Archive for settembre, 2015

MILANO FASHION WEEK: IL “FUORI SFILATA” DA ROBERTO CAVALLI

Tripudio di celebrities e fashion blogger alla sfilata di Roberto Cavalli. Un indice positivo, per celebrare il ritorno del direttore creativo Peter Dundas

Il rinnovamento è avvenuto in casa Roberto Cavalli e il perché lo dobbiamo alla sapiente esperienza dell’ex direttore creativo di Emilio Pucci che, tornato alla casa di moda fiorentina, ne ha sconvolto le linee creative fino alla scorsa collezione in essere. Il risultato una collezione che mescola elementi sportivi ad elementi più eleganti per delineare lo stile di una nuova donna sportiva ma nel contempo una donna di classe. Tutti segnali evidenti di un cambiamento decretato da subito come un vero successo, avallato anche dallo stuolo di celebrities, vip e fashion blogger presenti. Come vi mostriamo nella gallery la sfilata di personaggi famosi è stata più che esauriente, a partire da lei, la super top model Natasha Poly (in black dress) a Renzo Rosso, da Afef alle fashion influencer Anna Dello Russo e Candela Novembre.
Un vero e proprio tripudio di stili, più o meno minimali, ma sempre e solo cool.
Gustatevi le nostre immagini inedite!

ph: Daniele Trapletti

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MILANO FASHION WEEK: STREET STYLE FOREVER

Vi sono i trend di passerella che anticipano le tendenze del prossimo anno e poi vi sono loro i look del fuori sfilata che più di altri sono da guardare, memorizzare e copiare. Il risultato: vincente.

Non c’è santo che tenga: la settimana della moda milanese non è solo una serie illimitata di sfilate, tutte perfettamente segnate in un calendario quasi impossibile da rispettare anche per la giornalista più efficiente ma è altro, molto altro. Ebbene sì, perché in realtà durante la famigerata fashion week le sfilate le puoi vedere on the road, in ogni zona di Milano tu ti trovi, a qualsiasi ora del giorno e della notte. Perché in quei “benedetti” 6 giorni la capitale lombarda viene letteralmente presa d’assalto da blogger, buyer, giornalisti cool (o presunti), fashion victim, ognuno con il suo bel bagaglio di outfit perfettamente studiati nei dodici mesi precedenti per stupire, per attirare gli sguardi dei passanti o, meglio ancora dei fotografi.

E di questo ce ne siamo ben accorti al “fuori” sfilata di Antonio Marras dove abbiamo potuto immortalare gli outfit very cool che qui vi presentiamo. Il filo conduttore? Siamo sinceri non c’è perché ognuno qui interpreta la moda del momento (o la moda che verrà) a suo piacimento. Che sia un chimono di paillettes, un dress in jersey a fiori abbinato a stivaletti texani, oppure un paio di short con i tanto amati anfibi slacciati non ha molta importanza se non quella di sentirsi a proprio agio mentre si esce da una delle catwalk più attese come quella di Marras. E tra le tante proposte non possono mancare certo gli outfit di alcune blogger sempre più in ascesa, come Catherine Poulin, che sfoggia uno chemisier con cerniera e, chicca, la borsa a forma di skateboard. Il risultato? Unico. Imitabile? Sì, ma attenzione a non esagerare con gli altri accessori. Perché mai dimenticare il diktat: less is more.

Appuntamento ai prossimi look da “fuori sfilata”.

ph: Daniele Trapletti

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Netflix sta per arrivare in Italia

Netflix arriverà in Italia il 22 ottobre e non ci sono ancora particolari informazioni sulla lista di titoli che saranno disponibili dall’inizio ma l’attesa è tanta ma prima di tutto cos’è Netflix?
Netflix è un servizio online tramite cui, per mezzo di un abbonamento, si possono guardare in streaming film, serie televisive documentari e quant’altro.


Netflix, insomma, è essenzialmente una libreria di contenuti multimediali online. Gli abbonati hanno la possibilità di accedervi e di usufruire dei contenuti da una qualsiasi piattaforma collegata a internet, computer, tablet, telefono o una smartTv. Gli abbonamenti per l’Italia saranno di 7,99 € per l’abbonamento base in cui si usufruirà di tutti i contenuti ma non in Hd, 9,99 € per avere i contenuti in Hd e due sessioni di streaming contemporanee e l’abbonamento Premium da 11,99 € per avere quattro sessioni contemporanee e la visione in 4K. Prezzi ultra concorrenziali considerando i concorrenti satellitari come Sky o Mediaset Premium.


Netflix, difatti, non è un semplice sito ma una vera e propria compagnia creatrice di prodotti esattamente come Sky o Mediaset con l’unica differenza che i propri servizi non passano da una parabola o da una antenna ma dalla connessione internet.


Negli Stati Uniti Netflix sta mettendo in difficoltà i canali via cavo storici che si sono dovuti mettere ad inseguire il nuovo arrivato sul suo campo, internet.
Niente male per una azienda che aveva cominciato con l’affitto di DVD per posta. Agli inizi ci si iscriveva al servizio e si sceglieva il film, questo veniva recapitato a casa tramite posta e appena visto lo si rispediva a Netflix con una busta pre-affrancata, nel momento in cui il primo DVD arrivava negli uffici di Netflix un altro DVD partiva. Il numero di DVD per mese era illimitato e il prezzo fisso.


Internet ha cambiato il servizio e il modello ha avuto tanto successo da aver costretto le televisioni a proporre contenuti on demand a loro volta. Come se non bastasse Netflix ha iniziato a produrre contenuti originali. Come i grandi network via cavo, appunto, e lo ha fatto in grande stile con House of Cards di David Fincher e con Kevin Spacey o Orange is the New Black.


Netflix ha anche dimostrato di saper imparare la lezione dallo streaming pirata. Con lo streaming, difatti, è arrivato il binge watching cioè il guardare più puntate di una serie televisiva una dietro l’altra. Netflix per venire incontro a questo nuovo modo di fruire dei contenuti mette online tutte le puntate delle serie che produce nello stesso momento in modo che, potenzialmente, uno potrebbe guardarsi tutte le puntate una di fila all’altra. Insomma tra poche settimane il panorama televisivo italiano cambierà, vedremo come i tre grandi attori del mercato del Belpaese reagiranno.

Blondiefull for D-ART

Ciao tutti,

da sempre i colori ci mettono allegria, ci fanno felici…Il post di questa settimana è tutto incentrato su un vestito colorato con un rimando agli anni ’80 – ’90 e alla scena pop.

So che la maggior parte di noi sa abbinare scarpe nere e borsa nera con un vestito colorato, ma io vorrei farvi vedere che se soltanto osassimo un pochino, il risultato potrebbe essere straordinario!
Il bellissimo vestito che indosso è di Piccione Piccione (abiti meravigliosi), io ho scelto un modello  classico che potrebbe stare bene a tutte noi.
Portare un vestito con una stampa è una scelta audace e difficile da combinare, ma a me il colore piace ogni tanto 😉  e vi mostro i miei abbinamenti:

una borsa blu elettrico di Gedebe e un paio di scarpe a pois di Ines della Rovere.

Accessori che magari vedendoli separatamente si potrebbe pensare non c’entrino nulla l’uno con l’altro e invece stanno benissimo insieme, per un look diverso, meno serio e con un’aria decisamente “pop” 😉
Come capospalla (se necessario) opterei per un giacca del proprio marito/fidanzato, da appoggiare semplicemente sulle spalle. Se la serata è meno formale, andrebbe bene anche una piccola giacca di pelle.

E vi assicuro non passerete inosservate:)
Viva i colori e i mitici anni ’80 – ’90 !

Love B
 

ENGLISH VERSION

Hi Everyone,

Colors put a smile on everybody’s face, they make you happy… so this weeks post is about a colorful dress with a blink to the late eigthies, early nineties and the pop-scene…
I know that most of us would combine black shoes and a black bag with a printed dress to tone it down but I would like to show that if you just dare a little, the result could be pretty nice.
The cute cocktail dress I am wearing is by Piccione Piccione ( who absolutely make all kinds of gorgeous dresses), I opted for this lets say classic model which fits on most body-types.
Now a busy print for many of us is daring and difficult to combine..But I really like a bit of color every once in a while..So here is how I did it… I decided to wear it with a bright blue handbag by Gedebe and a pair of pois shoes by Ines della Rovere.
Even though you might think it would never work together if you’d see the pieces seperately, it actually does.
It gives you a different look, less serious and it makes your dress more “pop”;)
And as a jacket (if needed) I would take a black blazer of your husband/boyfriend and just let it rest on your shoulders. If the evening is less formal I would even put a little leather jacket..
And I promise you, you will not pass unnoticed:)
Long live colors and the eighties/nineties….

Love B

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DRESS @PICCIONE PICCIONE
BAG @GEDEBE
SHOES @INES DELLA ROVERE

PH BY HENRIK HANSSON

Web privacy e diritto all’oblio

Se lo affrontiamo da un punto di vista tecnico e giuridico, il “diritto all’oblio” è il diritto riconosciuto ad una persona a non restare indeterminatamente esposti ai danni ulteriori che la reiterata pubblicazione di una notizia può arrecare all’onore e alla reputazione, salvo che, per eventi sopravvenuti, il fatto precedente ritorni di attualità e rinasca un nuovo interesse pubblico all’informazione; è una parte essenziale della declinazione concettuale del cd. “diritto alla privacy”, che appunto non è più solo il diritto che alcune informazioni individuali siano o meno rese note, ma soprattutto il riconoscimento della “disponibilità” personale di quelle informazioni, che possono essere divulgate solo con consenso esplicito.



Una sfera molto delicata di applicazione è nel diritto di cronaca, e anche più quando si parla di diritto all’oblio che parte dal presupposto che, quando un determinato fatto è stato assimilato e conosciuto da un’intera comunità, cessa di essere utile per l’interesse pubblico: smette di essere quindi oggetto di cronaca e ritorna ad essere fatto privato. Questo diritto difende indirettamente anche le vittime, in quanto ogni volta che un caso viene rievocato finisce per pesare di riflesso su chi lo ha subito nel ruolo di parte lesa (si pensi al caso delle violenze sessuali).


Il tema è di sempre maggiore attualità nell’era digitale, in cui le informazioni sono online, senza filtri, senza alcuna possibilità di controllo della loro attendibilità, veridicità, e tecnicamente rese “immortali” dalla assenza di procedure o prassi idonee a dare una “scadenza” alla permanenza dei dati. Si configura sempre più spesso la rivendicazione di un “diritto ad essere dimenticati online” inteso come la possibilità di cancellare, anche a distanza di anni, dagli archivi online, il materiale che può risultare sconveniente e dannoso per soggetti che sono stati protagonisti in passato di fatti di cronaca. L’estensione del diritto all’oblio al mondo del web si è rivelata un’operazione più difficile del previsto, fonte di dibattiti e controversie.


Il tema torna di attualità oggi con una sentenza della Corte di giustizia dell’Unione europea. In un pronunciamento consultivo su un caso spagnolo, la Corte afferma che Google e altri motori di ricerca hanno il controllo dei dati privati individuali dal momento che talvolta raccolgono e presentano i link in modo sistematico; l’azienda aveva sostenuto invece che non controlla i dati personali e si limita ad offrire link a informazioni già disponibili su internet gratuitamente e legalmente, sostenendo che non dovrebbe essere costretta ad assumere il ruolo di censore.
 Per la Corte in base alla legge europea le persone hanno il diritto di controllare i propri dati privati, specialmente se non sono personaggi pubblici. Se vogliono che informazioni personali irrilevanti o sbagliate su di loro vengano «dimenticate» dai risultati dei motori di ricerca, hanno il diritto di chiederne la rimozione anche si tratta di informazioni pubblicate legalmente. Se la richiesta venga accettata o meno dipenderà «dalla natura delle informazioni in questione, dalla sensibilità per la vita privata del titolare dei dati e dall’interesse pubblico dei dati stessi, interesse che può variare».


Google, afferma la Corte, deve rimuovere dai risultati i link «a meno che non ci siano particolari ragioni, come il ruolo giocato dal titolare dei dati nella vita pubblica, qualora sia tale da giustificare un interesse preponderante dell’opinione pubblica nell’avere accesso a quelle informazioni quando viene fatta la ricerca». Se lo spirito della sentenza appare corretto e chiaro, lo è meno nella sua applicazione concreta, che come spesso accade individua nel gestore informatico di un servizio anche una sorta di “arbitro umano” nella selezione e gestione delle informazioni, cui piacerebbe delegare giudizi di merito e caso per caso, cosa letteralmente impossibile nel web.


Semmai sarebbe utile “usare” Google per ottenere quali siano i siti da contattare e rivolgersi direttamente a quelli per la modifica delle informazioni ritenute lesive.
 Ma la sentenza non tocca i punti sensibili della gestione delle informazioni soggette al diritto all’oblio sui cui nessun legislatore ha mai indicato strumenti chiari che diano la certezza che banche dati private (quelle che vendono informazioni ad esempio a istituti di credito, finanziarie, assicurazioni) cancellino effettivamente a scadenza le informazioni “oblate”. Anzi, quanto più profonde e storiche sono le informazioni tanto più hanno valore economico, anche se riferite a atti o fatti storici da cancellare, come protesti, insolvenze o malattie croniche di dieci o vent’anni prima completamente curate, o carichi pendenti per i quali sia stata disposta anche la non menzione nei casellari giudiziari.

Come cambierà la guerra in Siria con Putin?

L’assemblea generale dell’ONU, come consuetudine, è stata una riunione di leader mondiali come non ne esistono altre. Non solo gli alleati ma anche i nemici si sono trovati tutti sotto lo stesso tetto. Poteva capitare di vedere Hassan Rouhani vicino a Francois Hollande e Evo Morales a fianco di Robert Mugabe. L’incontro più strano però è senza dubbio stato quello tra Barack Obama e Vladimir Putin. I due leader non si incontravano da un paio di anni e il loro colloquio privato è stato probabilmente molto franco a giudicare dalle facce imbarazzate al momento della stretta di mano davanti ai fotografi.


Uno degli argomenti di discussione (e di imbarazzo) tra i due è stato sicuramente la questione siriana. La Russia ha appena deciso di intervenire in forze in Siria contro ISIS ma anche in appoggio del suo alleato storico Assad, in aperto contrasto con le posizioni americane.
La Russia, tuttavia non è sola nella sua via alla lotta all’ISIS. L’intelligence russa sta scambiando informazioni con quella iraniana, quella irachena e quella siriana. In particolare Rouhani ha si è dimostrato molto vicino a Putin e alla sua visione di come dovrebbe essere la lotta all’ISIS.
Il leader iraniano è arrivato a dichiarare che Putin ha intenzione di impegnarsi in una azione più incisiva di quella che è condotta ora (quella della coalizione americana ndr).


Putin è i suoi alleati intendono usare Assad come una barriera nei confronti dell’estremismo ed è arrivato a dichiarare: “Dobbiamo renderci conto che nessuno sta combattendo contro ISIS a parte il presidente Assad e i curdi”. Una dichiarazione del genere certo non sarà piaciuta a Washington impegnata nella lotta a ISIS da mesi. Rouhani ha anche svelato che Putin gli ha detto che Obama era stato avvisato dell’entrata in guerra della Russia.


Obama da parte sua sembra sempre in difficoltà sulla questione siriana, gli USA combattono in Siria ma si limitano a un limitato numero di bombardamenti, la Russia entra in guerra e non c’è nessuna risposta ufficiale, la Turchia bombarda i curdi che combattono contro ISIS e non c’è nessuna risposta ufficiale. Questa inazione sembra fin troppo anche per un presidente prudente in politica estera come lo è sempre stato Obama, viene quasi il dubbio che l’intenzione USA sia quella di smarcarsi definitivamente dal vespaio mediorientale, lasciando spazio in Iraq e Siria a Russia e Iran.


Sia Mosca che Tehran hanno mostrato più volte che non avrebbero problemi a mandare delle truppe sul terreno, anzi, la Russia sta preparando il terreno per un impiego di soldati in massa e l’Iran, secondo Netanyahu, ha già mandato circa 1500 soldati sul campo. Questa situazione, d’altronde, non è inaspettata. Russi e iraniani si vedono a Damasco e Baghdad da mesi. Sia Putin che Rouhani considerano più seriamente il problema ISIS rispetto a Obama.


Certo una visione di questo tipo dal punto di vista geopolitico sarebbe difficilmente comprensibile: lasciare un’area cruciale e ricca di petrolio come quella del nord dell’Iraq e della Siria a dei nemici come Russia e Iran sarebbe una imperdonabile mancanza di lungimiranza ma alla luce dei fatti questa sembra essere la realtà.

SICARIO, IL THRILLER DI DENIS VILLENEUVE NON DELUDE

Ho ricevuto qualche rimprovero da qualche amico cinefilo per il mio entusiasmo verso il film Sicario che evidentemente non trova tutti d’accordo.
Voglio così approfittare per recensire Sicario diretto da Denis Villeneuve e spiegare i motivi per i quali lo trovo un gran bel film.
Il plot è certamente banale, si tratta di sgominare dei trafficanti di droga messicani notoriamente barbari e sanguinari, al confine tra Stati Uniti e Messico, in una zona dove non esiste la legge.
Tra i protagonisti c’è Kate, un’agente dell’FBI arruolata da un agente del governo in una task force d’elite impegnata nella difficile guerra al traffico di droga.
Il ruolo di Kate è affidato a Emily Blunt, la segretaria del film Il diavolo veste Prada, ma in Sicario la Blunt caccia letteralmente fuori le unghie e dimostra di essere una grande attrice intensa e drammatica.


SICARIO, IL THRILLER DI DENIS VILLENEUVE NON DELUDE


Un altro attore degno di lode è Benicio Del Toro che interpreta il ruolo, certamente scontato e già visto, di chi cerca vendetta per aver avuto la vita distrutta dai narcotrafficanti.
E’ chiaro che si tratta di un film di genere, è un thriller e se non vi piace il genere potete tranquillamente non andare a vederlo.
Se non avete amato Scarface di Brian De Palma, film che adoro, scritto da Oliver Stone mentre cercava di disintossicarsi dalla cocaina, che è un remake dell’omonimo lungometraggio del 1932 diretto da Howard Hawks, o non avete apprezzato Traffic di Steven Soderberg, Sicario certamente vi risulterà indigesto.


Tengo a sottolineare però che Sicario non è bello per ragioni diegetiche o più semplicemente narrative, ma per ragioni squisitamente tecniche ed estetiche, dato che nel cinema l’estetica è asservita alla tecnica e viceversa in un rapporto sofisticatamente sado-maso.
Infatti se il plot è sicuramente banale e già visto in tantissimi film western, la regia di Denis Villeneuve è di prim’ordine, curatissima, estetizzante ed essenziale.
Ciò che però più di tutto va premiato in questo film è la fotografia di Roger Deakins.
Gli scenari sono mozzafiato, nel film si possono ammirare alcuni dei tramonti più suggestivi di quella terra magica e violenta che è il Messico.
Non ne sono certa ma un oscar per la fotografia non lo escluderei per questo film.
Dulcis in fundo non posso non tessere le lodi di Benicio Del Toro che può anche stare muto ma appena la macchina da presa si ferma su di lui, lo schermo si riempie e davvero non ce n’è per nessuno, fascino latino e maledetto Benicio Del toro è davvero un grande attore.


Sintetizzando questo film insegna ancora una volta che gli americani sanno tecnicamente fare un film, e dato che noi italiani siamo ormai assuefatti alle orrende commediole e ai film intimisti e noiosi non possiamo cogliere i veri pregi di Sicario.
Tra l’altro non è neanche un film costato poco perché i soldi al cinema sono importanti.
Se, e mi ripeto, è vero che la storia è banale, i dialoghi sono però giustamente spesso d’effetto perché non dimentichiamo che puoi avere una storia bellissima ma al cinema se i dialoghi fanno schifo non te fai niente della storia.
Insomma fare un buon film non significa avere necessariamente una storia originale perché se hai grandi attori una buona regia e una fotografia da urlo il film lo fai e lo fai bene perché le storie, in fondo, lo dicevano sempre anche i migliori sceneggiatori che abbiamo avuto in Italia Age & Scarpelli, si ripetono sempre e sta ai bravi registi saperle reinventare con tecnica e visionarietà sempre nuova.

Buona visione .






SICARIO

DATA USCITA: 24 settembre 2015
GENERE: Drammatico, Thriller
ANNO: 2015
REGIA: Denis Villeneuve
SCENEGGIATURA: Taylor Sheridan
ATTORI: Emily Blunt, Josh Brolin, Jon Bernthal, Benicio Del Toro, Jeffrey Donovan, Raoul Trujillo, Maximiliano Hernández, Daniel Kaluuya, Dylan Kenin, Julio Cedillo
FOTOGRAFIA: Roger Deakins
MONTAGGIO: Joe Walker
MUSICHE: Jóhann Jóhannsson
PRODUZIONE: Black Label Media, Thunder Road
DISTRIBUZIONE: 01 Distibution
PAESE: USA
DURATA: 121 Min

Milano Fashion Week: la collezione San Andrès Milano SS 2016

Il Messico non è solo Chavela Vargas e la sua ranchera, ma è anche gioia e colore, ed è la tavolozza più variopinta rappresentata da San Andrès Milano nella collezione primavera-estate 2016.
Il verde smeraldo, il giallo focoso, il rosso acceso, il corallo ed il bluette sprigionano tutta la loro energia su capi dalle forme geometriche, con accenni fifties dati dalle gonne a ruota a segnare il punto vita o dal tubino dai colori floreali.

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Il designer messicano Andrès Caballero è fieramente radicato alle sue origini, la sfilata procede a ritmo di “Cumbia”, tradizionale musica latina che sottolinea il sentimento e il folklore tipico del popolo messicano, in uno scambio di culture e luce – così nasce la collaborazione straordinaria con SWAROVSKI: cristalli applicati ai capi che donano una lucentezza e una preziosità unici.

Ogni capo cattura luce, ogni capo è sinonimo di forza, grazia e bellezza; le forme a trapezio si alternano ad abiti attillati e plissé romantici, grandi fiocchi adornano i colli, i materiali si adagiano sul corpo senza fasciarlo, le sete sono esclusive, le organze di seta rigata creano un divertente effetto ottico.

Tutto è pulizia, luce e colore, per una donna il cui canto è un inno alla gioia!

Guarda tutta la collezione P/E 2016 San Andrès: 

Caroline de Maigret, parisienne chic

Perfetta incarnazione dello stile parisienne, modella internazionale e musa di Lancôme, nonché produttrice musicale, dj e autrice del bestseller che insegna a tutte come copiare il look da perfetta parigina.

Lei è Caroline de Maigret: quarant’anni, sangue blu nelle vene, la modella discende da un ramo dell’aristocrazia della Borgogna da parte di padre e dai principi polacchi Poniatowski dal ramo materno. Ribelle ed anticonformista, da giovanissima Caroline molla tutto per andare a New York a fare la modella.

Bellezza anticonvenzionale, naso importante su un volto dai lineamenti marcati, la modella è una delle icone di stile della Parigi più chic. Mamma di Anton, 8 anni, impegnata sul fronte umanitario ed ambasciatrice dell’eleganza francese, il suo look parisienne l’ha portata a scrivere con le amiche Anne Berest, Audrey Diwan e Sophie Mas una guida alla “femminilità parigina”: “Come essere una parigina. Ovunque tu sia” è uscito in Italia lo scorso 31 marzo per Mondadori. Il libro è stato subito bestseller, tradotto in 32 lingue e paragonato ad un Sex & the City versione francese.

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Caroline de Maigret è nata a Neuilly-sur-Seine il 18 febbraio 1975

Vogue, luglio 2014

Caroline de Maigret per Vogue, luglio 2014

Caroline de Maigret è una modella ed icona dello stile parisienne

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Autrice del bestseller “Come essere una parigina. Ovunque tu sia”, uscito in Italia lo scorso marzo

Vogue Spagna

Uno scatto per Vogue Spagna



Effortlessly chic è la parola d’ordine per acquisire il look da parigina doc: quell’aria apparentemente acqua e sapone, capelli finto spettinati e poi, d’improvviso, il coup de foudre di un rossetto rosso lacca, a conferire un tocco di charme. La bellezza da Ville Lumière è alla portata di tutti, afferma Caroline, citando all’inizio del libro icone come Jane Birkin e Romy Schneider, divenute icone dello stile francese pur essendo nate altrove. Non temere di invecchiare è la regola numero uno per donne che credono nel loro potenziale seduttivo indipendentemente dall’età e dai canoni estetici vigenti. Forse nuove femministe, come la stessa autrice si dichiara, perché l’andare controcorrente è chic.

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Effortlessy chic è la parola d’ordine per imitare lo stile parigino

Caroline de Maigret per Lancôme

La modella è musa iconica di Lancôme

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Caroline de Maigret in Chanel durante la Fashion Week

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Ancora la modella in total look Chanel

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La top model è mamma di Anton e impegnata sul fronte umanitario

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Icona di stile e modella, la carriera di Caroline de Maigret è iniziata a New York



Altra regola di stile esige il reggiseno nero sotto la camicia bianca. Alleggerire, adottare un look bohémien, facendo propria la massima di stile per eccellenza del “less is more”. Bando ai loghi, assolutamente vietati in un guardaroba sofisticato, come pure i mezzi tacchi e in generale le mezze misure. Tagliarsi i capelli da sole è un’altra abitudine da acquisire, infine, essere sempre “trombabili” (parole testuali), anche per andare a fare la spesa. Le parigine dominano la moda, sostiene Caroline de Maigret. E noi ne siamo assolutamente convinte.

Vogue Spagna

Vogue Spagna

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Un altro scatto per Vogue Spagna

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Nel suo libro “Come essere una parigina. Ovunque tu sia” Caroline de Maigret svela i segreti del suo look

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Chiodo e clutch per un look bohémien

Parigi, A/I 2014-2015

A Parigi durante la fashion week A/I 2014-2015

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La modella a New York per le sfilate P/E 2015




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Speciale Fashion Week: Au jour le jour Primavera/Estate 2016

Il duo di designer si lega ad una delle storiche icone Pop italiane: il fustino Dash.


L’irriverenza di Au Jour le Jour, per lanciare segnali positivi e esularsi dalla crisi economica, celebra una delle icone pop nazional popolari: il fustino Dash.
In occasione del cinquantenario, infatti, il brand stringe una partnership con la Procter&Gamble dando vita a una collezione tematica.
Nato negli anni del boom economico, il detersivo ha segnato intere generazioni promuovendo l’innovazione e la ricerca nell’ambito della pulizia e della cura dei tessuti.


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Un concetto affine alle idee del giovane marchio che, in passerella, fa sfilare un vero e proprio “omaggio allo sporco da lavare”.
Le macchie di tutti tipi si ritrovano nelle intessiture jacquard, nelle spalmature gommate, nelle trasparenze del fil coupé nei trompe l’oeil sull’ecopelle effetto alligatore.
Le paillettes trionfano sui tessuti e il concetto di riutilizzo degli accessori vede i pendenti staccarsi dagli abiti per diventare gioielli da indossare.

A completare i look stravaganti calzature che invadono la scena pronte per graffiare la cinepresa di moderni Andy Warhol.


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Nelle sale con “The Martian”, Ridley Scott prepara il sequel di “Prometheus”

Nonostante la sua versatilità, Ridley Scott si è fatto apprezzare soprattutto come regista di film di fantascienza e di film storici dai toni epici. I suoi primi due film di grande successo sono stati Alien (1979) e Blade Runner (1982), mentre quando ha provato a cimentarsi con argomenti storici, a parte Il Gladiatore (2000), non gli è andata benissimo, se si pensa anche all’ultimo, Exodus – Dei e Re (2014), che negli Stati Uniti si è rivelato un flop di incassi, non coprendo nemmeno i costi di produzione (per non parlare, poi, della feroce censura in Egitto e in Marocco per le varie incongruenze storiche e per la scelta – discutibilissima e legata alle politiche di marketing tipicamente hollywoodiane – di far interpretare dei personaggi biblici a degli attori americani, dai tratti occidentali).


Ad ogni modo, il genere in cui il regista ha dimostrato di trovarsi più a suo agio è stata la fantascienza, e il fatto che il 2 ottobre esca nelle sale americane The Martian – Il sopravvissuto (in Italia uscirà il 1° ottobre) e che in cantiere ci sia il sequel di Prometheus (2012) non sorprende affatto. The Martian, tratto dal romanzo di Andy Weir L’uomo di Marte, è una versione futuristica di Robinson Crusoe in cui l’isola deserta è sostituita con il Pianeta Rosso, uno dei luoghi più ricorrenti della fantascienza, tanto da ispirare innumerevoli scrittori e sceneggiatori, affascinati dal mistero che si cela dietro al pianeta del sistema solare più simile e più vicino alla Terra. Uno dei primi a lasciarsi incantare da Marte fu H.G. Wells nel romanzo La guerra dei mondi (1897), da cui sono stati tratti due film, l’ultimo dei quali di Steven Spielberg (2005), in cui i marziani erano esseri superiori ai terrestri dal punto di vista tecnologico ma incapaci di difendersi dai batteri atmosferici. Anche Frank Herbert, nel suo ciclo di Dune (da cui è stato tratto l’omonimo film di David Lynch, basato sul primo romanzo su una serie di sei libri), si è probabilmente ispirato a Marte, visto che il pianeta Arrakis è una vasta landa desertica.


Ossessionato da Marte era Doug Quaid in Atto di forza (1990). Quaid addirittura sogna di visitarlo e per questo si rivolge a una società che si occupa di viaggi mentali, desiderando ottenere la memoria di un agente segreto. Atto di forza, basato su un racconto di Philip K. Dick, ha avuto un remake, Total Recall (2012), non all’altezza però del film di Paul Verhoeven, già buono di per sé. Diversa è stata invece l’interpretazione di Tim Burton, che in Mars Attacks! (1996) ha voluto parodiare i cliché dei film di fantascienza sull’invasione aliena, aggiungendoci quell’umorismo nero tipico dei suoi film, mentre in Mission to Mars (2000) di Brian De Palma, il pianeta rosso diventa la meta di una spedizione di soccorso, che si trova a far fronte all’inspiegabile mistero del volto – o di quello che sembra un volto – che compare sulla superficie marziana.


Un anno dopo Mission to Mars, ecco un altro maestro del cinema che propone la sua interpretazione di Marte: è John Carpenter con il criticatissimo Fantasmi da Marte (2001), con la solita idea della colonizzazione da parte dei terrestri. Un’idea, questa, recuperata da alcuni classici di fantascienza degli anni Cinquanta: ad esempio Cronache Marziane (1950) di Ray Bradbury, a cui si devono meriti letterari che superano abbondantemente i confini della narrativa di genere (si pensi a Fahreneit 451), visto che si sottolinea la somiglianza tra la colonizzazione possibile di Marte e quella del Nuovo Mondo, con critiche nemmeno troppo celate sul comportamento dei colonizzatori nei confronti dei nativi marziani. Altro autore apprezzatissimo è stato Arthur Clarke, che nel romanzo Le sabbie di Marte (1951) ipotizza addirittura una convivenza tra le due razze.


Non poteva mancare Isaac Asimov, autore di numerosi cicli di fantascienza, ma anche di una serie per ragazzi che ha per protagonista Lucky Starr: e il primo romanzo di questa serie, Lucky Starr, il vagabondo dello spazio (1952), è ambientato proprio su Marte. Un decennio dopo, anche Robert A. Heinlein ambienterà su Marte quello che è considerato il suo capolavoro, Straniero in terra straniera (1961), con cui si aggiudicò il Premio Hugo. In questo caso, però, si tratta di un viaggio opposto, ovvero da Marte verso la Terra. In particolare, è il ritorno a casa di un uomo allevato dai marziani, che deve pian piano reintegrarsi tra i terrestri. Infine, tornando ai film ambientati su Marte, l’ultimo in ordine di apparizione è stato il John Carter (2012) targato Disney, basato però sul romanzo di Edgar R. Burroughs Sotto le lune di Marte (1916).


È evidente, quindi, che il tema sia tutt’altro che nuovo e che letteratura e cinema (ma anche i fumetti, ad esempio Nathan Never) vi abbiano attinto in abbondanza, saccheggiando una buona parte delle soluzioni narrative che un contesto simile avrebbe potuto proporre. Quanto a Ridley Scott, il regista non ha dimenticato che gran parte del suo successo lo deve – come si è detto – ad Alien, saga che ha coinvolto registi del calibro di James Cameron (Aliens – Scontro finale), David Fincher (Alien 3) e Jean-Pierre Jeunet (Alien – La clonazione) e che ha portato a una contaminazione (o crossover) con un’altra serie di enorme successo come Predator. In parallelo al sequel di Prometheus, che si intitolerà Alien: Paradise Lost, e che sarà diretto dallo stesso Ridley Scott, si svilupperà Alien 5, diretto stavolta da Neill Blomkamp (District 9, Elysium, Humandroid), di cui il regista del Gladiatore sarà produttore e supervisore. Più che Alien 5, la numerazione effettiva sarebbe 2.5, visto che si colloca, a livello cronologico, tra Aliens – Scontro finale e Alien 3. Nel film di Blomkamp tornerebbe il Caporale Dwayne Hicks, ma ci sarà spazio anche per la protagonista assoluta della saga, Ellen Ripley, interpretata, come sempre, da Sigourney Weaver.


Ridley Scott pensa, invece, a quello che è accaduto prima del suo Alien. Il regista ha ammesso che tra Prometheus e Alien non c’era alcun legame, nonostante la distanza temporale, nella finzione narrativa, sia di una trentina d’anni circa (Prometheus è ambientato nel 2091; Ripley incontra per la prima volta gli xenomorfi nel 2122). Nemmeno nel cosiddetto Prometheus 2 ci saranno collegamenti diretti con Alien, ma bisognerà attendere almeno il terzo o il quarto sequel prima di poter tornare alla franchise del film del 1979. Il titolo, insomma, potrebbe trarre in inganno. Chiaro che non si tratti di una casualità: il richiamo al poema di John Milton permette di dare già una prima chiave di lettura; o meglio, la questione alla base del film l’ha proposta Michael Ellenberg, produttore esecutivo del primo Prometheus: «Cosa accadrebbe se si potesse incontrare Dio, ma questi si rivelasse essere il diavolo?».


Nessuna risposta, perlomeno non prima del 2017: Alien: Paradise Lost dovrebbe entrare in produzione nella primavera del 2016. L’obiettivo dei sequel, secondo Ridley Scott, sarà spiegare come e perché sono stati creati gli xenomorfi. «La domanda più semplice era: “Chi diavolo c’era nella nave trovata in Alien? Chi c’era al suo posto e perché portava quel carico? E dove andava?”», ha detto Ridley Scott. «Ci ho pensato per un po’ ma ero troppo impegnato e non avevo davvero nulla in mente e così, quando ho finalmente archiviato Alien vs Predator ho pensato: “Sai una cosa? Questa sì che è una buona idea”. Più ne parlavo e più pensavo: “Dannazione…” Il film [“Prometheus 2”] stavo per chiamarlo Alien: Paradise Lost perché ho pensato che avesse una connotazione inquietante l’idea, perché prepara la nostra concezione e l’idea di Paradiso, qualcosa suggerito dalla religione, e la religione dice “Dio” e poi Dio, che ci ha creati, e questa è una cosa sicura».


«Se c’è il Paradiso», ha aggiunto Scott, «non può essere quello che si pensi che sia. Il Paradiso ha qualcosa che lo rende estremamente sinistro e inquietante.» La sceneggiatura di Alien: Paradise Lost sarà scritta da Jack Paglen e Michael Green. Nel cast, come in Prometheus, Noomi Rapace e Michael Fassbender.



FONTE: MOVIEPILOT

MILANO FASHION WEEK: VIVETTA, ROMANTICISMO IN PILLOLE

Se prediligete i look androgini e non amate perdervi in fronzoli e vezzi, astenetevi da quest’articolo. Era stata scelta lo scorso anno da Re Giorgio Armani per sfilare nel suo Armani Teatro; ora si riconferma come una delle designer più originali del panorama italiano. Lei è Vivetta Ponti, in arte Vivetta: non una neofita della moda, dal momento che le sue creazioni -dallo stile sofisticato e delicato- sono da anni in vendita nelle più prestigiose boutique del mondo, come la parigina Colette.

La designer umbra, classe 1977 e una lunga esperienza alle spalle in brand del calibro di Roberto Cavalli e Daniele Alessandrini, propone una full immersion nella femminilità più autentica con un tocco di chic parisien e tanta ironia per una collezione raffinata e fresca. Suggestioni anni Cinquanta nei volumi, in particolare nelle gonne a ruota, negli occhiali da diva e nei colori, dal rosa baby al light blue; omaggiano invece i Sixties gli abitini a trapezio declinati in delicate stampe vichy.

Fil rouge della collezione il gatto: gatti piacioni stesi sul divano fanno capolino dagli angoli di uno shift dress per inedite suggestioni surrealiste di sofisticata eleganza, o diventano inconsapevoli protagonisti di cammei dal sapore antico. Un tocco di romanticismo nei cigni innamorati, che ricordano i celebri disegni di Peynet, come anche nei fiorellini che tempestano abitini e gonne.

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Una collezione che trae spunto dagli scatti del fotografo dei divi, Slim Aarons, esimio rappresentante del jet set internazionale a cavallo tra gli anni Cinquanta e i Settanta. Indimenticabili le sue foto con i divi all’epoca più famosi intenti a sorseggiare cocktail a bordo piscina nelle loro ville hollywoodiane, che sprizzavano glamour da tuti i pori. Omaggi allo stile neoclassico di residenze come quella di C.Z.Guest vengono sapientemente riposti nei capi profilati con stampe che ricordano i fregi dei monumenti ellenistici.

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Sofisticata la scelta dei materiali usati: prevalgono il popeline, il crêpe de Chine e l’organza di seta. Dettagli iperfemminili negli abiti con gonna a ruota, nei fiocchi e nell’immancabile colletto, segno distintivo della maison. Per uno stile delizioso.

(Foto Madame Figaro)


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MILANO FASHION WEEK: LA VIA DELLA SETA DI TRUSSARDI

MILANO FASHION WEEK: LA VIA DELLA SETA DI TRUSSARDI

Disimpegno e cronache di viaggio hanno caratterizzato la passerella di Trussardi, per la collezione Primavera/Estate 2016. Colori caldi, sahariane, camicie in seta pregiata e pantaloni fluidi con tuxedo in vista, pashmine etniche e comfort, per una sfilata intensa ed emozionante.

Mood da “via della seta” per una donna cosmopolita, una cittadina del mondo che usa il viaggio come mezzo per arricchire la propria cultura e -perché no- il proprio guardaroba di inedite suggestioni.

La palette cromatica va dal sabbia all’ocra al giallo zafferano fino al grigio elefante e ai toni dell’azzurro, per fantasie tribali e decorazioni luxury.

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Spirito bohémien, finto trasandato che fa sempre chic, Gaia Trussardi stupisce con una collezione suggestiva ed iconica, che trae spunto dal film “Tracks”, che tratta della traversata del deserto australiano in solitaria di Robyn Davidson, già documentata nel 1977 da un reportage fotografico realizzato dal National Geographic.

Ci riportano ai viaggi di Marco Polo documentati nel suo “Milione” le cromie dei capi, le sovrapposizioni che profumano di antico, i caftani di pregio e le stoffe preziose finemente decorate, come anche gli orli fintamente consunti. Mirabili tagli a vivo realizzati in hi-tech e gli accessori, che rivelano una certosina cura per il dettaglio, dalle borse come portaborraccia alle catenine con ciondolo raffigurante la Madonnina, forse unico omaggio alla cultura occidentale.

Un viaggio antropologico verso popoli lontani: la sahariana diventa capo principe del guardaroba, rivisitata in chiave extralusso e abbinata a gilet con frange, blazer in garza di lino e dettagli in rafia per un mood indian, completato da sandali flat e proporzioni oversize.

Effortless chic, verrebbe da dire, guardando questa viaggiatrice dallo spirito indomito che non rinuncia alla classe. Il Levriero di casa Trussardi colpisce ancora.

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(Foto Madame Figaro)


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MILANO FASHION WEEK: MINIMALISMO CHIC DA SALVATORE FERRAGAMO

Oltre la Video Art: “(A)mare Conchiglie”, tra Performance e Documentario. Il suggestivo trailer è già in rete…

La sperimentazione delle artiste e attiviste Kyrahm e Julius Kaiser sembra non arrestarsi, un passo oltre la videoperformance. “(A)mare Conchiglie”, approda al ‘cinema del reale’, si evolve da performance art e diventa un film che tocca la realtà intimamente restituendole verità e memoria. Soprattutto in questo caso dove le storie sono quelle di emigranti ed ex italiani emigrati all’estero, messi insieme per evidenziare i parallelismi tra la nostra e la loro storia.
K + J: ” Picasso affermava che l’arte fosse una bugia. Il cinema può essere fiction. Ecco, noi ci sentiamo molto più vicini ad un’arte e un tipo di cinema protesi verso la verità. Se decidi di utilizzare il mezzo della performance art come canale espressivo, significa che hai deciso di portare te stesso e il proprio vissuto recondito in scena. Puoi decidere di non lasciare traccia di ciò che hai fatto e circoscrivere la tua opera alla performance stessa o scegliere di filmare il tuo lavoro trasformandolo in una videoperformance.”


Oltre la Video Art: “(A)mare Conchiglie”, tra Performance e Documentario. Il suggestivo trailer è già in rete…


Interessante la sperimentazione delle due artiste, se si pensa che fra gli anni ’60 e’70 per videoperformance si intendeva una ripresa quasi furtiva e estemporanea delle azioni degli artisti. Tutto ciò si andava ad intersecare con la messa sul mercato di telecamere portatili e con il parallelo nascere di un movimento molto dinamico, quello del ‘situazionismo’: per la prima volta in quegli anni non c’erano più oggetti da contemplare ma solo situazioni da condividere. La videoarte si presentava in quel decennio come un captare fulmineo.

Oggi invece, nell’era della rivoluzione informatica post-televisiva, Kyrahm e Julius Kaiser propongono sul Web il trailer di un contenuto artistico che dialoga con il cinema, senza mai dimenticare l’espediente della verità che costituisce la performance stessa.


Lo possiamo osservare qui nel trailer, già in rete, per chi si fosse persa una performance così toccante dal forte messaggio sociale:

Le due artiste hanno voluto cogliere di sorpresa le persone, attraverso l’approdo di un gommone di migranti sulla spiaggia di Nettuno. Storie violente, commoventi, il pubblico estremamente toccato. Momento emozionante della performance quando i presenti e i migranti, sono saliti insieme sugli scogli accompagnati dal canto sacro di una delle performer e hanno gettato manciate di sale in mare. Per ricordare i fratelli che non ce l’hanno fatta, per restituire il mare al mare.

GALILEO GALILEI CENSURATO ANCHE DOPO LA MORTE

Sepolto senza molta solennità, per le note vicende e per il timore di amici e parenti di incorrere in qualche censura ecclesiastica, Galileo Galilei ricevette un degno monumento funebre solo molto tempo dopo la sua morte, avvenuta nel 1642. Il suo discepolo Vincenzo Viviani si era impegnato per tutta la vita a riscattare e riabilitare la memoria del grande maestro: tra l’altro, egli sottolineava la coincidenza tra la morte di Michelangelo e la nascita di Galileo (1564), particolare che sarà tenuto presente sia nella collocazione del monumento (di fronte all’artista) che nella sua tipologia (ispirata alla tomba di Michelangelo, realizzata dal Vasari), quando si compirà l’opera, a distanza di circa un secolo dalla morte dello scienziato. Il monumento fu realizzato da Giulio Foggini con la collaborazione del fratello Vincenzo e dello scultore Girolamo Ticciati. Si trova in Santa Croce a Firenze, dove venne inaugurato nel 1737.


GALILEO GALILEI CENSURATO ANCHE DOPO LA MORTE


La composizione, che copre parzialmente alcuni affreschi medievali, si presenta come un’architettura barocca che accoglie il sarcofago affiancato da due figure femminili e sormontato dal mezzobusto del defunto.

La figura di sinistra è l’Astronomia, che regge un cartiglio con il sole radiante e le macchie solari; quella di destra è la Geometria, con una tavoletta su cui sono incisi elementi geometrici, precisamente le ricerche galileiane sul piano inclinato e sulla caduta dei gravi.

Galileo è raffigurato con lo sguardo concentrato in un momento di riflessione e teso alla scoperta, mentre con la destra regge il cannocchiale e poggia la sinistra sul globo celeste, a sua volta retto da libri. Tutte e tre le statue guardano verso l’alto, nel significativo atteggiamento della ricerca e dell’attesa.

L’iscrizione, posta nella zona sottostante il sarcofago, rievoca le fasi della difficile opera di sepoltura in un degno sepolcro e commemora in modo particolare l’iniziativa del Viviani andata in porto, come dicevamo, solo molti anni dopo.


Se stilisticamente la tomba Galilei è pienamente barocca nelle linee tondeggianti, nelle posture movimentate delle statue e dei panneggi, negli effetti coloristici dei diversi tipi di marmi usati, sotto l’aspetto ideologico è pienamente illuministica. In nessun elemento iconografico né letterario si fa il minimo accenno alla fede e a una visione cristiana, o per lo meno trascendente, della morte e della vita.

Certamente in questa scelta ha influito la polemica che, quasi fino ai nostri giorni, ha accompagnato la vicenda di Galileo nei suoi rapporti con le autorità ecclesiastiche; ma non è da escludere una nuova mentalità che si andava diffondendo e che vedeva nella religione più un ostacolo che un aiuto al progresso umano (mentalità che sarà dominante dalla metà del Settecento e per tutto l’Ottocento in Europa).


In un primo momento, la sepoltura dell’illustre defunto avvenne in un minuscolo stanzino sottostante il campanile di Santa Croce. Quando la sua bara fu aperta per la nuova e definitiva collocazione, ne fu trovata anche un’altra, di una giovane donna: ambedue riposano ora nel monumento della basilica fiorentina. Forse le spoglie di quella donna sono quanto resta di Suor Maria Celeste, figlia prediletta dello scienziato, morta a trentaquattro anni nel 1634. Galileo aveva espresso il desiderio di essere sepolto con la figlia.

ANDREA PACANOWSKY DALLA MODA ALLA FOTOGRAFIA D’AUTORE

“I sogni il sogno sono tutto per me, a volte, e questo un po’ mi spaventa, sogno e quel che sogno si avvera, la mia arte proviene da lì dall’inconscio.”
(Andrea Pacanowski)


ANDREA PACANOWSKY DALLA MODA ALLA FOTOGRAFIA D’AUTORE


Andrea Pacanowski, classe 1962, nasce in una famiglia di artisti.
Con un padre architetto, una zia pittrice all’ Ėcole de Paris e una nonna scultrice, diciamo che aveva un destino in qualche modo segnato.
Dopo il liceo artistico iniziò la gavetta nello studio di Alberta Tiburzi, fotografa di moda di fama internazionale e per quasi 20 anni è stato uno dei fotografi di moda più richiesti in Italia.
Nel 2008 per Andrea Pacanowski avviene la svolta perché avverte il bisogno di creare autonomamente abbandonando il mondo patinato e ripetitivo della fotografia di moda.
Inizia così un percorso di sperimentazione che lo porterà a creare opere di grande impatto, intense ed oniriche dove la fotografia sembra mescolarsi alla pittura in un connubio tra virtuale reale e tattile, creando immagini fotografiche che sembrano pittoriche e tridimensionali di grande fascino.
Uomo riflessivo e di rara gentilezza Andrea Pacanowski con il suo lavoro invita al sogno e alla riflessione con eleganza estetica e forti cromatismi.


ANDREA PACANOWSKY DALLA MODA ALLA FOTOGRAFIA D’AUTORE


Come nasce l’amore per la fotografia?


Mio padre era un’amante della fotografia, mi sono appassionato sin da piccolo.
Ho subito molto anche il fascino del cinema ed ho lavorato su alcuni set cinematografici, l’incontro più bello fu quello con Dino Risi.


Hai iniziato la tua carriera di fotografo con la moda, ci parli di quel periodo della tua vita?


Il mio amore per la fotografia inizia con la moda , io adoro le donne, la femminilità, quel periodo della mia vita va letto in questa direzione…
Fotografare una donna è bellissimo perché scopri in ognuna qualcosa di diverso, delle sfumature uniche…
Ma ho lasciato la fotografia di moda perché ad un certo punto non riuscivo a lavorare su commissione, cercavo altro, cercavo una mia dimensione di espressione.


ANDREA PACANOWSKY DALLA MODA ALLA FOTOGRAFIA D’AUTORE


Ci parli della tecnica che usi per realizzare le tue opere?


Utilizzo una tecnica inusuale, dove lascio la fotografia priva di interventi di post-produzione, facendo molta attenzione alla ricerca della giusta luce, dell’allineamento delle forme, l’accostamento dei colori ed il punto di vista ottimale.
Nascono così soluzioni infinite dove l’immagine diventa quadro.
Questa tecnica fotografica, già complessa ed elaborata, l’ho ripresa e sviluppata nella sua trasposizione audiovisiva con il valore aggiunto del movimento, della dinamicità e del suono, nella video-installazione “Acquario”.


ANDREA PACANOWSKY DALLA MODA ALLA FOTOGRAFIA D’AUTORE


C’è un tuo lavoro che trovo davvero interessante quello dedicato alle religioni, come è nato?


Stranamente è nato per caso, ero a Marrakech per realizzare un lavoro sull’erotismo, dunque tutt’altra cosa .
Vidi però un gruppo di musulmani, iniziai a scattare e lì nacque l’idea di fare un lavoro sulle religioni.
Poi il viaggio a Gerusalemme è stato in qualche modo determinate, lì ho fotografato ebrei e musulmani.
Non mi interessava la funzione religiosa ma ero interessato alla folla, all’aspetto per così dire globale della religiosità.
Così sono nate fotografie che ognuno poteva interpretare a modo suo.


ANDREA PACANOWSKY DALLA MODA ALLA FOTOGRAFIA D’AUTORE


C’è uno scatto enigmatico come molti tuoi lavori, una donna e una bambina immerse in un paesaggio lunare con delle sfere colorate.


Si intitola Il deserto dei ricordi, si tratta di una donna che ricorda di quando era bambina, nelle sfere colorate sono racchiusi i suoi sogni, le sfere sono anche la leggerezza.
I sogni, il sogno sono tutto per me, a volte, e questo un pò mi spaventa, sogno e quel che sogno si avvera, la mia arte proviene da lì dall’inconscio.

MILANO FASHION WEEK: MINIMALISMO CHIC DA SALVATORE FERRAGAMO

Pulizia, l’eleganza essenziale e femminile dello stile italiano e forme scultoree al centro della collezione Primavera/Estate 2016 di Salvatore Ferragamo.

Classicità rivisitata in chiave contemporanea per lunghi abiti leggeri, che coniugano mirabilmente praticità e stile. Il cotone è protagonista incontrastato di capi minimal-chic che si lasciano talvolta andare a dettagli iperfemminili e suggestioni luxury.

La maison fiorentina riafferma i capisaldi della propria personalità, riuscendo ad essere al contempo innovativa pur restando sostanzialmente fedele a se stessa. Il direttore creativo Massimiliano Giornetti dichiara di essersi ispirato alla scultura, per capi dalle forme architettoniche e dai volumi scolpiti, come nelle giacche o nei pantaloni in pelle, che riportano in auge la vita alta.

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Si respira un’estate dai toni sobri e dal mood sporty-chic nei lunghi abiti colorati, tra righe, rouches e volant che si sposano alla perfezione a sandali flat, per uno stile moderno e metropolitano. Look androgino per le modelle, che sfilano quasi come delle statue tra abiti impalpabili e dai richiami all’antica Grecia: in bilico tra la perfezione del peplo greco e la grinta delle divise sportive, i lunghi abiti Ferragamotradiscono la duplice natura alla base dell’ispirazione di Giornetti, che si sviluppa in pregiati capi dallo stile senza tempo: scollature a canotta, spalline regolabili, nastri e dettagli oversize mixati ad accessori femminili, come i gioielli. Fluidità delle forme e appeal sofisticato che cede ad una femminilità più audace nei capi neri profilati di piume. Per un’estate chic.

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(Foto Madame Figaro)


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MILANO FASHION WEEK: SOUVENIR DA DOLCE & GABBANA

TV E POTERE – la politica trasformata in fiction

La generazione dei quarantenni è cresciuta con le serie televisive. Non quelle prodotte in Italia, ma importate dagli Stati Uniti con la nascita delle televisioni commerciali. Una intera generazione di “maniaci” delle serie tv, immaginate, scritte, strutturate per creare seguito, e soprattutto diffondere un messaggio, ed ancor più per esportare una cultura ed un modello, anche sociale, politico e giuridico. Che “il cinema è l’arma più forte dello stato” lo affermava – e a buon diritto – già Mussolini. L’intera industria della comunicazione di massa al tempo della guerra fredda si è affinata non solo per promuovere le battaglie americane all’estero ma anche veri e propri modelli socio-economici interni.


Indimenticabili i film con Elvis soldato “contro i gialli” nell’epoca della guerra in Vietnam e in Corea, mentre nello stesso periodo i nostri “musicarelli” con Morandi, Little Tony, Celentano e Albano parlavano a un’Italia del boom economico di famiglia, lavoro e stabilità.
 Dalla televisione commerciale degli anni ottanta le giovani generazioni hanno acquisito sempre più modelli sociali, politici ed economici made-in-usa. Se lo scopo di questa “invasione per immagini” era quello di rafforzare la collocazione del “blocco occidentale” dall’altro erano veri e propri mezzi di propaganda per “l’altro lato del muro”.


A quel modulo comunicativo e a quello story-telling ormai siamo assuefatti, tanto che anche la nostra produzione nazionale ed europea sono uniformate a quel modello, che diventa sempre più per temi, contenuti e forme narrative “il modulo” del format televisivo. Non stupisce che il cittadino telespettatore sia quindi appassionato a più serie televisive. Quando poi anche la narrazione politica è diventata “tv dello scandalo” e la politica si è raccontata attraverso “eventi mediatici”, anche le grandi istituzioni – in primis la Casa Bianca – sono diventate sempre più oggetto-soggetto dello spettacolo. 
Da West Wing a House of Cards a Scandal, quasi tutti ci sentiamo “parte di quelle vicende”, ci sembra di conoscerle e talvolta vorremmo farne parte, e finiamo quasi acriticamente con il ritenere che “quella sia la politica”, così dovrebbe essere, o peggio che davvero anche in America la politica sia fatta in quel modo. Come se ci fossimo stati e l’avessimo vissuta in prima persona. Una comedy di successo, del resto, si misura esattamente sulla sua efficacia in termini di trasposizione ed immedesimazione del grande pubblico.
 Non stupisce quindi che, come fenomeno generazionale, quelle vicende e quelle dinamiche, siano parte quasi normale della generazione che oggi “fa politica”. E non stupisce che di quelle serie sia fan anche Matteo Renzi e parte del suo staff. È un fenomeno sociale, e loro ne fanno parte.


Certo, se si guarda a quei modelli in termini di velocità, decisionismo, azione, capacità concreta di incidere sulla realtà, sono certamente elementi condivisibili. E tuttavia è importate ricordare come viene descritta la politica in queste serie. In House of Cards il democratico Francis Underwood è poco meno di Hannibal Lecter ed è chiaramente un sociopatico mentitore, corrotto, spregiudicato, pluriomicida. Non va meglio in Scandal dove il repubblicano Grant passa da brogli elettorali alla copertura di omicidi e stragi dinamitarde, fa scappare terroristi internazionali, è complice di un vero e proprio colpo di Stato, assolda e protegge agenti dei servizi segreti che torturano allegramente ed uccidono i suoi nemici. La politica, gli staff, le persone “attorno” a questi personaggi principali sono complici se non peggio.
 Il grande non-protagonista della politica americana sono le lobby, che non sono quello che vediamo e quello che ci rappresentano. Nella realtà sono semplici “associazioni di interessi”. Andrebbe ad esempio ricordato che tra le prime dieci della politica americana vi sono quelle ambientaliste, quelle delle energie alternative, quelle degli insegnanti. Che normalmente raccolgono fondi e spostano voti anche maggiori rispetto ai lobbisti del petrolio o del “trio morte” (armi, alcool, tabacco). 
Negli Stati Uniti, che tutti pensiamo di conoscere, esistono leggi severissime sui finanziamenti elettorali, per una tangente anche piccola si va in galera davvero (per evasione fiscale non ne parliamo, diventi un appestato con cui nessuno vuole più avere a che fare). Mentre da noi non si approva una legge sul lobbismo – anche se basterebbe estendere il codice etico presso il Parlamento Europeo – lì le lobby dichiarano in maniera trasparente chi finanziano e con quanto.



Nel paese delle primarie – aperte, per tutti, regolamentate per legge – si tengono elezioni politiche ogni due anni ed attraverso questo processo di “campagna elettorale permanente” il momento del voto coincide con l’approvazione o meno dell’operato dei membri del Congresso, e della politica in generale. Ci sono distretti (da noi li chiameremo collegi) in cui c’è un solo candidato (famoso il caso in cui il regista Michael Moore per “assicurare un’alternativa” candidò delle piante) ed altri in cui la corsa è addirittura con trenta candidati. In quelle elezioni l’unica vera “merce di scambio” è la capacità del politico di creare posti di lavoro: con appalti pubblici, con il mantenimento di una base militare, con una nuova sede di una grande azienda. Quegli elettori vogliono questo, e su questo la politica americana si misura con velocità, tanto che anche una presidenza quadriennale è attraversata da due rinnovi del congresso, un terzo del senato, almeno venti cambi di governatorato e svariate assemblee nazionali dei singoli stati.
 Se nelle serie tv i politici sono tutti vittoriosi e di successo, la storia, quella vera, dai tempi di Roosevelt insegna che i presidenti davvero influenti e che hanno fatto la storia, almeno una volta nella loro carriera politica, hanno perso, sono usciti dalla vita politica, hanno imparato dai propri errori, e sono tornati. Obama incluso, che una volta non venne rieletto in Illinois.


Se scordiamo tutto questo, che è la parte che meno conosciamo, della politica americana conosciuta attraverso le serie tv ci restano un Grant di Scandal eletto presidente grazie a una serie impressionate di brogli, tanto che lui stesso ammette di non essere mai stato realmente eletto, e un Underwood di House of Card che si vanta, ad un certo punto, di essere riuscito a diventare presidente senza nemmeno passare per una votazione. Ma tutto questo, a ben vedere, è molto più simile alla nostra di politica.

Speciale Fashion Week: Leitmotiv Primavera/Estate 2016

La donna proposta dal duo di designer fugge alla ricerca della felicità.


La studio dei pattern e dei ricami, che contraddistingue da sempre le collezioni Leitmotiv, nella prossima stagione fa un salto nell’arido deserto dell’Arizona.
Il solleone, però, rende la natura del luogo un posto incantato. Ed è così che il cactus vede invadere il suo habitat naturale da cavallucci marini e gorilla. Un parco giochi dove i fiori si mescolano a rotaie e a pastiglie della felicità e il logo del brand , il cervo, vede le proprie corna trasformarsi in tronchi di alberi dove volano insetti e libellule.
Le modelle sfilano attraverso un’istallazione dell’atelier Wandschappen; si tratta di piante macro in linea con l’immaginario dei capi, proposti in denim, popeline, filati laminati, organze, cadì, seta e mikado stretch.


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Le distese di sabbia offrono spunti cromatici di notevole impatto ma, ancora una volta, i Leitmotiv preferiscono i colori intensamente accesi.
Una sfilata che ambisce alla sensibilizzazione e all’impegno sociale nei confronti dei temi di attualità. Infatti, il messaggio esteso al pubblico è quello di rompere i reticolati e i fini spinati per fuggire verso i paradisi del pacifismo e della tolleranza.


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MILANO FASHION WEEK: SOUVENIR DA DOLCE & GABBANA

Una turista in giro per il Bel Paese armata di souvenir e smartphone è la protagonista della Primavera/Estate 2016 di Dolce & Gabbana: “Italia is Love”, si legge ad inizio sfilata su un chiosco che profuma di un’Italia antica ma mai dimenticata: qui vengono elencate a caratteri cubitali le meraviglie -forse un po’ stereotipate- del nostro Paese.

Inediti contrasti tra passato e presente si mixano in una collezione che è un viaggio alla scoperta di luoghi simbolo dell’Italia.

I motivi storici del brand ci sono tutti: ma dai consueti pois ora sbucano iconiche rappresentazioni del Colosseo, della Torre di Pisa, dell’arena di Verona e di altri luoghi storici della cultura italiana. Non mancano gli omaggi ai carretti siciliani e a Taormina, alle maioliche di Caltagirone e ai Pupi, a cui si aggiungono souvenir da Capri, Portofino e dalla costiera amalfitana, fino a scorci di Firenze e Venezia.

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La donna di Dolce & Gabbana mantiene l’anima mediterranea, con l’immancabile pizzo nero -simbolo della maison– riproposto in austeri tailleur di antico sapore siculo o in sexy tubini velati che profumano di Barocco. Ma la sua donna ora si apre al mondo e si trasforma in una turista straniera, magari dagli occhi a mandorla, che si aggira con deliziosa nonchalance per le strade del Bel Paese in pigiama di raso a stampa floreale, o indaffarata a fare shopping e a postare i suoi selfie sui social network, indossando shift dress di stampo Sixties recanti inequivocabili motti come “W l’Italia”.

Il duo di stilisti si rivela arguto osservatore dei tempi, sdoganando il selfie in passerella, per modelle che posano realmente per l’autoscatto perfetto, in un edonismo ormai nobilitato a fashion trend.

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Inediti caftani conferiscono nuova allure alle stampe fruttate, mentre limoni ed agrumi diventano orecchini e la borsa si trasforma in un cestino da campagnola luxury, per un mood da diva contemporanea. Suggestioni anni Cinquanta nelle gonne a ruota, che ricordano l’eleganza di attrici protagoniste del jet-set internazionale in giro per la Riviera; e ancora sfarzo principesco nei lunghi abiti di impalpabile chiffon dalla stampa floreale.

Dal vintage, protagonista anche della colonna sonora della sfilata, al trionfo della tecnologia: i selfie scattati dalle modelle in passerella vengono prontamente postati in tempo reale su Instagram sull’account ufficiale della maison. Dolce & Gabbana si rivelano ancora una volta brillanti manager di se stessi: più che una trovata pubblicitaria, la loro è una dichiarazione di stile, su cui si basa il successo di numerose iniziative del brand, seguitissimo sui social network e non nuovo a provocazioni simili.

Gli stilisti auspicano l’avvento di una nuova monarchia, con Sophia Loren come sovrana incontrastata: altra mossa vincente l’aver scelto la celebre diva italiana, simbolo incontrastato della bellezza mediterranea, come testimonial per il loro ultimo rossetto. Che dire, viva l’Italia!

(Foto Madame Figaro)


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Speciale Fashion Week: Antonio Marras Primavera/Estate 2016

Una triade di visionari al servizio della moda che verrà.


Prendendo l’eclettica veridicità di Antonio Marras e unendo la stessa alle suggestioni provenienti dai lavori del regista armeno Sergej Iosifovič Paradžanov e dell’artista iraniano Mahmoud Saleh Mohammadi si ottiene la miscela esplosiva che ha commosso e incantato gli addetti del settore presenti al fashion show della prossima collezione.
Idee che hanno profonde radici in Oriente e rami in Occidente, parafrasando un’affermazione di Mohammadi.
Tutto nasce da un incontro ispirazionale avvenuto nel 2007. Il girovago Marras si trovava a Parigi e, per puro caso, si imbattè nella personale di Paradžanov, le Magnifique. Il romantiscimo del personaggio, collezionista d’arte e di oggetti ornamentali evocativi, ricchi di folcore caucasico, segnò profondamente il suo animo.
Molti anni, e tanta elaborazione delle informazioni percepite durante la mostra, dopo il designer ha deciso di rievocare l’esperienza vissuta dedicando al regista e a tutti i popoli drammaticamente in fuga la Primavera/Estate 2016.
Contro ogni banalità e uniformità si concede l’eccentricità di dar vita a creazioni ricche di ornamenti, stratificazioni e incrostazioni . La sovrapposizione di applicazioni in tessuto, pizzo e materiali di recupero vede nascere accostamenti anomali, connessioni inedite e intrecci sbalorditivi.
Le linee sono asimmetricamente fluide e contrapposte, molte delle quali arricchite di jabot, balze e rouches e l’elaborazione stessa di tali creazioni ha la maniacalità della couture.
Il baule di tessuti che concede tale vezzo contiene il taffetà, il lino lavato, lo shantung stretch, il rigato stuoia, l’organza, il crepe fluido, il broccato, il damasco e la pelle laminata.


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Come la ricca palette del Gran Bazaar in essa si susseguono colori della terra ossidati alternati da esplosioni cromatiche vive e brillanti.
A arricchire tale sensazione è l’installazione in passerella di Mohammadi, “Touch with Eyes”. Interamente composta da tappeti persiani di varie fogge invita gli spettatori all’utilizzo dei sensi. Il tessuto dei tappeti riesce, infatti, attraverso le percezioni sensoriali a essere vissuto anche solo con gli occhi.
Una violenza visiva che raggiunge il culmine con il gran finale dello show quando, le modelle, in total white, escono trionfalmente confondendosi con l’atmosfera.


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MILANO FASHION WEEK: L’ESSENZIALITA’DI JIL SANDER

Minimale ed essenziale: gli elementi indiscussi dell’eleganza firmata dalla maison d’Amburgo

Uno scrosciante applauso quello riservato a Rodolfo Paglialunga, al termine della sfilata Primavera/estate 2016 svoltasi ieri presso lo show room di via Beltrami.

Segnale questo che decreta il risultato positivo del lavoro svolto dal direttore creativo al termine del suo primo anno alla guida della Maison. Con la collezione primavera estate 2016 Paglialunga ha consacrato la sua totale interazione con lo stile essenziale e minimale, sinonimo indiscusso di quell’eleganza semplice ma raffinata che da sempre contraddistingue la donna Jil Sander.

Le linee pulite e semplici a tratti quasi geometriche degli abiti, la linearità di soprabiti, giacche, dress e pantaloni, spezzata da inaspettati tagli e scollature asimmetriche hanno dato vita ad una collezione fatta di capi ricercati e sofisticati, quasi in antitesi con il concetto di essenzialità, che ne è la base.


Un gioco di linee reso ancora più unico dai tessuti utilizzati e dai colori quali bianchi brillanti, grigi e neri, mescolati sapientemente a gialli, rossi e azzurri. Geometria assoluta anche per ballerine e decolté, uniche nel loro genere e perfette per completare la collezione primavera/estate 2016 Jil Sander. Così come l’elemento chiave che ha caratterizzato ogni proposta presentata ovvero il cappello ispirato alla tradizione nordica che, in ogni gradazione di colore proposta, ha reso ancora più tangibile il senso di eleganza assoluta della donna Jil Sander.

 

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Speciale Fashion Week: Tod’s Primavera/Estate 2016

La girl band del marchio è pronta a influenzare lo stile mondiale.


Ad accogliere il pubblico di Alessandra Facchinetti sono 15 forti icone testimonial, tra cui Tea Falco, Lizzy Jagger e Julia Restoin Roitfeld. A ritrarre il loro lato più agguerrito, invece, è l’altrettanto poliedrica fotografa Sonia Sieff.
In qualità di operatrici della creatività esse sono musiciste, performer e attrici unite dal fil rouge dell’individualismo impegnato.
Accompagnate dalla chitarra, amica degli sfoghi emotivi, rappresentano le leader e le fedeli groupie di sé stesse. Biker patch, t-shirt come seconda pelle e camicie annodate con massima naturalezza, presenti in collezione, sono in grado di accompagnare la poliedricità femminile in ogni momento della giornata.
Alle stampe e agli intarsi floreali su seta e pelle, simbolicamente identificabili nei capisaldi della proposta creativa della Facchinetti, si affiancano dischi lp, chitarre, spartiti e note musicali.


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Il classico gommino Tod’s si plasma al mood della collezione arricchendosi con borchie, cristalli e ricami e, passo dopo passo, inaugura il nuovo logo con la doppia T in acciaio.
Lo stesso è presente nelle borse, tutte aspiranti “It Bags”.
L’ampia scelta tra le varianti proposte, la maggior parte con tracolla chitarra intercambiabile, degna dei migliori rocker, proclama il suono del brand assolutamente innovativo, rivoluzionario e estraneo ai restanti trend della prossima stagione.


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MILANO FASHION WEEK: LA CALIFORNIA GIRL DI DAIZY SHELY

La suggestiva location dell’ Armani Teatro si apre ad ospitare l’estro creativo di Daizy Shely.

Giovane designer israeliana amata da Re Giorgio, vincitrice dell’edizione del 2014 di Who’s On Next?, fucina creativa che ha sfornato talenti del calibro di Stella Jean, Daizy Shely (all’anagrafe Aliza Shalali Deizy) non ha deluso le aspettative, presentando una collezione fresca, dall’impatto vitaminico e dall’imprinting unico.

La collezione Primavera/Estate 2016 presentata dalla stilista nell’ambito di Milano Moda Donna ha confermato una personalità forte, a cui la designer non rinuncia, per virtuosismi stilistici e per una femminilità sfacciata ed ironica, unita ad un design fortemente improntato alla contemporaneità.

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Una tavolozza di colori accesi con accenni fluo per un rainbow mood, da Daizy Shely si respira la libertà dell’oceano: co-ords con ruches ed audaci spacchi, per una sirena iridescente e metropolitana, si alternano in passerella a righe in satin brillante per maxi gonne e pantaloni da indossare sotto cappe profilate di pelliccia. E chi se importa se la collezione è primaverile, la sua donna è una diva in soffici piume di marabù -un must del brand- meglio se declinate in colori fluo.

Lurex e paillettes si mixano perfettamente per una California girl capitata per caso nel freddo milanese. Crop top metallizzati si uniscono a gonne a listini, camicette e hot pants si alternano a pellicce oversize per un neo grunge, e romantici dettagli in pelliccia che impreziosiscono anche le scarpe si alternano ad inediti ankle boots da cowboy rigorosamente abbinati a gonne romantiche, per ottenere riusciti contrasti all’insegna dell’ironia.

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Tutto è in mirabile equilibrio: le stampe optical irradiano lunghe gonne plissettate da indossare sotto inedite giacche biker glitterate addolcite dai toni dell’azzurro e del rosa baby. Candide balze di infantile memoria impreziosiscono abiti chemisier.

La donna di Daizy Shely ama giocare coi contrasti, forte di una femminilità gioiosa e semplicemente deliziosa. Un’esplosione vitaminica per una donne ben consapevoli di quanto la moda sia essenzialmente un gioco.

(Foto Madame Figaro)


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MILANO FASHION WEEK- MARCO DE VINCENZO: SOL LEVANTE CHIC

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Suggestiva, sofisticata e a tratti ermetica la collezione di Marco De Vincenzo, protagonista della Milan Fashion Week. Una sfilata Primavera/Estate 2016 ricca di riferimenti iconici e dettagli da studiare.

Uno dei designer più ammirati, fine interprete dei nostri tempi, lo stilista siciliano ci incanta tra omaggi al Sol Levante e una cura minuziosa per i dettagli. De Vincenzo si rivela maestro nel coniugare una formazione classica ad una sperimentazione nei materiali usati, di alto design.

Ricordano le piante acquatiche, coi loro movimenti e le loro infinite sfumature, le strisce verticali di PVC ad effetto dégradé che impreziosiscono gonne plissé, conferendo loro piacevoli effetti 3D; suggestioni orientali nei dettagli optical omaggio all’opera di Victor Vasarely e stampe jacquard si mixano a tuniche svolazzanti e abiti da cocktail con oblò sexy che conferiscono un’aura di mistero e charme alle modelle che si alternano sulla passerella.

La palette cromatica dei capi sembra conferire a questi ultimi vita autonoma e movimento, per illusioni ottiche derivate dal sapiente uso di materiali quali il latex, le pelli metallizzate e il crêpe georgette di seta.

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Sovrapposizioni e giochi stilistici che strizzano l’occhio al futuro, dimensioni oversize nelle cappe e nei giubbotti che profumano, ancora una volta, di Oriente. Accessori di grande impatto scenografico, come le lenti come gemme colorate per occhiali da sole iconici. Femminilità nelle gonne plissettate e nei bustier con tanto di stecche, a conferire un tocco fetish. Il Monte Fuji protagonista assoluto delle felpe, i capispalla in pelle traforata e metallizzata si alternano alle gonne attraverso mirabili bicromie derivanti dall’uso di due diverse fantasie nelle stampe.

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Interessanti le calzature, che rivelano inediti tratti di ironia, come i sandali in marabù con tacco-scultura o le ciabatte flat effetto matelassé o ancora le scarpe con inserti di pelliccia. Una magistrale lezione di stile contemporaneo per una donna camaleontica e sicura di sé.

(Foto Madame Figaro)


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MILANO FASHION WEEK: ETRO, IL NUOVO LIBERTY

Romanticismo e suggestioni Liberty protagonisti della sfilata Etro, nell’ambito della Milan Fashion Week.

Un défilé caratterizzato da note dolci e delicate, per lunghi abiti a stampa floreale, nelle tonalità del rosa e del cipria. Margherite, le note profumate del mughetto e deliziose stampe bucoliche per capi che evocano suggestioni retrò.

Spunti botticelliani e mood folk per una collezione Primavera/Estate 2016 che prende spunto, per quanto concerne la palette cromatica, da certa tappezzeria pregiata di ispirazione Liberty: poesia, candore e memorie fanciullesche si coniugano in un mix di grande suggestione, per una collezione che ci riporta indietro nei nostri ricordi infantili.

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Abiti come tutù, nastri e scarpette da ballerina per lunghe gonne dal tessuto impalpabile e leggero. Mood bohemien per gli abiti lunghi di ispirazione Seventies, con il paisley che la fa da padrone. Ma è un Seventies rivisitato in chiave romantica, con tulle e lustrini, per una donna iperfemminile, quasi una ninfa silvestre dalle suggestioni Preraffaellite.

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Toni dégradé, maniche a kimono e nastri che impreziosiscono pantaloni leggeri. Etro riscopre la propria tradizione riuscendo mirabilmente a rinnovarsi. La sua donna è una principessa balcanica, con gioielli vintage e ruches, gilet e sovrapposizioni inedite di grande impatto stilistico. Il mood fiabesco si rivela vincente, per una Venere contemporanea.

(Foto Madame Figaro)


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Speciale Fashion Week: Aigner Primavera/Estate 2016

la donna della casa di moda tedesca, per la prossima stagione, si perde in incontaminate acque oceaniche.


E’ la fauna sottomarina a colpire l’estro di Christian Beck, designer di Aigner che, per la Primavera Estate 2016, decide di far emergere la sua moderna sirena dalle acque dell’Oceano.
Il più affascinante dei mondi diventa ispirazione per capi dalle linee pulite che rivelano la sensualità delle curve del corpo. Senza disdegnare il tocco mascolino degli ampi pantaloni “baggy” in pelle indossati con crop top raffiguranti gli immaginari marini.
L’accostamento dei tessuti, come il ricco jacquard con l’evanescente tulle, crea un’ allure contemporaneamente sofisticata.


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La palette cromatica riflette perfettamente il mood della collezione: tre tipi di light blu incontrano i rosa e i coralli più strong mixandosi perfettamente con le cromie naturali, come il bianco, il grigio e il marrone.
Non possono mancare le borse, uno dei core business della Maison che presta particolare attenzione all’artigianalità e alla cura dei dettagli.
Lineari e dal design essenziale, esse sono arricchite da elementi decorativi come l’oro e le pietre lunari. Queste ultime le ritroviamo anche sui gioielli abbinate alla madreperla, connubio perfetto per illuminare il fondale marino in cui si muove superbamente la regina del mare firmata Aigner.


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Speciale Fashion Week: Gucci Primavera/Estate 2016

Il rivoluzionario Alessandro Michele e il suo onirico elogio alla tenerezza per Gucci.


Il bing bang generato dalla fusione della cultura personale con le suggestioni emotive, l’excursus professionale e la forte carica sentimentale guida nuovamente Alessandro Michele nella produzione di una collezione caleidoscopica.
Il designer ci invita all’esplorazione fornendo una mappa, che può aver ritrovato tranquillamente al mercato delle pulci di Ouen, munita di una particolarità.
E’, infatti, quella pubblicata nel 1654 da Madeleine de Scudéry: la Carte de Tendre.
Attraverso parole e feticci scopriamo che si tratta di una topografia mobile dei desideri.
Ogni oggetto che accompagna il vissuto diventa riferimento estetico per il designer intento a imprimere lo stesso nella collettività.
Moderne e moderni Marco Polo visitano l’Oriente e l’Occidente in una macchina del tempo che sfida i secoli; dove i broccati si fondono alle sete ricamate con paillettes, la pelle punk è dipinta a mano e le divise bon ton hanno dettagli sporty.


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Nello show, che viene definito un “Atlante delle emozioni”, ritroviamo i codici della collezione Autunno/Inverno: il plissè stropicciato, il pizzo, le pellicce grafiche e la particolare attenzione/ossessione per gli accessori. Ancora una volta il designer conduce lo spettatore negli archivi storici di Gucci e nel suo personale scrigno dei gioielli; fuori dai bauli e dalle casseforti ogni dettaglio conclama la sua aura di intramontabilità.


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Come nel Diciassettesimo secolo la Carte declamava l’universo emozionale delle donne così Michele invita le sue muse a esplorarlo, avendo cura dei propri sentimenti e della vivacità intellettiva che alimenta il presente e rammenta il vissuto.

MILANO FASHION WEEK: LA SFILATA FAY SS 2016

FAYCOLLEZIONE DONNA PRIMAVERA – ESTATE 2016

E’ una nuova energia quella che pulsa sulla passerella FAY di Tommaso Aquilano e Roberto Rimondi per la Primavera Estate 2016 – Un motivo vivo e palpitante in una collezione che rivisita la storia del marchio in chiave anni ’70 attraverso stampe accese, ricami artigianali e tessuti trattati per un aspetto vissuto e del tutto personalizzato.

Protagonista indiscusso della stagione è il disegno paisley, un motivo di antica origine persiana, assunto nel tempo a icona d’eleganza sia sedi stampo inglese che italiano. Questo disegno diventa strumento per reinterpretare un gusto antico e riportarlo nel mondo di oggi in un ricercato viaggio nel tempo.

Ed ecco che Victoria, la iconica sahariana del guardaroba FAY, assume grazie a questo ricercato motivo una luce del tutto nuova: un sapiente gioco di intarsi e ricami conferisce femminilità e grazia ad ogni singolo pezzo; i volumi sono morbidi, i dettagli leggeri, quasi immaginati, per donare un perfetto equilibrio tra forma e decoro. Il cotone si trasforma nei colori e nelle consistenze grazie a lavaggi e trattamenti tinto in capo. Un doppio filo che ancora una volta in Fay lega modernità e tradizione, praticità e raffinatezza.

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Ma ancora: gli abiti fluidi e iperleggeri vedono stampe accese e sovrapposizioni di ricami , mentre accenti romantici prendono vita in piccole ruches, décolleté d’impatto, volant realizzati in suede e cotone.
Il denim a gamba diritta, diventato ricca tela per stampe e ricami, rivoluziona la propria identità di capo quotidiano per rappresentare un pezzo speciale del rinnovato guardaroba femminile. Un nuovo oggetto di desiderio.

La camicie, da quelle militari ai piccoli pezzi che lasciano intravedere la pelle, si affiancano a gonne lunghe o al ginocchio.
Il blu e il khaki, il senape e il bordeaux, il rosso e il ciclamino, oltre agli immancabili bianco e nero, caratterizzano pezzi facili da indossare, capaci di generare outfit del tutto unici grazie all’infinita possibilità di accostamenti e sovrapposizioni.
Le borse, piccole e maxi, esprimono un look vissuto grazie al cuoio ed al camoscio trattati; arricchite da intarsi, ricami o piccole borchie, sintetizzano perfettamente il mood della stagione. La selezione di calzature comprende stivali con o senza ricami, allacciate maschili e sandali ultraflat. I bijoux includono leggere collane impreziosite da charm iconici: quadrifogli, ferri di cavallo, chiave e sterling.

Combinazioni sempre diverse, un’unica storia: quella di chi le indossa. Il nuovo guardaroba Fay permette un divertito esercizio di accostamenti per total look fondati su capi veri, essenziali, nei quali siano sempre evidenti i canoni della tradizione italiana: qualità, carattere, eleganza.

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Guarda qui tutta la collezione: 

MILANO FASHION WEEK: PRADA E IL BON TON 2.0

Dissacrante, geometrica e iperbolica, la collezione proposta da Prada per la Primavera/Estate 2016 strizza l’occhio al passato, rivisitando un capo principe del guardaroba femminile ed evergreen quale è il tailleur.

Suggestioni anni Cinquanta nel mood bon ton da signore perbene, ma i materiali e i giochi cromatici svelano il contrario. Omaggio ai Sixties nelle stampe optical, nelle righe e nelle ardite geometrie per tailleur a trapezio e capispalla verniciati.

Un look da segretaria chic per gonne trasparenti e ricamate, decorate con macro paillettes. Astrakan, pelle, camoscio, vernice e coccodrillo regnano mentre gli accessori sembrano tranquilli ma rivelano arditi schemi post-atomici. Plastificati, metallizzati e geometrici gli spolverini, pitonate le handbag.

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Un post classico rivisitato per un concetto di stile mirabilmente orchestrato da Miuccia Prada in un gioco che nulla lascia al caso: un capo classico per antonomasia come la giacca con la martingala viene riproposto in chiave 2.0. La gonna bon ton si arricchisce di note 3D.

Un sovvertimento dei codici dell’eleganza classica per un viaggio in una nuova dimensione futurista ma con classe: è una donna che non rinuncia alla propria femminilità, tra spolverini geometrici e labbra metallizzate. Per una moda che riscopre i valori del passato pur essendo proiettata nel futuro.

(Foto Madame Figaro)


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MILANO FASHION WEEK: DA MOSCHINO IL CANTIERE È CHIC

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Lavori in corso da Moschino, per la Primavera/Estate 2016: sfila una collezione all’insegna della consueta ironia, con tocchi couture e suggestioni Pop Art.

Caschetto giallo d’obbligo, ma con veletta anni Cinquanta, per una sfilata ambientata su una fantomatica autostrada. Eccessiva, irriverente, fieramente sopra le righe, la donna Moschino è chic anche quando indossa capi profilati di catarifrangenti o t-shirt oversize che rappresentano veri cartelli stradali.

L’austerity di tailleurini bon ton si annulla nell’ironia di curiosi copricapi ispirati ai segnali stradali, la seriosa severità di lunghi abiti a sirena viene annullata dalle stampe ispirate a Roy Lichtenstein. Jeremy Scott non smette di stupire, in una nuova sfilata-evento in cui il mood pop si mixa al cartoon d’ordinanza, ormai sdoganato in chiave fashion dalla maison italiana.

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Con l’estro creativo del designer americano, Moschino incanta Milano e si conferma come lo show più atteso ed entusiasmante della settimana della moda. Chiavi inglesi su abiti da gran soirée dalle linee Fifties: largo a sontuose gonne a ruota e punto vita strizzato, per dive contemporanee.

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Funky pop per spunti paesaggistici forse ispirati alle luci di Las Vegas, i segnali stradali prendono vita e si impossessano della donna Moschino. Colori fluo per abiti Cadillac, il gran finale dello spassoso défilé ha un inedito protagonista: l’autolavaggio, con capi tubolari a frange che ricordano gli spazzoloni dei car wash. Una couture ironica, per abiti che sono vere e proprie installazioni pop. Quando l’ironia è chic.

(Foto Madame Figaro)


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Parronchi Cashmere: il glamour per l’Autunno/Inverno

Il lusso che diviene prerogativa quotidiana, per una collezione all’insegna della femminilità più ricercata e glamour. Parronchi Cashmere per l’A/I 2015-2016 si rivolge ad una donna contemporanea e moderna, che non rinuncia alla qualità artigianale e a suggestioni luxury.

Capi esclusivi e pregiati, che coniugano mirabilmente un’attenta ricerca stilistica ad un design mai convenzionale. Stampe jacquard in linea con le tendenze attuali che si ispirano ai Sixties; suggestioni vagamente British e retrò per la maglieria, che diviene protagonista assoluta, tra maglie, abiti, pantaloni, gonne e cappotti, per un guardaroba versatile e creativo.

Eleganza evergreen per gli accostamenti black & white dei cappotti dalle linee geometriche. Tessuti finemente lavorati, con punti luce appena accennati che fanno capolino dalle trame, che svelano la cura per il prodotto artigianale. Preziosi filati per una donna sofisticata e attenta alla qualità.

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La magia del Nord diventa glamour per capispalla profilati in pelliccia, perfetti per affrontare il freddo invernale. Il punto maglia a costa inglese abbinato alla volpe argentata coniuga suggestioni rustiche ad elementi extra lusso. Sofisticate le mantelle profilate in morbida pelliccia, da indossare su abiti in raso in tinta unita o in Principe di Galles, per conferire ad ogni outfit suggestioni bon ton.

La palette cromatica dei morbidi cardigan e pull varia dal bianco al nero passando per grigi mélange: il cashmere conferisce nobiltà al mohair garzato. Tante le proposte di maglieria 100% cashmere di Parronchi Cashmere, dove interpretazioni di nuovi tagli e dettagli di stile conferiscono nuova vita al guardaroba invernale. Tweed sale e pepe dall’aspetto un po’ ruvido si rivelano morbidissimi al tatto: insolito ma assai riuscito il contrasto con i dettagli in pizzo valenciennes.

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Mood sporty-chic per le proposte di maglieria, la cui femminilità viene sapientemente accentuata dall’accostamento con fluttuanti bluse di raso di seta o camicie in crêpe de Chine dal taglio rigorosamente sartoriale.

Urban chic per le nuance metropolitane, che evocano magistralmente atmosfere “foggy”, nebbiose e autunnali. Il grigio, insieme ai bianchi e neri, si stempera nel raffinato rosa cipria, con tocchi di fucsia e di giallo dorato, per conferire un tocco di classe al vostro guardaroba.

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Una collezione che saprà stupirvi con una femminilità delicata e stylish, per affrontare il freddo con stile.

Barbara Snellenburg conquista i The Kolors

Viso innocente e labbra carnose, charme nordico e bellezza disarmante: Barbara Snellenburg conquista anche Stash dei The Kolors, nell’ultimo video della boyband più amata d’Italia.

Protagonista di film cult come “Piccolo grande amore”, al fianco di Raoul Bova, gambe lunghissime e fisico da urlo, Barbara Snellenburg è modella, attrice e ora fashion blogger di successo: tantissimi sono i followers che attendono con ansia i suoi consigli in fatto di moda e stile.

Nostra contributor con la sua seguitissima rubrica BLONDIEFULL FOR D-ART, Barbara Snellenburg è ora protagonista dell’ultimo video del gruppo vincitore di Amici di Maria De Filippi, i The Kolors.

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Barbara Snellenburg è protagonista dell’ultimo video dei The Kolors, intitolato “Why don’t you love me?”

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Il backstage del videoclip

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Barbara Snellenburg è modella, attrice e fashion blogger seguitissima

 

Sensualità e pathos per scene d’amore ambientate nella suggestiva location della città di Berlino, con una Barbara Snellenburg ad alto tasso di seduzione. La bellissima modella olandese fa perdere la testa al frontman della band, Stash, che nel video tradisce la fidanzata storica con la bionda Barbara. Il nuovo singolo dei The Kolors si intitola “Why don’t you love me?” e il video è uscito lo scorso 18 settembre. Qui il video:


Il video è il secondo prodotto dalla band ed è stato girato dal regista Gaetano Morbioli, che vanta una grandissima esperienza nei videoclip per i principali artisti italiani. Barbara Snellenburg seduce Stash da vera femme fatale, interpretando la madre della sua fidanzata: tra i due nasce una relazione proibita e tormentata, come preannuncia lo stesso titolo del video.

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I protagonisti del videoclip

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“Why don’t you love me?” è il secondo singolo della band vincitrice di Amici di Maria De Filippi

Barbara tra Stah e il regista del videoclip Gaetano Morbioli

Barbara tra Stash e il regista del videoclip Gaetano Morbioli

 

L’attrice e l’icona di stile si incontrano anche nel look scelto da Barbara per la sua partecipazione al videoclip: outfit che si sposano mirabilmente con la location berlinese, come il chiodo di pelle H&M, un maglione a righe Comptoir Des Cottoniers, perfetto per combattere il freddo della capitale tedesca, un top Pinko e occhiali da sole Tom Ford, che conferiscono alla splendida modella un fascino da vera diva. Un video che è già un cult. Da non perdere.

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La location scelta per il videoclip è Berlino

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Il nuovo video dei The Kolors è uscito lo scorso 18 settembre

 

(Foto da Blondiefull)

MILANO FASHION WEEK: LA COLLEZIONE SS 2016 DI LUISA BECCARIA

Primavera – Estate 2016 “A lilac dawn”


L’atmosfera rarefatta di un campo di fiori immerso nella luce dell’alba primaverile, un’eleganza creativa e dal sapore peasant-chic: la collezione Primavera – Estate 2016 Luisa Beccaria celebra una bellezza sofisticata e naturale insieme, ispirata da uno sfumato repertorio folk, ritessuto e ripensato per la donna contemporanea, decisa e fiera della propria femminilità.

Protagonista della collezione è il fiore, che si declina in mille varianti. Ora è un garofano stampato per leggeri abiti da giorno in cotone; ora un tulipano ricamato sulla georgette di seta. La rosa e la viola diventano pattern di gonne e giacche in organza jacquard, oppure ornano con una stampa delicata il sangallo. Il dettaglio floreale impreziosisce nastri, cinture e abiti plissettati a spicchi di colore.


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Immancabile lo spolverino-vestaglia di tulle ricamato a motivo di fiordalisi. Applicati, con il pizzo, o in versione tridimensionale, i fiori arricchiscono anche leggiadri abiti da sera sui quali si fa strada la calda luce dell’oro.
I tagli sono morbidi e a vita alta, le forme scivolate stemperano il gusto della tradizione popolare di Alma Tadema, che evidenzia le scollature, con la fresca eleganza delle muse anni ’70 (Marisa, Talita, Joni).

La palette cromatica alterna soprattutto i rosa e i pervinca, nelle infinite tonalità dei petali di un fiore. Rosa Tea, lilla, mauve, fiordaliso e violetto, sino a tinte più forti come il rosa ciclamino e il blu degli iris.
Tra gli accessori: ampi cappelli di paglia indossati su foulard; bracciali, cerchietti e spille che ricordano i pattern delle stampe; decolleté a punta in suede con fini cinturini alla caviglia.

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MILANO FASHION WEEK: LA SFILATA SPORTMAX SS2016

La primavera arriva: per Sportmax è un nuovo inizio. L’oceano e lo spirito futuristico degli anni Sessanta sono sintetizzati nei loro elementi essenziali. Il mood è rilassato, i capi sono messi a fuoco con una perfezione netta.
La contrapposizione dei materiali crea un impeccabile equilibrio di finito e non finito. I tessuti lucidi e futuristici giocano in contrasto con cotoni e sete naturali, l’artificiale si alterna al naturale.
Una palette grafica di écru e nero, puntualizzata dai colori degli agrumi, tra cui il giallo brillante e il tange- rine.

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Nuovi volumi, forme a trapezio. Abiti corti di linea ad A sono ancorati a terra con sandali chunky e zeppe a forma di piramide. Le borse in pelle, portate a mano, prendono a loro volta la forma di un pentagono e sono completate da fibbie di metallo.
Le tasche e le clutch ovali arricchiscono i capi. Fibbie montate su spessa pelle allacciano i vestiti al collo o sulle spalle e anche le camice di seta oversize, portate come abiti. Ricercati pizzi guipure disegnano sui capi degli inaspettati oblò.

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Una stampa a rete si avvolge intorno al corpo, quasi a voler catturare chi la indossa, prima di lasciarla andare. Catene navali si trasformano in righe ben definite, che abbracciano il corpo in crêpe de chine fluidi. Il set, intitolato “Superwalk”, segue il cambio di stagione. Lo studio di design Formafantasma ha trasformato gli interni del Palazzo delle Poste di Milano (progettato da Luigi Broggi agli inizi del ’900) in un’installazione fatta di fogli trasparenti in PVC neri, giallo brillante e color nudo. Appesi al soffitto scendono sul pavimento della passerella, dove creano uno spazio esteso e apparentemente infinito. Un muro, costruito con mattoni di terracotta, crea contrasto con gli interni futuristici e completa le linee decise dell’installazione e della collezione stessa.

Guarda qui tutta la collezione:



ENGLISH VERSION

Spring unfolds at Sportmax with a fresh start. Oceanic references and clean 1960s futurism define the col- lection, distilled down to their essential components. The mood is relaxed; but the clothes themselves come into sharp focus with crisp perfection.
Opposites in fabrication create an impeccable kind of undone. Futuristic leatherette with sailcloth cottons and natural silks. The artificial versus the natural.
Polars attract in a graphic palette of ecru and black that is punctuated with juicy citruses, including sunshine yellow and zesty tangerine.

A new volume, anchored in youthful trapeze shapes, emerges this season. Legs are on full view. Short A-line dresses cut from a 1960s mold are playful and grounded with chunky sandals with a thick pyramid wedge. Sou’wester capes, leatherette swing toppers and A frame pinafores are worn with simple hand held bags reduced to elongated pentagon shapes in refined leather topped with an oval buckle.
Utilitarian pockets decorate garments in stacked tiers or oval pouches sliced with zips. Garments fasten with oval buckles mounted on thick leather either at the neck or on shoulder straps, also as pins to fasten loose oversized silk shirts worn as dresses. Guipure lace creates peekaboo port-holes.
Prints are fresh and graphic this season. A fishnet print twists around the body, seemingly catching the wearer before letting her go. Chandlery chains become a vivid stripe as bold links encircle the body in fluid crepe de chine.
The set this season, entitled “Superwalk”, follows the seasonal shift. Designed by Italian-born Andrea Trimar- chi and Simone Farresin of Eindhoven-based design studio Formafantasma, the interiors of Milan’s Palazzo delle Poste (a defunct post office designed by Luigi Broggi in early 20th century) have been transformed into an installation of transparent black, sunshine yellow and nude PVC sheets. Suspended from the ceiling, the modern, wide plastic strips continue down onto the catwalk floor where they create an expanded space and seemingly infinite looping path. A wall, constructed from traditional terracotta bricks, contrasts with the futuristic interiors and complements the clean lines of the installation and the collection itself.


DETAILS GALLERY:



(photo ufficio stampa)

MASSIMO PASTORE, QUANDO FOTOGRAFARE È UN MODO PER AMARE

“La fotografia è una linea di confine, un momento dove la precarietà e la transitorietà diventano oggetto d’indagine estetica .
Sovente m’interrogo quali siano le tracce che lasciano questo attraversamento”

(Antonio Maiorino Marazzo)

MASSIMO PASTORE, QUANDO FOTOGRAFARE È UN MODO PER AMARE

Massimo Pastore, nato a Napoli nel 1971, è uno dei più interessanti fotografi del nostro tempo.
Gentile, intenso, occhi che sembrano strapparti l’anima quando ti guarda, confessa candidamente che “la fotografia, lo ha salvato” …
Il suo lavoro è sempre in bilico tra sacro e profano, tra il ricordo e il presente.
Se il punctum di cui parla Roland Barthes ne la Camera Chiara resta quell’elemento imprescindibile che fa di uno scatto un grande scatto, ebbene di punctum nelle fotografie di Massimo Pastore ne troverete quanti ne volete . 
Massimo Pastaore, ovvero quando fotografare è un modo per amare e stare al mondo.

MASSIMO PASTORE, QUANDO FOTOGRAFARE È UN MODO PER AMARE

Come hai iniziato a fotografare?

È stato il frutto di un incontro importante che ha segnato il mio percorso di persona e di artista.
Sin da piccolo ero alla ricerca di un mezzo espressivo che mi consentisse di rappresentare il mio pensiero e il mondo (reale e irreale) nel quale vivevo. Ricordo la prima fotografica che qualcuno mi regalò per la mia prima comunione, una Kodak di plastica blu, qualcuno a questo punto potrebbe pensare che questo fu l’inizio, invece no! La usai una sola volta in gita scolastica a San Marino e, forse, in qualche altra occasione poi me ne dimenticai.
Finchè un giorno di 21 anni fa incontrai Antonio, la persona con la quale ancora oggi con-divido il percorso della mia vita, che durante una vacanza sull’isola di Procida mi mise in mano la sua Olympus OM 10 e mi disse: Fai tu.
Nel caricatore c’era una pellicola kodak a colori 100 ASA e dopo aver impostato il programma automatico inizia a rappresentare quei momenti vissuti non troppo distanti dalla città dove viviamo, Napoli.
Al ritorno mostrammo le foto della vacanza agli amici e tra loro c’era Anna, un’amica di Antonio, che per lavoro faceva la fotografa che rimase colpita da quelle che per me erano solo foto di un “viaggio” e mi esortò ad approfondire la tecnica invitandomi successivamente a collaborare come assistente nel suo studio di sviluppo e stampa del bianco e nero. Rimasi ovviamente affascinato dall’immagine che lentamente apparve da un foglio bianco alla flebile luce rossa della camera oscura, era per me qualcosa molto vicino alla magia. Per diversi mesi seguii Anna nella sua camera oscura dove appresi i segreti per ottenere delle stampe in bianco e nero quasi perfette.
Da li a poco iniziai a fotografare con consapevolezza non solo delle scene ritratte ma anche della tecnica necessaria.
Avevo finalmente trovato il mio mezzo espressivo. La Fotografia.
Frutto di incontri speciali.
Dopo circa due anni produssi il mio primo progetto fotografico dal titolo “Di Luce Propria” una serie di ritratti in bianco e nero di volti più o meno noti del mondo dell’arte e della cultura napoletana.
Fu un successo inatteso e arrivarono le prime proposte di acquisto delle mie foto e di collaborazioni commerciali.

MASSIMO PASTORE, QUANDO FOTOGRAFARE È UN MODO PER AMARE

Qual’è il lavoro a cui sei più legato?

È come chiedere ad uno scrittore a quale capitolo di un suo libro è più legato, ognuno di essi è importante nella comprensione della storia.
Io considero i miei lavori (progetti) come un’unica entità suddivisi in capitoli che insieme compongono quella che amo definire “Umana Commedia”.
La mia ricerca personale si concentra nella sfera dell’umano, sul gioco di relazioni tra le persone, tra i soggetti ritratti e il fotografo, tra i soggetti e i luoghi che spesso perdono ogni connotazione geografica, tra la persona e la propria intimità svelata all’obbiettivo della mia macchina fotografica.
Sono legato a tutte queste persone che hanno deciso di affidarsi al mio sguardo da un profondo sentimento di gratitudine. Proprio come sono legato ai luoghi che raramente rappresento senza alcun tipo di presenza umana o quando ricorro all’autoritratto per esprimere un concetto che solo io in quel determinato momento potrei rappresentare, chiunque altro al mio posto darebbe vita ad una falsità espressiva, come nel progetto Bianco _ Cold Landscapes.
“Una foto è importante per ciò che rappresenta; ciò che essa rappresenta è più importante di quello che essa è”
In quest’ottica le fotografie che decido di esporre o pubblicare non sono altro che il “prodotto” finale di un processo creativo intimo e coinvolgente che mi impegna totalmente e che poi restituisco alle visioni altrui. Alla luce di ciò proprio non sono capace di scegliere il lavoro al quale sono più legato in quanto lo sono a tutti indistintamente, perché ognuno è la rappresentazione di un dato momento, unico nel suo genere.

MASSIMO PASTORE, QUANDO FOTOGRAFARE È UN MODO PER AMARE

foto di Michael Duperrin

Se dovessi definire in sintesi il tuo lavoro?

E’ sicuramente paragonabile ad un viaggio che ogni volta mi porta alla scoperta di nuovi mondi. Quando inizio un lavoro/progetto so dove sono diretto ma non so quel che troverò lungo il suo percorso. È sempre una piacevole sorpresa.

Cosa cerchi nel fotografare?

Uno scambio di attenzioni e comprensione.

C’è uno scatto che, in qualche modo, ti rappresenta?

In parte ho già risposto a questa domanda, ma considerando le singole fotografie posso affermare che ce ne sono diverse che potrebbero rappresentarmi, come “Moto Continuo” dal progetto Bianco Cold Landscapes che per me ben rappresenta la sintesi degli argomenti sui quali concentro la mia attenzione.
In questa immagine sono racchiusi tutti i concetti per me fondamentali, il presente rappresentato dalla totalità della scena, il passato affidato alla memoria con la presenza sullo sfondo di figure, apparentemente nascoste, che a loro volta incarnano giovinezza, vecchiaia e morte, e il futuro rappresentato invece da due persone che hanno scelto di percorrere insieme il viaggio della vita sostenendosi a vicenda in una direzione ignota. L’ambientazione è onirica, data dal paesaggio innevato e dal peregrinare dei due protagonisti nell’acqua, simbolo della vita. Nonostante il passare degli anni e degli eventi, spesso negativi, come nella vita di ogni individuo, concedo ancora ai sogni uno spazio importante. Essi rappresentano la possibilità di un diverso punto di vista, uno stimolo al cambiamento.
Oppure l’autoritratto Bianco Cold Landscape 1 o il Trittico dell’Impermanenza in cui, in entrambi i casi, vi è l’azzeramento della morte intesa come fine.

MASSIMO PASTORE, QUANDO FOTOGRAFARE È UN MODO PER AMARE

Il tuo lavoro sembra procedere dalla memoria, dal ricordo, un discorso sulla traccia, sul paradosso della temporalità, sei d’accordo?

Ma la memoria e il ricordo non rappresentano forse il senso primario dello scattare fotografie?
Tutti noi fotografiamo per immortalare il viso di una persona cara o un qualunque momento per noi importante, che sia bello o brutto ha poca importanza, anche le fotografie scattate senza questo intento divengono memoria di qualcosa, di qualcuno, testimonianze e quindi ricordi. In alcuni lavori, come Bianco Cold Landscapes ho lavorato proprio sui concetti di memoria, traccia e paradosso temporale in cui come ben scrive Antonio Maiorino nel suo testo di cura del progetto che ti invito a riportare:
“Si espone Pastore al pubblico prestando il suo corpo a quei personaggi che non sono più ma che hanno fatto parte della sua storia familiare, gioca quindi con il paradosso temporale sincronia/diacronia. Quel che è già accaduto lentamente si liquefa nel bianco, oppure quello che è ancora da venire nel bianco si compone. Il bianco diventa elemento di autosospensione, di azzeramento volontario e fittizio della coscienza affinchè sia l’occhio a comprendere quanto ci sia di cinereo e quanto di niveo.”
O come nel mio ultimo progetto “As You Like It” in cui le persone ritratte divengono tracce di passaggi che vanno a sovrapporsi alle tracce di chi, in quel determinato luogo, era già passato, anni, decenni, secoli prima.
Sicuramente sono aspetti fondamentali di una parte della mia ricerca.

Nel lavoro As You Like It dimostri di amare molto il ritratto, un genere non facile in fotografia…

Il ritratto è stato quasi sempre al centro della mia ricerca personale, come potrei non amarlo.
Non so se sia facile o difficile da trattare, per me è insito e me ne prendo cura in maniera del tutto naturale anche quando il ritratto non è “apparentemente” spontaneo. In As You Like It le persone ritratte, perlopiù sconosciute, sono state, nel corso degli anni, da me invitate a mostrarsi lasciando loro la libertà di scegliere come, quando e dove (all’interno dello stesso perimetro) essere fotografate. Un lavoro che, aldilà della bellezza di alcune immagini va considerato nella sua totalità. Diviene riflessione sulla fotografia di ritratto, in cui in questo progetto, perde ogni riferimento classico, mettendo in discussione sia il ruolo del soggetto che quello del fotografo che diviene apparentemente strumento. I due concetti principali di soggettività e oggettività perdono qui la loro egemonia in riferimento alla fotografia. I soggetti ritratti non hanno più un ruolo passivo ma divengono protagonisti, potremmo dire che divengono gli artisti che pensano e svolgono l’azione, mentre il fotografo sembra assumere il ruolo di curatore.
Scrive Anita Pepe in un suo testo per questo progetto di cui riporto un estratto:
La richiesta di Pastore ai suoi estemporanei modelli si insinua dunque tra coordinate fluide: nel momento di accoglienza e di “vacatio”, occasione di forza e di fragilità, e nei varchi del margine dentro/fuori. Nell’aprire consapevolmente il teatro delle sue e delle loro giornate, formula in maniera apparentemente distaccata facoltà di scelta: mettetevi dove, come volete. Sul letto, sui gradini della scala interna, sul pavimento, sul divano. A chi accetta viene demandato il titolo dell’immagine, che parlerà dunque la sua lingua. Uno, due scatti al massimo. Come se, una volta stretto il patto, i contraenti avessero premura di portarlo a termine. Perché c’è un treno che aspetta; perché si è felici di farlo; perché non ci siano ripensamenti; per stemperare il nodo profondo di questa idea, ovvero la consapevolezza e la corresponsabilità di un lavoro artistico.

Il lavoro dedicato alla sessualità è molto forte, cos’ è il sesso per te?

Il sesso è qualcosa di molto vicino alla generosità, per fare del buon sesso devi occuparti dell’altro, farlo sentire a proprio agio, è il momento in cui due (ma anche più) persone sono letteralmente nudi, estremamente fragili. I propri difetti che cerchiamo di nascondere con i vestiti sono esposti e occorre una buona dose di “comprensione” per rispettarli ad anche amarli. È il momento in cui le persone comunicano attraverso il corpo in un piacevole gioco di dare e avere.

I tuoi progetti imminenti?

Ad ottobre darò il via alla realizzazione del mio nuovo progetto curato da Simona Chiapparo. Partirò per Lampedusa, isola a metà strada tra due continenti, Europa e Africa, luogo di prima accoglienza di esseri umani disperati in cerca non di un futuro migliore ma della speranza di poter avere un futuro.
Avendo avuto modo di ascoltare alcuni racconti indiretti su come le migrazioni sono da sempre state accolte dagli abitanti di Lampedusa, aldilà del clamore espresso dai media, è nato in me il desiderio di provare a narrare in modo diverso il tema dell’accoglienza, a partire dal punto di vista di chi, ogni giorno, assiste al fenomeno degli sbarchi.
Ad un ceto punto di questa conversazione ho dichiarato che quando inizio un lavoro/progetto so dove sono diretto ma non so quel che troverò lungo il suo percorso. Ho un’idea di realizzazione ma ho anche la consapevolezza che una volta sul luogo qualcosa potrebbe cambiare. Sarà un’esperienza molto forte che sicuramente provocherà in me sensazioni e pensieri mai provati prima.

Lo scatto che sogni di realizzare?

Il prossimo, e poi quello dopo ancora.

 

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Senza trucco né effetti: Oliviero Toscani porta le “Superdonne” in Via Montenapoleone

Senza trucchi, né photoshop, queste sono le mie vere top model” afferma Oliviero Toscani, autore delle foto in esposizione in Via Montenapoleone, fruibili gratuitamente al pubblico dal 23 al 29 settembre 2015 per tutta la durata della Settimana della Moda Donna, un evento fortemente voluto dall’Associazione Montenapoleone con il supporto di Campari e Canon.

 

©olivierotoscani

©olivierotoscani

 

Un estratto di foto al femminile dal grande archivio di Razza Umana: una ricerca fotografica, socio-politica, estetica, culturale e antropologica in atto da 10 anni. Un progetto per scoprire l’anima, le morfologie, le espressioni, le caratteristiche fisiche, somatiche, sociali e culturali dell’umanità.

 

©olivierotoscani

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“Fra tutti i mezzi di comunicazione nessuno è più forte e profondo dello sguardo, perché lo sguardo si stupisce, si commuove, è un giudizio e un esame, ama e odia, è l’espressione della condizione umana ed è, infine, l’immagine della nostra forza e vulnerabilità. Lo sguardo è l’espressione dell’anima”

Oliviero Toscani

Giancarlo Siani. Il caso non è chiuso

È questo il titolo dell’ultimo libro di Roberto Paolo, caporedattore del Roma, e soprattutto giornalista che si è sempre occupato di inchieste, cronaca giudiziaria, ed ha seguito da sempre il caso Siani, un giovane cronista “precario” del Mattino di Napoli. Che scriveva su Torre Annunziata, e raccontando gli atti e i fatti del consiglio comunale – trent’anni fa – pagato poco e male e senza “tutele” – è finito col descrivere quell’intreccio tra politica, affari e criminalità che, in quegli anni, era ben più che regola. Era sistema. È bene ricordarli quegli anni, perché era il decennio precedente tangentopoli, e contestuale alla nascita del primo maxiprocesso di Palermo: quello in cui per la prima volta veniva scritta in atti giudiziari una tesi che all’epoca sembrava eresia: che la mafia era un’organizzazione piramidale e strutturata, e che operava in maniera sistematica, e che aveva rapporti e determinava in maniera diretta la vita politica non solo locale e regionale, ma anche nazionale. Oggi è un fatto. Ma la battaglia per renderlo tale è stata una vera e propria guerra, con morti e feriti, e ferite profonde nella società. Ed è ciò che è accaduto anche in Campania, in modo particolare nella provincia di Napoli. È bene ricordarlo, per chi era assente, e per chi forse dopo anni, in posizioni differenti, ricorda meno, spesso male, e spesso in maniera “diluita” cosa furono quegli anni.


Il caso Siani non è chiuso. Non lo dico io. E non lo dice nemmeno Roberto Paolo. È un fatto. Dopo numerosissimi articoli che ha scritto sul Roma, e dopo elementi e dichiarazioni nuove, la Procura della Repubblica di Napoli ha riaperto quel fascicolo di indagine. Il caso non è chiuso.
Quella che racconta Roberto Paolo è prima di tutto una storia di giornalismo, di ricerca della verità. Con tenacia, nei mesi, “un pezzo alla volta”. Che poi si intrecciano e incastrano come un puzzle. È un libro di buon giornalismo, di quello che in questo Paese manca un po’ troppo spesso, schiacciato da copincolla, da rubacchiamenti in giro per i blog minori, e dallo scoopismo, legato spesso al tema cogente del momento televisivo. Questa volta no. La ricerca è intensa, lunga, faticosa. Nelle pagine fitte sembra quasi di vedere i mal di testa, la ricerca di fonti, il confronto, il riscontro.
Ma questo caso, proprio sotto profilo giornalistico, non è decisamente chiuso, e riapre una ferita enorme della città di Napoli e della sua narrazione. Giancarlo “eroe del giorno dopo”, quello che è martire del suo lavoro, ma sino al giorno prima era uno dei tanti precari in un quotidiano immenso.



Giancarlo ammazzato sotto casa per “quello che aveva scritto”. Una verità forse troppo facile, e che non tiene conto di una lezione che è pietra angolare: la criminalità ammazza per quello che hai fatto “prima” solo i propri uomini, come punizione e monito, non ammazza mai “fuori da sé” per il passato, ma per quello che stai per fare. È questa – purtroppo – la verità tropo difficile da accertare e da dire, perché ci riporta ad altre ferite aperte. Davvero Giovanni Falcone è morto per il maxiprocesso, o non già perché stava per diventare capo della DIA? Davvero Paolo Borsellino è morto per lo stesso motivo, o perché stava per dire quello che aveva scoperto successivamente alla strage di Capaci ed ai fatti che oggi sappiamo essere descritti come “la trattativa Stato-Mafia”?
 È ricordando questa regola, e partendo da questo concetto, che Roberto Paolo va avanti nella sua ricerca, sulla morte di un suo collega, e praticamente suo coetaneo. 
La tesi del suo libro-inchiesta è questa: non furono i clan vesuviani ad ordinare il massacro di Giancarlo Siani, per “punirlo” per aver raccontato i rapporti tra i Gionta e la politica locale, ma i Giuliano di Forcella, perché il cronista napoletano stava per pubblicare una sua inchiesta in cui rivelava le mani del potente clan nella gestione delle cooperative di detenuti: i sicari partirono da Chiaia, dalla “città bene”, e non dalla provincia. E su questa tesi, prove e riscontri alla mano, la Procura della Repubblica di Napoli ha aperto un fascicolo, affidato a due PM di tutto rispetto: Enrica Parascandolo e Henry J. Woodcock.


Nell’intervista-recensione di Repubblica Conchita Sannino scrive “«DI SICURO c’è solo che è morto», per citare la lezione di giornalismo del grande Besozzi sul bandito Salvatore Giuliano. Anche qui: c’è un delitto eccellente; una verità giudiziaria blindata, costruita con molta fatica tra mille trappole; e una nuova tesi che smonta quella passata in giudicato. Sono davvero i 2 killer condannati all’ergastolo quelli che uccisero Giancarlo Siani, il cronista (precario) de Il Mattino massacrato al Vomero il 23 settembre dell’85? Quasi tre decenni dopo, il giallo — e la ferita — si riaprono.” Secondo Roberto Paolo “alla pianificazione del delitto hanno partecipato tre clan, i Nuvoletta, i Gionta e i Giuliano: ognuno per un interesse e con un suo ruolo. Ma nelle indagini ci furono lati oscuri, lacune, poi lo scontro interno alla magistratura inquirente, mentre i Giuliano corrompono forze dell’ordine e operatori di Castel Capuano. In ogni caso: le cose scritte da Siani sul “modello” coop esplodono nello scandalo l’anno dopo. Lui però le scrisse un anno prima”.


Il giorno dopo l’articolo di Repubblica arriva un articolo su Il Mattino, a firma di Pietro Perone. Un articolo che attacca a testa bassa e con toni forti il libro. E poco conta che di fatto questo attacco non sia la la posizione ufficiale de Il Mattino che oggi corregge fortemente il tiro e a firma di Leandro Del Gaudio – giornalista di cronaca giudiziaria – corregge il tiro e conferma tutti i fatti riportati nel libro. Forse il cronista che per qualche anno seguì la vicenda giudiziaria del Caso Siani si è sentito chiamato in causa. Di Roberto Paolo, il fratello di Giancarlo, Paolo Siani dice “mi spiace che all’epoca non ci fosse un giornalista come lei a seguire questo caso”. Sarà questo, o sarà che forse questa inchiesta era doveroso che con forza la facesse proprio il giornale dove lavorava Giancarlo.
 Roberto Paolo ironizza “Forse è solo omonimo di quel Perone che scrisse diversi articoli sul processo Siani nei primi anni ’90. Perché se fosse lui non sarebbe incorso in così tanti errori uno dietro l’altro. Prima di scrivere una stroncatura avrebbe letto il libro in questione. Cosa che, evidentemente, non ha avuto il tempo di fare. Del resto, se fosse lo stesso Perone che si occupò del processo Siani, non avrebbe scritto che le condanne si fondano su «diversi pentiti del clan Gionta e Nuvoletta».


Infatti, nessun pentito del clan Nuvoletta ha mai parlato del delitto Siani. Non avrebbe affermato che le condanne si basano «sul Dna delle famose cicche di Merit lasciate dai killer sul luogo del delitto». Il Dna non fu mai trovato, fu invece trovato il gruppo sanguigno, che non corrisponde al gruppo sanguigno di nessuno dei condannati. Non avrebbe scritto che Pandora Castelli era la «fidanzata italo-americana del piacente Rubolino». La fidanzata di Rubolino era la sorella minore di Pandora, si chiama Josephine Castelli (e più che italo-americana è franco-americana). Non è vero infine che il mio libro «ripropone sotto forma di pamphlet il racconto di una serie di articoli già pubblicati». Il mio libro riferisce elementi nuovi, testimonianze e documenti inediti. Ma per saperlo il signor Perone doveva fare la fatica di leggersi il libro, e non tutti siamo abituati alla fatica. Inoltre, non è nemmeno vero che le persone che io indico come possibili co-autori, complici e co-mandanti sono tutti morti, e quindi un eventuale nuovo processo non potrebbe farsi: indico anche nomi di personaggi vivi e vegeti, alcuni dei quali pentiti, altri detenuti per omicidio, altri liberi. Ma anche per sapere questo bisognava almeno sfogliare il mio libro. Infine lascia intendere che non è vero che la Procura ha riaperto le indagini sull’omicidio Siani. E qui, certo, per verificare la cosa bastava andare a fare domande in giro. In alternativa, può chiedere agli ottimi colleghi di giudiziaria che lavorano (loro sì che lavorano, e anche molto bene) nella redazione del “Mattino”.


Il caso sulla morte di Giancarlo Siani non è chiuso. A quanto pare nemmeno giornalisticamente. E questo ragazzo ucciso ad appena ventisei anni continua a dare lezioni, in un modo o in un altro. Lo fa come esempio in questa città in cui si è sempre scavato poco e forse chiusi troppi occhi e troppo spesso. Lo fa però soprattutto quando qualcuno si pone la domanda sull’opportunità di continuare a cercare e scavare chiedendo retoricamente “a cosa serve mettere tutto in discussione”. Io rispondo che serve alla verità. E serve alla giustizia. E serve anche per dire qualcosa in più che forse lo rende ancora più grande: Siani non fu forse solo il giornalista che scoperchiò i rapporti tra i Gionta e la politica, né quello che ci disse che il boss di Marano si era riuscito addirittura ad affiliare a Cosa Nostra, svelando retroscena inquietanti negli intrecci mondiali della struttura della criminalità organizzata. Siani era anche quello che stava per rivelare come – attraverso la gestione delle cooperative per i detenuti – di fatto, il clan Giuliano aveva in mano l’anagrafe e il controllo delle famiglie di tutto l’esercito di camorra, che è bene ricordare che in quegli anni toccava i 10mila affiliati.


Giancarlo Siani non “appartiene” a nessuno. Non appartiene al giornale per cui lavorava da precario, ed in cui fu la redazione a ribellarsi quando il direttore dell’epoca, Pasquale Nonno, voleva liquidare la notizia della sua morte con un “taglio basso”. Non appartiene alla singola storia professionale di qualcuno, che sia magistrato o giornalista che se ne sia occupato. Non appartiene nemmeno ai mandanti ed agli esecutori reali, presunti, condannati, ignoti, liberi. Questa storia appartiene a tutti gli uomini liberi di questa città. E la verità non ha alcuna data di scadenza. Sopratutto se contribuisce ancora oggi a renderci ancora più liberi.


p.s.
Vorrei sgombrare il campo da qualche retropensiero che purtroppo è sempre dietro l’angolo. 
Nel suo libro Roberto Paolo mi ringrazia per averlo incitato a scrivere e pubblicare.
 Da quando faccio inchieste ho sempre e solo avuto un indirizzo: spiegare i fenomeni complessivamente, andando oltre il singolo fatto e la singola storia. L’ho fatto parlando di camorra, di mafia, del datagate, di web, degli F35, di traffico d’armi, del caso Mattei e della morte di un altro giornalista Mauro De Mauro, l’ho fatto sull’agroalimentare in Campania, sulle guerre per l’accaparramento della terra in Africa. L’ho fatto da uomo libero, sulle colonne che senza censure o tagli mi hanno ospitato. Sull’Unità, sul Roma, su Repubblica, sull’HuffingtonPost, su EUNews, a RaiNews24. Roberto non mi deve ringraziare, sono solo stato coerente con il perché io stesso faccio inchieste. Perché le verità qualsiasi siano vale sempre la pena che vengano raccontate. E questa dovrebbe essere la funzione e l’onere sociale di chi fa inchiesta e forse ancor più di chi fa cronaca.

Speciale Fashion Week: Byblos Primavera/Estate 2016

La donna della prossima stagione prende lezioni di botanica in Oriente.


Gli spazi verdi e l’unicità delle piante presenti nei giardini botanici orientali, tra costruzioni architettoniche che sfidano l’infinito, sono le ispirazioni che giungono dalla collezione Primavera/Estate 2016 di Byblos.
Così l’esotismo si fonde alla geometrie per dar vita a una techno-giungla che esplode sui tessuti stampati ad alta definizione.
La città dove vive l’eclettica donna della Maison è Singapore. Vivida e in movimento si diverte a giocare con i motivi floreali che talvolta tendono a scomparire grazie all’effetto trompe l’oeil.
Lo stesso che ritroviamo nei plissè ventagliati che svelano, così, un percorso che fa fondere la grafica e la materia.


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Cromaticamente esplosiva, i colori si intonano di volta in volta alla vegetazione illustrata e alle scelte geometriche, amalgamandosi perfettamente con il bianco e il nero.
Un biglietto di sola andata per provare, oniricamente, le emozioni delle esploratrici metropolitane di nuova generazione.


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Speciale Fashion Week: Costume National Primavera/Estate 2016

E’ il cinema italiano a ispirare la dark lady di Ennio Capasa.


La contemporaneità tinta di nero, misteriosamente drammatica, guida l’interprete della collezione di Costume National.
Una sfilata che prende il via con l’installazione visiva e riflessiva di Riccardo Previdi “Maha Mantra”. A comporre l’opera immagini e tracce audio ricercate attraverso i social e gli stock online, talvolta prive di autore. Il loro scopo è quello di far capire agli ospiti come, molto spesso, ciò che condividiamo non evoca più un’esperienza, bensì è atto unicamente a riempire il display di uno smartphone, di un tablet o il desktop di un computer.
L’avventura di Antonioni e A bigger splash di Guadagnino sono le suggestioni, provenienti dal grande schermo, che guidano Capasa.
Il rock cardine della Maison si fonde con la morbida sensualità delle luci soffuse e dei chiaroscuri contrastati.

La fluidità asimmetrica e i tagli maschili dei look proposti svelano tessuti altamente ricercati, come la stampa glitter gessata su doppio canvas in viscosa e il denim nero giapponese.


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Il flash rosso spezza le monocromie del bianco e nero che, però, celano a sorpresa un’anima silver.
Hollywood non è mai stata così vicina ed ecco come la borsa Black, in crosta nera con attacco in metallo, insieme ai sandali con tacco a spillo e agli occhiali da sole over, completa l’aura da vera diva del noir.


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Speciale Fashion Week: Anteprima Primavera/Estate 2016

L’evanescente aria tropicale per moderne veneri metropolitane.


L’impalpabilità unita al profumo della leggera brezza dei Tropici accompagna la viaggiatrice che non vuole fronzoli, ma solo l’eleganza discreta, di Anteprima.
Sovrappone, estraendoli dal suo bagaglio, gonne plissè delicatamente stampate, lineari top in differenti lunghezze e versatili parka, da indossare “all day long”.
Il rombo diventa leitmotiv dell’intera collezione, tanto da essere mostrato sulle calze in nylon indossate con sandali dall’allure semplice ma audace.


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Le geometrie strutturali sono evidenti anche nelle righe che svelano la palette cromatica nei freddi toni del bianco, light blue e giallo.
Un’ esploratrice che risplende di luce propria senza costrizioni, pronta per altri viaggi a caccia di nuove texture.


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Speciale Fashion Week: I’M Marras Primavera/Estate 2016

Un almanacco per le vacanze da vivere surfando.


Meglio delle onde del Pacifico, quelle incontaminate che circondano l’isola sarda sono le preferite di Antonio Marras che, per la prossima primavera/estate di I’M Marras , immagina le donne come moderne Betty Heldreich. E’, infatti, la pioniera del surf femminile, classe 1913, la sua nuova icona. Tra abiti, grambiuli, gonne, tute e pantaloni, rigorosamente over, vive in una roulotte ereditata dalla zia e balla fino a notte fonda sulla spiaggia. E per il giorno via libera a lunghezze mini e costumi rigorosamente anni ’50.
Le stampe si ispirano alla flora del Pacifico e si arricchiscono di righe e di quadri su cotone, denim, voile e tulle.


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E’ una groupie che ondeggia in un caleidoscopico mondo di colori fluorescenti ma non disdegna il tradizionale bianco e nero.
Grazie ai dischi ereditati dalla mamma ascolta le Bangles e le Cleopatras, che accompagnano ogni passo del defilè.


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Max Mara P/E 2016: marinière è chic

Stelle, righe marinière e proporzioni oversize in passerella da Max Mara, nella collezione per la Primavera/Estate 2016.

Una sfilata ricca di spunti e suggestioni: tanto bianco, alternato a rosso e blu, per righe, pois e stelline.

Un mood che ricorda Popeye; con Max Mara salpiamo per un viaggio in barca a vela, con un’unica meta: lo stile. Capispalla fluidi e oversize, all’insegna del comfort, tailleur pantalone dalla linea sartoriale, il caban regna incontrastato per conferire un tocco evergreen: declinato nei toni del blu, rigorosamente doppiopetto e impreziosito dai bottoni dorati, per una full immersion nello stile marinaretto.

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Stampe che rappresentano i nodi delle barche su comodissime gonne longuette, oblò e piccole barche a vela, Mary Jane stringate per un look alla marsigliese. Trench classici su pantaloni palazzo e pullover costellati di stelle, per una full immersion nella classe più autentica. Vestivamo alla marinara, e lo facciamo ancora.

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Alberta Ferretti P/E 2016: il tè nel deserto

Anima gipsy nella collezione Primavera/Estate 2016 di Alberta Ferretti, che ieri ha sfilato nell’ambito della Milan Fashion Week: un defilé intenso e suggestivo, per un mood direttamente ispirato ai colori del deserto.

La palette cromatica tocca le sfumature dell’ocra, i toni del marrone, il sabbia più caldo e un candido bianco virginale. Camicie in lino, sovrapposizioni, gilet portati sopra lunghi caftani, che vengono sapientemente rielaborati in chiave preziosa.

Pizzo e chiffon, sete e broccati su patchwork di stampe tapestry si mixano per creare suggestioni bohémien.

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Un look da tè nel deserto, in una collezione che profuma di Seventies. Le donne di Alberta Ferretti sono regine del Sahara, miraggi in oasi sconosciute e fortemente anelate: la designer non lesina in arabeschi e brillanti tocchi stilistici ad impreziosire lunghe tuniche, da novella Cleopatra.

La sahariana diventa il nuovo abito da sera, il mood coloniale regala inedite suggestioni. Suede, frange e sandali che sanno di antico, accessori ornamentali dal sapore etnico, e ancora righe e sofisticati giochi di colori che evocano le dune del deserto: il topos del viaggio rievoca le “Mille e una notte”, in uno stile che la maison padroneggia con assoluta disinvoltura.

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Una collezione che segna l’affermazione di uno stile sofisticato e ricco di spunti, per una P/E all’insegna di un’eleganza sofisticata e senza tempo. Il Sahara non è mai stato così chic.


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Fausto Puglisi P/E 2016: quando il peplo è rock

Drappeggi su raso e seta preziosa, co-ords ricamati con pietre preziose e giacche biker su abiti di seta: da Fausto Puglisi sfilano pepli declinati in chiave rock, per una collezione ad alto impatto scenografico.

Impalpabile chiffon di seta PER abiti da sera da sogno direttamente ispirati ai pepli dell’antica Grecia. Drappeggi ed intarsi per delicatissimi abiti monospalla: tra una dea greca e una diva di Hollywood, la femminilità rock proposta da Fausto Puglisi incanta e stupisce.

Una Primavera/Estate 2016 vissuta con grinta ma senza rinunciare allo stile: in bilico tra disco-glam anni Settanta e Barocco siciliano, il brillante designer siciliano rivendica le proprie origini.

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Assoluta genialità nel declinare in chiave 2.0 la perfezione ellenistica, con lunghe gonne plissettate effetto 3d e motivi jacquard.

Superbi pezzi ispirati alle mirabili vestigia greco-romane si tingono di uno charme ormai perduto, rievocando la Hollywood anni Cinquanta, con le sue dive dall’allure intramontabile.

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Gli stivali da cowboy sdrammatizzano gli outfit più sofisticati, conferendo un tocco rock che fa parte della personalità della maison. Una donna audace, sfrontata dea contemporanea che percorre la passerella con lunghe falcate aggressive.

Rievocazioni e classicismo, come nel Laocoonte decorato su iconici shift dress. O, ancora, disco-glam nel jersey lucido e plissettato. Chiodi finemente decorati e mood rock per una sfilata che ha incantato Milano.


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London Fashion Week: i migliori look

Le sfilate della London Fashion Week si sono da poco concluse: una settimana che ci ha fatto vivere di inedite suggestioni che caratterizzeranno la prossima Primavera/Estate 2016. Melting pot di grande stile, Londra non si smentisce neanche questa volta, proponendosi nuovamente come fucina artistica e crocevia di fashion trend che non mancheranno ad imporsi.

Burberry Prorsum ha presentato una collezione in cui il romanticismo incontra inedite suggestioni 2.0: largo a pizzi, trasparenze e delicati merletti, da indossare sotto il trench d’ordinanza, simbolo della maison, che rivela un nuovo piglio con sfumature vagamente fetish.

Mood bucolico e suggestioni provenzali, tra stampe floreali e fantasie tapestry da Erdem.
Holiday mood da Temperley London che incanta Londra con stampe etniche, pizzo sangallo e lunghi abiti romantici dal sapore mediterraneo.

Sullo sfondo delle proteste anti-fracking, la sfilata di Vivienne Westwood Red Label ha visto drappeggi, corsetti, il tartan simbolo del brand e capi dal taglio sartoriale.

Burberry

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Erdem

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Temperley London

Vivienne Westwood Red Label

Vivienne Westwood Red Label



La Disco-glam anni Settanta è stata protagonista della sfilata di Gareth Pugh: maschere che ricordano band come i Kiss, lustrini e paillettes su righe e colori accesi, rosso protagonista e grinta da vendere, per una collezione che rende omaggio alla vita notturna di Soho. Il designer, tornato a sfilare a Londra, impressiona e affascina descrivendo il senso di euforia mista a pericolo tipici della Londra anni Settanta/Ottanta.

Da Versus sartorialità scomposta e destrutturata: Anthony Vaccarello ha saputo interpretare mirabilmente lo spirito del brand, con una collezione romantica e rock. Urban mood, tagli e spirito rock per un “sartoriale rivoluzionato”, come lo stesso designer ha definito la collezione.

La Primavera/Estate 2016 di Holly Fulton si tinge di suggestioni surrealiste: Art Deco mixata a stampe psichedeliche prese in prestito ai Seventies, ruches retrò e dettagli tratti dal Surrealismo. Una femminilità ironica e sofisticata per una collezione originale ed accattivante.

Gareth Pugh

Gareth Pugh

Versus

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Holly Fulton

Holly Fulton



Pringle of Scotland trae ispirazione dalla sua Scozia: mirabili capi a lavorazione crochet, bianco virginale che profuma di moderno. Outfit che ricordano una rete da pesca, per la realizzazione dei quali il designer Massimo Nicosia si è ispirato all’installazione artistica di Ernesto Neto.

Antonio Berardi indugia in un romanticismo sartoriale, tra abiti in seta a stampa floreale e tuxedo classici; Barbara Casasola propone un minimalismo sexy, votato al comfort e alla praticità ma impreziosito da audaci trasparenze su brassière vedo non vedo. Suggestioni Nineties nelle tuniche e nei crop top, la designer brasiliana si rivela maestra nel conferire alla sua donna una femminilità discreta ma hot.

Pringle of Scotland

Pringle of Scotland

Antonio Berardi

Antonio Berardi

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Barbara Casasola




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MOSTRA PERSONALE DI MARIANO FRANZETTI “CHORIPAN”

MOSTRA PERSONALE DI MARIANO FRANZETTI
“CHORIPAN”


Lo Spazio Sanremo di Milano ha ospitato venti opere su tela a tecnica mista, sculture ed installazioni multimediali di Mariano Franzetti artista argentino che ora vive in Italia. Lo scopo della mostra è stato quello di creare un rapporto tra la sua patria e la nostra e dal successo che ha riscosso il messaggio è arrivato!
Il titolo della mostra “Choripan”, un preparato gastronomico di origine argentina costituito da due fette di pane che contengono chorizo accompagnato da salse, rappresenta qui l’unione, il concetto universale di condivisione sul piano dei valori umani. Mariano durante l’intervista illustra la sua idea di come interpreta questo alimento e lo vede come l’unico elemento che unisce in quanto è mangiato da tutti indistintamente che siano borghesi o individui della favela. Alcune sue opere sono collegate all’Expo e trattano il tema della nutrizione essendo l’Argentina uno dei più grandi esportatori di prodotti agricoli del mondo.

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Entrando nello spazio espositivo sembra di essere atterrati nella “sua” terra grazie all’ambientazione e all’originalissima idea di esporre le opere secondo un percorso bifronte. Esso si struttura in due dimensioni differenti: una parte folkloristica un po’ pop dove esce il lato ironico e stravagante dell’artista che comunica attraverso questo canale e una paesaggistica ricca di colori dove si ammirano deserti aridi, paesaggi suggestivi, una pampa sconfinata e spettacolari salares – resti salini di antichi laghi. Si è davanti a una terra dura e difficile, ma anche intrigante e dispensatrice di profonde emozioni.

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Colpisce ancora la sua ricerca dei materiali inusuali. Un esempio è l’opera “Mano larga”, una scultura che raffigura due mani unite e rimanda al messaggio di condivisione, essa è stata realizzata utilizzando un tipo di argilla molto particolare raccolta dove il fiume fa una curva durante un viaggio in Umbria. Dopo la cottura questa argilla prende un colore insolito che affascina ed incuriosisce.
Franzetti mi ha accompagnata in questo viaggio artistico e concettuale dove tutte le sue opere hanno una storia da raccontare. Vi invito a continuare questa esplorazione su

http://www.marianofranzetti.com/

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Silvia Ceffa

Accoglienza da star per Papa Francesco alla Casa Bianca

Papa Francesco ha avuto un’accoglienza eccezionale durante il suo primo viaggio negli USA. Migliaia di persone hanno aspettato fino a sette ore nel giardino della Casa Bianca per essere salutate dal Papa argentino. Obama ha esclamato, guardando la folla: “Di solito il nostro giardino non è così affollato!”


Papa Francesco ha risposto che questi saranno giorni di incontri e dialogo in cui spera di ascoltare e condividere le speranze e i sogni di molti americani. Bergoglio ha poi ringraziato Obama per il suo impegno nei confronti del cambiamento climatico, un impegno che il Papa pensa non possa più essere posposto. Questa è una affermazione che farà discutere negli USA dove il dibattito sul surriscaldamento globale è uno degli argomenti principali nelle primarie repubblicane.


Dopo il discorso pubblico il presidente americano e il Papa si sono ritirati nello Studio Ovale e hanno avuto un colloquio privato.
Obama aveva già mostrato un rispetto senza pari al Papa andando a prenderlo direttamente giù dalla scaletta dell’aereo alla base di Andrews. Il presidente Obama, il vicepresidente Biden e le loro famiglie hanno accolto Bergoglio in un modo che non è riservato a nessun leader straniero.


Il Papa ha in programma di santificare Junìpero Serra, un teologo francescano del diciottesimo secolo, e lo farà alla Basilica of the National Shrine of the Immaculate Conception in quello che sarà la prima santificazione in assoluto in terra statunitense. Per la prima volta, inoltre, un Papa parlerà al congresso. Il Papa negli Stati Uniti è una vera e propria rock star, le sue percentuali di gradimento sono spaventose: 90% tra i cattolici e 70% tra i cittadini di tutte le confessioni.


Anche alla Casa Bianca non c’erano solamente cattolici ad accogliere Papa Francesco ma anche hindu, micronesiani e musulmani. Il papato è tornato sulla cresta dell’onda mediatica come con Giovanni Paolo II dopo la parentesi dottrinale di Benedetto XVI e il paese dei media, gli USA, lo ama.

BLONDIEFULL FOR D-ART

Ciao tutti,

Oggi vi vorrei parlare di un marchio che combina couture, modacomodità.
Tutte noi ovviamente vogliamo apparire belle, ma non sempre risulta facile perché le nostre scelte d’abito potrebbero non donarci.
Da oggi scegliendo “La Petite Robe” di Chiara Boni il problema è risolto!
Una donna che disegna per le donne. Lei capisce perfettamente i “problemi” che abbiamo con il nostro fisico. E lasciatevi dire che i suoi abiti sono la perfezione! Calzano come un guanto e niente scocciature con cerniere e bottoni.
I suoi capi sono il massimo della comodità: trench jersey, come una seconda pelle, e la cosa buona è che li puoi lavare tranquillamente in lavatrice, piegarli e metterli in valigia senza necessità di doverli stirare! 
Ma la notizia migliore è che esaltano il corpo femminile senza l’obbligo di indossare spanx ( intimo correttivo).
Negli stati Uniti, La petite Robe sta riscuotendo un enorme successo e tra i suoi fan più grandi un sacco di celebrità americane non riescono più a fare a meno dei suoi abiti sul red carpet.

Io per le foto di oggi indosso un abito della sua linea couture (che adoro), ma la sua collezione contiene anche abiti lunghi e corti, cappotti, giacche, gonne, top e tute.

Un grande applauso per la Signora Chiara Boni.



Modern fairytale….

Hi Everybody,

Today I want to talk to you about a brand that combines couture and fashion with comfort.
We all obviously want to look good but that doesn’t always come easy, sometimes our fashion choices make us suffer.
Well, not anymore with “La Petite Robe” by Chiara Boni.
A woman designing for women…She understands perfectly the issues we women have with our bodies…And boy let me tell you her dresses are perfection…They fit like a glove and no hassle of zippers or buttons….
Her clothes are the max of comfort .…Stretch jersey..it is like a second skin…and the good thing is you can even throw them in your washing machine, in your luggage and no ironing needed…
But the best news is that they are incredibly flattering for the female body, …no need to wear spanx…
In the USA, La petite robe is huge…amongst her greatest fans are some real big american celebrities, who can’t do without her dresses anymore on the red carpet.

I am wearing a gown from her couture line (which I absolutely adore) but her collection also contains dresses, long and short, coats, jackets, pants ,skirts, tops and jumpsuits. beautiful and comfortable….And the collection seriously fits all kinds of body shapes..
… A big applause for Signora Chiara Boni

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Gown/Dress @ LA PETITE ROBE BY CHIARA BONI
Bag/Borsa @ GEDEBE
Sunglasses/Occhiali @ BALENCIAGA

Special thanks to La Suite Resort, Procida ..Ph by HENRIK HANSSON

MATTHEW BROOKES, SCATTI DANZANTI A UOMINI BELLISSIMI

S’intitola “Les Danseurs, Dansatori, il libro fotografico che Matthew Brookes dedica alla estasiante bellezza dei corpi dei ballerini.


MATTHEW BROOKES, SCATTI DANZANTI A UOMINI BELLISSIMI


Nella parte introduttiva del libro ci sono le fotografie dedicate alla grande ballerina Marie-Agnès Gillot, prima ballerina Parigina che ha lavorato molti anni con i ballerini ritrattai da Brookes e che li ha visti crescere sia sotto l’aspetto professionale sia sotto l’aspetto umano.


MATTHEW BROOKES, SCATTI DANZANTI A UOMINI BELLISSIMI


Il lavoro di preparazione di questo libro è stato lungo e faticoso, Matthew Brookes è rimasto a stretto contatto con i ballerini rubando, con il suo obiettivo, i momenti più belli.
Improvvisandosi anche coreografo, ha chiesto ai ballerini di esibirsi con naturalezza così da far emergere, anche attraverso l’improvvisazione, la purezza di movimenti.


MATTHEW BROOKES, SCATTI DANZANTI A UOMINI BELLISSIMI


Il fotografo ha addirittura chiesto ai ballerini di danzare simulando una cascata di uccelli dal cielo, il risultato è magnifico e davvero ci si ritrova a contemplare bellezze degne della statuaria greco-romana.


MATTHEW BROOKES, SCATTI DANZANTI A UOMINI BELLISSIMI


Questo lavoro fotografico mi riporta alla mente le foto del grande ballerino russo Rudolf Nureyev.
Qui di seguito un mio lavoro dedicato all’immenso Nureyev che realizzai per Rai Storia Dixit Stelle a Capri in occasione di una mostra a Villa Lisis.


Speciale Fashion Week: Simonetta Ravizza Primavera/Estate 2016

Esigenza estetica e funzionalità a servizio della femminilità che ama coccolarsi in movimento.


Un po’ Audrey Hepburn in Colazione da Tiffany, un po’ suadente ospite di un hotel a 5 stelle, la donna della prossima Primavera/Estate di Simonetta Ravizza vive elegantemente rilassata.
Globe trotter cosmopolita ama riproporre i capi per la loro multifunzionalità e accessoriarsi di mule ultrapiatte in antilope abbinate a mascherine da notte.
Ancora una volta il brand ampia la propria visione progettuale con capi in seta da mixare con il core business della pelliccia e della pelle.
Lo styling la fa da padrone ed ecco, quindi, il gioco di sovrapposizioni che vede i lunghi chemisier dalla silhouette pulita accompagnare pellicce effetto vestaglia, in 20 diverse gradazioni.


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E’ la palette arcobaleno, che si concede i toni naturali come il terra, il peonia e l’arancio, a chiudere la sfilata. Le modelle, infatti, si dispongono una accanto all’altra indossando capispalla nelle differenti cromie di Xiangao.
Icone moderne che si concedono il lusso del comfort.


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New York Fashion Week: i migliori look

Si è conclusa da pochi giorni la New York Fashion Week. La Grande Mela è stata teatro di sfilate emozionanti. Tante le tendenze proposte per la prossima Primavera/Estate 2016. Per voi una selezione dei più interessanti fashion trend visti sulle passerelle.

Givenchy nella sua prima sfilata aperta al pubblico emoziona con l’allestimento scenico curato da Marina Abramovich. Non una data a caso, Riccardo Tisci sceglie di commemorare l’undici settembre con il suo show. Sulle note dell’Ave Maria di Schubert sfilano capi altamente scenografici: la sua donna è una guerriera, note angeliche lasciano talvolta spazio a note dark. Black & white per tuniche, sari e pepli preziosi, con frange e decorazioni da dea contemporanea, per una sfilata evento a cui hanno potuto accedere gratuitamente gli allievi del Fashion Institute of Techonology.

Da Tommy Hilfiger suggestioni folk e spirito nomade declinato in colori vitaminici: protagonista è la Giamaica di Bob Marley, tra collane e stampe etniche. Guest star della sfilata la top model protagonista dell’ultimo calendario Pirelli Gigi Hadid.

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Joan Smalls in passerella per Givenchy

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Givenchy incanta New York con la prima sfilata aperta al pubblico

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Mood giamaicano da Tommy Hilfiger

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Gigi Hadid in passerella per Tommy Hilfiger



Ralph Lauren incanta New York con una collezione ispirata al glamour della riviera francese, con suggestioni cubiste nelle stampe e charme francese nelle righe e nella palette cromatica.

Da Jeremy Scott consueta ironia, per una bambola direttamente ispirata dalla Pop Art: shift dress con decorazioni cartoon, capelli cotonati, calze a rete e colori fluo.

Una collezione sporty chic quella proposta da Victoria Beckham, con una femminilità nuova. Lunghi abiti, perfetti per il giorno, con sneakers ai piedi, e per la sera: regna il maxi tartan.

Frange, stampe etniche e mood boho-chic da Rachel Zoe, in una collezione di netta ispirazione Seventies.

Stampe tapestry, fiori tra i capelli e romanticismo protagonista della sfilata di Diane von Furstenberg: i toni del rosa predominano, in una collezione all’insegna della femminilità. Modella d’eccezione Kendall Jenner.

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Ralph Lauren

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Suggestioni cubiste da Ralph Lauren

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Una Pop Art girl in passerella da Jeremy Scott

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Tartan da Victoria Beckham

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Frange, stampe azteche e suggestioni boho-chic per Rachel Zoe

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I Seventies sono al centro della collezione proposta da Rachel Zoe

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Fiori tra i capelli e stampe foulard da Diane von Furstenberg



Minimalismo è la parola d’ordine di Narciso Rodríguez, in una collezione che profuma d’Oriente. Mood monastico direttamente ispirato al Sol Levante per tuniche asimmetriche e stampe astratte.

Toni pastello su abiti sartoriali tagliati a vivo per Carolina Herrera, che fa sfilare una donna sofisticata e romantica, dalle sfumature ton sur ton e dalla femminilità classica.

La Petite Robe di Chiara Boni punta sui toni del rosa, che impreziosiscono lunghi abiti da sogno. Mood fiabesco per capi che uniscono alla linea sofisticata e garbata la comodità del jersey stretch, che la designer ha adottato come propria cifra stilistica. Divertenti i dettagli: il black & white viene impreziosito da colletti e polsini.

Da Michael Kors giochi di balze e capi strutturati, fluidità di impalpabile chiffon di seta e tripudio di bianco. Pulizia ed essenzialismo si sposano perfettamente con un pizzico di grinta, per una collezione in linea con lo stile del brand.

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Mood oriental da Narciso Rodríguez

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Pieghe e mood romantico per Carolina Herrera

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La Petite Robe di Chiara Boni sfila in black & white

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Minimalismo estivo da Michael Kors



Un’esplosione di femminilità da Oscar de la Renta. Gonne a ruota, pizzi ed audaci trasparenze, e ancora rosso sanguigno e suggestioni spagnoleggianti per una P/E 2016 da vera diva.

Relaxed mood da Calvin Klein con proporzioni oversize e capispalla estivi caratterizzati da grande fluidità. Una palette cromatica che va dal panna al bianco al crema, per una sfilata all’insegna della delicatezza.

Da Tory Burch sfilano caftani preziosi e suggestioni orientali. Allure da diva per lunghi caftani e kimoni che diventano abiti da sera di grande impatto scenografico. Impreziositi da accessori etnici, per un look da dieci e lode.

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Full immersion nella femminilità da Oscar de la Renta

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Fluidità dei capi e predilezione per il total white da Calvin Klein

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Caftani preziosi da Tory Burch






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Speciale Fashion Week: Genny Primavera/Estate 2016

L’Art Deco incontra la disco anni ’80 per una sfilata nel segno dell’etica.


A inaugurare la settimana della moda milanese è Genny che coglie l’occasione per lanciare un messaggio nel segno della sostenibilità e della responsabilità sociale .
Il fashion show, infatti, si apre con uno short movie in cui il direttore creativo del brand, Sara Cavazza Facchini, evidenza il rispetto per i lavoratori dell’azienda e il basso impatto ambientale dei prodotti.
La donna della Primavera/Estate 2016 vive gli anni Venti ma sbarca nel glamour degli anni Ottanta. L’Art Deco è riconoscibile attraverso la geometricità delle stampe ispirate alle opere di Sonia Delaunay mentre il richiamo allo Studio54 è tangibile nella fluidità degli abiti, corti e lunghi, dalla silhouette impalpabile. La palette cromatica gioca sui toni del bianco e dell’oro e esplode con un’unica nota di colore acceso: il verde smeraldo.


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La brand identity è riconoscibile soprattutto nell’ utilizzo dei ricami di castoni e nella proposta del tessuto “cellophane” che ritroviamo anche nelle clutch e nelle calzature.
Uno show perfettamente in sincronia con l’heritage del marchio arricchito di un significato che non può certo passare inosservato.


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USA e Cina, scontro nel Mar cinese del sud

Dalla fine della Seconda guerra mondiale gli Stati Uniti hanno avuto il predominio assoluto dell’oceano Pacifico, nessuno stato ha osato contrastare la sua predominanza militare. Ad esempio vent’anni fa i cinesi cercarono di intimidire Taiwan con dei test missilistici e gli americani spostarono nell’area ben due portaerei in assetto da combattimento. I cinesi si indignarono ma questo du tutto.


Ora sembra che il vento stia per girare. La Cina ha appena mostrato al mondo, nella sua parata militare, due nuovi missili; uno è in grado di affondare una portaerei e uno di raggiungere obiettivi distanti quanto la base aerea USA di Guam. La potenza militare cinese è ancora molto indietro rispetto agli americani ma i progressi fatti dai cinesi negli ultimi anni gli permettono di iniziare a fare la voce grossa nella sua zona e di scombinare l’equilibrio di potere nel Pacifico.


Il motivo del contendere sono alcune strisce di sabbia nel Mar cinese del sud che i cinesi hanno occupato, ampliato e su cui hanno costruito degli aeroporti militari. Gli USA hanno bollato le azioni cinesi come destabilizzanti e saranno, probabilmente, al centro delle discussioni tra Obama e Xi Jinping nell’incontro che si terrà nei prossimi giorni. Susan Rice, consigliere per la sicurezza nazionale ha già dichiarato che gli USA voleranno, navigheranno e opereranno ovunque la legge internazionale glielo permetterà.


Nonostante le dichiarazione belligeranti, però, gli americani non hanno ancora provocato i cinesi. Tradizionalmente gli USA pattugliano il limite delle 12 miglia marine nelle aree in cui vogliono esercitare la propria influenza, a volte, addirittura, sconfinano ma nella zona reclamata dalla Cina questo non succede dal 2012. Gli USA hanno smesso di provocare la CIna.


Negli USA ci sono molte voci contrarie a questa politica che tende ad evitare lo scontro con la nuova potenza militare. John McCain, ex candidato repubblicano alla presidenza ha detto che il Mar cinese del sud non appartiene alla Cina in risposta al Vice Ammiraglio Yuan Yubai che aveva appena dichiarato questo e che gli Stati Uniti dovrebbero far navigare le loro forze navali nell’area per riaffermare la libertà dei mari garantita dal diritto internazionale.


Le pressione nei confronti di Obama per ricominciare la navigazione dell’area non arrivano però solo dal vecchio maverick repubblicano ma anche da una commissione parlamentare e dall’attuale e dall’ex Ammiraglio del Pacifico della Marina USA. Harry Harris, l’attuale ammiraglio, ha dichiarato pubblicamente che gli USA dovrebbero ricominciare i pattugliamenti e contrastare la costruzione del “Grande muro di sabbia” come lo ha chiamato lui.


Gli USA non sono gli unici ad essere preoccupati dall’espansionismo cinese, gli stati direttamente coinvolti come Giappone, Filippine, Vietnam, Malesia e Australia sono decisamente preoccupati e hanno iniziato ad aumentare le loro spese militari e a infittire i loro colloqui con gli USA. Il Mar cinese del sud, a quanto pare, diventerà molto affollato nel prossimo periodo.

Grandi come Giove, ma molto più caldi: nuove scoperte sulla nascita dei giganti gassosi

A vent’anni dalla loro scoperta i pianeti gioviani caldi, giganti gassosi che orbitano molto vicini alla propria stella madre, restano ancora oggetti enigmatici. Eppure non smettiamo mai di imparare qualcosa di nuovo sul loro conto: usando lo spettropolarimetro ESPaDOnS montato sul Canada-France-Hawaii Telescope, un team internazionale di astrofisici guidato da Jean-François Donati (CNRS) ha mostrato che questi strani corpi celesti dopo la loro formazione impiegherebbero solamente pochi milioni di anni per spostarsi nelle regioni più interne dei sistemi cui appartengono. La scoperta potrebbe gettare nuova luce sulla genesi e sui processi evolutivi che caratterizzano tutti i sistemi stellari. La ricerca è stata pubblicata lo scorso 9 settembre sulla rivista Monthly Notices of the Royal Astronomical Society (MNRAS) ed è disponibile per la consultazione sul portale arXiv.org.


Nel Sistema Solare i pianeti rocciosi come la Terra e Marte sono collocati in una regione di spazio piuttosto vicina al Sole, metre i giganti gassosi come Giove e Saturno descrivono orbite molto più larghe. Fino agli anni ’90 gli astronomi credevano che fosse impossibile trovare giganti gassosi nelle regioni più interne dei sistemi stellari, ma nel 1995 Michael Mayor e Didier Queloz scoprirono un pianeta di tipo gioviano che contraddiceva tutte le teorie comunemente accettate: il suo nome è 51 Pegasi b, ribattezzato dagli astronomi Bellerofonte in onore dell’eroe greco che domò il cavallo alato Pegaso. Bellerofonte è un pianeta molto simile a Giove, ma rispetto a quest’ultimo orbita venti volte più vicino alla sua stella madre ed è quindi notevolmente più caldo.


Dopo la scoperta di 51 Pegasi b gli astronomi sono riusciti a dimostrare che i pianeti di tipo gioviano si formano tutti nelle regioni più esterne dei rispettivi sistemi stellari, ma che alcuni, per via delle forze di marea, possono spostarsi all’interno. Come avviene questo processo di migrazione? Fino ad ora gli astronomi hanno ipotizzato due possibili scenari: nel primo la migrazione avviene nelle prime fasi di vita del sistema, quando i giovani pianeti si stanno ancora formando all’interno del disco proto-planetario; nel secondo avviene invece molto più tardi, quando gli influssi gravitazionali degli altri corpi ne destabilizzano le orbite originali.


Rappresentazione artistica di 51 Pegasi b

Rappresentazione artistica di 51 Pegasi b


I risultati della ricerca condotta da Jean-François Donati e dai suoi collaboratori sembrerebbero fornire un’importante conferma al primo dei due scenari. Gli astronomi hanno osservato un piccolo gruppo di stelle in formazione situate all’interno della costellazione del Toro, a circa 450 anni luce dalla Terra. Una di esse, V830 Tau, mostra segni inequivocabili della presenza di un pianeta più massiccio di Giove che segue un’orbita 15 volte più stretta rispetto a quella disegnata dalla Terra intorno al Sole. I dati raccolti suggeriscono che i pianeti gioviani caldi potrebbero essere estremamente giovani e che esistono buone probabilità di scovarli intorno a stelle di recente formazione, piuttosto che in sistemi stellari più vecchi (come il Sistema Solare).


Studiando la rotazione delle giovani stelle tramite tecniche tomografiche è possibile ricostruire la variazione periodica della loro luminosità, così come la topologia del loro campo magnetico. In particolare, la variazione della luminosità è uno strumento essenziale per scovare i pianeti gioviani caldi. Nel caso di V830 Tau gli astronomi hanno utilizzato proprio questa tecnica per rilevare i segnali nascosti della presenza di un pianeta gioviano. Sebbene siano necessarie ulteriore analisi per convalidare la scoperta, questo risultato temporaneo dimostra che il metodo utilizzato dal team potrebbe costiuire la chiave di volta nella comprensione dei processi che conducono alla formazione dei giganti gassosi.



FONTE: CNRS

ANGELO VOLPE, UN’INTERVISTA POP AD UN GIOVANE MAESTRO DELL’ARTE CONTEMPORANEA

Angelo Volpe, nato a Pozzuoli nel 1976, appartiene a quella sorprendente generazione di artisti che si collocano in modo perfetto all’interno del mondo in cui vivono sapendolo interpretare e criticare.
Amatissimo in America, Angelo Volpe si colloca nel filone del New Pop, una corrente artistica che ripropone un discorso sulla dissacrazione delle immagini che ci sommergono iniziato con la Pop Art.
Il suo lavoro ironico, dissacrante, coloratissimo e talvolta lievemente blasfemo si colloca ai vertici dell’arte contemporanea.
Le sue opere non si muovono da una concettualità implicita come spesso accade oggi nell’arte tant’è che, spesso, ci si trova di fronte ad opere che si fatica a decifrare. Angelo Volpe è esplicito, diretto e soprattutto lavora con le immagini reali, trasformandole, reinterpretandole e donandoci una nuova visione della realtà, talvolta amara, talvolta ironica, ma sempre spregiudicatamente intelligente.


 ANGELO VOLPE, UN’INTERVISTA POP AD UN GIOVANE MAESTRO DELL’ARTE CONTEMPORANEA


Da dove trai la linfa vitale per produrre sempre nuove immagini ironiche e dissacranti?


Cerco costantemente spunti creativi tra le sfumature sottili degli eventi quotidiani, osservo la realtà globalizzata da diversi punti di vista, la mastico, la ingerisco e poi la rigurgito sotto forma di idee, esse sono alla base del mio lavoro. Devo averne sempre di nuove, adattarle alle circostanze e alimentarle costantemente attraverso la curiosità, la volontà di crescere e imparare senza pormi alcun limite. A tutto ciò aggiungo un ingrediente sarcastico a me fondamentale: “l’ironia”, la mia linfa vitale.


 ANGELO VOLPE, UN’INTERVISTA POP AD UN GIOVANE MAESTRO DELL’ARTE CONTEMPORANEA


Quando hai scoperto il tuo personale stile?


Non ricordo un momento preciso in cui ho decretato questa scoperta, tale consapevolezza si è sedimentata in me giorno dopo giorno, con modalità del tutto naturali, sono cresciuto negli anni Ottanta, la televisione ha influenzato la mia generazione scandendone il tempo e i giorni tra cartoon, telefilm, video musicali e pubblicità, sono figlio della mia epoca e ne ho assorbito l’estetica, credo che tutto ciò che impregna il proprio immaginario, anche subliminalmente, emerga nelle opere perché entra a far parte della propria formazione ed esperienza del mondo; diventa un “tuo” linguaggio; lo riconosci come tale e quindi lo riproduci.


 ANGELO VOLPE, UN’INTERVISTA POP AD UN GIOVANE MAESTRO DELL’ARTE CONTEMPORANEA


Il new pop è molto apprezzato in America , ti piace collocarti in questo importante filone della storia dell’arte contemporanea?


Il mio lavoro è rappresentato in America dalla Krause Gallery di New York, dove ho tenuto una mostra personale nel 2014 dal titolo: No Pun Intended. Posso confermare per esperienza personale che negli Stati Uniti il New Pop ha un importante considerazione e un enorme seguito. Essere New Pop per me significa avere la capacità di comunicare in modo diretto e spregiudicato, attraverso una interazione democratica, ironica e seducente. Il New Pop è uno “stile” a me naturale e fondamentale.


 ANGELO VOLPE, UN’INTERVISTA POP AD UN GIOVANE MAESTRO DELL’ARTE CONTEMPORANEA


Da dove trai ispirazione per realizzare le tue opere?


Possiedo un radar costantemente acceso e pronto ad intercettare i fenomeni culturali, politici e sociali più significativi del nostro contesto storico, per poi assimilarne senza riserve le influenze e trasformarle in background attraverso l’operato artistico. Rappresento così la disillusione e l’angoscia del quotidiano, un mondo sempre più “assorbito dagli effetti del mercato globale”.


 ANGELO VOLPE, UN’INTERVISTA POP AD UN GIOVANE MAESTRO DELL’ARTE CONTEMPORANEA


Quali consideri i tuoi maestri o i tuoi punti di riferimento?


Adoro il lavoro di: Mike Kelley, Jeff Koons, David Salle, Paul McCarthy, Sarah Lucas, Joyce Pensato, Maurizio Cattelan, Gino De Dominicis e naturalmente Sol LeWitt, che per i tanti insegnamenti ricevuti considero un mio Maestro, con lui ho avuto la fortuna e il piacere di collaborare come assistente in numerosi progetti dal 2002 al 2007, a lui sarò sempre grato.


 ANGELO VOLPE, UN’INTERVISTA POP AD UN GIOVANE MAESTRO DELL’ARTE CONTEMPORANEA


Progetti imminenti?


In questi giorni sto completando gli ultimi dipinti per la mia prossima mostra personale dal titolo: Acid Fairytale, a cura di Maurizio Siniscalco, che si terrà alla Galleria Siniscalco, dal 23 Ottobre a Napoli, in Via Carlo Poerio 116. Un progetto espositivo che s’ispira al mondo fantastico dello scrittore Giovanbattista Basile, il quale usò la fiaba, considerato genere “leggero”, per sfuggire al controllo politico, con lo scopo di intrattenere e raccontare la società.

La guerra per il web 3.0

Cosa sta avvenendo nelle società HiTech più grandi del mondo? Una via è considerare ogni fatto come slegato e indipendente, e in questi ultimi mesi di fatti se ne sono verificati davvero parecchi. L’ultimo è di ieri e riguarda l’accordo stragiudiziale tra Apple e Google, nella veste della sua ex divisione Motorola Mobility. In base ad esso, tutte le cause in corso relative alle violazioni di brevetti (o presunte tali), saranno definitivamente chiuse ponendo così fine a quella che era una delle dispute di maggior rilievo dell’intera industria tecnologica.
 Apple e Google specificano che l’accordo non prevede la licenza reciproca per l’uso dei rispettivi brevetti, ma le due aziende si impegnano allo stesso tempo a lavorare insieme per dare vita alla riforma dei brevetti. La prima parte del comunicato è per i mercati: nessuna delle due aziende perderà parte del proprio cospicuo portafogli di brevetti, men che meno con cessioni non remunerative. La seconda parte invece è estremamente interessante per almeno due motivi: il primo, i due colossi americani non intendono continuare a darsi battaglia “su fatti del passato”, il secondo è che intendono collaborare non tanto sul terreno dello sviluppo del software quando su quello più globale della definizioni di nuovi standard del concetto stesso di brevetto, e quindi di cosa nel mondo del web sia sottoposto (e come) a copyright.


Se allarghiamo ulteriormente il punto di vista, ci sono altri eventi che dobbiamo mettere in correlazione, anche se apparentemente scollegati. 
Dopo aver firmato un contratto di cross-licensing con Microsoft ormai due anni fa, Samsung ha prima siglato un accordo stragiudiziale con Cisco e ha formalizzato alcune settimane fa l’alleanza industriale con Google “un accordo decennale, con l’intento” – aveva affermato Allen Lo, Deputy General Counsel for Patents di Google – “di ridurre il rischio di potenziali contenziosi e di concentrarsi sull’innovazione” che ha ad oggetto migliaia di brevetti già in essere (di proprietà di entrambe le aziende) e altri che saranno registrati in futuro. Un accordo che entrambe le parti hanno salutato con ovvia soddisfazione e in tal senso colpiscono le parole pronunciate da Seungho Ahn, capo della struttura “Intellectual Property” di Samsung, che ricordano (a tutti gli attori dell’industria mobile) come “c’è più da guadagnare dal cooperare che nell’impegnarsi in dispute sui brevetti non necessarie”. 
Da questi accordi, per il momento, resta fuori l’altra grande causa di Apple, quella contro Samsung, che continuerà a fare storia a sé, non essendo impattata dall’accordo tra Apple e Google.


Il campo di battaglia tuttavia va oltre le semplici questioni degli attuali brevetti e riguarda l’ascesa di Android, che ora è stimato installato sull’80% dei nuovi smartphones.
 Sia Motorola che HTC Corp sono state eclissati da società cinesi che utilizzano Android, come Lenovo Group Ltd, che ha già acquisito Motorola, Huawei e Xiaomi e che stava per acquisire RIM proprietaria di BlackBerry, ma il governo canadese ha bloccato ogni possibile offerta da parte dei cinesi chiamando in causa motivi di sicurezza nazionale “non siamo anti-Cina, ma non vogliamo un’azienda cinese nelle infrastrutture sensibili del Paese”. In Canada vige una legge chiamata Investment Canada Act, che dà al governo il diritto di negare alle multinazionali di acquisire aziende canadesi se il governo pensa che non siano rispettati i più alti interessi della nazione.
Ciò avviene mentre Microsoft, nonostante il calo dei ricavi, acquisiva definitivamente Nokia e, sul fronte brevetti, Qualcomm ha ufficializzato di avere rilevato da Hewlett Packard il portafoglio di Palm. Al produttore di chip californiano vanno quindi circa 1.400 brevetti relativi a tecnologie mobili registrati o in attesa di registrazione negli Stati Uniti e un altro migliaio depositati in altri Paesi. Con l’operazione si chiude di fatto definitivamente la storia di Palm: l’azienda dominatrice nel campo dei computer palmari fu acquisita da Hp nel 2010 (per 1,2 miliardi di dollari), l’anno dopo la società di Santa Clara decise di mettere in un angolo il progetto e il sistema operativo webOs, di recente passato nelle mani di Lg.


Cosa unisce tutte queste acquisizioni, accordi, cessioni e fusioni? 
I brevetti dei nuovi sistemi operativi per smartphone e dispositivi mobili, come palmari tablet e portatili, sono oggi i “paesi da conquistare” nel Risiko che determinerà di chi sarà il villaggio globale 3.0. Non solo in termini di imprese e business privati, ma soprattutto in chiave geopolitica. Sfida che evidentemente ha l’avallo di Washington, ben lieta che colossi come Apple e Google smettano di farsi la guerra nei tribubali statunitensi indebolendosi nel confronto globale reciprocamente, così come ben lieta che acquisizioni come Nokia e Palm facciano crescere le proprie aziende, con knowhow, brevetti e team di grande livello. Ma anche preoccupata dell’espansione di colossi come Lenovo, soprattutto in campi tecnologicamente strategici come la telefonia mobile, con tutto quello che comporta anche in termini di capacità di intelligence.


La vera notizia è però il salto di livello della contesa: Apple e Google specificano che si impegnano a lavorare insieme per dare vita alla riforma dei brevetti. In altre parole ciò che sino a ieri era un campo affidato al potere legislativo elettivo, in una materia delicata del diritto che doveva bilanciare legittimi interessi di guadagno e tutela individuale con l’interesse collettivo alla conoscenza e alla ricerca ed alla tecnologia aperte a tutti, oggi diventa oggetto di contrattazione tra grandi compagnie.
 Riscrivere assieme ciò che nel web 3.0 sarà “brevettabile”, i criteri, le tutele e gli accordi derivati diventa materia esclusivamente patrimoniale, per altro nelle mani di pochissimi mega-gruppi che ormai hanno nelle mani i sistemi di comunicazione globale, e che si preparano a sfidare definitivamente i colossi indo-cinesi.

TIFF, Tokyo International Film Festival: dal 22 al 31 ottobre 2015 la 28ma edizione

Manca ancora un mese alla 28ma edizione del Tokyo International Film Festival (TIFF), una delle rassegne più importanti sul cinema asiatico.


LA SCORSA EDIZIONE – Nel 2014, ad aggiudicarsi il premio più importante, il Tokyo Sakura Gran Prix, era stato Heaven knows what, film drammatico di Josh e Benny Safdie sulla vita di strada dei giovani drogati di New York, tratto dal libro di Arielle Holmes Mad love in New York City. Un film iperrealistico, con uno stile quasi da documentario, sull’amore viscerale che lega Harley, interpretata dalla stessa Arielle Holmes, e Ilya, dipendenti non soltanto l’una dall’altro ma anche dall’uso dell’eroina.


GLI SPECIALI – Per quanto riguarda la 28ma edizione, in programma dal 22 al 31 ottobre 2015, nuova sezione sarà “Japan Now”, che intende valorizzare la cultura e la poliedricità del Giappone. A inaugurarla, il regista Masato Harada, che nel corso della sua lunga carriera è riuscito a cimentarsi tanto nelle tematiche sociali quanto nel puro intrattenimento. Harada era stato premiato al Blue Ribbon Awards con il suo Climber’s High (2008), basato sullo schianto di un aereo della Japan Airlines contro il monte Takamagahara, una tragedia che provocò la morte di oltre cinquecento passeggeri. Tra gli altri film del regista, che saranno proiettati al TIFF con i sottotitoli in inglese, ci saranno anche Kamikaze Taxi (1994), Chronicle of My Mother (2011), Kakekomi (2015) e The Emperor in August (2015).


Secondo pezzo forte, per tutti gli amanti del brivido, sarà una sezione intitolata “Masters of J-Horror”, dedicata a maestri giapponesi dell’horror come Hideo Nakata (regista di Dark Water e The Ring, da cui è tratto il più noto remake hollywoodiano), Takashi Shimizu (noto per Ju-on: Rancore e The Grudge, ma anche per il recente remake in live action di Kiki – Consegne a domicilio, famoso per la versione animata dello Studio Ghibli di Miyazaki e Takahata) e Kiyoshi Kurosawa (Journey To the Shore, Tokyo Sonata ma soprattutto Cure, capace di abbattere i confini di genere e fondamentale per la crescita del J-horror): i loro film saranno proiettati per tutta la notte del 28 ottobre.


Il TIFF, che nel 2014 aveva dedicato una rassegna sulla saga di Evangelion, quest’anno omaggerà il mondo di Gundam, franchise nato nel 1979 grazie al regista Yoshiyuki Tomino e prodotto dalla casa giapponese Sunrise, con uno speciale intitolato proprio “The World of Gundam”. Un evento imperdibile per tutti gli appassionati delle saghe sui robot giganti: in totale, saranno ben 26 i film in programmazione, comprendenti cortometraggi, film tv e serie animate, da quella classica, la Universal Century del 1979, fino a quelle più recenti, Gundam SEED e Gundam 00. In Giappone, Gundam è poco meno di una divinità, tanto da essere il primo anime ad aver avuto una statua a grandezza naturale di circa 18 metri, raffigurante il capostipite della saga. Lo speciale “The World of Gundam” sarà affiancato dalla proiezione del film di Akira Kurosawa Quelli che camminavano sulla coda della tigre, adattamento di una commedia kabuki che la censura giapponese accusò di aver deriso la tradizione della forma artistica. Nel secondo dopoguerra, anche le autorità americane vietarono la maggior parte delle opere di kabuki, tra cui proprio il film di Kurosawa, credendo che avrebbe promosso i valori feudali.


APERTURA E CHIUSURA – Ad aprire la nuova edizione della kermesse nipponica sarà però l’ultimo film di Robert Zemeckis, The Walk, tratto da un libro di Philippe Petit, il funambolista che il 7 agosto 1974 camminò su un filo tra le Torri Gemelle del World Trade Center. Risultato di questa folle impresa furono 45 minuti di puro brivido a oltre 400 metri di altezza. Non è però la prima volta che l’esperienza di Petit si trasforma in un film: nel 1984 era uscito il cortometraggio di Sandi Sissel, High Wire, anche se la notorietà di Petit si deve soprattutto al film di James Marsh, Man on Wire – Un uomo tra le torri, con cui nel 2009 il regista britannico si aggiudicò l’Oscar per il Miglior documentario. The Walk, distribuito dalla Warner Bros e in uscita il prossimo ottobre, sarà interpretato da Joseph Gordon-Levitt (Inception, Il cavaliere oscuro – Il Ritorno), fortemente voluto da Zemeckis. L’attore sarà affiancato da Ben Kingsley (Shinder’s List, Shutter Island, Hugo Cabret, Ender’s Game, Exodus – Dei e Re), Charlotte Le Bon (Asterix & Obelix al servizio di Sua Maestà) e James Badge Dale (The Departed, World War Z). A chiudere la rassegna ci sarà invece The Terminal, un film drammatico di Tetsuo Shinohara sull’annullamento delle emozioni e sull’importanza dei sentimenti.


I FILM IN CONCORSO – Più di 1400 titoli presentati, ma finora tre sono quelli in concorso. Il primo è Foujita di Kohei Oguri, film biografico sul pittore giapponese che visse nella Parigi degli anni Venti, famoso per i suoi nudi femminili e amico di Picasso e Modigliani. Allo scoppio della seconda guerra mondiale, Foujita coglierà l’occasione per un ritorno alle origini, nel suo amato Giappone, in un piccolo paese del nord, accanto a sua moglie. Un ritorno che gli permetterà di riscoprire il fascino della sua terra.
Secondo film selezionato è Sayonara di Koji Fukada. Tutt’altra tematica: lo scenario è un Giappone post-apocalittico contaminato dalle radiazioni. Il governo ordina ai residenti di abbandonare il paese, ma una donna e il suo androide saranno lasciati in balia della solitudine e di una morte che aleggia sempre nell’aria.
Terzo, e per ora ultimo, film in gara è The Inerasable di Yoshihiro Nakamura, in cui uno scrittore indaga su una serie di misteriosi suicidi che lo condurranno verso una verità sconcertante.


I SUCCESSI INTERNAZIONALI – All’interno della sezione “World Cinema”, e fresco del successo ottenuto alla 72ma Mostra del Cinema di Venezia, troveremo invece Everest di Baltasar Kormákur, che ha per oggetto un’altra impresa, dopo quella di Petit nel film di Zemeckis, vale a dire la scalata della vetta più alta del mondo da parte di Rob Hall (Josh Brolin) e della sua Adventure Consultants, che il 10 maggio 1996 guidarono un gruppo di dilettanti appassionati di alpinismo sul monte Everest.
Sempre ispirato a una storia vera, e in particolare a un’icona intramontabile del cinema, è Life di Anton Corbijn, film biografico sull’amicizia tra James Dean (Dane DeHann), simbolo del ribellismo giovanile anni ‘50 e reduce dalle riprese della Valle dell’Eden, e il paparazzo Dennis Stock (Robert Pattinson), che sogna di pubblicare una sua foto su una copertina di Life.
Presidente di giuria del TIFF 2015 sarà Bryan Singer (X-Men, Operazione Valchiria, Superman Returns, Il Cacciatore di Giganti).

Quindi il tentato omicidio di Papa Giovanni Paolo II è stata opera del KGB?

Il 13 maggio del 1981 Papa Giovanni Paolo II stava facendo il suo solito bagno di folla durante la sua udienza generale in piazza San Pietro. Il Papa polacco, come suo solito, stava facendo un tour della piazza sulla sua Fiat Nuova Campagnola, la Papamobile, stringendo mani e benedicendo la folla quando dalla serie infinita di mani protese ne è spuntata una con una pistola. Due colpi furono sparati e colpirono il Papa all’addome e al braccio e alla mano sinistra. I colpi oltrepassarono il Papa e finirono il loro corso contro due turiste americane.


Ali Agca, il tentato omicida, fu subito fermato mentre tentava di scappare e nel frattempo il Papa si era accasciato tra le braccia dei suoi collaboratori con la talare bianca macchiata di rosso. Giovanni Paolo II fu portato d’urgenza al Policlinico Gemelli e gli fu data l’estrema unzione. Si dice che il Papa prima di andare sotto anestesia disse: “Come hanno potuto fare questo?”


Il Papa si riprese e incontrò Ali Agca poco dopo, in prigione, e lo perdonò. Agca, nel frattempo, aveva iniziato a dare spettacolo.
Appena fu preso in custodia iniziò a ripetere che a lui non importava della vita e gli fu trovata addosso una lettera in cui diceva: “Io, Agca, ho ucciso il Papa in modo che il mondo sappia delle migliaia delle vittime dell’imperialismo”.


Dopo 34 anni ancora non si sa perché Ali Agca abbia tentato di assassinare il Papa polacco.
Ali Agca è nato nel 1958 nel bel mezzo dell’Anatolia. Ebbe una gioventù da criminale da strapazzo fino a quando non entrò a fare parte dei Lupi grigi. I Lupi grigi sono un movimento nazionalista turco che mira a unire tutte le popolazioni di cultura turca, dalla Cina fino ai Balcani, e che è stata collegato con Gladio, la stay behind italiana gestita dalla CIA e dalla NATO. Secondo la BBC Agca era stato, per conto dei Lupi grigi in Siria, dove aveva ricevuto un addestramento da terrorista.


Ali Agca era stato già arrestato, per omicidio, in Turchia per l’assassinio di Abdi Ipekci, un famoso editore anti-Lupi grigi. Agca però riuscì a scappare dalla prigione mettendosi addosso una divisa e uscendo semplicemente dalla porta principale. Dopo l’evasione Ali Agca mandò una minaccia scritta al Papa in una lettera al giornale turco Milliyet in cui diceva che il Papa era un agente dell’imperialismo americano e russo.


Dopo l’omicidio e la lettera Agca riuscì a girare indisturbato per il Mediterraneo e i Balcani fino a quando arrivò a Roma. Dopo il suo arrestò Agca continuò a contraddirsi. Prima disse di aver agito da solo, poi di essere il messia o Gesù reincarnato, poi che i palestinesi erano i mandanti poi che lo erano i servizi segreti bulgari per conto del KGB. L’ex lupo grigio arrivò a dire di aver pensato di ammazzare il re d’Inghilterra ma che quando scoprì che in Inghilterra c’era una regina cambiò obiettivo perché era una donna e lui non ammazza le donne. Questi continui cambi di opinione fecero pensare che il turco stesse tentando di depistare le indagini e alimentarono le dietrologie.


I sovietici, ad esempio, avevano una antipatia dichiarata per il Papa polacco. Wojtyla era notoriamente anti comunista e un supporter di Solidarnosc, il sindacato polacco guidato da Lech Walesa che combatteva contro il regime comunista in Polonia. La visita del 1979 in Polonia fu vista come una sfida all’URSS e mostrò che la Polonia, nonostante tutto, era rimasta una nazione cattolica. Un tentativo di omicidio da parte dei sovietici non era impensabile.


Nel 2006 una commissione parlamentare indipendente ha concluso che al di là di ogni ragionevole dubbio dietro il tentativo di omicidio di Giovanni Paolo II c’era l’Unione Sovietica. Il presidente della commissione, Paolo Guzzanti, dichiarò di avere le foto di uno dei bulgari indagati e poi assolti in piazza San Pietro durante il tentato omicidio. La commissione arrivò a queste conclusioni durante le indagini sul dossier Mitrokhin, l’archivista del KGB che disertò e portò con se un famoso dossier.


Ali Agca fu visitato in prigione da Giovanni Paolo II e fu graziato su richiesta del Papa stesso nel 2010, Nel 2014 venne in Italia a visitare la tomba di Giovanni Paolo II, depose dei fiori e fu arrestato e espulso per essere entrato illegalmente nel paese. Anche in quell’occasione Agca si distinse: chiese di poter vedere l’attuale Papa, Francesco. La richiesta fu negata.

Miroslava Duma: la zarina della moda

Tra le icone fashion contemporanee è la numero uno, la più affascinante e la più ammirata. Immancabile presenza nei front row delle sfilate, blogger e it girl, Miroslava Mikheeva Duma, detta Mira, è nata il 10 marzo 1985 a Surgut, nella ricca regione del Tyumen, in Siberia. Figlia di un senatore, nel 2008 si laurea in International Business and Business Administration presso il Moscow State Institute of International Relations (MGIMO).

In pochissimi anni Miroslava Duma si impone come icona di stile, autorevole trendsetter e fashion editor. Amatissima dai suoi followers su Instagram, per la sua bellezza minuta e la creatività dei suoi outfit si è imposta all’attenzione dei media a livello internazionale.

La sua carriera è iniziata come quella di quasi tutti i blogger, postando le foto dei suoi outfit su siti come The Sartorialist. La svolta si profila quando viene scelta come Special Projects Editor di Harper’s Bazaar: entra così nel giornalismo di moda dalla porta principale. Lavora poi come scrittrice contributor freelance per Vogue, Tatler, Forbes, Glamour Russia e OK Magazine.

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Miroslava Duma è nata il 10 marzo 1985 a Surgut, in Siberia

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Trendsetter ed icona di stile tra le più ammirate, la carriera di Miroslava Duma è iniziata come fashion blogger

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Mood optical per la fashion editor alla New York Fashion Week

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Suggestioni orientali ed eleganza esotica per Mira Duma

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La sua carriera nel giornalismo inizia da Harper’s Bazaar

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Mira Duma ha alle spalle numerose collaborazioni con magazine del calibro di Vogue, Glamour, Tatler Russia



Nel 2011 fonda Buro 24/7, una piattaforma online che tratta di arte, architettura, cinema, moda, lifestyle, musica e stile. Buro 24/7 viene definito dalla stessa giornalista come “un ufficio informazioni aperto 24 ore al giorno, sette giorni su sette”. La piattaforma dal lancio è cresciuta fino a contare undici Paesi, tra cui Australia, Azerbaijan, Europa centrale, Kazakistan, Malesia, Medio Oriente, Mongolia, Russia, Singapore e Ucraina.

Brillante investitrice, Miroslava Duma è stata ambasciatrice per la collezione di gioielleria di Chanel ispirata al design del 1932 e ha lavorato per Louis Vuitton per il lancio di una campagna intitolata “Small is Beautiful” per celebrare la nuova linea di mini borse.

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Una mise romantica nel trench Valentino

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Dalla Russia con amore in total look Chanel

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Una predilezione per capi bon ton

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Nel 2011 Miroslava Duma fonda Buro 24/7, portale di moda, lifestyle e cultura

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Lo stile della fashion editor non teme accessori importanti, meglio se abbinati a capi low cost

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Tanta femminilità nelle gonne e nella camicia col fiocco



Definita dal Financial Times “una forza dell’industria del fashion”, lodata da Vogue per le sue doti di brillante imprenditrice, per Fashion Diva Design lei è “la It Girl”. Icona dello streetstyle, il suo stile è sfarzoso e sofisticato: l’opulenza tipicamente sovietica si mixa brillantemente al misterioso charme siberiano. Largo a colbacchi di pelliccia, stampe optical, accessori importanti, per un mood barocco ed eclettico. Ma lo stile di Mira Duma non lesina elementi bon ton, evidenti nella sua predilezione per cappottini ladylike e colori pastello, nelle camicie con fiocco e nelle gonne. Outfit studiati con precisione certosina: il segreto dell’eleganza di Mira Duma è la capacità di osare, mixando capi extra lusso come le borse Hermès ad elementi low cost. La fashion editor è sposata con il magnate Aleksey Mikheev, dal quale ha avuto due figli, George nato nel 2010 e Anna nata nel 2014. Una icona che ci riserverà ancora molte sorprese.

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Miroslava Duma per Vogue UK, marzo 2014

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Sposata con un magnate russo, la Duma ha già due figli

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Immancabile presenza nei front row delle sfilate,, gli outfit di Miroslava Duma sono sempre studiati fin nei minimi dettagli.

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Fascino in miniatura per la blogger, che non arriva al metro e settanta




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Il glamour anni Cinquanta visto dall’obiettivo di Lillian Bassman

Fotografie come schizzi, in cui il colore tratteggia scene di un’antica e forse perduta eleganza. Mistero, allure e glamour, la filigrana spessa che sa di antico, l’arte di padroneggiare con disinvoltura l’esposizione e le sfumature: gli scatti di Lillian Bassman ci portano in una dimensione onirica in cui moda e arte si incontrano, in un mirabile gioco di chiaroscuri.

Un profilo appena illuminato da un raggio di luce, la curva delicata di un cappellino, l’ombra di un fiocco, e ancora la suggestione dei viaggi in treno, gli sguardi persi fuori dal finestrino, i pensieri che vagano: le foto di Lillian Bassman raccontano delle storie. Scatti intimi e delicati, all’insegna di un buon gusto oggi tristemente in disuso e di una femminilità che sa ancora di trine e vezzi. Fotografie che sanno di magia, l’artista Bassman riesce ad emozionare ad ogni scatto.

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Mary Jane Russell fotografata da Lillian Bassman per Harper’s Bazaar, Le Pavillon, New York, 1950

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Barbara Mullen con un cappotto di Ben Khan, Harper’s Bazaar New York, Novembre 1954

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Suzy Parker, Harper’s Bazaar, New York 1955

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Lillian Bassman nasce a New York il 15 giugno 1917

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Nella sua lunghissima carriera Lillian Bassman ha lavorato a lungo per Harper’s Bazaar



Nata il 15 giugno 1917 a Brooklyn da due intellettuali ebrei immigrati dall’Ucraina, Lillian studia alla Textile High School di Manhattan con Alexey Brodovitch e consegue il diploma nel 1933. Durante i suoi studi conosce il fotografo Paul Himmel, con cui convola a nozze nel 1935. Lillian Bassman è stata una delle fotografe di moda più longeve in assoluto: la sua lunghissima carriera inizia negli anni Quaranta, dapprima come assistente dello stesso Brodovitch, all’epoca direttore artistico di Harper’s Bazaar. Lillian firma un contratto per Junior Bazaar e successivamente per la rivista principale.

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Un ritratto di Lillian Bassman

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Evelyn Tripp per Harper’s Bazaar, New York 1954

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Barbara Vaughn in abito Ficol, New York, 1956

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Dovima. New York, 1954



Le prime foto sono a colori; sotto la guida di Brodovitch inizia invece a scattare prevalentemente in bianco e nero, dando vita a degli insuperabili capolavori stilistici. Tra i suoi maestri vi furono anche Richard Avedon e George Hoyningen-Heune, che la iniziò ai segreti della camera oscura. Dalla fine degli anni Quaranta fino ai primi anni Settanta il lavoro di Lillian Bassman nella fotografia di moda è incessante: la fotografa è mirabile testimone del glamour anni Cinquanta.

Le sue modelle in lingerie incantano e seducono con classe, le donne da lei ritratte mentre viaggiano da sole a bordo di eleganti vagoni di prima classe sono donne indipendenti, molto diverse dall’angelo del focolare tipicamente anni Cinquanta. Donne forti, come forti sono i contrasti delle sue foto.

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Lillian Bassman studiò presso la Textile High School di Manhattan con Alexey Brodovitch

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Suzy Parker fotografta da Lillian Bassman per Harper’s Bazaar, luglio 1955

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Il treno è una costante nelle foto di Lillian Bassman, dove sofisticate signore viaggiano in eleganza

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Delusa dalla fotografia di moda, negli anni Settanta la celebre fotografa distrusse i negativi che aveva conservato durante la sua vita

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Barbara Mullen in giacca Pauline Trigère e cappello Lilly Dachè. 1955



Presto delusa dalla fotografia di moda contemporanea, alla quale si sente via via più estranea, negli anni Settanta la Bassman distrugge tutti i negativi che aveva messo da parte: è il lavoro di una vita, e sarebbe stata una irrimediabile perdita se quegli stessi negativi non fossero stati ritrovati, nel corso degli anni Novanta. Un patrimonio smisurato dal valore incommensurabile, che testimonia quasi mezzo secolo.

Negli ultimi anni della sua vita Lillian Bassman si dedica alla pittura e all’insegnamento alla Parson’s School of Design. L’artista fa un ritorno trionfale nella moda solo negli anni Novanta, dove coniuga la camera oscura alla fotografia digitale. Sicura di sé, l’avvento del digitale non la spaventa e l’artista padroneggia con naturalezza anche Photoshop per manipolare le immagini.

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Mary Jane Russell, Le Pavillon, New York, Harper’s Bazaar, aprile 1955

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Uno scatto risalente al 1955

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Ancora il topos del viaggio in treno in uno scatto che cattura il glamour anni Cinquanta

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Cappellino Philipp Treacy, Vogue Germania, 1998

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Celebrazione della femminilità Fifties, i corsetti e le piume

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La lingerie anni Cinquanta protagonista degli scatti di Lillian Bassman



Nonostante gli anni di assenza dalla scena, Lillian Bassman viene acclamata come un guru della fotografia di moda ed è ricercatissima: John Galliano le commissiona diversi lavori, così come le riviste Vogue e New York Times. Nel 2009, dopo una vita trascorsa insieme e ben 73 anni di matrimonio, muore il marito Paul Himmel. La fotografa si spegne a Manhattan tre anni più tardi, il 13 febbraio del 2012, all’età di 94 anni. Ma i suoi scatti sono ricordati come degli assoluti ed originalissimi capolavori.

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La fotografa si è spenta nel febbraio del 2012

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Suzy Parker in turbante, 1952

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La fotografia di Lillian Bassman vede un delicato gioco di luci e una femminilità antica e sofisticata

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Ancora protagonista la lingerie

Barbara Mullen, 1958

Barbara Mullen, 1958

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Lillian Bassman per Gossard, 1997




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CINTI – Collezione FW 15/16

L’individualismo farà tendenza per il prossimo autunno inverno 2015. Osare con audacia, sperimentare, pensare in grande.

La moda ci aiuterà ad esprimere noi stessi, mostrando la nostra anima ma anche lo spirito del momento e questo si riflette da un lato in uno stile sobrio e mascolino, dall’altro diventa espressione pura di femminilità che da spazio a luci e bagliori, stampe farfalla e pattern animalier.

La collezione di Cinti attraversa queste sfere cavalcando gli anni ’70 e un rinnovato stile neo-hippy, riproponendo gli ’80 con creepers punk rock per finire negli anni ’20 e ’30, dove accessori scintillanti trasformano ogni donna in una vera e propria diva.

Il pitone regna come protagonista indiscusso nelle sfilate, declinato in vari colori ma anche in nuance neutre, in sfumature di grigi e sabbia, il total black personalizza outfit boho chic e dà un tocco folk.

 

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La stampa animalier leopardata o maculata è ormai a tutti gli effetti un classico must have del guardaroba e quest’ inverno conquista un posto da protagonista nella collezione di Cinti.
Per chi invece aspira ad un vero e proprio look da diva del cinema la proposta è sui modelli personalizzati da applicazioni di piume, per un look folk da città.

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La vera novità è nei tacchi gioiello per calzature scultoree, oggetti di design scintillanti e luminosi che brillano e danno luce ad ogni outfit grazie a cascate di pietre o cristalli sfaccettati.

 

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Le nuove sneakers giuste per ogni momento della giornata sono rese uniche da lavorazioni dettagliate e decori iper ricercati. Pietre, pailettes dalle sfumature pavone, perle e cristalli: osare è diventato un must quando si parla di stile sporty.

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Applicazioni metalliche, borchie arrotondante e sfaccettate incastonate in pellami neri, o in cinturini, rivestono i nuovi ankle boots dalle forme moderatamente sfilate e gli stivaletti kitten heel. Dal palco alla strada come vere rockstar!

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Le creeepers incarnano appieno lo spirito della ribellione rock’n and roll. Erano gli anni 50 poi 60 ed i mods and rockers dominavano le strade inglesi.

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I tacchi sfidano la gravità con forme geometriche pure donano preziosità e unicità alle calzature senza dover eccedere. A specchio e dal taglio squadrato sorreggono la silhouette femminile donandole forza e carattere.

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A Milano torna la Vogue Fashion’s Night Out

Alla vigilia della fashion week milanese torna la notte dedicata allo shopping: il 22 settembre a Milano è prevista l’edizione 2015 della Vogue Fashion’s Night Out. La sesta edizione della notte bianca promossa da Vogue Italia coniuga la passione per lo shopping ad eventi charity. Amanti della moda fatevi avanti, con un obiettivo solidale.

Inserita per quest’anno all’interno di “Expoincittà” e patrocinata dal Comune di Milano, la VFNO prevede l’apertura straordinaria fino alle 23 delle boutique e degli store del centro e del quadrilatero della moda: da Brera e Corso Como a Corso Vittorio Emanuele fino a Corso Venezia, Corso Genova e Porta Nuova, con Piazza Gae Aulenti. Un fitto calendario di eventi esclusivi, con un parterre d’eccezione, esponenti del jet set internazionale e celebrities, insieme ad eventi dal vivo.

La notte bianca si inaugura con un cocktail offerto a Palazzo Morando da Martini, partner ufficiale dell’evento. Tra un cocktail e un altro largo a veri e propri percorsi di stile, come quello ispirato alla Belle Époque curato da Elisabetta Invernici che si terrà nella location di Palazzo Castiglioni, in Corso Venezia.

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La Terrazza Martini, punto di incontro per gli amanti della Milano by night, viene celebrata da quattro fotografi selezionati all’interno del progetto di Photo Vogue con un’esposizione dei loro scatti presso il Padiglione Italia di Expo Milano 2015.

A Piazza Meda, nel Salone Centrale della Banca Popolare di Milano, Vogue Talents espone le opere di cinque designer. Per gli amanti del vintage sarà organizzata una sfilata di abiti d’epoca promossa dalla Regione Abruzzo. Un connubio di glamour e charity con un obiettivo solidale: l’intero incasso della notte bianca della moda quest’anno sarà devoluto all’Istituto Monzino per la ricerca sulle malattie cardiovascolari. Tantissime le boutique che hanno aderito all’iniziativa: la lista completa è online sul sito di Vogue Italia. Una serata da non perdere, per fare le ore piccole con stile.

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La Chiesa cattolica a Cuba

Quando Fidel Castro prese possesso di Cuba, ormai cinquanta anni fa, una delle prime azioni del nuovo governo fu quella di espropriare i beni della Chiesa cattolica.
I simboli della Chiesa sono stati subito distrutti o profanati ma in qualche modo la Chiesa è sopravvissuta.
Uno dei simboli che hanno pagato dazio all’ondata di espropri è stata la statua di San Tommaso di Villanova che si trova davanti alla cappella omonima dell’Università di Havana, decapitata in uno degli espropri e tuttora senza testa.


Nonostante questo il cattolicesimo a Cuba è sopravvissuto e, anzi, si è rafforzato. L’anno scorso, addirittura, il governo ha ridato la statua e altre proprietà alla chiesa e il Vaticano è riuscito a fondare il primo seminario dall’avvento del comunismo sull’isola. Con l’importanza di queste aperture non è difficile immaginare che il primo Papa sudamericano metterà una buona parola con gli americani per un definitivo abbandono dell’embargo che blocca l’economia cubana da dieci lustri.


La Chiesa, negli anni, si è ritagliata un posto di primo piano all’interno della società cubana, tanto da essere considerata come l’organizzazione più importante dell’isola escluso il Governo. La rete messa in piedi dalla Chiesa funziona da rete sociale che va a dare una mano al governo dove lo stato sociale cubano non riesce ad arrivare.
La Caritas, ad esempio, è tra le associazioni che si occupano della cura dei poveri cubani e tutti questi anni di aiuti sotto traccia stanno iniziando a portare i loro frutti.


La Chiesa cattolica fu tra i supporter della destituzione di Fulgencio Batista e lo stesso Fidel Castro andò a scuola dai gesuiti, la stessa congregazione di Jorge Bergoglio, e usa spesso immagini prese in prestito dall’immaginario cristiano.
Nonostante questo Fidel smantellò la Chiesa cattolica nell’isola, non da subito ma senza appello. L’invasione della Baia dei porci fu supportata da 4 preti e Castro utilizzo questo pretesto per deportare 130 preti e 3.500 tra suore e monaci. Sempre in risposta alla tentata invasione della CIA Castro chiuse tutte le chiese gestite da religiosi, questa fu il vero colpo al cuore per il cattolicesimo cubano, la Chiesa si ritrovò senza ministri ma soprattutto senza fondi.


Nonostante tutto il Vaticano non interruppe mai i rapporti diplomatici con Havana. Il nunzio apostolico, Cesare Zecchi, non ha mai smesso di corteggiare Fidel Castro, addirittura con aperture pubbliche nei confronti del governo comunista che hanno, talvolta, fatto infuriare gli esuli cubani e i capitalisti di tutto il mondo.


Dal disastro post Baia dei porci la Chiesa ha sempre tentato di risollevarsi ma il vero cambio nella politica religiosa di Cuba c’è stato con la caduta dell’URSS. La percentuale di commercio di Cuba con la Russia sfiorava l’80% e la caduta del potentissimo alleato ha permesso ai cubani di avere un rapporto più libero con la religione senza incorrere nelle ire del potentissimo alleato. Nel 1992 venne anche approvato un emendamento alla costituzione che dichiarò Cuba uno stato “secolare”, non più ateo.


Da quel momento la Chiesa cattolica cominciò a re-investire a Cuba, in 5 anni la Caritas e la Chatolic Relief Services spesero 10 milioni di dollari nell’isola e nel 1998 la Chiesa gestiva 20 asili, 21 ospizi e 5 ospedali. La nuova stagione nei rapporti tra la Santa Sede e Havana fu sancita dalla visita, nel ’98 appunto, di Giovanni Paolo II.


La morte di Hugo Chavez, uno dei più ricchi sponsor della rivoluzione cubana, fece si che Raul Castro, nel frattempo subentrato al fratello Fidel, iniziò a cercare nuovi sponsor per la boccheggiante economia cubana e la Chiesa era lì per approfittare della situazione. Dopo la visita di Benedetto XVI Raul addirittura fece diventare il Venerdì Santo una vacanza officiale. Nel suo successivo viaggio a Roma Raul ringraziò Papa Francesco per l’aiuto del Vaticano nel processo di riavvicinamento con gli USA.


Raul Castro, addirittura, dichiarò che se il Papa avesse continuato a riformare la Chiesa in questa maniera sarebbe ritornato a pregare dopo moltissimi anni. Nonostante tutto a Cuba ci sono solo 300 preti a confronto degli 800 presenti prima della rivoluzione. Insomma, il cattolicesimo è sopravvissuto a molti anni di comunismo e ora sembra risorgere dalle proprie ceneri come l’araba fenice ma la strada è ancora lunga e irta.

Inside Bag di Prada: must have dell’autunno 2015

Colori pastello, linea iperfemminile e design accattivante: si chiama Inside Bag ed è la nuova borsa culto di Prada. Come un gioco di matrioske, Prada Inside Bag nasconde al suo interno un’inattesa sorpresa: una borsa gemella, in un’altra tonalità cromatica.

Un simpatico escamotage ideato dallo storico brand per la nuova it bag, che è già uno dei più amati fashion trend per l’ Autunno/Inverno 2015-2016. Chi non ha avuto nel proprio guardaroba una borsa Prada questa stagione può fare il bis.

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Tonalità cromatiche classiche, nel rispetto del design e della tradizione italiani si coniugano ad abbinamenti ton sur ton per un accessorio da non perdere assolutamente. Un must have tra i più ambiti per la stagione autunnale, che completa una collezione all’insegna del colore fluo e di suggestioni Sixties.

Innovazione tecnologica e creatività permettono ai maestri artigiani della maison di unire la borsa esterna al suo doppio interno attraverso un meccanismo d’avanguardia, mediante due soffietti privi di struttura interna. Morbida pelle, colori accattivanti e giovanili, la nuova it bag vanta già tra le sue fan la top model Elisa Sednaoui e le attrici Valeria Golino e Kate Bosworth.

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Pubblicato il primo “Albero della Vita” digitale con oltre 3,2 milioni di specie viventi

Un gruppo di ricercatori dell’Università di Duke ha pubblicato la prima bozza di un albero filogenetico che contiene oltre 2.3 milioni di specie animali, piante, funghi e microbi. Nel corso degli anni erano già stati pubblicati migliaia di alberi riguardanti settori specifici della biologia, ma questo è il primo che riesce a combinare in un singolo albero gran parte dei dati provenienti da ricerche pregresse. Il risultato è una risorsa digitale che può essere liberamente consultata e modificata online, sul modello di Wikipedia.


Nato dal lavoro congiunto di dodici differenti istituti, questo particolare albero filogenetico offre un quadro esaustivo di tutte le relazioni che legano le diverse specie viventi lungo il loro intricato percorso evolutivo, iniziato all’incirca 3.5 miliardi di anni fa. “Questo è il primo vero tentativo di unire tutti i punti per fornire un quadro completo delle relazioni evolutive”, ha dichiarato Karen Cranston, biologa della Duke University. “Pensatelo come la versione 1.0 di un progetto destinato ad ampliarsi.”


La versione corrente dell’albero filogenetico, che alcuni hanno già ribattezzato “Albero della Vita”, è disponibile online all’indirizzo https://tree.opentreeoflife.org, insieme al suo codice sorgente.


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Gli alberi evolutivi, che spesso si presentano come diagrammi simili in tutto e per tutto ad un incrocio tra un candelabro e una mappa della metropolitana, costituiscono uno strumento essenziale per comprendere in che modo le specie oggi presenti sul pianeta siano collegate tra loro. Dal loro studio è anche possibile ricavare indizi utili per scoprire nuovi faraci, incrementare i raccolti per il bestiame, nonché tracciare l’origine e la diffusione di malattie infettive come l’HIV e l’Ebola. Gli scienziati hanno costruito l’albero combinando tra loro migliaia di alberi più piccoli già pubblicati online nel corso degli ultimi venti anni, ma c’è ancora ampio spazio per ulteriori miglioramenti.


Dopo aver rivisitato circa 7.500 studi filogenetici pubblicati tra il 2000 e il 2012 in più di 100 riviste scientifiche, i ricercatori hanno scoperto che solamente di uno studio su sei esiste una banca dati consultabile online o scaricabile. Questo ha reso particolarmente difficile riuscire a creare un albero completo e coerente in ogni sua parte. Per esempio, al momento esistono ancora numerose imprecisioni riguardanti i rapporti evolutivi che legano specie poco documentate, mentre alcune parti dell’albero – in particolar modo quelle che includono insetti e microbi – presentano ancora troppe lacune. Di fatto anche il più poplare archivio online di sequenze genetiche, a partire dal quale sono stati costruiti molti degli alberi evolutivi oggi disponibili, contiene dati relativi al DNA di poco più del 5% di tutte le specie che abitano il pianeta.


“Questo primo albero della vita digitale è molto importante per mostrare ciò che ancora non sappiamo riguardo alle relazioni evolutive, ancor più di ciò che sappiamo”, ha dichiarato il professor Douglas Soltis dell’Università della Florida, co-autore dello studio. Per tappare i buchi ed eliminare le ambiguità, il team di ricerca si sta adoperando nella creazione di un software che permetta agli scienziati di inserire e modificare autonomamente l’albero mano a mano che emergono nuovi dati. “Siamo solo all’inizio dell’opera”, ha concluso Karen Cranston. “Se vogliamo migliorare l’albero, è indispensabile condividere tutti i dati provenienti dagli studi già pubblicati.”



FONTE: University of Duke

I DETTAGLI DELL’INVERNO 2015/16

DETTAGLI IN PELO PER ACCESSORI E CAPISPALLA DELL’INVERNO 2015/2016

Dettagli in cavallino, calde pellicce in volpe e avvolgenti cappelli in visone.

Sono questi i trend per quest’inverno ormai alle porte:

ITA KLI pellicce,

FABIO RUSCONI e CINTI calzature,

LANDI capispalla.

 

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Margherita Missoni per Videdressing: quando la charity fa tendenza

Dal 15 settembre è in vendita online su Videdressing parte del guardaroba personale di Margherita Maccapani Missoni Amos. Novanta pezzi esclusivi dell’armadio della giovane Margherita in vendita a prezzi esclusivi, a partire dai 40 euro: capi di Missoni ma anche di Diane von Fürstenberg e altri brand di lusso, che stanno già andando a ruba.

Un’iniziativa a favore dei bambini del Ghana: il ricavato della vendita in esclusiva sarà infatti devoluto all’associazione OAfrica, fondata da Lisa Lovatt-Smith, già fashion editor di Vogue Spagna, e presieduta in Italia proprio dalla giovane erede Missoni. Ancora molti pezzi dell’esclusivo guardaroba di Margherita sono online su www.videdressing.com.

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Margherita Maccapani Missoni Amos mette in vendita novanta pezzi del suo guardaroba a favore di OAfrica

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Classe 1983, la giovane erede Missoni è presidente per l’Italia dell’associazione OAfrica

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Margherita Missoni posa per Jürgen Teller, campagna pubblicitaria Missoni, P/E 2010

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Margherita Maccapani Missoni per Vogue Brasile, 2012

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Su Videdressing i capi esclusivi del guardaroba della giovane erede Missoni



Classe 1983, la giovane erede dell’impero Missoni, creato dal nonno Ottavio, è designer, modella e attrice. Convolata a nozze nel 2012 col pilota di auto da corsa Eugenio Amos, dal quale ha avuto un figlio nel 2013, Margherita Maccapani Missoni è da sempre attiva sul sociale e non è nuova ad iniziative di charity a favore dei più sfortunati. Perché la beneficenza è chic.


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INA OTZKO, SONO QUI, PUOI SENTIRLO ?

“Io credo che tutta la vita comunichi attraverso varie forme di scambio di energia e che quindi tutto sia connesso, un tutto fatto di molti.”

(Ina Otzko)


I vulcani hanno sempre affascinato gli artisti di ogni epoca.

Il primo che mi viene in mente è il vulcano dell’isola di Stromboli chiamato anche “iddu” dagli abitanti del luogo, tanto è sentito come qualcosa di vivo e vicino.

A Stromboli Roberto Rossellini gira il film Stromboli Terra di Dio, un’opera meravigliosa sul riscatto e la perdita, l’amore e la rinascita.

Il vulcano con la sua forza impressionante e la sua presenza silente diventano lo scenario ottimale per il dispiegarsi di una storia di salvezza , riscatto e amore.


INA OTZKO, SONO QUI, PUOI SENTIRLO ?


Anche il Marchese De Sade e Georges Bataille dedicano ai vulcani pagine memorabili.

De Sade a Napoli fece la scalata del Vesuvio che descrive nelle Prosperità del vizio: “L’escursione di questa montagna è una spaventosa sfacchinata: sempre nella cenere fino al collo. Se si avanza di quattro passi, si retrocede di sei, ed eternamente nel timore che la lava v’inghiotta vivo. Noi arrivammo esausti e ci riposammo quando fummo all’imbocco. Fu la che considerammo con interesse prodigioso l’orifizio tranquillo di questo vulcano che, nei suoi momenti di furore, fa tremare il regno di Napoli”.

De Sade era affascinato dai vulcani: “I disordini, i vulcani di questa natura, sempre criminale, sprofondano l’anima in uno sconvolgimento che rende capace di grandi azioni e passioni tumultuose !”


INA OTZKO, SONO QUI, PUOI SENTIRLO ?


Anche Bataille adora i vulcani che letteralmente lo mandano in estasi e così descrive dell’Etna: “Tutto era così nero e così carico di terrore subdolo la notte in cui Laure ed io abbiamo scalato i pendii dell’Etna… -eravamo sfiniti, e in qualche modo esorbitati da una solitudine troppo strana, troppo disastrosa: è il momento di lacerazione in cui siamo affacciati sulla ferita spalancata, sulla crepa dell’astro dove respiriamo… Era impossibile immaginare un luogo in cui l’orribile instabilità delle cose fosse più evidente”.

Questo per introdurre l’artista Ina Otzko che espone per la prima volta in una grande personale a Napoli, nella meravigliosa cornice di Castel dell’Ovo.


INA OTZKO, SONO QUI, PUOI SENTIRLO ?


Ina Otzko, classe 1972, raffinata artista norvegese è insegnante di yoga, curatrice di mostre e direttore del centro Art Base Helgeland 66 N.

Ina Otzko ha ideato un’installazione sonora dal nome Leviathan che registra il rumore all’interno e intorno al cratere del vulcano di Solfatara a nord di Napoli.

Oltre all’installazione sonora con una piramide luminosa che richiama la forma di un vulcano, appese al muro foto polaroid, fotografie di nuvole e opere testuali dai titoli: My first important, escape, Mothers garden, The edge – meditation on silence e Who are we today?


INA OTZKO, SONO QUI, PUOI SENTIRLO ?


I temi intorno a cui riflette Ina Otzko sono quelli della sostenibilità del nostro pianeta che, secondo l’artista, ha bisogno di una “diversa manutenzione”.

In questo afflato di amore verso la natura l’artista registra, con fotografie e video, i movimenti del vulcano, il passaggio di grandi distese di nuvole , le crepe della terra , la neve e il ghiaccio.

Ma accanto alla potenza disarmante e incontrollabile della natura che Ina Otzko vorrebbe in qualche modo controllare e arginare con le sue opere, in mostra ci sono meravigliose e poetiche fotografie d’interni che ritraggono Ina Otzko nella sua disarmante e poetica solitudine, quasi imprigionata nel suo ambiente dal quale sembra sognare un altrove…

Le foto richiamano l’atmosfera del film di Roberto Rossellini Stromboli.

Ingrid Bergman, protagonista di Stomboli, insieme a Ina Otzko norvegese, dai loro freddi e glaciali paesi, scoprano il calore abissale, sensuale, aggressivo, dei vulcani e ne restano magicamente prigioniere…

Il titolo della mostra Sono qui, puoi sentirlo?, racchiude la poetica di questa mostra, una comunicazione che procede per astrazione, un grido di solitudine e insieme di invito all’ascolto, un messaggio d’amore che si muove dalle viscere di un Vulcano che perennemente rigenera il suo calore sulfureo, la sua lava incandescente, metafora della vita e dell’essenza dell’amore.

In definitiva tutti potremmo urlare: Sono qui , puoi sentirlo?.

Sospesi come siamo sull’abisso di un cratere che può inabissarci o sputarci fuori in un altrove sempre possibile come la protagonista del film di Rossellini che invoca Dio sopra al Vulcano di Stromboli, mentre, incinta, una vita le cresce dentro e cerca un altro desiderio da inseguire sulle soglie dell’abisso.


INA OTZKO

SONO QUI, PUOI SENTIRLO?

A cura di MARIA SAVARESE

Castel dell’Ovo,

via Eldorado, 3

tel.081-7954592.

Dal 4 settembre al 3 ottobre.

Landgrabbing – la guerra mondiale per il cibo

Decidere di parlare di landgrabbing è un’operazione complessa. Un tema troppo spesso relegato a dibattiti marginali tra ambientalisti e ambienti no-global.
 In realtà questo tema può essere considerato l’inchiesta delle inchieste sulla geopolitica mondiale: un filone organico che unisce industria, finanza, multinazionali, conflitti locali, ambiente, cibo, emigrazione, migrazione di massa e forzata, e anche traffico d’armi e terrorismi. 
Il lavoro organico, complessivo, durato oltre un anno di ricerche e riscontri, lo trovate qui. Con annesse tabelle e dati, e cartine, e schede di approfondimento.



Quella che sta avvenendo è la più imponente operazione di invasione e colonizzazione della storia dell’umanità, che farebbe impallidire le mitologie su Genghis Khan o le manie di grandezza di Hitler, ma che non teme nemmeno la concorrenza storica del colonialismo dei secoli scorsi. Non è un’esagerazione, soprattutto se consideriamo che mentre quei fatti e fenomeni storici avevano delle “bandiere chiare”, ovvero si sapeva più o meno esattamente chi attaccava chi e quali aree occupava, oggi quest’aggressione è “senza Stati e senza bandiere”.


Interessi geopolitici.
I conquistatori di oggi sono grandi multinazionali e fondi comuni di investimento che hanno azionisti, proprietari, investitori transnazionali, che hanno poco a che fare con ragioni e interessi geopolitici. Soggetti cui non è possibile chiedere o imporre risarcimenti di guerra, che non hanno sottoscritto alcuna convenzione di Ginevra né hanno obblighi di rispetto di diritti umani o sono interessati a ricostruzioni di qualsiasi tipo. Rispondono solo ed esclusivamente a logiche di profitto. Maggiore è la differenza tra costo di acquisizione e ricavo dalla vendita del bene prodotto, maggiormente è soddisfatto l’interesse delle aziende. Può sembrare una visione cinica o radicale, ma è un concetto economico “neutro”: è la regola del “comportamento sociale” delle multinazionali, e va intesa come chiave di lettura unica per comprendere davvero quello che sta accadendo.
 Gli analisti hanno definito questo fenomeno come land grabbing, più o meno “accaparramento di terra”, ovvero l’acquisto o la locazione a lungo termine di estensioni terriere da parte di investitori stranieri. Il fenomeno emerge con forza alla fine del 2006, a seguito di un improvviso shock dei prezzi che fa impennare vertiginosamente il Food-Index mondiale, ovvero l’indice di borsa sui prezzi degli alimenti agricoli primari (grano, riso, cereali…).


I contratti sottoscritti.
Si scopre così grazie al lavoro di alcune Ong che mettono insieme i dati rilevati individualmente, che nel solo 2006 sono stati sottoscritti (quelli conosciuti) 416 maxi contratti di “accaparramento di suolo” in 66 paesi del mondo (quelli monitorati) per complessivi 87 milioni di ettari di terre coltivabili. Per intenderci sulla portata ci basta fare un paragone: l’intera superficie coltivabile italiana è inferiore a 17 milioni (considerando anche orti, giardini e parchi pubblici).


Come sono strutturati i contratti di land grabbing?

Per non far risultare le terre nel proprio patrimonio “tassabile”, vengono prese in locazione per periodi da 50 a 99 anni direttamente dagli Stati, senza tener contro di diritti di proprietà o di uso delle comunità locali. Questi contratti prevedono inoltre il pieno ed esclusivo utilizzo di tutte le risorse sottostanti e sovrastanti la terra. Questo comporta, ad esempio, che venga concesso un breve lasso di tempo alle popolazioni locali per lasciare la propria terra e portare via i propri beni, dopo di ché tutto quello che insiste su quel suolo diventa di proprietà delle aziende locatarie. Ma questo significa anche che senza un limite contrattuale, qualsiasi sia la coltura che quell’azienda decide di impiantare in un determinato appezzamento, può disporre di tutta l’acqua che ritiene, senza alcun limite e senza versare alcun canone aggiuntivo.


Si tratta di terreni ricchi di risorse idriche?

Le tensioni nel sud-ovest dell’Etiopia mostrano l’importanza fondamentale di accesso all’acqua nella corsa alla conquista globale. Dietro l’attuale corsa alla terra, c’è in realtà una vera e propria guerra mondiale per l’acqua. Coloro che si stanno accaparrando oggi grandi quantità di terra, sanno bene che il vero guadagno di lungo periodo è l’accesso alle risorse idriche, spesso incluso gratuitamente e senza alcuna restrizione, e che tale valore è certamente maggiore di quello stesso dei terreni agricoli. Pochi paesi in Africa hanno ricevuto più interesse verso i propri terreni agricoli rispetto a quelli serviti dal fiume Nilo (Egitto, l’Etiopia, Sud Sudan, Sudan e Uganda).


Quant’è l’acqua effettivamente disponibile?

Il Nilo resta un’ancora di salvezza ed è già una fonte di notevoli tensioni geopolitiche aggravate dai numerosi grandi progetti di irrigazione nella regione, con il risultato che il fiume che un tempo forniva acqua dolce al Mediterraneo ora invece è invaso nel suo delta dall’acqua salata proveniente dal mare, minando la produzione agricola. Per portare i territori in produzione dovranno essere irrigati e la prima domanda che ci si dovrebbe porre è proprio se ci sia abbastanza acqua per farlo. Ma nessuno di coloro che sono coinvolti nelle offerte dei terreni, siano essi gli accaparratori di terra o quelli che le terre le offrono, sembrano aver dato peso alla questione. L’Etiopia è la fonte di circa l’80% delle acque del Nilo. Nella sua regione di Gambela al confine con il Sud Sudan, aziende come Karaturi Global e l’Arabia Stars stanno già costruendo grandi canali di irrigazione che aumenteranno enormemente la capacità di prelievo di acqua dal Nilo da parte dell’Etiopia. Questi sono solo due degli attori coinvolti in una serie di azioni che consumeranno risorse idriche e minerali pari a nove volte il consumo annuale.


C’è un nesso tra land grabbing e instabilità politica?
Sì, anche se pochissimi lo ammettono. Molto spesso questa instabilità è generata e finanziata dalle multinazionali proprio come strumento di pressione per concludere i propri affari, o dalla corruzione necessaria per chiudere gli accordi, o il sorgere di movimenti “di liberazione” spontanei è dovuto proprio alle spinte migratorie dovute alla cacciata di intere popolazioni da terre che prima hanno occupato da millenni pacificamente. Contestualmente possiamo vedere che nelle regioni chiave dei paesi maggiormente aggrediti da questo fenomeno sono stati individuati dall’intelligence focolai non meglio qualificati etichettati genericamente come jihadisti e qaedisti. In corrispondenza di quelle aree strategicamente nevralgiche, sono state posizionate altrettante basi militari, ufficialmente legate ad Africacorps, ma con personale e mezzi americani, spesso con notevoli appalti affidati ad “imprese private”.


Chi garantisce la produzione in territori potenzialmente ostili?

Oggi gli Stati Uniti mantengono in Africa un numero sorprendente di basi. La ragione ufficiale è “aumentare le capacità operative” degli eserciti africani, ma questa espressione nasconde molto di più. Alle forze americane si affiancano come secondo contingente internazionale i francesi. Le loro forze in Africa sommano a circa 5 mila militari in una decina di basi.


Terra, acqua, cibo: quali prospettive ci riservano i prossimi anni?
L’economia ci insegna che il prezzo di un prodotto aumenta se la domanda di quel prodotto aumenta, ed è quello che è avvenuto e che avverrà in futuro per il cibo: una progressiva e, per certi versi, inesorabile accelerazione della domanda alimentare dovuta principalmente alla crescita della popolazione mondiale che prevedibilmente è destinata a passare dai 6 ai 9miliardi di individui entro il 2050. Considerato che già oggi una quota consistente degli abitanti del nostro pianeta soffre di scarsità di cibo ed acqua è facile prevedere che nei prossimi decenni le forniture alimentari diverranno sempre più scarse e sempre più costose. Se non verranno messe a punto innovazioni tali da aumentare e/o razionalizzare la produzione di cibo e quindi la coltivazione dei terreni, cosa probabile ma non certa, la situazione già difficile potrà diventare in futuro tragica.

Stella Tennant nuovo volto di Pringle of Scotland

Pringle of Scotland festeggia 200 anni di stile e sceglie tra i suoi testimonial la modella più blasonata e iconica del Regno Unito: Stella Tennant.

La campagna pubblicitaria per l’A/I 2015-2016 vede ritratti numerosi artisti, tra cui Robert Montgomery e David Shrigley e l’attore Luke Treadway. Le personalità più importanti del Regno Unito omaggiano il celebre brand e non poteva mancare la celebre top model, qui ritratta in scatti di di notevole intensità ad opera di Albert Watson. Mood intimista e drammaticità per celebrare i 200 anni dalla nascita del brand, con una adv in cui le trame delle textures provenienti dall’isola di Skye vengono esaltate dalla fotografia di Watson e dall’interpretazione degli artisti ritratti.

Stella Tennant, classe 1970, nasce in una famiglia aristocratica: la top model è infatti nipote diretta di Andrew Cavendish, undicesimo duca del Devonshire, e di Deborah Mitford. I genitori della modella sono l’onorevole Tobias William Tennant e Lady Emma Cavendish.

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Stella Tennant per Pringle of Scotland, Autunno/Inverno 2015-2016

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La top model britannica è protagonista della campagna pubblicitaria di Pringle of Scotland per i 200 anni del brand

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Il backstage della campagna pubblicitaria, scattata da Albert Watson



Un fisico androgino e un volto dai lineamenti marcati si uniscono al portamento aristocratico e ad uno spirito ribelle: Stella è già pronta ad intraprendere una sfolgorante carriera nella moda. Quando la ragazza ha 23 anni ed è ancora una studentessa di scultura presso la Winchester School of Art viene notata da Plum Sykes, giornalista di Vogue UK, il quale la presenta al celebre fotografo Steven Meisel. L’immagine da lady dell’upper class inglese viene stravolta quando la modella si presenta con un piercing al naso che le conferisce un tocco punk-rock: l’insolito connubio, very British, fa sì che la modella si imponga all’attenzione del fashion biz. Nel settembre del 1993 Stella Tennant ottiene la sua prima cover per l’edizione canadese di Flare. Seguono i magazine più prestigiosi al mondo, a partire da Vogue, che la vede protagonista delle edizioni britannica, italiana e francese, fino ad Harper’s Bazaar e Numéro.

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Stella Tennant ritratta da Steven Meisel per W Magazine

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Look da bad girl per la modella, col piercing al naso che l’ha resa famosa



Nel 1994 avviene il debutto della modella sulle passerelle e due anni più tardi la sua apparizione in un minuscolo bikini durante la sfilata di Chanel desta scalpore. La Tennant calca le passerelle più importanti, da Alexander McQueen ad Anna Sui, Calvin Klein, Alberta Ferretti, Chanel, Anna Molinari, Christian Dior, Dolce & Gabbana, Donna Karan, Fendi, Gianfranco Ferré, Gianni Versace, Helmut Lang, Givenchy, Valentino, Gucci, solo per citarne alcuni.

Musa di Karl Lagerfeld, è stata testimonial di Burberry, Chanel, Christian Dior. Collocata dall’emittente statunitense Channel 5 al ventisettesimo posto tra le migliori supermodelle del mondo, Stella Tennant nel 1999 ha sposato il fotografo francese David Lasnet, dal quale ha avuto quattro figli.

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Lineamenti androgini e volto interessante per la modella inglese

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Stella Tennant è la nipote di Andrew Cavendish, undicesimo duca del Devonshire, e di Deborah Mitford



Una bellezza particolare, ora celebrata da Pringle of Scotland in una campagna pubblicitaria suggestiva ed emozionante.


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Buon compleanno, Mariacarla

Buon compleanno, Mariacarla

Spegne oggi 35 candeline Mariacarla Boscono, una delle più famose top model italiane degli ultimi anni. Sguardo profondo, lunghi capelli scuri e fisico androgino, la top model ha già all’attivo una lunga carriera costellata di successi internazionali.

Nata a Roma il 20 settembre 1980, Mariacarla nella sua infanzia viaggia moltissimo a causa del lavoro del padre. Prima della sua nascita i genitori vivevano in Thailandia e in America, prima a Providence e poi a Key West, Florida. Mariacarla inizia a frequentare la scuola negli States, salvo poi rientrare in Italia per volontà dei genitori, che pensano sia opportuno che la bambina torni a casa. Ma questo dura poco: quando Mariacarla ha appena 9 anni la famiglia si trasferisce in Kenya, tra Malindi e Mombasa. La top model ricorda questo come il periodo più fantastico della sua vita.

Influenzata dalla cultura americana e da quella africana, poliglotta e cittadina del mondo, Mariacarla a diciassette anni viene notata da un fotografo amico di famiglia, durante una cena. La madre è favorevole ad una carriera della figlia nella moda ma la ragazza preferisce terminare prima gli studi. La scelta si rivela saggia e nonappena conseguita la maturità la futura top model vola a New York City, dove firma immediatamente un contratto con la DNA Model Management.

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Mariacarla Boscono è nata a Roma il 20 settembre 1980

Mariacarla Boscono ritratta da Zoe Ghertner per Hermès, autunno 2013

Mariacarla Boscono ritratta da Zoe Ghertner per Hermès, autunno 2013

Fisico androgino e volto unico per la top model romana

Fisico androgino e volto unico per la top model romana

Mariacarla Boscono in una foto di Txema Yeste per Harper's Bazaar Spagna, marzo 2015

Mariacarla Boscono in una foto di Txema Yeste per Harper’s Bazaar Spagna, marzo 2015



Gli occhi scuri, il viso affilato e drammatico, lo sguardo intenso: in breve la Boscono diventa la modella prediletta da Karl Lagerfeld ed una diva a livello internazionale. Regina delle passerelle, contesa dai brand più prestigiosi, Mariacarla Boscono ottiene numerose cover di Vogue e prende il posto di Kate Moss come testimonial di Hennes & Mauritz.

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Musa di Riccardo Tisci e amata da Karl Lagerfeld, Mariacarla Boscono è una delle top model più famose al mondo

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La top model da piccola ha vissuto tra Stati Uniti e Africa



Musa di Riccardo Tisci per Givenchy, amata dai più famosi fotografi al mondo, Mariacarla è una delle top model più famose al mondo: in pochissimi anni diventa il volto di Chanel, Blumarine, Etro, Moschino, Yves Saint Laurent, Alessandro Dell’Acqua, Marc Jacobs, Dolce & Gabbana, Roberto Cavalli, Salvatore Ferragamo, solo per citarne alcuni. Inserita nel 2005 da Forbes nella classifica delle modelle più pagate al mondo, tre anni dopo diventa testimonial di Emilio Pucci, Hermès, Moschino e John Galliano.

Fotografata da Peter Lindbergh per Vogue Italia, febbraio 2014

Fotografata da Peter Lindbergh per Vogue Italia, febbraio 2014

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La Boscono è stata selezionata da Vogue Paris tra le trenta modelle più famose degli anni Duemila

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Nel 2006 la modella ha debuttato come attrice teatrale a New York



Divisa tra Roma e New York -sua seconda patria- la modella ha all’attivo anche tre edizioni del calendario Pirelli, precisamente l’edizione del 2003, 2004 e 2009, scattata dal grande Peter Beard e ambientata nell’Africa che l’ha vista crescere. Inserita da Vogue Paris tra le 30 modelle del 2000, l’espressività del volto della supermodella non lascia indifferenti: nel 2006 Mariacarla ha debuttato come attrice teatrale con uno spettacolo di Jean Genet presso il Lee Strasberg Theatre Institute di New York. Sposata con l’imprenditore italiano Andreas Patti, dal quale ha avuto una figlia, Marialucas, Mariacarla Boscono è una delle italiane più famose all’estero. Una bellezza decisamente interessante.


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Lo stile di Elisa Sednaoui

Marella Agnelli: l’eleganza del “cigno”

Tra le icone di stile è la più aristocratica e famosa, è stata musa di numerosi fotografi, socialite internazionale e vedova dell’indimenticabile avvocato Gianni Agnelli. La principessa Marella Caracciolo di Castagneto ha incarnato la quintessenza dello chic italiano, universalmente riconosciuto.

La classe nella figura eterea, il lunghissimo collo eburneo, che incantò artisti di tutto il mondo, da Richard Avedon a Truman Capote, che la ribattezzò “The Last Swan”: Marella Agnelli è un’icona di stile tra le più ammirate, per la sua eleganza discreta e raffinata. Mai sopra le righe, spesso low profile, caratteristica di chi non ha bisogno di ostentare nulla. Ça va sans dire, sembra dire con il suo sguardo tagliente e il portamento austero. Una donna di grande spessore, ultima erede della dinastia torinese che più ha fatto discutere l’Italia.

Nata a Firenze il 4 maggio del 1927, il padre di Marella è il principe napoletano Filippo Caracciolo di Castagneto e la madre è l’americana Margaret Clarke, originaria dell’Illinois. Marella trascorre l’infanzia in giro per l’Europa al seguito del padre, diplomatico. La bellezza eterea della giovane spicca nei saloni dei palazzi dell’aristocrazia romana e nei circoli più esclusivi, ma la sua è un’eleganza diversa, fatta di sottrazioni e di un autentico charme. La fanciulla, alta e filiforme, fa il suo ingresso in società in lunghi abiti in impalpabile chiffon di seta: tra i couturier prediletti dalla principessa spicca il genio partenopeo di Federico Forquet, Balenciaga e Courrèges.

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Marella Agnelli ritratta da Erwin Blumenfeld, 1950

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Marella Agnelli, foto di Horst P. Horst, 1967

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Un altro scatto di Horst P. Horst, 1967

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Marella Caracciolo di Castagneto è nata a Firenze il 4 maggio del 1927



Inserita da Vanity Fair nella Hall of Fame dell’International Best Dressed List creata da Eleanor Lambert, insieme al marito Gianni Agnelli e al controverso nipote Lapo Elkann, la sua bellezza così diversa dai canoni vigenti negli anni Cinquanta la portò a divenire musa di fotografi del calibro di Richard Avedon e Henry Clarke; inoltre fu immortalata da Clifford Coffin e Andy Warhol.

Dopo aver ultimato gli studi superiori in Svizzera, la giovane studia presso l’Académie des beaux-arts e poi presso l’Académie Julian di Parigi. Successivamente inizia a lavorare a New York, come fotografa: sarà l’assistente del celebre fotografo di moda Erwin Blumenfeld. Successivamente al suo rientro in Italia, Marella Caracciolo lavora come fotografa e redattrice per la Condé Nast, celebre casa editrice di Vogue.

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Marella Agnelli in posa per Philippe Halstman, abito Balenciaga, Villefranche sur Mer, Villa Leopolda, 1963

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Nata in una famiglia dell’antica aristocrazia napoletana, Marella Agnelli è designer e collezionista d’arte

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Ritratta da Richard Avedon, 1953

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Marella Caracciolo Di Castagneto in un ritratto giovanile di Arturo Ghergo, abito di Federico Forquet, Vogue, 1945



Nel 1953 sposa l’erede della Fiat Gianni Agnelli, nella sfarzosa location del castello di Osthoffen, a Strasburgo, in Francia. L’unione sancisce la scalata sociale del celebre avvocato, eccentrico protagonista della Dolce Vita. Dalle nozze nascono i figli Edoardo, morto suicida, e Margherita, madre di John e Lapo, componenti dell’attuale board di FIAT e della Juventus. Intima amica di Truman Capote, indimenticabile il suo ingresso al celebre Black & White Ball organizzato da quest’ultimo in un caftano in seta firmato Mila Schön e scenografico copricapo di piume nere. Amica di John e Jacqueline Kennedy, spesso fotografata con loro a Capri e Positano, a differenza del marito Gianni non fu mai presa d’assalto dai paparazzi, forse in virtù del suo aristocratico savoir-faire, roccaforte assai ardua da espugnare.

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Dopo aver studiato Arte, Marella Agnelli ha lavorato come assistente fotografa per Erwin Blumenfeld

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Il 19 novembre del 1953 Marella Caracciolo di Castagneto ha sposato Gianni Agnelli

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Un ritratto del 1955

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Uno scatto della vita dei coniugi Agnelli

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Marella Agnelli indossa un abito da sera di Jean Patou, foto di Henry Clarke, 1956

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Ritratta da Richard Avedon, 1976



Nel 1973 Marella Agnelli intraprende l’attività di designer di alta moda, specializzandosi nella realizzazione di disegni per stoffe d’arredamento, attività questa che la principessa continua tuttora. Tra le passioni coltivate dalla vedova Agnelli il giardinaggio è al primo posto: un pollice verde di notevole talento, il suo, al punto che la principessa ha curato personalmente la progettazione dei giardini nelle sue dimore, da Villa Frescot sulla collina di Torino a Villar Perosa nei pressi di Torino fino alla sua abitazione a Marrakech in Marocco, dove si è trasferita nel 2005.

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Marella Caracciolo in uno scatto di Riccardo Moncalvo risalente agli anni Settanta

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Ritratta ancora da Avedon, che ne adorava il lunghissimo collo, che le fece ottenere il soprannome di “cigno”

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In uno scatto di Pasquale de Antonis, la principessa indossa un abito di Carosa, Palazzo Torlonia, 1948

Marella Agnelli in posa per Andy Warhol, 1972

Marella Agnelli in posa per Andy Warhol, 1972

Marella Agnelli per Harper's Bazaar, 1965

Marella Agnelli per Harper’s Bazaar, 1965

La principessa Marella Caracciolo di Castagneto in posa per Henry Clarke, 1962

La principessa Marella Caracciolo di Castagneto in posa per Henry Clarke, 1962



Marella Agnelli è autrice di numerosi libri di giardinaggio e fotografia. Membro dell’International Council del MOMA di New York, del Tate International Council di Londra, del Board degli Amici dei Giardini Botanici Hanbury, nonché presidente dell’Associazione Amici Torinesi Arte Contemporanea, la principessa è anche una grande collezionista d’arte: famosa la collezione posseduta dai coniugi Agnelli, che includeva opere di Canaletto, Bellotto, Canova, Manet, Renoir, Picasso, Matisse, Severini e Modigliani. La classe non è acqua.


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Talitha Getty, icona boho-chic

Fashion trends A/I 2015-2016

Le passerelle per l’Autunno/Inverno 2015-2016 ci hanno fatto sognare, proponendo tanti stili e tendenze diverse da cui trarre ispirazione nella scelta del nostro guardaroba.

Tanti sono i look da imitare e a volte ci si può riuscire anche senza avere un enorme budget a disposizione. Inoltrandoci nei trend per la stagione A/I, protagonista è il mood boho-chic, brillantemente proposto da Burberry Prorsum, in una collezione di netta ispirazione Seventies. Largo a maxi abiti a stampe floreali e paisley, come il lungo abito rosso in stampa patchwork.

Un look simile si può ottenere anche con un mini budget: tanti sono i brand che hanno abbracciato la tendenza bohémien, a partire da Band of Gypsies, che propone un lungo chemisier a listini patchwork con inserti paisley mixati a stampa floreale. Un look di grande impatto, perfetto per il giorno e per la sera, a seconda degli accessori da abbinare. Che si tratti di sandali rasoterra o tacchi alti a listini, si può ultimare lo styling con un cappello a tesa larga e una borsa con le frange, in perfetto mood gipsy.

Burberry Prorsum

Burberry Prorsum

Band of Gypsies

Band of Gypsies



Ironiche, divertenti e colorate sono le stampe cartoon, portate alla ribalta da Moschino, in una collezione all’insegna dell’ironia: full immersion nel colore, intriso di suggestioni Eighties, tra maxi bomber a colori fluo. Le felpe con i personaggi dei cartoon sono un nuovo fashion trend, che si può facilmente imitare. Ci si può sbizzarrire nella scelta, che si tratti dei Loonie Tunes o dei personaggi Disney. Da abbinare a jeans e sneakers o ad una gonna di paillettes, per un look ancora più eclettico.

Moschino

Moschino

Vans Disney

Vans Disney



Ritorna il mood boho-chic da Roberto Cavalli, che propone maxi dress stile caftano, da abbinare a gioielli ed accessori etnici. Bellissimo e low budget l’abito giallo proposto da ASOS. Il brand inglese Missguided propone diversi look in stile Festival, perfettamente in linea con le tendenze attuali. Per un look da gitane di lusso.

Roberto Cavalli

Roberto Cavalli

ASOS

ASOS

Chloé

Chloé

Missguided

Missguided



Incontrastato must have di stagione per l’autunno/inverno è il poncho, declinato in tutte le varianti: sofisticato e caldo, per contrastare le rigide temperature invernali, il poncho è un capo irrinunciabile del guardaroba femminile. Motivi aztechi o stampe floreali hanno calcato le passerelle e sono state riproposte da diversi brand.

Anna Sui

Anna Sui

Paisie

Paisie

DAKS

DAKS

Missguided

Missguided



Un tuffo negli anni Sessanta ha caratterizzato le collezioni di diversi designer, che hanno proposto deliziosi shift dresses, in stampe optical. Suggestioni tratte dalla Swinging London nel modello DAKS. Un capo irrinunciabile del guardaroba invernale è il fur coat o pelliccia, che dir si voglia. La moda impone proporzioni oversize e bicromie, come visto da Emilio Pucci. Un evergreen irrinunciabile.

Emilio Pucci

Emilio Pucci

Story of Lola

Story of Lola

AUGURI AD ANTONIO MAIORINO MARRAZZO, 50 ANNI SEMPRE IN PRIMOPIANO

D-Art si unisce al coro di auguri ad Antonio Maiorino Marrazzo, gallerista e raffinato intellettuale napoletano fondatore della galleria d’arte PrimoPiano, che oggi spegne 50 candeline!

Antonio Maiorino Marrazzo intellettuale, mecenate e curatore d’importanti mostre, grande appassionato di fotografia, ha dato vita alla galleria PrimoPiano attiva a Napoli dal 2006 nella promozione e diffusione della fotografia contemporanea.


AUGURI A ANTONIO MAIORINO MARRAZZO, 50  ANNI SEMPRE  IN PRIMOPIANO


Antonio Maiorino Marrazzo si è formato all’Istituto Universitario Orientale di Napoli in Lingue e letterature straniere moderne con pubblicazioni sull’arretratezza economica dell’Europa orientale e sul teatro di Petito. Ha studiato Storia dell’arte sui testi di Arnold Hauser e Giulio Carlo Argan, ha avuto come docente di Storia dell’arte il professor Vincenzo Pacelli ed è stato free-lance per ‘Il Giornale di Napoli’ e ‘Il Tempo’.


AUGURI A ANTONIO MAIORINO MARRAZZO, 50  ANNI SEMPRE  IN PRIMOPIANO


La galleria Primo Piano si trova nel cuore di Napoli, nel corso di questi anni, mossa dalla necessità di dialogare con altre realtà europee, ha aperto spazi temporanei ad Arles durante i Rencontres d’Arles de Photographie e a Berlino dove, dal 2009 al 2011, è stata membro di Kolonie Wedding, un consorzio di respiro internazionale composto da circa 30 gallerie d’arte e atelier di artisti, divenendo un punto di riferimento per la fotografia contemporanea Europea ed è stato motore di incontri e Lectio Magistralis all’Accademia di Belle Arti di Napoli con esponenti della fotografia internazionale.


AUGURI A ANTONIO MAIORINO MARRAZZO, 50  ANNI SEMPRE  IN PRIMOPIANO


Una delle cose più affascinanti della galleria PrimoPiano sono le tre camere dedicate a Diane Arbus, Pier Pasolini Pasolini e Francis Bacon, autori straordinari legati dal filo rosso della fotografia.

Nell’augurio che la galleria PrimoPiano possa continuare a far volare alta la bellezza il pensiero l’arte e la fotografia , D-Art rinnova gli auguri alla vera anima di questo luogo magico e vibrante come il suo ideatore : Antonio Maiorino Marrazzo.



AUGURI A ANTONIO MAIORINO MARRAZZO, 50  ANNI SEMPRE  IN PRIMOPIANO

PrimoPiano Napoli

Via Foria, 118,

80137 – Napoli, Italia

tel. +39 081 19560649

mail: [email protected]

Orari Galleria:

martedì, mercoledì e giovedì dalle ore 16 alle 19

lunedì, venerdì e sabato su appuntamento‎

http://www.primopianonapoli.com/galleria/

AUGURI AD ANTONIO MAIORINO MARRAZZO, 50 ANNI SEMPRE IN PRIMOPIANO

D-Art si unisce al coro di auguri ad Antonio Maiorino Marrazzo, gallerista e raffinato intellettuale napoletano fondatore della galleria d’arte PrimoPiano, che oggi spegne 50 candeline!

Antonio Maiorino Marrazzo intellettuale, mecenate e curatore d’importanti mostre, grande appassionato di fotografia, ha dato vita alla galleria PrimoPiano attiva a Napoli dal 2006 nella promozione e diffusione della fotografia contemporanea.


AUGURI A ANTONIO MAIORINO MARRAZZO, 50  ANNI SEMPRE  IN PRIMOPIANO


Antonio Maiorino Marrazzo si è formato all’Istituto Universitario Orientale di Napoli in Lingue e letterature straniere moderne con pubblicazioni sull’arretratezza economica dell’Europa orientale e sul teatro di Petito. Ha studiato Storia dell’arte sui testi di Arnold Hauser e Giulio Carlo Argan, ha avuto come docente di Storia dell’arte il professor Vincenzo Pacelli ed è stato free-lance per ‘Il Giornale di Napoli’ e ‘Il Tempo’.


AUGURI A ANTONIO MAIORINO MARRAZZO, 50  ANNI SEMPRE  IN PRIMOPIANO


La galleria Primo Piano si trova nel cuore di Napoli, nel corso di questi anni, mossa dalla necessità di dialogare con altre realtà europee, ha aperto spazi temporanei ad Arles durante i Rencontres d’Arles de Photographie e a Berlino dove, dal 2009 al 2011, è stata membro di Kolonie Wedding, un consorzio di respiro internazionale composto da circa 30 gallerie d’arte e atelier di artisti, divenendo un punto di riferimento per la fotografia contemporanea Europea ed è stato motore di incontri e Lectio Magistralis all’Accademia di Belle Arti di Napoli con esponenti della fotografia internazionale.


AUGURI A ANTONIO MAIORINO MARRAZZO, 50  ANNI SEMPRE  IN PRIMOPIANO


Una delle cose più affascinanti della galleria PrimoPiano sono le tre camere dedicate a Diane Arbus, Pier Pasolini Pasolini e Francis Bacon, autori straordinari legati dal filo rosso della fotografia.

Nell’augurio che la galleria PrimoPiano possa continuare a far volare alta la bellezza il pensiero l’arte e la fotografia , D-Art rinnova gli auguri alla vera anima di questo luogo magico e vibrante come il suo ideatore : Antonio Maiorino Marrazzo.



AUGURI A ANTONIO MAIORINO MARRAZZO, 50  ANNI SEMPRE  IN PRIMOPIANO

PrimoPiano Napoli

Via Foria, 118,

80137 – Napoli, Italia

tel. +39 081 19560649

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Orari Galleria:

martedì, mercoledì e giovedì dalle ore 16 alle 19

lunedì, venerdì e sabato su appuntamento‎

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Happy Birthday, Twiggy!

È la modella che ha rivoluzionato il concetto di bellezza. La più fotografata e la più amata in assoluto. Dopo aver segnato un’epoca col suo volto, Twiggy spegne 66 candeline. Una carriera sfavillante, iniziata per caso, fino a divenire icona quasi mitologica degli anni Sessanta. Figlia di quella Swinging London che ne ha forgiato lo stile, Twiggy ha incarnato lo spirito di quegli anni.

Nata a Neasden, un sobborgo di Londra, il 19 settembre del 1949, Lesley Hornby -questo il suo vero nome- è una ragazza gracile e dai lineamenti fanciulleschi. Assai diversa dallo standard allora vigente, che identifica la bellezza in donne dal fisico meno acerbo, l’appena sedicenne Lesley viene notata dal fotografo di moda Justin de Villeneuve, mentre lavora in un parrucchiere.

Tra i due nasce un rapporto sentimentale e lavorativo: Villeneuve ha fiuto e intuisce subito che quel viso così grazioso ha una marcia in più. Dopo esserne diventato il manager, è lui stesso a lanciare la ragazza e a scegliere per lei il soprannome di Twiggy, letteralmente “grissino”, un esplicito riferimento alla sua magrezza adolescenziale.

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Twiggy ha incarnato lo stile della Londra anni Sessanta

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Twiggy su Vogue, 1967

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Nata a Neasden, un sobborgo di Londra, la modella è stata scoperta all’età di sedici anni

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Tipico look anni Sessanta per Twiggy

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La modella è stata testimonial di Mary Quant, che con la sua minigonna ha rivoluzionato la moda

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Entusiasmo fanciullesco per la modella grissino

Sugli autoscontri al Bertram Mills Circus, Londra, 1967

Sugli autoscontri al Bertram Mills Circus, Londra, 1967

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Foto di Bert Stern, New York, 1967



Basta fare circolare qualche foto della ragazza e tutto ha inizio: quel volto così particolare ben si addice al fermento rivoluzionario della Londra di quegli anni. Grandi occhi da cerbiatto, sguardo innocente e sorriso spontaneo su gambe nervose, Twiggy emana una freschezza che incanta tanto la gente comune quanto gli addetti ai lavori della moda. In appena un anno la modella grissino diviene una star. Le ciglia finte e il make up disegnato ad esaltare gli immensi occhioni, gli abitini a trapezio e le minigonne: il suo stile incarna l’anima più swing degli anni Sessanta. Idolatrata, imitata e ambita dai designer inglesi e non, viene nominata dal Daily Express “Il volto del ’66”.

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Foto di Ronald Traeger

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Un altro scatto di Ronald Traeger

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Twiggy fotografata davanti ad un dipinto di Bridget Riley, tuta di Gene Shelly, Vogue, 1967, foto di Bert Stern



Successivamente diventa il volto di brand del calibro di Biba e Mary Quant, che la sceglie come testimonial della sua celebre minigonna. Una rivoluzione dentro la rivoluzione: sullo sfondo della liberazione dei costumi si consuma un altro epocale cambiamento, per cui il concetto standard di bellezza e femminilità vigente viene completamente stravolto dal candore della nuova icona: Twiggy è la prima modella a rappresentare una nuova donna, giovane e gioiosa.

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Uno scatto per Vogue, maggio 1967, foto di Ronald Traeger

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Mood spaziale in uno scatto di Bert Stern, 1967

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Twiggy Lawson per Sangeran, 1970, foto di Bert Stern

Twiggy in un celebre scatto di Richard Avedon, acconciatura di Ara Gallant, Parigi, gennaio 1968



Compiuti i diciotto anni, Twiggy rompe la relazione sentimentale con Villeneuve. La sua fama è ormai mondiale, tutti la acclamano e nuove occasioni si profilano presto all’orizzonte. Parallelamente al lavoro di modella, Twiggy compare in alcuni film, come “Il Boyfriend”, di Ken Russell (1971). Per il suo ruolo vince due Golden Globe. Nello stesso tempo inizia ad incidere dei cd, con un discreto successo: tra i generi prediletti dalla nuova pop star troviamo il rock, il pop, la musica disco e country. Ormai divenuta un personaggio, posa accanto a David Bowie per la copertina del suo album “Pin Ups”, nel 1973. Dal celebre film “The Blues Brothers” fino ad un cameo all’interno del Muppet Show, il volto di Twiggy diviene emblema di un secolo.

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Twiggy in completo maschile, 1968

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Twiggy indossa scarpe di George Cleverley in una foto di Justin de Villeneuve, anni Settanta

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Uno scatto tratto da Vogue, 1967

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Twiggy ritratta da Bert Stern, New York, 1967

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Con cappellino Snoopy, foto di Bert Stern, novembre 1967

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Twiggy indossa un cappotto di Emeric Partos dipinto a fiorellini da Giorgio di Sant’ Angelo, foto di Richard Avedon per Vogue, New York, 14 Aprile 1967

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Ritratta da Richard Avedon, 1967

Ritratta da Cecil Beaton per Vogue, 1967

Ritratta da Cecil Beaton per Vogue, 1967



La sua carriera, variegata e in continua evoluzione, la vede presentatrice televisiva negli anni Novanta, con un suo show, “Twiggy’s People”, dove intervista personalità del calibro di Dustin Hoffman, Lauren Bacall e Tom Jones. Nel 2005 torna a posare come modella e diviene il volto di Marks & Spencer. Inoltre è stata giudice di America’s Next Top Model dalla quinta alla nona stagione, celebre show televisivo condotto da Tyra Banks.
Tanti auguri ad un mito vivente.

Ritratta da Bert Stern per Vogue, 15 marzo 1967

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Vogue 1867, foto di Bert Stern

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Suggestioni Roarin’ Twenties nello scatto di Terry Fincher, Londra 1966

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Twiggy Lawson, all’anagrafe Lesley Hornby, è nata a Londra il 19 settembre 1949




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Ossie Clark, il vintage che incanta

GEORGINA MAY JAGGER LIKE MINNIE

La fashion influencer Georgina May Jagger protagonista e promotrice di una mostra in onore della celebre Minnie

Il conto alla rovescia è iniziato: dopo mesi di preparazione il 18 settembre la tanto attesa mostra dedicata all’amata fidanzata di Topolino prenderà il via, in concomitanza con la settimana della moda londinese. Protagonista indiscussa di questo progetto Georgina May Jagger, la 23 enne figlia dell’icona del rock  Mick Jagger e della stupenda Jerry Hall. Modella, fotografa e fashion influencer Georgina è oggi una delle icone di stile più seguite da mezzo mondo e, in quanto tale, non poteva non essere innamorata di colei che, prima di ogni altra, è stata essa stessa riferimento di stile: Minnie. Ebbene sì, perché il tanto amato cartoon Disney, creato nel 1928 dalla geniale mano di Walter Disney, già ai tempi interpretava lo spirito più anticonformista delle ragazze americane che in quella gonnellina a pois e quel fiocco nero in testa vedevano il segno tangibile della rivoluzione allora in corso in quel Paese, gli Stati Uniti, in cui la libertà di pensiero, di parola e di stile erano dogmi da portare avanti con il massimo della determinazione.

Ecco perché “Minnie style” non poteva che essere il nome di quella mostra che fino al 22 settembre 2015 presenterà una Georgina May Jagger inedita, truccata e agghindata proprio come la fidanzata di Topolino e vestita di abiti che, mai come in questa occasione, propongono una Minnie in carne ed ossa. Lei, Georgina, di tutto questo progetto è apparsa più che entusiasta, al punto di cimentarsi non solo come modella ma anche come fotografa.

Sono sempre stata una fan di Minnie“ ha dichiarato Georgia May ”e sono quindi elettrizzata all’idea di lavorare su questo progetto che metterà in luce con entusiasmo e creatività come la cultura pop può influenzare la moda”.

Parole sante quelle della modella inglese che con questo progetto ha così dimostrato come ancora una volta, generazione dopo generazione, il mito Disney si conferma come l’identificazione di una realtà “colorata, a tratti esilarante ma pur sempre elegante” o semplicemente l’interpretazione perfetta di quella componente irriverente che ogni femmina possiede. Generazione in generazione. Tutto nel segno della moda. 

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BOMBER… A MODO TUO!!!

Continua ad impazzare la moda della bomber jacket. Proposta in un’infinità di colori, stampe e dettagli non potrà che farvi innamorare. Guardare per credere!!!

Portalo come vuoi: con i pantaloni ampi e le Adidas Super Star, con gonnella corta a pieghe e tacco, con gli skinny o i boy friend. Insomma non importa come tu lo indosserai ma l’importante è che ci sia. Sì, perché il bomber, che già aveva fatto la sua comparsa nella passata stagione, si riconferma ancora protagonista di questi ultimi scorci d’estate. Non solo: per i primi appuntamenti con il “fresco d’autunno” pare essere proprio l’alleato giusto. Il perché è facile da comprendere: pesantezza non eccessiva, stampe e colori di ogni genere (vogliamo parlare di quello a fiori indossato da Chiara Ferragni!? super!!!) sono gli elementi che lo renderanno perfetto per sdrammatizzare ogni look, conferendovi quell’aria dandy ma non troppo, sbarazzina ma con riserva e Yale style direttamente dagli States. Insomma il modo perfetto per riprendere i ritmi di tutti i giorni dopo le vacanze, lasciando comunque un po’ la testa su, tra le nuvole.

Nota di corredo: se avete notato dalle ultime tendenze street siamo in pieno ritorno ai mitici anni ’90, con tanto di serial Made in Usa, remake di video musicali e, ovviamente, invasione sulle passerelle di mezzo mondo di quella moda che per un decennio ci fece compagnia, in quegli anni d’oro in cui tutto “sembrava possibile”. Begl’anni per chi li ha potuti assaporare. E per chi no? Beh potete sempre gustarvi chicche di revival, proprio come bomber jacket!! Tante le celebs avvistate con indosso il loro “personal bomber”: da Kate Moss a Cara Delevingne, da Chiara Ferragni a Sienna Miller, da Candela Novembre a Olivia Palermo. Insomma un vero e proprio boom, senza via di scampo ed una garanzia per tutte le fashioniste! I modelli sono infiniti e tutti dotati di stile indiscusso. Non ci credete? Guardate i modelli che abbiamo selezionato… ve ne innamorerete!!!

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“Delicate Trame”, la mostra di Antonio De Luca dedicata alla silhouette femminile

Presso la sede milanese della galleria d’arte Il Vicolo (via Maroncelli 2), è allestita Delicate Trame, la mostra di Antonio De Luca dedicata alla figura femminile.

 

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È infatti un mondo di donne quello raffigurato dall’artista. Immagini minimali, pennellate decise, tratto d’inchiostro scuro, colore volutamente lasciato colare dall’alto, che si espande oleoso sulla superficie creando atmosfere ovattate in cui si muovono anonime silhouette di donna interagendo e confondendosi con lo spazio circostante. Visioni sceniche in cui l’artista fotografa suadenti ed eterei corpi femminili e le sue forme predilette – grembi, gambe e piedi – che riportano alla luce fotogrammi della quotidianità di ognuno di noi.

 

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Sarà una selezione di lavori che offrono una visione completa della ricerca portata avanti già da alcuni anni e che lo vede lavorare con materiali e tecniche diverse in galleria saranno presenti infatti ceramiche, acquerelli e olii. Tema ricorrente negli olii quello della figura femminile frammentata, evasa dalla carta grazie alle espansioni in ceramica create per liberare l’immagine dalla dimensione limitata del foglio e slegarla dagli spazi canonici.

 

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E sempre le donne interpreteranno le opere di De Luca, il 22 settembre, durante un evento speciale, in occasione della settimana della moda milanese. Verrà infatti presentato, in esclusiva, lo “zaino mantella” ispirato alle Delicate Trame e la capsule collection di borse, tutto a firma di Alia Botticchio, giovane designer emergente, che si occupa di accessori. Per le grafiche dei tessuti – dice Alia-  “Ho utilizzato frammenti e pennallate dei suoi dipinti fondendoli con il total black della mia collezione KYMA. La simmetria geometricamente animata ricorda una libellula, simbolo di trasformazione, come le mie borse”.

 

RaveN

 

De Luca realizzerà a sua volta una tela a tutta parete mentre le “sue” donne prenderanno vita attraverso la performance di danza contemporanea della Compagnia CòLAPS. I ballerini, saranno vestiti dagli abiti della giovane stilista, del brand RaveN, Valentina Vizio, che richimeranno per trame e colori le tele dell’artista.

 

L’Evento

Martedì 22 Settembre – ore 18.30/23, Galleria Il Vicolo, Via Maroncelli 2, Milano

Carmen Dell’Orefice: la regina delle passerelle

Ha sdoganato i capelli bianchi rendendoli un fashion trend; ha eliminato tutti i tabù riguardanti il tempo che passa. Se pensate che l’età sia qualcosa da nascondere non avete ancora conosciuto Carmen Dell’Orefice.

Classe 1931, alla veneranda età di 84 anni è la top model più longeva del mondo. La sua falcata elegante, il viso intenso e i lineamenti che trasudano charme, la top model è ancora richiestissima nelle passerelle e nei servizi di moda.

Nata a New York City da genitori di origine italiana ed ungherese, Carmen vive un’infanzia difficile a causa della burrascosa relazione dei genitori. La piccola viene affidata a lontani parenti e a case famiglia fino agli undici anni, quando va a vivere con la madre. Il portamento fiero, la curva gentile del mento e il lungo collo da cigno non passano inosservati.

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Carmen Dell’Orefice è nata a New York il 3 giugno 1931

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Una carriera iniziata ad appena tredici anni, Carmen Dell’Orefice è la top model più longeva al mondo

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La top model ha sdoganato i capelli bianchi come fashion trend



Ad appena tredici anni Carmen viene notata dalla moglie del fotografo Herman Landschoff. La ragazzina posa per dei test fotografici che però, a detta della stessa top model ammette, non furono all’altezza delle aspettative. Ma la sua bellezza non tarda a portarle il successo: è il 1946 quando la giovane viene presentata a Vogue, la Bibbia della moda. Qui firma un contratto per 7 dollari l’ora e diviene modella prediletta del fotografo di fama mondiale Erwin Blumenfeld, che la ritrae nella sua prima cover per Vogue, nel 1946. Il suo volto conquista immediatamente gli addetti ai lavori, ben consapevoli di trovarsi di fronte ad una futura stella della moda. Ma i guadagni derivanti dalla sua attività di modella non bastano a sostenere Carmen e la madre: le due sono sprovviste persino del telefono e le redazioni di moda sono costrette a mandare dei fattorini a casa della modella per darle le notizie sui nuovi lavori.

Denutrita al punto che i celebri fotografi Horst P. Horst e Cecil Beaton sono costretti ad appuntare il retro dei vestiti da lei indossati, Carmen e la madre si inventano un lavoro e iniziano a creare dei vestiti. Tra le loro clienti vi furono la modella Dorian Leigh e la sorella minore di quest’ultima, la celebre top model Suzy Parker.

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Una vita piena di avversità e nuove sfide, quella di Carmen Dell’Orefice

Carmen Dell'Orefice, foto di Richard Avedon, 1957

Carmen Dell’Orefice, foto di Richard Avedon, 1957

Carmen Dell'Orefice al Folies Bergère, foto di Richard Avedon per Harper's Bazaar, 1957

Carmen Dell’Orefice al Folies Bergère, foto di Richard Avedon per Harper’s Bazaar, 1957

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La top model è stata la modella più giovane ad essere apparsa sulla cover di Vogue America, ad appena sedici anni

La prima cover di Carmen Dell'Orefice per Vogue, 1947

La prima cover di Carmen Dell’Orefice per Vogue, 1947



Nel 1947 le quotazioni di Carmen Dell’Orefice iniziano a salire e lo stesso avviene per le sue finanze. Nell’ottobre dello stesso anno ottiene una cover di Vogue ad appena 16 anni, entrando nella storia come la modella più giovane ad essere apparsa sulla copertina del celebre magazine. Nella sua carriera sfolgorante, Carmen Dell’Orefice ha posato per fotografi del calibro di Irving Penn, Richard Avedon, Francesco Scavullo, Norman Parkinson e Melvin Sokolsky, che la immortala per Harper’s Bazaar nel 1960 e per Vanity Fair.

Musa di Salvador Dalí, le condizioni di salute di Carmen non sono buone e la sua magrezza allarmante ritarda anche l’avvento della pubertà. Dopo un iniziale rifiuto, nel 1953 l’agenzia di Eileen Ford accetta di rappresentarla: dopo aver seguito delle terapie ormonali Carmen ha una nuova bellezza. Sul suo fisico un tempo androgino e sottile sono esplose delle curve mozzafiato che ne hanno addirittura accresciuto la bellezza e le hanno procurato nuovi ingaggi come modella di cataloghi di lingerie.

Carmen dell'Orefice in abito da sera Ceil Chapman, Vogue America 1949

Carmen dell’Orefice in abito da sera Ceil Chapman, Vogue America 1949

Carmen Dell'Orefice in una foto di John Rawlings 1948

Carmen Dell’Orefice in una foto di John Rawlings 1948

Carmen Dell'Orefice a Londra, settembre 1960

Carmen Dell’Orefice fotografata da Norman Parkinson per Queen Magazine, Londra, settembre 1960

1958, foto di F. C. Gundlach

Uno scatto di F. C. Gundlach, 1958



La modella decide di ritirarsi dalle passerelle nel 1958, dopo il suo secondo matrimonio, con il fotografo Richard Heimann. Dopo un ventennio trascorso lontana dai riflettori, al suo terzo divorzio, nel 1978, Carmen ritorna a sfilare. Il passare del tempo non ne ha scalfito minimamente lo charme e la top model è ancora ricercatissima. Nuove copertine la vedono immortalata, da Vogue a Harper’s Bazaar a W Magazine.

Insignita nel 2011 di una laurea honoris causa dalla University of the Arts di Londra, per il suo contributo nel fashion biz, è stata anche celebrata con una retrospettiva curata dal grande illustratore di moda inglese nonché suo grande amico David Downton.

Carmen Dell'Orefice alle Bahamas, foto di Norman Parkinson per Vogue, luglio 1959

Carmen Dell’Orefice alle Bahamas, foto di Norman Parkinson per Vogue, luglio 1959

Foto di Erwin Blumenfeld

Foto di Erwin Blumenfeld

Town Country Magazine 1981

Town Country Magazine 1981

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Town Country Magazine, 1981

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Carmen Dell’Orefice è ancora richiestissima come modella, sia per le passerelle che per le riviste



Una vita vissuta spesso su un ottovolante, Carmen Dell’Orefice è una donna forte, che ha attraversato indenne momenti molto duri. Investimenti sbagliati l’hanno portata, tra gli anni Ottanta e i Novanta, a perdere nuovamente il suo intero patrimonio. Coinvolta nella frode fiscale di Bernie Madoff, la top model si è ritrovata in bancarotta. Tre divorzi e numerosi aborti alle spalle, il rapporto conflittuale con la figlia e gli spaventosi crolli finanziari non ne hanno scalfito la serenità. I suoi occhi guardano oltre, il suo sorriso è celestiale e il suo proposito è di morire indossando i tacchi alti. Una grande lezione di stile, per tutte le donne che temono l’età.


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Italicum o perché in Italia è così difficile fare una legge elettorale

Partiamo da alcuni concetti e consideriamoli assunti per semplicità.
 L’Italia aveva bisogno di una legge elettorale, per troppi motivi, che tutti abbiamo conosciuto e che la Consulta solo alla fine ha sancito in sentenza. Ed oltre quei motivi ve ne sono altri, di senso comune, oltre all’individuale opinione politica. Ciò tuttavia non può significare automaticamente che “qualsiasi” legge elettorale “vada bene”. E qui c’è un vizio patologico del nostro paese, almeno dai tempi di Crispi. 
La legge elettorale non è pensata “in sé”, in quanto tale, e come strumento di rappresentazione proporzionale della società. Dietro concetti come governabilità e stabilità, la maggioranza del momento scrive una legge elettorale “per il futuro” che tende a disegnare i futuri rapporti di forza, non tanto a garantire la adeguata rappresentatività.



Vi sono alcune considerazioni da fare, e bene ha sintetizzato nella sua analisi quotidiana dei TG Alberto Baldazzi “1) da circa un anno e mezzo la Consulta ha intimato ad un Parlamento in buona parte delegittimato perché eletto con una legge incostituzionale di cambiarla; 2) alla rielezione “forzosa” di Napolitano il vecchio-nuovo Presidente aveva esplicitamente chiesto la riforma; 3) nei 14 mesi e nelle 3 letture intercorse la riforma è stata più volte “riformata” e 3 volte votata ( 2 al Senato e 1 alla Camera), per altro senza voti di fiducia e con l’esplicito appoggio di Forza Italia; 4) le opposizioni che oggi hanno deciso di non partecipare al voto criticano l’Italicum da posizioni tra loro opposte; 5) la minoranza Pd (che oggi si è espressa con 45 “no” nella votazione finale) è legittimamente ma altrettanto chiaramente impegnata in una battaglia interna che poco ha a che fare con i contenuti della legge. Avremmo molto apprezzato se qualche TG avesse chiarito ai teleutenti questi scarni elementi, ma anche stasera non è successo.


”
Particolarmente efficace Alessandro Gilioli, che sul suo blog su l’Espresso esordisce “Si dice spesso che i Costituenti optarono per un potere molto distribuito perché venivano dal fascismo, cioè da una dittatura personale, quindi erano scottati da quel precedente così recente e tragico: per questo, si dice, insistettero tanto sul carattere ampiamente parlamentare della nuova Repubblica (addirittura mille eletti!), si inventarono contrappesi come il bicameralismo e la Consulta, addirittura non vollero che il primo ministro si chiamasse così bensì ‘presidente del consiglio’… Io non sono così sicuro che i Costituenti avessero distribuito il potere solo perché uscivano dal Ventennio. Forse, un po’, anche perché conoscevano bene il popolo di cui facevano parte. E volevano preservarlo da se stesso, dalle sue frequenti cadute personalistiche, dai suoi emotivi e carsici innamoramenti per l’uomo forte.


”
E nell’era in cui siamo tutti figli della politica americana per come ce la raccontano le serie tv trasmesse dalle televisioni commerciali (ormai tutte), in cui conta l’efficacia della comunicazione individuale e personale (da Renzi a Grillo a Salvini) al di là del contenuto, e di certo storcendo tutti il naso al metodo, ormai il nostro “presidente del consiglio” si chiama “premier”, e il metro che conta è l’indice di gradimento personale, non certo politico. 
Quello che emerge è sostanzialmente una mancanza di lungimiranza e visione – al di là del personalismo e del sondaggio del momento – e la mancanza di coerenza sistemica di “dove porta una riforma” senza un contesto e uno scenario complessivo da disegnare, che appunto dovrebbe essere l’Italia del futuro.

Roma amor mio, la lode teatrale di Maurizio Canforini alla città eterna.

Come sosteneva Byron, «Roma è città dell’anima, un sentimento più che un luogo», nutre di ispirazione chi la osserva, in ogni suo anfratto storico e in ogni suo spazio fisico si lascia commemorare e lodare. Lo sa bene l’autore Maurizio Canforini che ancora una volta ha desiderato omaggiare la sua città in occasione del suo ultimo esperimento teatrale: una sinestesia di icone e simboli, una passeggiata attraverso le vie della storia, un ritratto complessivo della Roma dell’arte e della letteratura ma anche dello spettacolo e del costume, nei prossimi giorni in scena al Teatro L’Aura di Roma.


L’amore per la città eterna è il tratto distintivo della personalità di Canforini e l’idea di renderle omaggio non è per lui inedita, già nel 2009 aveva pubblicato “Ti porto per Roma”, una sorta di guida letteraria nelle vie della ‘città eterna’, in cui il lettore è preso figurativamente per mano attraverso delle suggestive passeggiate, ed ancora il libro di “Roma amor mio” del 2012, da cui attinge l’idea dello spettacolo. Un ulteriore spunto per lo spettacolo attuale è dato anche da “Un giorno a Roma con Audrey Hepburn” il libro dedicato al film di “Vacanze romane” che ha lasciato un segno indelebile nella storia del cinema.


Roma amor mio, la lode teatrale di Maurizio Canforini alla città eterna


Ed anche qui, in “Roma amor mio” in scena dal 25 al 27 settembre, ogni curiosità sembra trovare soddisfazione attraverso una sceneggiatura, che predilige raccontare la Roma del ‘800 e quella del ‘900, smuovendo nell’animo quella misteriosa nostalgia di tempi non vissuti e, se non il teatro, quale miglior mezzo per cogliere e vivere lo spirito di un tempo non nostro..


Dai retroscena della statua di Paolina Borghese del Canova ai motteggi di Pasquino, Er Fattaccio der Vicolo der Moro, lo sguardo eternato del poeta Keats, la magia di Audrey Hepburn in vespa nel film “Vacanze Romane” e altri luoghi di memoria, il tutto intervallato da canzoni storiche romane eseguite dal vivo da Davide Tamburino e al fianco di Alessia Tona, attrice e regista siracusana, che nello spettacolo incarna lo ‘Spirito di Roma’, quello presente un po’in ognuno di noi, quel sentimento di romanità collettiva che alberga nell’aria, per i vicoli, negli stornelli e tra le canzoni.


Roma amor mio, la lode teatrale di Maurizio Canforini alla città eterna


Di cornice, una suggestiva scenografia virtuale, a cura di di Endri Zisi e Leslie Esposito, ottenuta con l’effetto di video-proiezioni che ritraggono fra i più emblematici e sfaccettati luoghi della bellezza di Roma, da Piazza Navona all’ora del tramonto ai vicoletti, dal lungo Tevere al Laghetto di Villa Borghese, ed ancora immagini di Gigi Magni, Anna Magnani ed Ettore Petrolini, fino alla statua di Pasquino e quella di Paolina Borghese, e per finire ritratti filmografici, da “Poveri ma belli” ad Audrey Hepburn in vespa per le vie romane.


Una degustazione completa della ‘città eterna’ in tutta la sua grandezza, adesso più che mai bisognosa di valore e di ammirazione.

Biba: lo stile di un’epoca

Il nome di Biba rappresenta un tassello fondamentale nella moda, dagli anni Sessanta fino ai nostri giorni. Simbolo di uno stile unico, portavoce di una rivoluzione che dalla Swinging London si è allargata a macchia d’olio fino ad entrare nei libri di storia, Biba è stato crocevia di tendenze e fucina artistica.

Biba è Barbara Hulanicki, brillante designer nata a Varsavia nel 1936, acuta osservatrice della realtà circostante. Barbara avverte il fermento culturale della Londra anni Sessanta, e in quest’ambito rientra un nuovo modo di approcciarsi alla moda. Biba nasce come un piccolo negozietto di moda, senza pretese, che viene inaugurato nel settembre 1964 ad Abingdon Road, Kensington, nel cuore di Londra. Da Biba si vendono capi a basso costo che le clienti possono prenotare tramite posta. Sembrerebbe un negozio ordinario, nulla inizialmente lascia supporre che quel brand entrerà invece nella storia della moda, attraversando indenne mezzo secolo.

Un primo traguardo è l’apparizione di un capo Biba sul Daily Mirror: è un abito rosa a quadretti vichy, molto simile ad un modello indossato in quel periodo da Brigitte Bardot. Ma il giorno dopo l’articolo, quello stesso capo riceve oltre 4.000 ordini, e complessivamente saranno venduti oltre 17.000 pezzi dello stesso.

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Biba è il marchio di Barbara Hulanicki, celebre negozio londinese che ha caratterizzato gli anni Sessanta

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Lo stile di Biba: lunghe gambe, stampe e colori scuri

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Dalla Swinging London ai giorni nostri, Biba è un evergreen della moda

 

Barbara Hulanicki

Barbara Hulanicki



Il primo incontro tra la proprietaria dello store e le clienti vede una coincidenza fortuita: incuriosite da un abito in gessato marrone, un gruppetto di ragazze si affolla davanti agli scatoloni che propongono quel modello ed abiti simili. In realtà il capo si trova lì dentro casualmente, solo perché quegli scatoloni non entrano più nell’abitazione della designer e del marito, Stephen Fitz-Simon. Innamorate di quel vestito, semplicemente perfetto per lo stile anni Sessanta, le clienti si affollano in attesa di un nuovo arrivo dello stesso modello. La prima rivoluzione Biba avviene quindi grazie allo stile della sua fondatrice: la lungimiranza della Hulanicki fece sì che un modello visto in tv il venerdì sera era già disponibile da Biba il sabato mattina. Una moda fruibile e a portata di mano, che andava a rivoluzionare il concetto elitario di stile, fino a quel momento vigente.

La donna di Biba è una donna bambola, dalle lunghe gambe sottili e gli occhi rotondi e dalle lunghe ciglia. D’altronde la donna dell’epoca è appena uscita dalla guerra, è spesso denutrita ma non meno affascinante agli occhi di una designer quale è Barbara Hulanicki. Perfetta testimonial del brand sarà Twiggy, che diventerà nel decennio successivo il volto di Biba. La clientela del negozio comprende teenager e ragazze poco più che ventenni, tra cui spicca una giovanissima Anna Wintour, futura direttrice di Vogue America.

Lo stile di Biba è cupo, quasi funereo, secondo le parole della stessa Barbara Hulanicki: i colori sono scuri, dai contrasti forti. Capo principe è la minigonna, ogni settimana più corta, ad indicare il nuovo trend. Niente è lasciato al caso: il negozio è arredato come un piccolo bazar delle meraviglie, dall’atmosfera particolare ed accattivante. Persino il logo viene studiato dalla Hulanicki, sapiente esperta di marketing, per attrarre: oro e nero si mixano mirabilmente nel progetto di Anthony Little.

Outfit optical di Biba, foto di Ron Falloon, 1965

Foto di Ron Falloon, 1965

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Madeleine Smith nel primo catalogo Biba, foto di Donald Silberstein

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Le clienti di Biba: principalmente adolescenti e ventenni

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La donna Biba ricorda una bambola dalle lunghe gambe

Catalogo Biba, modella Stephanie Farrow, foto di Hans Feurer

Catalogo Biba, modella Stephanie Farrow, foto di Hans Feurer



Il secondo negozio di Biba apre nel 1965 al numero 19-21 di Kensington Church Street ed è seguito dalla creazione di cataloghi che permettono di ordinare i capi anche senza dover necessariamente recarsi a Londra. Possiamo definire Biba antesignana dello shopping via posta. Il successivo trasloco avviene nel 1969: Biba si sposta a Kensington High Street, in uno spazio precedentemente adibito alla vendita di tappeti. Lo store è già un piccolo capolavoro stilistico: un mix di Art Nouveau e di decadentismo Rock & Roll, con suggestioni glam e un tocco orientale. Biba continua ad ottenere consensi, e non ferma la sua clientela nemmeno un attentato ad opera del gruppo dell’Angry Brigade che si consuma proprio fuori dal negozio, il primo maggio 1971.

Nel 1974 Biba si sposta nuovamente all’interno del department store di Derry & Toms. La nuova sede diviene in breve tempo meta turistica di richiamo mondiale e tappa obbligata per chiunque visiti Londra. Anche questo locale si distingue per lo stile, con un interior design ispirato all’Art Deco che ricorda molto la Golden Age di Hollywood. Biba si estende ora su una superficie immensa e comprende il Biba Food Hall, con omaggi a Warhol, e il Rainbow Restaurant.

Il volto di Biba Ingrid Boulting fotografata da David Bailey, 1974

Il volto di Biba Ingrid Boulting fotografata da David Bailey, 1974

Ingrid Boulting in Biba, Vogue dicembre 1969, foto di Barry Lategan

Ingrid Boulting in Biba, Vogue dicembre 1969, foto di Barry Lategan

Ingrid Boulting in Biba, foto di Sarah Moon

Ingrid Boulting in Biba, foto di Sarah Moon

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I negozi Biba sono arredati in Art Nouveau con suggestioni etniche e glam

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Sapore di Oriente negli store Biba

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Come piccoli bazar, i punti vendita Biba ricordano la Hollywood della Golden Age



Tuttavia la gestione dell’impero Biba diviene ogni giorno più difficoltosa per Barbara Hulanicki e il marito, che riescono a malapena a districarsi tra le difficoltà economiche. Alla fine il marchio viene acquistato per il 75% da Dorothy Perkins e Dennis Day. Nasce in questo contesto Biba Ltd, compagnia che unisce i vecchi e i nuovi proprietari. Ma la Hulanicki non è soddisfatta della gestione del brand e lascia la compagnia poco dopo. Ciò determina la chiusura di Biba, nel 1975. Il marchio viene poi acquistato da un consorzio che non ha alcun legame con la designer: viene aperto un nuovo negozio a Londra, a Mayfair, il 27 novembre 1978. Ma il successo stenta ad arrivare e lo store chiude dopo soli due anni di attività.

Il primo negozio Biba ad Abingdon Road nei pressi di Kensington High St.

Il primo negozio Biba ad Abingdon Road nei pressi di Kensington High St.

Donna Mitchell e Ingemari Johanson per BIBA, foto di Helmut Newton

Donna Mitchell e Ingemari Johanson per BIBA, foto di Helmut Newton

Negozio Biba in Kensington Street

Negozio Biba in Kensington Street

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Il celebre logo di Biba

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Scatto all’interno di Biba

La fondatrice di Biba Barbara Hulanicki col marito nella loro casa, 1975

La fondatrice di Biba Barbara Hulanicki col marito nella loro casa, 1975

Twiggy per Biba

Twiggy per Biba



Numerosi sono stati i tentativi di riportare in auge lo storico brand, a partire da quello ad opera di Monica Zipper, nella metà degli anni Novanta, fino all’ultimo, nel 2006, ad opera della designer Bella Freud. Tutti tentativi che nulla avevano a che fare con la Hulanicki, spesso all’oscuro di tutto. La prima collezione della Freud sfila nell’ambito della London Fashion Week per la stagione P/E 2007 ma viene aspramente criticata perché, secondo gli addetti ai lavori, di Biba c’è ben poco. Allontanandosi dallo stile originario del brand, che proponeva una moda democratica, la collezione disegnata dalla Freud sembra indirizzata ad un pubblico molto elitario. Biba -così come la conoscevano ed apprezzavano milioni di ragazze- sembra non esistere più e ciò porta ad un nuovo insuccesso: la Freud lascia la compagnia dopo appena due stagioni.

Foto di Brian Duffy, 1973

Foto di Brian Duffy, 1973

Foto di Sarah Moon, 1971

Foto di Sarah Moon, 1971

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Le boutique Biba erano vere e proprie fucine artistiche

Twiggy nella Rainbow Room da Biba, foto di Justin de Villeneuve

Twiggy nella Rainbow Room da Biba, foto di Justin de Villeneuve

Twiggy in Biba, foto di Justin de Villeneuve, 1972

Twiggy in Biba, foto di Justin de Villeneuve, 1972



Nel 2009 è la volta di House of Fraser, che tenta di rilanciare il brand in grande stile, scegliendo come testimonial la modella britannica Daisy Lowe. Per tutta risposta la Hulanicki nello stesso anno disegna una linea per Topshop, marchio rivale. La designer si dice ancora una volta amareggiata per la politica scelta per il rilancio del suo storico brand, che si allontana nuovamente dal concetto primigenio che auspicava una moda democratica. Ma House of Fraser intuisce il segreto per far funzionare il marchio: Biba non può vivere senza la sua creatrice, forse l’unica nel corso degli anni e delle innumerevoli vicissitudini attraversate dal marchio, ad aver saputo conferirirgli un’identità forte e uno stile intramontabile.

Finalmente nel 2014 la Hulanicki torna a casa, in veste di consulente per House of Fraser. Il successo è clamoroso: ritornano le citazioni anni Sessanta nelle stampe, nelle linee e nella scelta dei tessuti. Cromie optical e suggestioni glam nei maxi dress per la sera. Nei pezzi di arredamento ritorna il mood boho-chic che ricorda da vicino i leggendari store di Biba, arredati come bazar in Art Nouveau. Una favola a lieto fine.

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Un ritratto di Barbara Hulanicki: la designer è nata a Varsavia nel 1936

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Un modello Biba

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La celebre Twiggy è stata il volto di Biba nei primi anni Settanta

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Ancora Twiggy per Biba

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Mood decadente per Twiggy testimonial Biba

Foto di Helmut Newton, 1968

Foto di Helmut Newton, 1968

La Corea del Nord è tornata a minacciare gli Stati Uniti

La Corea del Nord ha dichiarato che userà il suo “fortemente migliorato” arsenale nucleare contro gli Stati Uniti in qualunque momento lo ritenesse opportuno a causa della folle politica aggressiva degli USA nei loro confronti. L’agenzia di stato nordcoreana ha dichiarato che il reattore di Yongbyon è stato fatto ripartire due anni fa e nello stesso periodo l’isolata nazione asiatica avrebbe iniziato un nuovo progetto di arricchimento dell’uranio. La centrale era stata chiusa nel 2007 dopo un accordo con alcune potenze tra le quali gli USA.


Tutte le strutture usate per la produzione di bombe atomiche a Yongbyon erano state riadattate per uso civile, incluso lo stabilimento per la produzione di uranio arricchito e il reattore. Un sito che si occupa di Corea del Nord ha inoltre pubblicato delle immagini che sembrano mostrare una attività nel sito di Yongbyon.


Le minacce sono arrivate il giorno dopo l’annuncio di un lancio di un missile per la ricerca aerospaziale. Che usando la solita propaganda Pyongyang ha detto che lanceranno in barba agli accordi internazionali in quanto anche loro hanno diritto a fare ricerca.


Voci dal paese sostengono che il 10 ottobre è programmato un lancio per mandare in orbita un satellite ma fonti ben informate sostengono che fino ad ora non è presente nessun missile nel poligono di lancio.


I lanci di missili non militari in Nord Corea sono sempre stati associati a test di missili balistici intercontinentali. Le differenze tra i due tipi di missili, difatti, sono poche. Secondo alcuni esperti i nordcoreani sarebbero arrivati ad avere la tecnologia necessaria per lanciare degli ICBM dopo il successo del lancio di un satellite nel 2012. Quel lancio ha spaventato il mondo in quanto fino a quel momento nonostante la propaganda nessun missile nordcoreano era ritenuto pericoloso.


La Cina, l’alleato più stretto della Corea del Nord ha dichiarato che la Corea deve attenersi alla risoluzione ONU che gli proibisce di lanciare missili.
Questi lanci arrivano in quello che sembrava un buon momento nei rapporti tra Corea del Nord e Corea del Sud che era risultato dalla risoluzione della crisi di confine in cui c’erano state piccole schermaglie tra i due stati. Pyongyang aveva espresso dispiacere per una mina che aveva ferito due soldati del sud mentre Seoul aveva deciso di spegnere gli altoparlanti che diffondevano propaganda ad alto volume verso i loro vicini.

Lauren Bacall: fascino senza tempo

Nasceva oggi, 16 settembre, l’attrice più affascinante ed iconica degli anni Quaranta: Lauren Bacall. Sguardo magnetico e algido, sex appeal da vendere, Lauren Bacall ha incarnato la bellezza dei Forties.

Modella e attrice, all’anagrafe Betty Jane Perske, la diva nacque a New York il 16 settembre del 1924 da padre polacco e madre romena, immigrati negli Stati Uniti. Abbandonata dal padre, la piccola cresce solo con la madre, che le dà il proprio cognome, Bacal, che diviene Bacall nel tentativo di anglicizzarlo. La bella Betty Jane coltiva ambizioni artistiche e fin da piccola sogna di fare la ballerina.

La sua carriera artistica inizia come fotomodella: scoperta dalla mitica Diana Vreeland, ottiene la copertina di marzo 1943 di Harper’s Bazaar, il magazine più famoso e prestigioso, di cui la Vreeland è fashion editor.

foto di John Kobal

Lauren Bacall fotografata da John Kobal

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Lauren Bacall, all’anagrafe Betty Jane Perske, nacque da genitori immigrati negli Stati Uniti

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Capelli ad onde e sguardo obliquo, la Bacall ha incarnato la bellezza tipica degli anni Quaranta

Lauren Bacall in uno scatto del 1944

Lauren Bacall in uno scatto del 1944



Soprannominata “The Look”, “lo sguardo”, per quei suoi occhi così magnetici e taglienti, Lauren Bacall ha incarnato la bellezza e lo stile degli anni Quaranta: i capelli ad onde, il rossetto rosso lacca, il look austero eppure sexy. La Vreeland disse di lei: “È perfetta come nessun’altra”. Un primo piano della modella cattura l’attenzione del regista Howard Hawks. Fu così che, appena diciannovenne, la bella Betty Jane si ritrovò sul set, alla sua prima esperienza cinematografica.

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Scoperta da Diana Vreeland, Lauren Bacall ha iniziato a lavorare come fotomodella

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Ad appena diciannove anni conobbe sul set il suo compagno di vita Humphrey Bogart

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Icona e diva di Hollywood, Lauren Bacall si è spenta nel 2014

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La diva nacque a New York il 16 settembre 1924



Il suo primo ruolo è da protagonista, nel film “Acque del Sud”, accanto ad uno dei più grandi divi di Hollywood, Humphrey Bogart. Tra i due sul set nasce un’attrazione fortissima, nonostante i venticinque anni di differenza che li separano. I due divi convolano a nozze nel 1944 e dalla loro unione nascono due figli, Stephen e Leslie. L’unico amore della sua vita fu proprio Bogart, sebbene dopo la sua scomparsa la diva ebbe una relazione con Frank Sinatra e un secondo matrimonio.

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Lauren Bacall fu attrice e modella

Harper's Bazaar, Marzo 1943

Harper’s Bazaar, Marzo 1943

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Uno scatto che cattura la bellezza dell’attrice

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Sigaretta in bocca e bellezza misteriosa

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Lauren Bacall e Humphrey Bogart, compagni sul set e nella vita



Un grande amore per la moda, Lauren Bacall fu una vera icona. Avanti rispetto ai tempi, la sua figura slanciata ben si addiceva ai capi di Yves Saint Laurent, che l’attrice adorava, insieme ad Emanuel Ungaro, Pierre Cardin e Christian Dior.


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UMBERTO MARIANI QUANDO L’ARTE INVITA ALLA PACE

Una mostra dedicata alla Pace?
Può accadere anche questo a Prato al Museo della Pittura Murale, dove il grande artista Umberto Mariani espone alcune delle sue opere più interessanti.
Oltre alle opere di Mariani, vi sarà un’installazione ambientale di 200 metri quadrati .
L’ installazione è un omaggio al diplomatico svedese Dag Hammarskjold che è stato il secondo segretario generale delle Nazioni Unite, in carica dal 1953 al 1961, morto in un incidente aereo in Rhodesia e insignito con il premio Nobel per la Pace.


UMBERTO MARIANI QUANDO L’ARTE INVITA ALLA PACE


L’opera è estremamente scenografica perché sono incise sulle colonne del Chiostro gli aforismi sulla pace di grandi personaggi come Mahatma Gandhi, Voltaire, Buddha e Francesco Petrarca.
Le bellissime frasi si illuminano dal basso in un’atmosfera di pace e riflessione.
Se la suggestione della riflessione sulla pace non bastasse ci sono le opere di Umberto Mariani a rendere ancor più interessante la mostra a Prato.
Umberto Mariani, almeno per gli addetti ai lavori, non ha certo bisogno di presentazioni.
Nasce a Milano nel 1936, durante la guerra la sua casa milanese servirà da rifugio a gruppi di ebrei perseguitati e sarà proprio la tragedia della guerra a segnare la personalità di Mariani e il suo amore per l’arte.


UMBERTO MARIANI QUANDO L’ARTE INVITA ALLA PACE


Dal 1954 al 1958 frequenta l’Accademia di Brera e nel 1957 ha il suo primo atelier a Milano di fronte al Politecnico.
La svolta importante nella sua ricerca artistica avviene intorno agli anni settanta quando nascono i primi quadri della serie “Oggetti Allarmanti”, cuscini, poltrone, stivali, tutti elementi che Mariani utilizzerà anche in seguito.
E’ sempre di questi anni il ciclo dei dipinti chiamati “Daumier: andata e ritorno” con un diretto riferimento alla satira politica e sociale del pittore e caricaturista francese.
Mariani con questi lavori prende così parte attiva alle istanze ideologiche del post ’68.
Nel 1973 Mariani sviluppa il ciclo di opere “La Citazione Differente” momento dove il celebre e meraviglioso drappeggio diventa protagonista delle sue opere.


UMBERTO MARIANI QUANDO L’ARTE INVITA ALLA PACE


L’anno successivo progetta il primo quadro del ciclo “Alfabeto Afono” dove raffigura due lettere drappeggiate, S ed A sigla del ristorante Saint Andrews dove l’opera viene collocata.
Con gli anni ottanta si assisterà ad una nuova svolta con le grandi installazioni teatrali ma sarà anche la fase degli “Specchi” dove Mariani inizia ad amare le forme più barocche.
Nel 1988 realizza un ciclo di lavori “Senza Titolo” dove il panneggio dipinto entra in gioco con sagome di lettere e numeri tagliate in lamiera.
Nella serie i “Ferri” le sagome delle lettere e dei numeri sono realizzati in lamiera arrugginita o argentata.


I suoi ultimi lavori, quelli degli anni ’90, riprendono il tema “Autobiografico” con opere che raffigurano parole e date avvolte da un materiale plastico trasparente, il kristal, si tratta di soggetti e citazioni di fatti e date della vita di Mariani, sono lettere, numeri e segnali nascosti da un drappeggio di sottile lamina di piombo che sembrano antichi reperti indecifrabili.
Tematiche di grande importanza quelle di questo grandissimo artista: la cancellazione , il ricordo , l’oblio , il tutto in un’estetica moderna ed insieme barocca .


UMBERTO MARIANI,PLUTONE E DIONISO.
Prato, Museo della pittura murale
Piazza san Domenico
tel.0574-39259
Inaugurazione 19 settembre ore 17. Ingresso gratuito
Orario: mart-dom 14.30-19.30.

“Carnevale in Cucina”, gli schizzi di Tomaso Buzzi esposti a Pavia

Nello Spazio per le Arti Contemporanee del Broletto a Pavia (Piazza Vittoria, 2) , fino al 27 settembre è allestita la mostra Carnevale in Cucina che presenta un’accurata selezione di chine e carboncini di Tomaso Buzzi (Sondrio 1900 – Rapallo 1981), artista riservato e geniale, carismatico ed eclettico, tra i più grandi architetti italiani del ventesimo secolo.

 

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Fantasie di cuochi, di diverse nazionalità, forme e colori, silhouette appena accennate che volteggiano (anche a testa in giù) tra pentole e piatti; capita di vederli soli sulla scena, molto più spesso si trovano in compagnia di altri cuochi, in quella che appare una vera “carnevalata di cuochi“.

 

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Le fantasie di cuochi esposte in mostra, appartenenti alla Fondazione Sartirana Arte, presentano personaggi molto amati da Buzzi, inventati e ritratti fin dai primi anni trenta del novecento, quando con Giò Ponti illustrò il volume La cucina elegante, ovvero il Quattrova illustrato, pubblicato per le edizioni Domus nel 1931.

 

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È possibile distinguere all’interno del corpus buzziano dedicato ai “cuochetti” un vasto gruppo elaborato nel 1951 in occasione di una famosa festa a Palazzo Labia a Venezia. Appena successivi, risalenti all’aprile 1954, sono altri schizzi ritratti a biro rossa o inchiostro verde che sembrano riprendere dal vero i cuochi di Tokyo, città di cui l’architetto fissa anche alcune vedute paesaggistiche ad acquarello.

 

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La successiva serie, datata 26 settembre 1965, raccoglie sei disegni con una numerazione autografa da 30 a 36. E a questa si aggiungono altri diciotto schizzi dove appare più evidente il taglio non bozzettistico ma piuttosto vignettistico e illustrativo.

 

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La satira fantastica dei cuochi sarà ripresa da Buzzi in un’ulteriore raccolta di sei schizzi, datati 18 settembre 1972 ed eseguiti dal vero al famoso ristorante Cipriani di Torcello, in occasione del pranzo nuziale delle famiglie Guglielmi-Lancellotti. È chiara qui l’intonazione realista, accentuata dalla tecnica dell’inchiostro acquarellato, che lascia trapelare gesti reali e concreti di cuochi al lavoro dietro i fornelli.

 

Orari: da martedì a venerdì ore 17-20, sabato e domenica 10:30-12:30; 17-20.

 

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L’Ungheria dichiara l’emergenza al confine con la Serbia

La polizia ungherese ha appena dichiarato che ha arrestato 60 persone accusate di aver forzato la barriera costruita con il filo spinato al confine tra Serbia e Ungheria. Il governo ha dichiarato lo stato di emergenza nell’area e grazie a ciò la polizia ha più poteri e c’è la possibilità di uno schieramento dell’esercito nel caso il parlamento lo approvi.


La crisi europea dei migranti sta creando il panico in Europa e l’Austria e la Germania hanno chiesto uno riunione speciale dei leader europei per la prossima settimana. La cancelliera Merkel ha dichiarato “questo problema può essere risolto solamente insieme. E’ una responsabilità dell’intera unione europea”.


Quest’anno all’interno dei confini dell’Unione Europea sono arrivati più di 500.000 migranti in confronto ai 280.000 dello scorso anno. La grande maggioranza arriva in Europa attraverso il mediterraneo, le due strade più battute sono la rotta Libia/Sicilia e Turchia/ isole greche.


L’UE ha appena raggiunto un accordo sulla rilocazione di 40.000 migranti che si trovano in Italia e Grecia in altri paesi europei. Quello su cui i membri UE non hanno ancora trovato un accordo sono le quote obbligatorie di migranti per paesi riguardo altri 120.000 profughi che sono in attesa di presentare richiesta di asilo.


La polizia ungherese sta blindando il confine e man mano che i migranti arrivano la tensione sale. Alcuni migranti hanno tentato di forzare la barriera altri hanno iniziato un sit-in e rifiutano il cibo e l’acqua.
Gli ungheresi stanno portando con degli autobus i migranti che sono riusciti a passare nei centri di registrazione per richiedenti asilo. Nel caso la richiesta sia rifiutata i migranti sono riportati al confine con la Serbia e non viene garantito loro il passaggio.


L’Ungheria ha dichiarato che più di 9.000 persone hanno passato il confine solamente lunedì e 20.000 profughi hanno passato il confine con l’Austria. D’ora in poi chi passerà il confine in modo illegale sarà mandato a processo e 30 giudici sono stati assegnati esclusivamente al compito.
Per legge anche il danneggiamento della barriera in filo spinato è diventato un crimine penale passibile di prigione o deportazione.


Il governo ungherese ha dichiarato che il loro unico obiettivo è che le leggi europee vengano rispettate. I serbi, nel frattempo, per bocca del ministro responsabile per la crisi dei migranti, Aleksandar Vulin, ha dichiarato che la situazione è insostenibile e che l’Ungheria deve riaprire i confini.


L’opposizione più dura alle quote, tuttavia, arriva proprio dall’Ungheria insieme alla Repubblica Ceca e alla Slovacchia. Il ministro degli interni francesi, Thomas de Maiziere, ha minacciato una riduzione degli aiuti monetari agli stati che si oppongono alle quote. La reazione dei cechi per bocca del segretario di stato per la UE è stata: “queste minacce sono vuote ma dannose per tutti”.


Nel mentre la Germania ha sospeso Schengen e altre nazioni europee stanno pensando di aumentare i controlli ai confini. La crisi è sempre più grande e le soluzioni tardano ad arrivare.

SEO YOUNG DEOK ALLA WHITE ROOM DI CAPRI

Ci sono isole dove ti fermeresti per tutta la vita e ci sono isole da cui scapperesti dopo un minuto e poi c’è Capri lussuosa e magnifica, sfavillante ed attraente, meravigliosa come poche, che, come una donna che sa di essere preziosa, non si concede a tutti.


SEO YOUNG DEOK ALL WHITHE ROOM DI CAPRI


A Capri, qualsiasi sia il tempo della vostra permanenza non si può non fare una sosta, direi quasi obbligata, alla splendida galleria d’arte White Room.

La scelta degli artisti esposti è superba e i gioielli esposti sono di sicuro ancora più brillanti di quelli che potrete pure trovare nella gioielleria più antica di Capri, la gioielleria Virginia.


SEO YOUNG DEOK ALL WHITHE ROOM DI CAPRI


Gioielli di rara intensità e bellezza sono le sculture di Seo Young Deok che espone alla White Room alcuni dei suoi pezzi più celebri.


SEO YOUNG DEOK ALL WHITHE ROOM DI CAPRI


Seo Young Deok è uno scultore contemporaneo coreano che ha conquistato il pubblico con la creazione di sculture bellissime di corpi umani ad altezza naturale.

Per le sue sculture usa delle catene di acciaio e ferro che riesce a saldare tra loro in modo da ottenere una perfezione di forme dalle sottili trasparenze.


SEO YOUNG DEOK ALL WHITHE ROOM DI CAPRI


La durezza del ferro e dell’acciaio e l’idea della catena rimandano a un idea di imprigionamento del corpo ma l’effetto ottenuto non è quello della pesantezza o dell’imprigionamento, le sue sculture anzi richiamo a qualcosa di fluttuante ed etereo.

I suoi corpi sembrano sospesi, come nuvole adagiate per caso lì ma che all’improvviso potrebbero svanire.

Questo geniale artista coreano sostanzia attraverso il gioco della pesantezza che si trasforma in leggerezza un aspetto importante del nostro essere al mondo sempre in bilico tra la pesantezza e la leggerezza dell’essere.



http://youngdeok.com

http://www.liquidartsystem.com/departments/white-room/artisti/4.html

L’attacco all’industria agroalimentare in Campania



L’ultimo attacco a Napoli riguarda la pizza. Prodotto di eccellenza che racchiude in sé, nella sua semplicità e “povertà”, moltissime eccellenze: la maestria dei costruttori di forni a legna, la manualità dei pizzaioli, le farine, i pomodori, olio e basilico, mozzarelle, fiordilatte e quant’altro la fantasia abbia deciso di “mettere su” nella lunga storia di questo prodotto. Famosissimo in tutto il mondo, e che solo qui si fa così. Il resto – mettetevi tutti l’anima in pace – è un similpizza che si chiama pizza solo per essere venduto. Per carità, buono lo stesso alle volte, ma non egualmente e non la stessa cosa. Ma si sa che nell’era della globalizzazione, anche alimentare, in un settore ricco come questo, ciò che non puoi massificare va abbattuto. Un caso per tutti non campano, il lardo di colonnata, reo di essere fatto nel marmo “che dato che è poroso può contenere batteri nocivi”. O troppo costoso per le multinazionali che devono spendere poco e produrre moltissimo e vendere tutto uguale ovunque? Chi è più forte si difende. E ti difendi se hai classi dirigenti consapevoli, autorevoli, che hanno un legame con tradizioni e territorio. Quando tutto diventa fragile, e comprabile, gli effetti sono evidenti. E Napoli e la Campania è da un po’ che non hanno una classe dirigente abbastanza autorevole e con un sano amor proprio da levare gli scudi contro interessi economici “di altrove”. Il caso della pizza non è il solo. E quella descritta è solo una rapida cronologia, giusto per mettere ordine, certi che purtroppo, non sarà l’ultimo attacco al nostro comparto agroalimentare.


C’è una guerra in corso, per il più grande mercato mondiale e in costante crescita: l’agroalimentare. Se da un lato c’è la “grande guerra non dichiarata” per l’accaparramento di terra nei sud del mondo per le colture intensive, dall’altro c’è il bisogno fisiologico delle industrie di “massificare e appiattire” la produzione, di livellare i prezzi di origine e delle materie prime. Se un prodotto, si chiami caffè, formaggi, pizza, pasta, mozzarella, può essere merce industriale, tutta la produzione che non vi rientra deve essere spacciata per “dannosa, nociva, priva di controlli”.
 Tocca alla Campania, che ha la minore forza di competizione economica verso le industrie del nord e la più debole e autorevole classe politica e dirigente negli ultimi anni. Tocca in parte alla Calabria, ai vini e ai grani della Puglia, alle eccellenze della pasticceria (e non solo) siciliana. 
Sinché si tratta di colture intensive per l’industria va bene, sinché i vini pugliesi servivano per “tagliare” i doc veneti, andava bene, sinché i cedri di Sicilia e Calabria servivano per le cedrate e gli oli delle industrie del nord andava bene.
 Riappropriarci della difesa dei nostri territori e delle tipicità locali non è difesa campanilistica o razzismo all’incontrario, ma è avere amor proprio, e tutelare una enorme risorsa per il rilancio delle nostre regioni, oltre che all’unico grande bacino occupazionale che ci è rimasto. Non comprenderlo non è solo miopia, ma colpevolezza e complicità.


Il primo episodio clamoroso in ordine cronologico fu quello della “mozzarella alla diossina”. Nessuno ha detto che nella “mozzarella campana dop” (quella certificata dal consorzio) non ne è mai stata trovata traccia. Ma tant’è. L’obiettivo all’epoca era “deterritorializzare” il formaggio e proporlo non come espressione della cultura meridionale, ma come semplice prodotto nazionale e quindi “industrializzabile”. La mozzarella di bufala alla diossina è quella campana, si disse, senza alcuna prova. Spuntarono anche video di presunti ambientalisti che gridavano ai maltrattamenti sulle povere bufale. Ma in Campania. Senza citare che i più grossi produttori di latte bufalino in Italia sono localizzati in pianura padana. In questi anni l’industria casearia è riuscita a spuntare la certificazione “mozzarella Stg”, utilizzata subito come testa d’ariete contro i piccoli caseari del Mezzogiorno. Già, troppo piccoli, anche come consorzio, per essere lobby capace di contrastare quelle delle grandi aziende industriali del nord, che lavorano “pasta filante” fatta anche con venti latti differenti, conta solo il mix e il prezzo.


C’è stata poi la volta in cui Oscar Farinetti (piemontese, proprietario di Eataly) con i fondi del POR Campania ha avuto l’incarico di selezionare e promuovere le farine italiane negli Stati Uniti. Casualmente vengono bocciati alcuni molini, tra cui Caputo (si legge nella nota “confermiamo che la sua azienda ha tutti i requisiti… purtroppo il soggetto attuatore non l’ha selezionata…”), da tre generazioni un’eccellenza che rifornisce le maggiori pizzerie campane. Giudizio privato e insindacabile, anche se con fondi pubblici. Sarà un caso ma Eataly è proprietaria di un molino che da anni vuole penetrare il ricco mercato delle pizzerie. Succede. Un caso.


È l’ora della pasta. L’11 ottobre 2013 – improvvisamente – un gruppo di aziende della grande distribuzione, soprattutto al Nord, “preoccupate dall’allarme rifiuti” chiedono che sulla merce venga indicata l’esatta provenienza, con tanto di dettaglio catastale, allo scopo, evidentemente, di poter escludere che frutta e verdura provengano dalle aree più a rischio a nord di Napoli e nel Casertano, ma la cattiva immagine si estende all’intera regione e a tutte le sue produzioni. Il brand Campania viene colpito proprio mentre la Ue aggiunge una nuova Igp – per la pasta di Gragnano – alle numerose (335) già riconosciute. Ordini calati, a beneficio delle enormi aziende della pasta, una tra tutte che risulta anche essere quella del settore che maggiormente investe in sponsorizzazioni nei circuiti della grande distribuzione.


L’allarme sul “quadrilatero della morte” si estende su frutta e verdura in modo specifico sui pomodori. Casualmente l’attacco della grande distribuzione non colpisce “il fresco” ma l’industria conserviera. Pomì ad esempio fa spot a tempo di record rivendicando che “nelle sue confezioni non ci sono pomodori campani” con in grande evidenza un’Emilia rosso-pomodoro. Quando mai si siano coltivati pomodori da sugo in Emilia resta un dubbio. In crisi le industrie conserviere della regione, mentre le altre rimpinguano con i loro prodotti gli scaffali di tutta Italia. Resta il dubbio della provenienza dei loro pomodori. Ma nessuno fa domande.


Gli ultimi due “attacchi” vengono da una trasmissione televisiva rispettabile e generalmente seria. Report. Ideata e realizzata a Milena Gabanelli. Una delle trasmissioni migliori della Rai. E tuttavia partiamo proprio dal format. “Gli autori dei servizi sono freelance e si autoproducono i loro lavori sottoponendosi in seguito alla supervisione dell’autore senza intermediazione alcuna.” Non lo dico io, ma lo stesso Bernardo Iovene. Questa è una formula decisamente comoda, anche per non avere pressioni e mantenere indipendenza, e premiare il merito e “la notizia”. Per citare lo stesso Iovene “una razionalizzazione del lavoro che rende l’intero programma economicamente competitivo e allo stesso tempo libero di proporre servizi informativi di inchiesta”. 
E tuttavia nascono alcune perplessità sulla scientificità di alcune inchieste. E il punto va chiarito con precisione. Un servizio, specie una inchiesta, costano, e parecchio, anche se per il pubblico non è immediatamente percettibile quanto lavoro ci sia dietro anche soli venti minuti di montato finale. Se la trasmissione fosse della Rai sarebbe tutto molto più semplice: sai chi paga e chi copre i costi. Non sempre è chiaro il finanziamento iniziale dei servizi dei freelance. Questo non lo dico sui servizi di Iovene, ma è bene che si chiarisca questo punto iniziale, almeno per completezza di informazione verso il pubblico.


La prima inchiesta riguarda il caffé. L’esperto chiamato a valutare le tazzine partenopee è Andrej Godina, sicuramente esperto, che le bolla come “rancide, legnose e terrose”. Poco conta che la sua valutazione è “sensoriale gustativa”, e in questo conta anche che lui sia settentrionale e – e questo è un bene – in ogni regione della nostra lunga penisola le sensibilità e i gusti cambiano e variano (vi immaginate a Palermo bere una grappa la mattina? O a Milano mangiare il peperoncino come in Calabria? Per fare due esempi macroscopici). Va detto per completezza che Godina è di Trieste, che ha studiato sui libri della Illy, anch’essa di Trieste. E che la Illy, vanto del made in Italy, sia competitor di varie marche di caffè di Napoli. Che proprio Godina aveva già pubblicamente attaccato quelle marche napoletane di cui Illy è competitor. E che Godina è stato docente – ben pagato – proprio della Illy, che per altro (con la Cimbali) “sponsorizza” tutti i “luoghi editoriali” dove scrive Godina e i corsi in cui è docente. Per completezza va anche evidenziata la coincidenza cronologica tra il servizio sul caffè e lo spurgo delle macchine, e la battaglia per le macchinette a cialda, che qualcuno ha proposto vengano – per ragioni di igiene – imposte nei luoghi pubblici come direttiva europea. Certo, la lobby con in testa Nespresso e Lavazza è molto più potente di quella dei piccoli torrefattori nostrani. Ed anche alla Illy manca qualche tazzina per rientrare tra i giganti del monopolio europeo. Sarà un caso, ma proprio in quei giorni era in discussione un accordo per la realizzazione “paritetica” tra Kimbo (napoletana) e la Illy (triestina) di una macchinetta a cialde… forse le rispettive quote non sono più tanto paritetiche…


La seconda inchiesta riguarda la pizza. L’esperto chiamato stavolta è Vincenzo Pagano. Che non è un nutrizionista, non è un medico né un biologo, né un gastronomo, ma ha solo un blog (amatoriale) di cucina, dopo una vita spesa in altro, e forse il vantaggio di avere una moglie che lavora a Ballarò. Ma ci sta. Chiunque può dire se una pizza gli piace o meno. E tuttavia. Perché chiamare un esperto veneto per parlare dei danni delle farine 00 (raffinate) e non un docente dell’Istituto Zooprofilattico di Portici in Campania che lavora sul campo? Soprattutto perché non dire che “l’esperto” fa lezioni in una nota azienda che punta come marketing e produzione sulle farine integrali? Soprattutto, nella puntata si attacca la dannosità della farina “raffinata” solo in relazione alla pizza? Sarebbe interessante chiedersi perché non attaccare detta farina “in generale”, e invece ci si guarda bene dal farlo, perché si toccherebbe tutto il comparto dei “prodotti da forno industriali” (merendine, pane, pancarré, panettoni, pasta…) che sono quelli di grandi marchi che sono anche – casualmente – grossi investitori pubblicitari. Se la farina 00 è dannosa, parliamone, ma non a senso unico. 
Il secondo punto riguarderebbe la dannosità del “forno a legna”, ovvero uno strumento di cottura usato dall’uomo ininterrottamente da oltre 7mila anni (conosciuti) a vantaggio dei “forni elettrici”. Sul punto non si cita minimamente la regolamentazione locale, che in molte città del nord li vieta per ragioni diverse (camini, dispersione dei fumi, igiene pubblica nello stoccaggio del legname…), oltre all’inezia che un forno elettrico lo accendi e spegni con un tasto, mentre per gestire un forno a legna non puoi che essere esperto. E sorvoliamo sul fatto che i produttori di forni elettrici (che nel ricco mercato della pizza napoletana non mettono piede, e vorrebbero) sono tutti del nord.
 Il terzo punto riguarda gli imballaggi della pizza da asporto, con Maria Rosaria Milani che afferma che il cartone della pizza deve essere “100% di fibra vergine ossia di materia di primo impiego”. Peccato venga smentita dall’art. 27 del DM 21/3/1973 e succ. modificazioni e integrazioni. Che dice ben altro. 
Su tutto due domande. La prima. Perché avendo scoperto che la pizza previene i tumori, come ha dimostrato l’Istituto Mario Negri di Milano nel 2004 con uno screening di massa non l’hanno detto? Preferendo parlare della presunta cancerogenicità delle presunte farine bianche trasportate dalla pala in un forno a legna in cui presunti ammassi di fumi neri la renderebbero tossica (come i presunti sedimenti di olio nell’oliera mai dimostrati)? La seconda, perché non dire con chiarezza, a beneficio del telespettatore, che gli esperti – sul caffè come per la pizza – benché esperti, erano in palese e noto conflitto di interessi nelle valutazioni che facevano?


Credits: Gianni Pittella, Alessio Postiglione, Arcoiris, Luciano Pignataro. Nel giornalismo anglosassone è uso indicare – per chiarezza con i lettori ed onestà intellettuale – le fonti, anche minime e occasionali, grazie alle quali è stato “reso possibile” un articolo. È una cosa buona.

BLONDIEFULL FOR D-ART

I cappelli hanno sempre fatto parte del nostro guardaroba, da secoli, e ne sono stati un grande arricchimento.

Ovviamente hanno un scopo, per esempio ci proteggono dal freddo, dal sole o dalla pioggia – e talvolta invece servono come accessorio per catturare l’attenzione o come simbolo di una uniforme.

Pensiamo a certe celebrità/icone  praticamente inseparabili dai loro cappelli… o ai  film hollywoodiani che devono parte del loro successo ai personaggi che li interpretavano e al loro stile.

Il cappello più in voga oggi è quello da Baseball, ma cosa ne pensate del “bowler” (come nel film Clock Work Orange), o del cappello Cowboy, il cappello a cilindro (Abraham Lincoln), del basco, del beanie, Il Fedora (Indiana Jones) o il grande cappello cascante (Brigitte Bardot).

Ce ne sono troppi per poterli nominare tutti, ma una cosa è certa: uno dei marchi più prestigiosi e di fama mondiale è Borsalino. Chi non lo conosce?
Producono cappelli dal 1857.  I 2 modelli più famosi  sono “il cappello Panama” e “il cappello Fedora” anche conosciuto come “il Borsalino“.

Humphrey Bogart l’ha portato, John Belushi (Blues Brothers), Michael Jackson. E Alain Delon e Jeanpaul Belmondo erano i gangster francesi nel film “Borsalino“.
Celebrità come Johnny Depp, Audrey Hepburn, Greta Garbo, Leonardo Di Caprio, Justin Timberlake, Madonna, Kate Moss, Nicole Kidman e John Malkovich tutti hanno portato Borsalino.

Per questo oggi voglio fare un giochetto mostrandovi i cappelli Borsalino che hanno catturato la mia attenzione e che mi hanno fatto ricordare dei bellissimi film iconici.

Spero vi piacciano 🙂
Love B



ENGLISH VERSION

Hats have always played a big part in our wardrobes for centuries and have been a great enrichment. Obviously they serve a purpose, they for example protect us from the cold or the sunlight or rain but sometimes they can also just be an attention catcher or be a part of an uniform.
Just think of some iconic celebrities that are inseparable from their hats..or some great Hollywood movies that owe alot of their success also to their characters wearing their iconic hats..
For sure the most common hat seen on the street today is by far the baseball cap, but how about the bowler (like in the movie Clock work orange), or the cowboy hat, the top hat (Abraham Lincoln),the beret, a beanie, the Fedora (Indiana Jones), or the big floppy hat (Brigitte Bardot)

Of course there are too many hats for me to name but one thing is for sure that one of the most prestigious brands of hats worldwide is without a doubt Borsalino..Who doesn’t know them?
They have been making hats since 1857.The 2 most famous models they made are for sure “the Panama Hat” and “the Fedora hat” also known as ” The Borsalino”.
Humphrey Bogart has worn it, John Belushi (Blues Brothers), Michael Jackson… Alain Delon and Jeanpaul Belmondo were the french gangsters in the movie “Borsalino”.
Celebrities such as Johnny Depp, Audrey Hepburn, Greta Garbo,Leonardo di Caprio, Justin Timberlake, Madonna, Kate Moss, Nicole Kidman and
John Malkovich all have been wearing Borsalino .

So today I wanted to play a little and show you a few kind of different Borsalino hats that got my attention and reminded me a bit of some iconic movies..
Hope you enjoy…
love B

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Hats/Cappelli @BORSALINO
Dress/Vestito @PINKO
Earrings/Orrecchini @TIFFANY AND CO

PH by HENRIK HANSSON

Corso Como 10: è bufera

È il punto di riferimento più chic della nuova Milano da bere, meta obbligata di ogni fashion victim che si rispetti e spazio espositivo e polifunzionale di grande appeal: Corso Como 10, il primo e il più rinomato concept store d’Italia, rischia ora il fallimento.

Lo spazio espositivo multibrand fondato nel 1991 da Carla Sozzani, gallerista sorella della celebre direttrice di Vogue Italia Franca Sozzani, è al centro di un contenzioso legale con Equitalia, che ne ha chiesto il fallimento con un’istanza presentata presso il Tribunale di Milano.

Collocato all’interno di una romantica casa di ringhiera, nella zona con maggior fermento culturale, il quartiere Isola; un’atmosfera vagamente retrò, nei tavolini all’aperto, in mezzo al verde; dentro, una full immersion nella moda- con i nomi più gettonati del fashion biz.

Carla Sozzani, la fondatrice di 10 Corso Como

Carla Sozzani, la fondatrice di 10 Corso Como

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Il primo concept store d’Italia, 10 Corso Como, è stato fondato nel 1991

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Spazio espositivo multibrand dal grande impatto visivo e dal design accattivante, 10 Corso Como è da anni punto di riferimento modaiolo di Milano

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Situato nell’omonimo indirizzo, all’interno di una casa di ringhiera, Corso Como 10 è meta turistica privilegiata per appassionati di moda

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La società cui fa riferimento il concept store sarebbe in fallimento a causa di un debito con Equitalia di oltre 4 milioni e mezzo di euro



Mirabile location che ha ospitato le mostre dei fotografi più famosi -da Annie Leibovitz a Helmut Newton10 Corso Como si è contraddistinto in questi anni per il respiro internazionale dei suoi clienti: numerosissimi, anche stranieri, un pubblico di visitatori così entusiasta da decretare in breve tempo il successo internazionale del concept store; tanti i pezzi in esposizione, da abbigliamento e accessori a libri e pezzi d’arredamento per veri gourmet. Reduce dal successo ottenuto a Milano, la società cui fa riferimento lo spazio espositivo ha aperto nuove sedi a Seoul, Shanghai e Pechino.

Ma adesso Corso Como 10 rischia il fallimento: la società in questione, la Dieci Srl, è infatti in procedimento fallimentare. Il buco in bilancio sarebbe enorme: secondo Equitalia il debito ammonterebbe infatti ad oltre quattro milioni e mezzo di euro. Si tratterebbe, per la precisione, di 4,67 milioni di euro di tasse non pagate, di cui 4 milioni di soli debiti scaduti e il resto divisi tra contributi e sanzioni legate ai mancati pagamenti.

La Dieci Srl, dal canto suo, smentisce tutto, definendo la richiesta di fallimento presentata da Equitalia come il “frutto di un equivoco”. Ennesima vittima della crisi, la società -di proprietà della Carla Sozzani Editore Srl– avrebbe chiuso gli ultimi due bilanci in rosso e i debiti sarebbero aumentati a causa di un fatturato non più all’altezza dei primi risultati. Ma secondo i legali dell’azienda, la fine dei lavori in zona Porta Nuova avrebbe causato un nuovo introito nelle vendite, proprio negli ultimi mesi, e ciò indicherebbe una ripresa. Inoltre pare che la società abbia chiesto e ottenuto una rateizzazione ma senza poi rispettarne i termini.

Putin e Berlusconi il bromance che ha sempre preoccupato gli USA

Dal momento della sua annessione alla Russia l’industria del turismo in Crimea, una volta una delle industrie di punta della regione, ha subito un colpo ferale. I negozi hanno chiuso, gli hotel hanno lasciato a casa i propri lavoratori e i turisti sono pochissimi ma nessuna paura, è appena arrivato un testimonial che rilancerà il turismo della penisola: Silvio Berlusconi.


L’ex Presidente del Consiglio italiano è stato in Crimea per onorare un monumento eretto in memoria ai morti del Regno di Sardegna per la guerra di Crimea del 1853-56 in cui i piemontesi parteciparono con ottomani, inglesi e francesi alla guerra in funzione anti-russa.


I due leader, secondo Russia Today, hanno deposto dei bouquet di fiori ai piedi del monumento e hanno discusso della creazione di un parco intorno al luogo dove sono ricordati i morti italiani.
Berlusconi era arrivato in Russia alcuni giorni prima per una visita privata e ha passato del tempo in un resort a Sochi.


Secondo Peskov, il portavoce di Putin, l’incontro è stato formale ma i due hanno discusso di politica, incluso dei “più urgenti problemi della regione”, quindi di guerra in Ucraina, delle sanzioni nei confronti della Russia e della guerra in Siria.


L’incontro tra Putin e Berlusconi è solo l’ultimo di una lunga serie documentata da innumerevoli filmati e foto, alcune che sconfinano nel comico e che immortalano i due mentre fanno le più svariate attività virili. L’unica cosa che accomuna tutte queste foto è la costante familiarità tra i due.


Quando Berlusconi era Presidente del Consiglio questa vicinanza metteva in allarme gli USA. Russia e Italia, in quel periodo, avevano stretto una alleanza commerciale ancora più solida. ENI e Gazprom avevano firmato molti accordi, tra cui l’ambizioso progetto, ormai morto, South Stream. Ronald Spogli, storico ambasciatore americano in Italia aveva dichiarato nel 2010 che la vicinanza tra i due aveva, effettivamente preoccupato gli USA.


La perdita di potere di Berlusconi non ha fatto finire il bromance tra i due. A giugno i due si erano incontrati a Roma e Berlusconi per l’occasione aveva urlato ai quattro venti che Forza Italia avrebbe combattuto contro le ingiuste sanzioni nei confronti della Russia. A luglio, invece, Berlusconi aveva dichiarato durante una cena che Putin gli avrebbe offerto la cittadinanza russa e un posto come ministro delle Finanze. Il giusto coronamento di una storia di amore fraterno…

Nuove scoperte sulla nascita dei sistemi planetari

In una ricerca pubblicata ieri tra le pagine della rivista scientifica Monthly Notices of the Royal Astronomical Society, un gruppo internazionale di astronomi ha descritto alcune importanti scoperte nate dallo studio di una stella in formazione situata a circa 325 anni luce dal Sistema Solare, HD 100546.


“Nessuno era mai stato in grado di osservare così da vicino una stella in formazione con almeno un pianeta situato nella fascia più interna del sistema”, ha dichiarato il Dr. Ignacio Mendigutìa, membro del Dipartimento di Fisica e Astronomia dell’Università di Leeds e principale autore dello studio. “Siamo stati capaci di rilevare per la prima volta emissioni provenienti dalle regioni più interne del disco di gas che circonda la stella centrale. Inaspettatamente, queste emissioni sono simili a quelle di una stella solitaria che non presenta alcun segno di pianeti in formazione”.


Per osservare il sistema HD 100546 gli astronomi hanno utilizzato l’Interferometro del Very Large Telescope (VLTI), situato nell’osservatorio di Acatama, in Cile. Il VLTI combina il potere d’osservazione di quattro telescopi con lenti da 8.2 metri di diametro e può produrre immagini così nitide da eguagliare quelle prodotte da un telescopio con lenti da 130 metri di diametro. Il professor Rene Oudmaijer, coautore dello studio, ha detto: “Considerando l’ampia distanza che ci separa dalla stella, circa 325 anni luce, la sfida è stata simile a quella di osservare qualcosa che abbia le dimensioni di una punta di spillo da una distanza superiore ai 100 chilometri.”


Rappresentazione non in scala del Sistema Solare

Rappresentazione non in scala del Sistema Solare


HD 100546 è una stella molto giovane – ha circa un millesimo dell’età del Sole – ed è circondata da una struttura di gas e polveri a forma di disco chiamata “disco proto-planetario”, all’interno della quale si possono formare nuovi pianeti. I dischi proto-planetari sono comuni intorno a stelle giovani, ma quello di HD 100546 è davvero peculiare: se la stella fosse collocata al centro del nostro Sistema Solare, la regione più esterna del disco raggiungerebbe un’estensione pari a dieci volte l’orbita di Plutone.


“Curiosamente, il disco esibisce una zona ben definita che risulta priva di materiale. Questo gap è molto ampio, quasi 10 volte le dimensioni dello spazio che separa la Terra dal Sole.”, ha aggiunto il Dr. Mendigutìa. “Il disco interno di gas sarebbe sopravvissuto solo per pochi anni prima di essere intrappolato dalla stella madre, quindi deve essere continuamente rifornito in qualche modo. Noi pensiamo che l’influsso gravitazionale dei pianeti in formazione all’interno del gap potrebbe accelerare il trasferimento di materia dalle regioni esterne del disco, ricche di gas, a quelle interne.”


Sistemi come HD 100546, che possiedono sia un pianeta che una zona priva di materia all’interno del disco, sono estremamente rari. L’unico altro esempio riportato riguarda un sistema nel quale il gap all’interno del disco è 10 volte più lontano dalla stella madre rispetto a quello oggetto dello studio. “Con le nostre osservazioni sul disco interno di gas del sistema HD 100546 stiamo iniziando a comprendere le dinamiche dei primi istanti di vita delle stelle con pianeti su una scala comparabile a quella del nostro Sistem Solare”, ha concluso il professor Oudmaijer.



FONTE: University of Leeds

E dove sono le fucine di talenti creativi Made in Italy?

Alle soglie dell’apertura degli anni accademici e, a seguito di una nazione, l’Inghilterra, nominata al top delle classifiche mondiali per le migliori università di moda, D-Art porta gli aspiranti professionisti alla scoperta dei piani formativi delle realtà italiane.


The Business of Fashion, nella sua top ten annuale riguardante le scuole di moda mondiali, mette ai primi posti le realtà britanniche dei record.
Tra tutte la Central Saint Martins, seguita dalla Kingston, dalla Westminster e dal London College of Fashion.
Un panorama dinamico e eclettico quello della prima scuola di moda al mondo che, da anni, sforna talenti destinati alle luci della ribalta, come Alexander McQueen, John Galliano, Stella McCartney e Riccardo Tisci.
Il suo è un piano formativo variegato e allettante, coadiuvato da costanti iniziative, opportunità e sinergie.
Fashion, Fashion Design With Knitwear, Fashion Design With Marketing, Fashion Design Menswear, Fashion Design Womenswear, Fashion Print, Fashion Communication, Fashion Journalism, Fashion Communication and Promotion sono i corsi di laurea di primo livello che vanno a ampliarsi con due master ad hoc.


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Per i wannabe che non hanno modo di provare con il plus ultra mondiale non resta che virare verso ciò che offre il nostro Paese.
Unico rappresentante nella top five di The Business of Fashion è il Polimoda.
L’istituto fiorentino offre una formazione e una metodologia di lavoro altamente specializzate.
Suddiviso in due dipartimenti, Design & Technology e Business & Communication, il Polimoda forma competenze professionali come il Brand e Communication Manager, il Buyer, o quelle più creative come l’Art/Creative Director, il Fashion Designer, il Fashion Illustrator, il Fashion Stylist, il Footwear & Accessories Designer, senza dimenticare le nuove figure per il web, il Digital Strategy Planner, il Web Content Curator, il Social Media Manager, fino a quelle più vicine alla produzione e allo stile, come il Product Development Manager, il Patternmaker e il Samplemaker.


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Forte del suo primato non può che spianare la strada agli altri istituti italiani che, seppur non menzionati nella classifica, riescono a mantenere alta la qualità formativa, documentata dai placement e dalla soddisfazione degli ex allievi.
Per citarne di storici approdiamo nell’universo dello IED Moda a Roma che, come la Central Saint Martins, vanta ex diplomati di tutto rispetto.
Maria Grazia Chiuri e Pier Paolo Piccioli, direttori creativi di Valentino, Giambattista Valli e Marco De Vincenzo, sono solo alcuni degli allievi che hanno elaborato manufatti nelle proprie aule.
Fashion Design, Fashion Stylist E Editor e Designer Del Gioiello, i corsi triennali che vanno a affiancarsi ai master in Comunicazione E Marketing Per La Moda, Luxury Marketing Management, Fashion Design Management, Jewelry Design e ai corsi di formazione avanzata in Costume Design e Stylist Per La Moda.


Ph. Gaetano Alfano

Ph. Gaetano Alfano




Un’offerta ampia che troviamo anche presso l’Istituto Marangoni di Milano, un luogo dove da sempre la teoria si affianca alla pratica e dove la creatività viene costantemente nutrita e stimolata.
Nascono così corsi, prevalentemente in inglese, aperti agli studenti di tutto il mondo. Luoghi dove la sinergia e il networking rendono la scuola fiore all’occhiello del patrimonio italiano.
Fashion Design, Fashion Styling, Fashion Business, Fashion Communication E New Media e Accessories Design anticipano i master e le specializzazioni in Fashion Design Womenswear, Fashion Design Menswear, Knitwear Design, Fashion Styling & Portfolio, Fashion Photography & Film, Fashion Promotion, Communication & Media, Fashion & Luxury Brand Management, Fashion Buying, Fashion Product & Production Management, Fashion Retail Management, Fashion & Law, Digital Fashion Design, Luxury Accessories Design & Management, Fashion & Luxury, Business Administration e Fashion Elite.


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Unica università statale presente nell’excursus, con i suoi corsi triennali e magistrali in Design Della Moda e Moda E Arti, è lo IUAV di Venezia.
Quella che più spesso è stata definita come la “piccola Anversa” offre agli studenti costanti e importanti opportunità, non ultima la collaborazione con le manifatture Bonotto e Riopele.
In occasione di Milano Unica, infatti, 4 selezionati neodiplomati, Alessia Beraldin, Giovanni Nordio, Gregorio Nordio e Filippo Soffiati, hanno realizzato installazioni tessili in bilico tra performance e opere d’arte, esposte durante un evento presso Palazzo Durini.


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Come la Central Saint Martins molte delle realtà appena illustrate offrono la possibilità di interagire grazie a corsi brevi. Un modo per orientarsi, approfondire già consolidate esperienze e subire l’imprinting emanato da ognuna di esse.

AMY : questa è la sua storia

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Per soli 3 giorni, nei cinema italiani, il documentario che svela uno spaccato di vita dell’artista scomparsa prematuramente.

Esce nelle sale AMY, distribuito dalla Nexo Digital, un excursus attraverso la storia della talentuosa cantante britannica Amy Winehouse, la cui vita si è interrotta in circostanze tragiche.

Il regista Asif Kapadia, il produttore James Gay-Rees e il montatore Chris King, già forte connubio per il documentario dedicato a Ayrton Senna, hanno ripercorso, attraverso i documenti inediti e i brani più famosi, il privato della Winehouse, sin dalle sue origini nella North London.

Tutta la narrazione si focalizza intorno ai testi prodotti dall’ artista e alle interviste a coloro che hanno avuto il privilegio di interagirvi. La produzione è stata un percorso impervio, visto che non esiste ancora una biografia ufficiale, né tantomeno una totale apertura da parte delle persone davvero vicine, alquanto reticenti a esprimersi apertamente.
I filmmaker, grazie alla difficoltosa conquista della fiducia di queste ultime, hanno impiegato molto tempo per reperire il materiale.
Figura chiave per l’inserimento dei filmati è stata quella di Nick Shymansky, primo manager della cantante. Riprese amatoriali che ci fanno scoprire una semplice ragazza ebrea, dal carattere ipersensibile e intenso, diventata poi un fenomeno.

Per King è stato molto difficile rendere appetibile per il grande schermo la documentazione visiva raccolta, essendo di pessima qualità. Il suo lavoro è durato, infatti, 20 mesi e si è focalizzato sulla stabilizzazione dell’immagine, l’inquadratura e la colour correction.
Più che sulla vita privata, il film si concentra sull’effetto placebo della scrittura. Per far comprendere ciò allo spettatore gli intensi testi della cantante scorrono sullo schermo.





Un prodotto che concretizza l’idea di aver vissuto e di vivere, nell’eternità delle sue canzoni, un’artista estremamente complicata, carismatica e dal piglio brillante.

Modella del mese: Matea Plenca

MODELLA DEL MESE: MATEA PLENCA




“Back to Seventies”



Model: Matea Plenca @The Lab Models Milan

Photographer: Miriam De Nicolo’

Stylist: Valeria Semushina

Make-up: Francesca Borrello



Nome: Matea

Cognome: Plenca 

Nazione: Croazia

Salopette Carolina Wayser, montone vintage Giorgio Armani, Top Patrizia Pepe



Camicia Zara, Jeans Carolina Wyser



Jeans Carolina Wyser, maglione Sandro, giacca American Apparel, scarpe Converse All Star



Descrivici il tuo stile:

Sono sempre alla ricerca dei trends e li seguo, ma mixandoli al mio stile, a volte sporty, altre vintage. C’è un accessorio a cui proprio non posso rinunciare: i tacchi a spillo!


Esistono delle modelle-icone a cui ti ispiri? Cara Delevingne, una delle modelle più pagate del momento ha deciso di lasciare le passerelle, cosa ne pensi? 

Ho letto la notizia sui giornali, Cara Delevingne ha saputo differenziarsi per carattere e personalità, ma non è tra le mie preferite, ha lo stile di un “maschiaccio”. Io sono per la dolcezza di Miranda Kerr o la sensualità di Candice Swanepoel, supermodella testimonial  di Victoria’s Secret.

Jeans Carolina Wyser, t-shirt vintage, camicia American Apparel, scarpe Converse All Star



Camicia American Apparel



Jeans Carolina Wyser, t-shirt vintage, camicia American Apparel, scarpe Converse All Star



Ombretto Aegyptia – mascara Guerlain



Camicia Promod, dolcevita COS



Camicia Zara, Jeans Carolina Wyser



Segui delle diete particolari per tenerti in forma? 

Non faccio alcuna dieta, ma cerco di mangiare sano, prediligendo frutta e verdura, pesce, uova, insomma più proteine e meno grassi!

Quali sono i prodotti cosmetici che utilizzi di più? 

Quando faccio casting non uso make up – e in genere ho casting tutto il giorno, fino alle 21.00.

E’ la sera che mi sbizzarrisco, quando esco con gli amici, mascara e fondotinta non mancano mai nel mio beauty-case, in genere Mac, ottimi prodotti da professionisti.

La casa di moda che più ami: 

Valentino, senza alcun dubbio: eleganza e femminilità.

A sinistra Jeans e camicia Promod, dolcevita COS – A destra Jeans Carolina Wyser, maglione Sandro, giacca American Apparel



Camicia Promod, dolcevita COS



Fondotinta Frais monde



Camicia Promod, dolcevita COS

Jacqueline de Ribes: l’ultima regina di Parigi

Ci sono donne che nascono con’aura particolare e che per un particolare mix di bellezza, eleganza e circostanze divengono indimenticabili icone. La viscontessa Jacqueline de Ribes ha incarnato per decenni la quintessenza del glamour parigino.

Socialite della Parigi più chic, filantropa, produttrice e designer di successo, è stata musa di stilisti del calibro di Yves Saint Laurent, Valentino e Guy Laroche.

Un fascino esotico, zigomi pronunciati e lunghissimi capelli d’ebano spesso legati in acconciature di stampo etnico, il profilo severo, il taglio orientale degli occhi, sapientemente rimarcato con un filo di eyeliner: Jaqueline de Ribes è un’icona di stile tra le più famose al mondo.

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Jacqueline de Ribes circondata dalle sue creazioni

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La contessa Jacqueline de Ribes è nata a Parigi il 14 luglio 1929

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Jacqueline de Ribes indossa un suo abito da sera in uno scatto del 1986

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La contessa ritratta da David Lees per LIFE Magazine, 1985

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Fotografata da Horst P. Horst, 1953



Aristocratica da generazioni, presenza fissa dell’International Best Dressed List a partire dal 1962, la contessa Jacqueline Bonnin de La Bonninière de Beaumont nasce a Parigi in una data emblematica per la Francia: il 14 luglio del 1929. “Ero già una piccola rivoluzionaria”– ironizzerà lei stessa a questo proposito. Figlia di Jean, conte Bonnin de la Bonninière de Beaumont, esponente di spicco dell’aristocrazia francese, e della contessa Paule de Rivaud de La Raffinière, traduttrice di Ernest Hemingway, Jacqueline cresce nella Francia più ricca e glamour.

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Una giovane Jacqueline, 1959

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La contessa in Yves Saint Laurent in una foto di Mark Shaw, 1959

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Jacqueline de Ribes è un’icona di stile, socialite, fashion designer, businesswoman e produttrice

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La contessa indossa una sua creazione, foto di Victor Skrebneski, 1983



La giovane -lunghe gambe e portamento altero- coltiva il sogno di diventare una ballerina, ma la sua infanzia è caratterizzata da una profonda solitudine: la freddezza che i suoi genitori le dimostrano fa sì che la piccola si affezioni moltissimo al nonno. Amante della bella vita, il nonno non lesina in spese folli e vive tra yacht di lusso, automobili sportive e belle donne. La giovane è già una sognatrice, come dichiarerà lei stessa più avanti. Ma alla morte del nonno, la piccola Jacqueline, che non ha ancora 10 anni, avverte un vuoto affettivo talmente forte che lo scoppio della guerra la lascia quasi indifferente. Durante l’occupazione viene mandata ad Hendaye, sui Pirenei, insieme alla sua nanny scozzese. Poco lontano da qui, quando la ragazza ha da poco compiuto diciotto anni, avviene l’incontro della sua vita: durante un party a Saint-Jean-de-Luz la giovane nota un ragazzo bruno in tenuta da tennis. È il visconte Édouard de Ribes, eroe di guerra appartenente alla Legion d’Onore, all’epoca 24enne. “Vidi questa gazzella e me ne innamorai all’istante”, dirà di lei.

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Jacqueline de Ribes in un abito Dior e copricapo di Raymundo de Larrain per il Bal de Têtes di Alexis de Redé, 1957

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Jacqueline de Ribes al Ballo orientale, 1969

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Ancora modella per se stessa, foto di Victor Skrebneski, 1983

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In un abito da sera delle sue collezioni, foto di Victor Skrebneski, 1983

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In Christian Dior nella sua casa di Parigi, foto di Mark Shaw, 1959



I visconti appartengono all’élite di Parigi: sono i tempi dell’haute couture e dei balli di lusso e la splendida Jacqueline risplende dall’alto del suo stile. Soprannominata “la De Gaulle della moda”, nella Parigi del Folies Bèrgere Jacqueline de Ribes diviene un’icona ammirata e dallo stile imitatissimo. “Elegante fino a farti distrarre”, dirà di lei Oleg Cassini, l’altera eleganza si unisce in lei ad una forte carnalità: il mix ideale in ogni donna, si potrebbe dire. Iniziata alla moda durante un ballo a Venezia, a cui la giovane si presenta con un abito da sera creato da lei, durante un viaggio a New York la sua bellezza esotica conquista la più grande talent scout dell’epoca, Mrs. Diana Vreeland, che la fa immortalare da Richard Avedon.

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Ritratta da Slim Aarons nella sua casa a Ibiza, 1978

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A Cervinia, foto di Victor Skrebneski, anni Cinquanta

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Jacqueline de Ribes col logo della sua collezione

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Ritratta da Martine Franck, 1989



Dal 1956 il suo stile raffinato e barocco entra a far parte dell’International Best Dressed List, ideata nel 1940 da Eleanor Lambert e, a partire dal 1962, Jacqueline divenne presenza fissa nella Hall of Fame. Nel 1983 venne nominata “la donna più elegante del mondo” da Town and Country. Intima amica di Oleg Cassini, era la “giraffina” prediletta da Emilio Pucci, mentre Valentino Garavani la soprannominò “L’ultima regina di Parigi”.

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Tratti orientali e bellezza esotica, Jacqueline de Ribes fu musa di Yves Saint Laurent, Valentino e Guy Laroche

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La viscontessa ritratta con Raymund de Larrain, 1961

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Jacqueline de Ribes e Raymundo de Larrain ritratti da Richard Avedon, 1961

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Jacqueline de Ribes ritratta da Pierluigi Praturlon per Vogue, 1969

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Il fascino esotico di Jacqueline de Ribes immortalato da Richard Avedon, 1955

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Ancora per Richard Avedon, 1955



Al compimento dei 53 anni, nel 1982, la viscontessa organizzò un meeting familiare per annunciare a suo marito e ai loro figli la sua improrogabile decisione di iniziare una carriera come fashion designer. Caparbia e temeraria, Jacqueline dichiarò fermamente che niente e nessuno avrebbe mai potuto farle cambiare idea. Gli stessi Yves Saint Laurent e Pierre Bergé, suoi confidenti, si dichiararono fortemente preoccupati per la sua scelta: erano tanti gli ostacoli che la contessa doveva superare, in primis il suo stesso status sociale, che poteva suscitare facilmente pregiudizi nel pubblico.

La sua prima collezione sfilò nella regale location di casa sua nell’ambito della Fashion week di Parigi del 1983. Una linea sontuosa -pur trattandosi di prêt-à-porter– che si rivelò subito un grande successo: negli Stati Uniti Saks Fifth Avenue le offrì un contratto di tre anni. Nel 1984 la contessa creò anche una linea di gioielli. Jacqueline continuò a disegnare le sue collezioni fino al 1995. Tra le sue clienti più affezionate troviamo Joan Collins, Raquel Welch, Barbara Walters, Cher, Danielle Steel, la baronessa von Thyssen e Olympia de Rothschild.

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La viscontessa de Ribes in uno scatto di Richard Avedon, 1955

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Jacqueline de Ribes ritratta da Pierluigi Praturlon per Vogue, 1969

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Un altro scatto di Pierluigi Praturlon per Vogue, 1969

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Uno scatto del 1966

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Ritratta da Bill King, anni Ottanta



Le sue creazioni ottennero i favori del pubblico e della stampa: l’International Herald Tribune e il Women’s Wear Daily scrissero recensioni entusiastiche sulle sue collezioni. La contessa fu costretta da problemi di salute a chiudere la sua linea di abbigliamento nel 1995. Nel 1999 Jean-Paul Gaultier le dedicò una sua collezione. Insignita nel 2010 del prestigioso titolo di Cavaliere della Legion d’Onore, Jacqueline de Ribes non è stata soltanto un’icona di stile: produttrice teatrale, televisiva e cinematografica, ha finanziato alcune delle attività culturali più importanti del teatro e della televisione francesi, dalla metà degli anni Cinquanta. Inoltre è stata ecologista, filantropa, mercenario per diversi musei ed istituzioni nonché accanita sostenitrice di cause umanitarie. Nel 1980 ha vinto il Women of Achievement Award.

La bellezza e l’intramontabile eleganza di Jacqueline de Ribes saranno celebrate con una mostra organizzata presso il Metropolitan Museum of Art di New York in cui saranno esposti 60 pezzi, tra haute couture e ready-to-wear — da Giorgio Armani a Pierre Balmain, Bill Blass, Marc Bohan per Dior, Roberto Cavalli, John Galliano, Madame Grès, Valentino Garavani e creazioni della linea della viscontessa —dal 1959 fino ai giorni nostri. “Jacqueline de Ribes: The Art of Style” sarà esposta all’Anna Wintour Costume Center del MET dal 19 Novembre 2015 fino al 21 Febbraio 2016. Per veri gourmet dello stile.


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Eleanor Lambert: una vita per la moda

Facebook News, le notizie secondo Zuckerberg

Facebook lancia “Instant Articles“, una app che permetterà di caricare le notizie (con foto, video, mappe e altri contenuti interattivi) 10 volte più velocemente rispetto allo standard degli articoli cui si accede online da dispositivi mobili.


Le testate che per ora hanno stretto l’accordo – New York Times, National Geographic, BuzzFeed, NBC, The Atlantic, The Guardian, BBC News, Spiegel e Bild – “manterranno il pieno controllo dei contenuti pubblicati e dei loro modelli di business”, precisa Chris Cox, chief product del social network. “Stiamo iniziando con solo pochi editori mentre scopriamo di più su come le persone interagiscono con questi articoli. Abbiamo in programma di lavorare a stretto contatto con i nostri partner editoriali per raccogliere feedback e apportare miglioramenti con l’obiettivo di utilizzarli con ulteriori editori di tutto il mondo nei prossimi mesi”


Gli editori potranno sia vendere direttamente pubblicità e incorporarla nei loro articoli, mantenendo così interamente i ricavi derivanti, sia potranno delegare a Facebook la vendita di inserzioni. In questo caso il social network manterrà una fetta degli introiti. Le compagnie media potranno inoltre tracciare dati e traffico sui loro contenuti attraverso strumenti di analisi.


Il social network pubblicherà i loro articoli direttamente sulla sua piattaforma e gli utenti potranno accedervi senza lasciare la bacheca. In cambio per gli editori c’è visibilità ma soprattutto una bella fetta di ricavi pubblicitari.
Sin qui la notizia sugli editori e sui contenuti.
Degne di approfondimento sono le dichiarazioni apparentemente marginali. La prima “… scopriamo di più su come le persone interagiscono con questi articoli…” e la seconda “… le compagnie media potranno inoltre tracciare dati e traffico sui loro contenuti attraverso strumenti di analisi.”
Sia chiaro, non sono novità né prassi che prima non si facevano.
 Il dato nuovo è che diventa ancora più sofisticato il modo di “conoscere” e tracciare i profili degli utenti nei loro gusti, nelle loro tendenze sociali e politiche, nella scelta di cosa leggere. E questi dati adesso vengono condivisi con i grandi gruppi editoriali, che a loro volta hanno la possibilità di offrire un “prodotto pubblicitario privilegiato” ai propri inserzionisti, non più solo in base ai dati di lettura del proprio sito o del proprio giornale, ma anche in base alla profilazione dei dati di navigazione.
 Già da due anni Facebook stava lavorando ad un proprio newsreader, che però si sarebbe scontrato con i concorrenti già posizionai sul mercato, senza che fosse chiaro in che cosa questo nuovo aggregatore e lettore di notizie e contenuti sarebbe anche stato unico, appetibile, originale e avrebbe avuto appeal presso gli editori.
 In qualche modo rimodulando il concetto e integrandolo nel social network, ancora una volta, sono le profilazioni e i dati personali ed i comportamenti digitali di tutti noi il plusvalore che Facebook “vende” e cede per primeggiare nella rete globale.
 E tutto questo avviene senza che possa essere nemmeno immaginata una normativa – che non solo non può essere nazionale, ma che dovrebbe essere mondiale e globale – a tutela non più solo della privacy, ma anche della identità digitale delle persone in rete.


Già oggi, attraverso strumenti complessi, costosi, sofisticati, è possibile profilare e aggregare persone con la stessa idea politica o tendenza sociale… Adesso questo strumento diventa “utility di base” resa semplicissima e offerta sul mercato della pubblicità, ma anche della politica, con nomi, cognomi, legami e amicizie sociali, foto e gusti musicali e alimentari.


Il grande avversario in questa battaglia è Google – anche lui con i propri aggregatori di notizie e con una profilazione da cedere: quella dei dati di ricerca degli utenti, oltre ad una via d’accesso privilegiata al maching tra contenuto offerto in risposta alla ricerca effettuata.
 Una battaglia entrata nel vivo qualche mese fa quando – caso rarissimo nella storia di BigG – il motore di ricerca aveva dato un mese di tempo per adeguarsi al mobile-friendly, rilasciando anche un tool per “testare” il proprio sito, comprendere dove andasse cambiato, per soddisfare i requisiti dei nuovi algoritmi di ricerca: pena la penalizzazione nelle ricerche.
 In terza – ben lontana – posizione il gruppo Microsoft, anche lui con un proprio aggregatore, il motore di ricerca Bing, una propria idea di mobile per stare al passo con Apple acquisendo Sony-Ericson, e il proprio aggregatore di news integrato
In sintesi i due giganti americani – Google e Facebook – si contendono il web, intero e totale.
 Perché chi trionferà nella battaglia sulla codifica della fruizione dei contenuti sarà anche quello che imporrà gli standard al mondo, almeno quello occidentale.
 E tutto questo in attesa della inevitabile apertura di quei due terzi di mondo – non solo digitale – con i propri giganti fatto di Russia, Cina, India… che sommano un mercato di poco meno di 3 miliardi di persone e un mare di tecnologia che dovrà necessariamente interfacciarsi.

Paolo Solari Bozzi cattura sguardi ed emozioni nel libro fotografico “Zambian Portraits”, in esposizione a Milano

Fino al 22 settembre alla libreria Hoepli di Milano (Via Ulrico Hoepli, 5), sarà esposta un selezione di immagini di Zambian Portraits, il nuovo libro fotografico di Paolo Solari Bozzi – edito da Skira – che segue la prima pubblicazione dell’autore (Namibia Sun Pictures, Tecklenborg 2013), e che è un’ulteriore testimonianza del suo amore per la poesia dell’Africa e dei suoi popoli.

 

Paolo Solari Bozzi© - Great East Road # 1, Zambia, 2009

Paolo Solari Bozzi© – Great East Road # 1, Zambia, 2009

 

Per quattro mesi, nel 2014, Paolo Solari Bozzi ha viaggiato a bordo del proprio fuoristrada in compagnia della moglie Antonella attraverso lo Zambia, in totale autonomia, coprendo oltre diecimila chilometri, per lo più su strade sterrate e spingendosi fino alle zone più remote e sconosciute di questo affascinante Paese, comprese le paludi del Bengweulu, dove gli abitanti non hanno quasi mai incontrato un viaggiatore europeo.

 

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Paolo Solari Bozzi© – Great-East-Road, Zambia 2014

 

Utilizzando macchine fotografiche meccaniche di medio formato e grandangoli, Paolo ha immortalato in 122 immagini in bianco e nero – sviluppate e stampate personalmente nella sua camera oscura – le persone incontrate, nel loro naturale habitat, per lo più lavorativo. Nel tentativo di captarne lo stato d’animo, il fotografo si è concentrato sulle loro espressioni facciali, in particolare sui loro sguardi.

 

Paolo Solari Bozzi © - Kawaun Village, Zambia 2014

Paolo Solari Bozzi © – Kawaun Village, Zambia 2014

 

Dopo aver viaggiato a varie riprese nei Paesi desertici del Maghreb, Paolo Solari Bozzi si è invaghito dell’Africa Australe, a tal punto da acquistare due lodge (Sausage Tree Camp e Potato Bush Camp), situati in Zambia in un Parco Nazionale, lungo le sponde del fiume Zambesi. In Zambian Portraits, il fotografo ritrae alcuni aspetti “di un Paese meraviglioso e  sconfinato, ricco di meraviglie umane e naturali, e di cultura” come ha spiegato lui stesso.

 

Paolo Solari Bozzi © - Near Lusaka , Zambia, 2014

Paolo Solari Bozzi © – Near Lusaka , Zambia, 2014

 

Durante i 70 giorni di viaggio trascorsi in Namibia nel 2010 e nel 2012 e i 4 mesi trascorsi nel 2014 in Zambia, Paolo Solari Bozzi ha affrontato ogni scattocon quel rispetto dovuto a chi ti ospita e non, come spesso vedo fare oggi, stravolgendo la scena e “mettendola in ordine”, insomma piegando gli scenari ai dogmi imposti dalle riviste patinate”.

 

Paolo Solari Bozzi© - Munali Coffee Farm, Zambia, 2014

Paolo Solari Bozzi© – Munali Coffee Farm, Zambia, 2014

 

L’uso del bianco e nero, “s’inserisce nel lungo filone di quei grandi fotografi e registi (uno per tutti: Ingmar Bergman) che hanno scelto la profondità, il dettaglio e la magia viva della monocromia per i propri capolavori. Sono sempre stato convinto che il colore, per quanto stupendo, distragga e non possa restituire l’animo delle persone, le loro cicatrici e sofferenze, il loro amore”.

 

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Eleanor Lambert: una vita per la moda

Fashionista ante litteram, un senso innato per lo stile e la capacità di captare il gusto nel raggio di un miglio. Eleanor Lambert è stata una vera maestra nello stile e nel fashion biz: PR ante litteram, è stata anche colei che ha inventato la più famosa lista delle “meglio vestite al mondo”.

Lo sguardo della ragazza che, eterea e giovanissima, posa per Cecil Beaton, tradisce una smisurata ambizione. Già all’epoca, quando Eleanor è ancora una perfetta sconosciuta nel mondo della moda, le si legge negli occhi la voglia di arrivare. Genio pubblicitario che rese New York la capitale del fashion e creatrice della prima fashion week della Grande Mela, la vita di Eleanor Lambert è stata la parabola di una visionaria che ha osato là dove nessuno aveva il coraggio di osare ed ha vinto.

Originaria dell’Indiana, nata a Crawfordsville il 10 agosto del 1903, Eleanor Lambert frequenta corsi di scultura al John Herron Art Institute di Indianapolis e nel frattempo scrive di shopping per l’Indianapolis Star. Qui conosce lo studente di architettura Willis Connor, con cui intraprende un rapporto sentimentale. La giovane Eleanor, desiderosa di evadere da quella realtà per lei troppo angusta, dichiarerà più avanti che quella relazione fu per lei come “un biglietto di sola andata per uscire da quella città” . Insieme la coppia si iscrive all’Art Institute di Chicago, dove la giovane Eleanor studia moda. Messo da parte un discreto gruzzolo, la coppia si trasferisce a New York. Connor non possiede assolutamente i requisiti necessari per essere la persona giusta per Eleanor, determinata ad eccellere in qualsiasi campo e intenzionata persino ad inventarsi ex novo una nuova professione pur di affermarsi lavorativamente.

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Eleanor Lambert nacque a Crawfordsville, Indiana, il 10 agosto 1903

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PR ante litteram, la Lambert ideò nel 1940 la famosa International Best Dressed List



La giovane si stabilisce quindi ad Astoria, nel Queens, e si mantiene con due lavoretti part-time, rispettivamente all’interno della redazione di un notiziario di moda, il Breath of the Avenue, e come designer di copertine di libri per una casa editrice. Qui il suo capo nota immediatamente il talento della ragazza, come anche il sagace sensazionalismo che la giovane Eleanor riesce ad adoperare a suo piacimento, ottenendo discreti successi. L’uomo le consiglia quindi di mettersi in proprio e di aprire una sua attività. Eleanor è ancora poco più che una ragazzina e la vita non è sempre facile per lei. Un episodio in particolare, divenuto assai famoso, vede Eleanor fare un brutto incontro: una notte si imbatte in un gruppo di scrittori ubriachi, tra cui la celebre Dorothy Parker, che la portano a sua insaputa nello studio di un tatuatore. Fu così che la giovane si ritrovò tatuata una piccola stella blu sulla caviglia.

Il padre intanto vuole riportarla a casa a tutti i costi, convinto che New York non sia il luogo adatto ad una giovane donna sola. Ma Eleanor resiste. Dopo aver avviato un’agenzia di pubblicità a Manhattan occupandosi principalmente di gallerie d’arte, a metà degli anni Trenta diviene uno dei primi uffici stampa per il Whitney Museum of American Art. Numerosi sono gli artisti da lei rappresentati, tra i quali spiccano Isamu Noguchi, Jacob Epstein e Jackson Pollock. Dopo essere convolata a nozze con Seymour Berkson abbandona la sua brillante carriera di PR per passare alla moda. Risale al 1932 il suo primo lavoro per la designer Annette Simpson: impressionata dalla copertura mediatica che la Lambert aveva garantito agli artisti da lei rappresentati, la designer la assunse. Tuttavia, come più tardi dichiarato da lei stessa, la Lambert non venne mai retribuita per quella sua prima prestazione lavorativa nel settore moda.

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Un ritratto di Eleanor Lambert

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Gloria Guinness, definita dalla Lambert “la donna più elegante al mondo”

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Eleanor Lambert ritratta da Cecil Beaton negli anni Trenta



Eleanor fu pioniera nel considerare la moda alla stregua di una forma d’arte tra le più nobili: cominciò ben presto a chiedersi perché non pubblicizzare anche la moda americana, proprio come aveva fatto con l’arte. Si confida quindi con l’amica Diana Vreeland, celebre fashion editor di Harper’s Bazaar. Ma nemmeno la Vreeland -che pure fu visionaria scopritrice di immensi talenti- crede in lei, reputando le sue idee troppo naïf. Ma la Lambert persiste e nel 1940 cambia il corso della moda, creando la sua celebre International Best Dressed List. È una rivoluzione epocale: per la prima volta nella storia venivano dati i voti ai look sfoggiati dalle celebrities del tempo. Come spesso accade nel patinato sistema del fashion biz, improvvisamente tutti sono pazzi di lei; tutti la corteggiano; tutti sgomitano per entrare a far parte della sua Hall of Fame. Nel 1958 invia telegrammi a Babe Paley, Elisabetta II, alla duchessa di Windsor e alla contessa Mona von Bismarck, annunciando loro che erano entrate a far parte della sua Hall of Fame. Apparvero nella sua lista anche la viscontessa Jacqueline de Ribes, Marisa Berenson, Lauren Bacall, Marella Agnelli, Gloria Guinness, Cary Grant e molti altri.

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La Lambert ideò nel lontano 1943 una fashion week newyorchese ante litteram denominata “Press Week”

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Una giovane Eleanor Lambert posa per Cecil Beaton, suo amico e cliente, all’inizio della sua carriera



Nel 1943 la Lambert entra nuovamente nel mito, creando la prima settimana della moda mai conosciuta al mondo e quella che è a tutti gli effetti la New York Fashion Week che noi tutti conosciamo. La prima settimana della moda della Grande Mela viene creata dal New York Dress Institute, di cui la Lambert era PR. Questa era la prima organizzazione promozionale nell’industria della moda americana e la settimana della moda venne inizialmente denominata “Press week”. Creata allo scopo di distogliere l’attenzione dei media americani dalla moda parigina durante la Seconda Guerra Mondiale, la fashion week ideata dalla Lambert vuole promuovere il buon gusto e lo stile made in the USA. Pochissimi erano infatti coloro che potevano viaggiare fino a Parigi in quel periodo, e si temeva che la moda americana potesse restare indietro. La Press Week si rivelò un successo clamoroso. Grazie ad essa, magazine come Vogue iniziarono a parlare dei designer americani. La settimana della moda della Grande Mela a metà degli anni Cinquanta cambiò nome in “Press Week of New York” e solo nel 1993 assunse il nome attuale di “New York Fashion Week”.

Reduce da questi successi di portata storica, la Lambert venne incaricata per ben due volte, nel 1959 e nel 1967, di rappresentare e promuovere la moda americana in Russia, Germania, Italia, Australia, Svizzera, Giappone e Brasile, incarico conferitole direttamente dal governo degli Stati Uniti d’America.

Nel 1965 fu designata al Collegio nazionale delle arti del National Endowment for the Arts e nel 1962 organizzò il Council of Fashion Designers of America (CFDA) e vi rimase come membro onorario fino al 2003. Nel 2001 il CFDA istituì l’Eleanor Lambert Award, assegnato per contributi unici al mondo della moda e/o meriti speciali nel settore. Pochi mesi prima della sua morte, avvenuta il 7 ottobre del 2003, la Lambert aveva affidato a quattro editor di Vanity Fair i diritti della sua lista, la International Best Dressed List, nata di fatto nel 1940. La sua ultima apparizione pubblica fu in grande stile, durante la settimana della moda di NY nel settembre del 2003, pochi giorni prima di morire, all’età di cento anni. Il nipote Moses Berkson dopo la sua morte ha girato un documentario a lei dedicato.


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ALEJANDRO ARAVENA ALLA DIREZIONE DELLA BIENNALE DI ARCHITETTURA DI VENEZIA DEL 2016

L’architetto cileno Alejandro Aravena, classe 1967, è stato nominato alla direzione della Biennale di Architettura di Venezia del 2016.

Affascinate, giovane e bello Alejandro Aravena non rientra però nella categoria delle archistar che progettano, talvolta, più per auto glorificarsi che per una reale volontà di vivere l’architettura e la progettazione per quello che in sintesi dovrebbero essere : una missione sociale, prima ancora che estetica.


ALEJANDRO ARAVENA ALLA DIREZIONE DELLA BIENNALE DI ARCHITETTURA DI VENEZIA DEL 2016


Questo perché progettare e ideare i luoghi della vivibilità sociale e dell’abitare è una vera e propria missione che non può non tener conto degli esseri umani che all’interno di quelle costruzioni dovranno abitare e interagire.

Alejandro Aravena è noto nel mondo dell’architettura per aver costruito migliaia di abitazioni per i poveri del suo paese.

Ha studiato architettura proprio a Venezia e si è specializzato in edilizia sociale e sostenibile .

Il suo approccio all’architettura è quello che tutti gli architetti dovrebbero avere e si distingue per la sua grande responsabilità e raffinatezza nel progettare.

Questo giovane ma già maturo architetto di sicuro sarà alla Biennale di Architettura di Venezia 2016 “architettare” un’eccellente esposizione.

Olivia Palermo: la ragazza dal guardaroba perfetto

È la it girl più amata in assoluto. Con il suo stile si è guadagnata il titolo di icona fashion e con la sua fotogenia è richiestissima come testimonial dei brand più famosi. Oltre 2 milioni e mezzo di followers su Instagram, Olivia Palermo è figlia della New York più chic, quella delle copertine patinate e dei party esclusivi.

Origini italiane, nata a Greenwich il 28 febbraio 1986, Olivia Toledo Palermo è diventata famosa nel 2009, in seguito alla sua esperienza come attrice nel reality show di MTV “The City”, che documenta la vita di Whitney Port.

Socialite e trendsetter, Olivia è figlia di un ricco costruttore e di una interior designer. Cresciuta tra l’Upper East Side di New York e Greenwich, nel Connecticut, Olivia ha frequentato le scuole più prestigiose, a partire dalla Nightingale-Bamford School.

Nel 2009 la famosissima agenzia Wilhelmina Models le offre un contratto come modella. Olivia Palermo ottiene la cover di Elle Messico e compare in magazine come Marie Claire UK, Tatler, ASOS Magazine.

Eletta nel 2010 da ASOS “nuova regina dello street style”, è stata testimonial Hogan e ora è il volto di Max & co. per l’autunno/inverno 2015-2016. Inoltre ha posato per Mango nella campagna autunno/inverno 2010, in compagnia del suo attuale marito, Johannes Huebl. Nello stesso anno ha lanciato una linea di gioielli insieme a Roberta Freymann ed è diventata testimonial di Carrera y Carrera.

L’anno seguente, nel 2011, il celebre brand Stuart Weitzman le chiede di disegnare una linea di scarpe per beneficenza. Inoltre diviene guest editor per Paperlime.com e partecipa in qualità di giudice alla nona stagione di Project Runway.

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Icona di stile e it girl, Olivia Palermo è nata a Greenwich il 28 febbraio 1986

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Olivia Palermo per Cosmopolitan Portogallo, gennaio 2015

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In posa per Cosmopolitan Messico



Nell’ottobre 2011 lancia il suo sito (www.oliviapalermo.com), in cui documenta i suoi viaggi e i suoi fantastici outfit: avviene così la consacrazione dello stile di Olivia Palermo. Eletta nel 2012 dal New York Post la meglio vestita della Grande Mela, ha al suo attivo diverse partnership con siti di e-commerce. Attualmente scrive per Vogue UK la sua rubrica personale, dall’esauriente titolo “Today I’m wearing”. Soprannominata “la ragazza dal guardaroba perfetto”, il suo stile conquista in modo garbato e sofisticato.

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Un’immagine simbolo dello stile di Olivia Palermo

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Origini italiane, la Palermo è l’icona di stile più seguita

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Maxi gonne, frange: Olivia Palermo predilige i look bohémien



Dallo stile iperfemminile, Olivia è la tipica ragazza americana dell’Upper East Side. Classe da vendere, la sua corporatura minuta (non arriva al metro e settanta) le permette di indossare qualsiasi capo al top. Viso dall’eleganza antica, lo stile di Olivia Palermo è invece pienamente contemporaneo. Abiti lunghi, che tradiscono una predilezione per il mood boho-chic. Gonne maxi, indossate con ballerine e camicie in seta. Grande femminilità nella predilezione per minigonne, Olivia Palermo mantiene sempre un’allure perfetta.

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Durante la fashion week di New York, settembre 2014

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Alla sfilata di Burberry, Londra, settembre 2014

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Fashion blogger, attrice e modella, Olivia Palermo è contesa come testimonial dai brand più famosi

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Poncho Burberry personalizzato e cuissardes

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Mood boho-chic per la maxi gonna indossata su ballerine pitonate e camicia in seta

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In maxi dress Mango, Brand di cui la blogger è stata testimonial nel 2010



Suggestioni Seventies nei maxi abiti boho-chic, come quello di Mango, brand per cui Olivia è stata testimonial. Stampe jacquard o paisley anche nei suoi outfit Burberry. Svettanti le sue gambe in minigonna e cuissardes indossati sotto il poncho Burberry con le iniziali personalizzate.

Considerata una dea della moda, contesa dalle maison e dai magazine, Olivia Palermo è la prova vivente di quanto la classe sia evergreen. Mai sopra le righe, la sua eleganza sempre discreta non sbaglia un colpo.

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Camicia e maxi gonna a stampa foulard

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In giro per New York in mini abito a stampa paisley

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Giacca da biker e maxi gonna a balze

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Total look in denim

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Olivia Palermo in Mango

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Salopette declinata in modalità chic per l’icona di stile




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MILANO FASHION WEEK 2015

MILANO FASHION WEEK 2015


MILANO MODA DONNA 23-28 SETTEMBRE 2015

L’edizione di Milano Moda Donna in programma dal 23 al 28 settembre 2015 prevede 70 sfilate in calendario con le novità di Damir Doma e Daizy Shely, oltre alla conferma di Arthur Arbesser e Vivetta, marchi emergenti che hanno esordito nelle ultime stagioni. Al prestigio del calendario contribuiscono tre importanti debutti: Peter Dundas per Roberto Cavalli, Massimo Giorgetti per Emilio Pucci e Arthur Arbesser per Iceberg.
Completano il calendario 105 presentazioni e 26 eventi.

Il nuovo Fashion Hub di Milano Moda Donna sarà situato presso l’UniCredit Pavilion di Piazza Gae Aulenti, nell’affascinante edificio progettato da Michele De Lucchi. Piazza Gae Aulenti è inoltre la cornice di Panorama, la suggestiva videoinstallazione che celebra la bellezza italiana nata dalla collaborazione tra Ministero dello Sviluppo Economico, Agenzia ICE, SIMEST, Comune di Milano, Camera di Commercio di Milano, Fondazione Altagamma, Camera Nazionale della Moda Italiana, Salone del Mobile Milano, con il patrocinio di Expo Milano 2015 e in collaborazione con Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo.

In occasione di Milano Moda Donna inaugura all’interno del Fashion Hub la prima edizione del Fashion Hub Market, il nuovo progetto di CNMI a sostegno di nuovi brand di abbigliamento ed accessori italiani ed internazionali. Ai 17 marchi selezionati, che potranno presentare per la prima volta durante la fashion week le loro collezioni a stampa e buyer, CNMI offre un’occasione di visibilità ma soprattutto di networking e business.

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In prossimità del Fashion Hub si trova The Mall, che contiene un’ampia sala sfilata ed uno spazio presentazioni, gestiti da CNMI. Rimane confermata anche la location della Sala delle Cariatidi di Palazzo Reale, concessa dal Comune di Milano al fine valorizzare e promuovere i giovani designer.

Camera Nazionale della Moda Italiana patrocina inoltre le mostre “Bellissima. L’Italia dell’alta moda 1956 – 1968” curata Maria Luisa Frisa, Anna Mattirolo e Stefano Tonchi e “Missoni, L’arte, il colore“, curata da Luciano Caramel, Luca Missoni ed Emma Zanella, dando la possibilità agli ospiti internazionali di prenotare delle visite guidate.

“Il rinnovato programma di Milano Moda Donna presenta sei giorni pieni di presentazioni e eventi che per l’economia di Milano è simbolo stesso dell’immagine della nostra città, ambasciatori nel mondo del nostro stile di vita, della nostra cultura capaci di coniugare ricerca, gusto e innovazione” , spiega l’assessore alla Moda e Design Cristina Tajani. “Con Camera della Moda e tutti gli operatori – conclude l’assessore – abbiamo rinnovato il nostro impegno a sostegno della valorizzazione dei giovani talenti e per una moda attenta ai temi dell’etica e della sostenibilità sia per quanto riguarda la qualità del prodotto sia in tutti i processi della filiera produttiva”.

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Per questa edizione abbiamo pensato di lavorare sull’innovazione, dando spazio ai nuovi brand, non solo con sfilate, presentazioni ed eventi ma con la creazione del Fashion Hub Market, uno spazio dedicato alla presentazione dei nuovi brand i loro prodotti alla stampa e ai compratori. Abbiamo anche lavorato molto sul concetto di accoglienza, con varie iniziative, tra cui spicca la Milan Fashion Week- Survival Guide realizzata con JJ Martin, che svelerà una Milano inedita.” Commenta il Presidente di Camera Nazionale della Moda Italiana Carlo Capasa.

La Fashion Week milanese potrà inoltre essere seguita attraverso il sito milanomodadonna.it con video, streaming delle sfilate, fotogallery delle collezioni e attraverso uno speciale diario su instagram curato da JJ Martin . Lo streaming delle sfilate e contenuti editoriali sempre nuovi saranno trasmessi anche attraverso il megaschermo posto in Via Croce Rossa, oltre che sul grande schermo dell’Unicredit Pavilion in piazza Gae Aulenti.

 

Winter Fashion Trends 2016: il mood è Mod

Abitini a trapezio, stampe optical e pellicce maxi: il trend per l’Autunno/Inverno 2015-2016 ci riporta direttamente negli anni Sessanta. I favolosi Swinging Sixties rivivono in una moda fresca, ironica e colorata.

Icone come Veruschka, Twiggy e Jean Shrimpton e nomi come Pierre Cardin e Mary Quant sembrano riprendere vita nelle passerelle della stagione A/I 2015-2016.

Geometrie optical da Emilio Pucci, in cui tute di suggestione spaziale estremamente Sixties si uniscono a cromie black and white per capi di ricercata raffinatezza.

Il mood è Mod, come la più famosa sottocultura che ha caratterizzato il decennio dei Sessanta: siamo in Inghilterra e un gruppo di giovani appartenenti alla working class auspica l’inizio del Modernismo, vestendosi con capi sartoriali e sfidando il sistema a bordo di Vespe e Lambrette decorate con specchietti e monili. Forse l’unico moto di ribellione interamente basato sulla riscoperta di un concetto di eleganza evergreen, i Mods hanno segnato indelebilmente la moda anni Sessanta: dall’uso del parka al successo di brand come Fred Perry, la moda dei nostri giorni è un continuo omaggio -spesso inconsapevole- a questa subcultura mai dimenticata.

Declinato anche nel suo lato più audace, ispirato a nomi che hanno fatto la storia della moda, come Pierre Cardin e André Courrèges, il trend anni Sessanta propone anche delicati cappottini a trapezio, resi grintosi dalla pelle metalizzata e dai colori fluo, come visto in sfilata da Miu Miu.

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Veruschka indossa una tuta Valentino, foto di Franco Rubartelli per Vogue America, 1 aprile 1969, Roma, piazza San Giorgio al Velabro

Emilio Pucci

Emilio Pucci

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Le stampe optical furono uno dei maggiori trend degli anni Sessanta

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I Mods, principale subcultura anni Sessanta

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Giochi optical e cromie audaci per un modello di shift dress, tipicamente anni Sessanta

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Abitini a trapezio, un cult dei Sixties

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Miu Miu



Largo a proporzioni oversize, con pellicce colorate o in bicromia bianco e nero, come proposto da Cristiano Burani ed ancora Pucci, in una collezione-tributo agli anni Sessanta. Elogio della minigonna, citazioni Sixties come nel casco stile equitazione.

Un mood irresistibile per un inverno da vivere all’insegna dello stile di quegli anni: via libera a materiali high-tech che ricordano le suggestioni spaziali proposte in quel periodo ancora da Courrèges e Cardin ma anche da Paco Rabanne.

Materiali come la pelle metalizzata o la vernice si impongono per questa stagione, come anche le righe e le stampe optical e gli ankle boots alternati ai cuissardes, veri must-have A/I.

Cristiano Burani

Cristiano Burani

Jean Shrimpton forografata da David Bailey, 1964

Jean Shrimpton forografata da David Bailey, 1964

Twiggy

Twiggy

Ancora Pucci

Emilio Pucci

Audrey Hepburn in Courrèges, Parigi, 1965, foto di Douglas Kirkland

Audrey Hepburn in Courrèges, Parigi, 1965, foto di Douglas Kirkland



Come un cubo di Rubik, la collezione Au jour le jour interpreta mirabilmente la spensieratezza di quell’epoca. Suggestioni tratte dal Cubismo si mixano al minimalismo proposto invece da Carven, in una collezione che deve molto all’Inghilterra dei Sixties. La sensualità di audaci minigonne viene stemperata dal rigore dei capispalla e dei dolcevita. Massimo Rebecchi propone numerosi shift dresses, i mitici abitini a trapezio, simbolo dei Sessanta, in tweed di lana e decorazioni su un gioco di cromie ton sur ton.

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Au jour le jour

Carven

Carven

Massimo Rebecchi

Massimo Rebecchi

Pierre Cardin

Pierre Cardin

Raquel Welch in Pierre Cardin

Raquel Welch in Pierre Cardin

Le suggestioni spaziali di Pierre Cardin

Le suggestioni spaziali di Pierre Cardin

Pierre Cardin, collezione del 1967, foto di Giancarlo Botti

Pierre Cardin, collezione del 1967, foto di Giancarlo Botti



Sfacciato l’omaggio ai Sixties visto da Moncler Gamme Rouge: ritorna l’abito a trapezio, unito ad elementi da space oddity, come le cappe che ricordano il mood spaziale proposto da Pierre Cardin nella metà degli anni Sessanta. Tweed di lana per contrastare il rigore invernale ma grande ironia ed eleganza d’altri tempi per una collezione da dieci e lode.

Grintosa la donna proposta da Louis Vuitton, in minigonna e giacca con inserti in montone e decorazioni optical: una vera Modette. Più dolci le note proposte da Prada, che rivisita i Sixties inserendo uno stile più bon ton, tra fiocchi e decorazioni gioiello. L’abitino a trapezio, declinato in colori fluo, diviene quasi un abito da sera, e i lunghissimi guanti completano il look.

Ancora Mod style visto da Giambattista Valli, in una collezione che rende omaggio anche ai Settanta. Ma le pellicce profilate di decorazioni optical e le vivaci cromie dei co-ords ci riportano inequivocabilmente nel decennio precedente. Deliziosi i fur coat proposti da Philosophy by Lorenzo Serafini: una nuvola di azzurro baby per un tocco di romanticismo. Ancora vintage le ispirazioni alla base di Tommy Hilfiger, con cappe a trapezio e capispalla importanti.

Aggressiva la donna di Christian Dior, una valchiria in cuissardes metallizzati e cappottini caratterizzati da audaci giochi optical. DAKS gioca sui colori per un mood che resta sostanzialmente invariato: un ritorno ai favolosi anni Sessanta.

Moncler Gamme Rouge

Moncler Gamme Rouge

Louis Vuitton

Louis Vuitton

Philosophy by Lorenzo Serafini

Philosophy by Lorenzo Serafini

Prada

Prada

Giambattista Valli

Giambattista Valli

Un'latra uscita della sfilata di Giambattista Valli

Un’latra uscita della sfilata di Giambattista Valli

Tommy Hilfiger

Tommy Hilfiger

DAKS

DAKS

Christian Dior

Christian Dior

André Courrèges, Ensemble, foto di Peter Knapp, 1965

André Courrèges, Ensemble, foto di Peter Knapp, 1965




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L’Europa cerca l’approvazione ONU per la missione contro i trafficanti di migranti

L’Europa sta tentando in tutti i modi di fermare la crisi dell’immigrazione che sta sconvolgendo l’Unione europea e una delle ipotesi che è sul tavolo è quella di fermare i trafficanti di esseri umani direttamente sulle coste libiche e nel caso distruggere le navi usate per questo traffico anche quando sono ancorate in porto. Per portare avanti questo piano però serve l’autorizzazione del consiglio di sicurezza dell’ONU, in quanto sarebbe una violazione delle acque territoriali libiche.


La pressione sul consiglio di sicurezza è guidata dalla Gran Bretagna ed è finalizza a tamponare l’esodo tra le coste di Libia e Italia, uno dei punti di maggiore afflusso dei migranti in Europa. La Gran Bretagna spera di vedere la risoluzione approvata prima dell’arrivo dei leader mondiali a New York per l’assemblea generale delle Nazioni Unite di quest’anno.


La situazione dei migranti è ritornata in prima pagina dopo la foto della morte del bambino curdo, Aylan, e dopo le parole del Papa domenica. Bergoglio ha esortata ogni parrocchia, ogni comunità religiosa, ogni monastero e tutti i santuari d’Europa a prendere una famiglia così come faranno le due parrocchie all’interno del Vaticano.


Tutto ciò però sembra non bastare a molti stati, come Stati Uniti, Brasile e alcuni stati arabi che dopo aver armato i combattenti anti-Assad hanno rifiutato di accogliere i migranti che hanno iniziato a spostarsi in conseguenza alla guerra. Questi stati chiedono che l’Europa faccia di più.


In primavera la Gran Bretagna aveva fatto circolare una bozza di risoluzione in cui i soldati europei sarebbero stati autorizzati a inseguire i trafficanti nelle acque territoriali e sul suolo libico. Le tre autorità libiche, come era prevedibile, non hanno appoggiato la bozza. Quasi tutte le nazioni e le Nazioni Unite pensano che le navi europee abbiano già diritto di abbordare le navi dei contrabbandieri in acque internazionali ma alcuni stati come la Germania vogliono avere un imprimatur dall’ONU nel caso sia necessario l’uso della forza.


L’ambasciatore all’ONU di uno dei tre governi libici, quello con cui l’occidente ha deciso di parlare, ha detto che la Libia non si opporrà a un intervento da parte dell’Europa in acque internazionali ma che l’intervento in acque territoriali o sul suolo libico dovrà essere discusso con il governo libico quando si ripristinerà l’unità nazionale anche se non crede che ce ne sarà la necessità.


L’inviato di Ban Ki Moon incaricato di facilitare il processo di unità nazionale, Bernardino Leon, ha recentemente dichiarato durante una riunione con il Consiglio di Sicurezza dell’ONU che la parte occidentale del paese sta partecipando al dialogo e che le tensioni militari si sono notevolmente ridotte, anche a Tripoli, ma nel resto del paese le condizioni di sicurezza si stanno deteriorando ulteriormente.


Il Consiglio Europeo si è accordato su di un piano a tre fasi. La prima fase prevede la raccolta e la condivisione di intelligence sul flusso di migranti e sulle navi usate per effettuare il traffico. La seconda fase, chiamata EUNAVFOR MED darà l’autorità alle navi europee di abbordare, perquisire e requisire le navi sospette in alto mare. La terza fase, infine, necessiterà una risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU che darà il potere formale alle navi dell’operazione di entrare in territorio libico per inseguire e bloccare i contrabbandieri. Questa fase è la più controversa e avversata oltre che dal governo libico anche da stati facenti parte del consiglio di sicurezza come la Russia.

SUMMER COUTURE – FASHION EDITORIAL

Photographer: ALE ALBERTI
Models: MARIA FERNANDA FERREIRA
, NATASA BOROZAN
Hair & Make-up: CONCETTA BILOTTA
Stylist: KDLONE FASHION BY KINE DIONE

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SU UN’ ISOLA AL MUSEO NELL’OPERA ACQUAALTA DI CELESTE BOURSIER-MOUGENOT

Il Palais De Tokyo a Parigi è stato letteralmente allagato dall’opera del titolo Acquaalta di Cèleste Boursier-Mougenot che da sempre lavora intorno alla commistione tra natura arte e musica.
L’artista, nato a Nizza nel 1961, inizialmente musicista, ha trasformato il museo parigino in un’esperienza spettacolare dove sono coinvolti tutti i sensi.


SU UN’ ISOLA AL MUSEO NELL’OPERA ACQUAALTA DI CELESTE BOURSIER-MOUGENOT


L’opera Acquaalta è navigabile e permette ai visitatori di immergersi in un’esperienza sensoriale unica.
Attraversando lo spazio inondatolo lo spettatore è introdotto in un flusso di immagini che hanno il potere di creare una sorta di viaggio allucinatorio che invita a viaggiare nella propria psiche.
Il lavoro di Cèleste Boursier-Mougenot s’intreccia con la musica e l’immagine anzi non può prescinderne, pertanto l’artista dichiara che in Acquaalta: “un sistema di trattamento del segnale video cripta le immagini lasciando apparire sullo schermo solo delle parti in movimento . Tutto il resto si diffonde in un nero opaco.


SU UN’ ISOLA AL MUSEO NELL’OPERA ACQUAALTA DI CELESTE BOURSIER-MOUGENOT


L’effetto sorprendente della trasformazione dell’immagine video e del suo messaggio, è accompagnato da un suono lancinante proveniente dalla conversione del flusso delle immagini e del flusso sonoro”.
L’aspetto interessante di quest’opera straordinaria è che lo spettatore all’interno di questo percorso è come immerso in una isola immaginaria dove diviene allo stesso tempo soggetto ed oggetto dell’opera che è, in sintesi, una sorta di esperienza sensibile ed allucinatoria.
Come spiega Cèleste Boursier-Mougenot: “per uscire dall’esposizione, lo spettatore attraverserà, letteralmente, l’immagine”.


SU UN’ ISOLA AL MUSEO NELL’OPERA ACQUAALTA DI CELESTE BOURSIER-MOUGENOT


L’opera Acquaalta si pone in relazione con l’antica mitologia greca, fonte di archetipi intramontabili, primo fra tutti il mito di Narciso che trova il nulla nella contemplazione della sua immagine riflessa nell’acqua, ma anche l’Ulisse omerico che non resiste al canto delle sirene .
Acqua, riflessioni d’immagini, coinvolgimenti musicali, fanno di quest’opera un’esperienza unica che va al di là di qualsiasi immaginazione dove natura e cultura magicamente si confondono.
Un viaggio a Parigi e n’immersione nell’opera Acquaalta al Palais de Tokyo, mi permetto di azzardare l’ipotesi che possano essere molto meglio di ore ed ore passate in uno yacht dove talvolta ci si può annoiare moltissimo.
Acquaalta ovvero: quando l’arte è meglio di uno yacht.





PALAIS DE TOKYO , PARIS
CELESTE BOURSIER-MOUGENOT
ACQUAALTA
Date: 24/06/2015 – 13/09/2015

RO_map, il festival di luci che illumina Roma

Dal 9 al 12 settembre nella capitale prende vita il festival RO_map, un’iniziativa che trasforma letteralmente il cuore di Roma in un museo a cielo aperto esplorando le più innovative frontiere dell’arte digitale applicata alle architetture e agli spazi urbani. Ideato da Michele Cinque, il RO_map è prodotto da Lazy Film con il sostegno di Roma Capitale e fa parte dei progetti realizzati per l’Estate Romana.

 

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Il collettivo francese Coin, in prima nazionale, reinterpreterà la suggestiva cornice del Circo Massimo con l’installazione monumentale Globoscope: 256 sfere luminose che, disposte su più di 2000 metri quadrati e controllate da un sistema wireless: l’arena diventerà un autentico paesaggio digitale. Matematica, suono e luce saranno utilizzate dall’artista digitale Maxime Houot per riprodurre, trasformare e incrementare lo spazio urbano e per offrire agli spettatori una passeggiata surreale.

 

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Il festival continuerà poi a Piazza Navona. La facciata rinascimentale della Chiesa di Nostra Signora del Sacro Cuore verrà trasformata dalle proiezioni in 3D degli artisti bolognesi Apparati Effimeri, che giocheranno con l’estetica delle architetture creando una sinergia di colori, suoni, luci e immagini dall’alta spettacolarità. A tutti gli spettatori presenti saranno distribuiti gli appositi occhialini 3D.

 

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La grande bellezza di Roma apre così le porte al mapping architettonico, un’arte digitale che attraverso proiezioni 2D-3D trasforma le architetture che ospitano la performance in veri e propri stage o schermi di proiezione. In sottofondo, la musica si coniuga perfettamente con questi straordinari e giganteschi effetti visivi, creando una piattaforma pluri-sensoriale di grande suggestione.

 

Programma:

Mercoledì 9 e Giovedì 10 Settembre 2015: Circo Massimo (Via dei Cerchi – Roma), Mostra installazione Globoscope – Collettivo Coin dalle ore 20.30 alle ore 24.00
Venerdì 11 e Sabato 12 Settembre 2015: Chiesa di Nostra Signora del Sacro Cuore (Piazza Navona – Roma), Mapping stereoscopico (3D) – Apparati Effimeri dalle ore 21.00 alle ore 24.00.

“Milano” il nuovo volume fotografico di Carlo Orsi diventa anche una mostra

È in libreria Milano il volume fotografico di Carlo Orsi edito da Skira. Il capoluogo lombardo, oltre ad essere ritratto in bianco e nero dall’occhio di Orsi, ospiterà anche una mostra con gli scatti raccolti nel libro.

Carlo Orsi - Dal Duomo

Carlo Orsi – Dal Duomo

Un lavoro che lo stesso Orsi realizzò nel 1965, esattamente cinquant’anni fa, quando era un giovane fotografo. La prima edizione – oggi praticamente introvabile – mostrava una Milano tra luci e ombre, miserie e nobiltà, confronti e contraddizioni. Frammenti di città, cui Dino Buzzati accosta altri frammenti, parole come scatti di un obiettivo fotografico.

Carlo Orsi - Fontana de Chirico

Carlo Orsi – Fontana de Chirico

Oggi eccoci nel 2015, cinquant’anni dopo. Carlo Orsi non è più un ragazzo di talento ma un uomo navigato diventato un grande fotografo a livello internazionale. Milano invece, che torna a catturare con la sua macchina, è invece come allora, tra luci ed ombre, miserie e nobiltà, confronti e contraddizioni. E con la stessa sensibilità di allora, le parole danno sostanza alle immagini, questa volta attraverso la penna di Aldo Nove.

Carlo Orsi - Pinacoteca di Brera

Carlo Orsi – Pinacoteca di Brera

Questo nuovo libro, identico nel formato e con l’identica confezione di quello del 1965, raccoglie 65 immagini inedite di Milano. Nuovi scatti che sono esposti all’Unicredit Pavilion, il nuovo spazio polifunzionale di UniCredit aperto alla città in piazza Gae Aulenti. La mostra fotografica, allestita all’interno della “Passerella dell’Arte” sarà aperta nelle seguenti date e orari: – 4-5-6-8-10-11-12-13-14-17 settembre, dalle ore 10:00 alle ore 19:00; – 7-9-15 settembre dalle ore 10:00 alle ore 13:00; – 16 settembre CHIUSO   ORSI MilanoWEB _1 7. ORSI Da Corso Como_1 9. ORSI Colonne di San Lorenzo_1 11. ORSI Palazzo di Giustizia_1 12. ORSI Fiumana_1

La Mostra di Venezia omaggia la carriera di Bertrand Tavernier con la proiezione de “La Vie et Rien d’Autre”

Martedì 8 settembre la Mostra del Cinema di Venezia ha consegnato il Leone d’Oro alla Carriera al regista francese Bertrand Tavernier. In occasione della consegna di questo prestigioso riconoscimento, è stato proiettato, Fuori Concorso, il film La Vie et Rien d’Autre  (La Vita e Nient’Altro) che Tavernier girò nel 1989 con protagonista uno straordinario Philippe Noiret, il magico Alfredo del Nuovo Cinema Paradiso di Giuseppe Tornatore. Al fianco di Noiret, Sabine Azéma.

 

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La pellicola è ambientata nel 1920, a due anni dalla fine della Prima Grande Guerra. La Francia, distrutta su un quarto del suo territorio, cura le proprie ferite dedicandosi alla ricostruzione. In ogni luogo i sopravvissuti si impegnano e combattono accanitamente per dimenticare quattro anni di incubo. Con cuore e passione, vi riescono. E in questo clima di riscatto, due donne, di classe sociale molto diversa, inseguono lo stesso scopo: ritrovare l’uomo che amano e che è scomparso. Mentre la borghese Irene cerca il marito, la provinciale Alice è alla ricerca del fidanzato. Una ricerca che le porta inevitabilmente alla medesima fonte di informazione, il comandante Dellaplane, capo dell’Ufficio Ricerca e Identificazione dei Militari Uccisi o Scomparsi. Allo stesso tempo la nazione avvia l’iter che designerà alle generazioni future le spoglie di colui che ancor oggi riposa sotto l’Arco di Trionfo: il milite ignoto.

 

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Per Bertrand Tavernier, La Vie et Rien d’Autrenon è un film di guerra, ma è un film sulle conseguenze della guerra, sul modo in cui un paese riconquista la pace”. Nel suo film, i soldati scomparsi arrivano ad essere addirittura trecentomila: una marea. Uomini sperduti, senza più traccia. Per il cineasta francese “quest’epoca ha fortemente condizionato il seguito della nostra storia politica, sociale e culturale. Da qui sono nati il pacifismo, il nazionalismo, il surrealismo: volevo mostrare come l’anima della gente fosse stata segnata dalla guerra”.

 

Bertrand Tavernier sul set del film

Bertrand Tavernier sul set del film

 

Tavernier, che il Direttore Artistico della Mostra veneziana Alberto Barbera definisce “figura centrale della scena cinematografica francese”, oltre a ricevere il riconoscimento alla carriera, ha avuto – ed è la prima volta che accade alla Mostra – a disposizione una “carte blanche”, con la quale ha selezionato quattro titoli da presentare, prima delle proiezioni, in veste di Guest Director della sezione Venezia Classici.

Marisa Laurito presenta la collezione di vasi “Corpi Estranei” per difendere gli emarginati

Dall’8 settembre all’11 ottobre è aperta al pubblico Corpi Estranei, l’esposizione dei recenti lavori che Marisa Laurito ha progettato e realizzato con Berengo Studio 1989. Questa nuova collezione, che sarà presente anche alla Biennale di Venezia nel Padiglione Guatemala, rappresenta l’esito di una sperimentazione che si è basata sulla traduzione in vetro di Murano di quanto la Laurito ha manualmente realizzato in silicone. Una traduzione che rispetta cromatismi e forme ma che racchiude la secolare tradizione vetraria della fornace di Berengo Studio a Murano.

 

"Africa", Silicone

“Africa”, Silicone

 

In occasione dell’apertura di ieri, presso la Galleria Berengo Collection (San Marco 412, Venezia), c’è stata anche una performance in cui i Corpi Estranei rappresentati nei vasi hanno preso vita coinvolgendo il pubblico. Obiettivo era porre una riflessione sul tema dell’emarginazione sociale e delle difficoltà di interazione tra ‘corpi’ e ‘corpi estranei’.

 

"Africa", Vetro

“Africa”, Vetro

 

I Corpi Estranei, i filamenti, i pezzi di vetro, di alluminio o di rame, le girandole rotonde o allungate, vagamente decó, che schizzano fuori dalle mie opere, le rendono “diverse”, non classiche, come “diversi” sono “i corpi estranei” che, ieri come oggi, invadono la nostra società: corpi rifiutati, maltrattati… vomitati dai più”. Parole che Marisa Laurito utilizza per spiegare il senso della sua collezione.

 

"Capri"

“Capri”

 

La Laurito, artista a tutto tondo, intende così difendere gli emarginati: “tutti coloro che la società vede come ‘diversi’ e quindi come un pericolo, con occhio sbagliato, senza valutare tutto il bello che è contenuto in loro, senza valutare che la differenza, la diversità è bellezza, non certo l’omologazione che tenta ormai di inghiottire ogni nostro slancio di creatività”.

 

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“Girandolina”

 

Il tutto viene rappresentato con l’unione tra vetro e silicone, due materiali totalmente estranei tra loro: “attraverso questa unione voglio sottolineare l’importanza dei Corpi Estranei che con le loro differenze e il loro fascino arricchiscono la nostra cultura” ha concluso Marisa Laurito.

Antonello Sarno racconta la Biennale con “Venezia Pop: L’Arte in Bianco e Nero”

Nel 120° anniversario dalla sua Fondazione, il giornalista cinematografico Antonello Sarno ha realizzato un documentario che racconta la storia della Biennale: “Venezia. Pop. L’Arte in Bianco e Nero”. L’anteprima mondiale avverrà il 9 settembre presso il Teatrino di Palazzo Grassi a Venezia, mentre il 10 settembre verrà trasmesso su Sky Arte HD.

 

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Quello di Sarno è un film documentario che, in armonia con lo sviluppo ed il progresso della Biennale, non vuole essere un “manuale” di storia per immagini, bensì un evocativo e suggestivo montaggio di interviste a commento degli straordinari documenti dell’Archivio Storico del Luce dai primi anni del secolo scorso al 1978 (anno in cui i cinegiornali d’ogni testata di fatto scompaiono a causa delle mutate condizioni della legge che li tutelava e dell’esercizio cinematografico, profondamente cambiato dopo la Grande Crisi del 1976). Immagini restaurate nel loro splendido bianco e nero.

 

Carlo Ripa di Meana

Carlo Ripa di Meana

 

Venezia Pop. L’arte in Bianco e Nero abbraccia il mezzo secolo più produttivo, creativo e geniale dell’arte contemporanea: 1928-1978, anni “coperti” dai servizi dei cinegiornali dell’Istituto Luce prima, della Settimana Incom e delle altre testate poi. Dalle Mostre più tradizionali d’inizio 900, inaugurate dal Re con la corte al gran completo, ancora senza sonoro, alle Biennali del ventennio fascista. E poi ancora lo scioccante biennio 1943-1945 seguito dalla successiva resurrezione della Biennale libera, e il movimento del ’68, con la rivolta degli artisti. Un viaggio che raccoglie le interviste a personalità eccellenti: Marina Abramovic, Francesco Clemente, Achille Bonito Oliva, Germano Celant, Luigi Ontani, Francesco Bonami, Michelangelo Pistoletto e con l’amichevole partecipazione di un fan d’eccezione come George Clooney.

 

Bonito Oliva

Bonito Oliva

 

Ne esce un quadro d’insieme, corale, realizzato allo scopo non di celebrare ma di divulgare, rendendo accessibile a tutti la storia della Biennale d’Arte, ricchissima ed affascinante come emerge dai 70 minuti del film, il primo dedicato alla manifestazione d’arte più importante ed antica del mondo da 120 anni eccellenza della cultura del nostro Paese.

Blondiefull for D-ART

Ciao tutti,

settimana scorsa vi ho parlato del LBD (little black dress), oggi vi vorrei parlare di un abito lungo nero ma non di un abito qualsiasi.
E’ uno di quegli abiti che noi donne abbiamo sognato quando eravamo bambine…..Glam!
Chi non ha sognato di essere agli Oscar indossando uno di questi abiti?!
Anche se non ero agli Oscars, ho avuto la possibilità di indossarlo per il Procida Film Festival.
E’ un abito couture, completamente fatto a mano ovviamente… e si vede! Non appena lo indossi, diventi magica.
Pesa moltissimo a causa di tutte le perline ma immediatamente si ha la sensazione di sentirsi principesse, e in questo caso un po’ rock.
L’abito è del brand “Amen“, un marchio che, garantisco, farà molto parlar di sè.
Non fanno solo abiti couture ma anche jeans pazzeschi (sempre validi per un gala) e di giubbotti di pelle spaziali, per nominarne due.
Spero vivamente di avere la possibilità di mostrarveli in altre occasioni.
Adesso che abbiamo il vestito, l’unica cosa che rimane è aspettare l’invito agli  Oscar 😉
Buona settimana a tutti.


Love B

 



Hi everybody,

Last week I talked about the LBD (the little black dress), today I want to show a long black dress but not just any long black dress.
One of those dresses that we women all dreamed of when we were little girls….. Glam …
We have all dreamed of being at the Oscars wearing one of these…
Although I wasn’t at the Oscars, i still had the opportunity to wear it in occasion of the Procida filmfestival.
The dress is a couture dress completely handmade ofcourse and let me tell you it shows.The minute I put it on, it felt like magic.
It weighs a ton for sure because of all the beadings but you immediately get the princess feeling in this case a bit rock.
This dress is from the brand “Amen”, a brand that I will guarantee you will be hearing a lot about in the future.
They donnot only make couture dresses but also make the most amazing jeans (always gala worthy) and leather jackets among other things.
I hope I will have the opportunity to show you some more of their collection sono.
Now that we got the dress, all we gotta do is wait for the Oscar invitation;)
A great week to you all.

Love B

 

Dress/Abito – AMEN
Shoes/Scarpe – PINKO

special thanks to LA SUITE RESORT PROCIDA
Ph by HENRIK HANSSON

 

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Babe Paley: luci e ombre di un’icona di stile

Il suo volto è impresso nella memoria di intere generazioni. Il suo stile ha rappresentato per tutto il Novecento la somma eleganza. Una vita vissuta tra copertine patinate e abiti extralusso: ma di Babe Paley, a distanza di un secolo dalla sua nascita e di quasi quarant’anni dalla sua scomparsa, non resta solo questo. La parabola di una donna che ha modellato tutta la sua esistenza all’insegna dell’eleganza e della bellezza, scontando sulla propria pelle le conseguenze delle proprie scelte.

Barbara Cushing detta Babe nasce a Boston, in Massachusetts, il 5 luglio 1915. Figlia di un rinomato neurologo, cresce in un ambiente raffinato. Babe fa il suo debutto in società nel 1934, durante la grande depressione. Inizia così per la giovane, dotata di grande fascino, una clamorosa scalata sociale. Le sue due sorelle sposano uomini molto facoltosi, tra cui il figlio del presidente Roosevelt, ma per Babe, socialite ante litteram dalla bellezza altera, si prospetta una vita ancora più brillante.

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Babe Paley ritratta da Richard Avedon

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Babe Paley in abito Paquin e gioielli Van Cleef & Arpels, foto di John Rawlings, Vogue 15 novembre 1946

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Foto di Erwin Blumenfeld, 1947



Nel 1938 Babe inizia a lavorare come fashion editor per la Bibbia della moda: Vogue America. Qui conosce l’ereditiere Stanley Grifton Mortimer Jr., con cui convola a nozze nel 1940. Ma è il 1941 l’anno in cui Babe Paley entra nel mito: viene assunta dal Times nell’olimpo dell’eleganza, seconda solo a Wallis Simpson. Nel 1945 e nel 1946 viene invece collocata al primo posto della classifica delle Best Dressed Women, divenendo a tutti gli effetti un modello di eleganza.

Grazie al suo lavoro per Vogue, Babe è corteggiatissima dai designer dei brand più lussuosi, che spesso le prestano le loro ultime creazioni, data la visibilità di cui gode la fashion editor. Impeccabile in ogni occasione, Babe predilige Chanel, Balenciaga, Givenchy, Valentino, Charles James e i gioielli di Fulco di Verdura e Jean Schlumberger.

Viso lungo e sottile, collo da cigno e classe senza precedenti fanno di lei una vera icona. Un’immagine che incanta, nessun dettaglio lasciato al caso, ogni outfit è un successo per Babe. “Aveva un solo difetto: era perfetta”-dirà di lei Truman Capote, che la incluse tra i cosiddetti “cigni” dell’alta società, insieme a Gloria Guinness, Marella Agnelli e C. Z. Guest. Forse la prima fashion icon nel vero senso del termine, Babe ha un gusto innato nel vestire ed è in grado di mixare i capi in modo fantastico. Tutto ciò che indossa diviene immediatamente oggetto di culto. Capace di abbinare pezzi di haute couture ad accessori economici, Babe diviene una trendsetter ammirata a livello internazionale. Sarà anche la prima donna famosa a dichiarare guerra alle tinture, perfetta anche nel suo tentativo di sdoganare i capelli bianchi come nuovo fashion trend.

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Babe Paley in un abito da sera Charles James fotografata da Serge Balkin, Vogue 15 ottobre 1948

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Foto di John Rawlings, febbraio 1946

Babe Paley in un abito Traina-Norell fotografata da Horst P. Horst per Vogue America febbraio 1946

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Barbara “Babe” Cushing Mortimer Paley nacque a Boston il 5 luglio 1915



I lustrini della vita pubblica di Babe lasciano però il posto a numerose delusioni nella sfera privata. Dopo aver dato alla luce due figli, Amanda Jay Mortimer e Stanley Grafton Mortimer III, Babe decide di separarsi dal marito. Tante sono le indiscrezioni che svelano un rapporto praticamente inesistente tra i due, e tante sono le voci che dipingono Babe come un’avida arrampicatrice sociale, totalmente dipendente dal marito dal punto di vista economico e troppo a suo agio in un certo stile di vita per non proseguire la sua ricerca di un secondo buon partito che potesse garantirle quegli stessi standard.

La ricerca durò poco: nel 1946, appena dopo la separazione da Mortimer, Babe incontra William S. Paley, fondatore della CBS. Segni particolari: milionario. La donna, esponente di spicco dell’alta società newyorchese grazie anche al suo prestigioso lavoro nel fashion biz, può offrire a Paley l’opportunità concreta di far parte di quella élite da cui finora l’uomo si è sempre sentito escluso. Lui dall’altra parte può offrire a Babe una sicurezza materiale vissuta dalla donna come un’esigenza fondamentale. La coppia convola a nozze nel 1947 e ha due figli, Kate e Bill Jr.

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Babe Paley fu una socialite ed icona di stile tra le più imitate

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Babe Paley al St. Regis in abito Givenchy, 1963

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Ammirata per il suo stile, Babe Paley fu a lungo inclusa nella International Best Dressed List

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Babe Paley in Givenchy, 1963

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Modella per Horst P. Horst, 1939

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Sul set di Erwin Blumenfeld per Vogue America, 15 settembre 1946



Babe e il nuovo marito Bill Paley formano una coppia semplicemente perfetta: mondani, eleganti e pieni di charme, i due non si perdono un evento e si fanno fotografare nelle occasioni ufficiali più disparate, raccogliendo favori per il loro stile. Inoltre acquistano un sontuoso appartamento all’Hotel St. Regis e affidano il compito di arredarlo secondo il loro gusto al famoso interior designer Billy Baldwin. Contemporaneamente la coppia acquista una tenuta principesca a Long Island: Kiluna Farm si estende per una superficie immensa e comprende un giardino curato dai più famosi architetti paesaggisti. Una sorta di Eden di lusso, il ritiro più lontano –Kiluna Nord, nel New Hampshire– divenne meta del jet-set internazionale, ospitato dalla coppia, nonché location per film di fama mondiale come “Sul lago dorato”, del 1981.

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Babe Paley nel 1963

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New York City, 1955

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Babe Paley ritratta da Richard Avedon, 1960

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Babe Paley ritratta da Clifford Coffin per Vogue UK, dicembre 1946

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Babe Paley all’Hotel St. Regis, foto di Lord Snowden, 1958

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Babe Paley col marito William Paley nel loro cottage in Giamaica, foto di Slim Aarons, 1959



Tuttavia anche il secondo matrimonio si rivela infelice e le numerose relazioni extraconiugali di Paley gettano Babe nell’occhio del ciclone mediatico: lei, che della perfezione aveva fatto uno stile di vita, si vede ora pubblicamente tradita ed umiliata. Costretta a mantenere il suo status di icona della moda, Babe si ritrova a vivere una vita che non è quella che desiderava. Lontana da quel paradiso di cartone mirabilmente documentato dalle foto di Slim Aarons, che la immortala spesso a bordo piscina intenta a sorseggiare drink, confinata nella torre d’avorio che lei stessa si è costruita, Babe accumula forti tensioni che la spingono a fumare due pacchetti di sigarette al giorno. Presto arriva la diagnosi più terribile: nel 1974 le viene diagnosticato un cancro ai polmoni.

Il suo bisogno di controllare tutto -ennesimo tentativo di conferire ordine e bellezza alla realtà circostante- non la abbandona nemmeno negli ultimi giorni, quando Babe pianifica con sconcertante lucidità ogni particolare del proprio funerale, arrivando a scegliere persino i piatti che sarebbero stati usati per il servizio funebre. Inoltre la fashion editor elabora un codice quasi segreto per stabilire a chi dovesse toccare la sua eredità: numerosissimi i gioielli e gli oggetti personali che amici e parenti dovettero distribuire dopo la sua morte.

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Foto di John Rawlings, 1947

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Babe Paley ritratta da Clifford Coffin per Vogue UK, 1946

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Barbara “Babe” Paley, foto di Horst P. Horst, 1964

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Babe Paley fu la prima donna del fashion biz a rinunciare alle tinture, sdoganando i capelli grigi come fashion trend

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La Paley morì il 6 luglio 1978 per un cancro ai polmoni.

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Babe e Bill Paley in uno scatto del 1965



Babe Paley si spegne il 6 luglio del 1978, il giorno dopo il suo sessantatreesimo compleanno. Ancora oggi la sua figura leggiadra continua ad ispirare generazioni di designer e registi. Ricordata anche nel celebre film “Colazione da Tiffany” come la musa di Truman Capote, la moda rende ancora omaggio a questa donna tanto perfetta quanto infelice.



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LA MORTE DI AYLAN NON BASTA ALL’ OCCIDENTE PER FARE UNA GUERRA

La foto della morte del piccolo Aylan, scattata in Turchia dalla fotografa Nilüfer Demir, ha fatto il giro del mondo e smosso il silente senso di colpa di chi, di fronte alla morte degli innocenti, si sente chiamato a prendere posizione.

Nilüfer Demir va talmente orgogliosa dei suoi scatti da dichiarare: “sono venuta al mondo per scattare quella fotografia del piccolo Aylan” e, consapevole della potenza delle immagini, aggiunge che “le immagini sono capaci di catturare l’attenzione, di costringere le persone a fermarsi e a riflettere anche sulle parole . Le foto di Aylan sono la sua voce che non c’è più”.


Scatti più brutti è difficile immaginarli, evoco non a caso la categoria del brutto e dell’orrido, perché in quelle immagini non c’è spazio per l’estetica e anche l’etica se ne va, senza mezzi termini, a farsi fottere per motivi che tenterò di spiegare.

Se il grido e la sofferenza dei bambini ha sempre traumatizzato le coscienze e scandalizzato, anche questa volta il perbenismo borghese non si fa scrupolo di gridare all’orrore per un anima innocente morta su una spiaggia per sfuggire alla guerra .


Ma che clamore, che novità, tutti i giorni muoiono bambini, ragazzi, donne incinte, padri di famiglia, giovani spose, ammassati su orrende imbarcazioni, nella miseria, nella disperazione e nella speranza di una vita dignitosa.

I politici di turno per commuoversi e capire che in Siria è in corso una guerra a cui l’occidente non vuole mettere fine hanno bisogno della orrenda fotografia di un piccolo bimbo morto per alzare il loro ditino del disappunto morale ed essere più indulgenti e poter professare l’ipocrisia della politica dell’accoglienza.


Lo scatto di Nilüfer Demir mette alla prova il comune senso del pudore legato al tabù della morte e sta in questo la sua forza dirompente.

Che ogni giorno muoiano e soffrano centinaia di essere umani, senza cibo, espropriati di tutto, poco male, ma vedere un bimbo spiaggiato come un piccolo pesce buttato fuori dal mare diventa intollerabile .

Insomma guardare in faccia l’orrore serve di più che il racconto quotidiano dell’orrore.

È proprio vero che viviamo, mai come in questo momento, nella civiltà dell’immagine.

Tutto, ma proprio tutto, se passa in un’ immagine che sia il più possibile forte allora acquista valore evocativo, commuove e scuote gli animi.


Ma è davvero diventata così alta la soglia di accettazione del dolore e della sofferenza altrui ?

Dopo le immagini girate nei campi di concentramento, alla fine del secondo conflitto mondiale, quale orrore può ancora scandalizzarci ?

L’orrore a cui si è arrivati nella persecuzione e nel massacro premeditato di milioni di ebrei è qualcosa che certo ferma ogni possibilità di evocazione di categorie quali il male o il bene, la giustizia o l’ingiustizia.


Lì ci troviamo posti di fronte a qualcosa che va al di là del bene e del male, lì l’uomo ha toccato il punto massimo dell’orrore e della violenza che ci abita.

Abbiamo bisogno davvero di guardare in faccia l’orrore per cercare soluzioni?

E soprattutto, cos’ è di quell’immagine di un bimbo morto che davvero scandalizza ?

Incredibile potenza dell’immagine che ha fatto placare anche i vari Salvini, che hanno leggermente abbassato la cresta della loro supponente politica del respingimento .


Quando, in tempi non sospetti, invitavo a riflettere sul fatto che la crisi del medio oriente e la guerra dell’ ISIS sono un flagello per tutto l’occidente, non trovai facili consensi.

Ora con un bambino morto su una spiaggia finalmente ci si accorge che in Siria c’è la guerra e che la gente scappa perché è una guerra che la popolazione civile non è interessata a combattere.

Una guerra la cui origine ancora si fa fatica a comprendere, troppo facile credere che sia tutta colpa dei fanatici dell’ ISIS.

Sarebbe interessante capire dove comprano i militanti dell’ISIS le loro armi e chi ha armato i Curdi che, sempre in Siria, a loro volta combattono un’altra guerra per il possesso della loro terra.


Intanto, mentre Israele chiude le frontiere dichiarando che è uno stato troppo piccolo per accogliere tanta gente, la civilissima e splendida Vienna accoglie i profughi siriani .

Una guerra la si combatte solo se la posta in gioco è grande, l’occidente non si muove, qualcuno si batte il petto, qualcuno invita all’accoglienza, qualcuno mette in atto la legge e pensa al respingimento.

In guerra l’occidente non scende perché di Aylan morto in mezzo al mare e trascinato dalle onde non importa veramente davvero a nessuno.


Si combatte per ben altri motivi e chi conosce la storia sa bene quali.

Possono continuare a morire e fateci vedere pure come muoiono così da farci battere il nostro borghese cuoricino.

Le guerre costano e si combatte per ottenere qualcosa di materialmente rilevante: conquista di territori, potere, giacimenti di petrolio.

Le vite umane, compresa quella di Aylan, non hanno lo stesso valore di un pozzo di petrolio o del possesso di un intero territorio.


Aylan serve per commuoverci, Aylan è lo spettacolo del dolore di cui ci nutriamo come cannibali civilizzati, ottimo per una buona apertura in prima pagina, perché le questioni cruciali, l’intervento reale nessuno vuole veramente prenderlo in considerazione.

Ancora una volta ci troviamo posti di fronte ad una questione di valori. Restituire la terra a un popolo, fermare l’ISIS-fanatici religiosi armati e assetati di potere che distruggono l’arte, la storia e le tradizioni autentiche di una terra in nome di una religione- esportare i valori della democrazia, arrestare l’immigrazione di uomini espropriati di tutto, riscattare la morte degli innocenti, sarebbero atti imprescindibili .

Tutto questo può valere un’entrata in guerra da parte dell’occidente?

Intanto, prima che arrivino risposte concrete, godiamoci lo spettacolo di un bambino morto su una spiaggia.

Erdogan arresta un’altra giornalista straniera

Frederike Geerdink è stata arrestata, di nuovo, dal governo turco. La giornalista olandese si trovava nella provincia di Hakkari, a Yuksekova. La giornalista olandese fa base a Diyarbakir, la capitale morale del Kurdistan turco, da tempo ed era già finita nella mani del governo turco. La zona sud del paese è sempre più nel caos e i rischi stanno aumentando anche per i giornalisti stranieri, come testimoniano gli arresti dei giornalisti di Vice nei giorni scorsi.


La giornalista ha scritto sul suo account Twitter che sarebbe stata interrogata in un paio di giorni ma da allora non ci sono più state notizie. Al momento del suo arresto Frederike Geerdink si trovava con una organizzazione umanitaria a Yuksekova, nella provincia di Hakkari, al confine con l’Iraq e l’Iran. Una zona tumultuosa, teatro di molti scontri tra il PKK e l’esercito turco.


Frederike era stata arrestata lo scorso gennaio con l’accusa di propaganda per una organizzazione terroristica (PKK ndr), dopo l’assoluzione, inarrestabile, aveva subito ricominciato ad occuparsi delle questioni curde. La giornalista è una grande esperta dei curdi turchi ed è l’unica giornalista che abita stabilmente a Diyarbakir. Da questa posizione privilegiata sta documentando la ripresa degli scontri tra l’esercito e i curdi.


Gli scontri, difatti, sono ripresi con violenza dopo le recenti elezioni in cui Erdogan non è riuscito a ottenere la maggioranza assoluta a causa del successo dell’HDP, il partito moderato curdo, guidato da Selahattin Demirtas.


Demirtas ha, tra l’altro, appena dichiarato che non ci sono le condizioni per condurre una sana campagna elettorale. Erdogan ha fatto indire le elezioni nella speranza di riuscire, al secondo tentativo, di impadronirsi del potere assoluto e l’ostacolo tra lui e il suo obiettivo sono, appunto, i curdi. Erdogan, al posto che guadagnare consensi sembra perderne sempre di più, l’economia ha rallentato, la sua gestione della questione siriana non è stata apprezzata da nessuno ma Erdogan ha stupito più di una volta gli osservatori internazionali con risultati alle urne ben superiori alle stime.

GIOVANNI ANSELMO DALL’ARTE POVERA ALLE QUOTAZIONI DA 5 MILIONI

Giovanni Anselmo è uno di quegli artisti che, sebbene per lungo tempo sia stato poco considerato, è riuscito negli ultimi tempi a imporsi come uno degli artisti più richiesti da collezionisti e galleristi.

Una sua importante retrospettiva è in corso fino a gennaio del 2016 al Museo di Saint Etienne.

Una delle opere che troneggia nella sala principale è Dove le stelle si avvicinano di una spanna in più mentre la terra si orienta, del 2004.

Il lavoro di Giovanni Anselmo è stato definito con aggettivi come misterioso, rarefatto e mentale.


GIOVANNI ANSELMO DALL’ARTE POVERA ALLE QUOTAZIONI DA 5 MILIONI


Negli anni sessanta è stato uno dei protagonisti indiscussi dell’Arte Povera, sebbene il suo modo di intendere l’arte in senso concettuale, non si può comprendere esclusivamente all’interno delle sole categorie dell’Arte Povera.

Mentale come pochi, il suo lavoro proprio per quest’eccesso di meditazione, si è imposto con difficoltà .

Non vi è nessuna intenzione di coinvolgimento emotivo, nessuna intenzione estetizzante nelle sue opere che, proprio perché prendono le mosse dall’Arte Povera tendono per questo a ristabilire un rapporto in qualche modo estraniante con lo spettatore.

Anselmo muove dalla sintesi e dalla sintesi estrema trae la sua forza.


GIOVANNI ANSELMO DALL’ARTE POVERA ALLE QUOTAZIONI DA 5 MILIONI


I concetti intorno a cui lavora Anselmo sono il frammento, lo spazio e la leggerezza paradossalmente evocata e ricercata nell’uso di materiali pesanti.

Altri lavori invece evocano concettualmente la questione dell’invisibile, in un gioco di sottrazioni.

Minimalismo, strutture semplici, composizioni e trasformazioni sono i concetti della sua arte .

Negli anni, anche se con difficoltà, le sue quotazioni sono aumentate, già triplicate nel 2003 e poi nel 2012, sono esplose tanto che nel maggio scorso da Christie’s New York una sua opera dal titolo Torsione ha stabilito il record di 4 milioni e 775 mila euro.


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I ricercatori dell’Universitat Autònoma de Barcelona hanno creato il primo Wormhole magnetico

I Wormhole sono ipotetici tunnel spazio-temporali capaci di collegare due punti arbitrariamente distanti dell’Universo. Resi celebri dalle serie TV Star Trek e Stargate, nonché da numerosi testi di fisica divulgativa divenuti best seller, tra cui “La Grande Storia del Tempo” di Stephen Hawking, i Wormhole nascono in seguito allo studio di alcune particolari soluzioni alle equazioni di campo della Relatività Generale di Einstein. Sebbene la loro esistenza sia ancora ben lontana dall’essere dimostrata, essi costituiscono ad oggi l’unica soluzione plausibile al problema – più fantascientifico che pratico – dei viaggi interstellari. Purtroppo con le tecnologie di cui disponiamo non è possibile creare Wormhole gravitazionali, perché i campi necessari a generare distorsioni così estreme nel tessuto dello spazio tempo richiederebbero una quantità di energia gravitazionale inimmaginabile.


Ma nel nostro Universo non esistono solo Wormhole gravitazionali: le più recenti scoperte avvenute nel campo dell’elettromagnetismo, infatti, hanno consentito ai ricercatori dell’Universitat Autònoma de Barcelona di progettare e riprodurre il primo ‘Wormhole’ in grado di connettere magneticamente due diverse regioni dello spazio. Il risultato dell’esperimento è un tunnel che trasferisce un campo magnetico da un punto all’altro dello spazio rendendolo “invisibile” lungo tutto il percorso di attraversamento. Questo particolare tipo di Wormhole agisce in modo del tutto simile ai cunicoli spazio-temporali previsti dalla Relatività Generale, noti anche come ponti di Einstein-Rose, ma anziché veicolare particelle di materia si limita a trasportare campi magnetici.


Rappresentazione stilizzata del dispositivo creato nei laboratori dell'UAB


Per costruire il tunnel gli scienziati hanno utilizzato metamateriali e metasuperfici con caratteristiche peculiari, studiati appositamente per favorire il transito di un campo magnetico generato da sorgenti artificiali – ad esempio magneti ed elettromagneti – da un’estremità all’altra della struttura. L’effetto complessivo è quello di un campo magnetico che sembra viaggiare da un punto all’altro del tunnel attraversando una dimensione differente dalle tre dimensioni spaziali che ben conosciamo. Il ‘tunnel’ prodotto dai ricercatori presenta una struttura sferica stratificata nella quale lo strato più esterno è costituito da una superficie ferromagnetica, quello intermedio da un materiale superconduttore e quello più interno da un sottile cilindro composto da un foglio ferromagnetico che attraversa la sfera da un’estremità all’altra. La sfera è realizzata in modo tale da risultare magneticamente invisibile dall’esterno.


Alvar Sànchez, principale autore dello studio, spiega che il tunnel magnetico è molto simile ai Wormhole gravitazionali in quanto “cambia la topologia dello spazio, come se la regione interna sia magneticamente cancellata dalla realtà definita nelle tre dimensioni topologiche standard”. La scoperta costituisce un importante passo in avanti nello studio delle possibili applicazioni pratiche dei campi magnetici e potrebbe fornire una spinta decisiva allo sviluppo di nuove tecnologie, soprattutto nel campo della medicina.


FONTE: Autonomous University of Barcelona

ISIS distrugge i monumenti per nascondere il saccheggio dei reperti

Ci sarebbero motivi molto terreni dietro la furia iconoclasta mostrata da ISIS in un sito protetto dall’UNESCO come Palmira.
Secondo quanto raccontato dall’archeologa franco-libanese Joanne Farchack all’Indipendent dietro la distruzione dei templi di Palmira ci sarebbe un’abile regia che mira a nascondere il saccheggio operato sulle rovine. “Pezzi inestimabili che complessivamente possono valere miliardi di dollari” scompaiono e riappaiono nei paesi industrializzati.


ISIS secondo l’archeologa prima depreda ogni cosa che possa avere valore: statue, bassorilievi e mosaici poi fa saltare i templi in modo che nessuno possa accorgersi che manca qualcosa.
“Le antichità di Palmira sono già in vendita a Londra. Reperti siriani e iracheni depredati da ISIS sono già in Europa e non più in Turchia (i reperti vengono subito trasportati in Turchia e di solito rimangono lì in depositi segreti per anni ndr). Queste distruzioni nascondono una delle fonti di finanziamento dello Stato Islamico”.


Sempre secondo la Farchack lo Stato Islamico “ha imparato dai suoi stessi errori. Quando hanno iniziato l’opera di distruzione dei siti archeologici in Iraq e Siria hanno usato grandi martelli, grandi macchinari, distruggendo tutto rapidamente e riprendendolo su video. Hanno distrutto Nimrud in un giorno ma hanno fornito solo 20 secondi di immagini. Ora non hanno neanche più bisogno di rivendicare la distruzione di un sito. Per loro ci pensano le ONG e l’ONU. Prima si sparge la voce di esplosioni. Dopo escono le immagini che loro vogliono far emergere secondo i loro piani”.


Palmira, difatti, ha seguito un ordine ben stabilito: “Hanno iniziato con l’esecuzione di soldati siriani nel teatro romano. Poi hanno mostrato esplosivi attaccati ai pilastri romani. Dopo hanno decapitato l’ex direttore del sito, al-Asaad e quindi hanno fatto saltare in aria il tempo di Baalshamin. Hanno fatto inorridire il mondo che si è chiesto: Cosa succederà dopo? Il tempio di Bel. Ed è quanto è appunto successo. Ci saranno ulteriori scempi a Palmira secondo un calendario prestabilito. La prossima volta può toccare al grande teatro romano, quindi alla piazza del mercato dell’Agora… Hanno un’intera città da distruggere e hanno deciso di farlo secondo i loro tempi”.

ZUU: IO STO CON GLI ANIMALI

Il nuovo allenamento “bestiale” in arrivo dall’Australia.

Scordatevi il Crossfit, il Krav Magà e discipline varie ed eventuali: da oggi chi vuole rimettersi veramente in forma deve puntare la sua attenzione sugli… animali. Perché? Semplice. Arriva dall’Australia il nuovo allenamento che sta facendo impazzire star e sportivi di mezzo mondo chiamato Zuu, idea geniale dall’appassionato di fitness ed esperto di movimento del corpo umano Nathan Helberg.

 

Il concetto è molto facile: lo Zuu si articola in più di 100 movimenti unici, ciascuno dei quali mette al lavoro i sistemi aerobici e anaerobici e prende il nome dall’animale a cui è ispirato, come gorilla, orsi, iguane e rane. In sostanza questo allenamento (che ci verrebbe spontaneo definire “bestiale”) si traduce in un full body intensivo, basato interamente su movimenti “primordiali”, capace di mixare un allenamento a intervalli ad alta intensità con esercizi basati sui sette movimenti primari e più naturali del corpo umano: spingere, tirare, piegarsi, ruotare, accovacciarsi, saltare e spostarsi. Diffuso a livello internazionale tra atleti, squadre sportive e forze armate, il mix di forza ed energia di Zuu dà origine ad un allenamento intenso e coinvolgente che consente di bruciare fino a 600 calorie in 30 minuti. Non  solo: da questo mix di jumping ed esercizi ne conseguono indiscussi vantaggi per il recupero dell’agilità e lo sblocco muscolare.

Quindi non ci resta che provarlo quando, da settembre, sbarcherà in alcune palestre italiane. E nell’attesa prepariamoci guardando, perché no, una bella “sessione” di Super Quark!!!

 

 

Beautiful Sprinter looking forward with determination

Beautiful Sprinter looking forward with determination

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Intervista al fotografo Pino Leone

Siamo sull’ultima spiaggia, quella dei “nuovi fotografi”, quella dei “selfie tra le gambe fronte mare”, quella dei “workshop di nudo in una fabbrica abbandonata”.
L’era del digitale ha scaravoltato (alla Parodi) la fotografia e soverchiato il buon gusto, il rigore, a volte la decenza.
Eccezioni ne esistono ancora in questa valle di lacrime, un esempio è Pino Leone, che ancora sopravvive grazie alle sue idee e forse grazie alla collocazione geografica della sua dimora.

Chi è Pino Leone? Pino Leone è un ragazzino che alle scuole medie imparava “fotografia” – Chissà in quel periodo a quanti poteva interessare la materia. Vi rispondo subito: solo 8 suoi coetanei, mentre oggi probabilmente ci sarebbe la fila come alle ore 20.30 all’Esselunga di un sabato d’estate.
Pino scattava in pellicola, ebbene, quanti “nuovi fotografi” oggi scattano in pellicola? (conoscete la risposta) ed ebbe una gran botta di fortuna, diciamolo, incontrando il grande Oliviero Toscani, che subito gli propose di andare sul set a imparare il mestiere.

Con la sua prima Zenit, il povero ragazzino cadde in una trappola tesa dal fratello: un corso di fotografa nell’esercito, tra carri armati, motori, reportage di esercitazioni alla “Full metal jacket” di Kubrick. Un inganno per calmare lo spirito ribelle di chi, alla fine, a briglie sciolte, prenderà la sua strada, ma fregato dal suo stesso sangue si spara 9 anni e mezzo tra maschiacci e parolacce.

Pino Leone, in semi-isolamento, nella sua camera oscura di 300 mq, sviluppa ritratti e la voglia di continuare con la fotografia. Le agenzie notano il suo tratto pulito, il suo bianco e nero secco, deciso e finalmente stacca il cordone ombelicale da quello che finora era stato il suo “laboratorio-sperimentale”.

La fortuna bussa alla sua porta in veste di amico – un designer di abiti da sposa – lui fa “clic” e finisce sulle pagine di Vogue. E come tutte le fortune, arrivano insieme colorate di numeri: è il 1991 , 128 pagine di pubblicità, 3 sale posa per 1 studio a noleggio e ben 7 assistenti. La moda è la sua nuova compagna.

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Antonella Salvucci fotografata da Pino Leone



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Happy Easter



Roma, Parigi, Milano, tra cataloghi, sfilate, pubblicità, è tutto leggero eppure così solido da dover dire “No” ad alcune offerte.
Ora, Pino Leone, ha ottenuto quello che desiderava. Cosa? La Libertà! La libertà di scegliere COSA fotografare. Ed inizia il suo linguaggio espressivo: il nudo.

Tutto va a pari passo con l’ascesa della moda, apre un’agenzia a Roma dove lavora in simbiosi con la sua compagna Sara, una Roma lontana dalle competizioni meneghine, lontana dagli “sgambetti” e dai preventivi da “calende greche”.

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Fashion Files Magazine



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uno scatto di Pino Leone



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uno scatto di Pino Leone



WOLF Magazine issue 2

WOLF Magazine issue 2



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Wolf Magazine



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Kory



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Roxana



 

Quando gli chiedo se apprezza qualche giovane fotografo mi risponde secco “Non ho tempo per sfogliare il lavoro degli altri, non sono in competizione con nessuno e con tutti i miei amici fotografi c’è un rapporto di stima reciproco”.

Non stento a credergli – Pino è il tipo di persona cui è facile volergli bene – la nostra intervista si è consumata al tavolo di un grazioso ristorante romano, sorseggiando del buon vino, mentre Sara (sua compagna e collaboratrice) racconta del loro orto con la sigaretta in mano e lui fantastica, con l’entusiasmo di un bambino, su una vita alle Seychelles tra rocce, spiagge bianche e fitte foreste. Il luogo delle sue fotografie.

Fotografi preferiti: Helmut Newton – Richard Avedon- Horst P. Horst

 

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Marie Claire Russia Luglio 2015



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VANESSA HESSLER



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beauty by Pino Leone



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da un editoriale di Pino Leone

 

Lo stile di Alexa Chung

È una delle it girl più seguite e ammirate al mondo, detta tendenze da anni e ha uno stile unico. Alexa Chung è una delle più amate icone di stile dei nostri giorni.

Sangue misto anglo-cinese nelle vene, vispi occhi a mandorla di un insolito blu e uno charme che ricorda Jane Birkin e le icone degli anni Sessanta, Alexa Chung è anche modella, presentatrice tv e contributing editor per Vogue. Versatile, simpatica, giovane, ha fatto della spontaneità la sua cifra stilistica.

Classe 1983, Alexa Chung è nata nell’Hampshire da una casalinga britannica e da un designer cinese, ed è la più giovane di quattro figli. All’età di 14 anni la famosissima agenzia Elite Model Management le offre un contratto come modella, a cui segue, due anni più tardi, un nuovo contratto con la Storm Model Agency.

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Classe 1983, Alexa Chung è nata nell’Hampshire da madre inglese e padre cinese

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Emblema del look radical-chic, Alexa Chung è una delle più famose icone di stile contemporanee



Grande fotogenia, un look androgino e grintoso, Alexa Chung nella sua carriera come modella compare in riviste come Elle Girl, Cosmo Girl e Cover Girl, nelle campagne pubblicitarie di Sony Ericsson, Sunsilk, Fanta e in alcuni video musicali. Inoltre nel 2005 partecipa al reality show Shoot me, in onda su Fashion TV.

Dopo aver abbandonato la carriera di modella -eccezion fatta per le saltuarie collaborazioni come testimonial per i prestigiosi brand che se la contendono ormai da anni- la Chung inizia a lavorare come presentatrice per le emittenti BBC e Channel 4 e MTV, dove presenta il programma “It’s on with Alexa Chung”.

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Uno stile ricco di suggestioni Sixties e richiami ad icone del calibro di Jane Birkin

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Look tipicamente Chung: camicia, shorts e ankle boots

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Famosa la sua predilezione per l’animalier

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Alexa Chung in Burberry

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Sfegatata amante del denim, in tutte le sue sfumature



Il suo stile rock-chic si impone sempre più all’attenzione dei media, che fanno carte false per averla: ha sfilato per la collezione di Vivienne Westwood Red Label P/E 2009 e ha prestato il suo volto come testimonial per DKNY Jeans, Pepe Jeans, Lacoste. Nel giugno 2009 diventa Contributing editor per Vogue UK.

Musa di numerosi designer, il suo nome è onnipresente nelle liste delle meglio vestite al mondo. È apparsa su Vogue, Elle, Harper’s Bazaar e nel dicembre 2010 è stata insignita del prestigioso British Style Award. Apparsa anche in un episodio della serie tv più stilosa al mondo, Gossip Girl, le è stata anche dedicata una borsa dal brand inglese Mulberry, la Alexa.

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Chiodo di pelle su gonne austere e camicie da collegiale

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Gonne a ruota su golf e cardigan con scarpe flat

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Minigonna e scarpe flat, per un look Swinging

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Colletto e mood floreale



Lunghe gambe nervose, un caschetto sbarazzino e uno stile molto personalizzato: Alexa Chung può essere definita l’emblema dello stile radical-chic. Suggestioni che rendono omaggio alle dive della Swinging London si mixano ad elementi rock. Largo a magliette a righe, shorts indossati su anfibi, gonne a ruota su cardigan, francesine o stringate flat sotto jeans skinny.

Uno stile fatto di shift dress -i famosi abitini a trapezio- giacche biker indossate sopra romantici abiti con colletto da collegiale spezzate da grintosi ankle boots. E ancora un grande amore per il denim, in un mix and match ironico e attualissimo.

Famosa la sua predilezione per l’animalier, meglio se mixato al denim. Camicie e minigonne non mancano mai, insieme a trench dalla linea classica e sartoriale, per un piglio intellettuale. Un’icona di stile contemporanea e un look da copiare assolutamente.


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GISELLE BUNDCHEN TESTIMONIAL DEL NUOVO SPOT STUART WEITZMAN

Lanciato ufficialmente il 30 agosto 2015 scorso agli Mtv Video Music Awards il nuovo spot Stuart Weitzman.


Ci sono già passate star del calibro di Beyoncé e Taylor Swift, ma quest’anno la parte se l’è aggiudicata lei, la bellissima ex-modella brasiliana Giselle Bundchen.

Abbandonate le passerelle, Giselle pare proprio non entrare nel dimenticatoio degli stilisti di mezzo mondo, anzi sono sempre più numerose le sue partecipazioni a spot e campagne pubblicitarie. Proprio come è avvenuto per l’attesissimo spot realizzato ogni anno dal marchio di calzature Stuart Weitzman, divenuto ormai quasi un appuntamento per tutto il fashion system che anche quest’anno non ha mancato di ricevere il massimo delle attenzioni. Ebbene sì, perché dopo avere visto il girato di 30 secondi, alzino la mano quanti (e anche quante) non sono rimasti incantati (o invidiosi) delle chilometriche gambe della Bundchen che, in forma come non mai, si muove leggiadra seguendo il ritmo di una colonna sonora tutta anni 80. Una scelta non causale ma abbinata ad una mise perfetta che vede la modella fasciata in un body in stile disco ’80 e ai piedi i nuovi “KOKO”, stivaletti di punta della collezione fall/winter 2015/16 di Stuart Weitzman. Attorniata da ballerini, Giselle accenna così passi di danza davanti all’obiettivo di un sempre supremo Mario Testino che, ancora una volta, ne immortala per sempre l’autentica bellezza.

Il video proiettato in occasione degli MTV Video Music Awards è stato così un vero successo. Come del resto la nuova collezione di Stuart Weitzman, contraddistinta da quei modelli chiamati “Gambe infinite” (i cuissardes) dei quali sarà impossibile non innamorarsi. Un’epidemia preannunciata… un po’ come per l’hashtag della maison #inourshoes già tormentone di mezzo mondo fashionista.

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Irene Galitzine: la principessa della moda

Nel panorama della moda anni Sessanta una figura unica nel suo genere è stata Irene Galiztine.

Sangue blu nelle vene, Irene nasce nel 1916 a Titflis, nel Caucaso, dalla Principessa Nina Larazeff e da Boris Galitzine, ufficiale della Guardia Imperiale.

Portata a Roma ad appena un anno dalla madre, profuga della Rivoluzione d’Ottobre, viene accolta nella Capitale dai duchi Sforza Cesarini e viene educata come si addice ad una nobildonna: frequenta il famoso Sacro Cuore di Trinità dei Monti, antica e prestigiosa scuola privata dove venivano iscritte le ragazze della Roma bene; successivamente completa la sua formazione studiando Storia dell’arte, sempre a Roma, inglese a Cambridge e francese alla Sorbona.

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Un ritratto della couturière

Principessa Irene Galitzine nella casa di Via Po con uno dei suoi celebri pyjama palazzo, 1962

La principessa Irene Galitzine nella sua abitazione di via Po con uno dei suoi celebri pigiama palazzo, 1962

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Un modello Galitzine, 1962

Ivy Nicholson in Irene Galitzine, foto di Federico Garolla Roma 1953

Ivy Nicholson in Irene Galitzine, foto di Federico Garolla Roma 1953

Veruschka in Irene Galitzine, Vogue UK Luglio 1965

Veruschka in Irene Galitzine, Vogue UK Luglio 1965

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Irene Galitzine 1965 – Foto di Elsa Haertter in Siam – Da Grazia n.1923



La giovane Irene, capelli corvini e charme caucasico, è un’esponente di spicco dell’aristocrazia romana ed internazionale. Nel 1945 inizia la sua carriera nella moda, lavorando come indossatrice presso lo storico atelier delle sorelle Fontana, dove cura anche le public relations.

Dopo essere rimasta affascinata dalla moda pagina, nel 1947 apre la propria sartoria, in via Veneto. La principessa veste Balenciaga, Dior, Fath e per il suo atelier compra i modelli direttamente da Parigi.

La sua prima collezione è del 1958 ed è firmata a quattro mani, con il supporto del genio di Federico Forquet: mannequin d’eccezione è la contessa Consuelo Crespi, fashion editor di Vogue US. Inizia così il mito di Irene Galitzine. L’anno seguente sfila con la sua collezione di alta moda P/E negli Stati Uniti d’America e un suo abito nero da cocktail vince il primo di una lunga serie di riconoscimenti.