Archive for novembre, 2015

Chanel Once and Forever: il trailer

Cresce l’attesa per la sfilata della collezione Chanel Métiers d’Art, che sarà presentata domani nella suggestiva location degli studios di Cinecittà, a Roma.

Un omaggio all’Italia, patria del cinema d’autore: la location scelta da monsieur Karl Lagerfeld per presentare la nuova collezione non è casuale. Qui verrà infatti presentato, insieme alla sfilata, anche il nuovo cortometraggio diretto da kaiser Karl, dedicato alla vita di Coco Chanel.

Once and forever vede tra le protagoniste Kristen Stewart e Géraldine Chaplin, che interpretano due attrici chiamate a misurarsi col ruolo dell’indomabile Gabrielle, che cambiò per sempre il corso della moda.



I celebri studios di Cinecittà, che hanno visto nascere capolavori indiscussi del cinema italiano, dal Realismo ai kolossal storici, si aprono per omaggiare il genio creativo di Lagerfeld. Il nuovo corto è stato girato con una tecnica particolare, che vede continui flashback e flashforward. E se già le prime foto del backstage avevano emozionato, il trailer, appena uscito, non è da meno: splendidi i costumi indossati dalle due protagoniste, l’atmosfera Roarin’ Twenties e la grinta sfoderata dalla Stewart. Impressionante la somiglianza di Géraldine Chaplin con la mitica Coco.

L’infallibile estetica del genio di Lagerfeld sforna un altro piccolo capolavoro stilistico. Ora occhi puntati sulla sfilata di domani sera. Roma sarà più che mai caput mundi.


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Pirelli 2016: il carisma è glamour

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Dimenticatevi modelle dai fisici statuari svestite e in pose ammiccanti, come anche effetti speciali e location esclusive: il Calendario Pirelli 2016 segna una nuova era dell’estetica contemporanea, che punta tutto sul carisma di 13 donne straordinarie.

Atmosfere intimiste negli scatti di Annie Leibovitz, firma della 43°edizione del mitico “The Cal”, presentato oggi a Londra. Non nuova a prestare il suo occhio e il suo obiettivo al calendario patinato per eccellenza, la Leibovitz aveva già firmato l’edizione del 2000: anche in quel caso non aveva deluso le aspettative, presentando un lavoro originale e improntato sull’avanguardia artistica. Protagoniste di quell’edizione furono le danzatrici del corpo di ballo del coreografo Mark Morris. Unica modella d’eccezione era la burrosa Laetitia Casta.

L’edizione 2016 del Pirelli, i cui scatti sono stati realizzati lo scorso luglio a New York, vede protagonista indiscussa la personalità, spesso grande incognita in un mondo improntato all’immagine. Le modelle selezionate per l’occasione non sono più top model patinate ma donne che hanno puntato più sulla propria intelligenza che sul fisico, segnando traguardi d’eccellenza nel mondo del lavoro. Una sfida contro i canoni vigenti propinatici quotidianamente dalla pubblicità e dai media, che lascia auspicare l’avvento di un’epoca in cui la bellezza torni ad essere specchio della personalità individuale. Saturi di una perfezione irraggiungibile e spesso plastificata, i nuovi esteti preferiscono rifugiarsi nei porti più sicuri del carisma: o ce l’hai o non ce l’hai, quel quid che rende unici ed affascinanti travalica i canoni imposti dalla società odierna. Bando a ogni concezione del bello che imponga il raggiungimento di determinati standard, “The Cal” 2016 sdogana la bellezza naturale, senza limiti di taglia o anagrafici.





Posano così in un raffinato bianco e nero nomi che non hanno certo bisogno di presentazioni, a partire da Patti Smith, 68 anni, guru della musica New Wave e protagonista indiscussa, sempre fieramente controcorrente, degli anni Settanta; Yoko Ono, oggi 82enne, storica compagna e musa del genio John Lennon; Kathleen Kennedy, 62 anni, produttrice americana nonché socia di Steven Spielberg, Agnes Gund, 77 anni, collezionista d’arte e presidente del MOMA di New York, ritratta insieme alla nipote Sadie in scatti pregni di amore. Posa come una dea Serena Williams: la 33enne regina del tennis viene ritratta come un Atlantide in gonnella, in scatti di rara poesia che esaltano ogni fibra dei muscoli del suo fisico tonico. Posa in déshabillé, indossando solo la consueta ironia e una grande classe, l’attrice comica Amy Schumer: la sua bellezza curvy diviene emblema della nuova bellezza alla base del Pirelli 2016.

Le foto di Annie Leibovitz non smettono di emozionare: la fotografa statunitense riesce a raffigurare l’anima del soggetto che si trova davanti. Il risultato è sorprendente: scatti che trasmettono intatta la forza e il carisma di ognuna delle protagoniste del calendario. Tra queste anche Fran Lebowitz, 64 anni, paladina dei diritti dei fumatori; l’attrice Yao Chen, prima ambasciatrice cinese dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR); la 43enne Ava DuVernay, regista del film candidato agli Oscar del 2015 “Selma-La strada per la libertà”; Mellody Hobson, presidente di Ariel Investments, impegnata in progetti filantropici nella città di Chicago; l’artista iraniana Shirin Neshat e, infine, la diciannovenne Tavi Gevinson, blogger di Style Rookie, secondo Forbes una delle trenta donne under 30 più importanti del mondo dei media.

A rappresentare il mondo della moda la bellissima Natalia Vodianova. Oggi tra le top model più pagate al mondo, la splendida russa, classe 1982, ha un passato da vera Cenerentola del fashion biz: scoperta ancora adolescente mentre vendeva frutta al mercato di Gorkij, grazie alla sua bellezza è riuscita a costruirsi un impero. Rimasta umile e spontanea nonostante il successo che l’ha travolta, la modella è oggi ambasciatrice dell’organizzazione filantropica Naked Heart Russia, da lei fondata.

Inoltre è stato presentato oggi anche il sito web del Calendario Pirelli: www.pirellicalendar.com.
Al suo interno gli appassionati del mitico calendario troveranno chicche in esclusiva, come le foto del backstage dell’ultima edizione, insieme a scatti inediti e materiale d’archivio, per ripercorrere le tappe di quello che, oltre ad un manifesto di pura estetica, è stato anche testimone privilegiato della storia del costume di oltre mezzo secolo, dal 1963 ad oggi.

Niente nudi integrali nel Pirelli 2016: precisa scelta stilistica che rispetta la tradizione già inaugurata dalle edizioni 2002, 2008 e 2013. La donna del 2016 raffigurata dal Calendario più famoso al mondo è una donna vera e genuina, forte della sua unicità sia a livello estetico che a livello professionale: per un neo femminismo.


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YOUTH CULTURE. UN FILM SUI MARLENE KUNTZ AL FESTIVAL DEI POPOLI A FIRENZE

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Il Festival dei Popoli, a Firenze dal 27 novembre al 4 dicembre, è arrivato alla sua 56ima edizione quest’anno, punto di riferimento per gli appassionati di cinema “di ricerca”.
“Complimenti per la festa”, un docu-film sulla band italiana di rock alternativo Marlene Kuntz, sarà presentato martedì 1 dicembre al festival.

Complimenti per la festa - (c) Simone Cargnoni:Jump Cut - L1004338

Lo scorso anno il regista Sebastiano Luca Insinga ha proposto a Cristiano Godano, cantante della band, di celebrare il ventesimo anniversario del lancio dell’album Catartica con un film.
La band aveva già deciso di fare un tour per il compleanno dell’EP in Italia, annunciando dieci date ( che divennero 30). La crew del fim ha seguito la band durante questo viaggio.
I Marlene Kuntz durante la loro carriera hanno collaborato con artisti internazionali come Skin, Patti Smith, Rob Ellis e Nick Cave.

“Complimenti per la festa” ha rappresentato un occasione per vedere allo stesso tempo la band di venti anni fa e la band di adesso. Hanno conservato la stessa buona musica e lo stesso spirito, anche se allora erano solo giovani ragazzi di provincia e adesso sono acclamati artisti e padri.

Se siete a Firenze martedì primo dicembre non perdete la premiere del film al Cinema Odeon alle 21.30.

Complimenti per la festa - (c) Simone Cargnoni:Jump Cut - L1002485

 
ENGLISH VERSION

YOUTH CULTURE. A MOVIE ABOUT MARLENE KUNTZ AT FESTIVAL DEI POPOLI IN FLORENCE

Festival dei Popoli, in Florence from the 27th of november to the 4th of december, has arrived to its 56th edition this years, landmark for the lovers of “search” cinema.
“Complimenti per la festa”, a documentary movie about italian alternative rock band Marlene Kuntz, will be presented tuesday 1st december at the festival.

Last year director Sebastiano Luca Insinga proposed to Cristiano Godano, lead singer of the band, to celebrate the 20th anniversary of the release of the album Catartica with a movie.
The band had already decided to make a tour for the EP’s birthday in Italy, announcing ten dates (which became 30). The movie crew followed the band during this trip.
Marlene Kuntz during their career have collaborated with International artists like Skin, Patti Smith, Rob Ellis and Nick Cave.
“Complimenti per la festa” has represented an occasion of seeing at the same time
the band of twenty years ago and the band now. They saved the same good music and the same spirit: even if at the time they were only young province guys and now they are acclaimed artists and fathers.

If you are in Florence on Tuesday 1st december don’t miss the movie premiere at Odeon Cinema (9.30 pm).

 

Esclusiva The Rotten Salad, compie due anni!

L’intervista alla Rotten Salad non poteva cadere in un momento migliore, visto che il 10 novembre 2015 ha compiuto due anni.
Due anni sottolineati da ironia e satira, parodie e critiche, da outfit improponibili e sconvolgimenti in programma che forse Valentina – vero nome che si cela dietro il personaggio di The Rotten Salad – qualche anno prima non si sarebbe mai aspettata.

Valentina Schifilliti è una ragazza brianzola under 30 con una spiccata capacità di metterti a tuo agio anche quando ti accorgi che hai dimenticato l’agenda ufficiale in macchina e ti puoi avvalere solamente di una super teen Smemoranda fucsia piena di adesivi per mascherare meglio la prossima entrata ai 30; è brillante, ha sempre la battuta pronta, non ti lascia mai a corto di parole e dunque non ti fa incappare in discorsi semi-filosofici alla Uma Thurman in Pulp Fiction a proposito dei lunghi silenzi. Con la stessa naturalezza con cui una ragazza parlerebbe del nuovo lucidalabbra comprato da Kiko, lei ti spiega come sia giunta a parodiare alcuni look delle tre celebri Chiara (Ferragni, Biasi, Nasti n.d.a) o come sia potuto nascere il suo ultimo personaggio Mira Le Bocc. Ed infine, diversamente da quello che ci si possa aspettare dato il seguito di followers, è di una semplicità disarmante: altri, infatti, magari mi avrebbero accolto con un look all’ultimo grido, lei si è limitata a chiedermi “Ti dispiace se nel mentre pelo le patate?”.

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parodia Chiara Ferragni



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parodia Chiara Biasi



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parodia Chiara Nasti



The Rotten Salad è nata inizialmente come personaggio – parodia delle più tre celebri fashion blogger italiane, diventando poi simbolo ironico di un modo patinato, inarrivabile, inavvicinabile e che spesso solo gli addetti ai lavori possono comprendere. Anzi, talvolta nemmeno quest’ultimi (leggete l’intervista e poi capirete perché). Dopo essersi vista sbarrare la strada del suo lavoro, quello per il quale gli anni di università erano davvero valsi a qualcosa per un certo periodo di tempo, si è reinventata totalmente.

L’intervista non poteva capitare in un momento migliore: a novembre hai compiuto due anni da Disfashion Blogger. Come hai festeggiato questo secondo compleanno?

Con il video – parodia di “Roma – Bangkok”, che racchiude tutto questo tempo dedicato al mondo del disfashion. Figurati, è anche uno dei miei video più visti, insieme a quello girato durante la Vogue Fashion Night 2015 e la Fashion Week di febbraio. In questo video ho voluto sottolineare tutto ciò che più meritava di essere ironizzato delle persone che ho “reinterpretato”, dedicando particolare attenzione a qualcuno di loro.



A proposito: hai mai avuto timore di qualche particolare affronto da parte di alcune persone parodiate?

No, perché è appunto una parodia. Io non mi accanisco personalmente su nessuna di loro, ma enfatizzo solamente alcuni aspetti del loro personaggio rendendolo meno serio e serioso. Anzi, a dir la verità mi sarebbe piaciuto ricevere qualche reazione in più come confronto, ma a parte Chiara Biasi – che mi ha anche dedicato una foto su Instagram in cui la si vede che ride davanti al mio video, non è giunta nessun’altra risata o eventuale insulto.



Quindi pensi che non ci sia più bisogno di parodiarle così tanto, se comunque non danno segni di vita?

No, io continuerò a parodiare gli outfit delle blogger ma non in modo così massiccio come successo agli inizi. Insomma, è passato del tempo e mi sono accorta che posso dedicarmi anche ad altro e altri, tanto che negli ultimi mesi ho dato più spazio a Mira Le Bocc che alle tre Chiara. Certo è che non smetterò mai di girare video e interviste durante le Fashion Week, perché mi diverte troppo avere il ruolo di giornalista d’assalto che tenta di mostrare il lato nascosto di questi eventi che paiono così cool da essere inavvicinabili. Per quanto cambiare ed evolvere il mio personaggio mi piaccia, so che posso incappare in un rischio non irrilevante, ovvero che i miei followers non condividano molto il cambio di rotta. Loro mi hanno supportato fin dagli inizi per quello che la Rotten Salad proponeva e ogni giorno mi hanno aiutato a portare avanti questo lavoro. Dall’altra parte, però, mi sostiene l’idea che il cambiamento potrebbe farmi avvicinare ad un altro tipo di utenza.



A proposito della Fashion Week, com’è andata la tua ultima intervista?

(Ride). Allora, è andata assolutamente bene se vogliamo spiegarla in chiave Rotten: durante i due video girati (uno dedicato alla VFNO e uno alla FW in sé) mi sono accorta di quanti fossero stati lì solo perché faceva figo esserci e questo vale anche per gli stessi e stesse blogger che non sono nemmeno riusciti a spiegarmi perché la serata si fosse chiamata “Vogue Fashion Night Out”. Che disdetta! (Ride ancora). Figurati che alcuni personaggi hanno sorpreso anche me! Pensavo di essermi abituata un po’ a tutto, invece il mondo continua a stupirmi. Capisci perché non posso smettere di girare i video durante le Fashion Week?

Rispetto alle ultime sfilate, soprattutto pensando a quella di Moschino che ha proposto una linea piuttosto eccentrica e dedicata al mondo della strada, un particolare abito ricorda un outfit di Chiara Ferragni parodiato anni fa. Dai, possiamo dirlo allora: il mondo del fashion si sta rivelando Rotten!
Ironia della sorte, questa. Appena ho visto la collezione ho sbarrato gli occhi e ho pensato a quella foto scattata la scorsa estate (nel 2014), in cui indossavo un pezzo di rete color arancione utilizzata per delimitare i cantieri. Nel momento in cui l’ho scattata ricordo di aver pensato che la mia immaginazione fosse davvero andata troppo oltre, ma poi mi sono ricreduta grazie a Jeremy Scott: al peggio non c’è mai un vero limite. Comunque potrei quasi vantarmi di aver anticipato un abito d’alta moda! Se chiedo il copyright dici che ricavo qualcosa?

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Parodia Chiara Ferragni



Dedichiamo un piccolo spazio al tuo personaggio Mira Le Bocc per chi ancora non lo conoscesse. Parodia della photographer anni 2000 che vede il mondo con gli occhi photoshoppati. La tua Mira Le Bocc enfatizza tantissimo alcuni aspetti social che in realtà mettono una gran tristezza, perché fa rendere conto che mezzi nati per semplici condivisioni sono oramai diventati mezzi per l’autoproclamazione ed esibizionismo, del tutto leciti ma dei quali forse ai tempi, nella testa dei fondatori, non è mai passata nemmeno l’idea.

Esatto. Ma prima di tutto vorrei sottolineare un aspetto importante che non è stato colto da molte persone: io ironizzo il fotografo / la fotografa in sé di questi tempi, non ce l’ho con nessuno in particolare. Alcuni hanno pensato ce l’avessi a morte con Nima Benati che mi ha dato solo un semplice spunto essendo la fotografa più in vista degli ultimi tempi, ma fosse stata Tal De Tali avrei preso spunto da lei. Semplice. Esattamente come per le tre Chiara. Di questi tempi Instagram, Facebook, Twitter ma soprattutto i follower sono diventati di vitale importanza come ricordarsi di respirare: se non hai abbastanza seguaci e non sei sempre perfetta, non sei nessuno e magari qualcuno ti snobba pure. Pazienza, le persone comuni vivono lo stesso, ma questo aspetto non poteva passarmi inosservato. O meglio, non alla Rotten…

Esclusiva Valentino Rossi: Successo memorabile a Monza, adesso vacanza e poi pronti per il 2016

Un weekend dal doppio volto quello di Monza per Valentino Rossi. Il Dottore è riuscito a calare il poker di successi nel Monster Energy Monza Rally Show, niente da fare invece nel Master Show della domenica pomeriggio. Ha dovuto arrendersi nella semifinale contro Cairoli il pesarese, al termine di una sfida sul filo dei decimi di secondo. In seguito l’alfiere KTM si è riconfermato nella finalissima contro Neuville, ufficiale Hyundai, trionfando davanti ai quasi 40 mila presenti sulle tribune dell’Autodromo brianzolo

 

Beffato Rossi. Non resta quindi che consolarsi con il successo nel Rally, grazie a 50 secondi di vantaggio su Neuville. Terzi i fratelli Davide e Roberto Brivio al volante della Ford Fiesta WRC, i quali hanno approfittato della foratura alla gomma di Cairoli sull’ultima prova.

 

Iniziamo dalla vittoria in gara.

 

Grande soddisfazione, non c’è dubbio. Nella prova speciale Grand Prix abbiamo dimostrato un passo superiore, aiutati anche dalle gomme Pirelli. Diciamo che ci tenevo particolarmente a ottenere il quarto successo nel Monza Rally e così è stato”.

 

Cosa è accaduto nel Master Show?

 

Personalmente credo di aver dato tutto quello che avevo. Penso che Tony sia stato più veloce di me”.

 

Un Cairoli così veloce lo avresti mai pensato?

 

Sapevo che sarebbe stato un ulteriore avversario e così è stato. Ha dimostrato di essere veloce tutto il weekend, senza commettere sbavature. Sono contento di avergli trasmesso questa passione per le quattro ruote”.

 

Adesso inizieranno le meritate vacanze?

 

Sì, ci voleva un po’ di riposo. È stata senza dubbio una stagione impegnativa, resta la delusione per il finale, ma ora il peggio è alle spalle. Mi divertirò sulla tavola da snow con gli amici e la mia fidanzata Linda”.

 

Che due 2016 sarà

 

Combattuto come sempre. Gli avversari da battere saranno i soliti, inoltre Suzuki ha tutte le carte in regola per metterci i bastoni tra le ruote. Ci saranno poi novità come le gomme Michelin, a cui servirà adattarsi il prima possibile

 

Tra poco è Natale. Cosa speri di trovare sotto l’albero?

 

Niente di particolare. Solo tranquillità per essere carico in vista della prossima stagione“.

Miley Cyrus e lo stile (che non c’è)

Il suo nome è in assoluto uno dei più cliccati su Google. Ex enfant prodige Disney, divenuta famosa grazie al ruolo di Hannah Montana, Miley Cyrus appare molto cambiata dai suoi albori. Classe 1992, all’anagrafe Destiny Hope Cyrus, i tempi di Hannah Montana sembrano ormai un lontano ricordo per la bionda attrice e cantante, che interpretava nel telefilm firmato Disney la tipica ragazza della porta accanto. Ennesima incarnazione del sogno americano, la cantante esprimeva un candore e una spontaneità che rappresentavano la sua cifra stilistica. Quasi venerata da milioni di teenager sparsi in ogni parte del globo, come spesso accade la popolarità ha cambiato Miley Cyrus.

L’abbiamo ritrovata, solo qualche anno più tardi, sbocciata nella sua bellezza: denti ricostruiti alla perfezione, linea invidiabile e capelli corti, la vecchia Hannah Montana aveva lasciato il posto ad uno sguardo che esprimeva ora piena consapevolezza e la malizia tipica dell’adolescenza. E con buona pace di chi gridava allo scandalo, immortalare le acerbe rotondità dell’adolescente Miley sembrava in fondo naturale tributo di lolitesca memoria ad una bellezza in fiore. È risaputo quanto un sano spirito di ribellione e il bisogno di trasgredire caratterizzino da sempre gli anni dell’adolescenza. Ma un polverone si stagliò su Terry Richardson, reo di averla fotografata in scatti sexy.

Seguì Wrecking Ball, la hit che dimostrò il talento della giovanissima interprete. Diretta nel videoclip ancora una volta da Richardson, Miley Cyrus appariva nuda e in lacrime, quasi struggente, abbarbicata sopra una gigantesca palla demolitrice. La canzone parlava della forza dirompente e distruttiva dei sentimenti, e la coreografia nel cemento ben si sposava con il mood del testo della canzone. Tutto sembrava perfettamente in regola ma a ben guardare le avvisaglie di quel che sarebbe accaduto dopo vi erano tutte: unghie finte dall’appeal aggressivo e inquadrature che indugiavano sul fondoschiena della cantante, fino a primi piani che immortalavano la baby diva intenta a leccare il manico di un martello.

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Miley Cyrus nel video di “Wrecking Ball”

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La cantante nei panni di Hannah Montana



Da quel momento trasgredire sembra essere divenuta la parola chiave per la giovane artista, e se a destare scalpore sono i suoi videoclip e i servizi fotografici che la ritraggono nelle principali riviste, i suoi concerti e le sue esibizioni dal vivo mostrano in modo inequivocabile una realtà ancora più inquietante: body sgambati oltre ogni limite, la lingua perennemente in mostra, gambe spalancate a mimare atti copulativi e terga esibite ad ogni costo. Tra pupazzi fallici e twerking, quello che si consuma ad ogni concerto della Cyrus è la quintessenza del cattivo gusto. Manifesto di un’estetica anti femminista, si osserva con dispiacere come il tentativo di affermazione di una giovane artista debba partire ancora una volta dalla mercificazione del corpo femminile.

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Uno scatto di Terry Richardson



La trasgressione, inseguita ad ogni costo e con ogni mezzo, sembra esser divenuta condicio sine qua non della carriera di Miley Cyrus. Risultato paradossale eppure inevitabile di tanta ostentata sessualità è la perdita di ogni sensualità: il sex appeal appare svuotato di ogni contenuto. E se anche star del calibro di Madonna hanno costruito una carriera puntando sulla trasgressione, la cifra stilistica appariva ben diversa: una sottile ed intelligente arte della provocazione si univa a suggestioni che attingevano ad una femminilità mediterranea e ad un’estetica forte, in Madonna era il femminismo a trovare una nuova voce e anche la nudità appariva un mezzo per affermare la personalità dell’artista. Forse la parabola di Miley Cyrus appare più simile a quella vissuta da Britney Spears, che dopo i primi successi che la incoronarono regina incontrastata della top chart, naufragò nelle dipendenze fino al gesto più drammatico, di radersi i capelli in pubblico: ma non è un alibi ritenere certi comportamenti, per quanto estremi, fisiologiche reazioni a seguito di un successo destabilizzante.

In Miley Cyrus la trasgressione sembra essere più una strategia di marketing, studiata a tavolino per far dimenticare Hannah Montana. Diceva qualcuno che le brave ragazze vanno in paradiso ma le cattive vanno dappertutto: questo sembra essere il mantra della vita della giovane artista americana. E se fino a due anni fa faceva capolino agli MTV Music Awards strizzata in un Dolce & Gabbana vintage corredato da un sorriso ancora innocente, oggi di quella ragazza è rimasto ben poco. È stato appena pubblicato un nuovo shoot a luci rosse che la ritrae in pose provocanti che poco o nulla lasciano all’immaginazione: ancora una volta fotografo dello scandalo è Terry Richardson, ma qui l’erotismo è la vera incognita. Quasi palpabile è ormai il tentativo di battere tutti i confini dello scandalo: la luce bianca, da sempre firma di Richardson, viene sparata sul volto della giovane, che appare quasi disorientata nel tentativo di apparire sexy ad ogni costo. Tutto ciò mentre rumours annunciano che l’artista sarebbe pronta a nuove esibizioni live rigorosamente in déshabillé.

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La trasgressione è divenuta cifra stilistica della cantante

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Miley Cyrus durante un suo concerto



In tempi come questi, abbrutiti dalla crisi e dalla minaccia del terrorismo, si avverte sempre più l’esigenza di tornare ad un buon gusto che sembra poco più che un ricordo sfocato. È con crescente nostalgia che si ricordano la leggiadra eleganza degli anni Cinquanta e Sessanta, le crinoline delle gonne, il mistero che celava inconfessabili verità, la sensualità bollente di una scollatura che lasciava immaginare trasgressioni indicibili. Tempi in cui la bellezza era sinonimo di signorilità, in cui la femminilità non era mai urlata ma faceva capolino da piccoli dettagli. L’immortale eleganza di tempi molto diversi da quelli in cui si consuma con nonchalance la parabola discendente di una giovane donna americana.


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A single man – Fashion Editorial

A SINGLE MAN – FASHION EDITORIAL

Photographer: Miriam De Nicolo’

Model: Nicola Markus

Styling: Alessia Caliendo

Make-up/Hair: Stefania Gazzi

Styling assistant: Caterina Ceciliani

 

 

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A sinistra – cappotto in maglia puntato e completo gessato Mauro Grifoni, camicia in cotone Tommy Hilfiger, scarpe fibbiate in pelle Tommy Hilfiger . A destra – Dolcevita in lana Lardini


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A sinistra – cappotto in maglia e pantaloni in lana Mauro Grifoni, stringate in pelle Rocco P. A destra – dolcevita in lana Lardini



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Pullover tie dye Ballantyne



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Cappotto doppiopetto Tagliatore, dolcevita in lana e pantaloni spigati Lardini, mocassini lucidi Mauro Grifoni. A destra – dolcevita in lana Lardini


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Camicia in cotone Tommy Hilfiger, pullover in cashmere Ballantyne. A destra – dolcevita in lana Lardini



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Pantaloni gessati Mauro Grifoni, scarpe fibbiate in pelle Tommy Hilfiger. A destra- dolcevita in lana Lardini



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Location: Lago Maggiore

 

MADE IN ITALY: TRUFFE IN RETE

L’ “agropirateria” rischia di distruggere i prodotti alimentari made in Italy. Attuate nuove linee di difesa.

L’Italia rappresenta un vero e proprio modello da seguire quando si parla di prodotti alimentari di altissima qualità. Dai formaggi ai vini, dalle carni alla pasta e così via, in un lunghissimo elenco di prodotti che occupano i primi posti nella classifica dei cibi migliori a livello mondiale.

Ma, è consuetudine che il migliore sia imitato. Così avviene a scuola, nello sport, nel lavoro e, ovviamente, nel settore industriale legato agli alimenti.

Tutti cercano di creare prodotti simili a quelli propri del Bel Paese, prodotti di elevata qualità, legati ad una fortissima tradizione culinaria.

I prodotti italiani, in questo specifico caso quelli alimentari, fanno gola. Prodotti che garantisco un effettivo successo a livello commerciale.

Ecco che, quindi, tanti Paesi decidono di creare dal nulla, con prodotti di base di scarsa qualità, alimenti tipici della tradizione della nostra amata Italia.

Molti sorridono nel vedere, sugli scaffali dei negozi di ogni singolo angolo del Pianeta, prodotti “sottomarca” palesemente copiati dal made in Italy. Ma, invece, tutto ciò dovrebbe far rabbrividire.

La domanda sorge spontanea: come è possibile trovare, dall’altra parte dell’oceano, un Parmigiano (spacciato come prodotto italiano) a soli 20/25 euro al Kg?

Sono in tanti a conoscere la risposta, ma tutti sembrano far finta di niente.

Ovviamente, ci troviamo di fronte a prodotti di bassissima qualità, ottenuti, ad esempio nello specifico caso del Parmigiano, con ingredienti “eccezionalmente scadenti”. Poi, basterebbe guardare il luogo in cui tali prodotti, definiti come italiani, sono “creati”: ecco che, allora, si scoprono tante nuove cose. Ad esempio, quanti di voi sono a conoscenza del fatto che la Cina, il Brasile, la Lettonia e la Thailandia sono grandi Paesi produttori di un ottimo Parmigiano?

Non si smette mai di imparare.

Il problema, però, nella moderna società, che vive, si muove e si evolve solo attraverso la rete, ha assunto una rilevanza maggiore e molto più preoccupante.

Anche il più meno esperto internauta riuscirebbe, in pochi click a trovare ricette per creare, così come fanno i grandi ed esperti produttori italiani, un formaggio o un vino pregiato. Ovviamente, sempre italiano.

Non solo, basta fare un giro su diverse piattaforme, quali ad esempio eBay, Amazon, Alibaba, per entrare nel fatato mondo dei più prestigiosi prodotti made in Italy. Copiati, anzi, imitati nel peggior modo possibile.

Le quantità di prodotti, che quotidianamente vengono commercializzati online, ad esempio da siti come quelli prima citati, sono davvero impressionanti: prendendo in esame Alibaba.com, nel 2013 ha venduto merce per più di 200 miliardi di dollari. Cifre da capogiro.

Poi, basta schioccare le dita, o meglio, cliccare sul mouse, per far arrivare sugli scaffali dei negozi e sulle tavole di milioni di persone, tantissimi prodotti spacciati per italiani, ma che di italiano non hanno un bel niente.

Cosa significa tutto questo?

Prima di tutto vengono commercializzati prodotti di bassissima qualità, e questo non fa altro che danneggiare enormemente e spudoratamente il vero prodotto made in Italy. Il marchio italiano è preso e letteralmente messo sotto i piedi.

Tradotto in termini economici, quanto appena detto, ci costa circa 300mila posti di lavoro.

I finti prodotti, commercializzati in rete, stanno letteralmente distruggendo la nostra industria alimentare e, allo stesso tempo, hanno avviato un processo di annientamento della “sana e vera cultura del buon cibo”.

Il ministro alle Politiche agricole Maurizio Martina ha affermato, senza troppi giri di parole, che “l’agropirateria di ultima generazione” sta letteralmente ingannando i consumatori di tutto il mondo. Due prodotti italiani su tre, commercializzati online, sono il risultato dei questa terribile piaga.

Tirando le somme, internet con il suo semplice e, aggiungerei, ingannevole commercio non sta facendo altro che danneggiare i nostri migliori prodotti.

Un commercio spietato da fermare assolutamente e al più presto: basta mangiare finto Parmigiano, ottenuto con polveri di chissà quale natura, basta mettere sui nostri piatti dell’aceto balsamico “thailandese di Modena”, basta alla vendita dei “super kit” per produrre Barolo, Brunello e Chianti in casa. Stop ai prodotticybertarocchi!

L’Italia ha deciso di passare all’attacco, per proteggere l’Italian food, quello vero.

Il ministro Martina è riuscito a portare il brand geografico (Doc, Dop e Igp) ad un livello superiore.

Che cosa significa? Il brand geografico godrà dello stesso livello di tutela propria dei marchi privati delle grandi aziende internazionali. Anche il “Mipaaf” (Ministero delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali) avrà gli stessi diritti di tutela e protezione del proprio marchio, come ad esempio Nike, Armani, Apple e tanti altri.

Un traguardo importantissimo che si è tradotto in continue segnalazioni sulle diverse piattaforme di vendita e sulla rapida rimozione dei prodotti tarocco in commercio.

I quantitativi di merce tolta dal commercio si traduco in numeri esorbitanti, che fanno ben sperare.

Ma, il nostro governo ha deciso, oltre che tutelarsi attraverso le procedure appena descritte, di passare anche all’attacco: un diretto destro da 68 milioni di euro, stanziati per promuovere il buon cibo italiano all’estero.

L’Italia comincia a volare su di un magico tappeto fatto di fibre di ottimismo.

Il Buon Cibo non si può imitare, si deve solo gustare.

“HELISKI”: LA NUOVA FRONTIERA DELLO SCI

Per gli amanti dello sci e del brivido l’Heliski è un mondo incantato, fatto solo di neve fresca e tanta, tanta adrenalina.

La stagione invernale sta per cominciare e presto raggiungerà il suo massimo livello. Gli amanti dello sci e di qualsiasi altro sport invernale, che prevede il contatto con quel soffice e candido manto bianco, la neve, stanno già lucidando i loro sci, le loro ricercatissime e sempre più moderne tavole da snowboard e stanno tirando fuori dagli armadi tute e scarponi, compagni di mille avventure mozzafiato.

Ma, nella grande categoria degli sciatori e degli amanti della neve in generale, si nasconde un piccolo gruppo di persone che vogliono sempre di più, che non si accontentano delle classiche discese e delle normali piste, sempre affollatissime, ma che hanno un costante bisogno di assaporare nuove forti emozioni. Sono gli amanti della neve fresca e delle discese da brivido, che amano l’adrenalina, quella vera, quella che lascia senza fiato.

La buona notizia è proprio per loro e si chiama “Heliski”, il mondo fatato dei freerider.

In cosa consiste?

Semplice: raggiungere le più alte ed immacolate vette in elicottero, per poi lanciarsi, sci o tavola ai piedi, in una discesa spettacolare, solcando la più fresca e bianca neve.

Un sogno per tutti gli amanti dei fuoripista e per tutti coloro che odiano con tutto se stessi la confusione delle piste per comuni mortali, nonché i troppo lunghi tempi per raggiungere la vetta tanto desiderata.

Solcare per primi il manto nevoso? Un’emozione unica, un sogno.

Poi, ammirare dall’alto le imponenti cime silenziose, “bianche vergini” da conquistare, toglie davvero il fiato ed accende nel proprio animo il fuoco della passione. La passione, quella vera, per la montagna e per lo sport.

L’Heliski si presenta come un nuovo modo di vivere la montagna, un nuovo modo di amarla. Si, perché di amore si parla. Solo i veri amanti delle innevate cime possono capire la vera essenza di una discesa da brividi su di un soffice tappeto bianco ancora intatto e mai solcato da nessun altro.

Attrezzatura, volo, organizzazione e guide esperte: quanto costa l’Heliski?

Non è un’attività per tutte le tasche, ma essendo diventato un vero e proprio “must” invernale, le offerte si sono moltiplicate e con esse la possibilità per tantissime persone di accedervi a costi più bassi.

Agli occhi dei più cauti sportivi, tale attività, disciplina, sport, o come la si vuole definire, potrebbe risultare molto pericolosa.

Ma, così non è. Infatti, le discese in fuori pista, su tracciati non battuti, è possibile effettuarle solo sotto la direzione e il controllo di esperte guide, la quali daranno vita ad una fondamentale fusione, quella tra adrenalina e sicurezza.

Inoltre, ogni sciatore sarà “battezzato”. E’ chiamato il “battesimo dell’heliski” e consiste in un giro panoramico in elicottero, che ha un duplice scopo: da un lato, far ammirare la bellezza dei luoghi e la maestosità delle montagne dalle quali si scenderà sciando; dall’altro, far conoscere ad ogni soggetto i giusti comportamenti da tenere in volo e tutto ciò che è necessario osservare durante la discesa.

E dopo?

Resettare il cervello, cancellare ogni pensiero e partire. Volare, per poi scendere, sci o tavola ai piedi, circondati da una meravigliosa ed incontaminata natura.

Difficile tornare alla vecchia vita, alle vecchie e noiose piste. 

Heliski: volare, sciare, sognare.

MONSIGNOR VALLEJO: DETENZIONE DORATA

Nuovi furti, nuove sorprese e reciproche accuse tra i principali imputati: nuove ombre sul Vaticano. Un caso da chiudere al più presto.

Il Vaticano trema.

La fuga di notizie e di segretissimi documenti sta minando le solide basi di quello che agli occhi del mondo intero sembra essere un mondo prefetto e, sopratutto, “intoccabile”.

Il mistero si infittisce in seguito ad nuovo furto: diversi documenti sono stati sottratti dallo studio dell’avvocatessa Alessia Gullo, ormai ex legale del monsignor Angel Lucio Vallejo Balda. Infatti, la stessa dottoressa Gullo, dopo aver denunciato l’accaduto alle autorità competenti, ha deciso di rinunciare alla difesa del prelato spagnolo.

Ma, c’è un particolare, emerso da diverse dichiarazioni del monsignor Vallejo, che fa riflettere e, in un certo senso, desta non pochi sospetti: il prelato ha affermato di essere trattato molto bene e nella sua grande cella (più che una cella è una grande e confortevole stanza) si sente protetto.

Cosa significano queste parole? Vallejo teme per la sua vita?

La posizione di Vallejo è “critica”: accusato di aver consegnato ai giornalisti Gianluigi Nuzzi e Emiliano Fittipaldi diversi documenti riservati e scottanti, è l’unico dei 5 imputati ad essere trattenuto in arresto.

Monsignor Vallejo è stato colpito più volte da diversi furti e mai si è riuscito a capire chi volesse “attaccarlo” in maniera così diretta.

A suo avviso, e tali dichiarazioni emergono anche dai diversi interrogatori tenuti dinanzi alla magistratura, si ritroverebbe al centro di un grande complotto.

Un complotto messo in piedi da diversi soggetti, che godono di grandi poteri e che sanno muoversi con rapidità e discrezione tra le mura del Vaticano, i quali più volte, indirettamente, hanno creato forti pressioni sul prelato, sfociate anche in minacce.

Tutti soggetti, secondo Vallejo, contrari alle riforme del Papa.

Ma, Vallejo è tranquillo. Si sente al sicuro in quella che può tranquillamente essere definita come una “dorata detenzione”. Passa le sue giornate in una grande stanza dotata di ogni servizio e molto luminosa: nemmeno una piccola sbarra alle finestre a far da minuto scudo per la luce del sole.

Inoltre, il prelato pranza e cena sempre in compagnia, con gli uomini della gendarmeria e celebra la messa, ogni giorno, nella chiesa del Pellegrino sita nei giardini vaticani.

Insomma, tutt’altro che una vera detenzione. Al massimo si può definire la “posizione” del monsignor Vallejo come una “vacanza forzata”.

Il mistero si fa sempre più fitto e si copre di un velo di oscura incertezza.

Gli inquirenti stanno ricostruendo, pezzo dopo pezzo, il rapporto e la “collaborazione” tra Vallejo e il suo segretario Nicola Maio, uno dei “corvi” vaticani.

Ciò che risulta assai strano è il fatto che il monsignor Vallejo Baldo, sin dai primissimi istanti della sua nomina (segretario della Prefettura degli affari economici e della Commissione di studio sulle strutture economiche e amministrative della Santa Sede) registrasse ogni singola riunione, ogni singolo incontro con il Papa e gli alti prelati.

Non una parola era sfuggita al monsignor Vallejo Baldo.

Parte di tale documentazione, di tali registrazioni, sarebbe stata consegnata dallo stesso Vallejo Baldo ai giornalisti, sotto processo, prima citati, ai quali avrebbe, inoltre, consegnato password per scaricare documenti, testi e cifre, dal carattere estremamente riservato, relativi alle attività economiche ed amministrative della Santa Sede.

Tutte le “malefatte” dei prelati sono state raccolte diligentemente in due libri: “Via crucis”, del giornalista Nuzzi e “Avarizia”, di Fittipaldi.

Una vicenda che si complica giorno dopo giorno, assumendo le vesti di una fittissima ragnatela. Una ragnatela che potrebbe essere spazzata via da un momento all’altro e che già ha cominciato a vibrare, sempre più forte, dallo scorso 24 novembre: data della prima udienza di fronte al Tribunale dello Stato della Città del Vaticano.

Una vicenda che, però, è al vaglio anche delle autorità dello Stato italiano, rispettivamente riconosciute nella Procura di Terni e in quella di Roma.

E, questa duplice indagine, da parte dello Stato italiano e da parte del Vaticano, sembra si sia trasformata in una frenetica corsa: una gara per scoprire il colpevole prima dell’altro e chiudere la vicenda.

Ma, il Vaticano è un avversario duro da battere, spinto, ora, dall’imminente apertura del Giubileo. Lo Stato vaticano vuole chiudere velocemente la triste vicenda, con una premura che mai era stata riscontrata in passato per alcun altro caso.

Magari la giustizia si muovesse sempre così veloce.

Palette: i colori neutri.

PALETTE: I COLORI NEUTRI.


Alla base di ogni trucco occhi: gli ombretti neutri. Quelli che stanno bene con tutto, quelli che danno un’aria più sveglia, quelli che creano ombre e punti luce, quelli che si adattano ad ogni tipo di carnagione, quelli che senza, non si può stare.

Ogni brand che si rispetti ne ha creata almeno una. Non solo servono a farci risparmiare (immaginate il prezzo totale di ogni singola cialda), ma l’accostamento predisposto dei colori aiuta ad abbinarli tra loro.

Nelle palette neutre si trova l’indispensabile: dai neutri neutralissimi ai neri e metallizzati per look più intensi. Qui una selezione delle più valide per qualità, scrivenza e tonalità.

-SHU UEMURA, 16 shades of nude. € 81 circa



Sedici colori basici dai diversi finish: opaco, metallico, perlato. Tutti molto adatti sia al trucco quotidiano che a quello serale. Il pennellino doppio aiuta a raggiungere qualsiasi punto dell’occhio. La parte piccola è ottima per rima inferiore, angolo interno e per disegnare una piega molto intensa; quella più grande è l’ideale per sfumature e palpebra mobile. Il prezzo non è dei più bassi, ma la qualità e la compattezza delle polveri valgono fino all’ultimo centesimo.

-TOO FACED, SEMI-SWEET CHOCOLATE BAR. € 45,00



Irresistibile. Dal nome, al packaging, fino al delizioso profumo di cioccolato. 16 nuances ricche di antiossidanti e vera polvere di cacao – letteralmente da mangiare con gli occhi. Tonalità adatte a tutte, ogni singola cialdina è morbida e facilmente sfumabile. Permette di creare look smokey molto dettagliati e duraturi grazie alla grana fine e la setosità elevata. Decisamente invitante.

-BURBERRY COMPLETE EYE PALETTE –02 MOCHA. € 51,00



Basica ed essenziale. Quattro colori indispensabili per il classico contouring dell’occhio o per un intenso smokey eye. Un chiaro come base e come illuminante per angolo interno ed arcata sopracciliare; due intermedi modulabili per enfatizzare la piega e creare ombre; uno scuro per super definizione. La composizione degli ombretti include siliconi setosi che mantengono alto il livello di idratazione e vivo il colore. Il packaging lussuoso completa il quadro.

-URBAN DECAY, NAKED 3. € 49,90



Si distingue dalle altre palette neutre grazie all’orientamento sui toni del rosa. Nuances più calde rispetto alle classiche palette neutre, ma ugualmente adatte a chiunque. Le prime cialde di rosa più chiari sono state pensate come vera e propria base: non sono colori molto scriventi, lasciano solo un leggero velo per uniformare e illuminare la palpebra o per fungere da colore di transizione fra le varie sfumature. Proseguendo alle cialde successive si trovano prodotti molto pigmentati e setosi, ottimi per realizzare diversi tipi di look. Insomma dando luce alla terza delle palette “Naked”, Urban Decay rimane tra i marchi più potenti in campo “neutri”.

 

Esiste il Curdistan?

I curdi sono il gruppo etnico omogeneo più grande al mondo senza uno stato nazionale. Esistono circa 40 milioni di curdi in giro per il mondo soprattutto nel loro territorio storico che si estende sopra Turchia, Iraq, Iran e Siria.


Nessuno degli stati in cui vivono, come è immaginabile, ha mai appoggiato la nascita di uno stato curdo ma neanche le potenze occidentali (USA e Europa) si sono mai spese per il Curdistan. Se per gli stati direttamente interessati il motivo è la perdita di sovranità per le potenze occidentali il motivo per cui impedire la nascita di uno stato curdo è l’evitare ci creare un motivo di scontro in un’area, quella mediorientale, già di per sé volatile.


Ora però le diplomazie si sono trovate davanti al fatto compiuto. In Iraq e Siria l’esistenza di un territorio controllato dai curdi è un dato di fatto. E lo hanno fatto senza chiedere la benedizione a nessuno.


I curdi hanno dimostrato di potersi prendere e controllare un proprio territorio. Metà della totalità dei curdi vive in Turchia.


La Turchia ha storicamente combattuto i curdi e l’idea di uno stato curdo ma l’importanza dell’esercito curdo nella lotta all’ISIS è troppo grande per contrastarli in questo momento.


In Iraq i curdi si governano dal 1991 quando gli USA stabilirono uno no fly zone per proteggerli da Saddam Hussein. Forti di questa protezione i curdi stabilirono un governo regionale il KRG (Kurdistan Regional Government). Il governo curdo, da allora, è stato marcatamente autonomo. Hanno il loro parlamento, la loro moneta leggermente diversa da dinaro iracheno e, persino, i loro francobolli. Il Curdistan iracheno è sopravvissuto in isolamento quasi assoluto rispetto al governo centrale di Baghdad dove manteneva solamente la rappresentanza diplomatica. Il Curdistan iracheno è sopravvissuto anche a se stesso, quando i due principali partiti hanno tentato di dividersi le zone di influenza, alcuni stati hanno iniziato a boicottarlo ma dopo la vittoria degli USA su Saddam nel 2003 lo status di indipendenza dall’Iraq del Curdistan è stato formalizzato.


Da allora la separazione con Baghdad è stata sempre più netta. L’unica unione con l’Iraq è quella formale. Il presidente del Curdistan iracheno, Massoud Barzani, era arrivato a proporre un referendum per l’indipendenza nel 2014: la situazione del governo di Baghdad era sempre più disastrosa e i pericoli si avvicinavano. Poi è arrivato il pericolo ISIS e tutto è passato in secondo piano.


Ma solo dal punto di vista legale, dal punto di vista pratico il KRG è già indipendente. Il Curdistan iracheno è molto ricco di petrolio e fino all’anno scorso la vendita di questo petrolio all’estero era controllata da Baghdad ma l’anno scorso il governo iracheno non è riuscito a pagare il dovuto ai curdi e loro, nonostante l’opposizione di USA e Iraq, hanno deciso di vendere il proprio petrolio direttamente senza dovere pagare nessuno. Il Curdistan sta diventando, nelle intenzioni dei suoi leader, un posto più business friendly id quanto lo sia l’Iraq, per esempio. I due aeroporti internazionali curdi fanno visti al momento dell’atterraggio mentre per andare in Iraq è necessario fare domanda prima di entrare. Molti stati hanno iniziato a chiedere di aprire una ambasciata a Erbil, la capitale del Curdistan iracheno.


I curdi stanno costruendo un proprio stato anche nel nor-est della Siria, in un’area che loro chiamano Rojava. I PYD, il partito dell’unione democratica, un partito associato al PKK turco ritenuto una organizzazione terroristica da Turchia e USA, ha preso il controllo dell’area e il suo esercito, l’YPG ha cacciato l’ISIS dalla maggior parte delle città al confine tra Turchia e Siria, bloccando, di fatto, il traffico di materiali vitali per la sopravvivenza dello Stato Islamico. Nonostante i combattenti dell’YPG mancano delle più basiche dotazioni (a partire da elmetti e divise) hanno spinto, al prezzo di gravi perdite, l’ISIS fino a circa 50 km dalla loro capitale Raqqa.


I curdi siriani dicono di non volere l’indipendenza, hanno iniziato a sviluppare le prime basiche libertà, dai libri di scuola al sistema giudiziario e stanno cercando di avviare uno sviluppo economico. Sono una manna dal cielo per la coalizione anti-ISIS e sono un esempio per la parità di genere nell’area. Le donne vanno anche al fronte. Anzi, provano un orgoglio misto a piacere nel sapere che per un jihadista essere ucciso da una donna equivale alla certezza dell’inferno.


La Turchia è sempre più spaventata da tutte queste conquiste curde. La politica turca riguardo i curdi è sempre stata quella di negare la loro esistenza come gruppo etnico e culturale. Ataturk, il padre della Turchia, è arrivato a vietare l’uso di alcune lettere dell’alfabeto per far si che il linguaggio curdo andasse perso. Nonostante la lotta senza quartiere i curdi e il loro leader Selahattin Demirtas sono riusciti a entrare nel parlamento di Ankara.


Il problema non è tuttavia solo tra i curdi e i governi delle nazioni in cui vivono ma anche tra i curdi e i curdi. Non è raro sentire intervenire un leader curdo iracheno contro i curdi siriani o truchi e così via. I primi a dover accettare di avere un Curdistan diviso e/o incompleto dovranno essere proprio i curdi e a beneficiarne sarà tutta l’area mediorientale.

MEDIO ORIENTE: LA SITUAZIONE E’ SEMPRE PIU’ COMPLICATA

Chi è Abu Bakr al-Baghdadi? Chi sono i nemici dell’Isis? Cosa sta succedendo in Medio Oriente?Domande che riecheggiano nella mente delle persone di tutto il mondo, terrorizzate e sempre più confuse dopo i recenti attacchi di Parigi e in Mali.

Domande che necessitano di risposte chiare e vere, sopratutto, nell’odierno clima di terrore, che ormai ha abbracciato il mondo intero in una morsa troppo stretta.

Il mondo ha bisogno di capire. Chi è questo nemico così forte e così spietato da combattere?

La situazione in Medio Oriente è più complicata che mai, una matassa troppo difficile da sbrogliare, sopratutto se si analizzano i recenti fatti.

Ciò che è certo è che Abu Bakr al-Baghdadi si è autoproclamato Califfo di uno Stato non riconosciuto, ma che ha confini ben definiti. Uno Stato che ha intenzione di espandersi, con qualunque mezzo, e senza alcuna pietà. Uno Stato, l’Islamic State, che chiede a gran voce il suo riconoscimento, attraverso una guerra mai combattuta prima.

Ma, quanto appena detto non può essere considerato il completo riassunto dell’intera situazione mediorientale. Non si tratta di una mera guerra di religione, di etnie.

In ballo ci sono interessi economici e politici troppo grandi.

Proviamo a fare un punto della situazione.

Nei territori tra Siria ed Iraq si sono schierate le truppe di diverse Nazioni, quelle appartenenti alla Coalizione che combatte questo nemico, non precisamente identificato, conosciuto come Isis.

Ma, chi sta a capo di questa grande coalizione, che raggruppa più di 50 governi?

Non vi è un unico capo, ma si parla di direzione bilaterale: da un lato, vi sono gli U.S.A. di Barack Obama; dall’altro, la Russia di Putin.

Questo è un dato che già dovrebbe far riflettere. Come è possibile comandare una coalizione, dirigendola in un’unica direzione, se gli obiettivi e sopratutto le linee di pensiero (e politica) sono diverse?

Infatti, l’America ha deciso, almeno per il momento, di adottare una linea meno dura, evitando l’invio di truppe di terra. Invece, la Russia di Putin si è schierata apertamente nei territori di fuoco, per sostenere Bashar al-Assad.

Ora, anche la Francia ha deciso di fare la voce grossa, decidendo di scendere in campo, al fine di rispondere agli spaventosi attentati di Parigi. Infatti, Hollande ha intrapreso una sorta di “tour mondiale” per cercare alleati pronti a schierarsi con la Francia per combattere l’Isis e rispondere agli attentati, che l’hanno ferita duramente.

Lo scopo di Hollande è, quindi, quello di avviare una cicatrizzazione delle ferire francesi, attraverso una linea dura che non promette nulla di buono.

Intanto, nel trambusto generale, l’Italia prende tempo.

E, gli Stati confinanti con Siria e Iraq?

Da prendere in considerazione è sopratutto la situazione della Turchia di Erdogan.

Quest’ultima si è schierata contro l’Isis, ma in realtà sembra maggiormente interessata a combattere i curdi del PKK, nascondendo, quindi, i diversi attacchi contro questi ultimi, sotto il nero velo della lotta al terrorismo.

Ma, a complicare ancor di più il quadro degli scontri mediorientali si è presentata la vicenda del jet russo, abbattuto dalle forze turche. Quindi, una forte tensione si è accesa tra i due Stati e la vicenda risulta essere ancora apertissima.

L’unica cosa che in questi giorni sembra essere davvero certa è la dichiarazione di guerra di Putin all’Isis: la Russia si schiera apertamente a fianco della Francia.

Una decisione che va a cozzare contro la linea d’azione, più cauta, degli Stati Uniti.

Si creeranno nuove tensioni? Domanda retorica.

Chi è il nemico dell’Isis?

L’Isis non ha un unico nemico, ma tanti nemici.

Il nemico pubblico numero uno è ovviamente l’occidente: Stati Uniti e Europa intera sono nel mirino del movimento guidato da Abu Bakr al-Baghdadi perché considerati infedeli.

La lista con i nemici da combattere e sconfiggere prosegue con gli sciiti e i sunniti.

In pratica, l’Isis ha dichiarato guerra al mondo occidentale in generale e agli Stati di Turchia, Israele, Siria e Paesi del nord Africa, come ad esempio la Tunisia.

Una lunga lista quindi.

La situazione è davvero complicata ed è già precipitata in un burrone di atrocità e sofferenze.

Il mondo intero è in subbuglio.

Alcune risposte le abbiamo, anche se sinteticamente, trovate.

Ma, ci sono tante altre domande, che quasi sicuramente non avranno alcuna risposta.

Come può un unico movimento, un singolo stato, l’Islamic State, gettare nel caos l’intero pianeta?

Possibile che gli tanti Stati, già riuniti in fortissime coalizioni, non riescano a fermare un unico e comune nemico?

Bagliori di Hunji: la carta coreana tra tradizione e modernità

Tradizione e contemporaneità si sposano e intrecciano nella mostra dal titolo “Bagliori di Hanji – Installazioni luminose e altri capolavori in carta tradizionale coreana Hanji”, ospitata fino al 17 gennaio 2016 presso la Sala Zanardelli del Complesso del Vittoriano, e che vede come protagonista la storia, la tradizione, e i manufatti artigianali realizzati con uno speciale tipo di carta coreana chiamata appunto hanji.


L’esibizione, realizzata grazie al connubio tra l’Ambasciata della Repubblica di Corea a Roma, la Yewon Arts University Jangjibang e la provincia coreana di Gyeonggi, si snoda su un percorso diviso in quattro aree. Nel primo spazio ritroviamo la tradizione e la storia di questa preziosa carta, lavorata da ben quattro generazioni dalla famiglia Jang che, dall’albero di gelso detto “dak” estrae il materiale che lavorato in modo del tutto tradizionale e quindi a mano, viene impiegata per i più diversi utilizzi.


Nella seconda, terza e quarta sezione, troviamo la tematica della convergenza e della coesistenza. In questi spazi infatti troviamo esposte opere realizzate con questa particolare carta che viene impiegata per costruire installazioni luminose simbolo della modernità, ma dai caratteri fortemente tradizionali; opere d’arte, come ad esempio riproduzioni di cavalli usati come simboli di prosperità e fortuna, ma troviamo anche dei tavolini portabili che indicavano nell’antichità il livello sociale delle famiglie che li possedevano. La carta Hanji però, si presta anche come materiale di restauro di preziose testimonianze culturali,e addirittura come ornamento di elementi di arredo, vestiti e accessori.


La mostra di fatto è un excursus che attraversa e racconto la storia, la tradizione, la metodologia di lavorazione della carta hanji, una forma artigianale che nella modernità più estrema, sopravvive ed emerge come forma d’arte privilegiata e umile, che fa della carta un prezioso elemento capace di ornare la quotidianità grazie ai suoi usi multipli.

Impressionismo: sessanta capolavori dal Musée d’Orsay

Fino al 7 febbraio, il Complesso del Vittoriano di Roma si trasforma ancora una volta in cornice privilegiata entro cui presentare la bellezza delle opere impressioniste, raccolte per il pubblico italiano nella mostra dal titolo “Dal Musée d’Orsay Impressionisti. Tète à tète”.
L’esibizione, curata da Guy Cogeval, presidente del prestigioso museo francese, ci regala oltre 60 opere tra dipinti e sculture create dal genio e dall’anticonformismo di pittori come Degas, Renoir, Manet, Rodin, Pissarro, Cezanne,e molti altri che, discostandosi dalle ferree imposizioni della pittura da Salon, furono pionieri della pittura contemporanea, i primi a dipingere la fugacità del momento, la quotidianità della vita parigina senza barriere e imposizioni.


Nel percorso espositivo ritroviamo un’aurea quasi intima, dovuta alla scelta oculata dei dipinti che ritraggono scene riprese anche e soprattutto dalla quotidianità degli autori stessi. Letterati, artisti, politici e uomini d’affari, amici e famiglia, bambini e adolescenti, signore della borghesia, questi alcuni dei soggetti che ritroviamo nella mostra. Nella sezione ritratti ad esempio, questo clima di intimità e quotidianità è reso dal dipinto “ Il ritratto di Renoir” (1867) realizzato dall’amico e artista Bazille, e che vede il pittore francese seduto con i piedi su una sedia, in una posa comoda e sfrontata, completamente rilassata e naturale, in contrasto con le rigidità della pittura precedente.


Il ritratto di Renoir (1867)

Il ritratto di Renoir (1867)


Proseguendo troviamo la sezione mondanità, ove troveremo bellissimi dipinti di soggetti femminili, alcuni realizzati dall’inconfondibile tratto deciso ed elegante di Renoir che, forse, proprio nel ritratto esprime al meglio la sua arte.
Deciso e già tendente alla pittura avanguardista il tratto che scorgiamo invece nei dipinti di Cézanne che, fin da subito cerca di ridurre all’essenziale e alla semplificazione, quasi in modo ossessivo, i soggetti e i temi dei suoi dipinti. Esemplare in tal senso il famoso dipinto “Il giocatore di carte” (1890-1892), le cui pennellate si iniziano ad allontanare dalle leggere picchiettate del primissimo periodo impressionista.


Esemplare invece il capolavoro di Manet “Il balcone” (1890), dipinto che è diventato icona e rappresentazione della borghesia parigina del tempo.
Di grande bellezza anche la sezione dedicata all’infanzia, ove i pittori impressionisti ritrassero su tela momenti intimi e quotidiani di fanciulli, molti dei quali figli degli stessi artisti, che slegati dalla presenza degli adulti, vengono raccontati in tutta la loro semplicità e spensieratezza.


L’intera mostra, assolutamente imperdibile, attraverso le opere scelte, riesce a restituirci l’ambiente culturale, sociale, e artistico, gli stimoli e le influenze entro cui la corrente impressionista nacque e sviluppò, restituendoci con vigore la ventata di rinnovamento stilistico che questo filone portò con se e che influenzò tutte le correnti successive.

La knit couture di EMMElab

La magia di un capo irrinunciabile si unisce alla qualità artigianale del made in Italy per creazioni dall’appeal intramontabile: EMMElab propone una linea per veri intenditori, per un Autunno/Inverno 2015/2016 all’insegna dello stile.

Caldi, morbidi e glamour, i turbanti e le fasce per capelli in maglia sono perfetti per affrontare con eleganza il rigore invernale.

Must have del guardaroba femminile, il turbante vanta una lunga tradizione: a partire dagli anni Trenta si è imposto come simbolo di uno stile sofisticato. Sdoganato da icone del calibro di Diana Vreeland e Loulou de la Falaise, il turbante vede oggi una nuova vita, rappresentando un fashion trend più che mai attuale.

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Le collezioni EMMElab propongono pezzi per tutti i gusti: tantissime le varianti di colore e i modelli, perfetti per completare qualsiasi look. Il made in Italy di antica tradizione artigianale trionfa nel brand EMMElab: una attenta e rigorosa selezione dei migliori filati sta alla base della produzione. I turbanti e le fasce sono creati utilizzando esclusivamente filati naturali di pregio prodotti in Italia.

L’anima nonché la mente creativa dietro EMMElab è Francesca Montaldi. Classe 1980, la designer, cresciuta a pane ed uncinetto, mostra rara sensibilità artistica nel progettare pezzi unici che impreziosiscono il guardaroba.

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Calda lana merinos declinata in capi realizzati a mano con tecniche artigianali: presentate con successo alle fashion week di Parigi e Berlino, le creazioni EMMElab coniugano stile e qualità. Il marchio, che nasce a Roma, si impone come leader nella selezione di filati per la realizzazione di accessori preziosi e sofisticati, per una vera knit couture.


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YOUTH CULTURE – OLTRE FABRI FIBRA C’E’ DI PIU’

YOUTH CULTURE. RAP-A-PORTER: HERO’S HEROINE, OLTRE FABRI FIBRA C’E’ DI PIU’

Breve storia del brand collegato al rapper italiano più famoso

Stare sul pezzo è l’attività che, con un profondo senso dello stile, sta tracciando la storia di Hero’s Heroine.
Conversando con Massimiliano Sartor, proprietario di questo nuovo cult brand con base a Londra, abbiamo parlato dell’importanza della buona comunicazione, punto essenziale della moda di oggi.
Ogni studente studioso di moda, dall’ultimo decennio fino ad oggi, più che fare gavetta vorrebbe creare una start up e avere un proprio brand.
Ciò viene naturale quando si realizza che lo stile è molto importante in questo ambiente, e lo si comprende anche dal potere dei social network. Pare che i followers abbiano acquisito più importanza rispetto agli amici in carne ed ossa e, ammettiamolo,  quanti di noi vanno a vedere per prima cosa il numero dei seguaci di altri?
Anche se è vero che alcuni pochi fortunati hanno costruito imperi con queste caratteristiche, facciamo un po’ di chiarezza per i giovani studenti: la popolarità non basta! Un esempio di un successo contemporaneo è quello di Massimiliano Sartor, brand manager.

Massimiliano Sartor è un globetrotter del Veneto che ha vissuto in tutto il mondo (Arabia, USA, Londra…) ed ha una profonda conoscenza della moda.  Nel 2013 ha fondato Hero’s Heroine, un brand con un d.n.a londinese. La prima collezione di magliette è un test, ma l’intuizione è buona.
Sapeva esattamente cosa volevano i londinesi: una t-shirt semplice bianca e nera con i nomi delle loro icone ( Gaga, Mr.Carter, Lagerfeld per citarne alcune) con l’anno della loro nascita scritto sotto.
Le vendite gli hanno permesso  ( il loro designer è il super cool Michael J. Ellis) di produrre la prima collezione, con total looks, che è all’avanguardia e futurista (forse troppo, lui ammette, per il pubblico italiano, ma veramente facile da vendere in UK).
Il direttore creativo collabora con giovani designer neolaureati della Fashion School of London, perché crede nel potere dei giovani.

Il brand velocemente diventa un cult a Londra, specialmente grazie ai suoi testimonial, essendo strettamente connesso con le celebrità rap europee.
Sartor sentiva il bisogno di irrompere nel mercato italiano ed arriva l’acclamata collaborazione con Fabri Fibra (nato Fabrizio Tarducci, il rapper più famoso d’Italia). Lo sponsorizza per il suo imminente tour e cade a pennello, perché Fibra esprimeva già il desiderio di “aggiornare”  la sua immagine pubblica, da anni connessa ad Adidas.
Niente di meglio che Hero’s Heroine, che ha un ‘estetica hardcore di nome e di fatto.

Fabri Fibra in “Alieno” indossa Hero’s Heroine:



 

– In Inghilterra il brand vende nei principali department stores (Topman, Oxford Street, Asos e Urban Outfitters).

– Non seguono i calendari della moda: sono un vero gruppo di outsider.

– Per promuovere la loro prossima Spring Summer collection Hero’s Heroine ha chiesto alla talentuosa regista Kerry Davenport Burton di filmare 4 episodi (cortometraggi) nei sobborghi di Londra. Una collezione dalla caratteristica  “fragmentation” (una print grafica asimmetrica molto colorata che sarà applicata sul total look).

– Il film parlerà di un giovane ragazzo e della sua vita nel quartiere.

– Il rapper Phaze What farà un cameo nel film.

Ecco il link di un video di Phaze What che indossa Hero’s Heroine:



ENGLISH VERSION

RAP-A-PORTER: HERO’S HEROINE, THERE IS SOMETHING MORE BEYOND FABRI FIBRA

A brief history of the brand related to the italian most famous rapper

Being on point is an activity which, with a deep sense of style, is marking the history of Hero’s Heroine.
I had a chat with Massimiliano Sartor, owner of a London based streetwear cult new brand, and we talked about the importance of good communication, essential point of fashion today.
Every dutiful student studying fashion, since ten years ago until now, more than rising through the ranks wants to make a startup and have his own brand.
That comes natural when you realize that the way you dress is so meaningful in this environment and you understand the power of social networks.
Sometimes it seems that followers are more important then friends in our society, and we must admit that each of us, when we meet a new person, immediately goes to see how many followers it has on instagram.
Even if it’s true that a few lucky ( and good at it) built empires with those features, let’s just clarify some points, for young students too.
Or maybe let’s just say that popularity isn’t enough to make it.
To put it in a simple way there are different paths to success in this business.
One of this, as Massimiliano’s story shows, is that who pays dept to the merchandise manager figure in tour with musicians from the early 80’s in America, certainly united to a deep knowledge in commercial business area like Mr. Sartor has.
He is a globetrotter from Veneto who has lived worldwide (Arabia, USA, London) and has a deep knowledge in fashion. He has definitly paid one’s dues.
In 2013 he founded Hero’s Heroine, a brand with a London d.n.a. . The first collection of tees is a test, but the intution is good.
He knew exactly what londoners wanted: simple black and white t-shirt with their icons’ names (Gaga, Mr.Carter, Lagerfeld to name a few) with the years of their born written below.
The sales let him and his staff (their designer is the super cool Michael J. Ellis)
to produce the first collection, with total looks, which is avanguardist and futurist (maybe too much, he admits, for italian audience, but really easy to sell in UK).
The creative director collaborates with young newly graduates from the Fashion School of London, because he believes in the power of young people.
The brand quickly become a cult in London, especially for their endorsments ( the brand is deeply connected with european rap celebrities).
He needed to break in the italian market, so, he was asking in 2014 how to do it.
No, the acclaimed collaboration with Fabri Fibra (born Fabrizio Tarducci, the most famous italian rapper) didn’t start because he was jelaous of not being put into the list of vip of his first collection.
Massimiliano proposed with an e-mail to Fibra’s manager, Paola Zukar, a collaboration and to sponsor him for his upcoming tour.
The rapper wanted to refresh his public image, from years connected to Adidas.
So after thirty minutes the manager answered back to Hero’s Heroine by saying they were available for this collaboration. They were actually looking for a brand which could represent Fibra’s new album lyrics.
Nothing better then Hero’s heroine, which has an hardcore aesthetics by name and by nature.
In England the brand sells in major department stores (Topman, Oxford street, Asos and Urban Outfitters).
They don’t follow fashion calendars: a real band of outsiders.
To promote their upcoming Spring Summer collection Hero’s Heroine asked to the talented director Kerry Davenport Burton to film 4 episodes (short movies) in the suburbs of London.
The movies will talk about a young boy and his life down there.
Rapper Phaze What will make a cameo in the movie.
The collection will be very aggressive. The feature of it will be the fragmentation (an asymmetric and colorful graphic concept print that will be applied on the total look).
Plus, Massimiliano Sartor is concluding another hit collaboration with a big name of music.
If I would be a 20 years old boy, not only Hero’s Heroine would teach me to dream big, but I would probably try to collaborate with them, like lots of young graduates already do.

Facebook e la libertà

Non mi paghi le fatture? Lo scrivo su Facebook, il Tribunale mi dà ragione e ti condanna a pagare le spese. 
Questa in sintesi l’ordinanza che certamente fa discutere del Tribunale di Roma anche per l’applicazione dell’art. 21 della Costituzione alle manifestazioni di pensiero in rete. 
A fronte della richiesta presentata da un imprenditore ”inadempiente” di rimozione dei contenuti pubblicati in vari Social network e Blog, perché ritenuti diffamatori ed offensivi della propria reputazione commerciale, il Tribunale ha respinto la domanda di rimozione e condannato il richiedente (cioè il debitore) al pagamento delle spese legali.



Secondo il Tribunale, infatti, le dichiarazioni postate “costituiscono espressione del diritto di libera manifestazione del pensiero, sancito dall’art. 21 della Costituzione, rappresentando – la divulgazione di uno scritto via internet – estrinsecazione del legittimo diritto di cronaca e critica”.
 Secondo il Tribunale affinché la divulgazione di notizie o commenti si possano considerare lesivi dell’onore e della riputazione devono ricorrere le seguenti tre condizioni (tutte ritenute sussistenti nel caso specifico): verità dei fatti esposti; interesse pubblico alla conoscenza del fatto; correttezza formale dell’esposizione. 




Un po come dire che da oggi chiunque ha -nella propria più o meno grande cerchia di amici – un modo per “denunciare” i torti subiti, quasi come se ciascuno di noi avesse un proprio “organo di informazione personale”.


“Mr. Gaga”, la danza di Ohad Naharin apre il 56° Festival dei Popoli

Sarà l’anteprima italiana di Mr.Gaga, il documentario di Tomer Heymann che racconta la vita e l’arte di Ohad Naharin, uno dei coreografi più importanti e innovativi al mondo, ad aprire oggi – presso il Cinema Odeon di Firenze – la 56/ma edizione del Festival Popoli, il festival internazionale del film documentario.

 

1-Mr Gaga

 

 

 

Il progetto di Mr. Gaga fu presentato nella prima edizione di Doc At Work – Industry Days del Festival dei Popoli (2013). Oggi il film è diventato realtà e, attraverso immagini di repertorio ed estratti sul palco, mostra momenti inediti dei danzatori durante gli allenamenti e le prove. La pellicola, vivace, penetrante e contagiosa, conduce il pubblico nel mondo dell’artista israeliano, figura di grande integrità, animata da un passione unica e straordinaria.

 

 

(Photo by Heymann Brothers Films)

(Photo by Heymann Brothers Films)

 

 

Ohad Naharin, classe 1952 nato e cresciuto in un kibbutz, è il creatore del rivoluzionario linguaggio di movimento “Gaga”, una danza emozionale ed energica.  Il regista del documentario ripercorre la sua vita a partire dai suoi primi passi di danza fino a quelli che lo hanno consacrato sulla scena internazionale con Martha Graham e Maurice Béjart. Si arriva poi alla coreografia, un passaggio suggellato dalla nomina a Direttore Artistico del Batsheva Dance Group, compagnia di danza di fama mondiale.

 

 

Ohad Naharin

Ohad Naharin

 

 

I semi di questo lavoro sono stati piantati circa 20 anni fa, quando ho visto per la prima volta il Batsheva Dance Group di Naharin sul palco – racconta HeymannLa mia testa e il mio cuore sono stati enormemente sconvolti come da un cocktail superbo di alcol e droghe, ma senza alcol e senza droghe. Un continuum di movimento, musica, energia, sessualità, sensualità, e ballerini di cui innamorarsi senza sapere perché. Da quella sera in poi sono diventato un consumatore ossessivo dell’arte danzante di Batsheva. Naharin è un osso duro, con un carattere contraddittorio, che ha fatto di lui un elemento affascinante da rendere in immagini in un documentario“.

“Il Misterioso Mondo della Fenice”, la mostra che racconta l’anima della materia

Dal 26 novembre al 13 dicembre è allestita a Tradate, presso i nuovi spazi dell’Officina Feniciana, Il Misterioso Mondo della Fenice, una mostra che racconta la voce dell’anima della materia attraverso le sperimentazioni di otto eclettiche designer. Si tratta di una mostra da vivere totalmente e che coinvolgerà tutti i sensi, da vedere, respirare, annusare, toccare, assaporare.

 

Annalisa Lombardini

Annalisa Lombardini

 

Latta, alluminio, bronzo, arta, plastica, legno, ferro, tessuti. Tutto viene riutilizzato, e gli oggetti che sembravano destinati al cestino subiscono una vera e propria metamorfosi. Un atto creativo, che spogliando oggetti e materiali dalla finalità per cui sono stati creati, ne ridisegna la storia. Modificandone definitivamente lo stesso valore.

 

Eva Antonini "Beatitudine Gruppo"

Eva Antonini “Beatitudine Gruppo”

 

La materia viene così riscoperta e, attraverso le mani di queste otto artiste, rinasce diventando qualcosa di nuovo e vivo, diventando “poesia e racconto, essenza“. Oltre alla realtà visibile, la materia sembra svelarci la sua natura più intima, una nuova dimensione in cui scoprirla, rinata, trasformata.

Luisa Leonardi Scomazzoni "Borsa Silva a mano"

Luisa Leonardi Scomazzoni “Borsa Silva a mano”

 

Ed è proprio questo viaggio dalla forma alla sostanza “di cui sono fatti i sogni” il tema della mostra collettiva. In esposizione si trovano creazioni di Adriana Lohmann, Angela Mensi, Annalisa Lombardini, Caterina Crepax (foto copertina), Esther Martel, Eva Antonini, Luisa Leonardi e Sabrina Tajé.

 

Adriana Lohman "Dicocibo Flower Power"

Adriana Lohman “Dicocibo Flower Power”

 

Artiste appartenenti a realtà ben diverse (con percorsi a volte distanti) che, – pur utilizzando linguaggi e materiali altrettanto lontani – hanno in comune lo stesso intento e la stessa spinta creativa, una matrice comune che si snoda “tra passione ed entusiasmo, coraggio e intraprendenza, etica e rispetto“.

 

Sabrina Tajé "Equilibrista"

Sabrina Tajé “Equilibrista”

 

Le designer si ritrovano unite in questi spazi a raccontare, ognuna col proprio linguaggio e la propria personalissima voce interiore, la grande avventura della metamorfosi. Che è “ricerca continua, fuoco sacro, assenza di maschere, svelamento, pienezza“.

 

Esther Martel

Esther Martel

 

E dopo il loro lavoro, ecco i risultati in vetrina: abiti, lampadari, accessori, oggetti del desiderio nati da materiali poveri e scarti industriali. Oggetti rinati che ci sorprendono nella loro nuova forma. Espressioni tridimensionali di “un nuovo idioma, di un nuovo lessico che si rivela prezioso, giocoso, sensuale, seducente, misterioso e ironico“.

 

Angela Mensi "Panchecubolotus"

Angela Mensi “Panchecubolotus”

 

Questo nuovo showroom fa parte di un progetto, ovvero diventare spazio caleidoscopico dalle molte anime tutte da scoprire, da laboratorio d’arte a location per eventi (dagli shooting alle mostre), cuore pulsante per la creatività e l’arte.

Date e orari mostra da consultare presso www.officinafeniciana.it

Cronache Vintage

CRONACHE VINTAGE


L’appuntamento con lo straniero –  E sotto il vestito lingerie d’antan

 

Quando ami l’abbigliamento vintage, il design vintage, la musica vintage, insomma quando ami il vintage, questo invade la tua vita completamente. Entra nel tuo armadio, arreda i tuoi mobili, suona nelle tue orecchie: per dire, indosso il mio cappotto multicolor alla Twiggy, ascolto Aretha Franklin ed esco di casa trotterellando.

Finisce per scandire qualsiasi momento della tua vita. Gioioso, sciagurato o malinconico. Fu così anche la volta in cui incontrai quello che venne da me e che ribattezzai come straniero. Eravamo a un concerto, non ci conoscevamo, ma quando i nostri occhi s’incrociarono, lui decise che avrebbe dato le spalle al palco per guardare solo me. Ho pensato che avesse seri problemi, perché lo scetticismo è il sale della mia esistenza. Poi però il suo numero finì nella mia rubrica, e lo scetticismo lasciò il posto alla curiosità.
Ci sono stati pochi incontri, tante sparizioni e ritorni improvvisi. E sempre un sacco di battiti di cuore all’impazzata. Lo rividi ancora una volta, lo decisi io, per concedermi un vero primo e ultimo appuntamento. L’appuntamento col mio STRANIERO.

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Desideravo che fosse tutto perfetto, così avrebbe fatto più male. Sotto i miei storici jeans a vita altissima, dalla tela assai consunta, e il maglione anni ’80 talmente largo da ridurre al minimo l’immaginazione di lui, indossai della lingerie anni ’70 regalatami da quella gran stipatrice di mia madre.

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Avete presente il reggiseno a punta e le mutande a vita alta? Aggiungete del pizzo bianco, dei bottoncini in madreperla, delle spalline in raso di seta. Eh sì, perché mia mamma, nonostante quella rivoluzione femminile che voleva perfino l’intimo comodo e per nulla seducente, aveva deciso che non sarebbe uscita per strada a bruciare reggiseni. Lei se li sarebbe messi i reggiseni sexy ed eleganti, e con quelli addosso avrebbe portato avanti la sua personale battaglia femminile. E io oggi scelgo di ereditarli, evitando così i completini striminziti da centro commerciale Maculaty&Orrendy. Inutile dire che lo straniero apprezzò, ne godette e ripartì.

Non volli vederlo mai più. Perché gli uomini, a volte, è meglio perderli. Il completino intimo, invece, rimane. Fedele. Per sempre.

Come reagirà la Russia all’abbattimento del suo caccia da parte dei turchi?

La Russia si sta ricostruendo una reputazione nell’arena internazionale di una potenza con cui non c’è da scherzare, sono mesi che minaccia velatamente l’occidente dicendo di non aver paura di usare armi nucleari tattiche, sta facendo la voce grossa in Ucraina con la NATO e ha una politica incredibilmente aggressiva nei confronti degli stati baltici. Anche l’intervento in Siria è stato all’insegna del machismo che piace tanto al leader supremo russo, Vladimir Putin, con tanto di frasi ad effetto: “Perdonarli spetta a dio, portarli a lui spetta a me” per questo tutto il mondo si chiede come reagirà la Russia all’affronto più grande che ha dovuto subire negli ultimi anni: l’abbattimento del suo caccia da parte dell’aviazione turca.

Vox ha provato a chiedere lumi al professor Mark Galeotti, un esperto di Russia del Center for Global Affairs, ecco cosa ha risposto:


Vox: Per prima cosa perché la Russia ha violato lo spazio aereo turco?


Galeotti: Ci sono alcune possibili ragioni. Per prima cosa potrebbe essere un errore del pilota. Stavano operando vicino al confine e potrebbero aver sconfinato per errore. E’ poco probabile considerando le moderne tecnologie ma, tuttavia, non possiamo totalmente escludere questa possibilità.


La seconda cosa è che, essendo la Turchia un membro della NATO, la Russia stesse provando a mettere in mostra i propri muscoli politico-diplomatici. Voleva mostrare di poter fare questo impunemente, cosa che è successa nel nord dell’area NATO (gli stati baltici ndr).


La terza possibilità è che questa sia stata una piccola invasione dello spazio aereo turco e che il pilota stesse preparando un bombardamento e dato che i turchi stanno attivamente supportando dei gruppi ribelli decisamente tossici l’obiettivo sarebbe potuto essere al di là del confine turco. Questo è un problema che sussiste quando hai molti obiettivi al di qua e al di là di un confine.


Da notare è che abbiamo sentito che uno dei due piloti è stato ucciso dai ribelli mentre stava scendendo con il paracadute e ciò significa che probabilmente fosse in Siria. Nonostante tutto il fatto che i russi stiano operando così vicino al confine con la Turchia dice qualcosa riguardo la loro arroganza e la loro politica rischiosa.


Parlando di politica del rischio calcolato: appena dopo l’attacco Putin ha minacciato serie conseguenze per i turchi dopo l’abbattimento. Quanto seriamente dobbiamo prendere queste minacce?


Negli ultimi tempi è difficile prevedere Putin ma sospetto che a Mosca non abbiano molta voglia di far partire un’altra guerra diplomatica, lasciamo stare qualcosa di più grave. Sono impantanati nella situazione ucraina. C’è questo impegno molto pericoloso in Siria. Hanno una intera serie di sanzioni internazionali.


Quello che probabilmente succederà sarà qualche tipo di atto simbolico: può darsi che impediscano alle compagnie aeree turche di atterrare negli aeroporti russi, qualche tipo di sanzione economica, discussioni con l’ambasciatore turco, quel genere di cose.


Allo stesso tempo spereranno che Ankara dia anche solo il più piccolo segno di pentimento che permetterà a Putin di dire al popolo russo: “I turchi hanno combinato un casino, i turchi lo hanno ammesso, andiamo avanti”.


Quale sarà la reazione pubblica russa?


Le prime indicazioni dicono ci sia un chiaro aumento della rabbia da parte del pubblico. Sanno solo quello che il Cremlino dice loro, cioè che i turchi hanno attaccato un velivolo russo sopra la Siria mentre stava tentando di bombardare degli obiettivi terroristi. La retorica riguardo la coltellata alle spalle di Putin avrà risonanza; in particolar modo perché i russi, più che altri popoli, hanno consapevolezza della propria storia.


La Russia ha una lunga storia di rivalità pre-sovietica con l’Impero Ottomano, è sapere comune che i russi sono persone poco affidabili, una concezione radicata negli stereotipi culturali. Uno deve capire che non è così dura come volessero la guerra: possono, in modo molto ampio, essere modulati e in caso distratti dai media di stato. Non penso, con ogni probabilità, questo sia una costrizione per il Cremlino.


In Russia tutta l’avventura siriana è stata presentata come “colpiamo il terrorista prima di doverci aver a che fare in Russia. E’ presentata come una operazione estremamente di successo. Uno può contestare l’efficacia dei bombardamenti. Essendo onesti il massimo che i bombardamenti russi possono fare è rallentare la velocità con cui Assad sta perdendo la guerra, non cambieranno le sorti della guerra. Ma così viene presentata a Mosca. Infine è presentata come una operazione sicura: nessun grande contingente sul campo, i russi stanno facendo tutto a distanza di sicurezza dal pericolo.


Un velivolo abbattuto e da un altro paese, non dai ribelli non cambierà questo ultimo elemento. Ma rende l’idea che i russi stiano iniziando ad avere perdite, perdite che non possono nascondere con la macchina da propaganda statale e ci sono dei rischi che la guerra inizia a diventare meno popolare.


Il punto di cui parlava riguardo un’animosità storica tra la Russia e la Turchia è interessante e porta alla luce un problema più grande: come vede le relazioni russo-turche in genere? Questo incidente cambierà qualcosa?


Abbiamo visto, ad un certo punto una connessione formarsi tra il turco Erdogan e il russo Putin, entrambi sono uomini forti in posizioni di comando.
Ma per essere sinceri la Turchia è stata al massimo un amico/nemico per la Russia. Sotto Erdogan la Turchia si è imbarcata in una campagna per diventare una potenza regionale. Ha cercato di acquisire una sfera di influenza e questo porta inevitabilmente a scontrarsi con la Russia.


Questo viene prima della Siria. Mi ricordo quando ero in Azerbaijan, c’erano una pletora di attori che competevano là, e sicuramente c’erano i turchi. C’è una lunga storia di rivalità nell’epoca moderna; i russi hanno sicuramente infranto la sovranità turca, ivi inclusa la volta che hanno assassinato un finanziatore dei ribelli ceceni sul suolo turco tramite agenti dell’intelligence.
Le relazioni, quindi, non cambieranno dato che sono sempre state tese e antagonistiche.


C’è un’altra cosa che ha detto che vorrei considerare: più la Russia perde uomini più la guerra in Siria diventerà un peso per Putin. Se è così questo incidente farà in modo che Putin sia meno imperativo nell’uso della forza in Siria?


Dipende molto dalla scala. Se parliamo di perdite lente, un soldato ucciso da un cecchino, un pilota abbattuto qua e là è molto più controllabile. D’altro canto, sto pensando quando Regan è stato costretto a far tornare a casa i Marine dal Libano dopo l’attentato all’accampamento. Una singola, cataclismatica, perdita cambia la storia.


A essere onesti Mosca non sta cercando un grande e indefinito sforzo militare in Siria. Il motivo dell’attacco è più che altro di piazzare Mosca tra quelli che decidono cosa succede in Siria. Quello che vogliono i russi e un qualche accordo politico.


Ora un accordo politico vedrebbe Assad fuori dai giochi e i russi sono gli unici che potrebbero tirare fuori Assad da Damasco in modo pacifico e offrirgli asilo in Russia. La cosa prevederebbe anche un qualche tipo di accordo politico che includerebbe i ribelli e la elite alawita. Questo è l’unico modo di mettere insieme abbastanza combattenti per contrastare lo Stato Islamico.


Putin è molto più interessato alla dimensione politica piuttosto che a quella militare e vuole spostarsi nella dimensione politica il più in fretta possibile. Grazie agli attacchi di Parigi sembrava che la questione stesse andando nella direzione che lui desiderava. Questo abbattimento potrebbe rendere sterili gli sforzi russi per la ricerca di un accordo o potrebbe renderli più urgenti. Ancora non lo sappiamo a questo punto.

Blake Lively nuovo volto di Peuterey

È Blake Lively è il nuovo volto scelto da Peuterey per la stagione 2015/2016. La bionda attrice americana, resa celebre dalla serie Gossip Girl, è la nuova testimonial dell’azienda italiana.

Una scelta tattica, quella del brand, che, oltre a puntare sulla bellezza della Lively, mira anche ad un’espansione sul mercato nordamericano.

Altezza svettante su un fisico tonico, Blake Lively rappresenta “la donna contemporanea per eccellenza”, secondo Francesca Lusini, Presidente del gruppo Peuterey. Un’azienda giovane, nata nel 2002, Peuterey esprime il lifestyle contemporaneo, tra comfort e stile. Giacche e piumini per lui e per lei, per capispalla dall’appeal metropolitano e moderno.

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Blake Lively sfoggia una giacca Peuterey

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Classe 1987, l’attrice americana è il nuovo volto di Peuterey



Classe 1987, Blake Lively nasce in una famiglia di artisti. Dopo aver raggiunto la fama grazie al ruolo di Serena van der Woodsen nella serie TV americana a Gossip Girl, è stata diretta sul grande schermo da nomi del calibro di Oliver Stone, Ben Affleck e Brett Ratner. Neomamma, sposata con l’attore Ryan Reynolds, Blake Lively è una vera e propria icona di stile.

Seguitissima sui social network, il suo stile è giovane ma sofisticato e ad ogni uscita pubblica regala mise eleganti, che ottengono critiche sempre entusiastiche.

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Blake Lively ha ottenuto la fama mondiale grazie al telefilm Gossip Girl

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L’attrice è considerata una vera e propria icona di stile, grazie ai suoi look sempre perfetti



Scelta vincente, quella di Peuterey, di puntare su di lei per affermarsi oltreoceano. Il brand omaggia l’Italia e le sue bellezze paesaggistiche, a partire dal logo, che rappresenta una delle cime del Monte Bianco. Lo stile del Bel Paese, da sempre sinonimo di eleganza per antonomasia, non perde occasione per imporsi a livello internazionale. Al volto di Blake Lively il compito di continuare la tradizione del Made in Italy.


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Diane Pernet: la vestale dello stile

Gol di moda: PUMA x BAPE convoca Mario Balotelli

Gol di moda: PUMA x BAPE convoca Mario Balotelli

A Bathing Ape (BAPE) è uno dei brand streetwear più famosi al mondo, fondato a Tokyo nel 1993 dall’hip hop artist giapponese Nigo, detta ogni stagione nuovi trend siglando anche collaborazioni di successo con i più importanti brand internazionali.

Puma x Bape_15

Puma x Bape_15



Nigo

Nigo



Per la stagione autunno/inverno BAPE ha collaborato con PUMA per realizzare una collezione che sarà un vero cult per tutti gli appassionati e collezionisti di edizioni limitate.

La collezione PUMA x BAPE è ispirata al mondo del calcio e presenta una selezione di capi d’abbigliamento, sneakers e accessori parte dell’archivio dello Sportsbrand resi unici dalla mitica print camo di BAPE e dal nuovo logo BAPE F.C.

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backpack PUMA x BAPE



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PUMA X FC BAPE Disc Blaze



Per il lancio della collezione è stato scelto come testimonial il calciatore dell’A.C Milan Mario Balotelli.

Qui il video del backstage dello shooting della collezione PUMA x BAPE: 



La collezione PUMA x BAPE sarà venduta unicamente in selezionati store di tutto il mondo e in Italia sarà disponibile, a partire dal 12 dicembre, SOLO da:

Slam Jam (Milano)
Sneakers 76 (Taranto)
Back Door (Bologna)

Se volete unirvi all’incredibile squadra Puma x BAPE andate nei negozi e prendete il vostro capo.

ENGLISH VERSION 

Fashion Goal: BAPE X PUMA taps Mario Balotelli


A Bathing Ape (BAPE), a brand born in the heart of Tokyo, is one of the major fashion hub worldwide. The mind behind the label is Nigo, japanese hip hop artist, and entrepreneur.
Established in 1993, it has remained a symbol of streetwear for all this time.
The brand is supported by fashionistas and it has also made succesful collaborations with established brands and artists Their last partnership is already a cult: BAPE has designed a collection in partnership with Puma.
Puma x BAPE collection is inspired by sportswear, in particolar soccer: it features selected sportswear silhouette items (Puma heritage)and BAPE’s camo-print obsession. The accessory component includes bags, football socks and headbands, Lots of camo sneakers are included.

The endorsement is Mario Balotelli, AC Milan bomber.
The collection will be sold in selected stores worldwide: it will be launched in Italy the 12th of december 2015

You can buy the collection ONLY in those 3 stores:

Slam Jam (Milano)
Sneakers 76 (Taranto)
Back Door (Bologna)

If you want to enjoy the amazing Puma x BAPE football club, go in store and get your piece.

Marilyn Minter tra pornografia, sesso e ironia

Marilyn Minter nata a Shreveport nel 1948 è una fotografa statunitense che gioca molto con la trasgressione ed è molto interessata alle immagini allusivamente pornografiche.

Molto famose sono le foto che ha fatto a Tom Ford per pubblicizzare il suo profumo.

Si tratta di foto molto glamour ma non banali, che privilegiano il dettaglio e i colori accessi e che suggeriscono il movimento, come se si trattasse di immagini rubate all’improvviso.


Marilyn Minter tra pornografia, sesso e ironia


Tom Ford per altro è abbastanza famoso per aver spesso usato immagini chiaramente sessuali per pubblicizzare il suo profumo.

I suoi lavori sono stati esposti al Museum of Modern Art di San Francisco e nel 2007 la sua prima retrospettiva monografica è stata esposta in Svezia, Spagna, Francia e Gran Bretagna.


Marilyn Minter tra pornografia, sesso e ironia


Una tappa importante nel suo percorso artistico è stata la realizzazione del video Green Pink Caviar, usato come sfondo delle canzoni di Madonna nel suo Sticky & Sweet Tour.

Il video Green Pink Caviar ha come unica protagonista una bocca e una lingua che lecca sostanze gelatinose, coloratissime e melmose. L’idea è piaciuta a Madonna che ne fece la scenografia del suo world tour “Sticky & Sweet“. Una lingua conturbante e ad alto tasso erotico…


Marilyn Minter tra pornografia, sesso e ironia


In molte sue foto dominano le labbra femminili carnose e coloratissime, spesso coperte d’oro o da liquidi melmosi .

La sua cifra stilistica come fotografa è il dettaglio, dettagli dipinti, fluorescenti, esaltati, iperrealisti che rimandano a una carnalità libera, autentica e giocosa, lievemente feticista.

Al lavoro di Merilyn Minter si può ben adattare il detto secondo cui: “il diavolo si nasconde nei dettagli”.


Marilyn Minter tra pornografia, sesso e ironia


Ma al di là della trasgressione e delle provocazioni Merilyn Minter sa essere anche estremamente poetica come in alcuni scatti dedicati alla madre colta nella sua intimità e solitudine di donna, senza orpelli, mostrando la sua età e la sua malinconia.

Ci consegna così immagini di grande poesia, fulmine riflessioni sulla condizione femminile.

Come molte artiste donne indaga il rapporto sempre complesso con la sessualità, beffeggiando in qualche modo i media tradizionali che hanno fatto del corpo femminile un’ oggetto asessuato, patinato e perfetto.


Marilyn Minter tra pornografia, sesso e ironia





http://www.marilynminter.net

Maison Christian Dior presenta il nuovo lusso con la Nano Lady Dior

Ormai è tendenza nelle Maison di lusso: rivisitare le borse iconiche in versione Nano.

A lanciare questa moda, Louis Vuitton, che trasformò le iconiche Speedy e Noe in misure più ridotte, seguite poi da altri modelli come Pallas, Turenne e Alma, proposte sia in pelle che in tela Monogram.

Questa attitudine è stata riconfermata da un altro marchio francese, che ha rimpicciolito il modello di punta della casa: la Lady Dior.

La Nano lady Dior in argento sfavillante

La Nano lady Dior in argento sfavillante



 

Dior, ha appunto reinventato la borsa emblematica della Maison. Nata nel 1994 con nome in codice <<Chouchou>>, solo nel 1996 viene ribattezzata Lady Dior per omaggiare la sofisticata eleganza della principessa Lady Diana.

Lusso in miniatura per Maison Dior

Lusso in miniatura per Maison Dior



 

Negli anni è stata vestita di magnifici effetti sparklings, decorata con grafismi leggiadri, confezionata  in pelle di agnello, in alligatore (patinato o satinato), in pitone e infine in Galuchat.

La Nano Lady Dior in blu acquatico

La Nano Lady Dior in blu acquatico



 

La Nano Lady Dior in rosa scintillante

La Nano Lady Dior in rosa scintillante



 

L’obiettivo di Dior è quello di accattivare anche una fetta di mercato inusuale per il marchio. Diversamente da quanto proposto da Louis Vuitton, la borsa in miniatura è stata progettata per le piccine che si affacciano per la prima moda nel fashion che conta.

La Nano Lady Dior in rosso tulipano

La Nano Lady Dior in rosso tulipano



 

La versione Nano, non ha nulla a che invidiare con la sorella maggiore. La borsa, presenta il motivo “Cannage” e le quattro lettere del Charm  che compongono il nome Dior sono rivestite in pelle.

La palette scelta si declina nelle tonalità pastello: argento sfavillante, rosso tulipano, blu acquatico e rosa scintillante.

A noi un dubbio rimane: siamo sicure che questo lusso in miniatura non verrà indossato anche dalle fashion addict più adulte?

 

Luna Blu: il diamante da 48,5 milioni di dollari

È una prova d’amore che ha dell’incredibile quella affrontata dal magnate Joseph Lau per sigillare il forte legame con la figlia Josephine.

Quale ardua impresa ha dovuto affrontare il sessantaquattrenne di Hong Kong? Semplice, dedicare il “Luna Blu”: un diamante da 12,03 carati, proveniente da una miniera in Sudafrica e costato una cifra non proprio irrisoria di ben 48,5 milioni di dollari.

Battuto all’asta il 12 novembre scorso, il “Luna Blu” sarebbe secondo David Bennett (responsabile della divisione internazionale di Sotheby’s) il diamante e il gioiello più costoso di sempre.

Luna Blu: il diamante da 12,03 carati

Luna Blu: il diamante da 12,03 carati

 

Ribattezzato successivamente “Luna Blu Josephine” ( il diamante che somiglia appunto ad una Luna Blu) è stato oggetto di studio per ben cinque mesi , analizzato da un team di esperti e  forgiato da un’artista per ben tre mesi.

La pietra preziosa, incastonata in un anello d’oro non è altro che l’ultimo acquisto del padre per omaggiare la figlia al settimo anno di vita.

Solo qualche giorno prima, il milionario cinese aveva acquistato un diamante rosa (il Dolce Josephine) di 16,8 carati per un valore commerciale di 28,5 milioni di dollari aggiudicato durante un’ asta indetta da Christie’s.

Ma Josephine può contare su un altro gioiello, forse il più emblematico della sua vita, il “Stella di Josephine”: un diamante blu, regalatole il giorno della sua nascita nel 2009. Il suo valore? Solo (e per un semplice modo di dire) 9,5 milioni di euro.

 

 

 

Più libri più liberi, la fiera nazionale della piccola e media editoria

Giunta ormai alla sua quattordicesima edizione e promossa dall’AIE – Associazione italiana editori, la Fiera nazionale della piccola e media editoria “Più libri,più liberi” è diventata ormai un appuntamento imperdibile dell’inverno romano per parlare dello stato di salute e delle cifre dell’editoria italiana, delle recenti pubblicazioni, di nuovi progetti editoriali, e di come avvicinare sempre di più i libri alle persone. La fiera, in scena dal 4 all’8 dicembre presso il Palazzo dei Congressi dell’Eur di Roma, sarà ancora una volta un spazio privilegiato, un osservatorio sulla varietà della produzione editoriale italiana. Quest’anno il foltissimo programma della cinque giorni che, avrà più di 300 eventi nelle 8 sale adibite, si snoda ogni giorno su una parola-chiave diversa che trainerà il pubblico e gli addetti ai lavori verso la situazione libraria nostrana.

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I temi che fanno da “copertine” alle varie giornate saranno Concentrazioni, Valore, Innovazione, Autore e Collaborazioni, per ricordare che i cambiamenti e le trasformazioni del panorama editoriale italiano non sono eventi singoli e scollegati, ma una serie di trasformazioni concatenate che influenzano tutti gli ambiti della catena editoriale.



I dibattiti saranno di fatto grandi occasioni per discutere sulla ricerca di nuovi autori, anche in contesti internazionali, sulla necessità da parte delle piccole realtà di emergere anche attraverso un uso sapiente dell’innovazione sia per quanto riguarda i processi produttivi che i modelli di business. La fiera inoltre offrirà ai visitatori la possibilità di incontrare gli autori italiani e stranieri più amati dal pubblico, nuove promesse letterari internazionali, intellettuali, saggisti, fumettisti, youtubers, e non solo, tutti presenti per interagire con il pubblico attraverso tavole rotonde, presentazioni editoriali, laboratori per ragazzi, conferenze, reading, e spettacoli.

Una manifestazione basata su un approccio trasversale che riunisce mondi che sembrano lontani ma tutti accomunati da un filo comune: l’amore per i libri. Tra i protagonisti italiani troveremo Erri De Luca, che proporrà un discorso sulla libertà di parola, l’amatissimo autore delle avventure del Commissario Montalbano, Andrea Camilleri, e ancora Niccolò Ammaniti, Dacia Maraini, Marco Balzano (Premio Campiello 2015), Ascanio Celestini, e moltissimi altri. 


L’evento al suo interno tra le numerose iniziative, celebrerà attraverso una serie di omaggi e approfondimenti i quarant’ anni dalla scomparsa di Pierpaolo Pasolini, scrittore e regista visionario ed eclettico, una delle figure più influenti e indimenticabili della scena culturale italiana.Un evento che come ogni anno si offre come ponte e luogo di incontro tra le imprese editoriali e il pubblico, come momento di riflessione per gli studiosi su un medium, il libro, che ogni volta sembra sul punto di svanire a favore di supporti digitali, ma che alla fine continua ad attrarre e a sostenere come un amico fidato le persone nella loro piccola quotidianità.

Steve Jobs: The Man in the Machine

Il film biografico di Alex Gibney, dedicato alla ricostruzione non solo facciale, ma anche di qualche singolar eccesso caratteriale, di uno dei fondatori del capitalismo informatico contemporaneo, Steve Jobs, parte, anche nel senso puramente espositivo, da una constatazione, che si presta subito a una domanda, cui il film, ovviamente, non risponde, essendo più che altro un raccoglitore di sfaccettature controverse, del genere genio introverso maniacale incline, ma senza esagerare, all’appropriazione intellettuale indebita e all’autismo affettivo. Rimando a dopo un’introduzione migliore. La morte del magnate asceta, prematura si direbbe non solo per l’età, ma soprattutto per la propensione alla longevità che possono suggerire certi patrimoni ben piantati, causò un diffuso senso inconsolabile di lutto, accorati necrologi istantanei sulle maggiori reti sociali, raccolti pellegrinaggi con fiori e dediche di fronte alle vetrate serrate delle tante succursali Apple, in pausa pianto.


Steve Jobs: The Man in the Machine


In tanti caricarono, nell’ora della commozione, sui propri Ipad, per evitare combustioni superflue, la fiammella funebre di una candela, mossa da una lieve soffio virtuale, come quella di uno spirito segregato, ma comunque lieto, nel congegno interattivo mobile. La domanda connessa, che sembra banale e quindi attendere, in definitiva, una risposta altrettanto banale, va sulle ragioni di una tale quantitativo d’amore versato, sempre che sia appropriato parlare di amore, volendo magari poi intendere una sconfinata gratitudine. Una introduzione migliore, al film, e a questa perplessità, su cui l’autore del ritratto controverso non insiste troppo, ce la potrebbe prestare, non avendo troppo fretta nel restituirgliela, l’umorista americano Bill Burr che in una serrata invettiva derisoria demolisce il magnate asceta, il Gesù dei nerd, senza la perizia bilanciata di una più vasta dimensione ambivalente di fatti, di meriti e demeriti. La complessità, a meno di non estenuarla fino a toglier fiato alla ragione, non fa ridere.


Steve Jobs: The Man in the Machine


Steve Jobs ha cambiato il mondo, urlano ammirati da ogni angolo, ma cosa ha mai fatto? Ha schiavizzato dei malcapitati ingegneri, dicendogli, Voglio la mia collezione di dischi nel mio telefono, su fatelo, ora, e senti sbattere la porta di uno sgabuzzino. Ha cambiato il mondo, ripetono urlando in grossi cori, ma uno come John Lennon, non teneva una torma di minorenni sotto pagati nel proprio umido scantinato, a stampargli, giorno e notte, i dischi. Yoko Ono è un altro discorso. Jobs era uno, che neanche troppo sottilmente, lasciava intendere nelle sue pubblicità, che finivano con il puntuale slogan qualificante, Think different, che dopo Einstein, dopo Gandhi, c’era lui, ma era solo una questione di ordine cronologico, quel dopo. Queste alcune battute, a carico di Burr, attenuate nelle citazioni usate, troppo letterarie, da cui trapela, comunque, l’irruenza tagliente di uno scetticismo ostile a quel processo di beatificazione, o di adorazione triviale sintomatica, cui è stato sottoposto, del tutto consenziente e complice, il magnate che ha ridisegnato il sistema nervoso delle tecnologie a largo consumo.


Nel film, certo, affiora il lato sordido e rimosso della logica di produzione capitalista, la prioritaria celebrazione del profitto, simmetrico al lato sordido, squisitamente umano, e deprimente di Jobs che sacrifica, macinandolo, chiunque sull’altare visionario del successo, perfino il disturbo emotivo di una paternità non gradita. Una rimozione che l’azienda ha fatto e fa, oggi forse più di prima, per velare con elaborate ed euforiche misure di marketing mitologico, che è chiaro ha nel culto della personalità del padre fondatore il suo nirvana. La demistificazione, comunque, rimane blanda, trovando puntuali contrappunti nell’elogio levigato di una grandezza difficile da sbriciolare, anche giustamente, perché alla fine, la stessa premessa del film, che si risolve in un interrogativo sentimentale, ne rimarrebbe sminuita, offrendo solo la facile conclusione, spesso prolissamente corroborata da sofisticate delucidazioni, che in linea di massima questo genere di invaghimento grato è sinonimo di idiozia.


Attaccato a quella mela, con un morso di fabbrica che fa tutta l’audace differenza, un misto di verità e menzogna si accapigliano. Il desiderio di una tecnologia pensante, il frutto proibito della nostra epoca, macchine che si perfezionano secondo un disegno intelligente, non solo nell’esca di un design arguto. Gli albori, insomma, di un promettente mondo artificiale depurato dalle sue congenite oscurità. L’uomo dentro la macchina, come da titolo tradotto, Steve Jobs, che ce l’ha fatto, semplicemente, credere.

“Ennesima”, una mostra di sette mostre sull’arte contemporanea italiana

Da oggi novembre 2015 al 6 marzo 2016 la Triennale di Milano presenta Ennesima,una mostra di sette mostre sull’arte italiana, a cura di Vincenzo de Bellis. Un viaggio espositivo organizzato in sette percorsi che esplorano gli ultimi cinquant’anni di arte contemporanea in Italia raccogliendo oltre centoventi opere di più di settanta artisti dall’inizio degli anni Sessanta ai giorni nostri. L’allestimento si estenderà sull’intero primo piano della Triennale di Milano.

Giulio Paolini  “Intervallo”, 1985-1986 Calchi in gesso, basi bianche opache / Plaster casts, matte white bases due calchi / two casts: 63 x 60 x 18 cm, 58 x 64 x 20 cm; due basi / two bases: 160 x 50 x 20 cm ciascuno / each Courtesy Galleria Christian Stein, Milano e / and Archivio Giulio Paolini, Torino © Giulio Paolini Photo: Robert Keziere

Giulio Paolini
“Intervallo”, 1985-1986
Calchi in gesso, basi bianche opache / Plaster casts, matte white bases
due calchi / two casts: 63 x 60 x 18 cm, 58 x 64 x 20 cm; due basi / two bases: 160 x 50 x 20 cm ciascuno / each
Courtesy Galleria Christian Stein, Milano e / and Archivio Giulio Paolini, Torino
© Giulio Paolini
Photo: Robert Keziere

 

Il titolo prende ispirazione da un’opera di Giulio Paolini, Ennesima (appunti per la descrizione di sette tele datate 1973), la cui prima versione è suddivisa in sette tele. Da qui il numero di progetti espositivi che compongono la mostra: sette mostre autonome, intese come appunti o suggerimenti, che esplorano differenti aspetti, collegamenti, coincidenze e discrepanze, nonché la grammatica espositiva della recente vicenda storico-artistica italiana.

 

Liliana Moro "Aristocratica", 1994 Still da video Courtesy Castello di Rivoli – Museo d’Arte Contemporanea, Rivoli (TO)

Liliana Moro
“Aristocratica”, 1994
Still da video
Courtesy Castello di Rivoli – Museo d’Arte Contemporanea, Rivoli (TO)

 

Sette diverse ipotesi di lavoro con cui poter interpretare e rileggere la nostra arte anche attraverso l’analisi di alcuni dei formati espositivi possibili: si passa infatti dalla mostra personale all’installazione site-specific, dalla collettiva tematica alla collettiva cronologica, dalla collettiva su uno specifico movimento alla collettiva su un medium fino ad arrivare alla mostra di documentazione. Come una piattaforma che permette la compresenza di diversi formati, senza creare forzatamente connessioni tematiche e stilistiche, cronologiche o generazionali.

 

Carol Rama “Trittico. Idilli”, 1993 Tecnica mista su tela da capote, tre elementi / Mixed media on automotive canvas, three parts 130 x 70 cm ciascuno / each Courtesy Collezione privata / Private collection, Köln

Carol Rama
“Trittico. Idilli”, 1993
Tecnica mista su tela da capote, tre elementi / Mixed media on automotive canvas, three parts
130 x 70 cm ciascuno / each
Courtesy Collezione privata / Private collection, Köln

 

 

Il percorso inizia così con la collettiva tematica dal titolo Per la scrittura di un’immagine – incentrata sull’analisi della centralità dell’iconografia nella produzione artistica italiana dagli anni Sessanta a oggi – per proseguire con la mostra collettiva su un movimento artistico intitolata L’immagine della scrittura: Gruppo 70, poesia visuale e ricerche verbo-visive e dedicata alla Poesia Visiva, e ancora con Alessandro Pessoli: Sandrinus, il tutto prima delle parti, che rappresenta la prima mostra personale dell’artista in un’istituzione pubblica italiana.

 

Alessandro Pessoli  "Figure che aspettano", 2014 Panca in acciaio, ceramiche smaltate / Bench in steel, glazed ceramics 118 x 189 x 74 cm Courtesy Xavier Hufkens Gallery, Brussels

Alessandro Pessoli
“Figure che aspettano”, 2014
Panca in acciaio, ceramiche smaltate / Bench in steel, glazed ceramics
118 x 189 x 74 cm
Courtesy Xavier Hufkens Gallery, Brussels

 

Spartiacque del percorso è la mostra collettiva su un medium: La performance dal tempo sospeso: il tableau vivant tra realtà e rappresentazione, che si concentra sulla performance con un focus sul sottogenere del tableau vivant, a cui segue L’archivio corale: lo Spazio di via Lazzaro Palazzi, l’esperienza dell’autogestione e AVANBLOB, mostra di documentazione che propone un primo tentativo di storicizzazione, poiché rende omaggio al 25° anniversario delle attività del gruppo di artisti attivi a Milano.

 

Francesco Vezzoli "Embroidery of a Book: Young at Any Age", 2000 33 stampe laser su tela in bianco e nero con ricami in filo metallico Collezione Gemma De Angelis Testa, Milano


Francesco Vezzoli
“Embroidery of a Book: Young at Any Age”, 2000
33 stampe laser su tela in bianco e nero con ricami in filo metallico
Collezione Gemma De Angelis Testa, Milano

 

A concludere il percorso è la mostra collettiva generazionale 2015: tempo presente, modo indefinito, una sezione che presenta le opere di una selezione di artisti nati tra la metà degli Anni Settanta e Ottanta. L’intero allestimento è infine costellato di interventi site-specific in punti cruciali del percorso espositivo, raccolti sotto il titolo di Qui, ora e altrove: Site-Specific e dintorni, che si inseriscono trasversalmente rispetto alle altre sei mostre.

 

Marisa Merz Senza titolo, 1986 Grafite su carta Courtesy dell’artista Fondazione Merz, Torino

Marisa Merz
Senza titolo, 1986
Grafite su carta Courtesy dell’artista Fondazione Merz, Torino

 

Ennesima privilegia, rispetto a una visione univoca, delle prospettive multiple: sette tentativi, sette suggerimenti, sette possibili analisi e interpretazioni dell’arte italiana contemporanea. Diversi approcci ben distinti e separati che, nella loro parzialità, anche lo spettatore percepirà sia come autonomi e autosufficienti ma anche come parte di una visione ampia che li comprende tutti.

 

Luca Vitone "Crêuza", 2000 Legno, mattoni, pietre Courtesy Galleria Pinksummer, Genova Photo: Giulio Buono

Luca Vitone
“Crêuza”, 2000
Legno, mattoni, pietre Courtesy
Galleria Pinksummer, Genova
Photo: Giulio Buono

 

Lo studio, l’analisi e l’omaggio a grandi rassegne di un passato più o meno recente rende così “plurale” la natura di Ennesima, una vera e propria meta-mostra, ovvero una mostra che riflette su se stessa, sulla pratica espositiva, sui meccanismi che la regolano. Una mostra che svela tutti gli ingredienti – diversi ma uniti – che compongono un affresco composito dell’arte contemporanea italiana in tutte le sue diverse specificità e sfumature.

La Grande Madre, la mostra a Palazzo Reale

LA GRANDE MADRE – PARTE PRIMA 

Si è conclusa la mostra “La Grande Madre”, curata da Massimo Gioni, ideata e prodotta dalla Fondazione Nicola Trussardi insieme a Palazzo Reale per Expo in Città 2015.


2000 metriquadri di esposizione per 400 opere di 139 artisti, scrittori, articolato in 29 sale di Palazzo Reale.

La madre come iconografia e rappresentazione della nascita, della vita e a volte della morte. Un tema delicato ma forte che vede, nel corso della storia, la donna protagonista di una serie di fatti e cambiamenti di fortissimo impatto politico, sociale e culturale. Com’è cambiato il ruolo della donna nei secoli, ma diremmo anche negli anni. Per non andare troppo lontano – nella prima decade del 900 Marinetti descriveva nel “Manifesto del Futurismo” una donna mentalmente inferiore, debole e dominata dall’istinto – un atteggiamento misogino che oggi farebbe rabbrividire, ma che ebbe consensi dal sesso maschile a partire dallo psicoterapeuta Otto Woinenger, il cui pensiero divideva la stessa in: prostituta o madre. Le stesse donne che hanno poi fatto ricredere Marinetti, debellando l’originario “disprezzo della donna” in un essere coraggioso e virile quanto l’uomo. Insomma molto fumo per cadere poi nell’origine del mondo.



 

Le lotte sono state sanguinarie e numerose per arrivare all’emancipazione; una sala della mostra raccoglie una serie di manifesti che rivendicano la libertà femminile, in un periodo storico, dopo le due guerre mondiali, in cui le leggi federali degli Stati Uniti proibivano la diffusione di informazioni sulla contraccezione. Se le donne figliavano, non avevano nessun sussidio da parte dello Stato, se decidevano di abortire, venivano condannate e arrestate. E’ allora che Margaret Sanger, precisamente nel 1916 aprì la prima clinica per aborti degli Stati Uniti, dietro questi principi: “ I figli devono essere concepiti nell’amore, voluti da madri consapevoli e generati in condizioni che ne garantiscano la salute”.

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L’Erpice di Kafka



Per fortuna non reale ma frutto di una fantasia apparsa sul racconto “Nella colonia penale” di Kafka, l’Erpice si estende in tutta la sua maestà mista a orrore in una stanza semibuia.
L’Erpice è un letto in cui alcuni condannati erano obbligati a sdraiarsi, sopra cui si erge un macchinario dotato di aghi che attraversano il corpo del prigioniero, ignaro del reato per cui è accusato. La scrittura prevede che, durante l’agonia di 12 ore, l’incriminato intuisse la natura della pena inflittagli, una metafora per urlare sulla situazione in cui lo stato deteneva il controllo sulle persone. Crudele.

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The Giantess di Leonora Carrington



Intrisa di nostalgia l’opera di Leonora Carrington, scrittrice e pittrice amante di Max Ernst, ricoverata in un ospedale psichiatrico per esaurimento nervoso quando il compagno fu internato in Francia. Quanto è frutto della sofferenza il quadro “The Giantess (The Guardian of the Egg)” (La Gigantessa – La custode dell’uovo) ? Una creatura femminile che nutre la Luna di stelle, chiusa in una gabbia.

Attraverso il parto, che necessita dolore, nasce un’altra vita, simbolo di gioia e di speranza, è forse indispensabile questo dolore per dare alla luce qualcosa di grande?

 

Camminando sotto le note di “Amazing Grace” della cantante gospel Mahalia Jackson, l’installazione più commovente della mostra è di Nari Ward. L’artista di origini giamaicane, utilizza per le sue opere materiali di scarto, rifiuti – in questo caso 280 passeggini sono protagonisti dell’opera, rappresentazione della povertà, dell’emarginazione, il vuoto che lascia spazio ad un altro vuoto. La morte dei più deboli, degli indifesi, che torna come una voce di coscienza; in una stanza che fa da passaggio ad un’altra, si attraversa l’opera sopra delle maniche antincendio schiacciate, la forza dell’acqua che si è spenta, ma ancora sorregge, noi, i vivi. Un percorso che non può non farci riflettere, sui temi dell’emarginazione, dello smarrimento, della povertà e su quanto di dignitoso ci sia in tutto questo.

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installazione di Nari Ward



Legata a questi temi non poteva mancare la fotografa Diane Arbus, presente con “Self-portrait pregnant” (autoritratto incinta 1945). La Arbus è nota per aver immortalato soggetti ai margini della società, gli scomodi, i diversi, i reietti, tra nani, circensi, prostitute, transessuali, nudisti, con il suo profondo rispetto. Le viene cucita addosso l’etichetta di “fotografa di mostri”, molto in contrasto con l’intento amorevole dimostrato dalla fotografa nei confronti di questi soggetti. Una donna timida, curiosa, ma che la depressione porterà via. Diane Arbus si suiciderà tagliandosi le vene in una vasca da bagno.

 

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Diane Arbus – “Self-portrait pregnant”



 

(…continua)

Fiona Campbell-Walter: bellezza blasonata

Il suo volto ha incarnato la quintessenza del glamour anni Cinquanta: dotata di una bellezza rara, Fiona Campbell-Walter è stata per oltre tre decenni protagonista delle copertine patinate, del jet set internazionale e delle cronache rosa.

Sensuale come poche, il portamento altero e lo charme sofisticato si uniscono in lei ad una bellezza moderna per i canoni vigenti all’epoca, che la rese musa prediletta di fotografi del calibro di Cecil Beaton.

Fiona Frances Elaine Campbell-Walter, più nota come baronessa Fiona von Thyssen-Bornemisza de Kászon, è nata ad Auckland, in Nuova Zelanda, il 25 giugno 1932.

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Un ritratto di Fiona Campbell-Walter realizzato da Milton Greene, Inghilterra, 1953



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Fiona Campbell-Walter è nata ad Auckland il 25 giugno 1932



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La baronessa Fiona Thyssen-Bornemisza in uno scatto di Henry Clarke, 1962



Suo padre, Keith McNeill Campbell-Walter, è il contrammiraglio della Reale Marina Britannica e la madre è la figlia del baronetto Sir Edward Taswell-Campbell.

Bellissima e altera, la piccola Fiona viene incoraggiata dalla madre a iniziare la carriera di modella. D’altronde, chi meglio di quel volto avrebbe potuto apparire sulla cover di Vogue, chi avrebbe potuto incarnare in modo tanto sublime l’eleganza dei Fifties.

Durante l’adolescenza Fiona incontra a Londra Henry Clarke, che la immortalerà in alcuni dei suoi scatti più belli. Inizia così per la giovane una sfolgorante carriera come modella, che la porterà ad essere definita da Vogue, la Bibbia della moda, “la più bella modella degli anni Cinquanta”. Presto introdotta nell’agenzia ante litteram di Lucie Clayton, fucina di bellezze indimenticabili, insieme a Barbara Goalen e Anne Gunning è stata una delle tre modelle britanniche più famose degli anni Cinquanta.

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Fiona Campbell-Walter posa per Cecil Beaton in una stola Calman Links, Vogue, agosto 1954



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Fiona Campbell-Walter indossa pantaloni e giacca Jacques Fath e foulard Hermès in una celebre sequenza di scatti realizzata da Georges Dambier, Nouveau Femina, giugno 1954



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Fiona Campbell-Walter in Corsica, gonna e blusa Christian Dior, foto di Georges Dambier per Nouveau Femina, giugno 1954



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Come una dea greca, nei drappeggi del telo da spiaggia firmato Givenchy, foto di Georges Dambier per Nouveau Femina, Corsica, giugno 1954



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Vestita Givenchy, in uno scatto di Georges Dambier per Elle, 9 agosto 1954



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Fiona Campbell-Walter in un abito stampato di Jamiqua, foto di Georges Dambier per Nouveau Femina, giugno 1954



Modella prediletta da Cecil Beaton, il ritrattista ufficiale della casa reale britannica, Fiona Campbell-Walter entrò nell’Olimpo della moda, e negli anni Cinquanta poteva contare su numerose apparizioni su Vogue, con un compenso pari a 2.000 sterline l’ora. Ebbe inoltre il raro privilegio di apparire sulla copertina di Life Magazine nel gennaio 1953.

Un fisico longilineo, assai diverso dai canoni del tempo, che prediligevano donne piccole di statura e formose, e un volto raffinato, dalla bellezza struggente. Fiona Campbell-Walter posò per Henry Clarke, John Deakin, Frances McLaughlin-Gill, John French, Norman Parkinson, Milton Greene. La sua espressività e il suo charme conferirono un’allure inimitabile ai capi Valentino, Dior, Schiaparelli, Balenciaga, Madame Grès, Lanvin, Jacques Fath e Nina Ricci.

Bellezza rubata alle tele neoclassiche ma al contempo proiettata verso il futuro, posò come una dea greca vestita solo di un telo da spiaggia in cachemire firmato Givenchy, per scatti modernissimi firmati dal genio di Dambier, nel 1954. Nei favolosi Swinging Sixties è ancora lì, a posare in abitini a trapezio e stampe optical. Gli anni che passano non ne scalfiscono in alcun modo la perfezione del volto, anzi sembrano arricchire il suo sguardo di una nuova consapevolezza. Nel 1966 posa per il numero di febbraio di British Vogue, immortalata da David Bailey.

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La baronessa in uno scatto di John French, 1951



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Fisico longilineo e volto perfetto, Fiona Campbell-Walter iniziò a posare come modella durante l’adolescenza



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A Versailles in un abito in velluto firmato Balenciaga, foto di Frances McLaughlin-Gill per Vogue, novembre 1952



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Fiona Campbell-Walter ritratta da Georges Dambier per Elle presso i bouquinistes, Parigi, 1953



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Fiona Campbell-Walter è stata una delle modelle più famose degli anni Cinquanta



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Fiona Campbell-Walter, Julia Clarke e Hardy Amies, foto di Norman Parkinson, 1953



La vita sentimentale di Fiona Campbell-Walter è stata alquanto movimentata. La splendida mannequin è stata la terza moglie del barone Hans Heinrich Thyssen-Bornemisza de Kászon, che sposò nel settembre 1956, con una cerimonia-lampo che ebbe luogo, incredibilmente, appena 12 ore dopo il loro primo incontro, avvenuto sulle nevi di St.Moritz. Dopo le nozze la baronessa Thyssen si ritirò dal lavoro e si trasferì nella nuova residenza, Villa Favorita, sulle sponde del lago di Lugano. Gli ingredienti affinché Fiona Campbell-Walter divenisse in quel periodo protagonista indiscussa del jet-set internazionale c’erano tutti: bellissima, ex modella di fama mondiale, la sua era una vita all’insegna della mondanità e del lusso, tra feste e ricevimenti esclusivi. Dal matrimonio col barone Thyssen nacquero due figli, Francesca Thyssen-Bornemisza, nel 1958, e Lorne, nel 1963. Philippe Halsman la immortala nello stesso anno in scatti che profumano di eternità, nella sublime location di Villa Favorita, immersa nell’arte dei preziosi dipinti collezionati dal marito.

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Uno scatto di Henry Clarke, 1951



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Uno scatto di John French risalente agli anni Cinquanta



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La bellezza sofisticata ed altera di Fiona Campbell-Walter



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Nel settembre 1956 Fiona Campbell-Walter sposò il barone Hans Heinrich Thyssen-Bornemisza de Kászon



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Dopo le nozze la baronessa Thyssen si ritirò a Villa Favorita



La baronessa in un celebre scatto di Henry Clarke, 1965



Ma poco tempo dopo la nascita del secondo figlio il matrimonio naufragò, nel 1965. Scontando le conseguenze di un divorzio difficile e chiacchierato, Fiona prese con sè i figli e si trasferì a Londra. Ma l’amore torna poco tempo dopo, nella sua vita. È nella primavera del 1969 che la sua nuova liaison irrompe prepotentemente alla ribalta della cronaca rosa. La baronessa si innamora di Alexander Onassis, figlio di Aristotele, di ben 16 anni più giovane di lei. La relazione, duramente osteggiata dal padre di lui, si interruppe in modo drammatico, con la prematura scomparsa del giovane, che perse la vita nel gennaio 1973 in un incidente aereo.

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Ancora bellissima, nel 1965 la baronessa divorziò e si trasferì a Londra coi figli Francesca e Lorne



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Nella splendida cornice di Villa Favorita, a Lugano, immortalata da Philippe Halsman, 1963



La baronessa von Thyssen-Bornemisza è stata regina del jet set internazionale per oltre tre decenni



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Fiona Campbell-Walter in uno scatto di Henry Clarke



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Ancora bellissima, oggi la baronessa si dedica ai nipoti e conduce vita ritirata



Da allora Fiona Campbell-Walter si dedica alla protezione degli animali e ai nipoti. Molto rare sono le uscite ufficiali dell’icona di stile, sempre al fianco della figlia Francesca, divenuta arciduchessa d’Austria a seguito del matrimonio con Lorenzo d’Asburgo-Lorena: ancora bellissima, il portamento altero e lo sguardo fiero sono rimasti inalterati. Fiona Campbell-Walter ha sdoganato con nonchalance i capelli bianchi, nuovo trend che conferisce una nuova luminosità al suo volto ancora splendido. Oggi la baronessa conduce una vita riservata, tra Vienna e le isole greche, lontana da quei riflettori che per tanto tempo l’hanno seguita passo passo, in ogni fase della sua vita.

(Foto copertina: Henry Clarke)


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Perché la Turchia ha abbattuto un aereo Russo?

Nella polveriera mediorientale mancava solamente un conflitto tra un paese NATO e la Russia per completare il quadro. La Turchia ha quindi deciso di abbattere un aereo russo che aveva sconfinato per pochi secondi in territorio turco.

Perché la Turchia ha deciso di prendere una decisione che sembra non giovare a nessuno e nuocere a tutti?

Vox lo ha chiesto a Steven A. Cook un senior fellow alla fondazione Eni Enrico Mattei che si occupa di medio oriente di provare a spiegare perché la Turchia ha agito in questo modo, ecco cosa ha detto:


Vox: Perché l’aviazione turca dovrebbe abbattere un caccia russo?


Cook: I russi hanno provocato i turchi. Hanno violato lo spazio aereo turco almeno altre due volte. Era una situazione umiliante che rischiava di diventare un problema politico per i leader turchi. Ovviamente hanno pensato di dover proteggere la propria sovranità e di avere la NATO alle loro spalle.


Come questo influenzerà la politica turca nei confronti della Siria?


Non penso che altererà molto l’approccio turco. Continueranno a supportare i turcomanni in accordo con alcuni selezionati gruppi estremisti e tenteranno di prevenire l’emergenza del “Kurdistan Occidentale”. Immagino che i russi tenteranno di farla pagare in qualche modo ai turchi. Mosca, d’altronde, sta già colpendo gruppi dalla parte dei turchi nella guerra.


Cosa significa per le relazioni turco-russe?


Beh, aggiunge una nuova dimensione alle relazioni che fino ad ora i leader dei due stati erano riusciti a compartimentare. Il fatto che la Russia supporti Assad e la Turchia sta guidando il gruppo di quelli che sostengono che ci debba essere un cambio di regime in Siria non ha interrotto gli accordi commerciali, per esempio. Ci sarà un sacco di retorica dura specialmente a Mosca e c’è un rischio di escalation ma le menti più fredde più probabilmente prevarranno.


Che ruolo giocano i turcomanni in questo in termini di loro importanza per la Turchia e volontà di Erdogan di proteggerli?


I turcomanni sono la carta che la Turchia gioca quando vuole essere coinvolta in qualcosa o quando vuole convincere i suoi alleati a fare qualcosa. La posizione della Turchia su Kirkuk o altre questioni irachene sono state spesso legate ai turcomanni anche se sono solo un pretesto per Ankara.

Marte: ecco come morì il Pianeta Rosso

Marte è circondato da una sottile atmosfera composta prevalentemente da biossido di carbonio, così rarefatta da non consentire la presenza di acqua liquida sulla superficie del pianeta. Ma non è sempre stato così: 3.8 miliardi di anni fa, quando il Sistema Solare stava ancora attraversando la sua infanzia, l’atmosfera del pianeta rosso era molto più densa rispetto ad oggi, e molti astronomi ritengono che fosse in tutto e per tutto simile a quella della Terra. Allora come mai Marte è un pianeta morto?


Un team di scienziati del Caltech, in collaborazione con il Jet Propulsion Laboratory della NASA, potrebbe aver trovato la risposta che gli scienziati cercavano da tempo. Secondo i ricercatori l’atmosfera di Marte si sarebbe assotigliata a causa di un meccanismo di fotodissociazione del biossido di carbonio, fenomeno che si origina come conseguenza dell’interazione tra le molecole di CO2 presenti nell’atmosfera e i raggi UV irradiati dal Sole. Il team ha pubblicato la scoperta in un articolo comparso lo scorso 24 novembre tra le pagine di Nature Communications.


“Grazie a questo meccanismo, tutte le nostre conoscenze sull’atmosfera marziana possono essere riunite all’interno di un unico modello coerente della sua evoluzione” ha dichiarato Renyu Hu, principale autore dello studio.


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Analizzando le probabili cause della progressiva ed inesorabile rarefazione dell’atmosfera di Marte emergono due possibili meccanismi legati alla dimunuzione dei livelli di anidride carbonica: le molecole di CO2 sono state incorporate dalle rocce carbonatiche presenti in grande abbondanza sulla superficie del pianeta, oppure si sono disperse nello spazio interplanetario. La prima eventualità è da scartare, perché secondo un precedente studio condotto da Bethany Ehlmann, assistant professor e ricercatrice presso il Jet Propulsion Laboratory, gli strati superficiali della crosta marziana non contengono un quantitativo di carbonio sufficiente a giustificare l’assottigliamento dell’atmosfera.


I ricercatori hanno studiato quindi il secondo scenario, esaminando in particolare il rapporto tra carbonio-12 e il carbonio-13, due isotopi del carbonio atomico piuttosto stabili. Dato che i processi in grado di modificare la concentrazione degli isotopi nell’atmosfera sono molteplici, il team ha confrontato le misurazioni del rapporto tra carbonio-12 e carbonio-13 relative a diverse epoche della storia di Marte, dal periodo di formazione dell’atmosfera fino ad oggi.


Per stabilire un punto di partenza ottimale e dare consistenza alle misurazioni i ricercatori hanno analizzato prima di tutto la concentrazione di isotopi presente nei meteoriti marziani, che contengono gas originatisi nelle profondità del mantello di Marte. Dato che le atmosfere dei pianeti rocciosi nascono e si alimentano per mezzo dell’attività vulcanica, questa analisi preliminare ha fornito basi piuttosto solide per determinare il rapporto isotopico che caratterizzava la composizione atmosferica del pianeta rosso all’epoca della sua formazione. Il team di ricerca ha poi confrontato i dati ottenuti con le misurazioni isotopiche recentemente fornite dal rover Curiosity della NASA, che avevano rilevato un’insolita concentrazione di carbonio-13 nell’atmosfera.


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In precedenza si pensava che il principale meccanismo responsabile della dispersione del carbonio fosse il cosiddetto fenomeno dello “sputtering”, che consiste nella semplice interazione tra i raggi UV del Sole e gli strati superiori dell’atmosfera di Marte. Ma lo sputtering è un effetto relativamente modesto, quindi deve esserci stato qualche altro processo concorrente in grado di aumentarne l’efficacia (e la rapidità).


Ed è proprio qui che entra in gioco il nuovo meccanismo scoperto dal team di Renyu Hu. All’interno dello studio i ricercatori hanno descritto un processo che inizia nel momento in cui un raggio UV proveniente dal Sole colpisce una molecola di CO2 dell’atmosfera. La molecola assorbe l’energia del fotone, dividendosi in monossido di carbonio (CO) e ossigeno. A questo punto un’altra particella di luce ultravioletta colpisce il monossido di carbonio e ne causa l’immediata dissociazione in ossigeno e carbonio atomico (C). Alcuni degli atomi di carbonio così prodotti hanno energia sufficiente per sfuggire alla gravità di Marte, disperdendosi nello spazio interplanetario. Lo studio mostra anche come il carbonio-12 sia molto più suscettibile a questo fenomeno rispetto al più pesante carbonio-13.


dissociazione-carbonio


Creando un modello degli effetti a lungo termine di questo processo di fotodissociazione, nel quale sono stati inclusi anche i tassi di emissione dei vulcani, lo sputtering e la perdita di isotopi dovuta alla formazione di rocce carbonatiche, i ricercatori sono stati anche in grado di stabilire che 3.8 miliardi di anni fa l’atmosfera di Marte era in effetti molto simile a quella della Terra, proprio come precedentemente ipotizzato.


“L’efficienza di questo meccanismo mostra come di fatto non esista alcuna discrepaza tra i dati forniti da Curiosity, che indicano un’elevata densità di carbonio nell’odierna atmosfera, e la quantità di rocce carboniche presenti sulla superficie del pianeta” ha dichiarato Ehlmann. “Con questo meccanismo possiamo descrivere uno scenario evolutivo di Marte che si accorda perfettamente con l’attuale distribuzione di isotopi”.


Paper: Renyu Hu, David M. Kass, Bethany L. Ehlmann, Yuk L. Yung. Tracing the fate of carbon and the atmospheric evolution of Mars. Nature Communications, 2015; 6: 10003 DOI: 10.1038/NCOMMS10003

BMW Art Car, 40 anni correndo con l’arte

Donne e motori gioie e dolori?
Non ho mai ben capito perché le auto di lusso vanno così bene se abbinate a una bella donna, sarà che entrambe possono avere linee sinuose e costare care?
Lascio a voi la risposta.


BMW Art Car, 40 anni correndo con l’arte

Alexander Calder




Un connubio però davvero interessante è quello tra arte e automobili reso possibile dalla BMW, la famosa casa di automobili bavarese.
Un connubio che sembra impossibile, ma non è così e non per il banale motivo a cui tutti starete pensando, e cioè che il design di una bella automobile è comunque arte, ma perché nel 1975 accadde qualcosa di unico nella storia dell’automobilismo.


BMW Art Car, 40 anni correndo con l’arte

Robert Rauschenberg




Il pilota francese e appassionato d’arte Hervé Poulain suggerì alla BMW l’idea di una collezione di automobili “artistiche”.
Poulain chiese al grande artista Alexander Calder di progettare per lui una macchina da corsa.
La BMW non si fece sfuggire l’occasione e così nacque la collezione di automobili artistiche la BMW Art Car Collection , da quel momento in poi non si sono più fermati, fino a celebrare oggi i 40 anni dalla nascita della BMW Art Car.


BMW Art Car, 40 anni correndo con l’arte

Jeff Koons




Ma facciamo un po’ di storia; dopo il grande Calder, nel 1976 la BMW affidò a Frank Stella il compito di disegnare la seconda Art Car.
Frank Stella utilizzò come motivo principale una griglia bianco e nera, ispirata ai fogli di carta quadrettati usati nei disegni tecnici, tagliata da linee e disegni tratteggiati.
Anche Andy Warhol nel 1979 si dedicò alla realizzazione di una BMW Art Car utilizzando la bellissima BMW M1.


BMW Art Car, 40 anni correndo con l’arte

Frank Stella




Per festeggiare i quarant’anni del sodalizio della BMW con l’arte si sono svolte mostre ospitate a Hong Kong, al Centre Pompidou di Parigi e al BMW Museum di Monaco di Baviera.
Anche in Italia sul Lago di Como a Villa d’Este sono state presentate al pubblico le prime quattro vetture concepite per BMW Art Cars ideate da Alexander Calder (1975), Frank Stella (1976), Roy Lichtenstein (1977) e Andy Warhol (1979), oltre al modello M3 GT2 creato da Jeff Koons nel 2010.
Finora, sono 17 gli artisti che hanno contribuito alla innovativa collezione d’arte, tra cui Robert Rauschenberg, Sandro Chia, Olafur Eliasson, Jenny Holzer.


BMW Art Car, 40 anni correndo con l’arte

Roy Lichtenstein




Alla lista si aggiungono ora Cao Fei (cinese, 1978) e John Baldessari (statunitense, 1931). Saranno loro i nuovi artisti a cui è stato affidato il progetto BMW Art Cars.
Cao Fei e John Baldessari sono artisti di prim’ordine nell’attuale panorama artistico internazionale e sono stati selezionati da una giuria di grande livello internazionale.
Lunga vita allora alla BMW che con l’arte ci regala solo gioie …
http://www.artcar.bmwgroup.com/en/art-car/

SputtaNapoli

La vicenda in sé è un cliché, sia della politica che della tv del pomeriggio. Metti un presentatore e qualche ora da riempire (nel caso specifico Giletti e l’Arena), parli di Napoli, e ciò di cui parli è la spazzatura nelle strade adiacenti la Stazione Centrale. Metti qualche commento il giorno dopo sui social network – estensione digitale che ci fa sentire tutti opinionisti chiamati a intervenire – e il polverone diventa polveriera. Si va da “Giletti De Magistris due facce dello stesso populismo” alle accuse “occupati del tuo paese di provincia e non di Napoli”. Peggio se gli autori sono esponenti politici locali, e peggio ancora se uno lavora per il Sindaco e l’altro è un dirigente del Pd.
 Si scatena – ennesima, imperitura, sempiterna – la lotta tra “tu sei parte dello sputtaNapoli” e non vuoi bene alla città e il “tu neghi l’evidenza”. E il dibattito continua. Poi, come sempre, passeremo a parlare d’altro. Poi come sempre riprenderà identico alla prossima puntata. Perchè di Napoli ormai si parla (da anni) solo per camorra, spazzatura e traffico e disservizi.
 Il gioco – perchè alla fine questo diventa – vede le parti a ruoli alterni. Se sei maggiornaza che amministra, allora lo sputtaNapoli lo fanno gli altri e quindi ti indigni, se sei all’opposizione allora dici solo la verità da non nascondere sotto i tappeti. Quante volte lo abbiamo già visto, e quante volte i protagonisti – se avessimo memoria – sono stati pressoché gli stessi. Dovremmo cominciare a chiamare non solo i problemi, ma anche i responsabili per nome.


Quarant’anni fa moriva Pier Paolo Pasolini. Nel suo famosissimo “io conosco i nomi” scriveva “A chi dunque compete fare questi nomi? Evidentemente a chi non solo ha il necessario coraggio, ma, insieme, non è compromesso nella pratica col potere, e, inoltre, non ha, per definizione, niente da perdere: cioè un intellettuale.”


Ecco che qui emerge la vera lacuna di questa città, che fu un tempo capitale europea. Un male che tocca un po’ tutto il paese, ma da noi diventa cancrena e non semplice patologia. Da noi si rincorre, elezione dopo elezione, la famosa “società civile”, l’intellettuale di alto profilo che possa spendersi per dare volto credibile a una classe dirigente di mediocre cabotaggio, di interesse personale, di compromesso esistenziale, di statura minimale. Ma questo paravento intellettuale deve anche – per necessità di conservazione dello stato delle cose a che le cose non cambino mai – essere estremamente compromesso con quel potere, dipendente da quel potere, finendo per non avere più alcuna indipendenza critica, ma finendo con l’esserne alibi e difesa d’ufficio.


In questo gioco, l’intellettuale di turno si presta, per l’intervista, l’applauso, il plauso o like su facebook, ad essere – a seconda delle stagioni – parte dello sputtaNapoli perchè dice la verità, o amante e difensore della città contro chi ne sa solo parlare male. Sinchè non cambierà il vento e con questo vento la propria posizione personale. Ecco. Attori e spettatori, qualsiasi sia la posizione di oggi su questa vicenda specifica, sono tutti parte dello stesso gioco. Cui, per essere chiari, un intellettuale vero e indipendente, non si presterebbe mai.

“(in) light”, libera espressione con luce in movimento

Da oggi al 5 dicembre è allestita presso l’Istituto Zaccaria di Milano (via della Commenda 5)  la mostra (in)light, un progetto fotografico di Michela Benaglia sulla dispersione scolastica realizzato partendo dai progetti sviluppati dalla Fondazione Sicomoro per l’istruzione Onlus. Un’esposizione nata dal laboratorio Luce in Movimento, ideato e sviluppato insieme all’artista Roberta Maddalena, al quale hanno partecipato i ragazzi della Scuola della Seconda Opportunità.

 

Performance di Agata, classe di Lodi

Performance di Agata, classe di Lodi

 

Negli spazi dell’Istituto Zaccaria sarà esposta una selezione di foto (13 in tutto) in grande formato. Immagini in cui vengono colte le espressioni del movimento libero e consapevole del corpo dei ragazzi. Un corpo in movimento che crea disegni di luce. Vere e proprie istantanee vive diverse dai ritratti classici, tesi a fissare i lineamenti di un volto o i tratti di un carattere.

 

Performance di Michael, classe di Milano Gratosoglio

Performance di Michael, classe di Milano Gratosoglio

 

Il volto a volte si vede, a volte no”, precisa Michela Benaglia, “e i disegni di luce nello spazio diventano metafora e significato delle potenzialità uniche di ogni ragazzo, come se la loro luce creativa venisse finalmente espressa”.

 

Performance di Lele, classe di Lodi

Performance di Lele, classe di Lodi

 

Scopo di questo training espressivo di corpo e segno era quello di aiutare i ragazzi a comprendere come la creatività sia qualcosa che emerge dall’anima della persona, dalla sua storia e dalla sua esistenza. Una creatività che poi possa essere ricondotta nel quotidiano, in qualsiasi azione e in qualsiasi contesto.

 

Performance di Gabriel, classe di Lodi

Performance di Gabriel, classe di Lodi

 

In mostra ci saranno anche un video e alcuni dei temi scritti dai ragazzi. Oltre alle fotografie,  questi contributi trasmetteranno un messaggio, profondamente in sintonia con la missione della Fondazione: dare una possibilità di riscatto agli adolescenti in difficoltà sui banchi di scuola, aiutandoli a conseguire la licenza di terza media grazie al sostegno appassionato di docenti, educatori, psicologi e pedagogisti.

Diane Pernet: la vestale dello stile

Un velo in pizzo nero nasconde in un alone di mistero la sua figura, maestosa, leggiadra, affascinante: un senso innato per lo stile l’ha resa arbiter elegantiae dall’indiscutibile autorità nel fashion biz, giudice inflessibile nel decretare le sue sentenze sull’estetica contemporanea. Definire Diane Pernet non è impresa semplice: fashion designer, brillante giornalista e critica di moda, icona di stile, talent scout, blogger tra le più seguite al mondo e, ancora, fotografa e cineasta: il nome di Diane Pernet è oggi sinonimo di stile.

Pelle di porcellana, labbra rosso lacca e un volto dalla bellezza austera, che ricorda Anjelica Huston. Comunica quasi una forza ancestrale, la sua figura di nero vestita, presenza fissa nel front-row delle sfilate più interessanti: sacerdotessa della moda, vestale di quel buon gusto che oggi appare quasi un miraggio, il suo senso innato per la bellezza l’ha resa talent scout dal fiuto eccezionale nello scovare e valorizzare designer emergenti. Attenta alle tendenze, trendsetter ella stessa, dopo avere dato prova di eccellere in discipline eterogenee, Diane Pernet ha messo il suo blog, visitato quotidianamente da milioni di utenti, al servizio dei giovani, facendosi pigmalione, talvolta quasi deus ex machina, nella promozione del talento e della tanto cara meritocrazia, oggi in via di estinzione.

Acclamata come una diva della moda, la sua vita privata è avvolta nel mistero: nessuno conosce esattamente la sua età. Nata a Washington sotto il segno della Bilancia, la lunga e sfolgorante carriera di Diane Pernet inizia negli anni Ottanta, a New York: è qui che la futura icona muove i primi passi come stilista e costumista. Cresciuta a Philadelphia, dopo aver studiato Filmmaking presso la Temple University si trasferisce nella Grande Mela, dove lavora inizialmente come fotografa di reportage. Ma la sua strada è un’altra. A un suo boyfriend dell’epoca basta un’occhiata per capire che il design Diane lo ha scritto nel DNA.

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Diane Pernet è critica di moda, giornalista, talent scout e blogger tra le più autorevoli al mondo



Il suo stile trae ispirazione da un background prettamente cinematografico: ad influenzarla sono nomi come Anna Magnani, Sophia Loren, Lucia Bosé, e l’atmosfera dei film di Pasolini, Visconti, Fellini, Truffaut, Buñuel, Cassavetes, Michelangelo Antonioni, Joseph Losey.

Dopo essersi iscritta alla Parsons School of Design e al prestigioso Fashion Institute of Technology, abbandona gli studi dopo appena nove mesi per aprire la propria linea di abbigliamento. Per ben 13 anni Diane Pernet lavorerà con successo al marchio che porta il suo nome. Uno stile austero e minimale caratterizza il suo brand, in netto contrasto con le tendenze degli anni Ottanta. Ma la Grande Mela dei primi anni Novanta, tra lo spettro dell’AIDS e la criminalità diffusa, non riesce più a darle gli stimoli estetici che le sono da sempre necessari, come parte integrante della sua stessa essenza: il futuro è a Parigi, la capitale per antonomasia dello stile. Qui Diane Pernet scopre il suo talento anche come giornalista: in breve diviene fashion editor per Joyce Magazine, Elle.com, Vogue.fr, oltre che costume designer per il film di Amos Gitai Golem l’Esprit d’Exile, del 1991. Inoltre approda anche al cinema, apparendo in due capolavori quali Prêt-à-porter di Robert Altman e La nona porta di Roman Polanski.

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Uno scatto che immortala la bellezza di Diane Pernet, che ha iniziato la sua carriera a New York come fashion designer



All’età di 28 anni Diane Pernet incontra il suo primo grande amore, Norman, che sposa in una cerimonia in cui indossano entrambi dei jeans. Ma lui perde la vita in un drammatico incidente stradale. Diane ha appena 31 anni ed è già vedova. Da quel momento decide che il nero sarebbe stato suo compagno di vita. La mantilla di tradizione spagnola diventa must have del suo look: dal pizzo allo chiffon, le sue mantille sono disegnate per lei da Filep Motwary. Iconica e unica nel suo stile, a metà tra suggestioni orientali e note del Barocco siciliano, quasi una Madonna, nella sua inconfondibile acconciatura stile Pompadour, il suo velo nero è divenuta la sua firma nonché la sua cifra stilistica.

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Nel febbraio 2005 Diane Pernet ha fondato il suo blog “ASVOF”, “A Shaded View On Fashion”



Pioniera di internet, di cui ha saputo intuire fin dal principio l’immenso potenziale comunicativo, nel febbraio del 2005 fonda il suo blog di moda ASVOF (A Shaded View on Fashion), che tratta di stilisti emergenti, ma anche di cinema, design e architettura. Spontanea e quasi naïf nel suo viscerale bisogno di bellezza, alla costante ricerca di nuove forme di espressione, alla base del suo blog vi è un bisogno primordiale: comunicare. ASVOF nasce come un diario personale le cui foto venivano dapprima scattate dalla stessa Pernet con la videocamera del suo telefonino. Divenuto in breve tempo punto di riferimento a livello internazionale per chiunque avesse voglia di dire la sua in fatto di stile, il suo blog si è imposto come mezzo per una moderna rivoluzione culturale, avente come fine ultimo quello di restituire l’arte alle masse.

Diane Pernet è ideatrice anche del festival ASVOFF (A Shaded View on Fashion Film), il primo festival annuale al mondo ad occuparsi di cortometraggi di moda, avente sede presso il Centre d’Art Georges Poumpidou di Parigi. Dopo aver ottenuto un impressionante successo, altre edizioni del festival sono state organizzate a Barcellona, Milano e Tokyo. Curatrice nel 2010 di CineOpera, una rassegna di film del regista Michael Nyman, organizzata presso Corso Como, a Milano, e di una mostra di arte e moda presso il New York Art Fair, Diane Pernet ha collaborato come co-curatrice al festival di Moda e Fotografia di Santiago de Compostela nel 2007. Pluripremiata per l’impegno da lei profuso a favore dello stile, nel 2008 è stata invitata presso il Metropolitan Museum di New York, dove il suo blog è stato riconosciuto come uno dei 3 blog di moda più influenti al mondo. Dal 2007 al 2012 è stata co-direttrice di ZOO Magazine.

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Musa iconica, la sua inconfondibile mantella in chiffon nero è divenuta la sua cifra stilistica



Diane Pernet si definisce integra ed idealista: in un mondo in cui apparire sembra essere il mantra universale, lei si dichiara fortemente convinta che il talento e la passione contino ancora nell’industria del fashion; contraria a ogni gerarchia, quasi un’anarchica dello stile, ha più volte dichiarato che le sarebbe piaciuto incontrare Madame Grès, mentre considera Catherine Baba la persona più elegante al mondo. Dopo aver sviluppato quasi un’idiosincrasia per i pantaloni, nel suo guardaroba troviamo solo abiti e maxi gonne, meglio se di Boudicca o Isabel Toledo.

Contraria ad ogni regola in fatto di eleganza, amante delle scarpe, delle borse e dei cappotti, i suoi stilisti preferiti sono Rick Owens, Dries Van Noten, Gareth Pugh e Ann Demeulemeester. Cinefila e cineasta, tra le sue amicizie più intime spicca Rossy de Palma, musa di Pedro Almodovar. “Dress to please yourself” è il suo monito: perché lo stile è qualcosa che alberga nell’animo.


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Amici miei, la tragicommedia all’italiana

Pietro Germi aveva iniziato a lavorare ad Amici miei dopo il 1972. Ma a causa dell’aggravarsi di una malattia di cui soffriva da tempo, la regia fu affidata a Mario Monicelli, uno dei massimi esponenti della commedia all’italiana insieme a Dino Risi e a Luigi Comencini. Monicelli aveva già diretto pietre miliari del cinema italiano come I soliti ignoti (1958), La grande guerra (1959) e L’armata Brancaleone (1966). Il film uscì nel 1975, poco dopo la morte di Germi, a cui i titoli di testa sono dedicati: «Un film di Pietro Germi».


Il cuore della vicenda è quella toscana popolare e goliardica che sarà rivisitata negli anni Novanta da Pieraccioni, mentre l’emblema stesso della fiorentinità sarà quel Benigni capace di trattare argomenti seri (l’olocausto, la mafia, la guerra ecc.) in maniera leggera. In questo caso, l’unico grande argomento è l’amicizia, o meglio il valore dell’amicizia, intesa come strumento per evadere da una quotidianità grigia, squallida e insoddisfacente, per tuffarsi in avventure (o “zingarate”) che hanno la freschezza e il sapore della gioventù. Eppure i cinque protagonisti sono tutt’altro che giovani. Sono ormai cinquantenni ma si conoscono da una vita: compagni di scuola, di militare e di vagabondaggi, sono pronti a farsi beffe l’uno dell’altro e a tornare amici subito dopo. Per loro l’amicizia è l’unica vera cosa che conta.


Lo sa bene Raffaello Mascetti (Ugo Tognazzi), un ricco – grazie a sua moglie – capace di sperperare tutto quello che possedeva, per ritrovarsi a vivere in uno scantinato (pagato dai suoi amici), e a dover badare a un’amante molto più giovane di lui, Titti, di cui è gelosissimo e che ha tendenze bisessuali. Non è molto diversa la situazione degli altri componenti della banda, a incominciare dall’architetto Melandri (Gastone Moschin), sbandato proprio come Mascetti. Melandri vuole però una donna e la trova in Donatella, moglie di Alfeo Sassaroli (Adolfo Celi), primario della clinica presso cui Mascetti, Melandri e gli altri due amici, Perozzi (Philippe Noiret) e Necchi (Duilio Del Prete), erano stati ricoverati dopo una delle loro tante zingarate. Melandri riesce a conquistare Donatella grazie all’aiuto dei suoi amici (che parlano con lei al telefono facendole credere che a parlare fosse lo stesso Melandri) ma c’è una trappola: Sassaroli accetta che Donatella si trasferisca da Melandri, ma pretende che con lei vadano anche il cane Birillo, le due figlie e la governante tedesca. I due si accordano per visite bisettimanali di Sassaroli a moglie e figlie, ma il dottore non risparmia critiche, anche pesanti, sulla mediocrità di Melandri, il che è appoggiato dagli altri tre amici, che vogliono vendicarsi per la fuga repentina di Melandri dalla clinica e per aver nascosto l’esito positivo dell’incontro con Donatella.


Allo stesso Melandri si deve una frase che riassume l’intero senso del film: «Ragazzi, come si sta bene fra noi, fra uomini! Ma perché non siamo nati tutti finocchi?». Le donne fungono solo da cornice, così sono gli uomini a innescare, con le loro “supercàzzole”, gli unici legami profondi. Personaggi che si sentono soli al di fuori della loro cerchia, di una banda che li unisce come fratelli e che li fa sentire davvero a casa. Perché essere accettati da una famiglia è il loro reale problema. Lo è per esempio per il giornalista Giorgio Perozzi, che ha un rapporto ostile sia con sua moglie, da cui è separato, sia con suo figlio Luciano, stufo di doverlo rimproverare per i suoi comportamenti immaturi. Anche Perozzi, come Mascetti e Melandri, trova nel sesso una parziale compensazione del vuoto che lo circonda (ogni tanto accetta di incontrare delle prostitute). È proprio da Perozzi che ha inizio il racconto del film: un nuovo giorno – l’alba – e lui che non ha nessuna voglia di tornare a casa. Vuole ritrovare i suoi amici, per ridere, scherzare e godersi la vita nonostante sia cosciente di non poterlo fare, ma ha voglia di sorridere e di dimenticare.


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Nel secondo capitolo, Amici Miei – Atto II (1982), si scopre qualcosa di più sulla vita di Perozzi, che gli amici sono andati a trovare al cimitero. Così si era chiuso il primo film: con la morte di Perozzi, che nessuno riteneva vera, segno che a furia di scherzare si rischia di fare sul serio. In questo flashback, quindi, si svela il motivo del rancore di Luciano verso suo padre: perché Perozzi era stato lasciato da sua moglie e come si era comportato con il bambino in seguito; i tentativi di sbolognarlo a Mascetti, che glielo restituisce dopo nemmeno un giorno; la geniale trovata per convincere sua moglie Laura a riprendersi il bambino: Laura aveva lanciato invettive contro l’amante di Perozzi, Anita, la moglie del fornaio. In seguito a un incidente in cui muoiono sette persone, Perozzi fa credere a sua moglie che anche Anita fosse morta, al fine di far germogliare dentro di lei i sensi di colpa e di dimostrarle con Anita è tutto finito. Tattica perfetta per poterle restituire quel bacchettone di suo figlio.


Il secondo episodio, tuttavia, rispetto al primo è molto più cinico: dal lucido e disincantato ritratto di Luciano sul proprio diario nelle poche ore in cui si era ritrovato a vivere nello scantinato di Mascetti, presentato come un monolocale di lusso; momenti drammatici che si ricollegano a eventi storici locali, come l’alluvione che colpì Firenze nel 1966; o la stessa situazione familiare di Mascetti, con sua moglie Alice che di nuovo (come nel primo film) tenta il suicidio e impazzisce, mentre sua figlia è incinta di uno sconosciuto e per questo Mascetti vorrebbe farla abortire; o lo scherzo del rigatino (l’abbigliamento tipico dei facchini degli alberghi, utile per una fuga invisibile), seduzione e abbandono dell’aspirante attrice di turno, in questo caso una contorsionista, che finirà, dovendo esibire le proprie abilità a Sassaroli, per essere rinchiusa in una valigia. Tutto questo fino al drammatico finale, in cui Mascetti, in seguito a una trombosi, si ritrova su una sedia a rotelle. È agli amici che esprime il proprio rammarico per non poter più fuggire dalla trappola della famiglia «Guardatela come è contenta» dice riferendosi a sua moglie. «Finalmente sono tutto suo. Mi possiede, non posso più scappare. Mi lava, mi pettina, mi mette il borotalco. Vogliono per forza che mi senta utile. Ma a me non m’importa di essere utile. Sono sempre stato inutile. […] Per favore, non mi venite a trovare più. Quando vi vedo, penso, ricordo, vi invidio. Facciamo come si faceva per il povero Perozzi: fuori uno. Così fate lo stesso col povero Mascetti: fuori due. Tanto non c’è più scopo, non mi diverto più.»


Amici miei – Atto II si era chiuso con una gara di velocità tra paraplegici a cui aveva partecipato il povero Mascetti dopo l’attacco di trombosi. Il terzo episodio, Amici miei – Atto III (1985), conferma il cast dei primi due film ma vede un cambio alla regia, affidata a Nanni Loy. L’azione si sposta dalla campagna a una casa di riposo, dove Mascetti è stato ricoverato. Dopo la morte di Alice, il suo umore è migliorato, così da tornare il “bischero” di una volta. Necchi, Melandri e Sassaroli lo vanno a trovare di frequente e non mancano, come al solito, gli scherzi sciocchi che caratterizzano la banda. Per esempio far credere agli altri anziani di essere sintonizzati su un canale rivolto alla terza età, mentre sono loro stessi che, attraverso il cavo di una videocamera, trasmettono contenuti altamente volgari e irriverenti.


Melandri, dopo aver raggiunto Mascetti presso la casa di riposo, riesce a fidanzarsi ma non a sposarsi. La nipote della futura sposa avverte Mascetti che quella che sembra una gentildonna è in realtà una poco di buono. Per salvare Melandri da un matrimonio che potrebbe rivelarsi pieno di tradimenti, Mascetti seduce la futura sposa e filma il momento del loro incontro, dimostrando così a Melandri le tendenze adulterine di colei che vuole portare all’altare. Melandri tronca senza pensarci due volte e ringrazia Mascetti: segno, per l’ennesima volta, che il matrimonio, per la banda di Amici miei, non è qualcosa di felice ma qualcosa di assolutamente infelice (non a caso Mascetti migliora dopo la morte di sua moglie) e da cui bisogna fuggire a tutti i costi. Lo farà anche Necchi, che convince sua moglie Carmen ad abbandonare il bar che gestiscono per trasferirsi nella casa di riposo con Mascetti e Melandri, nonostante Carmen sia del tutto contrariata per questa decisione, visto che si sente ancora in grado di lavorare.


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Non mancano, nel frattempo, le solite burle, per esempio far credere a un uomo ricoverato nella casa, un certo Lenzi, che Mascetti e Melandri partecipano a delle messe nere e che si vendono al diavolo per avere in cambio l’elisir della giovinezza. Da buoni toscani, non possono che citare Dante («Pape Satàn, aleppe!») durante il falso rito; e il risultato è far credere a Lenzi di essere davvero tornato giovane (in realtà lo truccano a pennello). Sassaroli dirà agli altri, responsabili indiretti per la morte di Lenzi, che in realtà gli hanno fatto solo un favore, alleviandogli le pene della morte (ma soprattutto della vecchiaia).


Ormai, però, tutti questi scherzi, più che far ridere, fanno pena. Nei primi due film si rideva piangendo e il desiderio dei tre protagonisti di sentirsi ancora giovani, di fare ancora quegli stessi sciocchi scherzi che facevano da giovani, di non avere relazioni serie tranne che tra loro stessi (nemmeno quindi con le mogli, che erano anzi di intralcio) – tutto questo aveva un che di drammatico, di estremamente malinconico: l’età avanza ma loro cercano di fare qualunque cosa per sentirsi ancora vivi. Seppur anziani, ostentano energie che non posseggono più. In tal senso il finale di Amici miei – Atto III è particolarmente significativo, nel momento in cui Necchi e Sassaroli ritentano il celeberrimo scherzo del treno del primo film: schiaffeggiare i passeggeri in partenza, affacciati ai finestrini. In quel caso era stato emblematico Perozzi che, tra le vittime del treno, trovava suo figlio Luciano.


Ma ora Perozzi non c’è più e Necchi, dal canto suo, non ce la fa più a saltare; e infine i treni sono diventati più alti. Ora accade il contrario e sono quindi i passeggeri a schiaffeggiare l’allegra banda di “bischeri”, anche se Mascetti, sempre sulla sedia a rotelle, spruzza dell’inchiostro con una peretta ai passeggeri, segno che, pur essendo invalido, non è cambiato per niente. Intanto Sassaroli – molto prevedibilmente unitosi agli altri tre – è diventato direttore della casa di riposo, dopo aver venduto la clinica di cui era primario. Finalmente riuniti, i quattro “bischeri” possono far baldoria fino alla fine dei loro giorni, celebrando la loro infinita vitalità.


La morale, in sostanza, è non avere legami: tutti e cinque i protagonisti non vogliono legarsi a nessuno se non tra loro stessi. Le mogli non servono: sono meglio le amanti, perché le donne, secondo una visione del tutto misogina, sono utili soltanto per soddisfare degli impulsi sessuali perenni, al di là dell’età. Il matrimonio, insomma, è qualcosa di troppo serio, con delle regole a cui non si può e non si vuole sottostare. Era proprio per questo che Mascetti, nel finale del secondo film, sottolineava di avere un solo scopo, vale a dire sentirsi libero. E l’amicizia diventa, per tutti loro, sinonimo di libertà. Che è la libertà di burlarsi l’uno dell’altro, di perdonarsi nonostante le “supercàzzole”, di fare ciò che si vuole. Una complicità che non ha eguali, di cui le donne non possono – non devono – essere rese partecipi.


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Eccezione è Melandri, l’unico che cerca di nutrire dei sentimenti sinceri ma ogni volta c’è qualcosa che ostacola il compimento del suo amore: nel primo film si innamora di Donatella, la moglie di Sassaroli; poi, nel secondo, riesce a sposarsi (dopo essersi perfino battezzato) ma proprio quando la sua sposa sta per concedersi, a causa dello straripamento dell’Arno tutto va in fumo (preferisce salvare i suoi quadri e i suoi incunaboli!); e infine si innamora, nel terzo film, di una donna che, a un minimo tentativo di seduzione, cede al primo che capita (in quel caso Mascetti). Da qui deriva la dipendenza totale di Melandri al gruppo di amici e l’impossibilità di chiudere il cerchio e di arrivare, dopo fasi costanti che prevedono l’innamoramento, il desiderio e la seduzione, anche al possesso della donna. L’amore non può quindi coesistere non tanto con l’amicizia ma con quegli amici, che avranno sempre la priorità. Accade la stesa cosa a Necchi quando sua moglie Carmen lascia la casa di riposo in seguito all’invito, da parte del direttore – visti i continui comportamenti poco consoni alle regole da parte di Mascetti, Melandri e Necchi – ad andarsene. Anche Necchi preferisce gli amici: è quindi come Melandri, pur avendo in parte compiuto il ciclo amoroso (perlomeno si è sposato).


L’unico profondo legame è insomma tra gli amici: un legame che li unirà fino alla morte. Non c’è donna che tenga, ma loro sono inseparabili. Per l’amicizia rinunciano a ogni cosa. In cambio ottengono una fedeltà molto più sicura di quella coniugale, capace di soddisfarli fino in fondo, fino a farli sentire incredibilmente vivi.

La Turchia ha abbattuto un caccia russo e i piloti sono morti




Degli F-16 turchi hanno abbattuto un Su-24 russo all’altezza del confine tra Turchia e Siria. I turchi hanno dichiarato che l’aereo aveva violato lo spazio aereo turco. L’incidente non ha precedenti nella storia recente e rischia di rovinare i rapporti diplomatici tra Turchia e Russia.


Il primo ministro turco Davutoglu ha ordinato al ministro degli esteri di consultare la NATO e l’ONU. La NATO ha già dichiarato che terrà un meeting d’emergenza per discutere dell’episodio.


Putin ha confermato che un F-16 turco ha abbattuto un Su-24 russo con un missile aria-aria ma ha insistito sul fatto che il caccia al momento dell’abbattimento si trovava su territorio siriano e non aveva mai sconfinato in territorio turco o aveva minacciato la Turchia in nessun modo.


Putin ha commentato, visibilmente arrabbiato, prima di un incontro con re Abdullah di Giordania a Sochi, che l’abbattimento avrà serie conseguenze sui rapporti tra Russia e Turchia e che è stata una coltellata alla schiena data da chi aiuta ISIS a vendere il proprio petrolio.


Putin ha aggiunto che trova strano che la Turchia abbia contattato la NATO ma non Mosca anche se dopo la dura reprimenda ha allungato la mano dichiarando che l’incidente debba spingere verso una maggiore cooperazione nella lotta al terrorismo.


L’esercito turco non ha fatto dichiarazioni sulla nazionalità dell’aereo abbattuto ma ha detto che l’aereo è transitato su una striscia di terreno turco che entra all’interno della Siria all’altezza della città di Yaylidag nella provincia di Hatay e che prima dell’abbattimento il caccia è stato avvisato 10 volte nello spazio di tempo di 5 min. L’aviazione turca ha specificato che le proprie regole di ingaggio stabiliscono che se un aereo transita a 15 km o meno dal confine questo verrà avvisato e in caso di sconfinamento abbattuto. L’aereo russo, a quanto dichiarato, ha ignorato gli avvertimenti e ha addirittura sconfinato.


L’incidente capita in un momento di riavvicinamento tra la Russia e l’occidente, un riavvicinamento propiziato dagli attentati di Parigi che sembrava aver fatto imboccare la strada di una maggiore cooperazione tra i russi e la coalizione occidentale.


L’incidente con ogni probabilità metterà in pericolo futuri accordi di cooperazione in quanto Ankara è una parte fondamentale della coalizione occidentale. Non che le tensioni tra i due stati siano nuove: la Russia è la principale sostenitrice di Assad mentre i turchi sono i principali sostenitori di un cambio di regime a Damasco.


Non è neanche la prima volta che la Turchia abbatte un velivolo russo che ha sconfinato nel proprio spazio aereo. Il mese scorso i turchi hanno abbattuto un drone spia di provenienza russa sopra il proprio territorio.


I due piloti sono riusciti a paracadutarsi ma sono caduti in territorio nemico e subito è comparso online un video che mostra uno dei piloti morto con intorno un nugolo di siriani esultanti. Secondo alcuni militanti siriani i piloti sono caduti in un territorio controllato da dei ribelli siriani presi di mira dai caccia russi e un pilota è stato ucciso mentre si avvicinava al terreno in paracadute mentre l’altro è stato catturato da una milizia chiamata la 10ma Brigata.


I turchi aveva chiesto giusto settimana scorsa, ufficialmente, ai russi di smettere di bombardare i territori vicini al confine turco abitati da turcomanni, storici alleati di Ankara ma i russi, a quanto pare, hanno fatto orecchie da mercante. Questa è la conseguenza.

LOOK CAPELLI – Parola d’ordine: disordine.

PAROLA D’ORDINE: DISORDINE

 

Le cose cambiano. Finalmente si avvera il sogno di tutte: uscire di casa con capelli scompigliati, si può.

Dalle passerelle alla vita reale, pettinature da pulizie in casa o da “sto per entrare in doccia” diventano iper attuali e modaiole. Non più sinonimo di sciatteria e trascuratezza, avere una testa scompigliata si trasforma in raffinata noncuranza e fattore glamour.

Addio quindi alle lunghe ore di styling. I tempi si accorciano ma l’attenzione deve restare alta. C’è sempre criterio e cura nel particolare.

-CODA BASSA E MORBIDA



 

Come quando da bambine si trascorreva un’intera giornata all’asilo senza che nessuno si prendesse cura di sistemarci i capelli. In chiave moderna dona quel look etereo e un po’ romantico. La libertà dei ciuffi che scivolano sul viso si contrappone alla precisa riga centrale e all’eleganza della coda bassa.

REQUISITI: Ciuffi frontali lunghi. No frangia o scalature. Capelli medio-lunghi.

COME SI FA: Procedere all’asciugatura naturale o ad una piega liscia per chi ha capelli ricci. Assicurarsi che le punte siano ben idratate e non crespe, altrimenti l’effetto trasandato è assicurato. Dell’olio d’Argan può essere utile a chiudere le squame e donare un aspetto più sano al capello. Munitevi di un elastico molto sottile o in nylon trasparente, ed una volta legati pizzicate i ciuffi da far cadere in avanti. Per conferire maggior volume sulla nuca tirate e stringete l’elastico più volte fino ad ottenere l’effetto desiderato.

IL TOCCO IN PIÙ: Lasciate da parte una micro ciocca da attorcigliare intorno all’elastico per nasconderlo. Pettinatura al top se abbinata a dolcevita o abiti eleganti e molto elaborati.

-TOP KNOT



Look dai richiami gipsy e bohemian, rende qualsiasi outfit più sbarazzino e attuale. Ottima soluzione per i giorni in cui si desidera tenere lontano dal viso i ciuffi pur mantenendo la chioma sciolta.

REQUISITI: Capelli medio-lunghi. Forcine e letteralmente due minuti di tempo.

COME SI FA: Fare una mezzacoda alta sezionando i capelli dalle orecchie in su. Attorcigliare su se stessi i capelli del codino per poi arrotolarli a mo’ di chignon. Fissare il tutto sulla parte superiore della testa con un paio di forcine per migliorarne la forma e aumentarne il volume. A proprio piacimento, creare una bombatura leggera sulla zona frontale.

IL TOCCO IN PIÙ: Ciuffetti fuori posto all’altezza delle tempie e onde morbide per dare movimento. Orecchini pendenti e, per finire, una bella riga di eyeliner.

-MESSY BUN



Letteralmente “chignon disordinato”, è simile al top knot ma coinvolge l’intera capigliatura. Rivisitazione del grande classico per ballerine metropolitane.

REQUISITI: Essere molto imprecise, capelli medio-lunghi, forcine.

COME SI FA: Per ottenere il massimo del volume e raggiungere il punto più alto della nuca, raccogliere tutti i capelli mettendosi a testa in giù. Legare alla rinfusa come un normale chignon e perfezionare la forma aiutandosi con le forcine. Chi non ha chiome particolarmente corpose può utilizzare il crespo, ovvero una sorta di ciambella che funge da sostegno e base su cui costruire lo chignon. Ultimo step: spettinare, spettinare, spettinare.

IL TOCCO IN PIÙ: Questa pettinatura viene valorizzata al massimo da capelli con schiariture/balayage/shatush che movimentano il raccolto. Fantastico anche con la frangia. Da provare basso e laterale in versione serale.

-BEACH WAVES



Onde leggere ispirate a quelle naturali dopo un bagno in mare. Così come in spiaggia, regalano un aspetto sexy e selvaggio.

REQUISITI: Capelli corti/ medi/ lunghi, spray al sale (suggerito Toni&Guy € 10 circa), piastra e/o dita per modellare le ciocche.

COME SI FA: Vaporizzare sui capelli asciutti uno spray al sale che dona la stessa texture che si ha dopo una giornata trascorsa in spiaggia. Con le dita cercare di ricreare il giusto movimento, aiutarsi poi con la piastra usandola come arricciacapelli. Smontare i boccoli ottenuti per un look più casual.

IL TOCCO IN PIÙ: Shampoo secco sulle radici per dare volume. Cotonare a piacimento per ottenere ancora più dimensione.

Jack Vettriano, l’erotismo della solitudine

Jack Hoggan, noto come Jack Vettriano nato a Methil il 17 novembre del 1951, ha origini italiane ed è uno dei più riprodotti ed acclamati artisti contemporanei.

Nato poverissimo ha costruito una fortuna con i suoi quadri e, oltre alle vendite, le riproduzioni dei suoi quadri guadagnano addirittura di più, incassando circa 500.000 sterline all’anno in soli diritti d’autore per riproduzioni tipografiche.


Jack Vettriano, l’erotismo della solitudine


I suoi originali raggiungono cifre altissime e la sua opera più famosa, The Singing Butler, ogni anno viene regolarmente riprodotta su biglietti d’auguri e vende più di qualsiasi altro artista.

Alcuni critici d’arte l’hanno considerato popolare e privo d’intensità, in realtà si tratta di un grandissimo artista che è riuscito a coniugare la popolarità, la classe, l’eleganza della rappresentazione, con l’intensità.

I suoi quadri sono degli spaccati di vita e d’intimità dove predomina l’erotismo e la solitudine.


Jack Vettriano, l’erotismo della solitudine


Inizialmente Jack Vettriano si è fatto notare per avere rappresentato immaginari personaggi dall’eleganza anni cinquanta, immersi in paesaggi solari spesso danzanti ed immersi in un’eterna joie de vivre.

In seguito i suoi quadri sono diventati più intensi, predominano infatti gli interni dalle luci soffuse con coppie spesso in procinto di fare l’amore, ma colti in attimi in qui predomina la loro reciproca solitudine, come se fare l’amore fosse un rito a cui ci si prepara attraverso una messa in scena erotica dove entrambi si presentano nel loro gioco sottile di appartenersi e non appartenersi.

I lavori di Jack Vettriano sono dunque delle piccole sceneggiature che raccontano un mondo, un universo, la vibrazione di un rapporto, l’idea di un incontro, le dinamiche più sottili di una coppia, il loro gioco.


Jack Vettriano, l’erotismo della solitudine


La costruzione delle sue immagini è cinematografica, i suoi quadri sembrano scatti rubati, lo sguardo del pittore diventa voyeuristico, e indagatore dove attraverso la semplice postura dei personaggi o attraverso dettagli apparentemente insignificanti, si può scoprire l’intrigo sottostante, il gioco sempre affascinante e misterioso del desiderio.

Spesso le sue magnifiche tele ci consegnano solo bellissime donne, sole ed affascinanti, perse in interni borghesi, vestite con uno stile raffinato e senza tempo, spesso colte nell’atto di abbandonarsi alla pausa di una sigaretta o mentre si abbandonano ad un loro rito solitario e impenetrabile come fare un bagno o mettersi lo smalto.


Jack Vettriano, l’erotismo della solitudine


Queste creature affascinanti e impenetrabili restituiscono l’idea della costante solitudine in cui si è immerse e un impenetrabile e solitario isolamento, questo fascino dell’essere femminile, persa nei pensieri o in un atto apparentemente banale, questo godimento dell’essere sole caratteristico della natura femminile, è qualcosa che Jack Vettriano è riuscito magistralmente a rappresentare.


Jack Vettriano, l’erotismo della solitudine


A chi lo accusa di essere un banale pittore popolare e privo d’immaginazione consigliamo di guardare più attentamente i suoi quadri e di non soffermarsi solo alla superficie.

Lo stile di Jack Vettriano si declina nel suo essere insieme magnetico, attraente, glamour e patinato nella rappresentazione, ma allo stesso tempo sottilmente tragico, intenso e talvolta blasfemo.


Jack Vettriano, l’erotismo della solitudine


Rappresentare la solitudine, il distacco, l’impossibilità di una fusione totale con l’altro, il gioco erotico di un incontro , con gusto cinematografico è un’impresa che a Jack Vettriano è riuscita magistralmente.

5 inviti alle vendite private da non perdere! E’ caccia all’affare

Milano, manca poco alle feste e, a seguito del cambio stagionale, gli uffici stampa e gli showroom offrono, per pochi eletti, occasioni da non perdere con le proprie vendite private.


Per chi ha letto la saga I love shopping, e visto il film omonimo, ricorderà Becky Bloomwood impazzire per gli Special Sale, happening dove, con sconti esclusivi riservati alla stampa e a pochi eletti, si possono conquistare capi e accessori a prezzi decisamente inferiori rispetto alle stesse collezioni distribuite nei negozi. Si tratta perlopiù di svendita di campionari o di giacenze di magazzino.
Ciò che viene romanzato da Sophie Kinsella è in realtà usualità per chi naviga nel settore della moda e ha l’opportunità di coinvolgere i propri amici e parenti che, nel gergo, vengono definiti i “Family & friends”.
Un fenomeno che ovviamente prende piede nell’unica Capitale della moda italiana con tanto di gruppi su Facebook e mailing list che svelano date, giorni e indirizzi dove vengono svolte.
D-Art segnala le 5 imperdibili svendite e occasioni presenti in città nei prossimi giorni.

1. Dal 27 al 28 novembre avranno luogo, in via Eustachi 23, i Sample Sales di Marios, brand per trend setter contemporanei, fondato dal duo greco polacco composto da Mayo Loizou e Leszek Chmielewski. Ai sui albori è stato finanziato da un’azienda giapponese che ha dato ai designer l’opportunità di avere una vetrina a Tokyo, affermandosi come contenitore multiculturale con ampie ambizioni. Forte di un’attenta ricerca, la sua identità si concentra su volumi e materiali sperimentali. L’equilibrio creato dal sapiente mix si sviluppa in abiti no gender, altamente funzionali, dalla chiara impronta urban.
Concettualmente legato al mondo dell’arte e della fotografia, ogni collezione si ispira a un artista e viene scattata da visionari fotografi contemporanei.


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2. Le vendite private di Lucio Vanotti, invece, si svolgono nell’affascinante studio del designer. Occasione per fare affari e entrare nell’aura minimalista e asettica che circonda il brand. Solo su appuntamento.
Diplomatosi alla Marangoni, a seguito di svariante consulenze, ha lanciato il suo marchio di cui l’imperativo è l’ispirazione al purismo. Ogni silhouette viene ripulita grazie a una progettazione matematica che dà vita a creazioni seasonless, prodotte in parte nel segno dell’italianità sartoriale. Ogni collezione è un insieme di capi combinabili tra di loro, sia per l’uomo che per la donna. Utilitarismo e lontananza da tutti gli elementi ornam si denotano negli outfit sospesi nel tempo, in grado di custodire e abbellire tridimensionalmente la mutevole struttura corporea.


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3. Focalizzandoci sulle occasioni nell’ambito degli accessori approdiamo al multisfaccettato brand IURI che inaugura lo spazio espositivo ampliato, nel cuore di via Tortona. Ispirato dalle geometrie presenti nel panorama artistico e architettonico, con i suoi calzini dai contrasti bicolor è entrato nel cuore della collettività. Lana merino, cotone egiziano e fibre naturali per un prodotto artigianale e Made in Italy che, negli ultimi tempi è affiancato da un’ampia gamma di cappelli e t-shirt.


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4. Il luxury estremo, con sconti fino al 70%, si può trovare solo alla vendita speciale di Ettore Bugatti. Abbigliamento, accessori e pelletteria, uomo e donna, dell’omonimo brand di automobili che, fino al 29 novembre, si potranno vantaggiosamente conquistare nello showroom di Piazza Sant’Ambrogio. Un’occasione unica per accedere con molta più facilità alle proposte da sogno di altissima manifattura ambite dai fanatici del bello di tutto il mondo.


Ph. Luca Patrone

Ph. Luca Patrone




5. Dalle vendite speciali ai prezzi vantaggiosi di Koinè, temporary store, aperto fino al 24 dicembre che funge da contenitore espositivo per molti brand emergenti dell’eccellenza del Made in Italy, molti dei quali non ancora approdati nel capolouogo meneghino, che decidono di vendere le proprie collezioni attuali e immediatamente precedenti a costi decisamente inferiori.
Situato in piena Porta Romana offre assortimenti continui e un’ampio range di categorie merceologiche in grado di stuzzicare la curiosità dei clienti. Si spazia, infatti, dalla cosmesi ai gioielli e dagli abiti alle calzature per acquisti degni dei migliori total look.


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Le reali Becky Blomwood, dunque, grazie alle dritte di D-Art non possono assolutamente perdere l’opportunità di “alzare i tacchi” e dedicarsi a una settimana di intenso shopping nel massimo rispetto delle proprie finanze.



(Presentandovi con questi inviti, potrete accedere alle svendite. Solo per i lettori di D-ART)

Arriva al cinema il “Teatro alla Scala”, il tempio dell’arte

Uscirà al cinema, solo il 24 e 25 novembre, Teatro alla Scala. Il Tempio delle Meraviglie, il film evento dedicato a uno dei templi più esclusivi della musica e dello spettacolo mondiale, un luogo dove l’arte si costruisce, si rappresenta, si vive. Diretta da Luca Lucini, Silvia Corbetta e Piero Maranghi, questa pellicola racconta la storia del Teatro che più di ogni altro ha catturato e legato a sé indissolubilmente i più grandi nomi della scena musicale di tutti i tempi.

 

Maria Callas

Maria Callas

 

Giuseppe Verdi, Giacomo Puccini, Arturo Toscanini, Maria Callas, Luchino Visconti hanno fondato il mito di un luogo, animato in anni più recenti da artisti come Claudio Abbado e Riccardo Muti. Ancora oggi suscita un senso di sacralità: nel film ce lo raccontano tra gli altri i direttori d’orchestra Daniel Barenboim e Riccardo Chailly, i cantanti Mirella Freni e Plácido Domingo, i ballerini Carla Fracci e Roberto Bolle oltre ai Sovrintendenti Pereira, Lissner e Fontana.

 

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Inaugurato nel 1778, il Teatro alla Scala di Milano è il luogo dove è nata la tradizione della grande opera italiana. Le emozioni assorbite dalle tende di velluto, dal legno del palcoscenico, dalle poltrone in platea sono vive ancora oggi e riemergono ogni notte, nel momento stesso in cui le luci si abbassano, il pubblico ammutolisce e inizia lo spettacolo. Così le videocamere, accompagnate dalla voce narrante di Sandro Lombardi, percorrono i corridoi e ci fanno respirare 237 anni di storia: una delizia per lo spettatore in un maestoso susseguirsi di scoperte e rivelazioni.

 

Gavazzeni con Ingrid Bergman

Gavazzeni con Ingrid Bergman

 

Gli autori Luca Lucini e Silvia Corbetta hanno dichiarato: “Abbiamo abbandonato la rigidità del racconto prettamente cronologico e ci siamo lasciati trasportare dalle rapide di un fiume fatto di luci, musiche, immagini, silenzi”. Tra le location d’eccellenza che compaiono nel film anche il Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia con la centrale termoelettrica Regina Margherita, che fa da sfondo alla ricostruzione di una scena in cui l’ingegner Colombo “attiva” la luce elettrica alla Scala.

 

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Teatro alla Scala. Il Tempio delle Meraviglie vede anche la fotografia di Luca Bigazzi e la partecipazione straordinaria di Bebo Storti nel ruolo di Domenico Barbaja, Francesca Inaudi nel ruolo di Marietta Ricordi, Filippo Nigro nel ruolo di Bartolomeo Merelli, Giuseppe Cederna nel ruolo dell’Ingegnere Giuseppe Colombo, Andrea Bosca nel ruolo del concierge del Grand Hotel et de Milan, Gigio Alberti nel ruolo di Luigi Illica e Pia Engleberth nel ruolo di Biki.

Alla Triennale di Milano si sfoglia “Il Nuovo Vocabolario della Moda Italiana”

Dal 24 novembre 2015 al 6 marzo 2016 La Triennale di Milano presenta  Il  Nuovo  Vocabolario  della  Moda  italiana.  Una  mostra – dedicata ad Elio Fiorucci – unica nel suo genere, nata dall’esigenza di riconoscere e celebrare l’Italia della moda contemporanea e i suoi protagonisti. Marchi e creativi che negli ultimi 20 anni hanno rinnovato e recuperato il DNA culturale, tecnico e tecnologico della tradizione, riscrivendolo in un linguaggio del tutto originale.

 

 

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Il nuovo vocabolario della moda italiana analizza questo linguaggio e la nuova natura della moda italiana attraverso il lavoro dei suoi protagonisti e le loro molteplici espressioni. Dal prêt-à-porter allo streetwear, dalle calzature agli occhiali, dai bijoux ai cappelli: un inedito vocabolario di stile e produttività. La mostra è un’accurata messa in scena del tratto di storia recente del made in Italy, a partire dal 1998, l’anno che segna il concreto passaggio a un mondo interconnesso dal web, alle nuove forme della comunicazione;  dieci anni prima della grande crisi globale del 2008, che investe le economie occidentali e mette in crisi i paradigmi economici, sociali e culturali della post-modernità. Il 1998 è l’anno spartiacque tra il “prima” e il “dopo”; tra chi ha attraversato la crisi rigenerandosi e chi ne ha tratto la spinta per intraprendere un percorso autonomo.

 

 

Elena Ghisellini Pochette “Rainbow Flag”,  © Foto Francisco Montoya

Elena Ghisellini Pochette “Rainbow Flag”,
© Foto Francisco Montoya

 

 

Oltre cento realtà tra le più importanti del panorama contemporaneo partecipano alla mostra con i propri prodotti e progetti. Sono stilisti e marchi, selezionati con l’approccio didattico-scientifico di un sistema a fasi successive dai curatori Paola Bertola e Vittorio Linfante insieme con il Comitato Scientifico della mostra (presieduto da Eleonora Fiorani e composto da Silvana Annicchiarico, Gianluca Bauzano, Patrizia Calefato, Enrica Morini, Domenico Quaranta e Salvo Testa), e avvalendosi di un nutrito gruppo di “advisor” esperti del mondo della moda (comunicatori, stilisti, giornalisti, produttori, distributori…). Perché “vocabolario”? Per sintetizzare, illustrare, definire le caratteristiche  fondanti  del  made  in  Italy  contemporaneo,  oggi ancora in fase di scrittura e di evoluzione.

 

 

Carolina Melis 2014

Carolina Melis 2014

 

 

Se da una parte il “fatto in Italia” è riconosciuto nel mondo come eccellenza, dall’altra è tipicamente rappresentato da marchi e stilisti affermatisi sino agli anni Novanta, negando in un certo senso la sua capacità di rigenerazione. Eppure, confermando la storica attitudine all’auto-organizzazione italiana, una nuova generazione sta scrivendo da tempo un linguaggio riconfigurato della moda italiana. Questo grazie alla valorizzazione di risorse accessibili in Italia e scomparse altrove: l’attitudine progettuale diffusa, i patrimoni di cultura materiale, le piccole reti di laboratori, le manifatture periferiche», spiegano i curatori Bertola e Linfante. “Vocabolario”, dunque, nel suo significato di “repertorio di termini e locuzioni” è il mezzo per definire e cristallizzare il nuovo linguaggio del made in Italy.

 

 

N3M / NoiTreMilano  Mocassino “Boccioni” P/Eestate 2016 © Foto courtesy NoiTreMilano

N3M / NoiTreMilano
Mocassino “Boccioni”
P/Eestate 2016
© Foto courtesy NoiTreMilano

 

 

Per valorizzare il contenuto progettuale dei capi, degli accessori e per esprimere con forza il concetto di “vocabolario”, la mostra è strutturata in un percorso composto da Lemmi che sintetizzano ognuno un concetto tipico e rinnovato del made in Italy. Per esempio: Materia, Costruzione, Ornamento, Dettaglio, Laboratorio, ognuno  caratterizzato da istallazioni che illustrano il prodotto e il relativo processo creativo, dal cartamodello, agli accessori, dalle prove di lavorazione alle componenti.

 

 

 

Elena Xausa Babel

Elena Xausa Babel

 

 

La mostra è articolata in 3 macro sezioni:

 1. Vocabolario: qui i prodotti sono organizzati intorno a concetti chiave, così da rappresentare i diversi approcci progettuali che ricontestualizzano gli elementi archetipici del prodotto italiano.
 2.   Narrazioni:   dove   viene   tracciata   la   mappa   del   sistema   di produzione culturale e comunicativa che ruota intorno alla moda: fotografia, illustrazione, nuovi media, editoria, video-arte.
 3. Biografie: è la sezione che concentra la narrazione sulle storie dei singoli stilisti e marchi cui si deve il nuovo linguaggio della moda made in Italy.

 

Fonte: La Triennale di Milano

The Walking Dead e il peggiore episodio della sesta stagione

Una espediente narrativo da due soldi, questa è stata la presunta morte di Glenn in The Walking Dead 6×03 Thank You.

Glenn era caduto, trascinato dal suicidio di Nicholas, in mezzo a una enorme orda di zombie e la sua fine sembrava certa invece gli sceneggiatori di The Walking Dead hanno preferito creare una falsa suspense e hanno rotto il meccanismo su cui si basava The Walking Dead: nessun personaggio è al sicuro, in un mondo come quello di The Walking Dead si può morire in ogni momento.


Sarebbe stato più accettabile se la morte di Glenn fosse stata evitata grazie a un motivo non specificato, una storia fino ad ora tenuta nascosta, la comparsa insperata di un personaggio eroico o qualcosa di simile, una storia creativa per convincere anche i più dubbiosi. Uccidere Glenn con una morte così stupida sarebbe stato un memo indimenticabile della regola fondamentale di The Walking Dead: nessuno è al sicuro.


Speranze che si sono frantumate nei primi minuti di The Walking Dead Heads Up. Glenn semplicemente è strisciato sotto il cassonetto mentre gli zombie inspiegabilmente lo ignoravano fino a quanto non è scomparso dalla vista. Per questa scena abbiamo aspettato 3 episodi di cui due filler.


Glenn è sopravvissuto perché le budella di Nicholas, caduto sopra di lui lo hanno ricoperto e protetto come in un altro epico episodio, Guts, avevano protetto lo stesso Glenn e Rick. Le sue gambe invece sono state protette dagli stessi walkers che si erano stesi per raggiungere le budella di Nicholas. Il perché nessuno lo abbia attaccato al volto o al collo rimane un mistero invece, dato che lui stava urlando e gli zombie sono sensibili al suono. Una volta riparato dal cassonetto Glenn riesce a uccidere diversi walkers che morendo formano una barriera che unita all’odore delle budella di Nicholas fa si che dopo poco gli zombie perdano interesse e se ne vadano. Et voilà.


A nessuno dispiace che Glenn si sopravvissuto, è uno dei migliori personaggi di The Walking Dead, è un esempio di moralità e le sue abilità di sopravvivenza sono eccezionali; Questo è il motivo per cui lega con Enid, un’altra che sa come sopravvivere “là fuori”; ma una colpo di scena come questo non è abbastanza raffinato per il pubblico moderno, educato da show sofisticati come lo stesso The Walking Dead.

Un tempo una colpo di scena scarso come questo non avrebbe sorpreso nessuno ma ora no.


Questo colpo di scena potrebbe però avere un significato, nel fumetto la morte di Glenn è vicina. Glenn viene ammazzato con una mazza da baseball piena di filo spinato da quello che sarà l’antagonista principale del prossimo periodo della serie: Negan. Far superare a Glenn una situazione così difficile, farlo riunire con una Maggie incinta renderebbe la sua morte ancora più strappalacrime di quanto sarebbe stata normalmente.


Altro punto della trama che probabilmente si sta avvicinando è la perdita dell’occhio da parte di Carl. Nel fumetto il figlio di Rick perde l’occhio durante l’invasione di Alexandria a causa di un colpo di pistola. Il fatto che Rick abbia dato al figlio di Jessie una pistola, che lui stia cercando proiettili e che la torre sembri sul punto di cadere sulle mura potrebbe portare a pensare che tra poco vedremo Carl con una benda.

Nuove conferme sperimentali in arrivo per la Relatività Generale

Bin Chen, astrofisico della Florida State University, ha predetto un nuovo effetto fisico legato alla Relatività Generale che potrebbe consentire ai ricercatori di aggiungere ulteriori conferme sperimentali alla celebre teoria di Einstein. Chen, che attualmente lavora nel campo della ricerca computerizzata presso il Research Computing Center della FSU, ha riportato le sue scoperte in un paper dal titolo “Probing the Gravitational Faraday Rotation Using Quasar X-Ray Microlensing”, comparso la scorsa settimana tra le pagine della rivista specializzata Scientific Reports.


“La possibilità di testare la Relatività Generale utilizzando nuove metodologie è di fondamentale importanza per i fisici e gli astronomi”, ha dichiarato Cheng. Dato che fino ad ora la teoria di Einstein è stata verificata esclusivamente analizzando fenomeni che avvengono in presenza di campi gravitazionali piuttosto deboli, almeno in termini astronomici, l’idea è quella di studiare più da vicino oggetti estremi come i buchi neri, concentrandosi in particolar modo sulle regioni situate nelle immediate vicinanze dell’orizzonte degli eventi.


Rappresentazione artistica dell'effetto lente gravitazionale causato da un Buco Nero (dal film Interstellar)

Rappresentazione artistica dell’effetto lente gravitazionale causato da un Buco Nero (dal film Interstellar)


Le teorie sulle quali si fonda la nostra comprensione dell’elettromagnetismo dimostrano che la luce è composta da campi magnetici e campi elettrici oscillanti. Un fascio di luce polarizzata, infatti, non è altro che un’onda elettromagnetica i cui campi oscillano lungo una direzione prefissata mentre quest’ultimo si propaga nel vuoto. In base all’effetto gravitazionale di Faraday, teorizzato per la prima volta negli anni ’50, quando un fascio di luce polarizzata attraversa una regione di spazio prossima ad un buco nero rotante la direzione della polarizzazione cambia seguendo i principi della Relatività Generale, ma per ora non esiste alcun metodo sperimentale per verificare l’effetto. Qui entra in gioco la scoperta di Chen, che per aggirare l’ostacolo propone di monitorare le emissioni di raggi X provenienti da alcuni Quasar visibili grazie al fenomeno delle microlenti gravitazionali.


Di recente alcuni astronomi hanno scoperto prove convincenti del fatto che queste emissioni di raggi X si generano da regioni di spazio molto vicine a buchi neri supermassicci, oggetti astronomici che è facile trovare al centro di molte galassie”, ha dichiarato Chen. “Se questo è vero, allora le emissioni dovrebbero variare molto rapidamente nel tempo, in accordo con il principio di Faraday”. Se rilevato, l’effetto di Chen – che è a tutti gli effetti una derivazione dell’effetto gravitazionale di Faraday – offrirebbe una prova convincente della correttezza della Relatività Generale applicata a campi gravitazionali particolarmente intensi, come quelli che si trovano in prossimità di un buco nero.




Paper: Bin Chen. Probing the gravitational Faraday rotation using quasar X-ray microlensing. Scientific Reports, 2015; 5: 16860 DOI: 10.1038/srep16860

Damien Hirst quando l’arte cade nel tranello della pubblicità

Damien Hirst scopre le sue carte, l’artista multimiliardario che ha costruito la sua fortuna lanciando il teschio tempestato di diamanti, un’icona assoluta della rappresentazione della morte, diventando anche gallerista.

Damien Steven Hirst (Bristol, 1965) ha fatto della morte e della sua possibile e impossibile rappresentazione un suo marchio di fabbrica.

Il manifesto della sua poetica si esprime nell’idea della l’impossibilità fisica della morte nella mente di un vivo,The Physical Impossibility Of Death In the Mind Of Someone Living.

Giusto per fare un esempio pensiamo al suo squalo tigre di oltre 4 metri in formaldeide dentro una vetrina, simbolo della sua arte, allo squalo si sono aggiunti molti altri animali in formaldeide, carcasse che l’hanno reso famoso e multimiliardario.


Damien Hirst quando l’arte cade nel tranello della pubblicità


Hirst è diventato famoso anche per l’uso di tecniche definite spin paintings, consistenti nel dipingere su una superficie circolare in rotazione come un vinile sul giradischi, e spot paintings, consistenti in righe di cerchi colorati, imitando la grafica pubblicitaria degli ultimi anni.

Ma ormai Damien Hirst non è solo un artista ma anche un gallerista, un collezionista ed un imprenditore.

La sua ascesa è stata fulminea, a quarant’anni valeva una cifra pari a cento milioni di sterline, inizialmente a renderlo famoso è stato il collezionista e pubblicitario anglo-iracheno Charles Saatchi, con il quale in seguito ha litigato.

Per uno che ha ormai accumulato una fortuna e che è l’artista vivente più pagato dopo Jasper Johns, non deve essere stato difficile restaurare cinque magazzini vittoriani in Vauxall per esporvi le tante importanti opere appartenenti alla sua consistente collezione privata battezzata con il nome di Murderme Collection. Di questa collezione fanno parte le opere che Hirst ha collezionato a partire dagli anni ’80.


Damien Hirst quando l’arte cade nel tranello della pubblicità


In occasione dell’apertura è prevista anche una mostra dedicata a John Hoyland in corso fino ad aprile del 2016.

La sua arte, se è lecito definirla in questo modo, è fortemente legata al mondo pubblicitario, non a caso il suo primo collezionista e colui che l’ha lanciato nel mondo dell’arte era proprio un pubblicitario.

Non voglio con questo alimentare inutili polemiche sull’effettivo valore delle sue opere, ma ne prendo le distanze, ritenendo, semplicemente, che talvolta la furbizia commerciale può certamente arrivare a suggestionare galleristi e collezionisti.

Ha “fregato” molti, per esempio, con i piccoli spot, gli spin painting e i lavori con le farfalle di modeste dimensioni permettono, a molti galleristi e piccoli collezionisti, di possedere un pezzo “prêt-à-porter” di Hirst Hirst, con l’illusione che sia una piccola parte dello squalo tigre di cinque metri.

Elemento biografico importante di Damien Hirst è il suo essere stato un centralinista per la M.A.S. Research, una ditta di ricerche di mercato, dove imparò che con una telefonata si può comprare e vendere qualsiasi cosa…


Damien Hirst quando l’arte cade nel tranello della pubblicità


Certo la telefonata deve colpire i punti nevralgici dell’interlocutore e certamente Hirst capì, in seguito, che giocare sul topos della morte, presentando cadaveri di animali in formaldeide avrebbe “colpito” chiunque.

Gli animalisti gli sono ostili, ma la domanda che ci si pone è: perché non usare cadaveri umani …?

Sin lì Hirst non si spinge, l’animale sconvolge forse meno?

L’equivoco fondamentale della sua sedicente arte, sta proprio qui, la sua è solo una banale provocazione che non ha il coraggio, perché non può farlo, di presentare l’impresentabile ovvero la morte di uomo, un cadavere che resta un tabù.

Nella religione cristiana abbiamo un uomo in croce, certo, ma non è un uomo qualsiasi, è lui stesso un Dio e figlio di Dio. Nella nostra civiltà, la morte è tollerata solo se vi è un Dio garante.

Nell’era del tutto si può vendere – basta sapere come farlo – Damien Hirst ci ha venduto un’idea insulsa e banale della morte, una morte da obitorio e da squallido macellaio…

Nell’era della pubblicità e del business facile qualcuno ha ben pensato di monetizzare l’affare carcassa di animale in formaldeide…

Perche poi, è chiaro che un teschio tempestato di diamanti, arte o non arte, vale proprio tanto…

Il Museo del Tessuto di Prato festeggia i 40 anni con la mostra “Heritage”

Nato nel 1975, il Museo del Tessuto di Prato compie quaranta anni e festeggia questa prestigiosa ricorrenza con la mostra Heritage. Storie di Tessuti e di Moda, un viaggio tra le collezioni del Museo, che apre i suoi depositi attraverso una selezione di opere di grande interesse e valore, molte delle quali acquisite o restaurate di recente, oppure poco note al grande pubblico. L’esposizione – aperta dal 22 novembre al 30 aprile 2016 – sarà ospitata nella Sala dei tessuti antichi, la Schatzkammer (camera del tesoro) del Museo, 400 metri quadri interamente riallestiti per l’occasione.

 

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Nel percorso espositivo, che dal XVI secolo giunge fino agli anni Sessanta del Novecento, tessuti ed abiti dialogano continuamente, sottolineando le reciproche interconnessioni ed invitando il visitatore a leggere il tessuto in funzione del suo utilizzo finale (abbigliamento o arredamento) ed ogni prodotto finito in relazione al materiale tessile in cui è realizzato. Accanto a tessuti, abiti ed accessori, una selezione di libri campionario, figurini e giornali antichi di moda, bozzetti originali per abiti e rare edizioni.

 

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Nella prima teca, spiccano per importanza tre “vesti per sotto” del Cinquecento, esempi rarissimi di intimo dell’epoca per uomo, donna e bambino, che fanno parte di un corredo prodotto per l’aristocrazia, giunto miracolosamente fino a noi. Nella seconda teca si può apprezzare l’evoluzione degli stili e dei motivi decorativi nei tessuti del Sei e Settecento, con preziosi esemplari in stile “bizarre” che rappresentano l’influsso delle arti e della cultura orientali.

 

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Nella terza teca si segnala una livrea in lana da uomo ed un gilet ricamato in seta del XVIII secolo, oltre ad uno straordinario e rarissimo esemplare di partitura tessuta della Marsigliese, realizzata in seta al telaio Jaquard a Lione nel XIX secolo e dotata di una densità di fili di ordito a centimetro impressionante (oltre cento). La quarta teca è dedicata agli abiti di corte, con una veste realizzata per la corte borbonica – testimoniata anche da altri esemplari tra i quali uno conservato al Metropolitan Museum di New York – ed una uniforme della guardia marinara dei Cavalieri di Santo Stefano, entrambe del XIX secolo.

 

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Nella quinta teca spiccano i preziosi scialli Cashmere, realizzati in lana cashmere nell’omonima regione dell’India e ampiamente importati nell’Europa del XIX secolo, presenti in mostra sia nella versione originale, che in un pregevole riadattamento come veste da passeggio (visite). Oltre ad essi uno spettacolare tessuto in stile art nouveau progettato dal celebre Silver Studio in Inghilterra alla fine del XIX secolo. Gli anni ’10 e ’20 del Novecento occupano la sesta teca, con splendidi tessuti stampati progettati dall’artista francese Raoul Dufy, una straordinaria cappa in velluto di cotone stampato con motivi di ispirazione medievale, opera della celebre artista/disegnatrice di abiti e tessuti Maria Gallenga, oltre ad un abito da sera in seta acquistato nei celebri grandi magazzini di Parigi.

 

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L’ultima grande teca, la settima, ospita cinque straordinari abiti femminili sartoriali del Novecento – emblematici dell’ampliamento di interessi del Museo verso il tema della moda – che raccontano per episodi l’evoluzione dello stile e dell’eleganza, scandendo quasi al decennio sessanta anni di cambiamenti sociali e di gusto.

 

Museo del Tessuto di Prato (via Puccetti, 3 59100 Prato)
Orari di apertura: ma-gio 10-15; ven sab 10-19; dom 15-19
Info: www.museodeltessuto.it

Bassolino e la sua candidatura

Mi candido. Due semplice parole che su Facebook – il luogo da cui l’ex sindaco ed ex governatore sceglie da qualche tempo di parlare al popolo napoletano e del PD – raccolgono mille “mi piace” e quattrocento condivisioni in meno di due ore.

Lo fa dopo aver il giorno prima condiviso l’articolo che annunciava che la stazione di Via Toledo (di una metropolitana simbolo delle sue amministrazioni e di una tenacia estrema nel realizzarla) vinceva l’oscar delle opere pubbliche sotterranee.

Lo fa dopo che una segreteria regionale travolta dalla inefficienza con cui ha gestito le primarie regionali e dal caso De Luca – Mastursi è stata azzerata, ed in cui sono entrati – in cerca di visibilità e di ruoli di rilievo – i vari big della Regione in rappresentanza delle varie componenti di un PD in cui, Bassolino, ricorda che non è più “nemmeno dirigente di una sezione”.

Con un semplice “mi candido” Antonio Bassolino gela le ambizioni di improvvisati e improvvisabili quanto improbabili candidati mediocri in cerca di visibilità. Chi domani vorrà candidarsi – e c’è tempo sino al 7 febbraio – dovrà “sfidare lui”, dovrà avere la capacità che solo lui ha avuto in passato di tenere insieme le varie anime di un partito disunito e disomogeneo, dovrà avere credibilità programmatica ed amministrativa, e dovrà aver chiarito tutte le eventuali posizioni giudiziarie, come ha fatto lui stando lontano da cariche pubbliche.

Per qualcuno ha significato averlo messo all’angolo, ed i primi a tremare sono proprio tutti quelli che lui ha creato politicamente e che gli hanno prontamente voltato le spalle, semplici consiglieri comunali, ex parlamentari, assessori ed esponenti di primo piano, in una fase in cui – è bene ricordarlo – per fare il governo serviva avere dentro lui, Sindaco di Napoli ed ad interim Ministro del Lavoro.

Da quel tweet “state sereni” all’attuale “mi candido” è la sentenza decisiva su una classe dirigente che ha dichiarato rottamazione e rinnovamento, ha in realtà consolidato una “guerra tra bande” tra capibastone, e che oggi deve alzare le mani nella mancanza assoluta di una proposta altrettanto forte e credibile capace di mettere insieme più di lui, e di sfidarlo realmente. 
Una candidatura virtuale che lancia un segnale forte che va letto come un “Napoli merita di più e di meglio di essere vetrina per qualcuno per assicurarsi una posizione domani”. Napoli merita una proposta forte, dinanzi alla quale sono certo che per primo Antonio Bassolino farà un passo, non indietro ma affianco, per il bene di Napoli.

Perchè – ed anche questa è storia – Napoli da sempre è stata laboratorio politico non solo di alleanze ma anche di creazione politica, di coraggio per il bene comune che ha salvato questa città, se rileggiamo la storia, anche dalle peggiori amministrazioni possibili nei periodi più bui della prima repubblica.

Quel “mi candido” è il coraggio di chi si mette in gioco e pone una sfida politica, programmatica, di presenza fisica, nella latitanza delle scelte della deputata classe dirigente. È il coraggio che ci manca e che ci viene ricordato essere necessario per la nostra comunità.

In questa sfida Antonio Bassolino ha già vinto. E non solo per sé e contro chi lo voleva messo definitivamente all’angolo, ma soprattutto per Napoli. E sia De Magistris che il M5S che il centrodestra – oltre al partito democratico – da oggi sono chiamati ad “alzare l’asticella” del proprio livello di proposta politica. 
Ecco, da un leader politico dovremmo esattamente esigere questo: essere capace, oltre se stesso, di elevare il livello per il bene comune e di non accontentarsi della mediocrità opportunistica contingente, di stimolare il coraggio e di metterci la faccia. Chi pensa di poter accogliere queste sfide ha tempo fino al 7 febbraio. Il resto resta cronaca gossip che scema in un giorno tra i trafiletti.

“SELEZIONARE GLI EMBRIONI IN CASO DI GRAVI MALATTIE”: NON E’ PIÙ’ REATO.

Da un po’ di anni a questa parte, quella che sembrava una “legge intoccabile”, cioè quella sulla fecondazione assistita (Legge 40), sta letteralmente perdendo un pezzo dietro l’altro, sotto l’azione di diverse sentenze della Corte Costituzionale.

La legge 40 può essere sintetizzata in 4 fondamentali punti:

  1. divieto di fecondazione eterologa”;
  2. obbligo di impiantare al massimo 3 embrioni , tutti insieme”;
  3. divieto di accesso alle tecniche relative alla fecondazione assistita per le coppie fertili”;
  4. divieto di selezionare embrioni in caso di patologie genetiche”.

Ma, quella che sembrava essere una piena insindacabilità di questi punti, si è trasformata in una serie di continue rivisitazioni giuridiche e nuove interpretazioni sorrette da numerose sentenze della Corte Costituzionale.

Basti pensare al divieto di fecondazione eterologa, definito in un primo momento come preludio a pratiche eugenetiche di selezione artificiale di gameti, per l’ottenimento di “bambini su misura”, poi definito come divieto incostituzionale.

Altre sentenze della Corte Costituzionale sono, poi, intervenute in merito al divieto di accesso alle tecniche di fecondazione assistita per le coppie fertili. In questo caso, sono due le sentenze che hanno sollevato una questione di illegittimità costituzionale sulla base della disparità che il predetto divieto sancisce a svantaggio delle coppie fertili, il tutto supportato dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, la quale ha definito tale principio come discriminatorio.

Una legge, quindi, che ha subito numerose modifiche.

Per ultima, a dare un calcio al punto della legge 40, relativo al divieto di selezionare gli embrioni in caso di patologie genetiche, è stata la recente sentenza 229/2015 redatta dal giudice Rosario Morelli, relativa alla questione di costituzionalità sollevata dal Tribunale di Napoli, in merito allo specifico procedimento penale nei confronti di un gruppo di medici rinviati a giudizio, con l’accusa di produrre embrioni umani con fini diversi da quelli previsti dalla tanto discussa legge 40.

Tale sentenza abolisce il previgente divieto, sancendo l’ammissibilità di tutte le pratiche volte a selezionare gli embrioni da impiantare nell’utero della donna, nelle specifiche ipotesi in cui ci sia il rischio di impiantare embrioni affetti da gravi malattie trasmissibili, cioè quelle previste dalla Legge 194 sull’aborto.

Ovviamente, il tutto dovrà essere accertato da apposite strutture sanitarie.

La sentenza ha dichiarato illegittimo l’articolo 13, nello specifico comma 3, lettera b, e comma 4, della Legge 40.

Quindi, l’operatore medico che pone in essere specifiche azioni volte al trasferimento di soli embrioni sani, nell’utero della donna, non risulta più essere sanzionabile dal punto di vista penale.

Infatti, secondo i giudici della Consulta, l’appena citato articolo violerebbe sia l’articolo 3 della Costituzione (“uguaglianza dei cittadini“, in merito al profilo della ragionevolezza), sia l’articolo 32 della Costituzione (“ tutela della salute”).

In pratica, la sentenza dichiara ammissibile la selezione degli embrioni ma, allo stesso tempo, non intacca assolutamente il “divieto di distruzione degli stessi embrioni. Infatti, questi ultimi non possono essere assolutamente considerati come “semplice materiale biologico” e, quindi, devono continuare ad essere conservati tramite la specifica tecnica della crioconservazione.

Sorge un dubbio: ha senso conservare embrioni inutilizzati?

È questa la questione sollevata da coloro i quali si oppongono alla conservazione degli embrioni: il numero di questi ultimi sarà sempre maggiore e proporzionalmente al crescere del numero, ci sarà un incremento notevole dei relativi costi per il loro mantenimento. La crioconservazione, infatti, può essere effettuata solo da specializzati professionisti e solo grazie ad attrezzature “non proprio economiche”.

LA DOPPIA VISIONE DELLA SENTENZA 229/2015

L’ultima pronuncia della Consulta ha dato vita a due gruppi di soggetti: il primo assolutamente favorevole alla sentenza, il secondo, invece, non pienamente convinto della nuova strada intrapresa.

Quindi, da un lato vi è una visione basata sulla salute della donna: eliminando il reato di selezione, viene alla luce la legittimità della “diagnosi preimpianto”, fondamentale ai fini di evitare che una donna possa vedersi impiantato un embrione malato.

La diagnosi preimpianto consentirà di evitare potenziali aborti.

Una precisa diagnosi che dovrà essere garantita da qualsiasi struttura, pubblica o privata che sia, sperando nella non creazione di ostacoli burocratici da parte della politica.

Dall’altro lato, invece, si posizionano coloro i quali sono contrari alla selezione degli embrioni.

Il punto di vista è supportato da una domanda che fa davvero riflettere: “chi è malato non ha diritto di vivere?”.

Ciò che viene condannata, non è la richiesta da parte delle coppie di avere un figlio sano (assolutamente legittima), ma il metodo.

Non è del tutto corretto parlare di “embrioni malati”, poiché nell’embrione è possibile solo riscontrare un danno genetico e non una patologia conclamata.

A detta di molti, che rientrano in questo secondo gruppo di soggetti, si andrà verso una “cultura dello scarto“, dove l’embrione non sarà altro che un bene comune come tanti altri, pronto ad essere buttato via in caso di malfunzionamento.

SENTENZA 229/2015, GIUSTA O SBAGLIATA?

Impossibile definire la pronuncia della Consulta come giusta o sbagliata e di conseguenza è impensabile trovare un punto d’incontro tra le diverse linee di pensiero.

L’unica cosa certa è il consolidamento dell’idea che sta alla base del percorso intrapreso dalla Corte Costituzionale: un orientamento che è volto ad affievolire, per alcuni aspetti, la rilevanza giuridica dell’embrione ed i relativi diritti, al fine di incrementare quello che è il diritto, o meglio un “interesse” della coppia, cioè quello di avere un figlio (precedenti sentenze) e, ora, con la sentenza 229/2015 il funzionale interesse di un figlio sano.

JONAH LOMU: ADDIO AL GIGANTE BUONO DEL RUGBY

Una meteora? No, una stella che mai smetterà di brillare nel cielo del rugby, dello sport, quello vero e puro.

Jonah Lomu, meglio conosciuto come il “Gigante buono” è entrato di forza nel mondo della palla ovale, regalando per tantissimi anni emozioni difficilmente descrivibili e che mai nessuno dimenticherà. Forza, serietà, coraggio e tanta, tanta umiltà: queste le doti di un giocatore, di un uomo vero.

Fermarlo sui campi da gioco, sua seconda casa, era impossibile: una furia, un uragano, una tempesta di muscoli e forza che si abbatteva sugli avversari, impotenti dinanzi a cotanta esplosività.

Un mix di doti fisiche, guidate da un cuore grandissimo, che lo hanno portato ad essere paragonato ad un supereroe, proprio come quelli tanto amati dai bimbi di tutto il mondo.

E, Jonah Lomu era amato dall’intero mondo del rugby e non solo. Un uomo durissimo in campo, ma dai modi gentili fuori.

Il rispetto per gli avversari e per qualsiasi uomo in generale era ciò in cui credeva di più.

Muscoli e cuore che per tantissimi anni hanno combattuto al riparo della nera maglia degli All Blacks: la numero 11. Una maglia che per sempre resterà sua, poiché difficilmente potrà essere indossata da altri giocatori con doti simili.

La forza e la grinta del campione

La forza e la grinta del campione

Jonah Lomu, grazie alle sue grandi doti tecniche e fisiche ha fatto crescere il gioco della palla ovale: uno sport che gli deve tanto.

Risalgono a vent’anni fa le prime impronte rilasciate dal gigante buono sull’erbetta dei campi da gioco. Impronte che hanno indirizzato il rugby nella direzione della spettacolarità, del bel gioco e, sopratutto, del rispetto.

Un omone inarrivabile e impossibile da stoppare. Ma, i suoi reni si sono resi alla malattia. L’unico avversario che Lomu non è riuscito a battere.

Una malattia che in un primo momento lo aveva allontanato solo provvisoriamente dai campi da gioco, dato che il Gigante buono era tornato, stringendo i denti, a correre per regalare nuove e spettacolari mete.

Ma, non era più la stessa cosa.

Pian piano la malattia ha preso il sopravvento, succhiando via la linfa vitale di un uomo che sembrava essere invincibile, immortale.

Jonah Lomu, il gigante buono si è arreso.

Proprio così, proprio lui.

Ma, sicuramente, da lassù continuerà ad indirizzare il rugby nella giusta direzione e a mantenere ben saldo, grazie alla sua infinita forza, il treno dello sport vero, quello leale e fondato sul rispetto, evitando di farlo deragliare.

Da lassù continuerà a proteggere la palla ovale con le sue larghe spalle, stringendola con forza al suo possente petto, dimora di un cuore immenso e puro.

Jonah Lomu: un campione, una stella!

BEACH VOLLEY: RANGHIERI-CARAMBULA, DALLE SPIAGGE A RIO 2016

Due ragazzi e un unico grande amore: il beach volley.

Due storie d’amore completamente diverse: da un lato, un vero e proprio colpo di fulmine; dall’altro, un sentimento che è cresciuto pian piano, sintetizzabile nell’espressione “i due opposti si attraggono”.

Queste sono le storie di Alex Ranghieri e di Adrian Carambula, due meravigliosi ragazzi, due sportivi di razza.

Il beach volley ha stregato Alex alla tenera età di 8 anni, regalandogli immense soddisfazioni e indescrivibili emozioni. Ma, un infortunio alla spalla ha fatto scricchiolare le solide basi di una meravigliosa favola d’amore, portando il cavaliere Alex a pensare di voler mollare tutto.

Per fortuna non è stato così.

Adrian, invece, era lontanissimo dal mondo della sabbia, un mondo che pensava fosse abitato solo dal genere femminile. Infatti, la sua prima grande passione è stata il calcio. E il talento non mancava di certo. Poi, se a confermarlo è un certo Luis Suarez, c’è da star davvero tranquilli.

Ma, come è possibile che un giovane calciatore, promessa indiscussa, che ha giocato nelle giovanili con campioni del calibro di Suarez, si ritrova ad essere osannato dal mondo del beach volley?

Galeotto fu il viaggio a Miami, dove si trasferì con la sua famiglia a 13 anni.

Miami e il calcio? Un binomio non proprio perfetto. Miami è sinonimo di spiagge straordinarie e la spiaggia è il regno degli amanti del volley.

MA, COME SI SONO CONOSCIUTI?

E’ stato Alex a partire, come un coraggioso esploratore, alla volta di Miami, proprio per conoscere e ammirare il talento di un giovane, la cui fama aveva attraversato l’oceano.

Poi, uno sguardo, qualche azione insieme e subito pronti a fare coppia. E che coppia!

Grande feeling e intesa perfetta, ingredienti fondamentali per raggiungere qualsiasi traguardo.

Una coppia che ha subito asfaltato i più duri avversari ed ha fatto conoscere al mondo intero il suo potenziale: un 2015 da incorniciare con un terzo posto alle Major Series a Porec, uno strepitoso argento all’Europeo di Klangenfurt, la vittoria al Cev Masters di Milano e dell’Open di Antalya lo scorso ottobre.

Incredibili successi che hanno rafforzato ancora di più il particolare legame che c’è fra questi due fantastici ragazzi, sempre sorridenti e scherzosi, ma serissimi quando ci si allena e si gioca. Due diversi soggetti ma un’unica mente, focalizzata sempre e comunque sulla vittoria. E’ questa la magia della coppia Ranghieri-Carambula.

E ora?

Pronti, partenza e Rio!

Proprio così, la strepitosa coppia, tra le migliori del circuito del beach volley, ha centrato, grazie agli incredibili successi ottenuti durante l’anno, una meritatissima qualificazione per i Giochi di Rio 2016.

La coppia Ranghieri-Carambula si veste d’azzurro ed è già pronta a far sognare tifosi e appassionati di questo bellissimo sport. L’Italia è già pazza di questi due campioni ed è pronta ad emozionarsi, sudare e sporcarsi di sabbia assieme a loro.

E’ uscito il trailer di ZOOLANDER 2

Il tanto atteso sequel del’ironico film cult sulla moda è uscito.
Nei cinema da febbraio 2016.

 

Se i termini “Le tigre”, “Magnum”, “Blue steel” vi suonano sconosciuti, beh, probabilmente non avete visto il film più ironico sul mondo della moda, Zoolander, pioniere di queste “duck-face” molto attuali adesso che viviamo nell’era dei selfie con lo smartphone.

Ben Stiller e Owen Wilson, gli attori protagonisti del cult-movie, hanno annunciato il sequel tanto atteso lo scorso marzo, durante la settimana della moda di Parigi, facendo un’apparizione speciale durante il fashion show di Valentino.

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Ben Stiller ha lanciato il trailer qualche giorno fa sul suo account Facebook dicendo: “Il trailer di Zoolander 2 è pronto! Ci sono voluti solo 14 anni “.
Il film è stato girato in gran parte a Roma (si può vedere anche il quartier generale di Fendi nel trailer).
Fanno apparizioni speciali Justin Bieber e Kanye West, mentre Karl Lagerfeld ha rifiutato l’offerta di apparire. Alcune altre celebrità di moda top secret si sono unite al cast.

PETA e gli attivisti LGBT hanno lanciato petizioni di boicottaggio del film: il primo per l’abuso di pellicce in esso, i secondi per il ritratto caricaturale di un modello transessuale.

A noi non resta che attenderlo nelle sale!

Maison Valentino released some photos on set with Stiller and Wilson

Maison Valentino released some photos on set with Stiller and Wilson



IL TRAILER DI ZOOLANDER 2: 



ENGLISH VERSION

YOUTH CULTURE – ZOOLANDER 2 trailer is Out.
The long awaited sequel of the ironic cult fashion movie is out.
In theatres on february 2016.

If terms like “Le tigre”, “Magnum”, “Blue steel” sounds unfamiliar to you, well, you probably have’t seen the most ironic movie about fashion world, Zoolander, pioneer of those duck faces so actual by now that we live in a selfie-smartphone era.
Ben Stiller and Owen Wilson, the lead actors of the cult-movie, announced the long-awaited sequel last march, during Paris Fashion week, making a special appearence at Valentino fashion show.
Ben Stiller launched the trailer a few days ago on his Facebook account saying “Zoolander 2 trailer is up! Only took 14 years”.
The movie was shot mostly in Rome (you can recognize also Fendi Head Quarter in the trailer).
Special appareances by Justin Bieber and Kanye West, while Karl Lagerfeld turned down the offer to appear.
Some others top secret fashion celebrities have joined the cast, though.
Peta and LGBT activists have launched petitions to boycott the movie: the former for furs abuse in it, the latter for the cartoonist portray of a transexual model.

Lorenzo Sabatini

Youth Culture – M.I.A. lancia “Borders” dal suo prossimo album

M.I.A., al secolo Mathangi Arulpragasam, ha appena annunciato pochi giorni fa sulla sua pagina Facebook il lancio della sua nuova canzone chiamata “Borders”.

Ascolta “Borders”, l’ultima canzone di M.i.a., qui:



Conosciuta in Italia principalmente dalla comunità gay, dalle ex riot girl diventate fashionista e dagli addict di Pitchfork (il sito leggendario di musica recentemente acquistato dal gruppo Condé-Nast), qui ci sono alcune ragioni per cui la si dovrebbe conoscere immediatamente:

1.  Candidata agli Oscar nella sezione miglior canzone per il brano scritto per il film di Danny Boyle “The Millionaire”

2. ha collaborato ad una capsule collection per Versus Versace (il suo senso dello stile è 100% renegade, colorato e ha molto a che fare con le sue origini dello Sri Lanka)

3. ha collaborato con Madonna, la regina del pop, nella canzone “Gimme all your luvin’”, nel 2012

Ecco il link di “Gimme all your lovin’”:



4. anche se la sua carriera stava decisamente diventando mainstream, ha rifiutato di apparire ovunque negli ultimi due anni ed è sempre stata concentrata sulle sue priorità: la musica (e suo figlio)

5. nonostante la sua oggettiva bellezza, la cantautrice preferisce essere ricordata per le sue parole: nelle canzoni troviamo argomenti di politica, immigrazione e molto altro ancora.

Il suo ultimo brano rappresenta una profonda riflessione di quello che sta succedendo in tutto il mondo ultimamente in termini di tendenze, terrorismo e diritti civili.
L’artista continua a ripetersi: “Che succede”? e immediatamente si pensa “Cosa c’è di sbagliato nel mondo di oggi?».

M.I.A. x Versus Versace

M.I.A. x Versus Versace



M.I.A.

M.I.A.



 

ENGLISH VERSION:

 

M.I.A. drops off “Borders” from her forthcoming album.

MIA, born Mathangi Arulpragasam, just announced a few days ago on her facebook page the launch of her new song named Borders.

Even if she is known in Italy only by gay community, former riot girls turned into fashionista and Pitchfork addict (the legendary site of music recently bought by Condé-Nast group), here are some reasons why you should know her immediately.

She is a Best Song Academy Award nominee for her track written for Danny Boyle’s “The Millionaire” movie, a designer for Versus Versace ( her sense of style is 100% renegade, colorful and has lots to do with her Sri Lankan heritage) and she made a song with the queen of Pop, Madonna, named “Gimme all your lovin’”, in 2012.

Even if her career was definitely at a point of becoming mainstream, she refused to appear everywhere during last two years and has always been focused on her own priorities: music ( and her son).
Even if she is beautiful, the songwriter wants to be remembered for her brain and words: amongst her songs’ comments youtubers talk about politics, immigration and much more.

Her last song represents a deep reflection of what’s going on worldwide lately in terms of trends, terrorism and equal rights.
The artist keeps on repeating “What’s up with that”? and you immediately think “What’s wrong with the world today?”.

 

Lorenzo Sabatini

Scarpe autunno-inverno 2015/16 – il colore è rosso!

Nell’aria e per le strade c’è già profumo di Natale e l’atmosfera si colora di rosso.
Anche ai piedi quindi il colore si fa strada, le proposte dalla passerelle sono infinite e declinate in tutte le sfumature del rosso.

Ispirazioni dalla lontana Cina per i modelli di Joshua Fenu, dettagli gold con inserti in velluto per O Jour, tacchi vertiginosi – come sempre – per il brand iper-femminile di Casadei, lacci infiniti per Malone Souliers, ottocenteschi gli stiletto Balenciaga, invidiabili e originali i modelli unici di Maison Margiela, con l’utilizzo del dripping sulla punta delle sneakers, quasi un omaggio a Pollock!

Sfoglia qui tutte le nostre proposte in red!


Dellera Pellicce – dive d’inverno

L’incantevole ouverture firmata Dellera Pellicce “scalda” la passerella invernale di emozioni e sensazioni, forme e colori che esaltano una femminilità da diva di tutti i giorni, che ispira un look raffinato e naturale.

Un mix intrigante di classico e tendenza che “firma e filma” un set stellare di charme, per la donna di personalità, che sa cogliere l’eleganza dell’occasione.
Il lusso metropolitano della pelliccia vissuta nel quotidiano, seduce una collezione “full time” in un susseguirsi di capi eclettici, chicchissimi e facilissimi da portare e abbinare.

 

Il defilè Dellera Winter apre con cappe, stole, coprispalle in rosso e ottanio, accessori “giorno e sera” di un primo assaggio di freddo unico e superstizioso.

In ottanio, blu, pervinca e giallo sfilano poi i cappottini reversibili in misto cashmere, nelle versioni lapin, shearling, astrakan, rex e visone, quindi è la volta di giacche corte, gilet, blouson intervallati da pezzi esclusivi d’autore, vedi la giacca in volpe rosa o il gilet giallo in murmansky!

 

Si chiude con la sera e la cerimonia, must have della Maison, tra visoni, zibellini ma anche lapin di qualità da favola, nei tagli e nei modelli che da sempre fanno la storia della pelliccia made in Italy.

Un mondo di classe inimitabile che calamita quelle insolite attenzioni e suggestioni intriganti, firmate Dellera.
Un geniale mix creativo di classica femminilitá ed estrosa tendenza “firma” l’eclettica collezione Inverno 2015 della storica maison milanese.
Dellera Pellicce apre cosí il suo laboratorio artistico e innovativo a una donna sempre più trasversale, senza tempo, senza età, ricca di stile e personalità.
Il fascino di capi e accessori che han fatto la storia della pelliccia si accompagnano a interpretazioni di rara intensità, in uno scenario “caldissimo” di tagli unici e colori esclusivi.


Un emozionante intercalare di accattivanti look mini, midi, maxi, che spaziano da giubbotti a giacconi  (in castor rex, visone o lapin), a cappotti, giacche, giacchine, gilet, scialli, coprispalle, colli, cagoule, stole, colbacchi, cappelli, nelle lavorazioni artigianali a tricot, a fiori, condite da preziosi tessuti (chiffon e shantung di seta).

Una collezione ispirata alle tinte di sempre (nero, marrone, grigio, bianco) e arricchita da quelle più nuove e sfiziose (blu scuro, “ottanio”), fino a spingersi al giallo e blu china di due capi icona: il gilet murmansky e il micro cappottino in lana e cashmere.

COLLEZIONE PRIMAVERA/ESTATE 2016 OFFICINA36

APPUNTI DI VIAGGIO NELLE TENDENZE DELLA MODA UOMO

 

La collezione Officina36 primavera/estate 2016 trae ispirazione da alcune mete di viaggio che identificano altrettanti uomini alla ricerca di un comfort elegante in linea con le tendenze moda. A partire dalla palette di colori.

La maggior parte delle giacche della collezione sono decostruite, sfoderate, senza spalline così da renderle più leggere ed estive e dunque meno impegnative. Hanno nuove vestibilità rispetto al passato, come il modello a righe verticali larghe azzurre e grigie, e sono in alcuni casi realizzate con tessuto da camiceria, come il denim o l’Oxford. Fino alla camicia-giacca,che introduce un nuovo concetto, ricca di dettagli, da portare con la T-shirt. Innovative vestibilità e tessuti inusuali anche per jeans e pantaloni con o senza pince echinos, più morbidi e comodi, per vestire un uomo contemporaneo, attivo e dinamico, che non rinuncia ad esprimere la propria individualità.

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La maglieria tutta 100% cotone e made in Italy, presenta diversi modelli e lavorazioni: la polo in filo mezza manica retro anni ‘60, girocollo, scollo a V, cardigan mezza manica e la felpa da sotto giacca. Per il brand marchigiano, che si presenta come la risposta italiana al fast fashion più sofisticato, anche i capi basic sono sempre ricercati nei dettagli e personalizzati: bottoni in metallo e bottoni gioiello, sbieco in raso per le rifiniture interne a vista, rotture fatte a mano, asole colorate.

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BERLINO. Per l’uomo metropolitano che anche in vacanza sceglie come meta una città, Officina36 propone alcuni capi in bianco, panna e nero: giubbini tipo jeans con collo alla coreana in cotone elasticizzato e lavato in due versioni nelle varianti tinta unita e rigatopanna/nero; ilgiubbino zippato in pelle nera; il giubbino foderato in pelle lavata, con zip e due tasche davanti con pattina, in due colori nero e moro e il chiodo sfoderato scamosciato con taglio al vivo e zip asimmetrica, nei colori nero e tabacco.

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Le T-shirt hanno stampe con effetto vintage o con scritte come quella con le consonanti del logo OFCN sfumate. Perfetti per questo look, i jeans che sono in denim elasticizzato, volutamente più corti, da portare anche non arrotolati in fondo, con toppe, patch e rotture, anche in nero “tirato” e grigio.

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FORMENTERA. Ampia la gamma dei blu, dall’azzurro al denim, per capi dall’eleganza marinara come la giacca blu doppiopetto, oppure realizzata in armatura blu a righe verticali, o la giacca in jersey, a righe orizzontali bianche e blu. Nella tendenza che ha i colori e l’eleganza scanzonata delle Baleari, spicca la giacca classica rivisitata da ‘rotture’ fatte a mano-punta di diamante della collezione –per un uomo elegante ma moderno. Che veste anche giacche in tessuto a micropois blu e grigio o il vestito tre pezzi con gilet in tessuto chiaro jacquard grigio/azzurro. E le abbina a camicie in jeans classiche o con collo alla coreana in chambray di lino e cotone con tagli al vivo. Accanto a pantaloni più classici, interessanti i jeans, tutti elasticizzati, sia nei modelli ‘storici’ sia nei nuovi tagli realizzati in due tele, una più leggera proposta in tre diversi lavaggi, chiaro, scuro e con rotture, e una classica, con lavaggio più scuro.

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Il Natale con Alessandra Zanaria

Il Natale è ormai alle porte e Alessandra Zanaria anticipa i vostri dubbi sulle scelte degli accessori. Cosa indossare a Natale? Uno tra i tanti modelli proposti dal brand: dal cerchietto con fiocco in velluto rosso al cappello con alberi e stelline. La ciliegina per completare il vostro total look natalizio!

 

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Alberto Guardiani Woman A/I 2015-16

DONNA AUTUNNO INVERNO 2015 – 16 BRONZE AMBITION



Per l’Autunno Inverno 2015-16, Alberto Guardiani propone due modelli dal design contemporaneo che si fondono a dettagli lussureggianti dall’atmosfera retrò.


I nuovi modelli CLAUDINE e COLLYN sono capaci di regalare ad ogni look quel tocco prezioso per una donna sofisticata e determinata.


CLAUDINE, tacco 30mm e punta squadrata, è un grintoso sandalo invernale a gabbia, adornato da una scintillante catena d’oro.


COLLYN invece è una slipper in vitello laminato con una brillante decorazione di borchie e strass.
Geometrie, linee e dettagli dallo stile forte e femminile, per una donna ambiziosa che ama essere raffinata ed impeccabile in ogni occasione.


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modello Collyn

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modello Claudine

La minaccia di Daesh riavvicinerà Russia e USA?

Vladimir Putin era il cattivo di turno. La NATO era su tutte le furie dopo l’invasione dell’Ucraina e l’attività anomala nel Baltico; alcuni analisti presagivano scenari oscuri come conseguenza della rinnovata tensione tra Russia e Occidente. Il G20 di Brisbane era stato il culmine di quella tensione e la stretta di mano tra Putin e Obama al vertice delle Nazioni unite a New York era indicativa.


Ora invece, al G20 di Adalia in Turchia, Putin e Obama sono stati visti parlare amichevolmente intorno ad un tavolino in un improvvisato summit nel summit. Tutti si sono dimenticati dell’Ucraina. Tutti vogliono combattere a fianco della Russia in Siria, il nuovo centro di interesse della politica internazionale. A nessuno sembra interessare che la Russia è all’offensiva in Ucraina.


Putin aveva cercato consensi per una coalizione anti-ISIS durante l’assemblea delle Nazioni unite richiamando alla memoria degli astanti la coalizione anti Hitler in cui molti paesi, con storie e ideologie diverse si unirono contro un male più grande. Putin in quel discorso fece riferimento anche alla conferenza di Yalta tra Roosevelt, Churchill e Stalin che formò l’ordine mondiale fino alla fine della guerra fredda che, vinta dagli USA, lasciò il mondo con un solo padrone e questo non ha avuto risvolti positivi per nessuno.


L’obiettivo di Putin è riportare il mondo a Yalta e esorcizzare la fine della Guerra fredda. Un modo per riacquisire potere internazionale è quello di unire intorno a sé una coalizione di forze internazionali, una coalizione che interromperebbe, di fatto, l’isolamento internazionale della Russia e segnerebbe la fine delle sanzioni economiche post-ucraina. Il passo successivo di Putin sarà quello di chiedere una nuova Yalta e dividere di nuovo il mondo in sfere di influenza. In quest’ottica non ci sarebbero problemi come quelli Ucraini, la NATO non si immischierebbe in quella che sarebbe un’area di influenza russa.


Una mano inaspettata a Putin e alle sue mire di grandeur è stata data da Daesh. Prima degli attentati di Parigi Hollande non faceva che ripetere come Putin non fosse un alleato della Francia in Siria, nei giorni successivi agli attentati invece le forze russe e francesi hanno agito all’unisono negli attacchi aerei contro Daesh.


Singolare che i russi abbiano confermato che l’abbattimento dell’aereo da turismo russo sul Sinai sia stato opera di Daesh appena dopo gli attentati di Parigi. Quasi a volersi avvicinare ai francesi.

Strobing: cos’è?

STROBING: COS’E’?

 

Sentire parlare di “Contouring” è ormai all’ordine del giorno. Ma la parola “Strobing” vi è nuova?

Altro non è che una sorta di contouring al contrario: anche questa tecnica mira a definire i volumi del viso sfruttando la luce anziché le ombre.

A Confronto: Contouring- Strobing

A Confronto: Contouring- Strobing



Per ottenere il massimo della lucentezza si sceglie un primer con particelle illuminanti da distribuire sull’intera superficie del viso così da renderlo radioso.

In alternativa ai correttori pastosi o in stick è bene utilizzare quelli più idratanti in penna o con applicatore. L’effetto finale infatti non deve essere opaco e spento, ma lucido e quasi “sudato”. Meglio quindi un prodotto liquido. La cipria è da tamponarsi solo su eventuali imperfezioni, altrimenti opacizzerà immediatamente ciò che si è appena creato.

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– Mac, primer Strobe cream 30 ml € 10,00

– Clinique, correttore Line Smoothing 02 Light € 23,60

– Mac, primer Strobe cream 30 ml € 10,00

– Clinique, correttore Line Smoothing 02 Light € 23,60

Lo step successivo è quello che fa la differenza.

Si applica l’illuminante nei punti in cui la luce cade naturalmente sul viso:



Zigomi



Arcata sopracciliare



Naso



Arco di Cupido (quella fossetta sul labbro superiore)



Mento

Esistono diverse tipologie di illuminanti:


Quelli in polvere, da sfumare con un pennello a ventaglio: meglio scegliere quelli perlati e non quelli con glitter molto evidenti. Seguono poi quelli in crema/stick da picchiettare con le dita o con una spugnetta morbida, e per finire quelli liquidi da applicare tamponando con un pennello piatto da fondotinta.

Chi ha carnagioni molto pallide dovrebbe optare per colori iridiscenti sui beige o rosa piuttosto chiari; alle pelli medie si addicono le sfumature dei pesca, rosa e champagne, mentre per le pelli olivastre e scure via libera ai toni più intensi fino ad arrivare al bronzo.


1- Elf, Illuminante cotto- Blush Gems € 4,95

2- Too Faced, Candleligt Glow Duo € 27,00

3- Dior, Diorskin Ultra-simmering face powder 001-002 € 52 circa

4- NYX, Born to glow Liquid illuminator 01 Sun beam € 7 circa

5- Benefit Cosmetics, Girl meets pearl € 33,90

Una sola nota: discrezione. L’illuminante è un prodotto da usare con parsimonia, deve essere un tocco glamour, non un eccesso. Specialmente di giorno, meglio non lasciarsi prendere la mano: il suo unico difetto è quello di mettere in evidenza i pori!

Lucio Fontana 21,6 milioni di euro ma è solo La fine di Dio

S’intitola Concetto spaziale – La fine di Dio, è una tela del 1963 ed è stata venduta da Sotheby’s a Londra per 21,6 milioni di euro, contro i 15, 5 milioni del suo record precedente, segnando anche il record assoluto per un’opera italiana del secondo dopoguerra.

Si tratta di una tela nera ovale della serie molto famosa di Lucio Fontana il “mercato dei buchi”.

Lucio Fontana nacque a Rosario il 19 febbraio del 1899 e morì a Comabbio il 7 settembre del 1968.

Argentino di nascita è stato indubbiamente un innovatore assoluto nella storia dell’arte, che ha fatto dell’astrattismo concettuale la ragione di un’intera vita .


Lucio Fontana 21,6 milioni di euro ma è solo La fine di Dio


Si è inventato una nuova forma di rappresentazione artistica dello spazio e per questo è passato alla storia come il fondatore dello spazialismo.

In verità la sua idea di spazio, in sintonia con la filosofia, è che si tratta di un concetto e non di una realtà data nel reale.

Lo spazio che attraversiamo, infatti, esiste solo come costruzione mentale e non ha un substrato reale se non nella nostra mente.

Sembrerà assurdo ma Fontana fu molto attratto dal Barocco, dalle forme eccessive e multiformi, secondo lui nel Barocco: “le figure pare abbandonino il piano e continuino nello spazio”.

Le sue opere non hanno ovviamente nulla di Barocco in senso classico, sono anzi assolutamente essenziali, di un minimalismo assoluto, dove un semplice taglio, come incisione della tela, simbolizza la presenza umana all’interno di uno spazio.


Lucio Fontana 21,6 milioni di euro ma è solo La fine di Dio


Lo squarcio, l’incisione, l’essenziale armonico aprirsi come di un varco l’interno dello spazio compiuto di una tela, rende un concetto, appunto il concetto dello spazio.

Per questa ragione ha intitolato molti suoi lavori Concetto Spaziale.

Per queste ragioni che spero di essere riuscita a far intendere Lucio Fontana è stato il fondatore e il più famoso rappresentante del movimento spazialista che si affermò presto a livello internazionale.

Per evitare facili riproduzioni delle sue opere, chiaramente molto facili da imitare, Fontana s’inventò l’escamotage di scrivere frasi senza senso dietro le sue opere così che potessero venire autentificate attraverso una semplice perizia calligrafica.

#IAMNAOMICAMPBELL: la capsule collection di Naomi Campbell per Yamamay

Perché chiamarla semplicemente “La venere nera”? Riduttivo per una donna che a quarantacinque anni posa in lingerie, mostrando  tutta la sua grazie e un fisico scultoreo.

La “Venere della Bellezza Immortale”, ai tempi Naomi Campbell, ci ricasca nuovamente e posa in intimo davanti all’obiettivo fotografico del grande Mario Testino per la campagna natalizia di Yamamay.

L’icona della moda internazionale, la top model dai grandi occhi verdi e dalla falcata sicura non si è limitata a ricoprire il ruolo di  testimonial per la casa di moda di Gallarate, ma ha anche siglato una capsule collection molto audace e sexy, #IAMNAOMICAMPBELL,  al passo con il carattere forte e travolgente della pantera della catwalk.

Endearing

Endearing, linee destrutturate e sexy

 

Le linee Supervillain, Sinous, Iconic, Lucille, Precious Skin, Magnificent ed Endearing, rappresentano un mix perfetto tra comfort e sensualità, basic e luxury.

Iconic

Iconic, pizzi leggeri e profili color viola per una collezione sexy

 

Precious Skin è la collezione più “rock” della collezione: microfibra effetto pelle, tulle e pietre nere sfaccettate.

Magnificent veste la pelle di tulle, organza e raso: un’allure sofisticata e al contempo provocatoria.

Magnificent

Effetto nudo e pizzi leggeri per Magnificent

 

È glamour e accattivante la linea Sinous composta da bustier, sottovoste, perizoma e reggicalze in stampa di serpente.

Supervillain

Effetto bondage per la linea Supervillain

 

Lucille veste reggiseni, brasiliana e reggicalze di micro pailettes, mentre Endearing, con le sue forme destrutturate,  è sicuramente la linea più sexy della collezione.

Pizzo, trasparenze, raso e profili color viola, compongono Iconic e infine Supervillain, la collezione più trasgressiva con effetto bondage che modella le curve delle donne con incredibile naturalezza.

 

Social e diffamazione

Postare commenti dal contenuto diffamatorio sulla bacheca di un social network come Facebook configura la fattispecie (aggravata) prevista dall’art. 595 c.3 c.p.?


La Corte di Cassazione si è pronunciata in questa direzione sulla questione già nel gennaio 2014 e anche recentemente nell’aprile 2015: nello specifico la Suprema Corte con sentenza n. 16712 del 22/01/2014 sancisce che sussiste l’aggravante del mezzo di pubblicità qualora il fatto sia commesso sfruttando la pubblicizzazione su un profilo di Facebook, in quanto l’inserimento di una certa frase diffamatoria su tale social network la rende accessibile a una moltitudine indeterminata di soggetti, che può essere più o meno ampia a seconda che il contenuto sia pubblico o riservato ad una determinata cerchia di soggetti.

 Lo stesso orientamento è stato ribadito dalla Cassazione nella sentenza n. 24431 del 28/04/2015 dove si evidenzia nuovamente come la funzione principale di un social network sia proprio quella di permettere a gruppi di soggetti di socializzare condividendo le rispettive esperienze di vita, valorizzando in primo luogo il rapporto interpersonale che, per le caratteristiche del mezzo, è allargato ad un gruppo indeterminato di aderenti.


Per questi motivi la condotta di postare un commento sulla bacheca di Facebook realizza la pubblicizzazione e la diffusione di esso, e se offensivo configura la fattispecie aggravata del delitto di diffamazione ex art. 595 c.3 c.p.


Il punto è chiaro, ed anche la ratio della sentenza.
E tuttavia vi sono alcune questioni che sarebbe – almeno per buon senso – chiarire. 
Abbiamo scoperto i social network circa dieci anni fa. Nessuno sapeva cosa fossero, come funzionassero, ma molti ne hanno intuito essenzialmente l’aspetto ludico e quello legato alle potenzialità di marketing. Pochi lo hanno usato in maniera consapevole. 
Anche peggio se consideriamo che si può aprire un profilo Facebook a quattordici anni – età in sé in cui si è difficilmente perseguibili per moltissimi reati – e tuttavia i social network sono un luogo privilegiatissimo per compierli e subirli (dalla violazione della privacy, allo stalking, all’adescamento, alle vendite illegali, e così via). 



Se certamente il principio de “l’inserimento di una certa frase diffamatoria su tale social network la rende accessibile a una moltitudine indeterminata di soggetti” equipara Facebook a livello di pubblico ad un giornale, possiamo considerare lo stesso reato se compiuto da un giornalista professionista adulto – e quindi sciente e cosciente e consapevole sino in fondo – rispetto ad un ragazzino che scrive su un social (anche se lo leggono forse più lettori di un quotidiano)? 
E basta affidarsi nella comminazione di pena e sentenza al “buon senso” del magistrato giudicante finale che dovrebbe poi tracciare questa differenza?


Sono quesiti aperti ma su cui – credo – sarebbe corretto e saggio riflettere a che la giurisprudenza non debba prevenire il legislatore. E una sana educazione digitale prima di tutto a casa e a scuola.

Fabio Rusconi collezione primavera-estate 2016

FABIO RUSCONI PRESENTA LA COLLEZIONE SPRING/SUMMER 2016

 

Per la stagione Primavera-Estate 2016 Fabio Rusconi si avventura in viaggi lontani, scegliendo mete affascinanti e colorate dalla natura. Esplora deserti rocciosi, giungle tropicali e souk colorati da spezie profumate e pungenti, lasciandosi affascinare da tutto ciò che incontra.

Il risultato è in una palette di colori che nasce da una base di toni naturali del cuoio, dai chiari color carne alle calde terrecotte e scuri tabacchi, fino ad intingere nel banco completo delle spezie. I colori vegetali opachi sono sperimentati su vacchette e camosci impalpabili e pelli nabukate perforate o lisce. Le nappe sono morbide e le vernici hanno toni naturali, speziati ma anche pop. I metallici hanno tonalità ottone, rame e argento satinato.

Gli animalier sono presentati su basi colorate o sofisticati neutri.

 


Chanel Métiers d’Art a Roma

Sfilerà il primo dicembre nella cornice di Cinecittà la collezione Métiers d’Art di Chanel 2015/16 intitolata Paris-Rome. Le due capitali saranno unite dallo charme della storica maison francese: Roma è la location scelta da Karl Lagerfeld per presentare la sfilata, negli storici studios di Cinecittà.

Inoltre, sempre nella medesima sede, sarà presentato l’ultimo cortometraggio girato da Lagerfeld e dedicato alla vita di mademoiselle Coco: protagonista è Kristen Stewart, nei panni di Gabrielle Chanel. Nel corto spicca Géraldine Chaplin: l’attrice, alla sua quarta interpretazione della couturiere che ha rivoluzionato i canoni della moda, sarà con la Stewart protagonista di “Once and forever” -questo il titolo del corto.

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Nel cast del film anche Jérémie Elkaïm, François Marthouret, Amanda Harlech, Jamie Bochert, Jake Davies, Baptiste Giabiconi e Laura Brown. Kristen Stewart è un nome molto caro a Lagerfeld, che l’ha scelta come volto della collezione occhiali Primavera/Estate 2015 e ora come testimonial della campagna pubblicitaria Métiers d’Art.

L’attrice statunitense, classe 1990, divenuta celebre per il suo ruolo di Bella nella celebre saga Twilight, si trova molto a suo agio nei panni di Coco Chanel, almeno a giudicare dalle prime foto del backstage, appena diffuse: tatuata quanto basta, in un inedito ma quantomai riuscito mix di elementi contemporanei e tocchi vintage, lo stile ribelle sfoggiato dalla Stewart ben si sposa con la personalità esplosiva di Gabrielle Coco Chanel, la cui vita ricca di ostacoli, disfatte e vittorie, ha incantato generazioni di fashion victims. Il corto prevede scene di backstage che si alternano alla narrazione, in un gioco di epifanie. Imperdibile l’appuntamento del primo dicembre a Roma.


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Paolina Borghese di Antonio Canova, non il potere né la cultura ma solo l’amore

Le tragiche notizie degli attentati di Parigi hanno attirato l’attenzione di tutti verso la Ville lumière, ferita dalla violenza, e da parte di tutto il mondo continuano a manifestarsi espressioni di vicinanza e di solidarietà verso il popolo francese.

Tra i segni di questa vicinanza, Roma ne può presentare uno che, alla luce delle circostanze, assume un significato ancora più profondo: la statua di Paolina Borghese, scolpita da Antonio Canova tra il 1805 e il 1808, opera universalmente ammirata, simbolo non solo di un’epoca, cioè l’età neoclassica e napoleonica, ma dell’intera modernità.


La famiglia Borghese è una nobile famiglia romana, originaria della Toscana, che aveva sempre valorizzato il culto dell’arte e della bellezza. Una prova ne è la straordinaria collezione raccolta nella Galleria Borghese fin dal Seicento. Il principe Camillo Borghese, in occasione del matrimonio con Paolina Bonaparte, sorella di Napoleone, incaricò il Canova, che già aveva realizzato una scultura di Napoleone a Milano, di eseguire il ritratto della moglie. La scultura è collocata all’interno della suddetta Galleria.


La statua, in marmo bianco, è un ritratto celebrativo idealizzato. Raffigura la giovane donna nella posa dei ritratti classici romani e, come accadeva nell’antica Roma, nelle vesti di una divinità: in questo caso Venere, vincitrice della gara narrata dalla mitologia greca. Secondo questo mito, un giorno la dea della Discordia, durante un banchetto, lanciò una mela dedicandola “alla più bella”. Ne sorse una disputa tra Era (Giunone), Atena (Minerva) e, appunto, Venere (Afrodite) su chi fosse la più bella. Il troiano Paride, interpellato, la consegnò a Venere: questo primo “concorso di miss universo” (!) scatenò la collera delle due divine eliminate, che diede origine alla guerra di Troia.


La statua si trova in una sala sulla cui volta appare il Giudizio di Paride, affrescato da Domenico De Angelis del 1779. Ed effettivamente nella mano sinistra di Paolina notiamo una mela: lei è la Venere, dea della bellezza, che torna nuovamente ad abbellire il mondo.


Paolina, avvolta da un lieve drappeggio, è delicatamente appoggiata su un divano stile impero. Le pieghe delle vesti e del lenzuolo, la posizione delle braccia e il volto di profilo suggeriscono un movimento di torsione del busto. Il viso della donna, già bellissimo naturalmente, viene esaltato e incorniciato da una preziosa acconciatura dei capelli. Ciò che risalta è la perfetta anatomia, mentre gli elementi decorativi sono ridotti al minimo: solo un bracciale appare al polso della donna-dea. Lo scultore ha caratterizzato in modo diverso le superfici delle diverse parti: la densità dei cuscini e del materasso che si flette sotto il peso del corpo, i drappeggi del tessuto, la delicatezza della pelle, le ciocche della pettinatura. La superficie levigata, secondo la tecnica della cera a fluido, conferisce al soggetto dei toni luminosi rosati, aggiungendo un tocco realistico all’astrazione della scultura. In tal modo il marmo sembra diventare carne viva, che riverbera gli effetti della luce.


La Paolina Borghese incarna alla perfezione il concetto di grazia e bellezza come valori perfetti derivati dal compiuto equilibrio tra arte e natura.


Paragonando Paolina a Venere, Canova intendeva celebrare la bellezza della principessa e con lei il trionfo della famiglia Bonaparte. Ma, al di là dei riferimenti storici, ciò che prevale è la realizzazione di una bellezza ideale, al di fuori del tempo e dello spazio. Questa bellezza non consiste solo in un’esperienza estetica, ma perviene a una profondità etica e spirituale. Il mito del giudizio di Paride, infatti, ci insegna che il sommo valore delle cose non consiste nel potere (rappresentato da Giunone) né nella cultura (Minerva), ma nell’amore. È questa bellezza intrecciata d’amore che salverà il mondo, come direbbe Dostoevskij.


È in quest’ultimo senso che Canova presenta Paolina Borghese: la sua bellezza è una vittoria sul trascorrere del tempo, è un’espressione di eternità, è la proposta di un’armonia civilizzatrice contro l’ottusità della barbarie.

Giovanna Battaglia: essere fashion editor

Fashion editor e stylist di fama mondiale, nonché icona dallo stile invidiabile e influencer: una delle più grandi personalità del fashion biz contemporaneo parla italiano. Definita dal New York Times una “eroina della moda”, Giovanna Battaglia è il volto italiano dello stile, famosa in tutto il mondo per il suo lavoro e per i suoi outfit, che l’hanno resa protagonista indiscussa dello streetstyle.

Una carriera sfolgorante e un gusto impeccabile hanno portato l’italianissima editor a divenire una delle più influenti professioniste della moda. Classe 1979, la moda sembra essere scritta nel suo destino: Giovanna Battaglia ha visto i natali nella cornice di via Montenapoleone, a Milano, luogo deputato allo stile per antonomasia. Giovanna cresce in una famiglia in cui l’arte è pane quotidiano: suo padre è infatti un pittore di origine siciliana, mentre la madre, di origine calabrese, lavora come scultrice.

La bella Giovanna fin da bambina mostra una naturale inclinazione per tutto ciò che è attinente allo stile e ha una grande passione per i gioielli vintage.

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Giovanna Battaglia è nata a Milano il 26 settembre del 1979

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Nelle vene di Giovanna Battaglia scorre sangue siciliano e calabrese

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La celebre fashion editor è cresciuta in una famiglia di artisti

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La sua carriera è iniziata ad appena sedici anni, come modella

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Giovanna Battaglia è stata musa iconica di Dolce & Gabbana



Gambe lunghissime e tratti mediterranei, forse in pochi sanno che Giovanna Battaglia ha iniziato la sua carriera come modella; dopo aver partecipato al concorso di Miss Italia, dove si aggiudica il titolo di Miss In Gambissime Basilicata nonché la fascia di Miss Moda 1996, ancora adolescente inizia a lavorare come mannequin.

Ad appena sedici anni la sua bellezza mediterranea la rende modella prediletta e musa di Dolce & Gabbana. Dopo aver calcato le passerelle per diverso tempo, a 28 anni la bella Giovanna decide di passare dietro le quinte e inizia a lavorare come stylist freelance. Il primo incarico di prestigio è come fashion editor di L’Uomo Vogue, dove lavora gomito a gomito con la famosissima Anna Dello Russo, all’epoca editor-in-chief del magazine. Successivamente ottiene nuovi incarichi per altre pubblicazioni della Condé Nast, del calibro di Vogue China, Vogue Japan, Vogue Germany, fino a collaborazioni con Garage Magazine ed Exit.

Giovanna Battaglia è stata testimonial di Eddie Borgo, 2011

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Già da bambina Giovanna mostrava una predilezione per la moda e i gioielli vintage

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In passerella per D&G

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La Battaglia è icona indiscussa della moda e regina dello streetstyle



Nel 2009 viene nominata caporedattore di due testate di grande prestigio, Vogue Gioiello e Vogue Pelle, dove lavora con la mitica direttrice di Vogue Italia Franca Sozzani. Nel 2011 la fashion editor ottiene un nuovo prestigiosissimo incarico e lascia Milano per volare alla volta di Manhattan. Qui inizia a lavorare come Contributing Fashion Editor per W Magazine. Inoltre la stylist è anche Senior Fashion Editor di Vogue Japan, e Creative Director del Queen of the Night, un cabaret all’interno del Diamond Horseshoe, presso l’Hotel Paramount, vicino Times Square.

Seguitissima sui social network, Giovanna Battaglia ha un sito che registra quotidianamente centinaia di migliaia di visite: qui si può sfogliare la sua rubrica, Gio’s Journal, in cui l’icona di stile dà consigli e chicche sulla sua vita. Venerata come una diva della moda, è stato creato in suo onore un sito web, dal titolo iwanttobeabattaglia.com.

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Il suo stile è femminile e futurista

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La fashion editor è stata definita un’icona cyber per le sue mise moderniste

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Proporzioni oversize per alcuni capispalla sfoggiati dalla stylist

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Colore, stampe optical e capi avanguardistici nel guardaroba dell’icona fashion

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Ex modella, dall’età di 28 anni Giovanna Battaglia lavora come stylist e fashion editor

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Gambe lunghissime e fisico tonico, perfetta nelle mise bodycon



Definita una icona cyber per i suoi outfit, capaci di mixare mirabilmente suggestioni bon ton al mood più futurista, l’aspetto ludico della moda prevale nel suo stile: una full immersion nel colore, il suo guardaroba è sofisticato con note cibernetiche. Impeccabile in ogni uscita, la stylist alterna capi dall’appeal bon ton, come i tubini, i tailleur, le stampe animalier, a mise grintose e d’avanguardia: suggestioni da diva bilanciano capispalla dai colori techno, mentre anche nei materiali usati si evidenzia una vasta scelta, in perenne bilico tra presente e futuro. Una predilezione per i capi firmati Dolce & Gabbana, suoi mentori, il suo fisico statuario non teme le silhouette bodycon né le minigonne più audaci. Altri designer da lei indossati sono Stella Jean, Comme des Garçons, Prada. Tra le sue icone di riferimento spiccano Audrey Hepburn e Monica Vitti.

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Giovanna Battaglia attualmente vive tra Manhattan e Parigi

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Col fidanzato Vladimir Restoin Roitfeld, figlio della celebre Carine

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Giovanna Battaglia in Dolce & Gabbana Alta Moda

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In una posa ironica dopo la sfilata Dolce & Gabbana Autunno/Inverno 2015

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Giovanna Battaglia predilige gonne a tubino e capi femminili ma sempre con un occhio di riguardo per gli accessori più eccentrici

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Stampe e fantasie optical non mancano mai nel suo guardaroba



Una predilezione per gli accessori personalizzati, come l’anello portafortuna di nome Gio, realizzato per lei dall’amica Fiammetta De Simone, la fashion editor sfoggia spesso borse realizzate dalla sorella minore Sara, designer di successo. Attualmente residente a New York, dove vive col fidanzato Vladimir Restoin-Roitfeld, art dealer, la sua seconda casa è Parigi, dove risiede la suocera Carine Roitfeld, celebre ex direttrice di Vogue Paris. Ma è Milano il luogo del cuore: qui vive ancora la sorella Sara e i due fratelli Antonio, gallerista, e Luigi, anche lui stylist.

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Giovanna Battaglia durante la Paris Fashion Week

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Edita Vilkeviciute fotografata da Roe Ethridge per W Magazine giugno-luglio 2015, styling a cura di Giovanna Battaglia

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Julia Stegner per Vogue Japan, aprile 2014, styling a cura di Giovanna Battaglia

Vogue Japan, ottobre 2014, foto di Boo George e styling di Giovanna Battaglia

Vogue Japan Febbraio 2014. Foto di Pierpaolo Ferrari e Styling di Giovanna Battaglia

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W Magazine settembre 2014



Labbra carnose e zigomi pronunciati, Giovanna Battaglia posa ancora come modella, come per la campagna di Eddie Borgo, nella Primavera/Estate 2011, in cui appare come una diva patinata dall’aria sexy. Celebrata da Vogue Brazil come una delle it girl più apprezzate e copiate, il suo lavoro come stylist e fashion editor non è da meno. Tantissimi sono i servizi curati da lei che sono entrati di diritto nell’Olimpo della moda degli ultimi anni. Freschi, ironici, ricchi di colore e allegria, i suoi lavori recano il marchio Giovanna Battaglia: uno stile femminile e colorato, per autentiche dive contemporanee.


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Borse Autunno/Inverno 2015-2016

Colpire i pozzi petroliferi controllati da ISIS è utile?

Dopo gli attentati di Parigi gli USA e la coalizione anti ISIS hanno intensificato gli attacchi aerei contro lo Stato Islamico e ora gli obiettivi principali sono le raffinerie, i pozzi petroliferi e i camion cisterna. Un cambiamento di strategia volto a bloccare il contrabbando di petrolio dal Califfato.


L’obiettivo è quello di mettere in difficoltà lo Stato Islamico dal punto di vista economico. Secondo alcuni analisti questa strategia non sarà sufficiente per creare una crisi economica dato che la maggior fonte di guadagno di Daesh sono i cittadini che vivono sotto il controllo di Daesh.


Quando ISIS conquistò Mosul nel 2014 riuscì a sequestrare una enorme quantità di contante dalle banche ma il grosso delle entrate monetarie di Daesh è il denaro estorto, sotto forma di tasse, agli 8 milioni di abitanti che vivono sotto il suo controllo. I militanti ISIS chiedono soldi per qualsiasi cosa, come uno stato, dall’olio per il riscaldamento ai rifiuti fino ai pedaggi per le strade.


Le vendite di petrolio non sono al primo posto tra le entrate di Daesh, questo significa che una operazione incentrata sulle infrastrutture petrolifere della regione potrebbe non essere efficace come l’amministrazione USA si aspetta. Amministrazione che aveva precedentemente escluso l’attacco a cisterne e impianti petroliferi perché a forte rischio di perdite tra i civili e per evitare di lasciare l’economia regionale in ginocchio anche dopo l’eradicazione di Daesh.


Il 21 di ottobre, tuttavia, c’è stato un cambio di strategia e ora tutti i campi petroliferi più grandi in Siria, sotto controllo ISIS, sono fuori uso. In un bombardamento gli americani hanno distrutto 116 autocisterne al confine tra Siria e Iraq dopo aver lanciato dei volantini per avvisare gli autisti dell’attacco imminente.


Obama sta cercando di distruggere Daesh anche da un punto di vista economico ma per il momento la strategia non sta portando gli effetti sperati.


Anche le altre potenze occidentali hanno posto un embargo economico nei confronti dello Stato Islamico e dei suoi interlocutori ma ciò non sembra aver rallentato le operazioni militari e gli attacchi in giro per il mondo.


Fino a quando il gruppo avrà il controllo su di un’area così grande avrà sempre una fonte di guadagno nei cittadini che la abitano. Il controllo di una grande fetta di territorio è uno degli obiettivi principali della dirigenza del Califfato.


Daesh chiede un 5% per il bene pubblico e i salari dei dipendenti pubblici, 800$ per ogni autocisterna che entra in Iraq da Giordania e Siria, 200$ come pedaggio per il nord dell’Iraq, una tassa del 50% sui ricavati dei saccheggi dei siti archeologici della zona di Raqqa e del 20% per quelli della zona di Aleppo. Per tutti i non musulmani c’è una tassa di “protezione” aggiuntiva.


I guadagni di Daesh sul petrolio stanno scendendo ma non è detto che la causa siano i bombardamenti, il mercato petrolifero è su una china discendente da mesi e la perdita di alcuni siti petroliferi potrebbe aver solo aumentato le perdite.


L’Iraq, inoltre, ha smesso di pagare stipendi e pensioni nella provincia di Ninive, la zona di Mosul, per cui ha tolto una fondamentale fonte di sostentamento a Daesh nella zona.


Basteranno tutte queste piccole tacche nel borsello molto capiente dello Stato Islamico? Solo il tempo potrà dirlo; ora il rischio principale è un aumento dell’aggressività all’estero e un attentato non costa molto.

Il MAST e François Hébel portano a Bologna la Biennale “Foto/Industria 2015”

Il mondo del lavoro in tutte le sue forme e in particolare la produzione industriale dalla creazione al riciclaggio è al centro della seconda edizione della Biennale Foto/Industria 2015 di Bologna. La rassegna, promossa dalla Fondazione MAST in collaborazione con il Comune di Bologna e la Direzione Artistica di François Hébel, si articola in 14 esposizioni che, dopo una prima esposizione nelle principali sedi storiche di Bologna, si svolgeranno fino al 10 gennaio presso la sede del MAST.

 

David LaChapelle Land Scape, Castle Rock, 2013 © David LaChapelle, Courtesy Galerie Daniel Templon Paris/ Brussels

David LaChapelle
Land Scape, Castle Rock, 2013
© David LaChapelle, Courtesy Galerie Daniel Templon Paris/ Brussels

 

Una manifestazione di straordinaria importanza a livello nazionale e internazionale che conferma sia la volontà della Fondazione MAST di offrire iniziative culturali di qualità ad un pubblico sempre più variegato e motivato, sia la vocazione del Comune di Bologna di promuovere attività artistiche legate alla tradizione e alla storia concreta dell’industria.

 

Edward Burtynsky Acciaieria Baosteel n. 2, Shanghai, Cina, 2005 © Edward Burtynsky, courtesy Nicholas Metivier Gallery, Toronto / Howard Greenberg Gallery and Bryce Wolkowitz Gallery, New York

Edward Burtynsky
Acciaieria Baosteel n. 2, Shanghai, Cina, 2005
© Edward Burtynsky, courtesy Nicholas Metivier Gallery, Toronto / Howard Greenberg Gallery and Bryce Wolkowitz Gallery, New York

 

La Biennale Foto/Industria si conferma un appuntamento importante per la città, un evento internazionale pensato per valorizzare la cultura industriale e del territorio, alla scoperta di alcuni dei suoi luoghi chiave. Isabella Seràgnoli, attraverso la Fondazione MAST, ci offre la rappresentazione dell’industria e del mondo del lavoro, tramite la fotografia d’autore, cogliendo temi e valori di un universo che caratterizza fortemente il tessuto sociale ed economico della nostra area metropolitana“, dichiara il Sindaco di Bologna, Virginio Merola.

 

Kathy Ryan Office Romance: 7/3/2013, 6:36 p.m. The New York Times © Kathy Ryan

Kathy Ryan
Office Romance: 7/3/2013, 6:36 p.m. The New York Times
© Kathy Ryan

 

Ancor più della prima edizione del 2013 – spiega il curatore François Hébelquesta rassegna unica al mondo per la sua capacità di selezionare sguardi e visioni sul lavoro e la produzione, è in realtà un autentico festival internazionale di fotografia offerto dalla Fondazione MAST e dal Comune di Bologna ai visitatori nella cornice eccezionale del centro storico della città e nella riqualificata area periferica dove sorge il MAST. Nel Centro Città nuovi spazi espositivi con Palazzi storici, cappelle barocche e musei, danno modo ai visitatori di accedere a piedi a luoghi di grande interesse e alle loro collezioni, in occasione della visita alla mostra”.

 

Luca Campigotto Arsenale di Venezia, 2000 © Luca Campigotto

Luca Campigotto
Arsenale di Venezia, 2000
© Luca Campigotto

 

Gli artisti scelti fanno parte a pieno titolo del mondo della fotografia, pur con storie molto diverse tra loro: artisti molto noti, reporter, ritrattisti, fotografi di impresa, giovani professionisti, tutti hanno in comune modi di operare forti, inattesi e altamente significativi.

 

O. Winston Link La locomotiva Hot Shot in direzione est, laeger, West Virginia, 1956 © The Estate of O. Winston Link, courtesy Robert Mann Gallery

O. Winston Link
La locomotiva Hot Shot in direzione est, laeger, West Virginia, 1956
© The Estate of O. Winston Link, courtesy Robert Mann Gallery

 

La Biennale Foto/Industria Bologna 2015 – conclude François Hébelcrede nella possibilità di estendere il territorio della fotografia industriale a una platea sempre più vasta e di contribuire a una migliore qualità del nostro sguardo”.

I selvaggi paradisi franco tahitiani di Gauguin: la mostra più attesa dopo la fine dell’Expo

Fino al 21 febbraio è possibile ammirare presso il nuovo Museo delle Culture una delle collezioni più complete al mondo dedicate a Paul Gauguin


Autoportrait au Christ jaune Paul Gauguin (1848-1903)

Autoportrait au Christ jaune Paul Gauguin (1848-1903)




La Ny Carlsberg Glyptotek di Copenhagen ospita la più grande raccolta dei lavori di Paul Gauguin e, per la prima volta, un’ampia sezione viene esposta al di fuori di essa scegliendo come prestigiosa location espositiva il nuovo Mudec di Milano.
35 i lavori dell’artista, provenienti da 12 musei e altrettante collezioni private, accompagnati da quelli di Cézanne, Pissarro e Van Gogh, atti a illustrare le influenze e le sinergie di cui l’artista si circondava. Tra le perle esposte anche “Vahine no te tiare” (Donna col fiore), una delle prime testimonianze del suo filone polinesiano. L’approccio peculiare e originale al primitivismo e al selvaggio, costante fondamentale della produzione artistica di Gauguin, introduce il visitatore nel percorso, che si snoda in cinque sezioni e la cui ultima tappa l’arte della Polinesia, passando da quella popolare della Bretagna francese, a quella dell’antico Egitto, da quella peruviana delle culture Inca a quella cambogiana e javanese.


Gauguin Paesaggio Francese

Gauguin Paesaggio Francese




Un moderno globe trotter che, attraverso i suoi viaggi, onirici e reali, aprì gli occhi del mondo sugli universi paralleli, lontani nello spazio e nel tempo, fondendoli alla sua variegata produzione di matrice impressionistica francese.
Nella prima sezione espositiva viene presentato l’artista attraverso il suo autoritratto, introducendo il contesto storico e culturale francese del tempo, nella seconda, “Le visioni di Gauguin e il concetto di primitivo”, si ripercorre il suo lavoro dal 1876 al 1892, quando viene colto dal fascino della cultura incontaminata, fil rouge della sua produzione fino alla morte. La terza sezione, invece, “I viaggi di Gauguin, reali e immaginari”, racconta le sue esplorazioni fino al 1889 attraverso l’esposizione di alcuni lavori chiave e un video del poliedrico artista contemporaneo Filippo Timi. Nella quarta sezione, infine, “I dipinti di Gauguin: tecnica e visione”, si esplorano gli anni della maturità artistica fino a chiudere il racconto con la concretizzazione del suo credo. Mito, fantasia, sogno e realtà le chiavi di lettura dell’identità gaugainiana il cui omaggio alla figura della vahine polinesiana è il chiaro riconoscimento da parte della collettività.


Gauguin Donne Sdraiate

Gauguin Donne Sdraiate




Lo stesso incubatore espositivo riapproderà alla base la prossima Primavera, quando, un’ampliamento dell’esposizione sancirà il connubio tra il patrimonio artistico danese e l’ospitalità sopraggiunta dallo spazio italiano.

ESCLUSIVA EICMA: Tony Cairoli svela la DS3 per il Monza Rally e lancia la sfida a Rossi

Una cosa è certa: questo 2015 non sarà una di quelle stagioni da ricordare per Tony Cairoli. L’appuntamento con il nono titolo iridato è sfumato a Maggiora, quando una caduta in qualifica ha condizionato la sua annata, tanto da costringerlo a saltare la seconda parte di stagione. Adesso però è già giunto il momento di salire nuovamente in macchina con l’obiettivo di tornare protagonista nel 2016.

 

Prima però c’è un’altra sfida da affrontare, non sulle due bensì sulle quattro ruote. Il pilota siciliano sarà infatti al via del “Monza Rally Show”, in programma dal 27 al 29 novembre nel tempo della velocità, al volante della Citroen DS3 WRC, presentata in occasione della prima giornata di EICMA allo stand Athena. Oltre al campione della MXGP al via anche Valentino Rossi, reduce dal secondo posto della passata edizione alle spalle di Robert Kubica.

 

Ancora qualche giorno e poi sarà sfida vera con Rossi?

 

Siamo pronti! Sarà un grande evento per il pubblico e anche per me, dal momento che affronterò i protagonisti della specialità come Neuville, Longhi e anche i motociclisti come Vale. Lui ha molta esperienza in questa corsa, penso che sarà difficile tenere il suo passo, però dato il massimo”.

 

C’è un rapporto speciale possiamo dire con Rossi. Pensi che riuscirà a voltare pagina e ripartire dopo la recente delusione?

 

Sì, Valentino è un pilota che non si arrende mai. L’amarezza è grande, ma io sono convinto che ci metterà ancora più determinazione e cattiveria nella prossima stagione, con l’obiettivo di giocarsi il titolo della classe regina”.

 

Anche per te c’è voglia di rifarsi dopo un 2015 amaro

 

Certo, purtroppo la caduta di Maggiora ha mandato in fumo la stagione. Avrò modo durante l’inverno di allenarmi e fare test con la 450, colmando così il gap dello scorso anno”.

 

Si preannuncia nuovamente un testa a testa con Romain Febvre?

 

Lui è il favorito, non dimentichiamoci di Desalle e Paulin, faranno di tutto per salire sul gradino più alto del podio”.

 

Tornando ai rally, da dove nasce questo tuo interesse?

 

Già da piccolo andavo a vedere il Targa Florio con i miei amici, vedere le macchine sfrecciare a tutta velocità e tirare i freno a mano era un qualcosa di veramente spettacolare. Tutto è iniziato da lì”.

 

Come se non bastasse hai addirittura vinto il Rally Legend.

 

E’ stata una grande gioia, ancora di più perché arrivata al volante della Lancia Delta. Questi sono i rally che amo, molto di più rispetto alla pista, perché permettono di confrontarti tra asfalto e sterrato, inoltre l’insidia è sempre dietro l’angolo, esaltando le doti del pilota”.

Il web sorpassa la tv

Un rapporto pubblicato da eMarketer ritiene che il tempo speso per l’utilizzo dei media digitali tra gli adulti degli Stati Uniti abbia superato il tempo trascorso con la TV in quest’ultimo anno. Una tendenza guidata dalla crescente proliferazione dei dispositivi mobili. 
Nel 2014, il tempo trascorso su smartphone e tablet negli Stati Uniti passa al 23,2%. Sorprendentemente, il mobile è diventato così popolare, che l’uso di media online classici si riduce costantemente dal 2012.

La somma dei dati mobile/computer tradizionali riesce a superare l’utilizzo della televisione come mezzo informativo, complice anche il calo di radio e carta stampata.


Anche l’impegno pubblicitario e gli investimenti nella pubblicità sul web hanno superato qualsiasi altro media, lo si afferma in un altro rapporto, diffuso da ZenithOptimedia e riportato da TechCrunch, che proietta gli investimenti pubblicitari globali per quest’anno in corso, con previsioni che parlano di una cifra record di spesa sul Web pari a 87 miliardi di dollari.

Quella annunciata sembrerebbe una rivoluzione epocale, soprattutto perchè drogata da commenti entusiastici di guru cyber utopisti.
Nelle analisi tuttavia non vengono considerati alcuni fattori importantissimi.
Parlare di web ha sempre seguito una sintassi per cui “un sito vale un sito”, qualsiasi sito fosse. L’idea che tutti siano uguali in rete è un concetto abbandonato tuttavia da tempo.


Facciamo qualche esempio.

Siamo invasi di offerte per aprire siti gratuiti o quasi. Poi si scopre che per avere un blog degno di questo nome si devono spendere alcune centinaia di euro ogni anno. Ma quello slogan iniziale fa si che si crei e alimenti il mercato del web. 
Non parliamo delle offerte “tutto compreso” per un sito di e-commerce. Che dopo che hai rifiutato preventivi onestissimi perchè li consideri alti, ti ritrovi a spendere il triplo facendo peggio e perdendo un sacco di tempo. 
Per non parlare di GoogleAdvert che avrebbe dovuto arrichire tutti i titolari di siti inserendo la pubblicità… senza sforzi. Mi chiedo a quanti sono stati chiusi account senza spiegazioni, senza numeri di telefono da chiamare senza aver visto un dollaro. Divenendo anche quello strumento una macchina “mangia soldi” (degli inserzionisti – che se smettono di fare inserzioni vengono penalizzati nei risultati di ricerca) e al servizio di pochi siti con grandissimo traffico, che spesso intensificano investendo i guadagni da Google su Google stesso!


In realtà il web venduto come “alla portata di tutti” è una rete globale sempre più in mano a pochissimi player sia delle infrastrutture (Google, Veracom, Amazon) sia delle piattaforme (Apple, Microsoft, Facebook) che dei contenuti. 
Si perchè questi sono i tre piani della rete: infrastruttura attraverso cui i dati viaggiano, piattaforme su cui vengono veicolati e grandi contenitori e produttori di contenuti.

Le statistiche che dicono che nel web verranno investiti oltre 90 miliardi di dollari nel 2015 non dicono che i 2/3 di quella cifra vanno in meno di 400 portali intenet. In modo diretto o indiretto. 
E quelle statistiche non dicono nemmeno quanta parte di pubblicità in calo su una televisione o su un giornale in realtà vanno sui relativi siti di informazione online di quella stessa tv e di quello stesso giornale.

Non sono cose da ABS o CNN. Basta leggere i dati di Repubblica.

Maison Versace conquista gli Emirati Arabi

Palazzo Versace: il secondo complesso architettonico della casa di moda italiana, progettato sotto la direzione di Donatella Versace

Dopo l’Hotel Armani sito all’interno del Burj Al-Arab (l’edificio più grande al mondo con i suoi 321 metri di altezza), sulla costa del Dubai Creek si erge Palazzo Versace progettato sotto la direzione dalla stessa Donatella Versace.

Atrio del Palazzo Versace di Dubai

Atrio del Palazzo Versace di Dubai



Gli affascinanti ed eleganti interni del ristorante Vanitas

Gli affascinanti ed eleganti interni del ristorante Vanitas



 

La “Medusa” cinge la capitale araba offrendo ai suoi clienti 169 residenze private e 215 camere di cui 65 suites. Un nuovo traguardo per la maison italiana che conquista gli Emirati Arabi rendendo omaggio al Made in Italy.

L’intimo salotto del Q’S Bar



La realizzazione del complesso ha visto la collaborazione Enshaa Group, in una superficie di 37.224 mq. Lusso estremo per gli arredi e gran cura nei dettagli per il Palazzo che si eleva di sontuosità con soffitti dipinti a mano, decori in oro, mosaici, marmi che portano i motivi iconici della casa italiana e l’immancabile medusa che si affianca alla greca, al Pavone, al Falco e al cavallo. Non mancano inoltre le stampe Jungle della Versace Wallpaper che vestono le pareti.

Dalle ampie finestre, una luce intesa rivela alte colonne greche e scanalate, sormontate da sfarzosi capitelli.

Sontuosi particolari e l'immancabile medusa all'interno di Palazzo Versace

Sontuosi particolari e l’immancabile medusa all’interno di Palazzo Versace



All’interno del nuovo complesso – che si prepara ad accogliere parte dei 20 milioni di visitatori che si attendono a Dubai durante la prossima Esposizione Universale del 2020 – il ristorante Vanitas appare come un proseguo di quest’ultimo richiamando nell’estetica, il classico palazzo all’italiana con i tradizionali affreschi e l’ampio soffitto.

Quello di Dubai è in realtà il secondo Palazzo Versace al mondo; primo di esso fu infatti inaugurato il Gold Coast in Australia e si attende l’apertura di una nuova struttura a Macao.

 

Federico Ranucci, un grande artista tormentato e solitario

“In fondo si fa arte per comunicare”.

Federico Ranucci


Federico Ranucci, nato a Roma, classe 1975, è un magnifico artista che a causa del suo carattere introverso è ingiustamente poco noto al grande pubblico.

Il lavoro di Federico Ranucci parla di tormento e intensità attraverso le linee nervose, i cuori appena accennati, le figure evanescenti sempre sul punto di scomparire e quel costante tratto nero, triste ma intenso che raffigura l’esserci e il non esserci di una figura umana che pare trovarsi sempre in bilico in un universo parallelo.

Nelle sue opere serpeggia una malinconia antica in uno stile maturo e consapevole caratteristico dei veri grandi artisti.

Federico Ranucci parla del suo patologico isolamento ma poi si abbandona e ammette, con infantile purezza, che il suo essere artista è il suo modo, l’unico che conosce, per comunicare…


Federico Ranucci, un grande artista tormentato e solitario


Riesce a raccontarsi con una precisione unica e a spiegare, meglio di qualsiasi critico d’arte, cosa c’è dietro la sua straordinaria arte.

“A circa quattro anni ogni volta che mi veniva messa una matita in mano per farmi disegnare, avevo attacchi di rabbia e non volevo assolutamente disegnare… Probabilmente perché inconsciamente non volevo comunicare e da lì i famigliari mi portano in cura.

La mia prima dottoressa riesce a sbloccarmi e farmi disegnare, poi non ho più smesso. Non ricordo quando mi capitarono sotto gli occhi dei disegni fatti da bambini autistici, so solo che ne rimasi letteralmente affascinato…

A scuola avevo molti problemi nel socializzare e fuori la scuola ho cominciato ad avere atteggiamenti vicini all’autismo.


Federico Ranucci, un grande artista tormentato e solitario


Mentre io crescevo la mia pittura andava di pari passo… Ho frequentato il liceo artistico ma con la scuola ho sempre avuto pessimi rapporti.

Non ho mai sopportato il disegno accademico anche se ci sono passato… Ero attratto da pittori che esaltavano la pittura infantile… Klee, Mirò, Dubuffet, Hundertwasser, la linea nervosa di Schiele e naturalmente Picasso mi hanno sempre influenzato. Durante gli anni ho avuto diverse crisi artistiche perché non riuscivo a trovare la mia strada. Volevo fare un tipo di pittura che non doveva solo soddisfarmi con il risultato ma soprattutto la soddisfazione dovevo sentirla durante l’atto fisico del dipingere.


Tutta la mia arte si basa sul disegno, il disegno è alla base di tutto, io sinceramente non voglio fare differenza fra pittura e disegno.

Si è scritto tanto ma per quanto mi riguarda la pittura e il disegno sono la stessa cosa.

Quando dipingo ho delle regole anche se non sempre le rispetto, non voglio che i colori si intrecciano e sono molto attento alla linea… La voglio pulita ma nervosa e il tutto deve ricordare il mondo infantile… Meglio ancora se ricorda il mondo infantile di un autistico.

Gli autistici si rifugiano in un mondo parallelo e rifiutano il contatto con la realtà… Sono molto attratto dall’ isolamento… Credo che questo sia l’origine di tutti i miei mali.”


Federico Ranucci, un grande artista tormentato e solitario


Cosa vuol dire per te essere un artista?


Credo che ogni persona può tranquillamente essere un artista ma considero i veri artisti coloro che sanno riconoscere il bello. Non credo ci sia bisogno di saper fare qualcosa di specifico per essere artisti, basta avere una propria concezione di bellezza ben precisa e portarla avanti. A volte succede che è più artista il pubblico che guarda L’opera che colui che l’ha creata… E’ molto soggettiva la cosa.


Federico Ranucci, un grande artista tormentato e solitario


Come il tuo essere a tuo modo “folle” influenza la tua arte?


Ho iniziato a dipingere in seguito a problemi di comunicazione in tenera età, naturalmente i miei disturbi mi hanno aiutato nel processo di creazione. Negli anni ho fatto tanta pratica, spesso insoddisfatto cercavo la mia strada e ho scoperto che per trovare la propria strada la sofferenza è necessaria… Quindi direi che la mia malattia mi ha aiutato veramente tanto.


Cosa vorresti che la gente comprendesse del tuo lavoro?


Non m’interessa che la gente arrivi a comprendere le mie opere, io voglio solo che rimanga emozionata. Non è necessario sapere cosa c’è nella testa dell’artista… Quando qualcuno vede un mio quadro e scatta qualcosa io sono più che soddisfatto. Poi se scava e vuole cercare di capire tutto ancora meglio ma io non amo dare spiegazioni. Mi piace che rimangono dubbi, il dubbio è importante.


Federico Ranucci, un grande artista tormentato e solitario


Nel tuo lavoro c’è intensità e stile, come ci sei arrivato, un processo naturale o frutto di ricerca?


Sono arrivato al mio stile dopo una ricerca molto sudata. Inizialmente dipingere era un gioco. È diventato qualcosa di più serio con il tempo. Ho avuto tantissime crisi artistiche dove ero sempre insoddisfatto perché anche se magari il risultato era buono non ero pienamente soddisfatto nel processo creativo. Oggi per me conta più essere soddisfatto durante il processo creativo che il risultato finale. La ricerca più importante è sulla linea… Nei miei lavori la linea spesso nervosa è fondamentale e dopo la linea il disegno è alla base di tutto… I colori mi piacciono ma non sono importanti per me. Trovo nel disegno infantile e ancora più nei disegni dei bambini autistici un vero universo d armonia.


Federico Ranucci, un grande artista tormentato e solitario


Un tuo sogno come artista?


Non saprei… Forse sarei davvero felice se le mie opere fossero apprezzate da più persone possibili. Guadagnare con l’arte è un bel vivere ma entra in secondo piano. La cosa più bella è avere un pubblico, anche un pubblico critico.

In fondo si fa arte per comunicare.

Borse Autunno/Inverno 2015-2016

Si dice che nell’inconscio rappresentino un simbolo sessuale; certamente nell’immaginario collettivo sono l’ossessione femminile più diffusa, seconda solo alle scarpe: le borse sono protagoniste assolute delle tendenze per l’autunno/inverno 2015-2016.

Coloratissime, declinate in tutte le forme e tutti i modelli, stravaganti e bizzarre, sobrie e classiche, le proposte viste sulle passerelle di Milano, Londra, Parigi e New York ci mostrano una grande varietà di scelta.

Bauletti da viaggio sfilano da Louis Vuitton, mentre Dolce & Gabbana, accanto al consueto mood a tema religioso, propone inedite borse decorate con disegni che omaggiano il tema della collezione autunno/inverno 2015-2016: la mamma diventa protagonista assoluta, per secchielli e clutch che inneggiano all’amore filiale, tra disegni che ci riportano all’infanzia e fiori stilizzati.





Stampe optical viste da Fendi, Andrew GN e Just Cavalli, che propone anche un mood cartoon. Dolcezza e romanticismo nelle fantasie bucoliche viste da Blugirl, mentre Olympia Le Tan porta in passerella una clutch ispirata al breviario.

Mood folk protagonista delle collezioni Stella Jean e DSquared2: le borse sono a mano, fatte di lana intrecciata e decorata con suggestioni andine da cui fanno capolino piume e dettagli furry. Quasi un omaggio agli indios, la freschezza della lana colorata e decorata con motivi aztechi conferirà al nostro inverno nuove note.

Ma la parola d’ordine per questa stagione è solo una: osare. E le passerelle ci propongono idee assolutamente originali: dall’orsacchiotto abbarbicato sullo zainetto, visto da Moschino, al disco volante di Au Jour Le Jour; dalle suggestioni inquietanti viste da Tod’s al lucchetto gigante, ancora una volta portato in passerella da Jeremy Scott per Moschino, fino al maglione con apposita tasca posteriore di Chanel. Il concetto tradizionale di borsa sembra ormai tramontato: largo a forme nuove e bizzarre, per stravaganze che divengono must have.

Semplicità e pulizia hanno caratterizzato la collezione di Laura Biagiotti, mentre Alberta Ferretti propone suggestioni barocche, con bauletti impreziositi da decorazioni.


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Scarpe Autunno/Inverno 2015-2016

Tre look per tutti i giorni

TRE LOOK PER TUTTI I GIORNI


Definire il proprio stile include, oltre che un certo tipo di guardaroba, un determinato make up. Non deve necessariamente essere un trucco naturale. Deve accordarsi al proprio carattere e risultare in armonia con i tratti del viso. Esistono infinite varianti, di seguito le tre più rapide e glamour allo stesso tempo.



BASICO E INVISIBILE

L’ultimo anno è stato il boom del “no make up-make up”: il trucco che non si vede. Un inno alla naturalezza e al limitarsi al solo definire e migliorare i propri lineamenti. In particolare si punta ad un look molto bon ton, che prevede un colorito salutare ed un incarnato radioso.



Dopo l’idratazione si procede all’ultilizzo di una BB cream abbastanza coprente in modo da limitare l’uso dei correttori. Applicata con i polpastrelli risulterà molto leggera, mentre con un pennello piatto aiuterà a nascondere maggiormente le imperfezioni. Aspettando che si asciughi, procedere con piegaciglia e riempimento delle sopracciglia se necessario. Picchiettare del blush in crema rosato al centro delle guance sfumandolo in direzione delle tempie finché sembrerà appena percettibile. Questo regalerà quell’aria fresca e giovane che tutte desiderano. Fissare tutto con una cipria leggera. Completare il look con un filo di matita color burro nella rima inferiore per svegliare letteralmente lo sguardo. Al contrario della matita nera non rimpicciolisce l’occhio, e al contrario di quella bianca non risulta troppo artificiale. Blistex sulle labbra per renderle morbide e setose. Et voilà.


1. Smasbox, Camera ready BB cream SPF 35 € 34,00

2. Pupa, Like a Doll cipria compatta effetto pelle nuda € 17,50

3. Collistar, Kajal Shock Col.02 Burro € 16,00

4. Max Factor, Miracle touch Creamy blush Col.18 € 11 circa

5. Blistex, protezione labbra rinfrescante € 6,50

 


LABBRA D’IMPATTO

Base pulita, occhio total nude e labbra dai toni più In della stagione. Un aspetto sexy ma allo stesso tempo adatto alla luce del sole



La pelle deve essere impeccabile, nessuna imperfezione ammessa. Il rossetto infatti tende a far saltare fuori qualsiasi rossore legato a brufoletti o stanchezza. Fondotinta e correttore sono quindi d’obbligo, e un tocco di bronzer aiuterà a scaldare l’incarnato e scolpire i volumi. Con una matita in tinta col rossetto, contornate le labbra per delinearle e passatela poi sull’intera superficie per garantire una base anche nel momento in cui il colore sbiadirà. I colori decisi si applicano con un pennellino, trasformatevi quindi in professioniste per evitare di dover ricorrere a cotton fioc e struccante aprendo una battaglia infinita contro le sbavature. Può essere utile rifinire i contorni con una matita per labbra trasparente, pratica in quanto crea un confine ceroso oltre il quale il colore non riuscirà a depositarsi. La particolarità di questo look è data non tanto dalle labbra in se’, quanto dall’accostamento ad un occhio quasi struccato: ombretto color carne applicato con un pennello morbido e un filo invisibile di mascara.


1. Maybelline NY, Fondotinta Fit Me nr 115 € 13,20

2. Mac, Correttore Pro Longwear NW15 € 19,20

3. Sephora, Ombretto mat nr 207 Lazy Afternoon € 9,90

4. Givenchy, Rouge interdit satin, Candide Tangerine € 28,50

5. Bobbi Brown, Lip liner red € 22,90 circa

6. Urban Decay, Matita trasparente Ultimate Ozone € 15,00



EYELINER FELINO E LABBRA FRUTTATE

Adottare un grande classico come look di tutti i giorni: una sottile ma definita linea di eyeliner che

dona uno sguardo felino allungando l’occhio conferendogli profondità.



A rendere moderno e attuale questo look è ancora una volta la matita color burro lungo la rima inferiore. La definizione si concentra solo nella parte superiore degli occhi. Dopo aver perfezionato la base, tamponare con i polpastrelli un primer occhi color carne così da cancellare capillari o discromie. Con un pennello da sfumatura (a setole lunghe e morbide) intensificare la piega della palpebra mobile utilizzando un colore neutro. Illuminare l’angolo interno con una polvere chiara e opaca aiutandosi con un pennello piccolo a punta. Riuscire a tracciare un riga di eyeliner precisa non è così difficile. Basta un po’ di pratica e qualche accorgimento. Sicuramente stare sedute e con il gomito appoggiato aiuta a mantenere la mano ferma. La linea guida è quella delle ciglia, e il consiglio per le principianti è quello di usare una matita ben appuntita e non un eyeliner liquido o in gel. Per non sbagliare con la codina, il pennello angolato è miracoloso: basta appoggiarlo sul tratto finale e tirare per qualche millimetro. Farà tutto da solo. Pulire eventuali sbavature con un correttore in penna o un cotton fioc a punta. Le labbra sono calde e naturali. Scegliere un rossetto cremoso di un colore leggermente rosato e sfumarlo utilizzando le dita. Il gioco è fatto.

 

1. Dolce&Gabbana, Intense liquid eyeliner nr 03 Dahlia € 31,00


2. Clinique, Chabby stick intense € 18,90


3. Elizabeth Arden, Advanced eye-fix primer € 26,70


4. Sigma, Pennello da sfumatura E25 € 12 circa


5. Sephora Collection, Pennello pro angled nr 22 € 14 circa

La Rinascente racconta i suoi primi 50 anni con una mostra

In occasione del suo 150° anniversario, la Rinascente racconta i suoi primi 50 anni di vita, quando non si chiamava ancora la Rinascente, con una mostra che ripercorre il periodo che va dalla fondazione da parte di Luigi e Ferdinando Bocconi nel 1865 degli omonimi Magazzini Bocconi, alla costruzione del negozio in piazza Duomo nel 1889, fino alla prima guerra mondiale e al nuovo nome ideato da Gabriele D’Annunzio nel 1917. La mostra la Rinascente prima della Rinascente avrà luogo dal 18 novembre al 1 dicembre nel Techno Souq di via Santa Radegonda a Milano.

 

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Questi primi 50 anni prendono vita attraverso fotografie e documenti provenienti da archivi e biblioteche e mostrano come la storia dei grandi magazzini s’intrecci con quella di Milano, che proprio in quei decenni si trasforma nella “città più città d’Italia” e si afferma come motore economico della neonata nazione.

 

Inverno copia

 

Per rendere omaggio alla città che l’ha vista nascere, la Rinascente ha deciso inoltre di raccontare le dinamiche di questo periodo straordinario anche attraverso la penna di sette autori. I testi che compongono questo suggestivo ritratto di Milano, verranno inviati alla stampa e pubblicati sul sito della Rinascente e suoi account social ufficiali. Ogni giorno verrà divulgato un racconto nuovo creando un effetto di costruzione per capitoli di un racconto più ampio, come nei romanzi a puntate che usavano proprio in quell’epoca. Il pubblico potrà così scoprire il ruolo chiave avuto dal capoluogo lombardo a livello internazionale nel commercio e nella finanza, nell’editoria e nella comunicazione, nella moda e nel design.

 

Vol AA 80 aprile 1879

 

Il lavoro è stato curato da Memoria e Progetto, l’associazione che, in collaborazione con il Centro Interdipartimentale MIC Moda Immagine Consumi dell’Università degli Studi di Milano, sta operando la ricostruzione della storia della Rinascente, attraverso una ricerca bibliografica e archivistica, che ricompone in forma digitale la documentazione presente in biblioteche e archivi pubblici e privati.

BLONDIEFULL FOR D-ART

Mix and match


 

Se c’è una cosa che mi diverte in moda è il mix and match – mischiare! Lo faccio da sempre, mi piace e fa parte del mio stile. Non ho mai abbinato ogni capo e coordinato ogni colore, solo in rare occasioni e seriamente pensato.

Tanta gente direbbe :”…ma quelle scarpe non sono coordinate alla cintura o alla borsa!”  Esatto, è proprio questa l’idea! E io me ne frego 😀  perché rende l’outfit più interessante e diverso.


Per esempio questo inverno vediamo tante gonne lunghe che durante il giorno preferisco portare con un maglione grande che le rende più casual e meno formali, abbinandole ad un cappotto classico ed elegante, ma dalla fantasia differente per creare il giusto contrasto al look.


Se indossassi la gonna con una bella camicia classica bianca e delle scarpe con il tacco, allora per la parte sopra avrei scelto un chiodo di pelle per renderla meno classica  e sdrammatizzarla.


E’ una regola che uso anche per altri capi. Se ho un look casual, inserisco nell’outfit sempre un capo rock e viceversa. Se sono totally rock, un capo elegante bilancerà e regalerà quel tocco di eleganza. Il troppo stroppia in tutto.

Tutti i capi indossati in questo servizio si possono facilmente abbinare in altri modi: ad esempio il cappotto lungo sta bene sia su un abito da sera che su un abbigliamento sportivo con i jeans di giorno.

L’idea è quella di sfruttare al massimo tutto quello che compriamo, senza aver mai la paura di osare e temere che mixati non vadano bene, perché magari potrebbe essere la firma del vostro stile!

 

ENGLISH VERSION

 

Mix and match

 

If there is one thing I like it is mixing and matching.It is something I have always done, it’s fun and it’s a part of my style… I’ ve never really been a matchy matchy person. Unless it is seriously done on purpose.

Lots of people will tell me, but those shoes don’t match the belt and or bag…Well, that’s the idea.

I don’t care, I kinda think it is funny and makes an outfit more interesting and different…

 

This winter for example we  are seeing lots of long skirts which during the day I prefer to wear with a big sweater so it becomes more casual and less formal…

Now since the sweater and the shoes already make the look more casual I opted for a beautiful elegant long coat to give it some contrast …

If I’d wear the skirt with a beautiful blouse and high heels for the evening, i would definitely combine it with a little leather jacket. Just to change it up and make it less classic..With other words I play it down.

 

That is kind of my rule for a lot of things…If you wear something classic make sure there is one piece a bit more rock and vice versa..If you totally dress rock make sure there is a classic piece to make it look more elegant..Too much of something is never good. Don’t know if it make sense what I wrote but hope it does..anyway

 

All pieces are very easily combined in different ways, for example the long coat looks good with practically anything..For an elegant evening look to a casual day look with jeans.

Because when you buy pieces always think about in how many ways you could combine it so it isn’t a one trick pony, and you at least have your moneys worth.

And don’t be afraid to put things together that you think might never work, cause they just might…Dare to be different…

 

Coat @HERNO


Skirt @GIORGIO GRATI


Sweater and belt @PINKO


Shoes @PALOMA BARCELO


Bag @SERAPIAN


Ph by HENRIK HANSSON  WWW.HSZPRODUCTIONS.COM


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“Music&Cocktail”, il nuovo programma tv a base di whisky e musica

Parte il 18 novembre alle 21 su Sky Arte il nuovo programma televisivo Music & Cocktail, format inedito ideato dal whisky single malt Talisker. 7 puntate in onda ogni mercoledì per ripercorrere la storia della musica attraverso l’analisi di 7 diversi generi, uniti dal filo conduttore del celebre whisky single malt Talisker interpretato in ogni puntata in cocktail ad hoc ispirati al genere musicale dell’episodio.

 

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Tra blues, jazz, pop e rock, video e foto d’epoca scorrono fondendosi con le suggestive panoramiche dei paesaggi scozzesi in un dialogo visivo tra musica e whisky accompagnato dalle voci narranti di Alioscia Bisceglia, leader dei Casino Royale e Marco Russo, bartender e proprietario del 1930 Cocktail Bar, lo speakeasy milanese tra i più conosciuti e iconici del paese. Raccolti intorno al bancone del secret bar meneghino i due anfitrioni accompagnano gli spettatori in un percorso che alterna aneddoti di storia della musica a pillole di mixology sulla preparazione e il servizio dei migliori cocktail a base di whisky protagonisti oggi di un vero e proprio trend che sdogana definitivamente il distillato anche nel bere miscelato.

 

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Un momento di grande visibilità per Talisker che dà seguito al lancio dell’ultimissima novità proposta dalla celebre distilleria scozzese: Talisker Skye. Creato per rispecchiare la bellezza aspra e selvaggia dell’isola di Skye dove sorge la distilleria, questa nuova referenza rende omaggio ai maestosi paesaggi e alle suggestive coste della più frastagliata isola dell’arcipelago delle Ebridi. Un distillato d’autore amabile e affumicato che si sviluppa via via in note marine profonde per esplodere infine al palato in un finale intenso e speziato.

Gloria Vanderbilt: il lusso e lo charme

Lusso, eccessi, charme: quando si sente il nome di Gloria Vanderbilt queste sono alcune delle immagini che vengono subito alla mente. Ereditiera di un’immensa fortuna, socialite tra le più brillanti del suo tempo, musa, icona di stile, artista e, ancora, modella e designer, Gloria Vanderbilt ha incarnato la quintessenza dello stile e della bellezza, rappresentando per oltre mezzo secolo uno dei volti più conosciuti del jet set internazionale.

Habitué del mitico Studio 54, modella ritratta da fotografi del calibro di Richard Avedon, Gordon Parks, Louise Dahl-Wolfe, Horst P. Horst e Francesco Scavullo, negli anni Settanta, dopo una vita consacrata all’arte e alla bellezza, declinata in ogni sua forma, divenne fashion designer. Il lancio della sua linea vedeva il cigno, simbolo di candore, come logo. Occhiali, profumi e una linea di abbigliamento di cui ancora ricordiamo i celebri jeans: il nome di Gloria Vanderbilt è stato sinonimo di stile per oltre trent’anni.

Gloria Laura Vanderbilt è nata a New York il 20 febbraio 1924 da Reginald Claypoole Vanderbilt e dalla sua seconda moglie Gloria Morgan. Bellissima già da neonata, fu battezzata come cattolica. Alla morte del padre, avvenuta quando la piccola ha appena 18 mesi, Gloria eredita un patrimonio immenso, stimato in circa 5 milioni di dollari.

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Gloria Vanderbilt in Bill Blass, foto di Francesco Scavullo per Town & Country, 1969



Gloria Vanderbilt tra i modelli di jeans disegnati da lei. Foto di Evelyn Floret, 1979



Uno scatto del 1958

Uno scatto del 1958



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Gloria Vanderbilt nel suo appartamento a South Penthouse, 10 Gracie Square. Foto di Richard Avedon, New York, 1956



Durante la sua infanzia frequenti sono i viaggi da e per Parigi, con la madre e l’amatissima governante Emma Sullivan Kieslich. Un ruolo importante nell’infanzia della piccola fu rivestito dalla sorella gemella della madre, Thelma, che fu amante del Principe di Galles. La madre di Gloria ha le mani bucate, e ciò rappresenta un pericolo per la gestione dell’immenso patrimonio di cui la piccola Gloria non può beneficiare fino alla maggiore età: è per questo che interviene Gertrude Vanderbilt Whitney, zia di Gloria dal ramo paterno. Appassionata di scultura e filantropa, Whitney chiese la custodia della nipote, scatenando un processo che all’epoca destò notevole scalpore. La giovane Gloria si trovò così, ancora bambina, a dover testimoniare davanti ad una giuria, nella posizione forse più traumatica per una bambina: quella di dover scegliere tra la madre e la zia. Alla fine fu quest’ultima ad avere la meglio: la piccola Gloria crebbe nel lusso della residenza di Gertrude, divisa tra Long Island e New York. La storia del processo divenne anche il tema della miniserie trasmessa nel 1982 dalla BBC “Little Gloria…Happy at Last”, che ottenne ben sei Emmy e un Golden Globe.

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Una foto del 1942



Gloria Vanderbilt, New York, December 1953. Photographed by Richard Avedon.

Gloria Vanderbilt, New York, Dicembre 1953. Foto di Richard Avedon.



Gloria Vanderbilt con i suoi figli Carter e Anderson Cooper



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Wyatt Emory Cooper e Gloria Vanderbilt con i figli Anderson e Carter. Foto di Jack Robinson per Vogue, New York, giugno 1972



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Gloria Vanderbilt nel suo studio, foto di Horst P. Horst, 1975



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Gloria Vanderbilt ritratta da Horst P. Horst per Vogue, New York, 1975



Gloria Vanderbilt divenne una fanciulla bellissima: occhi a mandorla e labbra carnose su un viso perfetto la resero adatta a posare come modella per numerosi magazine. Apparve su Vogue, Town & Country, Life Magazine e Harper’s Bazaar. Brillante negli studi, frequentò le migliori scuole, fino alla Art Students League di New York, dove sviluppò un notevole talento artistico. Al compimento della maggiore età, quando poté finalmente impadronirsi dell’immenso patrimonio ereditato dal padre, Gloria tagliò completamente fuori la madre, pur non smettendo mai di supportarla economicamente, facendola vivere in una lussuosa residenza a Beverly Hills, dove la donna morì nel 1965.

La bella Gloria studiò recitazione alla Neighborhood Playhouse con Sanford Meisner come maestro. Dotata di un immenso talento artistico, presto si impose come pittrice, dando anche numerose mostre. I suoi dipinti furono acquistati, a partire dal 1968, da Hallmark Cards e da Bloomcraft e Gloria iniziò a dipingere con successo ceramiche e oggetti per la casa. Simbolo del lifestyle e del lusso coniugato allo stile, il suo appartamento di New York è stato a lungo rappresentato dai principali magazine di interior design: piastrelle patchwork e un’eleganza che si traduce in maestosa opulenza, la lussuosa residenza è stata location di alcuni degli scatti più celebri che ritraggono la socialite.

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Gloria Vanderbilt Cooper in una foto di Francesco Scavullo, anni Sessanta



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Gloria Vanderbilt intenta ad abbronzarsi, Junction City, Kansas, 1941



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Gloria Vanderbilt in Fortuny Delphos e gioielli di Rita Delisi. Foto di Richard Avedon per Vogue Italia, 1970



Gloria Vanderbilt modeling her Fortuny dress and Rita Delisi necklance. Photo by Richard Avedon. Vogue, 1969.

Gloria Vanderbilt posa nel suo abito Fortuny dress con una collana di Rita Delisi. Foto di Richard Avedon. Vogue, 1969



Gloria Vanderbilt modeling Fortuny Delphos dress. PhotoRichard Avedon, 1970.jpg

Gloria Vanderbilt in un abito Fortuny Delphos. Foto di Richard Avedon, 1970



La sua carriera nella moda è iniziata negli anni Settanta, dapprima con il marchio Glentex, per cui disegnò una linea di sciarpe. Nel 1976 il designer indiano Mohan Murjani le propose di lanciare una linea di jeans usando il suo nome come logo. Più stretti di quelli che si usavano all’epoca, i jeans firmati Gloria Vanderbilt furono un successo senza precedenti: seguiti da una linea di abbigliamento e profumi, ben presto il logo col nome della socialite divenne sinonimo di lusso e qualità, che oltrepassò i limiti della moda fino a comprendere liquori e accessori di vario tipo. I diritti sui jeans furono poi acquistati nel 2002 dal gruppo Jones Apparel. Dal 1982 al 2002 L’Oréal lanciò otto fragranze col nome di Gloria Vanderbilt. Nel 1978 la Vanderbilt lanciò la propria compagnia, GV Ltd., con sede a New York. Nel corso degli anni Ottanta accusò i suoi partner e il suo avvocato di frode e, dopo un lungo processo, vinse la causa. I suoi jeans attillati rappresentano ancora oggi un autentico must have: tanti sono i siti di moda vintage che propongono modelli ormai rari e preziosi.

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L’interno dell’appartamento della Vanderbilt



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La camera arredata in stampa patchwork nell’appartamento della socialite



Gloria Vanderbilt's apartment - portrait of her mother

Il ritratto della madre di Gloria Vanderbilt



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Le celebri decorazioni nell’appartamento di New York



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Gloria Vanderbilt a 17 anni, foto di Horst P. Horst, New York, 1941



Gloria Vanderbilt quindicenne ritratta da Louise Dahl-Wolfe per Harper's Bazaar

Gloria Vanderbilt quindicenne ritratta da Louise Dahl-Wolfe per Harper’s Bazaar



Gloria Vanderbilt ritratta da Francesco Scavullo, 1968



Autrice di quattro memoriali e di tre romanzi, contributor del New York Times, di Vanity Fair ed Elle, nel 2001 la Vanderbilt ha inaugurato la sua mostra d’arte dal titolo “Dream Boxes” presso il Southern Vermont Arts Center di Manchester. Un successo di pubblico e critica, la mostra è stata seguita nel 2007 da un’altra esposizione. Inoltre Gloria Vanderbilt ha fatto molto parlare di sé per il suo ultimo romanzo, dal titolo “Ossessione: un racconto erotico”. Recensito dal New York Times come il “libro più piccante mai scritto da una ottuagenaria”, trattasi di fatto di un libro a luci rosse, i cui protagonisti fanno ampio uso di fruste, corde di seta, insieme ad ortaggi vari, usati in metodi assolutamente non convenzionali.

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Gloria Vanderbilt nella cucina del suo appartamento, foto di Horst P. Horst per Vogue, New York, 1975



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Gloria Vanderbilt fotografata da Gordon Parks per Life Magazine (1954)



Gloria Vanderbilt. foto di John Rawlings, 1945

Gloria Vanderbilt. foto di John Rawlings, 1945



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Gloria Vanderbilt in un abito Mainbocher, foto di Richard Avedon per Harper’s Bazaar, 1955



Gloria Vanderbilt ritratta da Gordon Parks, 1952



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Uno scatto risalente agli anni Quaranta



La bella ereditiera non smette di sorprenderci. D’altronde, come ogni icona che si rispetti, anche la Vanderbilt non si è fatta mancare una vita sentimentale alquanto tumultuosa: appena diciassettenne sbarcò ad Hollywood, dove convolò a nozze con l’agente Pat DiCicco, nel 1941. Ma il matrimonio lampo fu seguito, appena quattro anni dopo, da un divorzio, in cui l’ereditiera dichiarò di essere stata vittima di violenze e abusi da parte del marito. Nel 1945 Gloria sposò il conduttore Leopold Stokowski. Nel 1956 il terzo matrimonio, con il regista Sidney Lumet. Infine, il quarto ed ultimo matrimonio, con l’autore Wyatt Emory Cooper, celebrato nel dicembre 1963. La coppia ebbe due figli, Carter Vanderbilt Cooper, morto suicida nel 1988, dopo essersi lanciato dal quattordicesimo piano dell’appartamento di famiglia, e il giornalista della CNN Anderson Hays Cooper. Wyatt Cooper, forse l’unico amore della sua vita, morì nel 1978.

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Gloria Vanderbilt ritratta da Horst P. Horst. ca. 1961



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Gloria Vanderbilt ritratta da Francesco Scavullo, anni Cinquanta



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Gloria Vanderbilt ritratta da Horst P. Horst, 1970, abito patchwork di Adolfo.



Gloria Vanderbilt, foto di Richard Avedon 1955

Gloria Vanderbilt, foto di Richard Avedon 1955



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Gloria Vanderbilt, foto di Horst P. Horst, 1966



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Bellissima ed elegante, Gloria Vanderbilt è un’icona di stile, una designer di successo ed un’artista di fama mondiale



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Gloria Vanderbilt in uno scatto risalente agli anni Cinquanta



L’ereditiera è nata a New York il 20 febbraio 1924



Gloria Vanderbilt mantenne sempre una relazione fatta di stima ed affetto reciproco col fotografo Gordon Parks, fino alla morte di quest’ultimo, avvenuta nel 2006. Inoltre ebbe relazioni con Marlon Brando, Frank Sinatra, Howard Hughes. Truman Capote rivelò di essersi ispirato a lei per il celebre personaggio di Holly Golightly, protagonista dell’indimenticabile romanzo Colazione da Tiffany. Grande amica di Diane von Fürstenberg e della commediografa Kathy Griffin, al compimento del suo novantesimo compleanno, il 20 febbraio del 2014, le collezioni dei suoi dipinti sono state esposte nella galleria di 1stdibs presso il New York Design Center. Oggi la celebre icona appare completamente diversa, a causa di una serie di interventi di chirurgia estetica. Il suo nome resta però legato ad un periodo storico forse ineguagliabile, quanto a stile ed eleganza. Per nostalgici doc.


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Alberto Burri sfiora i 6 milioni di euro ma è tutta poesia!

“Burri, l’ultimo pittore rimasto nel mondo… Fontana ha una purezza unica. Il resto o è vecchio o è stupido. La pittura è morta. La poesia è morta. Tempi allegri!”.
Giuseppe Ungaretti


Alberto Burri (Città di Castello 1915 – Nizza 1995) è uno dei padri dell’astrattismo italiano la cui grandezza è ormai riconosciuta a livello planetario.

L’11 febbraio del 2014 da Christie un’opera di Alberto Burri, Combustione Plastica, è stata venduta per € 5.604.726 (stima: £ 600,000-800,000), un prezzo da record mondiale per un’opera di Burri.


Alberto Burri sfiora i 6 milioni di euro ma è tutta poesia!


Tralasciando le basse questioni monetarie D-ART è lieta di segnalare una mostra, nell’anno in cui in tutto il mondo si celebra il Centenario della nascita di Alberto Burri, al MAON – Museo d’Arte dell’Otto e Novecento di Rende, in Calabria dedicata al rapporto di Burri con la poesia.

Già abbiamo segnalato l’importante retrospettiva: Alberto Burri: The Trauma of Painting che il Guggenheim di New York dedica a Burri.

La mostra al museo MAON dal titolo: “Alberto Burri ed i Poeti” è curata dal direttore dello stesso Museo, Tonino Sicoli e dal Presidente della Fondazione Burri, Bruno Corà.


Alberto Burri sfiora i 6 milioni di euro ma è tutta poesia!


Un percorso affascinante che mette in dialogo la poesia e l’opera di Burri presentando numerose creazioni che testimoniano il rapporto assiduo e particolare di Burri con la poesia e i poeti.

Si tratta di lavori originali realizzati per copertine di libri in edizioni ormai rare e di pregio, di opere create da Burri per edizioni particolari, straordinarie testimonianze d’intense collaborazioni

Tra i poeti che hanno riconosciuto la grandezza di Burri ci fu Giuseppe Ungaretti che così parlò, in una lettera, nel 1963, del suo amico Burri :

“Burri, il medico, poi pittore reduce dalla prigionia nei campi di concentramento che, con quell’orrore negli occhi vuota, nelle sue opere, il bubbone infernale, ne mostra in mezzo ai lutti l’ingiusto cratere di sangue e di fuoco voluto dall’inferno, e mostra come la fiamma della libertà domini alla fine anche il più atroce sadismo”.


Alberto Burri sfiora i 6 milioni di euro ma è tutta poesia!


Oltre a Ungaretti, molti furono i poeti che riconobbero la grandezza di Alberto Burri, tra questi vi fu Libero de Libero, Leonardo Sinisgalli ed Emilio Villa.

Tutti conobbero l’orrore della guerra e furono vicini a Burri quando rientrò in Italia dopo la guerra.

Molte opere di questi grandi poeti furono illustrate da Burri, la loro parola si sposava perfettamente con l’opera di Burri, condividendo evidentemente il senso tragico dell’esistere e l’orrore della guerra.

Il biblista e poeta Emilio Villa così commenta l’opera di Burri: “Alberto Burri coltiva come in vitro, anzi come in lino, queste contrattili anatomie di organismi inespressi, incerti tra una parvenza di materiali biologici fuori uso e un ideale di fulminei universi tra il gigantesco e il minimissimo: una ambiguità spalancata, un desiderio di stringere ricordi di cose che devono chiarirsi”.

Forse nessun critico d’arte è riuscito meglio di questi grandi poeti a mettere in parola l’opera di Burri per questo la mostra in terra di Calabria è degna di lode.


ALBERTO BURRI E I POETI / Materia e suono della parola

MAON – Museo d’Arte dell’Otto e Novecento di Rende

dall’11 novembre al 27 febbraio 2016.

Telefono: 0984 444113

E-mail: [email protected]

http://www.maon.it

Obama spiega perché gli USA non invadono il Califfato

In questi momenti di oltraggio dopo i sanguinosi attentati di Parigi tutti i cittadini occidentali sembrano chiedersi: perché gli americani, la nazione più ricca e con l’esercito più potente, non fa di più per fermare questi criminali? Ognuno aveva le sue teorie e le sue spiegazioni, almeno fino a quando Obama ha risposto con estremo candore a questa domanda durante una conferenza stampa alla Casa Bianca. Ecco le sue parole:


“Alcuni suggeriscono che dovremmo mandare sul campo un grande numero di soldati. Abbiamo i migliori soldati e i migliori strateghi al mondo.

Non è solo una mia idea ma anche l’idea dei miei consiglieri militari più vicini che questo sarebbe un errore.

Non perché i nostri militari non potrebbero marciare su Mosul o Raqqa o Ramadi e spazzare via temporaneamente ISIS ma perché rispunterebbero a meno che non ci prepariamo a occupare in modo permanente questi stati.

Facciamo l’esempio di mandare 50.000 soldati in Siria, cosa succede quando ci sarà un attacco terroristico generato in Yemen? Mandiamo ancora più truppe là? O in Libia magari?”


“Il mio unico interesse è bloccare la sofferenza e tenere al sicuro il popolo americano. Se c’è una buona idea là fuori noi la metteremo in pratica.

Quello che non faremo, quello che non farò è agire perché funzionerebbe dal punto di vista politico o perché, in teoria, farebbe sembrare l’America una nazione dura o farebbe sembrare me un duro. O per inseguire qualche idea di “guida americana” del mondo o di “America vincente” o qualsiasi altro slogan spunti fuori.

Quello non ha niente a che fare con il vero e proprio lavoro necessario per tenere al sicuro il popolo americano o le persone che vivono nell’area e vengono uccise o i nostri alleati e persone come in Francia. Sono troppo occupato per questo.”


Modella del mese: Ana Suka

MODELLA DEL MESE D-ART: ANA SUKA 


Modella: Ana Suka – @The Lab Models Milan


Foto: Miriam De Nicolo’


Make up: Manuel Montanari


Hair : Mattia Flora


Fashion Designer: Eleonora Azzolina


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1. Quando hai iniziato il lavoro di modella?

Sono stata scoperta da un model-scouter, nella mia città natale, a Toronto – avevo 17 anni. Prima di allora non avevo mai pensato di fare la modella, non ero interessata a questo mondo, ma dopo un paio di mesi decisi di fare un tentativo e firmai un contratto con l’agenzia di moda Elite Toronto – la mia agenzia madre. Da quel momento è stata tutta un’ascesa.

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2. Qual è la parte migliore del tuo lavoro?

Senza dubbio la possibilità di incontrare sempre persone nuove e stimolanti, da modelli ambiziosi ad appassionati designers. Tante delle cose che ho imparato in questi anni di percorso come modella, lo devo a loro.

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3. Come definisci lo stile?

Per me stile è ciò che fai. Le persone hanno come veicolo i loro abiti per esprimere se stesse, l’abito diventa accessorio, diventa opinione. Per me la moda è un mezzo molto potente.

4. E qual è il tuo?

Mi annoierei ne avessi uno. Passo da street rock allo chic urban. Indosso tutto ciò che mi fa sentire bene con me stessa.

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5. Esiste una modella a cui ti ispiri?

Coco Rocha – è canadese come me e nota per la sua immensa capacità espressiva. Le sue pose davanti alla fotocamera sono un arte, si muove e recita come un’attrice. Con il volto e con il corpo è in grado di esprimere mille emozioni e “studiarla” è molto stimolante. Oltre ad essere una grande professionista, fuori dal modeling è impegnata con enti di beneficenza.

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6. Cosa rappresenta per te la bellezza?

La bellezza non può essere definita. L’uomo ha creato così tanti standard di bellezza, soprattutto nel settore moda, che abbiamo dimenticato il suo valore reale – e cioè quello che viene dal cuore e dalla mente. La bellezza non si trova dentro una rivista patinata. La bellezza è ovunque, se cercate bene.

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7. Qual è il tuo fashion designer preferito?

Ci sono così tanti designer di talento che è difficile scegliere, ma i miei preferiti rimangono Alexander McQueen, Yohji Yamamoto e Maison Margiela. Alcuni designer emergenti creano abiti che sono la copia di quelli del passato; le etichette che ho citato invece utilizzano l’abbigliamento come forma d’arte ed evocano forti reazioni tra le folle.

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8. La tua top model preferita

Lara Stone: un corpo incredibile, occhi profondi e quel difetto che la rende unica: il divario tra i denti. Dal commerciale alle sfilate, è sempre la migliore!

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9. Segui una dieta precisa?

Se vuoi fare la modella, la dieta diventa uno stile di vita! Prima potevo mangiare tutto quello che volevo, ora il mio metabolismo è rallentato, quindi devo fare attenzione. Mangio cibi integrali, frutta, verdura, noci e pesce per pasto; elimino cibi con conservanti e ingredienti artificiali. Quando lavoro fuori casa tutto il giorno e cammino su e già per la città, capita che io faccia una piccola eccezione e mi concedo un cioccolatino!

 

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“Alberto, Veronica e me”, l’ironia del quotidiano presto in scena

Titolo essenziale quello della brillante commedia “Alberto, Veronica e me”, che martedì debutterà al Teatro Agorà di Roma. E’ l’ultimo lavoro del regista Giuseppe Talarico, all’insegna del paradosso e dell’umorismo, si presenta come una metafora del quotidiano.


Storie comuni e persone comuni ma intrecciate da un ritmo irrefrenabilmente ironico e pieno di allegorie: Leonardo è un quarantenne single molto raffinato che vive da solo in un appartamento a Roma. La sua è una vita tranquilla se non fosse per le continue intrusioni della sorella Rita che molto apprensiva, spesso si reca da lui per rimettergli apposto casa. Rita, essendo di stampo tradizionalista, vuole a tutti costi farlo sposare. Ma lui, pur non avendo nulla contro il matrimonio, non ha ancora trovato la donna del suo destino. Rita, si è però ormai convinta che suo fratello, scappi dal matrimonio e dalle donne perché gay, supportata anche dai modi chic di lui, che a tratti danno questa impressione, fino a convincerla totalmente.


Quando arriverà Alberto, il migliore amico di Leonardo, anche lui dai modi raffinati ma sposato, tutto sembrerà avvalorare la tesi di Rita sull’omosessualità del fratello. In realtà, Alberto va da Leonardo per chiedere conforto, dato che si è perdutamente innamorato di una prostituta di nome Veronica, per la quale è disposto a tutto.


Gli equivoci rendono questa commedia avvincente e divertentissima fino alla fine con momenti di grande comicità: ognuno dei personaggi vive in un universo proprio che quando va a collidere con quello degli altri riserva sempre sorprese e imprevisti travolgenti. Ogni personaggio incarna un sentimento, una paura, un sogno fino all’estremizzazione di tutto ciò, grazie all’ottima recitazione degli interpreti.


Leonardo, interpretato da Giuseppe Talarico, in balia della sua classe ed eleganza si ritroverà a spazientirsi fino a rivelare la sua vera natura, pragmatica e verace. Ed ancora Letizia Barone Ricciardelli, in Bianca, moglie di Alberto, incarna la donna insicura e tradita, afflitta da mille paranoie e paure, è una donna disperata.


Ad interpretare Rita è Serena Farnesi, personaggio cardine, rappresenta l’ingenuità e il retaggio di una realtà di borgata con tutti i suoi piccoli grandi sogni, così come il marito Natalino il cui ruolo è affidato a Claudio Boschi, scanzonato e dall’aria trasognata, vive facendo il poeta e compone in ogni momento, scrivendo tutto ciò che gli viene in mente sul suo inseparabile taccuino.


Alberto, interpretato da Flavio Ciancio, il migliore amico di Leonardo invece è la personificazione del vizio, è vittima della sua stessa passione, il folle amore per Veronica, una escort professionista, il cui ruolo spetta all’attrice Lucia Rossi, l’apoteosi della seduzione e del potere femminile, per la quale sta sperperando tutti i soldi e trascurando la famiglia.


Gli universi dei personaggi si intrecciano fino a sviscerare risvolti inattesi, tutto sul filo della suspense e di una curiosità incontrollata sul gran finale. La romanità fa da cornice nel linguaggio e nell’atmosfera, nei modi di dire e di fare dei personaggi, eccetto per Veronica che incarna il sogno astratto, l’ideale irraggiungibile ma di fatto è l’emblema della più cinica realtà.


L’appuntamento per lo spettacolo, patrocinato da “Roma Capitale” e prodotto dalla “Compagnia InControscena”, sarà dal 17 novembre al 6 dicembre, al Teatro Agorà di Trastevere.

Scarpe Autunno/Inverno 2015-2016

Si dice siano l’ossessione di ogni donna. La stagione autunno/inverno vede protagoniste assolute le scarpe: tantissime sono le tendenze proposte dalle sfilate, per accontentare i gusti di qualsiasi donna.

Le collezioni autunno/inverno 2015-2016 propongono numerose varianti, per sbizzarrire la fantasia e completare al meglio qualsiasi tipo di outfit. Si va dalle décolleté classiche alle platform coloratissime, fino agli stivali, per questa stagione declinati nelle varianti di cuissardes ed ankle boots: dalle stampe optical alla vernice, dalle furry shoes ai sandali glitterati.

Ce n’è veramente per tutti i gusti. Stivali in vernice e colori pastello hanno sfilato da Valentino, ankle boots dello stesso stile da Paul Smith, mentre Jil Sander propone un modello in giallo canarino.





Decorazioni e fasto quasi balcanico nelle platform viste in passerella da Dries Van Noten, mentre lustrini e paillettes vengono completati da un inedito tacco in pelliccia da Rochas. La tendenza per l’autunno/inverno 2015-2016 è furry: le scarpe divengono accessori a tutti gli effetti e vengono ora ricoperte di una calda pelliccia. Furry shoes viste anche da Maison Margiela e da Fendi, mentre dettagli in pelo fanno capolino dalla più classica delle décolleté in passerella da Emanuel Ungaro.

Un altro trend di stagione è il socks Boot, la scarpa o stivale da cui fanno capolino i calzini. E se la calzatura è extra lusso, come visto nella sfilata di Alexander McQueen, l’effetto è doppiamente riuscito: ecco fare capolino da una décolleté nera un inedito calzino in pizzo. Sandali quasi monacali con calzino incluso protagonisti di Yohji Yamamoto. Decorazioni in primo piano da MSGM, Vivetta, Just Cavalli.

Tornano protagonisti, direttamente dagli anni Sessanta, i cuissardes, che divengono ora tela immacolata per stampe optical che doneranno allegria alla stagione fredda: da Emilio Pucci a Dior fino a Vivienne Westwood, il trend invernale vuole gambe coloratissime. Anfibi dark decorati con croci vittoriane hanno sfilato da Fausto Puglisi, mentre ankle boots in pelle sono stati protagonisti delle sfilate di Etro e Lanvin. Le più classiche slippers hanno fatto capolino, in versione animalier, da Temperley London; infine, da Moschino sfilano converse con tacco a stiletto, che ricordano direttamente dagli anni Ottanta e la moda di Norma Kamali.


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Grace Kelly: ghiaccio bollente

Cosa sta facendo la Francia in Siria?

Una cosa curiosa è successa dopo gli attacchi di venerdì a Parigi. Due entità che hanno un parere assolutamente diverso su qualsiasi cosa e che si fanno la guerra hanno avuto una reazione praticamente identica agli attentati di Parigi: Assad e ISIS.


Un comunicato dell’ISIS recitava:


Fate che la Francia e chi segue lo stesso cammino sappia che rimarrà in cima alla lista degli obiettivi dello Stato Islamico e che l’odore della morte non lascerà mai i loro nasi frattanto che guideranno la campagna crociata e oseranno bestemmiare il nostro profeta, che la pace e le benedizioni di Allah siano su di lui, e che sono orgogliosi di combattere l’Islam in Francia e colpiscono i musulmani nella terra del Califfato con i loro aerei che non li hanno aiutati per nulla nelle strade di Parigi e nei loro vicoli marci.


Nel mentre Assad ha criticato la Francia per il loro sostegno ai ribelli siriani. Secondo il presidente siriano gli attacchi hanno mostrato che lui e la Francia sono nella stessa situazione: “Le politiche sbagliate adottate dagli stati occidentali, in particolar modo dalla Francia, nei confronti degli eventi della regione e la sua ignoranza nel supporto che alcuni suoi alleati danno ai terroristi sono alcune ragioni dietro l’espansione del terrorismo”.


Quindi cosa sta facendo la Francia nella regione per far arrabbiare in modo pressoché uguale Assad e i terroristi?


La Francia è stata uno degli stati che ha criticato in modo più aperto Assad e il suo regime per tutta la durata della guerra civile. Assad non fa praticamente distinzione tra i gruppi di ribelli e l’ISIS per cui un aiuto ai ribelli è come un aiuto all’ISIS. Lo sforzo militare della Francia nei confronti dell’ISIS è aumentato gradualmente nel corso degli ultimi 15 mesi. I francesi sono partiti da piccole sortite in Iraq fino a missioni aeree sopra la Siria e il dispiegamento di una portaerei nel golfo persico.


Domenica aerei francesi hanno bombardato in modo intenso Raqqa, la capitale de facto del Califfato. Il The Wall Street Journal ha confermato che nelle ultime ore gli Stati Uniti e la Francia hanno intensificato la loro cooperazione nel campo dell’intelligence: “Gli Stati Uniti stanno allargando la condivisione di documenti segreti con la Francia e si sono detti d’accordo con la velocizzazione della consegna di dettagli su eventuali obiettivi dello Stato Islamico in Siria e Iraq per facilitare gli attacchi francesi in risposta agli attentati.


La Francia aveva, tuttavia, iniziato ad attaccare via aerea ISIS dal settembre 2014. Questi attacchi sono stati i primi di sempre per la Francia in Medio Oriente e la seconda volta che gli aerei francesi sono stati schierati nell’area dopo l’aiuto dei transalpini allo sviluppo della no fly zone in Iraq prima dell’invasione del 2003 che la Francia non supportò.


Il primo attacco dei caccia francesi ha distrutto un deposito di armi e ucciso decine di militanti ISIS. La Francia ha iniziato anche un progetto di distribuzione di aiuti umanitari.


Hollande, però, aveva assicurato che la Francia sarebbe intervenuta solamente in Iraq. Da quel momento gli attacchi in Iraq sono stati circa 200. Tutti gli attacchi francesi partono dalla portaerei Charles de Gaulle, stazionata nel Golfo persico. Nella regione la Francia ha 21 caccia Ragale, 9 Super Etendard e alcuni Mirage. Gli USA da soli hanno lanciato circa 6400 attacchi.


Ora la Francia conduce missioni anche in territorio siriano, il primo ministro Manuel Valls ha dichiarato: “In Siria, dato che non abbiamo ancora trovato una soluzione politica, dato che non abbiamo distrutto questo gruppo terrorista, lo Stato Islamico, dato che non ci siamo liberati di Bashar al-Assad non troveremo una soluzione”. A ottobre i caccia francesi hanno colpito un centro d’addestramento per combattenti stranieri dove ci sarebbero dovuti essere anche cittadini francesi e una raffineria controllata da Daesh nella zona di Raqqa.


Un’altra cosa da notare è come nella dichiarazione di ISIS non ci sia un riferimento diretto alla SIria. Questa mancanza è probabilmente dovuta alla presenza di militari francesi in operazioni anti-ISIS anche al di fuori del Medio Oriente. La Francia ha 3000 uomini in Africa Occidentale, una zona di storica influenza francese. Truppe sono stazionate in Nigeria, Niger, Chad, Burkina Faso, Mali e Costa d’Avorio. In Mali i francesi combattono al-Qaeda ma in Nigeria Boko Haram, una organizzazione che ha dichiarato lealtà a Daesh.

La rabbia e la ragione

La prima reazione è certamente la desolazione, lo sgomento. 
Poi la rabbia. Profonda.

Colpire Parigi è certamente colpire tutti noi. 
Sono quindi normali anche le prime reazioni, chieste a furor di popolo. Anche venendo meno la capacità di ascoltare e osservare quella dignità profonda, quel senso di comune condivisione che non ha nulla di silenzioso né di arrendevole. Anzi che mostra una forza straordinaria. 
Quella dignità e compostezza che ha mostrato, ancora una volta, dopo il massacro di Charlie Hebdo, il popolo francese.

Un’azione così forte, eclatante, mostruosa, da più parti reclamava un’azione forte. 
E nessun governo, se guardiamo la situazione dal punto di vista di chi governa, poteva sottrarsi a dare al furore del popolo – quello europeo, più che quello francese – una risposta forte, immediata, travolgente.


È un conto che bisogna mettere nell’essere al governo di una nazione quando questa viene colpita con tanta barbarie. E tuttavia la barbarie non giustifica un’azione senza ragione.

Precisiamo. Esiste una responsabilità diretta, specifica, inequivocabile, che ha visto attori e ideatori delle stragi di Parigi nell’Isis e in Siria. Questo è un dato certo.
Ma altrettanto certo – se ci fermiamo a ragionare – è che non è pensabile che quegli ideatori non se l’aspettassero. 
Colpire la Francia, oggi, significa colpire uno dei paesi in cui l’Islam ha le forme forse più moderate e integrate. E significa colpire un paese che dell’integrazione e del rispetto reciproco ha fatto modello di Stato.


Ecco che colpire la Francia è colpire questo modello. È spingere l’Europa verso il baratro manicheo, verso la guerra ammantata di religione, verso un mondo fatto di blocchi contrapposti.
In questo senso il furore di popolo innescato dai terroristi è esattamente il migliore alleato di chi ha interesse e desidera come modello questo scenario. E di chi non accetta la pacifica convivenza, fatta necessariamente di non imposizione di un modello religioso e culturale e di democrazia.

In questo si, è uno scontro di culture. 
Ma proprio per questo la barbarie non può far dimenticare le conquiste di civilità di un Europa che queste barbarie le ha vissute e pagate col sangue dei suoi popoli sino a settant’anni fa, quando altre ideologie alimentavano una visione del mondo fatta di odio, razzismo, ed imposizione di un modello culturale unico e totalitario da imporre con la forza.


Le bombe che in questo momento aerei francesi, con il supporto dell’intelligence americana e logistica russa, stanno sganciando sulla Siria sono lo sfogo di tutti noi, di tutto l’occidente contro la barbarie.
È il “ricambiare con gli interessi di sangue e morte” quel gesto assurdo ed atroce vissuto per le strade di Parigi, che poi sono le nostre strade d’Europa.

Chi mai potrebbe condannarci? Chi mai potrebbe condannare quell’istinto e quella rabbia?

Eppure rivendichiamo il primato della ragione.

Ed a noi e a chi ci governa compete essere oltre la barbarie, proprio rivendicando le nostre conquiste ferite, e le conquiste di civiltà che vogliamo difendere e vendicare.


Colpire oggi la Siria non è colpire l’Isis.
Chi doveva e poteva da Raqqa è scappato.

Ma quelle bombe – per quanto le nostre ragioni ci assolvano – sono l’altra faccia della medaglia di quel terrorismo che ci ha inorriditi due giorni fa.

Sono la benzina che verrà usata per incendiare le nostre strade. Sono le immagini che gireranno per i paesi del mondo arabo degli inevitabili morti civili, donne e bambini usati come scudi umani nelle infrastrutture da colpire.

Quelle bombe occidentali saranno la prova – per qualcuno – della crociata occidentale contro cui combattere e contro cui fare nuovo proselitismo.


Dovremmo rifletterci quando la rivendicazione – fallace, banale, menzognera, apparente, ridicola, opportunistica – del prossimo attentato sarà “per vendicare le bombe di Raqqa”.


Sul muro c’era scritto col gesso
 viva la guerra
 chi lo ha scritto è già caduto.


Sono versi di Brecht. Ma forse questa volta sono meno veri di settant’anni fa.

Perché la sensazione è che quel “vogliamo la guerra” sia stato scritto da qualcuno che è ben al sicuro altrove. Che ha altri interessi, certamente più materiali di una religione, di cui evidentemente nemmeno conosce i precetti, ma di cui si riempie la bocca e riempie la testa di ragazzini manipolabili e plagiati che giocano ai guerriglieri. Nel deserto come nelle nostre città. Come fosse un videogioco della playstation in Belgio.


Ma la ragione – che non appartiene al sentimento del popolo e delle masse – deve (imperativo categorico in questa era sopravvivenziale) guidare le scelte di chi ha la responsabilità di governare.

Deve – per quanto difficile – ricordare tutte le volte, recenti e passate, in cui da azioni di rappresaglia sono sorte guerre che tuttora mietono vittime.

Dovremmo ricordare che dopo l’undici settembre c’è stato l’Afghanistan, e tutti i caduti in quella guerra. E di certo i talebani e Al Qaida non sono stati annientati.

Dovremmo ricordare le bombe in Libia e Iraq. E di certo quei paesi non sono in pace. Ed anzi, che proprio quelle guerre hanno generato nuovi conflitti, nuovi terrorismi e nuovi soggetti. Se possibile ancora più sofisticati nelle loro strategie di terrore ed odio.


Ed è per questo, anche per questo, che chi ha ruoli e responsabilità di governo, oggi più che in altri momenti deve stare nel mezzo tra quella rabbia, e quell’orgoglio cui ci richiamava Oriana Fallaci, bilanciati però almeno altrettanto da quella ragione, fondata sulla storia, che ci insegna anche dove porta dare solo sfogo alla rabbia.
Perchè il migliore alleato di un fondamentalismo è l’altrettanto fondamentalista smarrimento della ragione che non fa contenere la rabbia.

Continuava Brecht nella stessa poesia:


La guerra che verrà non è la prima. 
Prima ci sono state altre guerre.
 Alla fine dell’ultima c’erano vincitori e vinti.
 Fra i vinti la povera gente faceva la fame. 
Fra i vincitori faceva la fame la povera gente egualmente.
Al momento di marciare molti non sanno che alla loro testa marcia il nemico. 
La voce che li comanda è la voce del loro nemico.
 E chi parla del nemico è lui stesso il nemico.

Mostra “Dissoluzione Duomo”, il simbolo di Milano che scompare

Desideravo fermare tutte le cose belle che mi si presentavano davanti, e finalmente questo desiderio è stato soddisfatto” – citava Julia Margaret Cameron, nota fotografa inglese esponente del pittorialismo.

Pare che Giuseppe Di Piazza abbia la stessa attitudine al bello, con la sola differenza che anziché “fermare” le cose, le faccia “sparire”!

Nella sua personale fotografica “Dissoluzione Duomo“, esposta alla galleria Still (via Balilla, 36 Milano) conclusasi il 12 novembre, Di Piazza, come un moderno Houdini, fa letteralmente scomparire il simbolo di Milano: il Duomo.

Cosa ci sia dietro questo gesto, sta a chi l’arte la riceve scoprirlo, non è certo compito dell’autore, che invece lascia molte domande. Lo spettatore quindi, il lettore di queste immagini vede, attraverso una serie di scatti e di aperture progressive a mano libera, un’ondata di luce, un’apparizione che genera una sparizione. La storia di Milano che si sgretola per mano della natura, per opera della luce stessa.
Quanto in queste fotografie c’è di vero, quanto di morale e provocatorio?

Giuseppe Di Piazza racconta di aver avuto l’idea durante una soleggiata giornata meneghina, mentre era in motorino, un pomeriggio di primavera: “Straordinaria l’intensità e il colore di quella luce, voltandomi verso il Duomo, lo vidi inondato da un chiarore così bianco da farlo svanire“.

A. Dissoluzione-Duomo-totale

Dissoluzione Duomo – totale sequenza di scatti



Il Duomo, simbolo per eccellenza di Milano, è la prima cosa che cerchi quando ti alzi al mattino e l’ultima su cui lo sguardo si posa la sera. Si dice che il Duomo di Milano venga solo dopo San Pietro in Vaticano. Non riesco a capire come possa essere secondo a qualsiasi altra opera eseguita dalla mano dell’uomo”  – Mark Twain



Cos’è “Dissoluzione Duomo“? Il seme, il frutto, il fiore che rappresenta l’immensa storia del colosso milanese? Una Chiesa seconda solo a San Pietro in Vaticano, misteriosa quanto ambigua, di una magnificenza e bellezza che tutto il mondo invidia. O è forse l’amore che un siciliano trapiantato a Milano dimostra per la sua nuova casa? L’amore fotografico che imbandisce tutte le arti e porta a consacrare e sconsacrare, saccheggiare e donare, denunciare e conservare tutto quello che il nostro occhio vede?

Giuseppe Di Piazza, noto giornalista, scrittore e fotografo italiano, ci prende per il naso con questo giochetto irrisolto, forse una provocazione voluta – la dissoluzione del Duomo – blasfemia o premonizione?

A voi la risposta.

Oltre all’opera “Dissoluzione Duomo”, Giuseppe Di Piazza ha esposto 100 pezzi unici 20×30, istantanee ritoccate con pastelli ad olio, delle vedute meneghine da lui rivisitate.

Cosa sappiamo degli attentati di Parigi?

Proviamo a mettere insieme alcuni pezzi dopo dodici ore. 
Sappiamo con adeguata certezza che non si è trattato di un’azione isolata ad opera di pochi fanatici.

I gruppi di fuoco erano almeno tre. Uno concentrato nella zona dello Stadio, uno al teatro Bataclan e uno nel centro della città, per strada. 
Sappiamo che, in totale e al momento, i terroristi armati e con giubbotti esplosivi erano almeno otto.
 Sappiamo anche dalla simultaneità delle azioni che: si conoscevano, hanno avuto tempo e modo di coordinarsi e di progettare, programmare, effettuare sopralluoghi e studiare i tempi e modi e anche tempi e forme della reazione delle forze di sicurezza.

Sappiamo che per compiere questi veri e propri attacchi di guerriglia paramilitare sono servite ingenti risorse logistiche, organizzative, appoggi, risorse economiche.


Cosa sappiamo degli attentati di Parigi?


Mediamente per ogni gruppo di fuoco almeno altrettante sono state le persone coinvolte, tra logistica e copertura.

Hanno avuto bisogno di rifugi sicuri, di poterli cambiare spesso, di luoghi di incontro sicuri, di autoveicoli per i sopralluoghi, diversi da quelli materialmente usati per le azioni terroristiche. 
Sappiamo che sono riusciti a procurarsi illegalmente un vero e proprio arsenale per la costruzione dei giubbotti esplosivi, almeno otto kalasnikov e altrettante pistole ed un vero e proprio arsenale di munizioni.

Sappiamo quindi anche che è occorso molto tempo per organizzare e realizzare questa azione.

Gli esecutori materiali ma soprattutto chi ha fornito la copertura e la logistica è tuttaltro che un ragazzino invasato e fanatico delle periferie urbane. Ci vuole un enorme addestramento, preparazione, soprattutto per mantenere il sangue freddo in un’azione così grossa e coordinata.


Cosa sappiamo degli attentati di Parigi?


E in tutto questo senza farsi scoprire, intercettare, individuare per mesi.

Abbiamo però altri elementi su cui fare una riflessione. 
Pezzi da mettere insieme e tenere lì come fossero post-it su una lavagna per darci un quadro complessivo più ampio.


Abbiamo almeno altre due “prove generali” di azioni di quersto tipo: l’assalto a Charlie Hebdo del 7 gennaio e quello del 9 gennaio successivo quando un complice degli attentatori si è barricato in uno dei supermercati della catena kosher Hypercacher a Porte de Vincennes, prendendo alcuni ostaggi e uccidendo quattro persone.

Armi, attrezzature, organizzazione, logistica, tempistiche: sono pressoché identiche.
Anzi, in un’ottica più grande e altrettanto macabra quell’episodio può essere visto come una prova generale in grado di offrire elementi di analisi dei tempi e modi e forme di reazione della sicurezza francese in generale e parigina in particolare (sia su un attentato specifico sia su un’azione con ostaggi).


La data non è scelta a caso. 
È lo stesso giorno dell’anniversario (2001) in cui il presidente statunitense George W. Bush firma un ordine esecutivo che permette l’istituzione di tribunali militari contro qualsiasi straniero sospettato di avere connessioni con gli atti terroristici realizzati o progettati contro gli Stati Uniti. 
Non è un caso quindi che nella rivendicazione si parli esplicitamente di un 11 settembre francese.

Ed è anche il giorno prima della conferenza di Vienna sulla Siria.
 Elemento importante perchè da sempre la Francia (uno dei membri permanenti del consiglio di sicurezza dell’ONU con diritto di veto) ha una sua “politica autonoma” e spesso di mediazione tra i blocchi contrapposti Usa-Russia: una contrapposizione che ha spesso impedito un’azione univoca e coordinata contro l’ISIS.
 Il richiamo inoltre al “vostro 11 settembre” serve definitivamente al califfato per candidarsi ad essere l’erede unico e sostitutivo non solo di al-Qaeda, ma anche unificante di tutti i fronti terroristici legati al fanatismo islamista.


Non è stato un attacco del tutto imprevedibile.

Un attacco a un teatro-sala da concerto a Parigi con armi automatiche e cinture esplosive. Era questo l’incarico che avrebbe ricevuto un cittadino francese di 30 anni durante un suo soggiorno “militante” in Siria a maggio di quest’anno. La notizia, con pochi particolari di dettaglio e senza nomi e riferimenti dei protagonisti, era stata data il 18 settembre scorso dal sito franceinfo.fr.
 L’uomo, arrestato dalla polizia francese l’11 agosto scorso, sarebbe rientrato in Francia dopo essere stato ferito in combattimento. Il suo arresto sarebbe avvenuto per una “soffiata” fatta da una “jihadista spagnola” fermata anch’essa al rientro da un viaggio in Siria. 
Il che conferma almeno “da quanto tempo” un’azione del genere era in preparazione.

Tutto questo però conferma anche che è difficile che queste azioni vengano compiute da persone “straniere” inviate in occidente per la prima volta. 
Troppo difficile nasconderle, metterle in contatto tra loro senza destare sospetti o attenzione dei servizi di sicurezza, troppo complicato che si inseriscano nel tessuto logistico e malavitoso locale, che conoscano la lingua nella misura necessaria, nonchè starde, tempi, abitudini.


Almeno per compiere attacchi di questo genere.

E tutto questo riporta al fatto che chiudere le frontiere o attribuire responsabilità all’immigrazione di profughi e richiedenti asilo non ha alcuna attinenza con il contrasto ad azioni di questo tipo.

Difficile anche che i protagonisti candidati per questi attentati siano frequentatori assidui di moschee: di questi tempi verrebbero certamente intercettati, verrebbero notati, rischierebbero un commento sbagliato, di tradire un fanatismo ed un estremismo che potrebbe destare sospetti in correligiosi moderati (la stragrande maggioranza) che potrebbero allarmarsi e segnalarli.

Sappiamo anche, in maniera indiretta, che qualcosa di decisamente grande l’Isis lo stava preparando contro l’occidente. Qualcosa da “propagandare e diffondere” con la massima forza possibile.

Il 9 novembre era stato reso noto che il cyberCaliffato (il team hacker e comunicazione web dell’Isis) aveva hackerato oltre 54mila account twitter, nonchè reso noti i numeri di telefono personali e crittati dei capi di Cia, Fbi, Nsa.


Quest’ultima azione certamente di natura distrattiva, per far pensare ad un attacco “non in Europa” facendo calare quindi l’attenzione su una forma di collaborazione che avrebbe potuto evidenziare informazioni utili alla prevenzione o individuazione di indizi nei giorni immediatramente precedenti questa azione.

Sappiamo, infine, che un’azione di questo genere, per gli elementi sin qui descritti e messi insieme, è estremamente “raffinata” ed enormemente costosa.
 È un investimento enorme non solo di persone ma anche di risorse con una strategia che mostra una sofisticata conoscenza delle ripercussioni di medio termine nelle politiche e nelle economie europee e occidentali in generale.

E tutto questo non è immaginabile sia partorito dalla mente di qualche terrorista esaltato e di non elevata istruzione come quelli che conosciamo essere i teorici capi dell’ISIS in medioriente.
 Inoltre organizzare, pianificare, e soprattutto finanziare un’azione di questo genere è inimmaginabile venga fatto dal territorio siriano o iraqeno.

Un’operazione fatta “a borse chiuse” in cui si dovranno attendere non meno di trentasei ore prima di poter verificare le transazioni e chi ci ha potuto “materialmente guadagnare”, che però si confonderanno in un mare di altre transazioni del lunedì mattina, a livello globale, ed in cui le tracce saranno fatte sparire per tempo, con la medesima sofisticazione.


Se mettiamo insieme tutti questi elementi, senza farci trascinare nè dal populismo dell’opportunismo politico nè da tendenze complottiste planetarie, appaiono chiari almeno due elementi.

Il primo è che questo attacco mostra un livello di sofisticazione del terrore che apparantemente adotta la matrice e la bandiera del califfato come specchietto delle allodole (e cui il califfato presta uomini e simboli nell’interesse diretto di accreditarsi come nemico mondiale unico e solo), ma è chiaro che il livello è decisamente superiore e con una strategia molto più globale. 
Un modello di attacco terroristico che tende a voler dimostrare come ogni capitale europea e mondiale è in sé un possibile bersaglio di un attacco mirato e preparato e finanziato e studiato con mesi di anticipo. 
Il secondo è che le tracce per individuare la regia di queste azioni non passano direttamente in Siria e nel califfato, ma attraverso le transazioni (nomerose, sofisticate, diffuse) di chi gestisce le finaze (enormi) di queste attività. Che passano per le nostre banche, le nostre carte eletroniche spesso anonime e prepagate, che vengono ripulite nei centri di invio di denaro all’estero in centinaia di transazioni al di sotto dei 300 dollari. 
Una rete capace di avere numerosi sostenitori, prestanome, che acquistano cellulari, auto, affittano immobili, mettono a disposizione risorse e coperture logistiche.


Se l’Isis si candida ad essere il marchio – quasi il franchising – del terrore a livello globale, capace di lasciare per lungo tempo uno stato diffuso di terrore nelle popolazioni civili occidentali, è altrettanto chiaro che la guerra a questo soggetto oramai planetario non può che essere efficace solo se la struttura logistica e quindi innanzitutto finanziaria di tutto questo non verrà attaccata.

It smells like flowers

IT SMELLS LIKE FLOWERS

Look of the week

Chi ha detto che i fiori sbocciano solo in primavera? Per le più romantiche ecco arrivare una moda invernale colorata e fresca al profumo di bocciolo.

Tante le proposte in passerella per questo autunno-inverno 2015/16, a partire dalle rose di Dolce & Gabbana che ritroviamo su cappotti, bags, gonne; ma tocca anche alle sportive, Pokemaoke regala dettagli flowers sulle sneakers color cipria, per un ton sur ton impeccabile.

Ce n’è per tutti i gusti!


Sfoglia la gallery con le nostre proposte flowers:




Perché il tempo sembra scorrere in un’unica direzione? La risposta potrebbe arrivare dal mondo dei quanti

Rispetto a molti altri concetti della Fisica moderna, spesso difficili da afferrare perché completamente controintuitivi, l’idea che il tempo scorra in una direzione ben precisa – dal passato al futuro – sembra piuttosto ovvia. Dopotutto il modo in cui vediamo il tempo è direttamente collegato al principio di causa ed effetto: se colpiamo una palla da biliardo, questa inizierà a rotolare sul tappeto seguendo la direzione della forza che abbiamo impresso al colpo; se lanciamo un bicchiere di vetro sul pavimento, invece, l’impatto lo ridurrà probabilmente in frantumi. In entrambi i casi non ci capiterà mai di vedere i cocci ricomporsi, né di osservare una palla da biliardo prendere vita e muoversi nella nostra direzione senza che nessuno l’abbia colpita. Il fatto che gli effetti seguano sempre le cause è il fondamento su cui basiamo la nostra distinzione tra eventi passati e futuri, e si tratta di un concetto fondamentale che non può essere ridotto a nulla di più semplice.


Eppure la fisica ci insegna che nel mondo in cui viviamo non possiamo mai dare nulla per scontato, perché spesso il senso comune è solamente frutto di un difetto di percezione. Il fatto che il tempo scorra dal passato al futuro infatti è tutt’altro che ovvio, e la ragione è molto semplice: le leggi fisiche che descrivono i sistemi macroscopici, dominio della Relatività e della Meccanica Classica, sono completamente reversibili. Invertite le lancette del vostro orologio e due palle da biliardo in procinto di collidere torneranno esattamente al punto di partenza, la mela di Newton si ricongiungerà con il ramo cui era aggrappata fino a pochi istanti prima e il bicchiere frantumatosi sul pavimento tornerà ad adagiarsi nella vostra mano. Le equazioni che descrivono le leggi fisiche fondamentali sono simmetriche rispetto al tempo, non fanno alcuna distinzione tra passato e futuro.


Allora dove si origina l’irreversibilità che sperimentiamo nella vita di tutti i giorni? Perché il nostro bicchiere in frantumi non si ricompone mai? Perché siamo in grado di ricordare il passato, ma non il futuro? A livello macroscopico possiamo trovare la risposta alle nostre domande nella seconda legge della termodinamica, o legge di entropia, che è il principio secondo cui il grado di disordine di un sistema isolato aumenta con il tempo. Se un bicchiere finisce in frantumi la sua entropia aumenta, perché la struttura molecolare dell’oggetto, prima perfettamente ordinata e stabile, diventa disordinata. Allo stesso modo, se la palla da biliardo che abbiamo lanciato ne colpisce altre lungo il suo tragitto la configurazione del tavolo cambia, passando da uno stato più ordinato ad uno stato meno ordinato. Il concetto di entropia è intimamente legato alla direzione che caratterizza la freccia del tempo: se l’entropia non può mai diminuire, ma solo aumentare, allora l’Universo può evolvere in una sola direzione temporale, dal passato verso il futuro.


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Questo però non vale nel mondo microscopico descritto dalle equazioni della Meccanica Quantistica. L’universo dei quanti è una realtà nella quale non c’è modo di stabilire se il tempo abbia o meno una direzione precisa. Sebbene gli scienziati siano d’accordo nell’affermare che le leggi che governano i sistemi quantistici isolati sono simmetriche rispetto al tempo, sono anche ben consapevoli del fatto che l’osservazione di questi sistemi ne cambia lo stato e il cambiamento segue regole precise, che possono essere applicate solo assumendo che il tempo scorra in un’unica direzione. L’implicazione più diretta è che la teoria quantistica, almeno nella sua formulazione standard, è asimmetrica rispetto al tempo, mentre le sue leggi fondamentali non lo sono. Come risolvere questa dicotomia?


Di recente i fisici teorici alla Université Libre de Bruxelles hanno sviluppato una nuova formulazione della teoria quantistica completamente simmetrica, che stabilisce un legame tra l’asimmetria della teoria standard e il fatto che siamo in grado di ricordare il passato, ma non il futuro – un fenomeno già descritto da Stephen Hawking, che lo chiamò “freccia psicologica del tempo”. Lo studio, pubblicato tra le pagine della rivista Nature Physics, offre nuove intuizioni sui concetti di libera scelta e causalità, e suggerisce che la causalità, contrariamente al senso comune, non debba essere considerata come un principio fondamentale della fisica. Per estensione i risultati dello studio coinvolgono anche una delle pietre miliari della Meccanica Quantistica, il teorema di Wigner, che nella sua nuova formulazione apre nuovi spiragli alla ricerca di fenomeni fisici non predetti dal Modello Standard.


L’idea che le nostre scelte possano influenzare gli eventi futuri, ma non quelli passati, si riflette nelle regole della teoria quantistica standard con un principio che i teorici chiamano “di causalità”. Per comprendere più a fondo questo principio, nel nuovo studio gli autori si sono occupati di analizzare il reale significato del concetto di scelta nell’ambito della teoria quantistica. Durante lo studio di un sistema quantistico lo sperimentatore può scegliere quale tipo di misura effettuare sul sistema, ma non può in alcun modo stabilire arbitrariamente il risultato della misurazione. In base al principio di causalità, infatti, la scelta della misura può essere correlata al risultato solo dopo l’esperimento, mentre il risultato, al contrario, può essere fatto corrispondere ad altri risultati in entrambe le direzioni del tempo. Da questo punto di vista il principio di causalità può essere inteso come un vincolo alle informazioni disponibili su variabili diverse in momenti diversi. Tale vincolo non è simmetrico rispetto al tempo, in quanto a posteriori possiamo conoscere sia la scelta della misura che il suo risultato (mentre a priori, come già detto, possiamo conoscere solo la scelta della misura). Secondo lo studio questa asimmetria è implicita nella formulazione standard della teoria quantistica.


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“La teoria quantistica è stata formulata sulla base di asimmetrie che riflettono il nostro metodo sperimentale: siamo in grado di conoscere il passato, e siamo interessati a predire il futuro. Ma il concetto di probabilità è indipendente dal tempo, e da un punto di vista fisico ha perfettamente senso cercare di formulare la teoria in termini simmetrici” ha affermato Ognyan Oreshkov, autore principale dello studio.


A tal fine, gli autori propongono di adottare un nuovo concetto di misura che può dipendere sia da variabili passate, sia da variabili future. “Nell’approccio che proponiamo, le misurazioni non sono interpretate come “libere scelte ” operate dagli osservatori, ma descrivono semplicemente informazioni su possibili eventi in diverse regioni dello spazio-tempo” ha aggiunto Nicolas Cerf, co-autore dello studio e direttore del Quantum Information and Communication Cebtre alla ULB.


Nella formulazione simmetrica della teoria quantistica che segue da questo approccio, il principio di causalità e la freccia del tempo psicologica devono essere derivate da ciò che i fisici chiamano “condizioni al contorno”, ovvero parametri stabiliti dalla teoria che si usa per ricavare le previsioni, i cui valori sono in linea di principio arbitrari. Così, per esempio, nella nuova formulazione è possibile concepire che il principiò di causalità possa essere violato, almeno in alcune regioni dell’Universo. Questo cosa significa? Come ci aiuta a stabilire se la freccia del tempo abbia o meno una direzione precisa e inalterabile? Per il momento non possiamo trarre alcuna conclusione definitiva. Lo studio, tuttavia, ci aiuta a comprendere meglio i limiti insiti nell’interpretazione standard della Meccanica Quantistica, aprendo uno spiraglio su nuovi orizzonti. In particolare, possiamo studiare il rapporto tra la simmetria delle leggi fondamentali e l’irreversibilità dei fenomeni fisici sotto una nuova luce: così come accade nell’universo macroscopico, anche nella scala subatomica l’irreversibilità può nascere da leggi reversibili, definendo una freccia del tempo che va dal passato al futuro.


Per approfondire il ruolo dell’entropia nella determinazione della freccia del tempo segnaliamo questo video, che contiene una bellissima lezione tenuta dal premio Nobel Richard Feynman alla Cornell University nel 1965:

Cosa c’è di diverso nel nuovo scandalo del Vaticano

In Vaticano c’è un clima pesante in questo periodo. L’uscita di Via Crucis di Gianluigi Nuzzi e di Avarizia di Emiliano Fittipaldi ha scosso il regno di Papa Francesco. Monsignor Lucio Angel Vallejo Balda è ancora in prigione mentre la sua protetta Francesca Immacolata Chaouqui è stata scarcerata a causa della sua gravidanza. I due sono tuttora accusati di aver passato ai due giornalisti i documenti che sono alla base delle inchieste giornalistiche del giornalista di Libero, Nuzzi, e di quello di Repubblica, Fittipaldi.


Questo è il nuovo capitolo di Vatileaks, iniziato con le rivelazioni di Paolo Gabriele, il maggiordomo di Papa Benedetto XVI.
Lo scandalo originario aveva creato l’impressione di un vecchio Papa che aveva perso, o forse non aveva mai avuto, il polso della situazione in Vaticano. Un Papa a cui avevano rubato la sua corrispondenza da sotto il suo naso. Secondo molti questo fu uno dei principali motivi per cui Joseph Ratzinger decise di dimettersi dall’incarico con una decisione con pochissimi precedenti e che lasciò il mondo senza parole.


Questa volta la Santa sede ha deciso di reagire in modo più proattivo e ha arrestato le due fonti dello scandalo prima che i libri uscissero. L’arresto è sembrato anche segno di una aggressività ritrovata da parte del papato. Due comportamenti indicativi delle diverse personalità di Benedetto XVI e Francesco.


Monsignor Vallejo Balda è un membro spagnolo della Società sacerdotale della Santa Croce, un gruppo molto vicino all’associazione “conservatrice” dell’Opus Dei ed era il secondo in comando della Prefettura per gli affari economici. Il monsignore dell’Opus Dei era anche uno dei personaggi chiave della commissione composta da otto persone creata subito dopo la sua elezione da Francesco per mettere a posto le finanze vaticane. La commissione è chiamata COSEA o Commissione di studio sulle attività economiche e amministrative.
Francesca Immacolata Chaouqui, ora scarcerata, aveva lavorato anche lei alla COSEA anche se è sempre stata un personaggio fuori posto. Non aveva esperienze nel campo finanziario e, a giudicare dal suo profilo Facebook, aveva un’attitudine poco paludata per far parte di una commissione vaticana.


La Chaouqui era conosciuta per i suoi party pieni di uomini che contavano e alti prelati, come quello tenuto su di una terrazza vaticana durante la cerimonia per la canonizzazione di Papa Giovanni Paolo II. Party che stonavamo con la vocazione pauperistica di Francesco. Per motivi non chiari, anche se immaginabili, è stata licenziata ed è diventata una persona non grata in Vaticano. Con il suo licenziamento ne ha sofferto anche la reputazione di Monsignor Balda che pare l’avesse raccomandata che forse anche per questo è stato lasciato fuori dalla nuova commissione economica della Santa sede.


Secondo una intervista rilasciata a La Repubblica dalla Chaouqui non era un segreto che lui fosse molto dispiaciuto di essere stato lasciato fuori dalla commissione e che a causa di quella esclusione iniziò una guerra alle istituzioni che si risolse con il rilascio dei documenti. Ora rischia dai quattro agli otto anni nelle galere del Papa.


Avarizia, il libro di Fittipaldi è più generoso con la gola profonda del Vaticano e descrive l’incontro tra l’autore e il monsignore in un bel ristorante del centro di Roma in cui il prelato senza nome dice: “Devi scrivere un libro. Lo devi scrivere anche per Papa Francesco. Deve sapere. Deve sapere che l’ospedale del Bambin Gesù, creato per raccogliere soldi per i bambini malati, ha pagato parte dei lavori per l’appartamento del Cardinale Bertone. Deve sapere che il Vaticano possiede case a Roma che hanno un valore di 4 miliardi. In quelle case non ci sono i rifugiati, come vorrebbe il Papa, ma vip e persone con le giuste conoscenze che pagano affitti ridicolmente bassi”


Il Vaticano ha subito risposto al libro sostenendo che pubblicazioni di questo tipo non aiutano nessuno, tantomeno la chiarezza o la verità ma al contrario generano confusione. Bertone per conto suo ha precisato che non ha mai richiesto o suggerito che la fondazione del Bambin Gesù pagasse i lavori del suo appartamento. Il Vaticano ha tentato di far passare i due giornalisti come 2 avidi scribacchini in cerca di visibilità e poi ha proceduto a incriminarli.


Il primo libro di Gianluigi Nuzzi, Vaticano SPA era già il risultato della prima fuoriuscita di documenti dal Vaticano ed era dedicato allo IOR, l’Istituto per le opere di religione, la banca della Santa sede. I documenti erano stati dati a Nuzzi da un monsignore che lavorava ad alto livello nelle finanze vaticane e che voleva che i documenti fossero resi pubblici dopo la sua morte per mostrare come la banca fosse usata per nascondere i soldi delle mazzette o per evadere le tasse da personaggi influenti. Quel librò portò il vaticano a cambiare politica per quanto riguardava lo IOR e a impegnarsi per uscire dalla lista nera dei paradisi fiscali.
Nuzzi scrisse un libro anche sui documenti del maggiordomo di Benedetto XVI ma quei documenti erano più che altro informazioni sul clima di guerra sotterranea che governava la Curia e il risultato fu solamente un aumento della trasparenza in Vaticano.


Le rivelazioni di questi due libri, c’è da precisare, non coinvolgono o gettano particolari ombre su Jorge Bergoglio, i documenti che sono fuoriusciti sono per gran parte report e ricerche interne commissionate dal Papa stesso.
Entrambe i libri rivelano come l’Obolo di San Pietro, una contribuzione volontaria che le parrocchie danno ogni anno alla Santa sede, sia usata per le spese della Curia e per il mantenimento dello stile di vita principesco di alcuni cardinali. C’è chi allarga il proprio appartamento a spese di un vecchio prete malato suo vicino, chi vende sigarette e carburante approfittando della mancanza di tasse all’interno dello Stato del vaticano. Chi vende medicinali rubandoli dalle farmacie della Santa sede.


Questi libri sottolineano, comunque, che l’obiettivo per cui Jorge Bergoglio è stato eletto, cioè fare pulizia all’interno della Curia, non è ancora stato raggiunto. Nonostante questo i fatti potrebbero rafforzare la posizione di Francesco in questo momento di battaglie sulle riforme con la ribellione dei prelati più conservatori e ricordare a tutti che l’obiettivo primario del papato era un altro.

Chan-Hyo Bae scardina ogni convenzione sociale con “Sartor Resartus”

Si chiama Sartor Resartus la prima mostra del fotografo sud coreano Chan-Hyo Bae allestita al Visionarea Art Space di Roma e curata da Antonio Calbi, direttore del Teatro di Roma, critico e studioso delle arti sceniche. Un’esposizione, aperta al pubblico fino al 20 novembre, che si inserisce nel progetto voluto dall’artista Matteo Basilé  che è teso a valorizzare il luogo dell’Auditorium della Conciliazione nel rispetto della sua vocazione ma ampliandone le potenzialità espressive andando alla ricerca di quella umanità meno visibile.

 

Existing in Costum Rapunzel_ 230x180Cm_C-Print_2009

 

Con questo spirito nasce la mostra fotografica di Chan-Hyo Bae, incentrata sull’identità, un luogo i cui confini il più delle volte dobbiamo ancora addomesticare, senza prendersi troppo sul serio. L’artista e autore, immigrato a Londra, si traveste da donna con costumi d’epoca di un’aristocrazia del XIII/XIX secolo inglese scuotendo ad uno ad uno tutti i sacri templi: del potere, della razza, della nascita e della distinzione sociale. Il suo è un percorso a metà tra il sogno e la fiaba con un effetto dirompente e straniante: quando l’artista (uomo, orientale e contemporaneo) si traveste da icone (donne, occidentali e del secolo scorso) della monarchia inglese, di fatto scardina – tra il serio ed il faceto – i ruoli codificati delle convenzioni sociali, dell’identità di genere e della detenzione del potere cui siamo avvezzi.

 

Existing in Costume Anne Boleyn C-Print_230x180Cm_2012

 

La bellezza non domata diventa un patchwork di citazioni “rattoppate”, appunto come il fantastico sarto di Carlyle, che assegna il nome a questa mostra. Un lavoro estetico ed ironico che nasconde profondità e tematiche forti, sussurrate e nascoste dietro il trucco dei perfetti set che l’artista ricrea per i suoi scatti.

L’Amorino dormiente di Caravaggio al Kunsthistorisches Museum di Vienna

L’amore e Michelangelo Merisi detto il Caravaggio (1571−1610) forse non sono due elementi facilmente assimilabili soprattutto perché, del grande genio dell’arte barocca, si conosce bene la vita dissoluta e violenta.

La sua arte non ha bisogno di elogi, genialità allo stato puro, intensità, maestria tecnica, uso divino della luce, contrasti e sublimazioni, sacro e profano , insomma arte immensa.

Dei suoi capolavori fa parte un quadro forse non molto noto, si tratta dell’Amorino dormiente, un’opera dolcissima e intensa che, sebbene faccia parte della collezione della Galleria Palatina di Palazzo Pitti a Firenze, è ora in mostra a Vienna al Kunsthistorisches Museum.


La presenza dell’Amorino dormiente nel celebre museo di Vienna è un’occasione per scoprire retroscena dell’opera prima sconosciuti, l’opera è esposta insieme ad una serie di apparati documentari .

Inoltre l’allestimento permette di osservare il retro della tela con la firma e la data in cui Caravaggio dipinse la tela prima di evadere dal carcere di Malta per andare a Siracusa.

L’Amorino dormiente esposto a Vienna appartiene all’ultima produzione dell’artista ed è certo un’opera che oltre la dolcezza del sonno di un bambino evoca anche stanchezza, c’è insomma qualcosa di drammatico nella tela e non è solo il fondo nero a evocare la drammaticità, come in tante altre opere dell’artista.


L’Amorino dormiente di Caravaggio al Kunsthistorisches Museum di Vienna


Vi è qualcosa nell’espressione del viso del bambino che lo fa sembrare forse morto.

L’Amorino dormiente fu dipinto da Caravaggio a Malta nel 1607, un momento travagliato della sua esistenza, lo aveva realizzato per la famiglia fiorentina dell’Antella e infatti fu trasportato a Firenze.

A Malta ebbe come al solito problemi, entrò a far parte dei Cavalieri di Malta ma ebbe un furioso litigio con un cavaliere del rango superiore al suo e si venne a sapere che su di lui pendeva una condanna morte.


Per queste ragioni fu rinchiuso nel carcere di Sant’Angelo a La Valletta a Malta ma inspiegabilmente riuscì a evadere e a rifugiarsi a Siracusa.

Fu espulso dall’ordine dei Cavalieri di Malta con disonore: «Come membro fetido e putrido».

Il quadro l’Amorino dormiente appartiene a questo periodo trascorso a Malta e ne porta tutta l’intensa drammaticità.

Il quadro destò immediatamente ammirazione tanto da essere subito copiato e studiato.

Un’opera straordinaria, peccato solo che queste iniziative di esaltazione e studio di un’opera singola siano affidate ad altri musei europei quando dovremmo essere in grado in Italia di promuovere il nostro immenso patrimonio artistico.

Se vi trovate a Vienna però fate un salto al Kunsthistorisches Museum, l’Amorino dormiente è un’opera immensa.


Picture Gallery

Kunsthistorisches Museum Wien

1st Floor

Maria-Theresien-Platz, 1010 Wien

Dal 16 settembre 2015 al 1 dicembre 2015

http://www.khm.at

Grace Kelly: ghiaccio bollente

Nasceva oggi l’indimenticabile Grace Kelly: diva di Hollywood e attrice Premio Oscar, poi divenuta Principessa consorte di Monaco, sposando Ranieri III.

Un volto dai lineamenti perfetti e una classe unica, l’attrice è stata un’icona indiscussa degli anni Cinquanta.

Definita da Alfred Hitchcock “ghiaccio bollente”, sotto una patina apparentemente glaciale ribolliva in lei una sensualità torbida, che incantò il maestro del brivido, per il quale fu una musa.

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Grace Kelly nel 1955

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Foto di Clarence Sinclair Bull, 1956

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Grace Kelly nacque a Philadelfia il 12 novembre 1929

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Grace Kelly ritratta da Howell Conant a Montego Bay, Giamaica, 1955



Grace Patricia Kelly nacque a Philadelphia il 12 novembre 1929, in una ricchissima famiglia di origine irlandese e di fede cattolica. Il padre di Grace, John Brendan Kelly, era un uomo bello e carismatico, oltre ad essere un milionario: perfetta incarnazione del self-made man, aveva costruito un impero e agli occhi della figlia era un modello quasi insuperabile. La madre di Grace, Margaret Majer, era di origine tedesca: avvenente ed atletica, fu la prima donna a insegnare educazione fisica all’Università della Pennsylvania.

Vincitrice del Premio Oscar come migliore attrice per il film La ragazza di campagna, del 1955, inserita dall’American Film Institute al tredicesimo posto tra le più grandi star della storia del cinema, la carriera di Grace Kelly fu inizialmente osteggiata dalla sua famiglia. Dopo qualche esperienza come indossatrice, la bionda Grace ottenne il suo primo ruolo all’età di 22 anni, nel film 14ª ora (1951), e l’anno seguente fu co-protagonista con Gary Cooper nel film western Mezzogiorno di fuoco.

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Grace Kelly a Philadelphia poco prima delle sue nozze col Principe Ranieri di Monaco, celebrate nel 1956

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Grace Kelly in un abito disegnato per lei da Edith Head, foto di Philippe Halsman, 1955

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Come una dea greca, Grace Kelly in Edith Head

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Il volto perfetto della diva

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Icona dello stile anni Cinquanta, Grace Kelly è stata un’attrice premio Oscar

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La Principessa Grace al Principato di Monaco



Ma è nel 1953 che la splendida attrice ottiene la fama internazionale, grazie alla sua interpretazione in Mogambo. Un film drammatico ambientato nella giungla del Kenya che vede un inedito triangolo amoroso tra la Kelly, un’altra bellissima del cinema come Ava Gardner e il bel tenebroso Clark Gable. La pellicola valse a Grace Kelly una nomination all’Oscar come miglior attrice non protagonista. La sua algida bellezza incantò il maestro del brivido Alfred Hitchcock, che la volle come protagonista di tre film storici: Il delitto perfetto, del 1954, La finestra sul cortile, in cui fecero storia anche i magnifici costumi disegnati per Grace Kelly dal genio di Edith Head, e Caccia al ladro (1955). Sul set di quest’ultimo film, girato nel Principato di Monaco, la bella attrice conobbe il Principe Ranieri, suo futuro marito.

Nel 1956 l’attrice interpretò il ruolo di una principessa nel film Il cigno, quasi un presagio di quella che sarebbe stata di lì a poco la sua vita. Con la commedia musicale Alta società, sempre del 1956, la diva diede l’addio alle scene, prima di convolare a nozze con il Principe Ranieri III di Monaco. Prima di lui rumours indicano relazioni con numerosi colleghi, tra cui Clark Gable, Gary Cooper, Bing Crosby, Ray Milland, Burt Lancaster, William Holden e Jean-Pierre Aumont, e con lo stilista Oleg Cassini.

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La diva in uno scatto di Gene Lester, 1954

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In un abito azzurro disegnato da Edith Head per il film “Caccia al ladro”, del 1955

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Grace Kelly sul set di “Alta società”, 1956

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Ancora sul set di “Alta società”, diretto da Charles Walters

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Uno scatto del 1956

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Grace Kelly nacque in una famiglia cattolica di origine irlandese



Il matrimonio con il Principe Ranieri non fu solo il felice epilogo di una storia da favola. Reduce da una relazione con l’attrice francese Gisèle Pascal, che secondo una visita medica non avrebbe potuto dargli un erede, il principe Ranieri valutò la scelta della splendida Grace come sua consorte anche per ragioni di natura politica. In assenza di un erede, infatti, il Principato di Monaco sarebbe passato alla Francia. La presenza di Grace Kelly al fianco di Ranieri si rivelò quindi strategica sia per la possibilità dell’attrice di avere figli che per lo charme che ella seppe conferire a Monte Carlo, trasformandolo in un luogo d’élite ambito dalle celebrities.

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Una foto promozionale per il film “Caccia al ladro”, 1955

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La principessa ritratta nella sua Monte Carlo

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Grace Kelly sul set de “La finestra sul cortile” (Paramount, 1954), foto di Bud Fraker

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La celebre gonna a ruota disegnata da Edith Head per il film “La finestra sul cortile”

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Grace Kelly e sua madre in uno scatto degli anni Cinquanta

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Un bellissimo primo piano della diva, definita da Alfred Hitchcock “ghiaccio bollente”

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Con i costumi creati da Edith Head sul set di “Caccia al ladro” di Hitchcock, 1955



Dal matrimonio tra Grace e Ranieri, celebrato nel 1956, nacquero tre figli: la Principessa Carolina Luisa Margherita, nata nel 1957, il principe Alberto Alessandro Luigi Pietro, Marchese di Baux, nato nel 1958, e la principessa Stefania Maria Elisabetta, nata nel 1965. Un animo nobile e modi gentili, grandi opere di beneficenza e una generosità senza precedenti resero Grace Kelly la principessa ideale. La sua prematura scomparsa, avvenuta il 14 settembre 1982, a seguito di un incidente stradale, lasciò un vuoto enorme tra gli abitanti del Principato. Un breve tragitto in macchina con la figlia Stefania, la principessa Grace che perde il controllo della vettura: in pochi istanti si consumò una tragedia. Se la figlia Stefania se la cavò con qualche escoriazione e qualche frattura, la principessa non riprese mai più conoscenza. Moriva così, ad appena 52 anni, una delle più grandi attrici della storia del cinema ed una delle donne più belle di tutti i tempi, il cui charme e la cui bellezza rimarranno sempre indimenticabili.


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De Luca: di porcilaia in porcilaia

“Un grido dolore che si è diffuso per le valli dell’appennino di porcilaia in porcilaia.”


Sono parole di De Luca, governatore della Campania. Riferite alle critiche ricevute da Miguel Gotor. Sfida Crozza dando il peggio di sé. Già Gotor non lo conosce (dice). Strano. Quando De Luca sosteneva Bersani contro Renzi Gotor non era proprio l’ultimo degli sconosciuti. Ma si sa. Al cambiare delle posizioni politiche la memoria fa brutti scherzi. O sarà anche colpa dell’età del “giovane renziano rottamatore” governatore della Campania.


La notizia titolava più o meno così “Scandalo in Regione Campania” dove sette persone, fra cui De Luca, risultano indagate per i reati di corruzione e rivelazione di segreto. Indagati con lui anche un giudice del Tribunale di Napoli, Anna Scognamiglio (la stessa che ha firmato il 22 luglio la sentenza di sospensione della sospensiva della Severino per il governatore), Carmelo Mastursi, ex capo della segreteria di De Luca che lunedì si è dimesso dal suo ruolo, un avvocato e un manager della sanità pubblica, Guglielmo Manna (marito della Scognamiglio).


Il fatto. 
Secondo l’indagine tutto parte dalla condanna dei giudici a De Luca per abuso d’ufficio, che doveva essere sospeso per la Severino: allora a discutere la causa e depositare la decisione c’era il giudice relatore Scognamiglio. A quel punto, da un’altra inchiesta, viene intercettato un manager della sanità pubblica e marito della giudice, Manna, che telefona ad un avvocato avellinese per chiedere di contattare il capo della segreteria di De Luca Mastursi, storico collaboratore del governatore. Telefonate in cui Manna propone uno scambio: una nomina nella sanità pubblica in cambio dell’esito sulla sospensione di De Luca rivelato in anteprima.


Parafrasando De Luca questa ordinanza è “Un grido dolore che si è diffuso per le valli della Campania, di porcilaia in porcilaia.”


Dita Von Teese per MAC

Pelle diafana e labbra rosso scarlatto su onde d’ebano: la bellezza incarnata da Dita Von Teese, diva del burlesque e icona, ha stregato MAC Cosmetics.

A distanza di dieci anni dalla prima collaborazione tra la pin up contemporanea e il brand della cosmesi, ecco arrivare un nuovo rossetto firmato Dita Von Teese. Nella tonalità di un seducente rosso, il nuovo rossetto si preannuncia già come un pezzo da collezione: il nome serigrafato della diva del burlesque spicca sull’astuccio nero dello stick, conferendo al rossetto uno charme senza tempo.

Dita Von Teese aveva già collaborato con MAC per la campagna MAC Viva Glam, oltre dieci anni fa. Curve mozzafiato, sensualità da vendere e classe innata hanno reso Dita Von Teese una diva amata dai nostalgici della bellezza anni Cinquanta ma non solo: dopo aver sdoganato il burlesque come arte moderna, la bella pin-up è diventata una vera e propria icona di stile per le sue mise sempre studiate fin nei minimi dettagli.

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Entusiasta della nuova collaborazione James Gager, Direttore Creativo di MAC Cosmetics: «Dita incarna femminilità, bellezza e sensualità.» Perfetto connubio tra sensualità prorompente e charme, la nuova testimonial MAC non smette di affascinare. Il rossetto che porta il suo nome è perfetto per sedurre.

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Al Palazzo Reale “My Mommy Is Beautiful”, l’opera collettiva di Yoko Ono

Ultimi giorni per visitare La Grande Madre, la mostra a cura di Massimiliano Gioni – ideata e prodotta dalla Fondazione Nicola Trussardi – che rimane aperta al pubblico fino a domenica 15 novembre 2015 nelle sale al piano nobile di Palazzo Reale. E in quest’ultima settimana di apertura, la mostra si è arricchita di una nuova opera: l’installazione My Mommy Is Beautiful di Yoko Ono.  Realizzata per la prima volta dall’artista nel 2004 per la Biennale di Liverpool e inclusa fino a ora all’interno della mostra milanese soltanto come progetto digitale, lanciato lo scorso 10 maggio in occasione della Festa della Mamma.

 

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La celebre artista invita tutti gli spettatori a partecipare a questa sua opera collettiva chiamando i visitatori a raccontare e condividere gli affetti familiari, i legami più speciali e i racconti più personali su un grande muro bianco collocato all’ingresso della mostra a Palazzo Reale, dove sarà possibile lasciare la propria testimonianza, raccontare i propri ricordi, condividere immagini e ritratti della propria madre, creando in questo modo un monumento spontaneo e popolare dedicato alla figura della mamma.

A Tale of Costumes allo Spazio Etoile Louis Vuitton di Roma

“Il cinema è già magia di per sé stesso: l’immagine che si muove su uno schermo è un fatto che mai finirà di stupire. Il costume, il trucco, la parrucca altro non servono che a rendere più credibile l’immagine che stiamo guardando e a dargli un’impressione di verità storica e attuale, ma rimane sempre un sogno”.

Dino Trappetti, oggi alla guida della Sartoria Tirelli.


A Tale of Costumes allo Spazio Etoile Louis Vuitton di Roma


Recarsi alla Maison Louis Vuitton Roma Etoile è sempre un’esperienza interessante perché tra magnifiche borse e scarpe stupende non si sa veramente dove posare gli occhi.

Solo nella giornata del 10 novembre sono stati esposti per un evento unico, speciale ed esclusivo i magnifici vestiti provenienti dalla mitica sartoria Tirelli di Roma.


A Tale of Costumes allo Spazio Etoile Louis Vuitton di Roma


In esclusiva direttamente dalla sartoria Tirelli: l’abito indossato da Romy Schneider in Ludwig (regia di Luchino Visconti) nel ruolo dell’Imperatrice Elisabetta d’Austria, creato dal maestro Piero Tosi; l’abito indossato da Holliday Grainger in I Borgia (regia di N. Jordan) nel ruolo di Lucrezia, creato da Gabriella Pescucci; l’abito di Valeria Golino in Amata Immortale (regia di B. Rose) nel ruolo di Giulietta Guicciardi, creato da Maurizio Millenotti; l’abito indossato da Paloma Faith in Youth, La Giovinezza (regia di Paolo Sorrentino) nel ruolo di se stessa, creato da Carlo Poggioli; l’abito indossato da Margerita Buy in Magnifica Presenza (regia di Ferzan Özpetek) nel ruolo di Lea Marni, creato da Alessandro Lai; l’abito indossato da Salma Hayek in Il racconto dei racconti (regia di Matteo Garrone) nel ruolo della regina di Selvaoscura, creato da Massimo Cantini Parrini.


A Tale of Costumes allo Spazio Etoile Louis Vuitton di Roma


Aperta a gennaio 2012, la Maison Louis Vuitton Roma Etoile in Piazza San Lorenzo in Lucina riprende il nome di uno degli spazi più cari ai romani: l’emblematica sala cinematografica Etoile.

Con un occhio di riguardo al prestigioso passato del luogo, che fu la prima sala cinematografica della città, Louis Vuitton lo ha riportato in vita realizzando un negozio unico al mondo.

Circondato dalle più belle creazioni della Maison, un piccolo cinema di 19 poltronissime offre ai visitatori la possibilità di assistere a proiezioni di cortometraggi d’autore su grande schermo, con una programmazione periodica, varia e selezionata intorno a tematiche ben precise.

Un omaggio alla capitale del cinema e alle leggende che Roma, la Hollywood sul Tevere, ha saputo creare nel tempo.


A Tale of Costumes allo Spazio Etoile Louis Vuitton di Roma


Il programma ha preso il via con un filmato dedicato alla storia e all’artigianato unico al mondo della Sartoria Tirelli, realizzato con la regia di Leonardo d’Agostini, e prosegue con immagini e interviste tratte da documentari, come come Handmade Cinema (2012) scritto da Laura Delli Colli e Guido Torlonia che ne è anche regista e prodotto da Luchino Visconti di Modrone, L’Abito e il volto (2008) e Piero Tosi, 1690 l’inizio di un secolo (2013) entrambi realizzati da Francesco Costabile e prodotti dal Centro Sperimentale di Cinematografia.

Testimonianze, immagini e sequenze, anche di backstage, sono tratte dai film Magnifica Presenza (Ferzan Özpetek – 2012), Reality (Matteo Garrone – 2012), Il Racconto dei racconti (Matteo Garrone – 2015) e Youth – La Giovinezza (Paolo Sorrentino – 2015).


A Tale of Costumes allo Spazio Etoile Louis Vuitton di Roma


Alessandro Lai; l’abito indossato da Salma Hayek in Il racconto dei racconti (regia di Matteo Garrone) nel ruolo della regina di Selvaoscura, creato da Massimo Cantini Parrini.

Veri artisti, i costumisti che Louis Vuitton celebra con questa programmazione, sono ormai considerati eccellenze uniche al mondo, come, del resto, la Sartoria Tirelli nata nel 1964 e ancora oggi indispensabile punto di riferimento per i più grandi talenti nella creazione di film indimenticabili.


Maison Louis Vuitton Roma Etoile

Piazza San Lorenzo in Lucina, 41

Dal 10 Novembre 2015 al 31 Marzo 2016

J.J Abrams parla di Star Wars Il risveglio della forza e ci svela qualche segreto

J.J. Abrams ha concesso una interessantissima intervista a Wired in cui parla di Star Wars Il risveglio della forza e finisce per svelarci qualche segreto sul nuovo film che sta facendo perdere il sonno a milioni di fan in giro per il mondo.


Wired: Come ti senti? Sembra ieri che venivi annunciato come regista di Episodio VII.


J.J. Abrams: Bene! Non è folle? Non vedo l’ora che le persone vedano il film. Stiamo cuocendo questa torta da molto tempo e ora è il momento di servirla.


Quanto de Il risveglio della forza è funzionale a richiamare le persone verso il franchise Star Wars e quanto all’idea di cominciare qualcosa di completamente nuovo? Come hai trovato un equilibrio tra queste due necessità?


Volevamo raccontare una storia che avesse al suo interno un inizio, una metà e una fine ma allo stesso tempo, come in Una nuova speranza, implicasse una storia precedente e suggerisse una storia futura. Quando uscì per la prima volta Star Wars era un film che permetteva, allo stesso tempo, agli spettatori di capire una nuova storia ma anche di immaginare ogni sorta di eccitante futuro. In quel primo film Luke non era per forza il figlio di Vader, non era per forza il fratello di Leia ma era tutto possibile. Il risveglio della forza ha questo incredibile vantaggio, la storia originale non è nota solo a pochi fan ma a un sacco di gente. Abbiamo potuto usare ciò che è successo nel passato in modo organico perché non avevamo la necessità di far ripartire nulla. Non abbiamo dovuto inventarci una storia delle origini che avesse un senso, c’é già. I nuovi personaggi, i veri protagonisti di Episodio VII, si trovano in situazioni nuove. In questo modo anche se non sai nulla di Star Wars riesci subito a capirli. Se sei un fan di Star Wars aggiungerai significato a quello che sta accadendo loro.


Hai scritto la sceneggiatura con Lawrence Kasdan che è stato co-sceneggiatore de L’Impero colpisce ancora e Il ritorno dello Jedi. Ha detto recentemente che le sue esperienze di vita e il periodo di tempo trascorso non lavorando a Star Wars lo hanno reso pronto a lavorare a questo film. Ci sono momenti della tua vita o del tuo lavoro da cui hai tratto ispirazione?


Lavorare con Larry è una delle migliori tra le incredibili esperienze che mi sono capitate lavorando a questo progetto. Tutti usiamo le nostre esperienze da un progetto all’altro ma in questo caso non ho guardato molto al mio passato. Più che altro ho usato le mie esperienze passate come ammonimenti, cose che non volevo fare di nuovo. Per esempio non volevo iniziare un film quando non “possedevo” completamente la sceneggiatura. Penso di averlo fatto un paio di volte nella mia carriera. Non voglio dire di non essere orgoglioso del mio lavoro ma mi ricordo di aver iniziato a girare Super 8 e Star Trek Into Darkness e sentire di non aver risolto dei nodi fondamentali dell’intreccio.


La collaborazione per me è stata una educazione in sceneggiatura, in sceneggiare con chiarezza, con efficienza e brevità saggia. E’ stato come fare un master esteso. Dato che è anche un regista sapeva cosa stavo attraversando nelle fasi preparatorie e di produzione e ha dato spazio alle mie necessità. Alcune volte queste necessità erano pratiche, altre volte erano necessità creative o sensazioni ma è sempre stato lì per aiutarmi in questo processo allo stesso modo in cui lo sarei stato io se lui fosse stato il regista. Abbiamo sempre cercato di mandare le cose avanti nel modo giusto, di fare questo film nel modo giusto. Non posso dire abbastanza di lui.


Così ho cercato di non dimenticare gli errori che ho fatto ma ho cercato di concentrarmi anche su quello che mi dà ispirazione nel cinema. Mi sono fatto domando come: “Come possiamo rendere questo film delizioso?” Questo è l’unico requisito che io e Larry ci siamo imposti l’un l’altro. Il film doveva essere delizioso. Non doveva essere didascalico, non doveva introdurre un certo numero di giochi per una azienda, non doveva cercare di piacere a nessuno in particolare ma doveva essere un film su cosa ci delizia.


Beh, si vede nei trailer. Mi ricordo di essermi svegliato il giorno dell’uscita del primo trailer con mia moglie che mi metteva il suo iPhone in faccia. Ho sentito la musica e mi sono svegliato di colpo, ho sentito l’eccitazione.


Questo è stupendo. Quello di cui sono eccitato è che il film dà le stesse sensazioni dei teasers e non che i film siano una cosa e i teasers un’altra.


Una cosa che so di te è che ami il mistero. Ami sorprendere il pubblico. Come ti sei sentito riguardo quei teasers, riguardo rivelare parti del film, parlarne e fare marketing piuttosto che lasciare che la storia si rivelasse secondo i tuoi termini?


Devo dare merito, francamente in modo sorprendente, alle persone incredibili alla Disney, specialmente a Alan Horn [ capo dei Walt Disney Studios] e a Bob Iger [CEO della Disney]. Bob è stato incredibilmente collaborativo e mi ha supportato durante tutto il processo. Quando si è trattato di marketing mi aspettavo la Disney volesse mettere fuori una sovrabbondanza di materiale ma sono stati incredibilmente riluttanti nel farlo. Vogliono che questa cosa sia una vera e propria esperienza per chi va a vedere il film e gli sono grato per questo.


C’è il lato positivo dello stare tranquilli, puoi proteggere il pubblico da spoiler o certi momenti che in un qualche modo rendono l’esperienza meno eccitante.In un altro senso puoi essere visto come timido o paranoico e questo non è mai stato il mio intento. Dato che Lucasfilm è sempre stata così coinvolta con i fan e così aperta riguardo quelli che sono i suoi progetti sarebbe stato strano non mostrare nulla fino al momento in cui il film sarebbe uscito. Ho spinto personalmente per avere il teaser un anno prima dell’uscita perché mi è sembrato che come fan di Star Wars se avessi visto anche la più piccola cosa sarei stato follemente curioso per un anno. Perché no? Così l’ho fatto.


Ma non voglio distruggere troppe illusioni. Stiamo camminando sul filo del rasoio, Se cadi da una parte non va bene perché mostri troppo se cadi dall’altra non va bene perché non mostriamo nulla e facciamo la figura degli stronzi arroganti.


Lo senti dentro? Qual’é l’equilibrio?


Devi solo chiederti ad ogni occasione, ogni convention, ogni opportunità, ogni promozione cosa sia giusto. Con questo film ci sono più articoli di merchandising rispetto a quanto sia abituato. Ci sono così tante cose e tutte sono un piccola finestra nella storia. Non riguarda solo che pezzo usi per un talk show ma anche cosa dice un personaggio giocattolo in una particolare line di action figures confrontato con quello che dice un altro giocattolo. Abbiamo voluto tenerci abbottonati in modo da preservare l’esperienza dello spettatore.


Puoi vedere come l’universo diventa così grande così in fretta: prima giochi e videogiochi poi Episodio VIII e IX con i registi Rian Johnson e Colin Trevorrow. So che VIII è un film di Rian ma sicuramente avrai aperto delle parentesi che dovranno essere chiuse in Episodio VII. Sai come verranno chiuse queste parentesi? Sono già state risolte queste questioni?


La sceneggiatura per VIII è scritta. Sono sicuro che ci saranno una infinità di riscritture come sempre ma quello che abbiamo fatto io e Larry è creare una serie di relazioni, domande e conflitti e sappiamo dove certe cose sono dirette. Abbiamo avuto incontri con Rian e Ram Bergman, il produttore di VIII. Loro guardavano le riprese giornaliere quando stavamo girando il film. Volevamo che fossero parte del processo in modo che la transizione verso il loro film fosse la più liscia possibile. Ho mostrato a Rian il primo montaggio del film perché sapevo che stava riscrivendo e cominciando la pre produzione. Come produttore esecutivo di VII ho la necessità che quel film sia molto buono. Conservare informazioni non serve a nessuno, tantomeno ai fan. Per questo siamo stati il più trasparenti possibili.


Rian ha chiesto una paio di cose qui e lì che gli servivano per la sua storia; è un grande regista e uno scrittore solido. La storia che ha raccontato ha preso da quello che abbiamo fatto io e Larry ed è proseguita nella direzione che ha pensato fosse migliore ma quella direzione è bene o male quella che avremmo preso noi. Hai ragione, comunque, questo sarà il suo film e lo farà nel modo in cui pensa di doverlo fare. Non chiede e non ha bisogno di farlo il mio aiuto o la mia supervisione.


Quando guardi alla trilogia originale ci sono certe scene che ti sono piaciute in particolar modo?


Sarebbe un chiacchierata meno lunga se parlassi delle scene che non mi sono piaciute in un modo particolare. Come fan di Star Wars guardo a quei film con rispetto e amore. Lavorare al risveglio della forza ha dovuto, però, farceli considerare in un modo leggermente diverso. Per esempio è facile amare la scena di Luke, sono tuo padre ma quando pensi a come dove e quando quella scena arriva penso che neppure Star Wars avrebbe potuto permettersela nel primo film, Episodio IV. Voglio dire: E’ stato un momento potentissimo, un classico istantaneo nella storia del cinema ma è stato possibile solamente perché stava alla spalle dei film che sono venuti prima. Ci sono voluti un paio di anni per permettere all’idea di Darth Vader di farsi largo, di farlo emergere come uno dei più grandi cattivi della storia del cinema. Il tempo ha aumentato le aspettative sullo scontro tra Vader e Luke. Se sono tuo padre fosse stato detto nel primo film non credo avrebbe avuto la stessa risonanza. Non so neppure se avrebbe funzionato.


Stiamo facendo il primo di una nuova trilogia e non capita molto spesso che tu possa lavorare su qualcosa che tu sai avere un continuum, dove sai che alla fine sei la settima parte di nove, almeno. E’ un modo molto interessante di approcciarsi alla storia, è grande! ti toglie responsabilità. E’ uno dei doni della trilogia originale. Quando guardi il film per la prima volta non sai esattamente cosa stia cercando di fare l’Impero. Sai che vogliono governare con la paura e sai che vogliono prendere il potere ma non cosci i loro piani. Non sai fino in fondo cosa sarà per Luke diventare uno Jedi, lasciamo perdere chi sia suo padre. Non sai bene cosa siano le guerre dei cloni. Tutte questi elementi sono solo abbozzati in Una nuova speranza. Nel 1977 tutte queste cose non erano chiare a nessuno e forse nemmeno a George Lucas.


Non posso dire abbastanza su quanto George sia stato in grado di creare con il primo film, lasciamo perdere quelli successivi. Lasciate perdere quando stupendi fossero da guardare, lasciate perdere la tecnologia, lasciate perdere la comicità, il cuore o il romanticismo, l’avventura, tutti i momenti che hanno fatto in modo lo amassimo. Pensate a quanto è riuscito a creare, a quante domande ha posto, quelle giuste, l’essere riuscito a creare un mondo che dà l’idea di andare ben al di là di quello che vediamo e sentiamo. Questa per me è la cosa più grande riguardo a Star Wars. Molto della creazione di questo film è stato creare elementi che vanno al di là di quello che si vede tanto quanto creare una storia che fosse soddisfacente di per sé. Non poteva solo essere un film in cui si facevano domande ma non si davano risposte.


Ma con un universo così grande devi pensare a dei limiti o no? Sicuramente hai beneficiato di un budget sano e dall’avere un mondo molto grande da inventare. Ci sono state particolari limitazioni che hai voluto mettere nel processo o nella storia, qualcosa che ti ha aiutato a concentrarti sui tuoi obiettivi?


Mi sento più felice quando ho dei limiti. Con Lost quando il direttore della ABC Lloyd Braun mi ha chiamato e mi ha chiesto di inventarmi uno show su delle persone che erano sopravvissute a un incidente aereo mi ricordo che ho pensato: “Bene, mi inventerò questo show” e l’ho fatto molto velocemente. Quello che era bello era che mi aveva dato un compito preciso così quando l’ho chiamato e gli ho raccontato la mia idea era molto più strana di quanto si aspettassero. Sono stati i limiti a fare da terra fertile per quell’idea strana. Lui pensava a una serie su dei sopravvissuti. La stranezza all’interno di dei limiti. Se non ci fossero stati limiti e mi avesse chiamato chiedendomi di inventarmi uno show strano avrei pensato: “Non so! Cosa vuole che faccia?”.


Star Wars è così senza limiti in termini di mondo, personaggi e conflitti. Quando abbiamo iniziato a lavorare al film Larry e io abbiamo iniziato a fare una lista delle cose che ci interessavano, le cose che avremmo voluto vedere, quelle che pensavamo fossero importanti. C’era un vero problema nel fare questo film: tutti i dettagli che fosse il design di un costume o la musica o la scenografia doveva essere accolta come parte di Star Wars. Stavamo ereditando Star Wars! Non è una cosa che puoi fare con leggerezza, bisogna davvero capire le scelte di design, ogni cosa è importante. Allo stesso tempo è solo Star Wars cioè qualcosa non sarebbe stato automaticamente interessante solo perché è nella galassia.


Per esempio quando eravamo sul set e stavamo girando una scena era sempre fantastico per me vedere Harrison Ford vestito da Han Solo oppure ecco arrivare un tizio, uno stormtrooper e lui assomiglia esattamente a uno stormtrooper. Ricordate la sensazione del cattivo che esce dalla sua navicella? O il suono di un TIE Fighter che passa vicino a te? Abbiamo visto tutti dei TIE Fighter passare a fianco a noi per 40 anni, cosa lo rende interessante? Il punto è: le scene non saranno buone solo perché certe cose o personaggi saranno presenti anche se di certo è una manna per gli occhi.


Abbiamo cercato di guardare a questa cosa da dentro. Cosa rende questa storia viva? Cosa la rende romantica o piacevole o sorprendente o struggente o istericamente divertente? Abbiamo semplicemente approcciato questa narrativa dal punto di vista che questa storia parla di un ragazzo e di una ragazza non lo abbiamo fatto con l’idea di poter fare tutto quello che volessimo.


Ho amato l’aneddoto comparso sul The New Yorker nel profilo di Joni Ive riguardo voi due che facevate una riunione sul design della strana spada laser di Kylo Ren. I piccoli dettagli come quello o il braccio rosso di C-3P0 o la parabola ora rettangolare del Falcon rendono noi fan pazzi nell’attesa di sapere cosa e successo a Jedi e Forza. Come hai lavorato con il team di design; come hai affrontato la creazione di questi design?


Tutto è iniziato all’inizio quando lavoravamo con Michael Arndt, il primo sceneggiatore. Mentre io e Michael stavamo collaborando ho invitato il designer di produzione Rick Carter nel processo. Esattamente come sarebbe impossibile separare la colonna sonora di John Williams da Star Wars era impossibile separare Ralph McQuarrie e il suo team di design dal progetto per quanto avevano fatto con Una nuova speranza. Il mio intuito mi diceva che prima Rick avesse fatto parte del team meglio sarebbe stato. E’ un incredibile sognatore, la sua mente esplora mondi meravigliosi e sogna cosa che nessuno riesce a immaginare. Molto velocemente divenne un incredibile vantaggio avere Rick avere a che fare con i designer e gli artisti, preparare i modelli a seconda delle nostre riunioni. Quasi da subito il design ha iniziato a fare parte delle idee su cui stavamo lavorando. Momenti come il braccio di C-3P0 arrivano dalla volontà di marcare il tempo.
Quasi come…


Siano emersi fatti sconosciuti


Esattamente. Sai il momento in cui ritrovi qualcuno dopo anni di lontananza? Vedi i lineamenti dei loro visi e pensi: Hanno vissuto 10 anni! O come quando vedi qualcuno che ha una cicatrice che non aveva, fisica o emotiva, la riconosci. Ti fa capire che non sono passati due minuti. Era importante che Han Solo fosse Han Solo ma non che recitasse come un trentenne. Quando hai 70 anni avrai una serie di esperienze diverse che deve risaltare in quello che sei. Harrison ha dovuto portare un livello di complessità che un Han di trent’anni non avrebbe avuto.


Poi c’erano cose come la parabola del radar del Falcon che era stata chiaramente strappata in Jedi, così ne serviva una nuova ma parte della decisione è stata presa da fan. C’era una parte di me che voleva sapere che questo era il Falcon di questo periodo. Ora so che quando vedo il Falcon con la parabola rettangolare siamo al momento dopo cui aveva cambiato proprietario. Ci ha aiutato a marcare il tempo.


Quindi: John Williams!


Oh mio dio! Prima di tutto dimenticate il suo talento e i suoi successi, come persona è quel tipo che volete conoscere più di qualsiasi altro. è l’anima più dolce che abbia mai incontrato. Lui è come un jazzista che è diventato il più grande compositore di sempre. Ti chiama letteralmente Baby! Tipo: “Hey Baby”. Mi chiama: “J.J. Baby”. Ho aspettato tutta la vita di incontrare qualcuno che mi chiamasse in questo modo!


Lavora con una matita, vai a casa sua e lo senti suonare note sul piano e mentre ascolti capisci che suono avrà la melodia una volta suonata da una orchestra. E’ una cosa indimenticabile e miracolosa da vedere Ha tutti i suoi pezzi rilegati in pelle e io gli ho detto: “Ti dispiace se…” e lui: “No, no, fai pure” così ho tirato fuori lo spartito dello Squalo ed ecco lì in matita baaa-bum, baaa-bum. Capisci che è quello che ha scritto, come se stessi passando del tempo con Mozart che per inciso ha fatto la colonna sonora dei tuoi film preferiti.


So che lo sanno tutti ma quando pensi a quello che ha scritto, è tanto importante quanto qualsiasi altro lavoro fatto con quei film. Quando si pensa a Superman, I predatori dell’arca perduta, lo Squalo e a Incontri ravvicinati del terzo tipo che è uscito lo stesso anno di Star Wars e ai film di Harry Potter. E’ davvero inumano. E’ incredibile che sia così stupefacente e così umile. E’ una cosa fantastica avere la possibilità di conoscerlo.


Gran parte di questo cast non era nemmeno nato nel 1977. Come trasmetti l’eredità di quello che Star Wars è stato per persone come me e te? O è un compito che tenti di evitare?


E’ veramente una cosa strana quando pensi di essere nato in un mondo dove semplicemente esiste. Nonostante siano nati terribilmente poco tempo fa questi ragazzi conoscono e capiscono Star Wars nello stesso modo in cui lo facciamo noi. Solo solo nati quando tutto era già successo al posto di vederlo succedere.


La chiave nel loro casting è stata trovare persone che sapessero fare tutto. Quando pensi a tutti quei personaggi con cui hanno a che fare, non solo in questo film ma sapendo che il loro lavoro continuerà. Questi individui dovevano essere dei degni portatori di questo fardello e dovevano essere in grado di continuare a raccontare la storia. Pensiamo ai film di Harry Potter, è incredibile che abbiano fatto il cast nel modo in cui lo hanno fatto e poi per quanti? 8 film? E’ stato un miracolo. Dovevano essere in grado di fare tutto e lo hanno fatto alla grande.


Sapevamo che non stavamo facendo il casting per un film solo ma almeno per tre. Quello per me è stata la sfida più grande. Quando abbiamo incontrato Daisy Ridley, quando abbiamo trovato John Boyega e poi Oscar Isaac e quando è salito a bordo Adam Driver ci siamo veramente eccitati. DAisy e John possono lavorare insieme ma cosa capita quando ci sarà Harrison? Quali saranno le sensazioni? Se non scoppia la scintilla è un disastro. Si BB-8 è un ottimo personaggio ma cosa succederà quando sarà in scena con C-3P0 o R2-D2? Sembrerà bizzarro? Sembrerà sbagliato? In qualche modo non è successo nulla di questo. Quando Anthony Daniel mi ha detto: “Oh mio dio! Amo BB-8!” mi sono detto “Tutto funzionerà” perché se lui è ok significa che sta funzionando.


C-3P0 approva.


O vedere la tenerezza tra Han e Rey o la tensione e la comicità tra Han e Finn. Era molto eccitante dire: “Queste scene funzionano!”. Abbiamo lavorato molto duro per fare i casting, per scrivere e per mettere tutto insieme ma non sei mai sicuro fino a quando non inizi a girare. Alla fine sei sul set, vedi e lo capisci. Come essere a un party dove hai invitato amici della vecchia scuola e di quella nuova e ti chiedi cosa possa succedere quando alla fine vanno d’accordo alla grande e il party è molto divertente! E’ stato un duro lavoro ma alla fine è andato tutto alla grande.


Quindi cosa ci sarà nel futuro? So che stavi pensando ad alcune idee innovative quando Kathy Kennedy ti ha chiamato per questo lavoro.


Mia mamma faceva questa cosa quando pranzavamo, diceva: “Quindi cosa volete per cena?” e io rispondevo “Mamma! Stiamo pranzando. Stiamo letteralmente iniziando a pranzare”. Sentivo il bisogno di finire prima il mio pranzo. Ora voglio solo portare questo film nel mondo.

Katy Perry per H&M

Curve generose, sguardo vispo e ironia: queste sono le caratteristiche che hanno reso Katy Perry un’icona di stile, oltre che una delle cantanti più popolari degli ultimi anni.

La sua bellezza, a metà tra una pin-up anni Cinquanta e una rocker dall’anima dark, ha impressionato il colosso svedese H&M, che ha annunciato, già lo scorso luglio, la scelta dell’artista californiana come testimonial per la campagna natalizia del 2015.

Un singolo registrato appositamente, Every Day is A Holiday, sarà la colonna sonora realizzata da Katy Perry per il Natale che si avvicina: il lookbook della collezione natalizia di H&M vede foto giocose, in cui la cantante posa come una Santa Claus in gonnella, tra giganteschi canditi e alberi di Natale. Il video pubblicitario che presenterà la collezione verrà diffuso il 23 novembre. Intanto possiamo goderci le foto in anteprima.

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All’anagrafe Katheryn Elizabeth Hudson, 31 anni ed uno stuolo di follower sui principali social network, a partire da Twitter, dove Katy Perry detiene il primato dell’account più seguito al mondo, con 77,5 milioni di follower; video accattivanti e ironici e dischi che restano in testa alle classifiche per anni e anni. Appena eletta da Forbes la star più pagata del 2015, Katy Perry è una vera e propria miniera d’oro.

Dopo il successo della collezione Balmain per H&M, in vendita dallo scorso 5 novembre, il brand svedese si accinge a presentare i capi dell’esclusiva collezione natalizia. Pullover con stampe cartoon, gonne a balze e capi ironici saranno i protagonisti assoluti, come ci mostrano le foto in anteprima, con i primi modelli indossati da Katy Perry.

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Sarà un Natale all’insegna della solidarietà per il brand, che ha dichiarato che il 5 per cento del ricavato delle vendite della collezione natalizia sarà devoluto all’UNICEF, per aiutare i bambini della Birmania. Un motivo in più per non perdere l’esclusiva collezione, che sarà in vendita tra pochi giorni.


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Phobos si sta sgretolando: ecco il destino della luna di Marte

Orbitando a soli 6.000 chilometri dalla superficie di Marte, Phobos è più vicina al suo pianeta di qualsiasi altra luna del Sistema Solare. E la distanza continua a diminuire, al punto che tra poche decine di milioni di anni gli effetti mareali causati dalla gravità del pianeta rosso potrebbero ridurre Phobos in pezzi.


“Crediamo che Phobos abbia già iniziato a sgretolarsi, e il primo segno di questo processo è la comparsa di alcune scanalature che attraversano la superficie della luna” ha dichiarato Terry Hurtford, membro del Goddard Space Flight Center della NASA e principale autore dello studio che ha consentito agli astronomi di gettare nuova luce sul destino di Phobos. Le scoperte di Hurford e del suo team di ricerca sono state presentate lo scorso 10 novembre al meeting annuale della Division of Planetary Sciences of the American Astronomical Society, in Maryland.


In origine si pensava che le scanalature di Phobos fossero state causate dall’impatto che formò il cratere Stickney, ma la loro conformazione di fatto non è compatibile con l’ipotesi di una collisione di quella magnitudine. In tempi più recenti alcuni scienziati avevano proposto che le scanalature potessero essere invece il frutto di impatti più conenuti, causati probabilmente da materiale espulso dalla superficie di Marte. Horford ed il suo team hanno elaborato un’ipotesi molto più in accordo con le osservazioni: le scanalature sarebbero in realtà una conseguenza diretta delle forze mareali di Marte, che deformano Phobos durante la sua orbita intorno al pianeta rosso.


Rappresentazione artistica di Marte e Phobos

Rappresentazione artistica di Marte e Phobos


L’ipotesi non è nuova: alcuni scienziati l’avevano proposta già alcuni decenni fa, quando la sonda Viking trasmise le prime immagini di Phobos sulla Terra. All’epoca, tuttavia, l’esatta conformazione di Phobos non era ancora conosciuta e si pensava che le forze mareali di Marte non fossero sufficientemente forti per influire sull’integrità strutturale del satellite.


Oggi però conosciamo molto meglio la struttura interna di Phobos, quanto basta per poter misurare in modo piuttosto accurato il reale impatto della gravità marziana sulla luna. Gli strati interni di Phobos sono meno compatti di quanto inizialmente previsto, al punto che la crosta solida del satellite non riesce a compensare lo stress causato dagli effetti mareali di Marte. La spiegazione fornita dal team di Hurford è in perfetto accordo con le osservazioni e riesce a descrivere con incredibile precisione la conformazione delle scanalature presenti sulla superficie di Phobos.


Il destino di Phobos è segnato, quindi, ma il satellite marziano non è l’unico a dover affrontare un fato avverso. Il modello elaborato dal team di ricerca infatti può essere applicato anche a Tritone, una delle principali lune di Saturno, nonché ad alcuni pianeti extrasolari recentemente scoperti dal telescopio spaziale Kepler. A confermarlo è lo stesso Hurford, che poi aggiunge: “Non possiamo sapere con precisione cosa stia accadendo sui pianeti più distanti, perché non abbiamo modo di osservarli direttamente. Tuttavia il modello che abbiamo elaborato può aiutarci a comprendere meglio questi sistemi, dato che ogni pianeta sufficientemente vicino alla sua stella può essere soggetto allo stesso fenomeno di cedimento strutturale che sta vivendo Phobos”.


Il Victoria’s Secret fashion show di New York e i suoi gioielli

6.500 pietre preziose tra zaffiri gialli, topazi blu, diamanti e quarzi rosa, incastonati su una base interamente d’oro per un valore che supera i 2 milioni di dollari. Il nuovo Fantasy Bra è stato presentato in California circa una settima fa ed è stato indossato dalla modella Lily Aldridge il 10 novembre a New York, durante il fashion show più hot dell’anno.
La Aldridge non è altro che l’ultima top model ad avere “l’onore” di indossare questo gioiello della lingerie. Dal 1996 a oggi, sono stati presentati al pubblico ben 19 rivisitazioni, vestiti ma soprattutto valorizzati da magnifici e scultorei corpi delle icone delle passerelle. Il primo Fantasy Bra della storia fu indossato da Claudia Schiffer per la copertina natalizia del catalogo del brand. L’indumento intimo, dal valore commerciale di 1 milione di euro era composto da un pavé di diamanti per un totale di 100 carati.


Venne poi la volta Tyra Baks nel 1997 (poi riconfermata nel 2004) e di Daniela Pestova nel 1998.
Nel 1999, Heidi Klum indossa forse il più importante Fantasy Bra nella storia del marchio: ben 2000 diamanti incastonati nel platino a formare una costellazione tinteggiata di un meraviglioso blu inteso dettato dagli zaffiri. 10 milioni di dollari di pura follia. La Klum fu scelta per la seconda volta nel 2001 e ancora nel 2003 quando le toccò indossare un diamante da 70 carati accompagnato da 6.000 pietre preziose.


Nel 2000, la bellissima Giselle Bündchen indossa il primo Fantasy Bra del nuovo millennio, ma il parterre degli Angeli di Victoria’s Secret è destinato a crescere.
Si susseguirono negli anni Karolina Kurkova nel 2001 e nel 2006, Selita Ebanks nel 2007, Adriana Lima negli anni 2008, 2010 e 2014, Marisa Miller nel 2009, Miranda Kerr nel 2011, Alessandra Ambrosio nel 2012 e Candice Swanepoel nel 2013.
Il “paradisiaco” evento di Victoria’s Secret, è stato orfano della cantante Rihanna che ha dato forfait una settimana prima dell’evento. Al suo posto, la cantante Ellie Goulding , Selena Gomez e The Weeknd.
Stefania Carpentieri


Kreuzweg. Le stazioni della fede di Dietrich Brüggemann

Cosa significa la vera devozione, il professarsi affiliati ad un credo, cosa richiede la vera devozione. Le stazioni della fede, del regista Dietrich Brüggemann, rientra tra quei film che pur attenendosi stretti ad una tesi, quindi facendo campeggiare, su gli altri, l’aspetto della lucidità deduttiva implacabile, denominatore comune del cinema nordico, non si irrigidisce in un teorema monotono familiare al pubblico. È, invece, un esercizio di conseguenze che solo in apparenza, causa un pigro fraintendimento, sembra collocarsi nella frequentata polemica laica, sedicente illuminata, sui deleteri risvolti anche macabri degli estremismi religiosi. Fosse altrimenti sarebbe una lagnanza esterrefatta, seppur tagliente quanto una arringa magistrale, la quale, di traverso, invogli comunque la moderazione, come terapia universale coscienziosa. Sarebbe solo una opportuna dieta bilanciata del fare, cui è affezionato il tollerante senso comune. Saremmo solo riconfermati nel sospetto che ogni esagerazione, il contrario, appunto, di ogni suggerita moderazione, è fautrice di mali riprovevoli, che il rimedio privilegiato sta solo nel regolare qualche registro, andato magari fuori fase.


Kreuzweg. Le stazioni della fede di  Dietrich Brüggemann


Maria, è una adolescente, una devota, in procinto, in una sorta di conto alla rovescia stritolante, di ricevere la cresima. Con questo sacramento ci si riconferma sudditi del regno celeste cristiano, come a ribadire, maturati, la prima affiliazione avvenuta nel battesimo, che ci registra, senza un qualche consenso, nell’anagrafe beata del Signore. La cresima è l’inizio, invece, del consenso, dell’età ragionevole del credente. Fin da subito le premesse gettate sono chiare. Chi vuole essere grato al Signore, da cui per controparte riceve la salvezza dalla morte categorica, deve atteggiarsi, e l’uso di uno specialistico linguaggio marziale non è casuale, a bravo soldato che rimugini, pregando semmai, i propri indelebili compiti centrali. Far prevalere, quindi, le schiere dei giusti contro il nemico pubblico numero uno della fede, ossia il Tentatore, pronto a distoglierci dalla via virtuosa, per sprofondarci nel baratro disintegrante del peccato. A un soldato, è risaputo, serve una guerra per stabilire il punteggio del proprio valore, per distinguersi, e il sacrificio, preferibilmente della vita, offerto alla causa è l’apice della sua personale gloria. Maria, di certo, è irretita in una sorveglianza angosciosa, da parte della madre, stridula fanatica picchiettata d’isteria volubile, è di certo inserita in una invisibile struttura militare religiosa. Ci sono ordini declamati, Non fare questo e quest’altro che il nemico è in agguato, pronto a sfigurare la tua fedeltà al precetto di purezza. Ci sono superiori forgiati alla difesa del culto, i sacerdoti, che ti rimettono in pista nella purificazione ottusa del confessionale. Maria, però, non è solo la vittima di un regime dispotico di credenze opprimenti, che si fanno, di certo, sentire nella fragilità tormentata dell’adolescente in sboccio genitale. È, soprattutto, un soldato che svolge coerente il proprio compito, attenendosi a quei comandi, gli unici, che diano senso al sacrificio, che sia della libertà carnale non è decisivo.


Kreuzweg. Le stazioni della fede di  Dietrich Brüggemann


Il film è solo all’apparenza la cronaca infelice di una ragazza vessata, fino allo sfinimento c’è da dire, dal fardello di una angusta rete di ossessi, cui deve piegare, per debolezza, il collo. Il martirio di Maria è la denuncia astratta, e per questo non faziosa, di ogni religione, in cui ogni forma di moderazione è solo un miraggio ipocrita, per chi la professi, una imperdonabile miopia critica, per chi la solleciti. Acquisire la vita eterna, in un patto d’intenti siglato col creatore, significa sempre due cose, congiunte con adesivo teologico. Che la mescolanza di bene e male, in cui sguazza il maligno, ed è la Terra che calpestiamo, deve finire, si chiama Giorno del Giudizio, perché, altrimenti, lo stesso creatore sarebbe poco credibile, ne va della sua onnipotenza. Che ci sono dei comandi cui sottostare, come obbedienti soldati sul fronte, i comandamenti possono essere un buon esempio, che se eseguiti con scrupolo portano ad una vittoria senza eguali, a meritare il Paradiso dagli infiniti piaceri leciti. Ma per quanto reclamata la fine del mondo non giunge, si rimanda a date da destinare, come nel cattolicesimo moribondo, o la si congiura sulle rotte internazionali, come nell’Islam insorto, che con tutta la sua ferocia plateale osservata è solo la religione nel suo umore apocalittico più coerente.


Maria non concedendosi la gioia contorta di un terrorista esplosivo, convinto di trascinare nelle fiamme della redenzione, sacrificandosi, il mondo malato, l’Occidente blasfemo nel caso, ancora, dell’Islam, non può far altro che sacrificarsi, togliendo il disturbo, e così facilitare il lavoro di pulizia dell’eterno.

BLONDIEFULL FOR D-ART

BALMAINATION…


Balmain for H&M non è certo passato inosservato!

Ogni anno il brand Svedese H&M collabora con un grande designer per creare una limited capsule collection; ed ora è il momento di Balmain.


Un’altra mossa geniale per H&M, una unanime corsa folle per avere almeno un capo della collezione.


Il 5 novembre c’è stato il lancio nei negozi di tutto il mondo; tra le fortunate c’ero anch’io ad assistere all’evento pre-shopping la sera prima del lancio, il 4 novembre – ma nemmeno in quell’occasione era così semplice acquistare un capo.


La follia è dilagata il 5 novembre, il sito di H&M era fuori uso per la numerosa affluenza di utenti per lo shop online, file interminabili davanti ai negozi molte ore prima dell’apertura. La richiesta per la collezione è davvero infinita.


H&M ha cercato di dare una possibilità a tutti  di acquistare ed ha diviso le persone in gruppi, fuori dagli shop. Ogni gruppo aveva a disposizione un tempo limitato (10min.) dentro il negozio per la scelta dei capi, dopodiché  rifornivano tutta la collezione  e facevano entrare il prossimo gruppo. Ciascun cliente poteva comprare solo un pezzo per ogni modello, ma ovviamente i capi non erano mai abbastanza per soddisfare tutti, insomma sold out nello stesso giorno!


Fremevo anch’io dalla voglia di vedere la collezione e di indossarla: bellissima! Superando ogni aspettativa,  è stato difficile fare una scelta perché mi piacevano tutti gli outfit  😀

Riuscite ad indovinare alla fine per cosa ho optato?…

Tanto di cappello al  gigante H&M 

 

Love B


ENGLISH VERSION

 

BALMAINATION….

 

I am sure it hasn’t gone unnoticed….Balmain for H&M…

Every year the Swedish brand H&M collaborates with a big designer to create a limited capsule collection..this year it was Balmain…

 

Another genius strike for H&M…it was a serious run for the pieces.Everybody had to have a piece..

The 5th of november it hit the stores.I was one of the lucky ones that was able to attend the pre shopping event the evening before the launch ,the 4th of november.

But even there you were lucky if you would get your hands on a piece..

It was pure madness worldwide the 5th…H&M website was down for hours and the lines in front of the store went on forever..Some people have been waiting for hours ..The demand was incredible….

 

H&M tried to give everyone a chance and would divide people in groups…every group group got a limited amount of time(10min)inside the store,then they would refill the collection and let the next group in and everyone was only allowed one item per model so that everyone would get a chance to get their hands on a piece…..Which seems pretty fair to me..But still the pieces were not enough, it was sold out everywhere within a day..

 

I have to say it is an absolutely gorgeous collection and I couldn’t wait  to see and wear it…I had a hard time to decide what to pick, because I liked too many pieces obviously,hahahha…

Can you guess which items I picked in the end?

Hats off to the giant H&M ….

 

Love B

 

All outfits @BALMAIN x H&M

 

Ph by HENRIK HANSSON   WWW.HSZPRODUCTIONS.COM


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Milano Vintage Week 2015, tutto il meglio

Tutto il meglio sulla Milano Vintage Week 2015


Si è conclusa l’8 novembre la Milano Vintage Week, un evento atteso da addetti al settore ma anche curiosi, che ha visto un’affluenza senza precedenti.
Milano Vintage Week è una mostra-mercato con le più esclusive esposizioni di boutique vintage, dagli abiti d’epoca di Delphine, alla selezione dei classici tailleur di Chanel dalla ricerca A.N.G.E.L.O., uno dei punti vendita vintage più esclusivi d’Europa.

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Milano Vintage Week è un’occasione unica dove trovare capi d’annata, i gioielli della nonna che tutte vorrebbero avere, stampe pubblicitarie vintage, alcuni oggetti di modernariato, ma anche un’esclusiva mostra su Valentino (dall’archivio A.N.G.E.L.O) che racconta l’eleganza senza tempo dello stile italiano di un grande couturier, colui che ha fatto sognare le donne di tutto il mondo rendendole ancora più belle e femminili.

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la mostra Valentino alla Milano Vintage Week



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alcuni abiti d’annata nella mostra Valentino



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abiti senza tempo



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la mostra Valentino alla Milano Vintage Week



La qualità dei tessuti, l’originalità delle stampe, la foggia degli abiti, la precisione sartoriale, l’attenzione al dettaglio, l’unicità dei capi, queste tra le ragioni di chi, amante del vintage, si è lanciato nello shopping all’evento. Ma anche etica del riciclo e solidarietà rientrano tra gli ideali MVW, grazie al progetto Vintage Solidale della Fondazione Francesca Rava infatti, nello stand omonimo, il 100% del ricavato è stato devoluto a sostegno del programma Borse di Studio per ragazzi orfani di Haiti.

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Tantissimi gli appuntamenti all’interno dello showroom Riccardo Grassi (via Giovanni Battista Piranesi 4) a cui i visitatori hanno partecipato numerosi: le morbide onde sono tornate tra le acconciature delle signore che nella Beauty Lounge si sono affidate a mani esperte. Coccolate anche dalla make up artist Caterina Todde, i colori e lo stile retrò su occhi e bocche delle fortunate, per poi farsi fotografare nell’angolo di Retroscatto o dalla blogger Serena Autorino di ThePeterPanCollar, che ha aiutato le più indecise negli acquisti, in qualità di consulente fashion.
Divertenti quiz hanno messo alla prova le più esperte con le domande di Margherita Tizzi di Moda a Colazione, tanti i premi vinti da chi il vintage lo ha nel sangue, ma anche tra i libri!

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Non poteva mancare l’appuntamento al gioco – “con le mani nel sacco”: l’astuzia e l’ebbrezza di riempire a scelta un sacchetto di carta di 10,15, 25 euro, dietro rispetto di queste regole – 10 minuti di tempo massimo, non rompere il sacchetto e non uscire dall’orlo. Risultato? La gioia delle partecipanti, di tutte le età, di aver scovato la chicca nascosta tra centinaia di abiti!

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Il saluto all’uscita di una coloratissima installazione Lomo composta da 3000 foto e dall’organizzatore dell’evento, Andrea Franchi: “Milano Vintage Week è riuso e rispetto dell’ambiente, è qualità, lavoro ma anche divertimento – questo ci preponiamo come obiettivo dell’evento. Le migliorìe arriveranno, stiamo lavorando al prossimo appuntamento, perché vogliamo soddisfare le alte aspettative della clientela, per fortuna sempre più esigente”.

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Alcune tra le boutique che hanno partecipato all’evento e gli indirizzi dove scovare delle gioie:

L’isola del tempo perduto: abiti, calzature, merletti, tessuti, lingerie, bijoux, bottoni di Chanel e Valentino, profumi, trousse, cuscini, tendaggi, pizzi, bambole, cartoline, quadri, borse, passamaneria, tovaglie, fotografie, biancheria della nonna – PARIGI – MILANO – MONTECARLO (Tel. 339-2672863)

Spazio 54 : i tanto amati orecchini della nonna, gli eleganti abiti in velluto nero, le borse in gobelin, le spille più preziose, i guanti in pizzo e molto altro. ( via Pegreffi 7/a, Sondrio – tel. 348-6461601 – Pagina Facebook: mercatini vintage di Lucia Negrini)

Collezione Privata: vintage, design, arte e modernariato, due simpatici e gentili signori vi mostreranno la “collezione privata” della figlia Eleonora Grandi, fatta di bauli della nonna, borsette in vera pelle anni ’40, abiti – ’50 – ’60 – ’70, foulards ricamati e originali cappelliere. (Tel. 333 – 5058025 Via Trento 17, Moncallieri – Torino)

Delphine: Una tra le più belle boutique vintage di Milano. Abiti e accessori d’epoca, abiti da camera in velluto, camicette in stile vittoriano, lingerie vintage di seta, un vero angolo di paradiso per le più affezionate.
(Via Cola Montano – quartiere Isola – Milano – shop www.delphinevintage.etsy.com – Tel. 347- 7347030)

Telma Vintage: La più vasta scelta di occhiali vintage dal 1960 fino alla metà del 1990. Accessori d’epoca dal 1900 tra bigiotteria, borse e curiosità. (Tel 393-8898178 – mail: [email protected])

Shabby Chic Vintage: abiti vintage firmati, cappelli originali anni ’30 – ’40 – ’50, pellicce, accessori, guanti, borse, gioielli, cinture, occhiali, calzature. Un’elegante signora che troverete nelle migliori fiere del vintage italiano (di Bernardelli Nicoletta – Via Argine Po, 649 Tel 320-0836825).

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(foto di Miriam De Nicolo’)

Capispalla Autunno/Inverno 2015-2016

L’inverno è ormai alle porte ma difendersi dal freddo non è mai stato tanto fashion: tantissime sono le proposte di capispalla morbidi e caldi, direttamente dalle passerelle Autunno/Inverno 2015-2016.

I fashion trend sono tantissimi e variegati: dal poncho, protagonista assoluto delle collezioni ispirate ai Seventies, come Burberry Prorsum e Chloé, ai cappotti fino ai piumini. Le tendenze ci propongono cappotti morbidi e avvolgenti, che variano dalla linea cocoon all’eleganza del modello a vestaglia, per un mood sofisticato: la palette cromatica spazia dai colori pastello, come il rosa baby e l’azzurro, fino a colori più accesi e alle stampe.

Fendi propone cappotti in un candido bianco e piumini imbottiti dalle proporzioni oversize. Mood Eighties e colori fluo per Moschino, che propone piumini imbottiti che ricordano lo stile dei mitici Paninari. Colori pastello per i cappotti proposti da Dolce & Gabbana, Giorgio Armani, Marni e Prada. Colori shocking sono invece i protagonisti assoluti dei capispalla proposti da Versace, Fausto Puglisi e Rochas.



Stampe e arabeschi hanno caratterizzato le sfilate di Antonio Marras e Stella Jean. Immancabile il tweed sulla passerella di Chanel, riproposto anche da Miu Miu, per cappottini austeri dalle linee bon ton. Stampe e dettagli artistici visti da N°21, Marco De Vincenzo e Etro. La mantella torna alla ribalta nelle collezioni Autunno/Inverno 2015-2016: dal candore della lana bianca proposta da Philosophy by Lorenzo Serafini alle proposte in stampa floreale viste da Burberry Prorsum. Cappotti dal taglio sartoriale hanno sfilato da Aquilano Rimondi e Fay, che propone anche un animalier chic. Con queste proposte moda il freddo non fa più paura.


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Hedy Lamarr: genio e bellezza

Hedy Lamarr: genio e bellezza

Chi tende ancora a sostenere il vecchio e quantomai datato pregiudizio per cui le donne belle non possano brillare anche per intelligenza sarà costretto a ricredersi: la storia ci ha fornito illustri esempi di donne di grande bellezza che, grazie anche al loro carisma e alla loro intelligenza, sono riuscite ad imporsi e spesso a cambiare le sorti della storia.

Un volto splendido e una classe fuori dal comune caratterizzavano Hedy Lamarr, attrice degli anni Quaranta a cui oggi Google dedica il suo Doodle, nel 101/mo anniversario della nascita della diva.

Una bellezza e un’intelligenza fuori dal comune resero Hedy Lamarr una delle attrici più affascinanti del cinema e una delle prime donne al mondo ad imporsi nel settore scientifico. Nata a Vienna il 9 novembre 1914, all’anagrafe Eva Maria Kiesle, nelle sue vene scorreva sangue ungherese ed ucraino.

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La conturbante bellezza della giovane impressionò alla fine degli anni Venti il produttore cinematografico Max Reinhardt che la iniziò agli studi cinematografici. Il primo film è Ekstase di Gustav Machaty, girato quando la ragazza ha solo 18 anni. Un film scandalo, a causa di alcune scene a seno nudo, fortemente sensuali per l’epoca.

Nel 1933 la bella attrice sposa il mercante d’armi Friedrich Mandl, che compra quante più copie possibile di quella pellicola. La loro abitazione diviene in breve teatro di numerose feste a cui presero parte, tra gli altri, Adolf Hitler e Benito Mussolini, oltre che diversi esponenti del mondo scientifico, che iniziarono la diva alla passione per le tecnologie. Mandl tuttavia è geloso della sua bellissima moglie e, come lei stessa dichiarò in seguito, tentò di farla vivere segregata. Fu così che, nel 1937, la bella attrice scappò a Parigi. Qui conobbe il produttore cinematografico statunitense Louis B. Mayer, tra i fondatori della casa di produzione cinematografica Metro-Goldwyn-Mayer. Il nome di Hedy Lamarr fu scelto proprio da Mayer, in omaggio a Barbara La Marr, diva del cinema muto.

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Nel 1938 Hedy si trasferisce ad Hollywood e qui inizia la sua sfolgorante carriera nel cinema. Prende parte a più di 30 film, tra cui spiccano La febbre del petrolio, dove Hedy recita al fianco di Clark Gable e Spencer Tracy, nel 1940, e Corrispondente X, sempre con Clark Gable, due anni dopo.

Il ruolo forse più celebre fu quello di Dalila nella produzione di Sansone e Dalila di Cecil B. DeMille.

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Oltre alla sua straordinaria bellezza e fotogenia, pochi sanno che Hedy Lamarr fu anche una delle prime donne scienziato della storia. Durante la Seconda Guerra mondiale ideò insieme a George Antheil un sofisticato sistema per realizzare messaggi criptati via radio, affinché non potessero essere intercettati. Il prototipo, basato sul meccanismo del pianoforte, fu brevettato nel 1942 e fu utilizzato per la prima volta circa venti anni più tardi dalla marina militare degli Stati Uniti. La diva fu inserita nella Inventors Hall of Fame degli Stati Uniti nel 2014 per questa sua invenzione, che è ancora oggi alla base di molti sistemi tecnologici nonché della telefonia mobile.

Inoltre Hedy Lamarr brevettò anche altre invenzioni, tra cui una compressa per ideare bibite gasate ante litteram e un ingegnoso prototipo di semaforo per regolare il traffico cittadino. La sua lunga carriera cinematografica negli anni Settanta era ormai agli sgoccioli: dopo il ritiro dalla vita pubblica, nel 1981, la diva appariva ossessionata dalla chirurgia estetica. Hedy Lamarr morì il 19 gennaio del 2000, all’età di 85 anni, e le sue ceneri furono disperse nella Selva Viennese.


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È iniziata la Milano Vintage Week

Pio XII ordinò l’omicidio di Hitler

Mark Riebling ha pubblicato un libro, Church of Spies, che parla delle operazioni sotto copertura del Vaticano nel periodo della Seconda guerra mondiale. Riebling, un analista e scrittore che ha collaborato in varie task force anti-terrorismo ha scritto che nel 1939 Papa Pio XII aveva ordinato l’omicidio di Adolf Hitler.


In quegli anni in Germania era ancora vivo il ricordo della sconfitta della Prima guerra mondiale e con l’entrata in guerra della Germania la paura tra le alte sfere dell’esercito era che in caso di sconfitta ci sarebbe stata una punizione sproporzionata nei confronti della Germania e una crisi che sarebbe durata decenni. Per questo motivo alcuni generali pensarono che con l’uccisione di Hitler e la de-nazificazione della Germania lo stato teutonico si sarebbe salvato.


I cospiratori tedeschi erano in contatto con le grandi potenze ma entrambi non si fidavano l’uno dell’altro per cui serviva un personaggio di cui entrambi si fidavano e chi meglio del Papa? Il Papa accettò e mise in piedi un sistema di informazione da fare invidia alla CIA e al KGB.


Papa Pio XII fu aspramente criticato per non aver mai preso posizione riguardo l’olocausto. Nonostante questo, prima di venir eletto Papa Eugenio Pacelli fu un fiero nemico della dottrina nazional-socialista e un fervente sostenitore della parità razziale.
L’unica volta che nominò gli ebrei durante una enciclica coincise con la sua decisione di aiutare i cospiratori a uccidere il Furher.


Il silenzio successivo probabilmente era un consiglio degli altri cospiratori. Una chiara condanna del nazionalsocialismo da parte del Vaticano avrebbe alzato l’attenzione nei confronti dei cattolici e avrebbe messo a rischio la rete di informatori del Papa.
Il Vaticano, formalmente, è sprovvisto di un servizio segreto vero e proprio ma nella realtà possiede migliaia di monaci, preti e suore che sono presenti nei più remoti angoli di ogni singolo paese. Ognuno di questi ha un modo di comunicare direttamente o indirettamente con la Santa sede.


Secondo Hitler il cattolicesimo era incompatibile con il nazismo, entrambi richiedevano la devozione completa dell’uomo. Hitler, inoltre, odiava Pio XII a causa delle sue prese di posizione precedenti alla sua elezione e la Chiesa perché pensava potesse interferire con i piani del nazismo.
La sua visione anti-clericale era sconvolgente anche per le alte sfere del nazismo e il suo ordine di liberarsi del clero polacco sconvolse quasi tutti.


Fu proprio un ufficiale presente nel momento in cui Hitler diede l’ordine che decise di contattare Pacelli. L’ammiraglio Canaris aveva conosciuto Pacelli nel 1920, quando quest’ultimo era un diplomatico vaticano in Germania e sapeva che si sarebbe potuto fidare. Pio XII era realista, discreto e odiava Hitler, tre tratti fondamentali per un cospiratore anti-nazista.


Il tramite tra Canaris e il Santo padre fu un avvocato chiamato Josef Mueller. Un devoto cattolico, eroe di guerra, anti-nazista e noto per rappresentare clienti ebrei.
Una volta Mueller sopravvisse a un interrogatorio di Himmler dicendo che aveva consigliato al primo ministro bavarese di ucciderlo. Himmler considerò la risposta molto virile e salvò la vita a Mueller. Arrivò a chiedergli di entrare a fare parte delle SS e lo corteggiò per anni.


Mueller, grazie alla sua posizione, riuscì a creare una rete di informatori che si estendeva dall’esercito, alle università, agli ufficiali nazisti, banchieri e, addirittura, SS.
L’intelligence tedesca sapeva del lavoro di Mueller e lo interrogò più volte. Tentò anche di recrutarlo per il controspionaggio ma senza successo. Ormai Mueller era diventato un “iniziato” alla disciplina arcani che aveva permesso al cristianesimo di sopravvivere durante i primi anni di persecuzione da parte dei romani.


Mueller tuttavia, durante un interrogatorio, scoprì che gli stessi agenti dei servizi tedeschi che lo avevano chiamato per un interrogatorio erano a capo di un complotto anti-Hitler. L’avvocato bavarese divenne, quindi, un cospiratore che fingeva di essere un cospiratore nonostante fosse una spia. Per i tedeschi era una spia mandata tra gli italiani che riportava a loro facendo finta di essere un cospiratore quando nella realtà era un vero e proprio cospiratore che faceva credere ai nazisti di lavorare per loro.


Pacelli, quindi, grazie a Mueller seppe tutte le atrocità di Hitler prima dell’arrivo dei russi e degli alleati nei campi di concentramento. Questo fu il motivo che condusse Pio XII a pensare al “tirannicidio”. Il Papa coinvolse subito gli inglesi e all’interno delle comunicazioni dei cospiratori era chiamato con il nome in codice “The Chief”. Il Papa negoziò i termini di resa della Germania nel caso l’omicidio di Hitler andasse a buon fine.


Il Papa fece grande uso degli ordini “militari” gesuiti e dominicani che non riportavano direttamente ai vescovi che potevano essere coinvolti con i nazisti ma comunicavano direttamente con la Santa sede attraverso la gerarchia interna all’ordine.


Hitler però ebbe sempre una fortuna incredibile: disertava senza motivo convegni dove erano state piazzate bombe per lui, se ne andava prima del tempo a ritrovi dove kamikaze si sarebbero fatti scoppiare a fianco a lui, cambiava per capriccio il ritrovo dove si dovevano tenere riunioni segrete e si salvava da esplosioni per questioni di centimetri.


Dopo uno dei tentativi di omicidio falliti le SS riuscirono a trovare un cospiratore e lo interrogarono. Quest’ultimo fece il nome di Mueller e lui fu arrestato. Durante le indagini furono trovate anche carte provenienti dal Vaticano che coinvolgevano direttamente Pio XII nel tentativo di omicidio.


Hitler andò su tutte le furie e durante l’occupazione di Roma ipotizzò di occupare il Vaticano ma i suoi consiglieri lo dissuasero. Poco dopo, tuttavia, cominciò a preparare un piano per l’invasione del Vaticano, la rimozione della Curia e del Papa e la messa in sicurezza dell’archivio vaticano.. I suoi consiglieri tentarono ancora una volta di dissuaderlo dato che se il Papa avesse resistito sarebbe potuto diventare necessario ucciderlo e ciò avrebbe creato un sollevamento mondiale contro la Germania. A Hitler sembrava non interessare ma prima che il piano potesse arrivare a conclusione gli alleati arrivarono a Roma.

Giuseppe Petrilli quando il sesso diventa pop

Giuseppe Petrilli, nato in Puglia a Lucera, classe 1970, è un artista di prim’ordine che ha fatto dell’erotismo e della sensualità femminile il suo mood artistico.

La sua arte, in linea con la pop art, è un viaggio trasgressivo e affascinante nel complesso e multiforme mondo della femminilità.

In questa intervista per D-art dimostra grande intelligenza e capacità introspettiva e un amore incondizionato per le donne, l’arte e l’erotismo che per Giuseppe Petrilli sono un tutt’uno inscindibile.


Giuseppe Petrilli quando il sesso diventa pop


Quando hai capito che volevi fare l’artista?


Non ho mai considerato l’arte come un lavoro: è impossibile ingabbiarla in schemi definiti o considerarla qualcosa che bisogna fare “per vivere”, per me è fondamentale che resti sempre pura passione e divertimento.
Il fatto che sia autodidatta, poi, fa sì che la mia attività artistica sia dettata esclusivamente dall’istinto e che sia assolutamente la mera celebrazione dei moti dell’animo.
Ritengo l’arte sia una maniera non comune di esternare le proprie emozioni e sensazioni, un modo innato di comunicare, complesso e naturalmente semplice al tempo stesso e l’amore per essa si subisce come qualsiasi attrazione ed è sicuramente dettata da una sensibilità superiore, ciò è quanto è sempre successo a me.


Giuseppe Petrilli quando il sesso diventa pop


In che modo la tua attività di pubblicitario ha influito sul tuo modo di fare arte?


Per la verità si è trattato di un processo inverso: la mia attitudine al disegno e l’interesse verso l’immagine nelle sue più svariate accezioni mi ha indotto inevitabilmente ad intraprendere questa attività, a scapito di tutto il resto. Anche l’arte è comunicazione, si diceva, pertanto mi è sempre stato estremamente facile passare dall’ una all’altra forma espressiva, tanto da influenzarsi vicendevolmente, contaminarsi e, spesso, completarsi.


Giuseppe Petrilli quando il sesso diventa pop


Cosa sono le donne per Giuseppe Petrilli?


Le figure femminili delle mie opere sono semplicemente la rappresentazione del mondo di cui la donna stessa è espressione: un’affascinante concentrazione di mistero ed enigmatica complessità a cui è difficile sottrarsi, qualcosa che non poteva non destare interesse per un curioso come me. Quella delle mie opere è una donna che domina lo spettatore semplicemente con la sua fisicità, anche se solo rappresentata, è un’icona da idolatrare. Cerco di tirare fuori dai miei soggetti, come una sorta di maieutica, una sensualità naturale, non artificiosa e per raggiungere questo obiettivo mi avvalgo quasi esclusivamente della collaborazione di modelle non professioniste.


Giuseppe Petrilli quando il sesso diventa pop


Essere sexy cosa vuol dire per te?


Lo è chi ha la capacità di solleticare i sensi altrui con un semplice atteggiamento o un modo di essere, pertanto credo che la sensualità sia innanzitutto una questione mentale, poi fisica, qualcosa d’innato di cui, a volte, non si ha nemmeno la reale cognizione.
L’erotismo è un concetto strettamente legato a quello della curiosità, per questo mi piace rappresentarlo, ricreando situazioni riconducibili all’immaginario comune e non, in maniera da tenere elevata la tensione emotiva dello spettatore.
Quello della seduzione non è altro che un gioco e l’eros una delle massime espressioni della gioia di vivere.


Giuseppe Petrilli quando il sesso diventa pop


Com’è fare il tuo mestiere in una terra difficile come il Sud Italia?


In un paese del nord della Puglia come Lucera, pur se di nobili origini e dalle tradizioni di grande valore culturale, artistico e storico, non c’è molto spazio per l’arte contemporanea, tantomeno per l’arte erotica. Lì nel 2007 (da pioniere incosciente, oserei dire!) ho realizzato la prima mostra della mia serie erotica “Piante Carnivore” incassando fin da subito, con mia grande sorpresa, quegli apprezzamenti che poi mi hanno spinto a proseguire il percorso intrapreso. Questo è indice del fatto che la gente è aperta alle novità, basta soltanto saperle proporre. Ritengo che tra i compiti dell’artista vi siano senz’altro quelli di educare e divulgare, tesaurizzando le esperienze vissute altrove per poi farle rivivere, sotto una nuova luce, in questi luoghi al di fuori dei grandi circuiti dell’arte.


Giuseppe Petrilli quando il sesso diventa pop


Il tuo artista preferito?


Credo sia fondamentale, per un artista, riuscire a far diventare la propria arte riconoscibile e immediatamente identificabile, per questo ho sempre cercato di lasciarmi condizionare poco da quello che vedo, anche se è obiettivamente difficile sfuggire al “déjà vu”. Ad ogni modo apprezzo molto l’opera di Schiele, Hopper, De Lempicka, Klimt, Wesselmann. Tra i miei contemporanei, invece, ammiro molto il lavoro dell’americano Michael Hussar e dell’artista che mi ha spesso ispirato agli inizi del mio percorso e che mi emoziona ancora oggi, l’illustratore e pittore croato Danijel Žeželj.


Giuseppe Petrilli quando il sesso diventa pop


La donna piu sexy del pianeta per Giuseppe Petrilli?


Quella che non sa di esserlo e quella che lo è essendo semplicemente sé stessa.

Una brutta campagna

Come valutare una campagna se “bella” o “brutta”? Come misurarla e come valutarla?
È un interrogativo non solo per tecnici, ma anche per consumatori e per aziende.
In generale si tende a considerare una “buona campagna” quella efficace, in termini di numeri e di risultati. Una cattiva campagna è quella che non li raggiunge, o peggio danneggia il brand o la sua mission. Sin qui sarebbe facile e potrebbe apparire banale, ma non è così.


L’efficacia non è solo far parlare di sé a qualsiasi costo e con qualsiasi mezzo. E nemmeno (forse) generare tantissimi accessi e like. Piuttosto dovrebbe essere qualcosa che porta a raggiungere il target desiderato, a generare azioni e interazioni permanenti, restare impresso nella memoria… e tutto questo possibilmente in una accezione positiva.
Se adottiamo questi parametri, beh, sono molte le campagna improvvisate, non pensate, non strutturate, e molto poche quelle davvero efficaci e “fatte bene”. E quasi mai è questione di budget, anzi.
Di esempi – positivi e negativi – da questo blog ne ho fatti molti.


La nuova frontiera della comunicazione spazzatura


VeryBello – tutto purché sia virale


Da Barilla a Enel come cambia la comunicazione virale


Oggi ne faccio due. Uno positivo ed uno negativo.

In senso positivo abbiamo già parlato di quella che considero una delle più belle campagne a difesa della libertà di informazione che sono state realizzate negli ultimi anni, ed i cui manifesti trovate qui allegati.


Un esempio invece di “brutta” campagna è quella proposta da “Nozze in Fiera” che la auto-definisce “campagna orientata al sociale”.
La banalità andrà di moda è qualcosa di superato per chi ha immaginato questa campagna letteralmente immaginata per cavalcare l’onda (è il caso di dirlo) dello sdegno e della cronaca (tragica) di questi mesi. Secondo loro vuole essere un modo per “attirare l’attenzione sul tema”, in realtà è una forma di opportunismo per stare sul trend e far parlare di sé secondo l’adagio che “tutto va bene purché se ne parli”.
E invece no, sarebbe decisamente il caso di darsi una bella regolata.
Perché non tutto è merce, e non tutto si può mettere assieme pur di prendere una campagna grigia e scontata e farla balzare agli onori (nella fattispecie disonori) della cronaca.
Se il messaggio voleva essere di speranza, qui l’unica speranza è che la si smetta (una volta e per tutte) di usare la tragedia umana come spot per vendere.
Infondo uno degli slogan è “in Italia per essere una sposa e non una prostituta”. E appunto vorremmo un po’ tutti che certi temi vengano forzatamente prostituiti al marketing.

(allego la gallery)

È iniziata la Milano Vintage Week

Amanti del vintage, non potete assolutamente perdere l’appuntamento con la Milano Vintage Week. Tre giorni interamente dedicati allo stile vintage, da oggi venerdì 6 novembre fino a domenica 8 novembre, nella cornice dello showroom di Riccardo Grassi, in via Piranesi 4.

Con appena 3 euro si può passare un intero weekend dedicato interamente al vintage, con eventi imperdibili. Si comincia con la mostra su Valentino organizzata da una boutique che non ha bisogno di presentazioni: A.N.G.E.L.O. rappresenta da anni un punto di riferimento insostituibile per gli appassionati di moda vintage. Sarà possibile ripercorrere le tappe della carriera del grande couturier attraverso diciotto capi storici della maison Valentino.

Imperdibili gli appuntamenti quotidiani con la bellezza, nella Beauty Lounge dello showroom, tutti i giorni dalle 11 alle 20: creare look ispirati ai decenni precedenti non è mai stato tanto facile, grazie alla make-up artist Caterina Todde, che realizzerà sessioni gratuite di trucco, rigorosamente in stile rètro.

La boutique A.N.G.E.L.O., specializzata in moda vintage

La boutique A.N.G.E.L.O., specializzata in moda vintage



Con l’aiuto di Serena Autorino, personal shopper di The Peter Pan Collar, si verrà consigliati nell’acquisto di look vintage, che saranno anche immortalati in apposite foto. Un mini set allestito grazie alla collaborazione di Retroscatto: tutti i giorni, dalle 12 alle 19, sarà possibile posare come protagonisti dei vostri scatti ispirati allo stile vintage.

Margherita Tizzi di Moda a Colazione testerà le vostre conoscenze in fatto di moda, in uno spazio apposito, per un quiz in cui saranno messi in palio premi e cotillons. Inoltre saranno organizzati laboratori speciali per appassionati di vintage. Si conclude con un progetto a scopo benefico: è il Vintage Solidale organizzato dalla Fondazione Francesca Rava. Tutto il ricavato delle donazioni sarà devoluto al programma Borse di Studio a favore dei ragazzi delle case-orfanotrofio di Haiti. Un evento imperdibile, per amanti del vintage e curiosi.


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Una “Pagina Bianca” in Piazza Duomo a Milano: lasciare un segno contro la violenza

Sabato 7 novembre, dalle ore 10.00 alle ore 19.00, Piazza del Duomo a Milano sarà coperta con un immenso telo bianco, oltre 3.000 metri quadrati, che diventerà il simbolo della seconda edizione di Pagina Bianca, una performance pubblica di sensibilizzazione contro ogni forma di abuso e violenza di genere, nonché bullismo e cyber bullismo.

 

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L’iniziativa vede in prima linea i contributi di Ivan Tresoldi, poeta di strada e artista pubblico, Valentina Pitzalis, donna simbolo della lotta alla violenza sulle donne e Fare X Bene, Onlus impegnata da anni nella prevenzione e lotta a ogni tipo di discriminazione e violenza. L’evento del 7 novembre rientra nell’attività della Onlus in vista del 25 novembre, Giornata Internazionale dell’eliminazione della Violenza contro le Donne.

 

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Una immensa superficie di carta bianca ricopre piazze, strade e luoghi pubblici creando così la suggestione di un grande foglio libero che, progressivamente con il contributo delle genti, diventa strumento d’espressione poetica e figurativa. L’idea che sottende questo lavoro esprime, come racconta Ivan, la volontà di: “…liberare le genti in un grande spazio autogestito senza regole ne padroni…”.

 

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Pagina Bianca sarà un “gesto pubblico”, uno strumento di espressione poetica e figurativa, grazie al contributo di quanti, partendo dalla suggestione di un grande foglio libero, vi potranno riportare ed esprimere, attraverso poesie, disegni e canzoni, le diverse testimonianze contro la violenza di genere. L’edizione di quest’anno sarà dedicata a Elio Fiorucci, grande protagonista della performance del 2014 e ambasciatore storico Fare X Bene, nonché ideatore del suo logo, una mano rosa che si apre al mondo con un cuore che vola verso il cielo.

“Snoopy & Friends”: al Wow di Milano una mostra dedicata ai personaggi di Charles Schulz

All’interno di WoW – Il Museo del Fumetto di Milano, è allestita fino al 10 gennaio 2016 una mostra dedicata ai mitici personaggi della Peanuts disegnati da Charles Schulz nel 1950. L’esposizione, allestita per festeggiare questo 65° anniversario, gode del prestigioso patrocinio del Charles M. Schulz Museum di Santa Rosa in California e accompagna l’uscita del film Snoopy & FriendsIl Film dei Peanuts, da ieri al cinema.

 

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L’impacciato Charlie Brown, la scorbutica Lucy, il tenero Linus, l’intraprendente Piperita Patty, il solitario Schroeder e naturalmente l’insuperabile Snoopy, svelano ai visitatori i segreti del loro successo grazie all’esposizione di tavole originali del grande Charles Schulz. Pannelli biografici, statue, installazioni multimediali, video, volumi, riviste, quotidiani d’epoca, giochi, documenti, comic books, manifesti cinematografici raccontano dinamicamente un successo lungo sessantacinque anni. Nella mostra il visitatore potrà leggere più di 500 strisce, rivedere le scene più belle dei cartoni animati, scattarsi divertenti fotografie in compagnia del proprio personaggio preferito e scoprire nuovi contenuti di Snoopy & Friends il film d’animazione diretto da Steve Martino.

 

"Snoopy & Friends - Il Film dei Peanuts"

“Snoopy & Friends – Il Film dei Peanuts”

 

Grazie ai pezzi unici provenienti dall’archivio della Fondazione Fossati si potranno inoltre ammirare i volumi pubblicati in Italia, i numeri più importanti del mensile Linus, così come testi monografici, saggi, libri e articoli. A ogni personaggio principale (Charlie Brown, Marcie, Linus, Snoopy, Schroeder, Lucy, Piperita Patty) sarà dedicata poi un’area espositiva aperta da una statua 3D con pubblicazioni e strisce che ne raccontano la personalità e lo sviluppo grafico nel corso degli anni. Una sezione a parte è invece dedicata a Snoopy, il simpatico e intraprendente bracchetto che con il suo universo immaginifico ha conquistato generazioni di lettori diventando, insieme a Charlie Brown, vero e proprio testimonial della serie.

 

Charles Schulz disegna Charlie Brown

Charles Schulz disegna Charlie Brown

 

Si potrà anche vedere la prima apparizione animata dei Peanuts all’interno dello spot pubblicitario girato dalla Ford nel 1959, qualche estratto dello storico lungometraggio “A Boy Named Charlie Brown” (1969), di “Snoopy Cane Contestatore” (1972) e dello speciale televisivo che segnò il vero debutto in animazione da protagonisti “A Charlie Brown Christmas” (1965).

Kate Moss e il tatuaggio sul fondoschiena firmato Lucian Freud

Chi l’avrebbe mai detto che la bellissima Kate Moss ha inciso sul suo favoloso fondoschiena due tatuaggi fatti da Lucia Freud, uno dei più grandi artisti di ogni tempo?

Solo per avere un’idea di chi è Lucian Freud (Berlino, 1922– Londra, 2011) basti pensare che quando era in vita l’opera Benefist Supervisor sleeping fu battuta da Christie’s a New York per 33 milioni di dollari, un record assoluto per un artista vivente. Non parliamo delle sue quotazioni dopo la morte.

L’episodio dei tatuaggi fatti a Kate Moss è raccontato in un’eccellente biografia dedicata al grande pittore britannico edita da Mondadori e scritta da Geordie Greig dal titolo Colazione con Lucian Freud.

Accadde a Londra sui sedili posteriori di un taxi, un luogo certo non adatto ai tatuaggi, era il 2002, Kate Moss era poco più che una ragazzina e sedeva insieme al già anziano Lucian Freud sul sedile posteriore del taxi.


Kate Moss e il tatuaggio sul fondoschiena firmato Lucian Freud


Lei le fa capire che vuole un tatuaggio fatto da lui perché ha sentito dire che oltre a dipingere fa anche tatuaggi.

Vanno a casa di Lucian Freud e se oltre a farle il tatuaggio sia accaduto qualcos’altro non è dato sapere… Freud aveva imparato la tecnica dei tatuaggi quando era in guerra, a 19 anni, marinaio su un mercantile che percorreva l’Atlantico.

I compagni, sapendo che era un’artista spesso gli chiedevano tatuaggi che consistevano, il più delle volte, nel nome della donna amata.

Del rapporto tra Lucian Freud e Kate Moss si sa anche che posò per giorni interi per lui nuda ed incinta.

La biografia racconta che Lucian Freud ebbe un’infinità di donne e che era davvero trasversale in quanto ad amicizie e frequentazioni; passava da un aristocratico ad un gangster senza alcuna difficoltà.


Kate Moss e il tatuaggio sul fondoschiena firmato Lucian Freud


La sua fu una vita spericolata e il libro Colazione con Lucian Freud la racconta molto bene.

Nato a Berlino nel 1922, nipote di Sigmund Freud, ebreo, si rifugiò a Londra con tutta la sua famiglia per sfuggire al nazismo.

Sebbene sia stato il nipote del fondatore della psicoanalisi, verso questa disciplina fu molto critico e teorizzava che la psicoanalisi conduce alla paralisi.


Kate Moss e il tatuaggio sul fondoschiena firmato Lucian Freud


Del celebre nonno dice: “La sua compagnia mi piaceva moltissimo. Non era mai noioso. Mi raccontava barzellette”.

Le colazioni di Lucian Freud a Notting Hill a Londra sono dunque diventate una sorta di biografia postuma dove si racconta anche dell’amore con Greta Garbo o di come si fa a tirare un pugno senza correre il rischio di rompersi un pollice.

Difatti spesso Freud si ritrovava a fare delle risse, una volta, ma di episodi del genere nel libro ne troverete molti, iniziò a tirare grissini a uno che fotografava con il flash e che lo infastidiva, cominciarono a fare a botte, lui aveva 84 anni e il mal capitato 40 di meno.

Dal ritratto emerge un Lucian Freud che scazzottava e scopava in continuazione, non si contano le sue amanti, basti pensare che andò a letto con quasi tutte le sue modelle che furono circa 500.

Ha avuto due figli dalla prima moglie ma circa altri dodici avuti da varie fidanzate.

Ci resta da scoprire quali sono i tatuaggi che fece a Kate Moss e dove, ve lo rivela D-ART perché la biografia non lo dice, una pudicizia che rispettiamo…


Per chi volesse scoprire di più su Lucian Freud
http://d-art.it/arte/limmenso-lucian-freud-e-gli-animali/1964

Copia il look: Olivia Palermo

COPIA IL LOOK: OLIVIA PALERMO


Emblema della raffinatezza. Icona di stile. Trend setter.
Negli anni Olivia Palermo ha spesso modificato il suo look pur mantenendo un’impronta incredibilmente chic ma allo stesso tempo disinvolta e sbarazzina.
I suoi classici? Capelli extra lucenti, riga centrale, morbide ed impeccabili onde. Leggero smokey sui toni del marrone, blush aranciato, nude lips.



Per quanto riguarda i capelli, il lob (long bob, ovvero il caschetto lungo) curato alla perfezione è caratteristica principale del suo look.
Olivia alterna poche ma valide varianti che contraddistinguono il suo stile minimal chic: lisci come la seta, beach waves, code basse e rigorose, pettinature bohémien, trecce e raccolti sapientemente spettinati.



Impossibile non notare, inoltre, che rispetto al castano naturale i suoi lineamenti risultano più dolci e femminili se riscaldati dalla nuova tendenza del bronde (quella via di mezzo tra brown-castano e blonde-biondo).

Per capelli perfetti:

PH LABORATORIES Argan and Keratin elixir 165ml € 33,50
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GOLDWELL trattamento Dual Senses Rich Repair 200ml € 13

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Per il make up look:

E’ importante creare una base fresca ed uniforme, definita da un leggero contouring a base di solo blush color pesca. Per le uscite serali ok anche ad una spolverata di illuminante sugli zigomi per enfatizzarne i volumi.



Olivia focalizza l’attenzione sullo sguardo: godendo del privilegio di ampie palpebre, in base all’occasione opta per eyeliner ad ispirazione anni ’70, smokey eyes sui toni neutri e lunghe ciglia infoltite da mascara volumizzanti.
Le labbra, ad eccezione di occasioni poco numerose, sono contornate e riempite da colori nude che le danno quell’allure sobria e sofisticata.



In seguito ad una collaborazione passata, il marchio Ciaté London le ha recentemente riaffidato la carica di direttrice creativa per una nuova capsule collection.



È così nata una gamma tutta firmata Olivia di pezzi must-have ispirata ai suoi beauty passepartout:

– Palette di 9 colori altamente performanti in nuances semplici e particolari, dai carne ai verdoni ai borgogna. Adatte a tutte. € 49 circa
– Matite occhi morbide sfumabili in nero e viola scuro € 21 circa
– Duo blush+bronzer in due varianti per carnagioni chiare o scure € 35 circa
– 4 rossetti opachi ma cremosi ed idratanti in tonalità carne/beige/rosato e rosso scuro € 26 circa
– Smalti in tonalità classiche come il nude e il rosso scarlatto e colori nuovi come il corallo o un intensissimo blu notte per l’autunno € 23 circa

Si acquistano sul sito del marchio Ciaté London e sono già andati in sold out più volte…

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Paola Fedele – make up artist

Loulou de la Falaise: essere una musa

Se ne andava quattro anni fa una delle più famose icone di stile del Novecento. Musa storica di Yves Saint Laurent e protagonista indiscussa della moda dagli anni Sessanta in poi, Loulou de la Falaise è stata l’icona fashion più famosa dagli anni Sessanta ai giorni nostri.

Musa per antonomasia della Rive Gauche di monsieur Yves, incarnò la quintessenza dello stile bohémien divenendo a sua volta una brillante designer di gioielli. All’anagrafe Louise Vava Lucia Henriette le Bailly de la Falaise, Loulou nacque in Inghilterra il 4 maggio 1948 dalla modella anglo-irlandese Maxime Birley, amata da Cecil Beaton, e dal marchese Alain de La Falaise, grande intellettuale.

Battezzata con il profumo Shoking di Elsa Schiaparelli anziché con l’acqua benedetta, come lei stessa dichiarò, Loulou ebbe un’infanzia travagliata: le numerose relazioni extraconiugali della madre portarono i genitori al divorzio e quest’ultima perse la custodia dei due figli, Loulou e Alexis, che furono affidati a delle case famiglia.

Loulou de la Falaise è stata musa iconica di Yves Saint Laurent



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Loulou de la Falaise in Yves Saint Laurent



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All’anagrafe Louise Vava Lucia Henriette le Bailly de la Falaise, Loulou nacque in Inghilterra il 4 maggio 1948



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Loulou de la Falaise era figlia della modella Maxime Birley, amata da Cecil Beaton, e dell’intellettuale di sangue blu Alain de la Falaise



Nelle vene di Loulou scorreva sangue inglese, irlandese e francese: ribelle per natura, la piccola venne espulsa da ben tre scuole, in Sussex, a Gstaad e a New York. Ma è nella Grande Mela che inizia per la giovane una carriera che la porterà a divenire una delle maggiori icone di stile mai esistite. Le sue gambe chilometriche e il suo charme androgino incantano la celebre editor Diana Vreeland che la ingaggia come modella facendola ritrarre da nomi del calibro di Richard Avedon e Irving Penn. Tuttavia la personalità scoppiettante della giovane le rende presto odioso il lavoro di modella: Loulou ha troppo da dire per amare quella professione fatta di pura immagine. La giovane vola quindi alla volta di Londra, dove inizia a lavorare per Queen Magazine. Ad appena 18 anni convola a nozze con l’aristocratico irlandese esperto di storia dell’arte Desmond FitzGerald, da cui divorzierà nel 1970.

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Loulou de la Falaise in uno scatto di Guy Marineau



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Loulou de la Falaise nel suo appartamento sulla Rive Gauche, 1982



detail of the bohemian Paris salon of Louise Loulou de La Falaise, fashionjewelry designer and muse to Yves Saint Laurent.

Particolari dell’appartamento dell’icona, arredato in stile boho-chic



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Incarnazione dello stile bohémien, Loulou de la Falaise affiancò per oltre trent’anni Yves Saint Laurent curando gli accessori e i gioielli delle sue collezioni



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Loulou de la Falaise lavorò come modella e fu scoperta da Diana Vreeland



Nella cornice di Carnaby Street nel 1968, anno passato alla storia, sarebbe avvenuto secondo le fonti più attendibili il primo incontro tra Loulou de la Falaise e Yves Saint Laurent. Erano gli anni della Swinging London, e da lì in poi prese il via la più grande rivoluzione culturale del Novecento. “Più eri giovane e più autorità avevi, nella Londra di allora”, affermò più avanti l’icona di stile, ricordando quel periodo della sua vita.

Incoraggiato dal partner storico Pierre Bergé, Saint Laurent aveva iniziato a disegnare collezioni di prêt-à-porter e aveva da poco aperto la sua mitica boutique sulla Rive Gauche, seguita da un’altra boutique, inaugurata a Londra nel 1969. In quest’ultima impresa il couturier era appoggiato da Betty Catroux e da Loulou, entrambe sue modelle e muse. All’epoca Loulou aveva 21 anni e già un divorzio alle spalle.

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Coloratissimi e ricco di dettagli folk, lo stile inimitabile di Loulou de la Falaise



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Dettagli boho-chic nell’appartamento dell’icona di stile



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Stampe patchwork, fiori e vasi di porcellana nell’interior design dell’appartamento sito sulla Rive Gauche



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Loulou de la Falaise nel suo appartamento parigino



by Norman Parkinson, C-type colour print, 1974

Yves Saint Laurent e Loulou de la Falaise foto di Norman Parkinson, 1974



Il suo stile rappresenta la quintessenza del boho-chic, con una predilezione per accessori vintage e gioielli etnici. Innamoratosi del suo charme, Yves la vuole al suo fianco a Parigi. Il ruolo che Loulou dovrà ricoprire è indefinito: è così che in breve l’icona di stile si ritrova a disegnare gli accessori e gioielli per le collezioni della celebre maison. Il suo look androgino avrebbe ispirato la collezione di Yves Saint Laurent del 1966, con protagonista il celebre smoking. Il genio creativo del couturier carpì a lungo ispirazioni dal guardaroba eclettico ed originale di Loulou. “Una settimana era una novella Desdemona in velluto porpora e corona di fiori e la settimana dopo era una Marlene Dietrich”: con queste parole monsieur Yves descriveva lo stile dell’amica. Un’amicizia che segnò per sempre le loro vite: sarà Yves a disegnare per Loulou l’abito da sposa per il suo secondo matrimonio con Thadée Klossowski de Rola, figlio del celebre pittore Balthus, celebrato nel 1977 con una cerimonia indiana organizzata dallo stesso couturier nella cornice di Chalet des île del bois de Boulogne, poco distante da Parigi. Loulou appariva raggiante in un turbante di piume, lunghe collane folk e pantofoline stile indiano. Dal matrimonio nacque la figlia Anna. Più che una musa, termine che l’icona non perse mai occasione di bistrattare apertamente, Loulou de la Falaise fu per oltre quarant’anni spalla destra e intima amica di Yves Saint Laurent.

Loulou de la Falaise at her apartment. Paris, 1982-1988.

Turbanti e dettagli Seventies per Loulou de la Falaise, in uno scatto risalente agli anni Ottanta



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Il suo stile eclettico influenzò le collezioni di Yves Saint Laurent a partire dal 1966



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Come modella, Loulou de la Falaise ha posato, tra gli altri, per Richard Avedon e Irving Penn



1972 Loulou de la Falaise in YSL outside the original Rive Gauche Boutique on Rue de Tournon, photo by Umberto Guidotti, ELLE

Loulou de la Falaise ritratta fuori dalla celebre boutique Yves Saint Laurent della Rive Gauche, 1972



Loulou de la Falaise the day of her marriage with Thadée Klossowski, 1977

Loulou de la Falaise il giorno del suo matrimonio con Thadée Klossowski, 1977



Loulou de la Falaise, Vogue, 1970. Photographer Richard Avedon

Loulou de la Falaise ritratta da David Bailey per Vogue, 1970



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Loulou de la Falaise in Yves Saint Laurent, Parigi, Giugno 1969, foto di Patrick Lichfield



Al ritiro di Saint Laurent, nel 2002, dopo oltre trent’anni trascorsi a disegnare accessori e gioielli per le sue collezioni, Loulou lanciò la propria linea di abbigliamento, che comprendeva prêt-à-porter, gioielli e accessori. Dettagli di stile per veri intenditori, nelle sue collezioni si trovava il migliore tweed inglese; i pantaloni ricordavano la linea di quelli usati dai marinai francesi, mentre completavano il look sofisticate bluse di seta e cappotti profilati di pelliccia. La sua è una clientela di élite, innamorata in primis del suo stile, che Loulou riesce magistralmente a traferire ai suoi gioielli. Loulou de la Falaise disegnò anche porcellane e vasi per Asiatides e gioielli per la boutique di Yves Saint Laurent ubicata nei Giardini di Majorelle a Marrakech, e aprì due negozi a Parigi, uno dei quali fu progettato dal fratello Alexis. Celebre il suo appartamento parigino e la sua casa in Normandia, arredati con gusto boho-chic. Lo charme parigino dell’icona di stile è stato celebrato nel libro Loulou de la Falaise (Ed. Rizzoli Usa), corredato da oltre 400 fotografie di nomi come Helmut Newton e Richard Avedon, Steven Meisel e Bettina Rheims. La designer si è spenta il 5 novembre 2011, ad appena 63 anni, nell’ospedale di Gisors, in Francia, a causa di un male incurabile. Tenuta segreta fino all’ultimo, la malattia ha posto fine prematuramente alla vita della più famosa icona della moda degli anni Settanta. Uno stile indimenticabile, che ancora oggi rivive nella Rive Gauche.

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Dal ritiro di monsieur Yves, la celebre Loulou divenne designer di gioielli



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Coloratissimi i suoi outfit, sofisticati e bohémien



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Loulou de la Falaise è scomparsa il 5 novembre 2011 dopo una lunga malattia




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La Fontana di Trevi torna al suo splendore grazie a Fendi

Dopo appena diciassette mesi dall’inizio dei lavori, e prima della data inizialmente prevista per fine 2015, dal 3 novembre è tornata a scorrere l’acqua nella Fontana di Trevi grazie all’imponente operazione di restauro finanziata da Fendi. Durante il periodo del restauro, l’idea da parte della Sovrintendenza Capitolina di realizzare la passerella panoramica con pannellatura trasparente, accessibile direttamente dalla piazza, ha permesso ai visitatori di vedere la Fontana di Trevi da una prospettiva unica, di entrare fisicamente in un capolavoro artistico di fama internazionale e di avere una prossimità mai avuta prima.

 

Fontana di Trevi restaurata 3 novembre

 

Il progetto di ripristino, giocando di creatività, ha dato vita ad uno dei cantieri di restauro tra i più innovativi concepiti finora per interventi di questo tipo e consentito di non interrompere la fruizione di uno dei monumenti più belli e visitati di Roma. E il progetto non si ferma qui: per il 2016 la Maison romana conferma il proprio impegno in operazioni di mecenatismo legate alla città di Roma e alle sue fontane grazie a Fendi for Fountains, sostenendo il restauro e/o manutenzione della Fontana del Gianicolo, del Mosè del Ninfeo del Pincio e del Peschiera.

 

Il restauro della Fontana di Trevi in numeri:

3.000.000 di visitatori

516 giorni lavorativi su 600 previsti

59.092 visite al sito web

2.867 APP IOS scaricate

1.721 APP Android scaricate

3.900 mq di travertini e marmi restaurati

340 mq di stucchi restaurati

100 mq di intonaci restaurati

80 mq di laterizi restaurati

320 mq di vasca restaurati

31 tecnici progettazione e Direzione Lavori

26 restauratori

36  operai specializzati

27 tecnici

10 addetti alla sorveglianza

Cosa succede alla spianata delle moschee a Gerusalemme?

La spianata delle moschee, uno dei luoghi più sacri per le tre religioni monoteiste è al centro delle violenze dell’ultimo periodo in Israele e Palestina. Neanche la visita del segretario di Stato americano John Kerry è riuscita a calmare gli animi che d’altronde sono surriscaldati da 50 anni.


I palestinesi e i giordani accusano Israele di violare l’accordo formale che vige, più o meno, dalla conquista israeliana di Gerusalemme nel 1967 quando tolse il controllo della zona della spianata alla Giordania. Netanyahu respinge le accuse. Cosa sta succedendo quindi?


Nel 1967, dopo l’occupazione israeliana, la gestione della spianata delle moschee venne lasciata alla Giordania per evitare l’insurrezione di tutto il mondo musulmano. In particolare alla Waqf giordana, una fondazione caritatevole.
La Spianata delle moschee è il terzo luogo più sacro per l’Islam dopo la Ka’aba e la moschea del Profeta ma è anche il luogo più sacro per gli ebrei in quanto sede del primo e del secondo Tempio così come per i cristiani a causa delle molte visite di Gesù al tempio.


Per gli ebrei vige un divieto rabbinico di pregare sulla spianata e per i musulmani l’area è vietata agli infedeli. Questo ha portato ad un accordo, chiamato Status quo, che stabilisce che gli israeliani gestiscano l’area che circonda la spianata e la Giordania la spianata in sé. Peccato che l’accordo sia consuetudinario e non scritto per cui ogni parte coinvolta ha la sua interpretazione dello Status quo.


Negli ultimi anni sono aumentati gli ebrei ultra ortodossi e la proibizione rabbinica alla preghiera sulla spianata si è indebolita questo ha portato a visite più frequenti da parte di fedeli ebrei. Queste numero maggiore di visite secondo palestinesi e giordani viola lo Status quo ma secondo gli israeliani nulla è cambiato, loro dichiarano di rispettare il precetto fondamentale dell’accordo, il mantenimento della pace del sito tramite una collaborazione con la Giordania.


Dal 1967 lo Status quo è cambiato in 4 aspetti fondamentali:


Il ruolo della Giordania.
Fino al 2000 la Giordania poteva mettere il veto su chiunque entrasse nella spianata. Israele sostiene che questo non è vero, semplicemente Israele decideva di entrare nella spianata su richiesta giordana ma che nella pratica la cosa non importava in quanto le due parti lavoravano insieme alla gestione e a nessuno è mai stato vietato l’accesso se non agli attivisti del tempio che entrambi le parti considerano provocatori.


Con l’inizio della seconda Intifada del 2000 le due parti avevano deciso di estendere il divieto di accesso a tutti i non musulmani ma nel 2003 Sharon aveva revocato la decisione unilateralmente. Da allora tutto il mondo ha cercato di convincere Israele a rivedere la sua scelta e tornare a collaborare con i giordani ma gli israeliani hanno sempre fatto orecchie da mercante. Anche quando a chiederglielo è stato Kerry.


Fino al 1995, più o meno, la gestione della spianata è stata tranquilla ma quando nel 1996 gli israeliani aprirono i tunnel del Muro del pianto iniziarono a esserci i primi problemi. In risposta la Waqf diede il permesso al Movimento islamico israeliano di portare profondi rinnovamenti al sito senza avvisare la sopraintendenza archeologica israeliana. Furono rimossi 10 mila tonnellate di terra con reperti islamici e ebrei che andarono persi.


Israele non la prese bene e ora la Waqf deve chiedere il permesso per ogni più piccolo intervento nel sito. Israele non ne permette quasi nessuno e questo porta a dei problemi grandissimi nei momenti di alta affluenza. Mancano bagni, punti di preghiera o punti per le abluzioni.


Come se non bastasse molti rappresentati del governo israeliano hanno fatto dichiarazioni incendiarie. Nel 2012 un membro del parlamento israeliano entrò alla spianata e si avvicinò alla cupola della roccia dichiarando la sovranità di Israele sul sito. Un ministro attuale, Uri Ariel, ha addirittura chiesto la costruzione del terzo tempio.
Netanyahu non si è mai impegnato molto nello smorzare i toni dei falchi del suo governo.


Israele sta “diluendo” la presenza di ebrei e musulmani alla spianata ma allo stesso tempo nella piazza del Muro del pianto, fatta demolendo un intero quartiere arabo dopo la guerra del 1967, i palestinesi sono banditi. Non formalmente ma nella pratica. Per un palestinese entrare nella piazza è un incubo dal punto di vista burocratico e anche con il permesso la visita può essere negata.

Saviano e il plagio

Non voglio entrare nel merito dela questione “Saviano-plagio”. La questione attiene ai tribunali, in cui le parti che si sono sentite lese hanno dimostrato i fatti e giudici terzi, in un regolare processo in più gradi e seguendone le procedure hanno riconsciuto le loro ragioni. Il resto sono polemiche sterili, che non riguardano né l’informazione, né la lotta alle mafie, né il giornalismo, né i fatti.
 Non entro nemmeno nel merito della vicenda tra Saviano e Ordine dei Giornalisti e Sindacato Unitario della Campania. In proposito gli articoli sono tre. E chi si vuole fare un’opinione, scevra da commenti, li trova qui.
 La nota congiunta di Ordine e Sindacato Regionale, La replica di Saviano su l’Espresso e questa la contro replica di Ordine e Sindacato e dei consiglieri nazionali FNSI


Questa vicenda però porta con sé almeno tre considerazioni, che partono da Saviano e dal giornalismo e dal mondo dell’informazione per descrivere – ed in questo questa vicenda è davvero emblematica – il tempo della comunicazione in cui viviamo.
La prima considerazione è che ormai non si scrive più “andando sul campo”, ma si usano pc sempre connessi. [ne ha ben scritto Federico Varese su La Stampa]Il che porta spesso a ricercare conferme e dettagli online. Ciascuno ha il suo metodo. Ma altrettanto spesso si ritiene che “dato che sta in rete allora è gratis”, oppure copiabile, come se fosse proprio. E non è così. Vizio discreto ma grave, almeno se e sino a che non c’è malafede.


La seconda considerazione è che “abbiamo bisogno di eroi”, o quanto meno di simboli. Forse ne abbiamo tanto più bisogno quanto più il tempo accelera e i modelli delle nostre vite diventano precari. Ma questa ricerca di miti e di personaggi cui concediamo ogni attenuante e assoluzione non è un bene, nè per le batteglie di cui sono simboli, nè per la società nel suo complesso.
La terza considerazione riguarda una patologia assordante che riguarda sia l’informazione che la politica, il giornalismo, il mondo dell’impresa, e tutto quanto a torto o a ragione considera se stesso come “soggetto apicale”. Se subisce un qualsiasi attacco diventa atto di lesa maestà, il che si traduce spesso (come in questa vicenda) di un uso personale e personalistico di uno spazio che non gli appartiene. Un vecchio adagio recita che “i giornali sono dei lettori”. Per questo non dovrebbero mai essere uno spazio privilegiato e personale per replicare su questioni personali o che dovrebbero avere un luogo naturale “altrove”. Ci si dovrebbe chiedere se una persona “normale” colpita dalla stessa accusa avrebbe a disposizione gli stessi media per consolidare a proprio favore l’opinione pubblica. E chiaramente sappiano che non è così, e che non avrebbe tali mezzi.


Saviano copia. È un fatto accertato e non in discussione.
 A scanso di equivoci non è questa né la sua colpa né in sé il reato. Semmai lo è non aver mai messo (se non dopo condanna giudiziaria) una sola nota, un solo credit, una sola postilla (eppure non costava nulla e sarebbe stato facilissimo) per dire da dove aveva preso quella informazione o il nome di chi aveva dato quella notizia.
Ciò come dicevo prima sarebbe un vizio discreto ma grave, almeno se e sino a che non c’è malafede. E qui invece comincia qualcosa di grave che trasforma tutta questa vicenda in qualcosa di diverso.
Una società che ha bisogo di eroi genera mostri. E i miti di cui ha bisogno e che alimenta e droga con il doping mediatico finiscono con l’essere schiavi di un ruolo irrinunciabile. I personaggi finiscono con il credere davvero al proprio mito, e di considerarsi davvero supereroi, intoccabili, ai quali muovere una critica significa compiere atto di lesa maestà.
Occore un’alchimia non solo mediatica ma anche industriale: occorre cioè che il mito porti reddito e fatturato, così che chi guadagna da quel mito abbia tutto l’interesse a che ci sia polemica, dibattito e spazio (mediatico). Se c’è questo tutto torna e funziona e diventa un circo. Anche quando il tema sono le mafie e si parla – spesso a sproposito – di “morti ammazzati” e di veri eroi civili con un po’ troppa leggerezza che sfocia nella blasfemia, o almeno nel “pessimo gusto”.


Saviano non cita i giornali da cui prende notizie e fatti a piene mani perchè è troppo preso dal mito di sé come unico e solo eroe dell’informazione anticamorra. Non può ammettere o dire o dichiarare che ci sono tanti giornalisti che ogni giorno fanno informazione “vera” e seria e rischiano anche più di lui. Senza scorte e senza comparsate tv, e i cui articoli (spesso veramente scottanti e originali) non vengono pagati migliaia di euro.
Saviano non può citare i gironali da cui attinge, perchè sono gli stessi giornali che definisce “collusi” o che spesso ne criticano gli eccessi, e da star mediatica sa bene che nominarli sarebbe fargli pubblicità.
Saviano ha parlato sempre di sé stesso come di un giornalista, senza esserlo.
Oggi paragona sé stesso a “un abusivo dei giornali”, parlando al grande pubblico che immagina e desume sia la stessa cosa. Mentre Saviano sa bene che gli “abusivi” nei giornali di qualche decennio fa erano giornalisti, iscritti all’ordine, che semplicemente non avevano un contratto.
Cosa ben diversa da chi giornalista non è, scrive (come può fare liberamente chiunque, ma senza definirsi giornalista) ma di contratti ne ha parecchi, e decisamente ben pagati.

Saviano spara nel mucchio, attacca una categoria in generale, senza distinzioni, pur di salvare il mito di se stesso da cui lui stesso dipende.


Chi lo critica è servo, corrotto, colluso, parte di un sistema.
La scelta offerta alla massa è un manicheismo quasi settario, o con lui o con la camorra. Dimenticando che il primo atto di legalità è il riconoscimento del lavoro altrui.
Ciò che non esclude il merito dello scrittore-Saviano: aver acceso i riflettori su un fenomeno in generale e sul clan dei Casalesi in particolare, che sino a Gomorra erano relegati – appunto – alle folte pagine di cronaca locale ed al lavoro di cronsiti di frontiera.
La reazione dei fan – che scientemente Saviano stimola e spinge alla alzata di scudi ogni qualvolta qualcuno osa criticarlo – è violenta e scomposta… tipica di chi non può far a meno del personaggio di se stesso da cui dipende: il Daily Beast finisce con l’essere al servizio del narcos, i giornali locali al soldo della camorra, i colleghi che lo criticano sono gelosi o rosiconi, tutti soggetti di un complotto dei poteri forti che lo vogliono far tacere…
Eppure, basterebbe mettere due note ogni tanto, senza polemiche. E senza inventarsi novello inventore di presunti generi letterari.
A meno che queste polemiche non servano per alimentare l’esistenza di un personaggio senza il quale, a ben vedere, Roberto Saviano non saprebbe vivere.

Balmain per H&M: tutti i prezzi in esclusiva

Arriva oggi nei negozi e nell’online shop di H&M la nuova collezione disegnata in esclusiva che unisce il lusso della storica maison francese Balmain al low-cost della catena svedese.

Con un party esclusivo a New York è stata lanciata in anteprima la collezione più attesa dell’anno, disegnata in esclusiva da Olivier Rousteing per H&M.

Con testimonial del calibro di Gigi Hadid, Kendall Jenner e Jourdan Dunn e una sfilata evento, la collezione Balmain per H&M è finalmente svelata per tutti i curiosi. Tanti i sono i pezzi, da giacche preziose a cinture gioiello fino agli accessori, dagli orecchini pendenti alle scarpe: ecco in esclusiva i prezzi dei capi più belli.

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449 euro



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149 euro



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149 euro



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99 euro



Giacche impreziosite da cristalli e paillettes per proporzioni oversize e mood army-chic, in linea con lo stile Balmain, e ancora gonne drappeggiate, gioielli dorati, come i bracciali rigidi e le cinture gioiello. Stivali dal mood aggressivo e capispalla importanti, come le pellicce. Questi e tanti altri sono i capi che troverete da domani negli stores della catena svedese e online sul sito.

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99 euro



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69,99 euro



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299 euro



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349 euro



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129 euro



Una sfilata evento che ha visto alternarsi sulla passerella top model del calibro di Alessandra Ambrosio e Karlie Kloss, per una collezione dallo stile aggressivo e femminile. Capi per lui e per lei, con prezzi che variano dai 14 fino a 499€. La sfilata si è conclusa con la celebre band idolo delle ragazzine anni Novanta, i Backstreet Boys. Nel front row spiccavano attrici del calibro di Diane Kruger, innamorate della collezione.

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129 euro



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129 euro



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399 euro



Il party organizzato per il lancio della collezione ha visto tra i tanti nomi la splendida top model Rosie Huntington-Whiteley e la it girl più amata nei Paesi anglosassoni Alexa Chung, oltre alle bellissime testimonial del brand.

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79,99 euro



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29,99 euro



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249 euro



Guarda la gallery qui con tutti i pezzi e prezzi della collezione:



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Lo stile di Linda Tol

Federico Vespa, il privato prima di tutto

Federico Vespa(Roma, 25 febbraio 1979), dolce, gentile, uno di quei ragazzi che farebbero la felicità di ogni mamma se le proprie figlie lo presentassero come fidanzato.

Dopo gli studi di Giurisprudenza si dedica al giornalismo iniziando a collaborare con una testata di prim’ordine come La Gazzetta dello Sport

Approda alla radio e si fa subito riconoscere per la sua bravura e inizia a commentare le partite casalinghe della Roma per l’emittente radiofonica Radio 101 One o One (attuale R101.)

Per Rtl 102.5 commenta le gare casalinghe della Roma ed è stato inviato e radiocronista della finale di Champions League 2009.

Con suo padre Bruno Vespa ha condotto “Non Stop News Raccontami” approfondimento settimanale tuttora in onda su Rtl il Venerdì mattina dalle 8.00 alle 9.00.

Dinamico, allegro, per certi versi anticonformista, nonostante la rigida educazione familiare, dichiara s