Archive for ottobre, 2015

Gigi Hadid nuovo angelo di Victoria’s Secret

Lunghi capelli biondi, un volto perfetto dalle labbra carnose e un fisico statuario, dalle curve mozzafiato. Gigi Hadid è stata appena scelta come nuovo Angelo dalla celebre maison di intimo Victoria’s Secret.

La top model, classe 1995, è oggi tra le modelle più richieste: nata a Los Angeles, nelle sue vene scorre sangue misto: la bella Gigi è figlia dell’operatore immobiliare palestinese Mohammed Hadid e dell’ex modella olandese Yolanda Foster. Inedito mix che rende la bellezza della modella ancora più particolare.

Sorella di Bella Hadid, anche lei top model del momento, la bionda Gigi è apparsa sull’ultima edizione del Calendario Pirelli, in cui è ritratta strizzata in un body in latex super sexy.

Gigi Hadid per ELLE Canada Novembre 2015

Gigi Hadid per ELLE Canada Novembre 2015

Protagonista del mese di novembre nel calendario Pirelli 2015

Protagonista del mese di novembre nel calendario Pirelli 2015

In passerella per Tommy Hilfiger, P/E 2016

In passerella per Tommy Hilfiger, P/E 2016



Protagonista indiscussa delle ultime fashion week, la sua bellezza esplosiva è stata recentemente al centro di numerose polemiche: incredibile ma vero, Gigi Hadid è stata apostrofata come troppo formosa per le passerelle, almeno a detta dei suoi (pochi) detrattori. Non la pensa invece così Victoria’s Secret: il colosso americano dell’underwear ha infatti ingaggiato la splendida modella come nuovo angelo. Ad Edward Razek, il creative director e producer dello show Victoria’s Secret, sono bastati pochi minuti per capire che quel fisico atletico ma dotato di curve sensualissime era perfetto per il brand.

Considerato l’evento mediatico per eccellenza, la sfilata di Victoria’s Secret ha visto protagoniste le donne più belle del mondo: da Adriana Lima a Doutzen Kroes, da Candice Swanepoel ad Alessandra Ambrosio. Con un video diffuso in rete dallo stesso brand e divenuto già virale, la ventenne Gigi annuncia entusiasta il nuovo contratto.

Gigi Hadid è nata a Los Angeles nel 1995

Curve esplosive per la modella, nata nel 1995

La modella è stata il volto di Maybelline New York

La modella è stata il volto di Maybelline New York

Sulla cover di Vogue Brasile, luglio 2015

Sulla cover di Vogue Brasile, luglio 2015



Protagonista dell’ultimo video di Calvin Harris, che la valorizza in tutto il suo splendore, già cover girl di Sports Illustrated e volto di Guess e Maybelline New York, la top model statunitense si appresta ora a divenire la protagonista più attesa della sfilata di Victoria’s Secret, che si terrà il prossimo 8 dicembre a New York, con ospiti del calibro di Rihanna e Selena Gomez. Della serie, evviva le curve.


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Halloween: must have da indossare

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È la notte più spaventosa di tutto l’anno: Halloween sta per arrivare, con tutte le sua tradizioni e il suo mistero. “Trick-or-treating” è il motto con cui i bambini vanno di porta in porta: dolcetto o scherzetto è la parola chiave, ma le mise indossate sono da brivido.

Il dress-code della serata prevede tutto il necessario per riuscire in un unico scopo: spaventare. E la moda si comporta di conseguenza, proponendo una vasta gamma di modelli, per essere le più ammirate della serata.

Largo a suggestioni gothic, tra abiti lunghi o bodycon dress voluttuosi e sexy: nero passepartout, ma anche tutta la palette cromatica del prugna, del borgogna e del blu notte, tra pizzi e velluti: per delle novelle streghe ad alto tasso di seduzione.

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Halloween visto da Tim Walker per Harper’s Bazaar, 2009

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Tim Walker e Tim Burton uniti in uno shooting da brivido

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Occhi mostruosi sul tubino ASOS

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Scheletri proposti da Missguided



E grazie allo shopping online vestirsi con stile ed originalità è ormai alla portata di tutti: tantissime sono le proposte dei siti web più famosi, anche a costi contenuti, per uno stile accessibile ed originale.

Da ASOS c’è solo l’imbarazzo della scelta, tra bodycon dress raffiguranti mostri e scheletri e maxi dress dall’appeal sofisticato. Si procede con il nuovo trend di stagione, le felpe: coloratissime, le scritte stampate inneggiano alle streghe, per la serata più spaventosa di tutto l’anno. Largo a pelle e velluto, per capi dalle suggestioni vagamente fetish: body mozzafiato e pencil skirts che valorizzano le curve, o ancora maxi gonne dagli spacchi audaci. Capi low-cost ma dal grande impatto scenografico, per un mood scary.

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Felpa ASOS

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Mood festish per Halloween secondo Missguided

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Crop top per il vestito aderente in velluto ASOS

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Spacco hot per la tuta lunga con cintura, sempre ASOS



Pizzo nero protagonista assoluto, per trasparenze hot o tubini ad alto potenziale erotico: perché in fondo essere sexy non guasta, neanche ad Halloween. Effetto vedo-non vedo su maxi dress e tubini con scollatura bardot. Immancabili gli accessori, come le maschere, must have della serata, o le scarpe, meglio se cuissardes stringati, per un look sofisticato dagli accenni boudoir.

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Nude look e giochi di pizzo per il maxi dress Missguided

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Stile vittoriano per l’abito in pizzo di Warehouse

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Sexy l’abito in pizzo proposto da Boohoo

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Design e charme nella maschera di Johnny Loves Rosie

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Sexy gli stivali proposti da Missguided



La regola d’oro per Halloween è fondamentalmente una: osare. E tante sono le celebrities che hanno preso in parola questa massima, a partire dall’immancabile icona di stile Kate Moss: la top model è un’habitué delle feste di Halloween, e le sue mise sono sempre riuscite, come quella stile Morticia Adams. Anche la splendida Adriana Lima ci ha regalato degli outfit originalissimi, come la sua interpretazione della sposa cadavere. Halloween tra tutte le festività è quella con il maggiore impatto sulla moda e lo stile: già negli anni Cinquanta le dive più famose si agghindavano da streghe per shooting e campagne pubblicitarie. Indimenticabile Ava Gardner a cavallo di una scopa, o Veronica Lake versione strega. Una tradizione che non smette di affascinare.

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Kate Moss e Jamie Hince

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Adriana Lima versione sposa cadavere

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Ava Gardner

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Halloween negli anni Cinquanta

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Veronica Lake




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Pauline de Rothschild: l’incarnazione dello stile

Come si vive a Gerusalemme dopo le tensioni degli ultimi giorni

Per chi vive a Gerusalemme è normale fare la coda ai checkpoint. Ad alcuni capita di morire mentre si fa la fila, come alla donna che era in coda ad un checkpoint per andare in ospedale. La presenza dei poliziotti israeliani armati di tutto punto è una abitudine nella città santa per le tre religioni monoteiste.


Questo è uno dei periodi più tesi nella storia recente di Gerusalemme. Il susseguirsi d’incidenti è senza pausa. Tra il 3 e il 17 ottobre ci sono stati 16 attacchi nella città, la maggior parte accoltellamenti. 6 israeliani sono morti nella città.
La cosa strana è che nessuno degli aggressori aveva precedenti o aveva forti motivazioni ideologiche.


La risposta del governo israeliano è stata quella di aumentare la presenza della polizia e di fare migliaia di arresti. Sono aumentati i posti di blocco e i checkpoint. Addirittura è stato costruito per un breve periodo un muro intorno a un quartiere arabo. Per 12 giorni non ci sono stati attacchi.


Per i 300.000 palestinesi di Gerusalemme est la vita non è mai stata semplice, oltre ai soliti problemi economici ora molti israeliani di estrema destra stanno comprando case in zone palestinesi, le demolizioni e gli sfratti sono aumentati e la tensione è sempre più alta.


Israele ha annesso Gerusalemme est nel 1967 con una mossa che è stata condannata da tutto il mondo e ora Netanyahu ha continuato a sostenere che non dividerà mai Gerusalemme, nonostante i Palestinesi vorrebbero fare di Gerusalemme est la propria capitale. Nel momento dell’annessione era stata offerta ai residenti la possibilità di prendere la cittadinanza israeliana ma pochissimi accettarono. Ora quelle persone sono cittadini permanenti. Hanno la possibilità di muoversi all’interno dello stato di Israele ma non possono votare alle elezioni.


Nonostante tutto questo i cittadini palestinesi secondo alcuni sondaggi, nel caso di una divisione preferirebbero stare con Israele. Considerata la situazione a Gaza, in Libano o in Siria a Gerusalemme est si sta bene ma rispetto alla Giordania, ad esempio o a Rehavia la situazione non è così rosea. I servizi sono scarsi, pochi ospedali, scuole o uffici postali. Un terzo delle case non ha l’acqua corrente. La maggior parte delle persone vivono al di sotto della soglia di povertà. La disoccupazione è al 40% per gli uomini e all’80% per le donne.


Come si vive a Gerusalemme dopo le tensioni degli ultimi giorni


Uno dei motivi delle rinnovate violenze è a ripresa della politica delle demolizioni punitive. La casa di famiglia di Ghassan Abu Jamal è stata distrutta il 6 ottobre per punirlo di un attacco in una sinagoga lo scorso inverno in cui rimasero uccisi 5 rabbini e un poliziotto; dopo una settimana dalla demolizione suo cugino si è lanciato in macchina su una fermata d’autobus e ha ucciso con un coltello un passante. Ora anche la sua casa sarà demolita.


Altra misura che sta creando violenza è la decisione, ripresa in considerazione, di togliere il permesso di residenza permanente ai residenti di alcune zone di Gerusalemme particolarmente violente o degradate. Questo isolerebbe ulteriormente gli abitanti di quartieri come Shuafat. Il ragazzo che ha accoltellato al collo un poliziotto prima di essere ucciso a colpi di pistola a un checkpoint era, appunto, un abitante di Shuafat.


Uno dei punti più caldi della città rimane la spianata delle moschee che nonostante sia gestita dalla Giordania continua a essere motivo di scontro tra palestinesi e israeliani come quando la polizia ha sfrattato 5 famiglie palestinesi nel quartiere adiacente alla spianata per far posto ad alcuni coloni israeliani.

Pauline de Rothschild: l’incarnazione dello stile

Quando si parla di moda e stile, la si venera come una dea. La baronessa Pauline de Rothschild è stata una delle più longeve ed influenti icone di eleganza. Uno stile a trecentosessanta gradi, che comprendeva diversi settori dell’arte e della cultura, dal momento che la celebre icona è stata anche scrittrice, fashion designer e traduttrice di diverse opere, dalla poesia elisabettiana ai testi teatrali di Cristopher Fry.

Pauline Fairfax Potter Leser nacque il 31 dicembre del 1908 nel quartiere parigino di Passy da due americani espatriati, originari di Baltimora e successivamente stabilitisi a Parigi. La madre di Pauline è Gwendolen Playford Cary, una pronipote di Thomas Jefferson nonché lontana cugina dei Lord britannici Falkland e Cary, mentre suo padre è Francis Hunter Potter, un playboy nipote di Alonzo Potter, vescovo della Chiesa Episcopale di Pennsylvania. Nipote di Francis Scott Key e diretta discendente di Pocahontas, la celebre principessa indiana protagonista di svariate leggende e film, Pauline Potter era esponente di una delle famiglie più antiche degli Stati Americani del Sud, che vantavano una lunga discendenza a partire dal XVII secolo.

Il padre abbandona lei e la madre, e quest’ultima diviene in breve tempo preda dell’alcolismo. La piccola Pauline viene quindi spedita da alcuni cugini a Baltimora: elegante ed ambiziosa, la ragazza è un pesce fuor d’acqua in quell’ambiente. “I want to have a more interesting life”, “voglio avere una vita più interessante”, dichiara ancora giovanissima. Pauline si colora le unghie, compra mobili in stile bohémien e coltiva una propria eleganza, assolutamente inadeguata a quel contesto provinciale. Bella ma non in modo convenzionale, una pelle imperfetta, una statura smisurata per l’epoca e lineamenti che sfuggivano ai canoni estetici classici, la giovane ha una voce che incanta e una grande cultura. La sua ambizione è quella di sposare un uomo provvisto di titolo nobiliare, ed è disposta a grandi sacrifici pur di ottenere il suo scopo.

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Pauline de Rothschild è stata socialite, icona di stile e fashion designer di successo



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All’anagrafe Pauline Fairfax Potter Leser, la futura baronessa Rothschild nacque nel quartiere parigino di Passy da due genitori di origine americana



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La baronessa ritratta da Horst P. Horst nella celebre camera da letto del suo appartamento parigino



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Gli splendidi interni dell’appartamento parigino arredato dalla baronessa



Ancora giovanissima, paga lo scotto di uscire dall’angusta realtà di Baltimora sposando Fulton Leser, un giovane di buona famiglia: ma il matrimonio naufraga in fretta a causa delle scarse doti amatorie del giovane. Enigmatica come Greta Garbo, la sua attrice preferita, grandissimi occhi su un viso severo e capelli biondi, chi pensa che Pauline debba tutto al suo matrimonio con il barone Philippe de Rothschild, celebratosi nel 1954, ha molto da studiare: l’icona di stile era già un’eminente firma del Baltimore, svolgeva già brillantemente la professione di personal shopper ante litteram a New York, dirigeva negozi a Palma de Mallorca, lavorava negli stores di Elsa Schiaparelli a Londra e Parigi ed era una fashion designer di successo, capo del dipartimento ordini presso l’impero di Hattie Carnegie, nel cuore di Manhattan. Quest’ultima, al secolo Henrietta Kanengeiser, riconobbe immediatamente il talento della giovane Pauline, che lavorò lì dal 1945 al 1953 e si stima che fu una delle donne più pagate dell’epoca, negli Stati Uniti. Una self-made woman in piena regola, insomma, per la quale il matrimonio con un uomo del calibro di Rothschild era forse l’unica unione possibile, in un connubio di eleganza e cultura.

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Insuperato capolavoro di stile che rispecchia in pieno il gusto di Pauline de Rothschild



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Una foto dei baroni



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Il matrimonio tra il barone de Rothschild e Pauline Potter fu celebrato nel 1954



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Bellezza anticonvenzionale, Pauline de Rothschild con la treccia da un lato, l’acconciatura che la rese celebre



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Pauline ritratta da Shaun Thompson



Socialite amata e venerata, fu ritratta, tra gli altri, da Cecil Beaton e Horst P. Horst. Il suo stile fu sdoganato ufficialmente a seguito delle sue nozze, quando fu immortalata da Vogue, Harper’s Bazaar, Towm & Country e Women’s Wear Daily. Vero e proprio idolo della moda, la sua figura divenne celebre e fu accostata a nomi come Jacqueline Kennedy Onassis, Diana Vreeland, Coco Chanel e la Duchessa di Windsor.

Ossessionata dai capi Balenciaga, Courrèges e Yves Saint Laurent, Pauline era anche una fine intellettuale, nonostante il tempo speso nei camerini a provare i capi più lussuosi delle maison dell’epoca. Il suo stile tuttavia si esprime anche nella sua incredibile capacità di arredare gli interni delle sue sontuose abitazioni: celebre è diventata la camera da letto del suo appartamento di Parigi, piena di uccelli variopinti stilizzati alle pareti. Le sue sale da pranzo erano decorate con letti di muschio, sul modello dei dipinti giapponesi del Diciassettesimo secolo. Il suo appartamento londinese era pieno di tappeti di taffettà, e la baronessa era solita svegliarsi ogni mattina in mezza dozzina di camelie in fiore, su ispirazione dei palazzi di San Pietroburgo immersi nel paesaggio invernale. Porte multicolore direttamente importate dalla Spagna, letti di rose e giochi cromatici blu e oro che monopolizzavano l’attenzione. La sua lontana cugina Diana Vreeland mantenne intatte quelle pareti nel salotto dell’appartamento newyorchese dei Rothschild.

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Pauline de Rothschild in uno scatto di Horst P. Horst, Vogue, 1 marzo 1950



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Pauline de Rothschild è stata anche traduttrice della poesia elisabettiana e dei testi teatrali di Cristopher Fry



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La baronessa in uno scatto che ne immortala l’intramontabile eleganza



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Pauline de Rothschild in uno scatto di Cecil Beaton, anni Cinquanta



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L’icona di stile prediligeva capi Balenciaga e Yves Saint Laurent



“L’ultima esteta”, la definì il decoratore Russell Bush, capace di organizzare la sua sfera privata in modo artistico e sublime. Incarnazione dello stile, Pauline de Rothschild aveva un’attenzione certosina per i dettagli. Certo, il tempo e il denaro per soddisfare le proprie fantasie, anche le più ardite, non mancavano di certo a casa Rothschild. Ma l’estro non è qualcosa che si può acquistare col denaro, d’altronde. E se è vero che l’eleganza è innata, la baronessa scrittrice dalla lunga cosa di cavallo intrecciata su una spalla, e dall’amore per le stampe indiane e l’interior design, di eleganza ne aveva da vendere. Scomparsa nel 1976, la sua eredità stilistica è ancora oggi mirabile esempio di un’intramontabile eleganza e il suo ricordo è vivo più che mai.


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Pasolini e gli immigrati approdano a Messina

I diritti civili sono in sostanza i diritti degli altri.
(Pier Paolo Pasolini)


Se oggi Pier Paolo Pasolini fosse vivo non ci sarebbero dubbi starebbe dalla parte degli immigrati, dei senza terra, dei disperati.
Preambolo d’obbligo per andare alla notizia che apprendo dall’Avvocato Gaetano Majolino: in terra di Sicilia, nella splendida Messina, nell’antico ed elegante Teatro Vittorio Emanuele, andrà in scena dal 6 al 15 novembre alla Sala Laudamo lo spettacolo: VENTO DA SUD EST, liberamente tratto da Teorema di Pier Paolo Pasolini con la regia del giovane e talentuoso Angelo Campolo.
Lo spettacolo vedrà attori protagonisti i giovanissimi immigrati, spesso minorenni, che ormai giornalmente sbarcano nello sterro di Messina in cerca di una vita nuova.


Pasolini e gli immigrati approdano a Messina


L’avvocato Majolino mi fa giustamente notare come Messina, una città storicamente conservatrice, con questo progetto sta mostrando all’Italia intera, in una situazione oggettivamente difficile, come sia possibile un modello di integrazione e di accoglienza che pone l’essere umano davvero al centro.
Dice Gaetano Majolino: “In una situazione difficile si sta proponendo un modello di integrazione all’avanguardia, rispetto a tante realtà Messina è un modello di accoglienza, vi è anche da sottolineare l’impatto positivo sulla popolazione messinese, non ci sono tensioni ma un clima sereno, inoltre il nostro modello di integrazione ha suscitato l’attenzione dell’Avv. K. Maloney, docente della Columbia University di New York che è stata a Messina in occasione del seminario ‘Immigrazione e diritti dei minori non accompagnati’.”


Pasolini e gli immigrati approdano a Messina


Di seguito l’intervista al regista dello spettacolo Angelo Campolo che si è cimentato nell’impresa non facile di mettere in scena un testo complesso come Teorema e soprattutto di dirigere giovani che fino al giorno prima avevano come unica priorità solo quella di sfamarsi.
Questa iniziativa è degna di nota e dovrebbe avere risonanza nelle alte sfere della politica perché insegna qualcosa di fondamentale: attraverso la cultura si può cambiare il mondo, non ci sono altre strade perché il mondo sia migliore, così che tutti possano avere il diritto ad una vita dignitosa perché come recita Usmàn, una giovane migrante del Mali:
“L’esilio non conosce la dignità. Per aver da mangiare cambi religione, per avere da bere, perdi il rispetto. L’esilio non conosce la dignità. Non c’è niente davanti quando sei nel deserto, tutto è alle spalle come una vita che non ti è appartenuta. L’esilio non conosce la dignità, non conosce la fatica, il sole, il freddo, la prigione. Bisogna avere pazienza, modestia, coraggio e tolleranza”.
Questo il “teorema” che andrà in scena il 6 novenbre a Messina, buon debutto a questi giovani ragazzi con l’augurio che la vita sia più dolce con loro…


Pasolini e gli immigrati approdano a Messina


Ti sei formato con Ronconi, un grande maestro della storia del teatro italiano, cos’ è il teatro per Angelo Campolo?


Possono esserci molti modi di intendere e di praticare il teatro, tutti legittimi se portati avanti con onestà. Personalmente, come regista e formatore, amo un teatro “civile” che sappia instaurare, nei temi e nella modalità di rappresentazione, una comunicazione viva e forte con il pubblico di oggi, creando nuovi spettatori, con proposte più articolate e complesse del semplice allestimento di un cartellone. Oggi si parla tanto, ma nei fatti si fa ancora troppo poco. L’esperienza fallimentare del recente passato ha prodotto un teatro pubblico interessato a proporre titoli “classici” da vendere alla scuole o alle anziane signore della domenica pomeriggio, mentre il cosiddetto “teatro di ricerca” è chiuso in un’insopportabile autoreferenzialità che lo porta a dialogare solo con altri addetti ai lavori, all’interno di una “fortezza vuota”, per citare la recente definizione di Massimiliano Civica e Attilio Scarpinelli. A tutti piacerebbe fare i teatranti belli e maledetti, chiusi nel proprio tormentato percorso, ma i tempi in cui viviamo sono questi ed è necessario che il teatro smetta di guardarsi l’ombelico ed apra le porte a cosa avviene fuori nelle strade, nella politica, nella vita del nostro Paese. “Le chiese con le porte chiuse si devono chiamare musei” ha tuonato Papa Francesco. Figuriamoci i teatri.


Pasolini e gli immigrati approdano a Messina


Come ti è venuta l’idea di questo progetto?


Con la nostra compagnia “Daf – teatro dell’esatta fantasia” abbiamo creato “Laudamo in Città” un progetto articolato di gestione del ridotto del “Teatro Vittorio Emanuele” di Messina. Rassegne, orientamento nelle scuole, produzioni e soprattutto un percorso laboratoriale che si sviluppa nell’arco di un intera stagione attraverso diversi spettacoli. L’anno scorso abbiamo affidato a 4 registi il compito di mettere in scena 4 differenti chiavi di lettura del “Pinocchio” di Collodi. L’esperienza è stata un successo (seimila spettatori in 6 mesi in una sala da 120 posti) e quest’anno abbiamo deciso di alzare il tiro affrontando Pasolini in occasione della ricorrenza della sua morte. Nasce così “Progetto Parola Pasolini”, ovvero tre registi che produrranno con un gruppo di giovani attori, tre spettacoli declinati in forma diversa (prosa, teatro danza e musica) incentrati sull’opera e il pensiero di Pasolini. Io debutto il 6 novembre con VENTO DA SUD EST lo spettacolo che mi ha dato modo di conoscere e di portare sulla scena un gruppo di giovani migranti africani, sbarcati a Messina a fine agosto. Lavoro con loro da due mesi ogni giorno, grazie all’intervento dell’assistente sociale Clelia Marano, e sto vivendo forse una delle esperienze più belle della mia vita.


Pasolini e gli immigrati approdano a Messina


Chi è per Pasolini lo straniero?


Cinquant’anni fa in “Teorema”, il romanzo da cui siamo partiti io e Simone Corso per elaborare una drammaturgia originale, lo straniero viene descritto bello, biondo, provocante, probabilmente venuto dal paradiso a dimostrare come la classe borghese sia incapace di assorbire il verbo sacro. Oggi, invece, il nostro straniero viene dall’inferno e forse non ha neanche voglia di interagire con noi, ma piuttosto di attraversarci, dato che, con tutti i nostri allarmismi, polemiche e proclami, restiamo una piccola tappa all’interno di un viaggio davvero “biblico” in cui gli stranieri affrontano il deserto, la fame, un rapporto con la divinità che noi possiamo solo provare a immaginare, ma che certo non abbiamo il diritto di giudicare.


In cosa oggi è attuale la parola di Pasolini?


Non avrò i titoli accademici per pronunciarmi su Pasolini, ma posso dire che le sue parole ancora oggi spaventano perché portano messaggi duri da accettare. I “destinati a morire” di cui parla nelle sue “lettere luterane” siamo noi, ovvero coloro che hanno smesso di affrontare la vita, portatori sani di depressione e rabbia repressa. Quale intellettuale poteva e può dire, come lui “io scendo all’inferno”? Oggi tendiamo tutti a stare alla larga dall’impattare con l’esperienza della vita, preferiamo “archiviare” e “condividere”. Ecco perché abbiamo scelto di affidare ai ragazzi africani il compito di confrontarsi sulla scena con Pasolini, chiamandolo direttamente in causa. Chi meglio di loro può raccontare le ferite, i dolori, ma anche la forza e la grande vitalità che può regalarti lo scontro con la vita?


In che modo ha mantenuto o ti sei discostato da un testo così controverso, accusato anche di oscenità?


Dimenticando tutto il discorso sullo scandalo legato all’oscenità, fuori tempo massimo dopo 50 anni (“Teorema” è stato scritto e pubblicato nel ’68), e portando invece alla luce le domande di quel testo. “Sono pieno di una domanda a cui non so rispondere”, scrive Pasolini. Con VENTO DA SUD EST siamo partiti dall’idea che questa domanda ancora oggi pesa come un macigno sulle nostre coscienze. Abbiamo o no la capacità e la forza di accettare qualcosa di diverso da noi, assumendoci tutti i rischi nel bene e nel male di una scelta del genere? In scena c’è una grande porta che bussa continuamente per tutto lo spettacolo. I ragazzi africani parleranno l’italiano che hanno imparato con abnegazione e impegno in soli due mesi da quando sono sbarcati. Parleranno con la lingua del teatro fatta di musica, corpo e ritmo, che ho avuto il privilegio di insegnare loro, “ospiti” del nostro laboratorio. Gli italiani, invece, anche sulla scena, si terranno alla larga dalle parole di Pasolini, troveranno rifugio tra i fantasmi di Mary Poppins, la più zuccherosa tra le fiabe occidentali che racconti dell’arrivo di un ospite inatteso, spinto dal vento. Tante chiacchere, proclami, preghiere, propositi, progetti e musica a non finire. Ma alla porta qualcuno continua a bussare. Avremo il coraggio di aprire?

Telecom e il telemarketing scorretto

È l’ultima frontiera del telemarketing telefonico in Italia.
“Qui è l’ufficio contabilità di Telecom Italia. Volevamo informarla che dal prossimo bimestre scadono tutte le sue offerte e non ci sarà possibile proporLe nessuno sconto. Pagherà quindi quaranta euro in più “pausa “… Se decidesse di cambiare operatore sappia che con la riforma Bersani non dovrà fare nulla, non avrà costi e si occuperà di tutto il nuovo operatore. Volevamo solo informarla”.
In meno di un’ora un’altra telefonata. “Salve la chiamo da … (generalmente Vodafone o Fastweb, uno degli altri operatori, non cambia) volevamo proporle…”
Chiaramente la capacità di chiusura contratti telefonica della seconda telefonata è molto superiore essendoci stata la prima. E spesso le telefonate riguardano utenze intestate a persone anziane o in tarda mattinata quando “i mariti” (che ancora generalmente seguono queste cose) non sono in casa.


È questa la nuova frontiera del telemarketing da call-center, cui si affidano i commerciali dele compagnie telefoniche per generare contratti. Contratti che si traducono in pochi euro per l’operatore chiamante ma in migliaia di euro sia per il gestore del rapporto commerciale sia per la compagnia telefonica.
La pratica è molto diffusa e di certo la strategia adottata non è partita dagli operatori.
Almeno non credo affatto che Vodafone o Fastweb diano questa strategia e questa formula ai call-center cui si affidano per sviluppare la crescita del proprio fatturato e per attrarre clientela.


Chiaramente qui esistono una molteplicità di reati, che vannno dal millantato credito al falso, alla vera e propria truffa e raggiro, e che riguardano tutti la prima telefonata: non chiama nessun ufficio contabilità di Telecom, non esiste alcun rincaro, non esiste alcuna fine delle offerte. Il solo scopo è quelo di creare un’ansia ed una preoccupazione cui la seconda telefonata possa essere la soluzione attesa e provvidenziale.
Chiaramente – come direbbe anche l’ultimo degli avvocati – non c’è alcun nesso e responsabilità nelle azioni dell’operatore con la compagnia telefonica proposta nella seconda telefonata. Non vi è alcun coinvolgimento diretto nè azione deliberata. Nè chi chiama è dipendente della compagnia telefonica.
Esattamente come i titolari dei call-center, che non sono certo reponsabili e – affermano – non possono conoscere il contenuto della telefonata compiuta dal proprio dipendente (che spesso non ha nemmeno un contratto tale, e quindi viene anche meno un certo grado di responsabilità civile e penale) quasi come se quella telefonata fosse avvenuta “di sua iniziativa” e il contenuto “una sua creatura”. Già, anche quando le telefonate sono numerose, da parte di persone chiaramente differenti, e tutte uguali. Sarà un caso di creatività monocorde.
L’aspetto più drammatico è che alla fine di tutti questi reati ne finirebbero con il risponderne, proprio per quanto sin qui detto, i singoli operatori, coloro che materialmente ci mettono la voce e compiono il gesto e l’azione della telefonata.
 Gli ultimi, i mal pagati, i precari a vita, per quatrro soldi in tasca.


Eppure se andiamo a vedere i siti internet e le campagne di comunicazione delle grandi compagnie telefoniche, ci parlano spesso di responsabilità sociale di impresa, di etica, di correttezza, di trasparenza, di attenzione al cliente… e investono milioni dei loro ricavi in progetti sociali e ambientali.
Ecco, la domanda che sorge davvero semplice, banale e spontanea, forse anche apparendo un po’ ingenua, sarebbe… ma non è il caso di metterci un po’ di etica anche nel marketing, di darsi qualche limite, di controllare i sub appaltatori cosa fanno, come agiscono, e come raggiungono i risultati?
Perchè se è vero che parte degli utili derivano anche dal taglio dei costi, e quindi dal pagare sempre meno i call-center, è pur vero che consentire campagne come queste finisce con il diventare un boomerang, cui è difficile mettere una pezza. 
E regge poco l’idea del “non sapevo”, non sono miei dipendenti, non abbiamo dato noi queste direttive, non siamo responsabili, non potevamo sapere/controllare etc etc etc

I 4 negozi vintage più vantaggiosi di Milano

I 4 negozi vintage più vantaggiosi di Milano

I negozi vintage della capitale italiana dello stile si adeguano alle tendenze mondiali offrendo allettanti servizi per i propri clienti. Ecco, dunque, in esclusiva per D-Art, le quattro migliori boutique dell’usato selezionato presenti in città e non solo.

Il vintage è da sempre una parabola altalenante, vi sono i cultori e coloro che acquistano il second hand perchè spinti dall’ultimo trend. Milano è una città che da anni ospita tali categorie di acquirenti, residenti e non. E’ un mercato, quello della seconda mano, in continua evoluzione e è per questo che i negozi di ultima generazione e quelli storici hanno cercato di adeguarsi ai concorrenti sparsi nelle strade di tutto il mondo.
Ecco le quattro realtà che, nel 2015, possono vantare idee al passo con i tempi.

1. Aperto meno di due anni fa, Bivio pullula di clienti a ogni ora del giorno. Il motivo? La sua innovativa formula di shopping ha risolto i problemi di spazio di molti cittadini . Lo store, infatti, compra da privati che hanno armadi straripanti. Si tratta di una formula che da sempre esiste negli Stati Uniti e che in Italia consente di percepire il 30% del prezzo di vendita in contanti o il 50% in buono acquisto.
I capi e gli accessori, tutti sapientemente selezionati ai fini di una variegata proposta, vengono rimessi in vendita a prezzi decisamente vantaggiosi.
Per scoprire i giorni e le ore delle campagne acquisti basta consultare costantemente il sito e non aspettare altro che trarre vantaggi economici dal proprio guardaroba.

Bivio la salvezza di molti fashion addict

Bivio la salvezza di molti fashion addict

2. Dall’eclettismo a portata di tasche di Bivio alla storicità di Cavalli e Nastri. Conosciuto da sempre per l’accuratezza delle proprie selezioni, dagli anni ’20 a oggi, il negozio, nelle sue 3 sedi, funge anche da archivio per gli appassionati e gli addetti del settore.
La ricerca che lo contraddistingue viene effettuata nei vari angoli del globo e ogni location milanese dell’attività ha la sua particolarità. Nel negozio di Brera si possono trovare le scelte degli ultimi 50 anni come l’altissima sartorialità delle Sorelle Fontana e Balenciaga affiancate ai recuperi creativi dei designer emergenti.
In Via Mora 12 e 3 si trovano rispettivamente ciò che possiamo definire collezionismo, vale a dire selezioni dalla fine dell’800 agli anni ’70, le idee per l’uomo e gli oggetti di modernariato.
Anche Cavalli e Nastri, forte della sua selettività acquista da privati. I propri esperti ricevono su appuntamento oppure si recano direttamente a casa dell’interessato.

Un angolo del rinomato negozio Cavalli e Nastri

Un angolo del rinomato Cavalli e Nastri

3. Nel panorama cittadino del vintage, che resta comunque variegato e più o meno innovativo, vantando innumerevoli esponenti, si sta facendo strada Sine Modus.
Uno spazio nato nel 2012 come contenitore di capi senza tempo aggiornati secondo le attuali tendenze. Per le due titolari le fedeli alleate sono la macchina da cucire e tanta pazienza utili per ridar vita all’usato selezionato rendendolo contemporaneo.
Da negozio vintage e di recupero all’utilizzo delle stoffe, ricercate in tutta la Penisola, per la realizzazione di turbanti in varie fogge.
Proprio smontando gli abiti presenti in magazzino, Sine Modus ha iniziato a produrre copricapi divenuti ben presto feticcio di molte appassionate, tanto da essere eletti come simbolo del brand. Prodotti in una prestigiosa modisteria sono rivenduti nello store di Via Sirtori e anche online, dove il brand ha un’intensa attività social offrendo spunti e consigli per tutte le donne alla ricerca dello stile quotidiano.

Selezioni vintage e turbanti presso Sine Modus

Selezioni vintage e turbanti da Sine Modus

4. E’ proprio sul web che opera la boutique Ricerca di Arezzo, (e Milano) un piccolo paradiso nel centro della città toscana, che ha ramificato la propria realtà su varie piattaforme. La signora Rita Cantarelli, con il suo savoir faire, vi porterà alla scoperta degli accessori di nicchia più esclusivi e sarà disponibile nel reperimento delle borse che avete sempre desiderato, come le 2.55 di Chanel, la Kelly di Hermès e le Louis Vuitton limited edition. Nel caso di Ricerca è disponibile il servizio di conto vendita. Stanche dei vostri accessori di lusso? In poco tempo la signora Cantarelli provvederà a venderli garantendovi un’ottima provvigione.

Lusso second hand press Ricerca

Luxury second hand presso Ricerca

La moda e il riciclo diventano, quindi, carburante economico per un Paese che non ha mai smesso di reinventarsi, dando vita a dinamiche realtà che dal capoluogo meneghino faranno di sicuro breccia nel cuore dell’intera popolazione.

The Lobster di Yorgos Lanthimos, ovvero il sistema dell’amore

Nei giochi si assumono dei ruoli, ci si attiene a delle regole, discrete oppure ostentate, si entra in un sistema che per una durata imprecisa arbitraria vi estrae da un ambiente, ritenuto reale, e vi cala in un altro, ritenuto fittizio, una versione parziale esasperata del primo, a volte. Un film si presta al gioco, non che debba divertire rassicurante, anche la sofferenza breve lancinante può rientrarvi, forse per suggerire che le allusioni che promuove non sono del tutto innocue, ciò che lo rende esilarante è la precisione disinibita provocatoria delle semplificazioni che adotta.


The Lobster di Yorgos Lanthimos, ovvero il sistema dell’amore


Una tra le tante, farvi credere che siete osservatori estranei del gioco, come se non ne faceste parte, per poi lasciarvi intendere, troncando ogni dubbio, che ci state dentro, fino alla gola, e se avete riso, fin a quel punto, riderete un po’ meno. Se non avete mai giocato al sistema dell’amore, e può essere che lo crediate prima di aver visto The Lobster, di Yorgos Lanthimos, allora uno dei ruoli principali, a titolo gratuito certo, vi attende, perché è dedicato proprio a voi, e non è quello del lascivo analista di una abietta negazione del cuore umano, della denuncia a forti tinte di un autore che tratta il disinganno rabbioso e sfiduciato del cuore umano.


Quanto di caustico, potenzialmente deprimente e malvagio, di freddo artificio pianificato per farvi irritare, c’è in questo film, scuote un nervo anestetizzato, di sicuro, la vostra, nostra mitologia adagiata del sentimento genuino trasparente, ma non vi lascia senza vie d’uscita, anzi ve ne apre come di rado può accadere, ovviamente in un finale che a niente vale anticipare, proprio perché dipende solo da voi. Il sistema dell’amore, cui credete, forse, di non prendere parte, è quello coercitivo e, dato l’argomento, paradossale, in cui la più scrupolosa regola da seguire, assoggettati a pene e ricompense, è quella dell’accoppiamento premeditato, dell’anima gemella obbligatoria.


The Lobster di Yorgos Lanthimos, ovvero il sistema dell’amore


Certo, paradossale, e il gioco proprio per questo si fa esilarante ed eloquente, perché, ci si chiede, come si può ridurre l’amore a una pratica di scelte binarie condizionate, ossia, come lo si può riassumere, in una ossessione di senso e definizione, a lo stare insieme a qualcuno, e quindi ricevere gratificazione, inservibile in quanto si è costretti a ipocrite strategie di accoppiamento, o non lo stare insieme a qualcuno, e quindi ricevere punizioni degradanti definitive. Tra le punizioni che potremmo elencare, una la principale, nel film, è il bando categorico letterale dalla società, la regressione all’animale che preferiamo, l’aragosta, in questo caso, per Colin Farrel, protagonista sovrappeso e remissivo, fino all’ultimo, prima di cedere allo spettatore la soluzione finale, se esiste. Fare dell’amore una scelta, che è chiaro così divenga solo una tattica di sopravvivenza sociale riconosciuta e stimolata allo sfinimento, di certo vuol dire collegarlo ad un retroscena di timori radicato su cui neanche vale la pensa di insistere, e di fatti il film asetticamente lo evita, dandolo per acquisito, come un umore fondamentale del reale, ossia lo spettro panico della solitudine come vergogna primaria.


Ma è solo un gioco, in cui le mezze misure sono abolite, in favore di quello che è stato accuratamente rimosso, il terzo escluso, potremmo dire, che sempre si sottrae alla forzatura della scelta predefinita, in questo caso falsamente aperta sullo stare o meno con qualcuno, e da un gioco, si sa, è una regola implicita, ci si può sempre sfilare, senza dover ingrassare la contabilità dei vincitori e degli sconfitti.


Un film da tenere accanto, non che lo si debba vedere in rapida successione, per meglio intendere The Lobster, è Twentynine Palms di Bruno Dumont, dove l’amore, di una coppia, viene spaccato traumaticamente in pezzi, quasi ridotto in poltiglia, in una accelerazione orrida di violenza visiva, per mostrarne il fatuo mostruoso. Se nel primo il grottesco si dipana in favore di possibilità che il sistema precludeva, non riuscendole mai a scongiurare fino in fondo, in quest’ultimo a prevalere è una sentenza disperata che lascia i nervi tormentati, senza alcun sollievo. Da sconsigliare, quindi, la visione in coppia, specialmente se avete altri programmi dopo il film.

Erdogan ha trasformato il suo ex alleato in un terrorista

La Turchia è in una situazione di crisi come non se ne ricordano in tempi recenti dato la crisi curda nel sud-est e la guerra contro ISIS e la difficile situazione politica ma Erdogan è riuscito a stupire tutti un’altra volta.
La polizia turca ha occupato le sedi di due televisioni riconducibili a Fethullah Gulen e ha dichiarato quest’ultimo un terrorista alla stregua di Ocalan o dei combattenti curdi.


Fethullah Gulen è un personaggio affascinante: un predicatore, un imam, uno scrittore e un imprenditore.
Nato in uno sperduto villaggio dell’Anatolia da un imam divenne a sua volta predicatore e imam in giovanissima età. Sostiene una forma di islam turco basato sugli insegnamenti di Said Nursi. L’islam di Nursi è moderato e aperto alle scienze ma ha forti influenze nazionaliste.


Motivo per cui Gulen è sempre andato a braccetto con Erdogan e il suo AKP. Gulen, molto ricco grazie a una serie di scuole private considerate tra le migliori in Turchia, ha finanziato Erdogan e il suo partito per molti anni fino a quando, all’improvviso, si auto esiliò negli Stati Uniti. Da allora iniziarono i problemi tra i due.


Appena trasferito ad alcune televisioni turche arrivò una videocassetta dove si vedeva Gulen dire: “Il sistema esistente è ancora al potere. I nostri amici che hanno posizioni nei corpi legislativi e amministrativi devono impararne i dettagli e rimanere sempre vigili in modo che possano trasformarli in un modo più consono ai precetti dell’Islam per portare avanti una restaurazione nazionale. Comunque loro dovranno aspettare fino a un momento in cui le condizioni saranno più favorevoli. In altre parole non devono uscire allo scoperto troppo in fretta”.


Questa fu la dichiarazione di guerra di Erdogan. Da quel momento il governo si dedicò allo smantellamento delle dershane, delle scuole di preparazione agli esami di stato di cui Gulen aveva il monopolio. Il business delle dershane era il vero e proprio core business dell’impero economico di Gulen.


dal 2011 il contrasto è diventato ancora più visibile ma mai esasperato come in questi ultimi giorni.
L’impero editoriale di Gulen è diventato l’obiettivo principale di Tayyp Erdogan al punto di ordinare l’irruzione delle forze di polizia nelle sedi di due televisioni di Gulen: Bugun TV e Kanalturk.


La faida tra Erdogan e Gulen nel campo dell’informazione era diventata pubblica quando erano stati pubblicati documenti molto imbarazzanti per Erdogan, la sua famiglia e molti suoi amici. Questi documenti avevano portato alla “Tangentopoli turca” e Erdogan aveva subito accusato Gulen di essere la mente dietro la pubblicazione.


Il governo a quel punto aveva deciso di fare piazza pulita di tutti i sostenitori di Gulen all’interno dello stato e sospese i giudici che si occuparono dell’inchiesta. Gulen stesso è stato accusato di essere a capo di un “parallel devlet” uno stato parallelo.


L’ex direttore del quotidiano di Gulen, Zaman, è stato arrestato con l’accusa di essere un golpista e poi rilasciato. Il gruppo Koza Ipek, molto vicino a Gulen, e proprietario di Bugun TV e Kanalturk è stato messo sotto amministrazione controllata dalla magistratura. Poi c’è stata una irruzione negli uffici amministrativi del gruppo e l’irruzione negli studi televisivi, in diretta. Come ciliegina sulla torta il nome di Fethullah Gulen è comparso con l’etichetta terrorista nella lista dei ricercati del sito del ministero dell’Interno.


Erdogan, in vista delle imminenti elezioni in cui ancora spera di ottenere la maggioranza assoluta per poter cambiare la costituzione e diventare capo assoluto della Turchia, ha dichiarato una guerra senza quartiere a Gulen e Demirtas, capo del partito curdo. La situazioni si avvicina pericolosamente alla guerra civile nello stato islamico più occidentale.

NEON PUNK CHIC, la collezione JF LONDON SS2016

-NEON PUNK CHIC-


David Bowie, Andy Warhol, The Sex Pistols, la collezione JFLONDON sfida l’ordinario.

Il nuovo brand Made in Italy, che vede la direzione artistica del celebre creativo Joshua Fenu, si articola in una produzione diversificata proponendo calzature e accessori Uomo/Donna di altissima qualità, oggetti di culto glam e dal design ricercato.

Un logo con una stella a cinque punte e delle iconiche suole pink sono il perfetto biglietto da visita per accessori che si affacciano sul mercato carichi del know-how di un direttore creativo come J. Fenu, già consulente creativo per alcune delle maggiori Maison di moda internazionali.

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La collezione donna JF LONDON vanta una moltitudine di modelli: da evergreen decolletè e chanel, a vertiginosi e futuristici sandali per ogni occasione, tronchetti open toe in nappa fino a praticissime slippers logate in suede. Il designer gioca sulla riconoscibilità e sull’attenzione al particolare, contrassegnando i pezzi con piccoli piercing metallizzati, sagome punk di saette a contrasto e della celebre Union Jack, sotto forma di divertenti zip a contrasto.

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Per l’uomo, una rilettura eccentrica di ankle boots in suede, anfibi in pelle nera con dettagli fluo, dalla forte ispirazione ‘80s e classiche “clarks” che giocano sul forte contrasto, colore/materiale.

Un omaggio sentito al mentore e grande amico Elio Fiorucci, alla trasgressione della New York anni ’80, che solo il suo genio riuscì a comprendere, di Studio 54, ritrovo di divinità del rock e di quella Milano decadente che solo lui sarebbe riuscito a rilanciare.

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SIGNATURE COLLECTION BY FENU

Una collezione di calzature uomo che rispecchia l’attenzione al dettaglio e la manifattura italiana tradizionale.

Una rilettura dei classici modelli Oxford e mocassini in vera pelle, pantofole dai loghi finemente ricamati da giorno e arricchiti da Swaroski Elements, coccodrillo e pelle metal per la sera.

SNEAKERS – THE WALK OF FAME

Una varietà sorprendente di sneakers uomo/donna, di pregiata manifattura italiana: frange e borchie, pelle pitonata, zip over e dettagli di corsetteria si alternano in un vortice creativo di chiara matrice Sporty chic.

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Adele: quando la bellezza è curvy

Un viso angelico ed una voce unica: Adele è tornata dopo quattro anni con il suo nuovo singolo, Hello, che è già il pezzo più ascoltato d’autunno, e con ben 30 chili in meno.

Un video struggente, in delicate atmosfere filtrate da una luce seppia, molto retrò, ed un testo strappalacrime: ma Adele Laurie Blue Adkins, classe 1988, non è solo la voce più bella di questo decennio.

Uno stile raffinato l’ha contraddistinta dai suoi esordi: l’immancabile eyeliner, le ciglia finte e una classe oggi quantomai rara l’hanno portata, nel 2012, ad apparire sulla cover di Vogue America.

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Adele è tornata col suo nuovo singolo, “Hello”, mentre il suo nuovo album uscirà il prossimo 20 novembre

Eyeliner e ciglia finte: lo stile Adele

Eyeliner e ciglia finte: lo stile Adele

Adele fotografata da Mert Alas and Marcus Piggott con lo styling di Tonne Goodman per Vogue America, marzo 2012

Adele fotografata da Mert Alas and Marcus Piggott con lo styling di Tonne Goodman per Vogue America, marzo 2012



Ritratta da fotografi del calibro di Mert & Marcus, la sua fotogenia nulla ha da invidiare alle modelle professioniste. Il carisma fa la differenza, e la sua proverbiale simpatia catalizzano l’attenzione ad ogni sua esibizione pubblica.

Consacrata ad icona di stile e bellezza, la cantante britannica non ha nulla da invidiare alle colleghe taglia 40: un volto dai lineamenti perfetti, grandi ed espressivi occhi azzurri e labbra carnose, il biondo caldo di capelli ad onde e la sofisticata eleganza di icone della musica del calibro di Etta James ed Aretha Franklin, sue ispiratrici.

Il suo stile predilige suggestioni vintage, come i capelli cotonati e le unghie finte, tubini neri e pizzo, ma anche capi colorati. I chili in più non ne hanno mai scalfito la bellezza, ma nonostante ciò la cantante ha deciso di sottoporsi ad una dieta vegana, perdendo ben 30 chili. La cantante che ha venduto di più dai tempi dei Beatles adesso è tornata, più affascinante che mai.

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Il servizio pubblicato su Vogue America nel 2012

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Viso perfetto e labbra carnose per la cantante britannica

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Rossetto rosso lacca e sofisticata eleganza

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Adele Laurie Blue Adkins è nata il 5 maggio 1988 a Tottenham, Londra




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Carine Roitfeld, vita da fashion editor

Lucilla Agosti nel nuovo store Cinti

Il brand bolognese di accessori, ha inaugurato il nuovo store presso il nuovo complesso commerciale di Piazza Portello a Milano.

Uno spazio di 50 mq, che ospiterà la collezione F/W, proposta attraverso una vasta selezione che spazierà da calzature donna e uomo, borse e gioielli. Un’ampia vetrina definisce l’accesso alla nuova boutique Cinti, nel cuore del centro commerciale più importante di Milano, con un allestimento dell’ambiente espositivo che crea un fil rouge dall’esterno all’interno del negozio, mantenendo un’immagine sofisticata ed elegante.

Mobili laccati in bianco, metallo verniciato in contrasto e un caldo parquet definiscono uno spazio luminoso, ridefinito da mensole in vetro, per un’atmosfera calda e accogliente, come nello spirito del brand.

Lucilla Agosti presente all’apertura della nuova boutique Cinti.

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Moda must have pellicce – Dellera autunno/inverno 15/16

Dellera Pellicce apre così il suo laboratorio artistico e innovativo a una donna sempre più trasversale, senza tempo, senza età, ricca di stile e personalità.
Il fascino di capi e accessori che han fatto la storia della pelliccia si accompagnano a interpretazioni di rara intensità, in uno scenario “caldissimo” di tagli unici e colori esclusivi.

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Un emozionante intercalare di accattivanti look mini, midi, maxi, che spaziano da giubbotti a giacconi (in castor rex, visone o lapin), a cappotti, giacche, gilet, scialli, coprispalle, colli, cagoule, stole, colbacchi, cappelli, nelle lavorazioni artigianali a tricot, a fiori, condite da preziosi tessuti (chiffon e shantung di seta).

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Una collezione ispirata alle tinte di sempre (nero, marrone, grigio, bianco) e arricchita da quelle più nuove e sfiziose (blu scuro, “ottanio”), fino a spingersi al giallo e blu china di due capi icona: il gilet murmansky e il micro cappotto in lana e cashmere.

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In ultimo una sorpresa in linea col fascino e la tradizione Dellera: una linea esclusiva di scarpe e borse sviluppata insieme a Daniele Amato, giovane ed emergente designer italiano.

Guarda qui tutta la collezione Dellera: 

Carine Roitfeld: vita da fashion editor

Uno sguardo tagliente e grandi occhi azzurri brillano su un viso dai lineamenti particolarissimi e su una figura longilinea: se esiste lo charme, lei ne ha da vendere.

Controversa, amata ed odiata in egual misura, venerata dai creativi di moda e detestata da molti altri, Carine Roitfeld nel fashion biz è un’autorità indiscussa, da più di un ventennio a questa parte.

La celebre ex direttrice di Vogue Paris, la Bibbia della moda, è una figura centrale della moda contemporanea: icona snob per antonomasia, ex modella, parigina doc, Carine Roitfeld è nata il 19 settembre 1954.

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Un primo piano di Carine Roitfeld

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Figura controversa del fashion biz, la Roitfeld è stata direttore di Vogue Paris

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Musa iconica di Karl Lagerfeld e Tom Ford, ha collaborato a lungo con loro

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Capi ed accessori in pelle immancabili nel suo guardaroba



Figlia di un produttore cinematografico trasferitosi a Parigi, appena diciottenne l’atletica Carine viene notata per le strade della capitale francese da un fotografo britannico, e inizia a lavorare come modella. Segue un impiego come scrittrice e stilista per l’edizione francese di Elle.

Open-minded e ribelle nella vita privata come sul lavoro, la fashion editor instaura una lunga relazione, mai sfociata in un matrimonio, con Christian Restoin: il rapporto dura più di trent’anni e vede la nascita di due figli, Julia Restoin Roitfeld, nata nel 1980, e Vladimir Restoin Roitfeld, nato nel 1984. La figlia Julia nel 1990 viene fotografata da Mario Testino per Vogue Bambini.

Carine Roitfeld e Mario Testino iniziano una frequente collaborazione, firmando alcuni tra i servizi più famosi di Vogue America e Vogue Parigi. Intanto la Roitfeld inizia un fruttuoso sodalizio artistico anche con Tom Ford quando quest’ultimo è alla direzione creativa di Gucci e di Yves Saint-Laurent. Nel 2001 si concretizza per lei il sogno di qualsiasi fashion editor: il direttore di Condé Nast Jonathan Newhouse le offre la direzione di Vogue Paris. È la consacrazione ufficiale a guru della moda.

Gli shooting e le campagne pubblicitarie da lei curati a volte sortiscono l’effetto di vere e proprie bombe mediatiche, cui seguono talvolta infinite polemiche: un esempio è lo shoot in cui la fashion editor si schiera apertamente a favore delle pellicce, con una Raquel Zimmermann che mostra il dito medio agli ambientalisti, in una lussuosa mise in pelliccia. Un’eleganza sofisticata immediatamente riconoscibile nei lavori firmati Carine Roitfeld, che mostrano donne come dive: personalissimo il suo styling, che esalta la femminilità più autentica.

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Camicia e gonna bodycon in pelle con borchie: lo stile Carine Roitfeld è borghese con un tocco rock’n’roll

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Icona di stile e stylist tra le più famose al mondo, Carine Roitfeld è stata modella

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Capispalla importanti e nero passepartout per la fashion editor

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Immancabili le pellicce nel suo guardaroba

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Collaborazioni con Elle ed esperienze come modella nel curriculum della Roitfeld, prima di approdare a Vogue Paris



Nel 2006 alcune indiscrezioni la vogliono alla guida di Harper’s Bazaar, al posto di Glenda Bailey, ma nulla accade fino al 2010. Il 17 dicembre di quell’anno, dopo dieci anni alla direzione di Vogue France, Carine Roitfeld rassegna le proprie dimissioni a seguito delle polemiche suscitate da un suo shooting con protagoniste bambine, che ammiccano in pose ritenute troppo provocanti, considerata l’età. Il suo posto alla direzione del celebre magazine viene preso da Emmanuelle Alt, già redattrice moda sotto la direzione della stessa Roitfeld. Carine Roitfeld torna quindi a lavorare freelance, collaborando alle campagne Autunno/Inverno 2011 e Primavera/Estate 2012 di Chanel. Nello stesso anno esce il suo libro Irreverent, edito da Rizzoli.

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Amata ed odiata, la fashion editor è una figura chiave nel fashion biz

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Carine Roitfeld è stata per dieci anni direttrice di Vogue France



Ultimamente si parla fa tanto di ladylike: lo stile di Carine Roitfeld rispecchia in pieno questa definizione. Sobria ma sempre stilosa, la stylist predilige pencil skirts e camicie, per una femminilità discreta e un’eleganza minimale. Nero passepartout nei suoi outfit, ricercati ma minimal-chic. Perfetta nelle sue mise a tubino, come anche negli outfit più eccentrici, che non scadono mai in banale esibizionismo. Cappotti voluminosi e pellicce a pelo lungo si mixano a gonne discrete ma sexy che valorizzano la sua figura esile in modo gentile. Uno stile molto francese: “Avere cattivo gusto in modo elegante” è la sua massima in fatto di eleganza. Musa iconica di se stessa, vera e propria diva del fashion biz, la giornalista non lesina in capi ed accessori di pelle, pellicce (con buona pace degli animalisti!) e tacchi a stiletto. Lei stessa definisce il suo stile borghese ma con un tocco rock’n’roll.

Catherine McNeil per CR Fashion Book, styling di Carine Roitfeld

Catherine McNeil per CR Fashion Book, styling di Carine Roitfeld

Daria Strokous ritratta da Steven Meisel per Dior Golden Jungle, Autunno/Inverno 2012. Styling di Carine Roitfeld

Daria Strokous ritratta da Steven Meisel per Dior Golden Jungle, Autunno/Inverno 2012. Styling di Carine Roitfeld

Raquel Zimmerman fotografata da Mario Testino per Vogue Paris, agosto 2008. Styling di Carine Roitfeld

Raquel Zimmerman fotografata da Mario Testino per Vogue Paris, agosto 2008. Styling di Carine Roitfeld

Aymeline Valade ritratta da Mario Testino per V Magazine Aurunno 2011, stryling di Carine Roitfeld

Aymeline Valade ritratta da Mario Testino per V Magazine Aurunno 2011, stryling di Carine Roitfeld



Ora la signora dello charme parigino ha fondato CR Fashion Book, un magazine semestrale che porta le iniziali del suo nome, quel CR tanto caro ai lettori di Vogue, con cui era solita firmare i suoi editoriali. La rivista, prestigiosa e dalla linea editoriale estremamente sofisticata, ha aperto i battenti a settembre 2012. Acclamata nel front row delle sfilate più importanti, reduce da una collaborazione con la catena giapponese Uniqlo, per cui ha firmato una collezione, lo stile Roitfeld è assolutamente da copiare.


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Alber Elbaz lascia Lanvin

Ignazio Marino le dimissioni e la bellezza del Campidoglio

Le note vicende di Ignazio Marino, sindaco di Roma, e delle sue dimissioni minacciate-presentate-ritirate-ripensate-ecc. hanno ancora una volta acceso i fari dei mass-media di tutto il mondo sul Campidoglio, sede dell’Amministrazione Comunale della Città Eterna. Tutte le televisioni e gli altri moderni marchingegni si sono attivati, fermandosi in modo particolare su quella famosa piazza e sugli splendidi palazzi che la circondano.
Distraendoci un po’ dalla cronaca, alziamo lo sguardo verso un orizzonte più ampio. Ecco, in breve, qualche notizia su questo luogo, il cui nome ha accompagnato costantemente la storia di Roma. E non solo: se la sede del Congresso degli Stati Uniti d’America si chiama Capitol, qualche motivo ci sarà!


Ignazio Marino le dimissioni e la bellezza del  Campidoglio


Tra i sette colli che formarono il primo nucleo abitativo di Roma, il Campidoglio, pur essendo il più piccolo, assunse ben presto un ruolo centrale soprattutto per motivi religiosi. Su questo colle infatti, come racconta Tito Livio (Ab Urbe condita, I, 10), Romolo fece portare le armi di uno dei re sabini da lui sconfitto, per appenderle ad una quercia sacra a Giove. Davanti alla quercia, poi, il mitico fondatore di Roma edificò una capanna e un altare per offrire sacrifici alla somma divinità. Da questa iniziale esperienza nascerà un tempio dedicato a Giove Capitolino, così chiamato a causa del luogo, tempio che diventerà il più importante santuario del mondo romano.

Di fronte al tempio di Giove sorse un altro luogo sacro dedicato a Giunone. Inoltre, alla destra della cella di Giove, c’era il tempietto di Minerva: in tal modo si formò la cosiddetta “Triade Capitolina”.
In una società che, a differenza delle moderne democrazie occidentali, non separava la religione dallo stato, è evidente che ben presto il Campidoglio divenne anche centro politico della città. I monumenti, che nel corso dei secoli ne occuparono l’area, guardavano verso il Foro che sorge ai suoi piedi.

Con l’avvento del cristianesimo in Roma, assistiamo a due fenomeni parzialmente contraddittori.
Il primo è la perdita dell’importanza religiosa del Campidoglio a favore di altri luoghi, specialmente il Laterano e in un secondo momento il Vaticano. L’altro fenomeno è una certa sopravvivenza del valore simbolico dell’antico colle: in Campidoglio, ad esempio, si installò Cola di Rienzo quando prese il potere e Francesco Petrarca vi fu incoronato poeta. Perciò, nonostante una sostanziale decadenza di tutta la zona, restarono in piedi alcuni palazzi sorti durante il medio evo sulle rovine dei templi pagani: ad esempio, la chiesa e il convento di Santa Maria in Aracoeli erano stati edificati là dove una volta sorgeva il tempio di Giunone, i cui ultimi imponenti ruderi furono distrutti nel 1911 per innalzare l’Altare della Patria.

Giungiamo, così, al periodo rinascimentale, quando i papi decisero di mettere ordine, salvando nella misura del possibile le tracce dell’antichità e dando nuove impostazioni ai diversi quartieri dell’Urbe.


Ignazio Marino le dimissioni e la bellezza del  Campidoglio


Questo è un disegno risalente alla prima metà del Cinquecento: si nota chiaramente che la parte anteriore della collina è in stato di abbandono, mentre la statua equestre dell’imperatore Marco Aurelio già appare davanti al palazzo centrale. La statua vi fu collocata nel 1538 da Michelangelo, per incarico di papa Paolo III. Dunque il disegno prospetta la situazione del colle quando Michelangelo iniziò a mettervi mano.
Nonostante le difficoltà del luogo scosceso e caotico, il grande artista concepisce l’idea di un complesso nel quale il tutto è più importante delle single parti. Imprime all’area una forma trapezoidale, in modo che colui che vi accede venga inserito in uno spazio che va progressivamente dilatandosi.
Anche le singole opere, tuttavia, manifestano una grande armonia e bellezza.

Tornando alla figura 1, notiamo l’edificio centrale, il Palazzo Senatorio, che Michelangelo trasforma da fortezza medievale in dimora rinascimentale, mentre a destra appare il Palazzo dei Conservatori, una creazione originale del genio toscano, e a sinistra il Palazzo Nuovo, realizzato da Giacomo della Porta e Girolamo Rainaldi in un sostanziale rispetto del disegno del Maestro.
Altra opera insigne è, come si diceva, la collocazione della statua di Marco Aurelio. Trasferita sul colle capitolino proprio in vista dei progettati rinnovamenti, essa è posta su un punto leggermente a cupola: ciò sia per un motivo pratico, quello di favorire il deflusso dell’acqua piovana, sia per un valore simbolico, cioè indicare il vero centro della piazza con una figura emblematica dell’antico impero e far risaltare in tal modo il potere politico che il Campidoglio continua a rappresentare.

La statua, che ora vediamo in copia poiché l’originale è all’interno dei Musei Capitolini, è il nucleo centrale di uno spazio in movimento. La superficie della piazza è animata da un gioco di linee che riproduce su un piano le costolature ricurve di una cupola intersecantesi tra loro. È questo un ulteriore elemento di dialogo con l’altra cupola, quella di San Pietro, che in quegli anni il Maestro andava progettando ed eseguendo.

Alber Elbaz lascia Lanvin

Non si può mai star tranquilli, è proprio il caso di dirlo: dopo l’inaspettato divorzio tra Raf Simons e Dior tocca ora a Lanvin creare scalpore.

Aber Elbaz, dopo quattordici anni alla direzione creativa della celebre maison francese, ha lasciato il suo incarico.

A dare per primo la notizia è stato il sito Women’s Wear Daily: secondo rumours fidati, il designer israeliano avrebbe maturato la decisione di abbandonare la maison a causa degli ormai insormontabili contrasti con la dirigenza aziendale del marchio, in primis con Shaw-Lan Wang e Michèle Huiban, CEO di Lanvin.

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Classe 1961, Alber Elbaz è nato a Casablanca

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Lo stilista israeliano era alla guida della maison dal 2001



Una riunione straordinaria convocata questo pomeriggio tra i vertici del brand e i dipendenti avrebbe visto Elbaz fare già le valigie e lasciare il suo studio in Rue du Faubourg Saint-Honoré. Ora riflettori puntati sul suo successore.

Certo è che questi divorzi in seno alle maison più autorevoli del panorama internazionale non sono passati inosservati agli occhi degli addetti ai lavori. Se è vero che la moda è una tra le più nobili forme d’arte, assai difficile appare talora il connubio tra le strategie di marketing e le ispirazioni -mutevoli e assolutamente scevre dalle logiche di mercato- dei loro direttori creativi. Una piccola rivoluzione che sta suscitando clamore nel fashion biz, ma che auspichiamo possa magari riportare le case di moda a riscoprire la propria essenza più autentica.


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Fashion trend Autunno/Inverno 2015: Venere in pelliccia

Gli USA cambiano strategia nella lotta all’ISIS

Gli USA hanno finalmente riconosciuto il fallimento della loro strategia per sconfiggere ISIS in Siria e Iraq. Il piano che comprendeva l’addestramento di forze ribelli sul terreno in Siria, il sostegno ai curdi in Iraq e dei bombardamenti controllati per aiutare entrambe le forze e bloccare l’avanzata di ISIS. Daesh ha continuato ad avanzare.


Ash Carter, il segretario della Difesa USA, ha detto che loro chiamano il nuovo approccio la strategia delle 3 R, cioè: Raqqa, Ramadi e Raid.
Non è un cambio radicale di direzione ma un nuovo approccio che gli americani sperano cambi le sorti del conflitto.


Raqqa


Gli USA cambiano strategia nella lotta all’ISIS


Raqqa è la città nel nordest della Siria che funge da capitale de facto dello Stato Islamico. Nei mesi scorsi le truppe curde siriane dell’YPG sono avanzate molto nell’area con il supporto degli americani arrivando a circa 50 Km dalla città. In aggiunta le truppe curde irachene hanno tagliato la principale via di approvvigionamento che porta alla capitale del Califfato.


Gli USA hanno intenzione di aumentare il supporto ai curdi che stanno avanzando verso Raqqa con un aumento di lanci di armi e di bombardamenti nella speranza che questi ultimi riescano a circondare la città e, alla fine, a riprenderla.


La riconquista di Raqqa sarebbe un colpo fortissimo alla morale e all’organizzazione di Daesh ma questo lo sanno anche i miliziani ISIS per cui la strada verso Raqqa si prospetta particolarmente dura, insidiosa e lunga.


Oltretutto Raqqa è una città a maggioranza araba, i curdi potrebbero non avere tutto questo interesse a riconquistare una città al di fuori del proprio territorio. Al contrario, gli arabi della città, potrebbero essere tutt’altro che felici di passare da ISIS ai curdi. Ci sono voci di violenze da parte dei curdi nei confronti di arabi nelle città arabe riconquistate e sicuramente queste voci salterebbero fuori nel caso ci sia una alta probabilità di conquista curda. Molti arabi probabilmente si lancerebbero nelle braccia di ISIS. Gli USA lo sanno e hanno dichiarato che alla eventuale conquista parteciperebbe una fantomatica coalizione arabo/siriana che però sembra non esistere.


Ramadi


Gli USA cambiano strategia nella lotta all’ISIS


La conquista da parte di ISIS di grandi porzioni dell’Iraq del nord ha messo in contrasto Iraq e USA più di quanto si potesse immaginare. Le differenze sono nella scelta della strategia per la riconquista: gli USA volevano concentrarsi sulla riconquista di Mosul, la seconda città per grandezza dell’Iraq mentre gli iracheni volevano liberare prima Ramadi e la provincia di Anbar.


Alla fine è prevalsa la visione irachena. Gli iracheni, inoltre, hanno fatto per conto loro dei piccoli progressi nella provincia di Anbar. Un nuovo forte supporto americano potrà ridare nuova linfa all’offensiva del bistrattato esercito iracheno.


Le prove generali per la nuova collaborazione USA-Iraq è stata la riconquista di Baiji, una città nel centro dell’Iraq che è stata riconquistata con un forte supporto da parte degli USA.


Baghdad ha scommesso molto sulla riconquista della provincia di Anbar e della sua capitale, Ramadi. La zona, infatti, rischia di finire preda degli sciiti supportati dagli iraniani e a quel punto tutto diventerebbe più difficile per il governo di Baghdad.


Raids


Gli USA cambiano strategia nella lotta all’ISIS


Il terzo obiettivo della nuova strategia sarà l’uso di raid congiunti tra forze speciali americane e dei combattenti locali. Un esempio è stato il raid congiunto tra Delta Force e curdi che ha liberato 70 prigionieri dai carcerieri ISIS e che ha portato alla prima vittima USA nell’operazione contro Daesh.
Questi raid saranno supportati da un aumento delle capacità di intelligence nella zona e avranno l’obiettivo, tra i molti, di riportare sui campi di battaglia combattenti che sono stati tra le mani di ISIS e che dopo torture e maltrattamenti saranno i trascinatori delle forze curde.

Il tycoon David Geffen e la sua collezione da 2 miliardi di dollari

Si chiama David Geffen è fra gli uomini più ricchi d’America, ha 72 anni ed è tra i più potenti tycoon di Hollywood, fondatore della Geffen Records e co-fondatore con Steven Spielberg della Dream Works.
Chi l’avrebbe mai detto che un ragazzino affetto da grave dislessia che a stento riesce a prendersi un diploma per riuscire a lavorare in un ufficio postale, sarebbe poi diventato uno degli uomini più ricchi d’America?


Il tycoon David Geffen e la sua collezione da 2 miliardi di dollari


Tuttavia il vero interesse per David Geffen non sta per noi nella sua sia pur rilevante ricchezza ma nel suo grande patrimonio di opere d’arte, è infatti uno dei più grandi collezionisti di arte del mondo e possiede una collezione di opere d’arte da 2 miliardi di dollari.
Della sua collezione fanno parte anche lo spazzolino da denti usato e un paio di scarpe vecchie appartenuti a Vincent van Gogh .


Il tycoon David Geffen e la sua collezione da 2 miliardi di dollari


I primi oggetti che inizia a collezionare sono le lampade di Tiffany e dice che: “All’inizio non potevo permettermi i quadri e mi accontentavo di meravigliose stampe. Tutto è iniziato negli anni Sessanta, quando ho scoperto David Hockney. Non ho più smesso”.
Della sua collezione miliardaria fanno parte artisti del calibro di Jasper Jons, Mark Rothko, Jackson Pollock, Willelm de Kooning, Cy Twombly, per non parlare di alcuni dei più prestigiosi lavori di Andy Warhol e Lichtenstein.




Il tycoon David Geffen e la sua collezione da 2 miliardi di dollari


La sua collezione però non si spinge oltre l’arte che va dal 1945 al ‘65, non contempla cioè l’arte che va dagli anni settanta ad oggi.
I motivi di questa scelta non appaiono chiari, fatto sta che il decennio preso in considerazione dalla collezione di David Geffen è stato uno dei momenti d’oro della storia dell’arte e non è difficile oggi imbattersi in riproposizioni, talvolta inutili, di un già visto che appartiene a quegli anni gloriosi ed irripetibili.


Bisogna insomma riconoscergli un grande senso degli affari se si considera che le sue opere di Rothko e Cy Twombly nelle ultime aste sono state valutate il 20% in più, un suo Pollock per esempio è stato rivenduto per 140 milioni di dollari al finanziere messicano David Martinez, si tratta dell’opera N.5 del 1948, toccando il record mondiale .
Capita non raramente di visitare il Moma, il Met il Whitney Museum a New York e di leggere nelle didascalie che l’opera proviene dalla collezione di David Geffen.
Qualche maligno sostiene che la sua collezione non è frutto di un reale amore per l’arte quanto dei suoi fondi illimitati, sarà ma le sua collezione è una grande immensa opera d’arte che continua a ricapitalizzarsi.

Il Pd e lo psicodramma da primarie

In origine doveva essere lo strumento di modernizzazione e caratterizzazione del Partito Democratico. La via per selezionare e far crescere una classe dirigente, per la scelta dei candidati, per ascoltare e recepire forze ed energie dai territori, dalle storie locali, dalla sempre evocata società civile.
Oggi questo strumento ha più le sembianze della sempreverde notizia di gossip politico di cui parlare, e spesso sparlare, finanche per attaccare e ridicolizzare la partecipazione democratica del partito erede dei “grandi partiti di massa” del novecento.
Mentre a livello nazionale le primarie sono state il momento attraverso cui si è celebrato il rinnovamento del partito, e senza le quali da Renzi a Civati a Marino a tanti giovani deputati non avrebbero avuto nemmeno la possibilità di emergere e vincere, sotto Roma questo cambiamento non solo non si è visto, e anzi lo strumento delle primarie è stato riciclato per consolidare, con sporadiche eccezioni, la vecchia classe dirigente.


Eppure dovremmo ricordare che fu l’allora giovane segretario provinciale del Pds, Andrea Cozzolino, che anzitempo, per superare un’impasse a Ercolano, propose le primarie interne per la scelta dei candidati. Sarà per questo che ancora oggi ne è un tale fan che non se ne perde una.
Le primarie, al sud, e in particolare in Campania, sono finite con l’essere lo strumento più patologico per misurare le alleanze correntizie e i rapporti di forza interni, senza consentire la minima possibilità di un qualsiasi nome non contemplato.
La classe dirigente dal primo Antonio Bassolino non ha alcuna novità. I nomi che emergono sono gli stessi da oltre venticinque anni. Andrea Cozzolino, Umberto Ranieri, Antonio Bassolino, Vincenzo De Luca. Dietro di loro la stessa classe dirigente che era “il nuovo” venticinque anni fa e che ricordiamo assessori e dirigenti proprio in quegli anni: Valeria Valente, Massimo Paolucci, Graziella Pagano. Accanto a loro i vari Manfredi, Impegno, Marciano: una generazione che non ha sostituito la vecchia, e che di certo le persone oggi faticano (non poco, purtroppo anche per loro) a vedere come “il nuovo”. Nonostante l’età e i tempi.


A ben vedere oggi le primarie non le vogliono coloro che attendono una candidatura blindata decisa altrove, in una sorta di rendita di posizione. Non la vuole “la maggioranza”, che con le primarie rischia di vedere messa in discussione una certa leadership. Non se le possono permettere coloro che aspirano a ruoli da assessore e che probabilmente non avrebbero preferenze sufficienti nemmeno per diventare consigliere comunale. La parola d’ordine per costoro è “cercare un’intesa, ascoltare, riflettere, trovare soluzioni unitarie…” che si traducono nell’accordarsi oggi per il ruolo di domani.
Quello che emerge è un partito che parla nelle sue stanze, tra persone che ricordano un potere di un’altra era geologica. Si risponde con il citare Renzi, il cambiamento, la svolta, le riforme. Ma quando vai nel merito di un progetto per il territorio, e poni il tema di chi dovrebbero essere gli assessori, su quale programma e per fare che cosa, emerge tutto il vuoto di non avere una visione politica di insieme. Tipico di chi – non più abituato ad essere opposizione – ha perso anche questi cinque anni per ripensare autocriticamente se stesso e formulare una proposta politica credibile e veramente alternativa. Tempo perso in inutili rancori, spesso personali, in personalismi, caccia alla rendita di posizione ed all’auto riciclaggio, e qualche volta a leccarsi le ferite.
Ad oggi il pd non ha un candidato e non ha un percorso chiaro per individuarlo, e ancora una volta si cerca la strada di una scelta calata dall’alto, ennesima pietra lapidaria su una classe dirigente sempiterna.


De Magistris ha un suo zoccolo duro non inferiore al 20-25%. Il Movimento 5 Stelle ha un suo bacino abbastanza solido non inferiore al 20-25%. Il centro destra unito ha il suo storico, consueto 35-37%. Ciò che resta è il Pd. Meno qualche punto percentuale ad una sinistra con cui non si vuole né può alleare. E meno le sempre presenti liste civiche, candidati di opportunismo e opportunità, varie ed eventuali.


Le primarie, vere, aperte alla società civile, con una classe dirigente che per una volta con senso di responsabilità facesse un sacrosanto passo indietro, alla ricerca di qualcosa di diverso, sarebbero la via per trovare non solo un’alternativa credibile a De Magistris ma soprattutto per riprendere un dialogo tra politica e città che si è perso da troppo tempo. Ma il vero avversario a tutto questo è proprio la stessa classe dirigente del pd, nel suo insieme. Se ne facessero una ragione.

BLONDIEFULL FOR D-ART

Fino a qualque tempo fa il vinyl aveva una brutta reputazione, nel senso che nella moda era considerato un materiale poco chic.
Sono contenta di poter dire che le cose sono cambiate, ed il vinile è diventato finalmente un trend. Io lo adoro.
Oggi si possono trovare accessori e abbigliamento in vinile: pantaloni, gonne, giacche, cappotti, scarpe, stivali, borse, e anche cappelli.

Un total look in vinile è eccessivo, ma combinando i giusti pezzi, darà quel tocco in più al tuo outfit.

Io per esempio ho optato per questo pantalone (non tanto lucido) a vita alta.
E’ proprio il pantalone che rende il look meno serio di quello che sarebbe stato con un pantalone nero normale, con questo accostamento è sempre elegante, ma chic.

Probabilmente molti di voi penseranno che il vinile non sia così semplice da portare. Io non vi consiglio certo di imitare le grandi pop star, tipo Lady Gaga o Nicky Minaj, che nei loro video appaiono super coperte da vinile…loro possono permettersi tutto proprio perché sono delle pop-star!
Apparire è bello, sì, ma non nel modo sbagliato.

Cerchiamo piuttosto di combinarlo con dei pezzi più classici: una blusa, una t-shirt con una giacca o anche un bel maglione.
E vedrete che il vostro unico pezzo in vinile si noterà (anche se solo un accessorio) e farà diventare il vostro look più originale.
Potete combinarlo all’ infinito senza stancarvi. Io rimango una fan del vinile!

E voi siete pronti a provarlo?

Love B

ENGLISH VERSION

 

Until some time ago vinyl had a pretty bad rap.It wasn’t considered fashionable chic;)

But I am happy  that things have turned around and vinyl has become a huge trend and I love it.

You can find all sorts of vinyl clothing. You name it, it is out there: pants, skirts, coats, jackets, boots, shoes, bags and even hats.

Of course to put a whole vinyl look together would be a bit much but combined in the right way I think it will give that extra flavor to your outfit.

 

I for example opted for this highwaisted comfortable (not so shiny) vinyl pants.

And I think the pants is what makes this whole look a bit less serious then for example it would be with normal black pants. But still remaining classy and chic.

 

Now most of you think it is hard to wear but it really isn’t. Of course you need to like it to wear it but  it is important how to combine it without going in the wrong direction.

I wouldn’t suggest you’d try and imitate pop stars like for example Lada Gaga or Nicky Minaj in their videos ‘cause… well they are pop stars and can get away with anything.

Now you want to stand out but obviously not in the wrong way.

 

Try to combine it with more classic pieces if you will, a blouse, a T-shirt with a jacket or even a nice big sweater.

And you will see that your one vinyl piece (even if it would be only an accessory) will stand out and actually make your look chic.

It can be combined endlessly and it will not tire.. I am fan.

Are you willing to give it a try?

Love B

 

Cape/Mantle @ HENRY COTTONS

Blouse @ HENRY COTTONS

Pants @ SUOLI

Shoes @ CESARE PACIOTTI

Bag @ SERAPIAN

Glasses @ RAYBAN


PH BY HENRIK HANSSON    WWW.HSZPRODUCTIONS.COM


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Around the World: la rassegna dell’Orchestra Verdi si chiude con la Repubblica Ceca

Il suono degli archi deve ancora spegnersi del tutto, ma già piovono gli applausi. Continueranno per altri dieci minuti, senza sosta, a coronamento di un percorso che negli ultimi quattro mesi ha condotto il pubblico dell’auditorium alla scoperta delle tradizioni di quattordici diversi paesi, dal Brasile alla Svizzera, presentando in tutto 50 tra i più celebri compositori del panorama classico. Si conclude così la bellissima rassegna Around the World dell’Orchestra Verdi, giunta sabato 24 ottobre al suo quattordicesimo e ultimo appuntamento dedicato alla tradizione musicale della Repubblica Ceca. Gli autori presentati nell’arco della serata sono quattro, tutti legati ad un concetto di identità nazionale che affonda le sue radici nel folklore: Julius Fučík, Leóš Janáček, Bedřich Smetana e Antonìn Dvořák. Gli ultimi applausi però sono per l’Intermezzo musicale tratto dalla Suor Angelica di Puccini, un tributo che il direttore d’orchestra Francesco Maria Colombo ha voluto dedicare all’Italia.


Apre le danze la celebre Marcia dei Gladiatori di Julius Fučík, che nei primi anni del ‘900 fu uno dei compositori più prolifici del panorama classico Ceco. A discapito del titolo solenne la partitura è conosciuta al grande pubblico soprattutto per via del suo impiego nei circhi equestri, dove spesso compare in veste di accompagnamento musicale all’entrata in scena dei clown. Un equivoco, questo, che il direttore d’orchestra Colombo provvede subito a dissipare raccontando dapprima la genesi della Marcia – che nasce come omaggio alla passione che Fučík nutriva nei confronti della storia Romana ed è legata all’esperienza maturata dall’artista tra le fila dell’86° reggimento di fanteria dell’esercito di Prussia – per sottolineare poi, strumenti alla mano, le differenze di tempo e ritmica tra la versione circense, frutto di una rielaborazione del compositore canadese Louis-Phillipe Laurendeau, e l’originale di Fučík, più solenne e maestosa nell’incedere come ben si addice ad una marcia.


Dopo una breve pausa, scandita dagli applausi del pubblico, si prosegue con “Gelosìa” di Leòs Janáček, artista annoverato tra i più noti esponenti dell’etnìa Morava di ogni epoca (non a caso la sua Jenufa è considerata opera nazionale morava). Come si legge nel manifesto del concerto: “Domina un melodizzare morbido ed espressivo, a metà strada tra il canto e il parlato, anche quando alla voce umana si sostituiscono gli strumenti. In modo analogo alla giovanile Zarlivost, intesa come overture di Jenufa, completata però una decina d’anni dopo e poi revisionata.” Il contrasto con Fučík è piuttosto evidente: all’austera solennità della Marcia si contrappone un clima rurale che esprime il netto rifiuto delle concezioni romantiche dell’amor patriae nostra lex, accantonate in favore di un approccio più idealista in senso morale, che è espressione diretta di un forte attaccamento alle radici popolari. Nella musica di Janáček i richiami al folklore moravo sono chiari e molteplici, inseriti con il preciso intento di valorizzare il canto popolare delle sue terre, voce del volgo e dei contadini. Quella di presentare “Gelosia”, tra tutte le opere di Janáček, è una scelta ben ponderata che da un lato esalta un’altra delle idee portanti della rassegna, ovvero l’indagine dell’identità musicale di ciascun artista in rapporto alla nazione di appartenenza (in questo caso la Repubblica Ceca), e dall’altro funge da antipasto per la portata principale, costituita dai precursori Smetana e Dvořák, i due artisti che meglio e più di tutti incarnano lo spirito folkloristico della musica ceca nell’epoca tardo-romantica e post-romantica.


Ancora applausi a scena aperta, dopodiché è il turno proprio di Bedřich Smetana, presentato con un breve video di repertorio che espone il lato più estroverso e goliardico del suo complesso carattere. In contrasto con l’immagine restituita dal video, sappiamo che quella di Smetana fu in realtà una vita difficile e segnata dalla sfortuna, come sottolinea lo stesso Colombo; eppure nella sua ampia produzione musicale non v’è alcuna traccia delle vicissitudini che il compositore dovette affrontare durante gli anni della maturità. Di Smetana, l’Orchestra Verdi presentare alcune delle Danze più celebri. Anche in questo caso lo scopo è duplice: da un lato sottolineare il forte legame tra le partiture e la musica popolare ceca – a quell’epoca le danze costituirono a tutti gli effetti il punto di partenza per lo sviluppo di un nuovo linguaggio musicale di carattere nazionale -, dall’altro fornire al pubblico una chiara esemplificazione dei concetti ritmici fondamentali che distinguono i diversi stili di danza. L’approccio didattico di Colombo non è mai didascalico; al contrario, ha come obiettivo principe quello di spiegare con esempi pratici e aneddoti legati alla vita del compositore i concetti fondamentali da cui nascono e su cui si sviluppano le danze, in modo da consentire a tutti, anche a chi è a digiuno di musica classica, di percepire chiaramente la struttura di ciascuna composizione. I pezzi suonati dall’orchestra, tre in tutto, provengono da Prodàna Nevésta (La Sposa Venduta), una delle opere più celebri di Smetana.


Si chiude poi con Dvořák, che tra tutti i compositori cechi del tardo ottocento fu uno dei pochi in grado di raccogliere ed espandere l’eredità lasciata da Smetana, creando nel contempo un nuovo linguaggio musicale in grado di innestare nel classicismo di stampo tedesco, con riferimenti espliciti a Wagner e Brahms, le profonde radici del folklore boemo. Dall’ampio opus di Dvořák l’Orchestra Verdi estrae non a caso alcune delle Danze Slave (op. 72, no. 2, 3, 7, 8), proprio per rendere subito evidenti i legami con Smetana e con il romanticismo tedesco. Come si legge nel manifesto: “E proprio per dare una base originale, appunto nazional-popolare, al suo linguaggio di matrice romantico-tedesca, Dvořák punta le sue prime carte orchestrali sulle note etniche. La prima serie di Danze Slave op. 46 nasce nel 1878 ed è subito apprezzata da Brahms: nasce una vera amicizia, si trova un editore comune, e la via del successo è spianata.” Dvořák rappresenta il punto di congiunzione tra il linguaggio caratteristico creato da Smetana e le opere di autori successivi, tra i quali figurano anche Fučík e Janáček. Le Danze slave sono il frutto di un’intensa ricerca filologica che sostituisce le note alle parole e che si concretizza nella riscoperta delle radici musicali di un intero popolo. Chiudendo con le Danze Slave, Colombo unisce i punti ed aiuta il pubblico a trovare la quadratura del cerchio. Ora ogni tassello è al posto giusto e quel che all’inizio poteva essere erroneamente interpretato come un semplice esercizio retorico – la genesi della Marcia di Fučík, l’idealismo di Janáček – assume connotati più chiari e risulta fondamentale per comprendere quali sono gli elementi che distinguono i quattro autori cechi, e quali sono invece gli elementi che li accomunano.


Del tributo all’Italia abbiamo già parlato in apertura, così come degli applausi a scena aperta che hanno scandito la chiusura del concerto. Quel che resta da decidere è se gli organizzatori siano riusciti o meno a centrare l’obiettivo che si erano posti a giugno, quando andò in scena il primo dei quattordici appunamenti della rassegna Around the World. La risposta non può che essere affermativa e il merito è soprattutto della didattica di Colombo, leggera eppur sempre interessante, mai banale, ma anche del contributo di tutti i musicisti dell’Orchestra Verdi, capaci di regalare una performance pienamente all’altezza del palcoscenico.



FOTO DI COPERTINA: Copyright © Paolo Dalprato

Fashion Trend Autunno/Inverno 2015: Venere in pelliccia

La stagione fredda è ormai alle porte. Quello che si preannuncia come il più freddo inverno nella storia è facilmente gestibile se si indossano i capi giusti.

Le passerelle Autunno/Inverno 2015-2016 parlano chiaro: largo alle pellicce, che siano ecologiche o meno. La tendenza protagonista delle sfilate A/I vede infatti la pelliccia protagonista assoluta.

Tanti sono i brand che hanno portato in passerella il nuovo trend, dai modelli declinati in colori fluo, protagonisti delle collezioni di Moschino, Philosophy by Lorenzo Serafini, fino alle proporzioni oversize viste in passerella da Louis Vuitton. Fur coat da indossare praticamente su tutto, dai maxi abiti ai jeans con cuissardes o stivali fino alle minigonne o agli abiti da gran soirée. La pelliccia diventa capo passepartout, che aggiunge un tocco sofisticato a qualsiasi mise.

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Carolyn Murphy in pelliccia Gucci, foto di Patrick Demarchelier per Tatler Russia, settembre 2014

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Natasha Poly indossa una pelliccia colorata

Philosophy by Lorenzo Serafini

Philosophy by Lorenzo Serafini

Moschino

Moschino

Louis Vuitton

Louis Vuitton



Eleganza classica ed evergreen in passerella da Giorgio Armani, che propone colori inediti, come il blu elettrico, per le sue pellicce lavorate. Un tocco retrò e colori neutri visti invece da Blugirl, che propone anche pellicce multicolor, in linea con le tendenze attuali. Da Fendi sfila l’opulenza tipica della maison, da sempre amante dei fur coats. Il mitico brand porta in passerella anche dei dettagli in pelliccia, come negli originalissimi stivaletti, quasi dei calzari, ricoperti interamente di pelo. E se gli animalisti avranno certamente da obiettare, tante sono le varianti ecologiche: perché si può essere altrettanto eleganti anche nel pieno rispetto dei nostri amici animali.

Il brand inglese Missguided (https://www.missguided.co.uk) propone per l’Autunno/Inverno 2015-2016 sfiziose versioni in pelliccia sintetica in nuance delicate e assolutamente imperdibili, come il rosa nude. Warehouse ( http://www.warehouse.co.uk) propone invece colori come il grigio, su un modello a pelo lungo, rigorosamente in pelliccia sintetica. Perfetto su tutto, dai jeans ai capi più femminili, faux fur è sinonimo di must have incontrastato per la stagione invernale.

Blugirl

Blugirl

Fendi

Fendi

Giorgio Armani

Giorgio Armani

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Kate Upton per Vogue Italia, novembre 2012

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Eniko Mihalik fotografata da Terry Richardson per Harper’s Bazaar US, novembre 2011

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Charme e posa da diva per Carolyn Murphy, ritratta da Patrick Demarchelier per Tatler

Come una diva, in pelliccia rosa baby: Carolyn Murphy per Tatler Russia, settembre 2014



Colori glossy e proporzioni oversize caratterizzano il brand Tzarina Furs (http://www.houseoftzarina.com/): il lusso si mixa ad un amore incontrastato per lo stile e le tendenze: vastissima la scelta, dai modelli classici ai faux fur coats coloratissimi, declinati in sfiziose tinte pastello, assolutamente imperdibili.

La pelliccia, capo principe del guardaroba femminile, ha visto negli ultimi anni una nuova vita, grazie a modelli che l’hanno resa un capo adatto alle più svariate occasioni. Per uno styling perfetto, si può seguire l’esempio di un’autentica icona di stile, quale è Kate Moss, e abbinare la pelliccia (meglio se ecologica!) ad un semplice maxi dress in lana e a stivali. Un capo che dona subito una nuova allure, sulle orme delle dive del passato.

Tzarina Fur

Colori pastello e charme nei modelli proposti da Tzarina Furs

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Un modello Warehouse

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Rosa nude per la pelliccia sintetica di Missguided

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Kate Moss

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Nancy Berg fotografata da Erwin Blumenfeld per Vogue, novembre 1954

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Must have incontrastato di stagione, la pelliccia dona a tutte un tocco di classe




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Lee Radziwiłł: vita di un’icona di stile

L’ingannevole mondo dei Social Network debutta a teatro

I Social Network sono ormai entrati così a fondo nelle vite di tutti che quasi non si fa più caso: non ci si sofferma più ad ammirare un tramonto perché si è troppo impegnati a fotografarlo, ed ancora si può conoscere a fondo un illustre sconosciuto, dai connotati fisici e carattere ai gusti di ogni specie, fino ai dettagli più intimi della vita privata e lavorativa, solo seguendone gli aggiornamenti di status.


Il carattere iperbolico e narcisistico dei social crea spesso un senso di inadeguatezza: ciò che è esposto è una realtà enfatizzata, camuffata, avvolta dall’ingannevole patina dei filtri di Instagram e il risultato è sentirsi esclusi da tutto ciò, non provando reale immedesimazione e condivisione.

Eppure è sempre più frequente non distinguere quella linea sottile, quasi impercettibile, che però separa nettamente il mondo social dalla realtà tangibile.


L’ingannevole mondo dei Social Network debutta a teatro


A moltissimi è capitato, almeno una volta, di provare un sentimento di esclusione, accedendo a Facebook al termine di una giornata storta e, di fronte al tripudio di allegri selfie, ritrovarsi a pensare: ‘qui sono tutti felici tranne me’! E ci si vorrebbe omologare a quello stato di felicità apparente, a quella perfezione che dal di fuori sembra non appartenerci fino in fondo. Di questo sentito senso di esclusione ne discutono già le più influenti università del mondo.


Ma è un sentimento che accomuna un po’ tutti, dando vita a molte reazioni, a volte anche di tipo artistico: sensazione condivisa quella da cui è scaturita anche una riflessione teatrale nella nuova commedia scritta, diretta e interpretata da Maurizio Canforini, che in seguito all’entusiasmo del pubblico, già dopo il primo ciclo di repliche, e anche per la nuova stagione, torna in scena al teatro L’Aura, dal 29 ottobre all’8 novembre.


“Tutti felici, tranne me…”, è infatti la prima commedia teatrale dedicata all’ingannevole mondo dei Social Network, si presenta come indagine dai toni leggeri ma anche riflessivi, fra le relazioni sentimentali 2.0 in cui ‘realtà’ e ‘mondo virtuale’ si sovrappongono senza però mai coincidere.

Chi sono i candidati alla presidenza della FIFA?

Il momento in cui il regno di Sepp Blatter si avvia verso la conclusione è sempre più vicino. La FIFA è un covo di serpi che vive di voltafaccia, mazzette e clientelismi ma organizza il più grande evento sportivo al mondo a parte le Olimpiadi: il campionato del mondo di calcio.
Motivo per cui l’elezione a presidente della FIFA ha una importanza forse senza pari nel mondo per quanto riguarda le organizzazioni non politiche.


L’elezione è prevista per il 26 febbraio e, per ora, i candidati arrivano da tutto il mondo: Sudafrica; Giordania, Trinidad e Tobago, Liberia, Bahrain e Svizzera. Tra i candidati ci sono ex prigionieri politici, principi, avvocati e ex calciatori.


Alcuni candidati sono stati bloccati a causa di violazioni del codice etico e problemi legali. Michel Platini, l’ex fuoriclasse franco-italiano della Juventus, ad esempio, è stato bloccato dalla FIFA per 90 giorni a causa di una inchiesta che lo vede coinvolto in un giro di corruzione multimilionario. L’ex vice-presidente della FIFA, Chung Mong-joon, un sudcoreano, è stato bloccato per sei anni dalla FIFA a causa di ripetute violazioni al codice etico.


La FIFA è attualmente senza un presidente eletto dato che Sepp Blatter è stato sospeso per 90 giorni a causa della stessa inchiesta che è costata la sospensione a Michel Platini. Il facente funzione di presidente, ora, è colui che ha perso le elezioni contro Blatter nel 2002, l’ex calciatore del Cameroon Issa Hayatou.


Per presentare la propria candidatura ogni aspirante presidente deve ottenere l’appoggio di almeno 5 federazioni nazionali e deve aver lavorato nel calcio per almeno due degli ultimi 5 anni. I candidati dovranno poi passare il vaglio di un comitato etico che potrebbe eliminare alcuni candidati che hanno problemi legali per questioni non direttamente inerenti la FIFA.


Mosima Gabriel “Tokyo” Sexwale


Chi sono i candidati alla presidenza della FIFA?


Tokyo Sexwale è un attivista anti-apartheid sudafricano che ha fatto 14 anni in prigione a Robben Island, la stessa prigione di Nelson Mandela. Sexwale sarebbe il primo presidente della FIFA sudafricano. Il continente africano ha di per sé 54 federazioni votanti. Tante. Sexwale che è stato ministro del governo Zuma, proprietario di una industria mineraria e conduttore della versione sudafricana di The Apprentice sarebbe un presidente sicuramente carismatico.


Musa Bility


Chi sono i candidati alla presidenza della FIFA?


Presidente della federazione calcistica liberiana era il candidato delle federazioni africane fino ad agosto ma nonostante abbia perso il sostegno della maggior parte delle federazioni ha provato a candidarsi lo stesso. Le sue possibilità di elezione sembrano veramente irrisorie.


Jerome Champagne


Chi sono i candidati alla presidenza della FIFA?


Un ex diplomatico di professione ha fatto parte della FIFA dal 1990 al 2010. Ora si occupa di calcio per diverse organizzazioni in Africa e in Asia. Ha già tentato di candidarsi per la presidenza dell’anno scorso ma non ha ottenuto abbastanza voti. Pensa di essere l’uomo giusto per dare alla FIFA la credibilità persa negli ultimi anni.


Ali bin al-Hussein


Chi sono i candidati alla presidenza della FIFA?


Il terzo figlio di re Hussein di Giordania è stato l’unico a contrastare Blatter durante le scorse elezioni e ottenne 73 voti contro i 133 di Blatter. Il principe è uno dei candidati con più possibilità di elezione.


David Nakhid


Chi sono i candidati alla presidenza della FIFA?


Ex calciatore di Trinidad e Tobago di 51 anni che da anni vive in Libano dove gestisce una scuola calcio. Si è candidato per portare l’attenzione verso le federazioni caraibiche che secondo lui sono state male rappresentate negli ultimi anni alla FIFA. Nonostante Jack Warner, uno degli ex vice presidenti della FIFA coinvolti nello scandalo corruzione fosse proprio l’ex ministro della sicurezza nazionale di Trinidad e Tobago.


Gianni Infantino


Chi sono i candidati alla presidenza della FIFA?


Il candidato dell’UEFA in sostituzione di Michel Platini sarà Gianni Infantino, suo braccio destro. L’avvocato svizzero di origini calabresi è stato uno dei personaggi chiave del Financial Fair Play. Infantino è il segretario generale dell’UEFA dal 2009 e si candida a prendere i voti di tutte le federazioni europee. Non è chiaro cosa succederà se la FIFA permetterà a Michel Platini di candidarsi dopo il periodo di sospensione.


Salman bin Ebrahim al-Khalifa


Chi sono i candidati alla presidenza della FIFA?


Presidente della AFC, la federazione asiatica e facente parte della famiglia reale del Bahrain. al-Khalifa è attualmente sotto inchiesta per la complicità nella detenzione illegale di alcuni atleti durante le proteste anti-monarchiche del 2011 in Bahrain.
Grande sostenitore di Blatter e da Blatter a sua volta sostenuto per la candidatura alla federazione asiatica. La sua candidatura difficilmente passerà lo scoglio del comitato etico.

Robert Mapplethorpe, sesso e bellezza fino alla morte

“Se avessi una sola notte da vivere e dovessi scegliere tra soldi, il sesso e l’arte, non avrei dubbi, io sceglierei il sesso.(…)Quanto più si ha esperienza del sesso meno se ne conosce. Negli anni passati ero coinvolto in situazioni più severe di tipo sado-maso ed anche le foto di quel periodo sono molto diverse dalle attuali. Dico questo per far capire che l’elemento autobiografico è tutto nel mio lavoro”. (Robert Mapplethorpe)


Se non fosse morto di Aids, tra meno di una settimana Robert Mapplethorpe compirebbe 69 anni. Sarebbe certamente uno splendido uomo, pieno di vita, di uomini bellissimi e certo, ci avrebbe continuato a regalare scatti memorabili.


Robert Mapplethorpe, sesso e bellezza fino alla morte


Nulla per lui fu più importante di una buona scopata e della bellezza che cercò ovunque, nelle spumeggianti erezioni dei suoi uomini come nei petali di un fiore o nello sguardo di un bambino.

Coniugò, come solo i grandi geni sanno fare, trasgressione dolcezza e amore, il sesso fu quasi una ragione di vita, la linfa che lo portò a cercare la bellezza ma anche la sua più grande dannazione.


Robert Mapplethorpe, sesso e bellezza fino alla morte


Frequentando ambienti equivoci e uomini di colore troppo promiscui, per usare un eufemismo, si ammalò di Aids.

Robert Mapplethorpe nasce nel Queens il 4 novembre del 1946 da una famiglia cattolica osservante, è il terzo di sei fratelli e cresce a Floral Park, a Long Island.


Robert Mapplethorpe, sesso e bellezza fino alla morte


Omosessuale, geniale, vive nella sua pienezza gli anni folli vitali e trasgressivi della New York anni settanta di cui condivide tic disillusioni e trasgressioni di una intera generazione. Robert Mapplethorpe sin da adolescente è attratto dalla pornografia che nella maturità riuscirà, con eleganza michelangiolesca, a trasformare in opera d’ arte in una commistione di linguaggi dove immagini commerciali mutuate dalle sottoculture gay anni ‘70 si trasformano in sublimi composizioni raggiungendo una perfezione stilistica degna di un pittore del rinascimento.

Frequenta Andy Warhol le sue faste trasgressive e la famosa discoteca di New York Studio 54, ama il rock, la droga e gli uomini.


Robert Mapplethorpe, sesso e bellezza fino alla morte


Per un certo periodo va a vivere con l’amica di una vita Patti Smith ed è lui a scattare la foto di copertina dell’album Horses.

Il suo stile si declina in perfezione formale, seduzione ed eleganza sofisticata, un’eleganza che troverà la sua massima affermazione nella serie dei fiori.


Robert Mapplethorpe, sesso e bellezza fino alla morte


Nel 1970 ha una relazione con il modello David Crowland che presenta Robert al curatore della sezione fotografica del Moma di New York seguiranno i riconoscimenti più importanti ed una personale alla celebre Light Gallery che lo consacrerà maestro indiscusso della storia della fotografia.

Negli stessi anni comincia una nuova relazione con Sam Wagstaff che compra un loft a Bond Street dove vivranno insieme fino alla morte di Sam per Aids .

Sarà Sam a regalargli la prima Hasselbland che gli permette il controllo totale della scena e con cui realizzerà capolavori come la serie di foto controverse e scandalose The X Portfolio.


Robert Mapplethorpe, sesso e bellezza fino alla morte


Mai soddisfatto cerca tecniche sempre più sofisticate raffinate e costose, stampa al platino alla ricerca di lusso e sofisticherie formali.

Una delle sue dichiarazioni più importanti sulla fotografia fu: “E’ tutta una questione di luce”.

Robert Mapplethorpe muore di Aids il 9 marzo 1989, così lo ricorda Patti Smith:


Robert Mapplethorpe, sesso e bellezza fino alla morte


“Ci salutammo e lasciai la stanza. Qualcosa mi spinse a tornare indietro. Era scivolato in un sonno leggero. Restai a guardarlo. Così sereno, come un bambino vecchissimo. Aprì gli occhi e mi sorrise. “Sei già tornata?” Poi si riaddormentò. L’ultima immagine di lui fu come la prima. Un giovane che dormiva ammantato di luce “.

Come accade ai grandi maestri della storia dell’arte la sua importanza continua a crescere negli anni e tanto più le sue foto subiscono censure tanto aumentano le sue quotazioni.

La Fondazione Robert Mapplethorpe si occupa di gestire il suo patrimonio e di promuovere la fotografia e la lotta contro l’Aids.

http://www.mapplethorpe.org/portfolios/

I curdi vogliono comprare le armi direttamente dagli USA

I rapporti tra curdi e USA sono sempre più stretti, a Washington è stata, addirittura, presentata una guida turistica per il Curdistan alla presenza di due senatori, un ex Consigliere per la sicurezza nazionale e l’ambasciatore de facto del Curdistan.


Ora, magari è ancora presto per fare un giro turistico del Curdistan ma questa guida è indicativa del processo di lobbying che l’autorità nazionale curda sta portando avanti a Washington. Attività di lobbying che ha un obiettivo principale: far si che Obama inizi a vendere direttamente le armi ai curdi senza l’intermediazione di Baghdad.


I curdi hanno capito che il miglior modo di smuovere l’agone politico americano è riversare soldi a K street, la strada dei lobbisti, e si aggiungono alle moltissime nazioni che pagano dei lobbisti per promuovere i propri interessi. L’Arabia Saudita ha dichiarato di aver speso 4.36 milioni di dollari da quest’anno alla fine di agosto, 2.1 milioni in più dell’anno scorso nello stesso periodo. Il Qatar nello stesso periodo ha speso 1.35 milioni a differenza dei 427.000 dollari dell’anno precedente.


La situazione di instabilità nel medio oriente ha reso difficile per gli ambasciatori della zona avere informazioni non filtrate, per questo i lobbisti e il loro network di conoscenze è diventato ancora più importante.
I curdi hanno già speso 291.000 dollari con tre agenzie di lobbying diverse e hanno appena firmato un contratto con la quarta, con cui pianificano di spendere altri 200.000 dollari da qui alla fine dell’anno.


Oltre ai soldi spesi per le agenzie di lobbying l’autorità curda sta investendo in pubbliche relazioni con i deputati americani tramite eventi tenuti regolarmente nella nuova, bella, quasi-ambasciata di Washington.
Il tutto per far si che le armi americane destinate a loro non passino dall’Iraq prima di arrivare a loro.
Baghdad, difatti, sta usando le armi per fare pressioni sui curdi nei confronti dei territori da loro controllati, molto ricchi di petrolio e molto ambiti da tutti: curdi, ISIS e iracheni.


Gli USA hanno iniziato a fornire armi a curdi per contrastare l’offensiva del 2014 in cui ISIS minacciava di conquistare Erbil, la capitale del Curdistan iracheno. Da allora i curdi fanno affidamento sulle armi americane per rendere i peshmerga la milizia imbattibile di questi ultimi periodi. Gli USA sono stati però inflessibili, tutte le armi devono passare da Baghdad.


I curdi hanno finanziato con 1.6 milioni di dollari il loro ufficio/ambasciata a Washington e hanno intenzione di continuare a spendere per acquisire influenza all’interno del “complesso e vasto” governo americano come ha sottolineato il direttore dell’ufficio Karwan Zebari.


I curdi sottolineano come stiano combattendo con armi americane contro armi americane che ISIS ha sottratto all’esercito iracheno. E le armi dell’ISIS sono migliori rispetto a quelle che gli americani vendono ai curdi.
Nonostante i Peshmerga stiano conquistando terreno mentre gli iracheni ne stiano perdendo.

Salviamo i nostri poeti dalle nostre parole

È da qualche tempo che agli annunci di ritiro di questo o quel cantautore spuntano commenti decisamente discutibili. È certamente uno degli effetti dell’allargamento della capacità di comunicazione della nostra società. È un fatto normale – che appartiene alla vita dell’uomo – quello di “smettere” un certo mestiere o comunque, con il tempo, cambiarne le forme ed i modi con cui lo si esercita. È stato così per i Modugno, per Claudio Villa, per Mina, per Battisti, solo per citare alcuni grandi. Eppure, da loro avremmo dovuto imparare una lezione importante. L’uomo cambia le forme con cui si esprime nel tempo, ma il poeta è malato della sua sensibilità, e il massimo che gli è concesso è cambiare la forma, e cambiare i tempi, ma non certamente di smettere. Ma nell’era del tutticommentanosututto e in cui si confonde la libertà di espressione con il diritto di esprimersi necessariamente su tutto, anche su quello di cui non si sa, accade sempre più spesso che non ci si soffermi a riflettere. Ed ancora più spesso accade che per “emergere fuori dal coro” e per qualche minuto di apparente celebrità ci si trasformi in carnefici, e si scordi molto delle persone di cui si parla e della cui vita si commenta.


È bastata una querela di Vasco Rossi ad un sito di “satira” per scatenare l’inferno contro Vasco – e non una sola riga quando i gestori del sito hanno riconosciuto che Vasco aveva ragione, hanno chiesto scusa, hanno ammesso le proprie responsabilità, e Vasco Rossi ha ritirato semplicemente la querela – per altro querela giunta dopo che per tre volte il suo ufficio stampa aveva chiesto la rettifica, senza nemmeno ricevere risposta. Forse il sito voleva solo un po’ di pubblicità… non pensate? Trovo scandalosa, sempre di recente, la polemica tra i fan di Vasco e quelli di Luciano Ligabue. Come se ci potessero essere fazioni tra contenuti, per altro simili, a guardare le parole. Eppure è storia antica, i fan di questo o quell’autore teatrale, di questa o quella commedia o tragedia, dimentichi che “dietro” non vi era il teatro, ma la “visione politica” rappresentata – e spesso quelle faziosità erano “pagate”. Le società dovrebbero tutelare ed avere a cuore, e difendere e conservare come doni preziosi unici e irripetibili i propri poeti. Lo dovrebbero fare per quella straordinaria capacità di macinare la realtà e restituircela senza digerirla e giustificarla con occhi nuovi e diversi.


Per mostrarci chi e cosa siamo, e chi e cosa siamo diventati. Da sempre certe critiche – a Guccini, a De André, a Pasolini, a De Filippo – mi sono sembrate il frutto autentico di quella malattia che tutti abbiamo – la cecità nel non vedere quello che vedono loro. E per non metterci in discussione, preferiamo sparargli addosso. Da sempre. E forse per sempre. Nelle tribù africane o in quelle del deserto australiano – quelle che consideriamo incivili – gli “anziani”, i poeti, i cantastorie, gli artisti, i pittori, i “maestri”, non accumulano ricchezze ma vengono mantenuti dalla comunità – come patrimonio sociale e irrinunciabile. Chi sono i “non civilizzati”? …vorrei essere anche io così non civilizzato! Per tornare a Vasco Rossi, vi dirò come la penso. Penso sia una “bella persona” nonostante tutto. È uno che è sempre stato pronto e disponibile a regalare una sua canzone a questo o quell’artista “pop” che affrontava un “momento di stanca” e che è “tornato in auge” grazie anche al fatto di poter dire “è una canzone scritta da Vasco”. È uno che ci ha raccontato la vita, e non avrebbe potuto farlo in una certa maniera senza averla vissuta in un certo modo. Ma con tanti eccessi, il signor Vasco Rossi non si è mai nascosto, ha sempre ammesso, ha sempre riconosciuto, sempre dichiarato, sempre pagato tutto di persona senza facili scorciatoie e scappatoie, ci ha messo la faccia e se ne è assunto le responsabilità. Ed è uno che avendo pagato sempre e tutto, nonostante tutto, non ha mai preteso di essere o si è spacciato per “modello di vita”, non ha mai fatto la morale a nessuno, non si è mai candidato in politica, non ha mai fatto la predica moralista, a differenza i tanti altri che con troppa faciltà (almeno quanta scarsa memoria) gli sparano addosso.


Ai fan di Luciano Ligabue dico solo una cosa: senza Vasco, non esisterebbe la musica di Luciano Ligabue. Qualche mese fa ha annunciato il suo ritiro dai concerti il maestro Fossati, ultimo grande della scuola genovese. Oggi lo dice – come pensiero ed intenzione – quella roccia granitica che è Francesco Guccini. Dire “sono stanco” – oggi – è un atto di poesia ed umanità – rispetto ai sempiterni belli che stanno in tivvù a dirci cosa fare e quando farla – ad esprimere opinioni tuttologhe su tutto e tutti – senza ritirarsi mai… Pretendere di non fare la “rockstar a vita” è un atto di resistenza umana – e di questo dovremmo dire un altro grazie a un poeta – che si ritira ma non smetterà di scrivere sino a che morte non lo separi da questo mondo… (un pò destino, un pò talento, un pò condanna).


Invece di leggere affermazioni sul quanto hanno guadagnato per “potersi permettere il lusso di ritirarsi” (il che evidenzia solo una insana invidia) vorrei leggere qualcosa di meno di sdolcinati e mielosi elogi funebri in vita e mi basterebbe un semplice grazie. Grazie per quello che continueranno (e lo sappiamo tutti) a scrivere e raccontarci. Grazie per le parole riuscite, per i versi perfetti, e grazie per quelli ancora sconnessi, ma che aprono la strada e lasciano aperto lo spiraglio per il cimento di nuovi “poeti”. Grazie per le parole raccontate, per l’energia trasmessa, per le storie rinarrate, per i ricordi che ciascuno di noi ha, nella sua propria individuale vita, legati ineluttabilmente a questa o quella canzone, a quella strofa, a quel verso. Grazie per gli occhi sul nostro mondo, e per avercelo restituito tradotto con nuova linfa. Semplicemente… …il resto sono e restano chiacchiere da osteria. Vorrei chiudere con due video – il primo di Pasolini, sugli intellettuali il secondo, è il ricordo di Pasolini per voce di Eduardo De Filippo.

Mario Cresci contrappone fotografia e realtà nella mostra “In Bilico nel Tempo”

Nicoletta Rusconi Art Projects, in collaborazione con la Casa d’Aste francese Artcurial, presenta In Bilico nel Tempo, la mostra di diverse serie di opere composite di Mario Cresci che si terrà fino al 31 ottobre presso la sede di Artcurial a Milano (Palazzo Crespi, corso Venezia, 22) e che sarà accompagnata dal testo critico di Marco Tagliafierro. Cresci, autore eclettico che spazia tra disegno, fotografia, video e installazioni, indaga il linguaggio visivo tramite una contrapposizione tra la fotografia e la verità del reale.

 

Autoritratto (foto di Mario Cresci)

Autoritratto (foto di Mario Cresci)

 

In mostra ci saranno diversi lavori, il cui filo conduttore che le pone in relazione diretta è soprattutto un “tempo altro”, il tempo dell’arte, per citare lo stesso Mario Cresci: un tempo che le riguarda trasversalmente tutte. Soggetti/oggetti dei lavori esposti sono opere d’arte storiche, sia dipinti, sia fotografie, sia architetture di altri autori, appartenenti a epoche diverse, qui poste da Cresci in una condizione paritetica, di equivalenza, svelando così l’incipit del progetto espositivo.

 

Mario Cresci, Equivalents (2014) installazione, Pinacoteca di Brera, 2014 11 stampe True Fine Art Giclée su carta Hahnemühle baryta,100% cotone

Mario Cresci, Equivalents (2014)
installazione, Pinacoteca di Brera, 2014
11 stampe True Fine Art Giclée su carta Hahnemühle baryta,100% cotone

 

Varcata la soglia, il visitatore si imbatte in Equivalents (2014): sei metri di sguardi, ovvero undici fotografie di undici ritratti, dipinti da altrettanti maestri. Ritratti che Cresci ha portato a una dimensione omogenea, ponendoli sullo stesso piano, virandoli tutti sui toni del blu e allineandoli sulle lettere, una per fotografia, che insieme compongono la scritta EQUIVALENTS. Si avverte in quest’opera una riflessione dell’autore sulla storia della fotografia, in particolare sul lavoro di Alfred Stieglitz.

 

Mario Cresci, dalla serie “I rivolti”, Contessa di Castiglione #2 (2013) stampa su carta Hahnemühle 100% cotone piegata a mano

Mario Cresci, dalla serie “I rivolti”, Contessa di Castiglione #2 (2013)
stampa su carta Hahnemühle 100% cotone piegata a mano

 

Procedendo da destra e da sinistra, è la volta dell’opera I Rivolti (2013), due stampe su carta cotone, piegate come arditi, azzardati origami, appartenenti a una serie di fotografie, in questo caso di un celebre scatto di Pierre-Louise Pierson ritraente la Contessa di Castiglione. Scrive Cresci: “Il foglio di carta assume valenza materica, che non tradisce la fotografia ma certamente non appartiene ai suoi canoni: diventa volume, oggetto”. Il suo è un percorso visivo fatto di fotografie che hanno come comun denominatore l’intensità dello sguardo, che attira e magnetizza quello dello spettatore: un invito quindi a riflettere sulla magia dell’incrocio di sguardi.

 

Mario Cresci, dalla serie “Luce ridisegnata” (2012) stampa True Fine Art Giclée su carta Hahnemühle baryta,100% cotone

Mario Cresci, dalla serie “Luce ridisegnata” (2012)
stampa True Fine Art Giclée su carta Hahnemühle baryta,100% cotone

 

La riflessione sulla pratica del vedere, guardare e osservare si evidenzia in un’opera della serie Luce Ridisegnata (2012) dedicata al gioco delle geometrie di cornici quadrate, ovali e rotonde che interagiscono con la luce, inseguendo un nitido desiderio di astrazione. Afferma Mario Cresci: “La luce emerge dal vincolo reale della cornice, che appare così ridisegnata da una incomprimibile luminosità interna”.

 

Mario Cresci, A rovescio 02 (2010) stampa True Fine Art Giclée su carta Hahnemühle baryta,100% cotone

Mario Cresci, A rovescio 02 (2010)
stampa True Fine Art Giclée su carta Hahnemühle baryta,100% cotone

 

Su entrambi i lati dell’ingresso dello spazio espositivo sono disposti quattro lavori dal titolo Luce, della serie Dentro le Cose (2011), pensata per Palazzo dei Pio, a Carpi. Una serie che si focalizza sulle ampie finestre del palazzo emiliano, finestre schermate dalla luce proveniente dall’esterno tramite teli bianchi. La luce pare comparire per affioramento dalle tele, mosse come vessilli dall’artista per dinamizzare la staticità di una visione che senza quel gesto sarebbe stata condannata a un’inutile fissità. Una piccola stanza laterale accoglie, presentandola da un punto di vista inedito, la serie A Rovescio (2010) concernente il  retro di tele lacerate esposte su cavalletti. Un’attenzione già altre volte riservata dall’autore al tema del restauro delle opere.

 

Mario Cresci, D’après Parmigianino,”Autoritratto allo specchio convesso”,1524, (2015) stampa True Fine Art Giclée su carta Hahnemühle baryta, 100% cotone

Mario Cresci, D’après Parmigianino,”Autoritratto allo specchio convesso”,1524, (2015)
stampa True Fine Art Giclée su carta Hahnemühle baryta, 100% cotone

 

A chiudere il percorso espositivo ci sarà un’opera della serie D’Aprés, ispirata al celebre autoritratto del 1524 del Parmigianino, che ritrae il pittore manierista riflesso da uno specchio convesso che ne deforma l’immagine. Cresci prende l’autoritratto e vi sovrapppone in trasparenza la fotografia di una parte del suo studio riflessa da uno specchio convesso. In un’ulteriore sovrapposizione, Cresci aggiunge figure geometriche sempre in trasparenza: un immaginario contenuto di segni, forme e colori che lo lega intimamente a questo capolavoro.

 

Mostra aperta al pubblico da lunedì a venerdì dalle ore 10.00 alle ore 18.00.

Lo Sposalizio della Vergine di Rosso Fiorentino

Strano linguaggio, quello di Giovan Battista di Jacopo, detto il Rosso Fiorentino: proprio nel cuore di quel rinascimento, che cercava proporzione e armonia anche nelle scene tragiche (vedi la Pietà di Michelangelo in San Pietro), lui cerca tensione e bizzarria anche nelle scene idilliache. In tal modo il Rosso contribuisce all’evoluzione dello stile classico trasformandolo in manierismo, che da lì a poco darà origine al barocco.


Rosso Fiorentino era nato a Firenze nel 1495. Fin dalle prime opere aveva evidenziato una strana inquietudine, un senso di anarchia nei confronti delle regole o delle convenzioni artistiche, un violento espressionismo. Le sue figure sono «personaggi scheletrici dal volto paonazzo, con espressione vaga o diabolica», come dice un grande storico dell’arte, Francesco Negri Arnoldi.


È evidente che, date simili premesse, Rosso non incontrò molto successo in città. Altri lavori potette eseguire a Piombino e soprattutto a Volterra. Nel 1523, tuttavia, ottenne un incarico di un certo prestigio: gli fu commissionato un quadro per una cappella nella basilica fiorentina di San Lorenzo, la chiesa frequentata dai Medici, che, appunto, ne ospita le tombe. Un ricco mercante della città del giglio, Carlo Ginori, volle decorare la sua cappella di famiglia con la raffigurazione del matrimonio tra la Madonna e San Giuseppe. Rosso Fiorentino si mise all’opera e realizzò un capolavoro di straordinaria intensità.

Lo Sposalizio della Vergine è ancora là, sull’altare della cappella. Perciò può essere ammirato nel suo contesto originario e non in un luogo “neutro” quale un museo.


La scena presenta i due sposi, Maria e Giuseppe, nell’atto dello scambio dell’anello nuziale in presenza di un barbuto sacerdote solennemente vestito. In primo piano appaiono due donne sedute sui gradini, ambedue rivolte verso la coppia; la donna a destra, più giovane, regge un libro aperto: potrebbero essere il simbolo, rispettivamente, della Sibilla e della Profezia, cioè la rivelazione donata da Dio al mondo pagano e al popolo ebraico, come un decennio prima aveva mirabilmente proclamato Michelangelo nella Cappella Sistina. Nello sposalizio di Maria e Giuseppe si realizza, dunque, un disegno che Dio aveva annunziato come una promessa all’umanità.


Rosso Fiorentino Lo sposalizio della vergine


I due sposi, a loro volta, sono circondati da un nugolo di personaggi, parenti e amici invitati alle nozze: «fantasiosa ricchezza e varietà dei motivi, de tipi, i colori battuti dalla luce fredda, il clima arcano e irreale del suo mondo astratto», commenta ancora il Negri Arnoldi.

Un particolare colpisce l’attenzione dell’osservatore: la figura di San Giuseppe. Noi siamo abituati a considerare lo sposo di Maria come un vecchio e umile falegname ebreo; qui, invece, appare come un giovane aristocratico fiorentino! Come spiegare questa differenza rispetto a tutta la tradizione iconografica?


A questo punto occorre prendere in considerazione un ultimo personaggio, il frate che appare sulla destra. Si tratta di San Vincenzo Ferrer, domenicano spagnolo, che, con le dita della mano, indica in quale modo dobbiamo guardare quella coppia.

Nel Cinquecento si riteneva che Vincenzo Ferrer avesse predicato su San Giuseppe, sostenendo che il rappresentarlo vecchio sarebbe stato non solo antistorico ma perfino offensivo nei confronti del santo: Giuseppe, quando sposò Maria, era giovane!

Perché, allora, immaginarlo anziano? La sua tarda età serviva a sottolineare la perpetua verginità di Maria (“la sempre vergine Maria”, proclama la Chiesa). Giuseppe, vecchio e addirittura decrepito, sarebbe stato per lei non uno sposo e un compagno di vita, ma quasi un nonno, la cui impotenza senile avrebbe garantito la verginità della sposa. In questa ottica la scelta di castità matrimoniale, compiuta anche da Giuseppe, non sarebbe frutto della sua virtù e della sua libera decisione, ma della ormai inevitabile decadenza della natura.


È contro questa mentalità che San Vincenzo avrebbe combattuto. Forse non è vero; ma certamente alcuni predicatori la pensavano così. E questa mentalità confluisce nel nostro dipinto.

Rosso Fiorentino morirà nel 1540 a Fontainebleau in Francia, dove era stato chiamato alla corte di Francesco I e dove avrebbe contribuito a diffondere l’arte italiana in quella nazione che, proprio in quegli anni, si avviava a uscire dal suo medio evo.

Chiara Boni: la moda che somiglia alle donne

Chiara Boni, occhi azzurri bellissimi, fascino sofisticato, elegante, gentile, raffinata , difficile trovarle un difetto.
Innamorata della bellezza, dichiara con disinvoltura che la femminilità non è un fatto scontato e che l’eleganza non te la può dare un vestito firmato ma è una qualità interiore e se non l’hai non ci sarà conto in banca o stilista capace di renderti unica .
La sua prima linea, ovviamente da lei disegnata fu “You Tarzan Me Jane”. Erano gli anni settanta, tempi in cui essere alla moda significava osare e trasgredire.
Oggi Chiara Boni è un’elegante signora che da buona fiorentina, parla un italiano perfetto.
La sua linea di moda La Petite Robe è una linea che privilegia un must dell’abbigliamento femminile: il tubino.
Le creazioni di Chiara Boni un po’ le somigliano ma soprattutto somigliano davvero alle donne, la sua non è una moda fatta solo per soddisfare l’ego dello stilista, come purtroppo spesso accade, ma per vestire davvero le donne.
Chiara Boni crea tubini , colorati ed eleganti , dalle linee essenziali che se indossati con delle ballerine li puoi portare tranquillamente di giorno ma che con un paio di tacchi alti diventano elegantissimi…
Insomma la sua è una moda versatile e vera che è veramente attenta alle donne reali e che ha la sana e giusta presunzione di far sentire una donna a proprio agio sempre …


Chiara Boni: la moda che somiglia alle donne

Foto by Anna Amore




Qual’ è stato il momento della tua vita in cui hai deciso che creare abiti sarebbe stata la tua vita?


Io non ho fatto un percorso classico, non esistevano le scuole di moda, credo di averlo deciso da bambina. Inoltre mia madre era una donna estremamente elegante che si faceva cucire gli abiti su misura, la mia scuola è stata la sartoria.


La tua idea di eleganza, cos’è l’eleganza per Chiara Boni?


L’eleganza è il modo di abitare uno spazio, è importante come ti muovi negli abiti che indossi. E poi per me l’eleganza è data anche da un tocco di stravaganza .
Ci sono persone che possono indossare bellissimi vesti ma non sono eleganti .


Il rapporto tra moda e arte?


Per me è fondamentale, inoltre mi ritengo fortunata perché sono cresciuta nella bellezza e vedere la bellezza aiuta a capire la bellezza.
Sono nata a Firenze e ho sempre respirato l’arte. Tra i tanti progetti che mi legano all’arte c’è quello di vestire le periferie, spero si possa realizzare.


L’indumento che ogni donna dovrebbe necessariamente avere?


Come la coperta di Linus è quel vestito che anche quando ti senti brutta ti fa in qualche modo sentire bene, quello che anche nei momenti peggiori ti fa sentire bene e ci esci…


Da dove trai ispirazione per la creazione dei tuoi abiti?


Dalle donne perché guardo molto le donne, guardo come si muovono.
Inoltre a me piacciono molto i fiori, l’arte, le fonti di ispirazione possono essere tante, talvolta anche un libro, ma soprattutto le donne…


Nella enorme offerta della moda cos’è secondo te che fa la differenza?


L’identità, la personalità e sapere che quel vestito appartiene a te e che non è l’abito che ti veste ma sei tu a vestire l’abito.


Chiara Boni: la moda che somiglia alle donne

Foto by Fabio Antonelli




A fronte di tanta offerta, trovo che le donne, per non parlare degli uomini, siano davvero vestite male?


Sono d’accordo, però per esempio in America non è così, a New York in zone eleganti della città, ho visto donne per strada davvero curate, vestite bene.
Giravo invece a Milano in via Monte Napoleone e vedevo donne davvero vestite male.


Cosa pensa di questo pullulare di fashion blogger, insomma di questa esplosione in rete della moda?


Anche lì bisogna distinguere molto, ci provano in tante ma poi sono poche quelle che riescono davvero a fare tendenza. A me arrivano richieste continue da parte di queste blogger.


Quando secondo te una donna è vestita bene?


Prima di tutto è una questione di stare bene con se stessi.


L’abito, il vestito, l’indumento a cui sei più affezionata?


Sono ovviamente tanti ma forse è il vestito che mi sono fatta per il mio matrimonio, era una tuta di pizzo trasparente con una gonna di chiffon un po’ zingaresca, era abbastanza sexy e mi ricordo che il prete guardava imbarazzato…
Disegnato da me, mi fu cucito dalle sarte di Valentino.


Cos’è lo stile per Chiara Boni?


La mia moda è interpretabile, ti puoi mettere un tubino e farlo tuo… Lo stile è l’interpretazione che fai di quel vestito, lo stile sta nel fatto che riesci a farlo tuo.


http://www.chiaraboni.com

N.MERAVIGLI COLLEZIONE PRIMAVERA/ESTATE 2016

N.MERAVIGLI PRIMAVERA/ESTATE 2016

In occasione della settimana della moda milanese, la giovane designer Ana Almeida e Pedro Melo, suo compagno, hanno presentato il loro primo progetto creativo, nella splendida cornice di Palazzo Turati, in via Meravigli.
Qualità e attenzione per i dettagli sono l’anima di questo giovane brand che vuole identificarsi in uno stile sofisticato che rispecchi l’immagine di una donna moderna e con un forte spirito romantico. Una filosofia creativa che trae ispirazione dall’haute couture, applicata al design di una collezione prét-a-porter che unisce modernità e tradizione sartoriale, ricercatezza e qualità.

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Natural Wonder è la parola chiave. L’ispirazione è la bellezza naturale.
Profili zoomorfi si trasformano in patterns tridimensionali su trasparenze leggere, gli abiti dal taglio sartoriale, si ispirano ad una donna cosmopolita, amante dell’eleganza in ogni occasione.
I capi si colorano di stampe finemente accennate, che giocano con trasparenze e con colori che ricordano le tonalità naturali del sabbia e del corallo, del blu navy e del bianco.

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I pantaloni delineano silhouette leggere, disegnate su asimmetrie impercettibili ma essenziali, sintomo del sottile legame tra tradizione sartoriale e innovazione.
Le giacche in seta, materiale che predomina la collezione, si arricchiscono di fodere in nuance e zip metallizzate a contrasto, gli abiti cadono leggeri, destrutturati da plissé in perfetto accordo con l’anima sporty-chic del brand.

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È proprio il plissé l’elemento principe, dona al capo leggerezza e tridimensionalità, il ricamo si pone come struttura portante, accentuando i volumi. Un design innovativo ma permanentemente legato alla tradizione.

 

SARTORIAL TOUCH 2.0 – Una serata dedicata al Gentleman Contemporaneo

SARTORIAL TOUCH 2.0
Una serata dedicata al Gentleman Contemporaneo


IL 21 ottobre 2015, in occasione del Festival del Cinema, nella lounge del Regina Hotel Baglioni di Via Veneto, una serata ad alto tasso di eleganza per celebrare il gentleman contemporaneo e la sua estetica.

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Panetta Sartorial Touch 2.0



Eternalshoes.it, il primo sito online a proporre servizi di riparazione di scarpe di lusso , insieme alla storica sartoria Panetta Tailor, atelier del lusso maschile per antonomasia, Agalma Medusae, Kinloch e altri brand legati al mondo sartoriale e Made in Italy, hanno presentato le proprie realtà all’interno della splendida cornice dell’Hotel.

Manuel Martinelli, Ceo e founder di Eternalshoes, ha colto l’occasione romana per presentare la nuova linea di calzature artigianali firmate Eternalshoes, in vendita nel sito www.eternalshoes.it, e da settembre disponibili anche presso la sartoria Panetta Tailor e l’e-store dell’atelier sartoriale.

Panetta Sartorial Touch 2.0

Panetta Sartorial Touch 2.0



Ambasciatore della serata l’attore di fiction Ernesto D’Argenio che è arrivato con auto d’epoca indossando uno spezzato doppiopetto verde, stringate Eternalshoes e accessori Kinloch e Agalma Medusae (gemelli in pietra lavica). E ancora il blogger Giorgio Giangiulio, fino all’attrice Nathalie Rapti Gomez, solo per citare alcuni nomi tra le personalità e vip presenti all’evento.

Panetta Sartorial Touch 2.0

Panetta Sartorial Touch 2.0



Guarda le foto dell’evento: 

Henau festeggia i suoi 15 anni di occhiali!

Il 2015 è un anno di festeggiamenti per HENAU!


Per commemorare i suoi 15 anni, HENAU lancia una collezione ispirata all’arte grafica, caratterizzata da un’estrema attenzione per la qualità del prodotto e per il design, sempre innovativo, originale, atemporale e al tempo stesso funzionale. Si sviluppano così due linee in parallelo, una “modern” e una più “classic”, entrambe frutto di un sapiente mix tra avanguardia e tradizione.

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Il lusso “Made in Italy” firmato Serà fine silk

Serà fine silk
Made in Italy for you – la collezione in edizione limitata  “this is not a tie”


Serà fine silk, antiche sete da cravatteria danno vita a preziosi nuovi accessori: sciarpe e pochette.
Serà fine silk, brand emergente di accessori di lusso da uomo – tra cui sciarpe, pochette e cravatte – realizzati a mano in seta, appositamente prodotti in un piccolo laboratorio artigiano italiano incentra il proprio business sulla migliore seta italiana, quella dell’area di Como.

Dalla passione viscerale della creatrice di Serà fine silk, Francesca Serafin, nascono delle collezioni dedicate all’italianità e al desiderio di far vivere o rivivere una piccola esperienza italiana ogni volta che si indossa un suo accessorio.
Ogni prodotto è realizzato in Italia in numero limitato, con antiche sete rifinite rigorosamente a mano e caratterizzato per materiali di alta qualità, stampe dai colori accesi e dai motivi raffinati.

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La prima collezione era dedicata ai vini italiani, filone che viene ripreso anche per la fw15 con due nuovi modelli ispirati ad abbinamenti cromatici e olfatti connessi a vini italiani.
Per la FW15 Serà fine silk ha studiato una collezione in edizione limitata di sciarpe e pochette realizzate con tessuti vintage da cravatteria chiamata appunto “this is not a tie”.

Il concetto è modulato sulla creatività degli italiani e sulla loro abilità di reinventare personalizzando, e così un’antica stoffa da cravatta può diventare una sofisticata sciarpa o una pochette. La particolarità di questa collezione non è data solamente dall’idea sottostante e dalla pregiata seta di Como utilizzata, ma anche dalla versatilità.
Ogni sciarpa è infatti costituita da 4 pannelli differenti, associati in modo da creare un lato più estroso – realizzato con fantasie più grandi e colorate – ed un altro più sobrio – caratterizzato da fantasie piccole e classiche – consentendo alla sciarpa di poter essere utilizzata in ogni occasione e di poter assumere colorazioni diverse con la complicità del vento. I loro nomi sono ispirati ad alberi italiani, ai loro colori e profumi per evocare emozioni legate alla natura.

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Serà fine silk Mirto



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Serà fine silk Melograno



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Serà fine silk Sughera



Le pochette vengono poi declinate nelle fantasie delle sciarpe con gli orli realizzati rigorosamente a mano, così come le cravatte, dalla lavorazione tricot, presentano dettagli in seta stampata.
L’etichetta recita “Made in Italy for you”, poiché la cura per i dettagli ed il desiderio di unicità emerge non solo dalla scelta di tessuti ricercati e dalle finiture a mano, ma anche dalla presenza di una piccola guida disegnata a mano che illustra 6 diverse piegature possibili, accuratamente riposte in una scatola blu fatta a mano, chiusa da un nastro di velluto e da un sigillo a cera lacca.
Le collezioni, nonostante abbiano un marcato taglio maschile, strizzano l’occhio anche a lei. Le pochette, infatti, possono diventare accessori per capelli o raffinati bracciali, così come le sciarpe possono essere utilizzate da una donna alla ricerca di un abbinamento inusuale o da una ragazza che decida di prenderla dall’armadio del fidanzato.

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Raf Simons lascia Dior

La notizia è arrivata come un fulmine a ciel sereno: Raf Simons lascia la direzione creativa di Christian Dior. È Sidney Toledano, CEO della celebre maison francese, a darne conferma in un comunicato stampa diffuso questo pomeriggio. Lo stilista belga avrebbe motivato la sua scelta affermando di volere concentrarsi sulla sua linea e sulle sue passioni.

Direttore creativo di Dior dallo scorso 2012, Simons subentrò a John Galliano, licenziato per le sue affermazioni antisemite. Un fatturato in continua crescita per la storica maison, grazie anche all’operato di Simons.

Si chiude quindi con la collezione Primavera/Estate 2016, appena presentata a Parigi, la parentesi Raf Simons per Christian Dior. Adesso ci si interroga su chi prenderà il suo posto: tra i nomi più papabili sembra ci siano Riccardo Tisci, direttore creativo di Givenchy, e Phoebe Philo, attualmente alla guida di Céline.

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Netflix è arrivato in Italia, finalmente

Netflix è finalmente disponibile in Italia!
Il servizio di streaming legale più famoso al mondo è approdato anche sui nostri computer.
Netflix, dopo essere stato un servizio di noleggio di film e videogiochi per posta in abbonamento, nel 2008 si è trasformato in un servizio di streaming media come è oggi.


Nato negli Stati Uniti ora è presente in 50 paesi in tutto il mondo e conta 65 milioni di abbonati. Negli ultimi anni ha lanciato la sfida definitiva ai grandi network iniziando anche a produrre serie di grande livello come House of Cards di David Fincher con Kevin Spacey o Orange is the New Black.


La prima cosa da fare è andare su Netflix, qui si troverà un pulsante per far partire il periodo di prova gratuito di un mese. Nella prima pagina potrete scegliere il piano tariffario a cui volete abbonarvi.Ce ne sono 3: uno da 7,99 € che permette di avere un solo schermo connesso contemporaneamente e non ha la possibilità di guardare i contenuti in HD; uno da 9,99 € che permette di vedere i contenuti in HD e su due schermi contemporaneamente e uno da 11,99 € che permette di vedere i contenuti in 4K, quando disponibili, e da 4 schermi contemporaneamente.


Nella schermata successiva si potrà creare il proprio profilo, ne possiamo creare fino a 4, e personalizzarlo con ciò che ci piace in modo che Netflix possa suggerirci i contenuti più vicini possibili ai nostri gusti. Se vorrete creare anche altri profili utente, ad esempio per ogni membro della vostra famiglia, dovrete fare lo stesso.


Potete usare Netflix dal vostro browser o grazie alle app installate su molte Smart TV, dalla Apple TV, da Chromecast o dalla vostra console. Non cambierà nulla secondo il vostro provider di internet ma servirà una connessione buona per permettere lo streaming.


Il catalogo di Netflix cambia a seconda dei paesi e in Italia non è esteso come negli Stati Uniti. In ogni paese Netflix ha accordi diversi con chi detiene i diritti di distribuzione dei contenuti e, ad esempio, una serie che negli Stati Uniti è presente su Netflix magari in Italia è distribuita da Sky la quale non ha intenzione di dare a Netflix il diritto di mettere nel proprio catalogo quella serie.


Netflix ha dichiarato che il catalogo italiano sarà composto da un 80% di titoli internazionali e da un 20% di titoli italiani di respiro internazionale.
Il catalogo raddoppierà nel giro di un anno anche a seconda delle preferenze del pubblico italiano.


In Italia non saranno disponibili, almeno all’inizio, nemmeno tutte le serie prodotte da Netflix. House of Cards rimarrà a Sky, ad esempio ma Orange is the New Black fa già parte del catalogo così come Daredevil, Bloodline, Sense8, Marco Polo e Narcos. Tutte serie prodotte da Netflix.


Tutti i contenuti sono in lingua originale con la possibilità di passare all’italiano o di usare i sottotitoli. Alcuni contenuti saranno in 4K.
Netflix ha già fornito ai provider il suo catalogo in anticipo in modo che essi lo immagazzinino nei propri server e rendano lo streaming più fluido.

Lee Radziwill: vita di un’icona di stile

A volte anche chi ha vissuto di luce riflessa può iniziare a brillare di luce propria. È il caso di Lee Radziwill: la sorella minore dell’indimenticabile Jackie Kennedy è stata protagonista indiscussa del jet set internazionale a cavallo tra gli anni Sessanta ed Ottanta.

Socialite, PR di successo, interior designer e attrice, una personalità poliedrica e uno stile invidiabile, Caroline Lee Bouvier nasce a Southampton, New York, il 3 marzo del 1933. Le sorelle Bouvier trascorrono un’infanzia agiata, tra party esclusivi, lezioni di tennis e corse a cavallo.

Le chiamano “the whispering sisters”, per quel loro modo -un po’ infantile e complice- di appartarsi in un angolo ad ogni festa e chiacchierare tra loro. Ancora ignare del proprio destino, che porterà Jackie Lennedy Onassis ad entrare nel mito e Caroline Lee Bouvier a divenire principessa Radziwill nel 1959, le due appaiono inseparabili.

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Lee Radziwill con la figlia Tina in una stanza del loro appartamento londinese, con l’interior design curato da Renzo Mongiardino, 1966



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Lee Radziwill in uno scatto di Mark Shaw, Londra, 1962



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Lee Radziwill in un abito Nina Ricci, foto di Mark Shaw, Parigi 1962



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Lee Radziwill in Lanvin, foto di Mark Shaw, Londra, 1962



Il soprannome Lee viene dal cognome da nubile della loro madre, Janet Lee, che proveniva da una famiglia povera di immigrati irlandesi. Ma agli occhi dell’aristocrazia newyorchese le umili origini erano assolutamente da nascondere e pertanto le due sorelle non persero mai occasione per millantare discendenze aristocratiche. Il padre John Bouvier, broker di successo, soprannominato Black Jack per la sua carnagione perennemente abbronzata, amava trascorrere le sue notti tra alcol e scommesse. Fu così che il matrimonio dei genitori delle due sorelle Bouvier naufragò, fino al divorzio, arrivato nel giugno del 1940 e vissuto all’epoca come un’ombra infamante.

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Lee Radziwill in abito Christian Dior, foto di Mark Shaw, Londra, 1962



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Ancora in un abitino a trapezio Christian Dior



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Caroline Lee Bouvier è nata il 3 marzo 1933 a Southampton, New York



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La principessa Radziwill fotografata da Henry Clarke per Vogue, 1960



Jackie e Lee, cresciute in un ambiente iperprotetto, sono competitive, ambiziose ed amanti della bella vita. Entrambe aspirano ad avere amicizie influenti e a far parte dell’élite. La piccola Lee si sente meno amata rispetto alla sorella Jackie, più posata e riservata e considerata più bella esteticamente. Inoltre Jackie è più diligente a scuola e consegue ottimi risultati nello studio. Man mano nell’animo della sorella minore si fa strada un sentimento di gelosia forse mai dichiarata nei confronti di quella sorella così perfetta, sentimento che diverrà visibile anni dopo, come lo stesso Truman Capote dichiarerà apertamente. Lee al contempo viene descritta come una testa vuota arrogante e non particolarmente brillante negli studi. Appena ventenne la ragazza decide di convolare a nozze con Michael Temple Canfield. Il matrimonio viene celebrato nell’aprile 1953. Ma cinque mesi dopo Jackie le ruba ancora la scena, sposando John Fitzgerald Kennedy, bel senatore del Massachusetts nonché futuro Presidente degli Stati Uniti d’America. È l’inizio di una rivalità che durerà per tutta la vita.

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Caroline Lee Bouvier nel corso della sua vita è stata socialite, PR, interior designer ed attrice



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Uno scatto di Dennis Oulds, 1967



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Icona di stile dalla raffinata eleganza, la principessa Radziwill ha posato diverse volte per Vogue



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Germania, 1968



Il matrimonio di Lee si conclude con un divorzio, nel 1959, ma nello stesso anno la fanciulla sposa il principe Stanisław Albrecht Radziwiłł, più vecchio di lei di 19 anni. Inizia così un lungo momento di celebrità per Caroline Lee Bouvier. Nessuna è più acclamata di lei, nessun party può iniziare senza la sua presenza. La volgare definizione di arrampicatrice sociale a volte è solo questione di circostanze particolari che possono portare una donna ad interessarsi ad un certo tipo di uomo. Lee Radziwill certamente non avrebbe potuto accontentarsi di un uomo diverso: le amicizie influenti del marito fanno parte integrante della loro unione e ne costituiscono l’aspetto più eclatante. Ma Lee non si accontenta, il suo animo perennemente alla ricerca di qualcosa di più non riesce a farle vivere serenamente neanche quel matrimonio blasonato.

Icona di stile idolatrata, le viene chiesto da molti magazine di scrivere di moda, ma lei pretende cifre esorbitanti, mentre tenta senza grande successo la carriera di attrice. Intanto si profila all’orizzonte una nuova rivalità tra le due sorelle Bouvier: Jackie, ormai vedova del Presidente Kennedy, si appresta a sposare Aristotele Onassis, che sarà al centro di un inedito triangolo amoroso tra le due. Ben presto anche il secondo matrimonio di Lee naufraga, e nel 1974 arriva il divorzio dal principe Radziwill.

Celebrata da Vogue con foto patinate, la principessa vive tra viaggi in giro per il mondo ed amicizie famose, tra cui spiccano Rudolf Nureyev, Andy Warhol e Truman Capote. Indebitata fino al collo per i suoi vizi, in primis l’alcol, prova senza successo a sposare il magnate californiano degli hotel Newton Cope, ma un’ora prima della cerimonia gli amici di lui lo dissuadono dall’idea: sposare quella donna non sembra affatto una mossa intelligente. Lee si ritrova ancora una volta sola e con il bicchiere in mano. Nel 1988 sposa in terze nozze il produttore Herbert Ross, ma anche questo matrimonio culminerà in un divorzio.

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Jackie Kennedy e Lee Radziwill alla Casa Bianca, anni Sessanta



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Caroline Lee Bouvier ritratta da Andy Warhol, 1972



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Figura di spicco del jet set internazionale



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Lee Radziwill è stata inclusa nella Hall of Fame dell’International Best Dressed List



L’icona Lee Radziwill vive male, soffre di alcolismo ed è preda di demoni che neppure la vita patinata riesce a sconfiggere. Abituata a stare sotto i riflettori, nel jet set internazionale è il personaggio forse più discusso, mentre la sua bellezza fuori dai canoni vigenti affascina praticamente tutti, a partire da fotografi del calibro di Henry Clarke e Andy Warhol, suo grande amico.

Tante sono le testimonianze che la descrivono come una donna sostanzialmente arida e senza scrupoli, che seleziona gli eventuali partner solo in base allo status sociale e alla disponibilità economica. Di certo Lee Radziwill sotto i riflettori si è sempre trovata a proprio agio. Lo vediamo dalle foto in cui sorride gioiosa, tra lo sfarzo e l’opulenza di location da favola. La massima “less is more” certamente non sembrava appartenere alle sorelle Bouvier. Celebre la foto della principessa Radziwill con la figlia Tina nel suo appartamento londinese, arredato secondo il gusto ottomano dall’estro di Renzo Mongiardino. Confinata nella torre d’avorio dei suoi sorrisi perfetti e dei suoi abiti di lusso, la donna trascorre una vita spesso dura e paga sulla propria pelle il peso delle proprie scelte.

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Jackie e Lee a Londra, 1965



by Cecil Beaton, bromide print, January 1951

Una giovane Lee ritratta da Cecil Beaton, gennaio 1951



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Lee Radziwill ritratta da Marilyn Silverstone, 1962



Lee Bouvier ha incarnato la quintessenza della classe con il suo stile e le sue mise semplicemente perfette. In bilico tra il glamour e i fasti di certi abiti da gran soirée e il minimalismo di mise semplici, come i pantaloni Capri, sdoganati dalla sorella Jackie, il suo stile è eclettico e versatile. Allure intramontabile nella figura esile, ma anche nelle imperfezioni, come gli occhi distanti e la bocca che si allarga in sorrisi forse troppo ampi rispetto ai canoni tradizionali. La sua eleganza la porta nel 1996 ad entrare nella Hall of Fame della celebre International Best Dressed List creata da Eleanor Lambert. Ma noi la preferiamo versione acqua e sapone, in spiaggia, col vento tra i capelli e il sorriso genuino.


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La paura e la politica

Lo strumento di maggiore (e in termini di efficacia migliore) controllo di un popolo è la paura. Un tempo la paura era immediatamente riconducibile a misure dirette di repressione violenta, per cui si gestiva l’opposizione attraverso la violenza diretta, in tutte le sue forme, dal carcere, ai pestaggi, alla chiusura o distruzione di sedi di partito. Questi comportamenti però, soprattutto con la diffusione dei mezzi e degli strumenti di comunicazione, finiva con il rafforzare gli oppositori di un sistema, aggregando a questi anche coloro che semplicemente non ammettevano la violenza come strumento politico. Ciò non riguarda solo regimi veri e propri, spesso usati come esempio.


Le grandi battaglie per i diritti civili negli Stati Uniti sono state vinte proprio quando leader come King hanno “usato” i sistemi di comunicazione mostrando gli aspetti più cruenti delle forme repressive di alcuni sceriffi e governatori degli stati del sud. Oggi la paura è uno strumento di propaganda politica ed economica. È una forma di paura dialettica, espressa in maniera generica ed in forme indefinite. Ne abbiamo molti esempi. La paura degli “extracomunitari” [categoria generica in cui teoricamente rientravano tutti gli stranieri, ma in maniera propagandista ovviamente solo quelli “poveri” – mica americani, canadesi, australiani, giapponesi…] colpevoli di ogni male economico e sociale degli anni novanta in Italia era il cavallo di battaglia della Lega Nord.


La paura della “chiusura degli stabilimenti” (altra categoria generica) induce all’accettazione di variazioni contrattuali, senza che spesso vi sia un nesso diretto tra causa ed effetto, e tra modifica delle condizioni e produttività. La paura di restare senza copertura sanitaria a causa della perdita del posto di lavoro ha evitato di fatto qualsiasi forma di sindacalismo e di sciopero negli Stati Uniti, soprattutto negli anni dei tagli più forti alla produzione interna sotto l’amministrazione Reagan. La paura dei “comunisti” giustificava qualsiasi azione di repressione dei diritti civili negli anni sessanta, e casualmente in maniera direttamente proporzionale cresceva l’economia. Dall’altra parte, la paura del mostro americano giustificò a lungo le repressioni di Stalin.


La paura delle “api assassine”, del “millennium bag”, sono “virus” che fanno aumentare la percezione sociale di pericoli imminenti, e come i virus sanitari sotto forma di una nuova e diversa influenza ogni anno, generano mercato, un mercato di paura: vaccini, scorte alimentari (casualmente questi allarmi coincidono con i medi di dicembre ed agosto, periodo in cui è utile alle grandi catene svuotare i magazzini). Per tutto il suo mandato George W. Bush non ha mai sostenuto un solo discorso sullo Stato dell’unione – momento costituzionalmente previsto in cui a camere unite il presidente espone i dati sullo stato dell’economia, dell’occupazione, della salute della federazione – limitandosi a dire che “siamo sotto attacco”, che la “guerra contro i nemici della democrazia e della libertà…” etc etc.


Le paure sono spesso legate a luoghi comuni veri e propri, considerati veri fatti storici e per questo nessuno prende in considerazione nemmeno l’ipotesi di verificarli. Tra questi “gli zingari rapiscono i bambini” – oddio ci sarà anche stato qualche atto simile, ma negli ultimi trentacinque anni (da quando i database europei sono in qualche modo collegati) non risulta una sola condanna definitiva per un solo caso di rapimento in tutta Europa. A Napoli grande risalto ebbe la notizia che nella zona di San Giovanni una madre aveva sorpreso degli zingari del vicino campo nomadi mentre prendevano il figlio dalla culla – subito il quartiere in rivolta assaltò il campo lì vicino; in pochissimi sanno che l’esito delle indagini fu un interesse diretto della camorra a quell’area. Una ragazza a Torino, l’anno scorso, ha dichiarato di essere stata stuprata da uno zingaro – immediata la reazione della popolazione che ha letteralmente assaltato il campo nomadi dandolo alle fiamme – quasi nel silenzio è poi passata la notizia che aveva inventato tutto per nascondere la sua relazione alla famiglia. Ecco due piccoli effetti collaterali del credere ciecamente ai luoghi comuni della paura: che vengano usati per altri scopi.


La paura di presunte armi chimiche, batteriologiche, nucleari, ha giustificato senza troppe domande la guerra in Iraq – poco conta che non siano state mai né trovate né ne sia stata data nemmeno la prova indiziaria. La paura che “tutto il sistema crollasse” ha di fatto obbligato l’amministrazione Obama a “regalare” alle banche circa 1.500 miliardi di dollari.


Da noi la paura di un colpo di stato di sinistra giustificava il congelamento della politica e della società italiana nel pentapartito. Poi, la paura di un colpo di stato di destra, giustificava lo stesso congelamento. La paura di un cambiamento della classe dirigente italiana a seguito di mani pulite fece entrare in politica Silvio Berlusconi, e la paura che “i comunisti liberticidi” andassero al governo fu il tema unico della sua campagna elettorale; chi lo attaccava era “un comunista”; chi ne metteva in evidenza dubbi sulla storia personale e finanziaria e chi poneva la questione dei conflitti di interessi, era un complottista.


Oggi, la paura di “quello che potrebbe succederci” (sic!) giustifica qualsiasi misura di tagli alo stato sociale, alla previdenza al mercato del lavoro. Ciò anche laddove è evidente che non ci sono nessi diretti, ed anche quando misure strutturali reali e realizzabili non vengono nemmeno considerate.
L’Ilva di Taranto viene sequestrata dalla magistratura (non da Greenpeace!) perché inquina, e non poco, e in maniera grave, continuata, reiterata, conclamata. L’azienda replica “se chiudete qui, chiudiamo anche altrove” (il nesso? Qualcuno lo ha davvero appurato?) Replica del ministro della giustizia (sic!): non ce lo possiamo permettere. La paura di perdere posti di lavoro in un momento difficile, annulla responsabilità e reati, e giustifica nel silenzio collettivo che sia lo Stato (non si capisce perché) a pagare un investimento di un’azienda privata, che avrebbe per altro dovuto fare dieci anni fa e con risorse proprie!


Ma la paura è uno strumento che non riguarda solo i grandi tempi, gli stati, la politica nazionale. La paura viene insinuata nel piccolo comune, e soprattutto nel cittadino comune, dal basso, nella cellula più piccola della nostra società. “Se parte il termovalorizzatore Parma diventerà come Napoli”
La migliore macchina della paura è però quella sulla “crescente microcriminalità”. “Dobbiamo organizzare le ronde per difenderci dalla criminalità crescente” tuonava la Lega – ed oggi tutti danno per certo il dato su una situazione di criminalità diffusa e capillare. È una sensazione che abbiamo “a pelle” – negarla è cecità. Ma è anche vera? O confondiamo in maniera percettiva ciò che vediamo e sentiamo con ciò che accade davvero attorno a noi? Nel nostro paese il 68% delle fiction contiene microcriminalità ed è ambientato in serie poliziesche. Il 70% delle serie che importiamo è incentrato su serie criminali, direttamente o indirettamente. Va meglio con i film, che contengono violenza quotidiana per il 40% e scene di violenza fiction per il 24%.


La cronaca, spesso nera, fa notizia, e compone una media annuale del 28% dei nostri telegiornali e il 35% degli approfondimenti, non solo serali ma anche pomeridiani. In qualche modo siamo “abituati”, è come se tutto questo fosse reale, ripetuto, reiterato. Finisce con l’essere la nostra realtà, quella vera. Che i dati abbiano evidenziato invece dal 2000 al 2008 un calo costante del 4% all’anno, con punte del 6%; che certe aree siano decisamente e fortemente al di sotto della media europea, che le nostre città “più pericolose” (come Napoli, Milano, Palermo, Roma) per quanto saltino agli onori della cronaca per singoli episodi e fatti eclatanti, abbiano una diminuzione anche del 18% della microcriminalità… sono dati (anche se veri) considerati falsi, da una popolazione che ha la percezione epidermica di essere minacciata.


Questa “cappa di paura” schiaccia la società. Non le consente nemmeno una ipotesi di cambiamento. Blocca la spesa, e giustifica qualsiasi misura “spacciata” per necessaria. Certo, non arriviamo al “patriot act” americano, ma non siamo molto distanti, soprattutto se consideriamo il sistema nel suo complesso, e se consideriamo che la piattaforma dell’informazione e dei dati personali è sostanzialmente globalizzata.
Una democrazia dovrebbe vivere il momento elettorale come uno strumento di controllo, un momento di verifica e un atto di esercizio di una funzione di gestione del potere collettivo, che prima di tutto assume alla funzione di sistema di evitare ingerenze esterne sulla collettività. Oggi viviamo come una “minaccia” anche solo l’ipotesi di andare a votare. “se andiamo a votare succede…” e la frase si completa con qualsiasi male che ciascuno può concepire come il peggiore. In questo, la paura, finisce con l’essere il migliore collante sociale e collettivo. Ma mi chiedo, che paese e che società è quella che viene tenuta insieme con la minaccia e la paura?


La ricetta è tanto semplice quanto complessa da realizzare, in un popolo che non è stato educato alla memoria storica e che è stato anestetizzato dalla difficile attività del leggere, preferendo il comodo “guardare”. Dovremmo diffidare a priori di tutti coloro che ci parlano di paura, che ci vogliono convincere attraverso una “minaccia”, che ci veicolano messaggi per evitare “un male”. Chi instilla, alimenta, produce, una paura, è sempre un manipolatore e un potenziale oppressore. E quando glielo dici, parla di teoria del complotto, di macchina del fango, di “poteri forti” che gli si oppongono – si chiude e chiude il proprio gruppo a difesa del leader, reiterando un metodo per cui “loro, i buoni, sono sotto attacco perché hanno ragione” e sono gli altri che “non vedono”.
La paura, da sempre, è la migliore arma per generare consenso. Un consenso facile, costruito solo sui timori naturali delle persone, cui non viene data la chance e la fiducia di essere davvero libere di scegliere, da sé il proprio futuro.

Un libro imperdibile: L’ OROSCOPO 2016 di Simon & The Stars

Simone Morandi, noto anche come Simon & The Stars, prima di essere l’autore del più bel libro dedicato all’oroscopo del 2016, è anche noto per essere un avvocato, agente di molte star del cinema e produttore cinematografico.

Simone Morandi ha appena scritto il libro OROSCOPO 2016, il Giro dell’anno in 12 segni.

In questo libro, Simon racconta l’oroscopo come un romanzo di formazione, come fosse un viaggio dove il lettore incontra sfide, prove, soddisfazioni, conferme, insegue e raggiunge se stesso, insomma l’essenza della vita.
L’Oroscopo 2016 è articolato in dodici tappe che corrispondono ai dodici mesi e ai dodici insegnamenti che lo zodiaco esprime.
L’oroscopo di Simon è in sintesi una preziosa bussola in grado di trasformare anche il transito più faticoso nella più alta e preziosa risorsa di crescita.
Una visione differente, poetica, evocativa dell’oroscopo, che mescola sapientemente racconto e previsione.
La sua “vocazione” astrologica lo ha irreversibilmente trasformato in un “astro-curioso”: un mix di astrologo, studioso e interprete delle stelle.


Un libro imperdibile: L’ OROSCOPO 2016 di  Simon & The Stars


Nella babele di astrologi improvvisati e non come si colloca Simone Morandi e il suo libro?


La mia esperienza personale con l’astrologia è piuttosto inusuale. Io ho una formazione di per sé non astrologica ma giuridica, e credo che entrambe le cose richiedano una certa capacità di “ragionare per simboli” e di trovare analogie tra le cose ragionando sul loro senso simbolico ed archetipico. La passione per l’astrologia è nata in un secondo momento nella mia vita ed è stato un immediato “riconoscimento” in un sistema di pensiero dove immaginazione e pensiero simbolico sono alla base di una buona capacità di lettura degli astri. Ho pensato di condividere questa passione su una pagina Facebook che ho creato nel marzo 2013, e ho iniziato a scrivere l’oroscopo.


Come nasce la passione per l’astrologia?


Come tutte le cose che cambiano la vita, la passione è nata per caso. O meglio, una certa curiosità per la lettura degli astri ce l’ho da quando ero piccolo ma non avevo mai pensato che dietro ci potesse essere uno studio così avvincente e profondo. Uno studio che tocca psicologia, filosofia e semantica. Una sera nel 2010 mi sono trovato per caso a chiacchierare con Luisa De Giuli, un’astrologa che conoscevo solo per nome e fama, che ha acceso il motore della mia curiosità. Quando ho realizzato che l’oroscopo non è altro che la punta di un iceberg incredibilmente vasto e profondo, ho iniziato dapprima con delle letture personali, e poi iscrivendomi ad una scuola di Londra molto prestigiosa, un punto di riferimento importante per chi studia questa materia.


Domanda banale ma quale sarà il segno vincente nel 2016?


È difficile parlare di un vero e proprio “Primo posto” di podio. Diciamo che tutti i segni “Fissi” (Toro, Leone, Scorpione e Acquario) entrano nel nuovo anno letteralmente “liberati” da un cielo pesante che ha rallentato il loro passo con sfide e ritardi per quasi tre anni, dalla fine del 2012. Questi quattro segni fanno il loro ingresso in un anno che restituisce grinta e vitalità e premia l’impegno con occasioni e riconoscimenti. Poi, se proprio vogliamo individuare un segno più fortunato degli altri, io direi il Toro e la Vergine, sostenuti anche da ottimi aspetti di Giove.


Davvero siamo figli delle stelle? Cosa diresti a chi non crede all’astrologia?


Questa è la madre di tutte le domande… da millenni astrologia e oroscopo dividono le persone tra chi la rifiuta con scetticismo e chi se ne lascia condizionare a scapito del libero arbitrio. In mezzo a questi due estremi si pone l’astro-curioso, che osserva gli eventi, cerca di trovare delle interrelazioni costanti e di capire se esiste una ritmica nelle cose, e poi si comporta secondo il proprio senso critico. Noi ci poniamo in questa categoria.
Io non parlerei di “influenza” dei pianeti sulle nostre vite come si parla d’influenza fisica della Luna sulle maree. Io sarei piuttosto portato a credere che esiste una curiosa serie di correlazioni e di corrispondenze (Jung le considererebbe sincronicità) tra alcune nostre funzioni vitali (amore, relazioni, affermazione, razionalità) e alcuni corrispondenti simboli planetari (Venere, Marte, Mercurio). Come se entrambi rispondessero a un comune senso del ritmo e dell’armonia per cui la loro evoluzione segue un certo processo nel tempo.
Se noi sezioniamo un’orchestra e osserviamo ogni singolo strumento, ci sembra che ogni orchestrale sia un mondo a parte, e di quando in quando intuiamo alcune corrispondenze tra ciò che suona il primo violino e gli accenti ritmici del timpanista. Potremmo interpretare questa corrispondenza come una curiosa coincidenza, oppure pensare che il timpanista influenzi il violinista, o viceversa. Ma se noi potessimo osservare l’intera orchestra nel suo complesso, probabilmente ci renderemmo conto che ogni strumentista suona seguendo le indicazioni di un unico direttore d’orchestra. Ecco che ciascuna nota di ciascuno strumento ha un suo senso d’insieme. Tornando a noi, non sono i pianeti che influenzano le nostre funzioni vitali (e gli eventi che ne discendono). Piuttosto, sia gli uni che gli altri seguono le “indicazioni ritmiche” dello stesso direttore d’orchestra, e cioè dell’ordine del cosmo.


Se dovessi dire un motivo per cui il tuo libro non può mancare nella libreria di casa?


So che forse è ciò che dice ogni autore del proprio libro ma credo che non possa mancare in casa di chi ha un po’ di astro-curiosità perché è un libro “diverso”. Diverso perché cerca di rendere partecipa il lettore di un sistema astrologico, e lo invita a sbirciare dietro di quinte del metodo che è alla base della scrittura dell’oroscopo. Poi perché rispetto ad altri oroscopi, che magari affrontano le previsioni mese per mese, la mia ricostruzione dell’oroscopo è quella di un viaggio intorno all’anno che ha un suo inizio, una sua fase culminante e un suo traguardo d’arrivo. Un “giro” che per ciascun segno inizia in un mese differente (il mese del compleanno). Insomma, cerca di dare una direzione evolutiva alle previsioni.

Tra originalità e invenzione: i fratelli Castiglioni in mostra a Milano

Omaggio ad Achille e Pier Giacomo Castiglioni” mette in mostra nello Zanotta Shop Milano, dal 21 ottobre al 7 novembre 2015, i capolavori del design italiano immaginati dai due fratelli e prodotti da Zanotta da oltre 40 anni, raccontati in un allestimento sorprendente degli architetti Calvi Brambilla e con il commento grafico di Leonardo Sonnoli. L’inaugurazione avverrà oggi giovedì 22 ottobre alle ore 19.

 

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All’inaugurazione, i contributi sotto forma di racconto di Giovanna Castiglioni (figlia di Achille, docente, curatrice dello Studio Museo del padre e vicepresidente della Fondazione omonima) e di Beppe Finessi (architetto, docente e critico di design). Sui fratelli Castiglioni molto si è detto e scritto a cavallo dei due secoli. I loro oggetti senza tempo nati da un mix di guizzo espressivo, utilità e simpatia formale restano nella memoria collettiva come pezzi d’uso quotidiano che resistono al tempo e alle mode. Molti di questi oggetti sono nei principali Musei d’arte e design del mondo, e una gran parte è tuttora sul mercato. Zanotta ha mantenuto in catalogo la quasi totalità dei pezzi che i fratelli Castiglioni hanno disegnato dal 1957 in poi, e che il fondatore Aurelio, consapevole dello straordinario valore di quei mobili e complementi, aveva messo in produzione.

 

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«Un buon progetto nasce dall’ambizione non di lasciare un segno, ma dalla volontà di instaurare uno scambio, anche piccolo, con l’ignoto personaggio che userà l’oggetto da voi progettato», dalle parole del padre Achille scelte da Giovanna Castiglioni emerge il valore di un metodo progettuale che prima i due fratelli insieme (fino alla scomparsa di Pier Giacomo) e poi Achille hanno portato avanti: un’originalissima sintesi di arti applicate, funzione e ricerca di forme e tecniche nuove, ironiche e spiazzanti. Leonardo Sonnoli, progettista della grafica per l’azienda di Nova Milanese, conferma: «Rivedo nei progetti di A. e P.G. Castiglioni per Zanotta quelle intuizioni che scaturiscono dall’osservare le cose banali che mi ha insegnato Michele Provinciali: vedere qualcos’altro quando si guarda il quotidiano».

 

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L’allestimento è una piccola sintesi dell’approccio “alla Castiglioni”, come affermano gli architetti Fabio Calvi e Paolo Brambilla: «Lavorare con questi oggetti è per noi come realizzare un sogno. Siamo due fanatici dei prodotti dei mitici fratelli, e siamo loro collezionisti seriali! Privilegiando il lato sperimentale degli oggetti dei Castiglioni li abbiamo fatti vivere in un contesto giocoso: ed ecco gli sgabelli Mezzadro (design 1957) che “arano” un pezzo di prato, i sedili Allunaggio (1965) che atterrano sul pianeta e i Sella (1957) in fuga. Ironia e funzione marciano affiancati: del tavolino Cumano (1978) abbiamo estrapolato l’appendibilità e del sedile a inginocchiatoio Primate (1970) il disegno ergonomico. Raccogliendo la sfida con curiosità e senza lasciar perdere, come esortava Achille Castiglioni».

 

Zanotta Shop, Piazza del Tricolore 2 – Milano
Dal 21 ottobre al 7 novembre
Martedì – Sabato dalle ore 10:30 alle ore 19:30

Star Wars 7 trailer, la Ribellione ha fallito come gli USA in Iraq?

L’attesa per il settimo episodio della saga di Guerre stellari sta per finire e i fan sono sempre più impazienti. La Disney, nuova proprietaria del marchio Star Wars, lo sa e continua a far uscire materiale nuovo per tenere alto il livello di attenzione.
Il secondo trailer di Star Wars: The Force Awakens, difatti, ha avuto un successo strepitoso e da alcuni giorni su internet non si parla d’altro.


Star Wars 7 trailer, la Ribellione ha fallito come gli USA in Iraq?


Il trailer inizia con Rey vestita da scavenger, una che recupera rottami, che si cala in uno Star Destroyer distrutto su un pianeta che con ogni probabilità è Jakku, il luogo della battaglia tra i Ribelli e l’Impero. Il posto sembra particolarmente desolato.


Star Wars 7 trailer, la Ribellione ha fallito come gli USA in Iraq?


Poco dopo compare Finn che scappa da una nave imperiale su di un TIE Fighter e si schianta anche lui su Jakku dove vede in lontananza un piccolo villaggio, con ogni probabilità lo stesso di Rey.


Star Wars 7 trailer, la Ribellione ha fallito come gli USA in Iraq?


Ma ecco che fa la sua comparsa il lato oscuro della forza, Kylo Ren è visto di spalle che guarda fuori da un incrociatore illuminato da una abbagliante luce rossa. Che sia un cattivo ne abbiamo conferma poco dopo, quando lo sentiamo parlare ai resti dell’elmetto di Darth Vader, promettendogli di finire ciò che lui ha iniziato. Dopo il casco di Vader ecco comparire il suo. Se l’elmo di Darth Vader assomiglia a un elmo samurai, quello di Kylo Ren assomiglia a una mosca molto tecnologica.


Star Wars 7 trailer, la Ribellione ha fallito come gli USA in Iraq?


Una mosca che usa tecniche di interrogatorio simili a quelle di Darth Vader su Poe Dameron, il nuovo leader del Red Team, la squadra di piloti di X-Wing della ribellione.


Star Wars 7 trailer, la Ribellione ha fallito come gli USA in Iraq?


Poi per accontentare i fan ecco comparire il Millennium Falcon inseguito da dei TIE Fighter all’interno dello Star Destroyer su Jakku. Dove c’è il Millennium Falcon non può mancare Han, il quale deve dire a degli increduli Rey e Finn che tutte le storie che si sentono sulla forza, i Jedi e il lato oscuro sono vere.


Star Wars 7 trailer, la Ribellione ha fallito come gli USA in Iraq?


Lato oscuro che compare appena dopo sotto le spoglie di Kylo Ren che appare sotto la pioggia con la sua “strana” spada laser circondato da uomini anche loro in elmo. Seguono poi alcune scene di guerra vista dalla prospettiva degli stormtrooper e dei ribelli, dove si vede l’ex stormtrooper Finn che riceve una pacca sulla spalla da Poe.


Star Wars 7 trailer, la Ribellione ha fallito come gli USA in Iraq?


Ma ecco che si vede una delle scene più strane del trailer, Finn, Rey e Han che si avvicinano. a un palazzo con quelle che sembrano bandiere appese in gran quantità all’entrata. Lo strano robot che si vede girare potrebbe far pensare a Luke ma tutte quelle bandiere potrebbe invece indurci a pensare alla pirata interpretata da Lupita Nyong’o, Maz Kanata.


Star Wars 7 trailer, la Ribellione ha fallito come gli USA in Iraq?


Luke che compare, con ogni probabilità, poco dopo quando si vede una mano robotica di un uomo vestito di bianco con un mantello con cappuccio nero che accarezza R2-D2.


Star Wars 7 trailer, la Ribellione ha fallito come gli USA in Iraq?


La scena successiva fa la sua comparsa Captain Phasma, la Brienne di Game of Thrones, che guida un gruppo di stormtroopers in battaglia. Una battaglia che forse i nostri eroi avevano perso considerando le braccia alzate di Finn, Han e del sempiterno Chewbecca.


Star Wars 7 trailer, la Ribellione ha fallito come gli USA in Iraq?


Le sorprese non finiscono qui con Leia che compare e abbraccia, triste come non mai, il suo ex compagno Han.


Star Wars 7 trailer, la Ribellione ha fallito come gli USA in Iraq?


L’ultima scena è un duello tra Finn e Kylo, dove Finn sembra ancora non pronto alla battaglia. La cosa più interessante di questa scena è che Finn sta usando la prima spada laser di Luke, quella con la luce azzurra che Skywalker aveva perso nella battaglia con Darth Vader.


Star Wars 7 trailer, la Ribellione ha fallito come gli USA in Iraq?


Un trailer pieno di spunti comunque ma una delle letture più interessanti è che la vittoria della Ribellione non ha portato molti benefici all’ex Repubblica.
Il personaggio di Daisy, ad esempio, è uno scavenger, una che recupera rottami di una battaglia finita da 30 anni. Un pianeta che ha rottami giganteschi sparsi per trent’anni molto probabilmente non è ben amministrato.

Altra cosa che fa pensare che la vittoria della Ribellione non abbia cambiato granché le cose è che sempre Daisy chieda a Han se le storie sulla forza e i Jedi siano vere. La storia la scrivono sempre i vincitori e come è possibile che abbiano dimenticato una parte così importante è difficilmente immaginabile.


Allo stesso modo Kylo Ren che promette all’elmo bruciato di Darth Vader di finire ciò che lui aveva iniziato significa che non sa della sua redenzione in punto di morte. Quindi probabilmente Luke non ha reso pubblica la cosa o non è semplicemente stata pubblicizzata.

Una vittoria così catastrofica non fa pensare anche a voi alla vittoria degli USA in Iraq? Costruire una Repubblica non è semplice, soprattutto quando non si ha un piano chiaro da subito. Magari i nuovi protagonisti impareranno da questi errori, magari lo faranno anche gli USA. La politica è più importante di quanto si pensi in questo periodo.

Auguri, Catherine Deneuve

Il 22 ottobre l’attrice francese Catherine Deneuve festeggia 72 anni. Diva dallo charme inimitabile, musa storica di Yves Saint Laurent e volto di maison come Chanel, l’attrice è icona di stile ed eleganza e mito vivente.

All’anagrafe Catherine Fabienne Dorléac, la sua è una bellezza algida e allo stesso tempo incredibilmente sexy, celebrata da film come Bella di giorno.

L’inimitabile carré di capelli biondi, la sofisticata eleganza, lo sguardo altero e le forme burrose. Musa di registi del calibro di Roger Vadim e François Truffaut, Catherine Deneuve è considerata tra le migliori attrici francesi; una candidatura all’Oscar come migliore attrice per il film Indocina e innumerevoli premi e riconoscimenti, dalla Coppa Volpi al David di Donatello

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All’anagrafe Catherine Fabienne Dorléac, Catherine Deneuve compie 72 anni il prossimo 22 ottobre

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Catherine Deneuve in uno scatto del 1962

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La Deneuve è musa di registi come François Truffaut e Luis Buñuel

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Musa di Yves Saint Laurent e volto storico di Chanel



Nata a Parigi da Maurice Dorléac e di Renée Deneuve, entrambi doppiatori, il debutto nel cinema avviene durante l’adolescenza. La consacrazione giunge invece nel 1967: è il film scandalo Belle de jour, di Luis Buñuel, a darle la fama mondiale. Icona di stile strizzata nei trench disegnati per lei da monsieur Yves Saint Laurent, indimenticabile il suo ruolo di borghese alla ricerca dello scandalo. In Italia collabora con registi del calibro di Marco Ferreri, Dino Risi e Mauro Bolognini.

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L’attrice nel 1960

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Catherine Deneuve ritratta da David Bailey, 1967

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Musa di Yves Saint Laurent, che la veste in “Bella di giorno”

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Conturbante e scandalosa in “Bella di giorno” di Luis Buñuel, 1967



Ambasciatrice UNESCO, la vita sentimentale della diva è stata al centro del gossip: dalla relazione con il regista Roger Vadim alle burrascose vicende sentimentali che la legano all’attore Marcello Mastroianni, da cui ha la figlia Chiara, fino al matrimonio con il fotografo britannico David Bailey. Volto storico di Chanel n°5 negli anni Settanta, la diva rappresenta ancora oggi la quintessenza dell’eleganza parigina. “Oui, je suis Catherine Deneuve”, recitava qualche anno in un famoso spot. Un nome, un mito.

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Uno scatto celebre di Helmut Newton

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Ancora la Deneuve in posa per Newton

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Uno scatto del 1970

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Catherine Deneuve ritratta da Jeanloup Sieff per Vogue, 1969




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Lo stile di Eleonora Carisi

BLONDIEFULL FOR D-ART

Viviamo in un’epoca in cui tutto è pubblico e alla luce del sole. Tutto è concesso, si può vedere e nulla rimane segreto, nemmeno quello che indossi sotto i vestiti.
Stars come Rihanna sono state grandi fan della moda trasparente, lei stessa è stata pure bannata da Instagram per averci fatto vedere troppo…
Il vedo-non vedo adesso è di tendenza sulle passarelle e nei giornali, e sembra lo ritroveremo ancora, date le nuove collezione estive.

Sappiamo tutti che le sfilate sono dei veri e propri show, una specie di mondo surreale. Nel mondo reale ovviamente un look trasparente è difficile da portare, ma allora in che modo riproporli dalla passerella alla vita reale?

Prima di tutto occorre un bel po’ di coraggio, e se accostata nella maniera giusta la trasparenza può essere molto fine e chic.
Anzitutto si potrebbe iniziare con il paneling, ad esempio unire una blusa con un mini top sotto e/o una giacca sopra, una blusa con le maniche trasparenti o un vestitino cocktail con zone trasparenti o che ne dite di una gonna trasparente con una mini sotto? Le combinazione sono infinite…
Ma prima di tutto dovrete fare un piccolo investimento in un negozio di intimo e acquistare tanta bella lingerie – necessaria per questo look!
Nelle prossime stagioni la moda vuole scoprirci e lasciar vedere un po’ di pelle; io dico “se non puoi batterli, unisciti a loro ma solamente alle tue regole”  😉



Love B

ENGLISH VERSION

We live in an era where everything is public and out in the open…Everything is out there for everyone to see and nothing is a secret anymore, not even what you wear underneath your clothes. Big stars like Rihanna have been fans of the sheer trend and even got banned of Instagram because of sharing too much info.
We’ve been seeing the transparency/sheer trend for a while now on the runways and in the magazines, and it seems it won’t be going anywhere according to the new summer collections.

But we all know that the runway shows are called shows for a reason, they are some kind of fantasy world. In real life this transparency look is a bit harder to pull off, ‘cause I definitely wouldn’t suggest anyone to wear the sheer trends without anything underneath like they do on the runways..So how can we bring it from the runway to real life?

First of all you’ll definitely be needing some guts, but if done in the right way the sheer trend can be very classy and chic.
You could work with paneling..And single pieces…For example: a sheer blouse with a little top underneath and/or a jacket on top,
a blouse with just see through sleeves or a cute cocktail dress with sheer paneling, or what about a sheer skirt with a mini underneath?
The combinations are endless….
But one thing is for sure you need to drop by the lingerie store and invest in some nice underwear because you will be needing them with this look.
In the upcoming seasons they want us to be showing some skin, I say if you can’t beat’em then join em..but only under your own conditions;)

Love B

Long sheer dress and fur jacket @MARCO BOLOGNA
Lingerie @INTIMISSIMI
Boots @ZARA

PH BY HENRIK HANSSON WWW.HSZPRODUCTIONS.COM

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Paolo Sorrentino alla Festa del Cinema di Roma ci fa ri-amare i grandi capolavori della storia del cinema

Paolo Sorrentino è stato ospite degli Incontri Ravvicinati della Festa del Cinema di Roma, egregiamente condotti da Antonio Monda.

Sorrentino ci ha deliziato con allegria e disinvoltura presentando alcune sequenze della storia del cinema che sono state per lui fondamentali.

Sceglie cinque film, cinque sequenze per raccontare la sua idea di cinema e la su personale sfida di “coniugare verità e bellezza, un concetto che negli ultimi tempi viene visto da molti come un sacrilegio. In realtà più che di verità si tratta di verosimiglianza perché il vero è noioso mentre il verosimile è il regno di chi inventa”.


Paolo Sorrentino alla Festa del Cinema di Roma ci fa ri-amare i grandi capolavori della storia del cinema


L’intervista di Antonio Monda a Sorrentino diventa dunque un viaggio nella storia del cinema.

“Ho fatto finta che non mi piacessero Fellini, Scorsese e i fratelli Coen e ho scelto dei registi di cui non parlo mai”, ammette Sorrentino sorridendo.

Si comincia con Ang Lee e il suo Tempesta di ghiaccio “perché mi ha insegnato molto sulla sceneggiatura e perché è un film sulla famiglia. Da spettatore sono molto interessato a questo tema e questo titolo sa raccontare molto bene la bellezza e i pericoli della famiglia”.

Si prosegue con La notte di Michelangelo Antonioni “perché insieme a Fellini e Bertolucci quando mettono in scena qualcosa hanno una maestria pari a nessuno, e pensare che sono tutti e tre italiani. Dei film di Antonioni ho scelto questo perché, ancor più della Dolce vita, racconta in modo tragico la disagevole condizione di stare al mondo”.

Passa al capolavoro Era mio padre con la sequenza dell’assassinio di Paul Newman da parte di Tom Hanks e dice: “se uno studente vede questa scena può saltare due o tre anni di scuola di cinema, da queste immagini si capisce come si deve recitare, usare la musica, il suono, come si deve illuminare e soprattutto come si costruisce un’epica”.

Un altro film che appartiene alla sua idea di grande cinema è Una storia vera di David Lynch che dice essere :”un capolavoro sulla forza sottovalutata delle cose insensate”.


Paolo Sorrentino alla Festa del Cinema di Roma ci fa ri-amare i grandi capolavori della storia del cinema


L’ultima sequenza scelta da Sorrentino è un fantasy noir, Mars Attacks di Tim Burton che così commenta: “è un film che mi sconvolse moltissimo, quando lo vidi. Ho scelto la scena dell’aliena che entra nella Casa Bianca perché la trovo una delle più erotiche mai viste. Ho sempre avuto la curiosità di sapere come facesse a muoversi in quel modo così particolare, se incontrassi Tim Burton vorrei scoprire se aveva dei pattini o uno skate per camminare così”.

Dulcis in fundo Sorrentino presenta un cortometraggio inedito, Lucky, che fa parte di un film collettivo dedicato a Rio De Janeiro: “L’ho scritto a Roma, niente sopralluoghi, l’ho girato in due giorni. E’ la storia di una coppia dove il marito è anziano e la moglie giovane e bella, ma ho voluto ribaltare il cliché secondo il quale la giovane desidera la morte del vecchio. Qui è il contrario, e secondo me è molto vero: a ottant’anni è difficile tenere il ritmo di una moglie giovane e bella…”.

In questo momento il regista premio Oscar sta girando una serie dedicata al Papa, The young Pope e spiega al pubblico perché ha scelto Jude Law come attore protagonista: “Perché è giovane, bello ed è un attore portentoso, senza difetti”. “Siamo solo a metà della lavorazione per cui non mi pongo domande su cosa Law stia portando al personaggio, cerco di portare a casa la giornata. Non mi sono ispirato a nessun Papa reale perché la caratteristica di questo Pontefice è proprio il fatto che sia completamente inventato eppure verosimile”.

In attesa della serie possiamo andare a rivederci qualcuno dei capolavori citati da Sorrentino che , si può star tranquilli di cinema se ne intende…

Lo stile di Eleonora Carisi

Il neo che sdoganò Cindy Crawford campeggia in bella vista su un viso pulito dall’espressività antica. Una bellezza aristocratica ed una languidezza nello sguardo, tipicamente italiana.

Eleonora Carisi oggi nel fashion biz è qualcosa di più che una semplice icona di stile: brillante manager di se stessa, ha saputo gestire mirabilmente una carriera in incredibile ascesa che l’ha portata a divenire una vera diva.

Nata a Torino, classe 1984, una personalità forte e un senso spiccato per lo stile le hanno aperto le porte della moda: it girl, influencer e trendsetter di incredibile successo, Eleonora Carisi è uno dei nomi più brillanti del panorama fashion a livello internazionale.

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Eleonora Carisi alla New York Fashion Week, febbraio 2015

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Eleonora Carisi in Michael Kors nel suo blog Jou Jou Villeroy

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Eleonora Carisi è nata a Torino nel 1984

Eleonora Carisi of Jou Jou Villeroy wearing Michael Kors floral skirt. New York Fashion Week

Icona di stile, trendsetter ed influencer, Eleonora Carisi è una delle personalità più famose del fashion biz



Dopo aver conseguito una laurea in Marketing e Comunicazione presso l’Istituto Europeo di Design di Torino nel 2006, nello stesso anno Eleonora ha aperto una piccola boutique al centro del capoluogo piemontese: è nato così You You Store, concept store che ha sdoganato l’incredibile amore per la moda di Eleonora Carisi, che l’ha portata in pochi anni a fare della propria passione un lavoro più che redditizio.

Nel 2009 l’icona di stile ha lanciato la sua prima linea d’abbigliamento: What’s Inside You -questo il nome scelto- perché la moda è qualcosa di innato, qualcosa che parte da dentro. Ma è l’anno seguente, il 2010, l’anno della svolta: Eleonora apre il suo blog Jou Jou Villeroy, un canale di lifestyle e tendenze, veicolo di pura bellezza. Quella che si respira ad ogni foto è arte pura, unita ad un’estetica perfetta. Subito balzato in testa alla classifica dei 50 blog più popolari in Italia, grazie al suo blog Eleonora Carisi è divenuta in poco tempo un’icona famosa in tutto il mondo.

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Eleonora Carisi si è laureata nel 2006 in Marketing e Comunicazione presso l’Istituto Europeo di Design di Torino

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Nel 2006 l’icona di stile ha aperto il suo concept store You You Store, nel centro di Torino

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Nel 2009 l’icona di stile ha lanciato la sua prima linea d’abbigliamento, What’s Inside You

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Nel 2010 Eleonora ha creato il suo blog, Jou Jou Villeroy

Foto tratta da Lookbook.nu    —

Uno dei suoi mille outfit imitatissimi



Regina incontrastata dei social media, come Instagram, Twitter e Pinterest, immancabile presenza nei front-row delle passerelle più famose ed icona di stile. Lei, che dal canto suo si definisce cool hunter, non sbaglia un colpo: attentissima alle nuove tendenze, curiosa, poliedrica, carpisce le novità e le rielabora secondo il suo occhio. Un appeal sofisticato e un grande carattere, dal 2011 Eleonora Carisi collabora con la versione online del magazine italiano Grazia, di cui è stata it-girl.

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Eleonora Carisi alla Milan Fashion Week Autunno/Inverno 2013

Photo by Le21eme

Foto di Le21eme

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In pizzo bianco per le strade di Milano

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Il look scelto da Eleonora per la sfilata Roberto Cavalli Primavera/Estate 2016

Total look Louis Vuitton, shoes Louboutin, sunglasses Pollini

Total look Louis Vuitton, scarpe Louboutin, occhiali da sole Pollini



La sua grande fotogenia non è passata inosservata e tanti sono i brand che se la contendono da anni come testimonial: la blogger è stata modella e musa di nomi storici della moda, tra cui Moschino, Michael Kors, Chanel, Tod’s, Gucci, Ferragamo, Redken. Bella è bella: un viso che resta impresso ed uno stile sofisticato. Ogni mise è semplicemente perfetta, curata in ogni minimo particolare: uno stile eclettico, che passa con disinvoltura dalle suggestioni anni Quaranta, nei capelli ad onde e nei tailleur pantalone con stola di pelliccia al mood glossy di gonne a ruota indossate con cocoon coat rosa baby, fino all’ironia delle stampe cartoon. Femminilità allo stato puro negli outfit scelti per il suo blog e nei lunghi abiti da diva indossati sui red carpet, ma impeccabile anche in un mood casual quando la si incontra per le strade di Milano.

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Appeal da diva alla settimana della moda di Parigi

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Eleonora Carisi ad Intimissimi On Ice

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Alla sfilata Fendi Autunno/Inverno 2014-2015

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Cool hunter e modella, Eleonora Carisi è molto seguita nei social network



Eleonora Carisi è stata designer di apprezzate capsule collection per Zalando, Patrizia Pepe e Maria Grazia Severi. Inoltre ha collaborato, in veste di guest editor, per Grazia.it, VanityFair.it, Elle.it ed Elle Girl China, solo per citarne alcuni. Icona di stile tra le più copiate, ha calcato i red carpet più importanti, dal Festival del Cinema di Venezia al Festival di Cannes; presenza fissa ai Nastri d’argento e al Taormina Film Festival, la sua eleganza innata continua a mietere consensi.


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Slim Aarons: il fotografo dei divi

Come si finanzia ISIS?

Negli impianti di estrazione petrolifera del nord dell’Iraq e della Siria, sotto controllo del califfato islamico, ci sono file di cisterne lunghe 6 Km. Un autista può aspettare anche un mese prima di essere caricato con l’olio grezzo dello Stato Islamico.
Una situazione strana se si considera che bloccare le esportazioni di petrolio dello Stato Islamico è uno degli obiettivi primari della coalizione internazionale che sta bombardando qualsiasi cosa nelle aree controllate da ISIS tranne i campi petroliferi.


Il petrolio è uno degli obiettivi principali della coalizione per un motivo che pare logico: il greggio è ciò che finanzia la guerra, dà elettricità e potere nei confronti dei propri vicini ma c’è da guardare anche l’altra faccia della medaglia. Il petrolio è ciò che mantiene in vita i, più o meno, dieci milioni di abitanti dello Stato Islamico.
Quindi la distruzione dei campi petroliferi distruggerebbe le vite di milioni di persone, con le conseguenze che ne conseguirebbero in termini di migrazione , morti e disperazione.


Mentre l’occidente si trova in impasse a causa di questo dilemma ISIS sta continuando a perfezionare la sua gestione del petrolio. Ormai ISIS sembra una compagnia petrolifera statale come tante altre. Una compagnia prolifica dato che si stima che la produzione dei pozzi nella zona controllata da ISIS sia di 34.000/40.000 barili al giorno e considerando un prezzo che varia tra 20 e 45 dollari al barile si arriva a una media di 1,5 milioni di dollari al giorno di guadagno.


La coalizione internazionale non è l’unica a considerare il petrolio un obiettivo strategico fondamentale, anche il califfato è dello stesso parere. Sin dagli albori dell’ISIS le alte sfere del califfato hanno considerato il petrolio il centro della propria visione.
Questo è il motivo per cui ISIS è partita dal nord ovest della Siria, zona strategica, per poi trasferirsi verso est, zona ricca di petrolio, e da lì non muoversi più.


Anzi, da quel momento la spinta principale del califfato non è più stata verso ovest, dove ci sono i centri di potere siriani ma verso est, dove ci sono i pozzi petroliferi del nord dell’Iraq. A sottolineare l’importanza dei pozzi ci sono le interviste degli abitanti dell’area che hanno testimoniato come lo stesso giorno della conquista i pozzi sono stati subito messi in sicurezza e gli ingegneri hanno subito iniziato la produzione. Hanno venditori, tecnici e amministratori. Gestiscono centinaia di camion e sono operativi da subito. I campi nella zona di Kirkuk sono stati sotto controllo di ISIS per soli 10 mesi ma hanno fruttato al califfato, si pensa, circa 450 milioni.


Mentre al-Qaeda si basa sulle donazioni il califfato vive grazie al petrolio che produce e distribuisce.
La cosa curiosa, per degli estremisti religiosi, è che quando si tratta di affari non esistono infedeli. ISIS vende petrolio addirittura ai ribelli siriani che combattono sul campo. I ribelli, dal canto loro, sono costretti a comprarlo dato che il califfato è l’unica entità che li rifornisce.


ISIS ha dei veri e propri headhunter che cercano a livello internazionale esperti nel commercio e nell’estrazione del petrolio. Offrono stipendi competitivi e si sono posizionati sul mercato come una qualsiasi compagnia petrolifera internazionale. Lavorare nel campo petrolifero è anche un ottimo modo di fare carriera all’interno della gerarchia del califfato, alcuni direttori di campi d’estrazione sono diventati addirittura emiri.


Il potere all’interno del territorio dello Stato Islamico è fortemente decentralizzato. Ogni area è affidata a walis, governatori, che gestiscono praticamente tutto basandosi sulle linee guida della shura centrale. Solo tre cose sono gestite direttamente dalla shura centrale: la comunicazione; la guerra e il petrolio.

Hip Hop e Breakdance, ritratto di una generazione nei meravigliosi scatti di Kibuuka Mukisa Oscar

“Il mio approccio alla fotografia risale alla mia esperienza con il Progetto Breakdance Uganda (BPU), quando mi fu consegnata una macchina fotografica dicendomi di scattare qualche foto a persone che facevano breakdance. Da allora ho iniziato a documentare la scena urbana giovanile e la cultura Hip Hop che si stava rapidamente diffondendo in tutto il paese.


Hip Hop e  Breakdance, ritratto di una generazione nei meravigliosi scatti di Kibuuka Mukisa Oscar


Essendo stato uno studente e un insegnante, un apprendista e un osservatore, sono riuscito a trovare un modo per esprimermi attraverso la breakdance e la fotografia, la forma d’arte che è diventata il mio mezzo privilegiato di comunicazione e che cerco di far evolvere continuamente.


Hip Hop e  Breakdance, ritratto di una generazione nei meravigliosi scatti di Kibuuka Mukisa Oscar


Il principale evento di breakdance in Uganda si è svolto nel 2006 con l’ “Hip Hop Charity BPU”, nato da un’ idea di un veterano della scena Hip Hop, Abraham Tekya.
Nel corso del tempo altre organizzazioni e numerosi eventi hanno cominciato a diffondersi in tutto il paese per ampliare ulteriormente l’influenza della cultura breakdance in Uganda.


Hip Hop e  Breakdance, ritratto di una generazione nei meravigliosi scatti di Kibuuka Mukisa Oscar


Queste numerose piattaforme includono la “ Break Fast Jam” nasce nel 2011 per aumentare le competenze, conoscenze e ispirazioni dei praticanti hip hop grazie ad una piattaforma apolitica, attraverso concorsi, workshop, spettacoli e mostre.


Hip Hop e  Breakdance, ritratto di una generazione nei meravigliosi scatti di Kibuuka Mukisa Oscar


Per quattro anni è stato il più rinomato evento di breaking dell’Africa orientale con i principali b-boy di tutta la regione.


Hip Hop e  Breakdance, ritratto di una generazione nei meravigliosi scatti di Kibuuka Mukisa Oscar


Organizzazioni ed eventi come BPU e Break Fast Jam hanno costruito la base di questa forma d’arte aiutandola a farla emergere e farla diffondere in tutto il paese.


Hip Hop e  Breakdance, ritratto di una generazione nei meravigliosi scatti di Kibuuka Mukisa Oscar


Il mio obiettivo è registrare e promuovere la crescita di questa cultura tracciandone la storia.
Documentando il lavoro dei professionisti nei laboratori, nelle battle, nelle scuole, nelle periferie e nelle aree rurali della città attraverso le fotografie, uso la mia voce per celebrare visivamente l’azione positiva di questa forma di danza, accrescendo la consapevolezza dell’impatto che la breakdance può avere sulla vita delle persone.”

Slim Aarons: il fotografo dei divi

Corpi abbronzati, piscine che riflettono i raggi del sole, yacht e ville nobiliari. A volte si può fare la differenza non tanto per lo stile quanto per i soggetti che si sceglie di fotografare. Slim Aarons è il genio fotografico che ha legato indissolubilmente il proprio nome ai divi del jet set internazionale.

Da Marilyn Monroe a Salvador Dalí, da icone fashion del calibro di Gloria Guinness e Babe Paley fino ad esponenti dell’intellighenzia: farsi immortalare dall’obiettivo di Slim Aarons era già uno status symbol.

All’anagrafe George Allen Aarons, il fotografo nacque a Manhattan il 29 ottobre 1916. Universalmente riconosciuto per le sue foto patinate tra yacht e località extra lusso, dalla Sardegna alla Costa Smeralda, da Saint Tropez a Porto Ercole, fino a Cortina d’Ampezzo, nessuno come lui ha immortalato la bella vita a cavallo tra gli anni Cinquanta e gli anni Ottanta.

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L’attrice austriaca Mara Lane a bordo piscina in un costume Jantzen, Hotel Sands, Las Vegas, 1954

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Laguna Beach, San Diego, California, 1957

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Lago Tahoe, Nevada, 1959

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Penthouse Pool, 1961

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Ospiti a Villa Nirvana, di proprietà di Oscar Obregon, Las Brisas, Acapulco, 1972



Ma L’ironia della sorte vuole che il fotografo più patinato abbia iniziato la sua carriera immortalando situazioni assai diverse da quelle del bel mondo: arruolatosi a 18 anni, divenne fotografo di guerra durante il secondo conflitto mondiale, ottenendo anche diverse medaglie all’onore.

La lezione che Aarons impara dai combattimenti è che l’unica spiaggia degna di essere ritratta vuole ragazze seminude e abbronzate. Amante della bella vita, i bombardamenti e le sofferenze della guerra lasciarono in lui cicatrici profonde. Forse per esorcizzare tutto questo, trasse la sua ispirazione da situazioni mondane e dalla tranquillità della vita patinata.

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Carla Vuccino e Marina Rava, Capri, 1958

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Bettina Graziani in Costa Smeralda,1964

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Kevin McClory e sua moglie Bobo Segrist a Nassau, 1967

Teddy Stauffer con Dorothy Webb e Mrs. Ray Rogers, Acapulco, Messico, gennaio 1961

Teddy Stauffer con Dorothy Webb e Mrs. Ray Rogers, Acapulco, Messico, gennaio 1961

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Sciatori a Verbier, 1964

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Catherine Wilke, Capri, 1980

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Gloria Guinness in pigiama palazzo Halston nella sua casa di Acapulco, febbraio 1975

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La principessa Carolina di Monaco col suo cagnolino Tiffany, Montecarlo, 1977



Dopo la guerra Aarons si trasferisce in California ed è lì che inizia a fotografare le celebrità. La sua foto più celebre si intitola “Kings of Hollywood” ed è un ritratto di Clark Gable, Van Heflin, Gary Cooper e James Stewart durante la vigilia dell’anno nuovo del 1957, intenti a rilassarsi in un bar vestiti di tutto punto. Le fotografie di Aarons apparvero su LIFE, Town & Country e Holiday, solo per citare alcuni tra i più importanti magazine dell’epoca.

Nei suoi scatti non utilizzò mai ne stylist nè truccatori. Costruì la sua carriera sulla massima “Fotografare persone attraenti intente a fare cose attraenti in luoghi attraenti”. In fondo anche quella è cronaca: le sue foto testimoniano la vita dell’high society a cavallo tra due generazioni e forse anche più. Vero e proprio testimone oculare di una rivoluzione che ha investito la moda, gli stereotipi e la cultura: dalle foto anni Cinquanta, che immortalano pin up a bordo piscina, agli scatti più hot degli anni Settanta, con ragazze in topless a bordo di yacht extralusso o una Marisa Berenson strizzata in bikini estremamente audaci.

Marisa Berenson, 1968

Marisa Berenson, 1968

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Ragazze immortalate sullo yacht di Dino Pecci Blunt, 1967

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Sardegna, 1967

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C.Z. Guest col figlio, Palm Beach, 1955

Laura Hawk al Tempio di Poseidone, Paestum, agosto 1984

Laura Hawk al Tempio di Poseidone, Paestum, agosto 1984

Carlton Hotel, Cannes, France,1958

Carlton Hotel, Cannes, France,1958

Lake Tahoe, Nevada 1959

Lago Tahoe, Nevada 1959

In piscina, Las Brisas Hotel, Acapulco, Mexico, 1972

In piscina, Las Brisas Hotel, Acapulco, Messico, 1972



Si dice che l’appartamento in cui vive il protagonista de “La finestra sul cortile” di Alfred Hitchcock, interpretato da James Stewart, fu modellato proprio sull’appartamento di Aarons: viene da chiedersi quanto ci sia della personalità di Aarons nell’ex fotografo di guerra allergico alle crinoline degli abiti indossati da Grace Kelly. Quasi un paradosso, per chi ha costruito la sua carriera sul lusso.

Sfarzo, magnificenza, ostentazione: è questo che trapela dalle sue foto, per un’eleganza assolutamente sfrontata. Esagerazione, perché no, c’è anche questo negli scatti che immortalano milionari intenti a guidare spider che in realtà sono motoscafi, o ancora divi del jet set che festeggiano a bordo piscina party esclusivi, tra un bicchiere di champagne e l’ultimo gossip. Ma è un piacere per gli occhi, soffermarsi su quegli scatti dal sapore antico eppure quantomai attuale.

Princess Colonna and her third son, Prospero 1960 Slim Aarons Dolce Vita

La Principessa Colonna col suo terzogenito Prospero, 1960

Donna Anna Monroy di Giampilieri immortalata nella cornice di Villa Spedalotto, Palermo, 1984

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Slim Aarons immortalò divi ed esponenti dell’aristocrazia

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Roberta Droulers con le sue due figlie, Nathalie e Virginie a Villa D’Este, Como, 1984

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Cap Eden Rock Antibes, Francia, 1969



Slim Aarons è scomparso nel 2006 a Montrose, New York. Il suo patrimonio fotografico è immenso: una sua fotografia oggi vale moltissimo. Ma incommensurabile è il valore a livello storico: nessuno mai è riuscito ad immortalare certo lifestyle in modo così mirabile. Ma nelle sue foto non c’è solo il mare o le ville extra lusso: protagoniste dei suoi celebri scatti sono state anche le dimore storiche che hanno visto immortalati nomi dell’aristocrazia italiana ed europea, in una serie esclusiva denominata “Dolce Vita”. Fotografie che sono vere e proprie opere d’arte. Per veri intenditori.

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Lo stilista greco Dimitris Kritsas con quattro modelle nel tempio di Poseidone, Capo Sounion, luglio 1967

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Hotel Carlton, Cannes, 1958

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Norina Pisciotto nella villa dello zio Franco Zeffirelli, Positano, 1984

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L’attrice Tania Mallet alle Bahamas

Vacanzieri ad Algarve, Portogallo, 1973

Vacanzieri ad Algarve, Portogallo, 1973




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Balmain per H&M

Francesco Cenedese su democrazia diretta e M5S

Conosce il ‘sistema operativo’ Rousseau lanciato recentemente da Grillo e Casaleggio? Le sembra valido dal punto di vista tecnico?



Dobbiamo fare due doverose premesse. 
La prima è che va dato atto al Movimento 5 Stelle di essere attualmente il partito politico che ha la maggiore interazione con il proprio elettorato ed ancor più ai propri iscritti. Questo è un dato di fatto che nel “mercato politico” ha una sua precisa quotazione. Del resto quale ruolo reale hanno gli iscritti agli altri partiti politici? Almeno formalmente il M5S è alla ricerca e si è dotato di strumenti se non partecipativi almeno dialogici diretti. Il resto – tra cui gli esiti – sono ovviamente discutibili. Esattamente come molto spesso – ed anche in questo caso – il metodo scelto è strumentale a due obiettivi: portare acessi (e quini introiti) al blog di Grillo, e, sempre attraverso questi accessi generare “reputation” politica, ovvero alimentare la percezione di acentralità ed interesse. 
La seconda premesa è tecnica. Rousseau non è un sistema operativo, almeno se stiamo alle definizioni tecniche e ci atteniamo ad una proprietà di linguaggio. Casaleggio lo sa bene e gioca sul gioco di parole “sistema operativo” per interndere “il sistema con cui il partito è operativo ed opera”.

Si tratta – semplicemente – di un’insieme di applicazioni, o meglio di un menù di sezioni in cui compiere certe azioni, che vanno dal consultare documenti, commentare, votare… tutti strumenti straordinariamente utili a generare accessi e numero di pagine viste, con un’esponenzialità di cui noi stessi come navigatori non ci rendiamo conto. 
Faccio un esempio: per partecipare ad una votazione online vengono effettuati non meno di 11 click, ovvero “11 visualizzazioni di pagina”. Se consideriamo che ne hanno fatte oltre 66 in un anno e che hanno partecipato mediamente 48mila persone… i conti sono presto fatti.
Con la nuova piattaforma i numeri si raddoppiano, se non triplicano.

Concretamente si tratta di un’area ad accesso riservato in cui condividere commentare “partecipare” alle iniziative legislative in Europa, in Parlamento e nei consigli regionali. Uno strumento anche di “contatto” tra gli iscritti, che potranno anche votare, commentare o informarsi. 
Da un punto di vista dei materiali non molto più di quanto non sia già disponibile in rete.
Semmai organizzato meglio – da chi conosce i sistemi di social aggregation – e “messo tutto insieme” in un luogo unico che riceverà visite esponensiali in termini di traffico web. 
Molte di queste informazioni sono già in tutti i siti di tutti i partiti politici. Qui si può accedere solo se sei iscritto – e non è materiale disponibile al pubblico. In più puoi votare, e va poi declinato il peso e il senso di questo voto caso per caso.


Quali sono i potenziali problemi che vede in Rousseau? Crede sia possibile garantire l’imparzialità visto che il tutto è gestito dalla Casaleggio Associati?


Dobbiamo chiarire. L’unico luogo in cui conterebbe l’imparzialità (meglio definirla neutralità o terzietà) sarebbe nel processo di votazione. Questo è difficilmente garantibile in ogni momento di vita interna di ogni partito politico. Certo, che tutto avvenga in digitale e soprattutto che avvenga su una piattaforma “interna” gestita internamente non è indice di “certezza terza”. 
Provocatoriamente potremmo chiedere perchè non usare le piattaforme messe a punto dal PirateParten tedesco, ma la risposta è facile: sarebbe “altrove” e non porterebbe accessi al blog.
 Casaleggio ripete spesso che sono votazioni certificate da “un soggetto esterno” che però non certifica alcun risultato, ma solo il rispetto del percorso indicato e che ci siano o meno violazioni esterne della piattaforma, ma non ha alcun modo di certificare il risultato.
 Le consultazioni “in sé” sono già manipolate, ad esempio allargando o stringendo gli orari in cui si può votare, o con quanto preavviso comunico una data di votazione è chiaro che “modifico” quanto meno il grado di partecipazione, che quando è più ristretto, tanto più darà un risultato maggiormente ortodosso rispetto alla linea ufficiale, mentre ampliando la partecipazione generalmente aumento il numero dei votanti “critici”. È semplice ingegneria sociale se vogliamo, e chi si ocupa di web e social network queste cose le sa bene.
 Oltre questo è chiaro ed evidente il rischio che “uno vale uno” e “decidono i cittadini” siano degli slogan e che poi “il risultato finale” sia qualcosa di scritto altrove e da qualcun altro. Sia chiaro, il tema non è se ciò avvenga o meno o in che misura concretamente avvenga. Il tema è che nessuno garantisce con certezza che non avvenga e che non possa avvenire.


Il recente referendum in Grecia è stato lodato da molti come un esemplare esercizio di democrazia. Lei pensa che sia stato giusto consultare i cittadini su un tema complesso come quello delle negoziazioni tra creditori e lo stato sul debito?


Io credo che sia un bene per la democrazia informare. E un bene per un Paese che i propri politici abbiano ben chiaro che il proprio mandato è a tempo, e che di fronte a scelte che travalicano il destino di una generazione occorrono almeno due cose: un ampio consenso parlamentare (oltre la semplice maggioranza di governo) e un “mandato straordinario” popolare. 
Del resto anche da noi è previsto un referendum in caso di modifiche particolari dell’assetto costituzionale, indipendentemente dalle due letture parlamentari. Il che ci riporta al concetto di un “mandato politico straordinario aggiuntivo”.
Fatta questa premessa però la politica dovrebbe impostare la propria comunicazione esattamente in questi termini: spiegare il contenuto della scelta da compiere, e non trasformare (come quasi sempre accade) un referendum in un sondaggio politico su questa o quella maggioranza, o su questo o quel leader. O peggio leggere in questo modo il risultato referendario.
 In Grecia oggi, in Italia nel 2016 o 2017 che sia…


Crede sia pratico consultare gli iscritti su temi anche complessi o ‘market sensitive’?


Doveroso. E la domanda – anch’essa provocatoria – è perchè tutti i partiti non lo facciano.
 Semmai anche mostrando e proponendo ciascuno un proprio modello differente, alternativo, così che possiamo tutti confrontarci su quale sia il migliore, come migliorarlo e come rendere questi strumenti “imparziali”. 
Chiaramente è una provocazione perchè se al popolo del centro destra venisse chiesto se sono a favore o contrari a primarie interne di coalizione, cosa pensate risponderebbero? Se chiedessimo ai cittadini se vogliono che i candidati (italicum o meno) siano scelti con primarie (chiuse o aperte) o dalle segreterie di partito, secondo voi cosa sceglierebbero?
 Tutti esiti che minerebbero alla base molte delle scelte politiche dei leader, scelte su cui si basa il loro potere, la propria maggioranza o le proprie clientele.
 Molti parlamentari da queste scelte – a torto o a ragione – sarebbero spazzati via. Non che sia un bene o un male, ma è la democrazia, e non la si accetta “a pezzi”.


In questo senso, crede possa funzionare la democrazia diretta proposta dal M5S?


No. La democrazia diretta non esisterebbe, non è mai esistita e non può esistere.
 Esistono varie forme di delega, e soprattutto varie forme di controllo e contrappeso dei poteri.
 Molti di questi controlli e contrappesi non dipendono solo dalle leggi ma soprattutto dai popoli. 
In Inghilterra se un parlamentare non risponde ai giornalisti la sua carriera politica è finita.
 Negli Stati Uniti uno scandalo che dovesse uscire anche su un sito o su un blog farebbe aprire un’inchiesta immediatamente. In Francia un servizio televisivo ha mostrato il ministro della sanità che andava a teatro con l’auto di servizio: solo per questo ha pagato settecento euro di multa e ha dovuto chiedere scusa pubblicamente. In paesi come la Germania, la Francia, l’inghilterra, anche i giornali più schierati – dichiaratamente – “danno la notizia”, anche se questa tocca la propria parte politica, con il risalto che merita la notizia in sé, non in base alla propria fede. È questo che i cittadini si aspettano.
Questi sono esempi di controllo democratico. Anche se non sono espliciti in leggi o regolamenti o nella Costituzione. Perchè la democrazia è, in fin dei conti, la percezione che ne hanno nella pratica quotidiana i cittadini e quanta pressione in tal senso riescono ad esercitare sui propri politici a che si adeguino.


I cittadini possono essere sempre abbastanza informati per esprimere una decisione? Uno dei benefici della democrazia rappresentativa è che vi sono degli esperti che si occupano della legislazione in vari settori. Come possono i cittadini fare delle scelte migliori degli esperti?



Quasto sarebbe vero in teoria. Se guardiamo alla prassi abbiamo avuto medici ministri della sanità che sono stati peggiori della storia, ed abbiamo avuto ottimi politici che senza essere tecnici puri hano saputo impostare una visione complessiva che ha miglioratomolto i settori di cui si sono occupati. Abbiamo una presidente della commissione antimafia che sino al giorno prima dichiarava tranquillamente che di mafia non sapeva nulla. E se guardiamo alla composizione delle commissioni parlamentari non sempre abbiamo esperti che le compongono.
 Al politico non deve essere richiesto (solo) di essere un tecnico, ma soprattutto di avere una visione politica complessiva, possibilmente almeno di medio-lungo termine.
 Per il resto esistono i tecnici e funzionari dei ministeri, i consulenti esterni, le audizioni…
 Ed anche qui interviene la partecipazione democratica, e la percezione della democrazia.
 Negli Stati Uniti esistono ampi canali aperti attraverso cui i cittadini possono interagine con le commissioni, con i parlamentari, esistono soggetti come lobby (le più potenti in termini elettorali sono quelle ambientaliste e degli insegnanti per esempio) o semplici think-thank che possono interagine sul processo legislativo di singole leggi.
 Ecco, usare i nuovi strumenti tecnologicamente disponibili per favorire la partecipazione dei cittadini è qualcosa che da noi va importato in maniera strutturale. Anche perchè i cittadini hanno una formazione, un lavoro, interessi, competenze, che possono essere utilissime in occasioni specifiche e tecniche. 
Tutto questo non è certo democrazia diretta, ma non solo è utile ai processi legislativi, ma soprattutto ad un rapporto diretto tra cittadini e Stato e migliora la percezione del concetto stesso di democrazia, per cui diventi parte delle scelte, e senti come tuo anche il dovere del controllo.

Papa Francesco e la rivolta del Sinodo

Papa Francesco è molto amato. Il gesuita argentino di origini piemontesi è sicuramente riuscito a conquistare il grande pubblico, il suo modo di fare semplice e diretto ha riavvicinato molti fedeli al papato e alla chiesa dopo il periodo di Benedetto XVI, papa molto meno versato nell’arte delle comunicazione rispetto a Bergoglio ma questo non è l’unico motivo dell’ascesa al soglio pontificio di Jorge Bergoglio. Il motivo principale per cui il conclave scelse il Papa sudamericano fu quello di mettere mano alla Curia e ai suoi clientelismi che stavano azzoppando il pontificato di Georg Ratzinger.


Con la sorpresa di pochi, Papa Francesco sta fronteggiando una vera e propria rivolta all’interno della Curia e il casus belli è il Sinodo ma qualche avvisagli si era già vista, ad esempio, durante la visita negli USA del Papa. Il nunzio apostolico a Washington aveva deciso di far incontrare al Papa Kim Davies, l’ufficiale pubblico finito in prigione per il suo rifiuto di seguire le leggi degli Stati Uniti e, quindi, di dare licenze matrimoniali a coppie dello stesso sesso. Un incontro organizzato non da Roma e che ha messo in imbarazzo il Papa e che ha a sua volta segnato un punto a favore della parte più conservatrice della Chiesa.


Il colpo, dal punto di vista dei conservatori, era una salva d’avvertimento per il Sinodo. La parte più conservatrice della Chiesa si era preoccupata a causa delle prime richieste dei cardinali più progressisti che, basandosi sui lavori del teologo tedesco Walter Kasper, avevo iniziato a mettere in agenda la possibilità per i divorziati di prendere nuovamente la comunione in caso si risposino e alcune, piccole, aperture nei confronti di omosessuali e coppie di fatto.


Questi cardinali hanno provato a reintrodurre il concetto di gradualità. Le coppie non sposate, divorziate o gay dimostrando amore e fedeltà l’uno nei confronti dell’altro si avvicinano agli insegnamenti del Vangelo più che vivere nel peccato. Il Il giovane cardinale Reinhard Marx, nominato da Benedetto XVI, ha dichiarato: “Prendete il caso di due omosessuali che vivono insieme da 35 anni e si prendono cura l’uno dell’altro, anche nelle ultime fasi della loro vita… Come posso dire che questo non ha valore?”.


Papa Francesco non ha mai preso posizione, come sua abitudine, ma ai conservatori è sembrata poco opportuna la dichiarazione riguardo la comunione: “non ricompensa per la perfezione ma medicina per i malati”.
Forse per questi motivi i tradizionalisti sono partiti all’attacco dalle prime fasi del Sinodo.


Il relatore generale del Sinodo, il cardinale Peter Erdo ha subito dichiarato di non essere d’accordo con il concetto della gradualità, con la comparazione tra coppie omosessuali ed eterosessuali e per la comunione per i divorziati.
La parte più tradizionalista del Sinodo ha voluto subito chiarire che non ci saranno grandi cambiamenti nella dottrina durante questo sinodo.


In questo clima ha trovato la via della stampa una lettera privata scritta da 13 cardinali conservatori che hanno duramente criticato la gestione del Sinodo da parte di Bergoglio. Nella lettera si sosteneva che il documento cardine per la gestione dei lavori del Sinodo, l’Instrumentum Laboris, preparato dal Vaticano e approvato dal Papa era inadeguato. Nel mirino era la possibilità di votare su ogni singolo paragrafo del testo che sarebbe uscito dal Sinodo. Una mancanza di colleggialità.


La protesta di per sé è simbolo di una lotta senza esclusione di colpi ma il fatto che addirittura la lettera sia arrivata alla stampa fa pensare ai momenti bui dei corvi e di Vatileaks che hanno portato alle “dimissioni” di Ratzinger.


Con questo clima le possibilità che esca qualcosa di interessante a livello dottrinario durante questo Sinodo sono ridotte praticamente a zero. Nel caso esca qualcosa che sia più che fumo o generali allusioni su divorziati, omosessuali e coppie di fatto si prospetta una rivolta aperta nei confronti di Papa Francesco, una cosa che fa ancora più specie considerando che Bergoglio da cardinale è sempre stato considerato tra i conservatori.

L’elegante modernità di Domenico Cioffi

ZEELAND –  COLLEZIONE PRIMAVERA/ESTATE 2016 DOMENICO CIOFFI 

L’approccio alla moda di Domenico Cioffi è straordinariamente sperimentale, audace, dal sapore artistico. Abiti come opere d’arte per la collezione Primavera-Estate 2016 ispirata al film “Lezioni di piano” di Jane Campion del 1993, vincitore della Palma d’oro al 46º Festival di Cannes e di tre Premi Oscar nell’edizione del 1994: migliore attrice (Holly Hunter), migliore attrice non protagonista (Anna Paquin) e migliore sceneggiatura originale (Jane Campion).

una scena tratta dal film “Lezioni di piano”



« C’è un grande silenzio dove non c’è mai stato suono, c’è un grande silenzio dove suono non può esserci, nella fredda tomba, del profondo mare »

I costumi d’epoca, l’atmosfera, la fotografia e l’ambientazione diventano il linguaggio con cui Domenico Cioffi realizza i suoi abiti, a partire dai modelli in taffettà di seta e mikado, ampi e rigorosamente black.

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La pelle torna protagonista in crop top finemente arricciati e abiti azzurro polvere ampi che il designer arricchisce di tagli geometrici netti, abbinandoli ad ampie gonne svasate a vita alta in contrasto con capi in vernice nera.
Pieghe che si trasformano in sfrontati profili di piume nere, cucite su organza, richiamo simbolico delle popolazioni indigene Maori, presenti nel film della Campion.

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Romantico, ma lontano dalla dipendenza nostalgica, Domenico Cioffi utilizza materiali tecnici e lavorazioni moderne; nella collezione troviamo dettagli di ruches sulle tasche e sulle spalline, nastri di raso, piume e organza, in antitesi alla onnipresente vernice nera delle gonne e dei top.

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Destinata a un’identità artistica, la collezione spring-summer 2016 si colora di atmosfere Vangoghiane.

Il richiamo all’Olanda è forte in Domenico Cioffi che vive tra Amsterdam e Napoli, la prima, una città dal forte spirito creativo dove nascono collaborazioni tra fotografi, artisti e lo stesso designer.

Dalle immense distese di campi di grano, Cioffi riprende i colori e come su una tela nascono abiti dal taglio seventies in tessuto jacquard, maglie ampie e strutturate, sovrapposizioni di volumi scultorei dando spazio ad eleganti mikado blu Klein, al giallo ocra e al blu elettrico.

Ad una delle più belle campagne nord europee, la Zelanda, Domenico Cioffi dedica questa collezione, dove si riconoscono l’intelligenza emotiva legata all’avanguardistico uso della contrapposizione dei tessuti. Tutto diventa il contrario di tutto, seppur così poeticamente perfetto.

(colonna sonora Michael Nyman – The heart asks pleasure first)



Campo di grano con volo di corvi, olio su tela, 50,3x103 cm, 1890, van Gogh Museum, Amsterdam

“Campo di grano con volo di corvi” Van Gogh 1890



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Guarda tutta la collezione primavera – estate 2016 di Domenico Cioffi: 

FRINGES PARTY !

FRINGES PARTY!


Per un inverno boho chic, la collezione CINTI fall – winter 2015 – 2016 !

 

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Moda: Snow White

Clicca sull’immagine per scoprire le nostre scelte “white”:




Influencers

Cos’è, cosa fa e come “si diventa” influencer nel web? 
Di questo argomento avevo già scritto tre anni fa, in un articolo dal titolo “chi sono e cosa fanno gli influencers” ed anche in un’intervista a Bonsai.


Torno sull’argomento perché negli ultimi tempi alcune classifiche mi vedono “protagonista” del tema.
 La prima è quella del 2014, classifica indipendente sviluppata dall’Università di Vienna sui top-influencers durante le elezioni europee. 
La seconda del 2015 elaborata da PolicyBrain riguarda specificatamente i blogger influenti tra i parlamentari divisi per area. 

In un suo articolo su MediaBuzz Riccardo Esposito ha detto qualcosa di chiaro su una delle definizioni meno chiare della rete, ma di cui spesso ci si riempie la bocca (e le pagine dei blog).
 “Un influencer è una persona che viene seguita da un pubblico più o meno vasto e che viene apprezzata per le proprie idee o azioni.


Io posso essere un influencer per un pubblico ristretto o vasto. Ed è proprio questa è la chiave: individuare un pubblico e parlare. Non pontificare, non dettare leggi e regole. Ciò che ha fatto la differenza tra l’attuale influencer e tutti gli altri si ritrova in pochi elementi: la sua capacità di comunicare con un pubblico ben preciso, la presenza di idee chiare e non riciclate, la capacità di produrre e condividere contenuti di qualità. L’influencer sul web non è vago, ha un viso e un nome: ha un’identità chiara. Un’identità che trova forma in idee forti. L’influencer non ricicla, non ribatte parola su parola cercando di definire la propria posizione riprendendo concetti già esposti.


Se tali sono li cita, sempre e con piacere, ma cerca sempre di formare la propria idea partendo dal proprio cuore e/o dalla propria testa. Deve avere una personalità forte, e deve avere una proprietà di linguaggio capace di far riconoscere la propria voce ovunque. Il vero influencer non è quello che si chiude nella torre d’avorio e lancia perle di saggezza, ma è quello che seleziona e condivide la qualità. Perché sa che il suo potere si autoalimenta, sa che quando è utile al proprio pubblico acquista fiducia. Le persone si fidano di chi condivide qualità senza doppi fini. Ed è questo il tuo obiettivo: diventare un riferimento. Diventare un riferimento positivo.”


Va in profondità su dailystorm Federico Sbandi
. Un social media influencer non è semplicemente una persona che ha un largo seguito virtuale. Avere 1.000 amici su Facebook e 5.000 followers su Twitter non basta.
Le 3 caratteristiche base di un influencer sono: in primis, l’attività: un profilo disposto a spendersi su più social media quotidianamente e con una certa propensione, magari, a stare sul pezzo nel commentare i fatti salienti del giorno sarà considerato meritevole di un feedback di base. Poi, l’interattività: un utente che non risponde e dimostra di voler imporre una comunicazione dall’alto verso il basso, sul lungo termine, non andrà da nessuna parte (non siamo in Tv!). Infine, c’è la questione della credibilità: in Rete basta un errore, un caso di censura, una bagarre di troppo e si può subire la gogna immediata (si pensi a tutti quei politici/giornalisti che hanno dovuto cancellare i propri account per via dei suddetti errori).


Da un punto di vista strettamente teorico/concettuale così definisce il fenomeno il sito InsideMarketing. Nel 1955, Elihu Katz e Paul Felix Lazarsfeld pubblicarono Personal Influence, un testo rivoluzionario per l’analisi delle comunicazioni di massa. Il suo punto forte risiede nella cosiddetta “teoria del flusso a due fasi della comunicazione”, secondo cui in genere un flusso di informazioni va dai media agli opinion leader e successivamente dagli opinion leader ad un gruppo sociale di riferimento. Quindi, la maggior parte delle persone basa le proprie opinioni su quelle degli opinion leader. Questi ultimi sono coloro che per primi vengono a conoscenza di un contenuto grazie ai media o ai contatti personali e, ovviamente, poi lo interpretano secondo le proprie opinioni.


Successivamente, tali idee vengono diffuse al grande pubblico che diviene un opinion follower. Secondo questo modello, dunque, i media non hanno influenza diretta sulle masse: essi possono solo rafforzare opinioni e posizioni già esistenti, grazie agli intermediari del flusso di comunicazione (gli opinion leader, per l’appunto). Così, il flusso di influenza non è da chi è interessato verso chi non ha interesse verso l’argomento, ma verso persone un po’ meno interessate. Ovviamente, sarebbe superficiale considerare questo modello a due fasi completamente attuale: dagli anni ’50, infatti, ne è passata di acqua sotto ai ponti. In primis, oggi la società è sempre più liquida, frammentata e dai confini sfumati, sempre meno legata alle rassicuranti istituzioni sociali di una volta (dalla famiglia, ai partiti politici) e, quindi, perennemente in angoscia. La società contemporanea, così, è tutt’altro che di massa (nel senso “moderno” del termine), specialmente grazie alla diffusione delle nuove tecnologie e dei nuovi media. Tuttavia, le riflessioni di Katz e Lazarsfeld possono esserci d’aiuto come punto di partenza per analizzare i fenomeni postmoderni.


Oggi, infatti, l’influenza sociale è una dimensione molto analizzata, soprattutto grazie alle grandi potenzialità spalancatesi grazie ai social network e ai social media in generale. Questi ultimi, infatti, hanno un effetto moltiplicatore dell’influenza e garantiscono il passaparola online, lo scambio di informazioni e la partecipazione attiva alle dinamiche di costruzione identitaria e reputazionale. In particolare, una delle figure più importanti della società odierna è il social media influencer: cioè chi, per motivi diversi, s’è guadagnato una certa visibilità (ed influenza) sui social network e sul web in generale. Grazie a tutto ciò, questi brand in carne e ossa riescono spesso meglio delle aziende a indirizzare idee ed opinioni, compresi prodotti e servizi.


Provando a tornare sul tema possiamo dire alcune cose, partendo da chi “non è” un influencer di rete, e sfatando qualche mito sulle metriche spesso usate inappropriatamente o lette in maniera parziale e strumentale. 
Se su Facebook i like e le condivisioni sono certamente un indice i capacità di influenza, andrebbero maggiormente letti come “capacità di viralità”, perchè raramente parliamo di contenuti propri. Stesso dicasi per i retweet o i like, anche in questo caso quando i contenuti non sono propri dell’autore ma – come spesso accade – sono link condivisi e commentati.
 In questa ottica gli indici di engagement sono anche falsati dalla “facilità” con cui si cerca di attrarre la simpatia: si va dal populismo, al complottismo, al manicheismo, che possono essere visto come una sorta di “sottospecie social” di link baiting (ovvero quella tecnica acchiappa click usata anche da alcuni quotidiani online con titoli del tipo “incredibile, scopri cosa ha detto…” oppure “guarda cosa è successo…” e tu devi cliccare anche solo per leggere la fine del titolo).



Va anche peggio se consideriamo “gli indici di menzione”, senza fare un’analisi qualitativa di quante di queste “citazioni” in rete siano di critica, di insulto, di “inclusione in discussioni” senza alcun riferimento, ed anche quando le mensioni finiscono con il voler essere “un modo” per essere notati da quella persona (che semmai ha molti fan o follower). 
Gli indici di engagement vanno visti per quello che sono, ovvero indicatori di viralità, che molto spesso non significano altrettanta “influenza” sul lettore.
 Questa passa, al netto di tutto, attraverso due originalità: l’originalità del contenuto, e ancor più dall’originalità del punto di vista offerto su quel tema/contenuto/nnotizia.


Ciò traccia una linea di demarcazione importante e abbastanza netta tra “chi sono gli influencer”, ovvero coloro che in rete – volenti o nolenti – spostano opinione, e qualche volta la creano, e “attivisti di rete”, che possono anche avere un notevole seguito, molte interazioni, e raggiungere notevoli livelli di viralità dei contenuti condivisi, ma che di fatto non spostano opinione e non hanno alcuna centralità in termini di influenza.
 Una distinzione che, loro malgrado, tocca spesso i politici, ma anche i giornalisti o i comunicatori più o meno professionisti. 

Certo questa distinzione farà storcere il naso a molti, che proprio per numero di mensioni e citazioni invece si condierano influenti – e per carità in parte lo sono anche – ma molto del loro engagement è prevalentemente legato alla propria stretta nicchia: persone che la pensano come lui e rilanciano in continuazione quel contenuto perchè condiviso come “idea propria”, spesso acriticamente, in un circolo che finisce con il falsare l’autopercezione di sé.
 Un’analisi accurata – che nessuno spesso preferisce fare – dimostrerà che, per esempio su twitter – anche profili con 30 mila follower ricevono condivisioni e interazione sempre da pressoché le stese 100 persone. E sempre le stesse 100 persone sono quelle che condividono e commentano i post su Facebook. 



Ecco, profili che hanno queste metriche sono propri degli attivisti. Profili che spesso “ingaggiano” al di fuori degli stretti circolini relazionali sono quegli degli “influencer”.
La rilevanza di questa distinzione però riguarda anche un secondo aspetto. 
I veri e “potenti” influencer di rete non possono esserlo senza attivisti che ne amplifichino la diffusione dei contenuti, e non esistono attivisti social senza che vi sia uno o più soggetti influencer.
 Se nel marketing commerciale questa distinzione non è spesso chiarissima, nella comunicazione politica certamente è un fenomeno macroscopicamente visibile.

 Nel M5S certamente sono influencer Beppe Grillo, Paola Taverna, Carlo Sibilia, Giancarlo Cancellieri, Giulia Di Vita, qualche volta Fico e Di Maio. E questo indipendentemente dall’egagement medio e dai followers (veri e fake). Tutti gli altri sono “attivisti”, più o meno noti e più o meno autorevoli, e indipendentemente anche qui dai ruoli e dalle cariche.



Nel variegato centrodestra i profili davvero “influencer” sono pochi e molto marcati: Giorgia Meloni, Matteo Salvini, Angelino Alfano, Lara Comi, Raffaele Fitto. Più o meno un “monocentrismo” dei leader delle varie anime del centrodestra, con tutti gli altri relegati a “contrno di attivismo” più o meno attivo.
 Nel PD certamente il massimo influencer è Renzi. Ma anche Roberto Speranza, Gianni Pittella, Simona Bonafé, Emanuele Fiano, Graziano Del Rio, Massimo Bray. La maggior parte degli altri account social finiscono con l’essere (per il limitato engagement con gli interlocutori) profili “attivisti”, anche in questo caso più o meno noti e più o meno autorevoli, e indipendentemente dai ruoli e dalle cariche. Ma in questo caso troviamo una novità: sono più influenti profili dichiaratamente satirici, ironici “interni” rispetto a quelli di dirigenti e parlamentari: da GianniKuperlo a RenzoMattei a L’unirenzità ai vari profili su Maria Elena Boschi.


Ed è proprio l’originalità del punto di vista, la capacità di interazione, la “criticità” del contenuto che, anche nella comunicazione politica, segna questa distinzione e anche un fake o un profilo satirico finisce con l’essere più influente di un attivista o un comunicatore o un parlamentare.
Il web ha cambiato la comunicazione – non solo personale e di marketing ma anche politica – sotto molti aspetti, e ci sono almeno tre considerazioni da fare.
La prima è che non conta “chi eri” ma come “usi lo strumento” – e quindi torniamo alla questione che il web è “un altro medium” non un uso diverso dei vecchi media…
 La seconda è che nel deserto digitale qualcosa sta cominciando a cambiare, e quindi anche i parlamentari (come tutti) ampliano i luoghi dell’informazione – e questo riporta alla considerazione della “responsabilità di ciò che fai rispetto alla audience che hai”.
La terza è che effettivamente esistono strumenti seri di misurazione del bacino di influenza, e sempre meno puoi barare sia sui numeri sia sui target – e questo riporta alla necessità di strumenti terzi (sempre) e alla necessità di conoscere il proprio peso per non usarlo mai in maniera impropria.

Balmain per H&M

Cresce l’attesa per la collezione Balmain per H&M, in arrivo in Italia il 5 novembre 2015.  Appena diffuse, le foto ufficiali della collezione in edizione limitata sono già virali.

Una conturbante sirena metropolitana, tra suggestioni army-chic e paillettes all over: l’inconfondibile stile di Olivier Rousteing, direttore creativo del celebre brand francese, non si smentisce, per una collezione che si preannuncia già come un evento unico.

Il brand low cost svedese è solito creare interessanti collaborazioni con le maison più in vista del panorama mondiale.

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Classe 1985, Olivier Rousteing firma una limited collection con modelle d’eccezione del calibro di Kendall Jenner, Jourdan Dunn e Gigi Hadid. Le foto, rese pubbliche lo scorso maggio, con una campagna social intitolata #HM‎balmaination,‬ anticipavano i capi che saranno disponibili dal 5 novembre in 250 store italiani oltre che sull’e-commerce del brand. Capi per lui e per lei assolutamente da non perdere, per un guardaroba di classe, in versione low-cost.

Quello che si prospetta come l’evento fashion più atteso dell’anno sta già conquistando le copertine di mezzo mondo. Fashioniste, pronte ai nastri di partenza.

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Laura Giardino e le sue donne sexy e sole

Ha uno stile già maturo e riconoscibile Laura Giardino, artista che esplora l’universo femminile attraverso atmosfere noir e vagamente sexy.

Nata a Milano nel 1976, i prezzi dei suoi quadri oscillano dai 1.800 ai 6.500 euro, prezzi abbordabili se si considera la maturità del suo stile, assolutamente riconoscibile ed in linea con la migliore tradizione della Pop Art.


Laura Giardino e le sue donne sexy e sole


Il suo lavoro è una commistione di generi dove predomina lo stile fumettistico sebbene sia molto ben stemperato da atmosfere cupe e solitarie.

Sono donne quasi sempre sole, quelle di Laura Giardino che attraversano luoghi desolati, paesaggi post industriali o camere spoglie di hotel.

Laura Giardino riesce a trasferire uno sguardo, un’atmosfera e soprattutto dà alle sue immagini un taglio cinematografico.


Laura Giardino e le sue donne sexy e sole


Si dice che l’artista s’ispiri alle atmosfere anni quaranta e cinquanta ma al di là di quali possano essere i suoi punti di riferimento, il suo lavoro è assolutamente originale e non può non essere amato soprattutto dai collezionisti della Pop Art.

Tuttavia la Giardino si discosta dalle atmosfere pop perché riesce con un’ironia sottile a trasferire la solitudine e l’abbandono delle sue donne con leggerezza disarmante.

Gioca con lo spazio e l’atmosfera nei suoi lavori e talvolta evoca la solitudine dei personaggi di Hopper con il quale condivide lo stesso gusto per il taglio cinematografico.


Laura Giardino e le sue donne sexy e sole


Enigmatiche, sole, perse o sperse in luoghi anonimi, spesso sfuggenti dalla scena, le sue donne sono spesso nude o rivestite solo di lingerie, la loro nudità però non vuole essere una provocazione sensuale ma solo un rivestimento di quel femminile che la Giardino evidentemente indaga e cerca di comprendere.

Cosa attendono?, dove sono dirette le sue donne?

Camminano si muovono, spesso sono immobili e sembrano ricercare un altrove, le scene che le accolgono sono solo casualmente progettate per farle sostare perché sembrano attendere e provenire da un altro mondo.

Laura Giardino, che porta nel suo cognome il nome di un luogo, è evidentemente consapevole dalla continua dislocazione a cui come soggetti siamo destinati e le donne che popolano i suoi quadri portano incisa la solitudine profonda di ritrovarsi sole in una stanza, in strada a passeggiare, dormire, fare l’amore o semplicemente a rimanere immobili senza capire dove andare.


Laura Giardino e le sue donne sexy e sole


http://www.lauragiardino.net

Ricomincia The Knick, il medical drama più cool

The Knick è una serie stupenda. La critica è andata a nozze con il medical drama in costume di Steven Soderbergh con Clive Owen nei panni del protagonista. Soderbergh è il vero padrone di questo show, fa regia, operatore camera, montatore e direttore della fotografia oltre che il produttore e tutto ciò ha permesso a The Knick di avere una integrità artistica mai vista in TV. Steven Soderbergh con The Knick ha voluto mostrarci quanto è bravo e lo è.


La seconda stagione di The Knick riprende più o meno dove la prima era finita: Manhattan nel 1901 al Knickerbocker Hospital che sta per essere spostato a nord, nella zona più ricca di Manhattan.
The Knick ricorda un po’ Dr. House un po’ Appunti di un giovane medico, la miniserie con Daniel Radcliffe e Jon Hamm tratta da I racconti di un giovane medico di Michail Bulgakov.
Il protagonista, John Thackery (Clive Owen), è un brillante, insopportabile e tossicodipendente chirurgo. Thackery è circondato da una serie di altri personaggi come Algernon Edwards (André Holland) un giovane e molto dotato chirurgo di colore che riesce a scalare posizioni all’ospedale nonostante il colore della sua pelle, la figlia del padrone dell’ospedale, una femminista riformista e un altro dottore esempio di tolleranza.


La prima stagione è stata un one man show di Clive Owen, tutti gli altri personaggi erano in secondo piano mentre questa seconda stagione sembra aver cambiato indirizzo, anche le seconde linee avranno il loro spazio.
Per quanto riguarda i temi, poi, la prima stagione si è concentrata sul razzismo, i diritti riproduttivi delle donne, la tossicodipendenza e la corruttela della classe politica. Questa seconda stagione invece allargherà il suo range a: un omicidio misterioso, un prete del sud, un eugenetista, il trasporto pubblico e la pornografia amatoriale.


Lo show è come al solito filmato e prodotto in modo impeccabile, Soderbergh è preciso e fine in ogni sua scelta di regia. La camera qui diventa il vero mezzo con cui si racconta la storia più che un attrezzo al servizio del dialogo come è sempre stato per le serie televisive.
Tutto lo show è filmato con camera a mano usando solo luce naturale la quale dà al prodotto finale un effetto à la Malick che manda in brodo di giuggiole i critici.


Anche i set sono precisi ma mai protagonisti dello show come capita in Downton Abbey e, a volte, come capitava in Mad Men. I set di The Knick sono sempre minimalisti e la luce naturale dona loro un pallore che si addice a un ospedale.


Altra particolarità di The Knick è che la medicina, come soggetto, a differenza degli altri medical drama non è la soluzione infallibile a tutti i mali, qui la medicina sbaglia ed è arretrata come effettivamente lo era a inizio XX secolo.
Anche le operazioni sono estetizzate fino a renderle disturbanti e affascinanti come il dottor Thackery. Una serie cult.

Starbucks apre in Italia: quando il caffè è glamour

La catena di caffè più amata dalle star di tutto il mondo sta per arrivare in Italia. Simbolo del lifestyle americano, sdoganato persino sulle passerelle di Milano nel lontano 2009, ora Starbucks apre il suo primo negozio a Milano.

La catena americana di caffetterie starebbe per aprire i battenti nella capitale lombarda: protagonista dell’operazione è l’imprenditore bergamasco Percassi. L’accordo, che dovrebbe essere concluso entro Natale, prevede l’apertura nel 2016 del primo punto Starbucks in Italia.

Numerosi i rumours che si rincorrevano a tale proposito, già da due anni a questa parte. Il famoso marchio americano, leader nella caffetteria, fondato da Howard Schultz, vanta un fatturato di circa 9 miliardi di dollari.

La top model Lara Stone fotografata per Terry Richardson

La top model Lara Stone fotografata per Terry Richardson

Magdalena Frackowiak, foto di Terry Richardson per Harper’s Bazaar US

Magdalena Frackowiak, foto di Terry Richardson per Harper’s Bazaar US

Coco Rocha

Coco Rocha

Una modella con la celebre tazza di Starbucks durante la sfilata di Dsquared2, Milano, marzo 2009, foto di  Vittorio Zunino Celotto/Getty Images)

Una modella con la celebre tazza di Starbucks durante la sfilata di Dsquared2, Milano, marzo 2009, foto di Vittorio Zunino Celotto/Getty Images)



Una nuova sfida, quella di portare il brand in Italia, patria per antonomasia del caffè: e fu proprio l’Italia la location che diede a Schultz l’ispirazione per la sua celebre catena. L’atmosfera dei caffè italiani, in cui ci si rilassa, si legge il caffè e si dibatte dei temi di attualità, portò il manager americano a tentare di adattare la formula al mercato americano. Impresa non facile, data la differenza culturale tra i due Paesi: tante sono le differenze tra il caffè lungo abbinato al latte, che incontra il gusto tipicamente yankee, e la classicità dell’espresso italiano. Largo uso della tecnologia in locali rigorosamente free wifi: su questo puntò inizialmente Schultz per imporsi sul mercato. Genio del marketing, i celebri bicchieroni extralarge in carta per l’asporto di bevande, simbolo del brand, sono entrati così nel mito.

La top model Alessandra Ambrosio

La top model Alessandra Ambrosio

Lily Aldridge con un cappuccino Starbucks

La top model Heidi Klum per le strade di Beverly Hills con la figlia Leni e cappuccino  Starbucks

La top model Heidi Klum per le strade di Beverly Hills con la figlia Leni e cappuccino Starbucks



I bicchieroni extralarge simbolo della catena Starbucks, sono ormai entrati nell’immaginario collettivo americano: numerosissime le celebrities paparazzate con questo status symbol stretto tra le mani. Immortalata anche in numerosi fashion shoots, la celebre tazza di carta è stata fotografata dall’obiettivo di celebri fotografi di moda, in primis da Terry Richardson, dopo aver calcato le passerelle della Milan Fashion Week, grazie all’estro di Dean e Dan Caten, celebri direttori creativi di Dsquared², che la scelsero come accessorio principe della loro collezione Primavera/Estate 2010.

Jessica Alba con buste di Starbucks per le strade di New York City

Jessica Alba con buste di Starbucks per le strade di New York City

Taylor Swift con bevande Starbucks

Taylor Swift con bevande Starbucks

Miley Cyrus

Miley Cyrus

Lindsay Lohan esce da Starbucks

Lindsay Lohan esce da Starbucks



Ora Antonio Percassi, bergamasco doc ed ex calciatore, si pone come il franchising partner dell’operazione di lancio del brand nel nostro Paese. La strategia di marketing dovrebbe coniugare al gusto della tradizione italiana le nuove tecnologie. Largo quindi al caffè americano, unito al free wifi e alle suggestioni tipicamente americane. Buon Frappuccino a tutti.


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FALL WINTER 2015/16 : METAL MOOD

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Clicca sull’immagine per vedere i singoli prodotti scelti per voi da D-ART, nel tema Metal



(immagini prese da www.trendfortrend.com)
beauty di Miriam De Nicolo’

LELLA COSTA: DALLA PARTE DELLE DONNE

Attrice, scrittrice, doppiatrice e Ambassador Women for Expo. Una donna, mille volti. Questa Lella Costa uno dei personaggi femminili oggi più noti del panorama artistico italiano che, con la sua sensibilità e dolcezza, miste a determinazione, ha conquistato intere platee… e anche noi.

Dagli inizi nel mondo dello spettacolo ad oggi si è dedicata a radio, cinema, teatro. Quando ha capito che questa sarebbe stata la sua strada?

“Non vi è stato un momento preciso ma bensì è stata la raccolta di ami gettati intorno a me, come l’accademia filodrammatica, i seminari con Renzo Rosso o Mrozek, che ad un certo punto mi hanno reso consapevole di ciò che volevo essere nella vita. Poi nel 1980 il mio lavoro d’esordio con un’autrice altrettanto esordiente che fece da anticamera, nel 1987, al mio primo vero monologo semplice, Adlib. Quella fu la presa di coscienza assoluta che forse potevo farcela da me”.

Cosa ricorda della sua prima volta sul palco?

“Il saggio finale della scuola di Mrozek, quando Maurizio Michetti mi scaraventò in scena per un’improvvisazione. Ricordo la grande emozione mista a tensione ma anche, in antitesi, quella tranquillità dettata dalla consapevolezza di essere dove volevo essere. L’emozione poi, non va mai dimenticato, é il carburante del nostro lavoro: se non la provi sarà dura tu possa perseguire questa strada”.

Oltre quindi all’emozione cos’ altro ha caratterizzato in questi anni la sua carriera?

“Sicuramente la consapevolezza della grande fortuna di poter fare questo mestiere e la gratitudine verso un pubblico che mi ha sempre seguito, indipendentemente io facessi un lavoro al cinema, in tele o in radio. E in questo ho scoperto una grande magia: quella di cambiare città e di trovare sempre persone pronte ad accogliermi e ad applaudirmi e, diversamente da quanto immaginavo, non solo persone che con gli anni mi avrebbero seguito e sarebbero “invecchiate”con me, ma anche gente giovane, interessata alle mie parole. Forse questa la risultante di aver sempre messo in scena temi urgenti in un dato “momento sociale”.

Oggi quale tematica vorrebbe affronterebbe sul palco?

“L’immigrazione, ma non considerata come “gli altri che vengono nel nostro Paese” bensì un fenomeno che riguarda tutti noi, gente di paesi privilegiati, che stiamo vivendo comunque un medesimo fenomeno di migrazione verso altri stati. Questo come conseguenza di un’urgenza, di uno smarrimento dei popoli alla ricerca di una nuova identità e un tema che, non a caso, sarà il fulcro dello spettacolo che ho scritto con un mio caro collega, Marco Mariani, dal nome Uman che tratterà appunto di questa sorta di Odissea o Eneide del quale tutti siamo partecipi ogni giorno”.

Entrando in questo campo così controverso, quale visione ha di questa “Italia 2015”?

“Uno dei privilegi di fare il mio mestiere è quello di avere un contatto diretto con le persone, girando in largo e in lungo. Quello che posso dire è che, diversamente da quanto si può pensare, le brave persone, con sani principi e valori ci sono, e sono tantissime. Certo lo spaccato vuole anche che una certa parte sociale non rispecchi questo stesso identikit ed ecco forse spiegato il perché l’afflusso alle urne oggi è sempre meno, sintomo senza dubbio di uno scoramento, una disillusione tangibile che spero tanto possa cambiare”.

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Expo ormai agli sgoccioli. Lei è stata Ambassator Women for Expo: com’è andata?

“Avremmo potuto avere maggiore visibilità e voce in capitolo per sottolineare l’emancipazione femminile ma nel complesso siamo riuscite a dare segnali precisi. Poi certamente non va dimenticato che il tema dell’Esposizione è stato centrato appieno sia a livello di contenuti che di idee, per cui non posso che darne un giudizio positivo”.

Quale messaggio vorrebbe lanciare alle donne, in particolare a quelle italiane?

“Io amo ascoltare quindi faccio fatica a pronunciare messaggi. Quello che però posso dire è che credo nell’aiuto reciproco tra donne e nella solidarietà femminile, diversamente da come molti pensano. Questa a mio avviso è una potentissima arma al servizio delle donne e in questo vorrei fungere da “altoparlante” per fare sì che tutte le donne lo capiscano. Un esempio? In questi anni di crisi quante attività sono state salvate dall’impegno delle donne, dalla loro capacità di mantenere una rotta, con chiarezza? Questo è un chiaro dato di superiorità femminile”.

Nonostante la sua formidabile carriera coltiva ancora un sogno?

“Continuare a lavorare fino a quando riuscirò e finché avrò qualche cosa da dire e trasmettere al mio pubblico. E poi di essere riconosciuta un giorno come una voce che ha avuto un senso e le cui parole seminate non sono andate perdute”.

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La Turchia, il paese dei complotti

Due attentatori suicidi si sono fatti saltare in aria fuori dalla stazione ferroviaria di Ankara, quasi 100 persone che stavano manifestando in favore della pace nel sud della Turchia contro il governo sono morte. Il governo turco ha subito dato la colpa all’ISIS ma Daesh non è l’unico possibile colpevole.


La Turchia ha nemici sia all’estero che in casa e la lista dei sospetti è molto lunga. La manifestazione era in supporto della pace con i PKK, il partito degli indipendentisti curdi. A loro volta sia la Turchia che il PKK sono in lotta con ISIS. I curdi dal canto loro danno la colpa al governo di Ankara e in questo clima si avvicinano le elezioni del 1 novembre.


Come sottolinea Kerem Oktem in una intervista al New York Times, ogni volta che c’è una forte instabilità nella politica turca è risultato esserci al lavoro una rete clandestina collegata in qualche modo al governo, il cosiddetto derin devlet, il deep state, lo stato all’interno dello stato.


Il deep state è una organizzazione segreta illegale composta, a quanto si dice, da persone molto potenti. L’occasione in cui il deep state è salito all’onore delle cronache è stato a causa di un incidente d’auto in cui sono stati coinvolti un politico, il capo della polizia e un trafficante di droga ultranazionalista e la sua ragazza ex reginetta di bellezza. Più recente è stato lo scandalo Ergeneko, in cui Erdogan ha arrestato decine di militari, politici e intellettuali che facevano parte di un gruppo ultranazionalista Ergenekon, appunto.


Le origini del deep state sono da ricercarsi nelle organizzazioni segrete militari che si sono venute a creare alla fine dell’impero ottomano e ala creazione di organizzazioni stay behind, come Gladio in Italia, organizzate dalla NATO per contrastare una eventuale invasione sovietica.
All’inizio del 1900 una organizzazione segreta connessa se pur non sempre governata dai militari raccoglieva informazioni, fomentava ribellioni e assassinava persone in quello che era l’Impero ottomano. Il gruppo è connesso anche al genocidio armeno.


Mustapha Kemal Ataturk, il padre dei turchi, smantellò questa organizzazione ma non passò molto che, come l’araba fenice, risorgesse dalle proprie ceneri. Questa volta dedicata proprio ad Ataturk.
Il deep state che si crede esista ora in Turchia si dice abbia come obiettivo il mantenimento della Turchi come immaginata da Ataturk. Ultra nazionalista, anti islamica, anti liberale, anti curda e anti democratica.


Nessuno è sicuro che struttura abbia questo deep state, alcuni pensano che sia una “setta” ristretta, altri pensano che sia una rete di individui potenti collegati solamente da un obiettivo comune, il kemalismo. Quello che è certo è che il caso Ergenekon è andato a scomodare moltissimi potenti turchi e forse è stato meglio che le indagini si siano fermate prima di arrivare più in alto di dove sono arrivate.

Modella del mese, Valentina Mache

Valentina Mache è la nostra “modella del mese” 


Foto di Miriam De Nicolo’ 


Modella Valentina Mache


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1. Valentina, raccontaci dei tuoi inizi in qualità di modella:

Avevo 16 anni e vivevo ancora nella mia città, Galati in Romania. Uno scouter mi vide e mi chiese di partecipare ad un concorso, dove una grande agenzia di Bucharest faceva selezioni. Era la MRA Models con cui, grazie a quel concorso, ho avuto un contratto di esclusività per 5 anni.

2. Quali sono i pro e i contro del tuo mestiere?

Esistono pro e contro in tutti i campi. Molti pensano che fare la modella sia un lavoro facile e leggero, invece è un lavoro relativamente faticoso, come tutti gli altri. Le gratificazioni a me arrivano quando mia  madre va in edicola, compra una rivista in cui sono pubblicate delle mie foto e le mostra agli altri orgogliosa. Ma c’è anche il rovescio della medaglia: alzarsi alle 5.00 del mattino per prendere un treno e ritornare a casa alle 23.00. E’ la forte passione che fa passare stress e stanchezza.

3. Segui delle diete per mantenerti in forma? 

Mai seguito nessuna dieta per dimagrire! Ho fatto qualche dieta mirata, ma per mettere massa. Sono magra di natura ed è una fortuna per il mio lavoro, anche se la gente pensa che io non mangi; chi mi conosce sa che mangio di tutto senza esclusione.

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4. Quali sono i tuoi prodotti di bellezza? 

Potrei dilungarmi per ore! Adoro i prodotti per la pelle, le creme per il corpo, il make-up… I miei must per il trucco sono il fondotinta (Shiseido), il mascara (Dior), l’eye-liner (Make-up forever), il blush (Mac) ed il balsamo per le labbra (Elisabeth Arden).

5. Quanto è importante per te l’essere e quanto l’apparire?

Sono convinta che viviamo in una società in cui “apparire” è più importante che “essere”.  Io cerco sempre di mantenere un approccio naturale agli altri e di non dare mai  troppe spiegazioni. Non mi piace giustificare i miei atteggiamenti e se sono nel “mood di apparire”, lo faccio e basta. Ma il mio vero “io”, il mio “essere”, lo riservo alle persone con una bella energia – Quali tipi di persone? Lo si capisce dai loro occhi!

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6. I tuoi progetti per il futuro:

Tantissimi progetti, troppi 🙂 ma cerco di stare con i piedi per terra e vivere il presente. Come dice una canzone “non chiedermi del futuro, si avvicina mentre andiamo“.

7. Cosa consiglieresti a una giovane ragazza che si addentra nel mondo della moda?

Di essere se stessa, puntare in alto e studiare. Personalmente sono stufa di quelli che pensano che le modelle non hanno tanta materia grigia. Poi di andare e vedere il mondo. Questo lavoro ti offre tante possibilità di viaggiare, quindi non dite di no ai viaggi.

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8. Ci sono icone a cui ti ispiri?

La mia ispirazione è ovunque: moda, natura, architettura, sorrisi, occhi…

Adoro Audrey Hepburn perché abbiamo una cosa in comune: la passione per i cappelli. Non esco mai di casa senza indossarne uno. Più che una passione è un’ossessione.

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9. La campagna fotografica per cui avresti voluto posare?

Parliamo di una campagna del 2015?!? Se sì, non c’è dubbio: avrei voluto vestire i panni di Rihanna per Dior Secret Garden, fotografata da Steven Klein -un sogno! Solo la location mi fa venire i brividi: Château de Versailles, stesso luogo dove la bellissima Charlize Theron è stata testimonial della campagna profumo J’Adore.

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10. I tuoi hobby e il tuo tempo libero:

Ascoltare musica è il mio più grande hobby. Anche perché posso fare tante cose mentre ascolto. La musica cura le mie ferite ed apre mente e cuore. Poi amo tantissimo la natura quindi vado a fare lunghe passeggiate nei boschi e rifletto…

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La provocazione sfila da Rick Owens

È stata in assoluto la sfilata più discussa e controversa della settimana della moda di Parigi. Ha monopolizzato l’attenzione dei media e ha diviso l’opinione pubblica, tra detrattori convinti ed ammiratori entusiasti. Certo è che in tempi come questi, in cui la spettacolarizzazione è divenuta un valore assoluto da perseguire con tutti i mezzi, la moda sembra essersi adattata a tale meccanismo. Purché se ne parli, sembra essere il mantra dominante; e il confine che separa l’avanguardia artistica dal mero sensazionalismo sembra divenire sempre meno netto.

Dissacrante, alternativa, ermetica, la collezione Primavera/Estate 2016 di Rick Owens è stata protagonista assoluta della fashion week parigina. C’è chi ci ha visto espliciti richiami sessuali, chi non ne ha compreso il significato e chi, semplicemente, ha deciso di godersi lo show, dalle coreografie assolutamente inedite.

Lo stilista statunitense non è nuovo ad audaci provocazioni: lo scorso gennaio fece sfilare uomini fieramente senza slip, destando scalpore, nel segno di quell’unione tra rock e concettuale che da sempre caratterizza il suo stile. Ribelle, anticonformista, Rick Owens è uno che il sistema lo combatte davvero: la sua linea stilistica è talvolta una critica neanche troppo velata nei confronti di certo fashion biz patinato. I lustrini di Los Angeles erano lontani da lui, nella sua infanzia vissuta tra tossicodipendenza e solitudine: da qui la sua moda intellettuale e scandalosa.

Si intitola “Ciclope” la collezione che sfila a Parigi per la Primavera/Estate 2016, e l’ispirazione attinge alla mitologia greca. Una sartorialità decostruita, per capi essenziali e basic. Ma quel che colpisce l’occhio, prima ancora degli outfit che sfilano in passerella, sono le “imbracature umane”: donne che indossano altre donne, per una coreografia forte e provocatoria. Le modelle sfilano a testa in giù, abbarbicate a cavalcioni le une sulle altre. Rigenerazione, solidarietà femminile, fratellanza universale e un pensiero per il grembo materno, a cui si deve la vita: questi sembrano essere i temi dominanti.

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Rick Owens : Runway - Paris Fashion Week Womenswear Spring/Summer 2016

Rick Owens : Runway - Paris Fashion Week Womenswear Spring/Summer 2016

I capi sono essenziali: cappotti dalle linee sartoriali, crop tops, asimmetrie sfilano addosso a modelle che si alternano a ginnaste professioniste. La palette cromatica varia dal grigio al nude, fino al verde e all’arancione. Tra i materiali usati spiccano il nylon, la seta, il cotone e la maglia, alternata alla pelle e al jersey, per interessanti giochi di luce.

Secondo il casting director Angus Munro, Rick Owens è maestro nel raccontare storie che nessun altro vi racconterà: genio del politically uncorrect, il vestito umano sembra essergli stato ispirato da una foto di Annie Leibovitz raffigurante Leigh Bowery, eclettico rappresentante del fashion biz nonché artista concettuale. Non più donne bambole, sembra implorare Owens, ma donne forti capaci di andare oltre le rivalità, in un disegno di fratellanza universale. Il dibattito sulla controversa coreografia resta tuttavia aperto, e sono molti coloro che continuano a chiedersi se se ne sentisse realmente il bisogno.

(Foto copertina Getty Images)


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La moda concettuale di Hussein Chalayan P/E 2016

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Intellettuale, astratta e concettuale la collezione Primavera/Estate 2016 di Hussein Chalayan.

Innovazione e tecnologie all’avanguardia hanno caratterizzato il défilé dello stilista britannico di origine turco-cipriota. Messaggi subliminali e performance dal vivo per una collezione nel pieno segno della tradizione Chalayan.

Appena nominato direttore creativo della linea demi-couture di Vionnet, il designer resta fedele al suo stile, ermetico, altamente concettuale e politicamente orientato, che ora trae nuova vita dall’apporto della tecnologia.

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Lunghezze midi su capi dall’appeal sartoriale, per tagli asimmetrici, decostruzioni e drappeggi su stampe astratte figurative: la palette cromatica è tenue, si va dal rosa chiaro al verde, al giallo, fino ai toni del blu notte e del marrone. Una moda intellettuale quella di Chalayan, e anche socialmente utile, che si unisce ad una sartorialità delicata.

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A metà sfilata il colpo di scena: due modelle in piedi su un podio al centro della passerella vengono inondate d’acqua: quella inaspettata doccia svela sotto i cappottini sottili come carta, dei preziosi abiti da cocktail impreziositi di intarsi e cristalli. Citazioni della sfilata moda uomo P/E 2016 dedicata a Cuba si alternano alla collezione femminile. Lo stilista sembra voler sottolineare il carattere talvolta troppo effimero della moda: la sua sfilata si pone ancora una volta come uno dei momenti più interessanti della settimana della moda di Parigi, per suggestioni impegnate e mai banali.


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Una sfilata-evento quella di Iris van Herpen, nell’ambito della settimana della moda parigina. Scenografia 3D, suggestioni cibernetiche e una performance dal vivo con l’attrice di Game of Thrones Gwendoline Christie come protagonista.

La Primavera/Estate 2016 firmata Iris van Herpen si apre nel segno della tecnologia: un connubio interessante mixa un live show di grande impatto scenografico alla moda per la prossima stagione primaverile.

Suggestiva ed altamente evocativa la passerella: su una piattaforma circolare giace in un sonno profondo la star de Il trono di Spade, mentre braccia robotiche in 3D la vestono, tessendo sul suo corpo un abito circolare dalle intricate geometrie. Il défilé è intitolato Quaquaversal: un nome altisonante, che rende onore alle stampe 3D, che si stagliano su tutte le direzioni.




Proprio come le radici degli alberi che a volte diventano dei ponti, come in India: questa, l’ispirazione alla base della sfilata. Una collezione ispirata alle piante e agli altri organismi viventi capaci di creare architetture, come le intricate trame che i capi che si alternano sulla passerella tessono sul corpo delle modelle.

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Pioniera della tecnologia, Iris van Herpen fa interpretare la sua collezione alla Brienne of Tarth di Game of Thrones: i robot che vestono in diretta la diva sono coperti da un materiale particolare e vengono mossi attraverso dei magneti ideati dal designer Jólan van der Wiel, che ha precedentemente collaborato con Iris Van Herpen nella creazione di capi e scarpe usando la medesima tecnica.

Protagonista assoluto della collezione è il pizzo, declinato in chiave 2.0. Pizzo trasparente con decorazioni di cristalli, delicato come gocce di pioggia, si erge su tuniche senza maniche con cut-out in vista, da indossare sopra gonne plissettate in un argento quasi fiabesco. Diversi tipi di pizzo sono stati usati per creare i capi: un materiale proveniente da Calais ed un tipo di pelle cosparsa da decorazioni in ceramica, firmata Swarovski.

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La palette cromatica indugia sui toni del bianco, tra cui il nude, il grigio, l’argento e i toni del nero. Un mood spaziale per suggestioni futuriste che hanno caratterizzato il défilé. Un connubio riuscito per la designer olandese, non nuova ad eventi di questo genere. Le stampe 3D vengono realizzate con l’ausilio della tecnologia, per capi in cui prevale la tecnica di taglio al laser. Capi in un pizzo argentato che ricorda il lattice e gonne che ondeggiano ad ogni gradino: infine, le scarpe, ankle boots platform realizzate in collaborazione con Finsk. Si chiamano Airborne, e danno l’illusione ottica di donne sospese nell’aria: la passerella è pervasa da un senso di mistero e magia, per un mood surreale che ci svela le meraviglie e il potenziale della tecnologia.


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lira di Virgilio ed i flauti di Pan.
La molle carezza delle onde
Sulle tue rive , la nostalgia dei tuoi profumi , la frescura fluttuante delle tue ombre, sangue latini che palpita ne cuore delle tue giovani, ti rendono simile ad un voluttuoso vascello alla deriva, pieno di estasi…
E quelli che amano i Baci vanno verso di Te.
Ma tu, o Capri, soprattutto per la maestà dei tuoi atteggiamenti, per il bronzo azzurro del tuo profilo, per l’altera malinconia delle tue Leggende, per le tue pietre, per il tuo cielo,
per la grandezza crudele del tuo passato, sei la sfinge, la sfinge decapitata, accovacciata nella solitudine dei secoli all’ingresso del Tirreno, tu sei la sfinge androgina e muta che sorveglia ancora la via per la quale partì Cesare…
E quelli che amano la Vita e il silenzio vanno verso di te…
(JACQUES FERSEN)


Capri non smette di vivere le tante sue vite. Agli inizi del novecento conobbe il suo massimo splendore grazie a tanti ricchi facoltosi intellettuali che la scelsero come dimora vacanziera, tra questi vi fu il conte Jacques Fersen che vi dimorò da esule facendosi costruire quello che fu il tempio del suo stile di vita e delle sue passioni : Villa Lysis.
Luogo incantato ed incantevole il cui nome fu scelto da Fersen in memoria del giovane Liside, il giovanotto amato da Socrate a cui Platone dedica il bellissimo dialogo Liside.
Fersen, poeta ed esteta, amò la bellezza e la vita in tutte le sue forme, amava i bei giovanotti e per questo in Francia venne condannato crudelmente.


LA CAPRI DI JACQUES FERSEN PASQUALE TRISORIO LUCIO AMELIO E ANCHE NOSTRA


Si rifugiò a Capri da esule e vi costruì la sua dimora di amore come è inciso sulla facciata principale di Villa Lysis: Amori et Dolori Sacrum , il cui significato è la sintesi della sua filosofia di vita, il dolore appartiene al passato e solo l’amore fa parte del presente e del futuro.
Nella villa, tra oppio, cocaina e champagne a fiumi, visse con il superdotato, bellissimo e giovanissimo Nino Cesarini conosciuto a Roma.


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Jacques Fersen morì incidentalmente per aver abusato di troppa cocaina disciolta nello champagne, che è comunque sempre meglio di morire di cancro o di vecchiaia…
Non si pensi però che il conte francese fosse un dissoluto, amava i piaceri sofisticati e le estasi prodotte dalla buona cocaina e dell’oppio puro , ma passò tanto del suo tempo dedicandosi alla scrittura – scrisse il romanzo Il fuoco si spense sul mare ed. La Conchiglia – e al convivio elegante con grandi intellettuali che frequentarono la sua bellissima casa che fu una commistione di stili come la sua esistenza: stile Luigi XVI , stile orientale per la famosa stanza dell’oppio, stile viennese e klimtiano e stile Art Nouveau.


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Fersen diede anche vita ad una prestigiosa rivista letteraria Akademos che curò con grande dedizione, in modo perfetto, facendo molta attenzione ai refusi.
Preambolo d’obbligo per introdurre i fasti di un altro momento di lustro intellettuale della Capri degli anni ’70: La Capri di Pasquale Trisorio e Lucio Amelio, due importanti galleristi che animarono Capri di arte e cultura portando sull’isola il gotha dell’arte nazionale ed internazionale insieme a critici, giornalisti ed intellettuali.


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Tra i grandi nomi che Lucio Amelio portò a Capri ci furono Cy Twombly, Gerhard Richeter, Keith Haring, Mimmo Paladino, Robert Mappelethorpe e Joseph Beuyes , quest’ultimo presente in mostra con fotografie che lo ritraggono a Capri e con una sua importante opera: Capri-Batterie.
La mostra La Capri di Pasquale Trisorio e Lucio Amelio non poteva trovare location più adeguata che gli ampi saloni di Villa Lysis .


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Grazie a Anna Chiara Della Corte, ufficio stampa e organizzatrice della mostra, alla quale mi lega una comune laurea in filosofia e l’amore per l’arte, che mi accoglie con la sua delicata eleganza nell’isola dei baci e della luce, riscopro Villa Lysis che ospitò tempo fa un’altra importante mostra dedicata al divino Rudolf Nureyev anch’egli innamorato di Capri e frequentatore dell’isola negli anni settanta.
Con Anna Chiara, sedute nella celebre piazzetta caprese, davanti ad un prosecco, discorriamo del filosofo francese Michel Foucault, di arte, di virtù nobiliari e del futuro glorioso di Villa Lysis che speriamo possa ospitare mostre sempre più belle in armonia con il suo glorioso passato perché il dolore appartiene al passato e l’amore è il futuro…


LA CAPRI DI JACQUES FERSEN PASQUALE TRISORIO LUCIO AMELIO E ANCHE NOSTRA


LA CAPRI DI PASQUALE TRISORIO E LUCIO AMELIO
CAPRI
VILLA LYSIS
Via Lo Capo
Dal 12 ottobre al 31 dicembre 2015-10-14 Mostra curata da Fabio Donato e Maria Saverese
Coordinamento scientifico Annamaria Boniello

Fargo è tornata e sembra bellissima

Su FX è tornato Fargo, una delle nuove serie televisive che hanno meglio impressionato l’anno scorso. Fargo si rifà agli ambienti e al periodo del film dei Coen, vero cult per tutti gli appassionati di cinema che fece vincere l’Oscar per la miglior sceneggiatura originale a Joel ed Ethan Coen e quello per migliore attrice protagonista a Frances McDormand.


Una serie tratta da Fargo fece alzare più di un sopracciglio ma alla fine l’ottima sceneggiatura, la regia precisa e soprattutto attori come Allison Tolman, Martin Freeman e Billy Bob Thornton hanno conquistato pubblico e critica.
La seconda stagione, che parla di un omicidio avvenuto ai tempi del padre di Molly, interpretato da Keith Carradine nella prima stagione e ora da Patrick Wilson. Anche questa stagione ha le sue star come Kirsten Dunst, Jesse Plemons e Ted Danson.


La nuova stagione inizia con Rye Gerhardt (Kieran Culkin, il fratello di Macaulay Culkin di Mamma ho perso l’aereo), uno dei figli di un piccolo e violento criminale del North Dakota, che entra in una locale a fianco della strada a Luverne, in Minnesota. Siamo nel 1979. La cameriera chiede a Rye se ha intenzione di mangiare ma lui è concentrato su di un giudice di Fargo che è appena arrivato. Rye si alza e inizia a intimidire la donna, il giudice non si fa intimidire e anzi spruzza uno spray anti-insetti in faccia a Rye, lui tir fuori la pistola e le spara, il cuoco del diner tenta di aggredirlo e spara anche a lui così come alla cameriera. Nel frattempo il giudice si è ripreso e accoltella Rye alle spalle. Rye crivella di colpi il giudice e corre dietro alla cameriera che nel frattempo si era trascinata fuori. Dopo aver ucciso anche lei lui rimane stordito in mezzo alla strada dove viene investito da una macchina. La macchina è guidata dalla parrucchiera Peggy (Kirsten Dunst) che si porta a casa Rye incastrato nel parabrezza, a casa, il marito (Jesse Plemons) trova Rye ancora vivo e che lo attacca e lo uccide per autodifesa. Come si può intuire seguirà una sanguinosa stagione invernale a Luverne.


Fargo è una serie antologica, cioè una serie che ad ogni stagione racconta storie indipendenti che sono connesse alle altre stagioni da un tema, un luogo e in alcuni casi da un personaggio o due. Le serie antologiche sono tornate di moda negli ultimi anni con show come American Horror Story o True Detective.


Il tema che unisce le due serie, a parte il personaggio di Lou Solverson è l’ambientazione à la Coen. Una America di provincia, violentissima, assurda, piena di piccoli criminali che si credono boss, vendetta, ottimismo nichilista e così via.
In questa seconda stagione manca, per ora un personaggio come il Lorne Malvo di Billy Bob Thornton, un vero e proprio diavolo tentatore che riusciva a mettere malvagità in tutti gli innocenti abitanti di questa landa desolata.


Menzione d’onore per i filmati iniziali che introducono gli anni in cui i fatti sono ambientati, in cui Jimmy Carter è presidente, Ronald Reagan è ancora un attore in western di serie b e la guerra in Vietnam è appena finita.

Emilia Clarke: è lei la più sexy del 2015

Viso pulito, corporatura minuta e grandi occhi da cerbiatto: è Emilia Clarke la donna più sexy del 2015, secondo la rivista Esquire. L’attrice britannica, protagonista della serie Game of Thrones, è stata eletta dal magazine la donna più sensuale di quest’anno.

Classe 1986, alta appena 1,57 m, la diva ha una bellezza conturbante ed un viso angelico: attrice dal curriculum interessante, Emilia Clarke deve la sua fama mondiale all’interpretazione della principessa dei draghi Daenerys Targaryen nella serie televisiva Il Trono di Spade.

Esperienze a Broadway, dove ha interpretato il ruolo che fu di Audrey Hepburn, la celebre Holly Golightly di Colazione da Tiffany, protagonista accanto ad Arnold Schwarzenegger dell’ultimo Terminator, la bella attrice è universalmente conosciuta grazie al suo personaggio nella saga fantasy più amata.

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Emilia Clarke è nata a Londra il 26 ottobre 1986

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L’attrice è nota per l’interpretazione di Daenerys Targaryen nella serie televisiva Il Trono di Spade

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Alta appena 1,57 m, Emilia Clarke è la donna più sexy al mondo del 2015 per Esquire, che la immortala in scatti hot a cura di Vincent Peters



Zigomi alti e labbra carnose per una grande fotogenia, come dimostrano gli scatti ad alto tasso di sensualità in cui è stata ritratta da Vincent Peters per Esquire. Tanto studio alle spalle per la bella Emilia, che ha iniziato la sua carriera a soli 3 anni, con un musical. A seguire la scuola di teatro, il canto e una lunga gavetta, prima di diventare una diva. La sua bellezza viene ora celebrata in tutto il mondo. È nata una stella.


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Tutto il meglio dello streetstyle alla Parigi fashion week 2015

Il meglio dello streetstyle alla Parigi fashion week

 

Con lo sfavillio e lo sfarzo delle tanto attese sfilate di Parigi, si chiude il mese dedicato alla moda, che ha visto le collezioni della primavera – estate 2016.

Tante le sorprese in passerella, a partire dalla maison Chanel dove l’aeroporto diventa sfondo e luogo in cui donne perfettamente habillé si imbarcano verso una destinazione comune: l’eleganza. Karl Lagerfeld non finisce mai di stupire, districandosi tra passato, presente e futuro. Intramontabile.

Leggerezza e profumo di fiori e fiabe da Ungaro, che con Fausto Puglisi alla guida ci fa rivivere una donna “principessa” in chiave moderna, dallo stile bohémienne con accenti futuristici; mentre con Miu Miu il boyish style e una femminilità retrò ci portano tra gli armadi dei nostri compagni, mariti, fiancés.

Tante le icone del fashion biz presenti alla Parigi Fashion Week: Candela Novembre, Chiara Ferragni, Anna Dello Russo, Gilda Ambrosio, Giovanna Battaglia e tante altre che noi di D-ART abbiamo fotografo per voi in questo speciale:

LO STREET STYLE DELLE FASHION ICONS ALLA PARIGI FASHION WEEK

Qui vogliamo mostrarvi il meglio dello streetstyle durante la settimana di défilés parigini:

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(tutte le foto sono di Luigi Ciaccio – nell’immagine di copertina gonna Domenico Cioffi, bracciale Manurina, borsa Salar)

Perché ISIS sta vincendo contro una coalizione molto più forte?

ISIS continua a distruggere antiche rovine di inestimabile valore, decapita decine e decine di persone, lapida adulteri e rende schiave sessuali migliaia di bambine. Questi atti barbari hanno attirato contro il califfato una coalizione senza precedenti, tutte le grandi potenze e le potenze regionali combattono l’ISIS sul campo o a livello politico/economico eppure, incredibilmente i guerrieri del califfato continuano a acquisire terreno, come è possibile?


Una delle regole base della guerra, codificata anche nell’Arte della guerra di Sun Tzu, è che: “se le nostre forze sono 10 e quelle del nemico 1, lo circonderemo; 5 a 1 lo attaccheremo; se sono il doppio di quelle del nostro nemico divideremo il nostro esercito; se sono uguali possiamo pensare di combattere; se leggermente inferiori eviteremo lo scontro; se tra le nostre forze ci sarà grande differenza scapperemo da lui”.


ISIS sembra non considerare questa regola e pur essendo le sue forze incredibilmente inferiori continua ad attaccare e a farsi nuovi nemici. Nel 2011 in Siria ISIS, allora molto meno forte attacco il regime di Damasco e i suoi alleati, Iran, Hezbollah e Russia così come le altre forze anti Assad. Nel 2014, con le sorti della guerra siriana ancora in bilico il califfato decise di attaccare in Iraq e in questo modo allargò ancora il fonte dei suoi nemici, ora c’erano anche Iraq, USA, Gran Bretagna e Francia. Poi ISIS decise di allargare il fronte anche al Kurdistan e anche qui i nemici crebbero.


Dal punto di vista logico la strategia di ISIS è suicida, quando non si riesce a chiudere neppure un fronte e poco saggio aprirne un altro e crearsi altri nemici ma nonostante questo le conquiste territoriali dello Stato Islamico non hanno fatto che crescere.
Qualcuno potrebbe contestare che il tutto sia una questione di soldi ma il prodotto interno lordo, per quanto riguarda il 2014, stimato del califfato si aggira sul miliardo di dollari, gli USA da soli spendono ogni anno per le forze armate 580 miliardi di dollari.


Sulla carta non c’è mai stata una coalizione così forte nella storia o quantomeno con una disparità così grande nei confronti del proprio avversario. Nella storia ci sono stati diversi esempi di parti in guerra tremendamente sfavorite. La Francia rivoluzionaria ad esempio combatté con praticamente tutte le super potenze dell’epoca: Austria, Prussia, Gran Bretagna, Russia, Olanda, Spagna, Portogallo e Piemonte. Tutte battute.


Tutti i casi sono unici ma ci sono delle costanti negli esempi storici di stati destinati a sovvertire i pronostici e a battere coalizioni molto più forti sulla carta: il disinteresse, la mancanza di unità di intenti e la dialettica.


Gli stati rivoluzionari o reazionari come il califfato hanno più volontà di vittoria, sono più motivati. Per loro la guerra in cui stanno partecipando è l’unica guerra, la vittoria può significare l’esistenza o meno dello stato. Per le super potenze che partecipano alla coalizione la guerra a cui stanno partecipando può darsi sia una delle mille in cui lo stato è coinvolti per motivi prettamente geopolitici.


Le coalizioni, in genere, si muovono al passo del loro membro più “lento”. Ogni decisione deve essere discussa tra i partecipanti, ogni azione deve essere decisa e adattarsi alle necessità del partecipante più titubante. Oltretutto le forze in campo devono essere coordinate. Napoleone ad esempio, di solito, si metteva in mezzo tra le truppe della coalizione prima che queste si unissero e combatteva prima con una e poi con l’altra.
La coalizione anti Assad è un ottimo esempio di mancanza di unità di intenti. Russia e Iran vogliono mantenere Assad al potere mentre i sauditi sono categorici riguardo al cambio di regime. La Turchia è spaventata dall’avanzata curda. Gli USA riconoscono solo certi membri della coalizione anti ISIS come alleati e guardano ai russi con sospetto. La Francia è intervenuta con un paio di bombardamenti che nessuno ha capito e di cui nessuno sapeva nulla fino a poche ore prima.


Il terzo problema è quello della dialettica: è sempre molto più facile morire per una causa, un’idea piuttosto che per un motivo geopolitico che nessun soldato capisce. L’idea è anche il modo migliore di fare proseliti e di avere una risposta dall’opinione pubblica mondiale.
Ogni nazione che si aggiunge alla lotta contro il califfato nell’ottica dei suoi abitanti è una nazione in più che dimostra di voler cancellare dalla terra i valori sunniti di cui pensano di essere portatori esemplari.

La comunicazione globale – la Clinton Foundation

Mentre da noi vorremmo imitare in maniera amatoriale, atecnica, senza la minima competenza, e per altro in maniera parziale, solo quello che intuitivamente ci piace della comunicazione (soprattutto politica) americana, la loro comunicazione, soprattutto in politica estera, si fa sempre più raffinata. Già negli anni cinquanta gli americani avevano abbondantemente imparato l’importanza del cinema, anche oltre il tempo di guerra, nella esportazione di usi e consuetudini e soprattutto come strumento di propaganda di un certo modello di estetica, di bellezza, di benessere, di economia, e di valori sottesi. Negli ottanta, con la diffusione delle televisioni commerciali in Europa, la politica USA aveva compreso il potere di poter parlare in modo “economico e ripetitivo” soprattutto ai giovani, per “avvicinarli” al proprio modello, soprattutto sociale. Antesignano di quella comunicazione fu Donad Bellisario (padre italiano, madre serba), che riceveva (sin da allora) contributi notevoli dalla CIA e dalla Segreteria di Stato per produrre serie indimenticabili per la nostra generazione. Magnum PI, A-Team, per cominciare, Quincy, I predatori dell’idolo d’oro, Airwolf, In viaggio nel tempo (Quantum Leap), Tequila e Bonetti e First Monday, per arrivare alle odierne serie di successo JAG – Avvocati in divisa e NCIS oltre ai Griffin. Bellisario prestò servizio nell’U.S. Marine Corps dal 1955 al 1959, raggiungendo il grado di sergente ottenendo la medaglia di buona condotta dei Marines (Good Conduct Medal). Svolse il servizio militare nei Marines assieme a Lee Harvey Oswald, l’assassino “riconosciuto” di John F. Kennedy. Questo modello di serie televisiva ci ha fatto metabolizzare come “normale” il modello americano soprattutto come struttura giuridica e sociale. Non stupisce pertanto che oggi, quando la comunicazione ha assunto soprattutto una dimensione simbolica e subliminale “per immagini”, si pensi a tutto, ma proprio a tutto, soprattutto ai dettagli.


Ed è proprio questa “scientificità”, questa estrema professionalità, e questa assoluta mancanza di improvvisazione, che segna il gap maggiore (ed inimitabile) tra la struttura della comunicazione americana e quella che noi vorremmo scimmiottare. È storia vecchia quella della postura, quella del colore della camicia e della cravatta, del come stringere le mani e del salutare “qualcuno nella folla” – concetti che qualcuno dei nostri politici sta scoprendo come “rivoluzionari” e che erano già superati nella prima campagna Clinton!


Ed è proprio il nuovo sito della “Clinton Foundation”, messo online nella nuova versione da qualche giorno, che ha attirato l’attenzione di alcuni osservatori. Una semplice mappa del mondo. Su cui campeggia il logo della fondazione realizzato con le stelle (della bandiera americana) a forma di “sala ovale” (lo studio pubblico del presidente americano). Lo slogan “Together we can solve / the world’s biggest challenges.” Ovvero, viene ripreso in maniera centrale lo slogan di Obama (we can) e al rigo sottostante la frase “le più grandi sfide del mondo”. La home page è una mappa interattiva, con il mondo come sfondo. Le “sfide” sono collocate in maniera apparentemente casuale, e costituiscono il menù di ricerca dei vari temi ed argomenti su cui è focalizzata la fondazione dell’ex-presidente. In realtà, se la intendiamo come una vera e propria geolocalizzazione, abbiamo una mappa precisa di un’altrettanto precisa filosofia e chiave di interpretazione del mondo. Il problema occidentale/americano è l’obesità (in varie declinazioni inteso), quello dell’america latina è la “diseguaglianza ed iniquità economica” (e non va trascurato che molti di quei paesi hanno un governo socialista). La sfida dell’Africa riguarda essenzialmente la sanità (declinata come vaccini e malattie endemiche, ovvero spesa farmacologica per le multinazionale americane). La questione del cambiamento climatico invece è una sorta di “responsabilità” di economie come quella indiana e cinese, in forte espansione non regolamentata (soprattutto in termini ambientali) e in danno essenzialmente al comparto manifatturiero made in usa, oltre che, incidentalmente, europeo.


In un mondo in cui tutto ha un significato preciso, soprattutto in questi modelli comunicativi, dovremmo cominciare tutti a riflettere un po’ di più,e un po’ su tutto.

Due maestri amici: Giorgio Armani sostiene la mostra “Scorsese” a La Cinémathèque Francaise

Giorgio Armani ha annunciato la sua collaborazione con La Cinémathèque Francaise per la mostra Scorsese, che si terrà presso la sede generale de La Cinémathèque a Parigi, dal 14 ottobre al 14 febbraio 2016. Attraverso numerose fotografie, sceneggiature e costumi, l’esposizione illustra l’importante influenza esercitata da Martin Scorsese sul cinema americano dell’era post Nuova Hollywood. Il regista ha così ringraziato Giorgio Armani: “è un maestro che ha rivoluzionato la moda, uno stimato collaboratore ed un caro amico di lunga data: questa collaborazione è un ulteriore gesto di amicizia che mi commuove molto”.

 

Jodie Foster, Robert De Niro e Martin Scorsese sul set di "Taxi Driver"

Jodie Foster, Robert De Niro e Martin Scorsese sul set di “Taxi Driver”

 

Oltre a mettere in luce il suo approccio originale alle questioni estetiche, narrative e intellettuali, vengono analizzate le fonti d’ispirazione e il metodo di lavoro del regista, che vede il coinvolgimento di fedeli colleghi per ogni nuovo progetto. Si tratta della mostra più significativa mai allestita su Martin Scorsese e che comprende oggetti e documenti appartenenti alla collezione privata del regista e a collezioni private di illustri personaggi europei e americani.

 

Abiti di scena esposti alla mostra (foto di Mathieu Gasquet)

Abiti di scena esposti alla mostra (foto di Mathieu Gasquet)

 

La relazione tra Giorgio Armani e Martin Scorsese dura da quasi tre decenni, durante i quali i due hanno collaborato in numerose occasioni, tra cui il documentario sullo stilista girato nel 1990, Made in Milan, che quell’anno chiuse la Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia. Nel 2001, lo stilista ha assunto il ruolo di produttore esecutivo dell’epico Il Mio Viaggio in Italia con il quale Scorsese rende omaggio al cinema italiano.

 

Giorgio Armani con Martin Scorsese ai tempi di "Made In Milan"

Giorgio Armani con Martin Scorsese in uno scatto ai tempi di “Made in Milan”

 

Nel 2007, Giorgio Armani ha fornito il proprio supporto per il World Cinema Project, dedicato alla conservazione, al ripristino e alla diffusione di pellicole internazionali dimenticate. Nel corso degli anni, lo stile di Giorgio Armani ha giocato un ruolo chiave in molti film di Scorsese, come Fuori Orario (1985), Il Colore dei Soldi (1986) e The Aviator (2004). La collaborazione più ambiziosa ha avuto luogo nel 2013 con il successo di The Wolf of Wall Street, per il quale Giorgio Armani ha disegnato uno speciale guardaroba per il personaggio interpretato da Leonardo Di Caprio.

 

Leonardo Di Caprio in "The Wolf of Wall Street"

Leonardo Di Caprio in “The Wolf of Wall Street”

 

Lo stilista ha affermato di essere sempre stato un appassionato di cinema: “l’influenza di Martin Scorsese sul mio lavoro e sul mio stile è profonda e duratura”. Giorgio Armani ha infatti definito così il regista: “è un vero maestro, e sono onorato di poterlo chiamare amico: il mio supporto a La Cinémathèque Française, uno dei templi dell’arte in Francia, rappresenta un ulteriore modo per dimostrare il mio apprezzamento verso il suo eccezionale lavoro”.

Emilio Pucci, il principe delle stampe

Ci sono nomi che, oltre ad aver reso la moda italiana famosa in tutto il mondo, le hanno conferito una magia ed uno charme talmente unici ed irripetibili da essere ricordati in eterno. La storia di Emilio Pucci è ricca di nobiltà e di avventura, sullo sfondo di una Firenze patrizia fino alla conquista degli States e all’affermazione della maison italiana nel mondo.

Emilio Pucci, marchese di Barsento, nacque a Napoli il 20 novembre 1914 dalla nobile famiglia fiorentina dei Pucci. Provetto sciatore, nel 1934 viene selezionato dalla squadra nazionale olimpica italiana di sci e partecipa alle Olimpiadi invernali del 1936.

Il giovane Emilio coltiva la passione per lo sci e per la pittura. Dopo aver vinto una borsa di studio presso il Reed College, nell’Oregon, dove avrebbe dovuto continuare i suoi allenamenti nello sci, sorprende tutti disegnando l’uniforme della squadra. I suoi primi bozzetti nascono così, in modo del tutto spontaneo e casuale, ma rivelano un genio ed un estro sorprendenti.

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Mirella Petteni in turbante, tunica e pantaloni di seta Emilio Pucci, fotografata da Gian Paolo Barbieri, Primavera/Estate 1967

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Diana in pigiama palazzo Emilio Pucci, foto di Gian Paolo Barbieri, 1967

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Emilio Pucci, marchese di Barsento, nacque a Napoli il 20 novembre 1914 dalla nobile famiglia fiorentina dei Pucci


Dopo aver concluso un master in scienze sociali negli States, l’eclettico aristocratico non torna in Italia ma si imbarca su una vecchia nave e parte per un improvvisato giro del mondo, impresa che paga cara al suo rientro in patria, dove viene accusato dalle autorità militari di renitenza alla leva.

Prima di avvicinarsi alla moda il marchese fu un grande sportivo: dopo essersi arruolato nella Regia Aeronautica nel 1938, lavorò come istruttore di sci al Sestriere. Rientrato nella sua Firenze, avviene l’incontro che segna la sua vita, con la moda, di cui l’inconsapevole designer cambierà il corso. Anche in questo campo, la fortuna di Emilio Pucci proviene ancora una volta dal mondo dello sport, oltre che da un indescrivibile talento come disegnatore di bozzetti: dopo aver creato, quasi per gioco, una tenuta da sci per un’amica, nel 1947, viene immortalato con quest’ultima dalla fotografa di moda Toni Frissell sul numero di dicembre di Harper’s Bazaar. Quella tuta da sci improvvisata dai colori fluo colpisce l’attenzione dei media e diventa must have ante litteram della moda invernale.

L’aristocratico dal gusto innato viene incoraggiato dall’inaspettato successo a proseguire sulla strada della moda: è Capri la location scelta per aprire la sua prima boutique, nel 1950. La personalità e l’originalità pagano sempre, e quei colori brillanti su stampe dai motivi così particolari rappresentano fin da subito qualcosa di assolutamente inedito nel panorama della moda italiana e mondiale. Pioniere della moda italiana e perspicace trendsetter, il marchese partecipa l’anno seguente, nel febbraio del 1951, alla prima sfilata di moda mai organizzata in Italia, realizzata grazie a Giovanni Battista Giorgini a Firenze, nella mirabile location di Villa Torrigiani.

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Diane in Emilio Pucci Primavera/Estate 1968, foto di Gian Paolo Barbieri

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Diane in Emilio Pucci Primavera/Estate 1968, foto di Gian Paolo Barbieri

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Diane in Emilio Pucci Primavera/Estate 1968, foto di Gian Paolo Barbieri

Pigiama palazzo Emilio Pucci, foto di Henry Clarke, 1965

Pigiama palazzo Emilio Pucci, foto di Henry Clarke, 1965

Astrid Heeren in tuta da sci Emilio Pucci fotografata da Peter Beard per Vogue, 1964

Astrid Heeren in tuta da sci Emilio Pucci fotografata da Peter Beard per Vogue, 1964

Emilio Pucci sul set di uno shooting, foto di David Lees, 1964

Emilio Pucci sul set di uno shooting, foto di David Lees, 1964



Emilio Pucci si impone in brevissimo tempo come uno dei protagonisti più amati delle passerelle fiorentine. Le sue creazioni, dalle fantasie optical e dalle cromie esplosive, unite alla cura nella scelta di tessuti pregiati, sdoganano in breve lo stilista anche all’estero: “The Prince of Prints”, il principe delle stampe, è il nome assegnatogli dalla stampa anglosassone. Nel 1954 avviene una prima consacrazione ufficiale in America, con l’assegnazione del prestigioso Neiman-Marcus Award. Mentre la moda guarda sempre più a Parigi, all’Haute Couture di nomi come Christian Dior e al suo New Look dal gusto classico, Emilio Pucci crea una nuova concezione dello stile, che privilegia la comodità e le stampe.

Capostipite di quello che oggi viene chiamato Sportswear, la libertà sembra essere ciò che più gli preme, per capi drappeggiati e morbidi in tessuti come la seta, l’organza, la gabardine e la mussoline. Definito da Giovanni Sartori “un grande cavaliere antico”, Pucci scglie come suo quartier generale per la sua casa di moda Palazzo Pucci in via de’ Pucci: è la sua Firenze ad ispirarlo, e l’antico palazzo nobiliare è ancora oggi sede della maison. Suggestive e pregne di un gusto indimenticabile, le foto scattate sul tetto del palazzo di famiglia, forse simbolo per antonomasia del gusto del marchese e della sua visione dell’eleganza. Innumerevoli saranno le modelle ad indossare capi Emilio Pucci: celebri le foto scattate da Henry Clarke e Gian Paolo Barbieri, con modelle del calibro di Marisa Berenson e Benedetta Barzini, solo per citarne alcune. Tute dal sapore etnico, pigiama palazzo che ricordano l’Oriente, e ancora turbanti e dettagli che profumano di terre lontane: lo stile Emilio Pucci affascina con un mix di storia e ricercatezza, per capi sofisticati come pochi.

Turbante Emilio Pucci, foto di Gian Paolo Barbieri, 1969

Turbante Emilio Pucci, foto di Gian Paolo Barbieri, 1969

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Cappa Emilio Pucci, 1964, The Kyoto Costume Institute, Giappone

Modelle sul tetto di Palazzo Pucci indossano capi della collezione Primavera/Estate 1967

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Modelle in Emilio Pucci posano a Piazzale Michelangelo, Firenze, 1966

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Marisa Berenson in Emilio Pucci, foto di Henry Clarke, 1968



Dopo aver brevettato nel 1960 “emilioform”, un tessuto leggero composto da helanca mixata a shantung di seta, nel 1966 Pucci lanciò il suo primo profumo, Vivara. Nel 1956 creò una delle sue collezioni più celebri, ispirata alla Sicilia, rappresentata mirabilmente da indimenticabili scatti ambientati a Monreale; l’anno seguente fu il Palio di Siena ad ispirarlo, e nel 1959 le opere del Botticelli. Nel 1967 portò le sue sfilate nel palazzo di famiglia, e nello stesso periodo disegnò le uniformi per le hostess della Braniff International Airways. Avanti rispetto ai tempi, la collezione, denominata Gemini 4, vede un mood da space oddity, ed è seguita dalla creazione del logo per la missione speciale della NASA denominata Apollo 15. In Italia disegnò le divise dei Vigli urbani, con i fatidici elmetti ovali sulla divisa blu dai lunghi guanti bianchi: inoltre si dilettò con la moda maschile, con la creazione di fragranze e con la produzione di ceramiche per la casa.

Emilio Pucci ritratto da David Lees, 1959

Emilio Pucci ritratto da David Lees, 1959

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Uniformi firmate Emilio Pucci, Braniff International Airline, 1966-1968

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Foto di Henry Clarke

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Benedetta Barzini in Emilio Pucci, 1968

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Gaby Wagner in Emilio Pucci ritratta da Gian Paolo Barbieri, Vogue Paris 1975

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Mood space oddity per il casco firmato Emilio Pucci per le uniformi Braniff Airlines



I capi colorati di Emilio Pucci andarono letteralmente a ruba nei grandi magazzini Saks, dando origine ad una vera e propria Puccimania. Un gusto innato per il colore ed una capacità unica come disegnatore, le sue creazioni avevano un quid che le differenziava da tutte le altre: l’allegria ed un approccio artistico alla moda, nella sua ricerca certosina per la creazione di stampe originali.

Durante la Seconda Guerra Mondiale Emilio Pucci fu ufficiale dell’Aviazione, pluridecorato con tre Medaglie d’argento al valor militare, sette di Bronzo e tre Croci di guerra al valor militare. Personalità eclettica, negli Sessanta il marchese decise di entrare in politica, col partito liberale e fu nominato Sottosegretario al Ministero dei Trasporti. Il 4 giugno del 1982 fu nominato Cavaliere del Lavoro. Il 29 novembre del 1992 il marchese si spense nella sua amata Firenze, all’età di 78 anni.

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Linda Evangelista in Emilio Pucci, foto di Irving Penn, Vogue, 1990

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Marisa Berenson con borse Emilio Pucci, foto di Bert Stern, 1965

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Veruschka in tuta da sci Emilio Pucci, foto di Franco Rubartelli, 1969

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Benedetta Barzini in Emilio Pucci, foto di Henry Clarke, 1968

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Mariacarla Boscono per Emilio Pucci, campagna pubblicitaria A/I 2008-09

Stampe Emilio Pucci

Stampe Emilio Pucci



Dopo la sua scomparsa la figlia Laudomia ha ereditato la direzione del marchio, di cui ancora oggi cura l’immagine generale. Nel 1996 una grande mostra in onore del marchese è stata allestita a Pitti, mentre il suo talento così unico è stato al centro di un volume edito da Taschen. Nel 2000 il gruppo francese LVMH (Louis Vuitton) ha acquistato i diritti sul logo Emilio Pucci e sulle creazioni storiche, rendendosi protagonista di un rilancio del brand gestito in modo sapiente: è solo dalla celebrazione del glorioso passato della maison che si può ripartire, rivisitandone modelli e motivi per declinarli in collezioni nuove facendo rivivere la magnificenza dello stile Pucci nella contemporaneità. La storica maison ha visto alternarsi alla sua direzione creativa numerosi designer, da Stephan Janson e Julio Espada a Christian Lacroix, da Matthew Williamson a Peter Dundas, fino all’attuale direttore creativo Massimo Giorgetti. Con oltre 50 boutique nelle località più esclusive del mondo e un fatturato calcolato tra Italia, Stati Uniti e Giappone, la maison è ancora oggi simbolo di un’incomparabile eleganza.

(Foto copertina Gian Paolo Barbieri, 1967 circa)


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Lo stile di Poppy Delevingne

Il suo nome è sinonimo di stile, i suoi outfit sono tra i più cercati in rete: Poppy Delevingne è oggi un’icona di stile contemporanea tra le più amate al mondo. It girl, socialite e modella, famosa in tutto il mondo per la sua indiscutibile eleganza, la sorella maggiore di Cara Delevingne è un personaggio tra i più influenti nel fashion biz.

Poppy Angela Delevingne nasce a Londra il 3 maggio 1986 in una famiglia blasonata come poche: figlia di Pandora Anne Stevens, personal shopper, e Charles Hamar Delevingne, costruttore edile, per via materna discende dalla famiglia dei baroni Faudel-Phillips, che annovera tra gli avi il Lord sindaco della città di Londra.

Poppy cresce a Belgravia, nel centro di Londra, e frequenta la Bedales School. Lunghi capelli biondi e altezza svettante (1,78 m), Poppy Delevingne ha lavorato a lungo come modella professionista: scoperta nel 2008 dalla fondatrice della Storm Model Management Sarah Doukas, ha al suo attivo numerose campagne pubblicitarie.

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Poppy Delevingne nasce a Londra il 3 maggio 1986

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Icona di stile, socialite e influencer, Poppy Delevingne è sorella maggiore dell’ex top model Cara

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Suggestioni boho-chic negli outfit prediletti dall’icona di stile



Nella sua carriera come modella, Poppy Delevingne ha prestato il suo volto a brand del calibro di Shiatzy Chen, Laura Ashley, Anya Hindmarch, Alberta Ferretti e Burberry ed ha calcato le passerelle di nomi come Julien Macdonald. Una bellezza algida eppure fresca, l’inedito ma quantomai riuscito mix, unito allo charme British e ad uno sguardo malizioso, Poppy Delevingne ha posato per Terry Richardson ed è stata il volto di Louis Vuitton per la collezione Primavera/Estate 2012.

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Poppy Delevingne ama i maxi dress a stampa floreale, dalle suggestioni Seventies

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Poppy Delevingne in maxi dress a stampa floreale Valentino

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La foto del suo abito da sposa firmato Emilio Pucci è diventata virale in rete

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Poppy nel suo abito da sposa Emilio Pucci disegnato per lei da Peter Dundas, per le nozze in chiave hippie-chic celebrate a Marrakesh

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La modella in Emilio Pucci P/E 2014

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Ancora un modello firmato Emilio Pucci, maison prediletta dalla socialite inglese



Musa nonché amica di Matthew Williamson, la modella è stata coinquilina dell’attrice Sienna Miller, con la quale ha condiviso un appartamento a New York. Nel 2012 Poppy Delevingne si è fidanzata con James Cook, con cui è convolata a nozze nel maggio del 2014, con un doppio matrimonio e due outfit da sogno, rispettivamente Chanel Haute Couture per le nozze celebrate a Londra e un Emilio Pucci disegnato per lei da Peter Dundas, per la cerimonia hippie-chic che ha avuto luogo a Marrakesh.

Poppy Delevingne in Valentino alla mostra di Tiffany & Co.  'Fifth & 57th' all'Old Selfridges Hotel, luglio 2015, Londra  (Foto Getty Images for Tiffany & Co.)

Poppy Delevingne in Valentino alla mostra di Tiffany & Co. ‘Fifth & 57th’ all’Old Selfridges Hotel, luglio 2015, Londra (Foto Getty Images for Tiffany & Co.)

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Poppy Delevingne è modella professionista, e ha posato, tra gli altri, per Terry Richardson

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Suggestioni bon ton per il total look Chanel

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Poppy Delevingne in un lungo abito con inserti di paillettes Temperley London

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Biker jacket, gonna plissé e ankle boots per lo Street style di Poppy Delevingne

Per le strade di Londra con cappa e ankle boots giallo canarino

Mood grunge per il fur coat rosa indossato sopra jeans scampanati



Per la giovane it girl britannica, la moda non è solo una passione: nominata Young Ambassador del British Fashion Council ed ambasciatrice del brand Chanel, Poppy Delevingne in fatto di stile è una vera e propria autorità. Il suo stile capta le ultime tendenze proposte dalla moda reinterpretandole in chiave personalissima.

Una predilezione per i look boho-chic, vediamo spesso Poppy Delevingne indossare lunghi abiti stampati, dalle suggestioni Seventies. Tra i brand prediletti dall’icona di stile in pole position troviamo Valentino ed Emilio Pucci.

L’influencer inglese ha dimostrato un gusto innato capace di mixare capi haute couture e pezzi vintage: dal tailleurino bon ton Chanel al look grunge composto da fur coat e jeans a zampa d’elefante. Eclettica, raffinata ed ironica, il suo è uno stile spumeggiante e studiato fin nei minimi particolari.

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Sul red carpet del Festival di Cannes, 2015

Poppy Delevigne nel front row della sfilata di Matthew Williamson Autunno/Inverno 2012 (Photo di Nick Harvey/WireImage)

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Poppy Delevingne per Madame Figaro

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Un primo piano dell’icona di stile, ambasciatrice del British Fashion Council

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Come modella, Poppy Delevingne ha posato per brand del calibro di Alberta Ferretti e Louis Vuitton



Seguitissima sui social network, Poppy Delevingne è stata stylist per il matrimonio della sorella maggiore Chloé e designer. Ora dichiara di voler fare l’attrice. Uno stile tutto da copiare, per vere icone d’eleganza.


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The Walking Dead, cosa succederà nella sesta stagione?

La prima puntata della sesta stagione di The Walking Dead si apre con Rick ricoperto di sangue, il fragiore di uno sparo, il suono di carne e ossa che si frantumano e delle urla in sottofondo. Le luci sono traballanti e la sua faccia sembra un teschio e in sottofondo si sentono le sue parole: “Lo so che questo sembra folle ma questo mondo è folle. Dobbiamo andarli a cercare prima che vengano loro a cercare noi.”
Bentornato The Walking Dead!


In questa scena iniziale c’è tutto The Walking Dead, la serie di enorme successo tratta dai fumetti di Robert Kirkman.

La quinta stagione di The Walking Dead si è conclusa con Rick che uccideva Pete, il marito di Jessie, dopo che lui aveva ucciso per sbaglio Reg, marito di Deanna. Il tutto proprio mentre Morgan arrivava ad Alexandria.
Il colpo d’arma da fuoco che si sente all’inizio della puntata fa subito tornare in mente questa scena ma subito dopo Rick inizia a urlare qualcosa riguardo un elaborato piano con cui intendono muovere una grande massa di walkers con l’aiuto di torce e macchine a una serie di facce nuove e questo disorienta lo spettatore.


First Time Again continua a muoversi avanti e indietro la linea temporale. Rick deve riaffermare la propria autorità dopo il folle discorso che ha costretto Michonne a dargli una botta in testa ma è aiutato in questo dall’aver riconquistato la fiducia di Deanna. Glenn sta pian piano perdonando Nicholas per aver fatto uccidere Noah e aver fatto ferire Tara. Tara, a proposito, sta meglio. Maggie non crede ancora a Nicholas. Abraham e Sasha sembrano a posto, in qualche modo. Tutti odiano padre Gabriel.


Rimane solo Morgan, la grande sorpresa della season finale della quinta stagione. Avevamo lasciato Morgan distrutto dalla morte del figlio e della moglie ma ora si è ripresentato con una calma olimpica e l’abilità in combattimento di un ninja. Cosa è successo in questo periodo di separazione da Rick?
Comunque sia l’incontro tanto atteso si risolve in un dialogo da nulla.


Sarà difficile per The Walking Dead fare una stagione all’altezza di quello della scorsa stagione, una delle migliori dall’inizio della serie. Momenti di adrenalina frammisti a momenti di riflessione, nuovi personaggi e l’evoluzione di quelli più conosciuti, la quinta stagione è stata davvero ottima.


Come premiere di questa sesta stagione First Time Again è stata dimenticabile ma il cliffhanger del finale fa presupporre che dalla prossima puntata si entrerà subito nel vivo con i nemici che sembra siano nell’ombra da quasi una stagione, i Wolves. Aspettiamo fiduciosi.

MARK LECKEY NEL MEZZO DELLE COSE DESIDERI CONTEMPORANEI

Marck Leckey (Birkenhead, 1964) moderno che più moderno non si può.

Chi avrà voglia di salire al terzo piano del museo Madre di Napoli potrà assistere allo spettacolo della commistione assoluta di linguaggi e dei media che questi linguaggi veicolano.

S’intitola Desiderata (in media res) e se proprio non accende grandi desideri almeno pone domande fondamentali sul mondo contemporaneo, sul desiderio contemporaneo e sulla commistione dei linguaggi di comunicazione, con grande ironia senza rinunciare a pindariche associazioni d’idee che pongono questioni care alla critica d’arte contemporanea.


MARK LECKEY NEL MEZZO DELLE COSE DESIDERI CONTEMPORANEI


Nel mezzo delle cose, in media res, è la locuzione latina usata da Orazio nell’Ars poetica per indicare una modalità narrativa che esclude i preamboli ma racconta i fatti in modo immediato.

L’immediatezza appunto dei media odierni che ci fanno solo apparentemente credere di comunicare gli uni con gli atri.

Per il termine Desiderata invece è bene soffermarsi, si tratta del sostantivo latino desiderata neutro plurale ed anticamente si riferiva ad un registro dove il pubblico poteva esprimere la propria richiesta per cose di cui avvertiva la mancanza…


MARK LECKEY NEL MEZZO DELLE COSE DESIDERI CONTEMPORANEI


La mostra di Marck Leckey infatti presenta tutti gli esempi di quella che potremmo definire un’attestazione di piacere da parte del pubblico, cioè i loro desideri che si esprimono in immagini, brand di moda, musica, arte , cinema.

In questo senso la mostra Desiderata pare essere una grande sottile critica al contemporaneo perché solidifica il pensiero secondo cui l’immagine e l’immaginario, sebbene siano fonti di godimento, tendono alla nullificazione di se stessi, ad un auto implicita saturazione. Temi che meritano un qualche approfondimento.


MARK LECKEY NEL MEZZO DELLE COSE DESIDERI CONTEMPORANEI


Se il messaggio è il medium allora la mostra di Marck Leckey al Madre di Napoli sostanzia quest’ idea mettendola alla prova di tutti i media a disposizione oggi.

In una babele di messaggi e di mezzi che questi messaggi trasmettono capeggia un grosso topolino la cui coda è scannerizzata in modo perfetto su un supporto digitale di ultima generazione, si tratta dell’opera che accoglie il visitatore e si chiama Felix the cat esposto come una sagoma gonfiabile.

Tra casse ad alta risonanza e video installazioni la mostra è una sorta di viaggio nelle ossessioni multimediali di Marck Leckey .


MARK LECKEY NEL MEZZO DELLE COSE DESIDERI CONTEMPORANEI


Qualora non si comprenda non importa perché non si tratta di una mostra da capire ma di una mostra da cui farsi bombardare di messaggi che però l’ artista sta bene attento a non rendere del tutto espliciti.

La mostra al Madre presenta importanti opere storiche di Marck Leckey insieme a produzioni recenti.

Cervellotico e ossessivo uno dei video proiettati in mostra in una stanza rigorosamente buia.

Come ben spiegano le ottime didascalie presenti in mostra: “Leckey tende sistematicamente a superare il campo specifico e autoreferenziale dell’arte per muoversi ai confini e nei meandri della vita quotidiana, esplorando il modo in cui simboli, icone, merci, feticci contemporanei ridefiniscono ogni giorno la sfera delle nostre fantasie e memorie, fino a plasmare la nostra stessa identità in un soggetto intersoggettivo, mobile ed indefinito. A partire dalla sua indagine sul cosmo delle sottoculture musicali londinesi e della storia culturale britannica, per approdare all’esplorazione delle tecnologie digitali e dei brand e del loro impatto sulla nostra coscienza.”

Una critica dunque anche a quei brand che sembrano in qualche modo identificare la soggettività nella consapevolezza però che la soggettività è un frammento che si dà in suoni, immagini , identificazioni memoria e commistioni, questioni e temi che sono il mood dell’indagine di molti artisti contemporanei.


MUSEO MADRE

Via Luigi Settembrini, 79, 80139 Napoli

MARK LECCKY

DESIDERATA

(in media res)

dal 10 ottobre al 18 gennaio 2016

BLONDIEFULL FOR D-ART

Ciao a tutti,

chi non sa che prima o poi tutto torna di moda?!
Questa stagione son tornati i mitici  anni ’70, in assoluto una delle mie decadi preferite in fatto di moda.
E pensare che quando ero una bambina spesso accusavo i miei genitori per come mi vestivano. E’ da adulta che ho iniziato ad amare tutto quello che girava intorno a quegli anni, comprese le mie scelte in merito alla moda (e compresi ovviamente gli anni ’80!)
I pantaloni a zampa li ho sempre portati, anche quando non erano in voga, perché credo siano perfetti per il mio fisico. Oggi posso indossarli senza che la gente guardi in modo strano 🙂
Perché amo così tanto gli anni ’80? Sarà lo sfarzo, il glamour, la disco, la musica, il design, le stampe, i tagli dei capelli, peace and love! Tutto ero figo!
Voglio dire, prendete per esempio The Bee Gees nel loro video Staying Alive: quanto erano giusti? Ancora oggi vengono imitati e sono passati quasi 40 anni!

Per questo motivo quando ho visto il look che qui indosso, in perfetto stile anni ’70 del duo di stilisti Marco Bologna (Nicolò Bologna e Marco Giuliano), ero felicissima. Fantastico come total look ma anche easy da portare separatamente.
La vestibilità, la stampa, i colori, io l’adoro e dovevo assolutamente condividerla con voi.
E allora spolveriamo i nostri dischi in vinile e boogie on down the road

Peace and Love B

 

Hi Everyone,

 

We all know that sooner or later everything comes back in fashion.

Well this season the 70’s are back again, and they are absolutely one of my favorite decades when it comes to fashion.

When I was a kid I accused my parents many times of dressing me badly during  those years…But as soon as i became an adult I started loving everything that had to do with the 70’s…They have influenced me a lot and many of my fashion choices today derive from the 70’s (but obviously also the 80’s)

 

I have always worn flare pants even when they were not in fashion because I just love them and think they are flattering to my body. ..But today you can wear them again without people raising their eyebrows…

Don’t know why I love the 70’s so much but I just do;)

The glitz, the glam, the disco, the music, the designs, the prints, the haircuts…peace and love….It was just cool…

I mean just look at the Bee Gees in their video Staying alive, now how awesome are they? Even almost 40 years after date…

 

So when I came across this look from the designing duo Marco Bologna (Nicolò Bologna and Marco Giuliano), i was totally happy to see this 70’s inspired outfit. Awesome as a total look but easy to wear as separates as well.

The fit, the print, the colors, I love all of it and had to share it with you.

So dust of your vinyl records and boogie on down the road…

Peace and love B

 

Shirt and pants @ MARCO BOLOGNA

Bag @ CORSO UNDICI

Booties @ GIOVANNI FABIANI

PH BY HENRIK HANSSON




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Bassolino e le primarie in Campania

Che il PD nelle regioni meridionali abbia vocazioni masochiste è noto. Perseverare dopo lo show poco edificante delle primarie per la regione Campania diventa però patologico. Il leitmotiv è sempre lo stesso: cercare un presunto candidato unitario per evitare le primarie. E ogni volta i discorsi sono sempre inesorabilmente gli stessi. Stavolta la questione traccia un solco che va oltre le questioni di partito. Pisapia (che non si ripresenta) da Milano sentenzia “Le primarie si faranno e tutti i partiti e le liste hanno sottoscritto una carta di intenti”. Nel pragmatismo milanese la data c’è, ed è il 7 gennaio. Chi vuole si candidi in quei termini, partita e discussione chiuse. Da noi le eterne discussioni su date, regole e fantomatiche ricerche di unitarietà (laddove unità non c’è) sono il sintomo di quella eterna lenta melma politicante che serve solo al sottobosco di accordi di potere, di comparsate sui giornali pur di esistere “ancora, un giorno almeno…”. 
Lo spessore di questa presunta nuova classe dirigente è tutta in un hastag di un Antonio Bassolino, sindaco venticinque anni fa, e ostracizzato dal partito che ha fondato e diretto e riportato alla vittoria, l’unico che è stato autenticamente capace di unirlo e tenerlo insieme. Basta che twitti #statesereni, o che decida di andare da spettatore alla festa de l’Unità che coloro che sono la nuova classe dirigente fuggano via e si terrorizzino. Eppure quell’Antonio Bassolino è lo stesso che tutta questa classe dirigente l’ha tenuta a battesimo, tra ex consiglieri comunali, ex assessori, ex dirigenti.


La querelle sull’ipotesi della sua candidatura per me è semplicemente qualcosa che non esiste: un uomo dalla lunga storia politica, che dalla politica ha avuto tutto, cui tutti riconosciamo quantomeno intelligenza politica e conoscenza delle cose elettorali, non credo affatto metterebbe a repentaglio il proprio capitale – non solo politico ma anche storico ed umano – rischiando la sconfitta con un partito ridotto a Napoli a meno del 18%. A meno che non creda nel miracolo, che solo lui potrebbe fare. 
Ma la generosità di Bassolino, e l’amore per il suo partito, forse ancora non sono stati compresi fino in fondo. Certo, c’è una componente di ego che tutti gli rinosciamo (e quale politico apicale non ne ha una gran dose), ma c’è dell’altro. Bassolino non è stato messo alla porta, si è messo da solo in disparte come solo i grandi sanno fare per concludere le vicende giudiziarie al termine di vent’anni di comando assoluto e indiscusso. E mentre gli amici di un tempo, che a lui devono tutto, gli hanno voltato le spalle, oggi lui a testa alta può dire – ancora – di essere una risorsa enorme, autorevole, pulita, scevra da processi e condanne. E che – alla faccia del presunto cambiamento e rinnovamento – basta un suo cinguettio, una sua “uscita fuori porta” (semmai ad Ercolano per visitare la festa del suo partito senza che nessuno lo avesse anche solo invitato) che tutti tremano.


Bassolino non è il nuovo, ma il solo appparire all’orizzonte della sua candidatura fa tremare in primis i suoi ex fedelissimi che gli hanno voltato le spalle riciclandosi e “cambiando idea”, costruendosi una carriera rinnegando quella stagione, senza alcun mea culpa. 
La sua resta una enorme provocazione che andrebbe letta per ciò che è e dovrebbe far riflettere tutti su ciò che sta avvenendo. Il disvelamento di una classe dirigente che pensava di esserlo, dimenticando che la leadership non si inventa, non si cala dall’alto, non te la conferisce un ruolo. Bassolino è un leader, come ricorda lui stesso “senza essere nemmeno dirigente della più piccola sezione del PD”. Altri evidentemente nonostante il ruolo – interno e istituzionale – leader non sono. E serviva il buon vecchio Bassolino a far emergere questa semplice verità, che non ha compreso chi – in segreteria regionale, provinciale, a Roma da parlamentare o altrove – pensava di pesare per grazia ricevuta o ruolo infuso.
 Al netto di questo tuttavia, in un’era di politica anche digitale, Antonio Bassolino è e resta l’unico vero influencer politico della politica regionale, riuscendo, attraverso strumenti non esattamente propri della sua generazione, con due status di Facebook e due tweet scritti bene a dettare (letteralmente) l’agenda politica, tanto dei dirigenti del partito quanto di “giovani spauriti guerrieri quarantenni”, costretti a inseguire, replicare, intervenire, rispondere. Chapeau.


Se il PD riflettesse su questa semplice realtà, e cominciasse a dire grazie per la lezione al suo Antonio, forse, sarebbe un partito più umile, e già per questo migliore. E se a Napoli importassimo un pizzico di quel sano pragmatismo milanese, e dicessimo anche noi che le primarie si fanno, chi vuole davvero si candidi e ci metta la faccia e si faccia votare e scegliere dal suo popolo, beh, saremo meno schiavi degli accordi di potere dei capibastone e della malapolitica che mantiene a galla sempiterni signornessuno. E se imparassimo a non confondere “la piazza virtuale” con “il vascio di quartiere”, forse, anche la nostra immagine sarebbe meno provinciale e più consona al ruolo di chi si candida a fare bene per il bene comune.

Madame Carven: basse è bello

Se pensate che la moda sia ad esclusivo appannaggio di donne alte 1.80 m, dovrete clamorosamente ricredervi. Essere piccole di statura può essere un valore aggiunto, e a sdoganarlo per prima, nei lontani anni Cinquanta, è stata una donna il cui nome è ancora oggi tra le firme più apprezzate della moda francese ed internazionale.

Marie-Louise Carven-Grog, all’anagrafe Carmen de Tommaso, della sua altezza aveva fatto un complesso: alta 1.55 m, minuta ma proporzionata, come d’altronde prevedeva la bellezza dell’epoca, madame Carven si diceva “alta quanto un gambo di cavolo” e sembrava soffrire profondamente per quei centimetri in più che Madre Natura le aveva negato.

Ma, forte della propria personalità, si rimboccò le maniche e promise a se stessa che la statura piccola non avrebbe mai più dovuto rappresentare un problema per nessuna donna. Fu così che creò una moda a misura di donne petite, entrando di diritto nell’Olimpo dello stile. Il suo marchio, Carven, ancora oggi è uno dei più seguiti, nell’ambito della settimana della moda di Parigi.

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Marie-Louise Carven-Grog, all’anagrafe Carmen de Tommaso, nacque il 31 agosto 1909 a Châtellerault

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Abito da ballo, 1951

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Mme Carven con Martine Laroche, 1961

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Una creazione Carven, 1963



La couturière francese nacque il 31 agosto 1909 a Châtellerault dall’editore di origine italiana Tommaso Carmen. Studiò Architettura ed Interior Design presso l’École des beaux-arts de Paris ed iniziò la sua carriera di designer di moda da autodidatta, confezionando abiti su misura per se stessa e per le sue amiche. Nel 1945 fondò la sua casa di moda sotto lo pseudonimo di Mme Carven, contrazione del suo cognome e del nome di una zia da lei prediletta, che la introdusse alla passione per la moda.

Figlia di una generazione che sfornò talenti del calibro di Elsa Schiaparelli, Coco Chanel, Christian Dior e Pierre Balmain, il successo per lei arrivò appena quattro anni più tardi, nel 1949, quando venne citata nel testo della canzone “Mademoiselle de Paris”, di Jacqueline François.

Ampie gonne a ruota, punto vita segnato e decolleté in vista, in perfetto stile Fifties: questo è il modello Carven, per un abito verde che diviene emblema dello stile della maison. Uno stile all’insegna della leggerezza e del colore, per suggestioni provenzali. Semplicità, pulizia e consigli strategici per donne piccole di statura: evitare il nero, in primis, come anche le maniche a sbuffo e le stampe troppo ampie, ed evidenziare il seno, per accentuare le forme burrose tipiche degli anni Cinquanta.

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Un modello del 1953

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L’Officiel De La Mode, 1957

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Punto vita in evidenza e colori vivaci: questo era lo stile Carven

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Una moda pensata per le donne minute degli anni Cinquanta

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La couturière sdoganò la bellezza petite e mise a punto il primo prototipo di reggiseno push-up



Madame Carven non viene cambiata dal successo: ottimista, il suo buonumore è proverbiale come anche la sua simpatia, che la rende vicina alla gente comune. I suoi capi colorati ricordano le uniformi delle hostess, e lei, grande viaggiatrice, adora trarre ispirazione da terre lontane. Tra le sue clienti ci sono nomi del calibro di Martine Carol, Leslie Caron, Michèle Morgan ed Édith Piaf. Realizzò l’abito da sposa di Mme Valéry Giscard d’Estaing e si rivelò brillante manager ante litteram: Madame Carven fu infatti tra i primi designer ad esportare le proprie creazioni all’estero, in particolare in Brasile, Portogallo, Egitto ed Iran. Inoltre fu una vera e propria trendsetter, essendo tra i primi couturier ad arricchire i propri capi di suggestioni etniche, introducendo elementi e materiali tipici di altri Paesi, come le stampe batik e la rafia. Le sue collezioni ottennero un successo incredibile in Giappone, dove le donne sono per antonomasia piccole di statura

Grande rivoluzionaria, madame Carven fu la prima a realizzare collezioni di prêt-à porter e dobbiamo a lei il primo prototipo di reggiseno push-up. Tanti sono i tabù infranti da questa piccola donna dall’enorme personalità, come l’aver fatto indossare una colonia maschile alle donne e l’aver accompagnato in giro per il mondo le sue modelle globetrotter.

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Madame Carven era alta appena 1.55 m e fu questo suo complesso ad ispirarne il lavoro

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Tailleur Madame Carven, 1951

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Tanti i tabù infranti da Madame Carven: fu la prima a fare indossare alle donne la colonia maschile

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Madame Carven trasse ispirazione dai Paesi dell’Africa e del Medio Oriente

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La designer si è spenta l’8 giugno del 2015, all’età di 105 anni



Secondo l’ex ministro francese della cultura Renaud Donnedieu de Vabres madame Carven ha contribuito largamente ad imporre l’eleganza francese come punto di riferimento internazionale. Amante dell’arte, numerosissime sono state le sue donazioni al Museo del Louvre, che nel 1997 ha aperto una sala in suo onore, intitolata Grog-Carven. Madame Carven si ritira dalla scena nel 1993, all’età di 84 anni. Due anni più tardi, nell’ottobre del 1995, ottiene la Legion d’onore. La piccola grande donna si è spenta l’8 giugno del 2015, all’età di 105 anni. Le donne piccole di statura le devono molto.


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Lo stile di Candela Novembre

Qualcuno diceva che lo stile è qualcosa di innato, qualcosa che parte da dentro, dai meandri dell’anima e da un indefinibile mix di personalità, intelligenza e garbo. Partendo da questo assunto, appare chiaro come per alcune donne la definizione di icona di stile appaia riduttiva.

Candela Pelizza Novembre è un nome tra i più conosciuti del fashion biz: it girl, trendsetter, brillante imprenditrice di se stessa e mamma di due bambine, oltre che modella. La sua personalità e un innato senso dello stile l’hanno portata a divenire una delle maggiori influencer, seguitissima su Instagram e acclamata come una diva ad ogni uscita pubblica, per i suoi outfit che rasentano l’arte.

Candela nasce in Argentina: eclettica e curiosa, fin da ragazzina è una mente vivace, desiderosa di conoscere il mondo e di aprirsi a nuove culture: il lavoro di modella la porta in Italia, appena diciassettenne. La sua è una bellezza sofisticata, forse lontana dai cliché imposti oggigiorno: aggraziata, delicata, ricorda quasi una Audrey Hepburn dei nostri giorni.

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A Milano la bella Candela trova la sua seconda patria, grazie al lavoro come modella. Non una bellezza aggressiva, ma un sorriso dolce e un candore rassicurante: in un mondo in cui apparire è condicio sine qua non, Candela Novembre non ha bisogno di ostentare la sua carica hot e questo la rende diversa. Una donna di carattere, mamma di due bellissime bimbe dai nomi evocativi, Verde e Celeste.

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Candela Novembre si impone all’attenzione del fashion biz in pochissimo tempo: la modella ama fotografare la vita che la circonda, che si tratti di abiti o di attimi rubati, di souvenir di viaggi in terre lontane o di un sorriso delle sue figlie. Il suo diario aperto al pubblico, su Instagram, attrae un pubblico sempre più vasto e il clamore mediatico non tarda ad arrivare: Grazia la vuole come it girl, mentre Glamour la nomina nel 2014 “Migliore donna dell’anno”, accanto a nomi del calibro di Poppy Delevingne e Diane Kruger.

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Un gusto personalissimo nel creare i suoi fatidici outfit e un approccio quasi ludico alla moda, che le fa scegliere cosa indossare in base al mood della giornata. Disimpegno e carattere unito alla capacità di mixare: tanti sono i nomi prediletti dalla it girl, da Moschino a Jil Sander, da Costume National a MSGM, da Normaluisa alle borse di Paula Cademartori. Ma accanto alle firme e ai pezzi di design spuntano i capi low cost, e l’amore per i mercatini vintage, inedite fucine di idee sempre nuove. Lo stile di Candela Novembre riflette la sua personalità: una predilezione per il total white, indossato anche durante l’ultima settimana della moda parigina; largo a colori vitaminici, stampe optical, denim patchwork ed una vera passione per le fantasie geometriche, che su di lei diventano quasi un omaggio al Cubismo.

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Spontanea, entusiasta e brillante, Candela Novembre è anche un’imprenditrice di successo. Creatrice di Lampoon, fucina di idee e scambio tra designer e stilisti nonché e-shop per veri gourmet: si respira un’eleganza di stampo internazionale, declinata in vere e proprie chicche di cultura visiva e non solo, per un magazine che vede al suo interno professionisti del calibro di Carlo Mazzoni, apprezzato scrittore e già direttore de L’Officiel Italia, e Giovanni Dario Laudicina, fashion editor.

“È di moda non essere di moda”: questa è una delle massime preferite da Candela Novembre: perché la personalità è un valore evergreen.

(Foto copertina Settimio Benedusi)


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STREET STYLE PARIGI FASHION WEEK – LE TENDENZE ACCESSORI

STREET STYLE PARIGI FASHION WEEK – LE TENDENZE ACCESSORI

Giunta al termine la tanto attesa settimana della moda parigina, andiamo a vedere per le strade le tendenze accessori per la prossima stagione.

Le borse in voga sono rigide e portate a mano, colorate dai toni pastello ai più accesi viola come per la bag Bulgari e come presentate in sfilata da Louis Vuitton, Miu Miu e Cèline.

Le scarpe tendenza hanno il cinturino alla caviglia, numerose in sfilata da Dior, Chanel ed Hermès; sì al tronchetto alla caviglia multicolor, torna la décolleté a punta e il tacco a spillo.

Accenti Gold da Saint Laurent, Silver da Chanel.

Qui il meglio delle tendenze accessori dallo street style di Parigi: 

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(foto di Luigi Ciaccio)

Milano Fashion Week – la sfilata di Philipp Plein primavera – estate 2016

Philipp Plein – Collezione donna primavera/estate 2016

Philipp Plein continua la sua esplosiva odissea nell’universo hip-rock; una moderna combinazione di hip hop, heavy-metal, rock e rap che ha origine all’interno della scena punk.  La donna protagonista di questa stagione è audace, disinvolta e temeraria, ma l’animo individualista del punk le conferisce un look più cool e edgy.  Stivaletti borchiati piatti, giacche vintage prese in prestito dal guardaroba maschile e nuovi occhiali da sole— tratte dalla prima collezione eyewear di Philipp Plein- nel classico modello da aviatore con lenti specchiate.

Gli abiti nero profondo e argento scintillante si ricoprono di preziose decorazioni Urban. Un caleidoscopio di borchie metalliche circolari, quadrate e triangolari si concentrano sulle spalle delle giacche, lungo gli abiti e sui busti di maglia grossa. L’atmosfera della collezione nasce nelle strade, ma gli abiti sono lussosi. Abiti in maglia metallica morbidi come la seta, gonne piumate, sagomate che ricordano dei tutù, gabbie di cristallo che creano nuove spalline per gli abiti e top e gonne in pelle che vengono affettati, creando mini nastri ricoperti da una scia di Suede.

La sfilata prende vita sullo sfondo di una scenografia fantastica nata da un altro sogno di Plein. Questa volta, sono le macchine ad assumere il controllo della moda, attraverso robot che conducono le modelle verso l’esterno, come su un nastro trasportatore, vestendole e permettendo ai look di essere personalizzati, come gli accessori di Plein che saranno presto disponibili nelle boutique. L´iconico esagono di PHILIPP PLEIN rappresenta il punto di partenza di questa catena di montaggio di nuova generazione, mentre Courtney Love accompagnata dal gruppo robot “Compressorhead”, si esibisce di fronte a un enorme pubblico.

Guarda qui tutta la collezione Primavera – Estate 2016 di Philipp Plein



(foto ufficio stampa)

Parigi Fashion Week, la sfilata primavera – estate 2016 di Emanuel Ungaro

EMANUEL UNGARO COLLEZIONE PRIMAVERA – ESTATE 2016 – PARIGI FASHION WEEK

Il quinto giorno della Parigi Fashion Week SS2016 vede sfilare EMANUEL UNGARO e le sue modelle protagoniste di una fiaba fiorita.

Grande forza, seppur con quel senso di leggerezza tipico del sapiente uso dei tessuti di Emanuel Ungaro, la collezione primavera – estate 2016 sprigiona grazia e profumi di stagione: i fiori sono protagonisti, dai minidress, ai lunghi abiti dal taglio seventies.

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Con Fausto Puglisi alla guida, Emanuel Ungaro ci fa rivivere una donna “principessa” in chiave moderna, dallo stile bohémienne con accenti futuristici, una donna che non rinuncia alla femminilità e lo fa con carattere e personalità, una donna che conserva i tratti eleganti e regali ma non tace quelli più oscuri.

L’elemento flower attraversa il corpo e si annida sulle spalle delle giacche in forma di ruches, i cuissard sono il fil rouge della cappe, non mancano i completi bon ton black and white e carta da zucchero.

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Guarda qui tutta la collezione primavera – estate 2016 di Emanuel Ungaro

Milano Fashion Week: la sfilata Cristiano Burani primavera – estate 2016

Milano Fashion Week: la sfilata Cristiano Burani primavera – estate 2016

PURE ENERGY

Colori vitaminici ed attitudine energetica per un vestire informale e casual con trattamenti manuali su materiali tecnologici che ridefiniscono un nuovo concetto di lusso, sempre in bilico tra passato e futuro, sartorialità e sperimentazione.
Tessuti jacquard a motivi geometrici ed astratti,  maxi tasche, dettagli a righe e volumi “over” per un mood “cool e contemporary”.
Linee pulite ed essenziali su superfici sfrangiate a mano, sovrapposizioni e calibrate trasparenze; maglieria crochet in filato di poliuretano, denim stone washed con ricami tridimensionali e multicolor,
pelle lucida in colori intensi e brillanti, tela di cotone per camiceria maschile accoppiata e plissettata, juta jacquard a ciuffi con effetto 3D.

Guarda la collezione P/E Cristiano Burani:



COLORI
rosso corallo, indigo blu multi sfumature, zafferano, coccio, nudo, arancione

MATERIALS
tessuti jacquard su base serica lavorati a fil coupé o a maxi disegni jersey di viscosa a righe, maglieria a coste di lurex e cotone stuoia tessuta a mano con dettagli di pellicceria denim lavato con effetto “used” e dettagli smaltati

ACCESSORIES
sandali con dettagli in poliuretano lavorato ad uncinetto stivali cowboy ricamati marsupi mini & extra large con frange e borchie smaltate zainetti over in morbida nappa

FOTO BACKSTAGE:



(foto Ufficio Stampa)

“MoRe Spaces”, al Palazzo Pigorini di Parma si viaggia attraverso le opere mai realizzate

Sperimentazione: è questa la parola chiave di Mercanteinfiera OFF 2015, il fuorisalone della cultura, ideato da Fiere di Parma e dal Comune di Parma che sarà aperto aperto al pubblico fino al 31 ottobre con MoRe Spaces una mostra d’avanguardia dedicata alle opere “incompiute” di artisti internazionali, patrimonio del Museo digitale MoRE.

 

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Una mostra ad ingresso gratuito ubicata a Palazzo Pigorini che ospiterà oltre 30 progetti  mai realizzati. I curatori di questo spazio – Elisabetta Modena, Marco Scotti, Valentina Rossi e Anna Zinelli – attraverso le opere in esposizione, hanno voluto interrogarsi sul significato e sulle potenzialità dell’esporre progetti mai portati a termine, composti di materiali eterogenei, presentati in forme differenti.

 

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MoRE, infatti,raccoglie, conserva ed espone progetti di artisti del XX e XXI secolo non realizzati per motivazioni tecniche, logistiche, ideologiche, economiche, morali o etiche, oppure semplicemente utopici o impossibili. Il tutto però rigorosamente “on line”. Un museo dalla doppia identità: non solo inedita realtà digitale ma serbatoio democratico che nobilita, grazie ad una fruizione illimitata (nel tempo e nello spazio) progetti “incompiuti” aprendo così ulteriori spazi di indagine e dibattito sul sistema d’arte contemporanea.

 

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A Palazzo Pigorini si potranno così ammirare i progetti “incompiuti” di: Valerio Berruti, Davide Bertocchi, David Casini, CRASH! (Scott King & Matthew Worley), Matthew Darbyshire, Jeremy Deller, Regina José Galindo, Goldschmied & Chiari, Franco Guerzoni & Luigi Ghirri, Ugo La Pietra, Claudia Losi, Eva Marisaldi, Jonathan Monk, Liliana Moro, Giovanni Ozzola, Cesare Pietroiusti, Luigi Presicce, Paolo Scheggi, Lorenzo Scotto di Luzio, Luca Trevisani, Massimo Uberti, Luca Vitone, Erwin Wurm & Coop Himmelb(l)au.

 

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Per l’occasione saranno inoltre  presentate due nuove acquisizioni: il progetto di Sissi per la fiere londinese Frieze Art Fair, e un progetto di arte pubblica di Flavio Favelli: la “porta” che avrebbe dovuto essere realizzata presso l’aeroporto di Malpensa.

 

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Bruno Pontecorvo e il Nobel per la fisica

La storia della scomparsa di Bruno Pontecorvo smosse la stampa internazionale negli anni ’50 dopotutto era il secondo fisico italiano di fama internazionale che scompariva nel nulla dopo Ettore Majorana. Pontecorvo, inoltre, si stava occupando della costruzione dell’atomica inglese per cui il fisico era un obiettivo sensibile e la preoccupazione nella cancellerie mondiali fu reale.


Era il 1950, piena guerra fredda, e le speculazioni si susseguirono da subito. I sovietici avevano appena fatto scoppiare la loro prima atomica e gli americani, spaventati, stavano studiando la bomba all’idrogeno. In USA e in Europa era il periodo della caccia alle streghe nei confronti dei comunisti in America il senatore McCarthy aveva iniziato la sua famigerata commissione di inchiesta. Un compagno di ricerca di Pontecorvo in Inghilterra, Klaus Fuchs, aveva appena confessato di essere una spia sovietica ed era stato arrestato.


Proprio al ritorno di un periodo di vacanze in Italia mentre lavorava all’atomica inglese Pontecorvo decise di passare anche da Stoccolma, città della moglie da lì si spostò a Helsinki e attraversò il confine con la Russia. Nessuno seppe niente, ufficialmente, per 5 anni fino a quando l’ex ragazzo di via Panisperna e assistente di Enrico Fermi si presentò a una conferenza stampa a Mosca. Tuttora non c’è conferma che fosse una spia.


Pontecorvo era un fisico di livello internazionale, tra i migliori al mondo nel campo dei neutrini e dei muoni. Le sue intuizioni sui neutrini sono state punto di partenza per la ricerca degli anni successivi e il Nobel per la fisica di quest’anno può essere inteso come una sorta di riconoscimento postumo al lavoro di Pontecorvo.


Non è la prima volta che un lavoro ispirato da Pontecorvo viene premiato con il Nobel. Il fisico ebreo di Marina di Pisa era stato il primo a ipotizzare che il sole fosse una grande fonte di neutrini e Ray Davis, partendo dall’intuizione di Pontecorvo riuscì a trovare i neutrini solari e vinse il Nobel per la fisica grazie a quella ricerca.


Davis però trovò meno neutrini di quelli che si era immaginato e anche qui un’altra intuizione di Pontecorvo venne in aiuto e anche questa ricerca vinse il Nobel per la fisica. Pontecorvo ipotizzò che i neutrini potessero esistere in diverse varietà, forme e “sapori”, tre fisici della Columbia University svilupparono l’intuizione e vennero premiati a Stoccolma.
Pontecorvo sostenne che l’oscillamento da un sapore all’altro nella strada tra la terra e il sole poteva essere il motivo per cui le rilevazioni mostravano meno neutrini di quanto ipotizzato.


Sono dovuti passare trent’anni e due esperimenti complementari e sofisticati da parte del centro Super-Kamiokande in Giappone e del Sudbury Neutrino Observatory in Canada per verificare effettivamente l’intuizione di Pontecorvo e del suo compagno di studi russo Vladimir Gribov.
Il Nobel per la fisica è, difatti, andato ai direttori dei due esperimenti Arthur McDonald e Takaaki Kajita. Il risultato ha finalmente risolto in via sperimentale il mistero dei neutrini solari mancanti e ha dimostrato che i neutrini hanno una massa, dato che altrimenti non potrebbero oscillare tra i diversi sapori. Per la terza volta, insomma, Pontecorvo ha ispirato una ricerca da Nobel.

“1973/1979 Reenactment”, al Palazzo dei Diamanti di Ferrara il restauro della Videoarte

Videoarte a Palazzo dei Diamanti. 1973/1979. Reenactment è l’esposizione organizzata dalla Fondazione Ferrara Arte e dalle Gallerie d’Arte Moderna e Contemporanea di Ferrara che dal 26 settembre al 18 ottobre sarà allestita al Palazzo dei Diamanti di Ferrara (Corso Ercole I D’Este, 21).

 

Claudio Cintoli - Il filo di Arianna, 1974 25’, ½’’ open reel

Claudio Cintoli  Il filo di Arianna, 1974
25’, ½’’ open reel

 

 

Tra gli anni Settanta e i primi anni Novanta del Novecento, Ferrara è stata un laboratorio di sperimentazione della videoarte di rilievo internazionale. Il Centro Video Arte, diretto da Lola Bonora con la collaborazione di Carlo Ansaloni e l’assistenza tecnica di Giovanni Grandi, ha prodotto le sperimentazioni di artisti della statura di Fabrizio Plessi, Christina Kubisch, Angela Ricci Lucchi, Yervant Gianikian o Marina Abramović che muovevano i loro primi passi attraverso i mezzi elettronici.

 

Claudio Cintoli - Il filo di Arianna, 1974 25’, ½’’ open reel

Claudio Cintoli – Il filo di Arianna, 1974
25’, ½’’ open reel

 

Opere artistiche attraverso il linguaggio video, al crocevia tra Arte concettuale, Body art, Performance art, Land art. Un patrimonio affascinante quanto fragile, poiché minacciato da un rischio di dissolvimento che grava su tutta la produzione in videotape, dovuto alle alterazioni strutturali del supporto analogico, all’obsolescenza delle piattaforme tecnologiche che ne permettono la riproduzione, ma anche alle profonde trasformazioni delle modalità di visione.

 

Elio Marchegiani Sono un misoneista, 1975 22’, ½’’ open reel

Elio Marchegiani
Sono un misoneista, 1975
22’, ½’’ open reel

 

Per recuperare e riportare in vita questo straordinario “archivio” di memoria artistica e storica, le Gallerie d’Arte Moderna e Contemporanea di Ferrara hanno avviato un progetto di preservazione e restauro con la collaborazione dei laboratori La Camera Ottica e CREA del DAMS di Gorizia – Università di Udine, sotto la supervisione della professoressa Cosetta G. Saba. Una campagna conservativa iniziata nel 2013 che ha previsto l’archiviazione, la migrazione digitale, lo studio e la video-preservazione del vasto corpus di videotape del Centro Video Arte.

 

Christina Kubisch Stille Nacht, 1975 3’, ½’’ open reel

Christina Kubisch
Stille Nacht, 1975
3’, ½’’ open reel

 

L’esposizione, intende presentare i primi esiti di questo lavoro d’equipe, riconsegnando al pubblico una selezione di opere video degli anni Settanta. A questo fine si è scelto di ri-allestire la parte iniziale della mostra Videoarte a Palazzo dei Diamanti. 1973/1979 a cura di Janus e ospitata nel Foyer della Camera di Commercio di Torino nell’aprile del 1980, che ha costituito uno snodo particolarmente significativo nella storia della videoarte, offrendo un primo bilancio delle ricerche d’avanguardia prodotte dal Centro e proponendo una riflessione sulla natura del video, sulle sue culture, sul suo immaginario, sulla sua estetica, nel momento in cui la posta in gioco era il nesso arte/società e, conseguentemente, la definizione di un nuovo statuto dell’opera d’arte.

 

Claudio Zoccola Avendo un amico di nome Marcel, 1975 11’, ½’’ open reel

Claudio Zoccola
Avendo un amico di nome Marcel, 1975
11’, ½’’ open reel

 

La mostra è allestita nelle sale Benvenuto Tisi da Garofalo di Palazzo dei Diamanti, che sono state uno dei teatri delle multiformi iniziative del Centro, e si focalizza sulle 19 opere monocanale che figuravano nella sezione “videoarte” della mostra torinese, ossia sui videotape nati dalla sperimentazione creativa sulle possibilità espressive del segnale elettronico e messi in onda su un singolo monitor.

 

Giuliano Giuman Trace of a Shadow, 1976 20’, ½’’ open reel

Giuliano Giuman
Trace of a Shadow, 1976
20’, ½’’ open reel

 

Gli autori presenti a Torino erano Fabrizio Plessi, Claudio Cintoli, Maurizio Bonora, Elio Marchegiani, Christina Kubisch, Claudio Zoccola, Guido Sartorelli, Giuliano Giuman, Lorenzo Lazzarini, Armando Marrocco, Maurizio Cosua, Angela Ricci Lucchi e Yervant Gianikian, Franco Goberti, Lola Bonora, Klara Kuchta, Nanda Vigo, William Xerra, Gretta Sarfaty e Janus.

 

Lorenzo Lazzarini Rito al grande fiume, 1976 17’, ½’’ open reel

Lorenzo Lazzarini
Rito al grande fiume, 1976
17’, ½’’ open reel

 

Nella mostra di Palazzo dei Diamanti le loro opere, ritrasmesse su dispositivi analogici a tubo catodico – con la sola eccezione del video di Lazzarini di cui non si è conservata copia – sono corredate della documentazione e della strumentazione che ne hanno accompagnato la nascita e che sono riemerse durante la campagna di ricerca, in un percorso che punta a mettere in luce le procedure di produzione, post-produzione e disseminazione del Centro Video Arte.

 

Armando Marrocco Sconcerto, 1976 15’, ½’’ open reel

Armando Marrocco
Sconcerto, 1976
15’, ½’’ open reel

 

Una sala della mostra si concentra poi su due opere di Ricci Lucchi-Gianikian, Viaggio di La Rose ed Essence (1975). La celebre coppia, in questa fase iniziale della ricerca comune, avvia la propria riflessione sulla memoria attraverso l’atto di catalogare gli “oggetti trovati”, manufatti carichi di suggestioni come i giocattoli, mettendo in gioco un complesso sistema di relazioni tra gli oggetti, la fotografia, il cinema e il video.

 

Angela Ricci Lucchi e Yervant Gianikian Viaggio di La Rose, 1977 18’, ½’’ open reel

Angela Ricci Lucchi e Yervant Gianikian
Viaggio di La Rose, 1977
18’, ½’’ open reel

 

Su queste cruciali “opere prime” si è andati oltre la video-preservazione, attuando un intervento di restauro in collaborazione con gli artisti che mira a restituire il valore espressivo dell’opera senza comprometterne la storicità, secondo un protocollo tecnico e un modello decisionale sperimentali, conformi alle linee guida condivise con centri di ricerca europei, di cui verranno illustrate le procedure.

 

Janus Sussulti e silenzio, 1979 13’, ½’’ open reel

Janus
Sussulti e silenzio, 1979
13’, ½’’ open reel

 

La rilettura e ricontestualizzazione dell’esposizione del 1980, nella cornice di uno degli spazi espositivi del Centro stesso, associata alla presentazione dell’intervento di recupero su due opere di acclarato rilievo internazionale, rappresenta un primo importante momento di studio e di reenactment del fondo video, nella prospettiva della messa in valore dell’archivio nel contesto del futuro assetto museologico delle Gallerie d’Arte Moderna e Contemporanea a Palazzo Massari.

 

Orari di apertura: 10.00 – 18.00, chiuso il lunedì / Ingresso gratuito

“The New Faces of Africa”, il reportage fotografico di Davide Scalenghe in mostra a Milano

All’Hotel Boscolo Milano (Corso Matteotti 4/6) sarà aperta al pubblico fino al 16 ottobre la mostra The New Faces of Africa di Davide Scalenghe, fotografo e video reporter che dal 2007 dedica la sua professione a inchieste e reportage internazionali.

 

Tribu Allevatori di cammelli Adama (Etiopia)

Tribu Allevatori di cammelli Adama (Etiopia)

 

L’esposizione presenta 25 scatti realizzati durante il viaggio che ha portato Scalenghe in alcuni Presidi in Marocco, Senegal, Etiopia, Kenya e Tanzania, al fianco di Steve McCurry.  L’occasione è stata data dal progetto documentaristico e fotografico da cui nasce il calendario Lavazza 2015 The Earth Defenders realizzato dal fotografo statunitense, nato dalla collaborazione tra Lavazza e Slow Food, con la direzione creativa di Armando Testa.

 

Ragazzi all'entrata del mercato di Mbour Senegal

Ragazzi all’entrata del mercato di Mbour Senegal

 

I temi portanti di Expo 2015 sono il filo conduttore della mostra, curata nell’allestimento da Michela Alquati: nutrizione e cibo, bisogno primario dell’uomo, ma anche simbolo di libertà per quelle terre in cui la produzione rurale rappresenta il settore che dà lavoro a interi villaggi e che mette gli uomini e le donne africani al centro del proprio destino.

 

Bimba in bianco Mercato popolare di Yirgalem Etiopia

Bimba in bianco Mercato popolare di Yirgalem Etiopia

 

Scalenghe – attraverso i volti dei popoli che ha incontrato, le straordinarie atmosfere dei territori, l’equilibrio delicato della vita che ruota attorno al cibo e a come procurarselo – racconta in questo lavoro di backstage storie esemplari di alcuni protagonisti. Nelle loro espressioni vediamo l’orgoglio e il desiderio di essere protagonisti di un domani libero e indipendente.

 

Venditore al mercato di Mbour Senegal

Venditore al mercato di Mbour Senegal

 

A partire dal Marocco, dal laboratorio di Nadia, imprenditrice come ce ne sono tante in Africa –forti, concrete, combattive – che lavora le bacche per produrre l’olio di Argan; per proseguire esplorando i metodi di pesca in Senegal, con le caratteristiche canoe, i Cayucos, un tempo usate per cercar fortuna verso il vecchio continente; passando per il Kenya dove si estrae il sale da un’erba che cresce sulle rive fiume Nzoia.

 

Bambini della scuola di Yirgalem Etiopia

Bambini della scuola di Yirgalem Etiopia

 

E poi approdando in Etiopia con i suoi allevatori di cammelli; per giungere in Tanzania, all’interno di una delle comunità di produttori di caffè coinvolte nel progetto ¡Tierra! Lavazza, dove grazie alla collaborazione della Fondazione Lavazza con l’Associazione Kirua Children è stata realizzata la MaseRing Nursery School che consente ai bambini un’istruzione adeguata e una crescita consapevole.

 

Ora di inglese - Presidio di Padre Peter - Kilimangiaro Tanzania

Ora di inglese – Presidio di Padre Peter – Kilimangiaro Tanzania

 

E sono proprio gli sguardi dei bambini catturati negli scatti di Scalenghe a rappresentare il futuro del continente africano, supportato dalla solidità dei Presidi (oltre a quelli di Lavazza e Slow Food sono oltre 450 quelli sostenuti dall’Unione Europea per 13.000 produttori) che proteggono le tradizioni locali e garantiscono, attraverso politiche più rappresentative, un modello e un futuro sostenibili.

 

Mamma con bambino Yrgalem Etiopia

Mamma con bambino Yrgalem Etiopia

 

Molte delle comunità coinvolte nei Presidi sono cresciute notevolmente in questi anni e oggi hanno raggiunto la piena autonomia: i coltivatori sono in grado di vendere il prodotto direttamente, senza l’intervento degli intermediari, aumentando il guadagno diretto da destinare al mantenimento del proprio nucleo famigliare.

 

 Ritratto di bambino - Yrgalem -  Etiopia

Ritratto di bambino – Yrgalem – Etiopia

Louis Vuitton P/E 2016: manga e hi-tech

La collezione Louis Vuitton Primavera/Estate 2016 è un’esplosione di hi-tech. La celebre maison francese si apre al digitale e vede sfilare in passerella un’eroina dei manga: sembra uscita direttamente dal videogioco cult degli adolescenti, “Mine Craft”, la guerriera futuristica che calca la passerella tra luci cibernetiche, giochi di neon e maxischermi.

Alla Fondazione Louis Vuitton la mirabile scenografia firmata Es Devlin, pluripremiata set designer britannica, ricorda le atmosfere di Matrix: una realtà fantascientifica viene ricreata sulla passerella, che accoglie principesse degli anime dai lunghi capelli rosa e dai diademi cibernetici. L’hi-tech si mixa al monogramma tipico della maison, per una collezione dalle suggestioni cyber-punk.

La pelle è protagonista, per top, minicappe, gilet: il monogramma della maison diviene must-have incontrastato, per nuove rivisitazioni futuriste.

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Stratificazioni e stampe optical, il Giappone e Internet regnano nella collezione di Nicolas Ghesquière, che ha più volte sottolineato come la frontiera del digitale sia ormai una realtà consolidata entrata di diritto a far parte della nostra quotidianità. Bermuda e pantaloni, collier tribali e pelle declinata in chiave manga, tra chiodi rosa e tute, per una donna bionica.

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La tecnologia è il fil-rouge della sfilata, a partire dalla colonna sonora, firmata Daft Punk e presa in prestito dal film “Tron Legacy”. Il logo LV ora è borchiato e digitalizzato, mixato ad altre fantasie, per inedite stampe patchwork, in un mood alla Blade Runner: tra 3D all over ed accessori che ricordano i meteoriti, con Louis Vuitton entriamo nel futuro della moda.


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Miu Miu P/E 2016: femmnilità boyish

Miu Miu P/E 2016: femminilità boyish

Contrasto è la parola d’ordine che caratterizza la collezione Primavera/Estate 2016 di Miu Miu: Miuccia Prada si rivolge ad una donna dalla personalità forte e dallo spirito anticonvenzionale, che attinge a piene mani dal guardaroba maschile, per un mood quasi transgender.

Quasi timorosa della propria femminilità, o forse costretta dal mondo di oggi a celarla, la donna Miu Miu si districa tra un mood boyish e una sfrontata anima muliebre: perché essere donne a volte può essere la parte più difficile del gioco.

Poli opposti sfilano al Palais D’Iéna, per una donna dall’anima duplice: leziosità e dolcezza nelle sottovesti orlate di bordi frou frou che fanno capolino da austeri capispalla sartoriali dal taglio maschile o da polo rubate all’armadio di lui.

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Sotto una corazza da signorina Rottermeier, la donna che sfila da Miu Miu nasconde un candore infantile, che viene fuori nei dettagli, come il cerchietto indossato da tutte le modelle.

Suggestioni retrò nelle camicette e nel tweed di gonne midi da segretaria, che sembrano indugiare un po’ nella linea a sirena; ma laddove l’anima femminile sembra voler avere la meglio, arrivano la polo maschile e il cappotto oversize dal taglio rigorosamente sartoriale, a bilanciare gli equilibri.

Una dicotomia che diviene il fil rouge dell’intera sfilata: lo styling è forte e ricco, come nelle sottovesti da indossare sopra la camicia. La lingerie diventa protagonista, per audaci trasparenze che in realtà svelano solo l’outfit che si nasconde sotto. Stampe forti, in linea col mood strong, a partire dalle labbra rosso vinaccia.

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Stole dai colori fluo impreziosiscono austere giacche, il rigore si stempera nello chiffon delle camicie da notte fluttuanti indossate come grembiuli sopra i capi. Quasi una schizofrenia, il maschile e il femminile si rincorrono costantemente, tra grintose biker jacket che svelano inediti ricami, stampe metallizzate e argentate e dettagli in vernice su capi rigorosi.

Le scarpe flat un attimo dopo divengono sfiziose francesine dal tacco platform. La palette cromatica non teme di osare e unisce un pied-de-poule viola al verde smeraldo di dettagli che non stonano affatto. Largo a pullover a rombi, pantaloni a sigaretta dai dettagli fluo, giacche oversize e dettagli sporty-chic.


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Valentino P/E 2016: totem e tabù

Il popolo della rete – il popolo che non esiste

Si fa un gran parlare di “popolo della rete”, riferendosi ad un qualcosa che sarebbe altro e altrove rispetto ai comuni luoghi della società, della collettività. Lo fanno spesso i politici, giornalisti, opinionisti, persone del mondo dello spettacolo, riferendosi ad un seguito virtuale come se corrispondesse ad altrettanto consenso reale. Riferirsi al “popolo della rete” è di per sé una finzione. In rete ci siamo bene o male tutti – chi con un proprio profilo ed una identità virtuale, chi citato, chi attraverso riferimenti o citazioni altrui – e siamo gli stessi che fanno parte di quella “società civile” che a sua volta è altrettanto astratta e indefinita da essere strattonata di qua e di là alla stessa stregua del “popolo della rete”. Le due dimensioni non sono però sinonime; nella pubblicistica comune “il popolo della rete” ha una fisionomia “più radicale”, una maggiore partecipazione, una maggiore identità critica, mentre la “società civile” ha una connotazione più moderata, spesso generica, finendo con l’essere il tutto (e anche il nulla) che sta più o meno bene sempre.


Queste due astratte definizioni hanno una loro precisa necessità di essere nella società cd. post-consumistica, laddove alla massa (di per sé da convincere e manipolare) viene (di necessità virtù) riconosciuta una partecipazione più o meno attiva, al massimo da “direzionare” da parte dei mass-media. Riconoscere una qualche forma di partecipazione e di condivisione ha portato a queste due nuove identità: la prima, la società civile, nasce con i primi sistemi di comunicazione individuale soggettiva (web 1.0, telefonia mobile, messaggistica) che consentivano comunque una comunicazione diretta e non verticalmente “subita”; la seconda (quasi evoluzione cronologica), “il popolo della rete” nasce con il web 2.0 ed in particolare dal 2004 quando cominciano a essere diffuse e largamente disponibili le “stanze di comunità virtuale” che diverranno poi i cd. social-network, in cui è dominante la capacità soggettiva di diventare soggetti della comunicazione.


Comprendere tutto questo – che potrebbe apparire accademico, asettico e schematico – in realtà ci aiuta a spiegare che da un lato queste definizioni sono strumentali a “dare un nome” ad un fenomeno nuovo, e che dall’altro, queste entità, semplicemente non esistono, o meglio, altro non sono che un diverso modo di chiamare ciò che sono e come interagiscono le stesse persone di prima e che tutti i giorni incontriamo nella realtà.
Ho letto di recente questa sorta di decalogo – riportato da Peppe Civati in un suo articolo – e ve lo ripropongo (fonte http://mafedebaggis.it/hello-world)


1. Internet non esiste: è un luogo perfettamente coincidente con la realtà fisica, ci andiamo come andiamo in ufficio, al bar o in camera da letto. L’unica vera differenza rispetto agli ambienti fisici è che ci permette di essere ubiqui e/o invisibili.


2. In Rete non ci sono conversazioni diverse, è che ascolti le conversazioni di persone molto diverse da te.


3. Le relazioni online sono come le relazioni offline: poche sono profonde, moltissime sono superficiali, altrettante sono opportunistiche, di maniera o false.


4. La tecnologia rende possibile il cambiamento, non lo genera: una persona che non ha niente da dire o da dare non diventa attiva e generosa solo perché può farlo. Spiegarglielo un’altra volta e un’altra volta è come spiegare una barzelletta se uno non ha riso la prima volta che l’hai raccontata.


5. La tecnologia abilita il talento dove c’è, non lo crea.


6. I nativi digitali sono abituati alla tecnologia, non consapevoli delle sue potenzialità e in quanto tali nati miracolati sulla via di Damasco: meravigliarsi o dispiacersi che usino Facebook per commentare X-Factor e non per fare la rivoluzione è come darmi un’asta e meravigliarsi se non salto da un palazzo all’altro.


7. La consapevolezza dei significati di un medium (di qualunque medium) appartiene a una minoranza di professionisti. Colmare il digital divide non vuol dire far diventare tutti professionisti.


8. In quanto abilitatore e non causa del cambiamento, i media digitali in quanto tali non sono belli o brutti, giusti o sbagliati, utili o pericolosi. Il tecnodeterminismo (di qualunque segno) è solo un escamotage per guadagnare il palcoscenico.


9. Se qualcuno – anche competente – ti spiega con dovizia di particolari i problemi di Internet, ti sta raccontando i suoi problemi con Internet.


10. Internet è un medium in cui prevale la scrittura parlata o, ancora meglio, il pensiero trascritto. Serve una nuova sintassi.


11. Gran parte degli scambi che avvengono online hanno natura fàtica, non di trasmissione di informazioni.


12. È la storia, non il libro.


Esaustivo? Onnicomprensivo? Indeclinabile? Assolutamente no – e credo che non fosse la definitività lo scopo ultimo dell’autore – e ciascuno di noi, a seconda della propria esperienza – sia della rete, che nella rete, che nella e della vita reale – può soffermarsi sul declinare, argomentare, dire, aggiungere, togliere, specificare…


Certo, procedendo punto per punto, potremmo aggiungere che internet non è un luogo perfettamente coincidente con la vita reale, se solo consideriamo la possibilità di declinare la nostra identità virtuale (cosa che difficilmente può avvenire nella vita vera); forse nel web non ci sono “conversazioni diverse” ma spesso l’uso di un sistema di comunicazione prevalentemente scritto aiuta ad una riflessione differente; le relazioni online sono diverse da quelle offline se consideriamo la mancanza di molti elementi comunicativi (tatto, olfatto, gusto, relazione chimica interpersonale); molti cambiamenti resi possibili ne generano altri, e questi sono generati dallo strumento, non è detto il contrario; la tecnologia non crea il talento, ma di certo può stimolarlo; chi è abituato alla tecnologia non sempre la usa nella massima potenzialità, ma di certo con la sua interazione inevitabilmente la trasforma e la potenzia; colmare il digital divide non vuol dire far diventare tutti professionisti, ma di certo avvicina, e rende accessibili prodotti e servizi e risponde ad esigenze prima non immaginabili…e potremmo continuare…


Ma anche dicendo ed argomentando su tutto, resta un nodo centrale: resta la persona, che usa uno strumento, e quella persona è la stessa della società di massa, parte della società civile e interattore del popolo della rete. Di questi strumenti può essere interprete/cittadino attivo e protagonista, e può essere ancora una volta soggetto gestito dal facile populismo che la rete facilita.

Homeland è tornata e parla di ISIS

Homeland è stata per alcuni periodi une delle migliori serie televisive in assoluto e per altri insopportabile, un continuo su e giù come gli sbalzi di umore della sua protagonista: Carrie Mathison, interpretata magistralmente da Claire Danes. Carrie passa dall’essere una donna d’azione che si caccia in situazioni sempre più complesse guidata da una emotività autodistruttiva all’essere una donna intelligente e provocante che naviga benissimo nei complicatissimi meandri della CIA. Come dice Saul: “You’re the smartest and the dumbest fuckin person I’ve ever known” (sei la fottuta persona più intelligente e stupida che io abbia mai conosciuto).


Alcuni spettatori decidono che questo bilanciamento non funziona, che le cose senza senso in questo show sono troppe: tutti sembrano sempre sul punto di piangere, tutta la gravidanza di Carrie non ha senso, tutto il periodo in cui Brody è a Caracas non ha senso, Brody che ammazza il vice presidente hackerandogli il pacemaker non ha senso e così via. Se siete fra quelli che fanno una smorfia di fastidio ogni volta che Carrie inizia a riempire muri di bigliettini e foto sembrano man mano più pazza non vi goderete questa stagione. Dall’inizio sembra che sarà una di quelle stagioni.


Dopo la morte di Brody c’è stato un cambio radicale in Homeland con il trasferimento di Carrie a Islamabad. Il cambio di scenario è stato positivo per la serie e sia pubblico che critica hanno apprezzato ma la conclusione con un improbabile attacco all’ambasciata statunitense tramite un tunnel “segreto” ha deluso molti: l’ennesimo abbandono della logica in favore dello shock.
Molto più plausibile, invece, è stato l’abbandono di Carrie nei confronti di Saul. Quando Carrie si è resa conto che Saul aveva trovato un accordo con l’uomo responsabile della morte di molti suoi colleghi si è allontanata da lui, suo mentore e confidente, e dalla CIA.


Homeland 5 comincia dopo un salto temporale di 2 anni. Carrie è a Berlino e ha accettato di lavorare come capo della sicurezza per un miliardario filantropo, si gode la figlia, ha un ragazzo che ha incontrato a lavoro con i capelli rossi (!) ed è sobria da 9 mesi.
Se vi suona familiare è perché in questo modo esatto inizia la seconda stagione di Homeland.
Carrie non è fatta per una vita tranquilla, è attirata in modo atavico ai disastri, sia sul piano personale che lavorativo, e senza una crisi apparentemente irrisolvibile non si sentirebbe sé stessa. Lo stesso vale per Homeland, non riesce a non andare a mille allora. Aumento il rischio di qualche incidente.
Già ora sono pronto a scommettere che Carrie smetterà di prendere le sue medicine e ricadrà nel vortice di “follia ordinata” in cui lavora al meglio.


Gli sceneggiatori sembrano non rendersi conto che la parte migliore dello show sono quei sempre più rari momenti tra una crisi e l’altra in cui al centro dello schermo ci sono i personaggi e i continui compromessi con la morale che il lavoro gli impone. Saul sembra sempre più cinico, Dar Adal ha già raggiunto il livello massimo di cinismo e da lì non può muoversi. Peter Quinn sembra essere diventato un fredda macchina di morte senza alcun sentimento. Al cast quest’anno si è aggiunta Miranda Otto, la Eowyn del Signore degli Anelli, come capo dell’ufficio CIA a Berlino.


Gli argomenti sembrano essere quanto di più attuale ci possa essere con tanto di crisi informatica à la Snowden e l’ISIS. In una delle scene Quinn, di ritorno dopo due anni in Siria, è invitato a un briefing con alcuni leader americani e alla domanda se la strategia americana in Siria sta funzionando lui chiede spiegatemi che strategia abbiamo e vi dirò se sta funzionando. Alla domanda: che cosa farebbe lei? Lui risponde mandare 200.000 soldati a Raqqa per proteggere un numero uguale di dottori e insegnanti, alla divertita risposta negativa lui risponde che l’unico altro modo è trasformare Raqqa in un parcheggio. Ecco la risposta alla strategia americana in Siria.

Valentino P/E 2016: totem e tabù

È tempo di safari da Valentino. Maria Grazia Chiuri e Pierpaolo Piccioli presentano a Parigi una collezione Primavera/Estate 2016 che trae ispirazione dall’Africa.

Quasi un reportage etnografico tra le popolazioni tribali del continente africano, di cui riviviamo sulla passerella le danze rituali, le tradizioni e il folclore, per un défilé suggestivo come pochi. Tamburi e musiche tribali si alternano alle note struggenti de “La mia Africa”, tra piume e collane etniche, per un viaggio alla scoperta di terre sconosciute.

Suggestioni wild unite al richiamo degli elementi primordiali della natura tornano nella palette cromatica dei lunghi abiti colorati, che ricordano i trucchi che le culture Masai si spalmano sul viso durante i loro riti propiziatori. Collane ricche di perline multicolore o monili scultura in terracotta bianca realizzate dall’artista Alessandro Gaggio impreziosiscono i lunghi abiti in impalpabile chiffon di seta.

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Forza ancestrale e mistero, trecce rasta e pettinature afro per una nuova regina della giungla, che sfila in long dress dalle inedite stampe grafiche che rendono omaggio alla savana: tigri, elefanti e gazzelle divengono ora iconiche protagoniste della maison italiana, mentre maschere totemiche sembrano fuoriuscire da suggestivi corsetti in pelle intagliata. Lavorazioni in pelle anche nei gilet e nelle fusciacche che stringono il punto vita sopra i maxi dress. Suggestioni Seventies nei preziosi caftani trasparenti: quasi delle visioni oniriche, nella loro perfezione, le modelle che li indossano.

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La palette cromatica omaggia la terra: ocra, marrone e sabbia ma anche giallo, arancio e rosso, fino ai toni dell’azzurro nelle piume variopinte degli abiti da sera. I toni dell’ebano vengono declinati nella preziosa mousseline di seta per capi dal notevole impatto scenografico, per un’eleganza sofisticata che da anni è sinonimo dello stile Valentino. Suggestivi sandali da gladiatore per inedite regine tribali in mise corte e sottovesti di rete.

La donna immaginata da Maria Grazia Chiuri e Pierpaolo Piccioli è una guerriera tribale capitata per caso nelle Tuileries. La sfilata, accolta con un’ovazione dal pubblico, rivela un intento nobile: sulla scia dei tristi fatti di cronaca e delle innumerevoli vittime del Mediterraneo, i due designer lanciano un monito importante e quantomai attuale, nell’usare la moda come strumento per comprendere meglio il diverso, appropriandoci dei loro riti e delle loro usanze, auspicando un nuovo tempo in cui l’amore universale abbia la meglio sulla paura e sul pregiudizio.


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Chanel P/E 2016: il viaggio 2.0.

Chanel P/E 2016: il viaggio 2.0

La compagnia è Chanel Airlines, il check-in dell’aeroporto Cambon vi aspetta per voli che hanno una destinazione comune: l’eleganza. E se è firmata Chanel, il viaggio si preannuncia come un successo indimenticabile. 

La collezione Chanel Primavera/Estate 2016 decolla su un Grand Palais trasformato per l’occasione in un aeroporto immaginario, curato nei minimi dettagli, dai gate ai voli in partenza. Una viaggiatrice chic cosmopolita e sempre pronta a partire, col trolley in mano, è la donna immaginata da Lagerfeld per la prossima Primavera/Estate.

All’imbarco le viaggiatrici sono pregate di presentarsi con l’impeccabile tailleur tipico della celebre maison francese.

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Anche chi è già nell’olimpo del fashion biz deve saper districarsi in una società come quella attuale, fatta di post e foto condivise sui social network. Lagerfeld si dimostra geniale interprete dei tempi, scendendo dalla torre d’avorio creata dall’inossidabile mademoiselle Gabrielle Coco: un atto di grande modernità ma anche una immensa responsabilità per il designer, che si impegna ad accompagnare a braccetto la maison più rappresentativa della moda francese nell’era digitale.

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La collezione mostra diversi richiami al digitale: dettagli 3D, tailleur ologrammati e inediti giochi di colore optical su sete plissettate e bouclé d’ordinanza. Il classico tailleur pantaloni ora si reinventa in inediti zigzag, mentre numerosi sono i capi in PVC e i top metallici, per una sfilata all’insegna della modernità.

La donna Chanel diventa una ragazzina in berretto da baseball che viaggia in giro per il mondo alla scoperta di se stessa. Belle le nuove borse con il caratteristico logo della maison, i trolley da viaggio sono di lusso. Tanto colore, occhiali fosforescenti, foulard passepartout, forse unico richiamo al passato glorioso, insieme al glamour evergreen dei tailleur preziosi, su cui spiccano fiocchi bon ton e l’immancabile camelia, per citazioni classiche che tanto piacerebbero a Coco. Lily Rose Depp e Cara Delevingne, musa di Lagerfeld, irrompono nella passerella a fine sfilata, abbracciando lo stilista.


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Fantozzi, ritorno al cinema in versione restaurata

Un personaggio creato per placare il senso di inferiorità degli italiani. È così che potremmo definire il ragionier Ugo Fantozzi. Perlomeno così ne ha parlato Paolo Villaggio, suo creatore e interprete: «Prototipo del tapino, quintessenza della nullità.» Una nullità che, dopo una decina di film, capaci di registrare i mutamenti sociali della società italiana dagli anni ’70 all’alba del Duemila, ritornerà al cinema con le sue prime due disavventure: Fantozzi (dal 26 al 28 ottobre) e Il secondo tragico Fantozzi (dal 2 al 4 novembre), film diretti da Luciano Salce e usciti rispettivamente nel 1975 e nel 1976, restaurati per l’occasione in 2K. Così, tutti coloro i quali vorranno dimenticare le proprie disgrazie, potranno farlo ridendo per l’ennesima volta di quelle del popolare ragioniere dell’Ufficio Sinistri, famoso per la celeberrima nuvola fantozziana e per le sue espressioni tipiche («Com’è umano, lei!») ma anche per il servilismo verso i superiori dai nomi lunghissimi (come la Contessa Serbelloni Mazzanti Vien Dal Mare o il Megadirettore Galattico Duca Conte Balabam).


Oltre alla frequente sottomissione, non soltanto di Fantozzi ma di tutti i suoi colleghi, una peculiarità della serie è però l’errato uso del congiuntivo, come si evince da questo dialogo:


Filini: «Allora ragioniere, che fa, batti?»

Fantozzi: «Ma come, ragioniere, mi dà del tu?»

Filini: «No, intendevo batti lei».

Fantozzi: «Ah… congiuntivo…»


Sfortunato, vigliacco, disastroso in qualunque iniziativa prenda (anche se il più delle volte le iniziative le prende il ragionier Filini, e si tratterà di disastri quasi sicuramente), Fantozzi nasce grazie a due libri di Paolo Villaggio, ispirato da un collega dell’attore genovese all’Italsider. Villaggio pubblicava le sue storie sull’Europeo, per poi raccoglierle nel libro edito da Rusconi nel 1971. Qualche anno dopo il successo del libro, si iniziò a progettare un film. Tra i candidati a vestire i panni di Fantozzi c’erano Ugo Tognazzi e Renato Pozzetto. La scelta di affidare il personaggio al suo stesso creatore (che immancabilmente ne ha assunto la maschera, tanto da portare al cinema anche i suoi cloni, per esempio Fracchia) si è rivelata azzeccatissima soprattutto nei primi due film, diretti da Luciano Salce, i migliori di una saga che, con il passare degli anni e l’invecchiamento degli attori, non ha fatto altro che svuotarsi di quella verve comica che la caratterizzava, per diventare soltanto la ripetizione ormai fiacca e noiosa delle stesse gag.


C’è però un altro aspetto che non va trascurato, ovvero l’aspetto tragicomico: perché Fantozzi non riesce in nessuna impresa e tutto quello che cercherà di fare, per un motivo spiegato nella sua stessa natura (essere una «nullità», o come lo chiamerebbero i suoi superiori, una «merdaccia»), non andrà mai a buon fine. Fantozzi è un mediocre, uno che abbassa la testa e che accetta di non avere amici al di fuori dell’azienda, di avere una moglie bruttina ma devota, che lo stima ma non lo ama; di avere una figlia ancora più brutta (non a caso interpretata da un uomo) e di essersi – inspiegabilmente – innamorato di una collega tutt’altro che bella. Dunque tutto ciò che fa è negativo e tutte le sue scelte sono terrificanti e catastrofiche.


Ma c’è un altro Fantozzi, nascosto dietro al ragioniere perennemente sottomesso e capace di farsi “crocifiggere in sala mensa”. L’altro Fantozzi è quello che si ribella contro lo snobismo intellettuale dei potenti, per esempio il professor Guidobaldo Maria Riccardelli, che l’aveva assunto soltanto perché Fantozzi si era dichiarato un grande amante del cinema tedesco delle origini, e che propone ai dipendenti, nel cineforum aziendale, La corazzata Potëmkin (trasformata in Corazzata Kotemkin) solo per ostentare un gusto cinematografico superiore (in realtà, però, il film di Sergej M. Ėjzenštejn, trasformato in Serghei M. Einstein, durava circa 75 minuti, non tre ore come si dice nel Secondo tragico Fantozzi). Senza trascurare che quegli stessi dipendenti preferiranno, subito dopo la ribellione di Fantozzi, vedere in successione Giovannona Coscialunga, L’Esorciccio e La polizia s’incazza.


Il grido di protesta di Fantozzi («Per me La Corazzata Kotemkin è una cagata pazzesca!») è quindi l’urlo disperato di chi è costretto a tacere per non essere troppo anticonformista e non sentirsi una voce fuori dal coro. È una ribellione che esprime una frustrazione collettiva dettata dalla paura e dal servilismo, poiché tutti gli impiegati detestano quel film ma nessuno ha il coraggio di parlare per non pagarne le conseguenze; e così si preferiscono i falsi elogi, quando il professor Riccardelli apre il dibattito, dopo aver fatto inginocchiare Fantozzi sui ceci perché l’ha scoperto mentre si era addormentato durante la proiezione. E allora: «Quando vedo quei dettagli degli stivali, io vado in estasi» dice Filini, per poi esagerare, chiedendo addirittura di vederlo daccapo. «Questa sera il montaggio analogico mi ha completamente sconvolto» aggiunge il Geometra Calboni. La verità è l’esatto opposto. Perché nessuno avrebbe avuto il coraggio di dirlo; nessuno avrebbe contraddetto il professor Riccardelli. Ma per Fantozzi la delusione per non essersi goduto in pace la partita Italia-Inghilterra era stata troppa. Perfino il cronista lo aveva sbeffeggiato quando, dopo la chiamata di Filini, era stato costretto ad abbandonare la poltrona: «Scusate l’emozione, amici che state comodamente seduti davanti ai teleschermi, nessuno escluso, ma sono centosettant’anni che non vedevo una partenza così folgorante degli Azzurri!» Tutto era perfetto, perfino il «programma formidabile» di Fantozzi: «Calze, mutande, vestaglione in flanella, tavolinetto di fronte al televisore, frittatona di cipolle per la quale andava pazzo, famigliare di Peroni gelata, tifo indiavolato e rutto libero.»


«Lui è ossessionato dal potere», ha detto Villaggio. «Ha paura. È un uomo che sa di essere inutile. Se lui muore un giorno o si ammala in ufficio, nella Megaditta non se ne accorge nessuno. Essendo ossessionato dall’idea di essere del tutto inutile, cerca disperatamente il servilismo, e allora c’è la stagione di Natale, dove quasi due mesi prima ci si comincia a piazzare nei punti strategici quando passano i potentissimi, a cui dicevano: “A lei e alla sua famiglia i più servili auguri di buon Natale”. Quel “servili” era la chiave per capire com’erano disperatamente sudditi. Mai Fantozzi si permette di contraddire un potente. Anche adesso, detto francamente: c’è la tendenza alla gerarchia.» La crescita gerarchica è direttamente proporzionale alle umiliazioni subite. Lo fa capire Filini a pranzo, in mensa, riferendosi alle partite di biliardo del Feroce Cavalier Catellani, eletto «Gran Maestro dell’Ufficio Raccomandazioni e Promozioni»: «Il ragionier Vitti: sette partite perdute: due scatti.»


Quando Fantozzi ne parla con Pina, è lei stessa a chiedergli di perdere qualche partita. «Mai», risponde Fantozzi, «piuttosto preferisco fare la fame, mangiare cipolla… a parte che non ho mai toccato una stecca di biliardo in vita mia. Ho la mia dignità, io…» Coraggioso. Ma torna se stesso poco dopo, quando aggiunge: «E poi, non oserei più guardarti in facc…», e vedendo Pina, nel letto, si rende conto di quanto sia brutta. Di conseguenza, che è costretto a perdere per poter crescere di livello nella Megaditta. La scena successiva smentisce l’effimera ostentazione della propria dignità da parte di Fantozzi, alle prese con un maestro di biliardo, proiezione della severità scolastica nella prima metà del Novecento, con punizioni esemplari come la stecca sui dorsi delle mani. Per non «confessare alla moglie la vergognosa verità», Fantozzi le fa credere di avere una relazione extraconiugale. Ma la sua inettitudine gli impedisce di fare anche questo: così una notte Pina lo aspetta sveglia a casa, e lui, togliendosi la giacca, rivela il corpetto da biliardo. Scoperto in pieno. Disperato, si butta sul letto, ma non può sfogare la propria disperazione neanche così, perché Pina ha già «separato i letti».


Arriva la sera della partita con il Cavalier Catellani. Fantozzi, come al solito, subisce, ma «al trentottesimo “coglionazzo” e a 49-2 di punteggio, Fantozzi incontrò di nuovo lo sguardo di sua moglie» e così, spinto da un moto di orgoglio inedito, osa dire: «Mi perdoni un attimo… vorrei fare un tiro io adesso…» È lo stesso Fantozzi che grida che La corazzata Kotemkin è «una cagata pazzesca». È il Fantozzi che si prende un briciolo di rivincita in una vita perennemente mediocre. E se lì erano seguiti ben 92 minuti di applausi, qui segue non un trionfo, ma una fuga con rapimento della madre del Cavalier Catellani, alla cui statua tutti gli impiegati dovevano inchinarsi e su cui puntualmente Fantozzi urtava. «Fondamentalmente», dice Villaggio, «lui è un brav’uomo. In casa è un tirannosauro.»
È un «tirannosauro» perché dominare la famiglia è la sola rivalsa che gli è concessa, non essendo in grado di dominare la società ed essendo destinato all’infelicità. È per questo che è un personaggio tragico.


«Lui ha liberato gli italiani dal timore di essere isolati in un certo tipo di incapacità a vivere, a essere felici» continua Villaggio. «Nella cultura consumistica la settimana bianca, le coppe, le spiagge infernali, i prezzi osceni, la moglie terribile: in quel tipo di sfortuna e di incapacità di essere felici, secondo i dettami della cultura consumistica – che diceva: “Consuma e sei felice. Fai delle vacanze e sarai felice” – lui faceva le vacanze, andava alla settimana bianca, andava al mare e tornava massacrato, ma massacrato assolutamente infelice. Gli italiani vivevano la stessa tragedia e avevano paura di essere anomali, poi lentamente un terapeuta gli ha detto: “No, guarda, non sei un fenomeno isolato: tutti quelli che subiscono quel tipo di cultura sono destinati a essere infelici”.» Bisogna quindi leggere tra le righe un messaggio di netta opposizione alla cultura consumistica, a cui Fantozzi si adegua, senza però trovare la felicità che disperatamente ricerca.


In tutta la saga, presentata come serie di film comici ma in realtà piena di pessimismo, non c’è un solo personaggio in grado di cambiare le cose, capace di dare una svolta e di interrompere i soprusi del potere e l’avversità del destino. È incapace di farlo Pina, servile quanto Fantozzi, tanto da rispondere «Obbediamo» alla chiamata improvvisa di Filini proprio quando sta per incominciare Italia-Inghilterra. È devota e affezionata a Ugo ma non lo sprona mai a reagire per i torti subiti. Tuttavia, Pina è l’unica che tenterà di ribellarsi alla piatta vita da casalinga a cui il matrimonio con Fantozzi l’ha destinata, e soprattutto quando sarà interpretata da Milena Vukotic (nei film di Salce, Pina era Liù Bosisio), la sua personalità cercherà di emergere, anche se l’affetto coniugale si trasforma in pena, intesa più come vergogna che compassione.


Il ragionier Filini si annovera tra i dipendenti inferiori, proprio come Fantozzi, per cui, a parte organizzare gite, partite di calcetto tra scapoli e ammogliati (in cui però lui farà l’arbitro), non ha nessuna possibilità di emergere, condannato, insomma, a non scalare la gerarchia aziendale. Questo lo fa invece Calboni, che si sposerà con la perenne fiamma di Fantozzi, la signorina Silvani. Calboni è opportunista e arrogante, uno che può schiacciare Fantozzi in qualunque momento. Dall’altro lato, la signorina Silvani sfrutta l’infatuazione di Fantozzi per chiedergli favori o per scaricare su di lui il proprio lavoro. Considerati questi personaggi e la loro natura, nel momento in cui Fantozzi cerca di risollevare le proprie sorti, qualcosa puntualmente tende ad andare male. I suoi momenti di gloria sono pochi e la ribellione al potere lo fa apparire più sicuro di sé (perfino la signorina Silvani, dopo la celebre frase sulla Corazzata Kotemkin, gli dice: «Che bravo, Fantozzi!»). Saltuari momenti di gioia in una vita del tutto infelice: in una vita condannata alla sofferenza da quella malattia incurabile che si chiama mediocrità (o inettitudine) e che è il male tipico dell’italiano-medio, timoroso di uscire da una condizione che non lo soddisferà mai ma che lo farà sentire sicuro di essere ancora se stesso.

L’architettura totale di Maurizio Sacripanti Expo Osaka ’70 al MAXXI di Roma

“E’ da questi grumi condensati lungo la giornata di un’avventura, continuo a passare con la mano e la mente a reticoli dove ciascun nucleo divenga immutevole e mutevole, tanto da produrre e insieme subire campi di relazione in moto come nelle natura.”

(Maurizio Sacripanti)


L’ARCHITETTURA TOTALE DI MAURIZIO SACRIPANTI  EXPO OSAKA ’70 AL MAXXI DI ROMA


Al MAXXI di Roma, fino al 1 novembre 2015 sarà possibile immergersi in quello che fu il progetto del Concorso per il padiglione italiano all’Esposizione Internazionale di Osaka’70 di uno dei più grandi architetti italiani Maurizio Sacripanti.

Maurizio Sacripanti nato a Roma nel quartiere Prati, si laurea in Architettura nel 1916, morto nel 1996, è stato, oltre che architetto d’avanguardia, docente universitario Ordinario di Composizione architettonica all’università “La Sapienza” di Roma.

Ha realizzato numerosi progetti dal dopoguerra agli anni sessanta, ma resta famoso per il progetto del Grattacielo Peugeot a Buenos Aires (1961).


L’ARCHITETTURA TOTALE DI MAURIZIO SACRIPANTI  EXPO OSAKA ’70 AL MAXXI DI ROMA


In seguito progetta il Teatro lirico a Cagliari (1965), il Centro di cure a Domodossola (1966), i nuovi uffici della Camera a Roma (1967), il Padiglione italiano all’Expo ‘70 di Osaka (1968), il progetto per il nuovo Museo di Padova (1968).

Tra le opere più recenti c’è il complesso a Santarcangelo di Romagna (1977), la sistemazione urbana, il parcheggio, la piazza e il teatro a Forlì (1976-1981), il Museo della Scienza a Roma (1982-83).

La sua carriera culmina con la costruzione del Museo civico “Parisi-Valle” a Maccagno (Varese) (1979-98) per il quale riceve il Premio In/arch 1991-1992.

La mostra del MAXXI sviscera l’ideazione e la progettazione del Padiglione italiano all’Expo ‘70 di Osaka (1968).


L’ARCHITETTURA TOTALE DI MAURIZIO SACRIPANTI  EXPO OSAKA ’70 AL MAXXI DI ROMA


Si tratta di un progetto straordinario, futurista e insieme quasi spaziale, un progetto in movimento, pulsante e racchiuso da un involucro che muta in modo imprevedibile quasi fosse vivente.

In mostra disegni, fotografie, documenti, un modello e video interviste.

Con l’ausilio di documentari e video interviste, progetti di preparazione e fotografie si potranno così conoscere la poetica e le riflessioni progettuali di un grande architetto.

Per Maurizio Sacripanti senza idea non esiste nessun progetto, era questa la sua filosofia del progettare .


L’ARCHITETTURA TOTALE DI MAURIZIO SACRIPANTI  EXPO OSAKA ’70 AL MAXXI DI ROMA


Per Sacripanti nell’architettura era importante trovare elementi di struttura nella forma, elementi in grado di strutturare la forma.

Il suo fu un lavoro funzionale e formale, intellettuale e d’avanguardia .

Altro elemento che lo distinse come architetto fu il rigore e l’idea dell’apertura a tutte le arti da parte dell’architettura, la multidisciplinarità fu un concetto importante per Maurizio Sacripanti, perché l’ architetto non può essere chiuso al confronto con altre discipline.


L’ARCHITETTURA TOTALE DI MAURIZIO SACRIPANTI  EXPO OSAKA ’70 AL MAXXI DI ROMA


Il padiglione di Osaka è un edificio rappresentativo delle istanze avanguardistiche e dell’idea di flessibilità formale e funzionale dell’architettura.

Altro concetto inusuale, che entrò però far parte dell’universo progettuale di Maurizio Sacripanti, fu quello del tempo inteso in senso plastico materiale architettonico.

Insomma un’idea dell’architettura in senso totale come disciplina che abbraccia molti campi dello scibile.

Una mostra non facile, certo una delizia per gli amanti dell’architettura.


MAURIZIO SACRIPANTI. EXPO OSAKA ’70

MAXXI ROMA

Via Guido Reni, 4a, 00196 Roma

Sala Centro Archivi

29 maggio 2015 – 1 novembre 2015

http://www.fondazionemaxxi.it

Lo street style delle fashion icons alla Parigi Fashion Week

Lo street style delle fashion icons alla Parigi Fashion Week


La settimana della moda più attesa giunge al termine, è la Parigi Fashion Week, che ha visto sfilare le collezioni Primavera-Estate 2016 dal 29 settembre al 7 ottobre.

Il mondo della moda torna a lavorare nel backstage, lontano dalle luci dei fashion show, lasciandoci in sospeso fino alle prossime sfilate.

Noi di D-ART abbiamo immortalato per voi i look più belli di questa Parigi fashion week, gli outfit delle icone più seguite della moda.

Eccoli per voi fotografati da Luigi Ciaccio.

 

Anna Dello Russo

Anna Dello Russo

Candela Novembre

Candela Novembre

Chiara Ferragni

Chiara Ferragni

Diletta Bonaiuti

Diletta Bonaiuti

Gala Gonzales

Gala Gonzales

Gilda Ambrosio

Gilda Ambrosio

Giovanna Battaglia

Giovanna Battaglia

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Elisa Nalin

Kristina Bazan

Kristina Bazan

Negin Mirsalehi

Negin Mirsalehi



 

(nell’immagine di copertina Natasha Goldenberg)

 

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Il meglio dello street style alla Parigi Fashion Week 

 

Saint Laurent P/E 2016: bad to the bone

Sfrontata, eccessiva e ribelle, la donna protagonista della passerella Saint Laurent per la collezione Primavera/Estate 2016 sfida il bon ton e il proverbiale savoir-faire tipicamente francesi: topless irriverenti fanno capolino da abiti sottoveste in tessuto sparkling, trasparenze hot e grande aggressività sono protagoniste assolute della passerella. Il mood è dichiaratamente punk-rock per una bad girl in coroncina.

Hedi Slimane non teme le regole, per una sfilata ad alto tasso di cattiveria. La sua donna è tosta ed indipendente, quasi un nostalgico richiamo ad un Femminismo che sembra scomparso o forse mai esistito.

La lingerie si conferma come il must have della Primavera/Estate 2016, indossata come un nuovo LBD, ma il seno è rigorosamente in vista. Ricami preziosi su abiti dalle trasparenze audaci e l’aria sfatta di chi è reduce da una notte di eccessi, per una sensualità esasperata che non teme le convenzioni borghesi.

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L’unico vezzo è nel diadema, quasi da bambine, che le modelle indossano, nuovo passepartout di questa bulla di quartiere in abiti extra lusso. Gli stivali di gomma stile Festival rivelano stampe e ricami, unica altra traccia di dolcezza in una collezione da “Bad to the bone”. Spacchi vertiginosi su gonne maxi, il chiodo di pelle è d’obbligo, tra cerniere in vista e borchie all over. Provocare sembra essere la parola d’ordine, tra suggestioni Nineties e richiami rock: gli eccessi di cattive ragazze, stile Courtney Love, fanno ora tendenza.

Un tripudio di spalline sottili che profumano di anni Novanta e nude look ad omaggiare la celebre “Collezione scandalo” della maison francese, realizzata nel lontano 1971. Torna ora lo slip dress in chiave 2.0, tra capispalla animalier e slip che si intravedono sotto le gonne. Non mancano le pellicce e il denim, declinato anche in chiave patchwork.

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Nel front-row del défilé spicca Catherine Deneuve, storica musa di monsieur Yves: certo è che l’atmosfera che si respira da Hedi Slimane è molto diversa da allora, ma la disinvoltura con cui la sua donna provoca è segno di un effortlessy chic che non tarderà ad imporsi. Consigliata solo a donne forti.


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Eterea, leggiadra e drammatica, a metà tra una guerriera dal destino tragico e un’eroina romantica, la donna di Sarah Burton per Alexander McQueen travalica i confini della moda, riuscendo nell’assai più arduo compito mai concesso ad uno stilista: emozionare. Una Primavera/Estate 2016 declinata nei candidi toni del rosa cipria per una collezione altamente evocativa.

L’Inghilterra dickensiana, cupa ed inospitale, si respira a pieno nelle anguste redingote e nell’austerità di alcuni abiti merlettati. Ma è l’East End di Londra a rivelarsi protagonista assoluto, in un lungo excursus che inizia nel XVII secolo.

Sarah Burton ci conduce nei luoghi che furono habitat degli ugonotti francesi immigrati in Inghilterra: le atmosfere di Spitalflields Market riemergono nella seta delle balze, delle ruches e dei volants dei lunghi abiti tagliati a vivo, castigati ed austeri, indossati sotto inedite biker jacket in rosa cipria.

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Crocevia del mercato della seta, Spitalfields divenne più tardi, in epoca vittoriana, teatro di violenze e barbari omicidi. È un po’ santa e un po’ meretrice, come Mary Kelly, l’ultima vittima di Jack the Ripper, la donna che sfila in mise trasparenti dalle profonde scollature, impreziosite da orli e frange. Quasi una eretica o strega da redimere, poesia e struggente romanticismo si incontrano in quest’eroina che cede alla modernità di sneakers e jeans usati. La redingote adesso è in denim, le decorazioni sono 3D, per un inedito mix di gotico e urban. Largo a blazer smanicati e abiti in un tessuto a rete che sa di antico.

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La palette cromatica si arricchisce di qualche tono d’azzurro e di un bianco puro dalle suggestioni mistiche. Ma lo spirito British emerge nelle contraddizioni: suggestivi i dettagli che tendono al punk, come le catene, indossate sulla pelle nuda, che creano suggestivi incroci sul petto e sui fianchi.

Via via la sfilata cede il passo ad un mood più bucolico, per capi dalle romantiche stampe floreali, che omaggiano i giardini all’inglese. Ma i toni sono freddi, più autunnali che primaverili, ed i richiami medievali, per una nuova Joan of Arc a cui Sarah Burton non concede redenzione, decretandone invece l’assoluta perdizione nella sensualità degli abiti da gran soirée: teatrali, maestosi, con una prevalenza di taffetà e velluti, mentre una nuvola di piume emerge nelle lunghe gonne a sirena. Quasi un’armatura nel corpetto lavorato in bicromie black & white, per un effetto altamente scenografico.

Una sfilata memorabile, che omaggia lo stile del compianto Alexander, morto suicida nel febbraio 2011. Perché la moda, a volte, fa ancora sognare.


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Balenciaga P/E 2016: nel segno del bianco

Balenciaga P/E 2016: nel segno del bianco

Si chiude nel segno della modernità, con un selfie a fine sfilata, l’epoca di Alexander Wang alla direzione creativa di Balenciaga. È un ragazzo come tanti altri quello che, sorridente e visibilmente emozionato, si immortala ai margini della passerella nell’ultimo inchino come direttore creativo della storica maison -incarico affidatogli nel 2012. Il “divorzio”, annunciato lo scorso luglio, ha suscitato grande clamore e perplessità.

L’ultima collezione firmata Alexander Wang, per la Primavera/Estate 2016, è nel segno del bianco. Total white protagonista assoluto: toni virginali e tripudio di raso di seta per una sfilata in pompa magna, a partire dalla location scelta, il Centre Laennec, fondato nel 1800 da studenti di medicina e gesuiti.

Una Primavera/Estate che profuma di una femminilità velata da sottovesti di raso e ricami: l’antico e il moderno si sposano alla perfezione, e se i corpetti lavorati e il pizzo omaggiano la classicità, le canottiere e i pantaloni cargo in tessuti fluidi tendono invece al futuro, per una donna dinamica e easy.

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I capi che sfilano in passerella ricordano certa lingerie di lusso, che tradisce però l’anima creativa del giovane designer statunitense, famoso per aver assunto nell’olimpo della moda capi apparentemente sportivi conferendo loro un inedito appeal sofisticato.

Nel suo addio alla celebre maison, Wang ne riscopre la storia e l’essenza più intima, votata all’artigianalità e all’amore per una sartoria di qualità.

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Una collezione poetica e minimale, dal grande impatto e dal candore innocente: anche le trasparenze più audaci, derivate dal pizzo portato su pelle nuda, vengono smorzate dalla pulizia del total white. Capispalla oversize per citazioni storiche si uniscono all’amore di Wang per il mood sporty-chic. Una cura particolare per i dettagli, come i gioielli e le espadrillas ricamate nelle tonalità del bianco.

Tra le modelle sfilano anche ragazze comuni, quasi a voler ristabilire un nuovo corso per la moda, lontano da certi schemi imposti negli ultimi anni. Il futuro inizia oggi.


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Lanvin P/E 2016: groupie metropolitana

HENRY MOORE TRIPUDIO DELLA FORMA E DELLA DONNA

Parlare del grande scultore Henry Moore è come volere dire qualcosa di originale su Michelangelo, tuttavia amo le sfide e ci proverò.

Le grandi Aule delle Terme di Diocleziano di Roma ospitano fino al 10 gennaio 2016 le opere di Moore e, anche se non foste proprio degli amanti dell’arte e della scultura in particolare, come mi ha fatto giustamente notare un mio amico architetto che chiaramente di spazi se ne intende, vale la pena visitare la mostra fosse anche solo per il meraviglioso contesto in cui le opere di Moore sono disposte perché dialogano in modo perfetto con le Aule delle Terme di Diocleziano contribuendo a ricrearne lo spazio.


HENRY MOORE TRIPUDIO DELLA FORMA E DELLA DONNA


Le Terme di Diocleziano sono tra i siti archeologici più affascinanti della Roma antica, spazi grandi, resti di marmi e antiche colonne; tutto contribuisce a trasportarvi fuori dal tempo per poi rientrare in una temporalità più attuale ma anch’essa sublime che è quella di cui potrete inebriarvi passeggiando all’interno del Chiostro Michelangiolesco antistante le Terme di Diocleziano .

Il percorso all’interno della mostra di Moore è abbastanza breve e le sculture dell’artista dialogano perfettamente con gli ambienti e con l’antica statuaria romana disseminata all’interno dei magnifici spazi.


HENRY MOORE TRIPUDIO DELLA FORMA E DELLA DONNA


Un altro gioiello che meriterebbe più di una visita, data la mole di reperti, resti archeologici e meravigliose statue romane tra Divinità pagane e culto della personalità, è il Museo Archeologico ospitato all’interno delle Terme di Diocleziano.

Ma ritorniamo a Henry Moore.

Nato a Castleford il 30 luglio del 1898, è morto a Much Hadham il 31 agosto del 1986, nella sua intensa vita ha avuto solo un’ossessione: la Forma.


HENRY MOORE TRIPUDIO DELLA FORMA E DELLA DONNA


Cos’è la Forma?, antica questione della storia dell’estetica.

Le sculture di Moore si avvicinano a quell’idea, forse impossibile da esplicare, che è la Forma .

La Forma, nell’estetica classica, è un’idea come il Bene, il Buono o il Bello, appartiene alla categoria delle idee ed è solo attraverso l’arte che la forma si rende visibile, anzi in modo privilegiato attraverso la scultura che è la regina della Forma.


HENRY MOORE TRIPUDIO DELLA FORMA E DELLA DONNA


Per rendere il concetto pensate alle forme del corpo della donna che amate, o se siete dei latin lover alle forme dei corpi delle donne che amate, ebbene non riuscirete mai a pensare un corpo nella sua globalità e unità, penserete sempre ad una particolare specifica forma, all’inclinarsi del collo che crea una qualche armonia speciale, come in Modigliani, o alla rotondità di un gluteo o ad un certa inclinazione del seno, ad una certa visione di profilo, o al movimento che crea l’incurvatura dei fianchi, insomma il caleidoscopio delle forme sarà quasi infinito e le composizioni potranno alternarsi in una continuità e discontinua mai uguale a se stessa.

Avete mai provato a guardare come un seno femminile può cambiare forma a seconda del lato da cui lo guardate? E le gambe?


HENRY MOORE TRIPUDIO DELLA FORMA E DELLA DONNA


Provate a immaginare le gambe della donna che amate, non le vedrete mai nella loro globalità ma immaginerete forse prima un ginocchio, poi forse la compattezza delle cosce o forse quell’arco meraviglioso che si produce all’altezza del pube che, se la vostra amata non è troppo grassa, potrà creare un vuoto, una fessura.

Insomma tutto questo immaginare di forme che si alternano e si compongono, che si spezzano in alcuni punti per poi ritrovarsi inserite in una nuova forma creando vuoti e pieni, tutto questo è la scultura di Henry Moore.


Come ben spiega la sua biografia Moore era ossessionato dal corpo femminile, dal mito della Madre Terra, dalle forme primitive, attraverso cui veniva adorata la femminilità.

Immaginate la pancia di una donna incinta, cosa c’è di più armonioso rotondo e sublime al mondo?

I corpi femminili di Henry Moore stanno lì a ricordarci che al mondo nulla è più bello di un corpo .

Non so se sono riuscita a farvi entrare nel mood ma se amate davvero il corpo umano e la sua bellezza non potrete non apprezzare la scultura di Henry Moore, tutta rigorosamente da accarezzare come le forme della donna che amate…

Buona visita.


HENRY MOORE

Museo Nazionale Romano alle Terme di Diocleziano – Grandi Aule, Roma

Data Inizio: 24 settembre 2015

Data Fine: 10 gennaio 2016

Costo del biglietto: 13,00 euro; 9,50 ridotto

Orario: dalle 09.00 alle 19.30 con ultimo ingresso alle 18.30

Telefono: 06 56358003 (06 39967700 info, visite guidate e didattica)

E-mail: [email protected]

Sito web: http://archeoroma.beniculturali.it

Il TPP, Trans-Pacific Partnership, spiegato

Dopo anni di negoziazioni sembra essere arrivato l’accordo definitivo sul TPP, il Trans-Pacific Partnership, il grandissimo accordo commerciale che cambierà l’economia e il commercio di 12 nazioni pacifiche che producono circa il 40% del PIL mondiale, quindi, di conseguenza, di tutto il mondo.


Obama ha investito moltissimo su questo accordo, il quale probabilmente sarà il suo lascito più importante per quanto riguarda la politica estera. Le economie di questi stati saranno collegate in modo molto più stretto. Secondo Obama il TPP è una tappa fondamentale nel percorso di avvicinamento all’Asia. Sicuramente servirà a controllare l’espansione incontrollata delle esportazioni cinesi che sta colpendo duramente le industrie americane.


Tra le questioni più dibattute in questo accordo c’è la protezione dei medicinali americani. Le grandi multinazionali di Big Pharma hanno spinto molto nelle fasi di negoziazione del TPP per limitare la concorrenza di compagnie estere con sede in paesi che hanno una legislazione diversa in termini di protezione dei brevetti farmaceutici.


Il TPP dovrà essere approvato dal Congresso e ci sono già critiche all’accordo da rappresentanti di entrambi i partiti. C’è chi sostiene che l’accordo protegga troppo le multinazionali e Wall Street e chi sostiene invece che non si avvicini neanche alle necessità delle grandi compagnie.


L’accordo è stato negoziato in grande segreto e non se ne conoscono ancora le specifiche dato che il testo potrebbe non essere rilasciato per almeno un altro mese. Quello che si sa è che si parla di commercio ma anche di protezione degli investimenti internazionali e di tariffe. Gli operatori di mercato vogliono creare un ecosistema in cui gli accordi commerciali diventino, effettivamente, sicuri e senza possibilità di recesso senza penale.
Questo è stato ottenuto tramite un sistema di risoluzione delle controversie molto efficace. se una delle due nazioni perde l’arbitrato e si rifiuta di rifarsi alle disposizioni della corte l’altra nazione ha facoltà di alzare le proprie tariffe nei confronti della nazione in fallo.
Per esempio un major di Hollywood ora potrà fare causa a uno stato nel caso questo stato non protegga i suoi diritti su di un film per un tempo prestabilito, nel caso 70 anni. Nel caso lo stato perdesse l’arbitrato internazionale sarebbe costretto a rifarsi a alle decisioni della corte pena un innalzamento delle tariffe nei suoi confronti.


Opposizioni all’accordo non sono arrivate solo negli Stati Uniti ma più o meno da tutti gli stati che hanno partecipato alle negoziazioni. Nonostante questo i governi sono andati avanti e i risultati si vedranno tra qualche anno. Sicuro ci saranno degli aggiustamenti macroeconomici come successo in Europa con le quote. Con questo accordo i produttori di latte neozelandesi saranno favoriti nei confronti di quelli canadesi per quanto riguarda il latte ma sfavoriti per quanto riguarda ad esempio il settore farmaceutico e così via.


L’accordo, probabilmente, comunque non è ancora rifinito a dovere e ci vorrà ancora circa un mese per avere un testo preciso. Poi, per quanto riguarda gli USA, dovrà essere approvato dal congresso e questo significa che nella migliore delle ipotesi sarà effettivo ad inizio 2016 e nel frattempo le proteste continueranno. Nonostante le critiche il TPP ha altissime probabilità di essere reso effettivo dal congresso dato che Obama ne è un forte sostenitore così come quasi tutti i leader repubblicani. Casa Bianca e Congresso sono per una volta d’accordo, insomma.

BLONDIEFULL FOR D-ART

Ciao tutti,

un po’ di tempo fa ho auto l’onore di essere invitata al Filmfestival di Procida, su un’isola che non avevo mai visitato prima di allora e felicissima di poterla vedere per la prima volta.

Consiglio vivamente di andare a vedere “la spiaggia del pozzo vecchia”, un paradiso di spiaggetta dove sono state girate alcune scene del film “Il Postino” di Troisi. Memorabile.

Prima dell’evento avevo ancora un po’ di tempo a disposizione, così mi sono preparata e sono andata a scattare un po’ di foto in questa meraviglia, con il mio abito couture di “Amen“!

La spiaggia era già vuota e il sole stava tramontando: davvero uno spettacolo della natura.

Per viverlo a pieno ho tolto le scarpe e ho passeggiato a piedi nudi sulla sabbia…(spiaggia e tacchi non vanno bene insieme).
Finita la sessione fotografica era tempo di andare Filmfestival, mi sono pulita i piedi ma…
al ritorno la sera in albergo, togliendomi le scarpe, ho trovato ancora dei granelli di sabbia… ed ero felice 🙂

Procida sei fantastica, spero di tornare presto…

ENGLISH VERSION:

Hi everyone,
Some time ago I had the honour to be invited to the Procida Filmfestival.
It was an Island I had never vistited before so I was really excited to have the chance to see it for the first time.
Obviously you cannot visit the Island (which is gorgeous) without having seen “la spiaggia del pozzo vecchio”.
The beach where some scenes were shot for the movie “Il Postino” by Troisi.

So I got ready to go the the filmfestival when I realised I still had some time left, so I decided to go and visit and admire the famous beach of Procida.
Dressed in my “Amen” couture dress I arrived at the beach.
The beach was already empty and the sun was going down..and absolute stunning view.
And of course I had to take off my shoes to feel the sand between my toes.(beach and heels don’t go together)
After shooting some pictures and cleaning off my feet it was time to go to the Filmfestival.
I was happy though (when later that evening in the hotel,taking off my shoes) to still find some sand ..
Procida you are absolutely beautiful and I hope to see you soon..

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Dress @AMEN COUTURE
Bag @GEDEBE
Shoes @KALLISTE
Earrings @TIFFANY AND CO

PH BY HENRIK HANSSON

Il meglio dello street style alla Parigi Fashion Week

Il meglio dello street style alla Parigi Fashion Week


Ed anche la Parigi Fashion Week sta per finire, portando via con sé i mesi dedicati alla moda.
D-ART per le strade ha catturato gli street style più interessanti, fotografati da Luigi Ciaccio.

Eccoli:

 

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L’importanza del CJFE, il Centro di giornalismo investigativo

Nato come Comitato del CIJ (centro di giornalismo investigativo) dell’America Latina per produrre campagne contro il rapimento, la tortura e l’assassinio di operatori dei media in America Latina, oggi ha gruppi di lavoro a Toronto, Montreal, Winnipeg, Vancouver, Ottawa e attua un monitoraggio costante sulle violazioni della libertà di espressione per i diversi paesi dell’America Latina.
Oggi cjfe.org è una delle associazioni indipendenti più autorevoli e quotate nel mondo del giornalismo d’inchiesta, soprattutto nei paesi in cui la libertà di informazione è seriamente messa in discussione.


Negli anni ha organizzato inchieste e reportage internazionali, fondi di sostegno a giornalisti esiliati, assistenza legale, newsletters periodiche di informazione e aggiornamento e due premi.
L’International Press Freedom Award, riconosciuto a coloro che hanno combattuto per tutelare la libertà di espressione e l’Integrity Award, a coloro che hanno agito con coraggio nel pubblico interesse, senza pensare ad un tornaconto personale “mettendosi a rischio di gravi rappresaglie”.

Ne parlo per due motivi.
Il primo, per invitarvi a conoscere e a votare i candidati al
Freedom of Expression Award 2016 (organizzato dall’ifex di cui gjfe da parte)


Il secondo per quella che considero una delle più belle campagne a diofesa della libertà di informazione che sono state realizzate negli ultimi anni, ed i cui manifesti tovate qui allegati.


Riccardo Tisci per Givenchy: un alchemico bilustro di croci e delizie

Dopo l’amarcord attraverso le emozioni suscitate da John Galliano per Christian Dior qui, D-Art, in occasione del decennale del designer italiano per la maison di moda francese, vi conduce, grazie a 5 video, nel ricordo delle sfilate più memorabili.


Ci si aspettava un designer con una forte impronta italiana, ricco di positivismo e opulenza quando, circa dieci anni fa, Riccardo Tisci debuttò sulle passerelle parigine dell’Haute Couture, lasciando tutti senza fiato.
La Maison Givenchy stava fallendo e l’unica ancora di salvezza era risollevarne le sorti affidandosi a un talento che stava proiettando la sua personale visione sul mondo.
Scoperto alla settimana della moda milanese, nell’autunno 2004, Tisci decise di portare in passerella il lato oscuro della moda, sperimentando materiali innovati e volumi decostruiti, ricchi di riferimenti al mondo dell’arte sacrale e al gotico grottesco. Un anticipatore di tendenze in grado di spianare la strada a quello che sarebbe stato il trend degli anni a seguire.
La melanconia, la forte religiosità, l’infanzia segnata dalla perdita del padre e l’aura della femminilità che pervade le sue giornate, grazie alle otto sorelle, mix esplosivo e fonte ispirazionale costante. Il designer è riconosciuto anche per l’italianismo soffuso, mai invadente, che, però, ha sempre celato una critica al panorama politico e sociale.
E’stato lui stesso a sdoganare il fenomeno “no gender” iniziando, anni orsono, a giocare con l’ambiguità e la varietà razziale.
Sin dalla sua prima collezione, 8:30, The Procession, elaborata come progetto finale per la Central Saint Martins School di Londra, frequentata grazie a una borsa di studio, ha, inoltre, denotato una forte sensibilità per il mondo delle arti.
Proprio per questo motivo, sceglie da sempre la collaborazione di Marina Abramović, Antony Hegarty, Vanessa Beecroft e Erykah Badu.
E grazie alla sue forte identità, i riconoscimenti da parte del mondo dello spettacolo sono cresciuti a dismisura. Maria Carla Boscono, Madonna e Donatella Versace che, nonostante fosse una concorrente, ha posato per una delle ultime campagne Givenchy, solo alcune delle sue estimatrici.
La moda di Tisci, inoltre, è democratica. Basti pensare che, dieci anni dopo il suo ingresso nell’ufficio stile, è diventata anche social: 1200 gli inviti estesi alla gente comune per la sfilata celebrazione a New York, lo scorso 11 settembre.


Una notizia che spiana la strada all’excursus attraverso i 5 show evento che, in questi anni, hanno fatto breccia nella collettività:



Un video inedito per ricordare il debutto per la casa di moda con l’Haute Couture Primavera/Estate 2006.



Il leitmotiv è il leopardato. Una giungla pagana, quella di Tisci, che bandisce la religiosità portando in passerella, per la prima volta, un transgender: Lea T.



Con l’utilizzo dell’iconografia neo gotica dà il via a uno dei trend dell’ultima decade.



E’ Path McGrath, make up artist di fama mondiale, a celarsi dietro ai volti tribali visti in passerella. Una scelta stilistica che, tutt’oggi, identifica gli show Givenchy.



Haute couture e Ready to wear si fondono in un’unica visione. E’ il percorso della casa di moda negli ultimi dieci anni. La femminilità viene mixata agli elementi del guardaroba maschile bandendo il technicolor.

Erdogan e l’Europa, evoluzione di un rapporto complicato

Il presidente della Turchia Recep Tayyip Erdogan è in visita in Europa, proprio nella Bruxelles che sta mettendo in discussione l’accesso del grande paese islamico all’interno della comunità. Erdogan, però, non parlerà molto della richiesta turca di entrare in Europa ma di problemi contingenti: la guerra in Siria e la crisi dei migranti.


L’Europa ha messo sul piatto un miliardo di euro per aiutare la Turchia a gestire la crisi dei migranti siriani. I turchi dal canto loro hanno risposto di non chiedere aiuto ma che i soldi sono sempre ben accetti. Servono soldi, difatti, per gestire la sanità, l’educazione e i servizi sociali per l’enorme massa di rifugiati con cui la Turchia si è trovata a convivere.


I numeri sono impressionanti, si parla di 2 milioni di immigrati e, per forza di cose la Turchia è diventata uno dei principali hub da cui gli immigrati tentano l’accesso in Europa, di solito via Grecia. I leader europei stanno iniziando a considerare con la dovuta attenzione la situazione e a pensare di dover dare una mano alla Turchia nella gestione della crisi.


La situazione ha messo l’Europa in una posizione scomoda: bisogna trattare con Erdogan, aiutarlo data la bomba a orologeria che ha in casa e bisogna farlo senza molto da poter offrire alla controparte. Il processo di accesso all’Unione Europea della Turchia è fermo da anni, le critiche all’autoritarismo di Erdogan piovono a frotte, invece, da ogni stato.


D’altro canto l’economia turca sta rallentando dopo anni di crescita fuori schema e nel sud est ormai si è vicini a una guerra civile palese e non più sotto traccia. Erdogan avrà un incontro a 4 con il presidente del Parlamento Martin Schultz, il presidente della Commissione Jean Claude Juncker e quello del Consiglio Donald Tusk.


I fondi europei dati alla Turchia per la crisi sono poi, secondo i turchi, fondi già allocati alla Turchia per il programma di accesso alla Comunione semplicemente rinominati. Quindi sono di aiuto ma ne servirebbero degli altri specifici per il problema.


Altro argomento di discussione sarà la Siria, i turchi hanno proposto la creazione di una no-fly zone di 80 km al confine tra Turchia e Siria. L’idea turca è che la no-fly zone sia gestita a terra dalla Free Syrian Army, un gruppo di ribelli anti-Assad. Uno scenario difficile da sostenere con l’entrata in guerra della Russia che considera terroristi praticamente allo stesso modo i miliziani dello Stato Islamico e i ribelli anti-Assad.


L’obiettivo principale della no-fly zone, anche se i turchi non lo ammetteranno mai, era quello di limitare il controllo del territorio delle milizie curde legate al PKK perché la paura principale di Erdogan non è la presenza di uno stato gestito da fanatici fondamentalisti religiosi ai suoi confini ma che ci sia uno stato curdo organizzato che possa dare manforte ai curdi turchi.

LUCREZIA ARGENTIERO IN VIAGGIO NELLE ISOLE PIU’ BELLE DEL MONDO

Lucrezia Argentiero, nata a Ceglie in Puglia, è una giornalista e filmaker che se non la trovate in quel di Bologna dove risiedere, la troverete sicuro in viaggio perché tra le tante sue passioni ci sono proprio i viaggi e il racconto dei luoghi attraverso le immagini, ha infatti realizzato numerosi documentari d’attualità e turistici, molti dei quali premiati.
Lucrezia Argentiero ha scritto un libro che non può mancare nella libreria di tutti gli appassionati di viaggi ma anche di chi semplicemente vuole scoprire posti lontani standosene comodamente seduto in poltrona.
Il libro si intitola Il giro del mondo in 80 isole, guida alle mete da sogno vicine e lontane , pronti a partire?

Qui di seguito l’intervista a Lucrezia Argentiero.





Perché l’isola?


L’idea mi è venuta mentre ero in vacanza alle Tremiti, le isole della mia terra d’origine, la Puglia. Era un periodo un po’ particolare della mia vita, di quei periodi in cui hai davvero bisogno di energia. Di quella energia che solo un piccolo lembo di terra circondato dal mare può ridarti e da cui è impossibile non farsi contaminare. Forse perché il vento non smette mai di soffiare, liberando la testa, svuotandola dai pensieri, conducendo la nostra immaginazione in mondi meravigliosi e sconosciuti.
E stare in quella dimensione per me è stata la “salvezza”!


E’ stata la salvezza… Che vuoi dire?


Stare fermi su un’isola, vivendola, equivale in un certo senso a ‘viaggiare’ interiormente.
Arriva un momento nella vita in cui hai bisogno di stare con te stessa. Staccarti da tutti e da tutto. Tirare un po’ le somme e fare anche pulizia. La frenesia, il continuo muoversi per “fare” mi aveva portato a perdere di vista quelle che sono le cose essenziali del vivere. E lì nell’isola di San Domino le ho cercate e ritrovate tutte. Lentamente, ma alla fine le ho ritrovate.


Quest’anno ho visitato Lipari e poi Stromboli, sono rimasta stregata da Stromboli, tu cosa pensi delle isole Eolie?


Quando penso alle Eolie mi tremano ancora le gambe! Ho avuto la fortuna di poterle ammirare dall’alto, a bordo di un elicottero, anzi, forse è meglio dire “appesa” fuori dall’elicottero. Più di dieci anni fa, durante un press tour, mi hanno chiesto se volevo scattare delle foto da un’altra prospettiva e non mi sono tirata indietro. Ero ancora più intraprendente e avventurosa di adesso! Le Eolie sono meravigliose, da sotto e da sopra! Un paradiso in mezzo al mare. Un consiglio? Se pensate di andarci, visitatele tutte e sette. Ognuna vi stupirà in maniera differente.


LUCREZIA ARGENTIERO IN  VIAGGIO NELLE ISOLE PIU’ BELLE DEL MONDO


La dimensione dell’isola ci pone molto vicino al senso dell’altrove, del desiderio puro, sei d’accordo?


Le isole hanno sempre affascinato. Sono lì in mezzo al mare, all’orizzonte e sembra quasi che ti aspettino e che ti chiamino con il sibilo del vento. Hanno sempre fatto parte dei miei e dei desideri di molti… E penso che sia anche un po’ il sogno di tutti, quello di mollare ogni cosa e trovare il proprio rifugio in uno di questi fazzoletti di terra. Magari, perché no, in compagnia della persona amata!


Cosa cerchi nella tua isola?


Chi va in un’isola cerca la lontananza, il distacco, la solitudine, la serenità. Io cerco anche il vento. Le isole mi hanno sempre affascinato, un po’ perché amo il mare, ma soprattutto per il vento. Alla maggior parte della gente il vento spaventa. A me dà energia. Positività. Mi fa vedere lontano… Mi fa sognare.


L’isola dove vorresti vivere?


Ne ho due. Per i mesi freddi mi trasferirei alle Lofoten in Norvegia, ancorate a nord del Circolo polare artico. Sono delle terre spettacolari, fatte di silenzio e di colori. Il blu del mare, il bianco della neve che le ricopre per gran parte dell’anno e il rosso delle casette di legno: le rorbuers.
Per i mesi caldi scelgo Ceglie. Sì avete capito bene. Ceglie Messapica, in provincia di Brindisi, per me è un’isola paradisiaca. E anche se non è un fazzoletto di terra circondato dal mare, ha tutti i pregi di un’isola sperduta nelle acque! Qui soffia sempre il vento. Qui puoi ritirarti in solitudine o darti alla “movida”. Qui respiri un’aria salubre. E sempre a Ceglie, famosa perché terra di gastronomia, puoi mettere a tavola ogni ben di Dio! E se mi viene voglia di mare? Ho l’imbarazzo della scelta, a seconda di come gira il vento, proprio come su un’isola, posso decidere di andare sullo Ionio o sull’Adriatico! Ah dimenticavo: io sono nata a Ceglie! Ma giuro…non sono di parte!


Tutti abbiamo sognato da ragazzine con il film Laguna blu, due che si amano soli su un’isola, pazzi l’uno dell’altro. Non è questa la dimensione più vera dell’amore?


Essere in un posto da favola è sicuramente importante e dà più vigore e fa sognare ancora di più. Però penso che l’amore vero non ha bisogno di particolari contesti. Quando si è “accecati” dal sentimento si è già su un’isola. E in quell’isola il vento soffia eccome!

Elie Saab P/E 2016: l’eleganza è femmina

Ci sono brand dalla personalità talmente forte e ben definita da riconfermarsi ad ogni stagione come una certezza. Una femminilità classica, che non teme pizzi, fiocchi e merletti, è da sempre il biglietto da visita di Elie Saab, anche per la Primavera/Estate 2016.

Lunghi abiti in pizzo sangallo, audaci trasparenze e dettagli romantici, come i fiocchi, che abbondano, dai colletti fino alle lunghezze delle gonne. Una collezione ricca di suggestioni e proposte per la prossima Primavera/Estate.

Tornano di moda le righe, su sfiziosi abitini corti con gonna a palloncino e colori glossy o su lunghissimi kimono di pura seta, per un look che non teme le temperature torride. Richiami boho-chic nelle maxi gonne gipsy e nei lunghi abiti dalle suggestioni Seventies.

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Fiocchi e romantiche stampe floreali da Elie Saab

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La top model britannica Lily Donaldson in passerella per Elie Saab

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Trasparenze, balze e fiocchi per la Primavera/Estate 2016 di Elie Saab



Una donna sofisticata e fiera della propria femminilità, che cede talvolta a richiami sporty-chic, come nei bomber a righe da indossare sopra impalpabili gonne in seta. Tra i principali trend proposti dalla maison libanese, l’uso del bomber è la novità per la prossima stagione estiva: coloratissimo e sportivo, il capo riesce a bilanciare perfettamente l’appeal iperfemminile degli outfit proposti in passerella. Un altro capo che viene ufficialmente sdoganato sono gli shorts, meglio se in tinte accese.

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Righe e colori fluo

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Un lungo kimono di seta con fiocco sul collo

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Gigi Hadid in passerella con un abito boho-chic



Tante le top model che si sono alternate nella sfilata, da Kendall Jenner alla biondissima Gigi Hadid. Lunghi abiti da sera impreziositi da paillettes e romantiche fantasie floreali hanno caratterizzato le ultime uscite del défilé. Per un’eleganza che non teme la femminilità più genuina.


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YAYOI KUSAMA AL LOUISIANA MUSEUM TRA SESSO MODA FOLLIA E POIS

“Con lo strumento dell’arte voglio approfondire la ricerca della verità, innalzare il cuore degli uomini verso un domani sfavillante nel rispetto degli esseri umani”. (Yayoi Kusama)


YAYOI KUSAMA AL LOUISIANA MUSEUM TRA SESSO MODA  FOLLIA E POIS


Yayoi Kusama classe 1929 è un’artista giapponese le cui opere giocose e coloratissime non possono non catturare la nostra attenzione portandoci in una dimensione folle, infantile, onirica e spaziale.
Yayoi Kusama non ha mai nascosto i suoi problemi personali ed anzi autonomamente si è ricoverata in un’ ospedale psichiatrico in Giappone dove ha anche il suo studio di artista.


YAYOI KUSAMA AL LOUISIANA MUSEUM TRA SESSO MODA  FOLLIA E POIS


La sua arte è chiaramente una forma di terapia delle sue ossessioni e fragilità interiori e ritrovarsi all’interno delle sue opere è un’esperienza incredibile, come ritrovarsi in una dimensione altra, senza tempo, in un sogno, il suo sogno, il sogno di questa meravigliosa artista fragile ed intelligentissima con l’effetto di esorcizzare molti dei nostri fantasmi.
A leggere però la sua autobiografia dal titolo Infinity Net, Yayoi Kusama dimostra tutt’altro che follia ma al contrario un’intelligenza e lucidità fuori dal comune.


YAYOI KUSAMA AL LOUISIANA MUSEUM TRA SESSO MODA  FOLLIA E POIS


Dal 17 settembre il Louisiana Museum gli dedica una grande retrospettiva ripercorrendo sessant’anni di carriera dalle performance contro lo stato alla liberazione sessuale della donna imprigionata nel fallicismo maschilista, alle collaborazioni con i grandi stilisti francesi.
Yayoi Kusama nel 1959, con il trasferimento dal Giappone a New York, crea i suoi primi lavori della serie Infinity Net, delle grandi tele lunghe quasi una decina di metri.
Agli anni ’60 risalgono le opere Accumulatium o Sex Obsession e sono questi anche gli anni delle performance a sfondo sessuale.


YAYOI KUSAMA AL LOUISIANA MUSEUM TRA SESSO MODA  FOLLIA E POIS


Una delle sue ossessioni è quella di rappresentare l’infinito.
Alla Biennale di Venezia del ’93 crea una sala di specchi con dentro zucche giganti , seguono fiori giganti e piante colorate.
Nel video “Love Town” si ritrovano tutte le sue ossessioni, il sesso prima di tutto e poi il cibo i pois e i reticolati.
L’immaginario di Yayoi Kusama ha molto attratto il mondo della moda, Kusama ha collaborato con Marc Jacobs, direttore artistico di Louis Vuitton, creando una collezione fatta di abiti con pois enormi e colorati.


YAYOI KUSAMA AL LOUISIANA MUSEUM TRA SESSO MODA  FOLLIA E POIS


Sempre per Luis Vuitton ha collaborato per realizzare una linea di borse che certo non sono il massimo delle sue creazioni.
Se le sue incursioni nella moda lasciano molto a desiderare come artista Yayoi Kusama è una delle figure più interessanti nell’ambito dell’arte contemporanea e speriamo di averla presto in una retrospettiva in Italia .


http://www.yayoi-kusama.jp


YAYOI KUSAMA.
Humlebaek (Danimarca),
Luisaiana Museum
www.en.louisiana.dk
Dal 17 settembre al 24 gennaio 2016

Perché Italia e Francia stanno litigando per il Monte Bianco

Il Monte Bianco con i suoi 4.809 metri è la montagna più alta d’Europa e ne ha viste tante da lassù ma questa potrebbe essere una novità. Francia e Italia si stanno dando battaglia per alcuni metri di vetta del tetto d’Europa.


La disputa non è una novità, sono 155 anni che va avanti, ma in questo ultimo periodo sta diventando sempre più “spiacevole”.
La recrudescenza del problema è dovuta alla decisione del sindaco di Chamonix, Eric Fournier, di chiudere una delle porte in territorio italiano al ghiacciaio contestato e di bloccare in questo modo l’accesso dall’Italia per ragioni di sicurezza a suo dire.


Le guide alpine di Chamonix hanno tolto i segnali di pericolo italiani e messo delle proprie barriere. Nel fare questo hanno bloccato l’accesso al rifugio italiano Torino e hanno reso più difficile ai team di recupero soccorrere gli alpinisti in difficolta su di quel tratto di ghiacciaio particolarmente affollato.


Il problema è che Francia e Italia considerano per il confine due trattati diversi. Gli italiani si affidano al trattato di Plombiéres tra l’Italia e Napoleone III del 1858 mentre i francesi riconoscono l’armistizio di Cherasco che era stato firmato con Napoleone Bonaparte.


Peccato che tutti i trattati di Napoleone sono stati cancellati con la Restaurazione come ricorda il sindaco di Courmayeur Fabrizia Derriard. I francesi, poi, sostengono di aver perso la loro copia dell’accordo di Plombiéres in un incendio nazista a Parigi. Una copia è, invece, perfettamente conservata nell’archivio storico di Torino. La NATO, difatti, considera valido l’accordo di Plombiéres ma i francesi sembra non vogliano sentire ragioni.


In un periodo come questo, dove Schengen sembra essere messo in discussione i confini tra gli stati europei sembrano acquisire nuovamente importanza. La discussione su quei 300 metri pone anche delle questioni di sicurezza, ad esempio in caso di intervento per un incidente e in un ghiacciaio così affollato non è una possibilità remota, chi dovrebbe intervenire?


Questa è comunque l’ultimo di una serie di schermaglie di confine tra Italia e Francia, con la chiusura del confine di Ventimiglia per l’ingresso di migranti e rifugiati e con l’inaugurazione della nuovissima e bellissima Skyway Monte Bianco, nuova attrazione di Courmayeur che ha infastidito i francesi i quali non si sono neppure presentati all’inaugurazione.


La questione è destinata a rimanere discussa per molto tempo, nel mentre le guide alpine italiane hanno smontato i blocchi francesi e hanno re-installato i segnali italiani.

Balmain P/E 2016: valchirie e supermodelle

Parata di stelle in passerella per Balmain, per la sfilata Primavera/Estate 2016. La maison francese propone una donna selvaggia e ribelle, per una collezione dalle suggestioni tribali che ha incantato Parigi, rivelandosi l’evento più esclusivo della settimana della moda francese.

Chi ha detto che l’era delle supermodelle è finita da un pezzo forse sarà costretto a ricredersi: bellezza e (incredibile ma vero!) curve da capogiro si sono alternate in passerella, valorizzando con falcate e grinta le creazioni Balmain per la prossima Primavera/Estate. Sulle note di Michael Jackson hanno sfilato nomi del calibro di Doutzen Kroes, Alessandra Ambrosio, le sorelle Gigi e Bella Hadid, Kendall Jenner, Joan Smalls, Lily Donaldson, Isabeli Fontana e ancora Jourdan Dunn, Lily Aldridge e Stella Maxwell: le top model più famose del momento sono state regine incontrastate del défilé. Femminilità allo stato brado per indomite valchirie in tacchi alti e catene.

Olivier Rousteing propone una collezione sexy ed aggressiva, dai tocchi eccentrici e dall’appeal sofisticato. Maglie di metallo che ricordano il Paco Rabanne degli anni Sessanta, gemme ricamate su audaci pencil skirt che valorizzano la silhouette femminile o su lunghi abiti da sera di gran lusso. Gioielli etnici e mood da amazzoni contemporanee per capi interamente lavorati in crochet con audaci corpetti ricamati e mirabili arabeschi in chiave tribale. Balze e volants si rivelano l’unica componente romantica a cui questa valchiria metropolitana si lascia andare. Women have the power: questo sembra essere il mood predominante della sfilata, per una donna che si riappropria della propria arma più pericolosa, la seduzione.

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La top model olandese Doutzen Kroes in passerella per Balmain

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Alessandra Ambrosio indonna un miniabito sparkling

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Kendall Jenner

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Gigi Hadid

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Crochet ed effetti grafici creano inedite stampe tribali

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Lavorazione all’uncinetto per abiti da sera da amazzone contemporanea



La collezione trae spunto dalla serie televisiva “Empire”, incentrata sull’universo discografico dell’hip hop e dell’R&b. Una femminilità dai toni aggressivi eppure sofisticati, che valorizza la silhouette e la personalità. Tra i materiali usati spicca il mousseline di seta, per pantaloni e gonne con volants romantici, che ricordano il flamenco. La palette cromatica vede in primo piano i toni scuri, come cioccolato, cognac, sabbia e oro, misti ai toni del verde e del nero.

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La top model brasiliana Isabeli Fontana

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Lily Aldridge

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Bella Hadid per Balmain

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La supermodella britannica Lily Donaldson

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Lunghi abiti traforati per un lusso contemporaneo



Un clamore eccezionale ha caratterizzato il défilé, divenuto immediatamente protagonista sui principali social network. La notte firmata Balmain è continuata col blindatissimo party after-show organizzato al ristorante Laperouse e si è conclusa con maxi festeggiamenti all’Hôtel Costes. Un grande successo messo a segno dal giovanissimo designer Olivier Rousteing, appena trentenne, dopo la riuscita collaborazione di Balmain con H&M, protagonista incontrastata dell’Autunno/Inverno 2015-2016.

(Foto Madame Figaro)


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Vionnet P/E 2016: come una dea

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Il peplo greco rivisitato come nuovo abito da sera, unito a drappeggi sartoriali e impalpabile chiffon: sfila a Parigi la Primavera/Estate 2016 di Vionnet.

La parola d’ordine è una: sognare. E la collezione di Vionnet incanta, portandoci in una dimensione quasi onirica in cui la donna è protagonista di una fiaba moderna, tra abiti scultura dalle suggestioni couture e dettagli di grande qualità e ricerca stilistica.

La delicatezza di tulle, veli e chiffon si unisce alla femminilità più genuina, che vuole ancora una donna dall’eleganza sofisticata. Come una principessa, sfila una visione fatata in leggiadre creazioni dall’intramontabile appeal, accompagnata dalle soavi note di un violoncello.

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La celebre maison francese rilancia una visione couture della moda, per capi dal grande impatto scenografico. Trasparenze, veli, plissé e materiali come l’organza e lo chiffon, per nuance delicate e abiti peplo dal sapore classico. Strascichi e mantelli trasparenti per una diva d’altri tempi.

Goga Ashkenazi propone una collezione fiabesca in cui il tocco di Hussein Chalayan -new entry della maison- bilancia l’appeal iperfemminile. L’imprenditrice kazaka ha messo a segno un altro colpo, proprio a ridosso dell’inizio della fashion week parigina,aprendo il primo monomarca al 31 di rue François-1er nella Ville Lumiere. Un progetto ambizioso, curato dall’architetto Renato Montagner, che si sviluppa partendo dallo storico atelier di Madame Vionnet.

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(Foto Madame Figaro)



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Rochas P/E 2016: Surrealismo in chiave glossy

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Romantica, sofisticata e colorata: sarà così la Primavera/Estate 2016 di Rochas. Una sfilata che riporta in auge tra i principali trend un’eleganza sartoriale di cui avevamo perso memoria. Per i 90 anni della maison francese Alessandro Dell’Acqua propone una full immersion nella femminilità classica rivisitata in chiave californiana.

Carta da zucchero, rosa baby e fiori laminati per un mood sparkling si alternano a grandi fiocchi couture per creazioni dal sapore sartoriale. Alessandro Dell’Acqua mixa magistralmente suggestioni da West Coast a tocchi surrealisti.

Broccato di seta gold per stampe floreali dal sapore barocco convivono con giraffe rivolte al sole che fanno capolino da tuniche versione gran soirée o da gonne a tubo, per tocchi eccentrici di grande stile.

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Ispiratrice della collezione è Gala Éluard Dalí, eccentrica musa nonché sposa di Salvador Dalí: la donna di Rochas ha un’eleganza fieramente sopra le righe. L’opulenza orientale (Gala era originaria della Russia), si sposa alla California dei Beach Boys, in un inedito ma quanto mai riuscito mix. Inedite bretelle spuntano da gonne a ruota; la severità di colletti da istitutrice svizzera si unisce alla sartorialità tipica delle collezioni del designer italiano. Prevalgono materiali quali l’organza e il macramé che vengono spezzati da capispalla in PVC dai colori sorbetto, per un glossy mood estremamente patinato e moderno. Jacquard e paillettes insieme ad audaci trasparenze e tagli couture completano una collezione ricca di spunti.

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(Foto Madame Figaro)


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Caroline de Maigret, Parisienne chic

Putin bombarda i ribelli anti Assad e non l’ISIS

La Russia ha iniziato a bombardare in Siria e questo ha creato diversi problemi agli USA. Per cominciare la presenza di aerei russi così vicini agli aerei della coalizione crea dei problemi di sicurezza, senza una coordinazione i caccia che affollano i cieli siriani rischiano di provocare incidenti imbarazzanti. Nonostante non ci sia coordinazione tra le due forze i generali russi hanno chiesto che gli americani si tenessero fuori dallo spazio aereo siriano durante i loro attacchi ma gli americani hanno mandato la richiesta al mittente.


I russi che condividono intelligence con siriani, iracheni e iraniani sono diventati l’attore principale dello scenario bellico siriano e gli USA, volenti o nolenti, dovranno discutere con loro e scendere a patti con la loro volontà di tenere l’amico di lunga data Assad al potere.
La coalizione americana comprende 62 stati a cui si è aggiunta recentemente la Francia ma la vera potenza ora è nelle mani della coalizione russa.


Le differenze tra russi e americani però non si fermano qui. Putin ha una idea diversa su come sconfiggere i militanti dello Stato Islamico. Putin alle Nazioni Unite ha ribadito che gli sforzi occidentali stanno fallendo e che per sconfiggere l’ISIS sarà necessario accordarsi con Assad e non cercare di scalzarlo dalla sua posizione come stanno cercando di fare gli USA. Oltre ad Assad Mosca pensa sia necessario allearsi con Tehran, altro passo che Washington non è pronta a fare.


Come se non bastasse Putin ha diretto i primi attacchi in territorio siriano su obiettivi non appartenenti a Daesh ma contro l’esercito ribelle. Per di più il gruppo in questione è stato con ogni probabilità addestrato dalla CIA e fa parte della coalizione supportata dagli americani che combatte contro Assad.
Gli USA hanno iniziato a sostenere che l’aiuto russo ai siriani non farà altro che buttare benzina sul fuoco e rendere la situazione siriana ancora più instabile. La posizione americana è stata resa “ufficiale” dai segretario alla Difesa Ashton Carter il quale ha dichiarato: che i bombardamenti russi sono avvenuti “in aree dove probabilmente non c’erano forze dell’ISIS” e che “c’è una contraddizione logica” nella posizione di Putin per cui combattere contro forze che si oppongono a ISIS e Assad aiuti a sconfiggere lo Stato Islamico. Carter ha continuato sostenendo che non ci sarà sconfitta dell’ISIS senza un cambio politico in Siria.


Se la situazione è quella descritta dall’ambasciatore francese negli Stati Uniti, Gérard Araud, cioè che la Russia “sta bombardando i ribelli che combattono Assad, non l’ISIS. La Russia ha usato l’ISIS come pretesto per aiutare un Assad indebolito” allora la situazione diventerà ancora più calda e i rifugiati politici in Europa non potranno che aumentare.

Milano Moda Donna: la sfilata di Fatima Val

Milano Moda Donna: la sfilata di Fatima Val

Filo conduttore di tutte le collezioni di Fatima Val è il nero, il colore non colore dentro cui la designer compone i suoi straordinari capi.

Nuove metamorfosi per la collezione primavera-estate 2016 in cui sessualità e spiritualità si tingono di atmosfere che vanno dal carbone intenso al nero o dal bianco alle fredde tonalità dell’acciaio.

Fetish feticcio il guanto nero indossato su una sola mano, strati di cinture che adornano vite e seni, buste rigoramente black.

I tagli sono vivi e i materiali naturali quali morbida pelle, seta e cotone raffinato. I capi sono comodi, avvolgono il corpo ma senza fasciarlo donandogli la piena libertà di movimento, le lunghezze si spingono fino alle caviglie nei trench e nelle gonne asimmetriche, per una donna dark e indipendente.

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Guarda qui l’intera collezione:

Rosy Bindi e il suo complicato rapporto con le mafie

Rosy Bindi in campagna elettorale ammetteva tranquillamente che lei, di mafie, non sapeva assolutamente nulla. Non stupisce quindi che questa incompetenza emerga ogni volta che si faccia un ragionamento che sia anche solo più serio delle previsioni del tempo. Quella che De Luca ha stigmatizzato come imbarazzante ignoranza linguistica ha qualcosa di più profondo. Ma occorre anche ricordare che per statuto del PD la Bindi non è più ricandidabile (e prepara un’uscita di scena sdegnata del cliché “messa alla porta perché scomoda”). E l’unico modo che ha per far parlare di sé è farne qualcuna “di troppo” che la riporti sulle cronache più per le reazioni che per un atto vero, significativo, della commissione che ormai presiede da tre anni.
Ci riuscì ad esempio con quell’elenco di impresentabili reso noto senza diritto di replica e specifica (e con enormi e abbondanti omissioni) il giorno del silenzio elettorale delle elezioni regionali. All’epoca venne querelata da De Luca (e il dato è certo e l’atto è formalmente depositato), come è certo che non ha accettato un confronto pubblico chiesto dai “nominati”. Millantò invece di aver presentato ricorso al collegio dei garanti del PD proprio contro De Luca, il che invece resta nell’archivio dei suoi comunicati stampa, perché di tale ricorso non vi è traccia.
A far parlare di sé ci riesce oggi con quella frase: “la camorra è un elemento costitutivo della società napoletana”, che è stata sviscerata in molte salse e commentata ampiamente.
Dire che la Camorra è una realtà è un conto, e dovremmo ricordarcene sempre, anche quando qualcuno del PD denuncia infiltrazioni e voti strani alle primarie (nazionali, regionali e locali) e quando il PD nazionale chiude un po’ troppo le palpebre. A ben ricordare occhi un po’ troppo chiusi li aveva quella stessa Rosi Bindi che del PD fu presidente, se la storia e le cariche contano. E non si ha memoria di alcun suo atto moralizzatore in tal senso. Eppure poteva, esattamente come oggi molto può l’attuale presidente Orfini.
Dire che la camorra è elemento costitutivo della società napoletana sarebbe come dire che l’essere barbaro saccheggiatore è elemento etnicamente intrinseco ai Lombardi. A giudicare da molti saccheggi al sud ai tempi della Cassa del Mezzogiorno e del boom economico verrebbe da dire che è verosimile. E tuttavia non è così. Per di più nessuno si stupirebbe se a questa affermazione Lombardia e Milano querelassero a mani basse. Ci si stupisce invece delle reazioni partenopee. Perché, altra tesi congenita, è che il napoletano debba “subire in silenzio”, e se si ribella è ignorante e camorrista.
Di camorra si deve parlare, sempre, e che la camorra sia un fenomeno storico e sociale della Campania è elementare. E tuttavia definirlo elemento costitutivo della società è in sé un regalo di legittimazione senza precedenti. Significa elevare la camorra oltre le istituzioni, a modus evolvendi etnico e ad elemento caratterizzante un popolo ed una società. Divenendone più che ogni altra cosa elemento imprescindibile. Verrebbe da dire a questo punto che è un’istituzione, e quindi perché combatterla?
Avevo fatto un ragionamento simile a proposito del funerale Casamonica
Ma a questo non arriva proprio chi di Napoli conosce poco o nulla, chi è abituato a parlarne in un certo modo, e soprattutto chi di mafie sa poco o nulla. O peggio chi si inventa “professionista dell’antimafia”. Sono quelli che usano la Mafia per fare carriera politica, ma di cui appunto non si ricorda alcun atto concreto in tal senso.
Sono quelli che probabilmente senza la mafia non esisterebbero. E anche per questo motivo, spesso, involontariamente e più o meno inconsapevolmente,finiscono con l’essere i più grandi alleati delle mafie. Soprattutto con questi regali mediatici. Perché senza le une non esisterebbero gli altri.