Mini pony

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I ciucci di plastica con cui si potevano creare delle collanine

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Le Spice Girls, pop star dei primi anni Novanta

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Tiffani-Amber Thiessen

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La Barbie era la bambola più amata dalle bambine degli anni Novanta

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Ambra Angiolini, star di “Non è la Rai” di Gianni Boncompagni



Il ritorno ai Nineties era già iniziato nel 2013/2014, con la mise vintage Dolce & Gabbana indossata da Miley Cyrus agli MTV Music Awards e con il video Hideaway di Kiesza, in cui non c’era un solo dettaglio fuori posto, rispetto allo stile anni Novanta. Top corti a scoprire l’ombelico indossati sopra pantaloni della tuta, leggings in colori fluo, codini in testa e un pieno di energia.

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Codini, crop top e Dr. Martens: il perfetto look Nineties

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Kiesza nel video di “Hideaway”, di chiara ispirazione anni Novanta

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Ariana Grande in Moschino

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Look anni ’90 per Ariana Grande nel video di “Baby I”

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Katy Perry in un outfit anni Novanta

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Charli XCX si ispira quasi sempre al grunge anni Novanta

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Miley Cyrus in vintage Dolce & Gabbana anni Novanta agli MTV Video Music Awards 2013

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Da Moschino felpe con stampa cartoon

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Capelli tinti di azzurro, un retaggio dello stile grunge



Tante le celebrities convertitesi al trend nostalgico, da Charli XCX ad Ariana Grande a Katy Perry. Ma anche nello street style molti sono i rimandi a quegli anni, a partire dal trend che vede i capelli colorati di romantiche tinte pastello, come rosa, azzurro o grigio. Il grunge piace e affascina ancora oggi ed è protagonista indiscusso anche dell’estate 2015. Tanti i brand che continuano a proporre capi di ispirazione 90s: da ASOS vasta scelta di costumi interi sgambatissimi con richiami al decennio in questione; da Missguided suggestioni Nineties nel taglio dei mini abiti. Tanti i look tipicamente anni Novanta proposti da Topshop. Per veri nostalgici.

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Barbie style per il costume intero WILDFOX

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Stampe anni Novanta da Jaded London

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Slogan inequivocabile per il costume firmato Banana Moon

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Ancora suggestioni Nineties da WILDFOX

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Beach Vibes da Missguided

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Beach Riot propone look anni Novanta

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Stile Nineties da Missguided

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O’Mighty ci riporta direttamente nell’atmosfera anni Novanta

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Mini kilt O’Mighty

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Salopette anni ’90 da ASOS

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Tipico abito anni ’90 con cut-out, MIssguided

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Fantasie floreali e suola a carro armato per i sandali ASOS

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Suggestioni Nineties per i sandali Monki

Rachel Zoe, vita da stylist

Il suo nome è ormai un mito e non c’è appassionato di moda che non la conosca. Rachel Zoe è uno dei personaggi più famosi e più potenti del fashion biz.

Editor, designer di successo e stylist tra le più quotate, il nome di Rachel Zoe è ormai sinonimo di glamour e stile. Residente a Los Angeles, è la stylist più richiesta dalle celebrities di Hollywood. Brillante businesswoman, ha saputo districarsi con grande disinvoltura nella moda, raggiungendo un’enorme notorietà.

Ma dietro alla vita da star si nasconde una lunga gavetta: la sua carriera ebbe inizio negli anni Novanta come fashion assistant nella carta stampata, per uno stipendio di appena diciottomila dollari annui. Con tanti sacrifici la giovane Rachel decise allora di mettersi in proprio, e dal suo monolocale di New York iniziò a proporsi come stylist. In breve fu richiesta da pop star di fama mondiale, come Britney Spears e i Backstreet Boys, i miti delle teenager anni Novanta. Un successo costruito mattone dopo mattone, che la portava a lavorare fino a venti ore al giorno sette giorni su sette, come ha dichiarato recentemente lei stessa in un’intervista.

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Ma la notorietà non si è fatta attendere e le ha regalato immense soddisfazioni, tanto che oggi Zoe è nota proprio come la stylist delle star: tantissime sono le celebrità che si affidano a lei per comparire in pubblico, da Demi Moore a Miley Cirus.

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Grande esperta e conoscitrice di moda vintage ed haute couture nonché del design contemporaneo, Rachel Zoe ha lavorato con nomi del calibro di Mario Testino, Peter Lindbergh, Steven Klein e Patrick Demarchelier. I suoi lavori sono stati pubblicati da magazine come W Magazine, i-D e il celebre Harper’s Bazaar.

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Chief stylist di Shoedazzle.com, Rachel ha curato campagne pubblicitarie di brand del calibro di Jimmy Choo, Lancôme, True Religion, dal 2010 ha lanciato la propria collezione di ready-to-wear, footwear e gioielli, la Rachel Zoe Collection, protagonista ogni anno della fashion week di New York.

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Perfetta incarnazione della tipica donna in carriera americana, Zoe ha gusto da vendere, come confermano le stesse sue apparizioni. Acclamata dai fotografi, il suo streetstyle coniuga pezzi vintage spesso di ispirazione boho chic a capi costosissimi. Uno stile originale e altamente personalizzato, che vede una particolare predilezione per i caftani, meglio se a stampe optical, che riesce a rendere perfetti anche per una serata da red carpet. Sempre perfetta, che sia in abito da sera sparkling o in cuissard e pelliccia, Zoe ha scritto anche dei libri editi dal New York Times e divenuti subito best seller, Style A to Zoe e Living in Style.

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Nel 1996 ha sposato Rodger Berman, da cui ha avuto due figli. Donna estremamente passionale, famose sono le sue sfuriate al coniuge.

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Nell’agosto 2009 ha lanciato ZOE Report, una newsletter online in cui i suoi oltre 11 milioni di fan possono beneficiare dei suoi consigli in fatto di moda, beauty e lifestyle. Inoltre è da pochissimo in onda, sulla rete americana Bravo Reality Television e sulla nostra La5, il reality show che la vede protagonista, il Rachel Zoe Peoject, un docu-reality che segue la sua vita e il suo lavoro di stylist, facendo sognare centinaia di persone.

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Il rossetto è firmato Louboutin

Dopo la collezione di smalti lanciata lo scorso anno, sta per arrivare il rossetto firmato Christian Louboutin. Beauty blogger in fermento da quando è uscita la notizia: il prossimo settembre arriva in profumeria la rivoluzione Louboutin.

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Disponibili da settembre, i nuovi rossetti Louboutin



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Suggestioni fetish negli astucci dei nuovi rossetti e nello smalto già presentato lo scorso anno.



La linea di rossetti firmata dallo stilista francese è composta da 36 sfumature in tre differenti texture, dai nomi altamente evocativi: Silky Satin, Velvet Matte e Sheer Voile. A sua volta Silky Satin consta di venti nuances che conferiscono alle labbra una finitura satinata e brillantezza, Velvet Matte è composta di 9 colori opachi e Sheer Voile consta di 9 tonalità.

Design fetish, con astucci neri e dorati rigorosamente a forma di stiletto, Louboutin non rinuncia allo charme che contraddistingue la maison.

Da anni leader indiscusso nel mercato delle calzature, la scarpa dalla suola rossa simbolo della maison, è ormai entrata nell’immaginario collettivo. Oggetto di culto, la suola rossa è stata rivendicata anche in un contenzioso legale contro chi voleva contraffarla ed imitarla.

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Un modello Christian Louboutin con lo smalto della maison



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La suola rossa, simbolo del brand francese



Scarpe dall’appeal sensuale e femminile, tantissime sono le celebrities che indossano creazioni Christian Louboutin, da Sarah Jessica Parker a Lady Gaga, da Monica Bellucci a Madonna, da Dita von Teese e Blake Lively, alla quale Christian Louboutin ha dedicato una collezione, nel 2010.

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Il modello “Pigalle”, tra le décolleté più vendute



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Il modello Pigalle in rosso lacca



Nato a Parigi il 7 gennaio 1964, lo stilista calzaturiero francese ha iniziato la sua carriera all’età di sedici anni, creando le prime scarpe per alcune scuole di danza. Poi assunto da Folies Bergerès, lavorò come freelance per Chanel, Maud Frison e Yves Saint Laurent. Nel 1988 iniziò una collaborazione con Roger Vivier, fino ad inaugurare la sua prima boutique a Parigi nel 1992.

La decisione di entrare nel mercato del make up di lusso è stata presa nel maggio 2012, quando il brand francese è entrato in partnership con Batallure Beauty per la creazione di Christian Louboutin Beauté.

ELENA GENTILE DALLA PUGLIA ALL’EUROPA CON PASSIONE ED INTELLIGENZA

Elena Gentile è una di quelle donne di cui la Puglia e l’Italia intera può andare fiera.

Laureata in medicina, oggi Europarlamentare, unisce alla professione di Pediatra la grande passione per la politica.

Appena la raggiungo telefonicamente vengo sommersa da un fiume di parole, l’ intelligenza e la passione politica di Elena Gentile travolgerebbero chiunque.

Nasce nel 1953 a Cerignola, la città che diede i natali a Giuseppe Di Vittorio che nella storia della sinistra italiana e di quello che fu il movimento operaio in Italia ha rivestito un ruolo fondamentale.

All’interno di questa grande tradizione della sinistra italiana e della militanza nel PC si pone anche la formazione politica di Elena Gentile. Comincia la sua carriera politica come Consigliere comunale per poi rivestire la carica di Assessore e Sindaco di Cerignola.

È eletta anche consigliere regionale della Puglia e successivamente nominata assessore alla Solidarietà – Politiche sociali e Flussi migratori. Dal 2010 al 2014, rieletta Consigliere regionale, diviene assessore al Welfare – Lavoro, Politiche di Benessere sociale e Pari Opportunità della regione Puglia. Nel 2014 si è candidata alle elezioni europee e con ben 149.860 voti è oggi Europarlamentare .


Prima ancora di aver rivestito importanti cariche politiche lei è un medico, una pediatra , in che modo la sua professione ha influito sul suo modo di fare politica?


I miei studi, la mia laurea in medicina e la mia scelta di prendermi cura dei bambini hanno contribuito e assecondato la mia visione della vita mettendo a valore alcune mie caratteristiche caratteriali.

Prima di fare l’Assessore regionale sono stata sindaco di Cerignola e ho fatto alcune leggi che hanno avuto risonanza nazionale .

Per esempio il tema della robotica applicato all’autonomia delle persone.

All’ordine del giorno oggi in Europa c’è il tema dell’economia blu, dell’ economia verde e dell’economia silver dedicata alle persone più anziane, c’ è un pezzo di economia da sviluppare sul terreno dell’innovazione tecnologica .

Abbiamo messo a punto per esempio un robot che interagisce con i bambini autistici, un giocattolo che diventa strumento terapeutico.

In questo settore la mia esperienza professionale è stata fondamentale, ho curato tantissimi bambini affetti da patologie gravi ed è chiaro che questo patrimonio umano e di relazioni mi ha arricchito notevolmente e mi ha consentito di costruire percorsi amministrativi che hanno generato delle politiche che nel mezzogiorno erano considerate residuali.


Come un tormentone ritorna la famosa questione meridionale e il problema mai risolto di un sud improduttivo e arretrato, qual’è la sua posizione ?


Il tema del mezzogiorno ritorna ciclicamente ma a mio parere è possibile rilanciare il mezzogiorno utilizzando al meglio le risorse comunitarie provocando la commissione europea rispetto a nuovi temi .

Se mancano scelte di fondo, che deve fare il governo, i risultati non saranno mai eccellenti .

La questione è quella di coniugare buone politiche regionali e buone politiche nazionali .

Il tema del sommerso e del lavoro nero è un grave problema nel sud .

L’approccio culturale è a mio parere il fatto fondamentale, se non c’è la cultura della buona impresa è difficile rilanciare l’economia del sud .

Per esempio la questione dell’occupazione femminile è fondamentale per il mezzogiorno .

Sappiamo che in Emilia Romagna le donne lavorano e c’è un’incremento della natalità, in Puglia i dati sono sconfortanti, di fronte alla disoccupazione femmine c’ è anche un crollo delle nascite , ciò smentisce dunque il vecchio assunto che prevedeva che le donne che lavorano non facevano figli . Mi sono impegnata per esempio nella creazione in Puglia di asili nido.


Qual’è il progetto che sta seguendo in questo momento a livello europeo e per la Puglia ?


Sto seguendo con grande attenzione e curiosità – ritengo che la curiosità sia lo strumento più importante di chi fa politica – il filone dell’economia blu, vale a dire del mare e di tutte le sue potenzialità di occupazione.

Il mare è poco utilizzato per i trasporti e poi pensi all’importanza dei porti del mezzogiorno.

Mi piacerebbe si attivassero anche percorsi turistici attraverso il mare, credo molto alla connessione tra il mare e l’entroterra per vivere il mare in modo alternativo .

Un sistema turistico che riesce a tenere insieme l’entroterra e il mare, il patrimonio artistico culturale con quello paesaggistico in un percorso affascinante tra storia e natura .

Ho in mente un grande piano industriale: il recupero della transumanza, non solo come fatto storico, ma come percorso di rivalutazione dell’ economia zootecnica, di ricerca e di innovazione nell’ uso della lana per l’ industria tessile e non solo.

Mi immagino un percorso che parta dall’Abruzzo alla Calabria lungo i sentieri storici della transumanza, con l’ utilizzo del pelo della pecora anche nella biofarmacologia.

La cheratina b, contenuta nel pelo di lana, trattato adeguatamente, è un eccezionale rigeneratore cutaneo che può avere svariati utilizzi in campo medico ed estetico.

È un’occasione per lanciare nel sud l’industria tessile della lana e del cotone . Riproporre un pezzo di artigianato di qualità a chilometro zero .


Non trova che ci siano delle lacune profonde nel sud Italia nella capacità d’ investimento aziendale ?


Si è vero , per esempio noi produciamo tonnellate di mosto e lo vendiamo alla Germania che fa i succhi d’ uva o alla Francia , ciò accade perché manca da noi la cultura d’ impresa.

Per esempio ci si potrebbe cimentare nella produzione di succo d’uva… insomma vi è poco ingegno d’impresa.

Pensi per esempio a Peppe Zullo che ha costruito intorno a se un brand investendo in un posto sconosciuto come Orsara di Puglia, costruendo ristoranti come Villa Jamele o Sala Paradiso rilanciando la cultura gastronomica pugliese.


Cosa pensa delle divisioni e della politica adottata dal suo partito il PD ?


Appartengo alla pattuglia che pone delle riflessioni rispetto a questo pensiero in qualche modo unico di Renzi. Penso che sulla riforma della scuola, la legge elettorale , la riforma del Senato si poteva fare qualcosa di più, sono scelte che sono passate a colpi di maggioranza e di fiducia .


http://elenagentile.eu

Happy Birthday, Charlize!

Spegne oggi quaranta candeline la bellissima Charlize Theron. Attrice premio Oscar, modella e produttrice cinematografica, Charlize nasce in Sudafrica il 7 agosto del 1975 da padre di origine francese e madre di ascendenze olandesi.

La giovane vive un’infanzia difficile a causa di un episodio che la segnerà per tutta la vita: appena quindicenne, si trova ad assistere all’omicidio del padre, alcolista e violento, per mano della madre, per legittima difesa.

L'attrice nello spot J'adore Dior

L’attrice nello spot J’adore Dior



Negli stessi anni la Theron partecipa ad un concorso per diventare una modella e vince, stracciando le avversarie. Da lì inizia per lei una sfolgorante carriera nella moda. Gambe chilometriche e viso paffuto, la bellezza intensa ed espressiva di Charlize non passa inosservata. Celebre la sua interpretazione nello spot Martini, in cui lascia intravedere un lato b mozzafiato.

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Una giovanissima Charlize Theron nello spot Martini, che l’ha resa celebre

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La Theron fotografata da Mert & Marcus per W Magazine, aprile 2015



Dopo tante campagne pubblicitarie e copertine, Charlize si trasferisce a New York e inizia a lavorare nel cinema. Ed è proprio davanti alla macchina da presa che la giovane dimostra una sensibilità finora lasciata sopita. In poco tempo colleziona con successo numerose partecipazioni a diverse pellicole, recitando fianco a fianco di attori come Keanu Reeves e Al Pacino.

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Un intenso primo piano del servizio di Mert & Marcus

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Una bellezza sofisticata e sexy quella dell’attrice sudafricana

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Gambe chilometriche e viso perfetto



Nel 2004 arriva la vittoria del premio Oscar, per la sua magistrale interpretazione della serial killer Aileen Wuornos in Monster. Come spesso capita, l’attrice ha dovuto sacrificare la propria bellezza, dovendo ingrassare per motivi di copione di ben quindici chili e sottoponendosi quotidianamente a lunghe sedute di trucco, per assomigliare al tragico personaggio che interpretava. Una performance assolutamente perfetta secondo la critica, che l’ha consacrata come una delle attrici più brillanti della sua generazione.

Charlize Theron all'ultimo Festival del Cinema di Cannes in un lungo abito giallo Christian Dior

Charlize Theron all’ultimo Festival del Cinema di Cannes in un lungo abito giallo Christian Dior

Un primo piano dell'attrice

Un primo piano dell’attrice



Dal 2004 testimonial del profumo J’adore di Christian Dior, Charlize Theron è molto impegnata nel sociale, nel rispetto dei diritti umani e nella salvaguardia degli animali: membro della PETA, è attivista per il riconoscimento dei diritti gay e del matrimonio gay.

Inoltre la Theron è recentemente diventata mamma, adottando un bambino di nome Jackson, nel 2012, e successivamente una bambina di nome August.

Numerosi i flirt dell’attrice, da poco single dopo una storia con il collega Sean Penn, che ha tenuto banco per quasi un anno in tutte le pagine di gossip. Una donna bellissima che col passare degli anni ha acquisito ancora più fascino.

Il caftano: must have dell’estate

Suggestioni etniche e charme evergreen contraddistinguono un capo principe del guardaroba estivo (e non solo): il caftano.

Dietro a questa veste c’è una storia antichissima che ha origine nella Mesopotamia intorno al 600 a.C. Da qui il caftano si sarebbe poi diffuso in tutta la Persia.

Ampiamente utilizzato sotto l’Impero ottomano, divenne la veste classica dei sultani.

Presente in diverse culture e tramandato fino ai nostri giorni, il caftano è una lunga tunica, da indossare singolarmente o sopra ad altri capi. Di lunghezza variabile, la versione classica arriva fino ai piedi, ed è caratterizzata da una profonda scollatura e dalle maniche svasate che si aprono a pipistrello.

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Vogue UK, dicembre 1966

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Donna Mitchell in una foto di Helmut Newton

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Il caftano nasce in Persia nel 600 a. C.

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Caftano Valentino, foto di Henry Clark, Sicilia, 1967

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Foto di Henry Clarke, 1966



Per tutto l’Ottocento venne considerato un abito di corte, considerata anche l’opulenza di certi modelli, impreziositi da ricami o gioielli, che lo rendono ancora oggi un capo sfarzoso. I colori predominanti con cui veniva confezionata questa veste così particolare erano il rosso, il bordeaux, l’ocra e il viola, colori caldi e dal gusto mediterraneo. Di superba raffinatezza sono le stampe che vengono solitamente utilizzate nella creazione del capo: si tratta di stampe paisley, chiaro retaggio anni Settanta, o stampe floreali o psichedeliche, omaggio dei Sixties.

Inoltre fin dagli albori grande è la varietà dei tessuti usati. Stoffe finemente lavorate, come tessuti damascati, broccato di seta arricchito di inserti preziosi o ancora chiffon di seta, per un effetto fluido e svolazzante. Ma non solo: non di rado oltre al semplice cotone si adoperano cachemire o lana. Un capo fresco e leggero che dona libertà unendo in modo magistrale comfort e stile.

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Il caftano era usato fin dall’Ottocento

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Marina Schiano in uno scatto di Gian Paolo Barbieri

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Penelope Tree, foto di David Bailey, 1969

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Suggestioni orientali per un capo must have del guardaroba femminile

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Isa Stoppi per Henry Clarke, Vogue UK 1966

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Veruschka in un caftano dalle stampe optical, foto di Henry Clarke

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Caftani Valentino, foto di Barry Lategan, anni Settanta

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Moyra Swan indossa un caftano Thea Porter, Turchia, Vogue UK 1971, foto di Barry Lategan

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Talitha Getty, icona hippie chic, col marito Paul, Marrakech, 1969

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Marisa Berenson fotografata da Henry Clarke, Vogue UK Novembre 1967

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Jerry Hall, foto di Steve Horn, Vogue Patterns Maggio/Giugno 1975

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Capo sdoganato da Diana Vreeland, il caftano dona un’allure particolare. Foto del 1969

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Vogue Italia 1971

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Vogue settembre 1973, foto di Barry Lategan



È solo a partire dagli anni Cinquanta che il caftano ha fatto la sua comparsa sulle riviste di moda e sulle passerelle. E fu ancora una volta Diana Vreeland, incontrastata regina della moda di quegli anni, la prima a intuirne la sofisticata eleganza. Dopo averlo notato durante un viaggio in Marocco, fu lei a sdoganarlo in Europa e in America, attraverso le pagine di Vogue.

Simbolo del mood boho-chic che ha caratterizzato la seconda metà degli anni Sessanta ed emblema del decennio successivo, questa mise, così antica e pregiata, conferisce un appeal particolare ad ogni donna che lo indossi. La cultura hippie ma anche l’intellighenzia dell’epoca, furono caratterizzate da una massiccia riscoperta dell’Oriente, e fu allora che l’uso di lunghe tuniche divenne un must have del guardaroba, maschile e femminile.

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Caftano e turbante dorati, Agosto 1969

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Doris Duke in un caftano damascato

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Total white per un outfit che profuma d’Oriente

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Barry Lategan, Vogue Italia ottobre 1973



Numerosissimi furono i designer che si cimentarono con la creazione di caftani, fin dalla metà degli anni Sessanta. Valentino Garavani fu uno dei primi a confezionare splendidi modelli dalle suggestioni optical, in perfetto stile Swinging Sixties; poi fu la volta di Emilio Pucci, che creò dei piccoli capolavori dalle stampe variopinte; e ancora Missoni, Yves Saint Laurent, Lanvin, Ossie Clark, Zandra Rhodes, Thea Porter, Biba e, nei primi anni Settanta, Halston. Oggi il caftano rappresenta un pezzo irrinunciabile delle collezioni di Roberto Cavalli, Issa London e di tanti altri nomi del panorama della moda internazionale.

Da usare per andare in spiaggia, con sandali rasoterra o allacciati alla schiava, o con tacchi o zeppe svettanti per la sera, vincente è l’uso di gioielli etnici, anche importanti. Fantastica è l’unione con il turbante, altro capo dalle seducenti atmosfere etniche, valida alternativa alle acconciature dal mood arabeggiante, con chignon e trecce.

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Caftano con pantaloni, Biba

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Lee Radziwill nel suo appartamento londinese, in stile ottomano

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Fantasie paisley, floreali o optical per il caftano. Foto di Barry Lategan

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Simone d’Aillencourt posa per Henry Clarke in Emilio Pucci, Udaipur, India, 1967



Tantissime le celebrities che hanno adorato il caftano: da Liz Taylor a Jackie Kennedy, da Joan Baez a Mia Farrow. Talitha Getty, icona hippie chic, ne fece l’emblema del suo stile: celebri sono le sue foto a Marrakech nel 1960, in compagnia del marito Paul, anch’egli in total look boho-chic. Altrettanto suggestive sono le foto che ritraggono la socialite Lee Radziwill nella sua casa londinese arredata in perfetto stile ottomano: nulla è lasciato al caso e il caftano che indossa riprende le suggestive decorazioni delle pareti. Tutto il jet set internazionale di quegli anni si convertì al caftano, dalla designer Diane von Furstenberg all’attrice Jaqueline Bisset, da Marella Agnelli e Donna Allegra Caracciolo di Castagneto: celebri le foto scattate a quest’ultima da Henry Clarke per Vogue del 1965. Bellissimi anche alcuni scatti di Barry Lategan per Valentino.

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Liz Taylor amava indossare caftano coloratissimi. Qui in posa per Henry Clarke, 1967

Caftano da sera con inserti preziosi

Caftano da sera con inserti preziosi

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Caftano Nat Kaplan, Vogue US Febbraio 1976

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Jacqueline Bisset

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Profumo d’Oriente

Donna Allegra Caracciolo di Castagneto fotografata da Henry Clarke per Vogue Novembre 1965

Donna Allegra Caracciolo di Castagneto fotografata da Henry Clarke per Vogue Novembre 1965

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Gioielli etnici a completare il look



Oggi questo capo è tornato prepotentemente alla ribalta, grazie anche ad alcuni festival musicali di ispirazione bohémien, come il celebre Coachella Festival, dove si è riscontrato un boom di caftani e capi in stile etnico.

Inoltre il mercato del vintage regna incontrastato: su siti come Etsy, portale web dedicato alla compravendita di capi vintage autentici, si trovano pezzi di brand come Thea Porter, Ossie Clark, Zandra Rhodes e Biba che possono arrivare a costare fino a 5.000€. Ma in questo caso vengono in aiuto i brand low cost, come H&M, che ha proposto una collezione estiva con caftani variopinti, Topshop o ancora Asos, che propone capi ispirati ai Seventies o capi vintage, nella sezione Marketplace.

Il caftano è un evergreen irrinunciabile, anche in tempo di crisi.

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Caftano corto Asos

Vestito caftano lungo stile anni Settanta, Asos

Vestito caftano lungo stile anni Settanta, Asos

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Fantasia paisley per Asos

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Doutzen Kroes indossa un bellissimo modello da spiaggia H&M

Decorazioni laminate da H&M

Decorazioni laminate da H&M

Suggestioni etno-chic da Topshop

Suggestioni etno-chic da Topshop

Capri 1950, Vita dolce Vita, l’ultimo libro di Marcella Leone de Andreis

Questa estate è un vero delitto non leggere l’ultimo libro della giornalista Marcella Leone de Andreis “Capri 1950, Vita dolce Vita”, edito da La Conchiglia. Uno degli affreschi più glamour e fascinosi di Capri, ma soprattutto il racconto due decenni irripetibili. La dolce vita degli anni Cinquanta e Sessanta tra feste in piazzetta, personaggi eccentrici, attori, artisti, aristocratici e principesse. Tutti erano attratti da quell’isolotto scoglioso, meta prediletta dell’imperatore Tiberio.


Capri 1950, Vita dolce Vita, l’ultimo libro di Marcella Leone de Andreis


Nel 1948 nell’isola delle Sirene, c’era già la dolce vita. Era la patria di divi e divini, come Rudy e Dado, al secolo Rudy Crespi e Dado Ruspoli, belli, ricchi e titolati, coi loro stili diversi nel vestire, teatrale ed estroso quello di Dado con i suoi bizzarri gilet e i suoi pantaloni da torero, o a guaina con le scarpe incorporate. Girava con un corvo sulla spalla e lanciò una moda: divenne trés chic, a Capri, passeggiare con un pennuto sulla spalla. Rudy era più sobrio e preferiva le immacolate camicie bianche e normalissimi pantaloni di tela blue. Tyrone Power e Linda Christin si affidavano a lui per godere al meglio del loro soggiorno caprese. C’era poi Chantecler, all’anagrafe Pietro Capuano, gioielliere che lanciava la moda del poncho e che faceva da cavalier servente di Edda Ciano.


Capri 1950, Vita dolce Vita, l’ultimo libro di Marcella Leone de Andreis


A Raffaele La Capria, detto Dudù, piaceva scendere al mare quando l’isola non si era ancora svegliata. Raggiunto un piccolo scoglio, a Cala Ventroso, trascorreva ore in solitudine e in silenzio, facendo lunghe nuotate e scaldandosi al sole. Mentre si accomodavano, spesso in piazzetta al Piccolo Bar, Alberto Moravia ed Elsa Morante, con musi come al solito imbronciati. Arrivarono in tanti: Orson Welles, Truman Capote, Graham Greene. Curzio Malaparte che preferiva l’autunno e sedeva a un tavolo del caffè Vuotto.


Capri 1950, Vita dolce Vita, l’ultimo libro di Marcella Leone de Andreis


La voglia irrefrenabile dei rampolli di ricche famiglie, avventurieri e viaggiatori di cercare relax e superficialità su una sdraio de “La Canzone del mare”, o sorseggiare vino sul belvedere di Tragara divenne un must. In rada era spesso ancorato il panfilo “Cristina” di Aristole Onassis, con a bordo Maria Callas e un 84 enne Winston Churchill. Poco più in là al belvedere della Funicolare, spesso s’incontrava la splendida Grace Kelly assieme a suo marito Ranieri III di Monaco.

La vita incominciava dopo mezzogiorno, annotava Oriana Fallaci in uno dei suoi taglienti reportage. Prima di quell’ora era sommamente disdicevole alzarsi dal letto e apparire in pubblico. All’una si scendeva alla Canzone del Mare, mai a Marina Grande luogo da borghesi, si prendeva poco sole e nuotare vicino a riva era usanza ‘dopolavoristica’. Novella Parigini, intanto si faceva fotografare prendendo il sole nuda. A Capri tutto era tollerato!


Capri 1950, Vita dolce Vita, l’ultimo libro di Marcella Leone de Andreis


Il principe de Curtis che alloggiava alla pensione Weber a Marina piccola, era pronto a trasformarsi in Totò, a dire battute, a strabuzzare gli occhi e a mettersi in posa per i fotografi, ma a Capri la sua parola d’ordine era relax: preferiva un tranquillo tran tran borghese alle ammalianti lusinghe della mondanità. Calamitavano l’attenzione le grandi dive americane: l’atomica Rita Hayworth in compagnia del principe Alì Khan,la meravigliosa Ava Gardner, accompagnata da Frank Sinatra, l’ossigenata Lana Turner, la deliziosa Audrey Hepburn col marito Mel Ferrer, l’algida Ingrid Bergman scortata da Roberto Rossellini. Ma ci sono anche le italiane: l’esile e fascinosa Elsa Martinelli, sempre scortata da Franco Mancinelli Scotti, suo futuro marito e la procace Silvana Pampanini.

Suscitava curiosità Greta Garbo. Più la divina, voleva vivere in completa privacy, più ogni suo avvistamento diventava un evento.


Capri 1950, Vita dolce Vita, l’ultimo libro di Marcella Leone de Andreis

Vestire Pucci divenne un diktat. Negli anni dell’ingessata couture parigina, il marchese Emilio Pucci, inventò un nuovo modo di vestire: pantaloni aderenti, colori sgargianti e le camicie annodate su un fianco o dietro la schiena. Ma la stilista che fece scalpore con il rivoluzionario pijama palazzo, fu la Principessa Irene Galitzine. A villa Vivara, Donna Irene, riuniva il bel mondo cosmopolita da Gianni Agnelli a Mario D’Urso, da Marella Caracciolo a Maria Pia di Savoia fino ad arrivare alla first lady delle fisrt lady: Jacqueline Kennedy. E fu un vero coup de foudre!! Jackie amava passeggiare per le strette vie senza bodyguard, in mezzo alla gente comune: adorava fare shopping, comperare sandali capresi, entrare nelle deliziose e piccole boutique; amava soprattutto camminare, d’estate anche scalza, e intrattenersi con la gente semplice; le piaceva bere un caffè con panna o un aperitivo, seduta nella famosa Piazzetta dell’isola, andare in trattoria e gustare una semplice insalata caprese, fermarsi ai chioschi a bere una spremuta di limone. A Capri poteva dimenticare la vita austera e formale che conduceva a New York dove era continuamente osservata, e sentirsi veramente libera, viva, felice!


Capri 1950, Vita dolce Vita, l’ultimo libro di Marcella Leone de Andreis


Era A’ la Parisienne che tutte le donne che contavano, da Consuelo Crespi con la gemella Gloria a Doris Pignatelli, si facevano confezionare camicie e pantaloni, abiti e gonne a ruota, costumi da bagno interi e a due pezzi. E’ sempre A la Parisienne che Rita Hayworth, Ingrid Bergman e Audrey Hepburn, si spogliavano degli abiti cittadini con cui erano appena sbarcate e indossavano abiti capresi.

Non passava inosservato Clarke Gable, l’indimenticabile Rhett di Via col Vento. La sua non era una vacanza ma un impegno di lavoro perché stava girando, proprio a Capri, il film La Baia di Napoli, la cui protagonista era la giovane e bellissima Sophia Loren che con le gambe lunghissime e le curve morbide, suscitava l’entusiasmo di turisti e capresi. Come constatavano barman e ristoratori capresi, Gable era perennemente ubriaco. Si svegliava solo quando doveva girare: al ciak ogni effetto della sbornia si dissolveva come per miracolo. Finita la scena ripiombava nel suo torpore.



Capri 1950, Vita dolce Vita, l’ultimo libro di Marcella Leone de Andreis

A dispetto dei suoi 19 anni, Françoise Sagan, era diventata famosa per il suo romanzo Bonjour tristesse. Piccola ed esile, capelli cortissimi, sempre imbronciata e per niente bella, stava realizzando in Italia un reportage commissionato da Elle France. Era sempre in compagnia dell’eccentrica pittrice Novella Parigini, un tipino sopra le righe che aveva vissuto a Parigi alla corte di Jean Paul Sartre. Faceva della trasgressione il suo credo nella vita e nell’arte. Icona indiscussa di Via Veneto e Via Margutta, dava scandalo a Capri con abbigliamento succinto e leopardo al guinzaglio.

Negli anni sessanta l’isola Azzurra divenne la meta prediletta delle nuove stelline del cinema e della tv: Alessandra Panaro e Lorella de Luca, protagoniste di Poveri ma Belli, dove interpretavano il ruolo di amiche ingenue e di buoni principi innamorate dei rispettivi fratelli impersonati da Maurizio Arena e Renato Salvatori. Elette reginette della cronaca rosa, non sfuggivano all’attenzione dei paparazzi. Proprio a Capri la bella Alessandra Panaro apprese di essere stata lasciata in tronco dal fidanzato, e immediatamente i giornali parlarono del suo chagrin d’amor.

Fregene, Castiglioncello, Lido di Venezia: le villeggiature d’antan degli italiani in bianco e nero

Fregene, Castiglioncello, Lido di Venezia: le villeggiature d’antan degli italiani in bianco  e nero

Walter Chiari a Fregene

C’era una volta la villeggiatura, quando intere famiglie lasciavano la città e correvano in auto stipate per raggiungere il mare o la montagna. Erano i favolosi anni Cinquanta e Sessanta e cominciava l’epopea dell’«Agosto, moglie mia non ti conosco», con i mariti soli nelle città a lavorare (e a morire di caldo) e mogli e figli parcheggiati nel villino o nella pensioncina della meta turistica, prescelta. I venerdì arrivavano puntuali, e tutti i “paparini”, ma proprio tutti, diventavano santi e immacolati per l’occasione.

Oggi tutto ciò ci appare come una cartolina vintage dagli angoli un po’ ingialliti e smussati, ma fino all’altro ieri, gli italiani in vacanza erano molto più poetici di oggi, o meglio sapevano godersi meglio le vacanze! Negli anni Cinquanta e Sessanta, l’Italia scopre la villeggiatura. E in villeggiatura si va soprattutto al mare.

Fregene, Castiglioncello, Lido di Venezia: le villeggiature d’antan degli italiani in bianco  e nero

Mastroianni e Fellini a Fregene

Fregene divenne in quegli anni la “Hollywood sul mare”. I grandi registi del cinema italiano si ritrovavano, d’estate, nel villaggio dei Pescatori e nel ristorante Mastino a parlare di cinema e progetti per il futuro con spensierata e preziosa amicizia. Franco Rosi, Ettore Scola, Gillo Pontecorvo, Nanni Loy, Lina Wertmuller e Franco Solìnas, erano tutti di casa.

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Sordi a Castiglioncello

Gli stabilimenti non erano molti, il più alla moda era Tony, dove Rossano Brazzi, Gino Cervi e altri divi del cinema d’oro, italiano, ça va sans dire, erano degli abitué. Presto arrivarono Gian Maria Volontè e Walter Chiari, i fratelli Vanzina, erano di casa all’Hotel Villa dei pini, il più caro ed esclusivo albergo del luogo. Il Sogno del Mare, con le cabine verdi e gialle, era una piccola Hollywood sul mare. La sera le comitive vip e non andavano a ballare sotto le pagode di paglia del Tirreno e della Conchiglia. I Platters, Peppino di Capri e Gino Paoli si esibivano alla Nave, lo stabilimento con i grossi fumaioli che piacevano anche a Fellini. Ma l’evento di quelle torridi estati profumate di gelsomino e plumbago in fiore, negli anni Sessanta, se lo accaparrò l’Oasi con il concerto di Mina, la diva di Studio Uno. Le cronache mondane dell’epoca, pur di far notizia, raccontarono un piccolo incidente della Divina: pare infatti che la Tigre di Cremona, fosse diventata improvvisamente rauca per il clima piuttosto umido e che per ritrovare la voce avesse ingurgitato alici sott’olio, omaggio dei pescatori del Villaggio.

 

Alberto Moravia e Dacia Maraini assieme a Pier Paolo Pasolini aspettavano il tramonto prima di rientrare dal mare nel casotto a forma di Cubo, accanto al fiume Arrone, mentre Gillo Pontecorvo invitava Marlon Brando a mangiare la zuppa di pannocchie nella sua casetta. Solìnas, ospitava da Mastino, Costa Gravas e Joseph Losey. Da Fellini, invece, era spesso di casa Marcello Mastroianni, soprattutto quando era in crisi. Si rintanava con la Masina, scappando dal Villaggio dei Pescatori dove aveva comperato una casa, per fargli le sue confidenze. I due passeggiavano insieme anche sulla spiaggia, “dove la sabbia è fina fina” diceva la Masina.

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La Lollobrigida

Nel 1962, con il Sorpasso, il celebre film di Dino Risi, interpretato da Vittorio Gassman e Jean Louis Trintignan, Castiglioncello, entrò di diritto nell’empireo delle località balneari più gettonate dei Mitici Anni Sessanta.

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Fellini e la Masina a Fregene

Rosse scogliere a picco sul mare, baie riparate, spiagge e calette bagnate dall’acqua cristallina. Il cinema a Castiglioncello fu richiamato dalla famiglia D’Amico, notissimi scrittori e sceneggiatori. Grazie a loro s’insediò nel dopoguerra la colonia di cinematografari romani. Facevano una gran vita. Il giorno ai bagni Ausonia, Nettuno, Lido, la sera o meglio le notti intere, al popolarissimo night “Ciucheba” in pinetina. Il 12 luglio 1960 apriva i battenti Il Fazzoletto, il locale che più di tutti segnò l’epoca dei vip, «il miracoloso night di Castiglioncello». Gli ospiti erano Delia Scala, i fratelli Giuffré, il regista Enzo Trapani, Sofia Loren, Claudia Cardinale, Alain Delon, le gemelle Kessler con Umberto Orsini ed Enrico Maria Salerno, Armando Trovajoli, Toni Ucci, Vittorio Gassman e Nora Ricci, e solo qualche volta Indro Montanelli. Si beveva, si mangiava, si facevano le quattro e mezzo del mattino fra le note che venivano dal giradischi e il baluginio delle candele.

 

Ilprimo attore ad avere casa a Castiglioncello fu Sergio Tofano. Panelli si costruì casa quando sposò Bice Valori. Seguì Marcello Mastroianni che aveva sposato Flora Clarabella. Paolo Ferrari non fu da meno e Alberto Sordi comprò la bella villa di Memmi Corcos. Mario Monicelli e Franco Zeffirelli, erano dei grandi presenzialisti. La famiglia Gassman, invece, era spesso ospite della pensione Fiorentina. A Castiglioncello per alcuni anni ci fu un gran passaggio di dive e divine.

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Anna Magnani a Venezia

Mastroianni e Panelli che se ne stavano quasi tutti i pomeriggi a chiacchierare al club delle Quattro gomme lisce, un’officina trasformata in circolo esclusivo insieme a Renzo Montagnani. A volte, al tramonto, anche Suso Cecchi D’Amico si univa alla discussione prendendo un po’ di fresco. Nel 1958 Suso, sceneggiò insieme a Vasco Pratolini, nella sua casa al mare, uno dei più bei film del dopoguerra: Rocco e i suoi fratelli. Nelle ariose stanze di Villa Bologna, la villa ottocentesca che prendeva in affitto per oltre trent’anni, erano ospiti, stagione dopo stagione, Luchino Visconti, Nino Rota, Ennio Flaiano: il gruppo che lei chiamava con nostalgia struggente «i miei pensionanti». Visconti spesso e volentieri scappava a fare shopping nella vicina Livorno. Andava a prendere le stoffe per le sue camicie oppure, si aggirava per negozi di antiquari, da dove usciva, regolarmente, con qualche acquisto sotto il braccio. Comprava di tutto, con singolare voracità e nel lessico famigliare di casa D’amico, solo per lui, fu coniata l’espressione “se ne sentiva il bisogno”. Tutti la usavano ogni volta che Luchino comprava qualcosa di cui non si sentiva la necessità. Cioè quasi sempre.

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La Maraini e Moravia a Fregene

Ma le cronache ricordano anche un Roberto Rossellini sornione e seduttivo che ammaliava i bambini con i giochi di prestigio eseguiti con le carte, oppure le sere passate da Flora Mastroianni che organizzava sedute spiritiche sulla torretta della villa a picco sulla scogliera che finivano sempre con una ridarella generale. E le danze acquatiche di Bice Valori e delle sue amiche alla scaletta dei bagni Miramare a parodia dei film hollywoodiani, e infine uno schivo Alberto Sordi che per fuggire ai tentativi dei suoi amici di fargli prender moglie, tentò la fuga gettandosi in mare, vedendosi arrivare una giunonica donna in bikini”.

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Paul Newman a Venezia

E come non terminare questo viaggio in bianco e nero con il Lido di Venezia, da sempre avvolto dalla magia rarefatta della laguna e dal fascino carismatico degli ospiti divini che si sono succeduti negli anni.

Fregene, Castiglioncello, Lido di Venezia: le villeggiature d’antan degli italiani in bianco  e nero

Visconti e D’Amico a Castiglioncello

La prima celebrità a innamorarsi del Lido fu la geniale, dissacrante e rivoluzionaria Coco Chanel. Venezia diventò per lei, il rifugio dopo un grande dolore, la perdita del suo amato Arthur Boy Capel (morto di incidente d’auto a 38 anni). Dopo le gite al Lido in barca e i pic-nic sulla spiaggia, con le immancabili maglie a righe, Gabrielle Chanel e i suoi amici, tra cui la coppia Jose-Maria e Misia Sert, approdavano nel ‘salotto glamour’ della città: il Caffé Florian. Ma l’ultimo drink prima di ritirarsi a dormire, Mademoiselle se lo concedeva all’Harry’s bar, nel bar ultrasnob aperto negli anni 30 da Giuseppe Cipriani. Qui si fermarono a bere, ma anche a cenare Charlie Chaplin, Orson Welles, Georges Braque e Hemingway, che aveva un tavolo fisso.

Fregene, Castiglioncello, Lido di Venezia: le villeggiature d’antan degli italiani in bianco  e nero

La Martinelli al Lido

Al Lido di Venezia gli alberghi importanti sono stati sempre due, l’Excelsior e il Des Bains. Scrittori, sceneggiatori e poeti preferivano il più riservato e romantico Des Bains, Il mondo del cinema, in genere, sceglieva l’Excelsior, dove il Festival è nato. Con gli anni le proiezioni si sono spostate al Palazzo del Cinema ma l’Excelsior è sempre rimasto il cuore, mondano della Mostra e non solo!! Se quelle mura potessero parlare! Stanze mitiche? Soprattutto una. La 135, che Enrico Lucherini, leggendario press agent cinematografico, ha occupato da sempre. Proprio dalla passerella dell’Excelsior, nel 1959, Lucherini buttò in acqua, vestite, le belle interpreti della Notte Brava di Mauro Bolognini: Rosanna Schiaffino, Antonella Lualdi, Anna Maria Ferrero ed Elsa Martinelli. Quando uscirono dal mare i loro abiti sembravano trasparenti. In un’altra di queste stanze Roberto Rossellini, consolava Anna Magnani, in lacrime per non avere ottenuto il premio per la sua interpretazione in «Amore». La loro relazione era agli sgoccioli: l’algida Ingrid Bergman era apparsa all’orizzonte con il leggendario telegramma: Se ha bisogno di un’attrice svedese che parla inglese molto bene, che non ha dimenticato il suo tedesco, non si fa quasi capire in francese, e in italiano sa dire solo “ti amo”, sono pronta a venire in Italia per lavorare con lei…

Fregene, Castiglioncello, Lido di Venezia: le villeggiature d’antan degli italiani in bianco  e nero

Coco Chanel al Lido

Da un’altra di queste stanze, al primo piano, un nugolo di ragazzini prese a sassate la finestra di Gina Lollobrigida, e non si calmarono finché la star non lanciò un bel fascio di fotografie. Erano anni che al Lido si poteva incontrare Orson Welles, perdutamente e inutilmente innamorato di Lea Padovani, o prendere un caffè al Blue Bar accanto a Tyrone Power e Linda Christian. o imbattersi improvvisamente sulla spiaggia, nel proprio divo dei sogni, Paul Newman insieme alla moglie Joanne Woodward. Erano altri tempi: i Cicogna, i Misurata, i Brandolini e Berlingeri, si mescolavano con Yul Brynner, Audrey Hepburn, la regina del Belgio e Truman Capote ed era pura dolce Vita!

True Detective, Black Maps and Motel Rooms

True Detective sta arrivando alla conclusione e i fili da tirare sono ancora tantissimi, la scorsa puntata, orgia stile Eyes Wide Shut a parte, era stata una delusione e le aspettative per Black Maps and Motel Rooms non erano altissime, fortunatamente in questa puntata succede qualcosa di interessante. E c’è il colpo di scena alla fine.


Ray, Ani e Paul sono in un motel a riposarsi e a nascondersi in compagnia della ragazza scomparsa. Ragazza che si scopre non voleva essere salvata e che vorrebbe tornare alla sua vita di schiava del sesso.
Ani, nel frattempo, sta impazzendo, un po’ per l’MDMA che le hanno fatto assumere, un po’ perché si è resa conto di aver ucciso un uomo. Presa dall’agitazione e sotto l’effetto della droga prova a far sesso con Ray. Grazie al cielo evitiamo il cliché quando Ray si divincola gentilmente.


Il cliché narrativo era nell’aria e poco dopo Ray e Paul iniziano a spiegare agli spettatori il contenuto dei documenti che hanno sottratto nella villa nel bosco durante l’orgia. Un espediente narrativo meno scontato sarebbe stato gradito. Il succo dei documenti, comunque, è il socio russo/israeliano di Frank, Osip, e il figlio del sindaco, Tony Chessani, hanno comprato per pochi spicci i terreni di Ben Caspere coinvolti nel lucrosissimo corridoio ferroviario poco dopo la sua morte e il lacché di Frank, Blake, li ha aiutati.


Verrebbe da pensare che siano loro i responsabili della morte di Caspere ma l’uomo era coinvolto in molti oscuri traffici. Quello probabilmente che gli è costato la morte è stato quello relativo ai diamanti blu. Dietro questi diamanti c’è una oscura storia che probabilmente sarà spiegata nel prossimo episodio. Sembrano esserci invischiati Dixon, il poliziotto grasso e ubriacone morto durante la sparatoria di Vinci, il capo della polizia di Vinci Holloway e l’altro poliziotto, Burris.
La prostituta preferita di Caspere, Tasha, ha tentato di ricattare il vizioso funzionario del comune di Vinci con delle foto, tra cui alcune dei diamanti. I suoi complici potrebbero averlo ucciso per impdirgli di parlare.


Frank, intanto, grazie a una soffiata di Ray conferma i suoi sospetti su Blake, lo picchia fino a sapere tutto quello che sa poi lo uccide per vendicare il suo amico Stan. Dopo l’omicidio di Blake Frank compra dei passaporti falsi, un sacco di armi e munizioni, due biglietti aerei, uccide un uomo di Osip e brucia i suoi casinò.


Ray è incastrato per l’omicidio del procuratore Davis, la donna che aveva messo insieme la squadra. Ora sia Ani che Ray sono ricercati dalla polizia.


Paul non è che se la passi meglio, continua a ricevere foto della notte di passione con il suo compagno d’armi. A un certo punto il ricattatore gli chiede un incontro. Paul sospetta che sia una trappola e sta per raccontare tutto a Ray per telefono ma arrivato sul posto vede solo Miguel e pensa che tutta la sciarada sia solo la gelosia di un amante.


Paul si sbagliava, Miguel lavora per la Catalyst Group. L’incontro è una trappola e Paul viene portato in un seminterrato in cui trovo il capo di polizia Holloway che vuole sapere dove sono Ani e Ray e i documenti presi dall’orgia. Woodrugh riesce a rubare la pistola al vecchio poliziotto e a uccidere gli altri agenti di sicurezza, compreso il suo amante Miguel ma proprio mentre esce dal palazzo viene colpito due volte alla schiena da Burris. Morto davvero a differenza di Ray.

Scoperta la struttura più grande dell’Universo conosciuto: si estende per 5 miliardi di anni luce

Un team di astronomi americani ed ungheresi ha rilevato quella che, ad oggi, è la struttura più grande dell’Universo conosciuto: un anello di nove lampi gamma – originatisi all’interno di altrettante galassie – che si estende nello spazio per circa 5 miliardi di anni luce. Gli scienziati, sotto la guida del professor Lajos Balazs del Kokoly Observatory di Budapest, hanno notificato la scoperta in un paper pubblicato tra le pagine del Monthly Notices of the Royal Astronomical Society.


I lampi di raggi gamma (Gamma Ray Bursts) sono in assoluto gli eventi più luminosi dell’Universo, in grado di rilasciare un’energia paragonabile a quella prodotta da una stella come il Sole in un arco di tempo superiore ai 10 miliardi di anni. Gli scienziati ritengono che i lampi gamma siano un fenomeno caratteristico della formazione dei buchi neri, soprattutto quando il collasso gravitazionale coinvolge stelle la cui massa è decine di volte superiore a quella del Sole. L’anello di lampi gamma descritto da Balazs e dal suo team è stato rilevato sfruttando l’azione combinata di numerosi osservatori a terra e in orbita intorno al pianeta.


I lampi sono distribuiti ad una distanza di circa 7 miliardi di anni luce dalla Terra e descrivono nel cielo un arco di 36°, il cui diametro è 70 volte superiore a quello della luna piena. Questo significa che la struttura occupa una regione di spazio enorme, la cui estensione potrebbe superare i 5 miliardi di anni luce. Secondo il professor Balazs le probabilità che un tale anello si sia formato per caso sono pari a 1 su 20.000.


Gli attuali modelli teorici indicano che la distribuzione di materia nell’Universo è completamente uniforme su grandi scale, in qualsiasi direzione si osservi. Questo “Principio Cosmologico” è supportato dallo studio dell’Universo primordiale e delle osservazioni condotte sulla radiazione cosmica di fondo, che costituisce un’impronta digitale dei suoi primi istanti di vita.


La ricerca di Balazs tuttavia, unita ad altre recenti scoperte, sembra smentire definitivamente il limite di 1,2 miliardi di anni luce imposto dalle precedenti teorie sulla dimensione massima raggiungibile dalle grandi strutture dell’Universo. “Se abbiamo ragione, questa struttura contraddice gli attuali modelli dell’Universo”, ha commentato il professor Balazs. “Trovare una struttura così grande è stata una vera sorpresa. Non riesco ancora a spiegarmi come si sia potuta formare.”


L’obiettivo del team di ricerca ora è quello di scoprire qualcosa in più sull’anello di lampi gamma, per stabilire se i processi che hanno portato alla sua formazione siano o meno compatibili con le attuali teorie sulla nascita e sull’evoluzione del cosmo.


FONTE: Royal Astronomical Society (RAS)

Marilyn Monroe, spunta il calendario sexy

Il 5 agosto del 1962 si spegneva in modo tragico la diva che ha segnato in modo indelebile gli anni Cinquanta. Troppo fragile per gestire il suo sfrontato sex appeal, Marilyn Monroe è stata l’emblema della femminilità morbida e prorompente della Hollywood di quegli anni.

Segnata da un’infanzia difficile e costellata di circostanze tragiche, a partire dall’assenza della figura paterna fino all’affidamento alle case-famiglia, Marilyn, all’anagrafe Norma Jeane Baker, iniziò a lavorare come modella all’età di diciannove anni.

Posò per diversi fotografi, estasiati dalle sue curve e dal volto perfetto, fino al 1946, quando firmò il suo primo contratto cinematografico.

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Marilyn Monroe, all’anagrafe Norma Jeane Baker, nacque a Los Angeles il primo giugno del 1926

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Segnata da un’infanzia difficile, trascorse i suoi primi anni in diverse case-famiglia



La sua bellezza e la sua personalità, a tratti infantile e a tratti femme fatale, la innalzarono in breve nell’Olimpo del cinema.

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Marilyn Monroe ritratta da Richard Avedon

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Ancora uno scatto di Avedon, 1957

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Celebre scatto di Douglas Kirkland, 1961

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La Monroe in posa per Bert Stern pochi giorni prima della morte, in quella che è passata alla storia come “L’ultima sessione”



Oggi, a distanza di cinquantatré anni dalla sua morte, sono stati resi noti alcuni scatti inediti che la ritraggono. Una giovanissima Marilyn che posa senza veli per il fotografo Tom Kelley.

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Marilyn senza veli per la cover di Playboy, 1953



Non ancora ventitreenne e bisognosa di denaro, la futura diva decise di posare nuda per 50 dollari. Compenso terribilmente esiguo per una futura star, ma una di quelle foto è già entrata nel mito. Sfondo di velluto rosso e posa da pin up: conosciamo perfettamente questo scatto, divenuto celebre copertina del primo numero della rivista Playboy nel 1953. Ma quello che non sapevamo finora è che quello scatto non fu il solo ma ve ne sarebbero molti altri, assolutamente inediti, che ritraggono Marilyn in pose provocanti.

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Marilyn nel film “Come sposare un milionario” (1953)

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Uno scatto raro della diva dalla tormentata bellezza



21 di queste foto saranno presentate al pubblico nel corso di questa estate, in una mostra itinerante che girerà l’America, grazie alla concessione di Limitate Runs. I numerosissimi fan della diva, che credevano di aver già visto tutte le sue foto, dovranno ricredersi.

LE CORBUSIER E LA SUA INSUPERATA IDEA DELL’ ABITARE

Parlare di Le Corbusier è come parlare di Leonardo da Vinci o di Michelangelo con l’unica differenza che, questi suoi illustri predecessori, hanno smesso di influenzare e di fare scuola e restano dei classici per quanto insuperati, al contrario Le Corbusier continua ad influenzare il mondo dell’architettura come se il tempo si fosse fermato.

Architetto e urbanista visionario, teorico della modernità, ma anche pittore e scultore, Le Corbusier Charles-Edouard Jeanneret ha segnato profondamente il XX secolo sconvolgendo il modo e il concetto di “abitare”.


Questo immenso architetto e pittore, urbanista e scultore, artista completo, come quelli rinascimentali, resta insuperato e anzi ancora lo si copia e studia.

Le Corbusier, nasce a La Chaux de fond nel 1887 e muore nel 1965 a Martin.

Conosciuto come il teorico del razionalismo architettonico, Le Corbusier è stato molto di più perché ha creato una filosofia dell’abitare e dello spazio.

Essenziale per la sua formazione furono i viaggi che fece dal 1906 al 1914, viaggiò tra l’Europa e il Medio Oriente per studiare da autodidatta l’ architettura del passato.

Al suo ritorno comincia a elaborare le sue idee sull’architettura in particolare mette a punto il progetto delle case impostate su una struttura in cemento armato modulare.


LE CORBUSIER E LA SUA INSUPERATA IDEA DELL’ ABITARE


A Parigi ha inizio la sua attività di pittore che mai abbandonerà anche se, contemporaneamente, comincia ad elaborare le idee per i grandi progetti urbanistici che lo renderanno un maestro e un punto di riferimento per le generazioni future.

Fondamentale fu la pubblicazione nel 1935 de La Ville Radiesuse un compendio delle sue teorie urbanistiche.

La sua idea dominante era quella di costruire grandi case su pilotis con spazi verdi che passano sotto l’edificio in una comunicazione essenziale con l’esterno.

La casa per Le Corbusier è una “machine à habiter”, una macchina da abitare.


LE CORBUSIER E LA SUA INSUPERATA IDEA DELL’ ABITARE


Tanto completa fu la sua idea dell’abitare che disegnò anche divani e sedute che restano tutt’ora dei classici.

E’ di questi anni il viaggio a Rio de Janiero dove realizzò il Ministero dell’Educazione, una costruzione che è diventata il simbolo di una scuola architettonica che ancora oggi è seguita in Brasile.

Agli anni quaranta risale una nuova importante elaborazione: il famoso Modulor.

Si tratta in sostanza delle misure di un uomo alto 1, 83 cm le cui misure vengono modulate all’interno di nuovi spazi .

Si fa teorico di una logica degli spazi costruiti sulla base del Modulor.

Tra i sui progetti vi era quello di costruire 360 alloggi muniti di servizi comuni; questo progetto fu criticato e non capito, ma è diventato oggetto di studio da parte delle maggiori scuole di architettura producendo anche cattive interpretazioni che hanno prodotto anche disastri architettonici ed urbanistici tutt’ora, purtroppo, visibili .


LE CORBUSIER E LA SUA INSUPERATA IDEA DELL’ ABITARE


E’ del 1950 la famosa cappella di Rochamp di Notre-dame-du-Haute, seguiranno il convento di La Tourette e gli edifici di Chandigarh .

Tuttavia uno dei progetti che meglio sintetizza la filosofia dell’abitare di Le Corbusier è Ville Savoye dove la geometria, l’idea di sospensione, la necessità del dialogo con l’esterno, il rigore e insieme la comunione degli spazi ne fanno un modello insuperato di architettura.

Una lezione insuperata quella di Le Corbusier che ha saputo, per esempio, con la progettazione dell’ospedale di Venezia, poco prima della sua morte, mostrare come la progettazione non può prescindere dal tessuto urbano e dalle caratteristiche preesistenti del tessuto urbano .


LE CORBUSIER E LA SUA INSUPERATA IDEA DELL’ ABITARE


Le Corbusier dunque con la sua idea di una casa come macchina da abitare, con l’idea della funzionalità degli spazi, con il suo spirito geometrico unito a un idea del colore e della libertà dello spazio, resta un punto di riferimento fondamentale nella storia dell’architettura ancora insuperato e massicciamente imitato.

Francesco Maria Colombo dirige l’orchestra Verdi – è il turno della Svizzera

Spogliatosi del frac, Francesco Maria Colombo alla direzione dell’Orchestra Verdi, il 3 agosto ha inaugurato la serata dedicata alla Svizzera presso l’Auditorium di Milano. La rassegna musicale “Around the world” continua quindi in “vesti estive e casual”, rallegrando gli spiriti dell’accaldato milanese.

Una serata in cui la musica è il comune denominatore tra le 14 nazioni scelte, più di 50 partiture, altrettanti compositori e alcuni famosissimi brani tra cui il “Guglielmo Tell” di Rossini proposto in questa occasione.

Pur non essendo svizzero, il Rossini nazionale ha comunque dedicato il suo estremo capolavoro a questo paese. L’ouverture del Guglielmo Tell, per antitesi, è stata scelta a chiusura del concerto, un finale di grande impatto emozionale, che ha strappato tanti applausi e un’orchestra presente, esilarante, perfettamente accompagnata, per una esecuzione dinamica, senza il minimo accenno di debolezza.

Non da meno, ma sicuramente difficile l’esecuzione raffinata e intellettuale di “Die vier Elemente” dello svizzero-tedesco Frank Martin: uno tra i suoi lavori più riusciti ispirato ai quattro elementi. Aria – acqua – fuoco e terra didatticamente spiegati dal maestro Francesco Maria Colombo attraverso un’analisi live con l’orchestra.

Di Arthur Honegger sono stati eseguiti due brani, entrambi con una precisione ed un meccanismo prettamente svizzeri; il primo – Pacific 231 – è quasi una lettera d’amore alle locomotive – una passione ch’egli paragonava a quella che gli uomini generalmente hanno per le donne; il secondo – Rugby – vuole esprimere i bruschi movimenti degli arti umani impegnati in uno sport estremo.

Entrambi i brani ci ricordano la freddezza tecnica della musica svizzera, che per gli stessi autori doveva essere semplice e assolutamente anti-romantica.

Dallo SPID alla Carta dei Diritti alla Riforma della PA – la web dummies revolution

Si chiama SPID ed è l’acronimo di “Sistema Pubblico per la gestione dell’Identità Digitale”.
È sostanzialmente una creatura immaginata dall’AGID – l’agenzia per l’Italia digitale, delle cui vicende abbiamo abbondantemente parlato – che lo inserisce sul suo sito tra le “architetture e infrastrutture” digitali del paese. 
Attraverso questa che sostanzialmente è e resta una “password personale unica” si avrà accesso ai servizi online della P.A, dal fisco alla sanità alla previdenza… lo spiega in una sintesi chiara un’articolo de La Stampa.
 I servizi a cui si può accedere sono quelli pubblici: dal pagamento della tasi al bollo auto, passando per la mensa della scuola. Anche le prestazioni sanitarie o il fascicolo dell’Inps sono gestibili via web, tramite pc, tablet o smartphone.
La Pubblica Amministrazione ha “un obbligo” a fornire servizi online, il che significa che farà anche economicamente da apripista, mentre i privati (per i quali la scelta resta facoltativa) si apre una fase di attesa e valutazione, anche delle implicazioni giuridiche reali, e non solo quelle teoriche.
 Il Garante Privacy come sempre ci ha regalato preziose perle di “inquadramento giuridico” tipico italiano: l’ottocento applicato al web. Qualcosa che trovate liberamente consultabile qui.


In Brasile ci provò Lula a fare una cosa simile, e pur con mille cautele in più il progetto si scontrò con le oltre 100mila identità digitali “sottratte” o compromesse… Da noi la cultura digitale è decisamente meno diffusa e in più c’è una straordinaria tendenza alla creazione di veri e propri digital guru che solitamente appartengono a due categorie: divulgatori puri o (generalmente ex) imprenditori del settore tlc.
 Entrambi sostanzialmente cyber-utopisti per i quali il web ci salverà e rivoluzionerà la vita.
 Un pensiero che non è del tutto sbagliato, ma che va preso con le molle, delicatezza, molta cura, e attenzione ad ogni rischio connesso: una soglia di prudenza che dovrebbe alzarsi quanto più il dato del cittadino diventa sensibile, delicato, “privato” e manipolabile. 
Ma nella retorica del nostro tempo, se parli di questi rischi sei un retrogrado, remi contro il futuro, ti opponi al cambiamento.


Io pongo solo alcune domande: cambia davvero molto per il cittadino se ha id e password differenti per l’accesso a banche dati differenti? Cosa cambia se i dati delle sue dichiarazioni dei redditi non “stanno nello stesso luogo” ed hanno le stesse credenziali di accesso delle sue analisi cliniche o delle tasse da pagare?
Eppure i rischi sono ben maggiori di questi presunti e non meglio identificati vantaggi. Se mi frodano una password al massimo hanno accesso a quei dati specifici: in questo modo invece hanno accesso “a tutto”.
 Più banche dati separate sono più difficili da violare, mentre una sola “è più appetibile”. È la vecchia regola della “cassaforte con mille lire dentro”, regola aurea che spesso scordiamo: se ti costa più di mille lire violare la cassaforte non la violerai, mettere in una stessa cassaforte tutto la rende un obiettivo più interessante.
Non è chiaro, e francamente non è nemmeno definibile a priori, quanto costerà “rendere omogenee” le piattaforme, i dati, le funzioni di accesso, tra banche dati assolutamente eterogenee tra loro, ed unificarne le security. E questo sempre a fronte di un non meglio chiarito beneficio.
 Infine ci sarebbe la questione della “sicurezza del gestore”. Da domani basterà un tecnico “infedele” per entrare in un’unica banca dati e avere accesso a qualsiasi informazione di un cittadino. Il che, indipendentemente dalla questione concreta, è in sé un rischio che nessuno dovrebbe anche solo voler correre.


Questa, tra le varie “rivoluzioni digitali” del nostro paese, è forse la meno incisiva ma certamente la più delicata e tendenzialmente pericolosa per i cittadini. Ma passa nella mancanza di attenzione generale, colpevolmente anche di molti tecnici del settore: una mancanza di attenzione coerente con il livello di cultura digitale del paese.
Ricordiamo tutti il processo telematico. Il 24 luglio il Corriere delle Comunicazioni torna sul tema, nella sua “realizzazione concreta” e sui molti problemi Enrico Consolandi, magistrato responsabile informatico del Tribunale di Milano, afferma “Il problema è a monte. Si spinge verso il processo civile telematico e al contempo non si dotano i tribunale delle infrastrutture e del personale necessario per una buona organizzazione”. “Adesso i magistrati hanno problemi a leggere su schermo tutto il procedimento; anche perché i software al momento sono limitati: per esempio non sono aggiornati per consentire la condivisione degli atti di un processo fallimentare. Ed è un problema quando il giudizio è collegiale”, Per di più “non sempre riusciamo ad accedere agli atti perché la firma digitale è scaduta e per aggiornarla la burocrazia richiede settimane”. “Servirebbero più fondi da investire nei software, ma dal 2011 al 2014 ce li hanno tagliati da 110 milioni a 75. E urgono le assunzioni di informatici”.
È il paese delle dichiarazioni di principio altisonanti, che si scontrano con la dura ignoranza di cosa sia la rete che spesso viene “normata”.


Ultima in ordine cronologico è la cd. “Dichiarazione dei diritti in Internet“.
 Per una disamina articolo per articolo vi suggerisco il post di Francesco Lanza, come sempre puntuale nell’evidenziare “la concretezza” del web .
Partiamo da alcune considerazioni. Internet è globale, che senso ha una dichiarazione di diritti nazionale? 
L’80% dei servizi internet cui accediamo mediamente non solo sono extra-nazionali, ma finanche extraeuropei: in caso un operatore “violasse” uno di questi diritti (mettendoci in condizione ad esempio di non poter accedere a funzioni e informazioni nei modi idilliaci indicati) a chi dovremmo rivolgerci? Con quale giurisdizione e potere sanzionatorio/coercitivo?
Perché qualcuno – che l’ha paragonata alla Carta dei Diritti dell’Uomo – dimentica con straordinaria facilità che quella carta è 1. riconosciuta dai paesi dell’Onu, 2. è sovranazionale 3. è recepita dagli ordinamenti nazionali che se ne fanno carico attuativo, giudiziario, coercitivo, sanzionatorio, 4. ha una sua corte superiore che ha facoltà di condanna in caso di violazione… 
Stefano Rodotà, la mente scientifica di questa iniziativa, ha sottolineato in conferenza stampa come questa Dichiarazione sia una Carta dal valore politico e non giuridico. Quindi? Di che parliamo? Non possiamo farla valere nemmeno nei confronti del nostro stesso Stato in caso lui per primo fosse inadempiente!
C’è poi un articolo che davvero merita attenzione, l’articolo 3, che afferma il principio della neutralità della rete – specificando sia fissa che mobile. E allora il legislatore se ne faccia carico e nazionalizzi l’infrastruttura TLC. Perché, se a qualcuno non è chiaro, l’unico modo per rendere la rete “neutrale” è la sua gestione e proprietà “pubblica”. Il resto, sono tecnicismi atti solo a ratificare lo status quo, e peggio a creare scappatoie per gli operatori “più potenti”.


Io non vorrei apparire né gufo, né uno che rema contro, men che meno uno che “non vuol bene all’Italia”.
Semmai chiedere “un’idea chiara e complessiva” prima di fare iniziative spaiate e sguaiate. 
Porsi il problema di quali siano i rischi ogni qual volta “mettiamo insieme” i dati dei cittadini. Porsi il problema “del senso” oltre che della “direzione” della digitalizzazione del Paese… forse, tutto questo, sarebbe meno da guru-appeal e più da strategia di governo. E forse, dico forse, ci costerebbe anche molto ma molto meno.


P.s.
Il 30 luglio un’Unità decisamente succube del cyber-utopismo titolava in prima pagina “Arriva la banda! Ed è larga” sostenendo che nel 2020 saremo il paese più digitalizzato al mondo [non tanto per intervento pubblico diretto e strategico ma grazie al fatto che Enel ha finalmente deciso di mettere a reddito la nostra rete elettrica]. Il che comprensibilmente non vuol dire nulla. Il web è un’infrastruttura se non ci si mettono dentro i servizi e i contenuti, appunto fatti bene, può addirittura essere pericolosa. Nel frattempo però secondo una fonte che non può certo essere tacciata di essere vicina alla “minoranza PD” – ovvero il World Economic Forum – siamo al 58 posto, in una classifica di 148 paesi.
 Per essere chiari, dopo di noi Slovacchia, Georgia, Mongolia, Colombia, Indonesia, Armenia, Seychelles, Thailandia, Bosnia Herzegovina, ma ci battono spesso a mani basse Slovenia, Cypro, Kazakhstan, Oman, Puerto Rico, Panama, Giordania, Mauritius, Azerbaijan, Turchia, Montenegro, Costa Rica, Polonia, Barbados, Uruguay e Macedonia.

Il nuovo numero 2 dei talebani è un personaggio affascinante

La nuova leadership dei talebani in Afghanistan potrebbe essere particolarmente problematica per gli statunitensi. L’erede designato del Mullah Omar, Mullah Akhtar Mansour ha scelto come secondo Sirajuddin Haqqani, il capo della milizia più violenta del paese. Un falco nel panorama afghano.


Haqqani è il leader dell’Haqqani network, un gruppo affiliato ad al-Qaeda che è stato una vera spina nel fianco per gli USA in Afghanistan. Il network di Haqqani è stato il primo ad usare gli attentati suicidi in modo regolare. Gli uomini di Haqqani hanno portato a termine alcuni degli attentati più sanguinari della storia recente dell’Afghanistan, incluso l’attentato del 2009 alla stazione della CIA nell’Afghanistan dell’est che lasciò sul campo 7 spie americane e ed è stata una delle tragedie più grandi per la CIA negli ultimi anni.


Gli statunitensi pensano che il gruppo di Haqqani sia responsabile per l’uccisione di centinaia di americani e migliaia di soldati afghani. Il dipartimento di stato sostiene che il suo gruppo sia il più letale in Afghanistan e ha messo una taglia da 10 milioni di dollari a chi può dare informazioni che porterebbero alla sua cattura o uccisione.


Il gruppo di Haqqani è aggressivo e disciplinato così come fortemente ideologizzato. Haqqani è molto pratico e senza pietà, non ha problemi a fare business per finanziare le proprie attività.
Il gruppo Haqqani è fondato dal padre di Sirajuddin Haqqani, Jalaluddin, un combattente leggendario che è stato uno degli alleati più grandi degli americani nel periodo dell’invasione sovietica. Il padre di Haqqani è probabilmente morto ma il figlio ha salde le redini del potere all’interno del gruppo.


La salita al potere del giovane Haqqani serve a ricordare che i nuovi capi possono essere ancora più violenti e spietati d quelli vecchi, un cambio al potere non è necessariamente positivo.
Hussain Haqqani, un ex ambasciatore pakistano negli Stati Uniti, descrive Sirajuddin Haqqani come una via di mezzo tra Tony Soprano e Che Guevara. Un uomo guidato dall’ideologia che non si fa problema a trafficare in droga o effettuare rapimenti a scopo di estorsione per finanziare le proprie attività militari. La sua criminalità si ciba della sua ideologia e la sua ideologia si ciba della sua criminalità”. La nuova leva non è come quella vecchia, le attività criminali sono un modo accettato di reperire fondi per la lotta.


Jalaluddin era un buon amico degli americani, nel 1987 il parlamentare Charlie Wilson, interpretato da Tom Hanks ne “La guerra di Charlie Wilson”, stette 4 giorni con Haqqani a combattere contro i sovietici e i due hanno anche una foto insieme.
La CIA diede una quantità spropositata di soldi e armi a Jalaluddin. Era così importante per gli americani che quando fu colpito da un colpo di arma da fuoco al ginocchio la CIA gli mandò una macchina a raggi X portatile per aiutarlo a trovare il proiettile. Haqqani, duro e puro, nell’operazione che ne conseguì si rifiuto di prendere medicine in quanto era Ramadan e avrebbe dovuto interrompere il digiuno. Mise un pezzo di legno tra i denti e disse al medico di cercare il proiettile con un coltello.


Gli Haqqani sono molto vicini anche all’ISI, i potentissimi servizi segreti pakistani, che hanno protetto e finanziato il gruppo in molte occasioni.


Molti osservatori sostengono che la faida tra gli Stati Uniti e il gruppo di Haqqani si sarebe potuto evitare quando nel 2002 dei rappresentanti di Jalaluddin e alcuni rappresentanti americani si incontrarono negli Emirati Arabi Uniti per discutere l’ingresso del vecchio Haqqani nel nuovo governo Karzai in cambio della deposizione delle armi da parte dei combattenti del gruppo. Le due parti non riuscirono a trovare un accordo e da lì il sangue scorse a fiumi.


Il figlio, Sirajuddin è visto come più estremista dal punto di vista ideologico e come più spietato, ad esempio non si è mai fatto problemi a colpire civili.
Gli IED usati da Haqqani sono più sofisticati dei classici IED dei talebani, possono essere fatti scoppiare in remoto.
Gli Stati Uniti hanno provato molte volte a uccidere Haqqani. Nel 2013 hanno portato a termine un attacco con un drone che ha ucciso alcuni dei comandanti anziani del gruppo, il fratello di Sirajuddin, Nasiruddin è stato ucciso in una sparatoria vicino a Islamabad.


Non è ancora chiaro cosa significherà per i colloqui di pace la salita al potere del leader del gruppo Haqqani, un rappresentante del network era ai precedenti colloqui a Islamabad. Quel che pare certo è che loro non hanno alcun interesse a parteciparvi e se decidessero di farlo sarebbe su richiesta dei pakistani, loro amici e finanziatori.

Costumi da bagno: vintage è bello

Con le temperature torride di questi giorni il mare diventa la meta più ambita e scegliere un look elegante diviene fondamentale. La moda delle ultime stagioni ha visto un interessante ritorno al passato per quel che riguarda l’abbigliamento da spiaggia.

E se l’intramontabile bikini a triangolo continua a dominare il guardaroba di quasi tutte le donne, il vintage corre in aiuto di chi ama distinguersi.

Tanti sono gli stilisti che hanno fatto sfilare in passerella costumi da bagno dalle linee retrò e tante sono le celebrities che hanno abbracciato con entusiasmo questa nuova tendenza.

 

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Gli anni Cinquanta tornano alla ribalta

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Il vintage torna di moda

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Righe e culotte a vita alta

Christian Dior, anni Cinquanta

Christian Dior, anni Cinquanta

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Vita sottile e corpo a clessidra, tipico look dei Fifties

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Il fascino del vintage

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Stile pin up

In tempi in cui l’omologazione cancella l’eleganza, il ritorno ad uno charme antico è avvertita come un’esigenza. E allora via libera ai costumi vintage. Che si tratti di bikini o di un costume intero, l’intramontabile stile anni Cinquanta è la scelta più trendy in fatto di abbigliamento da spiaggia.

 

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Silhouette a clessidra

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Colore e vitino di vespa

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Donne come dive nei costumi di ispirazione vintage

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Lunghezza tipica degli anni Cinquanta

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Una femminilità semplice ed autentica

Reggiseni più simili a brassière abbinati a culotte a vita alta e costumi interi dalla linea a corpetto: questi, i must have dell’estate. Fedeli alleati delle donne, esaltano qualsiasi silhouette, anche la più curvy, oltre a regalare uno charme da diva di altri tempi.

 

Stile retrò

Stile retrò

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Anne St. Marie, Harper’s Bazaar 1950, foto di Tom Palumbo

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Ava Gardner nel film “La contessa scalza” (1954)

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Esther Williams

Fantasie floreali, ennesimo retaggio degli anni Cinquanta, o decorazioni che ricordano le maioliche siciliane, come propongono Dolce & Gabbana, grandi promotori del gusto mediterraneo.

 

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Lana del Rey in Dolce & Gabbana

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La top model Gigi Hadid

Pois vintage per Taylor Swift

Pois vintage per Taylor Swift

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Dita von Teese, moderna incarnazione dei Fifties

Monica Bellucci in Dolce & Gabbana per Vanity Fair Italia, foto di Signe Vilstrup, maggio 2012

Monica Bellucci in Dolce & Gabbana per Vanity Fair Italia, foto di Signe Vilstrup, maggio 2012

Tante sono le star che sfoggiano un look da spiaggia d’ispirazione vintage, da Taylor Swift a Gigi Hadid, protagonista dell’ultimo calendario Pirelli. Un tuffo nel passato, per un’estate di classe.

 

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Un bikini retrò proposto da Topshop

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Quadretti vichy nel costume Asos

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Ancora un pezzo di Topshop

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Maioliche siciliane da Dolce & Gabbana

Stampe botaniche per il modello River Island

Stampe botaniche per il modello River Island

Sempre River Island, modello floreale

Sempre River Island, modello floreale

 

Fiori d’arancio bis per Beatrice Borromeo

Si è celebrato lo scorso primo agosto il matrimonio religioso di Beatrice Borromeo e Pierre Casiraghi. Le nozze, precedute dal rito civile, hanno avuto luogo nella splendida cornice delle isole Borromee, sul lago Maggiore.

Se i due sposi ci avevano già fatto sognare due settimane fa, il rito religioso si è svolto nel pieno rispetto della tradizione: un sontuoso abito bianco per la Borromeo e un tight per Pierre Casiraghi.

Per la cerimonia in chiesa la sposa ha scelto Armani: un lungo abito in pizzo chantilly della collezione Armani Privé. Linea classica e sofisticata, strati di chiffon di seta, e un lungo velo in pizzo chantilly a corredare il look principesco. Frac grigio chiaro per Pierre Casiraghi, in un look da perfetto principe azzurro.

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Il matrimonio religioso di Beatrice Borromeo e Pierre Casiraghi si è svolto alle isole Borromee, sul Lago Maggiore



Per il ricevimento la Borromeo ha indossato un secondo vestito sempre Armani Privé in tulle di seta. Profonda scollatura sul seno e drappeggi che partono dalle spalle per creare un lungo strascico in tulle di sera plissettata. Pezzo forte: due antiche spille tramandate dalla sua blasonata famiglia, che la sposa portava appuntate nel vestito. Scene fiabesche per l’arrivo dei due sposini a bordo di un piroscafo decorato con fiori d’arancio.

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Tight grigio per Pierre e abito Armani Privé in pizzo chantilly per Beatrice



Tra gli invitati la cantante Lana del Rey col fidanzato Francesco Carrozzini, Mette-Marit di Norvegia e le famiglie Grimaldi e Borromeo al completo. Marta Marzotto ha indossato due degli immancabili caftani che l’hanno resa celebre; Charlotte Casiraghi, un po’ spenta durante il rito religioso, in un abito in pizzo giallo, è esplosa in mood bucolico al ricevimento, con un lungo abito a fiori.

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Un secondo abito Armani Privé per il ricevimento. Profondi drappeggi e strascico principesco.

Tripudio di fiori anche negli outfits indossati al ricevimento dalle tre sorelle della sposa, Isabella, Lavinia e Matilde. Mood boho-chic per Tatiana Santo Domingo e Franca Sozzani, in uno splendido Valentino. Quadretti vichy alternati ad un sontuoso abito Giambattista Valli per Bianca Brandolini d’Adda.

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Caftano d’ordinanza per Marta Marzotto, nonna della sposa



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Tantissimi gli outfit floreali per il ricevimento



Semplicemente perfetta la celebre stylist Giovanna Battaglia, con un delizioso hatinator. Total look Chanel per la madre dello sposo, Carolina.

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Charlotte Casiraghi opta per un lungo abito a fiori per il ricevimento



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Paillettes Chanel per Carolina, al ricevimento nuziale



Altre invitate illustri, Diane von Furstenberg e la socialite Poppy Delevingne, la stilista americana Carolina Herrera e le top model Elisa Sednaoui, Eva Herzigova ed Ana Beatriz Barros.

Nina and The Wolf collezione A/I 2015

Midnight Sky Collection:

La collezione Nina and The Wolf AI15 è ispirata a quelle fredde e chiare notti d’inverno, dove le stelle dorate brillano nei cieli di velluto blu.

Il velluto blu, che gioca il ruolo di filo conduttore tra tutti i pezzi della collezione, è accompagnato da un favoloso pizzo oro – italiano – che illumina ed impreziosisce i completini di lingerie. Un leggero tulle blu è accostato a dettagli in velluto, come una fresca brezza invernale che da un tocco giocoso alla collezione.

I pezzi della collezione sono stati pensati per essere combinati e mixati tra loro, creando giochi di trasparenze e sovrapposizioni per esprimere al meglio il proprio stile.

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Lookbook AW15

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Nina and The Wolf, il nuovo brand di lingerie e loungewear, che vuole cambiare il modo in cui le donne pensano alla lingerie.
Nina and The Wolf nasce dall’idea di Gaia e Marta, due giovani ragazze che decidono di fondere l’originalità del design ispirato agli anni passati a Londra e l’eccellenza della produzione che contraddistingue il loro paese d’origine – l’Italia – dando a questo nuovissimo brand Svizzero un vibe veramente internazionale!

Made in Italy with Love

Per Nina and The Wolf la qualità è il segreto per creare qualcosa di stupendo: dalla scelta della produzione tutta italiana alla selezione di materiali di primissima qualità e produttori di alto livello, rinomati per la loro attenzione ai dettagli. Perché ogni donna dovrebbe avere lingerie di qualità, qualcosa che la faccia sentire sexy ed orgogliosa, che la renda sicura di sé.

Tutti i prodotti  Nina and The Wolf sono stati pensati per essere portati anche come capi da mostrare: abbinati ad un paio di jeans o lasciati intravedere dalla vostra maglietta preferita. Insomma, divertitevi a creare nuove combinazioni!

Nina and The Wolf_Zenzero

Nina and The Wolf_Rabarbaro

Nina and The Wolf_Prezzemolo

Nina and The Wolf_Liquirizia

Nina and The Wolf_Ginepro

Nina and The Wolf_Ginepro_1

Nina and The Wolf_Cumino_1

Nina and The Wolf_Assenzio_1

Nina and The Wolf_Anice Set

La rete TOR è vulnerabile, lo dimostra una ricerca del MIT

Con circa 2.5 milioni di utenti attivi su base giornaliera, la rete TOR è il sistema di navigazione anonima più utilizzato al mondo. Le persone costrette a vivere sotto regimi dittatoriali hanno fatto ricorso a TOR per più di un decennio con lo scopo nascondere le proprie abitudini di navigazione, mentre i siti Web con contenuti sovversivi lo hanno usato per occultare la posizione dei loro server agli occhi della censura. Nei paesi civilizzati, invece, TOR si è guadagnato le luci della ribalta grazie al Deepweb, un ecosistema di pagine e servizi nascosti ai quali è impossibile accedere tramite la normale rete internet.


La rete TOR è un’infrastruttura costruita da computer che comunicano utilizzando protocolli non convenzionali. Il suo funzionamento è molto semplice: se un host vuole visualizzare una pagina web in forma anonima, inoltra ad un altro host TOR scelto in modo casuale (detto “guardia”) una richiesta incapsulata in diversi strati di crittografia. Il computer che prende in carico la richiesta provvede a ‘staccare’ il primo strato di crittografia, inoltrando poi il messaggio ad un altro host della rete TOR (anch’esso scelto casualmente). Il processo si ripete fino a quando la richiesta originale raggiunge il server di destinazione – ovvero quello che ospita la pagina da visualizzare – il quale stacca l’ultimo livello di crittografia e inizia ad inviare i dati alla sorgente seguendo il percorso inverso. Mentre le informazioni transitano all’interno della rete, nessuno degli host coinvolti ha modo di conoscere contemporaneamente sia l’indirizzo IP di origine (l’host che per primo ha inviato la richiesta) che quello di destinazione, da cui l’anonimato. Questo schema di routing, costruito su strati successivi di crittografia, è noto con il nome di Onion Routing (o routing a cipolla).


Tuttavia nessun sistema, per quanto raffinato, è esente da pecche. Di recente un gruppo di ricercatori del MIT, in collaborazione con il Qatar Computing Research Institute (QCRI), ha scovato una vulnerabilità nella struttura interna della rete TOR che potrebbe compromettere l’anonimato degli utenti. I ricercatori hanno dimostrato che, nonostante le informazioni in transito all’interno della rete siano criptate, è comunque possibile dedurre la posizione dei server ‘nascosti’ analizzando i modelli di traffico sui singoli host della rete.


Per scoprire la vulnerabilità i ricercatori non hanno fatto altro che creare un host “guardia” inserendolo poi nella rete TOR. L’idea di base è molto semplice: dato che gli host sono scelti a caso, se l’host “guardia” riesce a connettersi ad un numero sufficientemente alto di computer all’interno della rete ci sono buone probabilità che, almeno in alcune occasioni, riesca ad occupare una posizione ideale per intercettare i dati in transito. Durante la creazione di un circuito, infatti, gli host della rete TOR devono scambiarsi informazioni di continuo, e devono farlo in entrambe le direzioni: se l’host “spia” riesce a guadagnarsi una posizione ottimale all’interno del circuito, allora può analizzare i modelli di traffico e identificare la coppia sorgente-destinazione senza dover eliminare tutti gli strati della crittografia. Utilizzando questa tecnica i ricercatori hanno dimostrato che è possibile tracciare l’esatta identità degli host (e dei server) con una probabilità dell’88%.


Oltre a rilevare la vulnerabilità i ricercatori hanno anche elaborato una tecnica per eliminarla. A detta dei rappresentanti di Tor Project la tecnica potrebbe essere implementata già nelle prossime versioni del software TOR. “Oggi l’anonimato è considerato parte integrante della libertà di parola” ha detto Albert Kwon, uno dei principali autori della scoperta. “L’Internet Engineering Task Force sta cercando di sviluppare uno standard per i diritti umani che coinvolga Internet, e l’anonimato costituisce un elemento fondamentale della loro definizione di libertà. Quando si è anonimi, si può dire tutto ciò che si pensa su un governo autoritario senza temere persecuzioni.”


FONTE: Fortune

Petr Veselý e il nichilismo dell’immagine

La pittura di Petr Veselý si pone ai vertici della ricerca figurativa contemporanea .

Certo di figurativo in senso stretto nel lavoro di questo grande pittore ceco non vi è niente ma quei simulacri, quei segni d’immagini che attraversano le sue tele scarne, sostanziano certo un’idea di realtà.

Alla Galerie Rudolfinum di Praga si è da poco conclusa una sua personale dal titolo bellissimo Angel, Shadow.

La mostra è un viaggio spirituale, quasi mistico, nel vuoto dell’immagine.


Petr Veselý e il nichilismo dell’immagine


La tela per Petr Veselý diventa quel luogo non luogo d’incontro di un segno che solo simbolizza un possibile reale.

Alcuni lavori hanno un che di drammaticamente doloroso come la tela composta solo di bianco e frammenti di chiodi che sostengono un vetro spezzato.

L’opera, di piccole dimensioni, rappresenta una sorta di sintesi della poetica di questo pittore geniale.


Petr Veselý e il nichilismo dell’immagine


L’assenza di riferimenti spaziali nelle sue tele è ciò che ancora di più contribuisce a renderle magnificamente spaesanti.

Uno dei capolavori presenti in mostra è Morte del Papa dove appena accennato con un rosso acceso s’intuisce il corpo del papa con il volto appena delineato.

L’opera è di grandi dimensioni e nella sua drammaticità attira lo sguardo sulla presenza di quella macchia rossa che sta li a significare un corpo .

Anche qui, come in tanta arte contemporanea, ci troviamo posti di fronte all’idea del non essere, alla rinuncia cioè di qualsiasi idea di essenza o sostanza .

Il fatto poi che sia proprio il Papa a essere in un luogo non luogo, dove un uomo si rintraccia come morto , come non più presente , da ancora più il senso del drammatico vuoto della morte .

E’ un Papa spogliato di ogni rilevanza simbolica quello di Petr Veselý, un Papa la cui morte è solo una traccia del nulla che tutto è.

Insomma c’è un acceso nichilismo nella sua opera e tutte le sue tele, proprio tutte, sintetizzano e significano questa idea di assenza.

VERBA: Come trasformare il PLURIBALL in Slippers!

Federico Verdiani e il Team Verba puntano su un “monoprodotto” confermando il potere delle SLIP-ON come Must-have, sia in versione maschile che femminile.

Il progetto lanciato da Verba pone in primo piano l’aspetto estetico, combinando il fascino di una forma classica con la progettualità contemporanea, lavorando su un design essenziale che trasforma tutto in un look di grande personalità.
E’ cosi che sono nate le Slippers e Slip-On realizzate interamente in Pluriball (il materiale a bolle d’aria comunemente usato per gli imballaggi), studiato e realizzato in una consistenza particolare e ideale per la realizzazione di questo non convenzionale tipo di calzatura; mixando il massimo comfort alla qualità e al design.

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Ideato, progettato e realizzato interamente in Italia, per uno stile deciso che non passa inosservato.
Un modello estremamente Chic quello di Verba, dalla forma lineare e sobria, ma abbinata ad un fondo gomma Extra Light leggermente rialzato.
L’utilizzo di concetti forti e mirati è totalmente riuscito, in un gioco di tonalità Shocking tradotto e rielaborato perfettamente dal brand per la creazione di un prodotto “unico”.
Una Slip-On fuori dagli schemi che propone una visione creativa con uno spiccato twist concettuale, valorizzata dalla semplicità di alcuni dettagli che rispecchiano una personalità del nostro “customer”.

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Ogni collezione – afferma Federico Verdiani, designer Verba- parte dal colore e dagli abbinamenti tra materiale e trattamenti che posso sviluppare insieme agli artigiani che lavorano per me. Le mie slippers sono prima di tutto italiane, 100% made in Italy. Era questo che volevo prima di tutto, portare nelle mie collezioni un twist raffinato, italiano da tutti i punti di vista, per questo motivo le slippers Verba hanno un design riconoscibile

Le slippers Verba oggi sono indossate da molti fashion addict e grazie a loro sono diventate dei veri passepartout dello stile urban-chic.

Il marchio è distribuito nei migliori concept store italiani ed all’estero in Francia, Belgio, Paesi Bassi, Austria, Germania, in Giappone ed in Corea del Sud

Cosa succederà in Afghanistan ora che il Mullah Omar è morto

Il Mullah Omar è morto. Questa volta per davvero. Il leader dei talebani afghani, semi sconosciuto e di cui circolano pochissime foto era scomparso dalle scene da tempo a causa, probabilmente, di una malattia. Non si è sicuro di quando la morte sia avvenuta. Le voci sulla morte del mullah con un occhio solo si susseguono da tempo ed è curioso che il governo afghano ne abbia dato l’ufficialità in questo periodo assai particolare per il paese martoriato dalla guerra.


Il processo di pace sembrava aver acquisito nuovo vigore e la morte del Mullah Omar potrebbe creare scompiglio all’interno delle fila talebane e porre un freno ai colloqui di pace. Il nuovo incontro ad esempio è già stato spostato.


Alcuni osservatori parlano di un tentativo di sabotaggio del processo di pace. Ci sono molti attori che avrebbero da guadagnare da un fallimento del processo di pace, per esempio degli agenti dei servizi pakistani che preferirebbero una guerra continua in Afghanistan per limitare l’influenza indiana nella zona; rivali politici del presidente Ashraf Ghani o dei talebani duri e puri che vogliono rimanere sul campo di battaglia.


La cosa veramente strana è che nessuna di queste figure ha fatto l’annuncio ma è stato il governo afghano a riportare la notizia, l’attore che, in teoria, non avrebbe voluto che la notizia venisse ufficializzata in questo momento.
Una delle ipotesi che circola in questo momento è che siano stati gli afghani a passare le informazioni a Kabul e che, con l’intento di far fallire i negoziati, abbiano spinto gli afghani a rendere pubblica la notizia.


Anche questa ricostruzione però fa acqua, un interruzione del processo di pace metterebbe in grande difficoltà Akhtar Mohammad Mansour, il secondo del Mullah Omar e uno dei candidati alla successione con il figlio del mullah. Mansour è un forte sostenitore del processo di pace ed è molto vicino ai pakistani.
Tutti gli interlocutori del governo afghano: gli statunitensi, i cinesi e gli indiani supportano le trattative di pace. Ognuno a proprio modo.


Gli afghani sembrano credere che l’annuncio possa aiutare il processo di pace ma sembrano gli unici, le probabilità che i talebani si dividano dopo la morte di una figura carismatica come il Mullah Omar sono altissime. I due gruppi principali, quello guidato dal figlio più vecchio del Mullah Omar, Muhammad Yaqoob, e quello guidato da Mansour con ogni probabilità lotteranno per ottenere l’egemonia e lasceranno i talebani senza un interlocutore accettato da tutti i gruppi talebani per i negoziati.


Una delle ipotesi più probabili è quella che il governo afghano abbia voluto dare una spinta in direzione del caos alla loro controparte. I talebani in questo periodo hanno avuto varie defezioni a favore dell’ISIS, diversi gruppi hanno avuto divergenze e ora la lotta per il vertice potrebbe creare un grande caos al loro interno. Kabul potrebbe voler forzare la mano con il gruppo allo sbando ma probabilmente, nel caso, ha sbagliato approccio.

Smells like Kurt spirit

E’ lo spirito di Kurt Cobain, che aleggia nel cinema e nella moda, a alimentare e rendere vivo il suo ricordo nelle giornate estive.

L’irrequietezza dell’infanzia creativa, da bambino “full of energy” a detta di sua madre, passando al vandalismo adolescenziale, prodotto dall’emotività messa a dura prova, fino al successo planetario con i Nirvana, affiancato dalla carnale relazione con Courtney Love, e al suicidio, avvenuto a soli 27 anni.
“Montage of heck”, documentario dedicato a Kurt Cobain, del regista Brett Morgen, torna di nuovo in selezionate sale worldwide il prossimo 7 agosto, dopo aver concesso ai fan date centellinate, la scorsa primavera. E lo fa in grande stile, infatti, nella versione americana, è stato inserito un brano inedito firmato da Cobain.

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Un mix di registrazioni, animazione, pensieri sulla quotidianità e filmini amatoriali, provenienti dall’archivio familiare di colui che, più di 20 anni fa, raccontava lo spaccato di una generazione cresciuta nei sobborghi metropolitani.
Un ricordo ardente più che mai anche nella moda.
Infatti, continua a ispirarsi al suo stile Hedi Slimane, designer di Saint Laurent che, per la prossima primavera/estate 2016, immagina Cobain sulle spiagge di Santa Monica, mixando il tributo al leader del grunge con quello della cultura surfer californiana.
Capelli ossigenati, occhiali con frame in plastica bianca, in ricordo di quelli indossati in uno dei suoi ritratti più famosi, camicie a quadri, jeans strappati e cardigan oversize. Cobain e Love, ed ecco comparire in passerella abiti babydoll, calze a rete e Dr Martens. Evidente tributo al look adottato negli anni ’90 dall’altra metà dell’artista.

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Un omaggio che precedentemente aveva proposto anche Dries Van Noten, dedicandogli la collezione primavera/estate 2013. Di sicuro Cobain non avrebbe disdegnato visto che, poco prima della sua morte, aveva indossato con ironia il brand su Mademoiselle magazine.

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Uno spirito teenager cristallizzato nell’eternità dell’arte.

Giorgio di Sant’Angelo, genio della moda

Ci sono talenti unici, che nascono una sola volta ogni secolo. È certamente il caso di Giorgio di Sant’Angelo, genio della moda a trecentosessanta gradi, che ha fortemente influenzato gli anni Sessanta e Settanta.

Designer poliedrico e progressista, stylist ante litteram, visionario e ribelle, Giorgio aveva una sua personalissima visione della moda, che ancora oggi si pone come un unicum assoluto.

Sangue blu nelle sue vene, il conte Giorgio di Sant’Angelo (nome completo Jorge Alberto Imperatrice di Sant’Angelo e Ratti di Desio) nasce il 5 maggio 1933 a Firenze ma trascorre la sua infanzia nella tenuta del nonno, tra Argentina e Brasile, prima di fare ritorno in Italia all’età di 17 anni.

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Suggestioni tratte dagli amerindi



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Jean Shrimpton in Giorgio di Sant’Angelo



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Ancora la Shrimpton versione gipsy



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Klimt dress, collezione A/I 1969



Dopo aver conseguito la laurea in Architettura presso l’università di Firenze, studia Design industriale a Barcelona e Storia dell’arte alla Sorbona. Artista poliedrico e dall’instancabile creatività, vince una borsa di studio che gli permette di conoscere Picasso, con cui lavora per sei mesi.

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L’influenza dei Nativi Americani



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Ispirazioni tratte dagli indiani Navajo, Eskimo e dalle culture dell’America del Sud



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Le Ande e il fascino della lana mohair, delle frange e dell’uncinetto



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Anni Settanta, ispirazione indios



Successivamente il giovane si cimenta anche con l’animazione, sottoponendo un cartoon alla Walt Disney che, fortemente colpita dall’estro del ragazzo, gli offre uno stage. Giorgio parte quindi alla volta di Los Angeles, ma il suo inglese non eccellente lo riporta bruscamente alla realtà e lo costringe ad abbandonare l’esperienza dopo appena 15 giorni. Dopo qualche tempo si trasferisce a New York: a questo periodo risalgono le prime esperienze lavorative, come artista tessile ed interior designer.

Inizia a creare, per puro hobby, gioielli in plastica e lucite, dalle forme geometriche, che impressionano fortemente la fashion editor Catherine Murray di Montezemolo e Diana Vreeland, che lo vuole subito su Vogue. La sagace mente della Vreeland, già scopritrice di molti talenti, fiuta immediatamente il genio che ha davanti e lo assume come stylist freelance. È da questa collaborazione che nacquero perle rimaste ancora insuperate nel panorama della moda mondiale.

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Il celebre shoot “The Magnificent Mirage”, Veruschka in Giorgio di Sant’Angelo, foto di Franco Rubartelli, Deserto Dipinto (Arizona), Vogue, luglio 1968



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Un altro scatto dallo stesso fashion shoot, voluto ed ideato dalla fashion editor Diana Vreeland



Nel 1966 Giorgio inizia a lavorare come designer, creando la sua prima linea di prêt-à-porter. Per la sua collezione attinge alle tradizioni culturali di diversi popoli, come quella dei nativi americani, per dar vita a capi dall’impatto fortemente scenografico. Suggestioni tratte dalle Ande, come si evince dalle stampe patchwork e dalla caratteristica lavorazione all’uncinetto. E ancora elementi rubati agli amerindi, come la lana mohair, le piume, le frange e i pellami tipici dei costumi dei nativi americani, stampe tratte dalla cultura azteca ed incas, il jersey, il mix di pattern e fiori ripresi dai costumi dei Navajo e degli Eskimo, l’opulenza di trecce e broccati di ispirazione gipsy, capolavoro indiscusso di styling.

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Un outfit creato a mano dallo stilista



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Giorgio di Sant’Angelo fu uno dei primi stylist al mondo



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Suggestioni andine



Il suo contributo più grande nonché la sua rivoluzione fu bandire le cerniere lampo e progettare per la prima volta materiali stretch, che non costringessero il corpo femminile ma che vi si adattassero perfettamente. Designer pluripremiato, fu insignito del prestigioso Coty Award per ben due volte, la prima nel 1968 e la seconda nel 1970. Nel 1967 eliminò la “di” dal suo cognome e rinunciò al titolo nobiliare. Creò ben presto una linea più economica, denominata Sant’Angelo 4U2, seguita da un’altra più attenta alle tendenze del momento, la Marjer parts.

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Ancora uno scatto tratto da Vogue, luglio 1968



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Veruschka in Giorgio di Sant’Angelo, Deserto Dipinto (Arizona), luglio 1968



Le sue creazioni furono apprezzate da Bianca Jagger, Faye Dunaway, Isabella Rossellini, Cher, Diana Ross e Lena Horne. Posarono per lui modelle del calibro di Veruschka, Marina Schiano ed Elsa Peretti. Lo stilista, ricordando quei primi tempi, disse che all’epoca non avevano un soldo e che le ragazze posavano per lui la notte, dopo aver trascorso tutto il giorno a lavorare.

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Veruschka in Giorgio di Sant’Angelo



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Gli Indiani d’America nelle creazioni di Giorgio di Sant’Angelo



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Veruschka in compagnia del designer



Veruschka in Giorgio di Sant’Angelo



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Lo stilista con Elsa Peretti, foto di Ed Pfizenmaier



Celebre e ancora oggi insuperato esempio di perfezione stilistica, lo shooting del 1968 per Vogue, scattato nel deserto dell’Arizona con Veruschka come modella e con la fotografia di Franco Rubartelli, all’epoca legato sentimentalmente alla modella. Ideato da Diana Vreeland, fashion editor di Vogue, ambientato nella magnifica cornice del Deserto Dipinto, in Arizona, qui il genio di Giorgio vede la consacrazione ufficiale: la fashion editor alla fine concesse ben 8 pagine a quello shooting, in cui esplose la manualità di Giorgio, che dal nulla creò degli splendidi outfits. Lì dove chiunque avrebbe visto solo un mucchio di stoffe, lui vide dei vestiti. “Faceva caldo, terribilmente caldo”, ricorda Veruschka. Ad un certo punto, fasciata dentro un outfit che ricordava una specie di sacco a pelo, la modella perse i sensi.

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Veruschka indossa una creazione di Giorgio di Sant’Angelo



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Marisa Berenson, Styling di Giorgio di Sant’Angelo



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Veruschka indossa una collana di Giorgio di Sant’Angelo, foto di Franco Rubartelli



Lo stilista, genio ribelle ed anticonformista, si spense il 29 agosto 1989 per un cancro ai polmoni, ad appena 56 anni, lasciando però un’eredità immensa, che influenzò designer come John Galliano, Anna Sui e Marc Jacobs. Ammirato da Bill Blass, da Donna Karan per il comfort offerto dai suoi capi, Giorgio amava definirsi “un artista prestato alla moda, un ingegnere del colore e della forma”.

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Jill Haworth con bracciale ed orecchini Giorgio di Sant’Angelo, Vogue, foto di Bert Stern



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Twiggy, decorazioni di Giorgio di Sant’Angelo



Genuinamente convinto che moda e arte fossero strettamente correlate, auspicava la nascita di uno studio in cui architetti e creatori di moda lavorassero fianco a fianco, sulla falsariga delle Bauhaus di Vienna di inizio Novecento. Un talento insuperabile che meriterebbe di essere ricordato più spesso dagli addetti ai lavori.

Un week-end culinario al verde

D-Art vi porta alla scoperta dei 4 ristoranti “green” più in voga nella Milano dell’Expo. Tra sperimentazioni culinarie e stili di vita sani siete pronti per una 48 ore da vegetariani?

Una popolazione al verde e non parliamo del PIL ma dei cittadini che scelgono sempre più l’alimentazione vegetariana e vegana. A oggi, secondo i dati Eurispes, sono circa 4,2 milioni gli italiani che decidono di non mangiare carne.
Una tendenza alimentare che, nel centro nevralgico dell’Expo, ha visto nascere realtà satellite interessanti e sperimentali dal punto di vista culinario e visivo.
Luoghi da visitare nei weekend estivi e autunnali, per avvicinarsi all’alimentazione “green” o semplicemente per deliziare il palato già forte della sua scelta.
Per il pranzo con gli amici del sabato, tra una retata di shopping e l’altra, essendo collocato in una delle rare zone pedonali in città, si consiglia Radice Tonda. Un luogo in cui si esaltano i sapori e i colori degli alimenti provenienti da agricoltura biologica e biodinamica. Gli utensili sono totalmente biodegradabili così come l’arredo di recupero sapientemente studiato. Vasta è la scelta tra le specialità dolci e salate con una particolare selezione di zuppe e vellutate. Le combo proteine, verdure e cereali vi consentono di scegliere tra deliziose opzioni intente a sfatare il mito che la cucina vegana, quindi addirittura senza alcun ingrediente di origine animale, è triste e poco gustosa.
Anche le bevande sono proposte con cura, vini e birre bio, tisane, caffè, cappuccini con latte di soia, digestivi alle erbe e centrifugati di frutta e verdura completano il menù per chi vuole fermarsi da Radice Tonda pure per la colazione e le brevi pause.

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Se l’intenzione è stupire gli amici con originali idee per il sabato sera Mantra Raw Vegan è il posto che fa per voi. Parliamo del primo ristorante vegano crudista in Italia, la cui filosofia è intenta a fornire un’esperienza culinaria alternativa e a trasmettere una sensazione di benessere spiriturale attraverso piccole opere di food design.
I crudisti vegani consumano solo cibi crudi o preparati a temperature al di sotto dei 45 °C, affinché gli enzimi e le proprietà nutritive degli alimenti non vengano perse.
Mantra, però, non è affatto integralista, il suo spirito di condivisione si estende al mini market, alla caffetteria e al laboratorio culinario, dove è possibile vedere la preparazione dei piatti grazie a innovativi macchinari statunitensi. Un viaggio per gli occhi che esplode nel minimalismo del design interno, caratterizzato da linee semplici, pulite e colori pastellati.
Spaghetti di zucchine al pomodoro e lasagne con ricotta di Macadamia sono solo alcuni degli alimenti, della cucina tradizionale italiana, rivisitati dallo chef Alberto Minio Paluello. Diplomato come Raw Vegan Chef alla Matthew Kenney Accademy di Santa Monica, con all’attivo significative esperienze nell’ambito internazionale, Paluello opera mirando alla conoscenza dell’alimentazione crudista nel nostro Paese.

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Il brunch domenicale in un’atmosfera che sa di casa può aver luogo solo da Orto Erbe e Cucina.
Un bistrot focalizzato sulle immense proprietà delle piante aromatiche che dà ampio spazio ai vegetariani e al rispetto delle materie prime.
Orto è un progetto nato dall’estro di alcuni professionisti di origini siciliane, appassionati nel mixare le erbe di stagione con i piatti tradizionali dell’isola più profumata del Belpaese. Un excursus plurisensoriale che guida il cliente a toccare, odorare e gustare le erbette che si ritrovano nei piatti, composti al massimo da quattro ingredienti.
E tra le idee più originali ci sono il premio fedeltà, vale a dire una piantina in omaggio a seguito di 3 pranzi, e il picnic da Orto. Da settembre, infatti, ogni domenica sarà animata da giochi, cestini di vimini e tovaglie a quadretti.


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Per concludere in bellezza il week end l’ideale è rifugiarsi in un angolo country presente nella cintura urbana. Parliamo di Erba Brusca, un’ ex cascina del 1600, sulla sponda del Naviglio Pavese, circondata dal proprio orto, con la vista che spazia sul verde dei campi e un’area relax sulla sponda del fiume.
Il ristorante, opera prima di Danilo Ingannamorte, sommelier, e di Alice Delcourt, chef, nasce dall’istintività fresca e passionale di chi lavora nell’eccellenza da molti anni.
La Delcourt, forte della sua nazionalità mista e delle innumerevoli esperienze professionali, rivisita la cucina italiana con richiami francesi, inglesi e americani.
Massimo il rispetto per la stagionalità dei prodotti, molti dei quali coltivati presso la cascina stessa, con ampia dedizione nei confronti dei vegetariani, senza disdegnare, però, chi mangia la carne che è prevalentemente bianca e proveniente da allevamenti controllati.

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Vegetariani e non alla ricerca di suggestioni per il palato e per gli occhi, di sicuro non resteranno delusi dai luoghi proposti e saranno pronti per altri week end tematici all’insegna del gusto.

Essere fashion editor: Grace Coddington

Fashion editor: nell’industria della moda oggi ricoprono un ruolo fondamentale ed insostituibile.

Personaggi chiave del fashion biz nonché del giornalismo di moda, idolatrate e temute, trend setter ed icone di stile: sono le fashion editor. Mediatrici tra le idee dei designer e la carta stampata, tutto gravita intorno a loro, nuove guru dallo stile impeccabile.

Uno dei nomi più famosi è sicuramente quello di Grace Coddington, direttrice creativa di Vogue America.

Pamela Rosalind Grace Coddington nasce ad Anglesey, in Galles, nell’aprile del 1941. I genitori, Janie e William, gestiscono un piccolo hotel nell’isola, il Tre-Arddur Bay Hotel. Il padre muore di cancro quando Grace ha appena undici anni, nel 1952.

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Grace Coddington negli anni Settanta

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La fashion editor in gioventù ha lavorato a lungo come modella

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Nata in Galles, arrivata a Londra ha debuttato come modella per Vogue

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Grace Coddington posa per David Bailey, Vogue UK, 15 settembre 1966

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Come modella, Grace Coddington ha posato per fotografi del calibro di Norman Parkinson e Frank Horvat

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Vogue UK, settembre 1962

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Uno scatto degli anni Settanta

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Scatto del 1973

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Grace Coddington in Jean Muir, Vogue UK settembre 1973

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Viso sbarazzino e lunghi capelli fulvi

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Grace Coddington posa per Willie Christie, Vogue, 1977

 

La giovane avverte sempre più il bisogno di evadere da quella realtà angusta e provinciale e, compiuti i diciotto anni, cerca fortuna a Londra. Sono gli anni della rivoluzione culturale più sconvolgente, che inizia proprio nella Swinging London. Qui Grace lavora come cameriera e frequenta un corso serale di portamento alla Cherry Marshall Modeling School.

Grace Coddington ha lavorato a lungo come modella prima di diventare una giornalista. Appassionata collezionista di Vogue, fin dall’adolescenza non perde un numero della celebre rivista. Ed è proprio grazie ad un concorso bandito dalla “Bibbia della moda” che la giovanissima Grace inizia la sua carriera di modella, vincendolo nel 1959.

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1973

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Ancora in posa per Willie Christie, Vogue 1977

 

Grandi occhi da gatta e lunghi capelli fulvi, diviene in breve tempo una delle modelle più gettonate degli anni Sessanta e posa per fotografi del calibro di Frank Horvat, Norman Parkinson e Don Honeyman. Ma all’età di ventisei anni la sua carriera subisce un brusco stop a causa di un grave incidente automobilistico che la lascia sfigurata. La Coddington dovrà subire diversi interventi chirurgici per tornare quella di un tempo. Due anni dopo l’incidente, all’età di ventotto anni, fu intervistata dall’editrice di Vogue Beatrix Miller, e successivamente assunta come junior fashion editor.

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Foto di Helmut Newton

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Grace ritratta da Helmut Newton, 1973

 

La Coddington è brillante nel suo nuovo ruolo: gli anni trascorsi a posare come modella hanno infatti fortemente influenzato il suo stile e l’hanno resa capace di capire ed anticipare le tendenze.

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Vogue US, dicembre 2004, foto di Annie Leibovitz, stylist Grace Coddington

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Natalia Vodianova come Alice in Wonderland, foto di Annie Leibovitz

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Amy Adams & Tim Burton, Vogue dicembre 2014, foto di Annie Leibovitz

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Suggestioni oniriche e outfit teatrali negli shoot di Grace Coddington

 

La sua carriera prosegue con l’incarico di Photo Editor per Vogue UK, ruolo che ricopre per ben diciannove anni, prima di trasferirsi a New York. Qui inizia a lavorare nel 1987 per Calvin Klein come design director. Nel luglio 1988 approda alla redazione di Vogue America, al fianco di Anna Wintour, che ha appena succeduto, come editor-in-chief, a Diana Vreeland. Nel 1995 viene nominata direttore creativo della rivista.

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Vogue US dicembre 2008, Coco Rocha per Annie Leibovitz

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Coco Rocha e Roberto Bolle, Vogue US dicembre 2008

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Coco Rocha e Roberto Bolle come Romeo e Giulietta, foto di Annie Leibovitz

 

Stylist dal gusto iper femminile e dalle suggestioni vagamente retrò, i suoi editoriali sono onirici e sontuosi, veri e propri capolavori. Grace Coddington ha lavorato al fianco di fotografi del calibro di Mario Testino, Anne Leibovitz, Helmut Newton, Irving Penn, Patrick Demarchielier, Steven Meisel, Peter Lindberg, Bruce Weber, Arthur Elgort.

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‘Wild Irish Rose’, Vogue US settembre 2013, foto di Annie Leibovitz

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Daria Werbowy per Annie Leibovitz

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Atmosfere vittoriane per l’editoriale ideato da Grace Coddington per Vogue US settembre 2013

 

Citazioni letterarie, come lo shooting shakespeariano con un Roberto Bolle nei panni di un novello Romeo Montecchi, o rimandi all’arte pre-raffaellita. Alcuni shooting curati da lei sono entrati di diritto a far parte del patrimonio fotografico dei nostri giorni, come il servizio ambientato nella sua Inghilterra, con una Daria Werbowy struggente, o ancora il remake fotografico del celebre film di Hitchcock “La finestra sul cortile”, con una sofisticata Carolyn Murphy nei panni che furono di Grace Kelly. Uno styling improntato ad un gusto intramontabile: frequente l’uso di gonne a ruota, omaggio ai Fifties, per una femminilità che viene esaltata in modo superbo.

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Natalia Vodianova protagonista di un editoriale struggente

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Puff Daddy & Natalia Vodianova per Annie Leibovitz

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Un amore vissuto in viaggio: ritorna il romanticismo di Grace Coddington

 

Altro capolavoro lo shooting dedicato agli anni Venti ed apparso nel numero di settembre del 2007, così come quello in cui una giovanissima Natalia Vodianova posa come novella Alice in Wonderland per l’obiettivo di Anne Leibovitz, nel dicembre del 2003. Scatti dal gusto fiabesco e dalle suggestioni oniriche, ma non privi di un certo humour tipicamente inglese, come possiamo notare nell’idea -geniale- di trasformare Tom Ford nel Bianconiglio, Marc Jacobs nel Brucaliffo.

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Shoot ispirato alla “Finestra sul cortile” di Alfred Hitchcock

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Carolyn Murphy come Grace Kelly, Vogue US, Aprile 2013

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Carolyn Murphy e Tobey Maguire come Grace Kelly e James Stewart, foto di Peter Lindbergh

 

Editoriali che parlano, che raccontano delle storie. Protagonista è spesso l’amore, intriso di un romanticismo d’altri tempi, come nel servizio con Natalia Vodianova e il rapper Puff Daddy, uscito nel febbraio 2010. Lo shooting, ispirato al film Breve incontro prodotto da David Lean nel 1945, rappresenta la passione di due innamorati, consumata a bordo delle sontuose carrozze di un lussuoso Orient Express.

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Lara Stone in look retro per Mert Alas & Marcus Piggott

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Styling ispirato agli anni Cinquanta

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I Roarin’ Twenties visti da Grace Coddington

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Styling iper femminile curato da Grace Coddington

 

Grande amante dei gatti, Grace Coddington è divenuta celebre presso il grande pubblico nel 2009, in seguito al documentario “The September Issue”, che tratta l’uscita del numero di settembre 2007 di Vogue. Nel 2002 è uscito il libro fotografico “Grace: Thirty Years of Fashion at Vogue”, scritto dal suo fidato collaboratore Jay Fielden.