Archive for dicembre, 2015

Lo stile di Anna Wintour

Il suo è il caschetto più celebre della moda, la posizione che occupa è la più ambita e prestigiosa per antonomasia e lei incarna da sempre il personaggio più amato e temuto del fashion biz. Il proverbiale sguardo obliquo che incuterebbe soggezione anche alla fashion editor più navigata, quel sarcasmo al vetriolo, l’alone che la circonda è quello di una diva patinata: sì, perché su Anna Wintour sono stati scritti anche dei libri, a partire da quello che è poi divenuto il film cult Il diavolo veste Prada.

Nata a Londra il 3 novembre 1949, dal 1988 Anna Wintour è alla direzione della Bibbia della moda, Vogue America. Una carriera nel giornalismo di moda iniziata ad appena sedici anni: furono questi gli esordi di una donna che il successo lo aveva scritto nel DNA o, più semplicemente, nel carattere, ambizioso e freddo come pochi. Si racconta che quando Anna Wintour si presentò al colloquio per essere assunta da Vogue, Grace Mirabella, all’epoca direttrice della celebre testata, le chiese a quale posto ambisse. Lei rispose gelida, “il suo”. Già, perché le doti che occorrono per fare una simile carriera partono da qui: occorre essere all’occorrenza spietati, calcolatori e disciplinati, parola chiave che in molti tendono a dimenticare. Simbolo della moda a livello mondiale, dopo i fasti di Diana Vreeland si è aperta ufficialmente l’era di Anna Wintour.

Temuta e riverita, odiata e venerata, presenza fissa dei front-row delle sfilate, la Wintour è molto amica di Franca Sozzani, direttrice di Vogue Italia. Il carattere della giornalista britannica ha ispirato alla sua ex assistente Lauren Weisberger (sebbene quest’ultima non abbia mai dato conferma ufficiale) il bestseller Il diavolo veste Prada, scritto nel 2003 e poi diventato un film cult. Celebre l’interpretazione di Meryl Streep nei panni di Miranda Priestley, personaggio modellato ad immagine e somiglianza di Anna Wintour. Impossibile dimenticare le maniere brusche e il tono saccente con cui si rivolgeva alla timida ed insicura assistente Andrea Sachs, interpretata da Anne Hathaway. Secondo rumours il direttore di Vogue America non avrebbe assolutamente gradito il film incentrato sul romanzo della Weisberger e avrebbe addirittura intimato molti designer di non prendervi parte. Inoltre è chiaramente ispirato alla Wintour il look del personaggio di Fey Sommers nella serie televisiva Ugly Betty.

Anna Wintour ritratta da Ellen von Unwerth per Interview,1993

Anna Wintour ritratta da Ellen von Unwerth per Interview, 1993

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Anna Wintour è nata a Londra il 3 novembre 1949

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Dal 1988 la giornalista britannica è alla direzione di Vogue America



La direttrice di Vogue America è da sempre al centro di infinite polemiche: nota per favorire gli stilisti americani, tra i suoi protetti spiccano John Galliano, Marc Jacobs e Plum Sykes, un’assistente di Vogue diventata poi scrittrice di successo, contesa dall’élite modaiola di New York. Nella sua lista dei magnifici sette del fashion system spicca solo un nome italiano ed è quello di Miuccia Prada: vediamo spesso la Wintour indossare le sue creazioni.

Anna Wintour è protagonista del documentario The September Issue, che descrive il lavoro che sta dietro la pubblicazione del numero di settembre di Vogue, considerato il più importante dell’anno. Il documentario è opera del regista R. J. Cutler ed è stato premiato al Sundance Film Festival.

Spietata nei confronti delle persone in sovrappeso, la Wintour è spesso attaccata per le sue posizioni ferme e rigide. Pare che anche la celebre Ophrah Winfrey sia stata costretta a perdere ben venti chili per apparire sulla copertina di Vogue America. La stessa Grace Coddington, fashion editor sottoposta alla Wintour nella redazione del magazine, avrebbe ammesso che i canoni estetici della sua direttrice nel selezionare modelle e celebrities da fotografare sono obiettivamente estremi.


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Ma le polemiche non finiscono qui: la Wintour non ha mai nascosto il suo amore per le pellicce, attirandosi il malcontento di numerosi gruppi di animalisti, che più volte le hanno lanciato addosso vernice, uova e quant’altro. Accusata da molti stilisti italiani di privilegiare sfacciatamente la moda americana a danno di quella italiana, la Wintour ha più volte preteso (e spesso ottenuto) che i giorni della settimana della moda milanese venissero ridotti da sette a cinque. Ma ogni guerra ha i suoi combattenti: dichiaratamente schierati contro lo strapotere della Wintour sono stati Roberto Cavalli e Krizia, recentemente scomparsa, ma anche Giorgio Armani.

Apparentemente rigida e snob, nella vita privata la Wintour ha alle spalle un matrimonio fallito, con lo psichiatra David Shaffer, da cui sono nati i due figli Charles e Katherine (detta Bee), che la giornalista ha più volte tentato invano di convincere a lavorare nell’ambito moda. Intima amica di Ralph Lauren e Diane von Fürstenberg, pare che la giornalista conduca una routine giornaliera molto metodica, che prevede sveglia prestissimo al mattino, pasti estremamente ridotti e una passione per i cappuccini bollenti. La Wintour, per contratto dalla Condé Nast (la casa editrice che gestisce Vogue), ha uno stipendio annuo che supera i 2.000.000 di dollari, oltre ad avere un autista personale e –dulcis in fundo– un budget annuale di 200.000 dollari interamente destinato a coprire le spese di abbigliamento. Il sogno di ogni fashion victim, insomma.

La giornalista nel front row della sfilata Erdem

La giornalista nel front row della sfilata Erdem

Anna Wintour alla New York Fashion Week 2016

Anna Wintour alla New York Fashion Week 2016



Lo stile prediletto dall’algida giornalista prevede cappottini e tailleur dall’appeal bon ton; e se da giovane la celebre direttrice di Vogue non lesinava in lustrini e paillettes, oggi appare più sobria. Largo a stampe all over e gonne plissettate passepartout, sotto gli occhiali da sole e il caschetto d’ordinanza. Spesso in pelliccia -rigorosamente Fendi, Dior o Chanel– la Wintour sfoggia spesso capi firmati Prada, come nel titolo del film a lei dedicato. Ça va sans dire.


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Chi sono i meglio vestiti del 2015

Creata nel lontano 1940 da Eleanor Lambert, l’International Best Dressed List è da allora l’appuntamento annuale più prestigioso per decretare i meglio vestiti di ogni anno. Nella celebre Hall of Fame della lista, ceduta al magazine Vanity Fair dalla stessa Lambert poco prima di morire, sono comparsi nel corso degli anni nomi illustri di icone di stile irraggiungibili ed eteree, da Marella Agnelli a Babe Paley, celebre cigno di Truman Capote, da Jackie Kennedy a Gloria Guinness fino a C. Z. Guest e, ancora, Jacqueline de Ribes e molti altri.

Ma andiamo a scoprire chi sono i meglio vestiti dell’anno che sta per concludersi. Il 2015 vede in pole position la principessina Charlotte Casiraghi, musa di Gucci e icona di bellezza, adesso al centro delle cronache mondane anche per il nuovo amore, il regista italiano di nobili ascendenze Lamberto Sanfelice. Lo stile sempre impeccabile della principessa non smette di affascinare. Piace molto anche Letizia Ortiz, dalla figura sottile e dal grande charme. Stile evergreen per Francesca Amfitheatrof, direttore creativo di Tiffany & Co. La First Lady britannica Samantha Cameron piace a molti per le sue mise colorate e dal gusto classico. Restiamo in Gran Bretagna con la Sophie Rhys-Jones, contessa del Wessex, amata per la sua eleganza aristocratica.

Premiato anche lo stile della ballerina Misty Copeland e la grande personalità di Mellody Hobson, la donna d’affari protagonista del Pirelli 2016. Immancabile la presenza di Amal Clooney, che si è imposta all’attenzione dei media per la sua classe, rara e molto apprezzata. Nella lista delle meglio vestite del 2015 compaiono anche le cantanti Rihanna e Taylor Swift.





Tra gli uomini in pole position l’architetto Robert Couturier, seguito dal principe Harry, da Stavros Niarchos III e dal Principe Carl Philip di Svezia. Inoltre compaiono nella lista anche Sir Jonathan Ive e il costume designer William Ivey Long.

Ad Hollywood promosse a pieni voti Diane Kruger, Emma Stone, Sienna Miller, Emma Watson e la bellissima Charlize Theron. Tra le coppie più amate e più eleganti spiccano Pierre Casiraghi e Beatrice Borromeo, freschi di matrimonio e in attesa del primo figlio.

Nella categoria dedicata agli addetti ai lavori del settore moda troviamo la fashion editor Giovanna Battaglia, Zac Posen, Victoria Beckham, Caroline Issa e Lauren Santo Domingo. Nella Hall of Fame immancabile la presenza anche quest’anno di Sheikha Mozah bint Nasser al-Missned, seconda delle tre mogli di Hamad bin Khalifa al-Thani, emiro del Qatar.

Cosa indossare la notte di Capodanno

Sta per arriva come ogni anno la notte di S. Silvestro. Se non avete ancora scelto cosa indossare per accogliere il nuovo anno, ecco per voi delle proposte che possono risolvere i vostri dubbi sulla scelta dell’outfit per entrare nel 2016.

Il trend per la vigilia dell’anno nuovo è uno: sparkling. Brillare è la parola d’ordine, per diventare la regina del veglione. Lustrini e paillettes si rivelano must have incontrastato per una serata in cui osare non è un errore. E tante sono le proposte dei vari brand, anche senza spendere una fortuna.

Dall’immancabile ASOS troviamo un’ampia selezione di mini, midi e maxi dress interamente decorati con paillettes. Che si tratti di tuniche, abiti interi e semplici dettagli sfavillanti, il fashion trend vi vuole come delle dive da red carpet. In alternativa largo a tessuti glitterati e metallizzati, che valorizzano la silhouette e donano quel tocco da diva patinata perfetto per attirare gli sguardi.

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Nella notte di Capodanno le paillettes sono la scelta più trendy

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Le protagoniste di “Gossip Girl” sfoggiano lunghi abiti ricoperti di paillettes



Da Motel troviamo proposte di abiti decorati di paillettes in tante sfumature, dal verde al borgogna. Abiti semplici dalle linee essenziali, perfetti da indossare senza altri accessori, basta un tocco di rossetto e una scarpa dal tacco a spillo.





Lustrini, paillettes ed abiti effetto glitter sono disponibili anche da Missguided: il brand inglese propone tanti modelli, per tutti gli stili e per tutte le lunghezze. E tante sono le proposte viste anche su Lipsy, da lunghi abiti a sirena interamente ricoperti di lustrini a proporzioni mini e midi.

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Must have di San Silvestro, gli abiti di paillettes donano a tutte



E tante sono le celebrities che hanno sfoggiato in diverse occasioni abiti di paillettes: dalle top model Alessandra Ambrosio ad Adriana Lima, angeli di Victoria’s Secret, ad attrici del calibro di Angelina Jolie ed Eva Longoria, fino a dive della musica come Katy Perry e Taylor Swift. Immancabile l’icona di stile e modella Kate Moss, fotografata più volte in mise paillettate, per un look sofisticato e glamour. Da copiare.

Youth Culture. Superdry presenta la sua collezione a Pitti Uomo 89, special ambassador: l’attore Idris Elba.

Superdry è un brand di abbigliamento da uomo e donna che non può mancare nel guardaroba di ogni globetrotter: in esso si fondono grafica giapponese, stile vintage americano ed eleganza britannica.
Il brand si rivolge a persone che hanno in comune uno stile di vita colto e libero e possiede attualmente quasi 100 negozi monomarca nel Regno Unito e 66 nel resto d’Europa.

Superdry presenzierà a Pitti Immagine Uomo presentando le sue collezioni FW 16, in particolare l’esclusiva collezione premium di abbigliamento maschile realizzata con Idris Elba, il super cool attore britannico vincitore del Golden Globe e star di importanti blockbuster.

Il look della collection di Superdry con Idris Elba è composto da pelli morbidissime di prima qualità, lane con cui sono realizzati capispalla urban dal taglio sartorial, bomber double-face in tessuto tecnico e trench very London.

Idris Elba

Idris Elba



La combo creativa tra il marchio e l’attore ha portato alla realizzazione di 250 capi, in cui è vivido il tocco british urban style di Elba. Un interessante placement per la crescita del brand, che diventa ancora più competitivo grazie alla consulenza stilistica di un simbolo dell’eleganza multiculturale.

Trench Idris Elba x Superdry

Trench Idris Elba x Superdry



Uno stand da non perdere al prossimo Pitti Immagine Uomo, che inizierà il 12 gennaio 2016 alla Fortezza da Basso nel capoluogo toscano.

Bomber Idris Elba x Superdry

Bomber Idris Elba x Superdry

Cronache vintage – Viaggio fra le acconciature e i belletti del ventesimo secolo

Sono sicurissima che molte di voi saranno andate dal parrucchiere ieri, o dall’estetista, o da Sephora, per ravvivare il colore ai capelli o per darci un taglio netto (non solo alla chioma, ma pure all’anno che sta per terminare), per sistemare le sopracciglia incolte, per acquistare un rossetto rosso da baci appassionati. Non lo avete ancora fatto? Brave! Approfitterete della mia cronistoria a spasso fra le acconciature e i look dell’ultimo secolo e deciderete così se essere, per il prossimo party di Capodanno, una vaporosa e truccatissima donna eighties style o una moderna Jean Harlow platinata! Questa prima parte è dedicata al periodo che va dal 1900 agli anni ’40 (la prossima settimana saprete il resto, quindi leggete attentamente e attendete ansiosamente!).


Dunque, tanto per cominciare, apprendo che durante il primo decennio del 1900 le donne della buona borghesia portavano anelli ai capezzoli (per procurarsi un effetto eccitante da sfregamento, che distraeva il corpo soffocato nel busto da tutte le sue pene). Mi direte che non c’entra nulla con i trucchi e belletti… esatto, è una curiosità che vi ho fornito e che molto stride con l’aspetto di quel decennio: le fanciulle da marito insieme alla pelle diafana, con annesse venuzze violacee accentuate dal trucco, il vitino, e il profumo alla lavanda, portavano capelli ondulati, morbidamente raccolti, con aggiunta di toupet, se necessario: la parola d’ordine era INNOCENZA!


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Isadora Duncan



Poi venne la guerra e i mariti al fronte dovevano essere assolutamente certi che le loro donne avessero un comportamento retto e ineccepibile, che non si curassero delle inutili civetterie, che apparissero pulite e compite. Fortunatamente la guerra volse al termine e sul finire del 1920 la donna da virtuosa divenne pericolosa e ambigua. Accorciò i capelli, per portarli alla maschietta, mise del kajal  intorno agli occhi, truccò di rosso intenso la bocca, “esotizzò” il suo aspetto, per divenire una femme fatale dal gusto orientale.


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Gloria Swanson



E giungiamo ai gloriosi anni ’20, siore e siori, e questo periodo è tra i miei più amati! Ormai i capelli alla maschietta erano un must, e nonostante gli uomini non condividessero, le signore imponevano il nuovo taglio burlandosi di loro con candide bugie (“caro, ho bruciato i capelli con la lampada a olio!”). E poi occhi bistrati, viso molto truccato, cipria in gran quantità, fard tamponato anche in pubblico: atteggiamento sconveniente, ma irresistibilmente chic! E poi lui, il rimmel (resistente all’acqua, peraltro). Fu creato nel 1921 da Elizabeth Arden, la professionista della bellezza (nonostante Helena Rubinstein ne rivendicasse l’invenzione), che volle tutte con ciglia lunghissime per sguardi ammaliatori. E infine, Coco Chanel, colei che inventò il tubino nero, introdusse l’uso del jersey e dei pantaloni, amava i gioielli purché fossero tassativamente finti, ebbene ruppe con il passato ancora una volta, quando dimostrò che “abbronzata è bello”! Se ne andava al mare a Biarritz e si faceva baciare dal sole: solo i poveri non potevano permetterselo, per cui avere la pelle colorata divenne cool nonché UPPER CLASS!


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Louise Brooks



Gli anni ’30 si potrebbe sintetizzare con questa frase: “La bellezza non è un dono, è abitudine”. Ad affermarla fu Germane Monteil, che nel 1935 fondò la sua casa cosmetica e convertì le sue clienti alla filosofia del “benessere”: il trucco non era sufficiente, da solo, a fornire un bell’aspetto, bisognava applicare sul viso creme da giorno e da notte, seguire un’alimentazione sana, praticare sport. Più in generale, in questo periodo, la donna doveva essere magra ma non efebica, femminile pur non impiegando strati di trucco (come si era usato precedentemente), abbronzata, naturale, curata. I capelli si allungarono almeno fino al mento, morbide onde incorniciano il viso. Le donne comuni guardavano alle dive del cinema, al loro incarnato perfetto, alle loro sopracciglia dall’arcata minuziosamente disegnata, ai loro soffici capelli biondissimi.


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Jean Jarlow



Bene, siamo arrivati ai ’40 e io sono felice di annunciarvi che ormai il trucco è per le donne come il tabacco per gli uomini: INDISPENSABILE. C’è una guerra in corso? E allora, che le fanciulle tutte siano piacevoli, curate, dall’aspetto accogliente e femminile. E attenzione, non è più il caso di apparire provocanti e frivole, gli uomini esigono per le loro fidanzate e mogli un’immagine matura e sensuale, in altre parole rassicurante.


Naturalmente non era facile reperire cosmetici in Europa, a differenza che in America, dove Elizabeth Arden ideò per le donne lavoratrici la BUSY WOMAN’S BEAUTY BOX, dove ci trovavi la cipria, il rossetto, lo specchietto, la crema detergente, insomma tutti quei prodotti con cui potevi “restaurarti” in ogni situazione. Le europee dovettero accontentarsi del lucido per stivali che usarono come rimmel o della crema da scarpe per colorare le sopracciglia. Scaltre queste ragazze!


E le chiome, in mancanza di un parrucchiere che non sempre ci si poteva permettere, venivano raccolte in quello che fu battezzato come “elmo”: i capelli erano portati tutti sù ed elegantemente fasciati attorno al capo. Una sorta di moderno grande “cocco”. In alternativa, si ricorreva allo chignon, nodo attorcigliato sulla nuca inventato dal parrucchiere Guillaume nel 1944 per Balenciaga (lo li porto spesso così, mi fanno sentire una ballerina metropolitana!). Altrimenti si ricorreva al turbante, per nascondere sotto a stoffe fantasiose i capelli non sempre curati.


Tutto questo non interessava ovviamente le stelle del cinema, che esibivano capelli lunghi, sciolti e ondulati. Queste venivano spesso imitate dalle donne “comuni”, con la conseguenza che in qualche fabbrica bellica non di rado i capelli di alcune si impigliassero nei macchinari. Chi bella voleva apparire, i capelli nelle macchine doveva infilare!


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Veronica Lake



Bene, mie care bambole, siamo giunte al termine di questa prima parte dedicata alla bellezza e all’immagine del nostro ultimo glorioso secolo. Io ora prendo il phon e la mia spazzola per le onde e m’ingegno per assomigliare a una star del cinema hollywoodiano (e naturalmente vi aggiornerò sui risultati!).

Ava Gardner: la donna più bella del mondo

Nasceva oggi Ava Gardner. In un periodo storico in cui il termine bellezza è costantemente abusato e spesso oltraggiato, osservare le foto della celebre attrice ci riporta al significato primigenio di questa parola: sì, perché Ava Gardner è stata donna di una bellezza singolare, rara, quasi un Sacro Graal oggi inseguito invano da fanatici del bisturi e donne che non godono della simpatia di Madre Natura. Ma nel caso dell’attrice non era solo una questione prettamente estetica: aggressiva, sfrontata, la diva nella sua vita privata come in quella pubblica è stata sublime incarnazione della femme fatale per antonomasia.

Eccessiva in tutto, dalla sfacciata fisicità agli amori turbolenti, Ava Lavinia Gardner nacque a Smithfield, in North Carolina, il 24 dicembre 1922, la più giovane dei sette figli di due agricoltori. La futura diva trascorre un’infanzia povera e disagiata, e il padre muore quando lei ha solo 15 anni.

Nel 1941 la bella Ava va a trovare a New York la sorella Beatrice ed attira l’attenzione del marito di quest’ultima, Larry Tarr, fotografo professionista, che le chiede di posare per lui. Il risultato di quella prima sessione fotografica, quasi improvvisata, è talmente sorprendente che Tarr decide di esporre uno scatto nella vetrina del suo studio fotografico, sulla Quinta Strada. Il volto luminoso e perfetto d Ava cattura un giorno l’occhio di Barnard Duhan, talent scout della MGM. Duhan entra nello studio e chiede il numero telefonico della ragazza, dovendo insistere per superare le iniziali perplessità del suo interlocutore. La chiamata per Ava arriva quando lei è ancora una studentessa diciottenne presso l’Atlantic Christian College. Prontamente la giovane si precipita a New York, per sostenere il provino negli uffici di Al Altman, capo del dipartimento talenti della MGM. Alla giovane viene chiesto di fare pochi piccoli gesti, ma non deve aprire bocca, in quanto il suo accento del Sud risulta quasi incomprensibile. Il provino viene tuttavia superato brillantemente ma la prima cosa che le viene ordinato è un corso accelerato di dizione.

Ava Gardner nacque a Smithfield, in North carolina, il 24 dicembre 1922

Ava Gardner nacque a Smithfield, in North Carolina, il 24 dicembre 1922

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L’attrice sul set de “I gangsters” (1946)

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Ava Gardner nell’atelier delle Sorelle Fontana, che firmano il suo guardaroba nel film “La contessa scalza”, Roma, 1954



La carriera cinematografica di Ava Gardner inizia con pellicole di poco conto ma nel 1946 arriva la svolta: è semplicemente impossibile non notare quella giovane bruna dallo sguardo altero, fasciata in un abito nero. Siamo sul set de I gangsters, in cui l’attrice recita accanto a Burt Lancaster. L’anno seguente lavora con Clark Gable nel film I trafficanti. Intanto ha già mandato a monte il primo matrimonio con l’attore Mickey Rooney, che aveva sposato il 10 gennaio 1942, quando lei aveva solo 19 anni. Il secondo matrimonio, col musicista jazz Artie Shaw -ex di Lana Turner– dura meno di un anno.

Nel 1948 Ava Gardner viene scelta come protagonista de Il bacio di Venere: e chi altro avrebbe mai potuto interpretare la dea della bellezza? Il film omaggia la sua fisicità, proponendoci l’attrice drappeggiata in un peplo greco, quasi come una novella Venere di Milo. Contemporaneamente la diva si fidanza con Frank Sinatra, soprannominato “The Voice” per le ineguagliabili doti canore. Per la diva Sinatra lascia la sua prima moglie Nancy e i due convolano a nozze nel 1951. Tuttavia la coppia sembra male assortita: lei appare forse troppo prorompente per il mingherlino Frank, ma i due vanno avanti nonostante il rapporto sia burrascoso, fino al divorzio, nel 1957.


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Nel 1949 recita accanto a Gregory Peck nel film Il grande peccatore mentre nel 1951 inizia ad incarnare anche sullo schermo la più autentica femme fatale: accade con Voglio essere tua, di Robert Mitchum. Nel 1953 prende parte a Mogambo, pellicola ad alto tasso di sensualità che vede un inedito triangolo amoroso, costituto da Ava Gardner, Grace Kelly e Clark Gable, ambientato nelle atmosfere tropicali di un paesaggio esotico. Per questa pellicola la Gardner ottiene una nomination agli Oscar. L’anno successivo è la consacrazione artistica, con La contessa scalza: bella come nessuna, Ava mixa sapientemente la sua bellezza sofisticata ad una sensualità felina. Nel film la diva danza come una principessa ribelle suscitando primordiali istinti. L’attrice, passionale come poche, non sa stare da sola. Il suo nuovo amore parla italiano: è l’attore comico Walter Chiari a farla capitolare, dopo il loro primo incontro sul set del film La capannina. Intanto l’attrice è preda dell’alcolismo, che ne offusca l’incredibile bellezza.

Inserita dall’American Film Institute al venticinquesimo posto tra le più grandi star della storia del cinema, nel 1964 la sua interpretazione nel film La notte dell’iguana le vale una nomination ai Golden Globes, mentre nel 1976 recita -già matura ma sempre splendida- nel film Cassandra Crossing, accanto a Sophia Loren. Fumatrice di lungo corso e alcolista, Ava Gardner sfiorisce presto: non ancora sessantenne, la diva soffre di enfisema polmonare e di una malattia autoimmune non meglio identificata. Due colpi apoplettici la lasciano parzialmente paralizzata e costretta a letto. La diva muore di polmonite all’età di 67 anni, nel suo appartamento londinese, il 25 gennaio 1990.

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L’attrice è stata sublime incarnazione della femme fatale per antonomasia

Ava Gardner in "Pandora" (1951)

Ava Gardner in “Pandora” (1951)



Negli ultimi anni della sua vita, Ava Gardner chiede al giornalista Peter Evans, ex corrispondente del Daily Express, di farle da ghost writer nella stesura della sua autobiografia, basata sulle loro conversazioni notturne. Il volume viene pubblicato poco dopo la morte di Evans, avvenuta nel 2012: esce così negli USA nel luglio 2013 Ava Gardner: The Secret Conversations, edito da Simon & Schuster, un libro destinato a fare scalpore. Qui la diva ci rivela succulenti aneddoti sulla sua burrascosa vita amorosa.

Tantissimi sono gli uomini che le cadono ai piedi, dal torero Luis Miguel Dominguín allo scrittore Ernest Hemingway, da Howard Hughes a Clark Gable; forte e ribelle, indipendente e moderna, indomabile e femmina come poche, riuscire a tenere testa ad Ava Gardner è roba per pochi. La diva non cede alle avances di Aristotele Onassis, che descrive -testuali parole- come “un piccolo stronzo allupato”; etichetta Humphrey Bogart come un bastardo, e descrive persino le perverse abitudini sessuali del primo marito, l’attore Mickey Rooney. Inoltre non mancano giudizi al vetriolo anche su alcune colleghe, come Liz Taylor, di cui la Gardner scriverà «Non è bella, è carina. Io ero bella». Di Grace Kelly la diva racconta quanto adorasse scommettere, ricordando la volta in cui, vinta una scommessa, ricevette dalla principessa Grace 20 dollari, un Magnum di Dom Pérignon ed un pacchetto di aspirine che le sarebbero servite post sbornia. Graffiante ed autoironica -perché il sex appeal passa inevitabilmente da qui- la diva rivive con tutta la sua straripante personalità nei suoi scritti. La vita di una dea molto più alla mano di quanto si potesse mai pensare.


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Auguri, Carla Bruni

Anteprima SIHH 2016 – La pantera di cartier anima il Salone

Durante la prossima edizione del  SIHH (Salone Internazionale di Alta Gioielleria), che si terrà a Ginevra dal 18 al 22 gennaio 2016, la maison di lusso fondata a Parigi da Louis Cartier nel lontano 1847, presenterà alcuni modelli di Haute Horlogerie.

Sarà un 2016 davvero prezioso quello che  si prospetta in Cartier. Tra le diverse novità proposte dal marchio, due anticipazioni appaiono di incredibile e sofisticata bellezza.

La pantera, animale simbolo della maison, si anima in The Panthères Et Colibri With Animated Dial And On Demand Power Reserve. 314 diamanti taglio brillante valorizzano la cassa d’oro bianco 18 KT. L’ unicità di questa magnificenza, risiede nell’animazione interna del quadrante, attivata premendo la corona.  Dalla pancia di una pantera impreziosita da 270 diamanti taglio brillante, affiora un cucciolo di pantera in oro rosa mente il colibrì sale lungo un arco che ragguaglia sulla riserva di carica residua.

Il movimento è il calibro 9915 MC Cartier, che misura 36mm.

 

The Panthères Et Colibri With Animated Dial And On Demand Power Reserve 2016

The Panthères Et Colibri With Animated Dial And On Demand Power Reserve 2016

 

 

Animazione lussuosa all'interno del quadrante di Demand Power Reserve

Animazione lussuosa all’interno del quadrante di The Panthères Et Colibri Whith Animated Dial And On Demand Power Reserve

 

 

In The Cartier Panthère Mystérieuse, il felino impreziosito da ben 533 diamanti e occhi di pietre smeraldo, si adagia delicatamente sul quadrante dalla linea classicheggiante. Un vero gioiello con cinturino in pelle di alligatore che rafforza la dicotomia lusso/Cartier.

Il movimento è manuale 9981 MC con riserva di carica di 48 h.

 

 

The Cartier Panthère Mystérieuse

The Cartier Panthère Mystérieuse

 

Auguri, Carla Bruni

Compie oggi 48 anni Carla Bruni. Ex Première Dame della Repubblica francese, top model e cantautrice di successo. Impossibile dimenticare la sua falcata altera, presenza immancabile delle passerelle anni Novanta. Gli occhi da gatta, gli zigomi pronunciati e quell’aria aristocratica: Carla Bruni è stata una delle modelle più famose in assoluto. Sono gli anni in cui le supermodelle sono regine assolute della moda, vere e proprie dive venerate da stilisti e media: lei sfila per tutti, da Chanel a Versace all’amico Yves Saint Laurent, di cui chiude i défilé, posa accanto a Naomi Campbell e Linda Evangelista, colleziona cover e uomini. Sempre con quell’aria un po’ così, la proverbiale puzza sotto il naso è l’elemento che la caratterizza, ma sotto la gelida facciata ribolle un vulcano.

Carla Gilberta Bruni Tedeschi è nata a Torino il 23 dicembre 1967 in una ricca famiglia di origine ebraica da tempo convertitasi al cattolicesimo. La futura Première Dame trascorre la sua infanzia in un castello: è il maniero di Castagneto Po, recentemente venduto dalla mannequin allo sceicco arabo Al-Walid bin Talal.

La bella Carla ha una sorella, Valeria Bruni Tedeschi, che diventerà attrice impegnata, e un fratello, Virginio, morto di AIDS. Quando Carla ha appena sette anni, la famiglia si trasferisce a Parigi: sono gli anni di piombo, e il timore di un rapimento da parte delle Brigate Rosse appare fondato, dal momento che il nonno di Carla, Vittorio Bruni Tedeschi, era stato il fondatore della CEAT, la seconda industria italiana della gomma dopo la Pirelli.

Carla Bruni è stata una delle supermodelle più pagate degli anni Novanta

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Carla Bruni è nata a Torino il 23 dicembre 1967

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La top model è ex Première Dame della Repubblica francese e cantautrice di successo

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Carla riceve un’educazione da alto-borghese: gli studi nella scuola privata in Svizzera, poi la Sorbona, dove si studia architettura. Ma nella metà degli anni Ottanta la ragazza inizia a sfilare come modella. Sempre più richiesta, negli anni Novanta entra nell’Olimpo delle supermodelle più pagate al mondo. Sfila per nomi del calibro di Christian Dior, Paco Rabanne, Sonia Rykiel, Christian Lacroix, Karl Lagerfeld, John Galliano, Yves Saint-Laurent, Chanel, Versace, e arriva a guadagnare 7,5 milioni di dollari all’anno. Nel 1997 mette da parte l’attività di modella per iniziare una carriera come cantautrice. Il primo album Quelqu’un m’a dit è del 2002: chitarra e voce suadente, la nuova Carla ottiene il favore del pubblico che sembra adorare quel suo stile bohémien e quelle ballate dal piglio malinconico ed intimista. La classe non le manca neppure quando appare struccata con la chitarra sottobraccio nei concerti dal vivo.

La sua vita privata è da sempre al centro del gossip: definita spesso alla stregua di una glaciale arrampicatrice, le sue relazioni hanno fatto scandalo, a partire dalla storia con il filosofo francese Raphaël Enthoven, conosciuto quando la Bruni frequenta il padre di quest’ultimo, Jean-Paul Enthoven: Raphaël, all’epoca sposato con la scrittrice Justine Lévy, figlia del noto filosofo Bernard-Henri Lévy, perse la testa per la top model e pose fine al proprio matrimonio. La relazione ispirò alla Lévy il libro Rien de grave, dove la scrittrice traccia un ritratto al vetriolo della Bruni, che le ispira il personaggio di Paula, modella priva di scrupoli e più volte ricorsa al bisturi per migliorare la propria immagine. Da Raphaël Enthoven Carla Bruni ha avuto nel 2001 il primo figlio, Aurélien.


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Il 2007 è l’anno del coupe de foudre per Nicolas Sarkozy: questa volta la top model ha fatto centro, facendo capitolare nientepopodimenoché il Presidente della Repubblica francese. I due vengono paparazzati su tutti i giornali come la nuova coppia da sogno, fino al matrimonio, celebrato il 2 febbraio 2008 al Palazzo dell’Eliseo. Per lui sono le terze nozze, per lei è la vera svolta, perché Carla il potere lo ama da sempre. L’ex top model appare semplicemente perfetta nel nuovo ruolo di Première Dame: impeccabile ad ogni evento ufficiale, dagli incontri con Michelle Obama e la Regina Elisabetta II, evento in cui la top model sfoggia un’indimenticabile mise firmata Christian Dior che ci ha riportati indietro ad un glorioso passato in cui l’eleganza era all’ordine del giorno. Carla Bruni appare raggiante nella sua nuova veste, per cui sembra essersi preparata per tutta una vita, come affermano i maligni. Da Nicolas Sarkozy nel 2011 ha la figlia Giulia.

Su Carla Bruni sono stati scritti numerosi libri, nei quali ad essere maggiormente indagato è proprio il suo rapporto con gli uomini. Definita spesso una mantide religiosa, descritta come una donna fredda e calcolatrice, la top model per sua stessa ammissione è una materialista ipercontrollata che studia a tavolino la propria immagin: il ritratto di una donna cui certamente manca ogni margine di spontaneità. Ma ella stessa nasce in una famiglia altolocata ed intellettuale, ragione questa che spiega molto bene l’intima corrispondenza amorosa verso uomini di un certo spessore.

Carla Bruni in uno scatto di Ellen von Unwerth

Carla Bruni in uno scatto di Ellen von Unwerth

La top model in passerella per Yves Saint Laurent

La top model in passerella per Yves Saint Laurent



Impegnata politicamente, dopo essersi dichiarata di sinistra per una vita ammette con deliziosa nonchalance di aver cambiato idea; nominata nel 2008 ambasciatrice mondiale dell’Unicef per la protezione delle madri e dei neonati contro l’Aids, l’anno seguente crea la Fondation Carla Bruni-Sarkozy, nata per promuovere il sapere anche tra le persone svantaggiate. Particolarmente sensibile al tema della lotta all’AIDS data la prematura scomparsa del fratello Virginio, morto nel 2006 a causa del virus, la top model nel 2010 lancia la campagna internazionale Born HIV Free, per sensibilizzare l’opinione pubblica circa la possibilità di eliminare la trasmissione del virus HIV da madre a figlio entro il 2015. Sempre nel 2010 viene inserita dalla rivista Forbes al 35º posto nella lista delle donne più potenti del mondo. Glaciale e al tempo stesso sensuale, lei non perde occasione di vantarsi del proprio lato b, che a suo dire rasenterebbe la perfezione.

Amata ed odiata, è stata perfino fatta oggetto di insulti ed incitazioni ad ucciderla a seguito della sua campagna a favore di Sakineh Mohammadi Ashtiani, condannata alla lapidazione per adulterio e omicidio in Iran. Mentre la sua carriera di cantautrice prosegue con grande successo, partecipa con un cameo al film di Woody Allen Midnight in Paris. Circolano nello stesso periodo rumours insistenti secondo i quali la ex top model avrebbe avuto un ruolo nell’estradizione del famoso terrorista Cesare Battisti, dopo essersi impegnata attivamente, secondo il Time, per impedire l’estradizione dalla Francia all’Italia della brigatista Marina Petrella, già condannata in Italia all’ergastolo per un omicidio e vari attentati. Nessuno è profeta in patria, si sa: e se la Bruni dichiara di essere felice di aver lasciato l’Italia, Cossiga ribatte dicendo che anche gli italiani sono felici di essersi liberati di lei. Resta la deliziosa imitazione di Fiorello e il testo di una canzone che canta più o meno così: “Meno male che c’è Carla Bruni”.


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Mimmo Jodice, uno sguardo sull’eternità

“Non c’è foto tra quelle scattate dagli esordi ad oggi che non rientri all’interno di un progetto, di un’idea stabilita prima di mettermi alla ricerca del soggetto più adatto ad esprimere il concetto, il senso di quanto pianificato. Fotografo con gli occhi, non con la macchina”.
(Mimmo Jodice)


Si tratta di uno dei più grandi omaggi a Mimmo Jodice, in occasione dei suoi ottant’anni, la grande mostra che il Museo Madre di Napoli dedica a uno dei più grandi fotografi del mondo a cui la città di Napoli ha dato i natali nel 1934.


Mimmo Jodice, uno sguardo sull’eternità


Mimmo Jodice comincia a fotografare nei primi anni cinquanta e spiega che a quei tempi: “la fotografia non era considerata né un bene culturale né tanto meno un linguaggio artistico, un periodo in cui io ed altri abbiamo creduto fosse giunto il momento di riscattare quest’arte dall’inosservanza. Per far capire al pubblico cosa fosse la fotografia fu necessario innanzitutto interrogare me stesso sul suo significato, da questa domanda e dalla parte finale della definizione di fotografia trovata sul vocabolario, “che serve a riprodurre fedelmente la realtà”, sono sorte le mie prime indagini.


Mimmo Jodice, uno sguardo sull’eternità


Non condividevo e non condivido tutt’ora questa definizione, ma per smentirla avevo bisogno di sperimentare, di analizzare il linguaggio fotografico, così negli anni Sessanta ho portato avanti le sperimentazioni tecniche e linguistiche, dalle quali sono usciti i miei autoritratti, per me metafora dello sguardo, o le ipotesi di immagini per riprodurre fedelmente la realtà, fra le quali per esempio Ferrania”.


Mimmo Jodice, uno sguardo sull’eternità


Napoli gli rende un grande omaggio per la prossima primavera, inaugurerà venerdì 16 maggio 2016, e si tratta della più ampia retrospettiva a lui dedicata.
La mostra presenterà più di cento opere partendo dagli anni sessanta sino agli ultimi lavori come il ciclo Attese che è stato realizzato da Jodice proprio in occasione della mostra.


Mimmo Jodice, uno sguardo sull’eternità


L’estetica di Jodice affonda le sue radici nella grande tradizione artistica napoletana e per la sua grande ricercatezza formale pare essere figlio diretto dei grandi pittori napoletani del seicento come Luca Giordano, Mattia Preti, Fabrizio Santafede, Aniello Falcone e Salvator Rosa, solo per citarne alcuni.


Mimmo Jodice, uno sguardo sull’eternità


A questi grandi della storia dell’arte lo lega la grande potenza estetica e la rigorosa ricerca formale.
La passione formale di Jodice si sposa con la ricerca delle radici; la storia e l’antichità lo affascinano e determinano il suo modo di guardare il presente.


Mimmo Jodice, uno sguardo sull’eternità


Nei suoi scatti, anche quando si concentra solo sul paesaggio c’è sempre qualcosa di remoto, arcaico, come se cercasse nel presente, anche in una semplice roccia sul mare un contatto con l’eternità.
Dietro le sue opere c’è grande tecnica, stampa personalmente in camera oscura le sue foto, costruendole anche in fase di sviluppo.


Mimmo Jodice, uno sguardo sull’eternità


In questo l’istante fotografico in Jodice mostra ciò che davvero è: tentativo di determinarsi all’interno del passato e del futuro.



Mimmo Jodice, uno sguardo sull’eternità

http://www.madrenapoli.it/progetti-della-fondazione/matronato-alla-carriera-a-mimmo-jodice/

Gucci Dionysus City Bags: la nuova limited edition della maison

 

Gucci sceglie una speciale limited edition per omaggiare otto fra le città più dinamiche al mondo.

La It bag della maison, tale Dionysus, è stata oggetto di rivisitazione per omologarsi allo spirito cosmopolita delle città prescelte.

Se la tracolla dedicata a Milano è già disponibile nel flaghsip store Gucci in via Montenapoleone, solo a partire da gennaio 2016, potremmo ammirare (e perché no, collezionare) la Dionysus City Bags destinata ai centri di Roma, Tokyo, Dubai, Shangai, Parigi, Londra e New York.

 

Dionysus City Bags disegnata per la città di Milano

Dionysus City Bags disegnata per la città di Milano

 

 

Accomunate dalla speciale chiusura con motivo a doppia testa di Tigre, ognuna di queste tracolle si “vestirà” di fogge inedite.

La borsa dedicata a Londra, presenterà una decorazione a serpente e delle rose, mentre quella  disegnata per la città meneghina, vanta  due farfalle dai colori sfavillanti, corolle di timide margherite e un cuore, in perfetto mood romantic-chic. Allure metropolitano per la Dionysus newyorkese con fiocco impreziosito da labbra ricamate; ambientazione faunistica per la tracolla pensata per Dubai, con libellule e stelle marine.

 

tokyo

Dionysus City Bags dedicata a Tokyo

 

Particolare patch interno della Dionysus City Bags

Particolare patch interno della Dionysus City Bags

 

 

Particolare dettaglio è affidato al patch interno della borsa sulla quale sono state ricamate un’ape e il nome della città assegnata. Ad ognuna di queste è stato affiancato un colore: verde acqua per Roma, arancione scuro per Milano, bianco per Parigi, rosso per Shangai, verde per Dubai, rosa per Tokyo, bouganville per New York, blu per Londra e bordeaux per Hong Kong.

 

Youth culture – Estate 2016: il ritorno della Groupie

Giovani liceali dalle chiome scapigliate e il trucco esagerato, unite da una grande passione: le rock star. Lingerie e zeppe: torna nella moda spring summer 2016 la groupie degli anni Settanta.

Boots: Redemption



Nell’immaginifico guardaroba della contemporary groupie non mancano scarpe platform e boots trasparenti (Brian Atwood e Redemption), abiti negligé (Giamba), brasserie in seta (Le Petit Trou) e hot pants dorati (Genny).

brian atwood bluebella le petit trou

Baby Doll: Bluebella. Platform sandal: Brian Atwood. Bra and slip: Le Petit Trou.



 

Spazio anche ad abiti dal sapore vintage ma hi-tech nei materiali (citare è corretto; ma moda, non dimentichiamolo, significa novità, questa la proposta di Sveta) e a gioielli dal gusto retrò ( Thot Gioielli) : come se fossero stati pescati dal baule della nonna.

 

alice + olivia giamba Jimmy choo

Coat: Alice+Olivia. Platform sandal: Jimmy Choo. Dress: Giamba.



 

Ciò che caratterizzava queste ragazze spregiudicate e birichine, le quali facevano di tutto per essere notate, era la creatività: spesso realizzavano gli outfit cucendosi loro stesse i vestiti, oppure acquistavano ai mercatini abiti di seconda mano.

 

Stuart Weitzman - Thot Gioielli - Genny - Sable Starr

Platform Shoe: Stuart Weitzman. Bracelet: Thot Gioielli. Outfit: Genny.



 

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Dress: Sveta.



 

La ventata di libertà che si respirava ai music festival a cavallo tra i lisergici 60’s e i libertini 70’s torna in passerella.

Il risultato è il vestiario di una donna seducente, romantica, colta nelle citazioni di stile e che ama divertirsi.

Auto di lusso Art Déco, in mostra a Houston

Si chiamavano Hispano-Suiza, Delahaye e Delage e sono i nomi delle prestigiose autovetture che all’inizio degli anni trenta sfrecciavano sulle strade americane, alla guida statene certi solo personaggi di alto calibro perché , sia chiaro, non stiamo parlando di utilitarie…


Auto di lusso Art Déco, in mostra a Houston


Si tratta di automobili Art Decò che sono la gioia di tutti gli appassionati di auto di lusso.
A questi sfavillanti gioielli automobilistici, al loro prestigio e alla loro infinita classe è dedicata la mostra Sculpted steel: Art Déco Automobiles and Motorcicles, al Museum of Fine Arts di Houston, il Museo delle Belle arti di Houston, in Texas.


Auto di lusso Art Déco, in mostra a Houston


Si tratta di uno dei maggiori musei degli Stati Uniti e ospita all’incirca 40.000 oggetti risalenti agli ultimi 6.000 anni di storia.
Si tratta di vere e proprie opere d’arte scolpite nell’acciaio, vere sculture che appartengono alla storia delle auto di lusso e dell’automobilismo in generale.


Auto di lusso Art Déco, in mostra a Houston


I cofani di queste auto dal design eccellente sono grandissimi, i volumi aereodinamici e le cromature degne di un gioiello, in sintesi delle vere e proprie carrozzerie d’autore scolpite nell’acciaio.
Dopo la grande depressione degli anni venti, in America si comincia a costruire, basti pensare al Chrysler Bulding alto quasi 300 metri o all’Empire State Bulding che fiorava i 450 metri.
Dalla grande depressione degli anni venti l’America uscì trionfante tanto che anche l’industria automobilistica trovò nuovo vigore.


Auto di lusso Art Déco, in mostra a Houston


In mostra a Houston si potranno ammirare circa quattordici auto come la sfavillante William Stout/Stout Motor Car company, Scarb del 1936 e alcune moto costruite fra il 1929 e gli anni ’40.
Una mostra che fa riflettere su come l’industria automobilistica non può fare a meno del design se vuole davvero imporsi nella storia .
Per tutti gli appassionati di automobili, una mostra oltreoceano da non perdere .


Auto di lusso Art Déco, in mostra a Houston


Sculpted steel: Art Deco Automobiles and Motorcicles
Museum of Fine Arts
Houston
5601 Main Street
Houston, Texas 77005
Dal 21 febbraio al 30 maggio 2016
www.mfah.org

Il disco, il libro, il film e la serie

Una volta al mese vi proporrò un disco, un libro, un film, una serie tv. 
Un modo per conoscerci meglio ma anche per (cercare di) proporre qualcosa di nuovo rispetto al normalmente iper-recensito. Ovviamente si tratta di cose molte legate al gusto personale.

La mia proposta musicale di dicembre è un cantautore poco conosciuto, Simone Avincola (su twitter @SimoneAvincola) – un misto di quella genialità che spesso emerge tra i tanti che fanno musica in questo paese. E nonostante e tenacemente oltre i modelli imposti dei reality e talent show alla facile ricerca del successo commerciale lungo una stagione.
Può piacere o meno ma Simone è un piccolo Makkox della musica, erede di lezioni apprese e studiate con una ottima conoscenza musicale sia nella tradizione popolare e folkloristica (suo anche un docufilm su Stefano Rosso) sia della vera tradizione della musica d’autore.
Una rara eccezione alla musica campionata, finalmente una melodia fresca, originale, moderna.
Per conoscerlo vi cosiglio:


Roma Far West





Plastica





FamoseNserfie





La Voglia





ma lascio a voi comporre la vostra playlist dal canale youtube


Il libro che vi propongo è “Napoli Brand” di Lucio Iaccarino (su twitter @lucioiaccarino).
È il racconto di una ricerca di marketing sulla città vista come “brand” e sul tema complessivo dell’accostamento di un brand alla città dov’è nato e dove risiede. 
Al di là della ricerca e del caso specifico, in questo libro c’è molta narrativa, il racconto di una città, della sua auto percezione e della percezione della stessa fuori dalla napoletanità.
Un libro utile a chi si occupa di comunicazione e marketing, per il suo resoconto preciso e metodologico oltre che per i tanti vari case-study. Ma soprattutto un libro utile a chi si occupa di politica, di “cose sociali” e di chi ha a cuore il bene comune, per avere una visione di come certi temi possano e debbano essere approcciati e analizzati.
Una ricerca del genere dovrebbe essere estesa ed istituzionalizzata per ogni amministrazione, di ogni città, per comprendere come dove investire per la crescita territoriale, per conoscere la percezione di un territorio, per avere una pianificazione autentica che crei sviluppo.


Il film che vi propongo è Lincoln (2013), e racconta gli ultimi anni del sedicesimo presidente degli Stati Uniti, in una nazione divisa dalla guerra cui mira a porre fine, unire il paese e abolire la schiavitù. Avendo il coraggio morale ed essendo determinato ad avere successo consapevole di obiettivi che avrebbero determinato il destino delle generazioni future. 
In un tempo di comunicazione politica estrema, tra svariate serie tv che ci raccontano una politica americana da spy-story e retroscena improbabili, questo film storico documenta forzature e compromessi necessari tra uomini di enorme spessore e consapevoli del loro peso di statisti e del momento storico in cui vivono.
Un film che ha molto da insegnare perchè ha molto su cui riflettere.


La serie Tv che suggerisco è Fleming – l’uomo che avrebbe voluto essere Bond. Si tratta di una miniserie in quattro episodi che racconta la vita (praticamente vera tranne qualche escamotage narrativo) dell’autore e creatore del personaggio di James Bond. In un’epoca in cui guardiamo allo spionaggio come tecnologicamente onnipotente in stile holliwoodiano non fa male tornare a quel (vero) lavoro di intelligence che, in altri tempi, con nemici altrettanto se non più potenti di quelli di oggi, diedero un contributo enorme.

Slim Keith: il fascino dell’imperfezione

La giacca maschile cade a pennello sui fianchi stretti; i capelli schiariti dal sole delle spiagge californiane sono raccolti con nonchalance in una coda da cui sbucano ciocche ribelli; la sigaretta tra le dita affusolate lascia il posto ad un sorriso che si allarga gioviale su un volto dai lineamenti marcati e dalla rara bellezza. Slim Keith è stata una socialite ed una tra le più sublimi icone di stile a cavallo tra gli anni Quaranta e Sessanta. Perfetta incarnazione della California girl, la sua leggendaria eleganza impresse un segno indelebile nella moda degli anni Quaranta e la rese iniziatrice del tomboy style.

Nancy “Slim” Keith nasce a Salinas, in California, il 15 luglio 1917. All’anagrafe Mary Raye Gross, la madre le cambia il nome in Nancy. Bionda e abbronzata, la figura snella forgiata dallo sport, le spalle larghe e il fisico atletico: Nancy cresce in salute e bellezza assaporando il sole della California. Ma la giovane è sempre più insofferente rispetto ai ristretti orizzonti culturali che respira nell’ambiente domestico. Il padre è un uomo d’affari di origine tedesca, bigotto e privo di amore, la madre un angelo del focolare senza alcuna ambizione personale. Quando i suoi genitori divorziano, la piccola Nancy sceglie di andare a vivere con la madre.

Iscritta ad una scuola cattolica, lascia gli studi un semestre prima del diploma. Affamata di vita e sicura di sé, la giovane fugge in moto nel deserto. L’istinto le dice di fermarsi in un resort situato nella Valle della Morte: è qui che inizia la sua scalata sociale, grazie all’incontro con William Powell. Vedendola emergere dalle acque di una piscina col suo fisico scultoreo, l’attore le dà il soprannome che la accompagnerà per tutta la vita, Slim, ovvero “snella”.

Slim Keith ritratta da Horst P. Horst per Vogue, Febbraio 1949

Slim Keith ritratta da Horst P. Horst per Vogue, Febbraio 1949

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Slim Keith a casa con un outfit disegnato da lei stessa. Foto di John Engsteadt per Harper’s Bazaar, 1945

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Alta e tonica, Slim Keith incarnò la tipica bellezza californiana



Grazie all’amicizia con Powell la ragazza incontra William Randolph Hearst e la sua compagna Marion Davies, per merito dei quali riesce ad affermarsi in pochissimo tempo come una delle socialite più famose di Hollywood: non vi è party a cui non presenzi, bella come una diva patinata la vediamo sorridere al fianco di divi del calibro di Gary Cooper e Cary Grant. La socialite diviene regina incontrastata del jet set internazionale, adorata tra gli altri da Clark Gable ed Ernest Hemingway. Ma l’ambizione di Slim non è soltanto quella di realizzarsi a livello lavorativo. Femme fatale spregiudicata e passionale, la futura icona di stile ha un debole per gli uomini.

Nel 1938 avviene l’incontro con quello che sarà il suo primo marito, il famoso regista Howard Hawks. Per lui è il classico colpo di fulmine: Hawks si invaghisce immediatamente di lei e fa di tutto per convincerla a sposarlo, sebbene egli sia già sposato da molti anni. Nella sua autobiografia, intitolata “Slim: Memorie di una vita ricca ed imperfetta“, la socialite racconta che nonappena la vide, Howard Hawks le disse “Sei la cosa più che straordinaria che abbia mai visto. Mi sposerai“. Quello che più piaceva in lei era il fatto che, sebbene fosse una gran bellezza, non nutriva alcun interesse per la carriera cinematografica. Ironica e divertente, le sue osservazioni erano acute e taglienti. Coraggiosa come nessuna, nelle sue memorie ammette candidamente che i suoi tre mariti furono un mezzo per avviare la sua portentosa scalata sociale: Slim Keith descrive Hawks dicendo che “Non era solo bello, affascinante e di successo, era esattamente il pacchetto che volevo. La carriera, la casa, le quattro auto, lo yacht —questa era la vita per me.” Nel 1941 i due convolano a nozze.

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Slim Keith, all’anagrafe Mary Raye Gross, nasce a Salinas, in California, il 15 luglio 1917

Slim Keith ritratta da Man Ray

Slim Keith ritratta da Man Ray

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Lo stile di Slim Keith, minimale e sobrio

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La socialite fu protagonista del jet set internazionale ed icona di stile

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Slim Keith fu presenza fissa della International Best Dressed List



Slim Keith fu anche talent scout ante litteram: fresca di matrimonio col regista hollywoodiano, sfogliando un numero della celebre rivista Harper’s Bazaar si imbatté nel volto di una giovane modella, ritratta da Louise Dahl-Wolfe: trattasi di Lauren Bacall, ultima scoperta della celebre fashion editor Diana Vreeland. Il fiuto di Slim le fa comprendere immediatamente il potenziale espressivo di quel viso; ne parla subito al marito e in pochissimo tempo la bella Lauren viene convocata per un provino e ottiene così il suo primo ruolo come attrice, nel film “Acque del Sud“, diretto da Hawks. Nella pellicola la Bacall flirta con Bogart —con cui nascerà una lunga storia d’amore— indossando i tailleur maschili di Slim, che le suggerisce anche molte delle battute, forgiando un personaggio a propria immagine e somiglianza. Ne viene fuori un capolavoro: lo charme di quella donna così a proprio agio nell’indossare abiti da uomo e nel fumare una sigaretta dopo l’altra diverrà emblema della bellezza anni Quaranta.

Malgrado la sua acuta intelligenza, la socialite dichiarerà di non essere stata altro che una specie di soprammobile per Hawks, una presenza prettamente decorativa. Il matrimonio non si rivelò affatto facile, anche a causa delle numerose infedeltà di lui. Poco dopo la nascita della loro figlia Kitty Hawks (oggi apprezzata interior designer), Slim si rifugia a L’Avana, dove chiede ospitalità all’amico di sempre, lo scrittore Ernest Hemingway. Ma la solitudine dura poco: qui incontra Leland Hayward, che sarà il suo secondo marito. Ricordato dalla socialite come l’unico grande amore della sua vita, Hayward e Slim si innamorano all’istante ma per convolare a nozze devono attendere il divorzio che li renderà liberi dalle rispettive unioni precedenti. La relazione tra i due dura ben dodici anni. E se per la socialite trovare un marito, possibilmente milionario e piacente, sembra essere facile come bere un bicchiere d’acqua, stavolta deve fare i conti con una pericolosa rivale: Pamela Churchill, socialite che le porta via in un battibaleno il cuore di Hayward. È un duro colpo per Slim: quell’uomo lei lo ha amato davvero. Ma tocca rialzarsi e asciugarsi le lacrime.

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Nel 1990 la socialite ha ultimato la sua autobiografia dal titolo “Slim: Memorie di una vita ricca e imperfetta”

Slim Keith in un abito in rayon di Adrian

Slim Keith in un abito in rayon di Adrian

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Lo stile di Slim Keith era innovativo per l’epoca: giacche maschili, capi sartoriali e linee pulite

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La socialite in un abito Charles James

Slim Keith, foto di Tony Frissell per Harper's Bazaar, 1947

Slim Keith, foto di Toni Frissell per Harper’s Bazaar, 1947



Passa poco tempo e si profila all’orizzonte una nuova conoscenza: trattasi stavolta del banchiere britannico Sir Kenneth Keith. Con lui la socialite convola a nozze ottenendo anche il titolo di Lady Keith. Un’unione di puro interesse, ritenuta da entrambi vantaggiosa: agli occhi di Kenneth —ricco ma sprovvisto del savoir faire dei due precedenti mariti di Slim— appare molto conveniente sposare una donna bella, economicamente indipendente e dalle conoscenze altolocate. Lady Slim Kenneth dal canto suo si accontenta di dividersi tra l’appartamento londinese e l’enorme tenuta in campagna risalente al diciottesimo secolo, chiamata The Wicken: qui Slim non smette di risplendere tra un party e un altro. Ma le feste leggendarie e il lusso sembrano non essere sufficienti a tenere in piedi quest’unione in cui manca l’elemento fondamentale, l’amore. Dopo dieci anni anche questo matrimonio naufraga inesorabilmente.

Slim si rifugia nella sua sfera di amicizie, tra cui spiccano Babe Paley, socialite anche lei ed indimenticabile icona di stile nonché cigno prediletto da Truman Capote, Diana Vreeland e lo stesso Capote, che la chiama affettuosamente Big Mama. Ma l’amicizia che lega i due viene bruscamente interrotta a seguito di alcune indiscrezioni sul romanzo scritto da Capote “Preghiere esaudite“: nel volume, rimasto poi incompiuto, lo scrittore avrebbe tratto ispirazione da Slim per il personaggio di Lady Coolbirth.

La socialite è furiosa e bandisce per sempre dalle sue conoscenze Capote, sebbene alcune fonti sostengono che fu in realtà Pamela Harriman ad ispirare a Capote la figura di Lady Coolbirth. Inoltre nel romanzo compare anche Babe Paley, amica di lunga data di Slim. È quando quest’ultima muore di cancro che l’universo patinato su cui si fonda l’intera esistenza di Slim inizia a vacillare in modo spaventoso. Lei continua a viaggiare e a trarre diletto dalle sue attività come socialite, che hanno sede principalmente a New York, da lei definita “una città troppo piccola per poter evitare qualcuno“. Anziana e leggermente appesantita, l’icona di stile non perde un evento, presentandosi sempre armata del consueto sorriso.

Uno scatto del 1947

Uno scatto del 1947

Sigaretta in bocca, anni Quaranta

Sigaretta in bocca, Slim Keith incarnò l’emblema dello charme anni Quaranta

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Slim Keith in Spagna, in una foto scattata dal suo secondo marito, Leland Hayward

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Slim Keith con la figlia Kitty, ora apprezzata interior designer

1948

La socialite in uno scatto del 1948

Slim Keith e James Stewart al Waldorf Asroeia, 1948. Foto di Bettmann/CORBIS

Slim Keith e James Stewart al Waldorf Astoria, 1948



Data la sua voce argentina e squillante considera per un istante anche la possibilità di darsi al bel canto, iniziando una carriera come cantante lirica. Ma in breve abbandona questo proposito. Grande fumatrice, Slim Keith muore di cancro ai polmoni il 6 aprile del 1990.

Il suo stile leggendario la rese icona indimenticabile, tanto che sono ancora in molti a ricordarla, a partire dal film di Douglas McGratInfamous – Una pessima reputazione” (2006), in cui Slim Keith è interpretata da Hope Davis. La socialite ci ha lasciato la sua autobiografia, scritta nel 1990 e avente titolo emblematico: “Slim: Memorie di una vita ricca e imperfetta“. Nel libro l’icona di stile ripercorre con la consueta ironia alcuni aneddoti della sua vita, come la cartolina ricevuta da Clark Gable dall’Europa, nel 1947, dove il divo le scriveva solo “Sei meravigliosa“. Allorché il secondo marito Leland Hayward le chiese cosa mai avesse fatto così per essere così meravigliosa, lei rispose: “Riuscivo ad essere meravigliosa in modo meraviglioso“.

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Slim Keith col secondo marito, Leland Hayward

Slim Keith con Diana e Reed Vreeland al party organizzato da Kitty Miller per la vigilia di Capodanno, 1952

Slim Keith con Diana e Reed Vreeland al party organizzato da Kitty Miller per la vigilia di Capodanno, 1952

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Slim Keith mentre riceve il prestigioso Neiman Marcus Fashion Award, 1946

Lady Keith a Lyford Cay, aprile 1974. (Foto di Slim Aarons, Hulton Archive, Getty Images)

Lady Keith a Lyford Cay, Bahamas, aprile 1974 (Foto di Slim Aarons, Hulton Archive, Getty Images)

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La socialite ritratta da Horst P. Horst in uno dei suoi appartamenti

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Slim Keith morì il 6 aprile 1990



Presenza fissa della International Best Dressed List creata nel 1940 da Eleanor Lambert, nel 1946 Slim Keith fu insignita del prestigioso Neiman Marcus Fashion Award. Immortalata da fotografi del calibro di Man Ray, Horst P. Horst e Toni Frissell, ad appena 22 anni la bella Slim posa già come una diva consumata per Harper’s Bazaar, di cui ottiene anche la cover. Irriverente e moderna, il suo stile segna l’avvento di un nuovo concetto di eleganza che si discosta moltissimo dal passato: Slim Keith è assai lontana dall’ideale di perfezione tanto in voga in quegli anni. La sua personalità scoppiettante non ambisce di certo ad uniformarsi alla fredda perfezione dei celeberrimi cigni di Truman Capote. Altera e sofisticata, non è tuttavia glaciale come le bionde eroine dei film di Hitchcock. La sua vita è stata la parabola di una donna forse imperfetta ma certamente autentica e forse proprio in virtù di questo di un’eleganza genuina.

Nel suo guardaroba spiccano capi che potremmo definire sportswear ante litteram. La socialite era solita indossare abiti comodi e sporty-chic, come giacche da fantino e pantaloni, gonne in lana, dolcevita a collo alto e occhiali da sole che le conferivano un appeal da diva. Estimatrice del minimalismo chic, prediligeva linee essenziali e pulite anche per la sera. Ma la sua incontenibile personalità è il cardine della sua eleganza evergreen.


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Ti piace il presepe?

In tempi di presepi viventi o morenti (o già morti?), di presepi contestati o affermati, vietati o usati come un manganello per confermare un’identità culturale, ritorna la domanda decisiva, posta una volta per tutte dal grande Eduardo De Filippo più di ottanta anni fa: «Te piace ‘o presepio?».
Nella sua celeberrima commedia Natale in casa Cupiello il presepe diventava da una parte il simbolo di una tradizione solida, capace di dare un senso alle cose della vita, dall’altra il segno di una volontà di chiudere gli occhi di fronte alle contraddizioni e alle storture dell’umana esperienza, una specie di paradiso artificiale fatto di muschio, di pecorelle e di ipocrisia.


La parola latina praesaepe, da cui deriva l’italiano presepe o presepio, significa stalla. Perciò “fare il presepe” vuol dire costruire una scena in cui una stalla ha il ruolo principale. Come narrano i Vangeli, fu proprio in una stalla che nacque Gesù, circondato da un coro di angeli, dai pastori della zona, da alcuni sapienti orientali e soprattutto dall’affetto della sua mamma Maria e di Giuseppe, il padre che lo aveva adottato: infatti il vero padre di Gesù è Dio.
Naturalmente questa bellissima storia ha valore per i credenti cristiani, i quali sono tali proprio perché credono al racconto dei Vangeli. Tuttavia anche i non credenti o i credenti in religioni diverse dal cristianesimo possono trovare in questa narrazione (e nel presepe che ne deriva) dei grandi valori spirituali o culturali, anche se non condividono la stessa fede in quel bambino nato a Betlemme.
Con il passare degli anni, poi, i cristiani arricchirono la narrazione evangelica per mezzo di altre tradizioni più o meno leggendarie: sono i cosiddetti Vangeli apocrifi. Ebbene, soprattutto nella rappresentazione della nascita di Gesù, queste tradizioni hanno avuto molta importanza, con l’inserimento di particolari dalla forte carica simbolica.


Ti piace il presepe?


Tra i dettagli registrati solo negli apocrifi, incontriamo due animali, il bue e l’asino, che probabilmente sono le bestie più caratterizzate nella storia dell’arte. La loro presenza accanto al neonato Gesù di solito viene interpretata in funzione di riscaldamento: con il loro alito e la loro vicinanza fisica hanno evitato che il bambino patisse eccessivamente il freddo.
Ma, al di là di questo, il bue e l’asino hanno dei significati molto più profondi. Dobbiamo fare un passo indietro e risalire a settecento anni prima di Cristo. Racconta la Bibbia che il profeta Isaia, parlando in nome di Dio, aveva rimproverato il popolo di Israele, perché era stato ingrato e non aveva vissuto secondo gli insegnamenti divini, dicendo: «Il bue conosce il suo proprietario e l’asino la greppia del suo padrone, ma Israele non conosce, il mio popolo non comprende». I cristiani dei primi secoli, invece, interpretarono queste parole non come un biasimo e un ammonimento, ma come una profezia (del resto, era stato un profeta a pronunziarle!). È come se Isaia avesse detto: verrà un giorno in cui il bue e l’asino conosceranno il loro vero signore. Ed eccoli, allora! Il bue e l’asino nella stalla di Betlemme stanno a significare che la profezia si è compiuta e perfino gli animali sanno identificare in quel bambino la presenza di Dio.


Alcuni antichi scrittori, poi, fecero un passo avanti e paragonarono il bue al popolo degli Ebrei, perché posti sotto il giogo della legge, e l’asino ai popoli pagani, perché intestarditi nell’ignoranza di conoscere il vero Dio.
A questo punto il cerchio si chiude: questi due simpatici animali, che per secoli hanno costituito l’asse portante della civiltà contadina, sono il simbolo di tutta gli esseri umani invitati ad incontrarsi presso la culla di Gesù: sia di quelli che attendevano il messia (gli Ebrei) sia di quelli che non lo attendevano (i pagani).


Gli artisti, infine, aggiunsero il tocco magico della loro intelligenza e abilità e raffigurarono questi nostri “rappresentanti” sempre più partecipi del grande avvenimento della natività. Così, ad esempio, Giotto nella Cappella degli Scrovegni a Padova, mentre dipinge l’intenso dialogo di sguardi tra Maria e il figlioletto, presenta il bue che condivide la stessa esperienza visiva e fissa i suoi occhi (i «pazienti occhi», dirà il Carducci) inserendosi in quello straordinario colloquio d’amore. Piero della Francesca, a sua volta, coglie il momento in cui l’asino unisce la sua voce (immaginiamo il … mirabile concerto natalizio!) a quella degli angeli.
Cosa risponderemo all’immortale domanda di Eduardo?
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L’Arabia Saudita sta proteggendo Daesh?

Il 9 e il 10 dicembre l’Arabia Saudita ha tenuto una grande conferenza in cui ha unito tutti i ribelli siriani con l’intento di creare un fronte unito. Il 15 dicembre l’Arabia Saudita ha annunciato una nuova alleanza militare islamica di 34 paesi con lo scopo di coordinare e supportare le operazioni necessarie alla guerra al terrorismo. Queste iniziative avevano lo scopo di riaffermare il ruolo di alleato chiave dell’Arabia Saudita nei confronti degli USA.


Sfortunatamente entrambe questi sforzi sono stati mal concepiti dall’inizio. Innanzitutto i sauditi hanno escluso i curdi che sono il gruppo che sta ottenendo i risultati migliori sul campo e come se non bastasse hanno incluso Ahrar al-Sham, un alleato di Jabhat al-Nusra, la filiale locale di al-Qaeda. La conferenza, oltretutto, ha chiesto la deposizione di Bashar al-Assad per facilitare il processo di transizione. Un ottimo modo di bloccare da subito i negoziati. Ahrar al-Sham ha firmato la dichiarazione ma ha subito abbandonato i lavori.


Per quanto riguarda l’alleanza militare i risultati non sono stati migliori, alcuni giorni dopo l’annuncio Libano, Pakistan e Malesia hanno negato un loro coinvolgimento. Libano e Pakistan hanno addirittura sostenuto di non essere mai stati consultati a riguardo.


Per quale motivo, quindi l’Arabia Saudita ha organizzato questa messinscena?
Probabilmente per sviare l’attenzione da suoi veri obiettivi a da quelli dei suoi alleati, Qatar e Turchia; dal supporto che danno ai gruppi salafiti che contribuiscono alla instabilità della zona.


Arabia Saudita, Qatar e Turchia si sono impegolati in una guerra per procura con la Russia, la prima sostenitrice di Assad, e partecipano alla guerra principalmente finanziando gli elementi più radicali dell’opposizione.


Elementi come, appunto, Ahrar al-Sham. Questo gruppo tenta di presentarsi come moderato ma accoglie ideologie radicali e compie atrocità seconde solo a quelle di Daesh. Come se non bastasse i gruppi come questo fioriscono nell’instabilità del territorio siriano e riescono a destabilizzare i territori vicini portando attacchi a obiettivi al di fuori della Siria. Questa è una delle paure principali di Russia e Iran.


Data la frammentazione dell’opposizione sia Arabia Saudita e Qatar sono consapevoli che supportare i salafiti non porterà alla creazione di un governo favorevole ai loro interessi. Questi gruppi non hanno intenzione di governare uno stato. Il motivo di questo supporto è mettere i bastoni tra le ruote all’Iran e fare in modo che Teheran non riesca a trasformare quest’area in un paese satellite ma in un problema di sicurezza. La strategia sta funzionando.


A sua volta la Turchia è interessata a bloccare qualsiasi possibilità di trasformare Rojava in un’area a controllo curdo come l’area amministrata dai Peshmerga in Iraq. Il PYD che controlla Rojava è molto vicino al PKK e l’area di confine tra Turchia e Siria diventerebbe un feudo PKK. La creazione di uno stato autonomo o semi-autonomo curdo nel nord della Siria, tuttavia, qualunque sia l’esito della guerra sembra ben più che probabile, i turchi dovranno rassegnarsi, per il momento a loro conviene una lunga guerra civile.


In tutta questa situazione gli USA sono in una situazione di incertezza che non fa bene a nessuno. La strategia iniziale di supportare solo pochi gruppi di ribelli fidati non sta pagando e la Siria è diventata terra di conquista per tutte le potenze regionali e meno. Gli USA hanno perso il loro ruolo egemone che conservavano dalla fine della guerra fredda e e questa ne è la prova.

Buon compleanno, Jane Fonda

Spegne oggi 78 candeline Jane Fonda. Attrice di fama mondiale, icona di bellezza e guru dell’aerobica, una carriera sfolgorante che l’ha resa un vero e proprio mito: vincitrice di ben due Premi Oscar, 6 Golden Globe e innumerevoli altri riconoscimenti, protagonista di pellicole che sono entrate di diritto nella storia del cinema, Jane Fonda è stata attrice simbolo di almeno tre decenni, dagli anni Sessanta agli anni Ottanta. La bellezza e la maliziosa sensualità, il glamour e le atmosfere spaziali di Barbarella, l’indimenticabile film che le diede la fama a livello internazionale, e poi l’impegno politico e il femminismo, di cui la diva è stata pasionaria.

Jane Seymour Fonda è nata a New York il 21 dicembre 1937, da Henry Fonda e Frances Seymour Brokaw. Nelle sue vene scorre sangue inglese, scozzese, francese e italiana; i suoi antenati per linea paterna emigrarono nel Cinquecento da Genova nei Paesi Bassi, per poi trasferirsi nel Seicento nelle colonie britanniche del Nord America, in una cittadina attualmente chiamata Fonda, nell’attuale stato di New York. La bella Jane vanta origine italiana anche dal ramo materno, in quanto discendente dell’aristocratico vicentino Giovanni Gualdo. Il matrimonio infelice dei suoi porta la madre di Jane a compiere un gesto disperato, togliendosi la vita; il padre, tolti i panni di divo cinematografico, nella vita domestica è un uomo freddo e distaccato, che non fa che ripeterle che è grassa e che dovrebbe dimagrire. Come la stessa Jane Fonda dichiarerà più avanti nel corso delle sue interviste, il sentirsi disprezzata da parte del padre fu la molla che la gettò nel baratro dei disturbi alimentari.

La giovane Jane non sembra inizialmente interessata alla carriera cinematografica. Dopo il diploma, conseguito presso il Vassar College, e dopo un periodo trascorso in Europa, fa ritorno negli States con l’intenzione di lavorare come modella. Il volto dai lineamenti vagamente infantili, i capelli biondi e la grande fotogenia colpiscono fotografi del calibro di Horst P. Horst, che la immortala su Vogue nel corso degli anni Cinquanta. Ma è l’incontro con Lee Strasberg ad aprirle le porte del cinema, convincendola a frequentare le lezioni di recitazione presso il celebre Actor’s Studio. Il debutto cinematografico avviene nel 1960 con In punta di piedi, dove Jane Fonda recita accanto ad Anthony Perkins. Nel corso degli anni Sessanta l’attrice prende parte a numerosi film di successo, alternando con disinvoltura il genere drammatico alla commedia. Ha come partner lavorativi attori celebri, da Marlon Brando a Robert Redford, con cui recita nell’indimenticabile A piedi nudi nel parco.

Jane Fonda fotografata da Horst P. Horst, 1959

Jane Fonda fotografata da Horst P. Horst, 1959

Jane Fonda in "Barbarella", 1968

Jane Fonda in “Barbarella”, 1968



Sbarazzina e insieme sofisticata, nel 1964 Jane viene inserita dal regista Roger Vadim nel cast di Il piacere e l’amore. Tra i due nasce una relazione amorosa che sfocia in un matrimonio, celebrato l’anno successivo. Vadim intuisce fin da subito il potenziale erotico dell’attrice e la dirige in pellicole che la consacrano come sex symbol internazionale. La fama arriva con il celebre film Barbarella, del 1968, interamente incentrato sulla bellezza della protagonista, su uno sfondo fantascientifico. Ma a Jane Fonda l’etichetta sexy sta stretta: la diva è troppo intelligente per non capire quanto la sua strabordante sensualità possa essere un’arma a doppio taglio, che alla lunga rischia di comprometterne le capacità drammatiche. Icona femminista, la diva si ribella all’immagine di bella svampita che i media le attribuiscono e scende in politica, come attivista contro la guerra del Vietnam. La sua visita ad Hanoi assume portata quasi storica, come anche la sua propaganda filo-nord-vietnamita. L’opinione pubblica si schiera apertamente contro di lei e le affibbia il soprannome di “Hanoi Jane”. Solo molti anni più tardi l’attrice rivedrà le sue posizioni politiche, commentandole a posteriori con rinnovato senso critico.

Intanto indirizza la sua carriera verso ruoli di maggiore spessore drammatico: arriva così nel 1969 la prima delle sue sette candidature all’Oscar con il film Non si uccidono così anche i cavalli?, di Sydney Pollack; nel 1971 vince l’Oscar come miglior attrice protagonista con Una squillo per l’ispettore Klute, nel ruolo della prostituta Bree Daniel. La seconda statuetta arriva nel 1978 per Tornando a casa di Hal Ashby. Intanto il matrimonio con Vadim naufraga e Jane sposa in seconde nozze il politico Tom Hayden, che ha un passato da pacifista. Nei primi anni Ottanta prende parte al film Sul lago dorato, dove recita per la prima ed unica volta accanto al padre Henry. Successivamente accantona la carriera cinematografica per abbracciare la nuova passione per la fitness. I suoi video di esercizi di ginnastica aerobica divengono un vero e proprio fenomeno. L’attrice, dopo anni di lotta contro la bulimia, sdogana l’esercizio fisico come nuova moda, e neanche un infarto riesce a fermarla. Nei primi anni Novanta il terzo matrimonio con il magnate della comunicazione Ted Turner, che durerà un decennio.


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Icona femminista, Jane Fonda si è apertamente schierata contro l’emarginazione in cui vengono relegate le donne di una certa età ad Hollywood come anche nella vita comune. Celebre la sua presa di posizione al riguardo, per cui “se un uomo ha molte stagioni, una donna ha diritto solo alla primavera.” Attiva sul piano umanitario, la diva nel 2001 ha donato alla Scuola di Educazione dell’Università di Harvard la somma di 12.5 milioni di dollari, al fine di creare un “Centro per gli Studi educativi”: secondo l’attrice la cultura dominante darebbe messaggi sbagliati e diseducativi alle future generazioni che distorcerebbero i rapporti tra uomini e donne. Nel 2005 è stata pubblicata la sua autobiografia, intitolata La mia vita finora. Vulnerabile e insieme tagliente, la diva ha recentemente ammesso di essere ricorsa al bisturi, e che in virtù di tali interventi estetici avrebbe guadagnato un altro decennio di attività lavorativa, in un ambiente in cui invecchiare è considerato quasi uno scandalo. Il suo volto non ha perso fortunatamente la straordinaria espressività che ce l’ha fatta amare in film indimenticabili. Ancora splendida nonostante il passare del tempo, sagace ed ironica come di consueto, ha ammesso che il sesso costituisce oggi una parte fondamentale della sua vita. Attualmente residente ad Atlanta, in Georgia, la diva ha iniziato un percorso di rinascita per abbracciare la fede cristiana.


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La Francia dice no all’anoressia

La Francia dice no all’anoressia

È stato approvato in Francia il nuovo decreto legge che vieta l’eccessiva magrezza delle modelle. Il provvedimento è stato al centro di numerosi dibattiti a livello europeo ed internazionale: adesso l’approvazione da parte del Parlamento della Repubblica francese, con cui si intende creare delle regole che disciplinino il mondo della moda e le sue protagoniste.

La legge anti-anoressia prevede l’attestazione della buona salute delle modelle, attraverso un certificato medico che dia prova dell’assenza di disturbi alimentari di qualsiasi natura. Il provvedimento decreta dure sanzioni penali per tutti coloro che non rispetteranno le regole, media compresi, rei di aver promosso fino ad oggi modelli irraggiungibili ed errati comportamenti alimentari. Il certificato medico dovrà fornire tutte le informazioni relative allo stato di salute delle mannequin: in primis dovrà essere indicato l’indice di massa corporeo, e dovrà essere accertato che esso sia conforme alla norma, considerata la morfologia della persona, la percentuale di grasso corporeo, le abitudini alimentari e la regolarità del ciclo mestruale. Indizi, questi, che riveleranno senza alcun margine di dubbio il reale stato di salute della modella nonché la sussistenza di eventuali regimi dietetici estremi cui la stessa modella potrebbe sottoporsi per rientrare negli standard proposti dal fashion biz.

In caso di sgarro le sanzioni saranno durissime: si parla di multe fino ai 75mila euro, previste sia per la modella che per la sua agenzia, che potranno addirittura rischiare misure di custodia cautelare fino a sei mesi di reclusione. Inoltre sono previste sanzioni anche per tutti i media che pubblicheranno foto ritoccate nel tentativo di accentuare la magrezza delle modelle rappresentate, o anche nel caso inverso, ossia facendo sembrare più grasse modelle in realtà filiformi. L’uso di Photoshop, controverso mezzo per alterare la realtà rappresentata nelle immagini pubblicitarie, sarà ammesso solo se la foto recherà la dicitura di “foto ritoccata”. Qualora i media non dovessero attenersi a queste normative sono previste sanzioni fino a 37mila euro (nel caso il reato venga reiterato) o pari al 30% degli introiti pubblicitari.

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Isabelle Caro, modella francese morta di anoressia nel 2010

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La campagna scandalo firmata Oliviero Toscani



Una legge che si è imposta sempre più come un’esigenza, in un Paese in cui le percentuali di persone che soffrirebbero di disturbi del comportamento alimentare sono a dir poco allarmanti: si stima infatti che sarebbero affette da disturbi alimentari tra le 30.000 e le 40.000 persone, il 90% delle quali in età adolescenziale. Una vera e propria emergenza sociale, che getta pesanti responsabilità sul mondo della moda, reo di aver eretto ad ideali di perfezione fisica modelli irraggiungibili. Resta da capire quanta responsabilità possa realisticamente avere la moda, considerato che anoressia e bulimia sono anche manifestazioni di un disagio profondo, che trova radici nella storia personale e familiare dell’individuo, prima che in eventuali influenze esterne.

Viene alla mente la tragica storia di Isabelle Caro, attrice francese che scelse di diventare modella proprio per testimoniare la pericolosità di certi comportamenti: nel suo caso fu la presenza di una figura materna ingombrante e malata ad instaurare il meccanismo di annullamento di sé tipico dell’anoressia. La Caro, dopo anni di battaglie sociali e numerosi tentativi di salvarsi, non ce l’ha fatta, morendo ad appena 28 anni, lo scorso 2010. Restano le sue foto, che rivelano una ragazza distrutta interiormente prima che fisicamente, come la controversa campagna pubblicitaria in cui Oliviero Toscani la ritrasse nuda, vestita solo di una profonda disarmante sofferenza.


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RED BULL KRONPLAZ CROSS: ADRENALINA ALLE STELLE

Il 26 e il 27 febbraio 2016 la pista di Plan de Corones, Brunico, si trasformerà nella cornice perfetta per la gara di sci più adrenalinica in assoluto: Red Bull Kronplaz cross.
Caschetto, tuta, occhiali, sci ai piedi e via, giù per una pista ricca di ostacoli alla velocità della luce, tra acrobazie e tanto sano agonismo.
Saranno circa 70 i team (circa 210 atleti provenienti da ogni angolo del globo) che prenderanno parte a questa quinta edizione di una meravigliosa manifestazione sportiva, organizzata dalla Red Bull.
Veri e propri professionisti dello skicross, ma anche amatori, tutti pronti a dare spettacolo, sotto i riflettori puntati sulla pista (è una gara di due giorni che si svolgerà in notturna), per contendersi il titolo skicross 2016.

Una gara che assume le vesti di una staffetta ad eliminazione: quattro team alla volta, formati da 3 atleti, affronteranno le chiuse curve e i salti presenti nel tracciato, alla massima velocità possibile: solo i più veloci passeranno il turno.
Ogni atleta, arrivato al traguardo, azionerà uno specifico pulsante, il quale darà il via al suo compagno di squadra, pronto a partire a monte. Il terzo atleta, che per primo arriverà al traguardo, decreterà la vittoria della propria squadra.
Si tratta, quindi, di una gara molto veloce, pronta ad eliminare i concorrenti alla loro minima distrazione: un semplice errore potrebbe decretare l’eliminazione di una squadra.
Tanta grinta e concentrazione al massimo: sono questi i due elementi che mai devono mancare nella figura del perfetto atleta di skicross.

Momento della staffetta in cui viene azionato il pulsante che darà il via al proprio compagno pronto a partire.

Momento della staffetta in cui viene azionato il pulsante che darà il via al proprio compagno.


Un percorso breve, di poco più di un chilometro, ma molto difficile: zone di soffice neve si alternano a zone di ghiaccio con ostacoli davvero duri da superare, data anche la velocità alla quale si scende. Salti, woops, veri e propri tunnel e curve che sfidano le più solide teorie della fisica.
Ma, tutto ciò non spaventa gli atleti: è il loro pane quotidiano.
Una pista meravigliosa, studiata nel minimo dettaglio, che sicuramente metterà in difficoltà i numerosi atleti partecipanti, ma che comunque regalerà loro emozioni indescrivibili e quella grinta necessaria per affrontare nel migliore dei modi il percorso. Emozioni che arriveranno anche ai tutti i presenti (nelle passate edizioni i numeri degli spettatori è stato davvero alto, una grandissima partecipazione) che con gli occhi sgranati e il cuore in gola seguiranno ogni singolo metro percorso dagli atleti.

Uno degli incredibili tunnel presenti nel percorso

Uno degli incredibili tunnel presenti nel percorso


Red Bull Kronplaz cross 2016 è la manifestazione più adrenalinica nella categoria degli sport invernali: un evento sportivo da non perdere assolutamente.

Salti spettacolari di una gara mozzafiato

Salti spettacolari di una gara mozzafiato


EMERGENZA IMMIGRAZIONE: ANCORA TRAGEDIE IN MARE NEL SILENZIO EUROPEO

Un altro viaggio in mare, il quale doveva essere l’inizio di una nuova vita per le tante persone presenti sull’imbarcazione, si è trasformato in una vera e propria e tragedia: 18 vite umane sono state inghiottite dall’immensità del mare, proprio davanti le coste della Turchia. Tra i morti 10 bambini.
Notizie che fanno rabbrividire e che, allo stesso tempo, dovrebbero far riflettere: non si può morire così.
Fuggire da zone di guerra, in cui morte e devastazione regnano come sovrani indiscussi, con il dolore negli occhi, per sperare di cambiare la propria vita, o meglio, per sperare di continuare a vivere: è questa la triste realtà, la situazione delle tante persone che, strette nei pochi metri di una barca, troppo piccola e malandata, affrontano, con disperato coraggio, la traversata della salvezza.
Salvezza? Magari: altro naufragio, altre 18 vite spazzate via dalle onde di un mare che non perdona e che pian piano si sta trasformando in un vero e proprio cimitero.
Questa volta è toccato ad una piccola imbarcazione a bordo della quale vi erano profughi provenienti dalle zone più devastate, più pericolose: persone che fuggivano da Iraq, Siria e Pakistan.
Il naufragio è avvenuto a Bodrum Bay a meno di 4 chilometri dalle coste turche.
Sono stati dei pescatori del luogo ad avvertire i soccorsi, dopo aver udito in lontananza le disperate urla dei profughi.
Sono circa 600 le persone che solo quest’anno hanno perso la vita in quelle acque: la rotta del mediterraneo orientale, o forse, meglio ridefinirla come la rotta della morte.

CIFRE DA PAURA
Nel 2015 il numero dei migranti che hanno cercato di attraversare il mediterraneo, per giungere sulle coste europee, si è quadruplicato rispetto al 2014: sono più di un milione le persone che, scappate da zone di guerra, sono riuscite ad arrivare in Europa.
Un flusso di migranti che non accenna a diminuire e che sta creando non pochi problemi: l’Europa sembra non essere in grado di fronteggiare tale situazione.
L’Italia, così come la Grecia, che sono le destinazioni raggiungibili più facilmente, più volte ha chiesto un solido e valido aiuto alla Comunità Europea, dalla quale sono arrivate solo promesse, ma mai è stato attuato, tutt’ora, un concreto piano d’azione per fronteggiare tale situazione.
Secondo i dati resi noti dall’ Oim, il 2015 può essere tranquillamente definito come l’anno delle migrazioni: 1 persona su 120 è stata costretta da guerre, devastazioni, violenze e persecuzioni ad abbandonare la propria casa, a lasciare per sempre la propria terra, per dirigersi verso Paesi liberi. Un flusso migratorio di dimensioni impressionanti, che purtroppo conta un numero di vittime davvero alto: solo negli ultimi mesi, i morti in mare sono stati più di 400.

IL SILENZIO EUROPEO
Il mare aumenta sempre più di volume: troppe lacrime sono state versate dalle persone che affrontano questi viaggi della speranza, troppe lacrime di mamme che hanno visto annegare i loro piccoli.
E, mentre nei nostri mari continuano i naufragi e sempre più persone continuano a perdere la loro vita, cosa succede in Europa? Niente.
Proprio così, niente.
La notizia del naufragio dura al massimo due giorni, rimbalzando come una pallina da tennis impazzita, tra un notiziario all’altro, e riempendo quelle due righe dei maggiori quotidiani.
Poi, il silenzio.
La notizia, velocemente diffusa dai media, è pronta a scoppiare, come una bolla di sapone, poco dopo. Velocemente si diffonde, velocemente si dissolve.
Ma, la cosa inquietante, a parte vedere le immagini che testimoniano tali tragedie, è il fatto che la notizia è sola: mai è accompagnata da altra notizia che descriva un nuovo piano di aiuti, una linea d’azione concreta da adottare per fermare tali tragedie. No, niente.
L’Europa si arrabbia alla vista di quelle atroci immagini, ma basta girare le spalle e tutto torna alla normalità.
Non si parla di un’emergenza delle ultime ore, ma di una situazione di emergenza che va avanti ormai da mesi, da anni. È normale non riuscire a fronteggiare situazioni così complicate, data la grandezza del flusso migratorio, nei primi periodi, però, sulla distanza di un anno qualcosa in più poteva essere fatto. Sarebbe bastato un controllato corridoio umanitario.
Invece, siamo ancora incapaci a fronteggiare una situazione del genere.
Si parla sempre di cooperazione Europea ed Internazionale, ma forse ancora non si è compreso il vero significato del termine, il quale sembra essere un sinonimo di “egoismo”.

OLIMPIADI 2024: ROMA TRA LE CITTA’ CANDIDATE

Tante sono le prestigiose candidature presentate da diverse città: tra queste c’è anche Roma. Entusiasmo e ottimismo alle stelle per la candidatura della capitale italiana. Presentato anche il logo “Roma 2024”

La lista delle città, le quali si sono definite pronte, anzi prontissime, ad accogliere la prestigiosa manifestazione dei Giochi Olimpici del 2024, è stata già da tempo stilata e consegnata: tra le tante città c’è Roma.
La capitale italiana è pronta a trasformarsi, anche se per poco tempo, nella culla ideale dello sport?
Secondo i nostri rappresentanti, sia del mondo politico, che di quello sportivo, si.
Roma è pronta e vola sulle ali di un solido e forte ottimismo.
La bellezza incantata di una città meravigliosa, la “città eterna”, a far da cornice a quella che tranquillamente può essere definita come la “manifestazione delle manifestazioni” del magico e bellissimo mondo dello sport.
Roma-Olimpiadi: un binomio perfetto, non credete?
Un sogno che presto potrebbe trasformarsi in una splendida realtà: il sogno di ogni amante dello sport, quello vero, potrebbe essere esaudito. I presupposti ci sono tutti.

Questo il logo presentato dall'Italia per le Olimpiadi del 2024

Questo il logo presentato dall’Italia per le Olimpiadi del 2024



CHE ARIA TIRA TRA GLI ESPONENTI DEL GOVERNO?
Due parole: convinzione e ottimismo.
È lo stesso Matteo Renzi, presidente del Consiglio italiano, a definirsi come convinto, ai massimi livelli, che la candidatura dell’Italia, presentata sotto il pesante nome di Roma è stata una mossa giusta. La perfetta strategia per creare nuove e più solide basi per lo sport italiano, il quale, soprattutto negli ultimi tempi, a causa di scandali e illeciti, ha mostrato alla collettività diverse falle.
Problemi che devono essere assolutamente risolti al più presto. Portare le Olimpiadi in Italia è, secondo chi ci governa e chi nel mondo dello sport ci rappresenta, la mossa giusta. Bisogna solo posizionare sapientemente le pedine sulla grande scacchiera mondiale e, mossa dopo mossa, eliminare le pedine degli avversari, per gridare scacco matto alle diverse città concorrenti.
Boston, la città rivale che l’Italia temeva di più, si è già ritirata, designando Parigi come la diretta avversaria del Bel Paese.
Tutto questo ha ingigantito l’ottimismo italiano: ci si muove velocemente e a ritmi incessanti, che metterebbero a dura prova chiunque. Si scava, per ora, in un buio tunnel, perché l’Italia non ha ancora in mano niente, nessuna certezza, ma solo tanta voglia di vincere, di prevalere sulle dirette avversarie.
Una piccola luce, però, dalle profondità del tunnel, comincia a vedersi. Proprio quella luce che sta guidando l’Italia e le sta dando la forza e l’ottimismo necessario per puntare alla vittoria.
Immaginare Roma, come l’Olimpo dello sport, è lecito.

OLIMPIADI ROMANE: TRA SPORT E CULTURA
In una situazione così difficile da gestire, come quella che oggi l’Italia, così come ogni singola nazione del mondo si trova ad affrontare, a causa del clima di paura creato dal terrorismo, manifestatosi nei recenti attacchi e che continua ad incutere timore, attraverso continue minacce, lo sport potrebbe essere l’arma giusta da utilizzare.
Lo sport come arma offensiva che, supportata dalla cultura, della quale lo sport è espressione, lancia delle vere e proprie bombe di valori, quelli veri, puri.
Lo sport come arma difensiva, che come uno scudo protegge la collettività, l’intera società, creando in un clima di festa, un’unione solidissima tra i cittadini.
Una manifestazione sportiva per allontanare la paura.
Lo sport è socialità, è vita.
Lo sport è una tessera di fondamentale importanza, senza la quale è impossibile completare il puzzle della cultura. In ogni società, che fa della cultura il collante per unire i singoli consociati, è il rispetto ad emergere come fattore predominante della totalità delle relazioni sociali.
Lo sport insegna il rispetto, il rispetto è cultura.
Inoltre, attraverso lo sport si manifesta l’identità nazionale.
Portare le Olimpiadi in Italia è un segnale forte per i giovani: uno Stato che investe nello sport, è uno Stato che punta sui giovani.
Cultura e sport: sì, suona davvero bene!

INIZIANO I LAVORI
L’Italia può farcela, deve farcela.
Il governo ne è consapevole ed ha dato il suo consenso per ingenti investimenti, destinati a opere sportive e non solo, in vista di una possibile elezione di Roma come città ospitante delle Olimpiadi.
Tantissimi saranno gli impianti che dal nulla nasceranno e altrettanto numerose saranno le azioni di manutenzione e potenziamento di quelli già esistenti. Grandi somme, inoltre, sono destinate al rafforzamento e alla più alta valorizzazione delle periferie, al fine di creare un apparato unico, espressione di efficienza, funzionalità e perfezione. Investimenti per creare quel necessario equilibrio all’interno della società.
Il denaro da investire, la voglia di vincere e l’ottimismo ci sono: ora si lavora, senza mai abbassare la guardia, per sperare di portare a casa uno storico risultato.
L’Italia si sta dimostrando preparata e pronta più che mai ad accogliere i Giochi Olimpici del 2024: tanti Paesi e tanti atleti riuniti all’ombra del tricolore italiano, pronto a sventolare più forte sotto la spinta di un vento di passione.
La passione per lo sport, per la cultura, per la vita.

Gigi Hadid designer per Tommy Hilfiger

Dopo aver calcato le passerelle di Tommy Hilfiger, la top model Gigi Hadid si improvvisa designer per il brand americano. La bionda supermodella starebbe infatti lavorando fianco a fianco allo stilista per la creazione di un’esclusiva capsule collection: abiti, calzature, accessori (tra cui occhiali ed orologi) e un profumo che arriveranno nei negozi nell’autunno 2016.

Una scelta vincente che dimostra la grande padronanza delle strategie di marketing da parte del leggendario brand americano: lunghi capelli biondi e viso perfetto, la modella è seguitissima sui social network, a partire da Instagram, dove conta oltre 10 milioni di followers, incantati dai suoi selfie hot. Un progetto che si preannuncia già come un grande successo: le prime foto della campagna pubblicitaria della nuova collezione verranno scattate già nei primi giorni del 2016, a New York.

Una capsule collection che non deluderà certamente le aspettative, considerata l’avvenenza e l’estro della vulcanica Gigi. Per la prima volta la splendida supermodella si calerà nei panni di designer: la collezione di womenswear sarà accompagnata anche dalla creazione di una nuova fragranza in esclusiva. L’hashtag per seguire le news sull’evento è #TOMMYXGIGI. Ne sentiremo parlare.

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STORICO ACCORDO GLOBALE SUL CLIMA: SOLO PROMESSE?

Approvato un “accordo globale” sul clima del nostro Pianeta. Tanti i punti di fondamentale importanza: dalla riduzione della temperatura del Pianeta ai diritti umani.

Parigi, 12/12/2015: una data che resterà nella storia. Approvato il grande accordo mondiale sul clima, per la salvaguardia del nostro amato Pianeta (forse troppo amato non lo è) da parte dei 195 Paesi partecipanti.
Una grande trattativa, la quale ha messo l’una dinanzi all’altra le forze dei governi di tutto il mondo, per cercare dei punti di incontro, certi e vincolanti, al fine di limitare l’inquinamento, il quale ormai ha raggiunto livelli incredibilmente preoccupanti, e per dare nuove garanzie ai Paesi più poveri e in via di sviluppo, troppo spesso vittime dello “sciacallaggio” dei Potenti.
Viviamo nell’epoca del grande sfruttamento, che come un treno in corsa si sta dirigendo verso l’ultima destinazione: il capolinea, un punto di non ritorno.
Lo sfruttamento delle risorse, spregiudicato e basato solo sul presente, senza nemmeno un minimo di attenzione rivolta al futuro, alle nuove generazioni, in questa che è l’era dei combustibili fossili, ha generato livelli di inquinamento preoccupanti, catastrofici.
Il nostro Pianeta ha la febbre: il riscaldamento globale gli sta pian piano portando via tutte le sue forze, eliminando, giorno dopo giorno, qualsiasi risorsa che ci ha offerto fin’ora.
La situazione, definibile preoccupante e pericolosa, è giunta, finalmente, sul tavolo della grande trattativa internazionale.
Un accordo che potrebbe rappresentare la svolta e, si spera, un repentino miglioramento delle condizioni climatiche e ambientali del nostro Pianeta.
Un accordo che, però, ha fatto nascere diverse perplessità: si sperava in vincoli più rigidi e, soprattutto, si sperava in ambizioni maggiori.
Però, almeno il primo passo, lungo la strada della tutela del nostro mondo, è stata fatto. Ciò che realmente conta è non svoltare lungo il percorso, non fermarsi per delle pause e cercare di giungere a destinazione tutti insieme, uniti come non mai.

L’ACCORDO
L’accordo globale sul clima, nato dalla Conferenza di Parigi, è stato descritto come il “miglior equilibrio possibile” per il delicato momento che tutti i Paesi stanno attraversando e come “preciso strumento per bilanciare i tanti interessi”, economici e sociali, che differiscono, tanto, tra nazione e nazione.
Tante realtà, culture ed economie che cercano di unirsi all’ombra delle pagine dell’accordo.
Ma, vediamo nello specifico che cosa prevede questo accordo, basato sulla più alta forma di cooperazione fra i 195 Paesi che hanno preso parte alla Conferenza sul clima di Parigi:
Aumento della temperatura: i Paesi hanno scelto quella che dovrà essere la soglia massima, calcolata in gradi centigradi, che la temperatura globale potrà raggiungere. In altre parole, le emissioni dovranno iniziare a calare drasticamente dal 2020, per cercare di arrivare ad un aumento di temperatura del globo di al massimo 1,5°.
Consenso globale: la Conferenza sul clima di Parigi ha fatto da scatola contenitrice per le volontà, non di pochi Paesi, ma questa volta del mondo intero. Tutti impegnati a ridurre le loro emissioni.
Costanza dei controlli: le diverse misure previste per la riduzione dell’inquinamento globale e che ogni singolo Paese partecipante dovrà rispettare, saranno sottoposte a rigidi controlli da svolgersi ogni 5 anni. Si chiede, sopratutto agli “inquinatori” maggiori, di non abbassare mai la guardia e di seguire costantemente la specifica normativa prevista.
Investimenti per l’energia pulita: i Paesi più sviluppati e che godono di un efficiente e avanzato apparato economico, cioè quelli che hanno fatto dell’industrializzazione il loro mondo già diversi anni addietro, dovranno investire ingenti somme di denaro, da destinare alle nuove forme di energia pulita.
Supporto economico globale: è stata prevista una particolare forma di cooperazione e collaborazione economica, la quale prevede un preciso meccanismo di rimborsi che i singoli Paesi erogheranno in favore di quelli più esposti ai rischi, causati dai cambiamenti climatici, cioè in favore dei Paesi più poveri.

Punti che si diramano dal lungo preambolo dello stesso accordo, basato su fondamentali considerazioni di principio, le quali spaziano tra sicurezza alimentare e rispetto dei diritti umani, diritto alla salute, maggiori tutele per i popoli indigeni e le piccole comunità, in un lungo elenco dal quale si può tranquillamente estrapolare il principio principale: tutela dell’uomo e di ogni suo singolo diritto, relazionata ad una maggiore cura per l’ambiente abitato dallo stesso uomo.
L’Accordo, se ratificato e firmato (i 195 Paesi partecipanti alla recente Conferenza sul clima potranno farlo tra aprile 2016 e aprile 2017), andrà a sostituire il precedente Accordo di Kyoto, con efficacia immediata, a partire dal 2020.

TANTE PERPLESSITÀ
L’Accordo è stato raggiunto e, data l’odierna fame di ricchezza, che invade l’animo dei Potenti, la quale annebbia ogni condizione di razionale pensiero, è un risultato da incorniciare, un vero e proprio miracolo.
Ma, le perplessità sono tante.
Perché partire così tardi? Aspettare il 2020 per dare il via a questo piano di recupero del nostro Pianeta è una data troppo lontana: in 5 anni la situazione, dati i ritmi dettati da una spietata economia industrializzata, potrebbe peggiorare in maniera irreversibile, rendendo l’Accordo semplice carta straccia.
Poi, dall’Accordo non emerge nessuna data che preveda un totale azzeramento delle risorse fossili e la loro conseguente sostituzione con energie pulite: si parla solo di riduzione e non di sostituzione, la quale è, sicuramente, la migliore strada da percorrere per un mondo davvero pulito.
Ma, c’è un dato che preoccupa ancor di più, relativo ai controlli quinquennali che saranno effettuati in merito al rispetto delle quote di emissione: non si parlerà di controlli fatti da organismi internazionali uguali per tutti i Paesi del mondo, ma in sostanza sarà attuata una sorta di “autocertificazione”, alla quale vi provvederà ogni singolo Paese. In pratica, ognuno controlla a casa sua.
Tanti sono i dubbi che emergono da questo nuovo testo normativo internazionale, ma allo stesso tempo possono essere definiti come “dubbi accantonabili” (a parte la data prevista per l’entrata in vigore dell’Accordo), data la situazione in cui versa il nostro Pianeta.
L’importante era raggiungere un vero accordo che unisse il mondo intero. Risultato raggiunto, anche se non come si sperava, ma raggiunto. A piccoli passi, e magari apportando successivamente delle piccole modifiche, si potrebbe arrivare ad un risultato di portata maggiore.
Ciò che veramente conta è la volontà e la serietà dei governi mondiali nel rispettare alla lettera quanto stabilito e, allo stesso tempo, la volontà di ogni singolo cittadino del mondo di aiutare l’ambiente attraverso le sue piccole azioni quotidiane.
Cambiare il proprio modo di vivere è possibile: possiamo ancora salvare il nostro Pianeta.

Wings for Life World Run 2016: a Natale scegliete un regalo solidale

È iniziata la corsa ai regali di Natale: e perché quest’anno non fare un regalo utile e solidale? Stanchi delle abbuffate natalizie, quale migliore modo per rimettersi in forma se non partecipare alla Wings for Life World Run 2016? Regalare il voucher di partecipazione all’evento globale di corsa unico al mondo è il modo migliore per coniugare bellezza e solidarietà: l’intero ricavato della maratona sarà devoluto a supporto della ricerca sulle lesioni del midollo spinale. Un evento unico al mondo, una sfida per superare i propri limiti, nel segno della solidarietà.

Riscoprire il significato più autentico del Natale è ora possibile attraverso questo dono: regalare il voucher è facile, basta collegarsi al sito www.wingsforlifeworldrun.com, selezionare la location in cui correre e personalizzare il voucher con una dedica. Inoltre tutti coloro che si iscriveranno entro il 31 dicembre 2015 potranno usufruire di una quota di iscrizione ridotta.

La Wings for Life World Run è aperta a chiunque, a tutti i runner principianti, agli atleti professionisti e ai partecipanti sulla sedie a rotelle, attesi domenica 8 maggio 2016 sulla linea di partenza di una delle 35 location nei 33 Paesi che ospiteranno l’evento. In Italia la location scelta per il 2016 è Milano.

L’intero incasso della maratona sarà devoluto alla Fondazione no profit Wings For Life, impegnata in tutto il mondo a supportare progetti di ricerca sulle lesioni al midollo spinale. L’edizione 2015 ha visto la partecipazione globale di più di 100.000 runner che hanno corso con 12 fusi orari diversi, raccogliendo € 4.200.000 che la Fondazione Wings for Life ha interamente devoluto alla Christopher & Dana Reeve Foundation a sostegno dello studio clinico volto a testare la possibilità di utilizzo della stimolazione epidurale per far recuperare un livello significativo di controllo autonomo a coloro che hanno subito lesioni al midollo spinale.

Dopo le feste natalizie non perdete l’occasione di rimettervi in forma allenandovi per un appuntamento imperdibile. Iscrivetevi e regalate l’iscrizione per un Natale all’insegna della solidarietà.

HICE20 – il fashion movie in esclusiva per D-ART

 

HICE20 – FASHION MOVIE 

 

Ghiaccio bollente per fusioni creative. E’ il nuovo video prodotto dal video director Elia Acunto, già video contributor di note riviste del settore, con la supervisione della fashion editor Alessia Caliendo.
Un fashion movie in esclusiva editoriale per D-Art e in collaborazione con il nuovo image brand Wonderwall.

​Fashion editor Alessia Caliendo 
Video Director Elia Acunto 
Muah Sara Busan 

Fashion assistant Caterina Ceciliani
Video director assistant Matteo di Pippo

Models Annabelle & Giuseppe @Wonderwall
Amelie @Ice Models

Cronache Vintage – Quella incontenibile voglia di JEANS!

Ho acquistato il mio ventitreesimo paio di jeans. Non potevo non prenderlo. Direttamente dagli anni ’80, a vita alta, gamba a prosciutto, strettini sulla caviglia. E blu. Di un blu non troppo chiaro. Nemmeno tanto scuro. Sono completamente diversi dai penultimi jeans, quelli che ho comprato un mese fa, decade ’80, blu, di un blu non troppo chiaro ma nemmeno troppo scuro.


E va bene, d’accordo, lo ammetto: sono Chiara, ho 33 anni e ho una dipendenza da DENIM!


Ora, signori miei, è doveroso che io faccia una precisazione: con il termine “denim” si indica il tessuto (che non è necessariamente di colore blu); con la parola “jeans”, invece, si definisce il taglio (il cinque tasche, per intenderci), impiegato per il confezionamento di pantaloni dai tessuti più svariati e non necessariamente in tela. Il nostro amato denim non è altro che cotone, la cui trama è bianca o écru, tinta poi chimicamente (in passato veniva colorato con estratti di piante).


Per quanto concerne la sua origine, c’è ovviamente lo zampino di LEVI STRAUSS (americanizzazione del tedesco Löb Strauß), un giovanotto di belle speranze che nel 1853 decise di raggiungere la California per vendere i capi di abbigliamento dell’azienda di famiglia. Levi aveva con sé anche dei tendoni da carro, con cui pensò bene di realizzare un paio di pantaloni. Un gran colpo di genio|! Un minatore li indossò, li usò e si entusiasmò: il tessuto in questione era resistente e non esisteva miniera che lo avrebbe distrutto. Quel giorno nacquero i pantaloni Levi’s e in seguito, a San Francisco, venne da lui fondata la sede americana dell’azienda di famiglia, la Levi Strauss&Co. I pantaloni naturalmente vennero perfezionati, fu scelto un tessuto più confortevole, direttamente dalla città di Nimes, in Francia (da cui l’abbreviazione americana denim), dal caratteristico aspetto blu della tinta usata per la colorazione. Nel 1873, vennero aggiunti dei rivetti di rame per rinforzate le tasche (in modo che non cedessero con il peso degli attrezzi dei lavoratori) grazie ad un’idea di Jacob Davis, cliente di Strauss e proprietario di una sartoria a Reno, nel Nevada. E infine, nel 1886, arrivò il marchio di fabbrica, l’etichetta in pelle con i due cavalli che tirano un paio di pantaloni senza che riescano a romperli.


Levi's Vintage Clothing


Dunque, se oggi indossiamo giacche, pantaloni, camicie, scarpe in denim lo dobbiamo al signore crucco di cui vi ho parlato qui sopra. Ma concedetemi un momento di sano patriottismo: a Genova, qualche decennio prima che Strauss realizzasse i jeans, dei marinai crearono qualcosa di molto simile con un telo (in denim o forse di fustagno) usato per le vele delle navi. Da qui l’espressione “blues Jeans”, per il colore blu e per la derivazione genovese (jeans sta per Genes, ossia genovesi).


A questo punto, vi pongo una domanda: quanti jeans possedete voi? E in quale modello? Io non li porto sicuramente in stile fifties, con i grossi risvolti, come la giovane Liz qui sotto, dal momento che sembrerei con ogni probabilità una rosetta farcita!


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Elizabeth Taylor, anni ’50



Preferisco un modello dalla vita alta, dalla gamba regolare, magari indossato con una camicia bianca annodata in vita, come quella bellezza rara di Marilyn Monroe insegna.


Marilyn Monroe, anni ’60



Ma non disdegno neppure i 5 tasche anni ’70 (periodo molto gettonato per le sfilate di questa stagione), vita altissima, zampa, che nel mio caso associo a tacchi vertiginosi e non a gym-shoes, che invece Fara Fawcett prediligeva per ovvie ragioni di altezza e magrezza.


Farra Fawcett

Farra Fawcett



E li posseggo naturalmente anche in versione ’80, con due grossi buchi sulle ginocchia, chiarissimi, cattivissimi, che miss Ciccone avrebbe di certo apprezzato.


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Madonna, 1980



Momento iconico: Kate Moss nella campagna di Calvin Klein del 1990. Adoro quel decennio, le camicie erano larghe, i jeans stretti il giusto, la vita comoda. Il modello in questione è stato bistrattato per tanto tempo, prediligendo vite bassissime che non lasciavano nulla all’immaginazione (che volgarità!). Poi sono tornati, insieme al buongusto. Era ora.


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E degli stessi anni è anche il film Thelma&Louise, in cui le coraggiose Susan Sarandon e Geena Davis fuggono dalla routine familiare e da mariti non proprio esemplari con addosso canottiere gagliarde, sexy jeans e stivali da cowgirl (potete ammirarle in copertina).


Concludo dicendo che io li ho tutti, ma questa non è una ragione sufficiente per frenare la mia voglia di averne sempre di più. O no?

Particella reale o semplice fluttuazione statistica? Ecco il bosone che potrebbe riscrivere il Modello Standard

Una manciata di particelle, un grafico e una piccola oscillazione nei valori attesi: tanto è bastato per mettere in subbuglio il mondo della fisica. Gli scienziati del Large Hadron Collider (LHC), il più grande acceleratore di particelle del pianeta, hanno annunciato la (possibile) scoperta di un nuovo bosone che non può essere spiegato con le leggi fisiche incluse nel Modello Standard. I risultati, che si basano su dati raccolti da aprile a novembre di quest’anno, sono ancora troppo incerti affinché la comunità scientifica possa accoglierli senza riserve – a detta di molti l’oscillazione rilevata potrebbe derivare da una semplice fluttuazione statistica – eppure i fisici di tutto il mondo sono già al lavoro per trovare una spiegazione teoretica che possa giustificare il fenomeno.


“Quello che vediamo è un piccolo eccesso locale, con una massa sei volte maggiore rispetto a quella del bosone di Higgs, ma potrebbe ancora essere una fluttuazione e non abbiamo ancora un’evidenza statistica sufficiente”, ha dichiarato all’Ansala la responsabile dell’esperimento Atlas per l’Italia, Marina Cobal, dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (Infn). “Con la prossima presa di dati, a partire dalla primavera del prossimo anno, vedremo se il fenomeno aumenterà o se andrà a ridursi. Ancora non possiamo dire nulla. Sicuramente è qualcosa di interessante e che dobbiamo tenere sott’occhio”.


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L’analisi dei dati avrebbe rivelato, tra i resti delle collisioni tra protoni, un eccesso inaspettato di coppie di fotoni con un’energia di 750 giga elettronvolt (GeV) ciascuna. Qualora la particella fosse reale, e non frutto di una semplice fluttuazione statistica, sarebbe quasi 9 volte più massiva del quark top (la più massiva particella elementare scoperta finora) e 12 volte più massiva del bosone di Higgs.


Se LHC ha davvero individuato una nuova particella, tuttavia, rimane da chiarire un punto fondamentale: di cosa si tratta? In base ai dati raccolti dovrebbe possedere spin intero, ricadendo quindi nella classe dei bosoni. Nel Modello Standard tutte le particelle che costituiscono il nostro Universo appartengono a due classi distinte, i fermioni e i bosoni. I primi sono responsabili di tutta la massa rilevabile in natura (danno “forma” alla materia), mentre i secondi agiscono in veste di “mediatori” per tutte le interazioni fondamentali conosciute: elettromagnetica, nucleare debole, nucleare forte e gravitazionale.


Ad oggi il Modello Standard ci consente di spiegare le prime tre in termini di interazioni particellari, ma non l’ultima. Gli scienziati pensano che la gravità sia mediata da particelle prive di massa con spin intero 2, i gravitoni, anche se non siamo ancora riusciti a rilevarli; tuttavia, dato che conosciamo in parte le loro caratteristiche, sappiamo per certo che, se esistono, devono essere bosoni. Alcuni fisici hanno già azzardato un’ipotesi: e se la particella scoperta fosse il gravitone? Per ora non possediamo elementi sufficienti per trovare una risposta a questa domanda. Prima di trarre qualsiasi conclusione serviranno mesi di ricerche e molti altri dati, che potranno essere raccolti a partire dalla primavera 2016.



Fonte: Scientific American Magazine

“CUBA. Where Are You Going?”, gli scatti di Paolo Gotti documentano un cambio epocale

Stasera alle 19, negli spazi di Vicolo Bianchetti 8 a Bologna (ore 19), il fotografo Paolo Gotti inaugura la sua mostra CUBA. Where Are You Going?, una serie di scatti che intendono indagare bellezze e contraddizioni della più grande isola dei Caraibi che, fino a questo momento, è stata una delle ultime roccaforti mondiali del comunismo. Ma qualcosa sta per cambiare.

 

Casa Josè Fuster

Casa Josè Fuster

 

Un cambiamento che Paolo Gotti ha voluto catturare. Dalle scritte che inneggiano alla propaganda pro USA o, al contrario, in difesa del regime di Fidel, alle battaglie illegali tra galli organizzate clandestinamente nel fitto delle foreste. O ancora, dal Malecón, il lungomare tra i luoghi prediletti dell’Avana, fino all’atmosfera magica di Baracoa, villaggio all’estremo oriente dell’isola.

 

Playa del este

Playa del este

 

Quella che attende Cuba, è una vera rivoluzione, una svolta epocale che coinciderà con la caduta dell’embargo: dopo 54 anni, Stati Uniti e Cuba ristabiliscono normali relazioni diplomatiche con la riapertura delle rispettive ambasciate. Il muro sta crollando, una divisione, iniziata nel 1961, che si sta annullando, a partire dallo storico incontro tra Barack Obama e Raul Castro di un anno fa esatto, il 17 dicembre 2014.

 

Casa terremotata

Casa terremotata

 

Le conseguenze saranno molteplici. Ci sarò un effetto domino che coinvolgerà diverse trasformazioni: dalla fine della doppia circolazione monetaria del Peso Cubano e del Peso Convertibile (CUC), alla liberalizzazione della proprietà e dell’iniziativa privata da parte dei cubani, arrivando poi all’apertura nei confronti di relazioni economiche (e quindi scambi commerciali con altri paesi del mondo), come di fatto sta già avvenendo con il porto franco del Mariel (dove gli investimenti brasiliani sono imponenti). E poi occhio alle strade, con l’arrivo di automobili moderne che segnerebbe la definitiva decadenza delle pittoresche – ma molto inquinanti – vetture americane degli anni ‘50. Alcune sono già in vendita a Cuba, a prezzi esorbitanti.

 

Bus a Varadero

Bus a Varadero

 

Un cambiamento che viaggia alla velocità del web. Se la rete fino a qualche anno fa era disponibile solo negli Hotel e in qualche internet point (nelle poche sedi della compagnia telefonica statale Etecsa al costo di 6 dollari all’ora), oggi le zone wifi sono arrivate nei punti nevralgici delle città, dove è possibile connettersi per 2 dollari all’ora. Un costo non ancora basso, visto che il salario medio cubano è 15-20 dollari al mese. E installare Internet a casa propria, per molti rimane un investimento proibitivo, possibile solo per pochi privilegiati.

 

Sierra maestra

Sierra maestra

 

L’esposizione di Paolo Gotti, che rimarrà aperta al pubblico fino al 22 gennaio 2016, oltre alle fotografie, presenterà anche l’omonimo calendario tematico CUBA. Where Are You Going? che racchiude una selezione di tredici immagini della mostra. Ci sarà anche un secondo calendario che includerà invece le fotografie della serie Case di Baracoa.

Youth culture. Place to be: a Milano nuovo store Le Village.

La connessione che intercorre tra la tradizione e lo spirito d’avanguardia, il design ricercato e la preziosità dei materiali caratterizzano le sneakers del brand Le Village, progetto di moda curato dall’art director Roberto Zampiero e dal designer Matteo Caparrini.

Upper Sneakers Le Village




 

Ad un centinaio di metri dal Duomo di Milano, precisamente in via Flavio Baracchini 7, nel centro nevralgico della capitale meneghina, apre oggi Le Village store, il cui concept nasce da una fusion tra stile newyorkese ed estetica nordeuropea.

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Le Village Store



 

L’ambiente del negozio si sviluppa in un sofisticato equilibrio di legno e metallo.
Questa cornice evocativa consentirà ai visitatori di immergersi in un mondo di scarpe.

L’ideatrice del negozio è, assieme al già citato Zampiero, la sua compagna Maura Iris Tomsa, la quale ha studiato moda ed ha alle spalle un consolidato bagaglio di esperienze presso showroom e boutique, oltre a un talento nell’arredo.

La coppia d’imprenditori rivela una coerente visione strategica nella configurazione dei marchi scelti per il negozio, oltre alla linea Le Village che gli da il nome.

 

Basic Mid Sneakers Le Village

Basic Mid Sneakers Le Village



Saranno infatti in vendita brand di ricerca internazionali e new designer made in Italy. I brand scelti sono perfettamente in sintonia con il richiamo cool che caratterizza lo store, pensato per un pubblico colto con precise esigenze: la coppia ha creato uno spazio dall’appeal nordico dove respirare stile a 360°.

Un’interessante vetrina per l’attività creativa di Zampiero e Caparrini che contribuisce a consolidare la loro posizione nel mondo della moda, diffondendo quel valore di eccellenza artigianale che ha decretato il successo internazionale del Made in Italy: non a caso già vendono tra Ibiza, Firenze e Minsk.

Mimi Tao: diva della moda transgender

Occhi a mandorla, lunghi capelli neri e zigomi pronunciati: a vederla così sembrerebbe una tipica bellezza orientale. Ma Mimi Tao, top model thailandese di fama internazionale, ha alle spalle una storia ben più complessa da raccontare.

Il viso dai lineamenti perfetti e dall’espressività intensa venne al mondo imprigionato suo malgrado nel corpo di un ragazzo. Phajaranat Nobantao è nato ventidue anni fa a Khon Kaen, nella Thailandia orientale, in una famiglia benestante. Insieme ai suoi fratelli è stato poi indirizzato alla vita monastica e mandato in un tempio buddista, allorché la famiglia attraversò un periodo di difficoltà economiche.

È il volto pulito di un giovane dalle labbra carnose e dallo sguardo trasparente, quello che fa capolino sotto i capelli rasati e la kesa: Phajaranat trascorre ben sei anni della sua vita nel tempio. Le giornate sono scandite solo dalla preghiera, dalla meditazione e dalle rigide regole che la vita ascetica comprende. Ma in cuor suo il giovane nutre dei grandi sogni.

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È nel buio della sua stanza che Phajaranat prende coscienza della sua vera natura: ogni sera il giovane monaco trasforma quel piccolo spazio silenzioso in una sorta di passerella immaginaria, di cui lui diviene protagonista assoluto. Truccandosi come una mannequin e trasformando la tonaca in un abito da sera, insieme ai suoi amici, gli altri monaci, si esibisce in una improvvisata sfilata di moda.

Nonostante tutti i tentativi da parte del giovane di rinnegare la propria reale essenza, questa sembra sempre tornare a galla: è dopo una grande lotta interiore che Phajarant inizia ad assecondare questo istinto e ad assumere la pillola anticoncezionale per stimolare i propri ormoni femminili. La famiglia resta scioccata dalla notizia e la madre arriva a disconoscerlo. Lui -che definisce questo come “il momento più triste di tutta la sua vita” -promette a se stesso che un giorno non solo si sarebbe fatto accettare per ciò che è realmente ma che avrebbe anche aiutato la sua famiglia.

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Inizia così la parabola che lo porta a diventare Mimi Tao. La giovane è avvenente ed elegante: inizia la sua carriera come ballerina di cabaret nei locali di Pattaya e a Bangkok. Poi avviene l’incontro decisivo per la sua vita, con la top model internazionale Rojjana “Yui” Phetkanha, che la aiuta ad emergere nel mondo della moda.

Per la prima volta Tao non si sente più rifiutata nella sua vera natura: Yui gli insegna ogni trucco del mestiere, e nell’arco di tre mesi forgia quella che si è imposta in pochissimo tempo come la nuova diva della moda asiatica.

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La modella transgender oggi è una star incontrastata: innumerevoli sono le campagne pubblicitarie a cui presta il volto e il fisico longilineo, dalle foto in lingerie -per cui è richiestissima- alle sfilate di moda. La giovane non ha più paura di nascondersi, posta orgogliosamente le foto che la ritraggono in tutta la sua bellezza e ha anche aiutato la sua famiglia sostenendola dal punto di vista economico. Contraria alle operazioni per cambiare sesso, la bella Mimi è incerta sul suo futuro, e non esclude addirittura di tornare nel monastero buddista. Intanto fotografi e sponsor sono pazzi di lei.


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Biancaneve e i sette nani, la follia di Walt Disney

Il 21 dicembre 1937 presso il Carthay Circle Theatre di Los Angeles, al termine della proiezione in anteprima di quella che era stata definita una follia, il pubblico, composto tra gli altri da star del calibro di Charlie Chaplin, Shirley Temple, Clark Gable, Judy Garland e Marlene Dietrich, concesse una standing ovation al primo lungometraggio animato della storia. L’artefice di quella follia era Walt Disney e quel film era Biancaneve e i sette nani. All’epoca Walt Disney era un cineasta talentuoso che si era fatto conoscere prima per le Alice Comedies, nei primi anni ’20, e poi, soprattutto, per la serie di Mickey Mouse (dopo aver perso i diritti per Oswald the Lucky Rabbit) e delle Silly Symphonies, cortometraggi animati molto distanti dalle produzioni seriali di Tex Avery o dei fratelli Fleischer (creatori di Betty Boop e Braccio di Ferro).


Mickey Mouse era il simbolo del New Deal, il coraggioso americano che combatteva la paura della Grande Depressione con la positività che era tipica anche del suo creatore, Walt Disney (anche se, secondo alcuni, a disegnarlo sarebbe stato Ub Iwerks). Dall’altro lato c’erano le Silly Symphonies, anch’esse portatrici dei valori del New Deal e già capaci di per sé di rivoluzionare, dal punto di vista tecnico, il cinema d’animazione, ad esempio per l’introduzione della multiplane camera, capace di dare profondità all’immagine (in The Old Mill, 1937) o per aver regalato per la prima volta il colore (in Flowers and Threes, 1932) a delle produzioni fino a quel momento piuttosto spartane e dipendenti dai più importanti lungometraggi live action.


In realtà già qualcuno aveva provato a nobilitare un tipo di cinema che sembrava soltanto il surrogato di quello con attori in carne e ossa. Un primo tentativo l’aveva fatto l’argentino Quirino Cristiani, i cui film furono però distrutti in un incendio; in seguito c’era stata anche Lotte Reiniger con Le avventure del Principe Achmed (1923), realizzato con la tecnica delle silhouette. Ma nessuno di loro era stato in grado di dare ai cartoni animati un’impronta hollywoodiana, così come accadde per Biancaneve e i sette nani. D’altronde anche Max Fleischer – forte concorrente di Disney – avrebbe tentato la stessa operazione due anni dopo, con I viaggi di Gulliver (1939), ottenendo risultati tutt’altro che gratificanti. Gli ingredienti del successo di Disney erano piuttosto semplici, prelevati da una nota fiaba dei fratelli Grimm e riadattati secondo la visione del mondo di Walt Disney: da un lato una fanciulla dal volto e dal cuore candido, orfana prima della madre e poi del padre; dall’altro una matrigna – una regina – gelosa della crescente bellezza della sua figliastra nonché della sua giovinezza e della sua squisita bontà.


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Un primo tentativo di affronto: l’ordine a un cacciatore, uccidere la fanciulla e portare il suo cuore in uno scrigno. Ma il cacciatore, impietosito da Biancaneve, la lascia andare e così la fanciulla trova rifugio presso una casetta, al di là del bosco. Qui vivono i sette nani, che all’inizio lei scambia per dei bambini. I nani, i cui nomi rispecchiano le peculiarità caratteriali (Dotto, Gongolo, Eolo, Mammolo, Cucciolo, Brontolo e Pisolo), tornano a lavorare nelle miniere, mentre Biancaneve, calatasi più nel ruolo di ragazza-madre che di principessa, si occupa delle faccende domestiche, con l’aiuto degli animali della foresta, lavando e cucinando. Intanto la regina scopre che il cacciatore non le ha portato il cuore di Biancaneve ma quello di un cinghiale, così decide di muoversi in prima persona per annientare una volta per tutte la sua nemica e per essere lei «la più bella del reame». Ora rivela la sua vera natura: è una strega, una profonda conoscitrice di formule alchemiche mostruose, capaci di tramutarla in una vecchia megera; e capaci anche di trasformare il frutto del peccato originale, la mela – una bellissima mela rossa – in un’arma letale. L’ingenuità di Biancaneve non può nulla contro la furbizia della strega. Giunta alla casetta dei nani, è sufficiente offrirle la mela per assicurarsi che Biancaneve non si tirerà indietro: basta un solo morso per ucciderla.


Nel frattempo, gli animali della foresta corrono alla miniera per richiamare i nani e per avvertirli che Biancaneve è in pericolo. A sconfiggere la strega sarà il Fato, che la farà precipitare sghignazzando da un burrone, mentre tenterà di schiacciare i nani «come formiche». Quanto a Biancaneve, c’è un solo modo per risvegliarla da un sonno tutt’altro che mortuario: il bacio del vero amore, che potrà esserle dato da un giovane, un principe che già aveva dimostrato di amarla, quando aveva ascoltato la sua candida voce mentre raccoglieva l’acqua dal pozzo. Una fiaba con una trama semplice, lineare, con pochi ma essenziali personaggi, ognuno dei quali con una funzione ben precisa: la strega come antagonista, i nani come aiutanti, il principe come risolutore/salvatore; e Biancaneve che, passiva, attende il compiersi della propria sorte. Essere odiata perché lo Specchio Magico rivela alla regina che non è lei «la più bella del reame». C’è invidia, c’è odio, c’è soprattutto la profonda consapevolezza che la fanciulla potrebbe oscurarla. Questo è il moto dell’azione, che si sviluppa attraverso le celeberrime canzoni della Disney, che fanno diventare il film una vera e propria operetta.


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Una follia, già. Una follia che nel 1937 trasformò Disney e la sua azienda in colossi cinematografici, con incassi da capogiro, considerata l’epoca. Soltanto Via col Vento, due anni dopo, sarebbe riuscito a fare meglio. Ma Walt Disney non era uno capace di accontentarsi; e così, da vero self-made man, desiderò moltiplicare il proprio successo con qualcosa di ancora più ambizioso. I profitti di Biancaneve lo portarono a realizzare un nuovo studio, a Burbank, dove ora risiedono i Walt Disney Studios. Ma l’inizio della guerra e lo sciopero del ’41, a causa dei numerosi licenziamenti, non gli facilitarono le cose, per cui il film successivo, Fantasia (1940), troppo all’avanguardia per quei tempi, non fu abbastanza apprezzato, pur essendo la geniale unione tra cultura alta e cultura popolare: la musica e il cartoon, o meglio la musica classica e Topolino, simbolo aziendale decaduto, rilanciato nell’episodio L’apprendista stregone dopo che, nei cortometraggi tra la fine degli anni ‘30 e i primi anni ‘40, il successo di Paperino lo aveva quasi oscurato. Paperino era infatti diventato lo strumento di propaganda anti-nazista di Walt Disney, incarnando lo spirito dell’americano per eccellenza, esemplato in un cortometraggio – talvolta male interpretato – come Der Fuherer’s Face, laddove sognava di essere un nazista, per poi risvegliarsi da quel tremendo incubo e baciare la Statua della Libertà.


Film di propaganda, dunque. L’impegno politico di Walt Disney, che sarebbe diventato collaboratore di J. Edgar Hoover nella caccia ai comunisti, è indiscutibile sin dai primi cortometraggi di Topolino, ma anche in Biancaneve non mancano messaggi coraggiosi: l’iperattivismo dei nani è un inno al lavoro. Sono americani che non si perdono d’animo, che anche nei momenti più difficili continuano a lavorare con positività, instancabili. La stessa cosa la fa Topolino, che anzi, come già detto, incarnava l’essenza stessa del New Deal di Roosevelt. Dall’altro lato, come elemento negativo, troviamo il Lupo Ezechiele, che nei Tre porcellini (1933), secondo Ejzenštein, rappresentava la disoccupazione. E non a caso la canzone canticchiata da due dei tre porcellini (quelli più scansafatiche) era “Who’s afraid to the Big Bad Wolf?”, un testo scritto da Frank Churchill e inno del New Deal durante la Grande Depressione, citato anche da Frank Capra in Accadde una notte (1934). Capra, non a caso, era amico di Walt Disney.


Oltre a un forte richiamo alla realtà politica dell’epoca, però, Biancaneve è anche ricco di simboli. Per esempio Biancaneve che invoca l’amore quando raccoglie l’acqua del pozzo, ovvero le emozioni raccolte dal subconscio. E anche le personalità dei nani non sono casuali: si va dall’ingenuità infantile di Cucciolo alla saggezza di Dotto, con Brontolo a simboleggiare l’intolleranza e la vecchiaia e Gongolo e Mammolo negli stadi intermedi dell’innamoramento. Tutte le fasi della vita, scandite in sette personalità diverse. Ma i film di Walt Disney, non soltanto Biancaneve e i sette nani, sono stati interpretati anche in maniera tutt’altro che positiva. La metamorfosi della regina in vecchia, ad esempio, secondo un utente spagnolo di YouTube, alluderebbe a un’invocazione a Satana: «Polvere di mummia, per invecchiare; per tingere le vesti, il nero della notte; per arrochire la voce, risata di strega; per imbiancare i capelli, un urlo di terrore; turbine di vento, per agitare il mio odio». Sono ingredienti che hanno l’obiettivo di terrorizzare lo spettatore e di inquietarlo per il potere oscuro della regina e per le sorti di Biancaneve. Ma se così non fosse stato, se la regina non avesse avuto questi poteri oscuri, il film avrebbe perso interesse e non avrebbe avuto successo.


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Pur essendo tratto da una fiaba dei Grimm, il film ha alcune fondamentali differenze che addolciscono il contenuto e che riadattano la storia per il pubblico a cui Disney voleva rivolgersi: le famiglie americane che amano l’entertainment e il dolce sapore del lieto fine. Perché nel mondo di Walt Disney tutto deve finire bene e anche storie profondamente drammatiche come potevano essere il Peter Pan di Barrie (il triste isolamento del bambino in un mondo che gli impedisce di crescere e che lo porterà ad allontanarsi dalla famiglia), o simboliche come il Pinocchio di Collodi – devono avere i tratti tipici della “disneynità”. Per cui, se nella fiaba dei Grimm la strega tenta più volte di uccidere Biancaneve, prima soffocandola con una cintura e poi con un pettine avvelenato, nella Biancaneve di Walt Disney è sufficiente la mela avvelenata; in secondo luogo, il bacio del principe non esiste per i Grimm: Biancaneve si risveglia in maniera del tutto casuale, quando un principe (che non l’ha mai vista se non dopo essere stata avvelenata con la mela) la conduce nel suo castello e nel corso di una caduta Biancaneve riesce a espellere il boccone avvelenato. Niente di romantico, quindi. E anche la punizione del Fato è un’invenzione di Walt Disney: la matrigna, invitata alle nozze di Biancaneve con il principe, è costretta a indossare delle calzature incandescenti e a ballare, finché non muore. Varianti essenziali, come si è già detto, per identificare alcuni elementi con la Biancaneve di Disney, non con quella dei Grimm.


Le trasposizioni più recenti della celeberrima fiaba non fanno altro che restituire alla storia di Biancaneve il tema essenziale che Disney aveva cercato di celare: la sessualità. Perché in fondo la regina vuole uccidere Biancaneve perché è gelosa di lei, della sua bellezza, ma soprattutto della sua femminilità; una femminilità pericolosa perché le può sottrarre il suo sposo. Un elemento che nel film della Disney non è per niente accentuato, cosa che accade invece in Biancaneve (2012) con Lily Collins e Julia Roberts, laddove le due donne arrivano addirittura a contendersi il principe. È chiaro che, anche per il pubblico a cui è destinato Biancaneve e i sette nani (le famiglie, ma soprattutto i bambini, la cui sessualità è ancora latente), due donne che, per conquistare un uomo, esprimono al massimo la propria femminilità non sono affatto concepibili, anche se, nella Sirenetta (1989), questo elemento verrà fuori. Ma si tratta di un periodo differente, e soprattutto con un’azienda del tutto rinnovata e orfana di Walt Disney. Purtroppo le esigenze di marketing portano però anche a una rilettura di fiabe classiche secondo una visione moderna e di genere totalmente diverso che va a snaturare la morale stessa della storia, trasformandola in un futile intrattenimento fine a se stesso. È ciò che accade in Biancaneve e il cacciatore, sempre del 2012, che segue il filone di altre fiabe ritornate al cinema in live action come il deludente Alice in Wonderland (2010) di Tim Burton o come lo pseudo-horror Cappuccetto Rosso Sangue (2011); oppure, infine, l’altrettanto deludente e inutile remake La Bella e la Bestia (2014).


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Tornando a quella notte del 21 dicembre 1937, la follia di Disney si era rivelata una scommessa più che vincente: il successo al botteghino per il primo lungometraggio animato della storia, escludendo i tentativi – di cui si è già accennato – di Quirino Cristiani e di Lotte Reiniger, fu straordinario. Walt Disney, due anni dopo, si aggiudicò l’Oscar alla carriera e fu lodato da Chaplin e da Ejzenštein, che definì Biancaneve il più grande film mai realizzato. Tramandato per intere generazioni, amato da ogni famiglia, senza distinzione di sesso o di età, Biancaneve e i sette nani è il più grande classico fra tutti i classici Disney, una pietra miliare della settima arte, innovativo tanto quanto lo sarebbe stato Quarto Potere soltanto tre anni dopo ma molto più popolare. Un’esplosione incontenibile di emozioni, dettate da situazioni anche piuttosto naïf, ma assolutamente originale, se si considera l’epoca in cui è nato. Un film di quasi ottant’anni fa – settantotto, per essere precisi – ma immortale tanto quanto il suo creatore, un uomo che voleva farsi ibernare per ottenere l’immortalità e che è riuscito a salvaguardare il proprio nome, la propria fama, attraverso personaggi innocenti e genuini come dei bambini, divenuti tra i maggiori simboli della cultura popolare, non soltanto di quella occidentale.


Look of the day

LOOK OF THE DAY



Givenchy, Simonetta Ravizza, Fabio Rusconi, Baldinini, Bruno Carlo, Saturnino Eyewear, Tom Ford

(immagini da @trendfortrend)

Il complicato rapporto tra Star Wars e la Marvel

Star Wars, nel 1977, è stato un film rivoluzionario. Mai nessun film aveva avuto un effetto simile sul mercato in genere. Giochi, gadget ecc… Ma ha avuto un ruolo inaspettatamente importante anche per il mondo dei fumetti. Senza Star Wars la Marvel sarebbe potuta svanire nel nulla.
A metà anni 70 la Marvel era in cattive acque, dopo i successi degli anni 70 in cui erano comparsi personaggi come Spider Man e I fantastici quattro la Marvel si era ingrandita troppo troppo in fretta e il calo nelle vendite di quegli anni l’aveva messa in difficoltà.
Allo stesso tempo Star Wars era un film su cui nessuno credeva. Quando George Lucas aveva provato a cercare chi potesse adattare in fumetti la sua storia era passato dalla Marvel ma Stan Lee aveva bocciato l’idea dicendo che il Sci-fi non vendeva. Dato che la società era in difficoltà perché rischiare su un film così particolare?


Il complicato rapporto tra Star Wars e la Marvel


Nonostante tutto la Lucas, tramite altri contatti riuscì a far valere la sua idea e nel 1977, due mesi prima dell’uscita del film, uscì Star Wars #1, scritto da Roy Thomas e disegnato da Howard Chaykin e Thomas Palmer. Andò ben oltre le aspettative di chiunque.
Lippincott, l’uomo dei media di Lucas, aveva fatto un buon lavoro nel 1976 e aveva fatto un giro delle convention di fumetti. Per l’uscita del primo fumetto ormai si era creata una aspettativa da parte di una nicchia piuttosto numerosa. Dopo l’uscita del film, poi, per rivivere l’esperienza Star Wars o si tornava in un cinema o si leggeva il fumetto e le vendite andarono alle stelle.
La mania di Star Wars era scoppiata e la Marvel vendette 2 milioni di fumetti in un anno, nel momento di sua massima difficolta dagli anni ’60.


Il complicato rapporto tra Star Wars e la Marvel


Purtroppo per la natura stessa del prodotto la pacchia per Marvel durò poco. Il primo film fu coperto in sei numeri. Al tempo Lucas non era attento all’universo intorno al film e la Marvel non poteva lasciarsi scappare l’opportunità di sfruttare una serie che andava così bene. Il film aveva lasciato gli Star Warriors, così la Marvel chiamava gli eroi di Star Wars, in una situazione piena di speranza ma cosa sarebbe potuto succedere dopo?
Non avrebbero potuto battere l’impero perché questa storia sarebbe stata appannaggio del film. Non avrebbero potuto combattere in continuazione con Darth Vader così la Marvel dovette inventarsi storie slegate dal canone.
Così si iniziarono a esplorare le storie di Han Solo e della sua vita da contrabbandiere. Nel numero #8 Han riunisce tutti i suoi compagni di malaffare del periodo prima della ribellione per combattere dei pirati spaziali. Personaggi come un coniglio verde dalle sembianze umane che si vestiva come un personaggio di Flash Gordon.


Il complicato rapporto tra Star Wars e la Marvel


Dopo queste pessime performance i creatori originali, Thomas e Chaykin uscirono dal progetto e toccò a Archie Goodwin e Carmine Infantino portare avanti il progetto, sempre arrabattandosi con storie di personaggi secondari. Questo fino al 1983, appena prima del rilascio de L’impero colpisce ancora, in cui Mary Jo Duffy prese in mano il fumetto. La Duffy prese in mano la storia, dato che non si sapeva ancora nulla riguardo a un nuovo film e fece diventare Leia e Han due diplomatici che avevano il compito di convincere la galassia che l’Alleanza potesse governare efficacemente. Luke si mise a studiare sempre più a fondo la forza, ad addestrare nuovi Jedi e a convivere con la paura di non riuscire a resistere al lato oscuro come suo padre prima di lui.
Nonostante tutto, senza nuovi film la serie attirò sempre meno interesse e la Marvel decise di bloccarla nel 1986, dopo 107 numeri.


Non passò molto tempo però che Lucas iniziò a pensare a dei nuovi film e questa volta anche lui iniziò a considerare l’universo nato intorno ai film e così nacque l’Expanded Universe di Star Wars, una serie di storie interconnesse con una guida editoriale.
La Marvel nicchiò ad entrare a far parte dell’Expanded Universe e alla fine decise di passare il testimone e vendette i suoi diritti a una compagnia creata da due ex suoi disegnatori, la Dark Horse.
La Dark Horse andò benone ma quando Lucas vendette alla Disney, nel 2012, tutto tornò nelle mani della Marvel, ora diventata una compagnia Disney anch’essa.
Ora i fumetti di Star Wars fanno ufficialmente parte del canone e sono sussidiari al film, hanno un obiettivo preciso e il compito di raccontare una storia che aiuti a sviluppare il mondo di Star Wars.

Fashion beyond what you see!

The usual winter colors, such as black or gray, are not necessarily identified as the colors of this season, though always refer that touch of security and elegance at the same time.

The neutral colors can be safely combined with stronger shades like green or electric blue and even red, which seems become the darling color of this season in all its lights and intensities, known like a must have for male wardrobe for the savvy ones.

For today shot I’ve chose a total look Antony Morato, for this autumn winter 2015/2016, this Italian brand that can be found over 70 countries around the world proposes several casual looks, but at the same time refined, which can be used in many different ways of your day-by-day.

Observing the collection of Antony Morato we can find different cuts of pants starting from the casual until reach the jeans of various types and washing, without, of course, forgetting the coats and blazers that bring a very refined cut in leather or in rigid and bright fabrics.

Since we are talking of elegance, in this collection you can find suits in more sober colors to have a more formal outfit.

Do not forget that the real trend is to feel good and be yourself and look to dress remembering what makes you feel comfortable without losing the thread context where, with whom and what you will do.


Photos by Cries Lands

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La politica è morta. Viva l’hashtag-politik.

Un tempo c’erano gli slogan. Non temete, esistono ancora.
Senza troppa fatica bastano due righe di wikipedia (per una volta copiate da un’enciclopedia tradizionale) per intenderci su una definizione semplice ed efficace.
Uno slogan è una frase memorabile e intesa per essere facilmente memorizzabile. È usata in un contesto politico o commerciale, come espressione ripetitiva di un’idea o di un proposito. In lingua italiana può essere tradotto con motto. Il termine deriva dal gaelico scozzese sluagh-ghairm, pronunciato slogorm. È composto da sluagh (“nemico”) e ghairm (“urlo”) e originariamente significava “grido di guerra” o “grido di battaglia”.
Uno slogan politico esprime in genere uno scopo o un’aspirazione (“Proletari di tutto il mondo, unitevi!” o “Boia chi molla”). In pubblicità il termine veniva spesso usato per intendere l’headline (il “titolo” di un annuncio).



Lo slogan è rappresentativo però non solo di un momento, ma caratterizza qualcosa di più profondo. È la sintesi di un progetto, di un programma, di un’idea. Sia che parliamo di politica che di marketing commerciale (e le due cose sono sempre più divenute simili col passare degli anni e della anglosassonizzazione della comunicazione).
Lo slogan è stato sotituito dal “claim”. Vero e proprio “urlo pubblicitario”. Una parola o poche parole per racchiudere una campagna. Ma un tempo c’era chi a queste cose prestava molta attenzione. Perchè c’è stato un tempo in cui le parole erano importanti, perchè stamparle e ripeterle doveva “convincere restando impresse”.



Con la fine della memoria anche lo scopo di “restare inpresso” è venuto meno.
Sostituito con l’efficacia di un giorno, in una straordinaria confusione con “ciò che avviene in america” più raccontato e millantato che reale e vissuto davvero.
Eppure basterebbe un’osservazione semplice, facendo zapping su qualche rete oltreoceano per comprendere come invece l’efficacia di una campagna sia proprio legata al suo “claim” ed alla sua sinteticità.
Casi di scuola sarebbero “Change” e “forward” di Obama ma anche “Hillary for America” o semplicemente “I’m with her”. 
Eppure da noi – che pensiamo che quella politica sia la stessa di House of Cards – tutto questo viene apparentemente dimenticato. Non è proprio così. La realtà è che noi semplicemente non lo sappiamo fare. 

E allora capita di vedere il M5S che della comunicazione in rete dovrebbe essere il top, sfornare #vinciamonoi che si traducono in un troppo facile boomerang, o ripiegare su #cura5stelle – dimenticando proprio quella caratteristica basilare dello slogan “parlare di sé e non porre l’avversario politico al centro del proprio slogan”. 
E allora capita di vedere un PD che lancia #atestaalta e #senzapaura – due hastag che aveva lanciato Giorgia Meloni, che almeno sulla carta dovrebbe essere agli antipodi politici e sociali.
Fenomeni macroscopici solo perchè nazionali, perchè se prendessimo in esame i motti di candidati regionali e locali sarebbe un festival degli orrori.



La buona notizia tuttavia c’è, e non è da poco.
Se un tempo gli slogan erano capaci di segnare un’epoca ben oltre il marchio stesso (pensiamo a Ramazzotti che riuscì con il suo “Milano da bere” a raccontare e segnare un’intero ventennio benoltre se stesso) oggi questi hashclaim durano meno della TL di un giorno.
Liberi quindi di non restare impressi, di essere creati per essere dimenticati, di non segnare alcunché. Se non forse il vuoto pneumatico della mancanza di proposta sottostante.
La politica è morta. Viva l’hastag-politik.
[p.s. Lo so, non è sempre così. Ma non fa male rifletterci.]

Lo stile di Emmanuelle Alt

Editor-in-chief della Bibbia della moda, Vogue Paris, stylist di successo ed icona di stile di fama mondiale: Emmanuelle Alt è uno dei nomi più influenti del fashion biz. Perfetta incarnazione del Parisian chic contemporaneo, la sua è stata una scalata inarrestabile che l’ha portata ad assumere in pochissimi anni uno degli incarichi più prestigiosi al mondo, quale è la direzione dell’edizione francese di Vogue.

Classe 1967, Emmanuelle nasce a Parigi sotto il segno del Toro. La piccola respira stile ed eleganza già nell’ambito familiare: la madre Françoise era una mannequin molto in voga a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta, volto di maison del calibro di Lanvin e Nina Ricci, mentre il padre era un coreografo noto in ambito artistico e teatrale.

La carriera di Emmanuelle Alt inizia giovanissima: subito dopo il diploma conseguito presso l’Institut de l’Assomption di Parigi, non ancora diciottenne, nel 1984 Emmanuelle ottiene un impiego come assistente stylist per Elle France.

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Emmanuelle Alt è nata a Parigi il 18 maggio 1967

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Dal 2011 la Alt è editor-in-chief di Vogue Paris

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Pochissimo trucco e minimalismo per la fashion editor



Stylist molto richiesta, collabora come fashion consultant per Isabel Marant. Nel 1998 assume la direzione del magazine Mixte. Ma è nel 2001 che arriva la svolta, quando viene ingaggiata come style editor di Vogue Paris pochi mesi prima dell’arrivo di Carine Roitfeld. Emmanuelle diventa in breve tempo il braccio destro della Roitfeld e tra le due nasce un sodalizio artistico che sforna alcuni tra i redazionali più celebri e controversi mai realizzati dalla testata Condé Nast. Con la collaborazione di nomi del calibro di Mario Testino e Patrick Demarchelier il duo segna una pagina nuova della moda francese, ispirandosi ad un’estetica patinata coniugata ad un immaginario erotico. Gli editoriali firmati Roitfeld-Alt destano scalpore e non lesinano in nudi e allusioni sadomaso.

Alla fine degli anni Duemila, Emmanuelle firma il rilancio di Balmain, assieme allo stilista Christophe Decarnin. È all’estro creativo della stylist parigina che dobbiamo alcuni dei fashion trend che hanno segnato il ritorno in auge della celebre maison francese: ribelle e moderna, forte della propria personalità, la nuova donna Balmain veste in giacche biker di pelle, skinny jeans ricamati con Swarowski e blazer dall’appeal grintoso. Il successo è assicurato e molti dei pezzi del brand diventano must have adorati dalle fashion victim.

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Emanuelle Alt predilige il total black e la sobrietà

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Camicia bianca e jeans skinny sono l’uniforme adottata dalla stylist

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La carriera nella moda di Emmanuelle Alt è iniziata a soli 17 anni

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Il look minimal-chic adottato dalla stylist ha rivoluzionato lo streetstyle



Il 2011 è l’anno della consacrazione per la fashion editor, che assume la direzione di Vogue Paris dopo le dimissioni di Carine Roitfeld. Sobria ma decisa, al Telegraph che le chiede di definire la futura linea editoriale del magazine più chic per antonomasia, lei risponde che tutto sarà “uguale ma diverso”. Poche sibilline parole che riassumono perfettamente la linea che la celebre rivista assumerà sotto la sua direzione: uno stile sofisticato e sensuale ma a tinte più sobrie rispetto al passato. Protagonista resta lo charme tipico della donna francese contemporanea, per un’estetica che non teme la sensualità ma solo se funzionale allo stile. Fashion shoot firmati da nomi del calibro di Testino, Mert & Marcus, ancora Demarchelier, ma ora accanto a top del calibro di Kate Moss, Daria Werbowy e Lara Stone troviamo icone come Sophie Marceau e Charlotte Casiraghi.

Il fil rouge del manifesto stilistico di Emmanuelle Alt è uno: ricercatezza. “Non voglio essere un’immagine”, ha dichiarato sempre al Telegraph la nuova direttrice di Vogue Paris. Una delle poche editor-in-chief a firmare lo styling del servizio portante di ogni issue del magazine. Stakanovista come poche, grande professionista della moda, Emmanuelle Alt ha fatto dell’effortless chic la propria cifra stilistica. Frangetta scura e avversione per il make-up, la Alt non ama ostentare: discreta e riservata, sappiamo in verità molto poco della sua vita privata.

Sublime incarnazione del minimalismo-chic e dello stile parisien, la vediamo spesso in camicia, skinny jeans, blazer e cappotti dal taglio sartoriale. Sfegatata amante del total black, la sua altezza svettante (sfiora il metro e ottantasette centimetri) le permette flat e ballerine dallo charme francese, che sovente preferisce ai tacchi alti. Il suo è uno stile pulito ed essenziale: jeans skinny e camicia sono divenuti quasi uniforme iconica della Alt, che ha rivoluzionato lo streetstyle con la sua garbata eleganza.

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Altezza svettante per la Alt, che sfiora il metro e ottantasette centimetri

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Approdata alla redazione di Vogue Paris nel 2001, la Alt è stata per anni braccio destro di Carine Roitfeld

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Emmanuelle Alt è mamma di due bambini ed è sposata con Franck Durand, direttore creativo di Isabel Marant

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Lo stile rock-chic di Emmanuelle Alt predilige skinny jeans e giubbotti di pelle



Emmanuelle Alt piace perché non è una fashionista in senso stretto, non ostenta loghi e aborre gli outfit esagerati tipici invece di molte sue colleghe fashion editor. Banditi assolutamente dal suo guardaroba abiti e gonne, la stylist ha dichiarato che la donna più elegante “è quella sicura di sé” e che “la naturalezza è sinonimo di sicurezza in se stessi”. Linee pulite ed essenziali si sposano in lei a suggestioni rock-chic e ad un’anima grintosa: amante della velocità e dei motori, la stylist è anche una mamma. Sposata con Franck Durand, direttore creativo di Isabel Marant, la Alt ha due figli, Antonin and Françoise. Un blog intitolato “I want to be an ALT” segue ogni passo della vita dell’icona parisienne. Umile e acqua e sapone, il suo salario annuale alla direzione di Vogue Francia non arriva neanche minimamente a sfiorare quello di Anna Wintour, editor-in-chief dell’edizione americana del magazine. Less is more, è proprio il caso di dirlo.


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La Radice di un sogno, gli incubi di Paloma Varga Weisz al Castello di Rivoli

Il sogno ha una sua radice, un nucleo da cui prende forma… Un nucleo che può essere talvolta inquietante e spaesante, come certi incubi, certe costruzioni fantasmatiche dove domina la deformazione
Root of a Dream, Radice di un sogno, è il titolo scelto dall’artista Paloma Varga Weisz per la mostra che presenta al Museo di Arte Contemporanea Castello di Rivoli fino al 10 gennaio 2016.


La Radice di un sogno, gli incubi di Paloma Varga Weisz al Castello di Rivoli


Paloma Varga Weisz classe 1966, vive e lavora a Düsseldorf ed è famosa per le sue inquietanti e magnifiche sculture. Il suo lavoro è impregnato di forza concettuale e di artigianalità.
Fattuale e materica, in stretto contatto con le inquietudini e i fantasmi dell’artista, le sue sculture sono quanto di meglio si possa ammirare oggi nel panorama dell’arte contemporanea.


La Radice di un sogno, gli incubi di Paloma Varga Weisz al Castello di Rivoli


I temi intorno a cui ruota la sua ricerca sono il corpo, la frammentazione dell’essere, l’inquietudine dell’essenza, o meglio, un’interrogazione profonda sul significato della presenza del corpo nel mondo.
Angela Stief, curatrice della prestigiosa Kunsthalle di Vienna, parlando del lavoro di Paloma Varga Weisz ha dichiarato che: “L’ opera scultorea di Paloma Varga Weisz si caratterizza per i chiari riferimenti all’iconografia tradizionale e artigianale, unificando una certa tradizione storico artigianale ad uno stile artistico contemporaneo che rivela solo raramente le sue radici genealogiche.”


La Radice di un sogno, gli incubi di Paloma Varga Weisz al Castello di Rivoli


La mostra al Castello di Rivoli presenta un’ampia selezione di lavori, da quelli giovanili sino alle opere più recenti.
Le opere interagiscono in modo sublime con gli spazi del Castello, tra queste vi è anche un’installazione video dove l’artista bambina gioca con il padre, Feri Varga (1906-1989) anche lui artista.


La Radice di un sogno, gli incubi di Paloma Varga Weisz al Castello di Rivoli


Si è parlato ampiamente dello stretto contatto di questa grande artista con temi quali la frammentazione della memoria, la potenza dell’inconscio, l’inquietudine dell’esistenza .
Evidentemente per queste ragioni Paloma Varga Weisz ha scelto Paul Celan come testimone di parola delle sue opere.
La poesia di Celan, nutrendosi del dolore dell’erranza e della devastazione della persecuzione nazista, ha certamente “incontrato” la ricerca artistica di Paloma Varga Weisz che cerca attraverso il suo lavoro di restituirci la radice dei suoi sogni e dei suoi incubi…


La Radice di un sogno, gli incubi di Paloma Varga Weisz al Castello di Rivoli

Paloma Varga Weisz. Root of a Dream
Museo di Arte Contemporanea Castello di Rivoli
Piazzale Mafalda di Savoia, 10098 Rivoli TO
dal 27 ottobre 2015 – 10 gennaio 2016
a cura di Marianna Vecellio
www.castellodirivoli.org

Bulgari. Nasce a Valenza Po il “gioiello” della maison

Bulgari investe sull’artigianato italiano costruendo a Valenza Po, la più grande Manifattura di gioielleria d’Europa.

Il progetto prevede la costruzione ex novo di uno stabilimento realizzato in vetro e il recupero di un edificio già esistente: la Cascina dell’Orefice, sede del primo insediamento orafo di Valenza  situato nei pressi del centro Expo Piemonte.

 

Interno della Manifattura di gioielleria Bulgari ricostruito dal plastico

Interno della Manifattura di gioielleria Bulgari ricostruito dal plastico

 

 

Siglato da Open Project (studio di architettura bolognese), il nuovo contenitore di idee e progetti, sorgerà su una superficie di circa 14000 metri quadrati e sarà eretto su tre livelli. Particolare attenzione agli aspetti ambientali sono stati riservati in fase progettuale, rispettando tutti i criteri di sostenibilità e conformità secondo il sistema di certificazione ambientale internazionale Leed (Leadership in Energy & Environmental Design).

 

Manifattura Bulgari situata a Valenza Po

Manifattura Bulgari situata a Valenza Po

 

 

Jean-Christophe Babin, presidente e amministratore delegato della maison di lusso italiana, spiega così il progetto: «La nuova Manifattura è una tappa storica nell’evoluzione dell’azienda: l’obiettivo è incrementare la nostra produzione a livello globale, per continuare a crescere anche in futuro».

Grandi aspettative per la nuova avventura del marchio romano che, in controtendenza con lo stallo economico/produttivo in Italia, prevede di assumere 300 figure professionali che si affiancheranno alle 400 già in attività presso l’azienda. All’interno della Manifattura, verranno prodotti gioielli di medio-alta gamma e pelletteria luxury: collezioni destinate alle trecento boutiques del marchio sparse per il globo.

Tra gli obiettivi del gruppo Bulgari, anche l’avviamento a partire del 2016 di Bvlgari Academy : un istituto di Alta Formazione all’interno del sito che permetterà di formare tecnicamente sia studenti che stagisti che intendono ricoprire i ruoli di orafi, incassatori, lucidatori e pulitori all’interno dell’azienda e non solo.

MODELLA DEL MESE – DILYARA DAHLIA ISHTRYAKOVA

MODELLA DEL MESE – DILYARA DAHLIA ISHTRYAKOVA

 

Dilyara Dahlia Ishtryakova –  23 anni, Russia


Foto: Miriam De Nicolo’

Make-up/Hair: Stefania Gazzi 

Modella: Dilyara – @Woman Direct Milan 

Thanks to: Sine Modus, Milano – S2BPRESS, Milano

 

Laureata in medicina, con il sogno di diventare medico, inizia la carriera di modella quasi per caso a 21 anni, presso l’agenzia Modus Vivendi di Mosca.

 

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Giacca Moschino con bottoni a cuore –   gonna blu maxi pois vintage – basco in lana blu Sine Modus



 

 

“Ho sempre pensato che la mia vocazione fosse quella di aiutare gli altri, per questo ho deciso di intraprendere gli studi di medicina. Ma data la mia fisicità sono stata notata da alcune agenzie di moda e ho fatto i primi passi in questo settore quasi per caso. Da allora non voglio più smettere.”

Cosa ti piace del lavoro di modella?

Fare la modella è un lavoro che mi permette di viaggiare e incontrare molte persone, oltre a darmi la possibilità di conoscere culture e lingue diverse. E’ uno scambio e crescita continue.

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Blazer fucsia Yves Saint Laurent



 

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Blazer fucsia Yves Saint Laurent – top con ricami paillettes – pantaloni palazzo neri  Sine Modus – scarpe flat Cinti



 

 

L’agenzia che ti rappresenta in Italia è la Women Direct Milan…

In Italia la Women Direct Milan è l’agenzia che mi rappresenta, rimarrò qui qualche mese per lavori già organizzati, vivo in un appartamento con un’altra modella danese, con cui ho legato subito. Mi diverto molto e faccio un lavoro che amo.

 

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Giacca Moschino – basco in lana Sine Modus



Segui delle diete particolari ?

Nessuna dieta! Mangio tutto quello che desidero perchè mi alleno sodo e pratico sport da sempre.
La mia sveglia è alle 8.00 del mattino, con una buona colazione di porridge (farina d’avena).
Mangio di tutto, dalla carne alle verdure e ne approfitto ora che sono qui in Italia, per assaggiare i vari tipi di lasagna – il mio piatto preferito! Vado pazza anche per la pasta e la panna cotta, il dessert che chiedo ad ogni fine pasto!

 

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Camicia in seta – blazer nero – turbante in velluto – orecchini vintage Sine Modus



Mangio 5 volte al giorno e quando sono fuori casa per casting, porto sempre con mè delle mele per gli spuntini. Mia madre è una chef e da quando sono piccola mi ha insegnato ad apprezzare il cibo i suoi gusti, i sapori, in maniera sana; ovviamente per non negarmi questo piacere, vado in palestra almeno 4 giorni a settimana.

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Camicia in seta – pantaloni in gabardine con micro cristalli – blazer nero -turbante in velluto Sine Modus



Cosa fai nel tempo libero?

In Russia ho frequentato la scuola di musica, non ho mai smesso di suonare quindi pianoforte e violino.

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Camicia in seta – blazer nero -turbante in velluto – orecchini vintage Sine Modus



Cosa vedi nel tuo futuro? Il lavoro di modella, a parte rare eccezioni, ha dei termini

Dopo aver terminato il mio percorso nel mondo della moda, vorrei prendere una specializzazione in medicina, magari nel settore cosmesi o dietologia. Il bene degli altri rimane sempre al primo posto.

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Camicia in seta – bolero in lana con ricami avorio- pantaloni in natté gessato nero su nero –  scarpe Cinti



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Camicia in seta – bolero in lana con ricami avorio- pantaloni in natté gessato nero su nero Sine Modus

Youth Culture. Beth Ditto annuncia il lancio della sua collezione di moda

Beth Ditto, frontwoman del gruppo punk-pop dei Gossip, è un’icona beauty oversize, la quale in un’intervista ha candidamente ammesso che l’obesità stimola la sua creatività nel vestirsi.

La t-shirt limited edition di Beth Ditto e Jean Paul Gaultier

 

La cantante ha appena annunciato su facebook il lancio della sua linea di abbigliamento taglie forti per il prossimo febbraio 2016. Per celebrare la news ha collaborato con l’amico di lunga data Jean Paul Gaultier alla creazione di una T-shirt limited edition trompe l’oeil nera con la stampa dell’iconico corsetto dell’Enfant Terrible della moda francese stampato sopra.

“Jean paul – afferma Ditto – è una persona molto generosa, positiva; lui veramente ama le donne di ogni taglia ed età e sa come far sentire ciascuna di noi bellissima.”

Non resta che aspettare di ammirare la collezione il prossimo febbraio. La cantante ha annunciato che in essa sarano rintracciabili la sua passione per il vintage, le sete, i ricami e le stampe.

20 segreti di Star Wars

Star Wars è uno de film più famosi e amati della storia del cinema e delle due trilogie si sa tutto ma certe cose sono rimaste segrete negli anni, ecco quali.


1. A molti registi il rough cut di Star Wars non era piaciuto


Secondo il libro di Peter Biskind Easy Riders, Raging Bulls al primo screening del film dopo la chiusura a Londra George Lucas invitò diversi suoi amici registi come Steven Spielberg, Francis Ford Coppola, Brian De Palma e John Landis. Nella pellicola ancora mancavano gli effetti speciali e quando la proiezione finì i registi si guardarono imbarazzati. La moglie di Lucas piangeva, De Palma disse che la celeberrima introduzione andava avanti troppo a lungo ed era senza senso e che sembrava scritta sull’asfalto mentre Landis chiese come mai nello spazio fossero tutti bianchi. Solo a Spielberg piacque subito.


2. Star Wars e Ronald Regan


Tutti conoscono la colonna sonora di John Williams ma pochi sanno che è tremendamente simile a quella che Erich Wolfgang Korngold aveva scritto per Kings Row, un film del 1942 con il futuro presidente degli USA Ronald Regan come protagonista. All’epoca la colonna sonora di King’s Row era tremendamente popolare, Regan la fece addirittura suonare al suo insediamento alla Casa Bianca.


3. Alec Guinness odiava il film


Nella sua autobiografia Alec Guinness, che recitava nel ruolo di Obi-Wan Kenobi ha riportato diverse lettere scritte ad amici dal set di Star Wars. Prima di firmare ha scritto a un amico che gli è stato offerto un film sci-fi da Paul [sic] Lucas che era una favola spazzatura. Durante le riprese ha ribadito che “ogni giorno mi arrivano altri dialoghi spazzatura” e che continuava a recitare per i soldi e per avere una sicurezza in caso la sua piece teatrale fallisse.


4. Nessuno degli attori capiva i dialoghi


Le perplessità sui dialoghi erano condivise dagli altri membri del cast, Carrie Fisher, la principessa Leia ha detto che “Nessuno di noi sapeva che cosa stava dicendo” e Harrison Ford che “Puoi scrivere questa merda ma non puoi dirla”


5. Han Solo era un alieno dalla pelle verde


La personalità di Han Solo era basata sull’amico di George Lucas Francis Ford Coppola e sulla sua strafottenza ma doveva avere la pelle verde, nessun naso e delle grandi branchie. Lucas ha poi cambiato ed è diventato un pirata spaziale alla Jack Sparrow e alla terza riscrittura ha deciso di farlo diventare “Un pilota alla James Dean sui 25 anni. Un cowboy su una astronave, sentimentale e sicuro di sé”.


6. Grand Moff Tarkin e le ciabatte


Peter Cushing che interpretava il governatore imperiale Moff Tarkin ha passato solo 5 giorni sul set ma non riusciva a mettere gli stivali della sua divisa dato che portava il 46. Dopo le prime prove Cushing ha chiesto a Lucas di essere ripreso solo dalla vita in su, Lucas accettò e da allora partecipò alle riprese in ciabatte e c’è una foto che prova la cosa.


7. Gli effetti sonori


Il suono della spada laser è stato creato con il suono di un proiettore cinematografico e quello di un microfono che passava vicino a una televisione. Il suono del respiro di Darth Vader invece era respiratore per sommozzatori usato dallo stesso tecnico del suono Ben Burtt.


8. Han solo spara per primo


Uno dei punti più discussi di Star Wars è la scena della sparatoria tra Han e Greedo nella taverna di Mos Eisley.
molti fan credono che Greedo abbia sparato per primo ma nel film originale Greedo non spara proprio. Per l’edizione del 1997 Lucas decise di cambiare questo particolare per cui Greedo spara per primo. Luca ha spiegato la sua scelta al Washington Post dicendo: “Han Solo avrebbe sposato Leia e guardando indietro mi sono chiesto se doveva essere un assassino a sangue freddo. Stavo pensando dal punto di vista mitologico dovrebbe essere un cowboy? Dovrebbe essere John Wayne? E mi sono detto si, dovrebbe essere John Wayne e quando sei John Wayne non spari prima alla gente, gli lasci avere il primo colpo.”


9. L’origine dei nomi


Il nome Jedi deriva dal genere filmico Jidai Geki che veniva usato per i drammi d’avventura in costume. Il nome di R2-D2 deriva dalla fase di post produzione di American Graffiti, un tecnico ha chiesto a Lucas: mi passi il R2-D2 intendendo il reel numero 2 del dialogo numero 2.
Wookie l’ha inventato un amico di George Lucas con cui stava andando in macchina; a un certo punto l’amico esclamò mi sa che ho investito un wookie. Lui rise e gli chiese cosa fosse un wookie e lui rispose che non lo sapeva.


10. La scommessa di Steven Spielberg


Spielberg ci vede lungo, non solo fu l’unico a cui Star Wars piacque subito ma mentre Lucas era andato a trovarlo sul set di Incontri ravvicinati del terzo tipo appena prima del debutto di Star Wars i due iniziarono a discute su quale film avrebbe fatto più successo. Lucas sosteneva Incontri ravvicinati del terzo tipo mentre Spielberg Star Wars. I due quindi scommisero che quello che avrebbe avuto il film di maggior successo al botteghino avrebbe dato il 2.5% dei ricavi all’altro. Spielberg ha guadagnato circa 40 milioni di dollari da quella scommessa.


11. C-3PO e R2-D2 si odiavano


I due droidi sono inseparabili sullo schermo ma gli attori in realtà non potevano sopportarsi. Kenny Baker, l’attore dentro R2-D2 una volta ha raccontato di aver salutato Anthony Daniels, l’attore che portava il costume di C-3PO, ad una convention e lui nonostante non stesse facendo nulla si girò dall’altra parte dicendogli: “Non vedi che sto parlando?”. Daniels era famoso per avere un caratteraccio e per non essere la persona più amichevole del gruppo.


12. Yoda è stato in odore di Oscar


Per l’Impero colpisce ancora Lucas e la 10th Century Fox fecero campagna per far avere la nomination all’Oscar come miglior attore non protagonista a Frank Oz, il burattinaio di Yoda. La campagna si concluse con un nulla di fatto, era contro le regole degli Oscar dare un premio a un burattino e a un burattinaio.


13. Miss Piggy dei Muppet ha fatto un cameo su set


Frank Oz era l’attore che oltre che Yoda interpretava Miss Piggy nei Muppet e quando Mark Hamill era in difficoltà e molto teso al momento di filmare le scene dell’addestramento di Luke su Dagobah Oz portò Miss Piggy sul set per distendere l’ambiente.


14. The Rolling stone, la principessa Leia e Han Solo ad una festa


Secondo Carrie Fisher mentre stavano filmando L’impero colpisce ancora lei aveva affittato una casa da Eric Idle dei Monty Python e avevano un drink che chiamavano il drink della morte tunisino che davano alle comparse per renderle più accomodanti. Una sera Eric Idle chiamò Carrie e le disse di venire che i c’erano i Rolling Stones. Erano tutti a casa di Carrie, lei chiamò Harrison Ford e tutti fecero festa fino a mattina e si presentarono sul set ubriachi e senza aver dormito.


15. Carrie Fisher e la cocaina sul set


In una scena di Il ritorno dello Jedi la principessa Leia ha un’unghia “da cocaina” molto lunga. Carrie Fisher non ha mai nascosto il suo passato con la cocaina e ha confermato, via Twitter che le capitò di sniffare un paio di volte durante le riprese di Episodio VI. A seconda delle location e della disponibilità.


16. Il bacio tra Luke e Leia


Una delle scene più discusse de L’impero colpisce ancora è il bacio incestuoso tra Luke e Leia. Carrie Fisher ha rivelato che quando filmarono la scena loro non sapevano di essere fratelli. Nessuno sapeva lo fossero fino alla pre produzione de Il ritorno dello Jedi.


17. Han Solo e Leia si sarebbero dovuti sposare


Il finale di Il ritorno dello Jedi sarebbe dovuto essere il matrimonio tra Han e Leia ma questo finisce per succedere solo nell’Universo espanso. Nel film sarebbe stato strano vedere un personaggio come Han sposarsi.


18. Alec Guinness guadagnò tantissimi soldi da Star Wars


Alec Guinness fece un solo giorno di riprese per L’impero colpisce ancora, precisamente arrivò sul set il 5 settembre del 1979 alle 8:30 e se ne andò alle 13 e per quelle ore è stato pagato lo 0.25% dell’incasso del film. Milioni di dollari. Nel primo film l’attore riuscì a farsi dare addirittura l’1% dell’incasso.


19. Ti amo. Lo so.


Il più famoso dialogo tra Han e Leia è quando Han sta per essere pietrificato nella carbonite e Leia gli dice: “Ti amo!” e lui risponde: “Lo so”. Han avrebbe dovuto rispondere: “ricordatelo Leia perché tornerò”. Ford in quel momento non sapeva se sarebbe tornato per Il ritorno dello Jedi. Hamill e Fisher avevano già firmato per tre film mentre Ford solo per due e questo è anche il motivo per cui Lucas e la sua squadra decidono di pietrificarlo. Avendo questo in mente Ford si incontra con Irvin Kershner e suggerisce la risposta Lo so. Kersher era convinto ma i due non avvisarono né Carrie Fisher né lo sceneggiatore Lawrence Kasdan i quali si arrabbiarono per essere stati tenuti fuori da una decisione così importante.


20. Il set era un bunker già allora


J.J. Abrams è stato maniacale per quanto riguarda la sicurezza del copione e del set ma Lucas non è mai stato da meno. Prima della proiezione de L’impero colpisce ancora solo cinque persone conoscevano la fine: Lucas; Kershner; Kasdan; Hamill e James Earl Jones. Durante le riprese Lucas fece dire a David Prowse, l’attore che interpretava Darth Vader, “Obi-Wan ha ucciso tuo padre” e solo in post produzione James Earl Jones che era la voce di Darth Vader doppiò l’iconica “Io sono tuo padre”

Christian Louboutin sceglie le curve

La rivoluzione curvy passa anche per un brand del calibro di Christian Louboutin: la celebre maison delle scarpe più ambite da ogni donna sceglie come testimonial della sua linea di rossetti una modella curvy.

Lei è Clémentine Desseaux e il suo nome è destinato ad entrare nella storia: è la prima volta in assoluto che un brand di lusso si affida ad una modella curvy per pubblicizzare i propri prodotti. Una svolta epocale che sfida i canoni estetici vigenti.

Labbra carnose ed efelidi, la bella Clémentine veste una taglia 48. Un volto perfetto dalla grande sensualità, e uno charme da ragazza della porta accanto. Camaleontica come solo le grandi modelle riescono ad essere, la giovane top model curvy è originaria della Francia ed ha 27 anni.

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Clémentine Dessaux è il volto scelto da Christian Louboutin per la linea make-up

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Taglia 48 ed efelidi per la top model francese

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Clementine Desseaux ha ventisette anni



Il brand fondato nel 1992 sceglie la bellezza di Clementine Desseaux per rappresentare la nuova linea di make-up: un segnale forte, che testimonia come le regole della bellezza stiano cambiando. La modella ha dichiarato quanto le sue morbide curve e le lentiggini all’inizio della sua carriera l’abbiano penalizzata e ha auspicato l’avvento di una nuova estetica che possa mettere fine ai pregiudizi.


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Buon compleanno, Jane Birkin!strong>

Soli di notte, Joan Miró splende a Villa Manin

“Sentivo un profondo desiderio di evasione. Mi richiudevo liberamente in me stesso. La notte, la musica e le stelle cominciarono ad avere una parte sempre più importante nei miei quadri”.
Joan Miró


Joan Miró nato a Barcellona nel 1893 , muore a Palma di Maiorca nel 1983.
Miró è uno di quegli artisti che appartengono all’olimpo della storia dell’arte.
La sua pittura è intrisa di sogno e segni primordiali, l’inconscio la attraversa donandogli un’aura di magia assoluta.


Soli di notte, Joan Miró splende  Villa Manin


Le sue tele sono costellazioni immaginarie di cieli, lune abbozzate e esseri primordiali che sembrano attraversare un universo parallelo in un’ atmosfera senza tempo dove lo spazio sembra costruirsi solo con la potenza del colore e con la presenza solitaria di segni che richiamano ad un essere, quello dell’artista, che cerca un confine, uno spazio impossibile, un altrove…
E’ risaputa la fascinazione di Mirò per il misticismo di San Giovanni della Croce e Santa Teresa d’Avila, che ebbero la loro “casa” proprio in Spagna come lo stesso Miró.
Per comprendere la malinconia e il desiderio di sconfinamento e di ricerca di un altrove che serpeggia e sostanzia l’intera opera di Mirò, bisogna infatti far riferimento proprio al misticismo di matrice catalana.


Soli di notte, Joan Miró splende  Villa Manin


Come i mistici Miró conobbe la difficile arte/pratica dell’annullamento di sé, della rinuncia a sé stesso che non fu per il catalano un atto di masochismo, come banalmente si può intendere, ma un modo preciso di stare al mondo e di guardare il mondo.
Infatti attraverso la rinuncia e a quell’essere distante da sé, Miró aveva accesso alla dimensione più autentica del suo essere, il suo essere pittore, il suo donarsi completamente allo spazio della tela, uno spazio, l’unico, in cui si reperiva ed era qualcosa.


Soli di notte, Joan Miró splende  Villa Manin


“Se non dipingo divento inquieto, mi sento depresso, mi tormento, sono triste, ho idee nere e non so che cosa fare di me stesso. Io sono d’indole tragica e taciturna. Nella mia giovinezza ho conosciuto periodi di profonda tristezza. Ora sono abbastanza equilibrato, ma tutto mi disgusta: la vita mi sembra assurda… Se vi è qualcosa di umoristico nella mia pittura, non è il risultato di una ricerca cosciente. Questo humor deriva forse dal bisogno di sfuggire al lato tragico del mio temperamento. E’ una reazione, ma involontaria”.


Soli di notte, Joan Miró splende  Villa Manin


Inoltre afferma che: “L’anonimato mi permette di rinunciare a me stesso, ma rinunciando a me stesso giungo ad affermarmi maggiormente” .
La sua biografia è affascinante soprattutto in punto: in seguito ad un forte esaurimento nervoso abbandona definitivamente le aride attività cui era costretto (contabile in una drogheria) e inizia a dedicarsi a tempo pieno alla pittura.
Passa un lungo periodo di convalescenza a Mont – Roing del Camp, un luogo che sarà per Mirò, insieme a Palma di Maiorca, fonte di grande ispirazione per la sua arte.
La mostra nella splendida Villa Manin a Passariano in provincia di Udine è un viaggio inedito negli anni della maturità di Mirò.


Soli di notte, Joan Miró splende  Villa Manin


Difatti come egli stesso ha dichiarato: “Più invecchio, più forte è la tensione. Questo inquieta mia moglie. Più invecchio, più divento folle o aggressivo. Cattivo se vuole!”.
L’inquietudine e la bellezza delle sue ultime tele sono qualcosa di difficilmente spiegabile.
Il tratto si fa più intenso, aumenta la presenza del nero e sono gli anni in cui il bisogno di isolamento di Mirò si fa sempre più intenso .


Soli di notte, Joan Miró splende  Villa Manin


Nel 1956 si trasferisce definitivamente a Palma di Maiorca dove troverà il suo paradiso , sarà la fase più prolifica della sua produzione artistica grazie anche al grande atelier che si fece costruire dall’amico architetto Luis Sert.
Sono anche gli anni delle sculture e delle opere grafiche, insomma la sua attività artistica a Palma di Maiorca s’intensifica tanto che la vecchiaia di Mirò, invece che essere un momento di stasi e di stanchezza della vita, diventa un momento di nuove idee e nuovi slanci creativi.
Da uno che sembrava votato a fare il contabile in una drogheria non ci si sarebbe mai aspettato che diventasse uno dei più grandi pittori del mondo.


Soli di notte, Joan Miró splende  Villa Manin


Mai esaurimento nervoso più fu benevolo nella storia dell’arte!
L’esaurimento nervoso servì a Miró per capire che gli unici conti che avrebbe potuto fare nella vita erano quelli con i colori e le forme .
Mirò ha donato all’umanità un patrimonio incredibile di arte e poesia.
La mostra a Villa Manin porta in scena quadri intensi dove domina la fascinazione di Mirò per la notte , gli spazi vuoti e l’immobilità delle forme.


Soli di notte, Joan Miró splende  Villa Manin


L’immobilità e il vuoto lo affascinavano molto: “L’immobilità per me evoca grandi spazi in cui si producono movimenti che non si arrestano, movimenti che non hanno fine. È, come diceva Kant, l’irruzione immediata dell’infinito nel finito. Un ciottolo, che è un oggetto finito e immobile, mi suggerisce non solo dei movimenti ma movimenti infiniti che, nei miei quadri, si traducono in forme simili a scintille che erompono dalla cornice come da un vulcano”.
Predomina in questa ultima fase della sua arte il nero intenso e tragico, come la sua pittura intrisa di infanzia , vita, morte e poesia.


JOAN MIRÓ A VILLA MANIN — SOLI DI NOTTE
Villa Manin
Piazza Manin, 10, 33033
Passariano, Codroipo UD
Telefono:0432 821211
da Sabato 17 Ottobre a Domenica 3 Aprile 2016
http://www.villamanin-eventi.it/le-nostre-proposte/mostre/JoanMiro

“Guerre Stellari. Play!”, la mostra galattica sull’universo di Star Wars

Mentre si fa febbrile l’attesa per Star Wars: Il Risveglio della Forza, da domani al cinema (già venduti 65 mila biglietti e atteso un incasso da oltre 3 miliardi di dollari al box-office!), è aperta a Casa dei Carraresi a Treviso Guerre Stellari. Play!, una nuova esposizione dedicata all’universo di Star Wars, un mito galattico che ha saputo incantare almeno 3 generazioni dal 1977 a oggi. Forza trainante della mostra, che rimarrà aperta fino al 10 aprile 2016, è la selezione della collezione privata di Fabrizio Modina, uno dei massimi collezionisti mondiali di toys fantascientifici.

 

Fabrizio Modina

Fabrizio Modina

 

Modina, che è anche il curatore della mostra, espone infatti per la prima volta la serie completa di tutti i pezzi ufficiali a marchio Kenner prodotti dal 1977 in avanti: oltre 1.200 giocattoli, tra action figures, gadget, modellini, che si aggiungono a stampe d’epoca. L’esposizione, in bilico tra arte pop, scienza e fantascienza, vede soprattutto protagoniste assolute le action figures, termine che indica quei personaggi snodabili di altezza variabile dotati di armi, veicoli in scala e diorami.

 

E qui vi sveliamo una chicca: fu proprio grazie alle enormi royalties sulle vendite di questi rivoluzionari giocattoli (soppiantarono tutti gli altri pre-esistenti) che il regista George Lucas finanziò le successive pellicole del primo leggendario capitolo di Star Wars. Guerre Stellari. Play! racconta, seguendo un percorso cronologico, l’intera vicenda della Saga operando mediante l’utilizzo di giocattoli e modellini una ricostruzione dettagliata e meticolosa delle scene salienti, richiamando veri e propri momenti indimenticabili di cinema.

 

Millenium Falcon - Guerre Stellari-Treviso

 

Così la mostra inizia con un excursus nella fase di pre-produzione del film, mostrando – attraverso stampe originali – i disegni dell’artista Ralph McQuarrie, incaricato di visualizzare i personaggi, la tecnologia e le location della prima pellicola di 38 anni fa. Subito dopo ecco che si presentano i personaggi simbolo: Darth Vader, Luke Skywalker, Yoda, Han Solo, la principessa Leia, Chewbacca, R2-D2 e C-3PO, i ferventi Cavalieri Jedi e i malvagi Sith, droidi, pirati regine e principesse.

 

Nella terza sezione la cronologia della Saga viene ricostruita in ordine di narrazione delle 10 produzioni ad oggi uscite sugli schermi: dall’Episodio I di The Phantom Menace al recente settimo capitolo di The Force Awakens. Nella quarta sezione spazio a tutti quei modellini che sono stati ispirati dai fumetti, dai romanzi, dai videogames e da altri media che hanno utilizzato forme parallele per narrare storie nelle storie, con interpretazioni inconsuete dei personaggi e la loro trasformazione in peluche, oltre alle armi giocattolo e le edizioni natalizie.
Amidala - Guerre Stellari-Treviso

 

L’ultima sezione, infine, è dedicata ai vintage toys più rari e preziosi, da veri collezionisti (alcuni mai visti prima in Italia). Si parte da dall’Early Bird Kit, il coupon di prevendita dei giocattoli Kenner datato 1977, per arrivare ai modellini di Star Wars, The Empire Strikes Back, e Return of the Jedi che sono esposti per la prima volta in maniera cronologica e sequenziale. Completa il tutto la serie antologica The Power of the Force e i cartoni animati Droids e Ewoks, le linee che chiusero la produzione nel 1985. Trent’anni fa, mentre domani si ritorna al cinema.

 

Info: www.guerrestellaritreviso.it

Intelligenza Artificiale: nuovo algoritmo simula le nostre capacità di apprendimento

Un team di scienziati dell’Università di New York ha creato un nuovo algoritmo che simula le nostre capacità di apprendimento, segnando di fatto un importante passo in avanti nel campo dell’Intelligenza Artificiale. L’algoritmo, presentato nell’ultimo numero della rivista Science, consente ai computer di riconoscere e sintetizzare semplici concetti visivi che una volta disegnati risultato del tutto indistinguibili da quelli che produrrebbe un essere umano. Grazie a questa ricerca, d’ora in avanti le macchine potranno ridurre drasticamente il tempo impiegato per assimilare nuovi concetti, applicando le loro capacità computazionali a problemi più creativi.


“I risultati dimostrano che prendendo in considerazione il modo in cui le persone elaborano i concetti possiamo sviluppare algoritmi migliori” – spiega Brendan Lake, autore principale dello studio – “In aggiunta, il nostro lavoro punta in direzione di nuovi e promettenti metodi per ridurre il gap che separa le capacità di apprendimento dei computer da quelle degli esseri umani”.


Quando siamo esposti a nuovi concetti, di solito abbiamo bisogno di pochi e semplici esempi per assimilare le informazioni e strutturarle in modo creativo; per raggiungere lo stesso risultato, gli attuali computer ne richiedono invece centinaia di migliaia. “E’ stato molto difficile progettare macchine in grado di simulare l’efficienza del cervello umano nell’apprendere nuovi concetti”– osserva Ruslan Salakhutdinov, uno dei co-autori dello studio –“Replicare queste peculiari abilità è una delle aree più interessanti nello studio delle connessioni tra apprendimento automatizzato e scienze cognitive”.


All’interno del lavoro pubblicato su Science, gli scienziati hanno cercato di abbreviare il processo di apprendimento dei computer per renderlo più simile al modo in cui gli esseri umani acquisiscono e applicano nuove conoscenze. L’algoritmo elaborato dal team di ricerca permette alle macchine di imparare da un piccolo numero di esempi e di eseguire una serie di operazioni creative, come generare nuovi esempi del concetto appena assimilato o proporre concetti originali collegati all’esempio di partenza, ma per il momento può essere applicato solo al riconoscimento di caratteri.


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Per ottenere questo risultato gli scienziati hanno sviluppato una struttura basata su BPL (Bayesian Program Learning, un sistema di apprendimento probabilistico), dove i concetti sono rappresentati da semplici programmi per computer. Mentre gli algoritmi standard di apprendimento rappresentano i concetti come specifiche configurazioni di pixel o collezioni di caratteristiche, l’approccio BPL genera modelli che approssimano gli oggetti del mondo reale, trasformando il processo di comprensione nella ricerca di semplici connessioni semantiche tra oggetti. Una delle caratteristiche più interessanti dell’algoritmo è la sua capacità di utilizzare la conoscenza acquisita da concetti già analizzati per accelerare il processo di assimilazione di nuovi concetti (per esempio, il modello può utilizzare la conoscenza pregressa dell’alfabeto latino per imparare le lettere dell’alfabeto greco). Per testare questo modello i ricercatori lo hanno applicato ad oltre 1.600 esempi di caratteri scritti a mano provenienti da 50 diversi sistemi di scrittura, inclusi il Sanscrito e il dialetto Tibetano.


Oltre a testare l’abilità dell’algoritmo nel riconoscere nuovi concetti, gli autori hanno chiesto ad alcuni volontari di riprodurre una serie di caratteri dopo aver mostrato loro un singolo esempio di ciascuno di essi. Successivamente, ai volontari è stato richiesto di creare nuovi caratteri che ricalcassero lo stile di quelli mostrati come esempio. Una volta raccolti i risultati, il team di ricerca ha operato un confronto con i caratteri prodotti dall’algoritmo a partire dagli stessi esempi, senza rilevare differenze degne di menzione. Per concludere l’esperimento gli autori hanno poi realizzato un test di Turing ‘visivo’, chiedendo ai volontari di giudicare, dato un preciso set di caratteri, se questo fosse stato realizzato da un uomo o da una macchina. La percentuale di risposte corrette ha rispecchiato il confronto operato in precedenza dagli stessi autori, confermando la validità dell’algoritmo.


“Prima di arrivare all’asilo i bambini imparano a riconoscere nuovi concetti partendo da un signolo esempio, e possono perfino immaginare esempi concreti che non hanno mai visto.” – sottolinea Joshua Tanenbaum, co-autore dello studio –“Ho sempre desiderato costruire un modello algoritmico di queste straordinarie capacità fin dalla mia tesi di dottorato, negli anni ’90. Siamo ancora molto lontani dal creare macchine intelligenti come un bambino, ma questa è la prima volta in cui abbiamo un computer in grado di imparare ed utilizzare una classe così larga di concetti in modo del tutto simile ad un essere umano”.



B. M. Lake, R. Salakhutdinov, J. B. Tenenbaum. Human-level concept learning through probabilistic program induction. Science, 2015; 350 (6266): 1332 DOI: 10.1126/science.aab3050


Fonte: New York University Press

Nuove scoperte sull’atmosfera dei pianeti gioviani caldi


Gli astronomi hanno utilizzato i telescopi spaziali Hubble e Spitzer per studiare in dettaglio le caratteristiche atmosferiche di 10 esopianeti, realizzando il più vasto studio a tema mai pubblicato. I copri celesti analizzati appartengono alla classe dei pianeti gioviani caldi, giganti gassosi in tutto e per tutto simili a Giove che a causa del loro periodo orbitale ristretto presentano temperature atmosferiche elevatissime, nell’ordine di migliaia di gradi centigradi. Il team di ricerca è riuscito a spiegare per la prima volta il motivo per cui questi particolari corpi celesti sembrano possedere nella loro atmosfera un quantitativo di acqua inferiore rispetto a quello indicato dai modelli fisici, una scoperta che offee nuove conferme alle teorie che descrivono i complicati processi di formazione dei pianeti extrasolari individuati finora. I risultati dello studio sono stati pubblicati sulla rivista Nature.


“Sono davvero entusiasta perché per la prima volta abbiamo avuto la possibilità di osservare un ampio gruppo di esopianeti con un livello di precisione mai visto, mettendo a confronto molte delle loro caratteristiche atmosferiche.” ha dichiarato David Sing, autore principale dello studio. “Abbiamo scoperto che le atmosfere di questi pianeti sono molto diverse da quello che ci aspettavamo”.


Rappresentazione artistica dei 10 esopianeti studiati da David Sing e il suo team di ricerca. Partendo dall'angolo in alto a sinistra: WASP-12b, WASP-6b, WASP-31b, WASP-39b, HD 189733b, HAT-P-12b, WASP-17b, WASP-19b, HAT-P-1b e HD 209458b.

Rappresentazione artistica dei 10 esopianeti studiati da David Sing e il suo team di ricerca. Partendo dall’angolo in alto a sinistra: WASP-12b, WASP-6b, WASP-31b, WASP-39b, HD 189733b, HAT-P-12b, WASP-17b, WASP-19b, HAT-P-1b e HD 209458b.


Ad un certo punto dell’orbita, per un breve periodo di tempo tutti i pianeti osservati si frappongono tra la loro stella madre e la Terra. Quando ciò avviene, una piccola percentuale della radiazione elettromagnetica proveniente dalla stella attraversa l’atmosfera dei pianeti, che ne altera lo spettro in base alla sua specifica composizione chimica. “Ogni atmosfera genera un’impronta unica, che possiamo studiare analizzando la lunghezza d’onda della luce che arriva fino a noi” spiega Hannah Wakeford, co-autrice dello studio e membro del NASA Goddard Space Flight Center.


Lo studio delle impronte chimiche ha consentito ai ricercatori di estrarre tutti i dati necessari per determinare alcune importanti caratteristiche dei pianeti, in particolare l’esatta distribuzione degli elementi e delle molecole che compongono la loro atmosfera (inclusa l’acqua). Attraverso l’analisi dei risultati il team di ricerca è riuscito a individuare con maggiore precisione gli esopianeti caratterizzati dalla presenza di nubi nell’atmosfera, separandoli da quelli in cui le nubi sono invece assenti. Questo ha consentito di trovare una spiegazione al mistero dell’acqua in difetto: entrambe le classi di esopianeti possiedono molecole d’acqua nell’atmosfera, ma alcuni sono così ricchi di nubi e foschia che per le sonde è molto difficile rilevarne la presenza. Quindi l’acqua c’è, la sua distribuzione è in accordo con i modelli, solo che non possiamo osservarla direttamente.


“Una spiegazione alternativa prevede che questi pianeti si siano formati in un ambiente privo d’acqua, ma per accettarla dovremmo riscrivere tutti i modelli su cui si basa la nostra comprensione dei processi che portano alla formazione dei pianeti” ha spiegato Jonathan Fortney, ricercatore presso l’Univesità della California e co-autore dello studio. “I nostri risultati smentiscono di fatto questa ipotesi, e suggeriscono che l’acqua di fatto c’è, ma è nascosta all’occhio delle sonde”.


Lo studio delle atmosfere dei pianeti extrasolari è ancora nella sua infanzia e i dati raccolti finora sono insufficienti per elaborare modelli fisici completamente attendibili che ne spieghino le dinamiche di formazione. Ma il futuro è roseo: nei prossimi anni il testimone di Hubble verrà raccolto dal nuovo telescopio spaziale James Webb, che consentirà agli astronomi di estendere lo studio degli esopianeti e delle loro atmosfere nello spettro dell’infrarosso.



Paper: David K. Sing, Jonathan J. Fortney, Nikolay Nikolov, Hannah R. Wakeford, Tiffany kataria, Thomas M. Evans, Suzanne Aigrain, Gilda E. Ballester, Adam S. Burrows, drake Deming, Jean-michel désert, Neale P. Gibson, Gregory W. Henry, Catherine m. Huitson, Heather A. Knutson, Alain Lecavelier Des Etangs, Frederic Pont, Adam p. Showman, Alfred Vidal-madjar, Michael H. Williamson, Paul A. Wilson. A continuum from clear to cloudy hot – Jupiter exoplanets. Nature, 2015 DOI: 10.1038/nature16068


Fonte: ESA/Hubble Information Centre

Buon compleanno, Jane Birkin!

Spegne oggi 69 candeline Jane Birkin. Bellezza iconica degli anni Sessanta e Settanta, spregiudicata, maliziosa come nessuna, l’attrice e cantante britannica non ha perso assolutamente il suo celebre fascino.

La caratteristica frangetta, il sedere rotondo immortalato in foto scandalose al fianco di Serge Gainsbourg: non c’è dettaglio della vita di Jane Birkin che non sia divenuto iconico, dai suoi amori ai suoi film. Incarnazione dello stile fresco eppure sofisticato tipicamente anni Sessanta, l’attrice è uno dei volti più noti e più chiacchierati degli ultimi cinquant’anni.

Nata a Londra il 14 dicembre 1946, Jane Mallory Birkin discende da una famiglia che ha fatto fortuna con l’industria del merletto nel Nottinghamshire. Il fascino doveva essere nel DNA, dal momento che una sua prozia, Winifred (Freda) May Birkin, poi sposata con William Dudley Ward, fu amante del Principe di Galles (il futuro Edoardo VIII del Regno Unito, nonché Duca di Windsor). Il padre della bella Jane, il maggiore David Birkin, era stato comandante della Royal Navy ed eroe della seconda guerra mondiale e fu coinvolto anche in vicende di spionaggio; la madre era l’attrice e cantante Judy Campbell (pseudonimo di Judy Gamble), famosa per le sue interpretazioni nei musical di Noël Coward.

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Jane Birkin è nata a Londra il 14 dicembre 1946

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L’attrice ha raggiunto la fama mondiale con il film “Blow-up” di Michelangelo Antonioni



Occhi da cerbiatto e fascino torbido che fa capolino dietro l’aria innocente, Jane comincia la carriera di attrice teatrale all’età di 17 anni: siamo nella Swinging London e il suo stile ammalia un nome storico della moda made in UK del calibro di Ossie Clark. Successivamente Jane fa il suo esordio come cantante in un musical: è in questo contesto che conosce il compositore inglese John Barry (autore anche di alcune musiche per i film di James Bond): tra i due nasce una relazione che sfocia in un matrimonio celebrato quando Jane ha appena 19 anni. Dalle nozze nasce la prima figlia della futura icona di stile, Kate Barry, nata nel 1967 (scomparsa prematuramente a Parigi, probabilmente suicida, l’11 dicembre 2013, dopo essere precipitata dal quarto piano del suo appartamento nel XVI Arrondissement).


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L’esordio cinematografico di Jane Birkin avviene con il film “Non tutti ce l’hanno” (The Knack …and How to Get It) di Richard Lester, ma è con la pellicola successiva, l’indimenticabile Blow-up di Michelangelo Antonioni, che l’attrice ottiene la fama. Una scena la immortala in topless: la bellezza acqua e sapone la rende immediatamente un’icona della scena londinese. Nel 1968 l’attrice si trasferisce in Francia: qui avviene l’incontro della vita, con il cantante e musicista Serge Gainsbourg, con cui intraprende una relazione che durerà fino al 1980. Una coppia inimitabile, il fascino di lui capace di sposarsi così bene con la bellezza di lei, musa quasi forgiata dalle mani esperte e dalla fantasia del grande cantautore francese. Nel 1969 arriva la canzone scandalo, con tanto di gemiti e sospiri, Je t’aime…moi non plus, originariamente incisa da Gainsbourg insieme a Brigitte Bardot e poi cantata invece con la Birkin. Due anni più tardi, nel 1971, nasce Charlotte Gainsbourg, che diventerà anche lei attrice e cantante.

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La bellezza acqua e sapone di Jane Birkin l’ha resa una grande icona di stile

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L’attrice ne “La piscina” del 1969



Al termine della relazione con Gainsbourg, Jane Birkin ha continuato con grande successo la carriera di attrice. Inoltre la diva ha trovato un nuovo amore nel regista francese Jacques Doillon, da cui ha avuto la figlia Lou, nata nel 1982 e divenuta famosa come modella. Una carriera sfolgorante nel cinema e nel teatro, un’immagine che le ha permesso di divenire una vera e propria icona, un’esperienza anche come fashion designer al fianco della figlia Lou (le due hanno firmato insieme una collezione per il brand La Redoute), Jane Birkin ha anche una borsa a suo nome, la mitica Birkin firmata Hermès, che la diva ha recentemente rinnegato per motivi ambientalisti. Vero e proprio oggetto di culto, It Bag tra le più costose al mondo (il prezzo varia dai 6.000 ai 120.000 euro), la celebre borsa porta il nome dell’attrice, che però lo scorso luglio ne ha disconosciuto la paternità.

Oggi la diva compie 69 anni: bellezza naturale, fieramente contraria alla chirurgia estetica, gli anni non ne hanno minimamente scalfito la classe e il grande fascino.


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C. Z. Guest: icona dell’American style

L’Iran dell’Ayatollah Ali Khamenei

Jason Rezaian, il giornalista americano di origine iraniana del Washington Post, è in una prigione iraniana da quasi due anni, in questo modo ha superato il periodo di detenzione dei 52 impiegati dell’ambasciata di Teheran catturati durante l’invasione dell’ambasciata nel 1979 durante la rivoluzione.


Le possibilità che Rezaian sia liberato sono poche e le accuse sono gravi, accuse che potrebbero costargli fino a 20 anni nelle prigioni iraniane.
Molti hanno pensato che grazie all’accordo nucleare e alla ritrovata sintonia sulla crisi siriana le posizioni di Teheran si sarebbero ammorbidite ma questo non è il caso.


Fa pensare il tempismo di Khamenei, il quale il 25 novembre ha dichiarato agli appartenenti ai Basij, la forza paramilitare agli ordini della Guardia rivoluzionaria: “ C’è un nemico ingannevole, astuto, abile, fraudolento e diabolico” e ha aggiunto “Chi è il nemico? L’arroganza. Certamente oggi la manifestazione dell’arroganza è l’America”


Khamenei ha continuato spiegando che gli investimenti esteri e le influenze culturali saranno il primo modo in cui l’occidente tenterà di distruggere il sistema islamico iraniano, l’altra sarà l’attrazione sessuale. Khamenei ha sottolineato che la classe dirigente iraniana sarà l’obiettivo dell’occidente che vuole cambiare lo stile di vita degli iraniani.


Questi commenti sembrano molto distanti dal pragmatismo mostrato dall’ayatollah quando ha accettato l’accordo nucleare. Khamenei sembra volere che il mercato sia aperto ma non vuole scontentare quelle persone che si sono arricchite con l’economia chiusa del paese.


Poco dopo è arrivata l’accusa di Mohammad Reza Naqdi, il comandante dei Basij, secondo cui gli USA tramite John Kerry, hanno stanziato 2 miliardi di dollari allo scopo di deporre il regime al governo a Teheran. John Kerry era anche l’uomo con cui gli iraniani avevano negoziato il trattato nucleare giusto un paio di mesi prima. Naqdi ha aggiunto che Kerry da solo ha guidato ben 34 progetti per deporre il regime.


Questa situazione sembra paradossale ma si spiega con una divisione all’interno della elite iraniana. Kerry ha probabilmente chiesto il rilascio di Rezaian e probabilmente Rouhani avrebbe pure accettato ma il Primo ministro non è in controllo della situazione. Il ministro degli Esteri Javad Zarif aveva anche auspicato pubblicamente il rilascio di Rezaian.


Rouhani ha sollevato a sua volta la possibilità di uno scambio di prigionieri con 19 iraniani imprigionati negli USA per violazione delle sanzioni.
Per tutta risposta le forze di sicurezza iraniane hanno imprigionato due uomini d’affare iraniani americani facendo passare Rouhani per uno che non ha controllo nemmeno sulle sue forze di sicurezza.


Oltretutto questo tipo di arresti di uomini d’affari spaventano gli investitori e Rouhani è disperatamente alla ricerca di investitori esteri dopo l’allentamento delle sanzioni. Al solito l’Iran è terra di contraddizioni.

Youth Culture. Il libro Ritratti presenta 11 donne che vanno necessariamente conosciute.

La Imperial Pictures Publishing di New York, una casa editrice diretta dal fotografo e publisher statunitense Jonathan Leder, ha appena lanciato il libro Ritratti che, come suggerisce il titolo stesso, ritrae alcune delle più influenti bellezze femminili contemporanee.

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Le donne, oltre ad essere fotografate, sono state intervistate da Amy Hood, art curator del libro, e si raccontano con toni intimi e mai banali, parlando delle loro passioni e delle loro carriere.

Interessante la scelta del titolo del libro che utilizza un termine in lingua italiana: questo fatto ci fa da subito comprendere la fascinazione di Hood e Leder per l’immaginario visivo e la cultura del nostro paese.
I fashion insider non faticheranno a riconoscere alcune delle personalità presenti all’interno del libro: dalla stylist Kate Young alla fashion designer Julia Fox, passando per l’art curator Anya Litvinova.

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Sfogliando le pagine del libro appagheremo non solo il senso della vista osservando donne bellissime e immortalate senza veli, ma solleticheremo anche l’erotismo dell’intelletto quando leggeremo ciò che hanno da raccontare.
Il libro nasce principalmente per la volontà di presentare un gruppo di donne che come tratto comune ha l’intelligenza, la curiosità, e la voglia di esprimersi.

Francesco Hayez, il Bacio e i meravigliosi nudi femminili alle Gallerie D’Italia

Francesco Hayez (Venezia, 1791–Milano,1882) è l’autore del quadro Il bacio, divenuto una sorta di icona dell’ottocento.
Ci sono immagini che contribuiscono a sintetizzare lo spirito di un’epoca e di sicuro il Bacio di Hayez appartiene a queste.


Francesco Hayez, il Bacio e i meravigliosi nudi femminili alle Gallerie D’Italia


Il Bacio, una sorta di manifesto del romanticismo è esposto, per la prima volta anche insieme ad altre tre magnifiche versioni del quadro, alle Gallerie D’Italia di Milano in una mostra strepitosa che raccoglie circa 120 opere dell’artista.


Francesco Hayez, il Bacio e i meravigliosi nudi femminili alle Gallerie D’Italia


La mostra segue una successione cronologica: dagli anni della formazione tra Venezia e Roma, ancora nell’ambito del Neoclassicismo, sino all’affermazione, a Milano, come protagonista del movimento Romantico e del Risorgimento accanto a Verdi e Manzoni, con i quali ha contribuito all’unità culturale dell’Italia.


Francesco Hayez, il Bacio e i meravigliosi nudi femminili alle Gallerie D’Italia


La mostra, curata da Fernando Mazzocca, presenta opere famose accanto ad altre presentate al pubblico per la prima volta.
Francesco Hayez seppe padroneggiare generi pittorici diversi: la pittura storica, il ritratto, la mitologia, la pittura sacra e l’orientalismo.


Francesco Hayez, il Bacio e i meravigliosi nudi femminili alle Gallerie D’Italia


Nella sua pittura grande rilievo ebbe il nudo femminile, un genere poco frequentato dalla pittura ottocentesca italiana, per ovvie ragioni di censura, ma che Hayez padroneggiò in modo grandioso realizzando capolavori di disarmante sensualità come La Venere che scherza tra due colombi o La Maddalena Penitente .


Francesco Hayez, il Bacio e i meravigliosi nudi femminili alle Gallerie D’Italia


Negli anni di Hayez non era facile dipingere nudi o opere come Il Bacio, per questo è stato un pittore modernissimo sebbene dal tratto fortemente accademico.
Francesco Hayez , dimostra sin da bambino una grande predisposizione per il disegno, divenne allievo del pittore Francesco Magiotto, frequentò corsi di nudo e nel 1806 venne ammesso ai corsi di pittura della Nuova Accademia di Belle Arti di Venezia.


Francesco Hayez, il Bacio e i meravigliosi nudi femminili alle Gallerie D’Italia


Trasferitosi a Roma, dopo aver vinto un prestigioso concorso di pittura, divenne allievo del grande Canova, sua guida e protettore.
Nel 1814 si trasferì a Napoli dove gli venne commissionato da Gioacchino Murat il dipinto Ulisse alla corte di Alcinoo.


Francesco Hayez, il Bacio e i meravigliosi nudi femminili alle Gallerie D’Italia


Passò il resto della sua esistenza dedicandosi all’insegnamento all’Accademia di Belle Arti di Brera e morì a Milano il 21 dicembre 1882 all’età di 91 anni.


Hayez
Gallerie D’Italia
Piazza Scala
Milano
dal 7 novembre al 21 febbraio 2016

Impressionisti e Moderni: a Palazzo delle Esposizioni un viaggio artistico tra ‘800 e ‘900

Fino al 14 febbraio presso il Palazzo delle Esposizioni di Roma, sarà possibile visitare la mostra dal titolo “Impressionisti e Moderni. Capolavori dalla Phillips Collection di Washington” curata da Susan Behrends Frank, e ove sono esposti 62 capolavori dell’arte moderna e contemporanea che attraversano come in un viaggio senza tempo, i maggiori artisti e correnti a cavallo fra 800 e 900. Il museo americano è stato il primo ad ospitare, a partire dal 1921 anno della sua fondazione, opere di artisti europei come Monet, Courbet, Goya, Delocroix, Picasso, Modigliani, Matisse, Bonnard, e molti altri, ma con un occhio di riguardo anche agli artisti americani come Vuillard, Sotine, e O’Keeffe, per citarne alcuni.


L’esposizione, organizzata cronologicamente e che attraversa le correnti artistiche più importanti, parte dal Classicismo, per approdare al Realismo e Romanticismo, ove Courbet ad esempio, è stato un pioniere nel ritorno alla pittura ispirata senza filtri dalla quotidianità, poetico e di immensa bellezza per le tenui e delicate pennellate il dipinto “Il Mediterraneo” (1857).


Si passa poi ai dipinti degli impressionisti e postimpressionisti, correnti che hanno imposto un chiaro stacco con la pittura del passato e posto le basi per l’arte moderna. In questa sezione ritroviamo opere di immensa bellezza ed enfasi, come “Ballerine alla sbarra” (1900 ca.) di Degas, oppure il suggestivo “Neve a Louveciennes” (1874) di Sisley, e ancora l’allegria giovanile nell’opera “Due Ragazze” (1894) dipinto della Morisot.


Proseguendo troviamo capolavori di Braque, Van Gogh, Cézanne, di quest’ultimo possiamo ammirare “La montagna Sainte Victoire” (1886-87) e “L’Autoritratto” (1880), già esempi del supermanto dell’Impressionismo e dell’approdo all’arte cubista ampiamente espressa dai capolavori di Picasso, del quale ritroveremo l’avvolgente “Donna con cappello verde” (1939).


Donna con cappello verde (1939) - P. Picasso

Donna con cappello verde (1939) – P. Picasso


Non manca poi la possibilità di ammirare opere del filone intimistico e moderno ove sono presenti dipinti di Vuillard, Matisse, Nicholson, Bonnard; proprio quest’ultimo fu forse il pittore più amato da Phillips, con il quale lo stesso strinse una forte amicizia che durò tutta la vita. Del pittore francese possiamo ammirare ad esempio “La riviera”(1923) e anche “Bambini con gatto” (1909).


Ballerine alla sbarra (1900) - E. Degas

Ballerine alla sbarra (1900) – E. Degas


La carrellata espositiva si chiude poi con le sezioni Natura e Espressionismo, ove ritroviamo per esempio lo splendido dipinto “Autunno II” (1912) di Kandisky dai toni fortemente vibranti e incisivi, per poi giungere all’Espressionismo Astratto ove risaltano tra i tanti, i nomi di autori come Pollock, de Steal, Rothko.
Il viaggio proposto dalla mostra, è un’occasione unica e irripetibile per ammirare in un sola passerella il meglio dell’arte moderna e contemporanea, un viaggio che lo stesso Phillips si augurava potesse far comprendere al pubblico che l’arte doveva essere universalmente condivisa e fruita da tutti.

Giannico. Lusso e creatività secondo Nicolò Beretta

Giannico è creatività, savoir-faire, artigianalità. È il ponte che collega la vecchia tradizione calzaturiera italiana con la nuova generazione di shoes designer.

Nicolò Beretta (la mente e la mano del marchio) a soli vent’anni è considerato il successore di Manolo Blahnik. Apprezzamento meritato visto la stima che il creatore di scarpe spagnolo, nutre nei confronti del talentuoso Beretta.

Nicolò crea vere opere d’arte. Non cede nel tranello delle banalità e trae ispirazione da ogni dove: il surrealismo di Salvador Dalì e la celeberrima banana di Andhy Warhol sono state le sue principali fonte di ispirazione.

“…Vedo la creazione di una scarpa come la creazione di una scultura perché si tratta di un elemento molto astratto su cui si può sfogare moltissima creatività”, spiega Nicolò.

Il cammino di Beretta è alimentato da una forte attenzione mediatica. A catalizzare l’attenzione su Nicolò, non solo la stampa estera, ma anche celebrities che hanno scelto di calzare le sue creazioni durante eventi di un certo spessore.

Nel maggio del 2014, in occasione della serata del Premio Internazionale del Profumo,  la top model Karolina Kurkova ha scelto di indossare  le decolleté “Picasso” della collezione Autunno/Inverno 2014-15.

 

Karolina Kurkova indossa le Picasso pumps

Karolina Kurkova indossa le Picasso pumps

 

 

Arisa indossa le Lola pumps durante la passata edizione del Festival di Sanremo

Arisa indossa le Lola pumps durante la passata edizione del Festival di Sanremo

 

 

Lady Gaga indossa la Warhol pumps del brand Giannico

Lady Gaga indossa la Warhol pumps del brand Giannico

 

 

Qualche mese più tardi, durante la passata edizione del Festival di Sanremo, la cantante genovese Arisa calza le “Lola” pumps: modello continuativo del marchio.

A consacrare il successo del giovane designer milanese, ci ha pensato però l’eccentrica e stravagante (nonché bravissima) Lady Gaga che, affascinata dalle creazioni Giannico, ha scelto di indossare alcuni modelli del brand tra cui il modello Wharol.

Ma scopriamo la collezione spring/summer 2016.

 

Modello Julianne SS16

Modello Julianne SS16

 

Margot SS16

Margot SS16

 

Dettaglio wild per le Julianne open toe SS16

Dettaglio wild per le Julianne open toe SS16

 

Modello Super Lola SS16

Modello Super Lola SS16

 

Picasso pumps SS16

Picasso pumps SS16

 

Marina flat con fiori 3De cristalli Swarovski

Marina flat con fiori 3De cristalli Swarovski

 

 

Atmosfera vintage, fiori in gomma per un effetto 3D e colori sfavillanti. Non manca assolutamente il tocco wild con dettagli leopardati e cristalli Swarovski che illuminano i pistilli delle corolle.

Variegata è la scelta dei modelli proposti da Beretta. Dalle ballerine in vernice alle open toe spuntate. Calzature comode impreziosite da un grazioso fiocco, pumps audaci impreziosite da labbra seducenti.

Scegliere sarà difficile. Nell’incertezza, non ci resta che collezionarle tutte.

 

Scoprite l’intera collezione su www.giannicoofficial.com

 

 

OMICIDIO STRADALE: IL SENATO APPROVA

Dopo l’OK del Senato, il provvedimento, che prevede l’introduzione nel nostro ordinamento del reato di omicidio stadale, torna alla Camera. Tanti, però, i voti contrari.

Una fiducia davvero bassa per il provvedimento che introduce nel nostro ordinamento il nuovo reato di omicidio stradale.
Da anni si cerca di approdare ad una precisa individuazione della fattispecie astratta, per meglio muoversi nei casi concreti.
Forse una svolta: il Senato ha approvato il provvedimento (149 SI, 91 NO), il quale ora dovrà passare nuovamente al vaglio della Camera per un’ulteriore lettura.
Perché così tanti voti contrari?
Secondo alcuni Senatori, che hanno esaminato attentamente il testo normativo, si tratta di un provvedimento demagogico, all’interno del quale troppi sono gli abbagli giuridici; secondo altri, addirittura, il provvedimento è del tutto sbagliato e, quindi, incostituzionale.
Approvato con tante polemiche, ma approvato, e quasi sicuramente, secondo voci di corridoio dello stesso Senato, sarà così approvato anche dalla Camera.

COSA PREVEDE LA NUOVA NORMATIVA IN MATERIA DI OMICIDIO STRADALE?
E’ previsto, per prima cosa, un nuovo sistema sanzionatorio, per le specifiche ipotesi di omicidio colposo e lesioni colpose, a seguito di infrazioni del codice della strada.
Il nuovo reato prevede delle pene-base da 2 a 12 anni, con la possibilità, in caso di sussistenza di specifiche aggravanti, di aumentare la reclusione fino a 18 anni.
L’inasprimento della pena riguarda, infatti, delle specifiche violazioni, che possono secondo il legislatore, essere etichettate come gravi.
Ritroviamo, quindi, nella categoria delle gravi violazioni sia la guida in stato di ebbrezza (tasso alcolemico superiore a 0,8 g/l), che la guida sotto l’effetto di stupefacenti, di cui già eravamo a conoscenza.
Ma, a queste due ipotesi, già largamente conosciute da tutti i cittadini, se ne aggiungono altre, che secondo lo stesso legislatore, possono essere considerate decisamente gravi: eccesso di velocità, sia nel centro urbano che fuori città; passaggio con il rosso al semaforo; circolazione contromano; inversione di marcia in zone pericolose, quali curve, dossi o incroci; sorpasso in presenza della doppia striscia continua, ovvero in prossimità delle strisce pedonali, le quali nella maggioranza dei casi sono letteralmente ignorate dai conducenti di autovetture o di qualsiasi altro mezzo di trasporto.
Per tutte, definite come gravi violazioni, le pene base, in caso di omicidio, vanno dai 5 ai 10 anni di reclusione, ad eccezione delle prime due ipotesi, citate in precedenza, per le quali sono state previste pene che oscillano tra gli 8 e i 12 anni di reclusione.
E la pena della reclusione fino a 18 anni in che casi è prevista?
Nel caso in cui, a causa delle violazioni del codice stradale (gravi violazioni) si causa la morte di più persone, ovvero nel caso in cui, alla persona deceduta, si aggiunge un ulteriore ferito.
E per chi si allontana volontariamente dal luogo dell’incidente?
Per tutti coloro che decidono di darsi alla fuga, senza prestare i primi soccorsi, è stato previsto un aumento di pena da un minimo di 1/3 ad un massimo di 2/3.
Quanto finora detto vale anche per tutti coloro che cagionano la morte di una persona, guidando un veicolo senza patente (revocata o sospesa) e per tutti coloro che non hanno una valida assicurazione sul proprio veicolo.
Per tutte le ipotesi fin qui descritte è previsto l’arresto in flagranza obbligatorio.

UNA DOPPIA VISIONE DEL NUOVO REATO
Il nuovo reato di omicidio stradale ha creato diverse polemiche: da un lato, si sono schierate le associazioni, che da anni si battono duramente per ottenere una legge che introduca nel nostro ordinamento il reato di omicidio stradale e quello di lesioni stradali gravi e gravissime ; tali associazioni sono ottimiste e sperano in una definitiva approvazione del provvedimento, al fine di ridurre l’incidentalità stradale e le conseguenti morti, e per evitare che chi commette un tale reato resti impunito.
Dalla parte opposta si schierano i senatori che non hanno dato la fiducia al provvedimento: troppi sono, secondo loro, i punti non chiari, dai quali scaturiscono troppe perplessità, che assolutamente non possono essere ignorate.
I dubbi di portata maggiore si ravvisano in merito alla graduazione delle sanzioni previste per le ipotesi più gravi di reato: perché l’assenza di assicurazione deve rientrare tra le aggravanti?
Chi guida senza assicurazione, perché magari ha dimenticato di rinnovarla, può essere paragonato a chi guida sotto l’effetto di sostanze stupefacenti?
La mancata sottoscrizione di un valido contratto di assicurazione prescinde dal comportamento di guida pericolosa del colpevole.
In altre parole, vengono parificate categorie troppo diverse tra loro, per le quali è prevista la stessa pena.
Ma, i punti di contrapposizione fra i “SI” e i “NO” sono davvero tanti. Per ora il provvedimento viene rispedito, con approvazione, alla Camera per un’ulteriore lettura: la quarta, quella decisiva.

TROPPE INCERTEZZE
Il provvedimento per la definitiva introduzione del reato di omicidio stradale ha alzato un fitto polverone tra i nostri rappresentanti al Senato. Troppi sono i punti, emersi dal recente dibattito, che hanno dato vita ad un vero e proprio clima di tensione tra gli esponenti dei maggiori partiti.
Il campo, all’interno del quale si muove il nuovo provvedimento, è tranquillamente definibile come un terreno di guerra: un vero e proprio campo minato, all’interno del quale è quasi impossibile muoversi con sicurezza.
Tra le tante incertezze, emerge un dato, l’unico certo: il numero, sempre maggiore, dei morti sulle nostre strade.
Un giusto modo per fermare questa terribile piaga e per punire correttamente i colpevoli, deve pur sempre esserci.
I primi passi sono stati fatti. Per ora la fiducia c’è, anche se non è possibile definirla come piena.
Solo a seguito della quarta lettura della Camera si avrà l’ufficiale responso.

C. Z. Guest: icona dell’American style

I riflessi che i raggi del sole disegnano su una piscina, capelli biondi mossi dal vento e dalla brezza del mare, poco distante, sorrisi bianchi illuminano labbra di un rosa appena accennato. È questo lo sfondo su cui si stagliava la vita di C. Z. Guest, socialite ed indimenticabile icona di stile. Emblema dell’American style, presenza fissa dell’International Best Dressed List, C. Z. Guest incarnò la quintessenza dello chic, col suo stile acqua e sapone, tra polo e bermuda. La bionda icona fu anche attrice, giornalista, autrice, guru del giardinaggio, provetta cavallerizza e fashion designer.

All’anagrafe Lucy Douglas Cochrane, la futura icona di eleganza nacque a Boston, in Massachusetts, il 19 febbraio del 1920, in una famiglia dell’alta borghesia. Il padre, Alexander Lynde Cochrane, è un banchiere. Il nome di C. Z. deriva dal soprannome Sissy: era questo il suono che il fratello emetteva quando la chiamava “sister”. C. Z. cresce come una splendida ragazza: impressionante è la somiglianza giovanile con Grace Kelly. Durante una fase d ribellione giovanile, durante i suoi vent’anni, la bionda C. Z. si trasferisce ad Hollywood, dove inizia una carriera come attrice. Successivamente si sposta in Messico, dove posa in déshabillé per Diego Rivera: il dipinto che la ritrae nuda venne poi appeso al bar dell’Hotel Reforma. Quando il futuro marito di C. Z., il giocatore di polo Winston Frederick Churchill Guest, venne a conoscenza del ritratto, esclamò: “Oh no, sei stata una cattiva ragazza, tesoro”.

Il matrimonio tra i due venne celebrato l’8 marzo 1947. Winston Frederick Churchill Guest era figlio di Frederick Guest, a sua volta figlio di Ivor Bertie Guest, primo Barone Wimborne, e di Lady Cornelia Henrietta Maria Spencer-Churchill (figlia di John Spencer-Churchill, settimo duca di Marlborough), e per discendenza materna era cugino primo di Sir Winston Churchill. Le nozze ebbero luogo nella casa del celebre scrittore Ernest Hemingway, all’Avana, Cuba. La coppia ebbe due figli, Alexander e Cornelia Guest.

C.Z. Guest in Mainbocher, foto di  Irving Penn

C.Z. Guest in un tailleur Mainbocher, foto di Irving Penn



C.Z. Guest ritratta da Cecil Beaton per Vogue, aprile 1953



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C. Z. Guest, all’anagrafe Lucy Douglas Cochrane, nacque a Boston il 19 febbraio del 1920



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C.Z.Guest in un abito Mainbocher, 1950



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C. Z. Guest fu antesignana dello stile preppy



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La socialite fu anche provetta cavallerizza, esperta di giardinaggio, attrice e fashion designer



La classe innata di C. Z Guest ottenne numerosi riconoscimenti: giovanissima aveva già posato per Harper’s Bazaar per l’obiettivo di Louise Dahl-Wolfe; successivamente posò per Irving Penn e Cecil Beaton, prima di ottenere la copertina di Town & Country, nel novembre 1957. Ritratta anche da Salvador Dalí, Kenneth Paul Block e Andy Warhol, la sua vita lussuosa, tra party a bordo piscina e residenze principesche, la rese musa indiscussa del fotografo Slim Aarons. Inoltre nel luglio del 1962 ottenne la cover di TIME magazine e fu protagonista di un articolo che ritraeva l’alta società americana. Nel 1959 fu inserita nella Hall of Fame dell’International Best Dressed List creata da Eleanor Lambert nel 1940.

La socialite amava vestire in modo essenziale e semplice: antesignana dello stile preppy, che incarnò brillantemente, tra polo, bermuda, tutine e prendisole, C. Z. Guest fu l’emblema di quell’eleganza tipicamente americana a cui oggi guardano designer come Ralph Lauren e Tommy Hilfiger. Adorata per i suoi look iconici, promosse strenuamente i designer americani, come il couturier Mainbocher, ma anche Oscar de la Renta, che fu suo intimo amico e che dichiarò più volte di essere stato ispirato da lei.

C.Z. Guest su Harper’s Bazaar, gennaio 1950. Abito Mainbocher, foto diLouise Dahl-Wolfe

C.Z. Guest su Harper’s Bazaar, gennaio 1950. Abito Mainbocher, foto diLouise Dahl-Wolfe



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La socialite a Villa Artemis, ritratta da Slim Aarons



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Un velo di abbronzatura, un fiocco tra i capelli e pochissimo make up: queste erano le regole di stile di C. Z. Guest



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Rosa pastello e linee pulite: lo stile preppy deve moltissimo a C. Z. Guest



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C.Z. Guest con Joanne Connelly a Palm Beach, 1955, foto di Slim Aarons



Una bellezza classica e naturale ed una predilezione per outfit sporty-chic, C. Z. Guest boicottava il make up, puntando ad un’eleganza casual. Potremmo definirlo effortlessy chic: poche ma preziose regole erano i pilastri su cui si basava la sua eleganza, come indossare una semplice t-shirt di colore bianco, illuminata da labbra colorate di rosa e da un filo di abbronzatura, o legare i biondissimi capelli con un fiocco di seta, o, ancora, indossare l’immancabile filo di perle bon ton, unico vezzo che si concedeva, nella sua proverbiale avversione per i gioielli. Il suo stile oh so preppy le aprì con facilità le porte dei più esclusivi circoli fashion, e il suo matrimonio la rese protagonista indiscussa del jet set internazionale. C. Z. Guest teneva molto al suo ruolo di socialite e si divertiva a posare per le cover e a rilasciare interviste. Lo stile per lei era qualcosa di innato, parte integrante della sua stessa essenza. D’altronde nella sua sfera di amicizie figuravano icone del calibro di Babe Paley, la duchessa di Windsor, Diana Vreeland, Barbara Hutton, Gloria Guinness, Joan Rivers e Diane von Fürstenberg. Inoltre fu uno dei cigni della corte di Truman Capote. Sopravvissuta al cancro, definì lo stile “questione di sopravvivenza, l’avere affrontato tante avversità senza darlo a vedere”.

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Il bianco era il colore prediletto dall’icona di stile



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C. Z. Guest a Villa Artemis, costruita sulla falsariga dei templi greci



C.Z. Guest standing in front of the pool at Villa Artemis, Palm Beach, 1955. (Photo by Michael Mundy, courtesy of Rizzoli).jpg

C.Z. Guest davanti la piscina di Villa Artemis, Palm Beach, 1955. Foto di Michael Mundy



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Foto di Slim Aarons, circa 1955



Premium Rates Apply. circa 1955:  Mrs F C Winston Guest (1920 - 2003) (aka Cee Zee Guest) with her dogs in front of the Grecian temple pool on her ocean-front estate, Villa Artemis, Palm Beach, Florida.  (Photo by Slim Aarons/Getty Images)

Villa Artemis, Palm Beach, Florida. Foto di Slim Aarons, 1955



Con la duchessa di Windsor

Con la duchessa di Windsor



In un libro a lei dedicato, dal titolo “C.Z. Guest, American Style Icon”, edito da Rizzoli, Susanna Salk traccia un ritratto intimo della trendsetter americana. C.Z. Guest amava stare all’aria aperta e il suo look acqua e sapone testimonia in primis le sue passioni, come andare a cavallo, giocare a tennis e occuparsi dei suoi amati giardini. La socialite divenne grande esperta di giardinaggio, scrisse rubriche su numerose riviste e fu autrice di ben tre testi sull’argomento, creando anche dei guanti che andarono a ruba, rendendola anche genio ante litteram delle strategie di marketing. Nonostante la vita lussuosa non era una snob, ma riteneva le buone maniere e la gentilezza vincenti in ogni campo. Come scrive William Norwich nell’introduzione al volume di Susanna Salk, C. Z. Guest fu “campionessa di meritocrazia”. Una vera e propria avversione nei confronti dei privilegi, la socialite riteneva doveroso cercare di elevarsi e primeggiare in qualcosa, fosse lo sport o altro, indipendentemente dall’appartenenza all’élite. A differenza della maggior parte delle donne del suo rango, C. Z. Guest non temeva di avventurarsi fuori dai ristretti confini tracciati dalla scala sociale: ce la descrivono sempre pronta ad abbracciare il nuovo, l’ignoto, il suo indomito spirito ribelle le faceva amare l’avventura e l’esotico, facendole preferire gli stivali da cavallerizza al filo di perle. La sua ricchezza non pesava su chi le stava accanto: il suo sorriso faceva sentire chiunque a proprio agio. Perché, si sa, la vera eleganza non ha bisogno di ostentare alcunché.

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C. Z. Guest col marito Winston Frederick Churchill Guest in una foto di Slim Aarons



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C. Z. Guest nella sua residenza di Templeton: la socialite fu provetta cavallerizza



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Uno scorcio della residenza di C. Z. Guest a Templeton



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Ancora interiors della tenuta di Templeton



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Il celebre ritratto di C. Z. Guest eseguito da Salvador Dalí



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C.Z. Guest con la figlia Cornelia nel 1986. Foto di Helmut Newton



Uno scatto del 1959

Uno scatto del 1959



La sua grande passione per il giardinaggio iniziò un po’ per caso: dopo una rovinosa caduta da cavallo, nel 1976, le venne chiesto dal New York Post di scrivere una rubrica sul tema. Nacque così il materiale che raccolse nel suo primo libro, First Garden, che fu illustrato dal suo amico Cecil Beaton.

D’inverno C. Z. Guest viveva nella sua residenza a Palm Beach, la celebre Villa Artemis, mentre nei mesi caldi si divideva tra il suo appartamento di Manhattan e Templeton, la sua proprietà nel Connecticut. Come ella stessa dichiarò nel corso di un’intervista rilasciata a Vogue, fu proprio a Templeton che la socialite trovò la propria dimensione più autentica, dedicandosi alla caccia e prendendosi cura dei suoi giardini e dei suoi cani. Tantissimi -si stima 10 o 15- i suoi fidati amici a quattro zampe furono immortalati anche nei quadri delle sue residenze e talvolta comparivano nelle foto in braccio alla bionda padrona. L’interior design di Templeton venne curato da Stephane Boudin e Maisin Janson con mobilio e arredi di grande valore artistico -come il celebre ritratto realizzato da Salvador Dalí– che la resero più simile ad un museo. Villa Artemis, la residenza di Long Island, comprendeva invece 28 camere: la piscina in marmo bianco, set iconico delle indimenticabili foto di Slim Aarons, e l’architettura che ricalcava fedelmente i templi greci resero la villa con vista sull’oceano emblema della bella vita.

C. Z. Guest fu anche fashion designer: la sua prima linea comprendeva prevalentemente maglioni di cashmere dalle linee essenziali. La collezione fu presentata nel 1985, durante una sfilata del celebre Adolfo Domínguez. L’anno seguente, nel 1986, la socialite mise a punto una collezione di sportswear in limited edition. Nel 1990 brevettò un repellente contro gli insetti e altro materiale per il giardinaggio, ottenendo anche lì grande successo.

C.Z.Guest in una foto di Peter Stackpole, ottobre 1947

C.Z.Guest in una foto di Peter Stackpole, ottobre 1947



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C. Z. Guest fu socialite di cui si ricorda la gentilezza d’animo, come testimoniato dai suoi amici storici, come Diane von Furstenberg



C.Z. Guest e Peter Lawford, 1961

C.Z. Guest e Peter Lawford, 1961



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C.Z.Guest sulla copertina di Town & Country, Novembre 1957



L’icona di stile morì l’8 novembre del 2003 a New York, all’età di 83 anni, a causa di difficoltà respiratorie. Truman Capote, l’amico di una vita, tracciò un ritratto di C. Z. Guest che ce la restituisce nella sua struggente spontaneità: “I suoi capelli, divisi al centro e più chiari del Dom Pérignon, erano più scuri di una gradazione rispetto all’abito che indossava, un Mainbocher bianco in crêpe de Chine. Nessun gioiello, pochissimo trucco; solo la perfezione del bianco su bianco… Chi l’avrebbe mai detto che dentro questa signora che sapeva di fresca vaniglia si celava un autentico maschiaccio?”

Diane von Fürstenberg ne ricordò la semplicità, la gentilezza e la generosità. “Nulla in lei appariva falso o costruito”– disse la stilista. “Era una donna autentica, di una naturale bellezza e dalla classe innata”. La classe di una vera bellezza americana.

(Foto cover Slim Aarons)


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CRONACHE VINTAGE – IL TURBANTE: L’ORIGINE, GLI USI, LE DIVE

È giunto il momento per me di dedicare un po’ di questo spazio a un accessorio che definirlo vintage è quanto mai riduttivo: sto parlando del turbante. Da patita di storia del costume, ho sempre sfogliato le pagine di libri che mi raccontavano della vita di donne carismatiche, originali, eccentriche, le quali indossavano questi copricapi con una disinvoltura che invidiavo. Il suddetto oggetto misterioso accresceva il loro fascino, le rendeva “diverse”… dovevo averlo!


Il turbante è stato avvolto tante e tante volte, ha ricoperto tanti e tanti uomini e donne, che la sua storia sembra quasi infinita, tanto quanto tutta quella stoffa che lo ha reso popolare.

Giunse in Europa, tra il XV° e il XVI° secolo, per mezzo dei Turchi che lo chiamavano tulbent (termine che a sua volta deriva dal persiano dulband). Ma in oriente solo gli uomini lo indossavano (peraltro, io ho il feticcio degli uomini col turbante!). Una volta approdato nel nostro continente, le donne lo hanno voluto e se lo sono preso (e il vizio di rubare dal guardaroba di lui divenne una consuetudine!).


All’inizio del Novecento, quel gran genio di Paul Poiret non solo liberò le donne dal busto per restituirle ad un abbigliamento più comodo (grazie a dio!), ma riformò la moda investendola di quel gusto esotico che lo rese celebre: kaffettani e kimono, tuniche e calzoni alla turca e turbanti. Poiret ne adornò il capo delle sue modelle e delle sue fedelissime clienti, impreziosendolo con piume, perle e pizzi. D’altro canto, le influenze estetiche dei paesi lontani non erano casuali, dal momento che nel 1909 si esibirono per la prima volta a Parigi i Balletts Russes: gli allestimenti e i costumi di Sherazade o di Le Dieu Blue ispirarono non solo Poiret, ma l’arte, la moda, la vita dei parigini e degli europei. E io vorrei tanto una magica macchina del tempo per farmi catapultare direttamente a casa dell’artista parigina di cabaret Gaby Deslys, per prendere un te con lei mezze ignude e con in testa un bel turbantone!


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Peggy Guggenheim in Paul Poiret, Man Ray



Gaby Deslys



 Il turbante divenne poi parte del look dei gloriosi anni ’20, insieme ai capelli alla maschietta, al trucco vivace e agli abitini charleston: ecco a voi la flapper-girl, la cui silhouette slanciata doveva essere giustamente proporzionata da copricapi non voluminosi.


Kiki de Montparnasse in “Violon d’ Ingres”, Man Ray, 1924



Fu poi la volta degli anni ’40, e di una su tutte: Elsa Schiaparelli. La stilista che stravolse nei termini dell’irriverenza la moda internazionale, non poteva non indossare o fare indossare i turbanti in abbinamento alle sue note mise stravaganti.


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Elsa Schiaparelli



Più in generale, durante questo periodo l’austerità della guerra invogliò le donne a coprirsi la testa con cappelli e turbanti eleganti ed estrosi: un modo con cui ovviare alla semplicità delle vesti o al fatto di non avere i mezzi economici per curare i capelli, che così venivano sapientemente nascosti (lo faccio anche io, quando ho un tornado per la testa). La scrittrice femminista Simone de Beauvoir ne fu una fervida indossatrice e finì con l’esserne fedele fino alla fine dei suoi giorni.


Simone de Beauvoir


E ancora, i turbanti delle eleganti donne della buona borghesia degli anni ’50, copricapi che arricchivano ulteriormente mise estremamente femminili, dalle gonne a ruota ai vitini da vespa ai guanti, al trucco evidente e il turbante non faceva altro che esaltare i visi decoratissimi delle LADYLIKE di quegli anni.


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Turbanti, 1959



Siamo giunti, a questo punto, ad una fase storica per questo oggetto che un’immagine su tutte può sintetizzare al meglio:


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Nel ritratto qui in alto, la modella, Marina Schiano, indossa un abito della collezione “anni ’40” di Yves Saint Laurent. La schiena si intravede grazie ad una profondissima scollatura coperta da pizzo nero. Sul capo, un turbante di velluto molto voluminoso nel quale sono raccolti i capelli. Il collo è nudo. Il risultato è sofisticato e sensualissimo. Impariamo, ragazze, impariamo!


La donna, fra i ’60 e i ’70 fu colei che nutrì un gran desiderio di ribellarsi alle autorità, della famiglia, della chiesa, dello stato, battendosi per un mondo migliore, aderendo così ai vari movimenti di contestazione indossando un abbigliamento “trasandato”, ma fu anche colei che che apprezzò l’avvento del prêt-àporter, di quei meravigliosi vestiti del supremo Yves, che proprio nel 1976/77 propose la celebre collezione russa: “voluttuosi vestiti ricamati, galloni dorati, passamanerie, boleri decorati…” e turbanti (“La moda, Il secolo degli stilisti, di Charlotte Seeling per Konemann). Le influenze esotiche, i rimandi a Paul Poiret sono evidenti, la sua grandezza risiedeva nel contagiare le donne al punto da renderle delle eclettiche  hippy di lusso. YSL sempre sia lodato!


Collezione russa, Yves Saint Laurent

Collezione russa, Yves Saint Laurent



Infine, negli anni ’80, la donna indossò il fascinoso copricapo accostandolo al noto power dress dell’epoca. “Dressed for success”, sembravano esclamassero queste nuove abitanti della giungla urbana, agguerritissime nel tentativo di imporsi in un mondo, quello professionale, fatto di uomini, indossando giacche dalle spalle importanti e pantaloni, ingraziandoli con accessori femminei.


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In conclusione, il turbante risulta un accessorio da sempre utilizzato e mi piace credere che un po’ sia per un desiderio comune alle donne di evadere, di immaginarsi in posti lontani, dalla Russia all’India all’Africa: la mia testa viaggia e con un turbante in testa lo fa molto di più!

Le 3 App Beauty più divertenti

APP BEAUTY

 

La tecnologia semplifica la vita e permette di arrivare a tutto. Anche di arrivare virtualmente in profumeria, dal parrucchiere, dalla truccatrice, dal dermatologo. Per chi ancora non ne fosse a conoscenza, ecco qui 3 super App che dal mondo Beauty ci regalano consigli, servizi e anteprime. In modo totalmente gratuito.

 

-BEAUTYLISH

 

Semplice e intuitiva, comprende diverse sezioni tra cui consigli beauty, shopping area, tutorial di diverso genere, editoriali, chat di confronto con altri utenti e soprattutto spazi review in cui leggere recensioni sui nuovi prodotti in modo tale da arrivare all’acquisto con consapevolezza.

 

 

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Una Spa a portata di mano. Questa applicazione consente di auto praticarsi massaggi facciali che aiutano a mantenere giovane ed elastica la pelle del viso. Grazie ad una nostra foto-traccia che funge da specchio, è facile seguire le istruzioni della voce guida e capire quali siano i punti su cui eseguire le pressioni. Una musica rilassante crea la giusta atmosfera, e i consigli pre e post massaggio rendono il tutto molto professionale. Le pratiche sono suddivise in massaggi da giorno e da sera, non resta che scaricarla e godere di questo trattamento quotidiano!

 

 

-HAIR COLOR MODIFACE

 

Divertentissima App che salva i capelli dal pericolo di tinte pazze e poco ragionate: caricando una propria foto è possibile delineare il perimetro della chioma e sbizzarrirsi provando varie tonalità e colori.

 

 

Così sarà possibile sapere se il bronde fa per voi, se il rosso vi dona, se il castano vi scalda o vi rende pallide e così via. Può essere carino utilizzarla anche come App di modifica per cambiare look solo in foto. E’ possibile infatti salvare il collage finale con l’accostamento del “Prima” e del “Dopo”.


The Art of the Brick: la mostra realizzata con i mattoncini LEGO

Chi di noi non ha giocato almeno una volta da bambino con i mattoncini LEGO? Quante ore passate a montare e smontare improbabili edifici, ponti, case, spesso poco resistenti. I LEGO sono stati un gioco dell’infanzia imprescindibile, e che ancora oggi spopolano tra i bambini. Grazie all’idea geniale dell’artista americano Nathan Sawaya e alla sua passione e abilità con i mattoncini, è riuscito a trasformare un gioco così semplice in vera e propria arte. La mostra “The art of the brick” visitabile a Roma presso lo Spazio Eventi SET fino al 14 febbraio 2016, è una vera e propria carrellata di 80 fantastiche e colorate opere fatte esclusivamente con i LEGO.


La mostra, adatta a grandi e piccini, è un excursus fra le più importanti opere di Sawaya che con pazienza e grande fantasia è riuscito a stupire e a catturare l’attenzione di tutti i visitatori, forse lasciando soprattutto gli adulti a bocca aperta. In ogni sala, divise per tematiche, è impossibile non rimanere a bocca aperta e allo stesso tempo sorridere della bellezza e del genio che c’è dietro ogni opera. Non basta la sola sapienza nel saper mettere insieme nel modo corretto i LEGO, ma ci vuole anche una grande visione di insieme per creare le opere d’arte che Sawaya pensa e realizza.



Il bacio di Klimt realizzato con i LEGO

Il bacio di Klimt realizzato con i LEGO




Nel percorso espositivo che comincia dalla rappresentazione sempre con i mattoncini dello studio dell’artista, si passa ai famosi quadri e sculture come “L’Urlo” di Munch, “Notte stellata” di Van Gogh, e ancora “Il Bacio” di Klimt e “Il Pensatore” di Rodin, per arrivare alla sezione ritratti dove troviamo splendide riproduzioni di famosi personaggi come ad esempio Andy Warhol.


Ma non basta; Sawaya ci regala anche una ampia sezione dedicata agli stati d’animo dell’uomo e all’amore, sculture molto intime, ma allo stesso tempo allegre e che invitano a riflettere. Un grande dinosauro composto da 80mila mattoncini poi, sarà sicuramente l’attrazione principale per i bambini, i quali alla fine del percorso insieme ai grandi, potranno scatenare la loro fantasia nell’area gioco predisposta e invasa con tantissimi mattoncini LEGO.


Se volete vivere l’esperienza di visitare una mostra che vi sorprenderà e vi farà sorridere opera dopo opera, quella di Sawaya è sicuramente il posto giusto per fare un salto indietro nel tempo, e per far scoprire ai più piccoli la bellezza di un gioco che sembra non passare mai di moda, e che, anzi, è diventata addirittura arte grazie alla fantasia.






SPAZIO EVENTI SET
Via Tirso 14, Roma
Dal 28/10/2015 al 14/2/2016
Lun-giov dalle ore 10 alle 20
Ven-sab dalle ore 10 alle 23
Dom dalle ore 10 alle 21

Lo stile di Anna Dello Russo

Eccentrica, sopra le righe, a dir poco stravagante: definita da Helmut Newton una “maniaca della moda”, Anna Dello Russo è una star indiscussa del fashion biz. Una carriera inseguita ad ogni costo dalla fashion editor di origine pugliese.

Classe 1962, Anna Dello Russo nasce a Bari in una famiglia borghese, assai lontana dalla moda. Il padre è psichiatra e la madre casalinga. Ma la giovane ha una personalità granitica e un’unica ossessione: la moda. Inizia così la parabola di quella che è considerata oggi una delle personalità più influenti a livello mondiale, in fatto di stile, nonché una delle firme più autorevoli di Vogue, la Bibbia della moda per antonomasia.

La storia di Anna Dello Russo rappresenta il coronamento di un sogno, perseguito con tenacia e un talento innato: dal Sud Italia la signora della moda ha costruito un impero lavorando sodo, in barba ai detrattori che pure non mancano. Amata ed odiata in egual misura, il suo è un curriculum di tutto rispetto, che l’ha resa una delle stylist più famose al mondo oltre che un’icona di stile internazionale.

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Anna Dello Russo è nata a Bari il 16 aprile 1962

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La celebre fashion editor è stata definita da Helmut Newton una “maniaca della moda”

Anna Dello Russo alla Paris Fashion Week, Autunno/Inverno 2014-15 in Valentino

Anna Dello Russo in Valentino alla Paris Fashion Week, Autunno/Inverno 2014-15



Dopo aver conseguito una laurea in Arte e letteratura presso la Domus Academy di Milano, Anna Dello Russo inizia la sua brillante carriera in Condé Nast, dove trascorrerà oltre diciotto anni. Dapprima viene assunta da Vogue Italia, per cui lavora come fashion editor per oltre venti anni. Dal 2000 al 2006 è direttrice de L’Uomo Vogue. Dal 2006 ad oggi lavora come fashion editor di Vogue Japan.

Una carriera variegata, che la porta a vestire gli insoliti panni di speaker radiofonica per Radio Deejay nel 2011, e nel 2012 a creare una limited edition per il colosso svedese low cost H&M, per cui posa anche come modella delle sue stesse creazioni in stile barocco. Creatrice anche di Beyond, la sua fragranza venne confezionata in un packaging a forma di tacco a spillo, in linea con la personalità effervescente della fashion editor.

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La fashion editor a Parigi nel 2009

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Dal 2000 al 2006 Anna Dello Russo è stata direttrice de L’Uomo Vogue

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Anna Dello Russo ha uno stile eccentrico ed è attratta dagli eccessi

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Anna Dello Russo in Moschino



Avida collezionista di moda e gioielli, fashionista nell’anima, Anna Dello Russo vive a Milano con il suo cane, di nome Cucciolina, in una casa museo-mausoleo, nei pressi di Corso Como. Come lei stessa ha dichiarato in un’intervista al Corriere della Sera, di case ne ha in realtà due: una è quella in cui abita mentre l’altra è interamente adibita a contenere il suo incredibile guardaroba. Uno zerbino firmato Chanel dà il benvenuto alla sua dimora che comprende oltre 4.000 paia di scarpe e collezioni di vestiti e gioielli che la stylist custodisce gelosamente, dopo averli indossati solo una volta. Irriverente e autoironica, dopo il divorzio ha riciclato lo strascico del suo abito da sposa firmato Dolce & Gabbana, usando i 18 metri in pregiato chiffon di seta per fare le tende di casa.

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La stylist ha firmato anche una collezione per H&M nel 2012

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Anna Dello Russo posa con il suo cane, di nome Cucciolina

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Anna Dello Russo ha iniziato la sua carriera nella redazione di Vogue Italia

Photo credit: Getty Images

Photo credit: Getty Images

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Cocoon coat rosa baby e turbante esagerato: Anna Dello Russo adora trasgredire con i suoi look



Autentica trendsetter, pasionaria della moda, il suo sito web è opulenza allo stato puro e consacrazione iconoplastica dello stile a trecentosessanta gradi. Ironia, freschezza e quel pizzico di leggerezza che rese grande anche un nome storico della moda, del calibro di Diana Vreeland.

Definita “l’eroina di stile del XXI secolo”, icona gay venerata per le sue mise eccentriche, Anna Dello Russo adora la provocazione e il kitsch. Assolutamente contraria ad ogni forma di conformismo, le giacche blu dei politici italiani la annoiano, mentre trova affascinanti -per sua stessa ammissione- gli eccessi, la magia degli opposti e quel pizzico di cattivo gusto che, sapientemente dosato a capi haute couture, crea uno stile inimitabile. Con lei riscopriamo l’aspetto ludico della moda, che è in fondo niente più che un gioco. Futurista e rivoluzionaria, considera Rihanna e Miley Cyrus un fenomeno che ci porterà in una dimensione nuova, sebbene ora non possiamo comprenderne a pieno la portata storica.

Gli opposti fanno da sempre parte della sua personalità: androgina eppure femminile, spontanea e insieme diva, genuinamente frivola. In tempi in cui l’arroganza sembra dettare legge, scoprire che Anna Dello Russo non ha neanche un ufficio e si circonda di assistenti rigorosamente di sesso femminile che sembrano adorarla anche per la sua simpatia, ci fa apparire la celebre icona molto più umana di quanto potessimo immaginare.

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Androgina e sofisticata, Anna Dello Russo è considerata una delle più famose icone fashion a livello mondiale

Anna Dello Russo alla sfilata Armani Privé

Anna Dello Russo alla sfilata Armani Privé

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Caroline Trentini per Vogue Japan, ottobre 2015. Foto di Giampaolo Sgura e styling di Anna Dello Russo

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Eccesso e ironia negli editoriali firmati Anna Dello Russo. Foto tratta da Vogue Japan, novembre 2015

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Servizio realizzato a Roma da Anna Dello Russo



Il suo stile è in continua evoluzione e Anna Dello Russo si dichiara felicemente infedele tanto nella vita quanto nella moda; perfettamente a suo agio in ogni outfit, dal mix & match al tailleur Saint Laurent fino al lungo Valentino e agli amatissimi Dolce & Gabbana. Dall’animalier allo sparkling, la parola d’ordine è osare: la stylist non disdegna gli accostamenti più arditi e decanta dal suo sito le sue massime in fatto di stile, dalla doccia fashion -ottimo antidoto ad una giornata uggiosa- alla scelta di capi da sera- paillettes comprese- da indossare in pieno giorno. Scioccare è il fil rouge del suo manifesto stilistico, per una moda vissuta come dichiarazione della libertà individuale. La fashion editor ammette che occorre una buona dose di spirito di sacrificio per ottenere l’outfit perfetto da indossare nel front row delle sfilate, mentre auspica l’avvento di una democrazia della moda, che non guardi le taglie.

Anna Dello Russo ha firmato con i suoi styling alcuni degli shoot più iconici degli ultimi anni: uno stile definito e altamente riconoscibile, che ostenta creatività e genio ribelle, temerarietà e spirito camaleontico, per una donna consapevole della propria forza.


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Gucci Pre-Fall 2016: ironia in chiave vintage

PLATINI: UN CAMPIONE NEL PALLONE

Platini non prenderà parte alla classica manifestazione per i sorteggi Euro 2016. Il TAS ha confermato la sua sospensione di 90 giorni.

Oggi, a Parigi, si terrà il consueto e tanto atteso sorteggio per gli Europei 2016. Al cospetto dell’urna, dalla quale saranno estratti i bussolotti che decideranno le sorti delle Nazionali europee nella fase a gironi, ci saranno personaggi illustri: grandi campioni del mondo del calcio, dirigenti e comitati sportivi.
Ma, Michel Platini, sempre presente, questa volta non ci sarà: il Tas ha confermato la sua sospensione provvisoria di 90 giorni.
Un’assenza pesante, dovuta ad una sospensione che scadrà il prossimo 5 gennaio 2016.
Michel Platini, genio indiscusso del pallone, grande campione dai freddi modi di fare, è oggi perseguitato dalla giustizia: il Comitato Etico della Fifa ha aperto un’inchiesta per una presunta tangente, di 2 milioni di euro, per un lavoro svolto diversi anni fa. Una consulenza, come la definisce il campione francese.
Michel rischia grosso: radiazione dalla Federazione Internazionale di calcio.

UN CALCIO MALATO
Il caso sta facendo letteralmente tremare i piani alti del mondo del calcio.
Proprio di quel calcio che fino a pochi mesi fa era visto come una realtà distante da tutti noi, un luogo fatato e difficilmente raggiungibile, un mondo dalle sembianze incantate, oggi, invece, visto come mondo corrotto e sporco.
La vicenda, o meglio, lo scandalo Fifa ha lasciato l’amaro in bocca a tutti appassionati di calcio, a tutti coloro che credono fermamente, con tutto loro stessi, nell’essenza dello sport.
Uno sport che, oggi come non mai, ruota attorno a scandali, truffe e doping. Uno sport difficilmente credibile, che rischia, di allontanare sempre più persone e rischia di danneggiare, in maniera irreversibile, i valori, quelli veri, puri.
E’ questo il messaggio da dare a tutti i giovani che, con amore, decidono di avvicinarsi allo sport? Sono questi i pilastri sui quali dovrà sempre manteneresi lo sport?
No, assolutamente no.
Quanto sta accadendo, seguendo le vicende che, giorno dopo giorno, con preoccupante costanza, invadono i tg sportivi, è semplicemente il risultato dei modi di fare di una società priva di buonsenso, di valori e, sopratutto, di umiltà. Si, perché è sull’umiltà e sul rispetto che si dovrebbe costruire un solido mondo sportivo.
Ma, tutto ciò sembra essere pura utopia.
Finché sarà il denaro a tenere uniti i mattoni dei diversi palazzi del potere, difficilmente si potrà assistere ad uno sport pulito.
Perseguire dei validi ideali, in una vita ricca di valori, è un qualcosa di difficile: più semplice è la strada che porta alla triste ricchezza materiale.

INNOCENTE O COLPEVOLE? PLATINI CONTINUA A DIVIDERE IL MONDO DEL PALLONE
Un uomo dalla doppia personalità: sensibile e, allo stesso tempo, arrogante e convinto di potersi permettere tutto.
Una sensibilità che è possibile ammirare con piacere nella costante partecipazione alle diverse e numerose commemorazioni della tragedia dell’Heysel del 1985. Platini era presente e con se porterà sempre quelle tristi immagini.
Una strafottenza che, invece, è possibile tristemente osservare in tantissimi suoi comportamenti, sia da giocatore, sia da uomo chiave del calcio mondiale.
Un uomo che ha sempre diviso il mondo sportivo: da una parte, amato e osannato per quel tocco di classe, che solo i grandi campioni sanno di avere; dall’altro lato, largamente criticato, per la sua arroganza: un uomo che difficilmente sa accontentarsi e che è sicuro del fatto che tutto gli è dovuto.
Ma, la domanda è solo una: possibile che un uomo,ieri giocatore dalle straordinarie capacità, che ha vinto tutto, o quasi, e oggi alto dirigente di quello che da sempre è stato il suo mondo, la sua vita, ha potuto abbassare la guardia e farsi dribblare dalla corruzione?
La famosa mazzetta, da due miliori di euro, che Platini ha ricevuto a nero da Joseph Blatter (presidente Fifa, oggi sotto inchiesta) è davvero riconducibile ad un illecito, o la buonafede ha ingannato l’ingenuo Platini?
Difficile rispondere.
Michel, candidato alla presidenza della Fifa, proprio per quella tangente, definita come prezzo di una normale consulenza, ha sentito scricchiolare la solida poltrona sulla quale era seduto.
Un sempliciotto che si è mosso in buona fede o una esperta volpe di un mondo sporco?
Platini, sempre sicuro di se, ha sempre pensato di vincere, in ogni situazione, anche circondato da fattori estremamente negativi.
Ma, questa volta, è trascinato da Blatter, ora suo nemico ufficiale, in uno scandalo senza eguali.
Solo la decisione finale dei giudici ci permetterà di capire chi è realmente Platini: genio estroverso del pallone, odiato e amato, oppure un semplice dirigente corrotto?
La risposta presto arriverà.

Liu Yiquian si aggiudica un Modigliani per 170 milioni di dollari

Faceva il tassista Liu Yiquian ma oggi è un grande mecenate dell’arte contemporanea che si è aggiudicato uno splendido Modigliani alla cifra record di 170 milioni di dollari.


Liu Yiquian si aggiudica un Modigliani per 170 milioni di dollari


Si tratta del quadro Nu couché, nudo straiato di Amedeo Modigliani, il costo dell’opera è secondo solo all’opera Donne di Algeri di Pablo Picasso acquistato un anno fa per 179 milioni di dollari.
L’ex tassista cinese è diventato miliardario giocando in borsa durante gli anni ’90 ed ha subito pensato di investire il suo sconfinato patrimonio in opere d’arte.


Liu Yiquian si aggiudica un Modigliani per 170 milioni di dollari

Gerusalemme s’illumina di papaveri giganti

Gerusalemme è magica e lo è ancora di più in questi giorni perché sono sorti dei meravigliosi papaveri giganti, si proprio così, papaveri giganti sbocciano sul marciapiede.
Alla faccia delle guerre, dell’ISIS e di tutti gli stupidi fondamentalismi religiosi, Gerusalemme, la città dell’incontro fra le religioni, la città più vivace e problematica del mondo, s’illumina con opere d’arte stupende.
Sono bellissimi ed eleganti e sotto la grande corolla rossa spuntano luci che si accendono grazie a sensori che s’illuminano con il passaggio dei pedoni.
Al crepuscolo, quando non c’è più passaggio di gente le grandi corolle si chiudono come se si trattasse di veri papaveri.
Si chiamano Warde, quattro fiori-lampioni alti 9 metri progettati dal prestigioso studio israeliano HQ Architects.
I meravigliosi papaveri, per aprire le loro corolle badate bene, non fanno distinzione di religione, etnia o colore della pelle, s’illuminano al passaggio di qualsiasi essere umano…

Gucci Pre-Fall 2016: ironia in chiave vintage

Dolcezza, delicatezza, ironia: sono queste le parole chiave per descrivere al meglio l’atmosfera che ha caratterizzato la presentazione della collezione Pre-Fall 2016 firmata Alessandro Michele per Gucci.

Il classicismo imperiale di una villa pompeiana diviene il set in cui si muove la donna Gucci, tra suggestioni surrealiste e tocchi pop. L’estetica di Alessandro Michele non si smentisce: dopo essere stato accolto con entusiasmo alla direzione creativa del brand italiano, il designer ci anticipa la collezione per il prossimo Autunno/Inverno 2016/2017, che sfilerà a febbraio nell’ambito della Milano Fashion Week. Protagoniste della collezione sono creature piumate, ma anche flora e fauna tropicali: farfalle e serpenti prendono vita su stampe patchwork conferendo un tocco irriverente ad una collezione dal fil rouge bon ton.

Suggestioni Seventies caratterizzano le stampe optical e i maxi dress, tra balze e chiffon, mentre un tocco di eleganza evergreen è dato dai tailleurini da ragazza perbene e dalle gonne plissé laminate. Una fusione di stili diversi, quasi a bilanciare le ispirazioni multiformi che stanno alla base della collezione, per materiali futuristi e stampe iconiche. È romantica e un po’ intellettualoide la donna Gucci, tra ricami, ruches e camicie col fiocco, mentre i grandi occhiali conferiscono un appeal intrigante e un tocco di introspezione a questa donna che gioca con i passerotti e con la propria femminilità.

Infantile, naïf, ma anche sofisticata e aristocratica, tra patchwork di pattern e colori, riscopriamo anche una rivisitazione del logo della maison Gucci, l’inconfondibile doppia G ma anche il nastro tricolore, riproposto quasi timidamente tra la fauna in chiave surrealista che non lesina in tigri, gattini e fiori.

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Alessandro Michele ci propone un’inedita collaborazione con l’artista Ari Marcopoulos, che ha scattato il lookbook che immortala la collezione, in una location dal grande impatto scenografico, quale è la villa pompeiana che fa da sfondo ad ogni outfit. Si respira un’atmosfera idilliaca, in cui il classicismo di italica memoria si mixa mirabilmente a suggestioni tratte dalle nature morte della pittura fiamminga: piccoli dettagli che impreziosiscono ogni scatto sposandosi perfettamente con l’outfit fotografato. Passato e presente si sfidano in un continuum che combina elementi liberty a tocchi eclettici tipici di un’estetica fortemente contemporanea: ecco quindi i bomber su maxi dress metallizzati, e ancora gli stivali in vernice sotto cappe che profumano di antico, i turbanti paillettati e le pellicce con luna e stelle; i guanti rock conferiscono aggressività ai pizzi e merletti di fanciullesca memoria, mentre il denim è corredato da inedite stampe cartoon.

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La collezione si muove tra pellicce in colori fluo, in un mix & match che vede capi profilati con decorazioni di fiori stilizzati e un tartan rivisitato che conferisce un tocco vintage. Si continua tra fiocchi, glitter e paillettes all over mentre il basco alla marinière ci riporta alla contestazione degli anni di piombo. Allure romantico, quasi fiabesco, per i lunghi abiti da sera in tulle, ricamati con stampe patchwork. Jacquard e astrakan predominano, mentre il denim e le proporzioni dei jeans scampanati ci riportano agli anni Settanta. La pelle lavorata diviene luxury grazie agli accenni metallizzati che ritroviamo sulle gonne in seta plissettata. Eccentricità e glamour sono le parole chiave di una collezione altamente evocativa che rivela la grande ricercatezza e la cura per il dettaglio che caratterizzano il talento di un astro nascente della moda italiana.


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Daesh è arrivato a Gaza?

La mattina del 24 novembre un razzo è partito da Gaza verso Israele, Israele ha risposto. Chi ha lanciato il missile? Nessuno ha rivendicato l’attacco ma le fish di tutti sono sulla Sheikh Omar Hadid Brigade (SOHB), l’organizzazione di Gaza affiliata a Daesh.
Netanyahu ha cercato di far credere che Hamas e Daesh siano collegate ma non è così.


Ahmed Yousef, una delle figure più di spicco di Hamas, ha recentemente dichiarato al Daily Beast che la distruzione di monumenti storici in Iraq e Siria da parte di Daesh è stata barbarica e che Hamas ha smesso di bombardare indiscriminatamente civili nel 2004, data dell’ultimo attacco suicida di Hamas.
Yousef ha però ammesso che ultimamente il movimento salafita, il movimento ultra tradizionalista che è stato alla base di al Qaeda e Daesh, sta riprendendo piede a Gaza.


Il loro centro è la moschea Ibn Taymiyyah, così chiamata in onore dello studioso islamico da cui il movimento ha preso il via. La moschea si trova a Rafah, la città della Striscia vicina al confine con l’Egitto che è nota per essere la più tradizionalista dell’area. L’imam di quella moschea era Abdel-Latif Moussa, noto per i suoi legami con al Qaeda. Moussa nel 2009 proclamò un emirato a Rafah, sfidando Hamas, il giorno successivo arrivò Hamas e lui morì nello scontro. Da allora Hamas ha delle relazioni non proprio idilliache con i salafiti.


Negli anni successivi è anche capitato che dei seguaci di Moussa abbiano ingaggiato dei piccoli scontri a fuoco con Hamas. I salafiti sono arrivati a uccidere l’italiano Vittorio Arrigoni, il cooperante amato e famoso a Gaza. Arrigoni è stato ucciso nel tentativo di convincere Hamas a rilasciare dei leader salafiti.
I rapporti, appunto, non sono ottimi e gli ultimi missili non hanno fatto che peggiorare la situazione. Israele ha dichiarato che riterrà Hamas responsabile per ogni missile che partirà da Gaza, quindi il SOHB lancia i missili e Hamas paga le conseguenze.


Hamas sta cercando in tutti i modi di evitare il confronto con Israele dopo la guerra del 2014 che costò la vita a 2000 abitanti di Gaza su una popolazione di 1.8 milioni.

Sulle connessioni tra SOHB e Daesh ci sono pochi dubbi dopo che la rivendicazione per il missile lanciato a giugno è stata pubblicata accompagnata dalla bandiera di Daesh.
Il gruppo ha, inoltre, messo recentemente le mani su armamenti avanzati come i missili Grad. Questi missili sono stati dati dall’occidente alle milizie anti Gheddafi in Libia da lì sono passati attraverso i porosi confini libico-egiziani e attraverso tunnel dall’Egitto alla Striscia di Gaza.


Il 10 ottobre il SOHB ha lanciato un missile Grad su Israele, Israele ha reagito bombardando un campo di addestramento di Hamas e ha ucciso uno donna incinta al quinto mese e sua figlia di 3 anni. Come dicevamo prima, il SOHB attacca e Hamas ne paga il prezzo ma come al solito gli abitanti di Gaza ne pagano uno più alto.
Daesh intanto cresce.

Anne Hathaway in dolce attesa

Anne Hathaway sarà presto mamma. L’attrice premio Oscar aspetta il primo figlio dal marito Adam Shulman. Le prime foto appena diffuse rivelano una gravidanza felice e immortalano la futura mamma in una mise sportiva, molto diversa dai look sofisticati che siamo abituati a vederle sfoggiare sui red carpet. Una gravidanza tenuta nascosta fino ad oggi, sebbene l’attrice avesse già manifestato chiaramente la sua intenzione di diventare presto mamma.

La diva, diventata famosa grazie al film cult “Il Diavolo veste Prada”, è sempre impeccabile, sia che venga paparazzata a spasso per New York sia che si tratti di gala ufficiali. Classe 1982, Anne Hathaway incarna da sempre una bellezza discreta e raffinata. Immortalata come una novella Audrey Hepburn su diverse copertine di magazine patinati, sorriso rassicurante e occhi da cerbiatta, Anne Hathaway è considerata un’icona di bellezza.

Ma la diva è recentemente balzata agli onori delle cronache per un primato assai poco carino che si contenderebbe con un’altra star del calibro di Gwyneth Paltrow, ovvero quello della donna più antipatica di Hollywood. Considerata troppo perfettina e fredda, l’attrice starebbe infatti antipatica a numerosi fan, che in rete si scatenano a criticarla in tutto, a partire dai look sfoggiati, anche i più eleganti. Dal canto suo Anne Hathaway posta sui social network foto che la immortalano in pose buffe, sperando forse di fornire un’immagine di sé meno rigida.

Anne Hathaway a fianco del marito Adam Shuman. (Foto Kikapress)

Anne Hathaway a fianco del marito Adam Shulman. (Foto Kikapress)

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Un look ispirato ad Audrey Hepburn in “Colazione da Tiffany”

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Anne Hathaway è nata nel 1982

Anne Hathaway per Glamour UK ottobre 2015

Anne Hathaway per Glamour UK ottobre 2015



Impossibile dimenticare Andy Sachs, la timida assistente di Meryl Streep alias Miranda Priestley ne “Il Diavolo veste Prada”: una pellicola che ci ha fatto sognare, mostrando le peripezie della tipica ragazza della porta accanto piombata all’improvviso negli ambienti fashion. Di quel film, che ad Anne Hathaway ha dato la fama internazionale, ricorderemo per sempre la magistrale interpretazione di Meryl Streep come anche le mise create per l’occasione da un genio della moda del calibro di Patricia Field.

Anne Hathaway e Chris Pine per Teen Vogue 2004

Anne Hathaway e Chris Pine per Teen Vogue 2004

Anne Hathaway in Alexander McQueen e velo New York Vintage su Interview Magazine

Anne Hathaway in Alexander McQueen e velo New York Vintage su Interview Magazine

L'attrice a spasso per New York

L’attrice a spasso per New York

L'attrice agli Oscar del 2013

L’attrice agli Oscar del 2013



Vincitrice del Premio Oscar come migliore attrice non protagonista per la sua interpretazione di Fantine ne Les misérables di di Tom Hooper, basato sul celebre romanzo di Victor Hugo, l’attrice è convolata a nozze nel 2012 con l’attore Adam Shulman, da cui ora attende il primo figlio. Anne Hathaway è cresciuta in una famiglia cattolica e durante l’adolescenza ha anche accarezzato l’idea di prendere i voti. Dopo una relazione con l’imprenditore italiano Raffaello Follieri, conclusasi a causa del coinvolgimento di lui in vicende giudiziarie, la bella Anne ha trovato l’amore nel collega Shulman.

Mise romantiche per l'attrice americana

Mise romantiche per l’attrice americana

Anne Hathaway al MET Gala 2015

Anne Hathaway al MET Gala 2015

Anne Hathaway ne "Il Diavolo veste Prada"

Anne Hathaway in Chanel ne “Il Diavolo veste Prada”



Bellezza algida e labbra carnose, Anne Hathaway appare sempre perfetta sul red carpet: il suo stile predilige abiti da gran soirée dal grande impatto scenografico. Brand prediletti Valentino e Giorgio Armani. Non vediamo l’ora di vedere i look prémamam dell’attrice.


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Prima alla Scala: lo stile, questo sconosciuto

Youth Culture. Esce il lookbook di Tyler the Creator

Tyler the creator è un giovane rapper, produttore discografico e stilista di Los Angeles.
In questi giorni l’artista ha lanciato sul suo sito il lookbook della collezione autunno inverno della sua linea di abbigliamento GOLF.
Gli abiti presentati hanno una forte coolness e il filtro fotografico utilizzato per ritrarli ben coglie l’essenza vintage e streetwear anni Ottanta del prodotto.

GOLF Fall Winter 15

GOLF Fall Winter 15



 

Tyler the crator è il leader del collettivo di musica hip hop Odd Future.
È sotto contratto con l’etichetta discografica indipendente britannica XL Recordings, oltre a essere proprietario egli stesso di una etichetta, la Odd Future Records. Si è laureato con pieni voti a Los Angeles, nonostante la giovane età: ha 24 anni.
E’ una testa calda e flirta con il ruolo di bad boy sin dagli esordi:
viene spesso accusato di omofobia per lo smodato uso del termine “Faggot” (traducibile in italiano con la parola offensiva e volgare “frocio”) nei propri testi e su Twitter .
Si è difeso sostenendo di utilizzare il termine “faggot” appositamente per attirare l’attenzione e creare scandalo. Molti dei suoi celebri predecessori (uno su tutti, Kanye West) fecero agli esordi la medesima cosa, salvo poi diventare fashion victim e amici di molti designer dichiaratamente gay: auguriamo al giovane rapper il medesimo destino

GOLF Fall Winter 15

GOLF Fall Winter 15



 

Egli è inoltre criticato per i suoi testi misogini: nell’album Goblin si può contare il termine “Bitch” ( che significa “Puttana”) ripetuto per 68 volte.
Tuttavia questo è il linguaggio del genere musicale mediante cui il cantante si esprime, che notoriamente nasce dalla strada.
Il talento e la verve creativa non mancano a questo astro nascente della musica e del fashion design.
Ai posteri l’ardua sentenza, ovvero se farà l’upgrade del celeberrimo rapper, attualmente designer per Adidas, menzionato sopra.

Lookbook GOLF Fall Winter 2015

GOLF Fall Winter 2015

Le nomination della 22ma edizione dei SAG Awards.

Gli Screen Actors Guild Awards sono premi che vengono consegnati ogni anno dal sindacato statunitense che rappresenta più di 150000 attori di cinema e televisione, lo Screen Actors Guild appunto.

E’ uscita la lista dei nominati della 22ma edizione del premio, che avrà luogo il 30 gennaio 2016 a Los Angeles.

Il riconoscimento, nonostante sia stato ideato da poco ( ovvero negli anni Novanta), è molto prestigioso ed è importante poiché chi vince The Actor (questo il nomignolo affibbiato alla statuetta del SAG Award) molto spesso poi porta a casa anche l’Oscar.

Anche se i SAG Awards premiano anche le migliori produzioni e le performance di attori in televisione, parleremo qua del grande schermo.

 

i candidati come miglior cast

i candidati come miglior cast



 

Nella categoria Miglior Cast troviamo:
– Beasts of no Nation ( parabola drammatica di un bambino costretto ad arruolarsi con un plotone di soldati in un paese africano dilaniato dalla guerra).
– La grande scoperta ( storia di un gruppo di investigatori che scopre i loschi movimenti all’interno del mercato finanziario che hanno portato alla prima grande crisi mondiale del 2007).
– Il caso Spotlight (film che affronta la tematica scottante di Chiesa e Pedofilia)
– Straight Outta Compton (l’inarrestabile ascesa di Dr.Dre, leggenda del rap a stelle e strisce, dal ghetto al successo).
– L’ultima parola – la vera storia di Dalton Trumbo (biopic dello sceneggiatore americano degli anni Quaranta che fu messo nella lista nera di Hollywood a causa delle sue amicizie comuniste, ma che scrisse sotto pseudonimo altre sceneggiature celebri).

 

I candidati come miglior attore protagonista

I candidati come miglior attore protagonista



 

Nella categoria Miglior attore protagonista troviamo:
– Bryan Cranston, l’ultima parola – la vera storia di Dalton Trumbo
– Johnny Depp, Black Mass
– Leonardo DiCaprio, The Revenant
– Michael Fassbender, Steve Jobs
– Eddie Redmayne, The Danish Girl

 

le candidate come miglior attrice protagonista

le candidate come miglior attrice protagonista



Nella categoria Miglior attrice protagonista troviamo:
-Cate Blanchett, Carol
– Brie Larson, Room
– Helen Mirren, Woman in Gold
– Saoirse Ronan, Brooklyn
– Sarah Silverman, I Smile Back

 

I candidati come miglior attore non protagonista

I candidati come miglior attore non protagonista



Nella categoria miglior attore non protagonista troviamo:

– Christian Bale, The Big Short
– Idris Elba, Beasts of No Nation
– Mark Rylance, Bridge of Spies
– Michael Shannon, 99 Homes
– Jacob Tremblay, Room

 

Le candidate come migliori attrici non protagoniste

Le candidate come migliori attrici non protagoniste



Nella categoria miglior attrice non protagonista troviamo:

– Rooney Mara, Carol
– Rachel McAdams, Spotlight
– Helen Mirren, Trumbo
– Alicia Vikander, The Danish Girl
– Kate Winslet, Steve Jobs


La stagione dei premi cinematografici è ufficialmente iniziata!

“Nightwatch”, l’arte da indossare nel corto di Viktor&Rolf

Wearable Art, ovvero abiti che si trasformano in opere d’arte da indossare. È su questo principio che si fonda la stagione Haute Couture Autunno/Inverno 2015 di Viktor&Rolf, un continuo gioco delle parti dove moda e arte si mescolano diventando un tutt’uno e dove la poesia diventa realtà prima di trasformarsi nuovamente in fantasia. Una suggestione che gli artisti di moda Viktor Horsting e Rolf Snoeren hanno tradotto in Nightwatch, il loro primo cortometraggio digitale come registi.

 

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Il mini-film illustra l’ispirazione dei due designer per la loro collezione Haute Couture A/I 2015 e ribadisce un legame sempre più indissolubile tra Moda e Arte. Una ragazza entra furtiva in un museo: passo felpato, sinuosa come una pantera, silenziosa come un ninja. Una volta arrivata dinnanzi alla tela, l’allarme scatta, la cornice si spezza e diventa un abito: è qui che inizia la sfilata al centro del salone.

 

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Il cortometraggio sì è ispirato agli artisti e alle opere Olandesi esposte al Rijksmuseum e in particolare mette in evidenza le origini del tessuto jacquard della collezione Haute Couture. Il Jacquard è stato trasformato in indumenti grazie alle immagini tratte dal database Rijksstudio del Rejiksmuseum, protagonista nella sfilata di Parigi dello scorso 8 luglio 2015.

Prima alla Scala: lo stile, questo sconosciuto

È l’evento culturale più glamour e prestigioso, fulcro della tradizione italiana per antonomasia: in un Teatro alla Scala blindatissimo causa allarme attentati lo scorso 7 dicembre si è svolta la consueta Prima. Quest’anno è toccato alla Giovanna d’Arco di Giuseppe Verdi.

Il tempio della lirica, addobbato con dei gigli bianchi in omaggio alle vittime dell’attentato che ha avuto luogo a Parigi lo scorso 13 novembre, si è aperto al pubblico per un evento che da tradizione non smette di appassionare. Grande successo e ben undici minuti di applausi per Anna Netrebko, Francesco Meli e Devid Cecconi, protagonisti della rappresentazione di quest’anno, insieme a Riccardo Chailly, che ha diretto magistralmente l’Orchestra.

Con biglietti che hanno sfiorato la cifra record di 2.500 euro, la Prima alla Scala si riconferma come l’evento più esclusivo di Milano: appuntamento da non perdere assolutamente, sia per la crême che per le celebrities desiderose di apparire ad ogni costo, in barba agli allarmismi. Come di consueto largo a pellicce, gioielli vistosi, smoking passepartout. Ma la classe sembra essere ancora una volta la grande assente, tranne rare eccezioni. Non convince Agnese Landini Renzi: la professoressa non brilla in fatto di stile e neppure l’abito in pizzo nero disegnato per lei da Ermanno Scervino riesce nell’ardua impresa di conferire femminilità alla First Lady italiana. Nude look e appeal sofisticato per l’abito monospalla dalle preziose lavorazioni in pizzo: ma il sex appeal resta la grande incognita.

Mood tirolese tra maxi gonna in raso verde en pendant con inedito papillon e bolero in pelliccia dello stessa nuance: è apparsa così Daniela Santanchè, a fianco del compagno Alessandro Sallusti. La sua è stata la mise che in assoluto ha destato più clamore da parte dei media, che non hanno perso occasione di criticarne il look alquanto improbabile. La parlamentare dal canto suo si difende strenuamente e cita il designer reo di aver scelto per lei il bizzarro outfit: trattasi di Diego Dossola, titolare della boutique Ultrachic, di Milano. Lo stilista, classe 1975, originario di Vimercate, è titolare insieme alla socia Viola Baragiola, della boutique sita nel cuore di Milano: il piccolo atelier propone capi ironici e divertenti, ma la mise sfoggiata dalla Santanchè non convince assolutamente.





Certamente nella Prima alla Scala non ritroviamo più nulla o quasi del glamour che caratterizzava tale evento nei tempi andati: e se la massima del “less is more” non ha mai trovato grande seguito tra le attempate signore del foyer, convinte da sempre che la mera ostentazione sia sinonimo di stile, è pur vero che ormai le vestigia di un tempo sono solo un ricordo lontano: per rendersene conto basta osservare nel parterre una Efe Bal in Roberto Cavalli con scollatura hot, intenta ad auspicare il ritorno alle case chiuse e la solita Valeria Marini, che punta tutto sul sandalo in vista, tra un’esplosione di botox e glitter all over. Sabina Negri, ex compagna del ministro Calderoli, sfila in un improbabile abito da dark lady: completano il look una serie di tatuaggi che inneggerebbero a suo dire alle religioni monoteiste, simbolo di pace in tempo di guerra. Risaliamo la china del bon ton con Giovanna Salza, moglie di Corrado Passera, che sfoggia un abito nero profilato di viola con annessa mantella, mise funzionale a nascondere le forme arrotondate dalla gravidanza. Nel parterre della serata evento anche couturier storici come Renato Balestra e Raffaella Curiel.

Spiccano come perle rare in questo ambaradan Nathalie Dompè, aggraziata come poche in un Valentino dalle suggestioni surrealiste, e Margareth Madè in Armani: l’attrice è stata la più fotografata della serata, insieme al nuovo fidanzato, il collega Giuseppe Zeno, anche lui vestito Giorgio Armani. Total look white e consueta classe per l’etoile Carla Fracci ed eleganza d’altri tempi per Roberto Bolle.

Vincitrice morale della serata Patti Smith: la diva della musica New Wave sfida l’etichetta e il bigottismo imperante sfoggiando con ammirevole nonchalance un berretto di lana, tailleur pantaloni e anfibi dal mood country. In un tripudio di botox il suo viso marcato da qualche ruga e i lunghi capelli lasciati grigi incarnano la classe di chi non ha nulla da dimostrare e ci impartiscono una grande lezione di stile. Meditate.


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Un sogno da mille e una notte: la collezione di gioielli dello sceicco Al-Thani al V&A di Londra

S’intitola Bejewelled Treasures. The Al-Thani Collection, Un tesoro di gioielli, la collezione di Al- Thani ed è la mostra che il Victoria & Albert Museum di Londra dedica alla storia dei gioielli indiani dal settecento ai giorni nostri.
La meravigliosa collezione esposta a Londra appartiene allo sceicco Al-Thani, emiro del Qatar e si tratta di uno straordinario tesoro di gioielli, un sogno da mille e una notte.
Al–Thani divenne emiro del Qaṭar il 26 giugno 1995, ha molte mogli e ha finanziato, con 150 milioni di dollari, la costituzione dell’emittente televisiva Al Jazeera uno dei maggiori canali d’informazione in lingua araba.


Evidentemente però tra i suoi molteplici interessi rientrano anche i gioielli.
La mostra racconta come lo stile e la raffinatezza dei gioielli indiani hanno influenzato le linee e le creazioni della gioielleria di maison come Cartier e abbia inoltre influenzato il gusto dell’Art déco.
Spille per turbanti fatte di piume e diamanti, scettri appartenuti agli imperatori Moghul tempestati di giada, filigrane d’oro, spille, pavoni di pietre preziose e un pinnacolo d’oro proveniente dal trono settecentesco di Tipu Sultan, sono solo alcuni dei meravigliosi manufatti di quella che è senza dubbio una delle più importanti collezioni di gioielli al mondo.
Una mostra scintillante, idee regalo per Natale ma solo per sceicchi multimiliardari…





Bejewelled Treasures. The Al-Thani Collection
dal 21 Novembere 2015 al 28 Marzo 2016
V&A
Victoria & Albert Museum
Cromwell Road
London SW7 2RL
020 7942 2000
www.vam.ac.uk

Molti degli esopianeti scoperti da Kepler in realtà sono falsi positivi

Un team internazionale di astronomi guidato da Alexandre Santerne, ricercatore presso l’Istituto di Astrofisica e Scienze dello Spazio all’Università di Oporto, ha condotto uno studio lungo cinque anni sulle velocità radiali dei potenziali esopianeti rilevati dal telescopio spaziale Kepler, scoprendo che il 52.3% dei candidati sono in realtà stelle binarie ad eclisse, mentre il 2.3% sono nane rosse. L’analisi è stata condotta utilizzando lo spettrografo SPHIE dell’Osservatorio di Haute-Provence, in Francia.


“Si pensava che l’affidabilità dei metodi utilizzati per rilevare la presenza di esopianeti con Kepler fosse molto buona”, ha dichiarato Santerne “ma in realtà il 50% dei corpi celesti scoperti di fatto non sono pianeti, come dimostra la nostra estensiva analisi spettroscopica.” Vardan Adibekyan, membro del team di ricerca, ha poi aggiunto: “Quello di rilevare e caratterizzare gli esopianeti di solito è un compito piuttosto arduo. Nel nostro lavoro abbiamo mostrato che anche i pianeti più grandi, e quindi teoricamente più facili da individuare, in realtà non fanno eccezione. In particolare, ci siamo accorti che meno della metà dei corpi celesti candidati sono effettivamente pianeti. I restanti sono falsi positivi dovuti ad interferenze luminose di varia natura”.


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Gli esopianeti giganti rilevati con il metodo del transito possono facilmente essere confusi con dei falsi positivi, quindi le osservazioni spettroscopiche sono fondamentali per stabilire l’effettiva natura planetaria dei corpi celesti candidati, dato che consentono di individuare facilmente le interferenze luminose. La ricerca, avviata nel luglio del 2010 e conclusasi nello stesso mese del 2015, ha riguardato tutti gli 8826 oggetti inizialmente inseriti nella lista di Kepler. Il numero di candidati si è poi ridotto, grazie alla rimozione dei falsi positivi già noti, a 129 potenziali esopianeti e 125 stelle. “Dopo 20 anni di studio di esopianeti grandi quanto Giove in orbita intorno ad altre stelle, abbiamo ancora molte domande a cui rispondere”, ha dichiarato Santerne. “Per esempio, non capiamo ancora quale sia il meccanismo che potra alla formazione di pianeti gioviani con un periodo orbitale piccolissimo, a volte di pochi giorni. Non sappiamo nemmeno come mai alcuni di questi pianeti, detti “puffy planets”, posseggano un’atmosfera così estesa e poco densa.”


Di norma, il raggio dei giganti gassosi dipende in parte dalla loro struttura interna e in parte dalla temperatura dell’atmosfera. Nel caso dei pianeti gioviani caldi, l’irraggiamento proveniente dalla stella madre gonfia l’atmosfera come un pallone aerostatico creando moti convettivi che, partendo dagli strati più interni del pianeta, contribuiscono ulteriormente all’aumento del raggio. Eppure alcuni giganti gassosi sono così grandi (e caldi) da sfidare tutti i modelli fisici convenzionali. L’analisi spettroscopica condotta dai ricercatori dell’Univeristà di Porto ha però fissato dei vincoli di massa ben precisi, che uniti alle misure radiali fornite da Kepler con il metodo dei transiti hanno consentito di calcolare la densità di questi giganti incandescenti. Gli astronomi hanno anche scoperto una possibile connessione tra la densità di questi pianeti e il grado di metallicità delle loro stelle, ancora in attesa di conferma. I risultati dello studio sono stati annunciati lo scorso 2 dicembre alle Hawaii, nell’ambito della conferenza “Extreme Solar Systems III”.



FONTE: Instituto de Astrofísica e Ciências do Espaço, Universidade do Porto

Fiat Lux: la grande fotografia apre il Giubileo 2015

“Fiat lux: illuminating our common home”, è il titolo del favoloso spettacolo di immagini dei più grandi fotografi del mondo che sono state proiettate sulla facciata della basilica di San Pietro in occasione dell’apertura del Giubileo della Misericordia 2015.
La facciata di San Pietro per la prima volta nella storia è diventata un grande schermo cinematografico.
Sono state proiettate sulla Basilica le foto di grandi maestri della fotografia da Sebastião Salgado a Joel Sartore, da Yann Arthus-Bertrand a Ron Fricke a Steve McCurry quasi tre ore d’immagini ispirate ai temi della natura, del cambiamento climatico e della dignità umana.
Le fotografie che hanno reso magica la serata di apertura del Giubileo, si tratta di immagini ispirate all’ultima enciclica di Papa Francesco «Laudato si’» .

Sergio Leone e la Trilogia del Dollaro

Un cavaliere solitario arriva a San Miguel, un paesino del confine tra Messico e Stati Uniti. Non ha un dollaro in tasca, ma ha l’aria sorniona di chi è svelto a sparare, e nel vecchio West questo basta e avanza. Dopo aver assistito al sopruso ai danni di un bambino, lo straniero arriva dal proprietario del saloon del paese, Silvanito, che gli spiega la situazione: è in atto una guerra tra le due famiglie più potenti, i Baxter, che vendono armi, e i fratelli Rojo (Don Benito, Esteban e Ramon), che vendono alcol. «I Baxter da un lato, i Rojo dall’altro. E io nel mezzo. Aveva ragione il campanaro: c’è da arricchirsi in questo paese». È questo l’inizio di Per un pugno di dollari (1964) – remake de La sfida del samurai (1961) di Akira Kurosawa – primo film della cosiddetta Trilogia del Dollaro, completata da Per qualche dollaro in più (1965) e Il buono, il brutto e il cattivo (1966), tutti e tre diretti da Sergio Leone, che oltre a lanciare Clint Eastwood (all’epoca un giovane attore con qualche parte minore all’attivo) definirà un genere, i cosiddetti “spaghetti western” (produzioni di film western italiani con budget ridotto), diventandone uno dei registi più importanti.


La Trilogia del Dollaro si discosta notevolmente dai classici western americani, per esempio i film di John Ford. Nell’epopea di Leone non ci sono buoni e cattivi (nonostante il titolo del terzo film faccia pensare il contrario). Ci sono piuttosto uomini che agiscono soltanto per se stessi, per arricchirsi. Lo straniero senza nome, che qui sarà chiamato Joe, mentre nei due film successivi sarà rispettivamente il Monco e il Biondo, è il massimo esempio dell’opportunismo: è uno che fa di tutto per raggiungere i propri obiettivi. È disposto a bluffare, a uccidere e anche a rischiare la vita. Lo fa in Per un pugno di dollari, quando si trova tra i due fuochi, i Baxter e i Rojo, riuscendo ad attuare un doppiogioco piuttosto rischioso per un uomo qualunque, ma non per uno così furbo. Quando però Ramon Rojo (un mefistofelico Gian Maria Volonté) scopre di essere stato ingannato, lo cattura e lo fa torturare dai suoi uomini, riducendolo in fin di vita. In seguito alla fuga di Joe, Ramon scarica tutta la propria rabbia sui Baxter, incendiando la loro casa e uccidendoli a sangue freddo. Aiutato dal becchino, intanto, Joe riesce a fuggire e a preparare, poco alla volta, la sua implacabile vendetta.


Lo scontro finale – supportato dalle epiche musiche di Ennio Morricone, fondamentali per connotare i film di Leone e per diversificarli dagli ordinari film western americani – è diventato ormai leggendario. Mentre Ramon e i suoi uomini torturano Silvanito per sapere dove si è nascosto lo straniero, si sente un’esplosione: dinamite. Il fumo avanza davanti ad alcune case ormai disabitate. E poi, poco alla volta, compare un uomo. Appare come un fantasma ma è piuttosto un abile illusionista. E con l’illusione affronta Ramon, che gli scarica tutti i proiettili dritto al cuore. L’uomo intanto grida: «Al cuore, Ramon! Per uccidere un uomo lo devi colpire al cuore! Sono parole tue, no?». Non solo. Ramon aveva anche detto: «Quando un uomo con la pistola incontra un uomo col fucile, quello con la pistola è un uomo morto.»


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Non si tratta soltanto di un duello in cui si decide chi vive e chi muore ma anche chi ha ragione. Joe sfida Ramon in tal senso, smentendo le sue forti convinzioni, sparare al cuore ed essere più forte solo perché usa un fucile al posto di una pistola. Di fronte all’invulnerabilità di Joe, Ramon, resosi conto di aver finito i proiettili, prova un attimo di panico. Intanto Joe gli mostra il suo segreto: una lastra d’acciaio a fungere da giubbotto antiproiettile. Una scena enfatizzata dai lunghi momenti di silenzio, dai primi piani sugli sguardi e da altre, interminabili, pause. Dopo aver sparato agli uomini di Ramon, la sfida diventa un faccia a faccia: un uomo con la pistola e un uomo col fucile. Joe spara prima alla corda che lega il povero Silvanito. Poi getta per terra la pistola e invita Ramon a raccogliere il fucile, a caricare e a sparare. Sarà una sfida soprattutto di velocità. Il finale è scontato, con la vittoria di Joe, che riporta la pace a San Miguel ma che fugge poco prima che arrivino le forze governative. Al galoppo verso nuove avventure. Verso un altro mucchio di dollari.


Nel film successivo, Per qualche dollaro in più, Joe è conosciuto come il Monco. La mano fuori uso è quella martoriata dalle torture di Ramon. Ma ora non è più un cavaliere solitario doppiogiochista: ora è diventato un cacciatore di taglie a tutto tondo e il suo obiettivo è catturare lo spietato Indio (ancora Gian Maria Volonté, sempre più mefistofelico), un bandito messicano senza scrupoli che vuole rapinare la banca di El Paso. Stavolta, però, ci sarà qualcuno a contendersi il bottino con lui: si tratta del Colonnello Douglas Mortimer (Lee Van Cleef), che con Indio ha un conto in sospeso, poiché il bandito, in passato, aveva ucciso la sorella e il cognato del colonnello. La donna, dopo essere stata violentata dall’Indio, si era sparata un colpo proprio con la sua pistola. Quindi è la vendetta, oltre che i soldi, a muovere il colonnello.


Unitosi al Monco – mosso invece soltanto dai soldi – il colonnello lo convince a far evadere da una prigione un ex scagnozzo dell’Indio, per poi introdursi nella sua banda e spiare dall’interno le sue mosse. Obiettivo del colonnello è lo scontro frontale con l’Indio, ossessionato dalla musica di un carillon, al termine della quale è solito sparare. Questo secondo film riprende alcuni elementi del primo: c’è un cavaliere solitario (Joe in Per un pugno di dollari, qui il Monco, ma il personaggio è lo stesso) che vuole arricchirsi; c’è una sconfitta (l’Indio che scopre il Monco e il Colonnello e li fa pestare dai suoi uomini) e c’è, infine, un duello letale, anche questa volta mosso dalla vendetta, ma per un’azione narrata soltanto in un flashback anziché nella linea temporale del film. L’elemento aggiuntivo è il Colonnello, spalla ideale del Monco, rispetto al quale si dimostra molto più saggio e metodico. Discorso simile vale per il terzo e ultimo film della trilogia, Il buono, il brutto e il cattivo, in cui l’azione però non è mossa dalla vendetta ma soltanto dai soldi, ancora una volta. L’intreccio, però, è più complesso; e se Per un pugno di dollari rispettava le unità aristoteliche di luogo (tutto il film è ambientato a San Miguel), in questo caso lo scenario cambia spesso e porta le strade dei tre protagonisti a intersecarsi in maniera del tutto casuale.


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Il Biondo (Clint Eastwood) e Tuco (Eli Wallach) si arricchiscono grazie alla taglia sulla testa di Tuco, truffatore, ladro, omicida e rapinatore: il Biondo prima lo consegna e poi lo libera, facendo aumentare ogni volta il bottino. I due si imbattono in una carovana, in cui un moribondo, un certo Bill Carson, rivela a Tuco l’esistenza di un bottino di duecentomila dollari sotterrati in una tomba. Prima di morire, Carson fa in tempo a dire a Tuco soltanto il nome del cimitero, mentre al Biondo, in fin di vita proprio per colpa di Tuco – che si era vendicato perché il Biondo, a sua volta, lo aveva abbandonato nel deserto dopo aver intascato la taglia –, rivela il nome della tomba in cui cercare il tesoro. Sulle tracce di Carson c’è anche uno spietato killer che si fa chiamare Sentenza (Lee Van Cleef). Tutto ciò sullo sfondo di una guerra civile che non conosce pietà per nessuno. I tre film sono legati dal motivo comune che scatena il plot narrativo (i soldi) e dallo stesso protagonista (il cavaliere senza nome) nonché da una struttura narrativa con qualche variante e con l’aggiunta di attori importanti al fianco della star Clint Eastwood, che per la Trilogia del Dollaro riuscì, tra un film e l’altro, sull’onda del successo, a far aumentare progressivamente il proprio ingaggio.


Tre film entrati nell’immaginario collettivo e diventati fonte di ispirazione per registi come Quentin Tarantino (che dedica Kill Bill proprio a Sergio Leone), Martin Scorsese, Sam Peckinpah, Stanley Kubrick, John Woo, Brian De Palma, Robert Zemeckis (che lo cita nel secondo e nel terzo film di Ritorno al futuro) e Robert Rodriguez (C’era una volta in Messico, ultimo film della cosiddetta trilogia Mariachi, richiama C’era una volta il West o C’era una volta in America, altri due film di Leone). Stephen King, per il personaggio di Roland Deschain della Torre Nera, si è rifatto al cavaliere senza nome di Clint Eastwood nella Trilogia del Dollaro.Quanto allo stesso Clint Eastwood, l’esperienza con Leone lo ha fatto crescere molto come attore ma lo ha fatto diventare anche e soprattutto un regista di primissimo livello, portandolo a vincere l’Oscar con Gli spietati e con Million Dollar Baby. A questi si sono aggiunte altre perle immortali come Gran Torino, Un mondo perfetto, Mystic River e l’ultimo, American Sniper, capace di incassare circa 547 milioni di dollari totali partendo da un budget di 60.


Al di là del contributo circa la carriera di Clint Eastwood, Leone ha profondamente rinnovato il linguaggio del cinema; e lo ha fatto, in particolare, con quello che è considerato il suo capolavoro, C’era una volta in America (1984), un disincantato racconto sui ricordi, la vita, l’amicizia, l’amore, l’infanzia, il sogno, l’illusione. Una vastità di temi enorme, unita a un cast eccezionale (Robert De Niro, James Woods, Joe Pesci). Dotato di un’incredibile sensibilità per la caratterizzazione dei suoi personaggi e per la capacità di farne emergere la profonda umanità, Sergio Leone, con la Trilogia del Dollaro, ha rivoluzionato tecniche, linguaggi e generi, introducendo nel cinema personaggi, situazioni e stereotipi in netta contrapposizione con i classici western. Su tutti, spicca la figura dell’uomo senza nome, un cavaliere solitario che non può legarsi a nessuno, in cerca soltanto di soldi.


buono-brutto-cattivo


Eppure anche la sua ricerca infinita potrebbe essere stata generata da qualcosa di grave che gli è accaduto in passato (di cui non si dice mai nulla). Lo si lascia intendere in Per un pugno di dollari, quando libera Marisol e la sua famiglia dalla prepotenza di Ramon, innamorato della donna. «Perché fate tutto questo per noi» gli chiede il marito di Marisol; «È una storia troppo lunga da raccontare ora», risponde lui. Un motivo molto forte. Qualcosa che tormenta Joe/il Monco/il Biondo ma che mai sarà svelato. Sempre ammesso che qualcuno non decida di farlo rivivere, rimettendogli il poncho, il sigaro e quello sguardo profondo che sono il marchio di fabbrica del più affascinante personaggio tra gli affascinanti film di Sergio Leone.

Stampe: tra storia e curiosità

Paisley, pois, righe, pied de poule: sono le stampe più comuni dei capi del nostro guardaroba, ormai entrate di diritto nel vocabolario della moda. Ma da dove vengono e qual è la storia di queste fantasie che da tempo immemore abbelliscono i nostri capi? È la domanda che si è posta la giornalista Jude Stewart, che ha ricostruito fedelmente la storia dei tessuti stampati, partendo da documenti antichissimi: Patternalia è il risultato di questa inedita inchiesta. Il volume, appena pubblicato, traccia la storia delle più comuni stampe, dai pois al paisley.

Scopriamo così che i pois erano poco usati in epoca medievale, in quanto ricordavano i rush cutanei tipici delle malattie esantematiche, mentre il pied de poule deve il suo successo ai cappotti inglesi da caccia. Le righe, oggi considerate chic, erano invece prerogativa di carcerati e prostitute, almeno durante il Medioevo. Nel XIII secolo era in voga addirittura un codice, le lex sumptuaria, che regolamentava l’uso delle righe: facilmente visibili, esse si addicevano a prostitute e carcerati perché li avrebbero resi facilmente riconoscibili e controllabili ai fini della sicurezza pubblica. Un sottobosco di emarginati che già nell’iconografia medievale era raffigurato vestito a righe; considerate volgari e abominevoli, venivano usate per umiliare chi le indossava, secondo quanto ricostruito anche da Mark Hampshire e Keith Stephenson nel loro libro Communicating with pattern.

Appeal sofisticato per il giglio, altro pattern molto diffuso. Tradizionalmente associato agli antichi blasoni nobiliari, spesso prerogativa dell’aristocrazia francese, il giglio veniva utilizzato invece per marchiare criminali e schiavi, e chiunque fosse assoggettato allo stato francese. Il verbo francese fleurdeliser (giglio in francese si dice “fleur-de-lis”) indicava la pratica di «marchiare con il giglio»: il Code noir promulgato nel 1685 da Luigi XIV di Francia -che regolamentava la vita degli schiavi neri nelle colonie francesi- rese il giglio simbolo di tortura: gli schiavi che cercavano di fuggire sarebbero stati marchiati a fuoco col simbolo di un giglio, prima di essere mutilati e uccisi, ad eventuali ulteriori tentativi di fuga.





Tanti sono i testi che trattano dell’insolito tema dei tessuti stampati: Steven Connor, professore di storia culturale all’Universita di Cambridge, ha ricostruito la storia dei pois. Considerata la difficoltà di tracciare in modo equidistante i pallini senza l’aiuto di macchine, la fantasia era scarsamente utilizzata in epoca medievale. I pois irregolari venivano infatti accuratamente evitati perché considerati di cattivo auspicio, dal momento che la loro forma ricordava malattie mortali, come la lebbra, la peste bubbonica, il vaiolo.

Amata dai figli dei fiori e dai nostalgici dei Seventies, il paisley o cachemire è emblema del boho-chic: una storia antichissima sarebbe all’origine della fantasia, che si sarebbe diffusa migliaia di anni fa nel territorio a cavallo tra India e Pakistan, corrispondente agli attuali Iran e Kashmir. Originariamente chiamato būtā o boteh, che significa fiori, la stampa ricorda in effetti un fior di loto, anche se molti vi vedono una corrispondenza con le più svariate immagini. Gli antichi babilonesi paragonavano la figura ai datteri, simbolo di prosperità e abbondanza. Paisley è anche il nome di una città scozzese specializzata nella produzione di scialli con questo motivo, da qui il nome della fantasia.

Tradizionalmente associato allo stile più sofisticato, dopo avere attraversato indenne più di mezzo secolo, dagli anni Cinquanta ai favolosi Swinging Sixties, arrivando incolume fino ai giorni nostri, il pied de poule è forse il tessuto più amato. Il suo nome in francese significa letteralmente “zampa di gallina” e le sue origini sono alquanto misteriose: pare che derivi dalle mise utilizzate dai pastori scozzesi delle Highlands, la regione montuosa della Scozia. La stampa avrebbe avuto come fine quello di camuffare gli schizzi di fango. Il termine inglese per indicare il pied de poule è houndstooth, dai molari dei cani da caccia. Tradizionalmente associato all’aristocrazia terriera inglese, il tessuto veniva considerato consono alla caccia, ma senza perdere il glamour. Sdoganato da Edoardo VII di Inghilterra, a inizio Novecento, il pied de poule è arrivato fino ai giorni nostri, ed è ancora amatissimo.


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Addio a Krizia

Pratica che ti passa. Le 5 interessanti novità da non perdere per gli appassionati di yoga

Sempre più italiani si approcciano all’antica disciplina scegliendola come propria filosofia di vita. Per questo motivo D-Art sceglie di portarvi alla scoperta delle ultime tendenze e curiosità inerenti lo yoga.



A qualche giorno dalla conclusione dello Yoga Festival Milano 2015, edizione particolarmente significativa, trattandosi di quella decennale, si è sancito un punto sulla situazione dei praticanti della disciplina in Italia. E’ una comunità che cresce giorno dopo giorno, fatta di persone affascinate dal suo valore millenario, intente a trovare il proprio equilibrio interiore attraverso la filosofia.
Nello spazio di circa 4500 mq, presso il Superstudio di via Tortona, sono state ospitate oltre 80 scuole di yoga e vari espositori, 5 sale per le pratiche, 2 sale conferenze, un ristoro biologico e una sezione speciale per i più piccoli.
Un’occasione per scoprire tutte le novità per gli yogi, molte delle quali ancora in fase di startup.
Ed ecco che D-Art va alla ricerca delle 5 più innovative curiosità, dentro e fuori dal festival, per garantire ai propri lettori la possibilità di essere al passo con i trend anche in fatto di benessere psicofisico.


1. Approdato nel 2012 a Milano, grazie a Antonio Spera, il Bikram yoga a caldo si pratica in pochissime altre città. Presso il suo centro, che ha sede in via Spontini, si svolgono anche laboratori di hatha yoga, hot flow e workshop di aggiornamento e perfezionamento periodici. Le lezioni durano 60 e 90 minuti e si sviluppano attraverso 26 āsana, vale a dire posture, e 2 particolari esercizi di respirazione a 40 gradi. Ogni sistema del corpo umano insieme agli organi interni lavora profondamente. Di lezione in lezione si impara a concentrare la mente sulle proprie capacità di resistenza, a controllare il respiro e a acquistare consapevolezza del collegamento tra mente e corpo perfezionando forza e flessibilità. Il Bikram prende il nome dal suo ideatore Bikram Choudhury, pluripremiato campione internazionale di yoga e mentore di molte celebrities hollywoodiane, conosciuto dallo stesso Spera nel 2010. Una pratica che può essere svolta dai 9 ai 99 anni, che può ridurre i sintomi di molte malattie croniche ed è un’ottima attività di prevenzione.


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2. E’ proprio nella programmazione annuale dei workshop di Spera Bikram Yoga che si incrocia l’insegnante statunitense Benjamin Sears, ideatore di LuxYoga, uno spazio aperto a tutti gli appassionati, nel cuore della Provenza, che mixa una full immersion nella disciplina a una vacanza nel segno del luxury. Aperto nel 2007, la villa che lo ospita vede lo svolgimento di classi giornaliere e consente ai propri ospiti di essere coccolati dallo chef residente intento a preparare solo pasti con prodotti bio. Al termine di ogni classe viene offerto un drink ayurvedico da gustare prima di tuffarsi in piscina. Gli ospiti, inoltre, possono usufruire di massaggi sul patio con una splendida vista sul Mediterraneo e gustare selezionati vini rossi locali. Escursioni e lezioni di cucina non mancano per completare il confronto con gli altri yogi, provenienti da ogni parte del mondo. Un modo per incrementare la pratica, massimizzare il proprio potenziale e ricevere nozioni extra rendendo LuxYoga un’esperienza unica nel suo genere e impossibile altrove.


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3.
Lusso e esclusività personalizzata anche per My Ginny, il servizio “à porter“ di ginnastica femminile a corpo libero, fortemente ispirata dallo yoga, atta a modellare la figura di ogni donna. Partendo anche dai principi della ginnastica Vedres, della danza, del pilates e della ginnastica posturale, si riescono a creare piccole coreografie mirate all’allungamento, stiramento, scioglimento degli accumuli di grasso, rassodamento e benessere della schiena e cervicale. A idearla è la poliedrica trainer Costanza Sibio che, con l’utilizzo di un tamburello scandisce il ritmo da seguire durante le lezioni che sono sempre diverse e mai annoianti. Le possibilità di svolgimento sono tante e tutte personalizzate, da sole, a casa o a lavoro, la Sibi vi raggiungerà ovunque vogliate per consentirvi di essere in forma e di rilassare lo spirito e il corpo.





4. Dal personal trainer al personal food coach, specializzato in consigli per coloro che vogliono affiancare alla pratica yoga uno stile alimentare in linea. Dopo essersi formata sulla tematica, Gioia Camillo, già food blogger e chef vegana di Bacche di Gioia, è in grado di dare suggerimenti personalizzati su come nutrirsi evitando tutto ciò che è tossico per l’organismo. In quattro settimane, tempo idoneo per sviluppare un nuovo stile di vita a tavola, attraverso chiacchierate informali e consulenza illimitata, porta i suoi assistiti alla scoperta della loro essenza e dei loro desideri, nel segno dell’armoniosità del proprio organismo.


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5. Ma chi sono e che volto hanno i maestri che diffondono la disciplina nel nostro Paese? E’ l’arcano che viene svelato da Georgia Nuzzo, fotografa ufficiale della Federazione Mediterranea Yoga dal 2008, per la quale realizza reportage fotografici.
“Equilibri Yoga” è la sua ultima personale nella quale si focalizza su ritratti di 16 maestri in āsana.
Presentata proprio allo Yoga Festival questi ultimi sono colti in differenti posizioni che lasciano captare la personale determinazione spirituale. Un connubio di forza fisica e mentale che sancisce la perfezione raggiunta da chi svolge la pratica da anni. La naturalezza dei loro movimenti supera, per chi osserva i magici scatti su sfondo nero, la reale difficoltà.
Negli eleganti ritratti ritroviamo i maestri: Jacopo Ceccarelli, Perumal Koshy, , Willy Van Lysebeth, Roberto Miletti, Antonio Nuzzo, Walter Ruta, Gualtiero Vannucci, Piero Vivarelli, Jayadev Jac e Barbara Woehler.



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Nomi noti settorialmente ai quali si aggiungono quelli meno conosciuti ma ugualmente appassionati e coinvolgenti. Secondo le statistiche , infatti, nel 2016 si prevede un incremento di praticanti e insegnanti intenti a approcciarsi alla disciplina nelle sue varianti classiche e in quelle sperimentali, pronti a alimentare un mercato satellite fortemente in crescita.

Youth Culture. L’orologio di Super Mario Bros

Chi da bambino non sognava di essere un super eroe e di combattere le forze del male?
I genitori ci regalavano i gadget dei nostri beniamini: spesso si trattava di oggetti in
plastica di poco valore, ma che per noi erano indispensabili.
Per tornare bambini il designer RJ Romain Jerome ha creato un orologio dedicato al videogame Super Mario Bros di Nintendo: si tratta di una edizione limitata di 85 pezzi nata per celebrare il 30mo anniversario dal lancio del videogioco del famoso idraulico.

Tuttavia sarà bene non illudersi, non siamo di fronte ai gadget di poco valore della nostra infanzia: il prezzo dell’orologio è di 18000 dollari circa.
RJ ha ricreato nella cassa da 46mm l’essenza dell’originale videogioco cult degli anni Ottanta: il leggendario idraulico è vestito con i suoi abiti più riconoscibili, la camicia rossa e la tuta blu, ed è immortalato in uno dei suoi celebri salti insieme all’iconico funghetto.

La collezione ha permesso alla maison svizzera di orologeria RJ di esprimere la propria creatività, mixando know-how e divertimento, ottenendo così un prodotto all’avanguardia nel campo orologiero.
Il prezzo è da capogiro: resta da capire chi, tra coloro i quali erano bambini trent’anni fa, possa permettersi questo oggetto.

BONUS CULTURA: 500 EURO IN ARRIVO PER I DICIOTTENNI. LUCI E OMBRE.

Il premier Renzi ha deciso di stanziare ingenti fondi per il rafforzamento della “rete cultura”. Tra i diversi provvedimenti approvati rientra anche quello che prevede un bonus di 500 euro, da “spendere in cultura”, per i diciottenni.


Una nube nera di terrore ha avvolto il mondo intero, gettandolo nel panico attraverso i recenti e terribili attacchi terroristici. Ma, il terrorismo non può vincere, non deve vincere.
In tutto il mondo è stata adottata un’unica linea di pensiero: il terrorismo si combatte con la cultura.
Anche l’Italia ha deciso di supportare tale ideologia, muovendo i primi passi, in quello che è, senza ombra di dubbio, un terreno minato.
Il governo italiano ha deciso, fermamente, di stanziare enormi cifre di denaro per la sicurezza nazionale: un miliardo di euro sarà utilizzato per il rafforzamento del sistema di sicurezza interno, mentre, altrettanti soldi saranno destinati al mondo della cultura.
Questa è stata la decisione di Matteo Renzi, per fronteggiare la paura, per sconfiggere il dilagante terrore.
Dal rafforzamento delle forze dell’ordine e dei sistemi di sicurezza alla riqualificazione delle periferie, dalle borse di studio per gli studenti più meritevoli ai contributi per le associazioni culturali, fino ad arrivare all’ormai famosissimo bonus di 500 euro destinato ai diciottenni.
Proprio così: 300 milioni, appartenenti al miliardo culturale prima citato, saranno destinati ai fortunati giovani che compiranno 18 anni nel 2016.
Il nesso tra sicurezza e cultura esiste e combattere il terrorismo attraverso manifestazioni culturali, qualunque esse siano, è possibile. La cultura, e questo lo sappiamo tutti, è un’arma potentissima, capace di reclutare giovani e non più giovani, indirizzandoli alla conquista della libertà. Proprio quella libertà che oggi è tristemente minacciata.
Però, il bonus per i giovani ha destato non poche perplessità. I futuri diciottenni come spenderanno i soldi che il governo regalerà loro? Che cosa significa cultura per loro?
Ed è proprio quest’ultimo quesito a dar vita alle maggiori preoccupazioni.


LA CULTURA NELLA SOCIETÀ’ DEI GIOVANI. La moderna società, è inutile negarlo, si sta pian piano allontanando dai valori, quelli veri, mettendo da parte la cultura. La voglia di apprendere, di conoscere e di sapere sembra essere un’attività troppo faticosa per i moderni giovani, sempre più impegnati a seguire la moda del momento, dai vestiti, all’ultima invenzione tecnologica nel campo degli smartphone.
Diversi, anche se in piccola scala, sono stati i sondaggi condotti sui giovani, presto 18enni, al fine di capire cosa realmente pensano di questa manovra governativa in loro favore.
Le risposte date possono essere riassunte attraverso un’unica parola: superficialità.
Da un lato, si schierano i ragazzi che non credono in questa manovra e che son certi che nulla sarà dato loro (gli scettici); dalla parte opposta, invece, ci sono coloro che “gradirebbero” non la card prepagata, ma denaro contante (i superficiali). Perché? Semplice: per spendere i loro soldi in vestiti e altri beni che tutt’altro fanno dall’arricchirli culturalmente.
I musei? Nemmeno a parlarne, troppo noiosi. Il cinema? Sorpassato dallo streaming. I libri? Si, forse qualcuno spenderà qualche euro per un libro.
Ma, allora, di chi è la colpa? Forse dei genitori, o meglio, degli adulti in generale e delle istituzioni, che non sempre indirizzano i più giovani nella giusta direzione e, soprattutto, non aiutano loro a comprendere il valore di determinate manovre, gesti e attività. Forse, ciò che conta di più, nella società della strafottenza è il supporto. A diciotto anni ci si sente padroni del mondo e tutto ciò che conta, oggi come non mai, è attirare l’attenzione su di se, attraverso azioni stupide e mostrando un costante disinteresse per qualsiasi attività culturale, le quali sono per i “falliti”. Ecco che, quindi, devono intervenire i grandi, i quali dovranno vestire i panni del tutor e aiutare i ragazzi a comprendere la lezione.


LUCI E OMBRE DEL BONUS GIOVANI: SOSTEGNO ALLA CULTURA O DEMAGOGIA?
Tantissime sono le critiche al bonus di 500 euro per i giovani. Innanzitutto, ci si chiede perché premiare solo chi compirà 18 anni nel 2016 e non chi si è diplomato con il massimo dei voti e nei tempi giusti?
Perché non premiare chi davvero merita, invece che premiare chi è solo fortunato? Si, perché il bonus, si basa, analizzando i fatti, sulla fortuna: chi nel 2016 compirà 18 anni avrà diritto al bonus, gli altri no.
Facendo così si distrugge da un lato il bellissimo mondo della meritocrazia e dall’altro si bombarda pesantemente il principio di uguaglianza. Forse, chi compie, ad esempio, 18 anni a dicembre 2015 non ha bisogno di cultura.
Questa è l’unica risposta che si può dare, date le circostanze.
No, forse non è l’unica risposta.
I giovani che si avvicinano ai 18 anni nel 2016 potranno votare per la prima volta. Facendo un pò di conti e, dato che la matematica non è un’opinione, si possono tirare le somme: sarà per caso una manovra per attirare nuovi consensi? Agli occhi di molti si. Anche se nel 2016 non si vota, le importanti elezioni amministrative di Roma e Milano del 2017, fanno davvero gola.
Analizzando la misura governativa e le motivazioni generali a supporto della stessa, le quali sono state presentate con scarna argomentazione, si approda a quanto affermato in precedenza.
Dure sono state le critiche nei confronti del premier Renzi, il quale si è difeso affermando che non si comprano i voti con i provvedimenti e chi pensa che tutto ciò sia possibile offende la totalità degli italiani.
I dubbi, però, restano: qual è il merito in più di un ragazzo che compie 18 anni nel 2016, rispetto a chi, ad esempio, si è diplomato nel 2015 con il massimo dei voti?
Proprio non si riesce a capire.
La cultura è importante, è l’olio che permette di far muovere agevolmente gli ingranaggi di una società. Ma, nel momento in cui l’olio è di scarsa qualità, potrebbe causare non pochi problemi al motore.
Qual è il motore di ogni società? I giovani.

Madame de Pompadour, la maîtresse più potente d’Europa tra danze e piaceri d’amore

Madame de Pompadour è stata una delle donne più invidiate della sua epoca e il suo salotto era il sogno di intellettuali e scrittori.
Una mostra suggestiva ed elegantissima celebra i fasti del settecento francese Dansez, embrassez qui vous voudrez, Fêtes et plaisirs d’amour au siècle de Madame de Pompadour, tradotto : Danzate, abbracciate chi volete, feste e piaceri d’amore nel secolo di Madame de Pompadour.


Madame de  Pompadour, la maîtresse più potente d’Europa tra danze e piaceri d’amore


Si tratta di una mostra che racconta le feste e i piaceri dell’amore sensuale rappresentato su splendide pitture, sculture, manifatture e su delicate porcellane dipinte.
Tra in nomi che hanno contribuito a produrre questi capolavori raffinatissimi ci sono Nicolas Lancret, Bonaventure de Bar o Pier Antoine Quillard e Watteau.
Nessuno come loro è riuscito a narrare attraverso le immagini le atmosfere galanti e gli incontri d’ amore che avvenivano nell’enturage della corte francese.
Per non parlare delle, a dir poco sublimi, rappresentazioni di incontri sensuali fatte sui ventagli con gesti elegantissimi e pose studiate.
Madame Pompadour fu la musa ispiratrice per molti artisti che orbitavano intorno al suo splendido salotto regale.


Madame de  Pompadour, la maîtresse più potente d’Europa tra danze e piaceri d’amore


Di lei Voltaire dice: “La ragazza era ben educata, saggia, amabile, piena di grazia e di talento, nata con del buon senso e del buon cuore. Io la conoscevo bene; fui anche confidente dei suoi amori. Mi confessò di aver sempre avuto il segreto presentimento che sarebbe stata amata dal re e che, senza rendersene conto, si era sentita crescere dentro una violenta passione per lui”.
Jeanne Antoinette Poisson, marchesa di Pompadour, detta Reinette, la reginetta, è passata alla storia come Madame de Pompadour, nacque a Parigi nel 1721 e morì nella reggia di Versailles nel 1764 dove passò quasi tutta la vita legata al re Luigi XV di cui fu la favorita e l’amante.
Grazie alla sua bellezza ed intelligenza riuscì a conquistare il re che la face marchesa de Pompadour e fu riconosciuta come maîtresse-en-titre, un’ amante ufficiale.
Senza dubbio è stata la donna francese più potente del XVIII secolo, la sua influenza sul re fu totale, non fu solo compagna di letto ma sua grande consigliera, riuscendo ad influenzare le scelte più delicate del re.


Madame de  Pompadour, la maîtresse più potente d’Europa tra danze e piaceri d’amore


Oltre ad ottenere cariche per amici e familiari riuscì in un’impresa politica importantissima: il rovesciamento delle alleanze, con il quale la Francia si unì al Sacro Romano Impero.
Ma le sue doti andarono ben oltre la politica e si concentrarono sul teatro, l’arte, la letteratura e la moda .
Fu lei a dettare lo stile dei gloriosi anni dell’illuminismo francese e fu lei la vera grande mecenate degli enciclopedisti.
La grande opera l’Encyclopédie, uno dei più importanti capolavori del sapere fu ristampata grazie all’intervento della Pomapadour che nutriva grande interesse per le idee dell’illuminismo francese.
Usò il suo potere per metterlo a servizio del sapere, odiata da molti, che la consideravano la puttana del re, possiamo tuttavia affermare con certezza che di puttane di tale categoria dovrebbe esserne pieno il mondo.


Madame de  Pompadour, la maîtresse più potente d’Europa tra danze e piaceri d’amore


DANSEZ, EMBRASSEZ QUI VOUS VOUDREZ
Fêtes et plaisirs d’amour au siècle de Madame de Pompadour
Musée du Louvre-Lens
99 Rue Paul Bert, 62300
Lens
03 21 18 62 62
dal 05.12.2015 al 29.02.2016
www.louvrelens.fr

Addio a Krizia

Si è spenta nella sua abitazione di Milano, all’età di 90 anni, Mariuccia Mandelli, in arte Krizia. A dare la notizia dell’improvviso malore, fatale alla celebre designer, il cda di M.K.K. spa.

Nata a Bergamo il 31 gennaio del 1935, Krizia si affermò ben presto divenendo protagonista indiscussa della moda italiana. Il caschetto scuro, il sorriso ironico e lo sguardo curioso, impossibile non conoscere Mariuccia Mandelli: quel nome scelto dall’ultimo Dialogo di Platone, perfetto per designare la sua moda concettuale e architettonica. Mariuccia Mandelli era figlia di un’Italia abituata a lavorare sodo e a fare sacrifici: un’attitudine per il taglio e cucito coltivata con grande disciplina, sullo sfondo del dopoguerra e con un padre intento a dissipare il patrimonio familiare per i suoi vizi; poi gli studi in Svizzera e quella cattedra come insegnante a cui la giovane rinunciò in nome della moda, per aprire un laboratorio a Milano, con l’amica Flora Dolci. Linee pulite ed essenziali caratterizzarono quei primi capi sperimentali.

Nel 1957 la giovane designer si distinse nell’ambito di un’esposizione al SAMIA (Salone mercato internazionale dell’abbigliamento), attirando l’attenzione anche di Elsa Robiola, celebre firma del giornalismo di moda italiano. Nel 1964 presentò una sua collezione a Palazzo Pitti, a Firenze, ottenendo il premio “Critica della moda”. Se inizialmente Mariuccia Mandelli vendeva le sue creazioni ai negozi, fu grazie all’obiettivo di Elsa Haerter, fotografa della rivista Grazia, che il suo nome cominciò a girare nei negozi più importanti. Le sue collezioni degli anni Sessanta prediligono i contrasti, come il bianco e nero optical, e la minigonna, che in Italia fu sdoganata anche grazie a lei, sulla scia di Mary Quant.





Dopo le nozze con Aldo Pinto, celebrate in Giamaica nel 1965, crea la collezione Kriziamaglia, e nel 1971 si aggiudica il premio “Tiberio d’oro” grazie ad un paio di hot pants ad alto tasso di sensualità.

Da lì la conquista del mercato internazionale con il suo brand: Krizia propone uno stile eccentrico ma sofisticato, specchio dello stile degli anni Ottanta. I materiali innovativi, come il sughero, la gomma e l’anguilla, e le forme insolite delle sue creazioni le valgono il soprannome di “Crazy Krizia”, assegnatole dalla stampa americana. Acclamata dai mercati esteri, amata tra le altre da Marella Agnelli e Lady Diana, la consacrazione avviene con un ritratto firmato Andy Warhol: Mariuccia Mandelli brilla nel firmamento della moda mondiale, dimostrando doti imprenditoriali notevoli, oltre ad un talento senza pari. Negli anni Ottanta il suo prêt-à-porter è salutato con clamore, mentre la stilista firma una linea uomo che ottenne grande successo; indimenticabili le maglie con gli animali, mentre nel 1980 arriva la prima fragranza firmata Krizia. Nel 1986 la stilista ottiene la massima onorificenza italiana, divenendo Commendatore della Repubblica Italiana, unica donna accanto a nomi del calibro di Giorgio Armani, Gianfranco Ferré, Valentino Garavani e Gianni Versace.

Gli anni Novanta la vedono indagata nel maxi processo Mani Pulite, con l’accusa di aver pagato delle tangenti, ma segue la piena assoluzione nel 1998. Recenti le collaborazioni della designer con Alber Elbaz, Jean-Paul Knott, Giambattista Valli, mentre nel 2014 il marchio fu rilevato dal gruppo cinese Shenzhen Marisfrolg Fashion. La stilista si è spenta improvvisamente nella serata di ieri nella sua abitazione milanese, accanto al marito Aldo Pinto. A gennaio avrebbe compiuto 91 anni. Dichiaratasi sempre di sinistra, Mariuccia Mandelli auspicava l’avvento di una generazione di giovani talenti e -schietta come sempre- non perdeva occasione per evidenziare la mancanza di umiltà che caratterizzava diversi addetti ai lavori. Con lei scompare un tassello fondamentale della moda italiana.

NICOLE ORLANDO: QUANTE MEDAGLIE!

Medaglie e record ai Mondiali di Atletica IAADS (International Athletic Association for people with Down Syndrome) in Sudafrica. Gli Azzurri chiudono al terzo posto nella classifica a squadre.


Sapevate che in Sudafrica, a Bloemfontein, si sono tenuti i Mondiali di Atletica per persone affette da Sindrome di Down? Sicuramente no.
Forse, perché è difficile seguire lo sport, quello vero, fatto di valori e grande passione, mentre è molto più avvincente seguire un campionato di calcio dove gli scandali e gli illeciti sportivi sono di casa.
Manifestazioni come quella che si è recentemente svolta in Sudafrica non sono mai pubblicizzate in larga scala e alle stesse non è mai dato il giusto peso.
Eppure, sono delle gare sportive, così come i seguitissimi mondiali di calcio, il motomondiale, la Formula 1, le gare di nuoto, le “classiche” Olimpiadi e così via. Ma, restano sempre in secondo piano. Tutto questo è davvero triste, sopratutto se si considera che tutti i ragazzi che hanno preso parte a queste meravigliose gare hanno dato tutto se stessi per onorare la propria Nazione, gareggiando con il sogno di salire sul podio ed ascoltare l’inno nazionale, guardando la “propria” bandiera sventolare più alta delle altre.
Anche L’Italia ha partecipato ai Mondiali di Atletica IAADS in Sudafrica, rappresentata da atleti di spessore, che all’ombra del tricolore hanno ottenuto risultati straordinari.
Le emozioni che gli atleti partecipanti hanno regalato ai presenti sono state davvero incredibili: con cuore e grinta da leoni hanno lottato per vincere, dimostrando che anche loro sono in grado di prestazioni di altissimo livello.
Lo sport non è solo per normodotati e questi ragazzi ne sono la prova.


NICOLE, AVVERSARIA IMPOSSIBILE DA BATTERE.
Tra i tanti atleti italiani che hanno preso parte a questa manifestazione sportiva mondiale, si è distinta Nicole Orlando, un vero e proprio uragano, uno schiacciasassi, che ha letteralmente annientato i suoi avversari in diverse discipline.
Niente e nessuno è riuscita a fermarla, portando a casa una completa collezione di medaglie e un record mondiale.
Questi i suoi risultati: oro nei 100m, nel salto in lungo, nel Triathlon (con annesso record mondiale), oro nella staffetta 4x100m e argento nei 200m.
Risultati incredibili, che meriterebbero qualche elogio in più. Dimenticavo, non stiamo parlando della serie A.
Nicole, con cuore e grande passione per lo sport, è riuscita in un’impresa epica. No, non sto facendo riferimento alla gare, ma ad un qualcosa di molto più grande ed importante. Nicole ha cominciato a cancellare, con fatica e sudore, la scritta che è possibile leggere, a chiare lettere, negli occhi di tantissime persone: pregiudizio.


UNA SQUADRA VINCENTE.
Nicole ha dominato in tutte le discipline per le quali, giorno dopo giorno, con costanza e determinazione, si era allenata duramente. Ma, al suo fianco, c’erano tanti altri atleti azzurri, che hanno creato con le loro grandi prestazioni, la cornice ideale per sue vittorie.
Questi i nomi degli altri atleti che hanno onorato l’Italia, regalando nuova luce al nostro tricolore: Sara Bonfanti, Giulia Pertile, Silvia Preti, Giovanna Tiano, Sara Spano, Gabriele Rondi, Michele Zugno, Roberto Casarin, Luca Mancioli, Tiziano Capitani, Gabriele Festa, Simone Nieddu, Stefano Lucato e Riccardo Bora.
Ora riposo e poi tutti a Firenze, dove a luglio 2016 si terrà il più grande evento mondiale sportivo per atleti con sindrome di Down, i “Trisome Games”.
Un grande team: onore a voi, Campioni!

BOXE: E’ TYSON FURY IL NUOVO CAMPIONE DEI PESI MASSIMI

Tyson Fury fa scendere dal trono il grande Klitschko. Il mondo dei pesi massimi si inchina al nuovo re.
28/11/2015: una data che resterà nella storia della boxe. Finisce l’era Klitschko


Un match incredibile, senza precedenti. Una vera e propria battaglia che ha entusiasmato ai massimi livelli i 55000 spettatori giunti alla Esprit Arena di Dusseldorf, per assistere a quello che era stato annunciato come un incontro spettacolare.
Le aspettative non sono state deluse.
Ad incrociare i guantoni due pugili straordinari: da un lato la leggenda, l’ucraino Wladimir Klitschko, da dieci anni detentore del titolo mondiale dei pesi massimi; all’angolo opposto, lo sfidante, il 27enne britannico Tyson Fury, un vero e proprio uragano.
L’ucraino non perdeva un incontro da più di dodici anni e per dieci anni ha rispedito a casa, a suon di jab, diretti, montanti e sonori ganci, tutti coloro che hanno provato a sottrargli la cintura di campione.
Una serata storta o un avversario troppo forte?
Sono tanti i fattori da prendere in considerazione per tirare le somme di un match che resterà nella storia.
E’ necessario sottolineare la differenza di età tra i due pugili: 13 anni non sono pochi e per un 40enne come Klitschko, anche se esperto e sicuro di sè, non è semplice tenere a bada un “ragazzetto” molto più giovane di lui, più veloce e con riflessi da paura. Per non parlare, poi, della differenza fisica: otto centimetri di altezza in più (206 centimetri Fury, 198 Klitschko) non sono pochi nel mondo degli sport da combattimento.
Si sono scontrati due differenti mondi, due modi differenti di vedere e vivere la boxe: Klitschko ha portato sul ring una tecnica che tutto il mondo già conosceva, un modo di combattere “nudo e crudo”, basato solo sulla pura potenza fisica. Dalla Gran Bretagna, invece, Fury ha portato uno stile veloce, pulito e tecnicamente impeccabile, che non ha permesso a Klitschko di trovare la giusta distanza per i suoi colpi.
Due diversi modi di “vestire i guantoni”, ma che portano ad un unico risultato: una grande boxe.
Il britannico ha messo più volte in difficoltà il campione, proprio grazie alla sua maggiore mobilità sul ring, ma l’ucraino ha saputo mantenere la calma e gestire alla grande un incontro, definito da lui stesso, come uno dei più difficili della sua carriera.
Round estenuanti, che agli occhi dei meno esperti potevano essere considerati pari. Ma, così non è: piccole sfumature di vantaggio, nella maggior parte dei round, sono state notate dai giudici di gara, in favore dell’uragano Fury.
Una vittoria ai punti, meritata. I cartellini, poi, parlano chiaro: 115-112, 115-112, 116-111, a favore di Fury.


L’INCONTRO: dodici riprese spettacolari, dove a prevalere è stata la velocità del pugile britannico, il quale, capace di cambiare spesso guardia, ha mandato più volte l’ucraino in confusione, non permettendo allo stesso di boxare seguendo una precisa tattica.
Cinque round di pieno e indiscusso equilibrio, poi, Fury ha cambiato marcia: una vera e propria ondata di veloci colpi, che magistralmente sono andati a segno (basta guardare le immagini del volto di Klitschko, visibilmente segnato), tirati nel bel mezzo di una vera e propria danza. Il britannico, grazie alla sua maggiore velocità nei movimenti sul ring, riusciva a colpire e subito riprendere le distanze dal campione, troppo lento per accorciare la distanza e per sferrare il suo incredibile diretto destro.
Un Klitschko messo in seria difficoltà, che ha capito, nel corso dell’ultimo round di essere in netto svantaggio, decidendo, così, di dare il tutto per tutto, con cuore da leone, per cercare un singolo e preciso colpo, quello del K.o., l’unico modo rimastogli per vincere.
Ma, così non è stato, e Fury si è aggiudicato un grandissimo incontro.


La potenza e la grinta del pugile britannico.

La potenza e la grinta del pugile britannico.




IL NUOVO RE: Tyson Fury alza i guantoni al cielo e si presenta al mondo della boxe mondiale come il campione della categoria più spettacolare e più seguita in assoluto. Un giovane campione dai modi di fare totalmente diversi da quelli a cui ci aveva abituato il grande Klitschko. Dalla pacatezza e dai modi seriosi dell’ucraino si è passati alla “simpatica pazzia” di un giovane che non sempre riesce a tenere a freno le parole, sfociando, spesso, in dichiarazioni al limite dell’esagerazione.
Come ha festeggiato, secondo voi, il britannico? Cantando.
Dopo aver ripreso fiato, Fury si è impossessato di un microfono e si è esibito in una “discutibile” performance canora. Un giovane estroverso, che sa bene come attirare l’attenzione su di se.
Ma, Fury ha poco da festeggiare, dato che, l’appena spodestato campione ha dichiarato, nei commenti post gara, di volere la rivincita. Queste le sue parole: “Non contemplo il fallimento”.
Esperienza Vs giovinezza: una nuova battaglia.
L’unica cosa certa è che i due, in caso di rivincita, daranno vita ad un altro bellissimo incontro, che sicuramente onorerà questo nobile sport.

Look of the week: Soft Pink

LOOK OF THE WEEK: SOFT PINK

 

Il rosa è protagonista di questo autunno/inverno 2015/16, dal confetto al fucsia, dal bubble al rose quartz, è stato definito tonalità dominante da Pantone Institute.

Dalle passerelle allo streetstyle è d’obbligo avere nel proprio guardaroba almeno un capo pink.

Da abbinare ad accessori colorati o total look per uno stile bon ton.

Qui una carrellata di accessori pink scelti per voi:




(immagini prese da TrendForTrend)

China Machado: la bellezza che ruppe tutti gli schemi

Zigomi pronunciati e labbra a cuore, un volto dall’espressività altera si mixa ad una sensualità felina, che fa capolino, quasi come una forza primordiale, dalle crinoline dei lunghi abiti in taffettà: China Machado è uno dei personaggi più interessanti del fashion biz.

Una vita in cui il destino ha messo più volte lo zampino, una lunga carriera come modella, iniziata un po’ per caso, una bellezza che ha stravolto i canoni vigenti all’epoca, sfidando le cortine fumogene dettate dal razzismo: China Machado è fashion editor, mannequin, icona di stile e produttrice televisiva.

Una lunga e sfolgorante carriera con un mentore d’eccezione, Richard Avedon, China Machado è stata la prima modella asiatica ad apparire su un magazine di moda. Correva l’anno 1959 e la splendida mannequin, scoperta dall’inossidabile Diana Vreeland, compariva nella sua maestosa bellezza sulla cover del numero di febbraio di Harper’s Bazaar.

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China Machado per Harper’s Bazaar, Novembre 1962, foto di Melvin Sokolsky

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China Machado è nata a Shanghai nel 1928

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China Machado in un abito Ben Zuckerman per Harper’s Bazaar, New York, 6 novembre 1958. Foto di Richard Avedon

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China Machado è stata musa storica di Richard Avedon



All’anagrafe Noelie Dasouza Machado, la modella è nata a Shanghai nel 1928. Sangue misto nelle vene, tra Sud-Est asiatico, India e Portogallo, China Machado è cresciuta parlando alla perfezione quattro lingue: l’inglese, il francese, il cinese e il portoghese.

Un’infanzia segnata in modo indelebile dalla guerra ma anche dalla povertà e dalla malattia: a sette anni rischiò la vita per complicazioni derivanti da un’infezione multipla, tra tifo, febbre paratifoide e meningite. Era il 1937 e si racconta che, mentre il prete stava per somministrarle l’estrema unzione, i giapponesi bombardarono l’ospedale di Shanghai dove la piccola era ricoverata. “La combattente che è in me venne fuori”, ha dichiarato più volte l’icona di stile ripensando a quel periodo della sua infanzia.

Superata la quarantena e recuperata la salute, la giovane trascorse i suoi primi 16 anni di vita a Shanghai; poi iniziò a viaggiare con la famiglia, tra Argentina, Spagna e Perù, prima di stabilirsi in Europa.

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La mannequin è stata la prima modella asiatica ad ottenere la cover di un magazine di moda

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China Machado in pigiama palazzo Galitzine, foto di Richard Avedon, 1965

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China Machado ritratta da Avedon a La Pagode d’Or, Parigi, gennaio 1959

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China Machado, foto di Richard Avedon per Harper’s Bazaar, Parigi, agosto 1961

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China Machado per Harper’s Bazaar, foto di Frank Horvat, Roma, 1962



All’età di 19 anni China Machado conobbe Luis Miguel Dominguín, torero di grande fascino. Con lui si trasferì a Roma, dove prese parte a numerose pellicole cinematografiche. La bellezza esotica di China mieteva i primi consensi ma i modelli di riferimento a cui la giovane si ispirava erano donne occidentali, come Rita Hayworth, Vivien Leigh e Ava Gardner. Sarà proprio quest’ultima, femme fatale dalla personalità esplosiva, a rubarle l’amore di Dominguín. Al termine di quella relazione la giovane si trasferì a Parigi, dove la sua vita cambiò per sempre.

La sfrontata bellezza di China Machado ruppe il sistema di vero e proprio apartheid che caratterizzava la moda degli anni Cinquanta. Lei, che non aveva mai fatto alcun pensiero sul mondo fashion, venne notata durante un party e si ritrovò letteralmente catapultata sulla passerella di una maison storica del calibro di Givenchy. In soli due anni la modella -che cambiò in quel periodo il proprio nome in China- calcò le passerelle più prestigiose, da Dior a Valentino, da Balenciaga fino a Pierre Cardin. Elegante e sensuale, divenne musa di Hubert de Givenchy, per cui lavorò tre anni, conseguendo un primato storico: fu infatti la mannequin più pagata d’Europa, con guadagni che sfioravano i mille dollari giornalieri. Protagonista dei party più esclusivi, a cui presenziava accompagnandosi ad artisti del calibro di Pablo Picasso ed Andy Warhol, nel 1957 sposò l’attore Martin LaSalle da cui divorzierà nel 1965, dopo aver dato alla luce due bambine. La coppia si stabilì a New York City e fu qui che, nel 1958, avvenne l’incontro decisivo per la carriera di China. Tramite la fashion editor Diana Vreeland la modella ebbe modo di incontrare Richard Avedon. Col grande fotografo nacque subito una grande amicizia ma anche un sodalizio artistico che produsse risultati di portata storica.

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Musa di Hubert de Givenchy, China Machado calcò le passerelle più importanti, da Dior a Balenciaga

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La mannequin in uno scatto del 1961

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New York, Harper’s Bazaar, 1964, foto di Jeanloup Sieff

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China Machado per Harper’s Bazaar, styling di Diana Vreeland e foto di Richard Avedon

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China Machado e Alberto Moravia, foto di Frank Horvat per Harper’s Bazaar, Roma, 1961



Definita da Avedon “la donna più bella del mondo”, per vedere pubblicate le foto che immortalavano la sua musa dalla bellezza esotica, Avedon dovette superare le barriere razziali e il bigottismo imperante, per cui era inconcepibile vedere in copertina una modella asiatica. La Hearst, casa editrice di Harper’s Bazaar, temeva che quelle foto avrebbero causato la disdetta di molti degli abbonamenti alla celebre rivista di moda. L’editore dell’epoca, Robert F. MacLeod, disse a chiare all’incredulo Avedon che quelle foto non potevano essere pubblicate perché la ragazza non era bianca. Ma è pur vero che non si diventa leggende per caso: Avedon si dimostrò inossidabile nella sua battaglia a favore della bellezza, arrivando a minacciare la storica casa editrice di rinunciare al contratto come fotografo di Harper’s Bazaar. Alla fine Avedon la spuntò e salutò orgogliosamente l’uscita del numero di febbraio del 1959: la bellezza aveva vinto. Ma forse la portata storica di quella battaglia non era ancora del tutto chiara, all’epoca. Il successo di China Machado aprì la porta alle modelle di colore, da Iman a Naomi Campbell, da Jourdan Dunn a Sessilee Lopez.

China Machado in Guy LaRoche

China Machado in Guy LaRoche

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All’anagrafe Noelie Dasouza Machado, la modella cambiò il proprio nome in China quando iniziò a sfilare

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La bellezza esotica di China Machado immortalata da Peter Basch in uno scatto risalente agli anni Cinquanta

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China Machado in un abito Patrick de Barentzen, foto di Richard Avedon

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China Machado è tornata a posare come modella, firmando un contratto con la IMG alla veneranda età di 80 anni

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L’icona di stile ha lavorato per ben 11 anni come fashion editor di Harper’s Bazaar



Nonostante il suo incredibile successo China Machado non si dichiarò mai entusiasta del lavoro di modella, e -incredibile ma vero- lei, dal viso così perfetto, non si ritenne mai particolarmente bella, come ha più volte dichiarato in numerose interviste. La collaborazione tra la modella e Avedon durò tre anni, successivamente ai quali China Machado fu assunta -ironia della sorte- dallo stesso Harper’s Bazaar come Senior Fashion Editor, per poi assumere l’incarico di Fashion Director. Dal 1962 l’ex modella lavorò per 11 anni nella redazione dello storico magazine. Come fashion editor il suo era un approccio alla moda istintivo e spontaneo. Convinta per sua stessa ammissione di non avere -a differenza delle sue colleghe- un senso innato per lo stile, China Machado prediligeva comfort e sobrietà, indossando spesso pantaloni.

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China Machado ritratta da Bruce Weber per Vogue Italia luglio 2015

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China Machado ritratta da Richard Rutledge

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Contraria alla chirurgia estetica, China Machado appare ancora oggi bellissima e naturale

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Ironica e dalla grande personalità, China Machado ha lavorato anche come costume designer e produttrice televisiva

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China Machado fotografata da Glen Luchford per V Magazine, 2010



Nel 1989 l’icona di stile China Machado venne celebrata con l’inserimento nella celebre International Best Dressed List, creata nel 1940 da Eleanor Lambert. La modella ebbe due figlie dall’attore Martin LeSalle, Blanche ed Emmanuelle. Rumour vociferano di una sua liaison con William Holden. Attualmente la modella vive a Long Island col suo nuovo marito Riccardo Rosa.: nel corso della sua lunga carriera ha lavorato anche come costume designer e produttrice televisiva e ha cresciuto le sue due figlie come madre single. Dopo aver ultimato la sua autobiografia è stata immortalata in tempi recenti da Bruce Weber per W Magazine: è così che, a oltre mezzo secolo dal suo ritiro dalle passerelle, China Machado è tornata a posare come modella, con un contratto firmato con la celebre agenzia IMG alla veneranda età di 80 anni. Il passare del tempo non ha cambiato i suoi zigomi, le labbra e gli occhi felini sono sempre gli stessi, come anche l’autoironia. E a chi le chiede quali siano i suoi segreti di bellezza, lei risponde, spiazzando gli increduli interlocutori: “Non ho mai fatto una dieta, non ho mai fatto ginnastica, mangio come un maiale e bevo- soprattutto vodka. E fumo, anche.” Perché la personalità è glamour.


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Lo stile di Caroline Vreeland

A Catania si vivono i “Days of the Dinosaur”, la mostra che viaggia nella Preistoria

Da una settimana, nel padiglione A2.2 del  Centro fieristico e congressuale Etnapolis di Catania, è arrivata la mostra Days of the Dinosaur che starà aperta fino al 28 febbraio 2016. Per i visitatori si tratta di un viaggio a ritroso nel tempo, fino a 100 milioni di anni fa, quando le gigantesche creature del Mesozoico dominavano il pianeta.

 

1

 

Oltre trenta esemplari a grandezza naturale, animati con la sofisticata tecnologia animatronica, cattureranno il pubblico tra fascino e realtà. Gli enormi rettili sono infatti stati progettati e costruiti fedelmente non solo nell’aspetto, ma anche nei movimenti e nei “comportamenti”, grazie al supporto di un team di paleontologi professionisti. Scenari naturalistici e mozzafiato fanno da sfondo e tutto rimanda al recente successo cinematografico di Jurassic World (il cui slogan era: “il parco è aperto”).

 

2

 

Tra giochi di luci, suoni spaventosi e allestimenti vegetali si potranno vedere e quelle creature ormai estinte ma che ancora oggi ci affascinano e ci portano a voler approfondire la loro storia e le epoche preistoriche. Su tutti spicca il Tyrannosaurus Rex, l’animale carnivoro più celebre al mondo, mentre attacca mortalmente un Triceratopo. Oppure il Lambeosaurus, famoso per il buffo “becco d’anatra”. O ancora l’Oviraptor, un dinosauro dal becco senza denti, ideale per frantumare uova. E poi come dimenticare i Velociraptor, quegli agili cacciatori dagli artigli affilati pronti a sferrare i loro attacchi.

 

3

 

“Days of the Dinosaur”, pur essendo una mostra-spettacolo, non trascura gli aspetti scientifici e educativi, approfondendoli con specifiche schede informative sull’evoluzione, sulla classificazione e sull’habitat delle specie in esposizione. Il personale della mostra è formato da giovani paleontologi che organizzano visite guidate e rispondo a tutti gli interrogativi del pubblico. Diverse sono le attività per allenare curiosità e creatività e scoprire tutto sui dinosauri: l’Area Disegno, in cui poter liberare la fantasia attraverso stencil e colori; la Dino Sand Box per “piccoli” aspiranti archeologi alla ricerca di ossa di dinosauro nascoste sotto la sabbia da ricomporre per imparare, divertendosi.

 

4

 

E poi ancora: i Dino Interattivi per dar vita a un dinosauro in miniatura e farlo muovere attraverso modellini in scala; il Dino Cinema 3D in cui, con gli occhiali 3D, sarà possibile vedere The Big Bang, un film di animazione che, partendo dall’esplosione che diede origine all’universo 14 miliardi di anni fa, arriverà ai giorni nostri, con una lunga sosta nel Mesozoico; il Dino Ride, per provare l’ebbrezza di cavalcare in sella a un dinosauro.

Marina Rinaldi, “Fun Japan” la collezione p/e 2016 tra curvy, arte e gioia

Nutro molta stima verso quella moda che è attenta alle donne e alle loro reali esigenze e non è semplicemente un’auto glorificazione dello stilista e del suo estro creativo.
Sempre più spesso assistiamo a collezioni inutili, abiti importabili e spesso brutti.


Marina Rinaldi, “Fun Japan” la collezione p/e 2016 tra curvy, arte e gioia


Oltre all’attenzione per le curvy, ormai un marchio di fabbrica, la collezione primavera estate 2016 di Marina Rinaldi riserva non poche sorprese, quella più importante è il connubio con l’arte giapponese.
Il rapporto di Marina Rinaldi con l’arte non è nuovo, basti pensare per esempio alla collaborazione con Joana Vasconcelos e con la fotografa americana Amy Arbus.


Marina Rinaldi, “Fun Japan” la collezione p/e 2016 tra curvy, arte e gioia


La cultura giapponese si avvicina allo stile di Marina Rinaldi, uno stile che mai perde di vista le donne reali, realizzando capi che possano soddisfare le esigenze delle donne formose , perché curvy è bello…
Marina Rinaldi ha coinvolto per la nuova collezione Tsumori Chisato, stilista giapponese di base a Parigi e Britney Hamada, un’eccentrica mangaka. Per Britney Hamanda essere curvy non vuol dire rinunciare alla femminilità o alla moda perché: “Tutto è nella consapevolezza del proprio viso, del proprio corpo e dei propri punti di forza, oltre che nella scelta della taglia che meglio si adatta al corpo.”


Marina Rinaldi, “Fun Japan” la collezione p/e 2016 tra curvy, arte e gioia


Sempre a proposito delle curvy Tsumori Chisanto dice che: “tutte le donne possono essere eleganti: è solo una questione di sicurezza di sé. Spero di riuscire ad aiutarle, proprio vestendole. E vorrei che tutte le donne, non solo quelle curvy, apprezzassero questa collezione. Il mio “pensiero felice” è davvero per tutte.”
Dal trio Rinaldi, Chisanto e Hamada nasce la linea “Fun Japan”, con uno stile divertente e coloratissimo, dalle linee morbide e comode, semplici e fluide, i tessuti sono preziosi, le tinte predilette sono il verde prato, il rosso lacca, l’indaco, l’acquamarina.


Marina Rinaldi, “Fun Japan” la collezione p/e 2016 tra curvy, arte e gioia


La collezione “Fun Japan” primavera/estate 2016 di Marina Rinaldi è un inno alla gioia e a una femminilità non artefatta e costruita, a un modo di essere donne con la propria morbidezza, un inno ad una eleganza che è per tutte, per le mamme, le nonne, le donne non più giovanissime e magrissime, perché non c’è forse niente di più bello della morbidezza del corpo femminile.
La ricerca della perfezione, inutile e autoreferenziale lasciamola a quel nutrito parter di stilisti che amano solo se stessi e vestono donne ideali e non sanno vestire per davvero le loro mamme.


Marina Rinaldi, “Fun Japan” la collezione p/e 2016 tra curvy, arte e gioia


http://www.beautifulcurvy.com

Rose Quartz e Serenity: i nuovi colori 2016

Preparatevi a vestire di rosa e di azzurro! Secondo Pantone Institute (la massima autorità in fatto di colori), le tonalità che domineranno tutto il 2016 saranno il Rose Quartz (un rosa pallido) e il Serenity (un azzurro molto chiaro).

Questa fusione di tonalità sarebbe un antidoto contro lo stress che la vita frenetica del nostro quotidiano ci ha ormai abituati da tempo.

Il Serenity farebbe pensare al cielo terso di primavera, ad un Plumbago che sboccia tenero nei giardini. È rilassante e fresco allo stesso tempo.

Il Rose Quartz è delicato e affascinante in egual modo.  Secondo Pantone, rappresenta un’apertura verso il prossimo e sprigiona benessere e serenità.

La moda si adegua alle tendenze e propone capi in perfetta sintonia con la preferenza di Pantone.

Vivienne Westwood presenta un abito fasciante con scollo morbido e giochi di effetto luce sul davanti.

La talentuosa Simone Rocha gioca con gli incroci e propone un abito una combinazione funny composta da una gonna a ruota e in top con maniche sbuffo.

È un abito audace, scivolato e strategico (il bustier a vista, diciamolo, è molto sexy), quello proposto da Lanvin mentre straborda di stoffa la tunica disegnata da Stella McCartney.

Vionnet sceglie il dualismo pantalone/mini abito con trasparenze sensuali valorizzando l’outfit con tagli essenziali e mixando Rose Quartz e Serenity.

Sensualità estrema per l’abito monospalla, fasciante e con lavorazione ton sur ton di Hérve Léger.

Hérve Léger primavera/estate 2016

Hérve Léger primavera/estate 2016


Lanvin collezione primavera/estate 2016

Lanvin collezione primavera/estate 2016


Stella McCartney collezione primavera/estate 2016

Stella McCartney collezione primavera/estate 2016

 

 

Vionnet primavera/estate 2016

Vionnet primavera/estate 2016

 

 

Vivienne Westwood collexione primavera estate 2016

Vivienne Westwood collezione primavera estate 2016

 

 

Simone Rocha primavera/estate 2016

Simone Rocha primavera/estate 2016

 

 

 

 

Cronache Vintage – Oh My Boyish!

CRONACHE VINTAGE – OH MY BOYISH!

Mi hanno invitato a un festa di compleanno. In costume. Dress code in stile anni ’20/’30. Donne ricoperte di lustrini e uomini in coppola. In tutta onestà, non ho alcuna voglia di indossare un abito da flapper girl, di cospargermi di perle e pailettes, né di mettermi in testa piume a corredo di cerchietti ricamati. E vogliamo parlare degli antipatici tacchi a rocchetto o dei collant velati (che al solo sguardo si sfilano e da donna in costume a donna del buon costume è un attimo!)? Dio ce ne scampi! No, no, e ancora no! Ho deciso, m’infilo i pantaloni!

D’altro canto, proprio in quegli anni nostra signora Coco metteva in atto una rivoluzione estetica dalle incredibili risonanze: la donna conquistava gradualmente il diritto di lavorare, di fare sport, di guidare e come avrebbe potuto con abiti che costringevano invece che assecondare i movimenti? Mademoiselle Chanel se ne infischiava delle tradizioni, lei voleva sentirsi LIBERA! E allora via ai pantaloni a vita alta con pinces, maglie basic girocollo, comodi mocassini. Toglieva, semplificava e “trafugava” l’armadio di lui. Ne venne fuori uno stile paradossale, risultato di una combinazione stravagante e avanguardistica di elementi femminili e maschili insieme (guardatela abbracciata a Lifar, abbigliata esattamente come lui, ma non dimentica di essere una donna da perle e turbante). In altre parole, nasceva il look à la garçonne.

 

Chanel and Serge Lifar at the Lido venise - 1937

Chanel and Serge Lifar at the Lido Venice – 1937



 

Quindi farò il mio ingresso alla festa in camicia da uomo in seta, tutta abbottonata, calzoni a vita altissima, stringate e bretelle. Eh sì, perché fino alla fine degli anni ’20 le brache venivano sostenute mica con la cintura. E non indosserò la cravatta, voglio essere una MASCHIA informale!

Ah, beh, poi c’è la storia del capospalla. Naturalmente non mi metterò addosso boa di struzzo e pellicce (eco). Ho già pronto il cappotto-vestaglia ereditato da mia nonna. Con quello sembro un po’ un gangster a dire il vero. Ma la contaminazione di epoche me la consento.

Marlene

Marlene



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Marlene



O farò come la Dietrich, mi vestirò da uomo, ma non rinuncerò ai 10 cm di altezza. Marlene fu l’antesignana di quel “lesbo chic style”, pantaloni e rossetto, cilindro e tacchi, cravatta, doppiopetto e smalto. Una ragazzaccia ambigua e altera. La onorerò! E poi non mi dimenticherò della lezione di Monsieur Yves Saint Laurent, che durante l’arco di tutta la sua lucente carriera amò così tanto le donne, la moda e la sperimentazione, da innovarne il guardaroba con pezzi maschili. L’androginia fu un suo pallino, e allora blazer, sahariane, smoking, trench, giubbotti in pelle e tailleur-pantaloni modernizzarono l’aspetto delle signorine del tempo, che si evolse per divenire mascolino ma conturbante. Dunque, sbottonerò la camicia e farò scorgere il body in pizzo, come una SEXY TOMBOY. Yves avrebbe gradito molto. E scommetto che anche i giovanotti invitati alla festa apprezzeranno! Oh my boyish!

Yves Saint Laurent, Vogue France by Helmut Newton, 1975, Paris

Yves Saint Laurent, Vogue France by Helmut Newton, 1975, Paris



 

 

Perché tutti chiamano ISIS Daesh e perché loro lo odiano

David Cameron ha appena annunciato in parlamento che inizierà a chiamare il gruppo terroristico che sta distruggendo la Siria e l’Iraq Daesh al posto che ISIL o ISIS. Cameron ha seguito, in questo senso, il presidente francese Hollande che a sua volta aveva preso esempio dagli americani, John Kerry in particolare, i quali si riferiscono al gruppo conosciuto anche come Stato Islamico come Daesh da tempo.


Cameron ha chiesto che tutti iniziano a riferirsi a ISIS come Daesh dato che “questo malvagio culto della morte non è né una vera rappresentazione dell’Islam né uno stato”. Una dichiarazione simile a quella del ministro degli Esteri francese Laurent Fabius che li ha descritti come “un gruppo terroristico, non uno stato” e che lui personalmente si riferirà a loro come tagliagole di Daesh.


Daesh è un acronimo di “al-Dawla al-Islamiya fil Iraq wa al-Sham” che significa “Stato Islamico dell’Iraq e del Levante” anche se al-Sham in arabo significa Damasco, Grande Siria, Levante o Siria. Da qui ISIS o ISIL, Islamic State of Iraq and Syria o Islamic State of Iraq and Levant.


Il motivo per cui moltissimi leader occidentali hanno iniziato a riferirsi a ISIS con il nome Daesh è che l’uso degli acronimi in arabo è molto poco diffuso. Daesh significa fondamentalmente ISIS in arabo ma loro si infuriano quando vengono chiamati così perché lo vedono come un modo di irridere la loro aspirazione a definire la religione musulmana e a essere uno stato per tutti i musulmani. vogliono essere chiamati come loro desiderano, con il loro lungo e pomposo nome, non con un acronimo creato dal nulla.


Si aggirano voci su militanti che minacciano di tagliare lingue a chiunque usi l’acronimo e non il nome completo all’interno del territorio controllato da Daesh. Il nome Daesh sembra essere stato coniato da un attivista siriano con l’intento di delegittimare il gruppo.
Oltretutto l’acronimo Daesh e molto simile a Daes che in arabo significa qualcuno che si rompe o cade.

Baptiste Giabiconi: il volto più amato da Karl Lagerfeld

Quando si parla di muse vengono alla mente figure di donne eteree e straordinarie, dalla Beatrice dantesca alla Laura di petrarchiana memoria, da Lee Miller, indimenticabile musa di Picasso e Man Ray, fino alla celebre Elena Ivanovna Diakonova, conosciuta come Gala, che ispirò Paul Eluard e Salvador Dalí: tutte donne eccezionali, ispiratrici di opere altrettanto uniche. Ma cosa succede quando a vestire i panni della musa ispiratrice è un lui? È il caso di Baptiste Giabiconi, modello originario di Marsiglia amatissimo da Karl Lagerfeld.

Presenza fissa delle sfilate Chanel, ha chiuso il défilé romano di Chanel Métiers d’Art presentandosi sottobraccio a Kaiser Karl: classe 1989, quella di Baptiste Giabiconi è la parabola di un ragazzo che dal lavoro di operario in fabbrica si è ritrovato catapultato sulle passerelle.

Bellezza efebica e fascino ambiguo, Baptiste ha lavorato per anni in una fabbrica di elicotteri nel sud della Francia; un talent scout non meglio identificato ne avrebbe poi scoperto la grande fotogenia. Da lì la fama ci ha messo poco ad arrivare: dopo aver firmato un contratto con la prestigiosa Dna Model Management di New York, Giabiconi è divenuto il volto della campagna pubblicitaria di Frankie Morello. Dal 2008 il modello è entrato nelle grazie di Karl Lagerfeld, che ne ha fatto la propria musa iconica.

Baptiste Giabiconi è la musa maschile di Karl Lagerfeld

Classe 1989 e un fascino giocato sull'ambiguità

Classe 1989 e un fascino giocato sull’ambiguità

Baptiste Giacobini fotografato da Karl Lagerfeld

Baptiste Giabiconi fotografato da Karl Lagerfeld per Purple Magazine



Viso angelico e sguardo di ghiaccio, Baptiste Giabiconi ha fatto dell’ambiguità la sua forza: elegante e fascinoso anche quando posa in tacchi a spillo per Lagerfeld o quando sfila in turbante come novello Lawrence d’Arabia.

Dopo aver preso parte ad un cortometraggio diretto proprio da Lagerfeld, accanto a Lara Stone, e dopo essere stato protagonista dello spot del Magnum Algida, per la regia dello stesso Lagerfeld, Giabiconi ha segnato un traguardo, essendo stato il primo modello uomo ad apparire nudo sul calendario Pirelli. L’edizione in questione è quella del 2011, firmata ancora una volta da Lagerfeld. Qui Baptiste posa come in déshabillé a metà tra un satiro e un dio, per scatti ispirati alla mitologia greca, accanto a nomi del calibro di Bianca Balti ed Elisa Sednaoui.

Pirelli 2011 con scatti di Karl Lagerfeld

Pirelli 2011 con scatti di Karl Lagerfeld

In passerella per Chanel Haute-Couture Primavera/Estate 2012

In passerella per Chanel Haute-Couture Primavera/Estate 2012



Il giovanissimo modello ha anche tentato, seppur con discutibile successo, la carriera discografica, incidendo nel 2010 il singolo «Showtime», prima di fare ritorno nel mondo della moda, a lui più congeniale. Torace scolpito, lo vediamo immortalarsi da buon Narciso in diversi selfie a torso nudo, che posta prontamente sui social network, a partire da Instagram, dove è seguito da oltre un milione di followers. Un tatuaggio con la scritta «Simplicité», monito per ricordarsi sempre delle proprie origini, si dice che Giabiconi sia stato boyfriend di Katy Perry, icona dalla femminilità esplosiva: stuoli di ragazzine impazziscono per lui, e la stessa Naomi Campbell ha dichiarato la sua ammirazione per il modello, che a suo dire non avrebbe nemmeno l’ombra di un difetto. Ma la virilità è un’altra cosa, ça va sans dire.


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Lo stile di Caroline Vreeland

Lo stile di Caroline Vreeland

Stando alla genetica lo stile dovrebbe scorrerle nelle vene: Caroline Vreeland, socialite, cantante ed icona di stile, è la nipote della mitica Diana Vreeland. La celebre fashion editor non è stata solo una figura importante del fashion biz, ma il nome che, dagli anni Quaranta ai Sessanta, con la sua impronta ironica, irriverente e personalissima ha rivoluzionato il corso della moda mondiale, fungendo da spartiacque tra l’antico e il moderno.

Divenuta famosa per la sua rubrica su Harper’s Bazaar intitolata “Why don’t you…?”, dalla quale dispensava consigli deliziosamente sui generis, fino al suo ruolo di direttrice di Vogue America, chi ha avuto come nonna un personaggio del calibro di Diana Vreeland non può non sentire tutto il peso che tale eredità inevitabilmente comporta.

Guardando Caroline Vreeland, viso angelico e fisico prorompente, la prima parola che viene in mente è personalità. Perché la bionda cantautrice e modella, balzata alle cronache degli ultimi anni anche per il suo stile, di personalità ne ha da vendere. E se essere figli, o, in questo caso, “nipoti di”, può essere un’arma a doppio taglio, nel caso della giovane Vreeland proprio il carattere e la grinta hanno fatto la differenza.

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Curve da capogiro e grinta da vendere, la bombshell americana si contraddistingue per uno stile moderno e all’avanguardia, che attinge spesso e volentieri dal guardaroba maschile. Cantante apprezzata, prima ancora che icona fashion, Caroline Vreeland predilige il total black e un mood aggressivo. Come lei stessa ha dichiarato più volte, da adolescente ha avvertito la pressione derivatale dal cognome ma anche dal suo fisico esplosivo: grande sensualità, il décolleté generoso e la notevole fotogenia le hanno aperto le porte della moda, con un contratto come modella stipulato con la celebre Next Agency.

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Caroline lavora anche come attrice e talent scout e definisce sua nonna la donna più chic mai esistita. Presenza fissa nei front-row delle settimane della moda, apprezzata anche da Carine Roitfeld, Caroline Vreeland nel 2013 è stata protagonista di American Idol. Spontanea e curiosa, ha dichiarato di sentirsi a proprio agio anche struccata. Perché la personalità è glamour.


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La ragnatela cosmica e il mistero della materia barionica mancante

La materia ordinaria, ovvero la “sostanza” che dà forma a tutto ciò che conosciamo, corrisponde solamente al 5% di tutta la materia presente nell’Universo. Di questo 5%, la metà fino ad ora è rimasta invisibile ai telescopi. Le simulazioni numeriche condotte negli ultimi anni dagli scienziati ci hanno però consentito di stimare che la materia mancante potrebbe essere distribuita, sotto forma di gas incandescenti, nelle strutture su larga scala che formano la cosiddetta “ragnatela cosmica”. Di recente un team di ricercatori dell’Università di Ginevra è riuscito ad osservare direttamente questo fenomeno. La scoperta, pubblicata tra le pagine della rivista Nature, mostra che la maggior parte della materia ordinaria che fino ad oggi non eravamo riusciti a rilevare risiede proprio nei filamenti intergalattici, ed è costituita da gas che ardono a temperature comprese tra 100.000 e un milione di gradi centigradi.


Le galassie si formano quando la materia ordinaria collassa intorno ad un unico centro di gravità, per poi raffreddarsi progressivamente. Se si vuole scoprire come ha origine questo processo di aggregamento è necessario innanzitutto capire dove e in che forma si presenta la materia ordinaria che non rileviamo. Per risolvere il dilemma gli astrofisici dell’UNIGE, in collaborazione con l’Ecole polytechnique fédérale de Lausanne (EPFL), hanno osservato il cluster galattico Abell 2744, scelto in virtù della complessa distribuzione di materia luminosa e materia oscura che ne caratterizza il centro di massa. Le osservazioni sono state condotte utilizzando il Telscopio Spaziale XMM, che grazie alla sua sensibilità ai raggi-X è capace di rilevare con notevole precisione le radiazioni elettromagnetiche prodotte dai gas incandescenti.


Immagine computerizzata del Telescopio Spaziale XMM

Immagine computerizzata del Telescopio Spaziale XMM


Tutte le analisi condotte finora sui cluster galattici come Abell 2744 avevano mostrato che la distribuzione di materia ordinaria nell’Universo non è omogenea. A causa dell’azione della gravità, infatti, la materia tende a concentrarsi in strutture filamentose che formano una caratteristica rete di nodi e collegamenti (la ragnatela cosmica, per l’appunto). Le regioni soggette agli influssi gravitazionali più forti collassano formando i nodi della rete, ovvero i cluster galattici. Così come avviene nelle reti neurali, questi nodi si connettono gli uni agli altri per mezzo di filamenti all’interno dei quali gli scienziati hanno individuato, nel caso di Abell 2744, la presenza dei gas incandescenti che costituiscono la materia barionica mancante. I ricercatori hanno puntato il telescopio XMM proprio in direzione delle aree in cui si aspettavano di trovare i filamenti, riuscendo per la prima volta a misurare temperatura e densità dei gas. Le misurazioni ottenute sono risultate in pieno accordo con i modelli numerici, a dimostrazione del fatto che la materia barionica mancante si trova effettivamente all’interno dei filamenti.


Lo studio condotto dagli scienziati dell’UNIGE è una conferma piuttosto significativa degli attuali modelli che si occupano di descrivere i processi di formazione delle galassie. “Ora dobbiamo verificare che la scoperta della materia mancante nel cluster Abell 2744 non sia un caso isolato. Per farlo studieremo i filamenti nel dettaglio, misurando temperatura e distribuzione dei diversi atomi che li compongono. L’obiettivo è quello di stabilire la quantità di elementi pesanti presente nel nostro Universo” ha dichiarato Dominique Eckert, leader del team di ricerca.


Fotografia del cluster Abell 2477 (NASA/ESA/HFF)

Fotografia del cluster Abell 2477 (NASA/ESA/HFF)


Se i ricercatori riusciranno a misurare con precisione la distribuzione di materia all’interno dei filamenti, sarà possibile stimare il numero di nuclei pesanti prodotti dalle stelle fin dagli albori dell’Universo. Per approfondire la ricerca l’Agenzia Spaziale Europea (ESA) sta pensando di realizzare un nuovo telescopio spaziale, che si chiamerà Athena e sarà operativo tra il 2020 ed il 2030.



Fonte: Université de Genève


Paper: Dominique Eckert, Mathilde Jauzac, HuanYuan Shan, Jean-Paul Kneib,
Thomas Erben, Holger Israel, Eric Jullo, Matthias Klein, Richard Massey,
Johan Richard, Céline Tchernin. Warm–hot baryons comprise 5–10 per cent of filaments in the cosmic web. Nature, 2015; 528 (7580): 105 DOI: 10.1038/nature16058

YOUTH CULTURE – A PARIGI TIFO DA STADIO PER LA COLLEZIONE LEVI’S E PARIS SAINT GERMAIN

YOUTH CULTURE – A PARIGI TIFO DA STADIO PER LA COLLEZIONE LEVI’S E PARIS SAINT GERMAIN

Un messaggio di speranza dalla collaborazione tra il marchio americano e il club di calcio parigino.

Il sodalizio fra calcio e moda (pochi giorni fa è uscita la notizia di Mario Balotelli come testimonial della collaborazione tra Puma e Bape) ben rappresenta, a livello sociologico, una delle più lampanti virtù dell’europeismo: la gioia di vivere.
Nasce dalla partnership tra il leggendario marchio di denim Levi’s e il team calcistico Paris Saint-Germain una linea di prodotti in jeans dall’appeal genuino e sporty.

La capsule collection, lanciata a fine ottobre con due modelli di Trucker Jacket,  ha istantaneamente riportato alla mente agli attentati terroristici dello scorso 13 novembre, accaduti proprio in uno stadio di calcio.

Fabien Allègre, direttore del merchandising del club Paris Saint-German, in merito alla combo ha dichiarato: “Questa collezione vuole dimostrare ancora una volta la capacità del Club di differenziarsi dagli altri, accrescendo la popolarità grazie a nuovi modi di condividere le passioni”.

E’ dunque da un’idea sportiva di unione e condivisione che nascono queste giacche con il nome del team cucito a lettere bianche sul retro e il logo del PSG sulla manica sinistra, all’ altezza della spalla.

La capsule di due PSG Trucker Jacket include un modello da uomo e uno da donna ed è disponibile negli store Paris Saint-Germain, negli store Levi’s® , su levi.com/FR e da Colette.

Mi piace pensare che i sopravvissuti che si trovavano allo stadio in quella tragica notte l’abbiano acquistata e che non vedano l’ora di indossarla in curva.

 

LEVI'S PSG

Twitter e l’opinione della maggioranza

Con circa 450 milioni di utenti in tutto il mondo che pubblicano 900 milioni di messaggi al giorno, Twitter è uno dei social network che si è affermato più rapidamente. Una delle ragioni di questo successo è la marcata viralità della sua struttura, che consente a chiunque di seguire chi vuole senza bisogno di stringere legami reciproci: una caratteristica grazie a cui Twitter è diventato lo strumento preferito di politici, esponenti dei media e personaggi pubblici in generale per diffondere le loro opinioni sui più svariati argomenti dell’attualità.


In che misura questo mezzo riesce a incidere sull’opinione pubblica? Una prima risposta non viene come potremmo immaginare da analisti e guru occidentali, ma da due ricercatori cinesi, Fei Xiong e Yun Liu della Beijing Jiaotong University che hanno utilizzato alcuni algoritmi per analizzare le opinioni espresse da un gran numero di utenti del social network su specifici argomenti e soprattutto come esse evolvono nel tempo.


I risultati, illustrati in un articolo apparso sulla rivista “Chaos” sono abbastanza sorprendenti perché mostrano che le opinioni veicolate da Twitter evolvono rapidamente verso uno stato ordinato in cui emerge una posizione dominante, che riceve l’approvazione di gruppi di utenti sempre più grandi.
I dati mostrano che mentre all’inizio le opinioni su un argomento fluttuano notevolmente, questa variabilità si attenua molto in fretta, stabilizzandosi su un’opinione di maggioranza, largamente condivisa, che prevale nettamente sull’altra.


“Una volta che si è stabilizzata, l’opinione pubblica difficilmente cambia”, ha spiegato Xiong.
Sul lungo periodo, l’opinione che prevale è quella che all’inizio aveva un modesto vantaggio sulle altre. Questo fenomeno, tipico dei sistemi caotici, è denominato “dipendenza sensibile dai dati iniziali” o più volgarmente “effetto farfalla”, perché fu esemplificato da Edward Lorenz, pioniere della teoria del caos, in una celebre conferenza dal titolo “Il battito delle ali di una farfalla in Brasile può scatenare un tornado in Texas?”.


Le opinioni dominanti inoltre tendono a non raggiungere un consenso completo. Coloro che hanno una posizione di minoranza tendono a mantenerla anche quando si trovano di fronte a una maggioranza schiacciante. Twitter, infine, viene utilizzato molto per cercare di convincere gli altri delle proprie opinioni, e molto poco per ammettere di aver abbracciato l’opinione altrui.

Chanel Métiers d’Arts: una parigina a Roma

Una Parigi nebbiosa e fumante, intrisa di mistero e charme, persa nelle sue strade, tra atmosfere gotiche e dettagli che profumano di antico. Una donna stretta in un elegante paletot cammina a passi svelti tra le brasserie, inoltrandosi in quelle strade piene di bistrot. Una sigaretta le fuma in bocca, mentre indugia nei pressi della boulangerie, prima di proseguire la sua corsa sui tacchi a stiletto fino alla stazione della metro. Non siamo nella capitale francese, ma nella Roma firmata Chanel. Quasi come in un film, inizia così la sfilata Chanel Métiers d’art Paris-Rome 2016: in una Parigi ricostruita con certosina precisione, sfila all’interno degli studios di Cinecittà la collezione della storica maison.

Dopo aver sfilato lo scorso anno a New York, Karl Lagerlfed ha scelto la città eterna per presentare la collezione annuale di Chanel Métiers d’Art: una sfilata itinerante incentrata sull’artigianato, per autentici gourmet.

La location scelta da Lagerfeld per la sua #ParisinRome vanta una lunga storia: vero e proprio tempio del cinema, lo storico Teatro 5 fu scelto da Federico Fellini per girarvi i suoi capolavori, da La dolce vita a Otto e mezzo.





Protagonista della collezione è una donna romantica e iperfemminile, stretta in tailleurini in jacquard e lunghi abiti in pizzo, tra silhouette bodycon e dettagli urban. Non mancano accessori evergreen, come le maxi collane in perle, simbolo della maison, ma il mood è arricchito da un tocco aggressive derivato dalla pelle, usata prevalentemente su gonne a tubino. Inedite calze in pizzo esaltano le mise, mentre la gonna ora si porta con crop top.

Colletti austeri, camicie con fiocco, lunghi abiti in chiffon impalpabile, e ancora, tweed e lana bouclé: si alternano sulla passerella nomi del calibro di Lara Stone, Freja Beha Erichsen e Bella Hadid. Citazioni vittoriane nei colli alti mentre la vernice nera di alcuni outfit ci riporta nelle atmosfere intrise di passioni estreme di Godard e Truffaut. Una vera chicca è la borsetta a forma di cinepresa vintage, che si preannuncia già must have della prossima stagione.

Karl Lagerlfed ha pensato proprio a tutto: la sua parigina a Roma unisce alla classe tipicamente francese le suggestioni cinematografiche che hanno fatto grande il cinema italiano.
Un film dentro al film: l’apposito cinema d’antan diviene la location in cui viene proiettato in anteprima “Once and Forever”, l’ultimo cortometraggio firmato Lagerfeld. Protagoniste Kristen Stewart e Géraldine Chaplin, entrambe nei panni di mademoiselle Coco. Le due dive siedono in prima fila in un front row ricco di celebrities che applaude con entusiasmo ogni uscita e proclama Lagerfeld nuovo re di Roma.


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Natale 2015- Guida ai regali per lui

Come si impossessano delle armi i terroristi in Europa?

Le autorità francesi non hanno ancora stabilito dove i terroristi abbiano preso le armi che hanno ucciso 130 persone negli attacchi di Parigi ma quello che è certo è che non è troppo difficile procurarsi armi in Europa dato la frammentazione della legislazione sulle armi e l’esistenza di una vasta rete di trafficanti. Uno dei posti dove potrebbero aver preso le armi, però, potrebbe essere il negozio da dove arrivavano le armi dell’attacco a Parigi di gennaio e sul treno francese ad agosto.


Il negozio è di proprietà di AFG Security Corp e vende repliche di divise naziste armi disattivate. Gli intermediari comprano le armi in Slovacchia dove, fino a poco fa bastava avere diciotto anni, e le vendono all’estero. A Bruxelles si può acquistare un fucile da guerra per un prezzo che varia dai 500 ai 100 Euro in 30 minuti a quanto racconta Bilal Benyaich, un esperto in islamismo radicale all’Itinera Istitute.


Riattivare un’arma disattivata è solo uno dei modi in cui i terroristi possono venire in possesso di armi in Europa. La guerra nei Balcani ha lasciato in eredità circa 6 milioni di armi da fuoco all’interno del continente. Le organizzazioni criminali, inoltre riescono a contrabbandare armi da Africa e Medio Oriente. Contrabbando che è divenuto ancora più facile con la situazione di instabilità in Ucraina e Libia.


Il traffico di armi in Europa è chiamato il “Commercio delle formiche” perché nella maggior parte dei casi i trafficanti trasportano un’arma alla volta al posto di muovere grandi quantitativi.
La Francia, ad esempio, ha delle leggi sulle armi molto rigide ma questo non è il caso di molti altri stati europei che fanno parte dell’area Schengen, questo facilità enormemente il traffico. All’Europa servirebbe una commissione centrale che si occupi delle armi da Bruxelles in modo di coordinare i diversi stati, un po’ come in USA fa la ATF (Bureau of Alcohol, Tobacco, Firearms and Explosives).


Gli attacchi di Parigi potrebbero aver dato la spinta necessaria ai burocrati di Bruxelles necessaria per occuparsi in modo più organico del traffico di armi. Si parla già di un controllo più rigido delle armi semi-automatiche, un bando per l’acquisto di armi online e condizioni più rigide per l’acquisto di armi disattivate. Tutte misure utili nel caso fossero condivise da tutti gli stati europei.

Natale 2015-Guida ai regali per lui

È arrivato puntuale anche quest’anno il Natale. Si dice che fare un regalo ad una donna sia molto più semplice: è ora di sfatare questo luogo comune, attraverso una selezione ampia e variegata di idee regalo pensate esclusivamente per lui. Originali, sofisticate o casual, romantiche o divertenti, per regali adatti ad ogni tipo di budget: per un Natale 2015 indimenticabile.

Vantano una lunga e antica tradizione e sono i pezzi più glamour dell’intero guardaroba maschile: sono i gemelli da polso, dettaglio mai banale del look maschile. Un regalo per veri intenditori, che può facilmente adattarsi sia ad un budget medio che ad un budget extra lusso.

Ironici e divertenti sono i maglioni a tema natalizio, must have di stagione, che vanno incontro alle esigenze del vostro portafoglio e che ben si prestano anche se il regalo è per un amico o un fratello: perché l’autoironia è la parte più sexy di un uomo.





Dalla cura della persona, col cofanetto firmato Giorgio Armani, all’abbigliamento, declinato in chiave casual e haute couture, fino al vintage: 1stdibs propone pezzi di antiquariato perfetti per impreziosire il suo studio con stile.

Quale migliore dono per brindare insieme al nuovo anno se non una bottiglia di Dom Perignon vintage, risalente al 2006? Un regalo perfetto per le coppie di innamorati che si accingono a trascorrere insieme le festività.

Per appassionati di moda ma anche per amanti della bellezza in generale è perfetto il volume “SIR” di Mario Testino edito da Taschen: una celebrazione dello charme maschile vista dall’obiettivo del celebre fotografo di moda. Per veri gourmet.

Appeal sofisticato nel kit per lucidare le scarpe proposto da Gentlemen’s Hardware o nel set da ufficio firmato Ted Baker. Un’altra idea elegante è regalargli una camicia bianca: capo passepartout del suo guardaroba, perfetto per ogni occasione. Polo Ralph Lauren propone un’ampia varietà di scelta. Regali raffinati e insieme funzionali che lo sorprenderanno.

E se vi piace provocarlo, non perdetevi i boxer a tema natalizio, come quelli di ASOS; per festeggiare il Natale in modo sexy.


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Chiudere le moschee clandestine è una buona idea?

In moltissime città italiane è normale vedere ad orari prestabiliti marciapiedi, parcheggi o garage riempirsi di uomini che stendono i propri tappeti a terra per pregare. Il motivo per cui succede questo è che i musulmani in Italia sono 1.6 milioni ma esistono pochissime moschee di cui solo 4 costruite dal principio per essere moschee. Esistono molti centri islamici con sale di preghiera ma non riescono a coprire il grande numero di fedeli presenti nel paese.


Per questo motivo gran parte dei fedeli musulmani presenti in Italia si arrangia con ritrovi di fortuna, spesso cantine o garage; per questo hanno fatto particolare scalpore le parole pronunciate dal ministro Alfano a Lecce: “Chiuderemo l luoghi abusivi e irregolari ma non per impedire il culto ma perché il culto avvenga in luoghi che siano in regola dal punto di vista di tutte le autorizzazioni previste dalle nostre leggi”.


La volontà delle chiusura delle moschee irregolari è arrivata dopo i risultati di uno studio commissionato da Alfano dopo gli attacchi di Parigi. In questo studio si sottolineava come le moschee irregolari siano un mondo opaco e a rischio sicurezza. Alfano, sempre a Lecce, ha puntualizzato che: “Ci sono molti musulmani moderati nelle moschee irregolari ma è anche dove è nato il fondamentalismo”. Alfano ha fatto riferimenti anche alle comunicazioni via internet, sottointendendo un controllo del web.
Izzedin Elzir, la guida dell’UCOII, la più grande organizzazione musulmana in Italia, vicina ai Fratelli musulmani ha sottolineato come tutti i luoghi di ritrovo non conosciuti continueranno a rimanere sconosciuti e anzi, si ingrandiranno se si deciderà di chiudere i luoghi non regolamentati ma conosciuti.
Elzir, parlando ai funerali di Valeria Solesin, la ricercatrice italiana uccisa al Bataclan ha incoraggiato gli Imam a parlare in italiano e ad aprire un dialogo con gli estremisti per convincerli di essere in errore. Elzir ha anche chiesto ai musulmani moderati di denunciare gli estremisti anche se sono membri della loro famiglia.


Il ministero dell’Interno ha stimato che in Italia sono presenti 1.613.000 musulmani, quasi tutti stranieri. In Italia l’islam è la seconda grande religione dopo il cattolicesimo. Più della metà dei musulmani vive a nord e il gruppo più grande (120.000 persone) vive a Milano.
L’Islam non è una religione riconosciuta in Italia nonostante culti con un numero inferiore di praticanti lo siano, come ad esempio il giudaismo e il buddismo.
La mancanza di un riconoscimento permette allo stato di controllare il numero di edifici religiosi che vengono costruiti ma impedisce alla seconda più grande comunità religiosa di integrarsi in modo completo.
Questa politica ha condotto alla nascita delle moschee irregolari e sicuramente contribuisce alla radicalizzazione dei soggetti che si sentono non accettati e contrastati nella loro fede. Alfano ha rincarato la dose promettendo un miliardo di Euro per migliorare la sicurezza, per l’assunzione di interpreti arabi e per la sorveglianza su internet. Siamo sicuri di aver trovato la soluzione all’Islam radicale?

THE BARBER SHOP

THE BARBER SHOP


Il Barber Shop, rilanciando nel 2015 una moda che ricorda profumi e i gesti degli anni ’30, è l’esempio perfetto di quanto l’uomo ad oggi stia, passo dopo passo, rubando la scena al genere femminile per quanto riguarda la cura del corpo e il narcisismo sempre più esasperato.
Ecco dunque che una finestra nel tempo si apre dal momento in cui la donna decide di entrare in un Barber Shop a pretendere quei trattamenti di bellezza che sono legati rigorosamente al genere femminile.
La storia erotico/ironica si sviluppa interamente all’interno del locale dove la nostra madame sceglie come esecutore/uomo oggetto dei suoi trattamenti un ignaro cliente.

Model: Nathalya Araujo – Nologo Milano – Fabio Stranieri
stylist : Alice Montini
makeup : Valentina Guria
hair : Maria Gioia
ph: Claudio Colombo

beard : Alessandro Ercolano

papillon : Dandy Inside

location : Metropolitan Style Retrò barber shop & hair stylist – Genova




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Natale 2015-Guida ai regali per lei

Arriva come ogni anno il Natale e scegliere il regalo giusto può risultare più complicato del previsto. In tempi frenetici come questi, i regali natalizi possono diventare un vero problema: il tempo a disposizione è sempre troppo poco e girare per negozi alla ricerca di ispirazioni non sempre si rivela la scelta più intelligente.

È allora che internet può venire in aiuto: le guide ai regali natalizi possono fornire molteplici spunti per gli indecisi dell’ultim’ora. Per il Natale 2015 tante sono le idee sfiziose per le vostre amiche o la vostra fidanzata, per tutti i gusti e per tutte le tasche.

Vero e proprio must have natalizio sono i maglioni a tema: coloratissimi, originali e caldi, tante sono i brand ad aver proposto il fashion trend: da H&M ad ASOS, tutti sotto i 50 euro, perché è il pensiero che conta.

Per un regalo di classe, i libri a tema fashion non possono mancare: è finalmente il libro fotografico dedicato a Grace Coddington: il volume “Grace: Thirty Years of Fashion at Vogue” celebra il lavoro trentennale della celebre fashion editor britannica. Un’altra proposta degna di nota è “Fashion Designers A-Z” edito da Taschen. Un secolo di moda celebrato attraverso la collezione permanente del Fashion Institute of Technology di New York: capi storici delle maison più famose, da Azzedine Alaïa a Balenciaga, da Chanel ad Alexander McQueen, Yves Saint Laurent e Vivienne Westwood. Il volume in edizione limitata è disponibile in sei edizioni, firmate da nomi del calibro di Akris, Etro, Stella McCartney, Missoni, Prada e Diane von Fürstenberg. Il regalo perfetto per vere fashion victim.





Nasty Gal propone per questo Natale una selezione di capi vintage firmati Chanel: svariate proposte di abbigliamento, pelletteria ed accessori, dalla mitica 2.55 ai tailleurini bon ton tanto cari a mademoiselle Coco. Imperdibile.

Per un regalo sexy, i brand di lingerie più famosi propongono autentiche chicche nelle collezioni dedicate al Natale: da Yamamay tantissime sono le proposte, declinate in diverse nuance cromatiche e in vari modelli.

E perché non farle trovare sotto l’albero il regalo più ambito? Un solitario Tiffany è l’evegreen per eccellenza, anche a Natale.


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Genio e anticonformismo: Balthus in scena alle Scuderie del Quirinale

Geniale, aspro, accademico e anticonformista allo stesso tempo, inclassificabile, questi alcuni degli aggettivi che possiamo usare per tentare di definire un artista come Balthus, che a 15 anni dalla sua scomparsa, in una mostra di enorme spessore per quantità di opere e del racconto attraverso le stesse, lo celebra in una mostra dislocata fra due location, le Scuderie del Quirinale e Villa Medici a Roma.
L’esibizione, visitabile fino al 31 gennaio e curata dall’illustre storica dell’arte Cécile Debray, ci regala una retrospettiva necessaria e ricchissima del pittore di origine polacca, la cui arte fu profondamente influenzata anche dall’arte italiana, in particolare quella rinascimentale ma anche dal periodo delle avanguardie in cui Balthus maturò.

Le chat de la Méditerranée (1949)

Le chat de la Méditerranée (1949)



Presso le Scuderie del Quirinale la mostra ci regala quasi 150 opere d’arte, disegni, fotografie, provenienti dai più importanti musei del mondo e da collezioni private. Dal MoMa di New York infatti, arriva il primo grande capolavoro riconosciuto da pubblico e critica, La Rue (La via), dipinto risalente al 1933, nel quale si intravedono chiarezza compositiva e capacità narrativa, ma anche una rappresentazione incisiva delle figure dipinte, tipiche dell’arte moderna.

L’arte di Balthus è di fatto inclassificabile, indefinibile, perché ora tendente all’accademismo classico, ora proiettata verso una chiave metafisica, surrealista, avanguardista. Già negli anni 30’ il critico Antonin Artaud definì la sua pittura come “una rivoluzione incontestabilmente rivolta contro il surrealismo, ma anche contro l’accademismo in tutte le sue forme. La pittura rivoluzionaria di Balthus riscopre una sorte di misteriosa tradizione”.

paesaggio balthus

paesaggio balthus



Il percorso espositivo, ampio e organizzato in modo cronologico, si sviluppa attorno a delle tematiche quali l’eredità rinascimentale, l’infanzia, l’influenza letterarie ove ritroviamo splendide rappresentazioni, disegni, e bozzetti ispirati a “Cime Tempestose” di Emily Bronte o a “Le avventure di Alice nel paese delle meraviglie” di Lewis Carroll. Non mancano poi dipinti che sembrano quasi essere precursori dello stile cubista, come ad esempio il dipinto “Grande paesaggio con l’albero” (1960), realizzato durante il suo periodo a Chassy, che fu prolifico e momento di ampie sperimentazioni.

L’universo balthusiano davvero ricco e ampio, ci porta dipinto dopo dipinto a ripercorrere in un’unica esposizione, stili e filoni diversi, dal surrealismo, al classicismo, dal cubismo al pointillisme, dal metafisico al ritorno alla tradizione. Un ‘esposizione e un’esperienza unica, eclettica, imperdibile, che cerca di ripercorre e definire il discorso pittorico di un autore che ha pochi termini di paragone nel panorama dell’arte moderna.

Make up: guida ai pennelli

MAKE UP: GUIDA AI PENNELLI

 

I pennelli sono l’attrezzo fondamentale nel mondo del make up. Ancora più importanti dei prodotti stessi. Per questo motivo andrebbero utilizzati da tutte, non solo dai make up artist. Senza un pennello, costoso o economico che sia, ombretti/fondotinta/creme non avranno quel finish professionale ed uniforme che fa la differenza. È importante allora saper distinguere le loro funzioni e conoscere quelli più utili.


PENNELLO PER SOPRACCIGLIA-CIGLIA:

 

La parte morbida serve per spazzolare le sopracciglia prima di sistemarle con la pinzetta o prima di procedere al riempimento con la matita. Chi le ha piene e folte può anche pettinarle verso l’alto e fissarle con un gel trasparente. Il lato rigido aiuta a separare le ciglia quando si formano grumi durante l’applicazione del mascara. Oppure, a proprio piacimento, permette di raggruppare le ciglia in ciuffetti corposi per un look alla Twiggy.

 

PENNELLI PER CORRETTORE:

 

Ne esistono di varie dimensioni: più il pennello è piccolo e fitto, maggiore sarà la coprenza, quindi attenzione alla scelta del colore del prodotto per evitare chiazze visibili intorno all’imperfezione.

Nr 1: pennello a lingua di gatto, sottile e denso. Da usare di piatto e tamponando delicatamente. Ottimo per coprire brufoletti e rossori intorno al naso, zona perioculare, couperose.


Nr 2: pennello a setole lunghe e morbide. Ideale per l’utilizzo di correttori molto cremosi. Applicare il prodotto picchiettando sulla zona interessata e poi sfumare con movimenti circolari.

Chi soffre di acne può anche applicare i correttori con pennelli ampi da fondotinta -sempre tamponando e mai tirando troppo il prodotto così da garantirne la coprenza.

 

PENNELLI PER FONDOTINTA:

 

 

Quando si parla di fondotinta, la gamma di pennelli è molto ampia: varia in base alla consistenza del prodotto, ma alcuni di essi si adattano a più tipologie. Di seguito i tre più funzionali e più comuni:

Nr 1: Setole ampie e molto lunghe. Si usa prima tamponando il prodotto e poi stendendolo con movimenti circolari. Non propriamente adatto a chi presenta molte imperfezioni e necessita una buona coprenza. Ottimo invece per chi ha una pelle pulita e desidera un finish naturale.

Nr 2: Pennello piatto. Al contrario del precedente è l’ideale per garantire buona coprenza grazie alle setole fitte. Essendo molto compatto, infatti, non tende ad assorbire il prodotto. Si usa tamponando leggermente sulle zone problematiche, e stendendo invece sul resto del viso.

Nr 3: Pennello da BB cream/fondotinta liquidi. Può avere superficie piatta o presentare una rientranza al centro che funge da serbatoio: al contrario degli altri pennelli infatti, si versano poche gocce di prodotto direttamente sulle setole per poi distribuirle su tutto il viso con movimenti circolari. Come per il pennello piatto, è consigliabile tamponare sulle aree che richiedono più coprenza.

PENNELLO PER CONTOURING:



Una volta uniformato l’incarnato, si scolpiscono i volumi del viso utilizzando diversi pennelli:

Nr 1: Sottile, piatto e denso: permette di creare come per magia quel solco sotto lo zigomo per un immediato effetto scavato. È più adatto al trucco da fotografia, ma se si è in grado di sfumare bene regala ottimi risultati anche nella vita reale. Si usa con fard e bronzer in polvere o in crema.

Nr 2: Angolato, setole lunghe e morbide. Indicato per l’applicazione del blush in polvere, aiuta a seguire l’anatomia dello zigomo creando volume. Il taglio più alto va rivolto verso l’esterno del viso. Utilizzare tamponando o sfumando a seconda dell’intensità che si desidera ottenere.

Nr 3: Pennello a ventaglio. Nasce come una sorta di “scopino” per ripulire le guance dopo l’applicazione di ombretti scuri, ma se usato diagonalmente è ottimo per seguire e scolpire la forma dello zigomo. Ricordarsi sempre di sfumare controllando l’effetto finale sotto la luce naturale per evitare righe troppo nette.

PENNELLO KABUKI:



Il più conosciuto e forse quello usato più impropriamente. L’errore più frequente è quello di utilizzarlo su tutto il viso quando si applicano prodotti molto pigmentati come blush o terre. Il risultato è, per forza di cose, una guancia troppo colorita e soprattutto in aree troppo estese. Meglio ricorrere al Kabuki per l’applicazione di polveri fissanti e ciprie trasparenti. Si al Kabuki anche per quanto riguarda i fondotinta minerali in polvere. Se si necessita una buona coprenza, meglio optare per quelli a taglio piatto.

PENNELLI OCCHI:



Quando è il turno degli ombretti, un solo pennello non basta. Dimenticarsi quindi dei classici sfumini in spugna di cui sono dotate le palettine commerciali, con quelli risulterebbe difficilissimo creare smokey look o qualsiasi tipo di sfumatura.

Nr 1: Pennello da sfumatura: con questo si applica la base (una polvere neutra) e si lavora e si sfuma il colore dopo ogni passaggio.

Nr 2: Pennello da piega: grazie alle sue dimensioni ridotte facilita la definizione della piega superiore e permette di delineare la forma finale desiderata (es.forma a “V” esterna). Ideale per posizionare i colori più scuri da sfumare poi con il pennello nr.1

Nr 3: Pennello a penna: solitamente molto fitto e quasi rigido si utilizza per sottolineare la rima inferiore e per rifinire i look più geometrici. Come quello da piega, è l’ideale per lavorare i colori scuri.

Nr 4: Pennello per angolo interno o per arcata sopracciliare: consente di applicare polveri illuminanti nei punti strategici.


Il più importante di tutti è il Nr 1, da utilizzare dopo ogni altro per alleggerire i tratti. Sfumare è insomma imperativo!

PENNELLI DA EYELINER:



Nr 1: Pennello incurvato, ergonomico, facilita l’applicazione in quanto evita lo sfregamento con le ciglia. Ottimo per linee sottili e precise.

Nr 2: Pennello angolato, forse il più facile da utilizzare, permette di creare una coda perfetta in pochi secondi. Aiuta a modulare lo spessore senza troppa fatica.

Nr 3: Pennello piatto, indicato per righe spesse ed uniformi, senza codine finali.

PENNELLO LABBRA:



Deve essere pratico da portare con se’: meglio sceglierlo con cappuccio o retraibile per non macchiare borse e astucci. La classica forma a lingua di gatto aiuta a colorare le labbra senza pericolo di sbavature, dimenticando i disastri dell’applicazione diretta dallo stick. Fantastico inoltre per delineare l’arco di Cupido, operazione molto difficile senza questo strumento.

Lily Rose Depp: la nuova musa di Chanel

La sua bellezza è regale, elegante e per alcuni versi, acerba. I suoi lineamenti sono dolci e delicati. E l’appellativo di nuova Lolita della moda le calza a pennello. Sarà che in lei si rivedono i tratti sofisticati della madre Vanessa Paradise e quelli più selvaggi del padre Johnny Depp?

Lily Rose Depp in Chanel

Lily Rose Depp in Chanel



 

 

Lily è poco più che un’adolescente eppure la sua popolarità è in continua ascesa. Con oltre un milione di followers su Instagram, la giovane enfant prodige della moda si appresta a spodestare dal podio celebrities ormai affermate da tempo.

Da tempo è chiaro a tutti come la piccola Lily-Rose Depp (a soli 16 anni) abbia conquistato proprio tutti. Ha affascinato perfino il glaciale kaiser Karl Lagerfeld che l’ha voluta come volto della collezione Pearl Eyewear di Chanel perché: «Incantevole. Una giovane donna della nuova generazione con tutte le qualità di una star».

Solo lo scorso aprile, al fianco di Vanessa, sedeva in prima fila durante la sfilata Métieres d’Art di Chanel a New York. Poi ancora riaccreditata e stavolta per la presentazione della collezione Chanel Airlines primavera-estate 2016 della maison di lusso francese.

Lily Rose durante la sfilata SS16 Chanel

Lily Rose durante la sfilata SS16 Chanel



 

 

Capelli incolti, make-up effetto nudo, jeans a vita alta e foulard al collo: quanto basta per far catalizzare su di sé tutta l’attenzione della stampa.

 

 

Lily Rose posa durante il Fashion show di Chanel

Lily Rose posa durante il Fashion show di Chanel



 

Vanessa Paradise, Karl Lagerfeld e Lily Rose

Vanessa Paradise, Karl Lagerfeld e Lily Rose



 

La chiave di lettura di ogni suo outift (sempre riuscito dobbiamo ammetterlo) pare sia inevitabilmente il casual: micro shorts, t-shirt in cotone e jeans abbondanti  dallo stile anni novanta.

 

Street Style per Lily Rose

Street Style per Lily Rose



 

 

L’astro nascente della moda, ribelle e fragile allo stesso tempo, sa già come muoversi nei meandri del fashion system. Pose ammiccanti, post sui social media che lasciano trapelare diverse chiavi di lettura, abbracci “piccanti” con Stella Maxwell (angelo di Victoria’s Secret), tanto che i tabloid internazionali hanno tramato una storia d’amore tra le due. Archiviata questa parentesi mai confermata, ora si parla di un nuovo amore. Lui è bello e iper tatuato come il padre. Il suo nome? Ashely Stymest in arte Ash: modello ventiquattrenne tra i più richiesti al mondo e già volto per Hedi Slimane.

Eredità pesante quella di Lily-Rose che sembra voler calcare le orme dei genitori. Infatti alla carriera da modella affiancherà quella da attrice. In “The Dancer” (film drammatico di Stephanie Di Giusto) interpreterà la danzatrice statunitense Isadora Duncan, mentre in Planetarium (film diretto da Rebecca Zlotowski atteso nelle sale nel 2016) sarà affiancata dall’attrice Natalie Portman.

 

Beyoncé per Topshop

Ormai è ufficiale: Beyoncé firmerà una linea in esclusiva per Topshop. La catena low cost inglese e la regina della musica hanno confermato l’inedita collaborazione, che si preannuncia un riuscito esperimento stilistico.

La cantante si improvvisa designer di una linea dall’appeal sporty-chic che sarà in vendita da aprile 2016, secondo indiscrezioni. Parkwood Topshop Athletic Ltd., questo il nome della linea sportiva disegnata da Beyoncé, sarà molto più che una collezione stagionale: pare infatti che la linea diventerà fissa nei store della catena inglese.

Curve da capogiro e una grande passione per la moda, la bella Beyoncé ci stupirà con il suo sportswear: declinata in top, leggings, sneakers, i capi saranno adatti per molteplici attività sportive, dalla danza alla corsa.

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Disponibile in 25 paesi, Stati Uniti ed Europa inclusi, Topshop non è nuovo a esperimenti di questo tipo: indimenticabile la collezione disegnata da Kate Moss per il brand low cost. Adesso tocca alla ex delle Destiny’s Child conferire un tocco di stile e di femminilità all’abbigliamento sportivo.


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Design, Il mercante di nuvole, Studio65: 50anni di futuro

Buon Compleanno allo Studio65, uno dei più interessanti laboratori del design italiano.
Per festeggiare il cinquantesimo anniversario dalla nascita una mostra alla Gam di Torino celebra questo grande laboratorio del design italiano.
Si tratta della prima grande mostra monografica dedicata al racconto di mezzo secolo di attività di Studio65, collettivo emblema del Pop Design Made in Italy.
La mostra è curata da Maria Cristina Didero e s’intitola “Il Mercante di Nuvole. Studio65: cinquant’anni di Futuro”.


Design, Il mercante di nuvole, Studio65: 50anni di futuro


In mostra sono esposti la prima edizione di Bocca, del 1970, la seduta Capitello, la poltroncina Attica e il tavolino Attica TL, progettati nel 1972. Accanto a questi oggetti anche il divano Leonardo, il mobile-contenitore Colonna Sonora e la seduta Mela del Peccato.
L’azienda di riferimento dello Studio65 è sempre stata la Gufram, un marchio storico che in occasione della mostra presenta la nuova edizione limitata del divano Bocca.
Siamo negli anni sessanta, gli anni della rivoluzione, del famoso ’68 e intorno allo Studio65 si riunirono personalità eclettiche e a loro modo dissidenti per fondare e celebrare una nuova idea di design e progettazione.
Era esattamente il 1965 e un collettivo di futuri architetti si riunirono intorno alla figura di Franco Audrito.


Design, Il mercante di nuvole, Studio65: 50anni di futuro


Franco Audrito è stato la vera anima di questo grande progetto del design made in Italy e a lui si deve l’invenzione del famoso e bellissimo Divano bocca.
Ecco la storia della nascita di quest’oggetto che ha fatto la storia del design italiano :
“Franco improvvisamente si ricordò che Nanà in Grecia, durante le vacanze, gli aveva mostrato un quadro surrealista di Salvador Dalì, il ritratto di Mae West, dove nel ritratto la bocca dell’attrice era disegnata come un divanetto. Cosa poteva rappresentare la Dea del tempio meglio di un divanetto, ironico e sensuale, vestito di rosso? Così lo disegnammo, come un oggetto pop, a rappresentare la bocca di Marylin Monroe e lo chiamammo Marylin, anche in omaggio al nome della nostra cliente, anche lei bionda e con la bocca perennemente laccata di rosso. Non ci rendevamo conto allora che con quel divanetto, che consideravamo solo un oggetto come tanti all’interno della scenografia di un allestimento, era nato un personaggio, che sarebbe diventato assai più famoso dei suoi autori, di quei quattro giovani architetti che passavano le notti in una mansarda fumosa a disegnare i propri sogni.”


Design, Il mercante di nuvole, Studio65: 50anni di futuro


E i sogni talvolta si avverano, l’avventura di questo grande creativo è da lui stesso raccontata quando poeticamente si definisce “mercante di nuvole”.
“In realtà dal 1965 sono stato sempre e soprattutto un “Mercante di Nuvole”.
Sì, è proprio come avete capito: io ho prodotto, venduto e distribuito per il mondo, in questi 50 anni, le nuvole.
Era la primavera del 1965 quando in America attraversavo le praterie del Nord Ovest, alla ricerca di me stesso e del senso della vita, “on the road”, sulle tracce di Kerouac.
Per caso, in questo mio errare, incontrai un vecchio capo pellerossa. Mi invitò a fumare il narghilé, e con lui parlammo delle origini della vita e di come noi siamo parte della natura e dell’universo.
Ma quando stavo per accomiatarmi da lui mi volle confidare un segreto.
Egli e la sua tribù, ormai sterminata, detenevano, tra tutte le tribù pellerossa, il segreto della produzione e distribuzione delle nuvole nel mondo.
Segreto che si tramandava di generazione in generazione.


Design, Il mercante di nuvole, Studio65: 50anni di futuro


Ma non aveva più speranza di poterlo tramandare all’interno della sua tribù ormai estinta, e mi rese partecipe del suo grande dolore, al pensiero che se questo segreto non fosse stato tramandato, il mondo sarebbe diventato un mondo senza nuvole, un mondo arido senza pioggia, primo passo verso un mondo senza sogni, senza fantasia, senza emozioni, categorie la cui cancellazione avrebbe seguito a ruota la cancellazione delle nuvole.
Mi chiese, per il bene del mondo, di diventare il nuovo detentore di questo segreto. Accettai perché in quel momento capii che lì, dal grande vecchio, avevo trovato me stesso e capito il senso della vita.
Mi insegnò allora a come produrle, a parcheggiarle nelle praterie del cielo e a come inviarle nel mondo, utilizzando le autostrade dei venti che percorrono i cieli, a diverse quote, di cui egli mi diede una mappa dettagliata, frutto di millenaria esperienza.
Appena rientrato in Italia, fondai subito lo Studio65, come società di copertura, e iniziai a produrre nuvole, distribuendole nel mondo.


Design, Il mercante di nuvole, Studio65: 50anni di futuro


Oltre a produrre le classiche, gli strati, i cirri e i cumuli, con l’esperienza ho iniziato a produrre modelli speciali. Le nuvole dorate per tramonti romantici, solitamente commissionati da coppie innamorate, o quelle appena tinte di tenui colori rosati, per le albe attese da giovani amanti, al termine di notti d’amore. E poi, le nuvole giovani che percorrono galoppando come cavalli selvaggi le praterie dei cieli.
Ho conosciuto le procellarie che accompagnano gli eserciti per intimorire i nemici. Ho prodotto e ispezionato le montagne di nuvole nei cieli tropicali che accompagnano la stagione della pioggia, piene di picchi e caverne, e poi i tappeti di nuvole per ricoprire le grandi estensioni della superficie del mondo.
Ho imparato a riconoscerne la voce, a decifrarne il linguaggio per comunicare con loro e guidarle a destinazione.
Ho scoperto che è falsa la credenza degli uomini stolti che credono che le nuvole non possano essere visitate e ospitare in modo confortevole i visitatori.
Le nuvole possono essere cavalcate e con loro puoi volare lontano, o accomodarti nelle loro caverne, scivolare sui loro pendii, ruzzolare e saltare sulle loro morbide superfici. Ma ciò non è concesso a tutti.


Design, Il mercante di nuvole, Studio65: 50anni di futuro


Le nuvole non rivelano questo loro mistero a tutti, perché non vogliono essere invase da orde di turisti vociferanti in picnic domenicali, o farsi imbrattare da lattine di birra vuote e sacchetti di plastica.
Esse rivelano questo privilegio soltanto a chi sa credere nei sogni come unica realtà ed è rispettoso dei silenzi e dei suoni della natura e dell’universo. Questa è la chiave che apre la porta del mondo delle nuvole.
Mi appassionai a questo commercio e lo gestii per 50 anni. Ma questo commercio, che definirei etico, ha un problema: “le nuvole si vendono a peso” e, trattandosi di un prodotto più leggero dell’aria, ogni volta che lo vendi, deve pagare chi vende.
Per 50 anni ho finanziato la produzione delle nuvole con l’attività di architetto, ma oggi ho deciso di finanziarle, preparando e vendendo un campionario/ catalogo che, essendo più pesante dell’aria, potrà finanziare questo commercio.
Ho infatti preparato una serie di tappeti che propongono una selezione di modelli di nuvole in diversi formati e diversi colori, che permettono così di piazzare gli ordini del prodotto reale che verrà poi recapitato in tutto il mondo.”
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