Archive for gennaio, 2016

Quattromani: il rituale dell’Argia domina la collezione del duo di stilisti

Ancora folklore sardo nella collezione autunno/inverno 2016-17 proposta dal marchio Quattromani e presentata nell’ambito dell’evento “New designer at Coin Excelsior” il 28 gennaio scorso.

Ecco che rituale dell’Argia, definito dall’antropologo Ernesto de Martino il “Tarantismo di Sardegna”, riprende vita attraverso i print disegnati da Massimo Noli e Nicola Frau per omaggiare tale tradizione. Il ragno, un insetto simile ad una grande formica scivola con le sue lunghe zampe su gonne a ruota, blousons, trousers e parka.

La collezione punta sul sapore neo-artigianale e su forme neo-seventies. Ciò trova conferma nella scelta dei tessuti, come la maglia a tubolari, la garza stampata e l’eco pelliccia.

Pencil skirts, pantaloni in panno, lunghi dress fluttuanti e impreziositi da un maxi fiocco sul collo, gonne-pantaloni in gabardine full print, bastano per incorniciare il défilé in una silhouette fasciante.

L’argia domina anche la scelta della palette di colori che non dissimula il vello del ragno: in una variegata scelta di tonalità come cammello, il blu, il rosa caramella, il bianco e l’azzurro, vincono il mostarda, il rosso e il nero per definire l’accordo cromatico della collezione.

 

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Pitti Uomo: Kinloch presenta la collezione “Salotto inglese”

Kinloch è il neonato brand di lusso Made in Italy, dedicato sia a lei che a lui, che mescola un design originale al gusto retro. Il marchio, seppur fondato di recente ha già conquistato i mercati internazionali, soprattutto quelli giapponesi.

L’esperienza e l’entusiasmo del team formato dalla milanese SUM Ventures di Davide Mongelli (Presidente del brand n.d.r.) prosegue la corsa senza mai arrestarsi, ottenendo i favori di una sempre crescente clientela che ama lo sfarzo e il glam.

 

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Kinloch presenta a Pitti Uomo 89 la collezione Salotto inglese

Kinloch presenta a Pitti Uomo 89 la collezione Salotto inglese

 

 

Kinloch è savoir-farire, lusso, tradizione. È cura nei dettagli e scelta di materiali di assoluto pregio.

La nuova collezione autunno/inverno 16-17 presentata durante la scorsa edizione di Pitti Uomo è il racconto di un viaggio ricco e sorprendente che per la prima volta in assoluto approda nella “snobbish” inglese lasciandosi alle spalle le mete esotiche esplorate in passato.

Cravatte, sciarpe, pochettes e foulards vengono decorati con patterns superlativi che disegnano preziosi vasi cinesi sulla seta, ispirati dalle residenze aristocratiche della “Old England”.

Una narrazione che tocca picchi importanti attraverso le “English Tales” nella quale simpatiche api, cani, lattughe, gatti e conigli sono i protagonisti assoluti di un dettaglio che conta.

 

Per saperne di più www.kinloch.it

Lo stile di Lauren Santo Domingo

Se l’eleganza avesse un corpo, sarebbe sicuramente il suo: sottile ed eterea, la figura slanciata capace di esaltare qualsiasi mise, i lunghi capelli biondi che incorniciano un volto dai lineamenti squadrati. Emblema dello stile wasp americano, Lauren Santo Domingo è uno dei volti più celebri del fashion biz.

Una carriera sfolgorante ed uno stile imitatissimo l’hanno consacrata influencer e trendsetter, mentre la sua eleganza l’ha portata ad apparire sulla Hall of Fame dell’International Best Dressed List stilata dalla rivista Vanity Fair lo scorso 2015.

Figlia di un imprenditore e filantropo americano, all’anagrafe Lauren Davis, la bionda imprenditrice ha sposato lo scorso 2008 il famoso discografico colombiano Andrés Santo Domingo, divenendo cognata di Tatiana Santo Domingo e Andrea Casiraghi. Il matrimonio, atteso come l’evento più glamour dell’anno, ha tenuto banco per mesi sui tabloid di mezzo mondo. Quarant’anni il prossimo 28 febbraio, cresciuta a Greenwich, in Connecticut, Lauren, algida e bionda, sarebbe piaciuta ad Alfred Hitchcock, con quella sua eleganza un po’ gelida.

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Lauren Santo Domingo è nata il 28 febbraio 1976

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All’anagrafe Lauren Davis, nel 2008 l’imprenditrice ha sposato Andrés Santo Domingo

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Lauren Santo Domingo è contributing editor di Vogue e co-fondatrice del sito Moda Operandi

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Cresciuta a Greenwich, in Connecticut, la bionda Lauren ha sempre amato la moda



Una carriera iniziata come modella per Sassy, magazine per teenager molto in voga negli anni Novanta. L’imprenditrice ha ammesso più volte di aver desiderato da sempre di lavorare nel mondo della moda. Dopo gli studi la bionda Lauren ha messo in curriculum anche un’esperienza come PR per Oscar de la Renta, tra i suoi designer preferiti. Poi la fondazione di Moda Operandi, nel 2010, in collaborazione con Aslaug Magnusdottir, e, da lì, la consacrazione a guru della moda.

Moda Operandi si è imposto in breve come uno tra i siti web più amati dai fashion addicted di tutto il mondo: l’idea le venne guardando le sfilate di moda e sognando, da fashionista che si rispetti, di poter indossare al più presto i capi visti sulle passerelle. Il sito si distingue infatti in quanto offre la possibilità di fare acquisti senza dover aspettare i lunghi tempi di consegna normalmente previsti. M’O ha aperto diverse sedi nelle principali capitali europee, a partire da Londra. Il sito offre un’ampia selezione di capi, accessori di lusso, come la celebre Birkin Bag di Hermès, e numerose collezioni di gioielli.

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Lauren Santo Domingo è un’imprenditrice, un’influencer ed un’icona di stile

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L’imprenditrice è stata inserita dal New York Observer tra le 100 newyorkesi più influenti degli ultimi venticinque anni

Lauren Santo Domingo in pelliccia Marco de Vincenzo

Lauren Santo Domingo in pelliccia Marco de Vincenzo

Lauren Santo Domingo indossa un top Johanna Ortiz

Lauren Santo Domingo indossa un top Johanna Ortiz

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Nel 2010 Lauren Santo Domingo ha fondato Moda Operandi insieme ad Aslaug Magnusdottir

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Trench, jeans e ballerine: la quintessenza dello stile



Nel 2005 la bionda Lauren torna a far parte della redazione di Vogue, dove aveva iniziato anni prima a lavorare come editor: con la sua rubrica “APT with LSD” entra negli appartamenti delle donne più influenti del fashion biz, affermandosi anche come una delle firme più seguite e apprezzate della celebre testata.

Presenza fissa sulle riviste patinate come anche nei front row delle sfilate e nel parterre degli eventi più glamour ed esclusivi, Lauren Santo Domingo secondo il New York Observer è una delle cento newyorkesi più influenti degli ultimi venticinque anni. La bionda fashion editor e il marito Andrés formano una coppia molto glamour e sono spesso paparazzati negli eventi mondani, come illustri esponenti di quel jet set internazionale che forse oggi apparirebbe annacquato senza icone della portata di Lauren. Il suo nome, divenuto celebre -quasi un logo vivente- viene spesso abbreviato come LSD.

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Lauren Santo Domingo è musa di stilisti del calibro di Proenza Schouler, Nina Ricci ed Eddie Borgo

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La bionda fashion editor è amante delle pencil skirt e degli abiti scultura

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Lauren Santo Domingo è considerata l’ultima icona wasp

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Gonna Derek Lam e giacca paillettata Salvatore Ferragamo

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La carriera di Lauren Santo Domingo è iniziata con uno stage come PR presso Oscar de la Renta



Da anni considerata tra le donne più eleganti del mondo, musa di stilisti del calibro di Proenza Schouler, Nina Ricci e Alexander Wang, Lauren Santo Domingo è una brillante trendsetter, capace di anticipare le tendenze e fiutare i futuri talenti, tra cui Delpozo, di cui ha spesso indossato le creazioni. Fotografata da nomi del calibro di Annie Leibovitz e Mario Testino, non c’è rivista patinata in cui Lauren Santo Domingo non sia apparsa, da Vogue Paris a Vogue Spagna, da Elle a Town & Country, da W a Vanity Fair.

La bionda editor viaggia spesso tra Londra, New York, Cartagena, in Colombia -paese di origine del marito- e Parigi, dove vive nel quartiere Saint Germain, in un lussuoso hôtel particulier. Mamma di due bambini, sublime incarnazione della più autentica lady dell’alta società americana, l’editor è da sempre in prima linea nel valorizzare i nuovi talenti. Tra i suoi designer preferiti spiccano Giambattista Valli, Oscar de la Renta, Charlotte Olympia, Dries Van Noten, Dolce & Gabbana e Josep Font di Delpozo. Il suo stile tradisce la sua vita cosmopolita e la sua indole raffinata e sofisticata. Icona di stile contemporanea dalle mise sempre apprezzate, Lauren Santo Domingo sfoggia uno stile sempre impeccabile, che indossi capi sartoriali o abiti da gran soirée. Una predilezione per le pencil skirt e per gli abiti scultura, dal sapore couture, il suo stile è tutto da imitare.

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Uno dei look più iconici dell’imprenditrice

Lauren Santo Domingo in Oscar de la Renta ai Met Gala 2014

Lauren Santo Domingo in Oscar de la Renta ai Met Gala 2014

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Lauren Santo Domingo in John Galliano vintage

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Lauren Santo Domingo in Giambattista Valli Couture




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Lo stile di Anna Wintour

Mattel rilancia la Barbie che somiglia alle donne vere

Era il lontano 9 marzo 1959 quando Mattel commercializza per la prima volta la Barbie: la bellissima icona plastificata, vestiva all’epoca un costume a righe e portava gli occhiali da sole modello butterfly indossati su una folta chioma raccolta in una lunga coda. Sono trascorsi ben 57 anni di successi spesso però oscurati dalle tante critiche mosse nei confronti dell’azienda perché commercializzava modelli di bellezza che non rappresentava totalmente la realtà.

 

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Sta di fatto che la Barbie è stata per molti anni considerata esempio da seguire per le ragazzine di tutto il mondo. In lei, oltre la chioma bionda e lucente, si apprezzava anche il fisico statuario e il suo status symbol. Il castello in cui abitava, la maggiolino che guidava e infine i suoi abiti, sempre di tendenza.

La notizia che oggi ha davvero del sorprendente e che siamo sicuri, farà felice tutte le donne del pianeta, è che Barbie non sarà più un modello irraggiungibile; quell’esempio che ha spinto molte adolescenti ad avere un rapporto malato con il proprio corpo spingendole nel tunnel buio dell’anoressia.

 

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Sette tonalità di carnagione, ventidue toni di occhi diversi, ventiquattro hairstyles proposti e quattro tipologie di corpi differenti.

La gamma meno stereotipata di bambole oggi presente sul mercato, rilancia il modello curvy e small per accontentare le bellezze latine e tall per aggraziare quella fetta di mercato sempre più crescente di donne altissime.

Evelyn Mazzocco, vice presidente e global manager di Barbie ha così commentato la scelta di incrementare la gamma di bambole: “Siamo convinti di avere la responsabilità nei confronti di ragazze e genitori di riflettere una visione più ampia della bellezza.

 

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Renzi sta sgomitando in Europa

Tra gli stati membri, e fondatori, dell’Unione Europea l’Italia è sempre stata tra i più importanti ma non ha mai avuto l’influenza che la sua grandezza, demografica ed economica, le avrebbe dovuto procurare. Germania e Francia hanno sempre fatto la voce grossa e nessuno ha mai osato mettere in dubbio la loro leadership.


La situazione attuale dell’UE, frammentata come non mai e con Schengen a rischio, però, ha creato lo spazio in cui il Presidente del Consiglio intende incunearsi per aumentare il peso del Belpaese.
Renzi non ha deciso di diventare sempre più aggressivo nei confronti dell’UE, la politica Merkel/Hollande lo ha portato ad essere sempre più aggressivo.


L’Italia non è più nella situazione di estrema necessità di un aiuto europeo, come nel periodo Monti, è in ripresa, seppur lenta, e contribuisce alle casse europee più di quanto prelevi. Nonostante questo viene sistematicamente lasciata fuori dalle decisioni importanti, quelle, ad esempio, sulla crisi di migranti che colpisce l’Italia come praticamente nessun altro paese europeo e gli viene negata quella flessibilità che a Roma viene considerata necessaria per far tornare a galoppare una delle economie più importanti del mondo.


Le istituzioni europee certo non hanno reagito bene nei confronti del nuovo comportamento italiano, prova ne è stata la pubblica ramanzina di Juncker a cui Renzi ha risposto in modo aggressivo. L’intervento di Juncker è arrivato dopo una serie di sgarbi di Renzi alla Commissione, costantemente criticata, e dallo stop italiano alle sanzioni russe, lo stop al piano d’aiuti alla Turchia, lo stop al progetto North Stream, il gasdotto che collegherà Russia e Germania, fratello dell’ormai defunto South Stream.


L’acceleratore sulla posizione di Renzi lo ha messo sicuramente la voce insistente di una sospensione di Schengen. Una sospensione che avrebbe una conseguenza disastrosa per quei paesi come Italia e Grecia che sono il collo di bottiglia dell’enorme flusso di migranti che si sta riversando in Europa. Senza Schengen tutti i migranti approdati in Italia rimarrebbero in Italia e parleremmo di centinaia di migliaia.


In questo scenario Renzi si sta preparando a ad andare a pranzo dalla cancelliera tedesca Merkel e probabilmente le farà un’offerta che non potrà rifiutare: basta bastoni fra le ruote a Bruxelles e più flessibilità e un posto al tavolo delle decisioni per la questione migranti.
Una offerta che la Merkel non avrà particolari problemi ad accettare. La crisi dell’eurozona è in secondo piano per l’opinione pubblica rispetto a quella dei migranti e non ci saranno problemi a far passare inosservata la flessibilità che chiede l’Italia.
Insomma, forse è finita l’epoca della sottomissione senza se e senza ma ne confronti di Bruxelles o della cancelliera tedesca. Ora sembra ci siano gli interessi italiani al centro della nostra politica europea.

THE HATEFUL EIGHT: LO SPAGHETTI WESTERN FIRMATO TARANTINO

Il Maestro è tornato, con il suo ottavo capolavoro, celebrazione assoluta dello stile tarantiniano in versione western. Ed è già cult.

Attesa finita: il Maestro del cinema pulp è tornato e, come ormai di consueto, ha fatto centro. Questa volta più che mai. Torna Quentin Tarantino e lo schermo si ritinge di quel rosso puro che non solo è l’emblema del suo “fare cinema” riempiendo la pellicola di scene crude e ricche di quel sangue rosso vivo, ma bensì anche di quel rosso associato alla passione, la stessa che il regista riesce con ogni suo lavoro ad infiammare in un pubblico che ormai lo ha consacrato a mito, un regista ribelle capace di trasformare lunghe scene di violenza in veri e propri cult.

 

Lo aveva fatto agli esordi con il mitico Pulp Fiction, con Le Iene, con Kill Bill e via dicendo e quest’anno lo ha riconfermato portando sul grande schermo il suo ultimo grande lavoro: The Hateful Eight. L’ottavo film di Tarantino, proiettato in anteprima solo in tre sale in tutta Italia (il Teatro 5 di Cinecittà, il Cinema Arcadia di Melzo (Mi) con super tecnologia audio firmata Doldy e realizzata da Sangalli Tecnologie di Bergamo e il Cinema Lumière della Cineteca di Bologna) è già stato definito dalla critica come la consacrazione del genere “spaghetti western” alla Tarantino. Se già con Jango Tarantino si era addentrato in questo “terreno” da lui tanto amato, con The Hateful Eight è riuscito a riproporre in tutto e per tutto un film che non solo ha tutto il sapore di quei film wester tanto amati dal cinema americano, ma in più ha inserito tra i mm di questa pellicola tutto il suo stile inconfondibile.

 

E parlando di mm non si può non porre l’attenzione sulla scelta del Maestro di portare sul grande schermo un film in 70 mm, formato di pellicola deluxe quasi in disuso, costoso ma dalla resa extra luminosa e dalla dinamica del colore imbattibile. Una scelta che porta lo spettatore quasi ad entrare direttamente nel film, proiettandosi in ogni singola scena. Il risultato è a dir poco stupefacente, amplificato da un’altra chiave di volta alla Tarantino, le musiche, sempre intense, profonde, incisive e ovviamente in antitesi con la scena proiettata.

 

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E se poi si conclude dicendo che ogni singolo pezzo è siglato dal grande Ennio Morricone… non serve andare avanti. Ogni nota buca lo schermo e si fonde con esso per rendere vivida e profonda ogni sequenza. E così dallo scenario innevato delle montagne del Nord America si apre The Hateful Eigth, il cui svolgimento, in contrasto con molti altri miti di Tarantino girati in ambienti che cambiano in un batter d’occhio, avrà come sfondo solo queste montagne e l’ Emporio di Mannie, che servirà ai protagonisti per ripararsi da una bufera di neve.

 

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Proprio in questo piccolo spazio il film troverà il suo compimento, in una sequenza di scene che, a differenza delle altre sette bobine del Maestro, non troveranno la velocità dell’azione ma bensì il lento scorrimento della trama. Effetto voluto ovviamente perché quello che Tarantino ha creato è un film da gustare con calma, scena dopo scena, in una prima parte quasi troppo lenta e senza sangue per essere un suo film. Ma nessun problema: il secondo tempo sarà una discesa senza freni verso il macabro, crudo e sanguinolendo stile tarantiniano. Con una nota in più: gli amanti del genere non potranno assolutamente mancare di notare come la stesura perfetta di questo copione richiami inesorabilmente gli enigmi di una delle più amate gialliste della storia, Agatha Christie (non a caso uno dei cow boy protagonisti si spaccerà per inglese e porterà un cappello che quanti hanno amato il celebre detective Hercule Poirot non potranno non avere notato?!).

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Sta di fatto che il richiamo a quei “10 piccoli indiani” che uno a uno moriranno in un gioco misterioso dove non sarà chiaro nè  l’assassino nè l’innocente vi è tutto. Cambia lo scenario, ovviamente, ma la logica che spingerà gli otto cacciatori di taglie protagonisti ad una eliminazione reciproca vi è tutta. Con un “… e alla fine ne resterà solo uno” che non poteva però essere applicato da Tarantino. E qui, solo qui, piano piano, scena dopo scena, con salti temporali propri dello stile pulp, mixati a quel “mexicans standoff” (ovvero il “triello” nel quale tre personaggi armati di pistola si tengono sotto tiro l’un l’altro-tanto amato da Sergio Leone), il film ci svela tutti i suoi perché e la storia fitta di dialogi ben creati e sangue a più non posso consacra ancora una volta il mito di Tatantino. Un grande applauso al grande Maestro pulp quindi, che non ha deluso, anzi, ha riconfermato il suo genio e la sua maestria nel trasformare anche la scena più macabra in una sequenza cult. E se la grande Agatha fosse stata con noi in platea ieri sera, beh, siamo sicuri avrebbe abbozzato un sorriso. O così la vogliamo pensare.

 

 

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Arte Fiera Bologna 40 anni di grande arte

Arte fiera Bologna compie 40 anni e di strada ne ha fatta , tante le iniziative e i progetti per questa edizione che certo si farà ricordare.
La direzione artistica è affidata a Claudio Spadoni e Giorgio Verzotti che cosi commentano: «L’arte italiana è sempre stata il blasone di Arte Fiera, vogliamo puntare su quei valori che l’hanno resa grande. Il piatto forte, quest’anno, è la generazione degli anni sessanta settanta».


Arte Fiera Bologna 40 anni di grande arte


Di arte italiana di quel magico decennio che andò dai sessanta e settanta, la cosi detta Transavanguardia, c’è ne sarà tanta con l’esposizione di uno Schifano mai presentato al pubblico, un’opera del 1985, che appartiene al gallerista Emilio Mazzoli: “l’ha fatto per me su commissione, nel 1985, è uno dei più bei quadri del dopoguerra. È la prima volta che lo faccio vedere. I quadri sanno dove devono andare. Prima non aveva voglia di venire, si tratta di Gaston a cavallo perché il dissi a Schifano che volevo un cavallo”.


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Altro inedito presente a Bologna quello del gallerista Glauco Cavaciuti che presenta un’opera di Enzo Cucchi: «È del 1987, piena Transavanguardia. Apparteneva a Bruno Bischofberger, l’ho comprato a 22 anni e tenuto nella mia collezione privata fino ad oggi. Questa Bologna è un’Arte Fiera particolare. Ho voluto portare un’opera di grande impatto, per grandi collezionisti» spiega Cavaciuti.


Arte Fiera Bologna 40 anni di grande arte


Alcuni tra gli eventi più importanti di Arte Fiera Bologna 2016:
– Arte Fiera 40, Pinacoteca Nazionale di Bologna, è una mostra che ripercorre i 40 anni passati allineando i maggiori esposnenti degli ultimi quattro decenni di produzione artistica.
– Arte Fiera 40, MAMbo, esposizione di una serie di opere acquistate da Bologna Fiere nel corso degli anni.


Arte Fiera Bologna 40 anni di grande arte


– River of Fundament, di Matthew Barney. Oggi, ore 17.30 Teatro Comunale. Proiezione (vietata ai minori di 18 anni) in anteprima italiana del lungometraggio (sei ore) scritto e diretto da Matthew Barney, musicato da Jonathan Bepler e prodotto da Matthew Barney e Laurenz Foundation. Ispirato al romanzo Ancient Evenings di Norman Mailer: ambientato nell’Egitto pre-cristiano, descrive in dettaglio sette stati dell’anima dalla morte fino alla rinascita secondo la mitologia egizia. Con la partecipazione di ospiti reali, dell’ambiente intellettuale statunitense vicino a Mailer, e immaginari, come alcuni che derivano dal mondo di Cremaster.


Arte Fiera Bologna 40 anni di grande arte


– Robert Indiana, G. A. M Galleria d’Arte Maggiore. Classe 1928, Robert Indiana è tra i pochi esponenti della pop art ancora in vita. I suoi lavori, iconici, sono giantografie in 3D parte dell’immaginario artistico contemporaneo. Numeri o più spesso parole: Eat, Die, Amor, o la più celebre Love acquistano il peso specifico del loro valore e significato.
– Table Studies, di David Adika. Casa Morandi. L’artista israeliano rende omaggio a Giorgio Morandi con lavori fotografici dove le componenti estetiche della tradizione e della toria israeliana dialogano sia con la vita personale di Adika sia con le opere di Morandi.


Arte Fiera Bologna

Santillo 1970 – l’amore per le tradizioni

Cosa manca ad alcuni “artisti” per essere definiti tali? L’amore. L’amore per quello che fanno, per il proprio mestiere, per il pennello che tinge la tela, per il soggetto che stanno fotografando. L’amore come elemento essenziale, come la mezza tinta che rende un quadro perfetto – questo è quello che non manca a Santillo 1970 – l’amore per la propria terra.

Ed è alla loro terra d’origine, la Calabria, che i fondatori  Santillo 1970 dedicano la  nuova collezione autunno-inverno 2016/17 e al progetto speciale Radici Project.

Radici Project pone come obiettivo quello di recuperare le antiche lavorazioni artigianali, utilizzando le materie prime del territorio. La ginestra calabrese, un bellissimo fiore dal giallo intenso, viene mescolata al lino e al cotone, rendendola così più morbida. Il risultato è un tessuto di gran qualità, successivamente lavorato attraverso antichi telai di inizio ‘900 restaurati.  Prodotti unici, autentici, che hanno una “vita da raccontare” quelli di Santillo 1970 – che racchiude, in questa capsule, le lavorazioni croquette per le cravatte “handmade”.

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lo showroom Santillo nel cuore di Milano



Nella collezione autunno-inverno 2016/17 ritroviamo il grande attaccamento di Gennaro e Saverio Santillo per la letteratura e i viaggi, capi dal sapore antico che ci riportano ai romanzi di J. R. R. Tolkien – e allora le sfumature saranno verdi come i boschi incantati, marroni corteccia, rosse come il fuoco e blu intense come i cieli di un paesaggio rurale.

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l’uomo Santillo è amante del buon gusto, dei viaggi, della cultura



Tutto è retrò, compreso lo showroom situato nel cuore di Milano, a Porta Venezia, dove tra i manichini risalta la forza del brand per l’attenzione ai dettagli – polsini, asole, colletti e rifiniture – sempre e rigorosamente realizzati a mano.

 

 

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la tecnica utilizzata per la creazione dei capi, trae ispirazione dalla sartoria napoletana



 

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sapori retrò allo showroom Santillo



Un viaggio dove la classe, l’eleganza e il buon gusto ritornano in auge, radici al passato, verso gli anni ’30 – ’40, anni che, secondo Gennaro Santillo, rappresentano la massima espressione dello stile.

 

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è agli anni ’30 e ’40 che trae ispirazione il guardaroba Santillo



La collezione FW 2016/17 è composta da dieci capi e si distingue per l’utilizzo delle mescole di pregiati filati quali flanella, cachemire, fustagno, cotone nelle due versioni “classic”, gli immancabili monofilo e brillanti come il drill, e “rough”.

New entry per questo nuovo progetto è il capo “daily use” ricercato ma versatile. Una camicia che non è più ancorata alle vecchie rigide regole del dress code. Sempre attuali sono i modelli “cult” dell’azienda calabrese, fra tutti la polo-camicia.

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la camicia Santillo



 

La storia di Santillo 1970 nasce nel secondo dopoguerra nella bella Napoli, e arriva a noi oggi grazie alla loro passione, alle tradizioni, all’ amore per la famiglia e per la propria terra, una storia dove l’etica e le pratiche sartoriali sono il “leitmotiv” del brand.

Santillo 1970 ha ancora molto da raccontare, è il libro che abbiamo appena iniziato a leggere e non vorremmo finisse mai.

 

YOUTH CULTURE : UN BRAND CHE GUARDA AL MEDIO ORIENTE – MALIBU 1992

E’ certamente bizzarro e incuriosisce che la collezione primavera estate 2016 uomo del brand Malibu 1992 sia pensata per gli uomini d’affari del Medio Oriente, come ad esempio Dubai.


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Malibu 1992 SS 16 Campaign




Si andrebbe dunque a collocare in spazi ipermoderni, dove si respira aria di multiculturalità.
Un’interessante evoluzione per il brand di Dorian Gray, designer che vive tra Londra e Milano, che è innanzitutto una fucina artistica: nato come gioielleria per millionaire parvenu che sembrano viaggiare su jet privati e trascorrere il tempo su spiagge di sabbia bianca e mare cristallino.


Malibu 1992 SS 16 Campaign

Malibu 1992 SS 16 Campaign




Mentre le colonne dorate e i templi hanno caratterizzato la parte che riguarda la gioielleria, in un’emozionante tributo alle greche e alla iconografia di Versace ai tempi di Gianni, la collezione uomo primavera estate per l’uomo è un’indagine stilistica sull’estetica del petrolio. I capi sono impreziositi da ricami neri e placce d’oro metalliche realizzate artigianalmente. La giacca a prova di tempesta di sabbia protegge il volto, è doubleface ed è il capo più iconico di questa collezione di un brand che ha già conquistato le regine del rap/pop d’oltreoceano ( Iggy Azalea e Rihanna, per citarne due).

Ispirazione bizantina per l’Alta Moda firmata Valentino

Le dee di Valentino incedono sicure e a piedi nudi, leggiadre e su petali di rosa e ranuncoli, su una passerella che racconta un passato fastoso e mai dimenticato.

Pierpaolo Piccioli e Maria Grazia Chiuri si lasciano suggestionare dalle danzatrici predilette dallo stilista Mariano Fortuny y Mazadro (noto come Mariano Fortuny, figlio del celebre pittore catalano Mariano Fortuny y Marsal) per celebrare una donna che prende le sembianze di una straordinaria divinità greca. Dello stilista recuperano non solo l’estetica, ma anche le fogge di alcune eterei vestiti adorati dallo stilista spagnolo. Rivive così l’abito Delphos disegnato per la prima volta da Fortuny: leggero, dalla lunghezza totale e, soprattutto, plissettato.

La ricchezza dei ricami, una firma ormai certa nelle collezioni di Valentino, crea un ponte creativo tra l’Occidente moderno e l’Oriente bizantino; ed ecco come mirabili tuniche si fregiano di trame d’oro rivedendo in chiave odierna sfarzosi pannelli desunti, presumibilmente, dalla pittura parietale di “Teodora e il suo seguito” presenti all’interno della chiesa di San Vitale, a Ravenna.

Il broccato, recuperato dall’archivio Fortuny e lavorato sapientemente dalle mani abili degli artigiani in atelier, viene esaltato attraverso l’applicazione di effetti in 3D ottenuti da farfalle in volo e fiori sbocciati, che esaltano a loro volta la tramatura originale del tessuto.

Il fluttuare di abiti che librano nell’aria, trame di fili orditi con dovizia che appesantiscono i broccati delle tuniche, eleganti velluti che costruiscono affascinanti abiti peplo e i pavoni (simbolo di vita eterna nell’arte bizantina), conferiscono alla collezione un viaggio intrinseco di arte, sapere e lusso.

E mentre propizianti serpenti scivolano sui capi delle modelle, lussuosi calzari ci ricordano che l’Oriente e il suo folklore non sono mai stati così vicini come nella collezione Haute Couture primavera/estate 2016 di Chiuri e Piccioli per Valentino.

 

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L’Italia è al centro di un giro di passaporti contraffatti

Il mercato nero dei passaporti contraffatti in Europa si è ingrandito a dismisura negli ultimi mesi e gli USA minacciano di introdurre i visti per molti paesi, come Italia e Grecia, in cui il mercato sembra particolarmente fiorente.
Il numero di passaporti falsi è raddoppiato in 5 anni. I passaporti non vengono solo dall’Europa ma anche dal Medio Oriente. Secondo l’Interpol sono recentemente scomparsi 250.000 passaporti siriani e iracheni, alcuni di questi completamente intonsi.
Il mercato è così fiorente a causa dell’enorme quantità di profughi che si sta spostando in Europa in questi mesi.


Il dipartimento della Homeland security statunitense ha alzato l’allarme dopo gli attacchi di Parigi, due degli attentatori avevano dei passaporti falsi, e ha dato un ultimatum a Francia, Belgio, Germania, Grecia e Italia: entro il 1 di febbraio i punti deboli del sistema di controllo dovranno essere sistemati o gli USA introdurranno l’obbligo di visto per i paesi in questione. Grecia e Italia, non c’è bisogno di dirlo, sono considerati i due paesi più problematici.
Gli stati europei, dal canto loro, sono consapevoli del problema e all’incontro di alcuni giorni fa ad Amsterdam dei ministri degli Interni e della Giustizia dell’UE, si è parlato della creazione di una task force per contrastare “l’industria dei documenti contraffatti” che si è creata in Siria, Iraq e Libia e che è gestita direttamente da Daesh.


I ministri hanno affermato che è molto difficile fermare questi documenti perché nella maggior parte dei casi si tratta di documenti legittimi rubati in uffici occupati dai miliziani di Daesh.
Due degli uomini che si sono fatti esplodere allo Stade de France hanno usato passaporti siriani falsi per passare in Grecia. Pochi giorni dopo la polizia serba ha arrestato un uomo che aveva un passaporto in cui alcuni dettagli coincidevano con quelli degli attentatori.


La polizia austriaca ha arrestato due uomini che chiedevano asilo con altri due passaporti siriani falsi mentre la polizia italiana ha arrestato due siriani con passaporti falsi norvegesi e austriaci.
Grecia e Italia, essendo i due stati più coinvolti nel flusso di migranti, sono quelli che hanno più problemi a gestire la grande quantità di passaporti falsi che stanno invadendo l’UE.


In alcuni giorni gli inquirenti presenteranno i risultati dell’inchiesta chiamata a indagare sul furto di centinaia di passaporti fallati destinati al macero. Nessuno si era accorto del furto fino a quando a Fiumicino un passeggero ha presentato un passaporto il cui numero seriale era registrato come distrutto.
Un passaporto europeo ha più valore di uno del Medio Oriente dato che vengono sottoposti a controlli meno approfonditi e quindi hanno un costo più alto, si parla di cifre che si aggirano sui 7.000 euro.

Per non dimenticare

La deportazione e lo sterminio degli ebrei. Un evento tanto tragico quanto assurdo ed incomprensibile, che non va e non deve essere dimenticato. Proprio in questo senso, il cinema giunge in soccorso, attraverso la riproposizione del tema dell’Olocausto. Oggi vi proponiamo due tra le più significative pellicole riguardanti il periodo della Seconda Guerra Mondiale. La prima è datata 2006, mentre la seconda 2013. Andiamo nel dettaglio.

Black Book

Il primo film di cui vi parliamo è Black Book (letteralmente “Libro nero”), un’opera che mostra un fronte forse leggermente più sconosciuto, quello della resistenza olandese al dominio nazista.

La storia è ambientata nel settembre 1944 e vede come protagonista Rachel Stein, una ragazza che di mestiere fa la cantante di varietà. Fuggita dalla Germania per trovare rifugio in Olanda, la giovane ritrova la sua famiglia nelle zone liberate dall’invasione. La gioia tuttavia è fugace: a causa di un’imboscata tedesca, la giovane perde tutti i suoi cari. L’unica che riesce a sopravvivere all’esecuzione di massa è proprio Rachel, che ottiene asilo presso un gruppo di uomini appartenenti alla resistenza olandese con al comando Kuipers. La nostra eroina decide così di schierarsi con loro e di sfruttare la sua bellezza estetica. Dopo aver cambiato identità (il suo nuovo nome è Ellis De Vries), infatti, Rachel s’insinua nelle stanze del potere con l’incarico di sedurre l’ufficiale delle SS Muntze, finendo poi per innamorarsene. Nonostante ciò, la donna non perde di vista la sua missione: piazzare una microscopia per ottenere informazioni top secret. Ma un altro uomo vorrebbe fare breccia nel cuore di Rachel: Hans Akkermans, un medico della resistenza. Una notte, a seguito di un’improvvisa irruzione, molti partigiani vengono barbaramente uccisi e Rachel viene accusata di alto tradimento. Ma la verità è un’altra…

Black Book

Black Book

Il regista del film è l’olandese Paul Verhoeven (reso celebre per lavori quali RoboCop, Basic Instinct e L’uomo senza ombra), che inscena un dipinto realistico della resistenza olandese, inglobando gli stilemi tipici del melodramma. Nel delicato passaggio dalla dittatura alla libertà, Black Book si sviluppa attraverso l’ausilio di una serie di personaggi dallo sguardo ingannevole e dagli atteggiamenti torbidi e sibillini, presunti eroi pronti a divenire impostori e a svelare la loro naturale inclinazione alla sopraffazione. Inutile dire che su tutti spicca la protagonista Carice Van Houten (Rachel Stein), una figura femminile ammaliante e dispensatrice di erotismo. Ogni uomo, dal più spietato ufficiale delle forze armate tedesche (Muntze) al medico della resistenza (Hans), non desidera altro che possederla. La memoria di Rachel verrà racchiusa da Israele, lo Stato creato dalle Nazioni Unite nel 1948 per accogliere l’incredibile esodo della popolazione ebraica.

 

Corri ragazzo corri

La seconda pellicola che vi proponiamo proviene direttamente dalla cinematografia polacca e s’intitola Corri ragazzo corri.

Il film racconta la storia di Srulik, un bambino ebreo di 8 anni fuggito con l’aiuto del padre dal ghetto di Varsavia, fingendosi un orfano polacco per sfuggire alle truppe naziste in presidio. Anche in questo caso, il protagonista cambia identità, divenendo Jurek. Con il suo nuovo nome, il bambino si armerà di coraggio e attraverserà intere foreste pur di trovare una casa o una fattoria in cerca di cibo in cambio del proprio lavoro. La sua fuga verso la libertà non avrà sosta, anche quando sarà consegnato ai nazisti, da cui riuscirà incredibilmente a fuggire in maniera fortunosa. In attesa della fine della guerra, Srulik proseguirà il suo incessante cammino, incontrando lungo il suo percorso persone che lo aiuteranno ed altre, invece, decise ad ucciderlo.

Corri ragazzo corri

Corri ragazzo corri

Il regista Pepe Danquart (vincitore di un Premio Oscar per il cortometraggio Schwarzfahrer del 1993) inscena il progressivo e graduale allontanamento dalle proprie origini di un bambino che ha promesso solennemente al padre di sopravvivere. Tratto dal best seller omonimo di Uri Orlev, il film eleva il suo giovane protagonista a paladino della libertà e dell’intelligenza, le uniche armi in grado di contrastare e sconfiggere l’incubo nazista. Man mano che Srulik si trasforma in Jurek il suo passato viene costantemente cancellato, così come la sua religione e la sua reale identità, accompagnato dal dolore per non avere diritto ad un posto nel mondo.

L’incessante fuga per libertà, contrassegnata dalla volontà di sopravvivere, può essere interpretata come una metafora del popolo ebraico, verso il quale Srulik non crede più di appartenere, fino al momento in cui realizzerà concretamente in che modo tutto ebbe inizio.

Siamo perciò dinanzi ad un’autentica odissea, in cui un bambino di soli 8 anni continuerà a lottare pur di mantenere la promessa fatta al padre. Un’infanzia violata che solo il coraggio e la forza di volontà potranno far tornare a galla.

La trasgressione in chiave couture di Jean Paul Gaultier

Il fumo di una sigaretta offusca l’aria di una gelida notte parigina; due mani si sfiorano, tra risate sommesse e sguardi furtivi, che fanno capolino sotto il make up pesante. Lo smoking lascia intravedere la linea gentile del punto vita, mentre il tacco dodici reclama la sua parte in questo gioco seduttivo; gli occhi di lui sembrano spogliare quei fisici scultorei nascosti sotto veli di chiffon; occhi a mandorla dalle lunghe ciglia sembrano tremare mentre le mani bramano carezze sempre più audaci. La mente vaga senza fermarsi, e l’inaspettato ménage à trois apre la porta a giochi proibiti e segreti inconfessabili. Quella è la notte giusta, la notte in cui osare, in cui la Ville Lumière riserva dolci sorprese e promesse d’amore. Basta un’occhiata complice, e le due donne entrano insieme nel locale dall’aria invecchiata, mentre l’insegna al neon recita un nome indimenticabile.

La collezione haute couture Primavera/Estate 2016 di Jean Paul Gaultier inizia così, con un tributo alla libertà sessuale e allo stile degli indimenticabili anni Settanta, incarnati in Edwige Belmore, regina del punk scomparsa lo scorso anno, protagonista indiscussa della nightlife parigina fino agli anni Ottanta. Le atmosfere audaci rivendicano una voglia di perdizione in chiave patinata, in bilico tra le paillettes e i lustrini di un cabaret e le suggestioni sadomaso di un club privé.

E quale migliore location iconografica se non Le Palace, tempio della musica e della vita notturna parigina, dove, a cavallo tra gli anni Settanta e gli Ottanta, si potevano trovare tutti: da monsieur Yves Saint Laurent, fedelmente accompagnato dalle sue muse Loulou de la Falaise e Betty Catroux, a Paloma Picasso; lì dove Bianca Jagger ballava sui tavoli e Grace Jones improvvisava striptease. Un’intera generazione che non temeva gli eccessi, ricordata come Generation Palace. Jean Paul Gaultier ripropone sulla passerella la stessa atmosfera di promiscuità sessuale, rigorosamente in chiave chic, che si respirava in quella che era la versione francese del celeberrimo Studio 54.

Le mannequin che calcano la passerella aspirano il fumo da sigarette e bocchini anni Trenta, e, tra baci saffici e risate, sorseggiano flûte di champagne. Ambigua e androgina, la donna Jean Paul Gaultier è perfettamente a suo agio nell’atmosfera dei nightclub; un vero animale notturno, ricorda una Katherine Hepburn fasciata in smoking nero impreziosito da fusciacca rigida chiusa da nappine in seta, che diviene quasi una sorta di corsetto ad alto tasso erotico. Misteriosa come le dive dei film anni Quaranta, eccentrica ed iconica, si muove sinuosa tra cristalli e abiti paillettati, che esibisce distrattamente sotto blazer dal taglio sartoriale distrattamente appoggiati sulle spalle. Trionfo di glitter tra jumpsuit e pigiami da sera metallizzati, da indossare sotto trench che ricordano vestaglie. I leggings vengono sdoganati praticamente ad ogni uscita, sia in pelle nera che in fantasie a righe, mentre sono nude le gambe sotto alle piume di marabù bianco; il pinstripe diviene la fantasia prevalente, per capispalla in raso di seta, più simili ad un négligé, mise perfetta per questa diva dell’avanspettacolo in chemisier dorate, strizzata in corsetti e tute in lurex, tra elementi circensi e chinoiserie da bordello cinese.

Polvere di stelle nelle tuniche preziose indossate sotto al biker d’ordinanza dalle suggestioni punk e trompe-l’oeil che fa capolino tra gli omaggi a David Bowie e al glam rock: la donna Jean Paul Gaultier indossa abiti a sirena tempestati di paillettes sotto boleri dai colori fluo e dal piglio ribelle. Nel front row spiccano Fergie, Christian Louboutin, Farida Khelfa e Amanda Lear, che si esibisce alla fine del défilé.

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Tanti auguri Elijah Wood

Vi ricordate quel ragazzino di 8 anni con la maglietta rossa intento ad osservare il protagonista di Ritorno al futuro: Parte II giocare ad un videogioco? Quel bambino oggi compie 35 anni. Stiamo parlando dell’attore statunitense Elijah Wood, alias Frodo Baggins, lo hobbit della celebre trilogia cinematografica de Il Signore degli Anelli diretta da Peter Jackson.

In occasione del suo compleanno, vi proponiamo un suo breve ritratto, menzionando le sue principali apparizioni sul grande schermo.

Nato a Cedar Rapids (Iowa) il 28 gennaio 1981, Elijah Wood debutta come protagonista a fianco di Mel Gibson nel film Amore per sempre del 1992, mentre l’anno successivo è affiancato da Macaulay Culkin (Mamma ho perso l’aereo) nel thriller L’innocenza del diavolo. Nel 1996, invece, è la volta della pellicola intitolata Flipper, mentre nel 1998 di Deep Impact.

Uno dei film più noti che vede tra i protagonisti Elijah Wood è sicuramente Hooligans – Green Street, datato 2005. Uno spaccato crudo e realistico della realtà ultrà dell’Inghilterra, con particolare riferimento all’antica e mai sopita rivalità sulle sponde del Tamigi tra i tifosi del West Ham e quelli del Millwall.

Uno scontro tra i tifosi del West Ham e i supporters del Millwall nel film Hooligans - Green Street, con Elijah Wood

Uno scontro tra i tifosi del West Ham e i supporters del Millwall nel film Hooligans – Green Street, con Elijah Wood

Nello stesso anno interpreta il ruolo dello spietato cannibale dagli artigli affilati Kevin in Sin City.

Sin City, Elijah Wood nei panni dell'assassino cannibale Kevin

Sin City, Elijah Wood nei panni dell’assassino cannibale Kevin

Nel 2007, invece, diventa protagonista del film Oxford Murders – Teorema di un delitto, coadiuvato da John Hurt. Due anni più tardi, il 25 maggio 2009, si aggiudica il Midnight Award al San Francisco International Film Festival, premio conferito ad un giovane attore che abbia contribuito allo sviluppo e alla promozione del cinema indie.

Infine, nel 2012 compare in un cameo celebrativo nelle vesti di Frodo in Un viaggio inaspettato, il primo capitolo della trilogia de Lo Hobbit, nonché prequel de Il Signore degli Anelli.

 

Ogni cosa è illuminata

Evidentemente il 2005 è stato l’anno più florido per Elijah Wood, dato che, oltre ai già citati Hooligans – Green Street e Sin City, in quel lasso di tempo fu protagonista anche di un’altra opera: Ogni cosa è illuminata, diretta dall’attore statunitense Liev Schreiber (di cui ricordiamo The Manchurian Candidate, Defiance – I giorni del coraggio e X – Men le origini – Wolverine), al suo debutto dietro la macchina da presa.

Ogni cosa è illuminata

Ogni cosa è illuminata

La pellicola racconta la storia di Jonathan Safran Foer (Elijah Wood), un ebreo americano che narra a sua volta di uno studente, Jonathan, anch’egli americano, in viaggio per l’Ucraina in cerca della donna che salvò la vita di suo nonno strappandolo all’abominio nazista. È proprio in virtù di tale decisione che nell’arco dei 106 minuti di durata lo spettatore può ricostruire la memoria e la realtà del piccolo villaggio di Trachimbord, uno dei tanti shtetl bruciati e gettati nell’oblio nel corso della Seconda Guerra Mondiale. Stiamo parlando di una comunità che ha purtroppo smesso di esistere dal punto di vista geografico, ma che ha saputo rinascere e ricrearsi nell’animo di quelle persone che hanno scrupolosamente e laboriosamente conservato le sue tracce, fino ad arrivare ad una sorta di collezione di ricordi.

Jonathan inizia così il suo lungo peregrinare armato di una fotografia del nonno immortalato in compagnia della sua salvatrice Augustine. Il ragazzo sarà accompagnato durante il suo viaggio da un altro nipote, Alexander Perchov, la voce fuori campo del film, nonché da un altro nonno ebreo sopravvissuto alle stragi naziste, un uomo scorbutico che si finge cieco dietro ad un paio di grossi occhiali scuri e accompagnato da un cane guida piuttosto bizzarro.

Il personaggio di Alexander è interpretato da Eugene Hutz, noto dj e cantante del gruppo musicale dei Gogol Bordello. Egli è altresì un attore (statunitense, ma di origini sovietiche), di cui ricordiamo pellicole quali Wristcutters – Una storia d’amore del 2006 e Sacro e profano del 2008.

Elijah Wood ed Eugene Hutz in una scena del film Ogni cosa è illuminata

Elijah Wood ed Eugene Hutz in una scena del film Ogni cosa è illuminata

Ogni cosa è illuminata è un film incentrato sia sull’universalità dei canonici registri appartenenti al filone tragico, sia sui tempi e le modalità della cultura della comicità yiddish.

 

L’assurdo emendamento Della Zuanna

Dunque, c’è un tizio che ha presentato questo emendamento.
”Chiunque, al fine di accedere allo stato di madre o di padre, fruisce della pratica di surrogazione della maternità e’ punito con la reclusione da tre mesi a due anni e con una multa da 600 mila a un milione di euro”. “Chiunque – si aggiunge – organizza, favorisce o pubblicizza la pratica di surrogazione della maternità e’ punito con la reclusione da sei a dodici anni e con una multa da 600 mila a un milione di euro”.
Questo tizio è il Sen. Della Zuanna [di Padova, come il suo omonimo vescovo-cardinale] non è però il solo. Ben altri hanno sottoscritto questa roba qui.
L’esimio docente di demografia (eletto-miracolato in Scelta Civica nel famoso elenco dei “professori con Monti”) preferisce in sostanza che un bambino, voluto fortemente da genitori che evidentemente non possono averlo, venga tolto loro, affidato ai servizi sociali ed adottato solo perché “nato da madre surrogata”.



Costui comminerebbe una sanzione che non esiste (come misura e proporzione) nemmeno per i reati di strage. E da buon demografo, che è stato anche consigliere per un ministro della famiglia (sic!) andrebbe reso edotto che, fatti 8600mld la ricchezza italiana, diviso 60 mln di cittadini, fa una media di 4 o 8 volte il patrimonio procapite. [si certo, poi gli dovremmo anche ricordare che le medie non tengono conto che c’è Berlusconi e il nullatenente].
Ma Della Zuanna si preoccupa così tanto della famiglia, del calo delle nascite e della cura dei bambini che, da buon cattolico e secondo coscienza non ha niente di meglio che presentare questo emendamento.


Da buon cattolico. 
A me sembra da buon blasfemo, se penso al Vangelo, e se ci penso in un’epoca in cui Papa Francesco – che di certo non è apertissimo su certi temi – non ha gradito l’intromissione della sua Chiesa nelle questioni di legislazione nazionale al punto da retare contrariato quando il suo cardinale, Bagnasco, ha dato pubblico appoggio al FamilyDay “contro” le unioni civili.
E allora provo anche io ad essere nella forma – ma molto meno di lui nella sostanza – un po’ blasfemo, nel ricordargli che tecnicamente Dio è un po’ come se avesse usato la Madonna come “utero in affitto” per farci giungere suo figlio.. e allora, il cattolico Della Zuanna di duemila anni fa che avrebbe fatto? Lo avrebbe tolto a Maria e Giuseppe e affidato ad un orfanotrofio.


Oltre a distruggere la sacra Famiglia che tutti e come tutti la conosciamo, è probabile che viste le multe, non si sa bene se Dio, la Madonna o San Giuseppe starebbero ancora lì a pagare sesterzi ai lavori forzati. E dato che l’Arcangelo Gabriele era complice (in quanto rientra nella fattispecie di colui che “organizza e favorisce”) ci mettiamo dentro in solido anche lui.
[prometto qui pubblicamente che andrò dal mio confessore, da buon cattolico, gli leggerò questo brano e farò ammenda per i miei peccati – per la buona pace dei Della Zuanna di turno]
Il punto può sembrare manicheo e controverso, può davvero apparire blasfemo, può anche sembrare surreale, ma vi assicuro che non lo è. E non lo dovrebbe essere proprio per un cattolico, che sempre – e prima – dovrebbe chiedersi, lui, in prima persona, in coscienza, da che parte sarebbe stato e come si sarebbe comportato duemila anni fa, lì?


Facciamo i pii oggi, che sosteniamo di avere le idee chiare, sostenendo di “aver ricevuto il dono della fede”. Ci sta. Ma questo dono poi va concretizzato nelle scelte di ogni giorno.
E scegliere deliberatamente di prendere un bambino e darlo in affidamento ai servizi sociali, metterlo in un istituto e aprire per lui la via – farraginosissima, lunga e costosa in Italia – della possibile adozione… a me da cattolico non mi sembra affatto cristiano.


Soprattutto per chi la famiglia la difende per l’integrità, la ,orale, l’equilibrio psico-educativo dei minori. Ma è evidente che nella sua onniscienza Della Zuanna (e tutti quelli che la pensano come lui) ne sa e comprende più di me.
Del resto, lui, è autore di “Meno preti, quale Chiesa? Per non abbandonare le parrocchie”.
Ecco, noi (e nel noi ci metto anche i cattolici che la pensano come me) potremmo scrivere un libro a lui dedicato (con Giovanardi e Binetti in bella mostra) dal titolo, che so… “Meno bigotti, quale parlamento? Per non abbandonare i bambini”. Ma non lo faremo.
Preferiamo – nella piena pietas cristiana – che costoro amabilmente finiscano nel limbo del dimenticatoio. Diversamente li renderemo eroi per qualcuno.



P.s. Caro Matteo (Renzi ndr), mo io la cosa del partito della nazione la voglio anche cercare di capire, ma proprio tuttituttitutti devono entrare nel piddì? Così, per sapere…

Armani Privé: l’Haute Couture di Giorgio Armani si tinge di malva

Ho sempre amato vestire le persone con un solo colore [..] Ieri era il caso del grigio, del blu, del greige. Oggi è la volta del malva. È un tono idilliaco, dolce, che sta bene quasi a tutte. Ha un’aria rassicurante e allo stesso tempo molto ricercata”, riferisce re Giorgio Armani per commentare la nuova tonalità presentata durante la sfilata Haute Couture esibita presso Palais De Tokyo a Parigi.

La collezione Armani Privé Haute Couture primavera/estate 2016, dedicata alle brunediventa un tributo al color malva e a tutte le sue sfumature.

La semplicità delle linee essenziali si arricchisce di sfarzosi ma delicati ricami. Perline, baguette e paillette conferisco ai capi una texture di esclusiva meraviglia. Top, blouson, abiti e perfino semplici dettagli appaiono come un complesso di micro specchi studiato accuratamente per catturare la luce e rifletterla dappertutto.

Le onde delle macro ruches, si adagiano delicatamente su giacche e shorts dalla linea midi, creando un movimento sinuoso e gradevole.

Gli abiti da sera regalano tutto l’eleganza che solo il savoir-faire di Giorgio Armani può realizzare. Possiedono una delicata linea ad A impalpabile, quasi vaporosa e in forte contrasto con i corpetti, rigidi o duttili, senza spalline o con scollatura profonda.

Sotto gli occhi di Charlotte Rampling, Isabelle Huppert, del sindaco di Milano Giuliano Pisapia e Juliette Binoche, scorre lentamente la leggerezza: qualità sempre apprezzata dallo stilista che ama vestire il corpo delle donne con tessuti leggeri come la seta e lo chiffon, da sempre sinonimo di eleganza femminile per Giorgio Armani.

 

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Fascino scandinavo per l’haute couture di Chanel

Una immensa distesa di prati verdi su cui si erge solitaria una costruzione astratta in legno scandinavo, che sembra attrarre i raggi di un pallido sole del Nord: si presenta così il Grand Palais di Parigi, per accogliere il défilé Haute Couture di Chanel. Una collezione Primavera/Estate 2016 ricca di suggestioni, in bilico tra opulenza e minimalismo. La luce tenue dei paesaggi nordici si unisce al lusso tipico della maison francese, tra ricami preziosi, gioielli, chiffon e ruches. Ad aprire la sfilata è Mica Arganaraz, la nuova musa di Kaiser Karl, seguita da top model del calibro di Kendall Jenner, Mariacarla Boscono, la burrosa Gigi Hadid con la sorella Bella.

Il tradizionale tailleur in tweed, emblema della maison, si coniuga ad abiti insolitamente minimal, dall’appeal quasi monacale, tra inediti colletti da educanda e maniche balloon: semplicità e pulizia si arricchiscono dell’unico vezzo costituito da un fiocco bon ton. Si continua con bluse e gonne in seta: torna prepotentemente in auge la gonna longuette, con caviglie scoperte, mentre per la sera il mood è sparkling, tra cascate di cristalli, frange, gonne plissettate e oro all over. L’opulenza sembra essere la parola chiave, per un’eleganza che attinge molto dal Sol Levante. Certi capi drappeggiati ricordano i kimono, mentre le linee sembrano ispirarsi ai costumi delle imperatrici orientali. Anche il make up delle mannequin omaggia il Giappone: i capelli vengono raccolti in uno chignon basso con riga centrale, mentre profuma di Oriente il trucco degli occhi, evidenziati da due linee nere parallele.

Neutrale e sobria è la palette cromatica, che predilige avorio, paglia, nude e beige, insieme al bianco, al nero e al blu navy, mentre piccoli guizzi di colore si ottengono con azzurro e rosa shocking che qua e là fanno capolino su tailleur e abiti. Zeppe in sughero sembrano omaggiare la magia dei paesaggi scandinavi, per una moda eco-friendly, che usa materiali quali la rafia.

La donna Chanel è austera come le donne orientali, rispettosa della natura e dei suoi elementi, ma capace di ostentare un lusso quasi barocco, come l’abito da sposa con strascico, che chiude il défilé. Suggestiva e come sempre teatrale la conclusione della sfilata, con le modelle che si raccolgono nella costruzione in legno su due livelli, quasi una casa di bambole dal sapore scandinavo, dove fa capolino anche Karl Lagerfeld.

Ospiti della sfilata Cara Delevingne, una prorompente Monica Bellucci strizzata in inediti leggings, Gwyneth Paltrow, Anna Wintour, l’italianissima Alessandra Mastronardi e la sempreverde Inès de la Fressange, musa storica di Lagerfeld.

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La valchiria di Atelier Versace conquista Parigi

Una valchiria in abito da sera è la protagonista della sfilata Atelier Versace, che ha inaugurato l’Haute Couture parigina. Donatella Versace riporta la maison ai vecchi fasti, proponendo una collezione Primavera/Estate 2016 sofisticata e grintosa.

Atletica, sinuosa, sicura di sé, la donna Versace calca la passerella esibendo una self-confidence fuori dal comune: come una dea, tra drappeggi, spacchi vertiginosi e nude look mozzafiato, esibisce fieramente la propria femminilità e le curve. L’intero défilé è un tributo alla bellezza femminile. E tante sono le bellezze che si alternano sulla passerella, da Irina Shayk a Rosie Huntington Whiteley, da Mariacarla Boscono a Gigi Hadid a Joan Smalls. Testimonial della sfilata è Rita Ora, strizzata in un mini abito arancione, che enfatizza il suo fisico scolpito.

Atelier Versace restituisce alla donna il potere derivante dalla seduzione: la femme fatale che sfila in passerella sfoggia colori vitaminici che esaltano le curve vertiginose. La palette cromatica indugia in nuance fluo, dal giallo fluorescente all’arancio al blu cobalto, alternati al bianco e nero optical. Nude look enfatizzano il corpo attraverso sapienti cuciture e intrecci strategici: i virtuosismi non si contano, tra reti traspiranti e lacci bondage, per capi ad alto tasso di seduzione. Come una ragnatela, piccoli spiragli di pelle vengono lasciati sapientemente in vista, mentre lunghi abiti da sera in georgette di seta svolazzante conferiscono alla donna un’allure da diva. Colori accesi anche per i mini dress, mentre i bustier enfatizzano le curve femminili. Una haute couture che si ispira all’atletica e alle uniformi degli sportivi, riuscendo contemporaneamente ad enfatizzare la femminilità. Tra i materiali usati spicca su tutti il silicone, tra micropaillettes e giochi cromatici.

Nel front row della sfilata spiccano illustri colleghi designer, da Alexander Wang ad Anthony Vaccarello, che cura la linea Versus, fino a Riccardo Tisci, che ha recentemente scelto Donatella Versace come testimonial Givenchy.

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Kraftwek 3D, i robot all’Arena di Verona

La leggendaria formazione di Dusseldorf sarà all’Arena di Verona il 25 luglio 2016. I loro concerti sono performance multimediali uniche, un mix tra musica ed arte dove ogni brano riprodotto dai 4 è accompagnato da video in 3D, proiettati dietro di loro, che rendono lo spettacolo un capolavoro da assistere.

Il MOMA di New York ad aprile 2012 ha dedicato loro una retrospettiva sulla discografia storica della band tedesca nel suo Marron Atrium, la “Retrospective 1 2 3 4 5 6 7 8″ . 8 serate sold out organizzate da Klaus Biesenbach, Chief Curator del Large, The Museum of Modern Art e direttore del MoMA PS1,  per celebrare tutta la loro produzione epica dagli inizi degli anni 70 a Tour de France. Oltre al MOMA, anche la Tate Gallery di Londra nel 2013 e la Neue Nationalgalerie di Berlino nel 2015 dal 6 al 13 di gennaio dedicarono 8 giorni alla serie di concerti memorabili dei Kraftwerk.
Udo Kittelman, direttore della Neue Nationalgalerie, arrivò a paragonare la musica dei Kraftwerk alle opere di Mies Van der Rohe:

“Così come c’è un pensiero visionario e utopico dietro all’architettura di Rohe, allo stesso modo la musica dei Kraftwerk si configura come utopica e visionaria“.

Della formazione originale rimane solo Ralf Hütter. I Kraftwerk nascono nel 1970 dall’unione di Ralf Hütter (voce, tastiere, sintetizzatore) e Florian Schneider, che abbandonò il gruppo nel 2008. Insieme fondarono il Kling Klang studio, dove sono stati composti tutti i loro 8 album, in ordine d’uscita: Autobahn (1974), Radio-Activity (1975), Trans-Europe Express (1977), The Man-Machine (1978), Computer World (1981), Techno Pop (1986), The Mix (1991), e Tour de France (2003).

A Verona insieme a Ralf vedremo Henning Schmitz ( percussioni elettroniche, sintetizzatore), Fritz Hilpert (percussioni elettroniche) e Falk Grieffenhagen (proiezioni video). I quattro di Düsseldorf hanno portato in note la disumanizzazione di una società tecnologica e mutevole, assumendo così l’estrema ma più razionale conseguenza: la fine della specie umana e la sopravvivenza dell’intelligenza artificiale. La loro influenza musicale colpì oltre al pubblico creando un esercito di fan che li seguono fin dagli esordi anche direttamente come influencer sulla produzione artista di band come Ultravox, i Depeche Mode, i Soft Cell e artisti come David Bowie, Gary Numan e Giorgio Moroder, anche se è pensabile estendere la loro influenza su tutti gli esponenti del pop elettronico dagli anni 70 ai giorni nostri. L’immaginario creato dai Kraftwerk collega uno stile unico al tema dell’uomo macchina, concetto chiaramente espresso in “The Men machine” del 1978 che fondò un nuovo modo di fare musica basato su un’idea di progresso e utopia collegando i loro brani ad un momento di performance incomparabile.



I biglietti sono già in prevendita negli store digitali a partire da oggi, 27 gennaio ed il sold out della data che si terrà in Arena è prevedibile.

Lunedì 25 luglio – Arena di Verona

PREZZI

Poltronissima Gold: 100 euro + prevendita

Poltronissima: 80 euro + prevendita

Poltrona: 60 euro + prevendita

Gradinata numerata: 50 euro + prevendita

Gradinata non numerata: 35 euro + prevendita

Infoline Eventi: 045/8039156

Da Schiaparelli il pranzo è haute couture

Tavole imbandite, tovaglie, piatti e porcellane, e, ancora, ortaggi e vivande di ogni tipo fanno capolino da lunghi abiti da sera in impalpabile chiffon di seta. Gusci di uova decorano tailleur bianchi dalle proporzioni a trapezio, in pieno stile anni Swinging Sixties, tra shift dress e stivali. La collezione haute couture Primavera/Estate 2016 di Schiaparelli incanta Parigi, tra ironia e suggestioni surrealiste.

Una sfilata all’insegna dell’originalità, che ha visto un inedito mix di spunti variegati. Il risultato sfiora la genialità, tra fiori e piante che sbucano da tailleurini bon ton, ed altri elementi floreali che decorano lunghi abiti da dea, in cui farfalle volano tra drappeggi e ricami. Eleganza nelle maxi gonne plissettate che completano bluse con fiocco, e dolcezza quasi infantile nelle stampe. Ricami traforati e crochet avvolgono abiti da gran soirée, mentre sul candido bianco di tailleur e lunghi abiti compaiono posate e servizi di argenteria. Il direttore creativo della celebre maison di alta moda, Betrand Guyot, celebra la gioia e l’eleganza dell’atto del nutrirsi, tra uova a la coque e teiere.

Un mood di ispirazione vagamente provenzale, nei tessuti che ricordano le tovaglie, si arricchisce di elementi surrealisti, quali aragoste, conchiglie, cuori e labbra. Colpisce la ricercatezza di ogni dettaglio, fino alle scarpe, i cui tacchi rappresentano i baccelli dei piselli, ma in chiave 3D. Ironia protagonista assoluta di questa sfilata, insieme alla gioia di vivere insita nel cibo, come la stessa Elsa Schiaparelli affermava nel lontano 1954. Un ricettario illustrato di sofisticata eleganza, nelle stampe caleidoscopiche ispirate a Louise Bourgeois, mentre le aragoste omaggiano la celebre collaborazione tra la couturier e Salvador Dalí, che risale al lontano 1937.

Nel front row dell’apprezzatissimo défilé spiccano nomi del calibro di Carla Bruni Sarkozy, Michelle Yeoh, Christian Louboutin, Olivia Palermo, Kate Bosworth e Daphne Guinness, ma anche Pier Paolo Piccioli e Maria Grazia Chiuri, i direttori creativi di Valentino. La palette cromatica predilige tanto bianco, ma anche i toni del giallo e dell’arancio, che vengono sublimati in stampe e fantasie di ispirazione culinaria, per una sfilata tra le più apprezzate.

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Milano Moda Uomo: Pellami raffinati e grintosi per l’uomo Orciani

 

Equilibrio perfetto tra artigianalità e stile futuristico per la collezione A/I 2016 di Orciani

Mood contemporaneo misto a un’artigianalità senza tempo per Orciani, che firma la collezione uomo autunno/inverno 2016/17.

Un gioco di contrasti e stili che nel suo insieme riesce però ad avere un suo equilibrio, una collezione anticonformista, eclettica, classico sì, ma senza perdere il suo essere sofisticato, e che schiaccia anche l’occhio all’innovazione.

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Le borse sono all’altezza dei trend del momento e si dividono in diverse tipologie: Norway, perfetta combinazione tra pelle e morbida lana; lo Zaino, completa e arricchisce gli outfit del guardaroba maschile in perfetto stile “genderless”; la linea Soft è per un uomo che vive immerso nella metropoli, tra casa e ufficio; Outland è per un uomo che gioca con contrasti glam e rock; Japan è una micro linea perfetta per il viaggio, il tempo libero e il lavoro, che abbina una tracolla con forma trapezoidale a una tote bag.

Le cinture sposano essenzialità, artigianalità e glam; bombate o elasticizzate, fine pellame, lavorazione minuziosa, aspetto dal sapore England o used, borchie, grappe metalliche, incisioni.

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Intrecci, volumi che si fondono a segni grafici, trame in pelle e colori che giocano sulla creatività e lo stile tipico di Orciani.

La linea Worker in Soft si trasforma e perde la sua rigidità per far posto alla morbidezza, ai colori e alla grinta.

La linea si completa con la piccola pelletteria fatta di sacche morbide e zaini trasformisti, capispalla e bracciali.

 

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SUNNEI alla Milano Moda Uomo

SUNNEI FALL WINTER 2016 COLLECTION

La moda è anche un gioco, così presenta la collezione autunno/inverno 2016/17  il brand SUNNEI, con il gioco delle sedie musicali.

In una lussuosa sala anni ’30 del centro di Milano, i modelli ballano attorno alle sedie sfidandosi in un gioco infantile, senza prendersi troppo sul serio.

Un uomo contemporaneo che ama divertirsi e giocare con la moda, i tessuti sono ricercati ma confortevoli, le t-shirt diventano dei fogli bianchi sui quali disegnare.

 

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Colori caldi per la stagione fredda, come il beige cammello accostato alla ciniglia delle tute e alla lana del cappotto/accappatoio.

 

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Blu, bordeaux e una punta di verde smeraldo colorano la collezione SUNNEI che si alterna a righe e quadri, un decumano artistico in collaborazione con Michele Papetti.

 

 

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Tutto è Made in Italy, dalla maglieria in lana alle felpe, per un autunno/inverno caldo e morbido, indossando capi basici, semplici, ma originali.

Non solo abbigliamento, SUNNEI si avvicina al mondo delle calzature introducendo la linea di scarpe con la suola running VIBRAM; un brand a 360 gradi che vuole semplificare e ridurre ai minimi termini una moda artefatta di un’epoca complessa.

Gioia e Gioco tra le parole di Loris Messina e Simone Rizzo, il duo SUNNEI che, ballando insieme ai modelli, hanno divertito gli spettatori con una leggerezza che andiamo perdendo, ma che speriamo di riportare in auge.

(foto di Anna Adamo)

La Giornata della Memoria

«Forse un giorno anche la memoria di questi eventi ci sarà utile».
«Forsan et haec olim meminisse iuvabit».
Così ammoniva l’antica sapienza latina, attraverso la voce di Virgilio.
Noi aggiungiamo che non solo sarà utile, ma sarà perfino necessaria, perché, come ci avverte Sigmund Freud, colui che non conosce il proprio passato è destinato a ripeterlo.
In base a quanto ognuno di noi vive quotidianamente, possiamo dire che la memoria consiste in tre momenti tra loro strettamente collegati: è, anzitutto, l’atto della conservazione di conoscenze in qualunque modo acquisite; poi è un contenuto, cioè queste stesse conoscenze; infine è un nuovo atto che si risolve nella rievocazione di ciò che si è custodito.


La giornata della memoria


Descritta così, sembra che l’esperienza della memoria sia una cosa fredda, quasi burocratica.
Invece essa è anche immaginazione, fantasia, intelligenza, volontà. È un viaggio alla scoperta del passato proprio e altrui. È una sfida tra libere associazioni mentali, una coreografia tra libere combinazione di frammenti per costruire o ricostruire un’identità. Più che un’architettura, la memoria è una danza, capace di compiere salti e figure nuove; è luce ed eclisse, luogo d’attesa e cantiere di spettacolo; è un canovaccio, più che un copione completo. Essa non è solo una facoltà dell’intelletto, ma è come la pelle: unisce e unifica tutto, coprendo e avvolge. È una sensibilità particolare, un ésprit de finesse, direbbe Blaise Pascal. Un’attività creativa e dinamica, rivolta al futuro, non meno che al passato.


La giornata della memoria


Ma la memoria è anche un dovere sociale e politico: a questo fine nascono le celebrazioni civili, siano esse feste nazionali o giornate particolarmente dedicate alla riflessione e al ricordo.
Una delle iniziative che, a partire da questi ultimi anni, ha posto il ricordo di un evento al centro di un momento celebrativo e cultuale di grande impatto comunitario, è la cosiddetta “Giornata della Memoria”, che ricorre il 27 gennaio. In quell’occasione l’opinione pubblica è invitata richiamare alla mente ciò è accaduto in molte nazioni nel recente passato, cioè la persecuzione degli ebrei culminata nel progetto di sterminio del loro popolo da parte del regime nazista tedesco.
Nel loro complesso, i fatti sono conosciuti e abbondantemente studiati. Inoltre la letteratura e la cinematografia hanno contribuito a diffonderne la fama.


Ricordare, dunque.
Sì.
Ma come ricordare?
Una mostra di fotografie, scattate da Amerigo Setti durante un suo viaggio ad Auschwitz, è in corso di svolgimento fino al 7 febbraio nella ex chiesa del Carmine di Medicina, un importante centro presso Bologna. Alla preparazione della mostra ha collaborato anche Giovanni Basile. Gli avvenimenti evocati dalle bellissime foto sono conosciuti a livello mondiale. Ma Amerigo ha voluto intrecciare il dramma della Shoah con un’altra tragedia avvenuta nel secolo scorso (appena ieri!), l’eccidio di Montesole- Marzabotto, la più grande strage di civili del già disastroso bilancio della seconda guerra mondiale. E questi due diabolici progetti trovano una mirabile eco e una straordinaria interpretazione nelle foto della Via Crucis della cattedrale di Troia in Puglia, dello scultore Emilio Demetz: le ultime ore della vita storica di Gesù di Nazareth, nel quale credenti e non credenti potranno trovare l’icona del giusto ingiustamente perseguitato.


La giornata della memoria


A tenere insieme questi fatti, e ad accompagnare i visitatori, la mostra è arricchita di alcuni versi di Dante Alighieri: voce profetica quant’altre mai, perché riesce ad addentrarsi nella profondità dell’essere, al di là delle circostanze storiche, ed è in grado di comunicare con gli esseri di tutti i tempi; voce che attraversa i secoli e le vicende e arriva fino a noi, per coinvolgerci in una riflessione, in una presa di coscienza, in una decisione di vita.


Ricordare, dunque?
Sì.
La memoria è persistenza.
Il cui scopo, però, non è quello di innescare odi e generare vendette, ma di trasmettere alle generazioni, come dice Giuseppe Laras rabbino di Milano, «un atteggiamento di rifiuto della violenza e dell’intolleranza in modo che possa divenire parte integrante del patrimonio etico-culturale degli uomini di domani. Credo sia soprattutto questo il valore della memoria: ricordare per ricostruire».
Le parole di Dante e le immagini di Amerigo ci aiutano a percorrere le tappe di un cammino non solo attraverso la civiltà umana, ma soprattutto verso la civilizzazione umana.
Mediante scarti bruschi, momenti di tensione, cristallizzazioni dei volti e delle pose, progettate deformazioni e armoniose prospettive, Dante e Amerigo, con linguaggi diversi e convergenti, fanno emergere la capacità di svelare e di trascrivere il “profilo frastagliato” di una memoria aperta al domani.
La memoria tende alla speranza.
La memoria diventi speranza.


Pietre nel Silenzio.
Mostra fotografica di Amerigo Setti
Dal 25 gennaio al 7 febbraio 2016
Medicina, Chiesa del Carmine
Bologna

Eleventy collezione uomo FW 2016-17

Eleventy presenta alla Milano Moda Uomo la collezione autunno/inverno 16/17 

 

Una presentazione che non passa certo inosservata quella di Eleventy alla Milano Moda Uomo 2016.

Non manca nulla:

– una collezione maschile curata e studiata nel dettaglio, un inno agli opposti che si attraggono – abbinamenti inaspettati di tessuti e colori; il classico che si fonde con lo sportivo, una filosofia riconducibile alla cultura giapponese wabi sabi

– nuovi concept: la camicia trattata con il collo coreano in flanella; il pantalone da jogging al posto del classico; lo stretch per le giacche in camoscio da indossare su jeans cimosati; il  trattamento rain system che rende impermeabili tessuti lanieri come fossero capi in nylon

– un lunch con chef d’eccezione Andrea Berton, che ha allietato buyers e  giornalisti (nuovi runner delle settimane della moda milanesi) con deliziosi manicaretti.

La capsule collection PLATINUM, rigorosamente di sartoria napoletana – da sempre la migliore – propone una moda mixed, dai colori del beige, grigi, moro, blu notte, con punte di ruggine e verde delavèe.

Marco Baldassari, designer e perfetto rappresentante dell’uomo Eleventy, dichiara:

Vogliamo proporre un’eleganza che non sia ostentata, ma trasmetta un concetto di bellezza imperfetta dato da qualità, cura nei dettagli e abbinamenti insoliti di colori e tessuti“.

Hanno centrato!

 

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dettaglio Eleventy

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collezione FW 2016-17

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collezione FW 2016-17

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presentazione Eleventy alla Milano Moda Uomo

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Eleventy

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pantaloni da jogging per la capsule Eleventy

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lo Chef Andrea Berton per il lunch Eleventy, Marco Baldassari

Giambattista Valli incanta l’Alta Moda parigina

Applicazioni di ruches, fiori che si animano, abiti principeschi che ci invitano a sognare ancora, perché non è mai troppo tardi per farlo.

Giambattista Valli deve tanto a Parigi e a questa città dedica la collezione Haute Couture primavera/estate 2016. Risveglia la sua creatività come i fiori dei favolosi giardini de La Ville Lumière, in primavera. Si lascia guidare dai suoi germogli colorati e turgidi e noi quasi ne percepiamo i loro profumi.

Così occorre lasciarsi avvolgere dall’aurea romantica e misteriosa dei  giardini di Bagatelle, Palais Royal, Luxemburg e Tuileries  per “raccontare quelle fioriture impressioniste che hanno ispirato tanta arte”, spiega il designer.

Valli è il virtuoso dell’Haute Couture. È generoso nel donare agli altri, attimi di pura magia. Le sue creazioni sono teatrali, imponenti ma leggere come nuvole al contempo. Metri e metri di organza imbastita e cucita sapientemente, cristalli lucenti che riflettono la preziosità delle sue creazioni.

Mantelle con chiusura gioiello, pizzi generosi, maniche sbuffo impreziosite da mughetti, peonie e margherite. Abiti cocktails con rose che scivolano a tutta altezza e reti fantasiose che imprigionano i boccioli. Lo stile impero rivive nell’abito in seta e organza rivestito completamente da corolle da mille colori.

L’abilità creativa del designer romano esplode negli abiti da ballo in organza che disegnano una naturale  linea ad A e che riflettono l’incontrovertibile bellezza di questa collezione.

Tanto di cappello, “Giaba”.

 

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ANARCHYTECTURE: VIAGGIO AL CENTRO DEL ROCK FIRMATO SKUNK ANANSIE

A pochi giorni dalla sua uscita il nuovo disco del gruppo britannico è già in vetta alle classifiche

Poche parole ma tanti sorrisi. Così gli Skunk Anansie, capitanati dalla loro leader indiscussa Skin, hanno incontrato nei giorni scorsi i loro fans italiani, dopo l’uscita ufficiale lo scorso 15 gennaio di “Anarchytecture”, sesto lavoro della band britannica, secondo dopo la loro reunion avvenuta nel 2012 con l’incisione di Black Traffic.


Quest’anno, ancor più di allora, il rock ritorna a battere forte in ogni singolo pezzo cantato dalla “pantera nera”: in ogni brano intensi riff si uniscono alla voce acuta e profonda di Skin, per dare vita ad una compilation che traccia dopo traccia scuote e infiamma l’anima di quanti amano le sonorità rock. Un rock che in perfetto stile Skunk Anansie amalgama heavy metal con influenze punk rock e ibride funk, proprio come piace a loro che, mai come ora, sono apparsi nella loro forma più splendida con Cass al basso, Ace alla chitarra e Mark Richardson alla batteria. La formazione al completo dunque, capitanata da una Skin che, come sempre, trascina il gruppo, sicura e caparbia come non mai, consapevole di quella sua voce inconfondibile alla quale anche David Bowie, il mito, in una sua performance live, riproponendo Milk is my sugar, (uno dei successi supremi degli Skunk Anansie) aveva riservato il giusto onore con uno “Scusate Skin forse l’avrebbe cantata meglio”. Una sorta di benedizione quella di Bowie che diede ancora più forza ed al gruppo rock britannico.


Con Anarchytecture oggi gli Skunk Anansie ritornano e confermano ancora una volta quell’acclamata bravura e la loro unicità come gruppo che ama l’anarchia pur essendo consapevole di come essa, in fondo, non possa esistere nel nostro sistema. Da queste fondamenta trae origine il titolo del nuovo album, perfetta dichiarazione dell’antitesi tra anarchia e architattura. Un concetto interpretabile da ognuno in modo personale, proprio come per ogni singolo membro della band, per il quale “Anarchytecture” assume significati diversi, pur avendo come perno il concetto dello scontro di due cose diverse, capace di generare vibrazioni che gettano il seme della creatività. E in questa sorta di anarchia mista a razionalità e coerenza il gruppo britannico sta già scalando le classifiche di mezzo mondo, collezionando sold out ai concerti ( il 17 febbraio all’Alcatraz di Milano, il 14 luglio a Pistoia, il 15 a Roma e il 17 a Piazzola sul Brenta) e infiammando i cuori dei fans. Come lo scorso sabato allo store Mediaword del Centro Commerciale le Due Torri di Stezzano, in provincia di Bergamo, dove oltre 600 rockers hanno osannato i loro miti. E loro hanno risposto con sorrisi e gentilezza, dimostrando come anche le rock star hanno un lato tenero. Antitetesi perfetta, un’altra volta… in perfetto stile Skan Anansie.

ph: Daniele Trapletti

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Franco J Marino, il suo ultimo progetto e qualche riflessione sullo stato della musica contemporanea

Franco J Marino è un esponente della musica pop classic italiana. Autore, compositore e interprete che dagli anni 90 opera nel panorama musicale nazionale ed internazionale, collaborando con artisti di fama internazionale come il tenore americano Nathan Pacheco per cui scrisse “La scelta”, la soprano canadese Karine Carusi, Andrea Bocelli per cui scrisse “Domani” in collaborazione con Mauro Malavasi e Lucio Dalla con cui scrisse “Non vergognarsi mai”. Iniziò come cantante solista del gruppo Tony Esposito ma il talento per la scrittura prese il sopravvento per alcuni anni. Nel 2011 ha pubblicato il suo primo disco “Il pescatore di stelle” di cui è compositore, interprete e produttore, che lo consacra “figlio della migliore tradizione poetica napoletana”.

Quando oltre al dono della scrittura si possiede un gran strumento vocale, diventa naturale voler animare con la propria voce i testi che nascono dalla mente fertile di un autore affermato.  “C’è una vita nuova”, il suo ultimo EP composto da 5 brani che hanno come tema comune, l’amore. Distribuito da Believe Digital, è stato prodotto dall’artista insieme all’amico Mauro Malavasi e realizzato tra Roma, Bologna e Canada. In quest’album ha collaborato anche Steve Galante. Il singolo è attualmente in rotazione radiofonica e l’EP è disponibile negli store digitali.

Che contributo può dare alla musica contemporanea chi ha scritto testi di canzoni famose interpretate da grandi cantanti come Andrea Bocelli e Lucio Dalla? Me lo ha raccontato in questa intervista.

Hai avuto modo di girare il mondo, di conoscere il panorama musicale internazionale, e scrivere per grandi artisti da Andrea Bocelli e Lucio Dalla a Nathan Pacheco. Torni in prima persona ad interpretare i tuoi brani. Cosa è rimasto de “pescatore di stelle” in questo EP?

“Il pescatore di stelle” era un progetto ambizioso, quello di avvicinarsi alla tradizione classica napoletana e nel mio piccolo ho cercato di riproporre una continuazione su quella linea lì.
Ho ricevuto parecchi consensi da Renzo Arbore a Malavasi, però “Il pescatore di stelle” era un progetto ambizioso per il quale c’è bisogno del supporto di una “macchina da guerra” (come produzione, intendo). Quel che è rimasto, credo sia la poesia. Il mio modo di scrivere è sempre lo stesso, che sia in italiano, inglese o napoletano.


C’è una vita nuova è composto da brani melodici e orecchiabili che raccontano l’amore inteso come un sentimento sublime. Un sentimento che può far nascere anche la voglia di cambiare vita. Un po’ come voler ricordare la nobiltà di questo sentimento, mettendo insieme tutto ciò che è buono.

La sottintesa “leggerezza” delle canzoni talvolta inganna. Vuoi parlarci della genesi di questi brani ed approfondire qual è il messaggio che vuoi trasmettere?

Sono d’accordo, a volte la leggerezza inganna. In questo mini – album ( l’album che comprende altri brani oltre a quelli dell’EP è pronto e uscirà a breve) c’è vita vissuta, c’è verità e credo che la gente lo capisca. Credo che questo album riesca ad arrivare al cuore delle persone. Nasce da una storia vera, la mia. E’ soltanto verità che cerco di mettere in parole, è un elemento fondamentale di questi brani.

Dal 9 di febbraio inizierà il festival di Sanremo. Il 26 gennaio 1967 nel corso del 17° festival, Luigi Tenco, uno dei concorrenti si uccise. Un gesto estremo ma che fa riconsiderare il valore e il peso delle “canzonette”. Marco Santoro in “Effetto Tenco” ne analizzò il caso, tracciandone un profilo sociale, estetico, simbolico ed addirittura politico. Cosa ne pensi della kermesse e dell’adesione di pubblico che ha la manifestazione canora?

Hai nominato un grande cantautore, a cui io mi sono riferito più di una volta. Soffriva per certe situazioni comprese anche le scelte politiche a livello musicale, che ancora oggi ci sono. Con Carlo Conti però la canzone è tornata protagonista, altrimenti assistevamo a tutto tranne che a un festival della canzone. Sanremo è una kermesse che dà a noi artisti il modo di farci conoscere ad un grande pubblico. Un festival di Carlo Conti io lo farei, perché lui ama la musica, viene dalla musica e da importanza alla canzone. Viceversa, puoi uscirne anche sconvolto, bruciato da questa esposizione. Però credo che la conduzione di Carlo Conti sia sulla strada giusta. Cercherò di propormi seriamente se ci sarà Conti anche l’anno prossimo, per portare un mio contributo.
Spero che si arrivi ad un festival con ancora più qualità, ma portare cantautori importanti sul palco di Sanremo non è facile. Venditti piuttosto che De Gregori o Zucchero difficilmente si scontrerebbero sul palco dell’Ariston. Magari ci vengono ma solo come super-ospiti.


In un panorama musicale in overdose di tragedie (musicali e non solo) ed esausto dalla rotazione di materiale di scarso valore artistico ma d’ immenso valore commerciale, qual è tra musica leggera e musica d’autore secondo te, la miglior opzione?

Senza dubbio, la musica d’autore. “La poesia prima si vive e poi si scrive.” Credo molto in questo.

Sei molto legato a “Domani”, il brano scritto per Andrea Bocelli e che reinterpreti in questo EP. La romanza è stata precedentemente registrata e pubblicata in Andrea 2004, poi in Live in Tuscany 2008 con la voce eccelsa di Bocelli.
In fondo seminiamo controvento desideri e speranze, non so dove, non so quando questo fiore si apre al mondo, dove io vivrò per sempre, io sarò / con te.
Domani, tu pensi che domani, qualcosa cambierà e ci perdiamo ieri.

Puoi approfondire quello che in questi versi hai magistralmente sintetizzato.

“L’ho scritto qualche anno fa per Andrea Bocelli. Te lo spiego:

“In fondo seminiamo controvento desideri e speranze” – ero in crisi perché in realtà c’è sempre la musica dentro le mie sofferenze. Vedevo che i miei sforzi non venivano premiati. Da questo pezzo in poi invece tutto è cambiato. “Controvento” perché si fa una gran fatica in questo mestiere.

“Non so dove non so quando questo fiore s’apre al mondo.“ – non ho potuto usare il futuro per ragioni di metrica quindi mi sono preso una licenza ed ho usato il presente – il fiore, sono io, la mia anima, il mio amore per la musica, ma questa è la mia visione del brano, ognuno poi può interpretarla come la sente.

“Dove io vivrò per sempre, io sarò / con te.” – In tutte queste difficoltà, in questa lotta quotidiana che è la vita, io ci credo che prima o poi qualcosa succederà di buono e che qualunque cosa sia, io sarò con te (la donna che amo, migliore amico, Dio).

Un ricordo di Lucio Dalla con cui hai scritto “Non vergognarsi mai” contenuto nell’album “Ciao” del cantautore bolognese.

“L’incontro con Dalla è stato un incontro atipico.
Un giorno mi chiamò il maestro Mauro Malavasi, uno dei maggiori produttori a livello mondiale e l’inventore della disco italiana e direttore d’orchestra, che ha prodotto talenti come Andrea Bocelli, Lucio Dalla, Carboni, Morandi, Elisa e tanti altri. Mi propose di andare a Bologna per scrivere un brano.
Lucio era una persona geniale, intelligente e divertente. Aveva pochi amici, uno sicuramente era Malavasi.

Il rammarico che ho è che se ne sia andato troppo presto. Mi stimava tantissimo e se ci fosse ancora ne sono sicuro, in questo album, ci sarebbe stato anche lui.”

C'è una vita nuova

“Una canzone ha mille colori, l’abilità sta nel collegarli.”

 

La nascita di sua figlia è stata l’ispirazione che ha portato a “C’è una vita nuova”, poi oltre a questo c’è tutto un mondo fatto lotte, sofferenze ma che risuonano come un esortazione al coraggio e ad aver speranza. Il video del brano è stato girato nella splendida cornice del Gran Sasso, diretto da Mario Silvestrone in collaborazione con Valerio Di Filippo.

 

Oltre a quanto riportato in questa intervista, s’intesse un ragionamento sullo stato della musica contemporanea, su quanto sia cambiata la musica e se rispecchia le trasformazioni sociali e culturali della società italiana o le volontà commerciali delle grandi major. Gli artisti indipendenti o di label minori conoscono bene le difficoltà e la fatica di farsi spazio con le proprie forze “artistiche” contro i fabbricanti di musica per le masse.

Manlio Sgalambro nel 1997 ridefinì i confini delle responsabilità della musica leggera così:
Al più si concede alla musica leggera una sociologia di cose buone, non una filosofia”.

Oggi, forse, per quanto riguardo la musica leggera in qualche caso avrebbe avuto qualche dubbio sull’uso o sulla sostituzione di quel “buone” con “commerciali”.

In questo ambito, la musica d’autore come quella di Franco J Marino invece rimane una scelta rivoluzionaria perché va controcorrente. In barba ai passaggi radio o al voler essere ascoltata ad ogni costo rimane la musica fatta con onestà, non per sottostare alle regole dell’esposizione di massa. Francesco De Gregori ancora oggi registra brani di sette minuti senza preoccuparsi minimamente se passeranno o meno in radio, i suoi dischi si vendono senza difficoltà ed i suoi concerti sono sempre pieni di amanti della sua musica, in grado di intonare i versi delle sue canzoni dalla prima all’ultima strofa.

C’è bisogno di verità, oggi. In tutti i campi, nella politica, nel sociale… Inutile costruire “hit” a tavolino come purtroppo si fa spesso. L’apparente successo e la costante presenza nei palinsesti della tv dei talent ne è la prova e sintomo di uno stato artistico decadente della musica, che non è cambiata poi così tanto. Il rapporto con il pubblico invece si, grazie all’apertura dei “cancelli di internet” e alla relativa facilità d’accesso alla musica di qualsiasi tipo. Vendere dischi è diventato secondario, mentre l’esposizione è tutto ed i risultati sono disastrosi.

Il risultato dei programmi produttori di artisti ready-made non porta un valore aggiunto alla musica italiana, ma rumore che piace alle masse. (Forse perché costruito ad hoc, forse perché non ha a disposizione altro con così tanta frequenza da ascoltare?) La competizione tipica dei talent porta soltanto mortificazione e la vittoria al televoto non certifica certo l’abilità a cavarsela come musicisti o cantanti e la storia ce lo dimostra: che fine ha fatto la maggior parte dei vincitori dei numerosi talent? Non si trovano veri artisti, ma solo gente che è seguita di più, per un certo tempo. Mentre la musica dei grandi autori è senza tempo, anzi viene spesso rimasterizzata.

Cosa potrebbe essere utile per migliorare il panorama musicale? Se hai un’idea, condividila nel campo dedicato ai commenti che trovi qui sotto o inviami una mail.

Libro consigliato:
Marco Santoro, Effetto Tenco. Genealogia della canzone d’autore, Il Mulino, Bologna, 2010, pp. 280.

Dior Haute Couture: il modernismo post Raf Simons

La prima sfilata di Dior senza Raf Simons mostra il volto di una maison forte, che apparentemente non risente del fulmineo abbandono del direttore creativo belga.

Si, solo in apparenza, perché sembra chiaro come il team creativo capeggiato da Lucie Meier e Serge Ruffieux si sia ispirato all’ultima collezione presentata dal designer, riproponendo le sovrapposizioni asimmetriche dei capi e, in linea generale, alla linea stessa degli abiti.

Avendo avuto abbastanza tempo per ricompattare il gruppo di lavoro, la collezione Haute Couture estate 2016 Christian Dior appare dunque un continuum del progetto di Simons, rielaborata in chiave più moderna  e audace. L’atteso cambio di rotta stilistico non è stato concretizzato, forse rimandato.

Il défilé, presentato al centro del Musée Rodin in una scenografia composta da giochi di specchi è giovane e porta il peso di una tradizione stilistica davvero onerosa.

La collezione è dedicata alla donna parigina dei nostri giorni, elegantemente naturale, sicura di sé, moderna.

Si parte dalla classica giacca Bar rivisitata nei volumi, rendendola attuale; portata chiusa o aperta, color cammello o semplicemente nera. Si veste di mughetti in3D. Ha una fisionomia couture, ma può essere indossata anche abbinata ad un semplice jeans. È la trasformazione della maison Dior, sempre più vicina al prêt-à-porter.

La superstizione di Monsieur Dior aleggia sui charm indossati su collane o molto semplicemente ricamati sugli abiti e, l’animalier tema tanto caro al couturier, viene dosato in piccole dosi come per omaggiare il ricordo del fondatore della maison.

Una spallina “scivolata” rende audace un abito dai volumi over con sexy scollo oblò sul dietro.

Le reti metalliche (già viste nella passata collezione autunno/inverno 15-16) vestono i seni nudi delle modelle e le ruches movimentano linee affusolate. Infine, Un vedo non vedo osé ci regala una diva anni venti esageratamente hot.

 

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Come ogni anno gli iraniani terranno la gara di vignette sull’Olocausto

Con la consueta puntualità, per la Giornata della memoria, il governo iraniano ha annunciato che terrà un altro concorso a tema vignette sull’olocausto in cui il vignettista che prenderà meglio in giro il genocidio nazista vincerà 50.000 dollari. Potrebbe sembrare una semplice buffonata irrispettosa ma alla luce dei recenti scoppi di violenza causati da vignette e vignettisti tutto assume una diversa importanza.


Le vignette sono sempre state importanti nell’agone politico. Nel 1930 Hitler faceva girare vignette che incoraggiavano l’odio verso gli ebrei. Il settimanale Der Sturmer, uno dei principali organi di propaganda nazista, era pieno di vignette che ritraevano ebrei sotto forma di vampiri, insetti o violentatori di donne. Vignette di questo tipo: un enorme ragno antropomorfo con un volto ebreo (naso adunco e così via) nell’atto di calare su una innocente ragazzina ariana o un dottore ebreo dallo sguardo poco raccomandabile nell’atto di avventarsi su una giovane donna bionda e occhi azzurri mentre lei è sedata e semi-cosciente.


Recentemente il ministro degli esteri israeliano ha rilasciato online un video in cui fa un parallelo tra gli stereotipi ebraici in alcune vignette contemporanee palestinesi e alcune vignette tedesche dell’epoca nazista. Le somiglianze ci sono. Una delle vignette mostra un soldato israeliano con un grande naso adunco nell’atto di attentare alla virtù di una giovane donna musulmana con un cappello a forma di moschea di Al Aqsa e il commento “Stanno violentando Al Aqsa “ sotto.


Alcuni israeliani sostengono, addirittura, che la recente ondata di attacchi con coltelli e autovetture sia da imputare, almeno in parte a queste vignette palestinesi che mostrano questi atti di violenza come eroici e in questo modo incoraggiano altri giovani a imitare i “martiri”.


Il miglior collegamento tra vignette e violenza è però quello tra le vignette su Maometto pubblicate dal quotidiano danese Jyllands-Posten e le violentissime proteste in tutto il mondo arabo, il massacro del 2015 dello staff di Charlie Hebdo dopo altri fumetti su Maometto fino all’attacco terroristico ad un evento in Texas dove erano esposte caricature del Profeta.


Questi eventi hanno fatto tremare la libertà di parola. Moltissimi commentatori e addirittura alcuni vignettisti hanno messo in dubbio l’opportunità di pubblicare vignette insultanti nei confronti dell’Islam e altri le hanno paragonati ai discorsi d’odio. Come se nel mondo occidentale fosse vietato esprimere la propria opinione nel caso caso questa possa offendere qualcuno. Oltretutto cosa fa un vignettista politico se non offendere la persona che ritrae?


Nei paesi dove la libertà di parola è un diritto acquisito sta al direttore del giornale decidere se una vignetta è inopportuna o ai lettori se urta la loro sensibilità; a loro basta non comprare più il giornale in questione.


A volte la furia iconoclasta però si scatena contro vignette semplicemente ironiche. Questo è il caso delle vignetta pubblicata poco fa da Charlie Hebdo in cui il fumettista si chiedeva se il bambino siriano morto sulla spiaggia greca se fosse sopravvissuto sarebbe diventato un molestatore. La vignetta ha offeso molti ma l’obiettivo era fare ironia su come gli europei percepiscono i migranti, da bambini sono commuoventi da adulti tutti molestatori. Come la vignetta del New Yorker del 2008 in cui Barack Obama era ritratto come un islamico e Michelle Obama come una rivoluzionaria armata; anche qui pareri indignati ma l’obiettivo del vignettista era farsi gioco di chi vedeva gli Obama, effettivamente, in questo modo.
Anche qui, chi non capisce l’ironia basta non compri il giornale.

Cronache Vintage – Riflessioni semiserie su un matrimonio immaginario

Ho detto a mia nonna che io non mi sposo con l’abito bianco:

– “E come ti sposi allora?”.

– “Non mi sposo “.

– “Ma che schifo di mondo è mai questooo? E dove andremo a finireee? E il corredo che cosa l’ho comprato a fareee?”.


Ebbene, questa è stata la conversazione avuta con “grandmother” qualche tempo fa. Effettivamente, io non penso al matrimonio nella maniera tradizionalmente concepita, non aspiro a percorrere la navata abbigliata da meringa, non riesco neppure ad immaginare il giorno in cui qualcuno mi chiederà, inginocchiandosi con BRILLANTE alla mano, di sposarlo, per trascorrere insieme il resto dei nostri giorni. Insomma, non so nemmeno se riuscirò a portare avanti fino alla settimana prossima la dieta appena cominciata! Sono sicura che fuggirei come Maggie aka Julia Roberts in RUNAWAY BRIDE, per lasciare il malcapitato all’altare. Dai, non è bello.


Ad ogni modo, nonna era seriamente turbata, la sua drammaticità mi ha fatto buttare giù il telefono che avevo ormai le palpitazioni. E allora ho respirato a pieni polmoni, mi sono tuffata sul letto fissando il soffitto e ho cominciato a fantasticare: “Chiara, sforzati di pensarti IN BIANCO!”.


Lady Diana buonanima indossò un abito in taffettà di seta color avorio e pizzi antichi, con uno strascico di 7,62 metri (dettaglio da non ignorare), valutato all’epoca per circa 9 mila euro. Presentava decorazioni con ricami fatti a mano, paillettes e nientepopodimeno che diecimila perle. Semplice, insomma. E siccome la coppia regale si presentò dinanzi al prete nel 1981, i designer, David ed Elizabeth Emanuel non poterono esimersi dall’aggiungere maniche a sbuffo e gonna balloon. L’abito passò alla storia, Diana era bellissima, ma quello scemo di Carlo si era già infiammato per Camilla e tutti quei metri non trattennero la principessa triste a corte…Il resto lo conosciamo e l’abito lo scartiamo.


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Quindi mi è venuto in mente un altro sposalizio celebre, quello di Jacqueline Lee Bouvier con il futuro Presidente degli Stati Uniti John Fitzgerald Kennedy. Correva l’anno ’53, i due erano giovani, belli e aristocratici, tutti ne parlavano, tutti ne avrebbero straparlato! Jacqueline doveva essere stratosferica, confermando la sua eleganza:  Ann Lowe, stilista afro-americana, già in voga ai tempi nell’aristocrazia di New York, realizzò per lei un vestito in taffetà di seta color avorio, con un’ampia gonna e il corpetto drappeggiato con scollo a cuore. Particolarità della gonna furono le applicazioni di stoffa a formare ampi fiori concentrici e piccoli petali in cera nella parte inferiore. A completare il vestito, il velo in tulle fissato ai capelli con boccioli d’arancio. Sublime. Poi Marilyn Monroe si mise a cantare Happy Birthday Mr. President e le fuitine non si contarono più su una mano sola. E Jacqueline comprese che la classe non  trattiene un fedifrago!


 

Non mi rimane che ispirarmi a quella donna anticonformista che fu Wallis Simpson. Nel 1934 era l’amante di Edoardo di Windsor, principe di Galles ed erede al trono britannico. Aveva un divorzio alle spalle e uno in corso. E non le scorreva sangue blu. Edoardo divenne re e poi abdicò per sposarla. Che moderno! Il giorno delle loro nozze Wallis si mise sù un abito pensato per lei da Mainbocher, in un color carta da zucchero inventato appositamente dallo stilista come omaggio ai suoi occhi (e infatti fu rinominato Wallis Blue). Le arrivava fino ai piedi, con maniche lunghe, un drappeggio davanti e una fila di bottoni sul il busto. Contemporaneo, raffinato, perfetto. Duca e Duchessa, so glamourous, condussero una vita mondana, furono immortalati sui giornali, non badarono a spese per godersela molto.


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Voglio quel vestito e quel marito. E corro a dirlo a mia nonna!

Buon compleanno, Paul Newman

Avrebbe compiuto gli anni oggi, l’indimenticabile Paul Leonard Newman da tutti conosciuto come Paul Newman. L’attore hollywoodiano  figlio di una donna slovacca e padre commerciante di articoli sportivi, nacque  infatti a Shaker Heights, il 26 gennaio 1925.

Strappato dalla vita militare a causa del suo daltonismo, il giovane Paul riuscì comunque a partecipare all’azione bellica sopra i cieli del Pacifico meridionale durante la seconda guerra mondiale. I suoi magnifici occhi blu furono testimoni di uno degli accadimenti più gravi che la storia mondiale abbia mai dovuto raccontare: il terribile fungo atomico sprigionato dalla bomba nucleare sganciata su Hiroshima.

È nel secondo dopoguerra che Paul Newman inizia a muovere i primi passi nel cinema dopo essersi iscritto all’Actor’s Studio di New York  e aver sposato nel 1949 la moglie Jacqueline E. Witte dalla quale ebbe tre figli: Scott Allan (morto a 28 anni per overdose), Susan Kendall e Stephanie.

 

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La sua prima interpretazione nel film “Il calice d’argento” fu ritenuta dalla critica un vero fiasco. Il The New Yorker giudicò con queste parole la sua performance: “Recita la sua parte con il fervore emotivo di un autista di autobus che annuncia le fermate locali.

Fu in quell’occasione che l’attore si espose con consapevolezza  e con una devastante umiltà chiedendo scusa pubblicamente per la deludente prestazione .

Archiviato il matrimonio con Jacqueline, il 29 gennaio 1958, a Las Vegas, convola in seconde nozze con l’attrice e produttrice televisiva e cinematografica  Joanne Woodward. Dalla protagonista di “La donna dei tre volti” ebbe a sua volta tre figlie: Elinor “Nell” Teresa, Melissa “Lissy” Stewart e Claire “Clea” Olivia.

 

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I due siglarono anche un’importante sodalizio lavorativo. Assieme interpretarono “Dalla terrazza”, “Paris Blues”, “Il mio amore con Samantha”, ”Un uomo oggi” (solo per citarne alcuni).

Ma è con pellicole come “La gatta sul tetto che scotta”, “Intrigo a Stoccolma”, “L’inferno di cristallo”, “ La stangata” e “Lo spaccone” che Paul Newman viene consacrato come “Leggenda del cinema.”

Dopo molteplici fatiche, negli anni ottanta giungono i primi riconoscimenti. Nel 1986 vinse il primo Oscar alla carriera e l’anno successivo, con “Il colore dei soldi”, fu premiato come migliore attore protagonista.

Insieme allo scrittore Aaron Edward Hotchner, nel 1982 fonda la “Newman’s Own”: un’azienda eretta per produrre beni alimentari biologici il cui ricavato viene tutt’ora devoluto per scopi umanitari ed educativi.

Sei anni più tardi fonda l’Associazione “Hole in The Wall Camps”. Il progetto che realizza programmi di terapia ricreativa per bambini gravemente malati, oltrepassa i confini americani fino ad approdare in Europa e in Africa. Un impegno umanitario talmente sentito che lo porta a ricevere il suo terzo ed ultimo Oscar con il premio umanitario Jean Hersholt.

 

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Paul Newman era un uomo diviso fra due grandi passioni: le donne e le automobili.

Infatti, divenuto un discreto pilota dopo aver interpretato “Indianapolis pista infernale”, disputò le prime gare nel 1972 nel Campionato organizzato dallo Sport Car Club of America . Il gentleman delle corse riuscì perfino a trionfare in diverse competizioni.

Dopo alcuni anni di assenza, nel 1994 torna sulle scene cinematografiche con “Mister Hula Hoop” dei fratelli Coen. L’anno successivo, nel 1995, viene premiato al Festival di Berlino con l’Orso d’Argento per il film “La vita a modo mio” di Robert Benton.

Il 25 maggio del 2007 annunciò il suo ritiro dalle scene perché “troppo vecchio per recitare”.

Morirà all’età di 83 anni, il 26 settembre del 2008, dopo una breve ma dolorosa battaglia contro un tumore ai polmoni.

 

 

Un astro nascente

Un fiore dal profumo inebriante sbocciato immediatamente. Questa potrebbe essere una delle definizioni più calzanti per la famosa attrice statunitense Jennifer Lawrence. In occasione dell’uscita nelle sale cinematografiche del nuovo film intitolato Joy, a partire da giovedì 28 gennaio, ripercorriamo le tappe fondamentali della breve, ma già intensa carriera di uno dei talenti più puri della scuderia hollywoodiana.

Jennifer Lawrence nasce a Louisville (Kentucky) il 15 agosto 1990. All’età di 14 anni convince i suoi genitori, Karen e Gray Lawrence, a condurla a New York per trovarle un agente ed intraprendere così la carriera di attrice.

L’esordio assoluto avviene con le serie tv TBS The Bill Engvall Show, grazie alla quale, per il ruolo interpretato, ottenne uno Young Artist Awards, e Cold Case – Delitti irrisolti.

Il 2008, invece, segna il debutto ufficiale sul grande schermo con le pellicole Garden Party e The Burning Plain – Il confine della solitudine, con Kim Basinger e Charlize Theron. In virtù di quest’ultima opera, la Lawrence riuscì ad aggiudicarsi il Premio Marcello Mastroianni in occasione della 65° Mostra Internazionale d’arte cinematografica di Venezia. Nello stesso anno comparve nel film The Poker House ed anche in questa circostanza fu premiata ai Los Angeles Film Festival.

Il successo è dietro l’angolo ed arriva puntuale a partire dal 2010. Il film Un gelido inverno consacra definitivamente il talento cristallino di un astro nascente del cinema in procinto di spiccare il volo nell’olimpo di Hollywood.

Jennifer Lawrence in una scena tratta dal film Un gelido inverno

Jennifer Lawrence in una scena tratta dal film Un gelido inverno



Per aver ricoperto il ruolo della protagonista Ree Dolly, Jennifer Lawrence conseguì numerosi riconoscimenti dalla critica, tra cui il National Board of Review Award per la miglior performance rivelazione femminile, nonché una nomination all’Academy Award nella categoria “miglior attrice protagonista” nel gennaio 2011.

Il 23 marzo 2012 esce nelle sale Hunger Games, tratto dall’omonimo romanzo best-seller di Suzanne Collins, in cui la Lawrence recita al fianco di Josh Hutcherson, Liam Hemsworth e del cantante rock Lenny Kravitz.

Hunger Games

Hunger Games



Per interpretare al meglio la parte della protagonista Katniss Everdeen ,l’attrice americana si prodigò in un duro allenamento che prevedeva esercizi acrobatici, tiro con l’arco, arrampicate sugli alberi e le rocce, combattimenti, corsa, parkour, pilates e yoga. La pellicola fu un vero successo ed incassò ben 152,5 milioni di dollari in soli tre giorni.

La scalata verso la gloria continua con il ruolo di Mystica nel film X – Men – L’inizio, il prequel della celebre saga degli eroi mutanti degli X – Men, coadiuvata, tra gli altri, da James McAvoy e Michael Fassbender.

Jennifer Lawrence nel ruolo di Mystica per il film X - men - L'inizio

Jennifer Lawrence nel ruolo di Mystica per il film X – Men – L’inizio

 

Coppia fissa

Nel corso della sua brillante e vincente carriera, Jennifer Lawrence ha recitato più volte a fianco del noto attore statunitense Bradley Cooper.

Bradley Cooper e Jennifer Lawrence

Bradley Cooper e Jennifer Lawrence



È il caso, per esempio, dell’opera intitolata Una folle passione, uscita nelle nostre sale cinematografiche il 30 ottobre 2014 e tratta dal romanzo omonimo di Ron Rash, con la regia di Susanne Bier.

Scena tratta dal film Una folle passione

Scena tratta dal film Una folle passione



La fama internazionale, tuttavia, giunge nel novembre 2012 con Il lato positivo, grazie al quale si aggiudicò un Oscar, un Golden Globe e altri riconoscimenti come miglior attrice.

Bradley Cooper e Jennifer Lawrence in una scena del film Il lato positivo

Bradley Cooper e Jennifer Lawrence in una scena del film Il lato positivo



Il suo sodalizio professionale con Bradley Cooper si rafforza e ne viene inaugurato un altro, quello con il regista David Owen Russell.

Il terzo film in compagnia di Bradley Cooper e il secondo con Russell in cabina di regia è American Hustle – L’apparenza inganna, con Christian Bale, Amy Adams e Jeremy Renner. La pellicola è uscita nelle sale italiane il 1° gennaio 2014.

Il cast di American Hustle

Il cast di American Hustle

 

Joy

A partire da giovedì 28 gennaio, grazie alla 20th Century Fox, sarà possibile prendere visione dell’ultimo film con protagonista Jennifer Lawrence, Joy, affiancata da Robert De Niro e, ovviamente, da Bradley Cooper e dalla regia di David O. Russell.

Jennifer Lawrence nel nuovo film di David O. Russell "Joy"

Jennifer Lawrence nel nuovo film di David O. Russell “Joy”. Sullo sfondo Robert De Niro



La pellicola racconta la storia di Joy Mangano, una sorta di Cenerentola moderna sognatrice. Alle prese con la superba e prepotente sorellastra, la ragazza trascorre le sue giornate a pulire casa con uno straccio. Tuttavia, incredibilmente, sarà proprio il brevetto di un semplice e banale panno per pavimenti che condurrà Joy fuori dalla sua insignificante esistenza. Ma la strada per il successo si rivelerà irta d’ostacoli e problemi da superare, un costante slalom tra tradimenti, delusioni ed umiliazioni…

Joy è una commedia drammatica a tinte fiabesche caratterizzata da una voce fuori campo che accompagna lo spettatore nei meandri della vicenda. Se qualcuno dovesse etichettare la nuova fatica di David O. Russell come una soap opera non andrebbe molto lontano dalla realtà. Il linguaggio tipicamente televisivo, infatti, regna sovrano e la scena in cui il producer Neil Walker (Bradley Cooper) spiega a Joy (Jennifer Lawrence) il controverso mondo delle televendite funge da testimonianza principale.

Per questo motivo l’amalgama tra la favola della ragazza che non ha mai smesso di sognare e che riesce a costruire dal nulla un impero imprenditoriale, e l’immaginario collettivo cinematografico non trova una sostanziale coesione strutturale. Nonostante ciò, la prova attoriale di Jennifer Lawrence risulta, come sempre, di ottima fattura.

Il fiore del Kentucky continua a sbocciare…

Naomi Campbell è limited edition nel libro di Taschen

Chi la conosce non esagera quando dice che è come ritrovarsi di fronte ad una statua.
Perfetta, bellissima, pelle nera ad aggiungere fascino al fascino, Naomi Campbell classe 1970, è la protagonista assoluta del libro fotografico di Tashen, limited collector’s edition.
Si tratta di due volumi costosissimi curati da Josh Baker.


Naomi Champbell è limited edition nel libro di Taschen


In copertina troviamo Naomi in uno scatto di Mert Alas e Marcus Piggott del novembre 2013, uno scatto che è stato censurato e cancellato da Intagram quando fu postato con l’hashtag #freethenipple contro il divieto di topless vigente in 32 Stati dell’America di Obama.
Ogni copia è stata firmata dalla stessa Naomi, incluso il multiplo di Allen Jones che riprende il petto di Naomi colandoci su della plastica rosa.


Naomi Champbell è limited edition nel libro di Taschen


Un libro dove Naomi, famosa per il suo difficile carattere, si confessa raccontando la sua infanzia, i suoi inizi fino alle collaborazioni con i grandi stilisti che l’hanno resa famosa come Azzedine Alaïa che le diede, poco più che adolescente, la prima possibilità di lavoro perché cercava, per la sua collezione, una bellezza selvaggia.


Naomi Champbell è limited edition nel libro di Taschen


Segue poi John Galliano, Marc Jacobs, Karl Lagerfeld, Gianni Versace.
Naomi è stata anche la prima modella di colore ad apparire sulle copertine di Vogue Francia e del TIME.
Il volume 1 racchiude il meglio del portfolio della “Venere nera”, con scatti di fotografi del calibro di Mert Alas e Marcus Piggott, Richard Avedon, Anton Corbijn, Patrick Demarchelier, Helmut Newton, Herb Ritts, Mario Testino, Ellen von Unwerth, e Bruce Weber.


Naomi Champbell è limited edition nel libro di Taschen


Fotografie indimenticabili come l’allegra sequenza di Peter Lindbergh per Vogue Italia, che ritrae Naomi che danza come Josephine Baker sulla spiaggia di Deauville, o la meravigliosa composizione di Jean-Paul Goude che la immortala in una gara di corsa con un ghepardo per Harper’s Bazaar US.
Il volume 2 include un testo autobiografico, affiancato da copertine di riviste e immagini pubblicitarie, oltre a istantanee personali e fotogrammi inediti.


Naomi Champbell è limited edition nel libro di Taschen


Un libro certo non per tutti che va ad aggiungere qualche spicciolo al già cospicuo patrimonio personale di Naomi che si aggira intorno ai 48 milioni di euro.

I migliori backstage di Milano Moda Uomo: Richmond

Il backstage della sfilata evento, tributo a David Bowie, che documenta la nuova era della casa di moda, oramai diretta da Saverio Moschillo,


E’ la forte creatività pronta a unire miti e icone per una collezione in grado di segnare la storia, parola di Saverio Moschillo, nuovo direttore creativo della Maison. E lo stesso mito di David Bowie accompagna l’ultima sfilata Richmondche gli rende omaggio attraverso la selezione musicale.
China girl per le fantasie geometriche dal sapore asiatico che inaugurano la nuova identità del brand sempre più proiettato a rivisitare i capi essenziali del guardaroba donando loro l’intramontabilità.
E’ una collezione che cromaticamente vive nella Space Oddity grazie alla palette di colori composta dal blu navy, burgundy, rosso denso nero e grigio melange. La fusione della materia avviene grazie alle combinazioni contrastanti presenti negli accessori, come gli stivali e le stringate rinforzati in cuoio naturale con cuciture a vista.
Quello di Richmond è uno Starman che non disdegna il suo lato rock prestando, però, sempre attenzione a uno stile di vita rigoroso, intuitivo e eclettico proprio come quello dell’artista recentemente scomparso.


Scatti in esclusiva di Matteo di Pippo.


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Le migliori presentazioni di Milano Moda Uomo: Z Zegna

Gli streetstyler di Z Zegna si esibiscono nelle piazze e nelle strade delle grandi metropoli pronti a scalare le vette più ambite


Lo streetdummer Dario Rossi, famoso per le sue performance musicali con oggetti di uso comune, in grado di produrre ritmi travolgenti, insieme a ballerini di bond, break dance e beatbox danno vita a una performance mozzafiato per accompagnare la presentazione della nuova collezione AI 2016/17 di Z Zegna.
La maestria del brand nel fondere la sartoria tecnologica con l’ autentico sportswear viene riconfermata ispirandosi al trekking d’alta quota, per un climber pronto a scalare le vette più importanti.
En plein air pe i motivi grafici che rimandano al mondo della montagna dove le cromie sono perfettamente in linea con quelle delle rocce e degli alberi da vivere indossando scaldamuscoli tricot, scarpe da trekking e zaini rivestiti in montone e lana merino.
Le silhouette allungate dei cappotti in tweed, del tailoring e della maglieria si incontrano con la tecnologia dei i raincoat gommati e termosaldati e dei kagool metallizzati tagliati a laser.
Le innovazioni di Z Zegna non si fermano qui, due le grandi novità presentate per l’occasione: l’ “Icon Warmer”, il primo capospalla progettato per offrire una protezione termica personalizzata, grazie a un avanzato pannello generatore di calore integrato, alimentato da un sistema di carica wireless e l’esclusivo “Techmerino”, un tessuto ad alte prestazioni 100% in fibra naturale.
Accompagnando il tutto con uno styling disinvolto e sofisticato Z Zegna riesce ancora una volta a esprimere al meglio il suo approccio con la moda urbana.


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Parigi Moda Uomo: l’effortlessy-chic di Hermès

Pulizia, il consueto stile effortlessy-chic e un tocco futurista hanno caratterizzato la sfilata di moda maschile Hermès per la prossima stagione invernale. Véronique Nichanian ha presentato una collezione caratterizzata da un’eleganza disinvolta e rilassata, in linea con lo spirito della storica maison francese. Stile vincente non si cambia, recita un vecchio motto: e in effetti il carattere tipico del brand non viene assolutamente alterato nonostante la designer francese osi, mixando nuance ardite e sperimentando con materiali insoliti.

Nonchalance sembra essere la parola d’ordine per un uomo che, in tempi frenetici e convulsi, sceglie invece di andare controcorrente e rallentare i ritmi: i modelli che si alternano sulla passerella hanno le mani in tasca e indossano comodi pantaloni con elastico in vita. L’uomo Hermès per l’Autunno/Inverno 2016-2017 predilige il parka e i capispalla in pelle. Le silhouette sono gentili, abbondano i colli alti e le sciarpe e la palette cromatica varia dal turchese al mostarda fino al crema, al grigio e al rosa pallido, senza dimenticare l’arancione simbolo della maison, e il cammello. Il nero la fa da padrone, mentre i modelli sfoggiano borse che impreziosiscono la classicità di capispalla come il trench, insolitamente declinati in pelle.

Veronique Nichanian, definita “la sacerdotessa della moda maschile”, coniuga mirabilmente comfort e stile, conferendo all’uomo un tocco di charme moderno e avanguardistico, che non stravolge l’identità del brand. I modelli indossano il consueto foulard d’ordinanza, simbolo per antonomasia della maison francese, mentre ardito risulta a volte il mix & match, specie per quanto concerne la palette cromatica. Inoltre, sempre nel corso della sfilata, è stato presentato il lancio dell’Apple Watch Hermès: dallo scorso 22 gennaio sono disponibili i primi dieci modelli del nuovo nato, con prezzi che variano da 1.300 a 1.780 euro.

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Balmain omaggia la Francia e Napoleone

Una tempesta di cristalli Swarowski e dettagli preziosi invade la passerella Balmain per la collezione Autunno/Inverno 2016-2017. Un omaggio alla Torre Eiffel e a Parigi, per un défilé ricco di suggestioni. La capitale francese, definita da Olivier Rousteing come “la città della luce”, viene rappresentata in una collezione maestosa e principesca. A calcare la passerella è un vero principe, tra giacche impreziosite da cristalli, arabeschi e bomber dorati.

L’uomo Balmain indossa lunghi guanti in pelle e stivali da fantino, tra stampe e nero all over. Tartan, righe, paisley e rombi esaltano il total black delle uscite. Sulla passerella si alternano modelli del calibro di Jon Kortajarena e Lucky Blue Smith, mentre non mancano top model come Alessandra Ambrosio e Lily Donaldson, che indossano la pre-collezione femminile per il prossimo autunno/inverno.

Opulenza e suggestioni sovietiche caratterizzano la sfilata maschile di prêt-à-porter: tra pantaloni in jersey o suede e giacche che ricordano i kimono, abbondano i ricami e i dettagli preziosi. Il principe della Ville Lumière sfila con fusciacca rigida in vita impreziosita da nappine e stivali e giacche in pieno stile military-chic. La personalità di Rousteing segna un altro colpo, per una collezione altamente evocativa, che intende restituire speranza alla Parigi martoriata dal terrorismo, dopo gli attacchi dello scorso novembre. La palette cromatica omaggia la bandiera francese, mentre certe uscite ricordano molto da vicino Napoleone Bonaparte e i fasti del suo impero. Opulenza è la parola chiave, per un uomo che, come un condottiero, affronta la stagione invernale in uniforme simil militare.

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Sfila a Parigi l’esistenzialista bohémien di Valentino

Si è appena conclusa a Parigi la settimana della moda maschile, che ha visto sfilare le proposte moda per il prossimo autunno/inverno. Una collezione all’insegna della libertà, quella presentata da Valentino. Maria Grazia Chiuri e Pierpaolo Piccioli si confermano ancora una volta indiscussi maestri di stile, in un défilé caratterizzato da tendenze eterogenee. Dettagli etnici si sposano al grunge anni Novanta, fino a sfiorare il folk tipicamente Seventies.

Un po’ metropolitano e un po’ bohémien l’uomo Valentino per l’Autunno/Inverno 2016/2017: dal classico vestito nero con cappotto dal taglio sartoriale e dagli ampi revers si passa al denim, per giubbotti impreziositi da decorazioni. Le prime uscite rasentano lo stile gotico: nero all over per capispalla dal respiro classico, per un uomo che sembra incarnare il dandy più autentico. Si continua con loden e giubbotti biker, impreziositi da borchie e decorazioni.

Ma l’uomo che ha calcato la passerella ha un animo folk, è fiero della propria libertà e non teme il contatto con la natura, fosse anche un viaggio on the road, sulla falsariga di Jack Kerouac. Il denim e il tartan ricordano un cowboy, come anche le camicie. Una full immersion tra i nativi americani per le mantelle stampate con motivi aztechi. Stampe simili a coperte Navajo si alternano sulla passerella a giubbotti borchiati, mentre viene sdoganato il poncho come capo principe del guardaroba maschile per la prossima stagione invernale. Suggestioni etniche nei dettagli piumati e nel patchwork di fantasie tribali. La precarietà e l’incertezza che caratterizza i tempi odierni sono state le principali fonti di ispirazione di una collezione che i due stilisti hanno definito esistenzialista. Il mix di stili e tendenze diverse rispecchierebbero infatti un nuovo stimolo per rinnovarsi e trasformarsi. Tra i materiali usati spiccano il cashmere e il camoscio, ma anche la seta e la pelle la fanno da padrone, in una collezione variegata e ricca di fascino. Per un uomo dalle mille sfaccettature.

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Lee Miller uno sguardo tra orrore, bellezza e un bagno nella vasca di Hiltler

“Ho fatto uno strano bagno quando mi sono lavata lo sporco del campo di concentramento di Dachau nella stessa vasca da bagno di Hitler a Monaco”.
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Bellissima, fascinosa intelligente Elizabeth “Lee” Miller, Lady Penrose (Poughkeepsie, 23 aprile 1907 – Chiddingly, 21 luglio 1977) è stata una delle più grandi fotogiornaliste americane.
Una mostra a Berlino al Martin–Gropius-Bau, dal 19 marzo al 12 giugno, celebra questa straordinaria artista con la mostra Lee Miller, Fotografien.
La sua vita fu un turbinio di fotografie bellissime, incontri, amanti, matrimoni e viaggi.
La sua bellezza la portò a fare la modella, il primo uomo a fotografarla fu proprio il padre Theodore che fotografò la figlia nuda, in una foto intitolata Mattinata di dicembre che si ispirava a Mattinata settembrina, un quadro di Paul Chabas, la cui esposizione a New York nel 1913 era stata causa di scandalo.


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E’ stata reporter di guerra per Vogue e sono sue le immagini del blitz su Londra, della liberazione di Parigi e dei campi di concentramento di Buchenwald e di Dachau.
Durante una sosta a Monaco di Baviera Lee Miller si fermò nei territori occupati dai soldati americani e riuscì a entrare nell’ appartamento privato di Adolf Hitler dove fu scatta, dal suo collega e amante David Scherman, la celebre foto di Lee Miller mentre si fa il bagno nella vasca da bagno di Hitler. L’appartamento, disse in seguito la Miller, “avrebbe a un primo sguardo benissimo appartenere a una persona di medio reddito”.


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Otto giorni dopo quella foto, l’8 aprile 1945, la Germania firma la capitolazione: la guerra scoppiata l’1 settembre 1939 aveva fatto 65 milioni di morti.
E’ stata aggregata dell’esercito americano dal 1944 e sono suoi alcuni degli scatti più interessanti del famoso sbarco in Normandia.
La mostra di Berlino presenta lavori che coprono tutta la sua carriera compresa la collaborazione con il grande Man Ray con il quale ebbe una importante relazione che finì quando Lee Miller conobbe il facoltoso uomo d’affari egiziano Aziz Eloui Bey, che seguì in Egitto dove realizzò meravigliose fotografie.


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La relazione con Man Ray fu importantissima per Lee Miller, anche sul piano della crescita artistica, fa suo il linguaggio del surrealismo iniziando ad utilizzare nelle sue foto motivi pittorici, ritagli di giornale, frammenti di corpo, sperimentando la tecnica della solarizzazione.
Nelle sue foto si fondono diversi generi: surrealismo, moda, ritratto, viaggio e reportage di guerra.
Dopo aver documentato con il suo obiettivo l’orrore dei campi di concentramento Lee Miller ebbe difficoltà a riprendere la sua macchina fotografica, già predisposta alla depressione, visse momenti difficili con grandi crisi.


Lee Miller


I suoi occhi videro tanto e nessuna come Lee Miller seppe essere tanto moderna, sempre alla ricerca di verità e bellezza, seppe essere esibizionista ma seppe anche guardare in faccia l’orrore, seppe amare la bellezza ma non dimenticò l’impegno civile.
Una donna moderna, dinamica, anticonformista, unica e straordinaria…


Lee Miller


Lee Miller, Fotografien.
dal 19 marzo al 12 giugno 2016
Martin-Gropius-Bau
Niederkirchnerstraße 7
10963 Berlin
Telefono+49 (30) 254 86-0
http://www.museumsportal-berlin.de/it/mostre/lee-miller-fotografien/

Cyber Jihad

It was the end of February last year when I published the first in depth report in Italy of ISIS communication techniques. Europe really only noticed the Islamic State and how dangerous it was during the Charlie Hebdo attack. It was at that moment that we realized this was a new phenomena and in the very heart of Europe. Apart from the numerous instant books which came out one after the other to satisfy our (presumed) desire to know, in other countries all of this had already been investigated for some time and in a serious scientific way.
That first work owes and owed much to the years of research and analysis undertaken by many people, particularly in northern Europe and North America. I specifically described it as a “collective” work and cited, among others, Oliver Roy, Dietrich Doner, Eben Moglen, Jeff Pietra, J:M: Berger, Scott Sanford, the generous Will McCants and Clint Watts, the extraordinary Nico Prucha, Rudiger Lohlker, Leah Farrall, Aaron Y Zelin and Peter Neumannal.


The report ended with a quotation by Elham Manea, one of the most courageous and brilliant voices of contemporary Islam who wrote, “ The truth that cannot be denied is that ISIS has studied in our schools, prayed in our mosques, heard our media and the sermons of our religious leaders, read our books and our sources and has followed the fatwa that we have produced. It would be easy to continue to insist that ISIS doesn’t follow the correct precepts of Islam. It would be very easy. Yet, I am convinced that Islam is what we humans make it to be. Every religion can be a message of love or a sword of hatred in the hands of the people who believe in it”.
Since that first report research has gone on and while one group of people has worked to keep track of and analyze the mass of constantly growing propaganda materials, others have concentrated on the study of particular aspects which, with last month’s Paris attacks , have become tragically central and relevant.
This e-book begins with four sections updating ISIS online (but not only) communications in the light of the military and geopolitical developments of recent months and many newly revealed and collected documents.
The next question we posed is relatively simple and based on certain facts: the extraordinary network system of activists and supporters, the existence of a real global network, their knowledge of sophisticated cryptographic systems, the know-how of the Syrian Electronic Army(one of the world’s best hacker networks) and the many connected networks we have tried to map.


We wondered how, propaganda apart, this network could be used for specific purposes such as financing overseas cells, moving money and logistical organization.
The enquiry which follows recounts what I discovered and the significant links which exist with counterfeiting and money laundering at a global level.
As I specified, “ in this public version of my enquiry I have deliberately omitted certain passages. The aim of my investigation is to describe and help to explain a phenomena and a method (one of the methods) of financing and above all of transferring money which is difficult to trace. In no sense do I want it to be a manual, or an invitation to “do it yourself”. The other reason for omission is to protect certain information and active contacts and to preserve the investigative work of those responsible for national and international security who have been given full access to the unabridged results.
For these reasons the contacts, email exchanges, accounts and phone numbers are not given, just as they are obscured in the images attached.


1. ISIS, from liquid state to territorial organization


2. A battle for fundamentalist identity hegemony


3. Blitzkrieg 2.0


4. Global propaganda


5. ISIS cyber-soldiers networks


6. The connection with the Nigerian scammers network


7. Internet and the financing of ISIS


8. An untraceable money transfer chain


9. The fake identity network


At the beginning of this report, when referring to the conclusion of “ISIS”, the global communication of terror, I quoted Elham Manea when he said“ The truth that cannot be denied is that ISIS has studied in our schools, prayed in our mosques, heard our media and the sermons of our religious leaders, read our books and our sources and has followed the fatwa that we have produced”. It is undeniable that having enrolled Western sympathizers and fighters, ISIS knows our systems, social networks, payment systems and the limits of our research and analysis. It exploits the weaknesses and vulnerabilities of Western societies with a western mindset. We have created a money transfer system which earns commission on the money that immigrants send to their families in poor countries. With first-hand knowledge of how the system works and its limits, they use this system as a weapon against us. We have invented anonymous pre-paid cards and offshore accounts to favor trade but also as a means of exporting currency and tax evasion and they exploit the system’s weaknesses in ways we couldn’t have imagined. We have created social networks aimed at social interaction and membership groups and they, part of the social network generation, have invented a compartmentalized system which evades the social mapping planned by marketers and neutralized by a digital war. (I have written an entire chapter on this with reference to the jihadist article “invading facebook”).


The use of networks by ISIS shows just how wrong the cyber-utopians are and how western legislation based on the liberalist belief in the freedom of internet communications have turned out to be a Trojan horse. The idea that internet “is a weapon for freedom” which could bring down dictatorships and regimes was already undermined during the “Arab Spring” but it continued due to its supporters’ reluctance to admit they were wrong.


Today this idea clearly shows all its contradictions. In reality the idea of internet as an all powerful one-way system to export democracy and freedom was useful to the companies of Silicon Valley when they wanted “few rules and large funds” for the development of their projects. These included anonymous blogging systems to protect democratic activists, direct and private messaging systems and the export of unlimited encryption systems. ISIS is now using these systems with a western mindset against the West.
Not that this should lead people to believe “the web is evil” or “the web should be banned” or that total control could be an effective solution. Exactly the opposite is true. Alongside these distortions in the use of internet, it is often the internet itself which supplies the antidote by providing otherwise impossible solutions, including the use of counter- intelligence. Falling into the banning trap would be like saying that “since kitchen knives can be used in domestic violence, they have to be banned”.


We are afraid of what we do not know, what we are unable to control or dominate, but there are two antidotes to this fear. The first is a solid knowledge of the means and the tool. The other is to be aware that no means or tool is in itself a universal instrument of salvation, just as plain kitchen knives can become an instrument of horror, death and propaganda in the hands of a cutthroat assassin.
However, greater recognition of the potentially dangerous, dark side of new technologies is vital to structural and legislative action against them. Such increased awareness can help us to make cyberspace a safer place with fewer risks. Internet is neither all powerful in the hands of jihadist groups nor in the hands of counter- intelligence forces. It is simply a means for both. Among the countless positive
messages it transmits there are also messages of terror and terrorist recruitment. What really makes a difference are the people and, like all messages, the most effective take root where there is a fertile human terrain. This terrain is made up of segregated poor neighborhoods, subculture, isolation and alienation due to a lack of social integration. Internet did not create these social and cultural ills though it could contribute towards their alleviation. But it is elsewhere that choices and decisions have to made in order to tackle the problems that generate converts and conquest.

The fake identity network

Clearly I was willing to continue but I didn’t want anyone running any risks. It was too risky to keep on using “my name” so at this point I needed another fake identity. I was hoping that in some way I would be directly supplied with false documents but in a certain sense this turned out to be a vain hope. After a few days I received the details of a contact who sold authentic documents. Basically I had to pay and the
documents would arrive from Cameroon via UPS. Yet again there was no direct way of connecting the transaction, seller or documents to the Caliphate. The entire cost of the operation was financed by a “money transfer” (once again blocked two days later after verifying, as in the first case, that it was highly unlikely the sender had any direct links to ISIS).


The fake identity network


My document contact proposed an American passport and a French identity card but I pretended to be a little skeptical, not because I doubted him of course but because the European police carry out such detailed checks and I couldn’t afford to take any risks. So, to convince me of the products’ quality he sent me a video via email showing a newly counterfeited US passport and a security card claiming that these were officially registered documents which would pass any checks.


Inchiesta ISIS from D-ART on Vimeo.



According to an expert who I have worked with in the past, there could be two ways these documents were “registered”. First, the photograph could simply have been replaced on a stolen document which is otherwise original, although this is no longer possible on modern passports. Alternatively, since it would be impossible to penetrate all the national databases, the fake passport could have been inserted into the central database for airport security which contains the entire world’s documents. In his view, and I believe him, this second method would be the most effective, though it would require massive resources and would run a high risk of being intercepted even if some country’s officials were personally involved.


I didn’t check out their quality myself, mainly because in order to receive them I could have risked revealing my true identity in some way. But also because ordering and holding a counterfeit document is a criminal offence. However, although the quality of these documents may not be good enough to pass airport controls, they might easily pass the more superficial checks of a hotel booking, a quick road check or a frontier without computerized systems which are very common in eastern Europe, especially at a time of intense migration. They could also be used to purchase a mobile phone (though in the UK no document is required to buy a sim card), register at an internet point, “demonstrate” the validity of a cloned credit card, send and receive money transfers through MoneyGram or Western Union or receive goods from a delivery service.

An untraceable money transfer chain

To verify these movements, I experimented with some active accounts I have in the jihadist network which I have been using for years to study this phenomena and which therefore have a certain “credibility” in these quarters. In this public version of my research I will intentionally omit certain steps. The aim of my investigation is to describe and help to explain a phenomena and a method (one of the methods) of financing and above all of transferring money which is difficult to trace through a


direct personal experience. In no sense do I want it to be a manual, or an invitation to “do it yourself”. The other reason for omission is to protect certain information and active contacts and to preserve the investigative work of those responsible for national and international security who have been given full access to the unabridged results. For these reasons the contacts, email exchanges, accounts and phone numbers are not given, just as they are obscured in the images attached.
During the summer, as a sympathizer of the Caliphate I made it clear that I was having serious economic problems and consequently had less time to dedicate to activism for the cause. Obviously I was apologetic for this and expressed my deep disappointment. After a few passages between various contacts, I was introduced to someone willing to help me. Obviously personal meetings were out of the question to avoid pointless risks of exposing the network and being discovered. Two days later I received a whatsapp message telling me that I had received 999 dollars from California. This notification came from a friend of the person who had been “willing to help me” with a Pakistani mobile number.


An untraceable money transfer chain


An untraceable money transfer chain


An untraceable money transfer chain


Obviously, after checking that the sum was actually available for withdrawal I had it cancelled as it clearly came from the credit card of a totally innocent person.
This first step of the chain already poses serious issues of traceability.
1. How can this transaction be traced back to an action linked to terrorism?
2. What kind of connection could anyone find between Christine in California, Michele in Italy and the Caliphate?
3. If Michele is using a fake identity, how could he be traced even in the case of cyber crime?


The only trace could be the message which the sender has, almost certainly, cancelled or saved elsewhere and that I, if I were part of a terrorist group or had committed a crime, would equally certainly have cancelled.
As this was for my research, I told them that I was grateful for their help and, as it was more than I needed, offered to send part of the money to another supporter acting as an intermediary. The immediate reply was that this was not necessary because ISIS was great and that wealthy westerners were funding them through their stupidity. However, two days later my original contact sent me some information and asked me if I could send two 50 euro transactions to Pakistan and two to Lithuania, two via MoneyGram and two via Western Union to four separate names.

Internet and the financing of ISIS

The best known and monitored sources of ISIS funding essentially derive from income produced by oil trafficking, kidnapping, the sale of electricity and water, trafficking historical artifacts and the “protection” of industrial plants in certain areas. These resources, which are estimated to amount to between 60 and 90 million dollars a month depending on the month and territory, are used locally to pay for “wages” , arms, ammunition and supplies.


One of the most complex activities for the Caliphate is to convert money into electronic form and transfer it to their overseas networks. There are basically three ways they do this.
Part of the money is deposited by the traffickers/buyers into overseas bank accounts held by third parties. These are often Arab businessmen with legitimate businesses in the West who are sometimes sympathizers but, more often than not, collaborate through fear as a result of threats to family members. This system, though, can only be used for a limited number of operations, frequently for the import/export of arms, because payments through these accounts are effectively traceable.
A report by the Brookings Institution of Washington points to the scarce checks made by Kuwait’s financial institutions as the weak point which allows such “private” funds to reach their destination despite measures taken by the governments of Kuwait, Saudi Arabia and Qatar to block them.


According to Mahmud Othman, a Kurdish former member of the Baghdad parliament, “one of the reasons the Gulf States allow these private donations is to keep the terrorists as far away from them as possible”. David Phillips, a former senior director of the US State Department now at New York’s Columbus University, affirms that “there are many rich Arabs who play dirty and while their governments claim to be fighting ISIS, they are financing them”. Admiral James Stavridis, former Nato Commander in Chief, calls them “Angel Investors” whose funds “are the seeds from which the jihadist groups grow” and who come from “Saudi Arabia, Qatar and Arab Emirates”.
Some of the private financiers who have been identified, particularly in Qatar, are: Abd al-Rahman al Nuaymi, Salim Hasan Khalifa Rashid al-Kuwari, Abdallah Ghanim Mafuz Muslim al-Khawar, Khalifa Muhammed Turki al-Subaiy and Yusuf Qaradawi. Abd al-Rahman al-Nuaymi is believed to have donated over 600,000 dollars to Al Qaeda in Syria in 2013 and 2 million a month to Al Qaeda in Iraq. According to the US Treasury Department, Salim Hasan Khalifa Rashid al-Kuwari has donated hundreds of thousands of dollars to Al Qaeda in Iraq over the years as has Abdallah Ghanim Mafuz Muslim al-Khawar.


Another part of the money raised from illicit activities is loaded onto “unnamed pre-paid cards” which provide many advantages. They cannot be stolen and can hold large sums in a limited space. Moreover, they are easy to transport and pass on. They don’t have a clearly named card holder so it is very difficult to trace any transactions and as the money is in electronic form numerous payments, even for small amounts, can be made immediately by whoever, anywhere.
The final part of the money raised goes into specific fund-raising activities which exploit social networks through which it is spread out and shared.


Internet and the financing of ISIS


Internet and the financing of ISIS


Alongside these activities there are the credit-card frauds and phishing activities which effectively turn social networks into recycling networks with dummy or fake
identities offering to receive and re-transfer the money, sometimes in
exchange for a cash payment. This system makes it almost impossible to trace transactions especially as there is often no relation between the senders and recipients.
These are sums of money which apparently have nothing to do with the Caliphate nor any connection with countries or regions under observation. They are simply “country to country” transactions which are frequently put down to “online fraud” without any perceived link with terrorist networks.

The connection with the Nigerian scammers network

We asked ourselves how these networks, apart from providing propaganda, could be used for certain specific activities like financing foreign cells, moving money and logistical organization. The intuition that was a turning point for this enquiry was to look at the connection between ISIS and Boko Haram, the Sunni jihadist movement in northern Nigeria. It was in this link that I tried to find a connection between pro-ISIS digital activists and the universe of the financial network which lies at the root of the so called “Nigerian scams”.
There are wide variations of this scam, but the principle is always more or less the same; a stranger who is having problems with a blocked million dollar bank account , whether it’s an inheritance or to export millions abroad etc. , needs the name of a third party to complete the operation in his name in exchange for a share in the proceeds. This is also known as a 419 scam as 419 is the article of the Nigerian criminal code which punishes this type of fraud.


This kind of scam has evolved over time and in the most up-to-date version could basically be described as a kind of phishing, an internet scam whereby the prowler tries to trick the victim into revealing personal information, banking data or access codes. Although the scam may seem simple on the surface, remaining anonymous and untraceable despite the huge sums of money withdrawn from traceable
electronic systems regarding online current accounts or credit cards is extremely complex.
Essentially, at the very least it requires a good number of people constantly on-line to answer emails and collect the fraudulently gathered data as it comes in. It also requires an in-depth knowledge of the security systems involved in electronic payments and the money needs to be moved quickly by making untraceable.


purchases. Above all, it needs a large number of dummy names who often have more than one fake, but “well made”, identity to receive delivery of goods for example, or to make MoneyGram or Western Union transactions where there are no police experts in false documents. A network of this kind, especially if part of a network of activists and supporters willing to carry out missions and offer logistical support, involves a large number of often untraceable people and is therefore extremely difficult to combat or even map out.
An extraordinary job of this nature was carried out by the AA419 collective (Artists Against 419) which for years dedicated themselves to monitoring, gathering and filing all the emails, Nigerian scams and email /IP addresses. Starting in 2003 their objective was basically to identify the false sites, report them to the hosting servers and get the sites closed down to avoid further fraud. Through this spontaneous and free work they were able to close down over 9,000 sites between 2003 and 2006.
This figure is significant as it underlines the huge dimensions of a network which is estimated to have produced an average of more than 100 million dollars a year. But it is also important to realize just how many human and informatics resources have been dedicated to this criminal activity and how useful the database of those who have tried to fight them can be for researchers.

The ISIS cyber-soldier network

The question we posed is relatively simple and based on certain facts: the extraordinary network system of activists and supporters, the existence of a real global network, their knowledge of sophisticated cryptographic systems and the know-how of the Syrian Electronic Army(one of the world’s best hacker networks).
I wrote about SEA in an article in “Unità” in 2013 when this organization was responsible for embedded attacks on Twitter and other western information sites. SEA, the Syrian Electronic Army, is armed with made-in Russia technology and training (they have a military base there) and exploits servers and connection systems throughout the ex-USSR republics. Officially the group was “autonomous” and financed by Makhlouf, the owner of SyriaTel and Bashar al-Assad’s cousin, who has an office in Dubai.
SEA’s main specialization appears to be mail-phishing software to gain control of PCs and carry out data theft in the constant search for identities to use for counter-information and new attacks. (The full article can be found here)


For a more comprehensive picture, we can be pretty sure that some ex-SEA members (tied to Assad) have joined fronts with another group of hackers known as Al-Nusra Electronic Army which already in 2013 was affiliated with the Al-Nusra rebel front which was presumed to be (and now we know for sure) a branch of Al-Qaeda and now of ISIS. Accused of the defacement of the Syrian Commission on Financial Markets and Securities, it had already operated against the Russian government in March.


Another group is the Aleppo Pirates which since 2013 has been operating in Turkey near the Syrian border. Founded by another ex-SEA member, it works in parallel with yet another group, the Falcons of Damascus.
These numerous cyber groups which are in some ways connected and often coordinated are widespread throughout the area and include the Yemen Hackers, the Muslim Hackers, the Arab Hackers For Free Palestine and the Syrian Hackers School. In addition, there are numerous names which are more like signatures or a mix up of members than really independent groups. The reasons for this are to differentiate the specific actions undertaken but maybe also to give the impression of an even larger number of activists. Examples are, Cyber Jihad Front, Hezbollah Cyber, Cyber Jihad Team, Mujahedeen Team and Memri Jttm, all of which can be traced back to the Cyber Caliphate.
Behind all these names lies a huge network of “indirect” financing which guarantees the availability of networks, technology and connections as well as land lines and some satellite access.

Cyber Jihad

Era fine febbraio dell’anno scorso quando pubblicai in Italia il primo lavoro organico sulla comunicazione dell’ISIS. Dello Stato Islamico e della sua pericolosità ci siamo accorti in Europa con la strage di Charlie Hebdo, ed in quel momento ci siamo accorti che era un fenomeno nuovo ed era nel cuore dell’Europa.
Di tutto questo – al di là degli innumerevoli istant book usciti uno dopo l’altro per riempire la nostra voglia (presunta) di sapere – in altri paesi si stavano occupando da molto tempo. In maniera seria, scientifica, lontani dall’opinionismo dell’ultima ora.
Quel primo lavoro di sintesi deve e doveva molto ad anni di ricerca ed analisi di molte persone, soprattutto in nord europa e nord america. In particolare lo descrissi come un “lavoro collettivo” citando – tra gli altri – Oliver Roy, Dietrich Doner, Eben Moglen, Jeff Pietra, J.M.Berger, Scott Sanford, i generosissimi Will McCants e Clint Watts, lo straordinario Nico Prucha, Rüdiger Lohlker, la brillante Sheera Frenkel, Rainer Hermann, Mehdi Hasan, Elham Manea, Leah Farrall, Aaron Y. Zelin e Peter Neumannal.


Quella ricerca si concludeva con una citazione proprio di Elham Manea, una delle voci più coraggiose e brillanti dell’islam contemporaneo, che ha scritto «La verità che non possiamo negare è che l’Isis ha studiato nelle nostre scuole, ha pregato nelle nostre moschee, ha ascoltato i nostri mezzi di comunicazione e i pulpiti dei nostri religiosi, ha letto i nostri libri e le nostre fonti, e ha seguito le fatwe che abbiamo prodotto». «Sarebbe facile continuare a insistere che l’Isis non rappresenta i corretti precetti dell’islam. Sarebbe molto facile. Ebbene sì, sono convinta che l’islam sia quel che noi, esseri umani, ne facciamo. Ogni religione può essere un messaggio di amore oppure una spada per l’odio nelle mani del popolo che vi crede».
Da quel primo lavoro la ricerca non si è mai interrotta. E mentre un insieme di persone ha lavorato per tenere traccia ed analisi del corposo materiale (costantemente in crescita) di propaganda e diffusione, altri si sono concentrati nella ricerca di alcuni aspetti che – con le stragi di Parigi del mese scorso – sono divenuti tragicamente centrali e attuali.


Questo e-book inizia con un aggiornamento di quattro capitoli sulla comunicazione (non solo) o- line dell’ISIS, alla luce degli sviluppi militari e geopolitici di questi ultimi mesi e dei (molti) documenti nuovi emersi e raccolti.
La domanda successiva che ci siamo posti è abbastanza semplice e partiva da alcuni presupposti: la straordinaria ramificazione di rete degli attivisti e dei supporter, la presenza di un vero e proprio network globale, la conoscenza di sofisticati sistemi di crittografia, il know-how del cd. “esercito elettronico siriano” (una delle migliori reti hacker a livello globale) e di molte reti collegate che abbiamo cercato di mappare.
Ci siamo chiesti come tutta questa rete, oltre che per la propaganda, potesse essere usata per alcune attività specifiche: il finanziamento delle cellule all’estero e lo spostamento di denaro, e l’organizzazione logistica.
L’inchiesta che segue racconta quello che ho trovato e colegamenti iportanti con reti di riciclaggio e contraffazione a livello globale.


Come ho specificato “in questa versione pubblica di questa parte di ricerca volutamente ometterò alcuni passaggi. Questa vuole essere un’inchiesta con l’obiettivo di descrivere e contribuire a spiegare un fenomeno ed un sistema (uno dei sistemi) di finanziamento e soprattutto di spostamento di denaro in modo molto difficilmente rintracciabile attraverso un’esperienza – in questo caso diretta e personale – e non vuole essere un vademecum per nessuno, né un invito “a fare altrettanto”.
Altra ragione delle omissioni è evitare che la divulgazione di certe informazioni, di contatti attivi, potesse in qualsiasi modo e forma minare il lavoro di indagine ed investigativo di chi è preposto a tale compito e per questo motivo il materiale integrale è stato messo a disposizione di soggetti istituzionalmente preposti ad indagini di sicurezza nazionale ed internazionale.
Proprio per questo ho evitato di riportare i contatti diretti, lo scambio di mail, gli account e i numeri di telefono – esattamente come gli stessi sono “oscurati” nelle immagini allegate.

1. ISIS, da stato “liquido” a organizzazione territoriale


2. Una battaglia per l’egemonia identitaria fondamentalista


3. La “guerra lampo” 2.0


4. La propaganda globale


5. Le reti di cyber soldati dell’ISIS


6. Il collegamento con la rete nigeriana


7. La rete e le fonti di finanziamento dell’ISIS


8. Un giro di trasferimento di denaro irrintracciabile


All’inizio di questa inchiesta, riprendendo la conclusione di “Isis, la comunicazione globale del terrore” ho citato Elham Manea che ha detto «La verità che non possiamo negare è che l’Isis ha studiato nelle nostre scuole, ha pregato nelle nostre moschee, ha ascoltato i nostri mezzi di comunicazione e i pulpiti dei nostri religiosi, ha letto i nostri libri e le nostre fonti, e ha seguito le fatwe che abbiamo prodotto».
Quello che non possiamo negare è che avendo arruolato nelle proprie fila combattenti e simpatizzanti occidentali l’ISIS conosce i nostri sistemi, i nostri social network, le nostre reti sociali, i nostri sistemi di pagamento, i limiti che abbiamo nella ricerca e nell’analisi.


Sfrutta le debolezze e le vulnerabilità di un mondo occidentale con la mente e la logica occidentale.
Noi abbiamo creato i sistemi di trasferimento di denaro, e guadagnamo commissioni sulle rimesse che gli immigrati versano alle proprie famiglie in paesi poveri. Loro sfruttano questo sistema – conoscendone paese per paese limiti e soglie e modi di funzionamento – per usarlo come arma.
Noi abbiamo creato carte prepagate anonime e conti offshore per facilitare il commercio elettronico, ma anche talvolta l’esportazione di valuta e l’evasione fiscale. E loro utilizzano questi sistemi come arma, individuandone le vulnerabilità ed usi che non erano stati da noi immaginati.
Noi abbiamo creato i social network, abbiamo immaginato le sfere sociali e i gruppi di appartenenza. Loro conoscono i nostri social network, sono “nati” nell’era social ed hanno immaginato sistemi a camere stagne per evitare la mappatura sociale, immaginata dal marketing, e neutralizzata dalla guerriglia digitale. [a questo ho dedicato un intero capitolo che riprende il documento jihadista “invadere facebook”]


L’uso della rete da parte dell’ISIS è la dimostrazione di quanto i cyber-utipisti sbagliano, e di come le legislazioni occidentali che hanno tenuto conto dei think-tank che proponevano l’onnipotenza libertaria della rete si sono rivelate un boomerang.
L’idea per cui “internet è l’arma della libertà” che avrebbe abbattuto dittature e totalitarismi, già naufragata nelle primavere arabe, ma resistita nonostante tutto soprattutto grazie a una certa pubblicistica che non poteva ammettere di aver sbagliato, oggi mostra concretamente tutti i suoi limiti.
Del resto questa idea di onnipotenza, e di capacità “a senso unico” come arma di esportazione di libertà e democrazia, era utile alle potenti e ricche aziende della Silicon Valley, che richiedevano “poche regole e molti fondi” per sviluppare i propri progetti.
Tra questi, sistemi di blogging anonimi per rendere irrintracciabili gli attivisti democratici, sistemi di messaggistica diretta e privata, esportazione di sistemi di cifratura e criptazione senza limiti.


Oggi l’ISIS usa tutti questi sistemi con una logica occidentale e contro l’occidente.
Questo non ci deve in alcun modo indurre a ritenere che soluzioni manichee per cui “il web è il male” o “il web va vietato” o completamente controllato siano valide ed efficaci.
Semmai il contrario. Perchè accanto a queste distorsioni dell’uso della rete, spesso è proprio la rete a fare da antidoto e ad offire soluzioni anche di intelligence, in altro modo inapplicabili.
Cadere nel facile errore del vietare sarebbe come dire che “dato che i coltelli da cucina possono essere usati per delitti domestici vanno vietati”.


Ci spaventa ciò che non consciamo. Ciò che non possiamo controllare e dominare.
L’antidoto per tutto questo è duplice. Da un parte la conoscenza del mezzo e dello strumento. Dall’altra non considerare alcun mezzo e strumento come salvifico e onnipotente. Proprio come i coltelli da cucina, gli stessi nelle mani di un tagliagole diventano strumenti di morte orrore e propaganada. Pur restando sempre semplici coltelli.


Forse però cominciare a considerare il lato “pericoloso” e le implicazioni “oscure” che gli strumenti delle nuove tecnologie possono avere ci aiuta – molto – sia nel momento decisionale che in quello legislativo, e una maggiore consapevolezza delle possibili implicazioni ed utilizzi ci aiuta a rendere anche il cyber spazio un luogo più sicuro con una ecologia ambientale migliore e con meno rischi.


La rete non è innopetente nelle mani degli jihadisti, esattamente come non lo è nelle mani delle intelligence. Può essere strumento per entrambi. Esattamente come può essere strumento per far passare – tra innumerevoli messaggi positivi – anche alcuni messaggi di terrore e reclutamento terroristico.
La differenza la fanno le persone, e come per tutti i messaggi, anche il più efficace, attecchisce solo laddove c’è un sostrato umano fertile. E questo sostrato è fatto di degrado, di periferie dimenticate, di subcultura, di isolamento, di mancanza di integrazione sociale e di isolamento. Piaghe che la rete non crea, ma che può aiutare semmai a lenire. Ma sono scelte di altro genere e che vanno fatte altrove che possono ridurre al massimo questo terreno fertile che oggi è terreno di proselitismo e conquista.

English article.

La rete delle false identità

La mia disponibilità a continuare ovviamente c’era ma nessuno della rete avrebbe dovuto correre rischi. A questo punto mi servivano altre identità. Troppo rischioso usare “sempre la mia” e fare tanti movimenti.
La mia speranza è che in qualche modo mi facessero avere in maniera diretta dei documenti falsi comunque credibili. Speranza vana almeno sino a un certo punto.
Ricevo dopo alcuni giorni i riferimenti di un contatto che vendeva documenti autentici.
La sintesi della questione era che dovevo pagare io e che i documenti mi sarebbero arrivati, questa volta dal Cameroon, direttamente via UPS.
Ancora una volta nessun modo di collegare transazione, venditore, documenti, in forma diretta al califfato.
Il costo dell’operazione viene interamente finanziato da un “money transfert” [anche questo bloccato dopo due giorni e dopo aver verificato che il mittente – come la prima volta – difficilmente poteva avere legami diretti con l’ISIS].


La rete delle false identità


Il mio contatto per i documenti mi propone un passaporto americano e una carta di identità francese e dato il mio scetticismo (non dubito di lui, ma in Europa la polizia fa controlli approfonditi e non potevo rischiare) per mostrarmi la bontà del prodotto mi manda via mail un video con un passaporto americano ed una tessera della sicurezza appena contraffatti.


Inchiesta ISIS from D-ART on Vimeo.



Sostengono che questi documenti siano anche “registrati” e passino quindi i relativi controlli. Secondo un esperto con cui ho collaborato i sistemi di questa registrazione potrebbero essere due: la
semplice sostituzione della fotografia su documenti rubati e i cui dati quindi coincidono (non fattibile ad esempio per passaporti di ultima generazione), oppure, non potendo fisicamente penetrare tutti i database di tutti gli Stati, probabilmente inserendo i documenti contraffatti nel database centrale della sicurezza aeroportuale, in cui confluiscono i documenti di tutto il mondo. La seconda ipotesi – mi spiega, e mi fido – sarebbe quella più efficace, anche se a suo dire richiederebbe risorse impressionanti e sarebbe a forte rischio di rilevazione, anche in casi di complicità istituzionali di alcuni alti funzionari di alcuni Paesi.
Io non ho fatto una prova diretta, innanzitutto perchè spedendomi il documento la mia vera identità in vario modo sarebbe stata rivelata. Non l’ho fatta anche perchè il solo ordinare un documento falso e detenerlo è in sé reato.
Di certo però la qualità dei documenti di cui parliamo, se non basta a passare un controllo aeroportuale, facilmente può ingannare in caso di prenotazione alberghiera, di un veloce controllo stradale o in passaggi di frontiera non informatizzati (e ad est dell’Europa, specie in tempi di migrazioni intense, ce ne sono moltissimi), dell’acquisto di un utenza cellulare (addirittura in Inghilterra è possibile acquistare sim card senza il rilascio di alcun documento), o per la registrazione in un internet point, e nel caso occorresse ricevere denaro in un centro MoneyGram o WesternUnion o per “accompagnare” una carta di credito clonata o farsi consegnare merce spedita a mezzo corriere.

Un giro di trasferimento di denaro irrintracciabile

Per verificare questi percorsi ho fatto in prima persona alcune prove, usando alcuni account che ho attivi nella rete jihadista e che uso per studiare questo fenomeno ormai da anni e che quindi hanno una “certa credibilità” in quell’ambiente.
In questa versione pubblica di questa parte di ricerca volutamente ometterò alcuni passaggi. Questa vuole essere un’inchiesta con l’obiettivo di descrivere e contribuire a spiegare un fenomeno ed un sistema (uno dei sistemi) di finanziamento e soprattutto di spostamento di denaro in modo molto difficilmente rintracciabile attraverso un’esperienza – in questo caso diretta e personale – e non vuole essere un vademecum per nessuno, né un invito “a fare altrettanto”.
Altra ragione delle omissioni è evitare che la divulgazione di certe informazioni, di contatti attivi, potesse in qualsiasi modo e forma minare il lavoro di indagine ed investigativo di chi è preposto a tale compito e per questo motivo il materiale integrale è stato messo a disposizione di soggetti istituzionalmente preposti ad indagini di sicurezza nazionale ed internazionale.
Proprio per questo ho evitato di riportare i contatti diretti, lo scambio di mail, gli account e i numeri di telefono – esattamente come gli stessi sono “oscurati” nelle immagini allegate.


Durante l’estate ho manifestato “come simpatizzante del califfato” momenti di forte disagio economico, che mi toglievano tempo ed attenzione dalla mia attività di attivista. Ovviamente chiedevo scusa per questo e ne ero fortemente rammaricato.
Attraverso alcuni “giri” tra contatti me ne è stato presentato uno in particolare che si è mostrato disponibile ad aiutarmi. Ovviamente incontri personali erano da escludersi per non mettere a repentaglio la rete inutilmente correndo il rischio di essere scoperti e collegati.
Dopo due giorni mi arriva sul cellulare un messaggio whatsapp.
Avevo ricevuto 999 dollari dalla California, e a mandarmi la notifica completa era stato un amico di quello che era “disponibile ad aiutarmi”, e il numero di telefono era di un cellulare pachistano.


Un giro di trasferimento di denaro irrintracciabile


Un giro di trasferimento di denaro irrintracciabile


Un giro di trasferimento di denaro irrintracciabile


Ovviamente dopo aver verificato che effettivamente la cifra fosse diponibile per il ritiro, ho fatto in modo di annullare la transazione, che era chiaramente proveniente da una carta di credito di una persona assolutamente ignara.
E tuttavia questo primo episodio pone il primo enorme problema di tracciabilità.
1. Come si può risalire da questa transazione ad un’azione legata al terrorismo?
2. Che legame può chiunque riscontrare la tra signora Christine della California, Michele in
Italia e il Califfato?
3. Se poi Michele usa una “identità contraffatta” anche nel caso di reato informatico, come e
quando mai lo rintracci?
L’unica traccia sarebbe in quel messaggio che il mittente ha – credo con adeguata certezza – cancellato o salvato in altro modo e che io – se davvero fossi una cellula o avessi compiuto un illecito – con adeguata certezza avrei anche io cancellato.


Essendo la mia una ricerca, mi sono detto più che grato dell’aiuto ricevuto e mi sono reso disponibile a “far arrivare” almeno parte di quella cifra (alta rispetto alle mie necessità) a qualche “simpatizzante”, offrendomi quindi come sponda.
La prima risposta è stata che non era necessario, che l’ISIS era grande e forte e che l’occidente opulento finanziava con la sua stupidità le loro azioni.
Due giorni dopo però il primo contatto mi manda alcuni riferimenti, chiedendomi se potevo girare anche solo pochi euro: due transazioni da 50 euro in Pakistan e due da 50 euro in Lituania, due con western union e due con money gram. Quattro nominativi differenti.

La rete e le fonti di finanziamento dell’ISIS

Le fonti di finanziamento note e monitorate dell’ISIS derivano essenzialmente dai proventi del contrabbando di petrolio, dei sequestri, della vendita di energia elettrica ed acqua, del contrabbando di manufatti antichi, della “protezione” di installazioni industriali in determinate aree.
Queste risorse – che vengono complessivamente stimate a seconda dei mesi e della estensione territoriale in una forbice tra i 60 e i 90 milioni di dollari mensili – vengono usate “in loco”, per il pagamento di “stipendi”, armi, munizioni, approvviggionamenti.


Un’attività complessa per il califfato deriva dalla necessità di convertire in forma elettronica il denaro e di farlo pervenire alla rete estera.
Ciò avviene sostanzialmente attraverso tre sistemi.


Una parte del denaro viene depositata dai trafficanti/acquirenti esteri in conti intestati a prestanome, spesso uomini di affari arabi operanti legittimamente in paesi occidentali, e altrettanto spesso coinvolti per paura, con minacce a familiari, quando non direttamente simpatizzanti.
Si tratta di somme “a dispozione” di poche operazioni, spesso di import export di armi, perchè eventuali pagamenti da quei conti sono comunque rintracciabili.
Un rapporto della «Brookings Institution» di Washington indica nei carenti controlli delle istituzioni finanziarie del Kuwait il vulnus che consente a tali fondi «privati» di arrivare a destinazione «nonostante i provvedimenti dei governi kuwaitiano, saudita e qatarino per bloccarli».
Secondo Mahmud Othman, ex deputato curdo a Baghdad «Una delle ragioni per cui i Paesi del Golfo consentono tali donazioni private è per tenere questi terroristi lontani il più possibile da loro». David Phillips, ex alto funzionario del Dipartimento di Stato Usa ora alla Columbia University di New York, assicura: «Sono molti i ricchi arabi che giocano sporco, i loro governi affermano di combattere Isis mentre loro lo finanziano». L’ammiraglio James Stavridis, ex comandante supremo della Nato, li chiama «angeli investitori» i cui fondi «sono semi da cui germogliano i gruppi jihadisti» ed arrivano da «Arabia Saudita, Qatar ed Emirati».
Tra i finanziatori privati diretti sono stati individuati in particolare in Qatar Abd al-Rahman al- Nuaymi, Salim Hasan Khalifa Rashid al-Kuwari, Abdallah Ghanim Mafuz Muslim al-Khawar, Khalifa Muhammad Turki al-Subaiy, Yusuf Qaradawi. Abd al-Rahman al-Nuaymi avrebbe donato oltre 600 mila dollari nel 2013 ad Al Quaeda in Siria e due milioni al mese ad Al Quaeda in Iraq. Salim Hasan Khalifa Rashid al-Kuwari – come afferma dipartimento del tesoro americano – avrebbe donato avrebbe donato centinaia di migliaia di dollari ad Al Quaeda in Iran nel corso degli anni e così anche Abdallah Ghanim Mafuz Muslim al-Khawar.


Una parte del denaro del pagamento delle attività precedentemente descritte viene invece consegnato in “carte prepagate anonime” che offrono enormi vantaggi. Non possono essere rubate, possono contenere cifre considerevoli in uno spazio molto ridotto e sono facilmente trasportabili e trasmissibili. Non hanno un titolare ben preciso, il che significa che non si ha nemmeno un punto di partenza o di arrivo per rintracciarne le transazioni. Rendono il denaro elettronico, consentendo trasferimenti – anche numerosissimi per importi molto modesti – praticamente in tempo reale a chiunque e ovunque.


Una terza parte di risorse vengono drenate attraverso tool di fundraising specifici che sfruttano i social network per essere diffusi e venire condivisi.


La rete e le fonti di finanziamento dell'ISIS


La rete e le fonti di finanziamento dell'ISIS


A queste attività vengono affiancate le frodi su carte di credito, attività di phishing, trasformando la rete sociale in una vera e propria rete di riciclaggio con prestanome che si impegnano a ricevere denaro e ritrasferire denaro (qualche volta trattenendo una cifra in contanti) rendendo la tracciabilità delle transazioni quasi impossibile, anche per la mancanza assoluta di coerenza tra mittente e destinario e suo utilizzo.
Cifre che non hanno niente a che vedere direttamente con il califfato, che non hanno alcuna origine in paesi o aree o regioni sotto osservazione: transazioni “estero su estero” che nella maggior parte dei casi vengono archiviate come “frodi informatiche” senza alcun legame percepibile con la rete terroristica.

Il collegamento con la rete nigeriana

Ci siamo chiesti come tutta questa rete, oltre che per la propaganda, potesse essere usata per alcune attività specifiche: il finanziamento delle cellule all’estero e lo spostamento di denaro, e l’organizzazione logistica.
L’intuizione che ha dato una svolta a questa ricerca è stata il considerare la vicinanza tra ISIS e Bokoharam, il movimento jihadista-sunnita presentre nel nord della Nigeria, e da qui ho cercato i collegamenti tra attivisti digitali filo ISIS e l’universo esperienziale della rete finanziaria che ha originato (appunto) le cd. “truffe nigeriane”.
Esistono numerose varianti di questa truffa ma il principio è più o meno sempre lo stesso: uno sconosciuto non riesce a sbloccare un conto in banca di milioni di dollari (o un’eredità, o vuole esportare milioni all’estero etc); essendo lui un personaggio noto, avrebbe bisogno di un prestanome discreto che compia l’operazione al suo posto. Invita così alcuni utenti concedendo loro questa possibilità in cambio della promessa di ottenere una fetta del bottino. La truffa è chiamata anche 419scam (419 è l’articolo del codice penale nigeriano che punisce questo genere di truffa).
Quel modello di truffa – variamente declinata – è stata col tempo affinata e nella sua versione 2.0 può venire a vario titolo descritta come una sostanziale attività di phishing (un tipo di truffa effettuata su Internet attraverso la quale un malintenzionato cerca di ingannare la vittima convincendola a fornire informazioni personali, dati finanziari o codici di accesso).


Se la truffa in sé può apparire semplice in termini di realizzazione, in realtà mantenere l’anonimato ed essere irrintracciabili, nonostante siano state prelevate somme di denaro attraverso sistemi elettronici tracciati (conti correnti online e carte di credito) è estremamente complesso. Semplificando il tutto, è necessario come minimo avere un certo numero di persone sempre online per rispondere alle mail e raccogliere i dati fraudolentemente ottenuti in tempo quasi reale, è necessario disporre di una conoscenza ampia dei sistemi di controllo e sicurezza delle transazioni elettroniche, è necessario spostare rapidamente il denaro compiendo acquisti non tracciabili e soprattutto avere una vasta rete di prestanome, spesso con più di una identità falsa ma “fatta bene”, ad esempio per ricevere merci a mezzo corriere o farsi riconoscere in MoneyGram o in un punto WesternUnion (per citare i più diffusi), dove di certo non ci sono poliziotti esperti di contraffazione di documenti ed identità.


Una rete di questo tipo, soprattutto se integrata con una rete di supporter ed attivisti “disponibili” a compiere azioni di supporto logistico, oltre che per vastità certamente in termini di rintracciabilità è estremamente difficile da abbattere, ed anche solo da mappare.
Un lavoro straordinario in tal senso lo dobbiamo al collettivo AA419 (artists against 419) che per anni si è occupato di monitorare, raccogliere, archiviare tutte le mail e le truffe nigeriane e indirizzi mail ed ip. La sua attività, iniziata nel 2003, era quella sostanzialmente di identificare i siti fasulli, segnalarli ai servizi di hosting e far oscurare il sito per evitare il protrarsi delle truffe.
Un’attività gratuita e spontanea che ha fatto chiudere oltre 9.000 siti tra il 2003 e il 2006.
Questo dato è importante per renderci conto di quanto vasta sia una rete che si stima abbia generato frodi per una media di 100 milioni di dollari all’anno. Ma è anche importante per comprendere quante risorse umane ed informatiche siano state messe in piedi per generare questo genere di attività criminale e quanto importante sia per chi fa ricerca il metabase messo in piedi da chi ha cercato di contrastare questo fenomeno in rete.

Le reti di cyber-soldati dell’ISIS

La domanda che ci siamo posti è abbastanza semplice e partiva da alcuni presupposti: la straordinaria ramificazione di rete degli attivisti e dei supporter, la presenza di un vero e proprio network globale, la conoscenza di sofisticati sistemi di crittografia, il know-how proveniente dal cd. “esercito elettronico siriano” (una delle migliori reti hacker a livello globale).
Del SEA avevo parlato in un mio articolo su l’Unità nel 2013 quando questa organizzazione si era responsabile di attacchi “molto profondi” a twitter e a siti di informazione occidentale.
La sigla SEA è l’acronimo di Syrian Electronic Army, armato di tecnologia e formazione made-in- Russia (che ha anche una propria base militare lì) e che sfrutta server e sistemi di connessione dislocati in quasi tutte le repubbliche ex Urss. Il gruppo ufficialmente era “autonomo” e finanziariamente supportato da Makhlouf, proprietario di SyriaTel e cugino di Bashar al-Assad, con ufficio a Dubai.
La vera specializzazione del SEA sembrerebbe la diffusione tramite mail-phishing di software per il controllo dei pc e il furto di dati, alla incessante ricerca di identità da utilizzare per la controinformazione e per nuovi attacchi.
[l’articolo completo è qui]


Se volessimo fare una mappatura complessiva, al momento, possiamo sostenere che gruppi dell’ex SEA (legati ad Assad) si siano in qualche modo uniti ad un altro gruppo di hackers, noto come Al- Nusra Electronic Army, che aveva già nel 2013 affiliazioni con il fronte reibelle Al-Nusra, che si supponeva (ed oggi lo sappiamo con certezza) essere una branca di Al Qaeda, oggi dell’ISIS. Accusata del defacement ai danni della Syrian Commission on Financial Markets and Securities aveva già operato contro il governo Russo a marzo. Un altro gruppo è composto dai Pirati di Aleppo, che opera in Turchia dal 2013, vicino ai confini con la Siria; fondata da un ex della SEA, lavora in parallelo con un altro collettivo, i Falcons of Damascus.
Ma i cyber gruppi in qualche modo collegati e spesso coordinati sono numerosi e si estendono in tutta l’area: si va dagli Yemen Hackers ai Muslim Hackers, dagli Arab Hackers For Free Palestine al Syrian Hackers School.


A questi gruppi si sommano numerose sigle, più come firme che come veri e propri gruppi indipendenti o con membri differenti (questo anche per differenziare le specifiche azioni intraprese e per amplificare la percezione del numero di attivisti). Possiamo citare il Cyber Jihad Front, HizbullahCyber, Cyber Jihad Team, Moujahidin Team, Memri Jttm, tutte riconducibili al CyberCaliphate.
Dietro tutte queste sigle c’è una vasta rete di finanziamento “indiretto” che garantisce la “messa a disposizione” di reti, tecnologia e connessioni oltre a linee di telefonia fissa e qualche accesso satellitare.

Dior Homme: a Parigi Kris Van Assche dà lezioni di stile

E se fosse un delicato fiocco ad essere il filo conduttore della collezione autunno/inverno 16-17 di Dior Homme, presentata il 23 gennaio all’interno della suggestiva cornice del Tennis Club de Paris?

Kris Van Assche, direttore creativo della linea uomo di Dior, risponde con sobrietà alle recenti proposte moda uomo che per certi versi sono apparse esageratamente sopra le righe.

L’uomo Dior non ha bisogno di colorite presentazioni per essere descritto: è l’eleganza  dei suoi capi a far parlare di sé.

L’alta sartorialità degli smoking, la loro linea affusolata, questo stile estremo in parte “beffato” da pesanti anfibi con lacci in contrasto, delineano la fisionomia di una maison che non si lascia incantare dai trend imposti ma piuttosto ne inventa di altri. Si, perché moderazione e accenni rockeggianti a volte possono essere il binomio perfetto per creare una collezione dagli esiti sorprendenti. I guanti recisi, mostrano le unghie laccate di nero,  i pinstripe trousers sono sdrammatizzati da coulisse in vita tenuti  da cordini rossi e blu intenso (le due tonalità sono state elette, peraltro, firma per la prossima stagione fredda).

L’uomo Dior non ama gli eccessi. L’uomo Dior è un esteta. L’uomo Dior è un elegante generale contemporaneo, come un tempo lo era Napoleone Bonaparte.

Over coats profilati di rosso, trench affiancati, pantaloni e cappotti abbelliti con fili di cotone che creano zig zag astratti e l’ inossidabile montgomery: Il progetto di Van Assche non è altro che una coraggiosa contaminazione di stili.

Vince il print: tartan, scacchi, motivi norvegesi e l’indimenticabile rosa: la corolla, simbolo della maison e tanto cara a monsieur Christian Dior, in questa collezione si presenta large, medium e small.

Molte le celebrità presenti al défilé e che hanno indossato in anteprima i capi della collezione presentata.

Tra i nomi celebri: Christian Slater, Asap Rocky, Rami Malek e Noomi Rapace.

 

Dior Homme Fall Winter 2016 Fashion show in Paris

 

Dior Homme Fall Winter 2016 Fashion show in Paris

 

Dior Homme Fall Winter 2016 Fashion show in Paris

 

Dior Homme Fall Winter 2016 Fashion show in Paris

 

Dior Homme Fall Winter 2016 Fashion show in Paris

 

Dior Homme Fall Winter 2016 Fashion show in Paris

 

Dior Homme Fall Winter 2016 Fashion show in Paris

 

Dior Homme Fall Winter 2016 Fashion show in Paris

 

Dior Homme Fall Winter 2016 Fashion show in Paris

 

Dior Homme Fall Winter 2016 Fashion show in Paris

Addio ad Edmonde Charles-Roux, biografa di Chanel

Il giornalismo di moda perde una delle sue firme più autorevoli: si è spenta a Marsiglia, all’età di 95 anni, Edmonde Charles-Roux. Pioniera della comunicazione di moda e costume e scrittrice di fama mondiale, Edmonde Charles-Roux è stata una storica editor di Vogue Paris ed uno dei padri fondatori della rivista Elle.

Un’infanzia trascorsa tra Roma e Praga, a seguito del padre, François Charles-Roux, ambasciatore membro dell’ Institut de France e ultimo presidente della Compagnia del Canale di Suez, la Seconda Guerra Mondiale la vide servire la patria come infermiera volontaria, prima di prender parte alla Resistenza. Decorata con la Croce di guerra, riceverà anche la Legion d’Onore.

La carriera di Edmonde inizia nel 1946, quando la giovane fu assunta dalla neonata rivista Elle, di cui divenne in breve la firma più celebre. Nel 1950 passò a Vogue Paris, la Bibbia della Moda, assumendo quattro anni più tardi, nel 1954, il prestigioso incarico di editor-in-chief. Talent scout ante litteram, mise in luce il talento di fotografi del calibro di Irving Penn e Guy Bourdin, contribuendo col suo lavoro alla fama di Christian DiorYves Saint Laurent ed Emanuel Ungaro. Nel 1966 fu cacciata da Vogue, con l’accusa di aver messo in copertina una modella di colore, all’epoca fatto scandaloso. Nello stesso anno esordì come scrittrice, con il celebre romanzo Oublier Palerme (tradotto in italiano da Rizzoli col titolo di Dimenticare Palermo), da cui nel 1989 Francesco Rosi trasse l’omonimo film. Quest’opera le valse il Prix Goncourt, uno dei premi letterari più prestigiosi.

Edmonde Charles-Roux ritratta da Irving Penn

Edmonde Charles-Roux in un celebre scatto di Irving Penn



Seguì la biografia di mademoiselle Coco Chanel, donna che da sempre affascinava Edmonde. È il 1974 quando la giornalista pubblica L’Irrégulière ou mon itinéraire Chanel: della celebre stilista Edmonde amava soprattutto la libertà e l’emancipazione, gli stessi elementi che oggi il ministro francese della cultura, Fleur Pellerin, esalta in lei. Nel 2004 un nuovo volume dedicato a Chanel, dal titolo Le Temps Chanel. Presidente dell’Académie Goncourt dal 2002 al 2014, Edmonde era vedova dell’ex ministro dell’Interno Gaston Deferre, del governo Mitterand. Definita da Didier Grumbach, ex presidente della Federazione della della moda francese, come “la gran dama della moda” e ammirata universalmente per la sua cultura e il suo stile, Bernard Henry Lévy ha detto di lei: “Che stile! Che allure!”. “Per me, la moda non è mai stata una cosa frivola”, scriveva la giornalista nel lontano 1967. Un concetto che fa riflettere, soprattutto se a dirlo era una donna di tale cultura. I funerali di Edmonde Charles-Roux sono stati celebrati oggi nella sua Marsiglia.

I migliori backstage di Milano Moda Uomo : Antonio Marras

C’era una volta la Sardegna, è così che il Far West contaminato dalla ruralità italiana arriva nel backstage di Antonio Marras.


L’excursus di D-Art attraverso i migliori backstage di Milano Moda Uomo approda nel pieno del deserto della Sardegna, a pochi km da Oristano, dove Antonio Marras decide di ambientare figurativamente la sua prossima collezione Autunno-Inverno.
Balle di fieno sparse, polvere diffusa dal vento e borghi disabitati, come quello di San Salvatore di Sinis, diventano la palette cromatica per vestire i colori della terra sarda: dal verde militare al fango, dal petrolio al grigio piombo, dal rosso al senape.
Tessuti ruvidi e infeltriti, giacconi coperta e pantaloni tartan accompagnano il lato rock di ogni bandito, della Vecchia Sardegna, che si rispetti. Colui che indossa beffardo giubbini in pelle e pitone, salopette e grambiuloni in denim ,come indumenti da lavoro, e jacquard floreale per le celebrazione domenicali.
La camicia diventa capo di punta: rattoppata, intarsiata, ricamata e decorata è pronta a accompagnare le furiose scorribande e le notti trascorse ballando al suono della fisarmonica con le donne più belle del saloon Abraxas.


Scatti in esclusiva di Matteo Di Pippo.


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Pitti Immagine: Vittorio Branchizio racconta “Materia”

 

Dopo il grande successo di “Materia”, la collezione autunno/inverno 2016-17 presentata durante la passata edizione di Pitti Immagine, Vittorio Branchizio si racconta in questa intervista esclusiva.

 

Vittorio, innanzitutto vorrei complimentarmi con te per la presentazione della collezione durante Pitti Immagine Uomo. Parliamo di “Materia”: da cosa ti sei lasciato ispirare?

 

Ti ringrazio e sono molto contento di aver avuto la possibilità di esprimerti il mio lavoro .

“Materica” perché l’ispirazione nasce dall’interno delle pietre dell’Arno, dalle sezioni nelle quali la natura  si esprime in una perfezione dell’astratto. Ispirato da questi disegni che possono essere paragonati a quadri di estrema creatività ho voluto interpretare  le sensazioni che ho provato utilizzando effetti ottenuti con trasformazioni chimiche sulle fibre utilizzati.

 

 

Quale messaggio intendi inviare con “Materia?

 

Il messaggio che ho voluto trasmettere è un’ interpretazione dell’astrattismo naturale applicato su trasformazioni di fibre quindi applicato alla “ Materia “.

 

 

A quale uomo è dedicata?

 

Non è dedicata a un tipo di uomo predefinito  ma a un modo di essere, che riesce a cogliere certe sensibilità.

 

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Una stretta collaborazione con l’artista Sergio Perrero che ti ha consentito di trasformare le fibre e, di conseguenza, manipolare il capo finito. Puoi raccontare a noi di D-art.it in cosa consiste il contributo di Perrero?

 

Il contributo con Sergio è un continuo ragionare, confrontarsi, elaborare concetti estetici e studiare tecniche con le quali intervenire sulle fibre, trovando la giusta espressione della nostra idea di ispirazione.

 

 

Una seconda collaborazione ti vede affiancato dall’artista Uros Mihic per i capi “origami”. Da quale concetto nascono questi indumenti?

 

Con il designer Uros ci sono studio e ricerca per applicare la sua arte origami all’estetica dell’abbigliamento.

 

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Il tuo brand è 100% Made in Italy. Spiegaci come si sviluppa all’interno del tuo brand, tale concetto.

 

Esatto, totalmente Made in Italy, dalla materia prima a tutte le fasi di creazione e trasformazioni. Tengo molto alla sapiente mano italiana che con la sua storia nel campo della maglieria e non solo, riesce ad avere i più esperti collaboratori nelle aziende dal settore.

 

 

Un sogno nel cassetto.

 

Riuscire a costruire un collettivo di professionisti di diversi radici per creare un concetto estetico visto da una nuova prospettiva

 

 

Un sogno già avverato?

 

L’arrivo di mio figlio Samuele.

 

 

Vittorio e il futuro: cosa ti aspetti?

 

Mi aspetto una forte voglia di creare e proseguire nella costruzione del mio progetto.

 

 

Per conoscere dettagliatamente la collezione, clicca qui

Tutte le novità dalla Milano Moda Uomo

E così si è conclusa la maratona di quattro giorni della Milan Man Fashion Week con la presentazione delle collezioni autunno inverno 2016/2017, con le tendenze per l’abbigliamento maschile.

Milano non ha accolto solo i grandi brand del mercato mondiale, ma anche figure indipendenti ed emergenti che iniziano in questo difficile percorso verso il successo.

Corneliani e la sua sartorialità più che perfetta, ha dato inizio alle sfilate della Milano Fashion Week, scommettendo su sguardi monocromatici e trame in toni che partono dal petrolio, viola ed un tocco di blu cobalto – oltre a farci vivere un fashion show sobrio e raffinato; le sneackers e i foulards hanno completato i capi, portando una armoniosa atmosfera minimalista con un rimando agli anni 70, scommessa ricorrente alle proposte del MFW.

Perfettamente equilibrato e adattato agli sguardi del casual chic, il brand JFLondon ha presentato una palette di colori a partire dell’argento, rosso, viola e aggiungendo una tonalità più profonda dei neri. I colori saranno i protagonisti nella sua nuova collezione che si concentra su un uso per diverse occasioni, dagli uffici di Canary Wharf di Londra o dai negozi e ristoranti chic di Kensington, ma anche per una rilassante passeggiata attraverso i numerosi parchi della capitale inglese e le grandi capitali cosmopolite del mondo.

Vicino alla cultura orientale, Wabi Sabi in questa MFW, ha presentato un incontro di opposti, colori e tessuti pregiati, eleganza sobria, ma non per questo passa inosservato. Questa la collezione presentata da ELEVENTY con una una magnifica “capsule collection Platinum”, composta da capi di alta sartoria napoletana, realizzati con tessuti pregiati, con una particolare cura per i dettagli.

Al top dell’innovazione Paul & Shark, presentando alla MFW le novità del Fashion Tech, con una fantastica ricerca sulle nuove tecnologie dei tessuti come il Tifone Artic, utilizzato per produrre una giacca impermeabile con un trattamento Waterproof Tyfoon 20000, un sistema in cui la semplice pressione di un pulsante riscalda la giacca. La casa ha inoltre presentato un piumino Eco Down, un piumone senza piume d’oca ma utilizzando una “speciale lavorazione dell’ovatta che risulta morbida, leggera e traspirante quanto la piuma.”

Il brand Silvio Fiorello ha debuttato in questa MFW con una collezione costruita su un look classico, ma con una forte comprensione e visione di esigenze contemporanee focalizzando l’attenzione su un soggetto relativamente inesplorato di accessori maschili. La collezione Silvio Fiorello nasce con il desiderio e il dovere di lasciare il look maschile più ricco senza perdere i suoni di un passato elegante e raffinato, è una collezione pensata per gli uomini che amano farsi notare.

Silvio Fiorello in collaborazione con l’accademia di belle arti “Aldo Galli” del gruppo IED presenteranno per la prima volta una capsule collection di cui i temi principali sono:

Jim Dine / Jim Dine Pop: Concentrata sui motivi maschile e costumi urbani-chic, con sovrapposizione di colori intensi.


Murrine: Un vero e proprio must-have della collezione fornito con giochi geometrici e colori dove donano vivacità a chi lo indossa.


Texture: Un look per l’uomo dandy, interamente dedicato ai tessuti che sono stati ridisegnati e resi quasi impercettibili.

Concludo per adesso con la presentazione di Roberto Botticelli in collaborazione con Monsieur Defustel che ha portato novità del mondo della moda maschile per questa primavera / estate 2016. Secondo brand Botticelli saranno quattro modelli dedicati ad una palette di colori scelte da Defustel: due modelli direzionati per gli uomini d’affari che cercano l’aria classica delle forme, ma allo stesso tempo non lasciano da parte la possibilità di utilizzare materiali e colori che escono un poco dal convenzionale. E altri modelli che portano una interpretazione di un uomo sportivo e informale ma che ama anche sentirsi apprezzato nel modo di vestire.

Interessante partecipare a questo momento unico nella moda maschile mondiale, gli uomini cominciano a riscoprire la possibilità di far risaltare il buon gusto con l’uso di accessori, tessuti e tagli di alta qualità, il tutto miscelato con chiarezza, le idee e le possibilità della tecnologia oltre il fascino indiscusso dell’eleganza maschile di un passato non così lontano, ma polveroso sugli scaffali ora rinnovati in modo esclusivo, raffinato e premuroso.

Roberto Botticelli

Roberto Botticelli




Roberto Botticelli

Roberto Botticelli




Roberto Botticelli

Roberto Botticelli




JF London

JF London




Eleventy

Eleventy




Silvio Fiorello

Silvio Fiorello




Silvio Fiorello

Silvio Fiorello




JF London

JF London




JF London

JF London




Eleventy

Eleventy




Paul & Shark

Paul & Shark




Paul & Shark

Paul & Shark




And so whe have concluded the fashion marathon for four days at Milan Fashion Week with the presentation of the autumn winter 2016/2017 trends for menswear. Milan welcomed not only strongly established brands in the global fashion market but also made room for independent and emerging new faces starting to face the difficult world where a presence is a way of life and not just part of success.


Corneliani and his tailoring more than perfect was the one who initiated the disputed fashion show of “Milano Fashion Week”, betting on monochromatic looks and plots in tones that leave from oil and purple letting permeated with cobalt blue touches the Corneliani fashion show brought a sober and refined pieces, the sneackers and foulards composed the looks, bringing a harmonious, minimalist atmosphere with the scent of the 70s, bet applicant at the proposals in the MFW.


Perfectly balanced and adapted to the looks from casual to luxurious Anche JF London brand presented a color palette starting with silver, red, purple and coming to a deeper shade of black, the colors will star in his new collection which focuses on a use for different occasions, could be at the fine offices of Canary Wharf in London or the shops and chic restaurants of Kensington but also for a relaxing stroll through the many parks of the English capital as well as the great cosmopolitan capitals of the world.


And for the unsuspecting, the oriental philosophy culture, Wabi Sabi would also be seen in this MFW, a meeting of opposites, colors and fine fabrics, a kind of informal elegance, but not for that reason cease to be noticed. Going beyond the Korean collar shirts and many cashmere sweaters, coming here to replace the classic white shirt, by the way with great mastery. This was the collection presented by Eleventy that in its proposal brought a magnificent “capsule collection Platinum”, a precious collection of high tailoring Napoletana pieces, made with fine fabrics, which details makes you realize how in curated all quality process.


At the edge of innovation came Paul & Shark, debuting at MFW landed with news in the Fashion Tech, presenting a fantastic research of tissue technology as the Typhon Artic Heat, used to produce nothing more, nothing less than a jacket with a unique treatment Waterproof typhoon 20000, which is a system where at the touch of a unique button transforms his jacket on a heater. Many news Area Fashion Tech, the house Ovatta presented a winter Eco Down jacket, made with products that heat without prevent sweating, the feeling is the same as using a goose-down blanket.


Among so many comings and goings, between famous names, brands, fashion shows and news certainly what brought me the greatest pleasure was to see and experience the return of the traditional and true Italian tailoring and of unquestionable quality fabrics.


The brand Silvio Fiorello debuted this MFW with a collection built on classic looks, but with strong understanding and vision of contemporary needs, and focused attention on the relatively unexplored subject of men’s accessories. The Silvio Fiorello collection is born with the desire and the duty to let the richest men look without losing the sounds of echoes of an elegant and refined past, is a thoughtful collection for men who like to get noticed. Fiorello’s makes sure to let your customers will bring a mix of ideas where the customer can compose his pieces with his identity, showing versatility and elegance.


This was the first time a capsule collection bears the stamp of the Academy of Fine Arts Aldo Galli from IED group, bringing topics such as:
“Jim Dine / Jim Dine Pop” – with male subjects and urban-chic costumes, overlapping of intense colors;
“Murrine” – A true must-have of the collection comes with geometry games and colors where donate liveliness to the wearer. And finally;
“Texture” – A look for a dandy man, fully devoted to fabrics that are redesigned and almost imperceptible.


We completed our marathon on a high note, with the presentation of the collection from Roberto Botticelli that in collaboration with Mousier Defustel brought news to the men’s fashion world guided in spring / summer 2016. According to Botticelli house will be four models dedicated to color palette selected by Mousier Defustel:


Two models targeted for businessmen who seek the classic air of forms, but at the same time does not leave aside the possibility of using materials and colors to flee rather conventional. And other models bringing an interpretation of the sporting man who exudes informality, but also likes to feel appreciated in the way they dress.


Interesting and deliciously delirious live and participate in this unique moment in world men’s fashion, men began to rediscover their chance to shine highlighting your good taste with the use of accessories, fabrics and high quality cuts, all this mixing with clarity the possibilities ideas technology and the undisputed glamor of male elegance of a not so distant past which was dusty on the shelves now renewed for a inclusive fashion, refined and exquisite.

Millicent Rogers: una vita alla ricerca della bellezza

Crinoline e sete preziose alternate a strati di tulle fanno capolino nei sontuosi abiti da sera dal sapore vittoriano, sullo sfondo dell’età del jazz e di una giovinezza scandita dall’ultimo party esclusivo. Una vita fieramente sopra le righe, seguendo il monito di lorenziana memoria di vivere ogni giorno come se fosse l’ultimo. E Millicent Rogers scelse di vivere la propria vita al massimo. Nota come l’ereditiera della Standard Oil, fondata dal nonno H.H.Rogers e da John D.Rockefeller, Millicent Rogers è stata una brillante socialite, un’icona di stile di squisita eleganza ed una collezionista d’arte.

All’anagrafe Mary Millicent Abigail Rogers, più conosciuta come Millicent Rogers, la futura icona di stile nacque a New York il primo febbraio 1902. Nipote di Henry Huttleston Rogers, magnate della Standard Oil, ereditò quest’impero, divenendo proprietaria in giovanissima età di un’immensa fortuna. La piccola Millicent crebbe tra Manhattan, Tuxedo Park e Southampton, New York, tra lusso e ricchezze. Ma ancora bambina contrasse una febbre reumatica: secondo i medici che la visitarono, la piccola non sarebbe arrivata all’età di dieci anni. La realtà fu fortunatamente ben diversa, ma per tutta la vita l’ereditiera fu cagionevole di salute: ebbe infatti numerosi attacchi di cuore, una grave forma di polmonite e un’artrite che le lasciò il braccio sinistro quasi totalmente paralizzato prima del compimento dei 40 anni.

Negli anni Venti Millicent Rogers divenne famose come socialite, ottenendo servizi e copertine sulle principali riviste patinate, da Vogue a Harper’s Bazaar. Inoltre la sua vita sentimentale costituì per decenni uno dei temi più ghiotti per i tabloid. Sì, perché Millicent Rogers è stata una donna leggendaria: aveva un animo ribelle, quella bionda dai capelli perfetti e dallo sguardo altero, che viaggiava con 35 valigie e 7 bassotti e che non lesinava in capricci, come quando, nel 1937, pretese che la tappezzeria della sua coupé Delage D8-120 Aerosport venisse tinta in una nuance che fosse en pendant con il suo rossetto rosso lacca; lei che ballò il tango nei nightclub europei mentre la perbenista America frugava nei dettagli più scabrosi della sua burrascosa vita sentimentale; lei che, dietro al guardaroba principesco e all’invidiabile vita mondana, nascondeva una grande sensibilità.

Scatto di Millicent Rogers esposto al museo di Taos realizzato da Louise Dahl-Wolfe per Harper's Bazaar, 1948

Scatto di Millicent Rogers esposto al museo di Taos realizzato da Louise Dahl-Wolfe per Harper’s Bazaar, 1948

Millicent Rogers, foto di Richard Rutledge per Vogue America, 15 marzo 1945

Millicent Rogers, foto di Richard Rutledge per Vogue America, 15 marzo 1945

Millicent Rogers ritratta da Horst P. Horst nel 1938

Millicent Rogers ritratta da Horst P. Horst nel 1938



Millicent Rogers mostrò fin dall’infanzia grandi doti artistiche, che la madre non perse occasione di incoraggiare. Dopo il suo debutto in società, avvenuto nel 1919 al Ritz di Manhattan, Millicent si affermò per il suo stile, divenendo un’icona immortale. Presenza fissa delle liste delle donne meglio vestite al mondo, inizialmente la sua immagine non aveva ancora l’appeal sofisticato che oggi tutti noi conosciamo, attraverso le foto patinate che la immortalano. Fu quando decise di cambiare la forma delle sue sopracciglia, arcuandole alla maniera in voga negli anni Trenta, che la bionda Millicent iniziò ad essere una vera diva. Statuaria dall’alto del suo metro e settantacinque centimetri, pelle di alabastro e classe inimitabile, Millicent Rogers sembrava avere avuto tutto dalla vita: bellezza, intelligenza, ironia, savoir faire e una valanga di soldi. Ci guarda altera, dall’alto della sua perfezione, nelle foto celebri che la ritraggono. Sempre impeccabile nelle sue mise, Millicent Rogers posò, tra gli altri, per Louise Dahl-Wolfe e Horst P. Horst, oltre che per il pittore Bernard Boutet de Monvel. Tra i suoi designer preferiti vi erano Mainbocher, Adrian, Elsa Schiaparelli e Valentina. Ma un posto speciale occupava Charles James, di cui la bionda ereditiera fu musa incontrastata. Del couturier Millicent Rogers amava l’opulenza, mentre lui dal canto suo trovò in lei la perfetta incarnazione del suo stile. Nessuna sapeva indossare i sontuosi abiti-scultura di James con altrettanto charme.

Esteta e amante della bellezza in ogni sua forma, Millicent Rogers non era né un’oca né una ragazzaccia. Il suo humour mordente era forse ciò che gli uomini più adoravano in lei. “Gli uomini erano solo oggetti che collezionava”: scrive così Cherie Burns, a proposito di Millicent Rogers. “In cerca della bellezza”: si intitola così il volume che la Burns ha dedicato all’icona di stile. Searching for Beauty: The Life of Millicent Rogers, the American Heiress Who Taught the World About Style, edito da Paperback, è una tra le biografie più autorevoli della celebre ereditiera. Vera leggenda americana dalla vita avventurosa e glamour, filantropa e collezionista d’arte, in un’epoca costellata da Hilton e Kardashian si avverte profondamente la mancanza di icone del calibro di Millicent Rogers. Il volume curato da Cherie Burns testimonia la sua incessante ricerca di perfezione tanto nel suo stile personale quanto nella sua esistenza.

Millicent Rogers in Charles James, 1948

Millicent Rogers in Charles James, 1948

Ritratto di Millicent Rogers realizzato da Bernard Boutet de Monvel, 1948

Ritratto di Millicent Rogers realizzato da Bernard Boutet de Monvel, 1948

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Millicent Rogers nacque a New York il primo febbraio 1902

Millicent Rogers in un abito da sera Charles James, foto di Horst P. Horst per Vogue, 1 febbraio 1949

Millicent Rogers in un abito da sera Charles James, foto di Horst P. Horst per Vogue, 1 febbraio 1949

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Millicent Rogers ereditò l’impero della Standard Oil, fondata da suo nonno H. H. Rogers e da John D. Rockefeller



La vita sentimentale di Millicent Rogers fu parecchio avventurosa: l’icona si sposò per tre volte e collezionò numerosi flirt, tra cui spiccano l’autore Roald Dahl, lo scrittore Ian Fleming, il principe del Galles e il principe Serge Obolensky. L’ereditiera sposò in prime nozze, nel gennaio del 1924, il conte austriaco Ludwig von Salm-Hoogstraeten, più vecchio di lei di venti anni. Lui era un nobile decaduto e squattrinato, descritto dal New York Times come “un morto di fame”. Il matrimonio fu duramente osteggiato dalla famiglia Rogers. La coppia ebbe un figlio, Peter Salm, prima di divorziare, nell’aprile 1927. Nel novembre dello stesso anno l’ereditiera convolò a nozze con Arturo Peralta-Ramos, playboy e sportivo, proveniente da una ricca famiglia argentina. Dalla loro unione nacquero due figli, Paul Jaime e Arturo Henry Peralta-Ramos Jr. Il matrimonio fu celebrato nella chiesa cattolica del Sacro cuore di Gesù e Maria di Southampton, Long Island, alla presenza dei genitori dell’ereditiera. Il padre diede alla coppia un fondo fiduciario di 500.000 dollari, con la promessa che Peralta-Ramos “non avanzasse alcun diritto futuro sull’eredità di Millicent”, stimata in circa 40.000.000 di dollari. Nei primi anni Trenta Millicent e Arturo costruirono uno chalet a St. Anton, un’esclusiva località sciistica, arredandolo in ricercato stile Biedermeier. Vestiva alla tirolese Millicent in quel periodo, con i costumi tipici e il caratteristico grembiule, che lei mixava con adorabile nonchalance ad abiti Schiaparelli e Mainbocher, stile che fu più tardi ripreso, forse non con altrettanta classe, da Wallis Simpson. Tuttavia anche questo matrimonio naufragò, e la coppia divorziò nel 1935. Il terzo ed ultimo marito dell’icona di stile fu Ronald Balcom, un agente di cambio americano, sposato a Vienna nel febbraio 1936, da cui divorziò nel 1941. La coppia non ebbe figli. L’ereditiera visse in Svizzera fino allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, ma nel corso della sua vita collezionò appartamenti come si fa con le figurine: da New York alla Virginia al Nuovo Messico, fino all’Austria e alla Giamaica: le dimore dell’ereditiera rispecchiavano il suo gusto, sofisticato e ricercato.

Spilla di Verdura

L’icona di stile indossa una preziosa spilla di Fulco di Verdura

L'appartamento di Millicent Rogers a Claremont Manor

L’appartamento di Millicent Rogers a Claremont Manor

Il salotto dell'appartamento di Millicent Rogers a Claremont Manor, Virginia

Il salotto dell’appartamento di Millicent Rogers a Claremont Manor, Virginia

Virginia

Ancora un particolare della tenuta di Millicent Rogers in Virginia



Millicent Rogers sapeva perfettamente come gestire la stampa, verso la quale alternava momenti di amore e odio, come sostiene Gwendolyn Smith, curatrice della mostra “Millicent Rogers: Heiress, Fashion Icon & Her World” . “Conosceva le persone giuste e tutti conoscevano lei”, da buona socialite. Artista, creatrice di interessanti gioielli in oro ed argento, questo fu per lei più un hobby creativo da praticare per la salute delle sue mani affette da artrite, che una vera attività. D’altronde aveva i mezzi per finanziare le proprie opere artistiche. I suoi gioielli rivelano suggestioni arcaiche: il firmamento e le costellazioni sembrano essere la principale fonte di ispirazione per Millicent Rogers, le cui creazioni artigianali ricordano lune e stelle. Collezionista d’arte, spiccano nelle sue collezioni private almeno una dozzina di quadri di Henri de Toulouse-Lautrec, oltre a pezzi di Claude Monet e Paul Cezanne. L’icona di stile amava i quadri di Van Gogh, Degas e Jacob Epstein ma anche l’arte africana e le teiere cinesi. A Manhattan adorava le creazioni di Fabergé.

Colta, elegante ironica, Millicent Rogers parlava correntemente sette lingue, che studiò da autodidatta, durante i suoi famigerati attacchi di febbre reumatica. Si dice che tradusse da sola Rilke solo per divertimento, e che era solita conversare in latino. Non edonismo sfrenato, non mero esibizionismo, ma un viscerale amore per la bellezza, declinata in ogni forma. Oggi il botox sembra essere la parola chiave per le celebrities di ogni parte del mondo, tutte uguali nella loro ricerca di uno stereotipato ideale di bellezza: ma una volta ci voleva almeno un po’ di classe per monopolizzare l’attenzione della cronaca rosa. Bionda, bella, incredibilmente ricca e dotata di un carattere passionale, Millicent Rogers fu molto più di un personaggio da giornale scandalistico: fine esteta dal gusto raffinato, combatté la disabilità con il suo amore per l’arte. Elsa Schiaparelli, sua amica e tra i suoi couturier preferiti, disse di lei: “Se non fosse stata così ricca, con il suo incredibile talento e la sua smisurata generosità sarebbe diventata una grande artista”. I tre mariti e l’intensa vita sentimentale costituiscono solo una delle tante sfaccettature di questa icona di stile dallo charme immortale.

L’eccesso non faceva parte di lei, sebbene l’apparenza talvolta sembrava suggerire il contrario. Millicent Rogers era in realtà una sopravvissuta, e tale si sentì durante tutto il corso della sua vita. “Quando trovi la felicità, acchiappala. Non fare troppe domande” , diceva così Millicent. E la felicità la trovò accanto ad uno dei divi più amati di Hollywood, Clark Gable, che fu forse l’uomo della sua vita. L’ereditiera riuscì ad attirare l’attenzione dell’attore presentandosi ad un party con una scimmietta sulla spalla. L’idillio fu da romanzo rosa. Ma, come tutte le storie d’amore, l’ereditiera soffrì indicibilmente quando il sentimento finì. La proverbiale fama di sciupafemmine non era solo una leggenda metropolitana, nel caso di Clark Gable: quando la Rogers lo colse in flagrante in compagnia di un’altra donna, gli scrisse una lettera d’addio che mandò ad Hedda Hopper affinché quest’ultima la pubblicasse sulla sua rubrica all’interno dell’L.A. Times. La lettera iniziava così: “Ti ho seguito la notte scorsa mentre portavi a casa la tua giovane amica. Sono felice di averti visto mentre la baciavi, perché ora so che hai qualcuno vicino a te…. Spero di averti fatto sorridere ogni tanto; […] di averti dato, quando mi stringevi, tutto ciò che un uomo possa desiderare.”

Millicent Rogers in Mainbocher

Millicent Rogers in Mainbocher

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Tra i designer preferiti dall’icona di stile Mainbocher, Adrian, Schiaparelli, Charles James e Valentina

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Millicent Rogers posò per le riviste più autorevoli, da Vogue ad Harper’s Bazaar

Millicent Rogers su Vogue, 1937

Millicent Rogers su Vogue, 1937

Circa January 1939 --- Millicent Rogers, hat in hand, wearing moleskin cape and large ring. She rests her arm on the back of a chaise lounge. --- Image by © Condé Nast Archive/Corbis

Millicent Rogers, gennaio 1939. Foto © Condé Nast Archive/Corbis



Nel corso della Seconda Guerra Mondiale l’icona di stile acquistò Claremont Manor, una tenuta risalente al 1750 circa, situata sulle rive del fiume James, in Virginia, a 170 miglia da Washington. Qui la Rogers tentò di ricreare l’atmosfera che aveva respirato in Austria. Lavorò all’interior design di quella casa al fianco di Billy Baldwin, dell’architetto William Lawrence Bottomley e di Van Day Truex, amico di famiglia nonché futuro presidente della prestigiosa Parsons School of Design e design director per Tiffany & Co. Una scrivania un tempo appartenuta al poeta Schiller e ricercati pezzi di antiquariato Biedermeier costituivano i pezzi forti dell’interior design di Claremont. Alle pareti spiccavano quadri di Watteau, Fragonard e Boucher, in una cornice di lussuosa formalità, tra tende damascate e un’eleganza antica. Nel 1946 l’ereditiera si trasferì ad Hollywood, dove abitò nella casa che era appartenuta un tempo a Rodolfo Valentino, la celebre Falcon’s Lair.

Più tardi, nel 1947, la diva decise di ritirarsi a Taos, in Nuovo Messico, dove sperava di contrastare i sintomi della febbre reumatica di cui soffriva fin da bambina. Qui andò a vivere in una tenuta che ribattezzò Turtle Walk. A curare l’interior design della sua nuova dimora non vi fu alcuna figura professionale. Turtle Walk era una vecchia fortezza situata nel deserto di Taos, caratterizzata da un mobilio di stampo coloniale e da una tappezzeria raffigurante elementi tipici della cultura dei nativi americani, la cui arte compariva in abbondanza in quella casa, tra ceramiche, gioielli, quadri. Taos, nel Nuovo Messico, era un’oasi di pace, buen retiro ideale per artisti ed intellettuali delusi dalla vita e alla ricerca di nuovi stimoli. Millicent, col cuore spezzato dopo la fine della sua tormentata love story con Clark Gable, fu invitata qui da Mabel Dodge Luhan. L’ereditiera strinse una profonda amicizia con la pittrice Dorothy Brett, da tempo ivi residente, trasferitasi lì su invito di D. H. Lawrence. Entrambe ricche ed eleganti, le due donne avevano molto in comune. Taos era una località molto gettonata soprattutto da quando, all’inizio del secolo, era stata scelta come nuova patria da nomi del calibro di Mabel Dodge Luhan e Georgia O’Keeffe.

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Millicent Rogers ebbe tre mariti e numerose storie d’amore: la più famosa fu quella con l’attore Clark Gable

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Durante i suoi attacchi di febbre reumatica, l’ereditiera imparò da autodidatta sette lingue e tradusse l’opera di Rilke

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L’ereditiera nel tipico costume austriaco, che mixava a capi haute couture di Schiaparelli e Mainbocher

Millicent Rogers col figlio Paul Peralta Ramos a Taos

Millicent Rogers col figlio Paul Peralta Ramos a Taos

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Millicent Rogers nel 1947 si ritirò a Taos, Nuovo Messico



Millicent Rogers si innamorò all’istante di quel cielo blu cobalto, ma anche dei nativi del luogo. Della cultura pueblo adorava le tradizioni e i manufatti. Attraverso le testimonianze che sono giunte a noi sappiamo quanto l’icona di stile trovasse belli i lunghi capelli neri degli uomini e lo stile delle donne. Tra memorie coloniali ispaniche e citazioni del vecchio West si ergeva maestosa la natura, principale fonte di ispirazione artistica. In una lettera al figlio Paul Peralta-Ramos, l’icona racconta del suo amore per Taos. Si sentiva parte della Terra, Millicent Rogers, giunta in Nuovo Messico. L’ereditiera racconta con trasporto di una vicinanza mai provata prima con gli elementi della natura: il sole che brucia sulla pelle, l’odore della pioggia, l’emozione di guardare le stelle e il cielo notturno. Sembra di vederla, questa dama algida e bionda in abiti sartoriali, intenta ad osservare, con interesse quasi etnografico, gli usi e costumi locali, le suggestive cerimonie intertribali, con i danzatori, i cantanti, e, ancora, i mercati tipici, con gli artisti che mettono in vendita le loro creazioni artigianali.

La signora venuta da lontano si sofferma su alcuni gioielli con turchesi. Quelle insolite forme artistiche catturano il suo occhio, così acuto nello scorgere ovunque bellezza. È un vero e proprio colpo di fulmine per quegli orecchini, quei bracciali in onice e madreperla, ma anche per le cinture, le stoffe stampate, i coralli. Mai sottovalutare l’amore di una donna per la moda e per gli accessori: Millicent Rogers adorava i gioielli locali e sviluppò un’autentica passione per i turchesi Navajo, passione che la portò successivamente a svolgere un ruolo predominante nel preservare i capolavori dell’arte amerindia. Millicent Rogers prese molto a cuore la causa dei nativi ispanici e americani che abitavano il Nuovo Messico, ergendosi come paladina della battaglia per il riconoscimento dei loro diritti. Dopo aver collezionato oltre duemila opere realizzate dai nativi americani, con alcuni suoi amici, tra cui gli autori Frank Waters, Oliver Lafarge e Lucius Beebe, contattò dei legali per portare all’attenzione della Casa Bianca il tema dei diritti dei nativi americani.

Millicent Rogers in giacca di velluto Schiaparelli in uno scatto risalente al 1939. Foto Condé Nast Archive/Corbis

Millicent Rogers in giacca di velluto Schiaparelli in uno scatto risalente al 1939. Foto Condé Nast Archive/Corbis

Millicent Rogers in un abito da sera in taffetà e piume firmato Adriam, 1947. Foto di Condé Nast Archive/Corbis

Millicent Rogers in un abito da sera in taffetà e piume firmato Adriam, 1947. Foto di Condé Nast Archive/Corbis

Millicent Rogers a Claremont Manor, Virginia, in un abito drappeggiato in broccato di Valentina, 1947

Il salotto dell'appartamento di Millicent Rogers a Taos, New Mexico

Il salotto dell’appartamento di Millicent Rogers a Taos, Nuovo Messico



Lo stile che l’ereditiera adottò dopo il suo ritiro a Taos comprendeva una blusa con le stampe originali Navajo che alternava a una camicia bianca, una gonna a ruota indossata sopra diverse sottogonne che alternava a maxi gonne etniche, uno scialle e piedi rigorosamente scalzi o mocassini di pelle di daino. Questo divenne il look più iconico dell’ereditiera, nonché l’emblema del suo stile. Nel Nuovo Messico la Rogers adottò anche un nuovo stile di vita. “Non era una snob, avrebbe trascorso con i creatori di gioielli locali lo stesso tempo che avrebbe speso ad Hollywood”, scrive la Burns. “Credo che si divertisse nel Nuovo Messico, sperimentando una libertà forse mai provata prima. Aveva un grande spirito di adattamento.”

Millicent Rogers, avventuriera vestita in capi haute couture, morì nel 1953, un mese prima del suo 51esimo compleanno, lasciando debiti per tre milioni di dollari. Poco dopo la sua scomparsa, nel 1956, uno dei suoi tre figli fondò a Taos un museo locale a suo nome, il Millicent Rogers Museum. Il museo conserva un’ampia collezione di arte nativo americana, ispano americana ed euro americana. Dapprima sito in una location temporanea, alla fine degli anni Sessanta il museo venne trasferito in una casa costruita da Claude J. K. ed Elizabeth Anderson, successivamente ristrutturata dall’architetto Nathaniel A. Owings. Millicent Rogers è stata protagonista della mostra American Women of Style, organizzata da Diana Vreeland e Stella Blum nel 1975. Il suo stile continua ad essere inesauribile fonte di ispirazione nella moda: John Galliano ha dichiarato di essersi ispirato a lei per la collezione disegnata per Dior nella Primavera/Estate del 2010. Un nome che resterà immortale nella moda.


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Gisele Bündchen: per Forbes è lei la modella più pagata al mondo

Forbes, la prestigiosa rivista statunitense di economia e finanza, ha reso noto i nomi delle modelle più pagate al mondo.

A chi spetta lo scettro di regina delle passerelle? Anche quest’anno e per la nona volta consecutiva, Gisele Bündchen risulta l’indossatrice più retribuita al mondo con 47 milioni di dollari percepiti durante tutto il 2015 (386 milioni di dollari da quando ha intrapreso la carriera da modella nel 2001).

Seppur la top model abbia abbandonato le sfilate ormai da tempo, i compensi economici ricevuti per le campagne pubblicitarie (Chanel, Stuart Weitzman e Vivara Jewelry solo per citarne alcune) hanno contribuito a far lievitare la sua fortuna incrementata oggigiorno da Gisele Bündchen Intimates: la linea di intimo di cui è fondatrice.

La bella brasiliana che secondo la temutissima Anna Wintour “Ha fatto rivivere il concetto di top-model degli anni Novanta” conta anche sull’appoggio dei suoi followers che solo su Instagram si calcola siano 7,6 milioni.

Il segreto del suo successo è ormai noto a tutti: bellezza disarmante, incredibile spontaneità e fascino innato.

 

Adriana Lima

Adriana Lima

 

Alessandra Ambrosio

Alessandra Ambrosio

 

Candice Swanepoel

Candice Swanepoel

 

Cara Delevingne

Cara Delevingne

 

 

La Bündchen divide il podio con le colleghe Cara Delevingne e Adriana Lima con un profitto comunque considerevole visto 9 milioni di dollari fatturati nell’arco di un anno solare.

A seguire, la splendida Doutzen Kroes. Il volto noto di L’Oréal, Calvin Klein e Tiffany&Co. nonché ex angelo di Victoria’s Secret chiude l’anno con un introito pari a 7,5 milioni di dollari. La russa Natalia Vodianova che si accontenta (consentiteci il termine) di 7 milioni di dollari ha affermato che devolverà parte dei suoi guadagni in beneficenza.

 

Doutzen Kroes

Doutzen Kroes

 

Lara Stone

Lara Stone

 

Joan Smalls

Joan Smalls

 

Miranda Kerr

Miranda Kerr

 

Natalia Vodianova

Natalia Vodianova

 

 

Sesto posto per l’australiana Miranda Kerr con 5,5 milioni di dollari incassati. Joan Smalls, la modella portoricana volto di Marc Jacobs, Estée Lauder e H&M oltre che protagonista del calendario Pirelli, si posiziona meritatamente al settimo posto.

Fortunato anche il 2015 per Lara Stone che grazie alla campagna pubblicitaria con Kate Moss per Balenciaga e agli scatti bollenti con Justin Bieber per Calvin Klein, si aggiudica l’ottavo posto con 5 milioni di dollari.

Chiudono la classifica, la brasiliana Alessandra Ambrosio con 5 milioni di euro e la modella sudafricana Candice Swanepoel con soli (si fa per dire) 3 milioni di euro.

 

Quando la Russia decise di diventare uno stato canaglia

L’assassinio di Alexander Litvinenko è stato epocale, in un certo senso.
Non che prima di Litvinenko la Russia (o le altre super potenze) fossero dei modelli di comportamento ligi alle regole del diritto internazionale ma quando l’ex spia del KGB fu uccisa con una dose di Polonio 210 messa in una tazza di te verde in un hotel di Londra nel novembre del 2006 il diritto internazionale ricevette un colpo che quasi fatale.


Una indagine inglese si è appena conclusa e sembra aver rivelato quello che tutti già sapevano, i due ex agenti del KGB Andrei Lugovoi e Dmitry Kovtun hanno ucciso Litvinenko con l’approvazione di Putin. In quel momento anche l’apparenza di obbedienza alle regole del diritto internazionale di Mosca scomparve. La Russia si trasformò in uno stato canaglia.


Quando Litvinenko fu ucciso si stava preparando a testimoniare in Spagna per una indagine che metteva in correlazione personaggi molto vicini a Putin e la mafia russa in Europa.
Uccidere un cittadino britannico in territorio inglese, mettendoci la firma, e non ricevere praticamente nessuna sanzione per questo rese la Russia sempre più coraggiosa.


Qualche mese dopo, difatti, arrivò l’attacco hacker alla ribelle Estonia. Banche, governo, parlamento e quasi tutti i cittadini di questa piccola repubblica baltica finirono offline ed essendo l’Estonia il paese più online d’Europa il danno fu enorme.


L’anno dopo ci fu l’intervento in Georgia, una invasione senza se e senza ma.
Insomma, l’uccisione di Litvinenko non fu che il prologo, il primo di una serie di comportamenti riprovevoli da parte di Putin che culminarono con l’annessione della Crimea e con la guerra ancora in corso nel Donbass.


Mosca ha iniziato ad avere anche una bruttissima abitudine per quanto riguarda i rapimenti. Ha iniziato a prelevare persone all’estero e a portarle in Russia per apparire davanti a processi farsa in tv, alcuni esempi sono il poliziotto estone Eston Kohver, il pilota ucraino Nadia Savchenko, il cineasta ucraino Oleh Sentsov.


Questo è stato solo il preludio di una serie di attacchi informatici che hanno colpito una rete televisiva francese, un produttore tedesco d’acciaio, la borsa di Varsavia, il New York Times, il parlamento americano, il dipartimento di stato americano e la Casa bianca.


L’investigazione britannica che ha stabilito che Litvinenko è stato “probabilmente” ucciso su ordine di Putin è importante perché collega ufficialmente uno di questi atti al Cremlino. Una ufficializzazione di ciò che tutti sospettano da tempo. Ci ricorda quanto oltraggioso è stato l’atto del 2006.


Non che l’omicidio di Litvinenko sia stato il primo atto di questo tipo. Giusto un mese prima c’era stato l’omicidio della giornalista investigativa, molto critica nei confronti del Cremlino, Anna Politkovskaya a Mosca, l’avvelenamento del candidato e poi presidente ucraino Viktor Yuschenko, l’assassinio a Doha, in Qatar, del leader separatista ceceno Zelimkhan Yandarbiyev ma l’omicidio Litvinenko fu l’atto più sconsiderato e coraggioso, quello che convinse Putin che poteva cavarsela uccidendo un cittadino straniero in territorio straniero. Ora ne stiamo vedendo i risultati.

Il Giubileo della Misericordia s’incontra con Piero della Francesca, una coincidenza … misericordiosa!

L’11 giugno del 1445 la Societas Disciplinatorum Sancte Marie de Misericordia di Borgo Sansepolcro, piccolo centro presso Arezzo, incaricò il pittore concittadino Piero della Francesca di eseguire una grande opera: un polittico che raffigurasse al centro la Madonna, insieme con alcuni Santi, la scena dell’Annunciazione, in alto la crocifissione di Gesù e, nella predella, alcuni episodi della passione e della risurrezione. L’artista si impegnò a consegnare il lavoro nell’arco di tre anni: infra tres annos proximos futuros, come recita il latino un po’ approssimato del contratto.
Beata illusione!


In realtà, di anni, ne occorsero almeno dieci, forse quindici, prima che l’opera potesse occupare il posto che le spettava, cioè l’altare della piccola chiesa gestita dalla Confraternita della Misericordia. Infatti Piero, nel frattempo, era diventato molto famoso e veniva richiesto dalle grandi corti del rinascimento italiano, da Rimini ad Arezzo, da Urbino a Roma: perciò il maestro trascurò alquanto la committenza ricevuta nella sua città natale. Alla fine, però, dopo ulteriori insistenze dei confratelli, produsse un capolavoro assoluto. Oggi l’opera si trova nel Museo Civico di Sansepolcro.
La scena centrale risplende con una intensa luminosità per il suo fondo oro e per il rosso squillante della veste della Madonna, che, con un atteggiamento sacrale, allarga le braccia aprendo il manto azzurro e accogliendo ai suoi piedi otto devoti.


Il suo volto bellissimo, delineato in un ovale perfetto, è, nello stesso tempo, giovane come quello di una sorella e maturo come il viso di una madre. Ha un’espressione quasi imperturbabile, perché vuole esprimere la sua solidità attraverso le mutevoli vicende umane, la fedeltà del suo amore, la costanza della sua misericordia. Il suo capo è sormontato dall’aureola e cinto da una corona, perché è una regina, carattere richiamato anche dallo splendido gioiello che, all’altezza del petto, le regge il manto, ornamento tipico delle donne nobili nel medio evo. Un velo leggero le scende dai capelli, lasciando parzialmente scoperte le orecchie. La sua postura è, apparentemente, molto statica. In realtà, seguendo l’impostazione della scultura classica, Maria si regge sulla gamba destra e sposta leggermente in avanti la sinistra ruotando il busto in modo leggerissimo.


Armonia e modestia, fortezza ed equilibrio, compostezza e vicinanza: è questa l’impressione complessiva che la Madonna comunica a chi la contempla. Giustamente, perciò, coloro che sono inginocchiati in atto di preghiera possono guardarla con fiducia e speranza e attendere da lei conforto nel dolore e sostegno nella prova. La Vergine li accoglie nel suo manto, che assume l’aspetto di una tenda o perfino dell’abside di una chiesa. È soprattutto la luce a mettere in risalto la sua persona e che, attraverso di lei, si rifrange sugli astanti. Il fondo oro è, in tutta la tradizione dell’iconografia cristiana, il simbolo di Dio perché è il metallo più prezioso, non si corrompe e riflette la luce. È proprio questa luce divina, che coinvolge una mirabile sinfonia di colori, l’altro grande protagonista del nostro dipinto.


Procedendo verso sinistra, accanto al giovane vediamo un uomo più maturo, nel quale è possibile riconoscere il priore della Confraternita, seguito da un confratello incappucciato, del quale si nota l’occhio sveglio e sollecito. L’ultimo personaggio maschile è probabilmente un autoritratto del pittore, che ha voluto, in tal modo, occupare un posto umile ma privilegiato accanto a Maria. Dall’altra parte, il gruppo delle donne: una ragazza dai lunghi capelli biondi, quindi due donne più mature, infine un’anziana vestita da vedova.


Ma dove sarebbe la coincidenza?
Eccola. È noto che in questo anno Papa Francesco ha invitato tutti, cristiani e non, a celebrare il Giubileo della Misericordia. Ma questo è anche l’anno in cui ricorre il sesto centenario della nascita di Piero della Francesca che nel 1416 aprì gli occhi alla luce di questo mondo. Ebbene, la Madonna della Misericordia è la prima opera documentata del grande pittore toscano.
Che vi sia uno strano disegno in questa casualità?
Con la sua nascita e la sua arte Piero ha reso più bello il mondo.
Il suo centenario sia di auspicio in questo momento della nostra società assetata di autentica bellezza.

Simply The Best

Spesso nel calcio il talento va di pari passo con la follia. Stiamo ovviamente parlando di una sana pazzia, ma questa caratteristica, se troppo marcata, potrebbe alla lunga portare a spiacevoli conseguenze. Oggi vi proponiamo il ritratto di uno dei calciatori più forti della storia, un mix di agilità, tecnica e potenza. Un attaccante che a suon di goal e trofei vinti riuscì ad aggiudicarsi il pallone d’oro, ma, come capita sovente, la vita gli ha riservato una lunga e triste sofferenza. Signore e Signori, ecco a voi George Best, semplicemente il migliore.

George Best nasce a Belfast (Irlanda del Nord) il 22 maggio del 1946, crescendo nel quartiere a est della capitale in una famiglia protestante.

George Best

George Best



A soli 15 anni il suo immenso talento fu notato dall’osservatore del Manchester United Bob Bishop, che avvertì immediatamente l’allenatore dei Red Devils dell’epoca Matt Busby di aver trovato un genio. Best trascorse due anni aggregato alle giovanili del prestigioso club inglese come dilettante, dato che in quel periodo non era concesso offrire contratti ufficiali per le giovanili ai calciatori nordirlandesi. L’espediente fu di trovargli un posto come fattorino al Manchester Ship Canal, consentendogli in tal modo di prendere parte agli allenamenti due volte a settimana.

Il debutto ufficiale in Premier League (il Campionato inglese) avvenne il 14 settembre 1963 a 17 anni contro il West Bromwich Albion. Il 28 dicembre dello stesso anno, invece, fece il suo esordio in FA CUP (una delle coppe nazionali più importanti) contro il Burnley, partita vinta dai suoi per 5 a 1. È proprio in quella circostanza che Best siglò il suo primo goal con la maglia del Manchester. Da quel momento in poi mister Busby decise di inserirlo stabilmente in prima squadra. Best segnò 6 reti in 26 presenze nell’intera stagione 1963-64. Nella stagione successiva, invece, ingranò definitivamente la marcia, mettendo a segno 14 reti in 59 presenze, contribuendo alla vittoria della Premier League da parte dello United.

La consacrazione arrivò all’età di 19 anni, quando Best realizzò una doppietta contro il Benfica nei quarti di finale della Coppa dei Campioni (l’odierna Champions League). Due reti che consentirono al Manchester di approdare in semifinale e superare la squadra portoghese per 5 a 1 allo stadio Da Luz di Lisbona. Affascinati dalla sua classe mostrata in campo, i giornali iberici lo soprannominarono “il quinto Beatle”. Da quel momento in avanti le prime pagine dei quotidiani sportivi (e non) saranno tutte sue. Purtroppo, il 26 marzo Best s’infortunò ad un ginocchio a causa di uno scontro di gioco con un giocatore del Preston North End, arrivando in pessime condizioni fisiche alla semifinale di coppa contro i serbi del Partizan Belgrado. Rimase fermo ai box per il resto della stagione.

 

Ma il successo si era solo preso una pausa. Nella stagione 1966-67, infatti, il Manchester conquistò nuovamente il titolo di campione d’Inghilterra. Best realizzò 10 reti in 45 presenze nelle varie competizioni.

Nella stagione successiva, 1967-68, Best toccò l’apice della sua carriera. Egli si aggiudicò il titolo di capocannoniere della Premier (in coabitazione con Ron Davies del Southampton), ma soprattutto vinse la Coppa Campioni e il Pallone d’Oro. Il trofeo internazionale fu alzato al cielo grazie al successo in finale di nuovo contro il Benfica per 4 a 1, in cui Best mise a segno un gran goal nei tempi supplementari (i 90 minuti regolamentari finirono sul punteggio di 1 a 1). Piccolo inedito riguardante la vigilia di questa importantissima gara: mentre i suoi compagni riposavano, Best ebbe la brillante idea di rilassarsi in un’altra maniera, trascorrendo la notte con una ragazza di nome Sue.

All’età di 22 anni Best aveva già vinto moltissimo, ma da qui in poi la sregolatezza della sua personalità ebbe il sopravvento. Nella stagione 1968-69, nonostante 22 reti in 55 partite complessive, il Manchester United terminò il Campionato all’undicesima posizione. In campo internazionale le cose non andarono meglio. Nelle due finali di Coppa Intercontinentale (l’odierno Mondiale per Club) i Diavoli Rossi persero contro gli argentini dell’Estudiantes e, nella gara di ritorno in Inghilterra, Best fu espulso per un fallo di reazione ai danni di José Hugo Medina (che prese a calci e sputi Best per tutta la durata del match). In Coppa dei Campioni, invece, il Manchester fu eliminato in semifinale dal Milan. Dopo una stagione così deludente a discapito delle aspettative iniziali, coach Matt Busby decise di rilasciare le dimissioni. Al suo posto subentrò Wilf McGuinness.

Nella stagione 1969-70 Best mise a segno 23 reti, di cui 6 in un’unica partita, la vittoria per 8 a 2 contro il Northampton Town in FA CUP. Nel dicembre 1970 Busby tornò alla guida del Club, ma nonostante ciò i Red Devils arrivarono solo a metà classifica in Premier League. Gli atteggiamenti e i comportamenti di Best fuori e dentro il campo iniziarono a diventare problematici. Fu infatti multato dalla Federazione Sportiva inglese per aver ricevuto tre cartellini gialli per cattiva condotta, mentre il Manchester United lo sospese per due settimane per aver perso il treno in occasione della trasferta di Londra contro il Chelsea. La causa del ritardo ai binari? Un weekend trascorso con l’attrice Sinéad Cusack.

Best in azione contro il Northampton

Best in azione contro il Northampton



La nuova dimensione dello United ormai era quella di una squadra poco ambiziosa. Anche sotto l’egida dell’allenatore Frank O’ Farrell, infatti, i Diavoli Rossi ottennero un misero ottavo posto in Campionato. Best alternava grandi prestazioni a gesti fuori controllo. L’attaccante nordirlandese siglò due triplette contro West Ham e Southampton, nonché una rete contro lo Sheffield United (dopo aver scartato ben quattro difensori), ma ricevette anche un’espulsione contro il Chelsea, divenendo addirittura oggetto di minacce di morte. A gennaio si rifiutò di prendere parte agli allenamenti per una settimana, preferendo trascorrere quel periodo in dolce compagnia con Carolyn Moore, nientemeno che Miss Gran Bretagna in carica. Nonostante un carattere a dir poco estroverso e poco incline alle regole, Best realizzò 27 reti in 54 partite, divenendo il miglior marcatore della propria squadra per la sesta stagione consecutiva.

Il lento, ma inesorabile declino di uno dei più grandi talenti del calcio mondiale ormai era inarrestabile. Nella stagione 1972-73 Best annunciò il suo ritiro, ma nonostante questo continuò a giocare. Il Manchester però continuò a deludere su tutti i fronti e il nostro eroe iniziò a sprofondare con esso. A dicembre scomparve improvvisamente dai radar, rendendosi irrintracciabile da chiunque per andare a festeggiare tra i nightclub di Londra. Sospeso nuovamente dal Club, Best annunciò per la seconda volta al nuovo allenatore Tommy Docherty di abbandonare l’attività agonistica, ma, come fece in precedenza, tornò sui suoi passi e riprese ad allenarsi il 27 aprile.

Il 1° gennaio 1974 ebbe luogo l’ultima partita ufficiale di George Best, per la precisione a Londra nello stadio del Queens Park Rangers. Tre giorni dopo non si presentò agli allenamenti e Docherty lo mise fuori rosa. A fine stagione il Manchester United retrocedette in Second Division, la Serie B inglese.

A soli 28 anni Best si ritrovò senza una squadra. Tuttavia, decise di non appendere gli scarpini al chiodo e cominciò un lungo periodo in cui girovagò in numerose squadre sempre con contratti di breve durata, circumnavigando il globo terrestre. La prima tappa fu il Sudafrica, con il Jewish Guild, dove partecipò a soli 5 match e pochissimi allenamenti. Nel novembre 1975 torna in Inghilterra con la maglia dello Stockport County, appartenente alla quarta serie inglese (la nostra ex C2), dove disputò la miseria di tre gare, mentre tra il dicembre dello stesso anno e il gennaio 1976 si trasferì in Irlanda al Cork City. Anche in questa circostanza le sue performance furono tutt’altro che entusiasmanti: tre partite senza goal né assist vincenti.

Nella stagione 1976-77 pare tornare un po’ di luce. Seppur lontano dalle prestazioni con il Manchester United, Best riuscì a giocare discretamente nel Fulham (Londra), anche grazie alla presenza dell’ex capitano dell’Inghilterra Bobby Moore. La stagione, tuttavia, terminò senza trofei.

Successivamente Best si trasferì negli Stati Uniti, dove il relativo anonimato e la poca pressione gli permisero di tornare a giocare su alti livelli. La scelta finale fu quella dei Los Angeles Aztecs, concludendo la prima stagione americana con 15 reti in 24 partite. Nel 1977 mise a segno 11 reti, grazie alle quali gli Aztecs vennero trascinati fino alle semifinali. Nonostante i traguardi raggiunti, il pubblico non era molto caldo ed appassionato. Nel 1978 Best decise così di approdare ai Fort Lauderdale Strikers, sulla East Coast, dove ebbe la possibilità di esibirsi di fronte ad un pubblico molto più numeroso.

Il carattere ribelle di Best si fece notare anche all’estero. In occasione della sconfitta per 3 a 0 rimediata contro i New York Cosmos, a fine partita litigò con l’allenatore e i suoi compagni di squadra, mettendo in forte dubbio la loro voglia di vincere.

Best decise così di tornare nel Regno Unito, firmando un contratto con gli scozzesi dell’Hibernian. Ma le cose precipitarono. Mentre i suoi compagni lottavano in campo per non retrocedere, Best si fece trovare ubriaco in compagnia di alcuni membri della Nazionale francese di Rugby, giunta ad Edimburgo per giocare contro la Scozia. Fu licenziato in tronco. Nonostante la riassunzione dopo una settimana, l’Hibernian retrocedette.

Le ultime e fugaci tappe di Best furono di nuovo l’America (San Jose Earthquakes), Hong Kong (per giocare come ospite d’onore in due squadre locali, il Sea Bee e gli Hong Kong Rangers), ancora Inghilterra (in terza divisione con il Bournemouth, rimanendovi fino a fine stagione) ed infine Australia (Brisbane Lions, giocando altresì come ospite per Osborne Park Galeb, Nuneaton Burough e Tobermore United).

Per quanto riguarda la Nazionale nordirlandese, Best realizzò 9 reti in 37 presenze, senza mai disputare un Mondiale. Nel 1965 l’obiettivo fu molto vicino, ma l’1 a 1 contro l’Albania consentì alla Svizzera di strappare il pass per la qualificazione proprio all’ultima giornata del girone. Una situazione analoga accadde anche nel 1970, quando l’Unione Sovietica (la Russia per intenderci) ebbe la meglio. Proprio con la maglia della sua Nazionale, Best fu protagonista di uno degli episodi più strani e famosi della sua carriera: in occasione della gara contro l’Inghilterra, mentre il portiere avversario Gordon Banks si apprestava a rinviare, Best riuscì ad infilare il piede e a far impennare il pallone sopra le loro nuche. La sfera si diresse così verso la porta sguarnita e, una volta superato Banks con uno scatto fulmineo, calciò la palla in rete, ma il goal fu annullato dall’arbitro Alistair Mackenzie. Nonostante i problemi di alcolismo e il progressivo declino della sua carriera, Best continuò ad essere convocato regolarmente in Nazionale per tutto il corso degli anni ’70.

George Best con la maglia della Nazionale nel match contro il Galles

George Best con la maglia della Nazionale nel match contro il Galles



Quando passi una vita a spingere sull’acceleratore, prima o poi il conto arriva. L’alcool rappresentò il problema di salute principale. Nel 1984, ad esempio, Best scontò una pena di 4 mesi per aver guidato ubriaco e per resistenza a pubblico ufficiale. Nel 2000, invece, fu ricoverato d’urgenza per gravi danni al fegato, mentre due anni più tardi subì un trapianto al suddetto organo.

Il 2 ottobre 2005 venne nuovamente ricoverato in terapia intensiva in una clinica privata londinese per un’infezione ai polmoni. Le sue condizioni si aggravarono. Il 20 novembre, il tabloid inglese News of the World pubblicò su sua esplicita richiesta una foto che lo ritraeva nel suo letto d’ospedale, con tanto di dichiarazione finale: “Non morite come me”.

La straziante agonia durante il ricovero in ospedale

La straziante agonia durante il ricovero in ospedale



Il decesso avvenne il 25 novembre 2005 al Cromwell Hospital di Londra a causa di un’infezione epatica. I funerali si svolsero il 2 dicembre dello stesso anno a Belfast. Tra i presenti Alex Ferguson (storico ex allenatore del Manchester United) e Bobby Charlton (ex compagno di squadra e grande attaccante ai tempi dello United), nonché numerosi altri ex compagni.

Concludiamo questo ritratto con la frase forse più celebre di George Best:

“Ho speso molti soldi per alcool, donne e macchine veloci. Il resto l’ho sperperato”.

Le migliori sfilate di Milano Moda Uomo: Canali

Il visibile e l’invisibile si fondono nelle equilibrate architetture della prossima collezione Autunno/Inverno 2016 Canali.


La verticalità delle lame, con rotazioni diverse, presenti in passerella hanno lasciato subito intuire il forte desiderio di cambiamento e la ricerca di svariati punti di vista voluti da Canali per la prossima stagione.
Ingannevole è l’equilibrio più di ogni cosa ed ecco come i capi all’apparenza minimalisti svelano forme che si adattano al corpo e colori industriali dal carattere deciso. Il nero, blu, il marrone e il grigio, infatti, sono illuminati dal mattone, pesca, vinaccia e senape.


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I voluminosi capispalla in lana, alpaca e velluto sono i protagonisti indiscussi, anche nella versione tartan e damiè. Una ricercatezza che non si ferma ai cappotti ma viene esaltata nell’abbottonatura degli abiti, un bottone visibile e due nascosti, corredati di grandi passanti che accompagnano le cinture.
Gli stessi tessuti sono presenti in tutti i capi della collezione, nella quale spiccano anche i giubbotti modello aviatore dove il cavallino, mischiato con la pelle, crea un interessante contrasto materico.
Geometriche come le lame sopracitate, le sciarpe ultra sottili vengono annodate come cravatte e i lunghi guanti sono sovrapposti alle maniche diventando accessorio di punta insieme ai mocassini e agli stivaletti fibbiati, agli zaini imbottiti e alle borse da viaggio oversize.


Scatti in esclusiva di Matteo Di Pippo.

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Le migliori presentazioni di Milano Moda Uomo: Tod’s

La gang intellettuale di Tod’s porta in scena la nuova collezione Autunno/Inverno.


Sono coloro che stanno dando un contributo al nostro Paese, con il proprio talento creativo e piglio imprenditoriale a portare in scena, su differenti tableau vivants, la prossima collezione Tod’s.
Nell’ultima edizione di Milano Moda Uomo lo spirito di coesione è stato vivo più che mai e innumerevoli protagonisti della contemporaneità hanno prestato il proprio volto ai brand dell’Italian Style.
Tutti fieri dei propri valori che, dal punto di vista dello stile, guidano alla ricerca dell’altissima qualità con un particolare occhio per i dettagli. Caratteristiche riconoscibili nel prodotto iconico Tod’s, il mocassino Leo Clamp, che questa volta da massima importanza al clamp ridefinendolo in nuove declinazioni.
Presso lo splendido scenario di Villa Necchi Campiglio è stato presentato anche il piumino in pelle più leggero e impalpabile al mondo. Il materiale è stato trattato da sapienti mani che hanno reso la spazzolatura vissuta grazie alla “ceratura a nero” in grado di donare al capo notevole pregio.
La visionarietà di Tod’s e dei protagonisti che l’hanno sostenuta durante la Moda Uomo hanno concretizzato, quindi, ancora una volta il connubio tra il forte know how e il design più innovativo.


Scatti in esclusiva di Matteo Di Pippo.


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Il crollo dei prezzi del petrolio è colpa della Cina?

La crisi economica cinese ha fatto traballare i mercati mondiali facendo in modo che molti addetti ai lavori credessero che anche il crollo del mercato del petrolio potesse essere ascrivibile alla tempesta cinese ma questo pare non essere il caso. La Cina ha importato una quantità record di barili di petrolio lo scorso anno e quest’anno aumenterà la propria domanda. Il petrolio è l’unico mercato che va ancora alla grande in Cina.


Molti investitori pensano che la Cina stia provando sulla propria pelle l’”hard landing”, il rallentamento del proprio sviluppo. Il PIL dello scorso anno è salito solo del 6.9%, un record in negativo che non si vedeva da venticinque anni, senza considerare che tutti gli operatori di mercato pensano che questi numeri siano gonfiati dal governo.
L’economia reale sembra indicare un rallentamento molto più severo. L’attività industriale è stata in calo per tutto l’anno, il trasporto su rotaia è calato e il consumo elettrico si è stabilizzato.


Il Fondo monetario internazionale ha abbassato le previsioni di crescita globale a causa della crisi cinese. I mercati globali, Dow Jones compreso sono in calo drastico.
I grigi orizzonti dell’economia stanno infettando anche il mercato del greggio, calato del 7% a New York e del 5% a Londra giovedì. Nessuna inversione di tendenza, insomma, e un prezzo calato del 30% dall’inizio dell’anno. Il prezzo al barile si aggira intorno ai 28$, un calo del 75% dall’estate del 2014.


Il prezzo sta calando perché c’è un eccesso di offerta; gli stati OPEC e la Russia stanno ingolfando il mercato e la fine dell’embargo iraniano porterà altro greggio sul mercato. In questa prospettiva la crisi economica del più grande consumatore di petrolio sul mercato non può che far crollare ulteriormente il prezzo.


Sembra ci sia un futuro oscuro per i paesi produttori, peccato che l’anno scorso, nonostante i problemi economici la Cina ha fatto il record assoluto di consumo di petrolio. Nel 2016 si pensa che il consumo continuerà ad aumentare. Come è possibile?


Il rallentamento dell’economia cinese da una crescita del 9% a una del 6/7% non è il dato a cui guardare per un eventuale rallentamento della domanda. Bisogna puntare gli occhi, invece, sul bilanciamento che è in atto da una economia basata sull’industria pesante finalizzata all’esportazione che ha fatto da carburante alla crescita di questi anni verso una economia in cui cresce l’importanza dei servizi e del mercato interno.


Questo spostamento ha avuto un impatto disastroso nei confronti dei paesi produttori di materie prime che in questi anni grazie alla crescita cinese si sono arricchiti come non mai. Il petrolio, invece, ha meno a che fare con l’industria pesante e più a che fare con i consumi della nascente classe media cinese.


La domanda di benzina è cresciuta del 9% l’anno scorso conseguentemente all’aumento del 7% della vendita di macchine, in particolar modo di grossa cilindrata. Il consumo di cherosene per aerei è salito del 15%, il gasolio da riscaldamento è cresciuto del 20%.


Se a questo si aggiunge che la Cina sta riempiendo i propri depositi strategici approfittando del basso pezzo del petrolio si capisce come la domanda non sia per nulla calata.

Grace Coddington lascia la direzione creativa di Vogue

Dopo quasi trent’anni alla direzione creativa di Vogue, Grace Coddington si dimette dal suo ruolo. Il braccio destro di Anna Wintour ha deciso di dedicarsi ad altri progetti, pur continuando a collaborare con la Bibbia della moda.

Stylist di fama mondiale, alle spalle una carriera da modella, Grace Coddington, nata in Galles 74 anni fa, ha dichiarato di aver voglia fare qualcosa di nuovo, di voler mettersi in gioco in progetti esterni. La dichiarazione bomba, che sta facendo il giro del mondo, è stata data ieri alla rivista Business of Fashion (BoF), ed ha trovato in seguito conferma da Vogue: la celebre rivista ci tiene a ribadire che i rapporti tra Grace Coddington e Anna Wintour, celebre direttrice di Vogue America, restano buoni, e che la Coddington continuerà a collaborare alla rivista, realizzando quattro editoriali all’anno e assumendo il ruolo di creative director at large.

«Amo davvero Vogue, ha sempre fatto parte della mia vita da quando mi ha scoperta come modella, a 19 anni. Non me ne sto andando, mi ha aperto così tante strade. Ma sarà bello collaborarci e sarà anche bello uscire fuori e parlare con la gente» –la fashion editor ha motivato così le ragioni della propria scelta, affermando di non aver alcuna intenzione di «restare con le mani in mano» né tantomeno di voler andare in pensione. I prossimi progetti della Coddington vedono il lancio di un nuovo profumo di Comme des Garçons e l’animazione delle sue illustrazioni Catwalk Cats. Intanto per la fashion editor si aprono le porte della celebre agenzia Great Bowery, che rappresenta, tra gli altri, nomi del calibro di Annie Leibovitz, Hedi Slimane e Bruce Weber. Il fondatore, Matthew Moneypenny, si è detto entusiasta del nuovo acquisto.

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Grace Coddington svolgeva da 28 anni l’incarico di creative director per Vogue America

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La fashion editor ha iniziato la sua carriera come modella, all’età di 17 anni

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Grace Coddington è nata ad Anglesey, in Galles, nel 1941



Balzata agli onori delle cronache nel 2009, dopo l’uscita del documentario The September Issue, che tratta della realizzazione del numero di settembre di Vogue, considerato il più importante dell’anno, Grace Coddington ha pubblicato nel 2002 Grace: Thirty Years of Fashion at Vogue, edito da Phaidon, ripubblicato recentemente. Inoltre nel 2012 è uscita la sua autobiografia, intitolata Grace, a memoir.

L’idillio tra Grace Coddington e la moda ha radici lontane nel tempo: ad appena 17 anni Grace Coddington, viso pulito e capelli rossi, iniziò a lavorare come modella, dopo essere stata scoperta grazie ad un concorso ideato proprio da Vogue. Dopo aver rischiato la vita in un incidente automobilistico, all’età di 28 anni il primo incarico come giornalista per l’edizione britannica del celebre magazine. Dopo 19 anni come photo editor per Vogue UK, Grace Coddington si trasferisce a New York, dove inizia a lavorare per Calvin Klein, fino al nuovo incarico per Vogue America, dove diviene il braccio destro di Anna Wintour, che le affida la direzione artistica del magazine. Una carriera sfolgorante durante la quale la fashion editor ha firmato alcuni tra gli shoot più suggestivi degli ultimi anni. Attendiamo di vedere che cosa ci riserverà ora, in questa fase della sua carriera.


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Essere fashion editor: Grace Coddington

L’uomo biker Dirk Bikkembergs

Si apre con una fila di moto Yamaha la sfilata Dirk Bikkembergs alla Milano Moda Uomo; rombo di motori e Marilyn Manson con “Sweet Dreams“, un’esplosione di adrenalina e forza per presentare la collezione autunno-inverno 2016/17.

Un uomo virile, sportivo, amante del pericolo, con uno stile biker che indossa tute in pelle second skin, chiodi, denim, tute da motociclista dai tessuti tecnici mixati, dettagli in rete e sfoggia tatuaggi dal rimando orientale – non a caso l’ad del brand Maurizio Pizzuti, mesi fa ha ceduto il pacchetto di maggioranza al gruppo cinese Guangzhou Caudillo.

A tutta velocità l’uomo Dirk Bikkembergs vola con mantelle e cappe profilate di cerniere, regge caschi/teschio e si assicura con pantaloni in pelle rinforzati; ma non trascura, su corpi scultorei, l’eleganza della pelliccia sui cappotti, cardigan tricottati e non ultimo il tailoring sparkling per sfrecciare con classe nelle notti più buie.

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Riceve gli applausi in passerella un uomo coperto di casco …chi si cela dietro questa sagoma?

«Questa è una controfigura, ma vi comunicheremo presto notizie in merito» spiega l’azienda.

Who knows?

 

Guarda qui la gallery della sfilata Dirk Bikkembergs Autunno/Inverno 2016/17:

 

Roma. Ristoratore vieta l’ingresso ai bambini e scoppia polemica

«Vietato l’ingresso ai bambini di meno di 5 anni.» No, non è uno scherzo, avete letto bene. Marco, proprietario di “Fraschetta del pesce” (un ristorante della Capitale), ha infatti interdetto l’ingresso ai bambini al di sotto di un lustro di vita perché disturberebbero la quiete del locale e intralcerebbero il lavoro dei suoi dipendenti.

Un polverone sollevato solo in questi giorni ma pare che nessuno se ne fosse accorto prima, visto che il veto è stato imposto almeno due anni addietro. Resta il fatto, comunque, che sia lecito infastidirsi  per una simile decisione. Perché limitare l’ingresso ai solo adulti o, ad ogni modo, ad individui con una formazione sociale quantomeno consolidata?

In realtà, lo stesso proprietario lancia un monito importante: «Come fai a capire se un genitore è educato o meno? Perché è su questo che insisto: sulla maleducazione. Io non ce l’ho con i bambini, io devo lavorare».

 

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Riflettori puntati dunque sull’educazioni impartita ai figli dai genitori. Secondo Marco, infatti, sarebbe la maleducazione a seccare il resto dei clienti con una considerevole perdita di denaro.

Questa decisione ha comunque diviso l’opinione pubblica. Se da un lato in molti hanno aderito alla pagina Facebook “Far chiudere la Fraschetta del Pesce di Casal Bertone” dall’altro, pare che il locale non abbia perso credibilità, ma al contrario, abbia attirato a sé una sempre più crescente clientela.

Peccato che un ristoratore non possa selezionare i propri clienti. Una legge italiana obbliga il proprietario di un esercizio pubblico ad accogliere qualsiasi individuo senza tener conto della sua estrazione sociale, razza o pregiudizio.

Le polemiche degli ultimi giorni vanno ad inasprirsi ma Marco ha le idee chiare giurando che non si fermerà di fronte ad alcun tipo di richiesta o peggio ancora, insulto: “…venendo incontro a tanti clienti che mostrano di apprezzare, dopo aver fatto la guerra alla maleducazione per due anni, perché dovrei smettere ora?» ha dichiarato senza remore.

Carlo Verdone: “Roma peggio delle Banlieue parigine”

Negli ultimi tempi, dalle notizie d’arresti per corruzione nei Municipi agli scandali di Mafia capitale, Roma restituisce una triste immagine della città, addirittura ostile al turismo con locali e alberghi che vietano l’ingresso a famiglie con bambini per “mancanza di spazio” o “mancanza d’educazione” a causa di “spiacevoli incidenti”. L’articolo di Michela Proietti sul Corriere della sera ne esplora la twilight zone tra incentivi e avventate strategie di marketing dei ristoratori del bel paese.

Ieri al programma Non è un paese per giovani di Radio2 condotto da Giovanni Veronesi con Max Cervelli, l’attore e regista romano Carlo Verdone ha condiviso qualche osservazione sullo stato della capitale e delle sue periferie, confermandone lo stato critico.


Le periferie romane come Banlieue? No, Banlieue parigine messe meglio…

In un documentario le periferie romane furono addirittura paragonate alle Banlieue parigine.
No, sono stato a Parigi e sono convinto che certe Banlieue sembrano quartieri residenziali rispetto alle nostre periferie“.

A Roma il tallone d’Achille sono le periferie, comincerei a rimettere in piedi il senso civico che si è perso per colpa di tanta politica ma anche di tanti romani che non hanno amato la loro città. Ci vuole un grande manager, appassionato della città, magari anche romano. Oppure anche non romano ma che sia affiancato da un triumvirato di tre persone colte, persone di cultura, ognuno dei quali si intenda di un settore, chi di musei, chi di spettacolo e così via”.

Le priorità di Roma, secondo Verdone

“Vorrei vedere più manutenzione e una città più pulita, bisogna partire dalle periferie, devi partire dall’esterno: se è vero che il centro ha mille problemi le periferie ne hanno sessantamila”.

“Il problema della città è la manutenzione. Sono stato da poco a Milano e mi piangeva il cuore, una città completamente rimessa a posto, che sembrava Berlino. Va bene che hanno avuto l’Expo, ma tornato a Roma mi sono chiesto perché siamo in questa situazione, con tutte le nostre potenzialità, ha perso così ai punti, con un ko”.

 

Verdone Radio2

 

UN RICORDO DI ETTORE SCOLA

Carlo Verdone ha voluto ricordare così il maestro Ettore Scola, recentemente scomparso.
Fellini era inarrivabile ma Scola è stato il maestro di tutti noi, tutti gli dobbiamo qualcosa. Scola ha avuto la fortuna di vivere il momento migliore dell’Italia, era una persona perbene”.

Tutte pazze per Lucky Blue Smith

Occhi di ghiaccio, capelli biondo platino e fascino efebico: Lucky Blue Smith è il volto del momento. Protagonista indiscusso della Milano Moda Uomo, appena conclusasi, il modello ha monopolizzato l’attenzione di addetti ai lavori e fan. Amato da milioni di ragazzine e adorato dagli stilisti, Lucky Blue Smith ha assaggiato il successo durante le sfilate per la Primavera/Estate 2016. Adesso la consacrazione ufficiale arriva dalle passerelle milanesi, che lo hanno visto protagonista assoluto, biondo e affascinante. Tanti sono i nomi che lo hanno scelto per sfilare, da Etro a Philipp Plein a Ermanno Scervino fino a Ralph Lauren Purple Label, Emporio Armani e DSquared2.

Classe 1998, Lucky Blue Smith è nato a Los Angeles in una famiglia di religione mormone. Un passato da ginnasta, due sorelle bionde e belle come lui, con cui ha fondato una band, il biondo Lucky ha esordito come modello ad appena 12 anni; a 15 la prima campagna pubblicitaria internazionale, per GAP. Il prossimo 4 giugno compirà 18 anni, ma il giovane vanta già un curriculum di tutto rispetto: le copertine e le campagne pubblicitarie che lo vedono protagonista sono sempre più numerose. Spontaneo e genuino nonostante il successo mondiale, Lucky Blue Smith su internet è un divo indiscusso, seguito da più di un milione di followers su Instagram. Il giovane modello usa internet come tuti i ragazzi della sua età: dopo aver postato quasi per gioco alcune sue foto di backstage, durante una sfilata di Etro, Lucky si è ritrovato suo malgrado migliaia di fan pronte ad attenderlo davanti la location del défilé. Lucky Charms: ecco come sono chiamati i suoi fan, che comprendono ragazzine in delirio davanti al biondo modello, ma anche addetti ai lavori nel settore moda: pare che tra i fan più sfegatati del diciassettenne ci sia anche Donatella Versace.

L’efebico Lucky ha al suo attivo numerose campagne pubblicitarie: è stato infatti volto di brand del calibro di Tom Ford, Moncler e Philipp Plein, solo per citarne alcuni. Per quest’ultima campagna è stato immortalato dall’obiettivo del celebre fotografo Steven Klein. Che dire, è nata una stella.

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Lucky Blue Smith è nato a Los Angeles il 4 giugno 1998

Lucky Blue Smith nel backstage di Etro

Il modello immortalato nel backstage di Etro alla Milano Moda Uomo A/I 2016

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Occhi di ghiaccio e capelli platino per il modello americano

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Lucky Blue Smith ha iniziato a lavorare come modello ad appena 12 anni

In ricordo di una giornata particolare, addio Ettore Scola

Vorrei ricordare Ettore Scola con uno dei suoi film più belli, un film che ho tanto amato e che rivedrei ancora, soprattutto oggi che il maestro ci ha lasciato.
Ho conosciuto il maestro a giugno 2015 ero emozionata nel parlargli, ero stata invitata da Saverio Ferragina al Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma durante le premiazioni di fine anno.
Era anche la prima volta che andavo al Centro Sperimentale e incontrare Scola fu un’emozione grandissima, fu di una gentilezza disarmante, parlammo ovviamente di cinema, di scrittura, di sceneggiatura, di regia e ci lasciammo con la promessa di rivederci. Fu una giornata particolare per me…
Il film di cui vorrei parlare è il capolavoro Una giornata particolare del 1977.
In questo film Scola, tra gli altri temi analizzava la condizione della donna durante il fascismo. La distanza cronologica dagli eventi e gli studi critici ormai avevano raggiunto un livello tale da consentire una riflessione documentata e serena.


Ettore Scola


La giornata cui il titolo allude è il 6 maggio 1938, il giorno della visita a Roma di Hitler. La capitale d’Italia, con i suoi ineguagliabili monumenti, è in festa per l’illustre ospite; ma l’attenzione del film è tutta proiettata verso un edificio popolare, nel quale la protagonista Antonietta, interpretata da una sempre splendida Sofia Loren, si imbatte in modo inatteso in un distinto signore, Gabriele interpretato dal favoloso ed ineguagliabile Marcello Mastroianni.
Antonietta è una donna molto bella, ma appare completamente trascurata: trascurata dal marito e da se stessa. Casalinga con le calze smagliate, il grembiule sporco, i capelli in disordine, si trascina sulla scena con le ciabatte ai piedi, interiormente depressa, tutta dedita in modo stancamente ripetitivo alla cura della casa. Ha già partorito sei figli al Duce e ha un’ulteriore gestazione in corso per ottenere il premio di natalità. In quella particolare giornata, ha portato il caffè al marito ancora a letto, ha preparato i figli perché partecipassero alla grande sfilata in onore del Führer e si è rinchiusa nel suo appartamento. Unico compagno della sua solitudine, le è rimasto un pappagallo.


Proprio per rincorrere l’animale fuggito di gabbia, Antonietta incontra Gabriele, intellettuale gentile e fragile, ma, per i “valori” dell’epoca, omosessuale e comunista. Lampante è la differenza con il marito, personaggio rozzo e ignorante, pienamente integrato nell’ottica del regime con comportamenti addirittura fanatici. All’ospite la donna mostra con orgoglio un arazzo, da lei realizzato, con la testa di Mussolini coperta dall’elmetto e l’album sul quale ha incollato le foto del Duce. Tra i due cresce lentamente una reciproca attenzione, che diventa sincera amicizia e un fugace momento d’amore, fino a quando la polizia giungerà ad arrestare Gabriele per inviarlo al confino. Lei, perplessa, tornerà alla sua consueta vita di casalinga frustrata, emblematicamente espressa dalla Loren che prepara il caffè al marito ritornato dalla solenne parata.


La trama del racconto è estremamente scarna, senza significativi colpi di scena né avvenimenti sconvolgenti. Tutta la vicenda s’incentra su una serie di contrasti che, senza alcuna forzatura, possono essere letti in chiave allegorica: contrasto tra la donna casalinga pienamente convinta dei valori del fascismo e l’uomo inviso al regime; tra la bellezza della prima e l’omosessualità del secondo; tra la grandiosità della giornata e lo stato di abbandono quasi totale del condominio; tra il rumore assordante delle fanfare militari, che la radio trasmette costantemente insieme con la voce retorica del Duce, e i lunghi silenzi che si interpongono tra i protagonisti; tra l’atmosfera di un evento che sta precipitando l’Italia verso un tragico destino e la lentezza della narrazione.
Tra i due protagonisti, però, a un livello più profondo si coglie una straordinaria affinità: sono due sofferte solitudini che si incontrano, due modi altrettanto crudeli di essere emarginati all’epoca del Ventennio, due vittime a diverso livello di consapevolezza ma ambedue legate ad un’angosciante esistenza. Il film, pertanto, si presenta come il ritratto di un’epoca.


Ettore Scola


È ovvio che da una pellicola cinematografica, come da un’opera di narrativa, non ci si attenda la ricostruzione filologicamente scrupolosa di una vicenda, bensì l’intuizione estetica, il compendio di uno sguardo che vada al di là dei frammenti e colga la profondità dei fenomeni. In questo senso il film di Scola è grandioso. La vera condizione di una donna e, metaforicamente, di ogni donna in un preciso momento della storia d’Italia viene presentata non come una tesi preconcetta ma come un evento sgorgante da una situazione generale. L’autore evita qualsiasi tono didascalico e, con una sintesi potente, penetra nel cuore di questa condizione.


La lettura metaforica della pellicola di Scola potrebbe spingersi oltre e cogliere, ad esempio, in Antonietta un’allusione alla bellezza dell’Italia completamente sfiorita da un regime rozzo e volgare e in Gabriele l’incapacità della sinistra e della classe intellettuale di liberarla in modo concreto e costruttivo. Ma a noi interessa fissare lo sguardo sulla realtà femminile che Una giornata particolare ha messo in risalto: il destino della donna guidato e condizionato dal maschio; il disprezzo, l’istintività, il maltrattamento sempre possibili in quella società mascolinizzata, con il rischio di prevalere sui valori dell’affettività, della collaborazione e della condivisione; il parametro della superiorità/inferiorità, che evidenzia un complesso di debolezza della donna nei confronti del partner maschile.


La battuta di Gabriele che definisce Antonietta una «ignorantella perbene» è il suggello non solo della protagonista del film, ma, più in generale, della visione femminile (o antifemminile) che caratterizzò la cultura popolare e l’impianto politico del Ventennio.

I migliori backstage di Milano Moda Uomo : Lucio Vanotti

In ESCLUSIVA per i lettori di D-Art il MAKING OF delle sfilate più belle.


A sfilate della Moda Uomo concluse vi trasportiamo alla scoperta di ciò che avvenuto dietro le quinte.
Uno show dietro lo show dove truccatori, hairstylist, vestieristi e modelli sono nel massimo dell’operatività al servizio del brand. E’ una danza che affascina l’operatore che interviene sollecito ai fini di riportarne i contenuti per i nostri lettori.
A inaugurare tale filone è il backstage del fashion show di Lucio Vanotti, designer scelto da Giorgio Armani in qualità di talento up and coming in grado di meritare l’ambitissima sfilata presso l’Armani Teatro.
Solenne il debutto in linea con l’identità del marchio. L’austerità dell’ abito visto come uniforme, l’alienazione e il distacco dal caos terreno, l’ascetismo estetico a favore di una bellezza cruda e grottesca, presenti nuovamente in collezione, non hanno deluso i suoi estimatori.
Le righe orizzontali sono il leitmotiv che accompagna i corpi svuotati e alleggeriti di ogni vezzo.
No gender per i completi sartoriali, anche versione pijama, i cappotti vestaglia e le coperte militari in qualità di tuniche, elaborati in panno di lana, spigati, velluto 100 righe, cotone garzato e felpa.
A completare la marzialità dei look stivaletti con suole slipper per calcare il suolo di nuovi e inesplorati pianeti del puro essere.


Scatti a cura di Giulia Bartolini.


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Steve Jobs: la rivoluzione dell’informatica

Il 5 ottobre 2011 scomparve Steve Jobs, noto fondatore della Apple Inc., nonché inventore del mouse, delle icone, dell’iPhone, dell’iPod e dell’iPad. Un imprenditore visionario che ha saputo ispirare il genio creativo del regista inglese Danny Boyle. Nasce così Steve Jobs – Il film, fresco d’uscita nelle sale cinematografiche italiane grazie alla Universal Pictures. Un’opera biografica con un cast d’eccezione, in cui spicca Michael Fassbender nei panni del compianto informatico statunitense.
 

 
Siamo nel 1984 e il conto alla rovescia per il lancio del primo Macintosh è partito. Quattro anni più tardi toccherà al NeXT, mentre nel 1998 sarà la volta del iMac. Costantemente accompagnato dalla fedelissima Joanna Hoffman (Kate Winslet), Steve Jobs (Michael Fassbender) dovrà affrontare gli imprevisti dell’ultimo momento, i classici ed immancabili contrattempi che puntualmente fanno la loro comparsa sotto le sembianze di alcuni personaggi: Lisa, la figlia diciannovenne (Perla Haney-Jardine), Chrisann Brennan, madre di Lisa (Katherine Waterston), Steve Wozniak, il partner da sempre collaboratore fin dagli inizi di Los Altos (Seth Rogen), John Sculley, amministratore delegato della Apple (Jeff Daniels) ed Andy Hertzfeld, l’ingegnere del software (Michael Stuhlbarg).
 
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Il film di Danny Boyle (di cui ricordiamo Trainspotting, The Millionaire e 127 ore) è dotato di un’ottima ed intuitiva idea grafica. D’altra parte non poteva essere altrimenti, dato che stiamo parlando di un inventore informatico che ha fatto dell’anomalia il suo credo principale. Ispirato alla biografia di Walter Isaacson, Steve Jobs – Il film è altresì basato sul punto di vista del drammaturgo Aaron Sorkin, il quale, lungi dal raccontare la classica storia a tutti già nota del successo professionale affiancato dagli insuccessi nel campo privato, mischia le carte in tavola, mettendo in primo piano il successo umano ottenuto attraverso numerose fatiche e inanellando diversi momenti di decadenza personale, rappresentata da sogni andati in frantumi e addirittura da umiliazioni pubbliche. Tutto ciò non deve farci ingannare. Steve Jobs è un uomo caparbio, arrogante e anticonformista. Egli è altresì perfettamente consapevole dei suoi limiti e dei lati deboli del suo carattere, ma altrettanto saldo nei suoi difetti. Tuttavia, proprio grazie a queste qualità e a questi lati negativi della sua personalità, egli riuscì a creare prodotti imperituri e rivoluzionari. È proprio in questo contesto che Jobs viene dipinto come un leader a cui non interessa il gradimento della folla. Per lui ciò che conta è lasciare un segno indelebile nella storia. In fin dei conti il popolo, col passare del tempo, capirà, e Lisa, in rappresentanza della critica del volgo, farà lo stesso.
 
La pellicola è completamente ambientata dietro le quinte. Attraverso le lenti degli occhiali del protagonista Michael Fassbender, il pubblico prenderà visione di un artista le cui doti personali hanno fatto la differenza nel mondo dell’informatica. Steve Jobs era un mix di tecnica e capacità interpretativa, una sorta di direttore d’orchestra in grado di far suonare ogni singolo strumento in perfetta armonia con la propria concezione dell’arte.

 

Approfondimenti e curiosità
 

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Steve Jobs (24/02/1955 – 5/10/2011)


 
Steven Paul Jobs nacque a San Francisco il 24 febbraio del 1955. Egli fondò la Apple Inc. e la società NeXT Computer. Fu inoltre amministratore delegato di Pixar Animation Studios (prima dell’acquisto da parte della Walt Disney Company). Una delle sue invenzioni più importanti e rivoluzionarie fu l’”Apple Lisa”, il primo Pc dotato di mouse. Jobs fu uno dei primi informatici ad intuire le diverse funzionalità e potenzialità del mouse e dell’interfaccia a icone presenti sui Xerox Star arrivando a realizzare il Macintosh.
 
Il 2003 segna l’inizio della parabola discendente della salute di Steve Jobs. A causa di una rara forma di tumore maligno al pancreas da poco riscontrata, egli sviluppò il diabete di tipo 1, lasciando temporaneamente il posto di amministratore delegato di Apple a Tim Cook per circa due mesi.
 
Nell’aprile del 2009 Jobs subì un trapianto di fegato nel Tennessee.
 
Il 17 gennaio 2011 Apple annunciò che Jobs aveva richiesto un nuovo congedo medico.
 
Il 5 ottobre dello stesso anno, a soli 56 anni, Jobs morì a causa di una recrudescenza del carcinoma con conseguente arresto del sistema respiratorio.
 
Il 12 febbraio 2012, in occasione della cerimonia di consegna dei Grammy Awards, la National Academy of Recording Arts and Sciences insignì Steve Jobs con un’onorificenza ufficiale postuma per aver fortemente contribuito alla creazione di prodotti e tecnologie che hanno saputo trasformare le modalità di ascoltare la musica, guardare la televisione e i film e leggere i libri.

ISIS cyberwar

It was the end of February last year when I published the first in depth report in Italy of ISIS communication techniques. Europe really only noticed the Islamic State and how dangerous it was during the Charlie Hebdo attack. It was at that moment that we realized this was a new phenomena and in the very heart of Europe. Apart from the numerous instant books which came out one after the other to satisfy our (presumed) desire to know, in other countries all of this had already been investigated for some time and in a serious scientific way.
That first work owes and owed much to the years of research and analysis undertaken by many people, particularly in northern Europe and North America. I specifically described it as a “collective” work and cited, among others, Oliver Roy, Dietrich Doner, Eben Moglen, Jeff Pietra, J:M: Berger, Scott Sanford, the generous Will McCants and Clint Watts, the extraordinary Nico Prucha, Rudiger Lohlker, Leah Farrall, Aaron Y Zelin and Peter Neumannal.


The report ended with a quotation by Elham Manea, one of the most courageous and brilliant voices of contemporary Islam who wrote, “ The truth that cannot be denied is that ISIS has studied in our schools, prayed in our mosques, heard our media and the sermons of our religious leaders, read our books and our sources and has followed the fatwa that we have produced. It would be easy to continue to insist that ISIS doesn’t follow the correct precepts of Islam. It would be very easy. Yet, I am convinced that Islam is what we humans make it to be. Every religion can be a message of love or a sword of hatred in the hands of the people who believe in it”.
Since that first report research has gone on and while one group of people has worked to keep track of and analyze the mass of constantly growing propaganda materials, others have concentrated on the study of particular aspects which, with last month’s Paris attacks , have become tragically central and relevant.
This e-book begins with four sections updating ISIS online (but not only) communications in the light of the military and geopolitical developments of recent months and many newly revealed and collected documents.


The next question we posed is relatively simple and based on certain facts: the extraordinary network system of activists and supporters, the existence of a real global network, their knowledge of sophisticated cryptographic systems, the know-how of the Syrian Electronic Army(one of the world’s best hacker networks) and the many connected networks we have tried to map.
We wondered how, propaganda apart, this network could be used for specific purposes such as financing overseas cells, moving money and logistical organization.
The enquiry which follows recounts what I discovered and the significant links which exist with counterfeiting and money laundering at a global level.


As I specified, “ in this public version of my enquiry I have deliberately omitted certain passages. The aim of my investigation is to describe and help to explain a phenomena and a method (one of the methods) of financing and above all of transferring money which is difficult to trace. In no sense do I want it to be a manual, or an invitation to “do it yourself”. The other reason for omission is to protect certain information and active contacts and to preserve the investigative work of those responsible for national and international security who have been given full access to the unabridged results.
For these reasons the contacts, email exchanges, accounts and phone numbers are not given, just as they are obscured in the images attached.


First part


The media strategy of the self-styled “Islamic State” is both effective and successful. Their professional use of social media has allowed ISIS to project a coherent image of its world while at the same time resisting “alternative narratives” against the group. Videos are published on an almost daily basis as, in addition to the execution videos, the group produces real films designed to demonstrate the state-like nature of the organization and the reconstruction of its infrastructures.
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Second part


What ISIS is undertaking, not only militarily, but above all from a communication perspective, is a real war for hegemony and identity: what exactly does it mean to be a Sunni Muslim in times of war and sectarianism?
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Third part


In June 2014 the “Islamic State” managed to occupy in a sort of blitzkrieg a large territory and its principle cities in the Sunni Arab strongholds of Syria and Iraq which they renamed the “Caliphate”.
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Fourth part


Although al-Qaeda tried for years to eradicate borders, while ISIS achieved this objective in only a few months, the theoretical framework within which ISIS works was provided by AQ, alongside a regular narrative in its English tabloid ”Dabiq” together with the videos in Arabic, English, Spanish etc.
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Daks e il nuovo dandy alla Milano Moda Uomo 2016

Desiderio di un ritorno alla vera eleganza, dove anche il minimo dettaglio racconta il lusso e il gusto per il bello, sfila in passerella con DAKS.

E’ un uomo dandy, che ricorda Chéri, il bellissimo amante di Colette, un giovanotto con una sfrenata passione per perle e stravaganze; un uomo che non teme l’ostentazione e ne fa uso attraverso camicie in chiffon, smoking con colli e polsi in pelliccia, gioielli vistosi a incoronare gli abiti.

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Un’eleganza serale quella di DAKS che ha presentato la sua collezione autunno-inverno 2016/17 in Piazza Duomo allo Scalone Arengario – una sfilata dal gusto antico, accompagnata da un’orchestra in scena.

Tutto è prezioso a partire dalla maglieria: cashmere, alpaca e mohair. I cappelli di lana sdrammatizzano l’outfit con pon pon di pelo, i fiocchi e nastri di gros-grain sono applicati sul rever della giacca e le spille, illuminate dai cristalli, ricreano i colori dell’iconico house-check Daks.

Sfilano mantelle color ruggine e maglie in lurex e bronzo sull’eleganza british, so british anche la scelta dei modelli, dai capelli rossi e la pelle diafana.

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L’uomo DAKS veste l’eleganza anche dentro casa, giacche da notte con rever in velluto, ricordano lo sfarzo della dimora Brideshead, dove il fragile e ricchissimo Sebastien si innamora dell’amico Charles, il fascino dell’arte e della passione.

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Velluto, sigillo di classe, sui pantaloni, sulle coccarde, ma anche mantelle in velluto e struzzo, astrakan, cavallino, shearling pettinato e pelle plongé nera.

Filippo Scuffi, direttore creativo di Daks, porta l’heritage inglese su un pubblico young. Lode meritata.

Guarda qui tutta la collezione DAKS autunno/inverno 2016/17:

La cyberwar di ISIS

Era fine febbraio dell’anno scorso quando pubblicai in Italia il primo lavoro organico sulla comunicazione dell’ISIS. Dello Stato Islamico e della sua pericolosità ci siamo accorti in Europa con la strage di Charlie Hebdo, ed in quel momento ci siamo accorti che era un fenomeno nuovo ed era nel cuore dell’Europa. 
Di tutto questo – al di là degli innumerevoli istant book usciti uno dopo l’altro per riempire la nostra voglia (presunta) di sapere – in altri paesi si stavano occupando da molto tempo. In maniera seria, scientifica, lontani dall’opinionismo dell’ultima ora.
Quel primo lavoro di sintesi deve e doveva molto ad anni di ricerca ed analisi di molte persone, soprattutto in nord europa e nord america. In particolare lo descrissi come un “lavoro collettivo” citando – tra gli altri – Oliver Roy, Dietrich Doner, Eben Moglen, Jeff Pietra, J.M.Berger, Scott Sanford, i generosissimi Will McCants e Clint Watts, lo straordinario Nico Prucha, Rüdiger Lohlker, la brillante Sheera Frenkel, Rainer Hermann, Mehdi Hasan, Elham Manea, Leah Farrall, Aaron Y. Zelin e Peter Neumannal.


Quella ricerca si concludeva con una citazione proprio di Elham Manea, una delle voci più coraggiose e brillanti dell’islam contemporaneo, che ha scritto «La verità che non possiamo negare è che l’Isis ha studiato nelle nostre scuole, ha pregato nelle nostre moschee, ha ascoltato i nostri mezzi di comunicazione e i pulpiti dei nostri religiosi, ha letto i nostri libri e le nostre fonti, e ha seguito le fatwe che abbiamo prodotto». «Sarebbe facile continuare a insistere che l’Isis non rappresenta i corretti precetti dell’islam. Sarebbe molto facile. Ebbene sì, sono convinta che l’islam sia quel che noi, esseri umani, ne facciamo. Ogni religione può essere un messaggio di amore oppure una spada per l’odio nelle mani del popolo che vi crede».
Da quel primo lavoro la ricerca non si è mai interrotta. E mentre un insieme di persone ha lavorato per tenere traccia ed analisi del corposo materiale (costantemente in crescita) di propaganda e diffusione, altri si sono concentrati nella ricerca di alcuni aspetti che – con le stragi di Parigi del mese scorso – sono divenuti tragicamente centrali e attuali.


Questo e-book inizia con un aggiornamento di quattro capitoli sulla comunicazione (non solo) o-line dell’ISIS, alla luce degli sviluppi militari e geopolitici di questi ultimi mesi e dei (molti) documenti nuovi emersi e raccolti.
La domanda successiva che ci siamo posti è abbastanza semplice e partiva da alcuni presupposti: la straordinaria ramificazione di rete degli attivisti e dei supporter, la presenza di un vero e proprio network globale, la conoscenza di sofisticati sistemi di crittografia, il know-how del cd. “esercito elettronico siriano” (una delle migliori reti hacker a livello globale) e di molte reti collegate che abbiamo cercato di mappare. 
Ci siamo chiesti come tutta questa rete, oltre che per la propaganda, potesse essere usata per alcune attività specifiche: il finanziamento delle cellule all’estero e lo spostamento di denaro, e l’organizzazione logistica.


L’inchiesta che segue racconta quello che ho trovato e collegamenti importanti con reti di riciclaggio e contraffazione a livello globale. 
Come ho specificato “in questa versione pubblica di questa parte di ricerca volutamente ometterò alcuni passaggi. Questa vuole essere un’inchiesta con l’obiettivo di descrivere e contribuire a spiegare un fenomeno ed un sistema (uno dei sistemi) di finanziamento e soprattutto di spostamento di denaro in modo molto difficilmente rintracciabile attraverso un’esperienza – in questo caso diretta e personale – e non vuole essere un vademecum per nessuno, né un invito “a fare altrettanto”.
 Altra ragione delle omissioni è evitare che la divulgazione di certe informazioni, di contatti attivi, potesse in qualsiasi modo e forma minare il lavoro di indagine ed investigativo di chi è preposto a tale compito e per questo motivo il materiale integrale è stato messo a disposizione di soggetti istituzionalmente preposti ad indagini di sicurezza nazionale ed internazionale.
Proprio per questo ho evitato di riportare i contatti diretti, lo scambio di mail, gli account e i numeri di telefono – esattamente come gli stessi sono “oscurati” nelle immagini allegate.


Prima parte
La strategia mediatica del sedicente “Stato islamico” è efficace e di successo. 
L’uso professionale dei social media ha permesso all’ISIS sia di proiettare una visione del mondo coerente sia di essere resistente a “narrazioni alternative” contro il gruppo. 

Continua a leggere la prima parte…


Seconda parte
Quella intrapresa dall’IS – non solo militarmente ma soprattutto in ambito di comunicazione – è una vera e propria guerra per l’egemonia e l’identità: cosa significa essere un musulmano sunnita in tempo di guerra e settarismo?
Continua a leggere la seconda parte…


Terza parte
In stile guerra lampo, lo “Stato islamico” è stato in grado di occupare grandi fasce di territorio nelle roccaforti arabe-sunnite di Siria e Iraq nel mese di giugno 2014 e le loro principali città e dichiarare queste aree “califfato”.
Continua a leggere la terza parte…


Quarta parte
L’ideologia di al-Qaeda ha fornito il quadro teorico che IS impiega ed esercita. Mentre AQ è stata impegnata per decenni per erodere i confini, IS è stato in grado di farlo entro pochi mesi con una narrazione puntuale attraverso il proprio tabloid in lingua inglese “Dabiq”, così come attraverso diversi video in arabo, inglese, spagnolo e altre lingue.
Continua a leggere la quarta parte…

English version

Il grande regista Federico Fellini

Federico Fellini, uno dei più importanti e celebri registi dell’intera storia del cinema. Durante la sua gloriosa carriera vanta 4 premi Oscar come miglior film straniero e in virtù della sua attività ricevette inoltre l’Oscar alla carriera nel 1993. Egli ha altresì ottenuto per due volte il Festival di Mosca, nel 1963 e nel 1987, nonché la Palma d’oro al Festival di Cannes nel 1960 e il Leone d’oro alla carriera alla Mostra del Cinema di Venezia nel 1985. Nei suoi capolavori, Fellini ha sviluppato e tratteggiato un cospicuo numero di personaggi memorabili, immergendoli nella satira, ma anche nella malinconia di uno stile onirico e visionario. Ripercorriamo insieme le tappe fondamentali della sua vita e della sua filmografia.
 
Federico Fellini nasce a Rimini il 20 gennaio 1920 (avrebbe compiuto 96 anni) da una famiglia modesta. Fin da ragazzino mostrò un’innata passione per il cinema.
 
Tra il 1941 e il 1942 Fellini fece la conoscenza di Tullio Pinelli, uno scrittore teatrale. Tra i due scocca subito una forte intesa professionale. Le idee e gli schemi del primo andavano così ad inserirsi nella struttura di testo elaborata dal secondo. Le prime esperienze a livello scenografico cominciarono così. I grandi successi di Aldo Fabrizi, come Avanti c’è posto del 1942 e Campo de’ fiori di Mario Bonnard, portarono la loro firma. Nel 1945, invece, Fellini incontrò Roberto Rossellini, collaborando alle sceneggiature di Roma città aperta e Paisà, ritenute le prime opere surrealiste italiane. In quest’ultima, Fellini pare che abbia girato (in assenza di Rossellini) alcune scene, tra cui quella ambientata sul Po. La sua carriera da regista ebbe inizio proprio con queste modalità.
 
Nel 1950 Fellini fece il suo debutto ufficiale dietro la macchina da presa con Luci del varietà, seppur co-diretto con Alberto Lattuada. Il tema dell’opera è incentrato sul mondo dell’avanspettacolo e la sua decadenza, con un tono ironico e disteso a fungere da cornice contestuale. Il film ricevette giudizi piuttosto positivi per quanto riguarda la critica, ma non altrettanto per quanto concerne il pubblico.
 
Il rapporto professionale tra Fellini e il compositore Nino Rota contribuì fortemente alla creazione de Lo sceicco bianco e di 8 e mezzo. La prima pellicola venne alla luce nel 1952, segnando il debutto da regista in solitario, con la presenza dell’indimenticabile Alberto Sordi tra gli interpreti. Attraverso la collaborazione con Ennio Flaiano (coautore della sceneggiatura), Fellini inaugura un nuovo modo di fare cinema: estro, umorismo, realismo magico e onirico si fondono insieme in unico elemento. Tuttavia, il film non fu all’altezza delle aspettative e gli incassi si rivelarono un totale insuccesso.
 
Per Fellini è giunto il momento di dimostrare il suo reale potenziale. Presentato alla Mostra del cinema di Venezia il 26 agosto del 1953, ecco I vitelloni. Il film si aggiudicò il Leone d’argento e la fama del regista romagnolo si espanse così tanto da superare i confini nazionali. Infatti, in Argentina, Francia, Stati Uniti ed Inghilterra l’opera riscosse un enorme successo.
 

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Federico Fellini – I vitelloni


 
I vitelloni è caratterizzato da un uso smodato di episodi e ricordi dell’adolescenza di Fellini (all’epoca poco più che trentenne) densi di personaggi destinati a rimanere scolpiti nella memoria. Per la prima volta nella sua filmografia, il regista riminese sviluppa la trama tramite lunghi episodi, una caratteristica che diverrà uno dei tratti peculiari nelle pellicole successive. Nonostante il carattere autobiografico, l’ambientazione de I vitelloni si discosta dalla realtà, contestualizzandosi in una città fittizia e miscelando fantasia e ricordi.
 
Il successo internazionale giunge con La strada, del 1954.
 
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Federico Fellini – La strada


 
Il film, incentrato sul mondo del circo e degli zingari, spicca per i toni poetici e narra del dolce, ma tormentato rapporto tra Gelsomina (Giulietta Masina) e Zampanò (Anthony Quinn), due stralunati e bizzarri artisti di strada che vagabondano per l’Italia del dopoguerra. La presentazione dell’opera avviene in anteprima assoluta il 6 settembre 1954 a Venezia. Accolto tiepidamente nel nostro Paese, la pellicola all’estero ottenne il premio Oscar come miglior film straniero (premio instituito per la prima volta in quell’edizione).
 
Dopo il flop de Il bidone del 1955, arriva il secondo Oscar grazie a Le notti di Cabiria, con Giulietta Masina di nuovo protagonista.
 
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Federico Fellini – Le notti di Cabiria


 
L’opera rappresenta la degna conclusione della trilogia ambientata nel mondo degli umili e degli emarginati.
 
L’opera forse più famosa di Federico Fellini è La dolce vita, del 1960.
 
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Federico Fellini – La dolce vita


 
Essa, fin da subito, suscitò polemiche e sconcerto, sia per alcune scene giudicate troppo esplicitamente erotiche sia per la descrizione di un certo decadimento morale, insito, secondo il regista, nel benessere economico ormai raggiunto dalla società italiana. Protagonisti indiscussi dell’opera gli immensi Marcello Mastroianni e l’attrice svedese Anita Ekberg. La scena del bagno nella Fontana di Trevi rimarrà per sempre nella memoria di tutti noi.
 
La consacrazione definitiva per Fellini arrivò con 8 e mezzo del 1963, con Guido Anselmi protagonista.
 
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Federico Fellini – Otto e mezzo


 
Il film parla di un regista che voleva girare una pellicola, ma non si ricordava più quale fosse (l’idea da cui l’opera prende vita è proprio questa). Il titolo trae origine dal seguente motivo: 8 e mezzo veniva cronologicamente parlando dopo 6 film interamente diretti da Fellini, più 3 “mezzi” film, costituiti dalla somma “ideale” di 3 opere co-dirette con altri registi (Luci del varietà, l’episodio Agenzia Matrimoniale ne L’amore in città e quello intitolato Le tentazioni del dottor Antonio in Boccaccio ’70, in cui viene adottato per la prima volta il colore). L’opera fu premiata con un altro premio Oscar ed è tutt’ora ritenuto uno dei più grandi film della storia del cinema.
 
Nel 1973 arriva il celebre Amarcord, incentrato sul tema della memoria (il titolo significa “mi ricordo” in dialetto romagnolo).
 
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Federico Fellini – Amarcord


 
Attraverso l’esplorazione delle tre città dell’anima, il Circo, la Capitale e Rimini, Fellini cerca le radici della propria poetica. Anche in questo caso giunge puntuale un altro premio Oscar, il quarto in totale. I personaggi descritti nella pellicola rappresentano delle proiezioni autobiografiche del regista. Titta, ad esempio, potrebbe costituire l’adolescenza di Fellini. Nonostante ciò, il regista riminese dichiarò in più circostanze che ogni cosa o personaggio inscenato era semplicemente il frutto della sua immaginazione.
 
Il 20 gennaio Federico Fellini avrebbe compiuto 96 anni. Tanti auguri, non ti scorderemo mai.

 

LUCIO VANOTTI AUTUNNO INVERNO 2016 : MODA UOMO MILANO

E’ un mondo intimo, a tratti malinconico e senza fronzoli quello in cui ci accoglie il designer scelto da Giorgio Armani per sfilare all’omonimo teatro meneghino durante la man’s fashion week.
Delle caratteristiche che hanno reso celebre il re della moda italiana Lucio Vanotti ha certamente incorporato nel suo lessico di moda l’alleggerimento dei capi, la destrutturazione.
Pare che le giacche che hanno sfilato a Milano siano come state “svuotate”: i modelli (lontani dai canoni di bellezza classici) avanzavano mentre erano scandite le note di un pianoforte con incedere fluttuante e ritmato. Una parade che si faceva proclamatrice di un neo-purismo ha preso vita: la potremmo definire con il termine “Nuovo Ordine” che da il nome alla collezione.

Ph Alfonso Catalano©SGP / Stefano Guindani Photo

Ph Alfonso Catalano©SGP / Stefano Guindani Photo

La Funzionalità priva di orpelli è il trait d’union di tracksuit, giacche, maglie, completi pijama e cappotti vestaglia ridotti all’essenza. In palette: toni di bianco, nero, kaki ed ecru. I materiali scelti sono: panni di lana, spigati, velluto 1000 righe, cotoni garzati e felpa.
Uniformi puriste: piaciute molto le coperte militari messe a mo’ di tunica, di un’eleganza genderless che più di così non si può.

Ph Alfonso Catalano©SGP / Stefano Guindani Photo

Ph Alfonso Catalano©SGP / Stefano Guindani Photo

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Although al-Qaeda tried for years to eradicate borders, while ISIS achieved this objective in only a few months, the theoretical framework within which ISIS works was provided by AQ, alongside a regular narrative in its English tabloid ”Dabiq” together with the videos in Arabic, English, Spanish etc.
ISIS beliefs are basically an evolution of al-Qaeda ideology. In fact, after achieving control of territories in Syria, Iraq, Libya, Yemen and Egypt, local Arab traditions have been forced to adapt to the ISIS “state” ideology which is mainly based on the extensive theological writings of al-Qaeda theorists.
At the same time, ISIS is a group whose revolutionary strategy is professionally and ideologically tied to modern media. It uses internet systematically to spread its messages and storytelling to a multi-lingual worldwide audience in a way that no other terrorist group has ever done before. It has also demonstrated a consistent ability to adapt, react and reorganize.

Thanks to the immense number of videos and “photo shoots” from the “provinces” of the “Caliphate”, ISIS propaganda is a massive presence on social media chanels. The foreign fighters are not only present in video, but are also able to communicate with their family and friends on mobile phones.This non-Arab participation within the heart of the “Caliphate” enriches their productions and allows them to penetrate previously inpenetrable areas of target Western societies.
Today’s visual culture and the quantity of HD videos produce constant repetition and create a doctrinal showcase which denigrates non-believers and justifies the collective punishment of “apostates” (murtaddeen) and Muslim “hypocrits” (munafiqeen). This principle theological discourse can be defined as a “discursive guide” Through the constant repetition of an extremist theological interpretation and its practical application, jihadist consumers and media users are offered a means of active participation in exchange for their commitment to jihadist ideology.


On the first anniversary of the coalition air attacks against the group, launched to vindicate the filmed execution of US citizen James Foley and others, a video showed members of al-Hisba, the ISIS police, talking to passers-by at the Aleppo market and deriding the war against ISIS as essentially useless. Regarding the refugee crisis, according to the English version of the jihadist online magazine Dabiq which maily targets a Western readership, ISIS declared that the drowning of the Iranian three year old Alan Kurdi was divine retribution for leaving their “Islamic home”. In many Arabic videos leaders of the “Islamic State” have announced that any Sunni Muslim who turns their back on the caliphate to escape to Europe or elsewhere is a legitimate target.


These statements have been further supported by local Syrian and Iraqi declarations expressing gratitude for finally being able to live their true Islamic identity and feel protected.
As they target an Arab audience, these films are usually in Arabic so they reach nearby countries, refugee camps all over the world and even enter the heart of nations well outside the region. Such messages form part of a wealth of video materials published on an almost daily basis. Whether watched, shared or simply downloaded, these videos are discussed in a range of languages by users who are committed to the promotion of the “Islamic State” as the only legitimate source and physical representation of “Islam”. In this context, Twitter is undoubtedly the most important ISIS platform. Despite


Twitter’s endless takedowns of accounts, the extremists are spreading their message through a more decentralized network of Arabic hashtags having given up trying to create official accounts.
This adaptation of their marketing strategy has certainly been successful. Since the accounts are easily substituted, the constant use of specific hashtags ensures an uninterrupted stream of content and propaganda which seek to push the audience further towards jihadist ideology.
The Arabic hashtags used are not limited to phrases like “Islamic State” or “ISIS will remain and expand” which was launched during the critical phase of early 2014. The more subtle supporters use current trends like major sporting events and global news to reach a wider audience.
Like ants, ISIS has shown it is able to act as an organized group and reconstruct its networks to continue to influence social media platforms. Even when accounts are eliminated there is a sufficient number of direct converts and a substantial group of supporters who actively promote current content and new “Islamic State” accounts.


By successfully exploiting social media, demonstrating their skill in using typically western multimedia communication and how powerless social media controls are, ISIS appears even more invincible. The result is even greater online support and more converts.
Looking at the sources of about 2,500 published (and re-published) videos, it is clear that without social media sharing, these videos and jihadist propaganda would lose around 95% of their audience with the consequent loss of support, aid and enrolment in countries outside the directly occupied area.
Nico Prucha has estimated that the total content amounts to 830 single videos, 95% of which are available in HD, for a total of 147Gb of data which means a production average of 21 per month or 5,7 per week and a trend towards exponential growth. This shows how incredibly important this battle is for the strategies and survival of the “Islamic State” but also for the West.


There is no doubt that successful action on this battleground would prove more effective and devastating for the jihadist network than any air strike. Depriving ISIS of its external communication network would not only drastically reduce its foreign converts, including the activation of linked terrorist cells, but it would reduce the self-styled “Caliphate” to media inexistence which, in the light of the objectives described above, would mean certain death.

La cyberwar di ISIS/4

L’ideologia di al-Qaeda ha fornito il quadro teorico che IS impiega ed esercita. Mentre AQ è stata impegnata per decenni per erodere i confini, IS è stato in grado di farlo entro pochi mesi con una narrazione puntuale attraverso il proprio tabloid in lingua inglese “Dabiq”, così come attraverso diversi video in arabo, inglese, spagnolo e altre lingue. 
Si può quindi sostenere che l’ideologia di al-Qaeda non può essere separata dall’ISIS, e che quest’ultimo è la recente evoluzione della stessa. Con il consolidamento del territorio tra Siria, Iraq, Egitto, Libia e Yemen, le tradizioni arabe locali sono state sottomesse o costretti ad adattarsi all’applicazione della sua ideologia di “Stato” – basata principalmente su ideologi di al-Qaeda e il loro ricco corpus teologico.


ISIS tuttavia è un gruppo con una strategia rivoluzionaria molto professionalmente e ideologicamente coerente dei media. Fa un uso sistematico di Internet come nessun altro gruppo terroristico nel diffondere i propri messaggi e il suo storytelling a un pubblico globale in più lingue. 
Di volta in volta ha dimostrato di essere abile ad adattarsi, rispondere e riconfigurare. 

Grazie alla immensa quantità di video e “servizi fotografici” dall’interno delle rispettive “province” del “Califfato”, la propaganda ISIS è straordinariamente presente nei canali di social media.
I combattenti stranieri non arabi non solo sono presenti nei video, ma sono in grado di comunicare direttamente con i loro amici e parenti nel paese d’origine con il cellulare. Questo ingresso non arabo all’interno del “Califfato” arricchisce ulteriormente la produzione complessiva e permette ai tattici media di penetrare ambienti che non erano mai stato penetrati prima all’interno di società occidentali bersaglio.


La cultura visiva e la quantità di video HD consentono la ripetizione costante e costituiscono vetrina di dottrine che denigrano i non credenti e sanciscono la punizione collettiva di “apostati” (murtaddin) e “ipocriti” musulmani (munafiqin). 
Questo discorso teologico principale può essere definito come “guida discorsiva”.
Attraverso la ripetizione costante di interpretazione teologica estremista e la sua attuazione pratica, jihadisti consumatori e partecipanti dei media sono dotati di un quadro di attivazione e impegnati nella ideologia jihadista.



Il primo anno anniversario degli attacchi aerei della coalizione contro il gruppo, che era stato lanciato per vendicarsi dell’esecuzione filmata del cittadino statunitense James Foley con altri, è stato deriso dal gruppo in un video che mostra membri di al-Hisba, la polizia dell’IS, che discutono al mercato di Aleppo con il pubblico dei passanti sulla sostanziale inutilità della guerra contro IS. 
Rispondendo alla crisi dei rifugiati, l’IS afferma (nella versione inglese della rivista jihadista online Dabiq – rivolta prevalentemente ad un pubblico occidentale) che l’annegamento del bambino siriano di tre anni Alan Kurdi è stato la punizione di Dio per aver voluto lasciare la “dimora islamica”. 
In diversi video in lingua araba, esponenti di primo piano dello Stato Islamico hanno decretato che qualsiasi musulmano sunnita volti le spalle al califfato per scappare in Europa o altrove è un obiettivo legittimo per il gruppo. 
Queste dichiarazioni sono state arricchite da dichiarazioni di siriani e iracheni locali che esprimono la loro gratitudine per essere finalmente in grado di vivere la vera identità islamica e avere una protezione.


Questi film sono di solito in arabo e indirizzati agli arabi locali – raggiunti direttamente nei paesi vicini, in campi profughi in tutto il mondo e all’interno delle società al di fuori della regione. 
Tali messaggi sono parte della ricca miscela di video pubblicati su base quasi giornaliera. 
Questi video, da condividere guardare o scaricare, sono discussi sui social media in cui gli utenti attraverso una vasta gamma di lingue rispondono e si impegnano personalmente a promuovere lo “Stato islamico” come l’unica fonte legittima e rappresentazione fisica di “Islam”.
A questo proposito, Twitter è la piattaforma più importante per l’ISIS. 
Nonostante i takedown instancabili degli account diretti da parte di Twitter, gli estremisti stanno diffondendo il loro materiale atrraverso una rete più decentrata, basandosi principalmente su hashtag arabi e hanno rinunciato a ricreare un account ufficiale.



Questo adattamento della loro strategia di marketing è di indiscusso successo. 
Gli account sono sostituibili, l’uso costante di hashtags specifici su Twitter assicura un flusso ininterrotto di contenuti e informazioni che cercano di indottrinare e avviare il pubblico verso l’ideologia jihadista. 
Gli hashtag arabi utilizzati non si limitano a “Islamic State” o “IS will remain and expand”, uno slogan lanciato velocemente nella fase critica della prima metà del 2014. I sostenitori furbi usano anche le tendenze attuali, come ad esempio eventi sportivi mondiali o notizie globali nel tentativo di raggiungere un pubblico più vario.
Come le formiche, IS ha dimostrato di agire come un gruppo, uno “sciame”, e riconfigurare le proprie reti per mantenere la capacità di proiettare influenza sulle piattaforme di social media. Anche quando diversi account vengono eliminati, un numero sufficiente di seguaci diretti con un folto gruppo di sostenitori rimangono attivi per promuovere immediatamente sia il contenuto attuale sia i nuovi account dello Stato Islamico.


Questa strategia di diffusione sui social media, il far percepire di giocare sul terreno della diffusione massmediale tipicamente e propriamente occidentale e di rendere impotenti gli stessi gestori dei socialnetwork veicola ulteriormente l’alone di invincibilità dell’ISIS, che ne beneficia anche in termini di ulteriore attivismo e proselitismo online.
Da un’ esame della provenienza di traffico su circa 2500 video pubblicati (e più volte ripubblicati) emerge che senza le condivisioni social i video e la propaganada jihadista perderebbero oltre il 95% del proprio pubblico, con la conseguente proporzionale perdita di sostegno, appoggio, arruolamento in tutti i paesi fuori dall’area di diretta occupazione.
 Nico Prucha ha stimato la presenza di contenuti prodotti in complessivi 830 video singoli, il 95% dei quali disponibili in HD, per complessivi 147Gb di dati (una media di produzione di 21 al mese e di 5,7 a settimana dal 2013 ad oggi, con una tendenza di crescita esponenziale).
 Questo dimostra come questa battaglia debba essere esssenziale e sia strategica e sopravvivenziale sia per lo Stato Islamico che per i paesi occidentali. 
E certamente un contrasto efficace su questo terreno risulta più incisivo e devastante per la rete jihadista di qualsiasi bombardamento sul campo.
Privare l’ISIS della sua rete di comunicazione esterna non solo ridurrebbe drasticamente la capacità di affiliazione estera – e con questa l’attivazione delle collegate cellule terroristiche – ma ridurebbe il sedicente califato alla inesistenza mediatica, che per gli obiettivi che abbiamo visto ed identificato significherebbe la morte definitiva.

Milano Moda Uomo: Giorgio Armani maestro di stile

“L’eleganza non è farsi notare, ma farsi ricordare”: è un vecchio monito di Giorgio Armani, assolutamente attuale se si guarda alla sfilata che ha avuto luogo stamane nel quartier generale della maison. Come di consueto è Re Giorgio a chiudere la settimana della moda milanese, con una collezione Autunno/Inverno 2016-2017 che lo stilista definisce “un riassunto dei miei amori”. Finalmente senza più paura di mettersi a nudo, felice di essere se stesso, dall’alto di una rinnovata consapevolezza: alla vigilia del suo 82esimo compleanno, Giorgio Armani dichiara di sentirsi così. Lo stilista ammette di aver attraversato diverse fasi nel corso della sua sfolgorante carriera, forte di una incessante crescita interiore che lo ha portato a vivere innumerevoli stagioni restando sempre protagonista indiscusso della moda italiana.

La collezione per la prossima stagione invernale è un viaggio interiore attraverso il caos della società attuale. Il blu profondo, che lo stilista privilegia a qualsiasi altra nuance, diviene antidoto e cura per i mali di oggi, in primis per quell’esibizionismo e quell’ostentazione spesso priva di contenuti che caratterizzano la moda odierna. Per Giorgio Armani la vera sfida oggi è riuscire a creare capi eleganti senza scadere nell’eccentricità. Meno audace di un tempo, lo stilista ammette il suo intento di voler adattare ai tempi un rinnovato concetto di stile. Inevitabile la critica a certi colleghi, che creano senza preoccuparsi della reale adattabilità dei capi visti sfilare sulla passerella con la vita reale. «Chi è che mette quella roba lì? Per chi lo facciamo? Bisogna piantarla di pensare solo al piccolo giro della moda», puntualizza lo stilista, che auspica il ritorno ad una moda vera, concreta e possibile.

Si prospetta un Autunno/Inverno 2016-2017 nel segno della classicità, per un’eleganza sobria e discreta, che sembra tornare in auge. Re Giorgio è generoso come non mai, e tante sono le uscite per lui e per lei che hanno caratterizzato la sfilata. Il nuovo lusso si sposa al comfort, per linee fluide e capi dall’appeal sofisticato. Il velluto blu è protagonista assoluto per la sera, in una collezione in cui predominano cashmere e alpaca, ma anche lunghi cardigan in lana con motivi etnici, forse l’unica nota colorata che Armani si concede. La palette cromatica varia dal grigio al rosa al nero, in una riscoperta dell’eleganza evergreen dell’uomo vestito di scuro. Il classico doppiopetto dalla linea a scatola si indossa ora con i pantaloni con le pinces, tra capi in montone ecologico che rimpiazzano la pelliccia tradizionale. Audace sperimentazione nelle tecniche di lavorazione dei capispalla, che vedono pellicce ecologiche in kidassia e gilet indossati sul corpo nudo. Suggestioni africane nelle stampe, i ricami pregiati conferiscono un tocco stilistico nuovo al più classico dei completi. Tessuti con fini lavorazioni artigianali completano il classico abito scuro, tra citazioni classiche, quali il cappotto con la martingala. La pelle scamosciata spicca tra i materiali usati, accanto ad alcuni giacconi matelassé. Le bretelle tornano protagoniste, insieme a guanti e altri dettagli tipici del guardaroba maschile, come il gessato. I cappotti con ampi revers si alternano alla giacca, che diviene quasi una guaina perfetta per esaltare la scultorea fisicità dei modelli. Tra gli accessori cappelli fedora, occhiali da sole e cartelle da lavoro, ai piedi scarpe carrarmato. Nel front row non mancano le celebrities: occhi puntati su Russell Crowe, ospite della sfilata e amico di vecchia data di Re Giorgio.

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Il “mangapunk” di DSquared2 sfila alla Milano Moda Uomo

Milano Moda Uomo: Ermanno Scervino reiventa il Dandy contemporaneo

Teschi e scritte manifesto come Wild e Heroes: il nuovo dandy firmato Ermanno Scervino non è solo vanità.

La collezione autunno/inverno 16-17 attinge allo sport per l’utilizzo di tessuti tecnici e al glam attraverso le ruches delle camicette. Il parka military-chic con cappuccio in pelliccia e il robe manteau impreziosito di cristalli, elevano la collezione a livelli altissimi.

Del resto siamo sempre stati abituati all’opulenta eleganza dello stilista italiano che, senza troppi eccessi, è riuscito a far catalizzare l’attenzione dei media sulle sue collezioni.

Principe di Galles sui pantaloni dalla linea sartoriale e cappotti con manicotti in pelliccia bastano per disegnare un uomo di buone maniere, sofisticato e intelligente.

I pullover si dipingono di righe in stile marinière e il denim spalmato ci rivela un uomo dall’animo rock.

Insomma, svariate ispirazioni per un unico obiettivo: rivelare al mondo il vero volto del dandy contemporaneo.

Toni cupi compongono la collezione. Un elegante blu notte è il re indiscusso della collezione ma non mancano un evergreen come il nero e tonalità più scintillanti come il grigio che si veste di filati laminati. Ad alleggerire il progetto dello stilista, il verde e il cammello.

Ultima parola spetta agli accessori, curati nei dettagli anch’essi. Tracolle in pelle, stringate e sciarpe corpose delineano il profilo di una collezione da vero gentleman.

 

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Il “mangapunk” di DSquared2 sfila alla Milano Moda Uomo

Mangapunk: è questo l’hashtag ufficiale nonché il titolo della sfilata Autunno/Inverno 2016-2017 di DSquared2. Un samurai in kilt è il protagonista della collezione per la prossima stagione invernale, che ha sfilato stamane, nell’ultimo giorno della Milano Moda Uomo.

Immerso in una location digitalizzata ricoperta di arbusti sottili, l’uomo che calca la passerella in mini kilt scozzese sembra uscito dai manga giapponesi. La Gran Bretagna incontra il Giappone: i gemelli canadesi Dean e Dan Caten riescono nell’improbabile connubio, per una collezione all’insegna delle contaminazioni. Dettagli marinière si coniugano a tocchi pop art, per un uomo che affronta il rigore invernale con piumini fosforescenti. Tanto denim, sia nei giubbotti che nelle camicie. Tra i capispalla spiccano il parka e il classico kaban blu rivisitato: ma se il primo è caratterizzato da inedite allacciature a nastro e da stampe pop, il secondo tradisce un’ispirazione marinara, evidente nei bottoni con ancore stampate. I volumi sono over, i tessuti plissettati.

L’eccentricità, da sempre cifra stilistica del brand, si arricchisce qui di contaminazioni altamente scenografiche e trae ispirazione dal punk, per un uomo dalla personalità decisa e dal carattere forte. Suggestioni orientali nei pantaloni che ricordano i kimono, per un moderno samurai in chiave punk. Ricordano quasi una tenuta da karate i larghi pantaloni in cotone bianco, mentre anche le stampe omaggiano l’Oriente. Bomber in seta brillante, decorazioni floreali, jeans e bermuda doppiati con mini kilt uniti al punto vita da una zip: l’uomo DSquared2 ricorda a tratti uno dei personaggi del teatro kabuki, in un suggestivo gioco di ruolo.

Argento e nero dominano la palette cromatica, accanto a colori fluo, per un défilé ricco di spunti. Il kilt, declinato nell’intramontabile tartan, ma anche in nero, si indossa sulla pelle nuda o sopra i pantaloni. Le gambe sono coperte da calzettoni, mentre le calzature appaiono forti, quasi indistruttibili, siano stivali o sneakers. Tra gli accessori spicca lo zaino, indossato spesso da questo guerriero ninja in chiave contemporanea.

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ISIS cyberwar/3

In June 2014 the “Islamic State” managed to occupy in a sort of blitzkrieg a large territory and its principle cities in the Sunni Arab strongholds of Syria and Iraq which they renamed the “Caliphate”.
From a media point of view, the valorization of the results is expressed in a youthful and highly visual language. Before the declaration of the Caliphate, when, in a surprise move, the Iraqi and al Sham ISIS succeeded in taking control of vast areas of Iraq, including the cities of Mosul, Tikrit and Samara, jihadist self-esteem grew enormously as did their conviction that they were the chosen few destined to do God’s will according to prophetic conduct.
This was communicated through social platforms and a more modern use of Twitter by their supporters who took up the themes, format and stories of typical Hollywood films in order to describe what, according to them, was happening in the field. Some pro-ISIS Twitter users – part of an English speaking cluster group of supporters- quickly re-designed posters for the film “300” in support of the victorious “800” Mujahedeen of the “Islamic State”. (They even quoted the Guardian as their source)


Not only do these fans and converts create content and share other users’ content, they also have a good understanding of the films and popular codes used within specific social groups. As a result they have created a message expressed through a peculiar link between mainstream Mujahedeen iconography and popular global culture dominated by elements from Westerns and other specific films. This mechanism of broadcasting on and offline worlds together is perhaps the most dangerous modern use of internet by jihadist activists in their aim to develop a movement rooted in the Middle East and North Africa.
At the same time, within the “state” and the “provinces” occupied by ISIS, Internet is the main means of communication with the outside world and is used to muster the support of Muslims everywhere and, in the best case scenario, to convince them to join this endeavor.
The overall picture, therefore, is made up of an ISIS which conquers part of Iraq and declares the Caliphate, integrated media activists on the front line with their global support networks and the media mujahedeen who publicize


their successes in HD videos and posters, images and language in Hollywood style distributed through social networks and social media.
In such a scenario, the diplomatic and cultural organizations which seek to contrast this kind of violent extremism need strategies based on network concepts to do so effectively.
Since jihadist subculture is characterized by a concept of personal participation, user generated content encourages and sustains ISIS propaganda. Consequently, such user generated content must not be underestimated.
While some users have a preference for shocking videos or “front line” films, others are more attracted by the civil side of the “state” where ISIS is presented as a functioning state supplying the population with energy, water, re-opened grocery stores or the fire brigade at Raqqa. Images of this kind allow ISIS to proclaim their superiority to the Sunni population and portray the “soft side” of the terrorist group by appearing to be saviors helping their brothers and sisters in their time of need.

La cyberwar di ISIS/3

In stile guerra lampo, lo “Stato islamico” è stato in grado di occupare grandi fasce di territorio nelle roccaforti arabe-sunnite di Siria e Iraq nel mese di giugno 2014 e le loro principali città e dichiarare queste aree “califfato”.
Da un punto di vista mediatico, la valorizzazione dei risultati si esprime in un linguaggio giovane e altamente visivo. Quando lo Stato Islamico d’Iraq e al-Sham, prima della dichiarazione del “Califfato”, in una mossa a sorpresa è stato in grado di prendere il controllo di vaste zone dell’Iraq, compresi i centri urbani di Mosul, Tikrit e Samara, l’autostima jihadista è accresciuta enormemente nella loro convinzione di essere pochi eletti ad agire per conto di Dio e secondo la condotta profetica. 
Ciò ha trovato la sua massima espressione social in un format più moderno nell’uso di Twitter da parte dei simpatizzanti. Sono stati ripresi temi e format e narrazioni dei film tipicamente hollywoodiani adoperandoli per descrivere ciò che – secondo loro – stava avvenendo sul campo. 
Alcuni utenti Twitter pro-isis – parte di una rete di cluster di sostenitori di lingua inglese – si sono affrettati a rimodellare manifesti del film “300” per i vittoriosi “800” mujahidin dello “Stato islamico” (tra le beffe, citando il Guardian come fonte della notizia).



I fan e simpatizzanti, non solo creano i propri contenuti o rilanciano contenuti generati da altri utenti, ma capiscono e conoscono i film ed i codici popolari all’interno di cerchie sociali specifiche arrivando a concepire un messaggio veicolato in una strana connessione tra l’iconografia centrale mujahidin e la cultura popolare globale, dominata da elementi da film Western e film specifici. Questo meccanismo di trasmissione di mondi on- e offline è forse l’aspetto più pericoloso dell’uso moderno di Internet da parte degli attivisti jihadisti per sviluppare un movimento radicato nella regione del Medio Oriente e Nord Africa. 
Contemporaneamente, all’interno del “stato”, all’interno delle “province” occupate dall’IS Internet è il collegamento principale per la connessione con il mondo esterno, per chiamare a raccolta i musulmani in tutto il mondo per ottenere un sostegno e nella migliore delle ipotesi per partecipare a questo progetto. 

Lo scenario complessivo quindi si presenta con un IS che fa conquiste in Iraq e dichiara un califfato islamico, gli attivisti dei media integrati lungo le linee del fronte e le loro reti di supporto globali, i mujahedin dei media che valorizzano i loro successi in video HD e con poster e immagini e linguaggio in stile di Hollywood distribuiti via social network e social media. 
In questo scenario sia la diplomazia che le organizzazioni incaricate di relazioni culturali con l’obiettivo di contrastare l’estremismo violento richiedono strategie basate su concetti di rete per contrastarli efficacemente.


La sottocultura jihadista è caratterizzata da una cultura di partecipazione individuale, mentre gli user-generated-content arricchiscono la propaganda di IS. Questi contienuti creati dagli utenti non devono essere sottovalutati. 
Mentre alcuni utenti preferiscono video scabrosi o “film da prima linea”, altri sono più attratti dal “lato civile” di “Stato”, dove l’IS si presenta come uno stato funzionante che fornisce alla popolazione l’energia, l’acqua, la riapertura di negozi di alimentari, o con una brigata di vigili del fuoco a Raqqa. Tutto ciò permette all’IS di rivendicare una superiorità e supremazia totale sulla parte sunnita della popolazione civile e promuove l’immagine “del lato morbido” del gruppo terroristico proponendolo come salvatore che distribuisce aiuti ai loro fratelli e sorelle nel momento di bisogno.

La cyberwar di ISIS/2

Quella intrapresa dall’IS – non solo militarmente ma soprattutto in ambito di comunicazione – è una vera e propria guerra per l’egemonia e l’identità: cosa significa essere un musulmano sunnita in tempo di guerra e settarismo? 
Per rispondere a queste domande, lo “Stato islamico” ha assunto un ruolo guida nella produzione di video in lingua principalmente araba per incitare un pubblico arabo globale divulgando i loro combattenti, ideologi e predicatori come modelli finali, di giorno moderni guerrieri islamici, o semplicemente difensori della comunità sunnita in momento di sofferenza. 
IS è un movimento arabo di lotta per l’indipendenza, ma accogliente nei confronti dei combattenti stranieri musulmani non arabi, che vengono utilizzati in modo strategico anche sul piano tattico per i media jihadisti.
I combattenti stranieri non arabi raggiungono il loro target di riferimento nelle rispettive lingue, e spesso sono presenti nei video in arabo o con sottotitoli. Spiegano la visione dell’IS ad inglesi, tedeschi, austriaci, francesi, russi, e così via nella propria lingua, mentre la stragrande maggioranza dei video sono in arabo realizzati con combattenti madrelingua.



Con l’afflusso di combattenti stranieri dall’Unione Europea e dagli Stati Uniti tra le fila dello Stato Islamico, l’uso dei social media ha raggiunto una dimensione senza precedenti – sia di combattenti stranieri che non arabi in diverse lingue su rispettivi siti di social media. 
Questi combattenti stranieri hanno il potenziale per avere risonanza particolare per le comunità islamiche nei rispettivi paesi d’origine, declinando il concetto di ingiustiza socale e il richiamo a situazioni locali specifiche, dimostrando una conoscenza diretta del contesto locale, mentre l’ideologia è legata al ragionamento religioso arabo come espresso da scritti e veicolato attraverso mezzi audiovisivi. Con l’arabo come è la lingua più importante per l’Islam, come il Corano è scritto in arabo, anche la lingua jihadista è l’arabo. 
Parole chiave arabe del segmento jihadista, di conseguenza, sono diventate un substrato tradizionale in molte lingue non arabe dove l’Islam ha trovato casa, fornendo ai simpatizzanti jihadisti non arabi un gergo quotidiano di identificazione, da usare per riti e codici. 
Ciò è di fondamentale importanza quando si studiano i materiali jihadisti arabi, ma forse ancora più importante per lo studio e l’analisi di ciò che avviene sui social media jihadisti, come le domande e le risposte fornite in questo quadro a fini operativi o chiaramente ideologici.


Simpatizzanti e operatori dei media usano parole chiave strategiche sia con l’obiettivo di ampliare il fascino dell’ideologia jihadista. Derivando dall’originale arabo, le parole chiave sono trascritte in caratteri latini e sono la parte “più integrante” di qualsiasi produzione in lingua non-araba. 
L’uso di queste parole chiave è significativo per comprendere la qualità e l’impatto che l’ideologia dominante araba ha sulla società a maggioranza non araba, espresso sia on- che offline, mentre i combatenti stranieri non arabi organizzano la propria influenza ed egemonia estremista declinando ciò che significa essere un ‘vero’ sunnita trasferendo tali parole chiave al proprio pubblico di riferimento. 
L’interazione su piattaforme di social media invita sostanzialmente i simpatizzanti ad impegnarsi con questi video e modelli, quindi a divulgare parole chiave specifiche e ad avere un potenziale impatto sugli ambienti non arabi locali all’interno delle società non a maggioranza islamica, come i paesi europei.


I video sono il mezzo più importante attraverso il quale viene dimostrata e divulgata la realizzazione del credo jihadista (‘aqida) e delle metodologie (Manhaj) per le quali si afferma di combattere. Rievoca una visione ed interpretazione esclusivamente estremista come il solo autentico del Profeta Muhammad, e quindi sostenendo di essere “nella metodologia profetica” (traslitterando il titolo di uno dei video più famosi in questo senso).

ISIS cyberwar/2

What ISIS is undertaking, not only militarily, but above all from a communication perspective, is a real war for hegemony and identity: what exactly does it mean to be a Sunni Muslim in times of war and sectarianism?
To answer this question the “Islamic State” acts as a guide by producing mainly Arabic videos aimed at inciting their global Arab audience and popularizing their fighters, ideology and preachers as role models who are promoted as modern Islamic warriors or simply as defenders of the Sunni community in a time of sufferance.


ISIS is a movement fighting for Arab independence but it also welcomes foreign non-Arab Muslims who are then used strategically at a tactical level by the jihadist media. These foreign fighters reach their respective language targets and are often present in Arabic videos or with sub-titles. Although the vast majority of videos are made in Arabic by mother tongue fighters, their task is to explain the ISIS vision in English, German, French, Russian and so on.


With the arrival of foreign fighters from the European Union and the USA, the use of social media in a variety of languages has reached unprecedented levels. These foreign fighters have the potential to have a huge impact on the Islamic communities in their home countries as their references to concepts of social injustice and specific local situations demonstrate their direct knowledge of local contexts. At the same time, their ideology is bound to religious Arab thinking as expressed in religious texts and communicated through audio-visual means. Just as Arabic is the most important language for Islam as the Koran is written in Arabic, so the Jihadist language is also Arabic. As a result, many Jihadist Arabic keywords have become part of the traditional vocabulary of many non-Arabic languages where Islam has found a home. This linguistic process provides non-Arab jihadist converts with a common jargon of self-identification which can be used in rituals and codes.


This phenomena is of extreme importance when studying Arab jihadist materials, particularly when analyzing jihadist social media such as the question and answer sessions used for operative or ideological ends.


Converts and media operators use strategic keywords in order to increase the fascination of jihadist ideology. From the original Arabic, these keywords are transcribed into the Latin alphabet and form the core of everything produced in non-Arabic languages. The use of these specific words is highly significant to understand the nature of the dominant Arab ideology and its impact on societies with non-Arab majorities, both on and offline. Moreover, the foreign fighters extend their extremist influence and hegemony, defining what it means to be a true Sunnite, by passing on the keywords to their own audiences.


Interactions on social media platforms basically encourage supporters to study these videos and models and then to spread these keywords throughout the local non-Arab communities within societies without Islamic majorities, such as European countries.
The realization of the jihadist faith (‘aqida) and methodologies (Manhaj) for which they claim to be fighting are demonstrated and communicated principally through their videos which present their extremist vision as the only authentic interpretation of the Prophet Mohammed thereby claiming to use “the prophetic methodology” (to quote the title of one of the most famous videos).

ISIS Cyberwar/1

The media strategy of the self-styled “Islamic State” is both effective and successful. Their professional use of social media has allowed ISIS to project a coherent image of its world while at the same time resisting “alternative narratives” against the group. Videos are published on an almost daily basis as, in addition to the execution videos, the group produces real films designed to demonstrate the state-like nature of the organization and the reconstruction of its infrastructures.
The Islamic State distributes a powerful mix of narratives conveyed through images and bound to a corpus of written texts from various sources which are the result of thirty years of jihadism. By creating a “state” (in Arabic: dawla) and making the borders between Syria and Iraq inexistent, it has achieved something Al-Qaeda had been trying to do for years: to erode borders and set up a “state” based on extremist theological interpretation.


ISIS embodies the “new AQ” by putting into practice the Qaeda ideology within the Sunni Arab stronghold territories of Syria, Iraq and a vast area between Libya, Sinai and Yemen. Consequently, the majority of foreign fighters within ISIS are Arabs and the vast majority of ISIS videos are in Arabic for reasons of propaganda and proselytism, but also because they seek to unify the extremist Arab fringes.
By transmitting videos of a physical “Islamic State”, ISIS presents a positive image of their world which offers a clear, video-recorded vision of a “Sunni Muslim identity” and uses Arab and non-Arab fighters for its multi-media productions to launch the image of this “state”.
In their efforts to achieve an accurate interpretation of this new phenomenon, Western observers have to deal with two fundamental obstacles, not only to understanding and contrasting it from a media perspective (against the propaganda and proselytism) but also regarding decisions on which strategies to use to fight back.


On the one hand ISIS appears to be a “liquid state” without the clearly defined borders, logistical objectives and infrastructures on which to base a precise and traditional military strategy. Up until the war in Afghanistan, the West had always had to face two types of enemy; foreign enemies from clearly identifiable national or regional territories and internal enemies from terrorist groups with a hierarchical structure. This division of the “enemy” has produced


two different methods of defense. In the first case, military intervention typical of national wars with clear bases and clearly identified borders and regions and in the second, intensive undercover intelligence work aimed at identifying the group’s members, tracing their money/arms/supplies/logistics channels and, after mapping the network, doing whatever necessary to destroy it.
However, these two models on which our defenses are based have now been rendered completely obsolete. The absence of borders and the huge extension of the regional areas involved makes traditional military intervention totally impracticable . Moreover, the cell based Qaeda organization which has evolved from thirty years of experience and benefited from technological developments, makes the work of counter-intelligence extremely complex. This is principally because it differs from the terrorist models and methods used in the past, but is also due to the issue of “internal terrorism”.


ISIS, however, is not simply a terrorist organization. Its communications and propaganda do not simply send out a message, create converts or identify an enemy to combat. What ISIS is really proposing, communicating and in some way “selling” to the Muslim community is the realization of a much greater aim; the constitution of a real, enormous nation-state based on extreme Islamism and a precise interpretation of the Koran and Sharia law which, up until Bin Laden, was essentially propaganda manipulated by a minority and limited to a tribal level.


Proof of this aim- should the numerous videos and documentaries on the “life” of the Islamic State not suffice- has recently been provided by two documents supplied by an Arab businessman. As the Guardian has confirmed, they contain the blueprint of the central and regional organization and institutions of ISIS, a sort of starting point on which to base the structure of institutional roles and the workings of the bureaucratic, administrative, fiscal and judicial systems.


The implicit, as well as explicit, message of this organizational plan is as simple as it is devastating; it seeks to offer an alternative model to the so far dominant Western vision of the world. Instead of the proposal for Muslims to live in poor Arab countries, frequently pro-Western if not under the direct control of the West, or to be integrated into westernized secular states, today ISIS proposes territorial independence with the foundation of an extremist religious (or simply “orthodox”) model which is, above all, independent and self-determining.


This new call to arms can no longer simply be defined as a jihad (literally, commitment) to the “fight against” – which has had its importance- but this time it becomes a “fight for” the construction of a dreamed of, longed for and highly desirable model according to ISIS theology.
This breakthrough- as proposal, content, objective and propaganda- is something new and difficult to combat as it affects cultural models. It also gains consensus among Western Muslims in direct proportion to racial hatred , cultural exclusion, the fear of foreigners and the closure of frontiers, the poverty and degradation of poor urban neighborhoods, the lack of social services and the anti-Islamic bias of the media.


This leads to the paradoxical viscious circle whereby an act of terrorism, like the Paris bombings, produces more anti-Islamic feelings which subsequently feed Islamic isolation which, in turn, produces converts to ISIS, not only in the target country, but in all Western nations.
Obviously this reaction is disproportionate and –as always both for internal and external terrorism- the act of terror also elicits the distancing and condemnation of the presumed “target base”. However, the “recruitment” effect cannot be ignored, even if it regards only a few dozen individuals who are the real objective of ISIS communication.
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La cyberwar di ISIS/1

La strategia mediatica del sedicente “Stato islamico” è efficace e di successo. 
L’uso professionale dei social media ha permesso all’ISIS sia di proiettare una visione del mondo coerente sia di essere resistente a “narrazioni alternative” contro il gruppo. 
Pubblica video su base quasi giornaliera: oltre ai video di esecuzioni, il gruppo produce veri e propri film che mostrano la “statualità” della sua organizzazione e la ricostruzione delle infrastrutture. 
Lo Stato Islamico distribuisce una ricca miscela di narrazioni che vengono convogliate in immagini e legate a un corpus di scritti di varia estrazione provenienti da trent’anni di jihadismo. Attraverso la creazione di uno “stato” (in arabo: dawla) e rendendo i confini tra Siria e Iraq inesistenti, ha compreso e realizzato qualcosa su cui AlQaida si era impegnata per decenni: a erodere i confini e stabilire uno “stato” su basi teologiche di interpretazione estremista.


IS incarna il “nuovo AQ”, applicando l’ideologia qaidista all’interno dei territori nelle roccaforti sunnite-arabe di Siria, Iraq, e in una vasta area che tra Libia, Penisola del Sinai, Yemen.
 Quindi, la maggior parte dei combattenti stranieri tra le file di IS sono arabi e la stragrande maggioranza di video IS sono in arabo, sia a scopo di propaganda e proselitismo sia alla unificazione delle frange estremiste arabe.
Mandando in onda attraverso i suoi video uno “Stato islamico” fisico, IS incarna una visione del mondo positivo, fornisce una chiara visione videoregistrata di una “identità musulmana sunnita” e utilizza combattenti stranieri arabi e non arabi per le sue produzioni multimediali per rilanciare l’immagine di questo “stato”.

Sorgono quindi almeno due problemi per una corretta intepretazione da parte dell’occidente di questo nuovo fenomeno. Entrambe questioni fondamentali sia per come prenderlo e contrastarlo da un punto di vista della comunicazione (e quindi del contrasto propagandistico ma anche di quello teso al proselitismo) sia da un pinto di vista della scelta strategica per combatterlo.


Da un lato l’IS si presenta come uno “Stato liquido”, privo di quei confini definiti e di obiettivi logistici e infrastrutturali che consentano di immaginare una strategia bellica precisa e tradizionale.
Sino alla guerra in Afghanistan l’occidente si è sempre trovato di fronte a una duplice tipologia di nemici: all’estero individuati e individuabili i confini precisi (siano nazioni o regioni), all’interno con organizzazioni terroristiche organizzate in forma verticale. 
Questa struttura del “nemico” ha consolidato due modelli differenti di contrasto.
Uno sforzo bellico tipico delle guerre nazionali con basi ben precise e confini e regioni ben individuate. Uno sforzo di intelligence ben preciso teso a individuare i mebri delle organizzazioni, i canali di denaro/armi/approvviggionamenti/logistica ed una volta conosciuta e mappata la rete generalmente sgominarla.
Questi due modelli su cui abbiamo costruito la nostra forza di difesa ed attacco e di intelligence sono completamente superati.


L’assenza di confini e la dilatazione enorme delle aree regionali interessate dal fenomeno rende l’opzione bellica tradizionale impraticabile sotto ogni punto di vista.
 L’organizzazione su base qaidista cellulare – evoluta in un trentennio di esperienza ma anche di evoluzione tecnologica – rende l’azione di intelligence estremamente complessa soprattutto perchè differente rispetto ai modelli ed ai metodi sin qui adottati, anche sul capo ad esempio del cd. “terrorismo interno”.


Dall’altro l’IS non è una semplice organizzazione terroristica. 
La sua comunicazione e propaganda non tende semplicemente alla diffusione di un messaggio, a fare proselitismo e a individuare e ecombattere un nemico. 
Quello che l’IS propone, diffonde, comunica, in qualche modo “vende” al mondo musulmano è la concretizzazione di uno scopo “più grande”: la costituzione di un vero e proprio enorme Stato-nazione fondato sull’islamismo più estremo e su una precisa interpretazione del Corano e della Sharia, che sino a Bin Laden era solo strumentale, propagandistica e minoritaria (oltre che fondamentalmente relagata ad una dimensione tribale). 
La prova di questo obiettivo – ove mai non bastassero decine di video e documentari sulla “vita” nello Stato Islamico – è stata di recente fornita da due documenti rinvenuti grazie ad un uomo d’affari arabo. 
Questo – reso noto dal Guardian – è un documento in cui vengono definiti veri e propri organigrammi organizzativi ed istituzionali centrali e periferici dell’IS.


Una sorta di codice-base da cui partire nelle scelte delle cariche istituzionali e del funzionamento della macchina burocratica, amministrativa, fiscale, giuridica.

 Il messaggio – tanto implicito quanto esplicito – di questo lavoro organizzativo è tanto seplice quanto devastante: offrire un modello ed un’alternativa a quanto sino ad oggi conosciuto in una visione sostanzialmente occidentale del mondo.
Se da un lato la proposta al mondo musulmano era di vivere in paesi arabi poveri, spesso filo occidentali quando non direttamente gestiti o occupati dall’occidente, oppure di essere integrati in stati laici e occidentali, oggi la proposta è un’indipendenza territoriale con la costituzione di un modello estremista (venduto come semplicemente ortodosso) e religioso. Ma soprattutto indipendente ed autodeterminato.


Il nuovo richiamo quindi non è più definibile semplicemente come una Jihad (letteralmente “impegno”) di “lotta contro” – che pure ha avuto i suoi momenti topici – ma questa volta di “lotta per” la costruzione di un modello sognato, auspicato, desiderabile (almeno nelle intenzioni dei teologi dell’IS).

Questo salto di qualità – della proposta, del contenuto, dell’obiettivo e della propaganda – è qualcosa sino a ieri non solo ignota, ma soprattutto non tradizionalmente contrastabile, perchè incide sul modello culturale, e lavora e raccoglie consensi tra i musulmani occidentali in modo e quantità direttamente proporzionale all’odio raziale, all’esclusione culturale, all’esterofobia, alla chiusura delle frontiere, al degrado delle periferie, alla mancanza di servizi sociali, al razzismo, alla comunicazione ed informazione islamofobica.


Ci troviamo quindi di fronte ad un paradosso per cui un atto terroristico – come quello di Parigi ad esempio – alimenta in occidente una islamofobia e una ghettizzazione che alimentano le stesse fila dell’IS, sia in quello stesso paese colpito, sia in tutti gli altri paesi occidentali.
 Certo, la misura è tuttaltro che proporzionale, e certamente – come è sempre avvenuto, sia in casi di terrorismo interno che di terrorimo esterno – l’atto di terrore genera anche distanze e condanne da parte della “presunta base”, ma quello che non può essere trascurato è l’effetto “reclutante” che ha anche solo su poche decine di persone – che sono il vero obiettivo della comunicazione dell’IS.

Cosa si sa dell’esercito cinese?

La Cina è ormai stabilmente una delle economie più grandi del mondo e il l’impatto globale è da considerarsi ai massimi livelli, paragonabile a quello di pochissime altre superpotenze, come ad esempio gli Stati Uniti.
Ogni superpotenza economica o aspirante tale, da sempre ha accompagnato la sua crescita con una crescita del proprio esercito. La più grande economia, ad esempio, gli USA hanno il più grande esercito del mondo e così via. La Cina è sembrata sfuggire a questa regola per anni. L’esercito cinese è, considerando le dimensioni dello stato, relativamente piccolo e mal equipaggiato, non all’altezza delle potenze occidentali ma qualcosa sembra stia cambiando.


Negli ultimi anni la Cina ha accresciuto il suo budget militare in modo stabile. Si pensa che la spesa totale si aggiri intorno ai 120/180 miliardi di dollari ma si stima che la spesa possa continuare a crescere nei prossimi anni e si stima che possa raggiungere, se continuerà a crescere a questi ritmi che possa raggiungere gli USA, lo stato che spende di più per i militari, tra il 2020 e il 2030.


La Cina è una potenza nucleare, niente di paragonabile a USA o Russia ma una delle più grandi dopo le due. Si stima che possegga tra le 50 e le 70 testate nucleari intercontinentali, Periodicamente escono voci sulla possibilità che l’arsenale cinese sia molto più grande ma nessuna di queste voci è mai stata supportata da dichiarazioni ufficiali o prove. Nonostante questo ci sono molte voci che riguardano un aumento delle testate nei prossimi anni anche se per raggiungere i livelli americani o russi (5 o 6 mila testate) ci vorranno decenni.


Per quanto riguarda la marina i cinesi stanno creando una serie di basi permanenti in giro per il mondo, specialmente nell’Oceano Indiano. La Cina ha creato strutture che potrebbero funzionare da basi militari in Myanmar, Pakistan e Sri Lanka e in un futuro prossimo potrebbe decidere di riempirle di marinai. La Cina insiste che queste basi sono solamente stazioni di rifornimento per la marina, non basi militari all’estero ma tant’è.


Il governo cinese sembra inoltre voglia allargare la sua flotta di portaerei che per ora consiste in una singola nave, usata, russa. Secondo i bene informati la prima portaerei cinese è già in costruzione anche se non è ancora chiaro quale sia l’obiettivo cinese: un paio di portaerei per dimostrare di essere una potenza mondiale o una vera flotta per proiettare la propria potenza in lidi lontani?


La Cina sta incrementando in grande stile la sua presenza nello spazio, al punto di arrivare ad avere la propria rete di GPS e un laboratorio spaziale. I cinesi stanno anche sviluppando una navetta, lo Shenlong, che potrebbe metterli in concorrenza con gli USA.


Tutti questi miglioramenti saranno sufficienti a portare l’esercito cinese in par con le altre superpotenze o abbiamo a che fare con una tigre di carta?

Fendi: l’uomo in robe de chambre stupisce la Milano Moda Uomo

Quale capo d’abbigliamento se non la robe de chambre, potrebbe descrivere al meglio la collezione autunno/inverno 16-17 della maison romana Fendi?

Dalle nostre abitazioni lavoriamo, facciamo ricerche, voi giornalisti scrivete –  racconta Silvia Venturini Fendiormai, a domicilio arrivano il cinema, i ristoranti e le palestre coi personal trainer”.

È un uomo “pantofolaio” ma anche bamboccione (e non per modo di dire visto le ciabatte in peluche ai piedi dei modelli, il fumetto di montone intarsiato sopra il taschino della giacca e le emoticons sulle piccole tracolle) quello descritto dal noto brand, che veste  anche con assoluta cura ed eleganza. Un uomo che ama il tepore delle abitazioni e che sceglie la comodità anche quando si lascia travolgere dalla vita mondana.

È un tripudio di maglioni a dolcevita, pantaloni over, principe di galles e stampe cravatta, ma anche di faux fur e di maxi sciarpe.

Giochi di volumi, palette di colori intensi, intervallati da toni pastello e colori vitaminici come il giallo su revers e maglioni, compongono la variopinta collezione.

La maestria artigianale del marchio prende luce nel cappotto/vestaglia a scacchi. Eccentrico o per veri egocentrici, il completo in peluche  giustificato da Fendi Venturini  attraverso queste parole: “In questo momento pieno d’incertezze e difficoltà – osserva la stilista – c’è bisogno di leggerezza e ironia.”

Gli accessori funny, enfatizzano il progetto della stilista: colbacco, shopper e scarpe in peluche lasciano l’unica speranza di un accessorio davvero eccellente: la Peekaboo.

 

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BRAFA Art Fair 2016 al via a Bruxelles

S’avvicina l’appuntamento con l’arte a Bruxelles. la 61° edizione capitale europea dell’arte. Brafa Art Fair apre i battenti dal 23 al 31 gennaio al Tour&Taxis di quella che promette essere l’edizione più ricca di sempre, in grado di stupire e risvegliare l’attenzione di collezionisti e visitatori e contemporaneamente valorizzare il lavoro dei cacciatori di tesori artistici, gli antiquari.

La manifestazione ospita 137 gallerie d’arte internazionali, espone 15.000 opere di diverse epoche.

 

Tra le opere in distacco, segnalo due tele di Marc Chagall esposte dalla Galeria Boulakia di Parigi, tra cui Sposa e sposo del 1979 e una scultura valutata intorno ai 2 milioni di euro: il Busto di donna di Alberto Giacometti, esposto dalla Boon Gallery di Knokke.

 

 

Ogni giorno alle ore 16 avrà luogo una Brafa Art Talk, conferenze per approfondire le diverse specializzazioni in mostra. In distacco quella che sarà tenuta da François de Callataÿ sul “Le monete antiche più preziose di Bruxelles”. La tavola rotonda “Arte come strategia d’investimento” condotta da Amid Faljaoui a cui parteciperà Harold t’Kint de Roodenbeke, presidente di Brafa, Antoine de Séjournet de Rameignies (Capfi Delen Asset Management), Luc Bertrand (Executive Committee, Ackermans & van Haaren) e Albert Baronian (Gallery Albert Baronian). Sabato 30 gennaio la curatrice Alessia Fassone terrà la conferenza “Museo Egizio 1824-2015: dalle collezioni alle connessioni”, un incontro interamente dedicato al Museo Egizio di Torino e alle attività della Fondazione.

 

L’ospite d’onore di Brafa 2016 è Gent Floralien, il festival nato nel 1808 a Gent, città belga che vanta una lunga tradizione incentrata sulle creazioni floreali.


BRAFA Art Fair

Da Sabato 23 a Domenica 31 Gennaio al Tour & Taxis, Avenue du Port 86 C, Bruxelles

Orari: 11-19 (Giovedì 28 Gennaio late opening fino alle 22)

Ingressi: intero 25 €, under 16 gratuito, under 26 e gruppi (minimo 10 persone) 10 €

Info e biglietti: www.brafa.be

YOUTH CULTURE – MODA E RAP : MARRACASH VESTE ANCORA VAR/CITY

Il rapper Marracash ha lanciato il 13 gennaio 2016 il singolo “Niente canzoni d’amore”: cosa insolita per lui, che non scriveva d’amore dal 2008.
Nel video della rap ballad l’antidivo indossa capi del brand Var/City, e non è la prima volta.
Nella lista di celebs che scelgono questo marchio annoveriamo Skin, la rock star britannica nonché giudice di un noto talent show italiano, il cantante statunitense Kid Ink, oltre al nostro Jovanotti.


Scelti da chi ha da sempre fatto della propria indipendenza un tratto distintivo del proprio dna, ovviamente anche in fatto di stile, i capi Var/City sono diventati, nonostante i soli tre anni di vita del brand, status symbol per chi ama essere cool e vestire capi sartoriali ed edgy al tempo stesso. Apparentemente i due aggettivi appena utilizzati per descrivere questi abiti non sono associabili, eppure la chiave di ricerca del brand è stata proprio accomunare materiali innovativi a capi urbanwear iconici, che nascono da forti twist tra tradizione e innovazione.


Il rapper Marracash indossa Var/City

Il rapper Marracash indossa Var/City




Lavorazioni al laser, intarsi, slogan: un’estetica post punk oppure a tratti grunge. Questa la chiave del successo di Var/City, che sigla con il rapper milanese una partnership solida nel tempo, e in cui sicuramente lui avrà riconosciuto espresso al massimo il suo stile “FRESH” e “di strada” che lo contraddistingue.

Milano Moda Uomo: Into the Wild con Etro

La collezione Autunno/Inverno 2016-2017 di Etro parte dalla proiezione di “State of Nature”, il film prodotto da Kean Etro, che introduce il tema della sfilata. Il rispetto per la natura, l’amore e la cura per il pianeta Terra, e il rispetto per gli animali divengono i temi su cui si snoda il défilé. Le suggestioni della natura, con le fitte vegetazioni e gli intrinsechi legami con l’universo costituiscono il filone privilegiato per interpretare pienamente i capi proposti per la prossima stagione invernale. Into the wild, si potrebbe dire, per un vero e proprio ritorno alle origini primordiali. Lasciamo da parte le sovrastrutture, gli schemi e l’apparenza: questo sembra essere il monito lanciato sulla passerella, per un uomo che abbraccia la natura e la libertà.

La collezione vede filati e cashmere pregiati, ma anche lana mohair, tra stampe jacquard, righe e tartan all over. Morbide sciarpe avvolgono il corpo di questo giovane impavido, che attraversa i boschi, forte della propria personalità. Volumi e proporzioni over, per un’eleganza rilassata. Il comfort è la parola chiave, senza rinunciare allo stile, minimale e raffinato, che non teme di osare, puntando su cappotti a stampa animalier. Il cavallo dei pantaloni scende, mentre le cravatte sono solo un lontano ricordo: l’eleganza adesso è easy, per maglioni a collo alto indossati sotto a giacche da lavoro e maglie dai bordi realizzati a telaio, dal caratteristico effetto usurato, per un look effortlessy chic.

Il maculato prevede pattern leopardati ma anche zebrati, nel pieno rispetto degli animali, come viene più volte sottolineato. La palette cromatica abbraccia il magenta, il verde bottiglia, il color cannella: nuance che ricordano il verde della foresta. Si continua con cappotti e completi in stampa paisley, tra suggestioni naturalistiche e tocchi di classicità.

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Missoni: il fascino nomade giunge alla Milano Moda Uomo

Su un manto copioso di foglie ormai secche, sfila l’uomo nomade di Missoni. È un girovago del lontano Ladakh indiano che veste con pullover e cardigan confezionati con filati preziosi. È un sognatore. È un selvaggio. È un viandante cupo e misterioso, impavido e nobile nella sue essenza.

È un lusso wild quello raccontato dalla storica casa di moda italiana che impiega il cashmere (sia puro che affiancato alla seta), lo yak, la lana shetland, l’alpaca e il mohair per confezionare capi unici e rispettando le fantasie tanto care alla maison.

Le righe zig zag  multicolor, disegnano grafismi magnetici su caldi maglioni con collo a scialle. Il parka è stato realizzato con cotone tecnico e arricchito con simpatiche frange. I pantaloni, per lo più confezionati con tessuti check, sono dritti e in alcuni casi comodi e con tasche laterali. I giubbotti sono stati ricamati a mano e impreziositi da monete etniche.

La palette di colori è variopinta. Tra i toni prescelti per ravvivare la collezione troviamo: il vinaccia, il rosso, il giallo, il ruggine, il cognac, il viola, l’azzurro, il bianco, il lilla, il grigio, il beige, il blu, il bianco e l’arancio.

La raffinatezza della collezione si evince anche nei capi più sportivi come le felpe con cappuccio e le giacche in lana con chiusura a zip.

Se comodità sarà la parola d’ordine per il prossimo autunno/inverno 16-17, gli accessori dovranno essere ad ogni modo pratici. Per questo, la collezione è stata completata da boots con lacci, maxi sciarpe per proteggersi dal grande freddo, zaini e berretti in maglia.

 

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Milano Moda Uomo: i Seventies in passerella da Gucci

Back to Seventies: la tendenza è lampante nella collezione Gucci Autunno/Inverno 2016-2017 che ha sfilato oggi nell’ambito della Milano Moda Uomo. L’estro creativo di Alessandro Michele non smette di affascinare, in una sfilata attesissima, con una modella d’eccezione, la scrittrice americana transgender Hari Nef. Nata a Philadelphia, trasferitasi più tardi a New York, dove ha firmato un contratto con la prestigiosa IMG Models, la modella ha sfilato per Alessandro Michele, che ha dichiarato di ammirarne il carisma e lo spirito libero, e ha gestito anche l’account Snapchat del brand italiano.

La collezione Gucci per la prossima stagione invernale porta in passerella un uomo ironico e spregiudicato, che sfila in pigiama floreale perfettamente a suo agio sul red carpet in velluto costruito per l’occasione all’ex scalo ferroviario, location del défilé. Romanticismo, nostalgici tocchi vintage e trasgressione in chiave chic: sono questi i temi chiave su cui si snoda la collezione proposta da Alessandro Michele. Un po’ Mick Jagger e un po’ John Lennon, l’uomo di Gucci è barocco, impavido, semplicemente irresistibile. Richiami Seventies evidenti nel paisley e nei tessuti tapestry di trench più simili ad una vestaglia, ma anche nelle proporzioni e nei volumi, come nei pantaloni scampanati e nei maglioni a dolcevita di quest’uomo efebico e ribelle, che si presenta in broccato di seta, accostando il tartan alle stampe cartoon raffiguranti Snoopy. Patchwork di pattern e dettagli finemente lavorati, come i berretti in maglia ricamati con lavorazioni e stampe peruviane. I pigiami da sera sono decorati con preziosi dettagli floreali e vengono indossati tra occhiali da sole e collane con grossi medaglioni, mentre ai piedi catturano l’attenzione i sandali rasoterra: molte uscite ricordano il look adottato dagli habitué delle comuni anni Settanta. Si continua con grandi sciarpe, mantelle, berretti e le immancabili borse con il logo della maison.

Il chiodo è ricamato, i mocassini-pantofola hanno il bordo di pelliccia. L’uomo Gucci rivendica per sé il ruolo di primadonna, con il savoir faire e l’ironia che contraddistinguono da sempre il direttore creativo dello storico brand italiano. Un nuovo successo per uno stilista che ha tanto da raccontare.

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L’omosessualità ai giorni nostri

Proviamo a chiudere gli occhi per un istante ed immaginare una società priva di pregiudizi e preconcetti morali. Sarebbe un autentico paradiso terrestre, in cui ognuno è libero di esprimere il proprio pensiero senza il timore d’incappare in assurdi giudizi, offese o accuse gratuite. Purtroppo però, una volta riaperti gli occhi, ecco di nuovo l’anacronistica e retrograda società civile odierna, densa d’ipocrisia, falsità, buonismo e prevaricazione. In un mondo come quello attuale una delle sfere messe maggiormente a repentaglio è sicuramente quella sessuale. È incredibile che ancora oggi, nel 2016, ci siano persone che intendono l’omosessualità come uno stato d’inferiorità o, in taluni casi, persino come una malattia da curare.

 

Riavvolgendo il nastro della storia, pongo alla vostra attenzione alcuni celebri personaggi che hanno saputo scrivere pagine indelebili nell’ambito della politica, della filosofia, dell’arte, della letteratura o della musica: Alessandro Magno, Giulio Cesare, Socrate, Leonardo da Vinci, Oscar Wilde e Freddy Mercury. Per chi non lo sapesse, ognuno di loro era omosessuale. Sono tutti personaggi dotati di un talento immenso, ma chissà perché nel momento in cui si viene a sapere della loro identità sessuale qualcosa viene a mancare. Per carità, rimangono delle grandi figure, ma il loro apprezzamento da parte del volgo moderno diminuisce drasticamente. Immaginate una persona che, riferendosi ad esempio al grande Freddy Mercury, leader della storica rock band dei Queen, pronunci queste parole: “ Si, bravo cantante, grande carisma, però era gay…”. E quindi? Dov’è il problema? Come se essere gay andasse ad inficiare sulla personalità o sulle capacità proprie di una persona.

 

L’Italia, come sempre, non può mancare all’appello. Il nostro Paese vanta una nutrita schiera di bigotti e benpensanti. D’altra parte c’è il Vaticano. Come si può pensare ad un rapporto d’amore se non quello tra un uomo ed una donna. Tutto il resto è contro natura. Potremmo controbattere questa tesi affermando che, statistiche alla mano, circa il 70% degli appartenenti al clero di Roma è stato accusato di atti di pedofilia o omosessuali, ma questa è un’altra storia.

 

Il concetto chiave su cui occorre porre l’accento è che l’omosessualità non deve essere discriminata. Essa, invece, va intesa semplicemente come una condizione assolutamente privata (e perciò libera da giudizi) di chi prova piacere nell’amare una persona dello stesso sesso. Ci sono tanti modi di dimostrare i propri sentimenti e l’affetto nei confronti degli altri e questo è uno di quelli.

 

 

Tuttavia c’è un barlume di speranza. Nella realtà occidentale gli omosessuali, negli ultimi anni, hanno compiuto notevoli progressi, affermando con orgoglio e dignità la propria normalità e i propri diritti. Un esempio su tutti: la cattolica Spagna.

 

Purtroppo in Italia, così come in alcuni Stati dell’Asia, la situazione è ancora molto bloccata. L’ufficializzazione legale delle unioni di fatto al momento resta un’utopia. Quando si accetterà il principio laico secondo il quale un omosessuale è una persona uguale alle altre e con gli stessi diritti? Nell’attesa, non ci rimane che riaprire gli occhi e goderci questa moderna, aperta e civile società italiana.

 

CAROL,il film diretto da Todd Haynes è candidato a 6 premi Oscar

Cambiamo pagina e tuffiamoci nell’oceano del cinema. Riportiamo qui di seguito un approfondimento su una pellicola da poco uscita nelle nostre sale. Essa descrive la commovente storia di una coppia di donne decise a lasciare indietro il proprio passato in nome dell’amore. Un film drammatico ambientato in America durante la Guerra Fredda ed incentrato proprio sul tema quanto mai attuale e delicato dell’omosessualità, con protagoniste assolute Cate Blanchett e Rooney Mara. Ecco a voi Carol.

 

Cate Blanchett e Rooney Mara

 

La vicenda è ambientata a New York nel 1952. Therese Belivet è una ragazza impiegata in un enorme magazzino di Manhattan. La giovane è serratamente corteggiata da Richard Semco, che ha tutte le intenzioni di sposarla, e da Dannie McElroy, che non vede l’ora di baciarla. Tuttavia, Therese è innamorata di Carol Aird, un’elegante e distinta cliente affascinata ed attratta da un trenino elettrico in vendita. Grazie ad un guanto dimenticato e all’acquisto del tanto agognato trenino, Carol e Therese si prendono la licenza di andare a prendersi insieme un caffè in un bar. Davanti alle tazzine fumanti le due donne si aprono e si confessano: Carol ha un marito (Harge) da cui vuole divorziare e una figlia che vuole tenere e crescere, mentre Therese desidera scaricare l’insistente Richard e realizzarsi economicamente e professionalmente. Decidono così d’intraprendere un viaggio verso Ovest, verso nuovi orizzonti, lasciando per sempre il rigido inverno di New York e sfidando i pregiudizi morali e le convenzioni sociali dell’epoca. Carol e Therese scopriranno l’amore e la passione, in un Paese che considerava l’omosessualità come un disturbo psichico della personalità.

 

Distribuito nelle sale cinematografiche italiane dalla Lucky Red, Carol è un melodramma diretto da Todd Haynes (Lontano dal paradiso e Io non sono qui). Il regista statunitense propone il tema dell’omosessualità filtrandolo attraverso le gesta di Cate Blanchett (attrice australiana nota per opere quali Veronica Guerin – Il prezzo del coraggio, Babel e Cenerentola) e del suo personaggio che conferisce il titolo al film, e Rooney Mara (di cui ricordiamo Millenium – Uomini che odiano le donne, Effetti collaterali e Trash), nei panni della dolce Therese.

 

Nell’atmosfera avvolgente e romantica del periodo natalizio, Carol e Therese sono costrette a condurre una vita non loro, in nome delle regole sociali e del sistema di valori vigente. Allo stesso tempo, le due donne cercano di divincolarsi dagli schemi convenzionali imposti dall’America degli anni ’50 per poter vivere serenamente la loro reale natura sessuale. Tuttavia, in un’epoca e in una società dense di giudizi morali, i sentimenti rappresentano delle armi potenzialmente pericolose da maneggiare con cura nell’ambito di una storia d’amore apparentemente impossibile da coronare liberamente.

 

La relazione sentimentale fra le due protagoniste è sviluppata su due livelli: il piano sociale, in quanto Carol appartiene all’alta borghesia, mentre Therese alla “plebe”, e il piano di genere, dato che all’uomo è permesso scegliere, mentre alla donna no. All’interno di questa cornice concettuale, ciò che prende forma è la sofferenza. Carol infatti, ritenuta inidonea ad accudire la figlia per un’assurda “clausola morale”, deve rinunciare alla sua custodia e sottoporsi all’umiliazione di una serie d’invasivi controlli medici che eliminino la sua omosessualità. Il dolore e il tormento di questa tragica situazione sono ottimamente incarnati dal volto di una superba Cate Blanchett, sotto il cui sguardo caustico si cela il desiderio di amare Therese. Sull’altra sponda, ecco sbocciare il talento di Rooney Mara. Invaghita di una donna più grande di lei, la sua Therese sfoggia egregiamente una mimica facciale ed una fisionomia in cui ogni movenza è perfettamente sotto controllo. La crisalide che contiene il suo personaggio si schiude progressivamente sotto lo sguardo blu e glaciale di Carol, svelando un mistero da tenere ben nascosto sotto la superficie del pregiudizio.

 

Cate Blanchett incarna il cuore e il motore della pellicola. Una donna coraggiosa e determinata contro un’America infettata dalla crudeltà, dal razzismo e dalla paura per tutto ciò che viene considerato “diverso”. Haynes esplora e smaschera l’orrore del sistema, ribadendo l’estetica e il romanticismo della sua filmografia del passato tramite un semplice, ma significativo gesto: la mano che Carol poggia delicatamente sulla spalla di Therese, una dichiarazione d’amore in una società fatta di apparenze e convenzionalità.

L’arte è donna e si fa ben pagare

Un dato sorprende è che nelle aste e negli scambi delle più importanti fiere nazionali e internazionali le artiste donne vanno alla grande con quotazioni mai viste prima. Non si è mai vista una presenza così massiccia di donne tanto strapagate.


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Tauba Auerbach




Cominciamo con: Yayoi Kusama che è ai vertici della classifica del 2015, è lei l’artista donna vivente più cara del mondo con un fatturato di oltre 58 milioni di dollari, segue Cady Noland con 9, 8 milioni di dollari, Cyndi Sherman 9, 6 milioni, Julie Mehretu con 8,6 milioni, Tauba Auerbach con 5, 6 milioni, Paula Rego con 3,4 milioni, Chen Peiqiu con 2,9 milioni, Tracey Emin con 2,75 milioni, Beatriz Milhazes con 2,74 milioni, ed infine Elisabeth Peyton con 2,71 milioni di dollari.


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Yayoi Kusama




Questi dati sono significativi soprattutto perché in passato il mercato dell’arte è sempre stato ad appannaggio degli uomini.
Le artiste donne erano meteore che sparivano in fretta e difficilmente riuscivano a imporsi a livello internazionale con le ottime quotazioni appena citate.
L’unico dato negativo di questa lista è la totale assenza di un artista donna italiana ma questo ormai vale anche per i colleghi uomini, sono infatti assenti dal grande mercato gli artisti italiani contemporanei.


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Tracey Emin




Ritornando alla classifica su D-Art si è occupati di Yayoi Kusama , la folle e straordinaria artista giapponese che ha fatto della sua ossessione maniacale per i pois una sorta di ragione di vita. , ed è lei l’artista donna più pagata al mondo, anche se c’è da sottolineare che le ragioni di questo successo risiedono anche nella commistione con la moda.


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Chen Peiqui




Cady Noland invece, classe 1956, è una scultrice post-concettuale, il cui lavoro sta riscuotendo sempre più successo presso gli amanti del concettuale.
Cyndi Sherman (1954) usa invece la fotografia e il trasformismo per demitizzare la sacralità della fotografia.


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Beatriz Milhazes




Julie Mehretu (1970) è un artista che ha fatto dell’astrattismo grafico il suo marchio di fabbrica con risultati eccellenti, Tuba Aurbach, giovanissima, amante della moda, classe 1981, si dedica con successo alla visual art.


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Cady Noland




Paula Rego, classe 1935, portoghese, sembra artisticamente essere figlia di Goya, Chen Piqui (1922), artista cinese si ricollega all’antica arte cinese. Tracey Emin (1963) americana è diventata famosa per il suo letto disfatto, Beatriz Milhazes (1960), brasiliana, si è imposta per i suoi quadri coloratissimi, infine Elisabeth Peyton (1965) è una ritrattista figurativa americana.
Di tutte queste ben quotate artiste ritorneremo a parlare su D-Art per conoscere meglio il loro lavoro.


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Elisabeth Peyton




In copertina Julie Mehreu

Milano Moda Uomo: il cowboy di Antonio Marras

Iconica, suggestiva e ricca di spunti la collezione proposta stamane da Antonio Marras nell’ambito della Milano Moda Uomo. Per la stagione Autunno/Inverno 2016-2017 lo stilista ci porta nel Far West: traendo ispirazione dal piccolo villaggio di San Salvatore di Sinis, location di molti film western anni Settanta, Marras propone una collezione pensata per un uomo dallo spirito wild.

L’atmosfera che si respira sulla passerella ricorda i rodei e le feste country dal sapore americano. Camicie in stampa patchwork ripropongono un tartan rivisitato, mentre il paisley tipico dello stile boho-chic degli anni Settanta viene mixato alla stampa floreale e alle decorazioni che fanno capolino dalle giacche. Il mood prevalente è rustico, con dettagli folk, come nei giacconi con inserti in montone. Torna la salopette, e il denim viene ora decorato. Ancora, le giacche in pelle hanno le frange, le decorazioni ricordano certe fantasie tirolesi, mentre tra i materiali usati spiccano tweed e galles, ma anche pitone e coperte ruvide. I grembiuli hanno un’aria bavarese, mentre non manca la presenza del tartan all over, anche come inserto sulle camicie dal sapore rustico.

Un po’ cowboy e un po’ contadino, il fisico dell’uomo che calca la passerella è temprato dalla vita all’aria aperta e dalla fatica del lavoro nei campi. I giacconi per affrontare i rigori invernali sono ricchi di inserti, mentre le cravatte a stampa floreale completano gli outfit con un tocco sofisticato. L’uomo di Marras si copre il volto come un bandito dei Saloon, mentre chiude il défilé una parata di cowboys che si esibisce in danze country.

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Steven Spielberg e Tom Hanks: la coppia vincente

Da Salvate il soldato Ryan a Prova a prendermi, da The Terminal fino ad arrivare al recente Il Ponte delle spie. Nell’ambito cinematografico il duo composto da Steven Spielberg e Tom Hanks rappresenta indubbiamente una collaborazione professionale vincente e ben assortita.

 

Prima di analizzare i passaggi più importanti della filmografia realizzata in tandem, introduciamo brevemente i protagonisti di questo articolo con le loro rispettive biografie.

 

Steven Spielberg

 

Il celebre regista statunitense nasce a Cincinnati (Ohio) il 18 dicembre 1946 da genitori ebrei. Ritenuto all’unanimità uno dei cineasti più influenti di sempre, Steven Allan Spielberg agli albori della carriera fu un membro dei cosiddetti “movie brats”, una corrente artistica che contribuì fortemente alla nascita della Nuova Hollywood targata anni ’70, in compagnia dei colleghi ed amici Francis Ford Coppola, Martin Scorsese, Brian De Palma e George Lucas. Spielberg vinse due premi Oscar come miglior regista per il capolavoro Schindler’s List del 1993 e per il famoso Salvate il soldato Ryan del 1998 con protagonista Tom Hanks. Sempre nel 1993 conseguì il Leone d’oro alla carriera alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, mentre nel 1987 si aggiudicò il Premio alla memoria Irving G. Thalberg. Infine, fondò, insieme a Jeffrey Katzenberg e David Geffen, la Amblin Entertainment e la DreamWorks.

 

Tom Hanks

 

Il noto attore americano Thomas Jeffrey Hanks nasce a Concord (California) il 9 luglio del 1956. La fase embrionale della sua carriera prende forma a partire dagli anni ’80 in occasione della serie tv Henry e Kip (Bosom Buddies), grazie alla quale iniziò a farsi a conoscere. Da quel momento in poi, Hanks recitò in numerosi film, riscuotendo un enorme successo sia di pubblico sia di critica. Egli può vantare 5 nomination agli Oscar, vincendone due consecutivamente come miglior attore per Philadelphia del 1994 e Forrest Gump del 1995.

 

Le pellicole

Il primo film diretto da Steven Spielberg con protagonista Tom Hanks (nelle vesti del capitano John Miller) è Salvate il soldato Ryan (1998).

 

Tom Hanks ( capitano John Miller ) in Salvate il soldato Ryan (1998)

 

La storia è incentrata sullo sbarco in Normandia del 6 giugno 1944. I primi 24 minuti dell’opera sono stati quelli più apprezzati dalla critica e dal pubblico in sala. In questa fetta di tempo il regista inscena in maniera diretta e senza fronzoli lo sbarco degli alleati sulle coste della Normandia, abbandonando l’enfatizzazione patriottica e l’esaltazione eroica dei precedenti lavori su questo tema. Salvate il soldato Ryan è stato co-prodotto da Spielberg ed Hanks e costò ben 120 milioni di dollari. Presentato fuori concorso al Festival di Venezia, la pellicola ricevette 11 nomination all’Oscar, aggiudicandosene 5: miglior regia, fotografia, montaggio, sonoro ed effetti sonori.

 

Il secondo film frutto della coppia Spielberg-Hanks fu Prova a prendermi del 2002.

 

Prova a prendermi, 2002

 

L’opera narra le vicende di Frank Abagnale Jr., un truffatore che si spacciò pilota d’aereo, medico ed avvocato pur di poter vivere. Il personaggio è interpretato da Leonardo Di Caprio, mentre il ruolo dell’agente dell’FBI Carl Hanratty viene ricoperto da Tom Hanks, un esperto in frodi bancarie che farà di tutto pur di catturare il suo antagonista. La pellicola incassò ai botteghini la bellezza di 164 milioni di dollari e l’attore Christopher Walken (nei panni del padre di Frank) ottenne la nomination per l’Oscar come miglior attore non protagonista.

 

Nel 2004, invece, è la volta di The Terminal, con l’affascinante Catherine Zeta-Jones protagonista femminile.

 

The Terminal, 2004

 

In questo caso Tom Hanks è Viktor Navorski, personaggio ispirato alla storia del rifugiato iraniano Mehran Nasseri, il quale, nel 1988, visse per un certo periodo bloccato all’interno del terminal 1 dell’aeroporto di Parigi Charles de Gaulle. Tuttavia non mancano le modifiche: Spielberg, infatti, ambienta la vicenda a New York ed Hanks Navorski diventa un cittadino dell’Europa Orientale. Presentato alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, fu girato in soli tre mesi.

 

Piccola curiosità. Nel 2009 Spielberg ed Hanks produssero la miniserie The Pacific. Basata sulle guerre del Pacifico, vede come protagonisti tre marines rimasti bloccati nel suddetto Oceano.

 

Il Ponte delle Spie

 

L’ultimo lavoro frutto della collaborazione tra Steven Spielberg e Tom Hanks è Il Ponte delle Spie, un serrato e teso spy-movie uscito ad ottobre 2015 che può vantare ben 6 candidature all’Oscar.

 

Il film è ambientato a Brooklyn nel 1957 e racconta la storia di Rudolf Abel, un pittore arrestato con l’accusa di essere una spia sovietica. Il clima ostile derivante dalla guerra fredda fra America ed Unione Sovietica non fa sconti a nessuno e l’uomo viene etichettato come un terribile nemico da condannare. Ma la democrazia esige che venga processato per ribadire i principi costituzionali americani. L’incarico della sua difesa viene affidato all’avvocato James B. Donovan, che fino a quel momento si era occupato di assicurazioni. Attirandosi lo scontento della moglie Mary, del giudice e dell’intera opinione pubblica, Donovan prende a cuore la causa. Nel frattempo però un aereo spia americano viene abbattuto dai militari sovietici e il tenente Francis Gary Powers viene fatto prigioniero in Russia. Ecco che all’orizzonte s’intravede la possibilità di effettuare uno scambio e sarà proprio Donovan, incaricato dalla CIA, a gestire la delicata trattativa di negoziazione.

 

Distribuito nelle sale cinematografiche italiane dalla 20th Century Fox, Il ponte delle spie è un film thriller in cui le premesse narrative alla Hitchcock cedono progressivamente il posto ad uno sviluppo sempre più letterario. Lo svolgimento tematico, infatti, assume un carattere leggendario e il presente risulta quanto mai oscuro (emblematica in questo senso l’immagine tombale di Berlino).

 

Tom Hanks si trova perfettamente a suo agio nei panni dell’avvocato James B. Donovan. Sotto il suo cappotto e il suo ombrello (spesso sotto una pioggia battente) egli non incarna la giustizia, egli è giusto. Un uomo che onora il suo lavoro, ma che non vuole sapere veramente se il suo assistito è colpevole o innocente. A Donovan pare incredibile che il suo cliente Rudolf Abel (interpretato dall’attore inglese Mark Rylance, noto per pellicole quali Blitz, Anonymous e The Gunman, in uscita nel 2016 con Il gigante gentile, con la regia nuovamente affidata a Steven Spielberg) si disinteressi completamente circa il suo destino. Ma questo fa parte del suo mestiere. Alla fine a lui non importa tutto ciò, l’unica cosa che conta è cercare di assolvere la propria funzione, salvare la vita di una persona, a prescindere dal tipo di uomo che bisogna difendere. È proprio in quest’ottica che Donovan non reputa Abel come una spia sovietica o una minaccia, ma semplicemente come una persona che necessita del suo aiuto e della sua difesa. Nel corso dei giorni egli lo considererà come una sorta d’amico, individuando in lui un colore ed una profondità.

 

Una delle scene più significative è quella iniziale, dove Abel è intento a dipingere il suo autoritratto tramite l’utilizzo di uno specchio. L’immagine riflessa e quella impressa sulla tela riguardano la stessa persona, ma sono comunque differenti: la prima ritrae un’oggettività superficiale, mentre la seconda è il prodotto dello scorrere del tempo e dei pensieri che si sono susseguiti nelle ore dell’operazione, lasciando la traccia del suo autore. Il valore semantico intrinseco di questa scena è riassumibile nella frase pronunciata da Donovan al tenente Powers:

Non conta quello che di te penseranno gli altri, ma quello che sai tu”.

 

Per tutti questi motivi, Il ponte delle spie è un film straordinariamente attuale. In una società in cui regnano sovrani i sospetti, le intercettazioni e le false ed affrettate identificazioni di una persona col suo credo, il suo costume o la sua provenienza, l’opera di Steven Spielberg farà riflettere non poco il pubblico presente in sala.

 

TRAILER 

Pitti immagine 89 – Generation Innovazione

Le tendenze Pitti 89, fiera internazionalmente conosciuta per le sue tendenze nell’ abbigliamento maschile e anche per gli accessori, quest’ anno ha scelto il Tema “Generation”, ci ha fatto vedere la simultaneità di diverse generazioni della moda e la sua conseguente eredità di oggi. Una bella vetrina in grado di raccogliere famosi marchi italiani già rinomati per il “Made in Italy” e altri brand internazionali.

Sulla base di questo concetto “Generation”, Pitti 89 ha dimostrato che al di là dei numeri registrati nei nostri documenti che denota la nostra età cronologica oggi ciò che conta è come pensiamo e come traduciamo la libertà di pensiero e di espressione nel nostro modo di vivere e anche vestire senza che ci preoccupiamo di come saremo etichettati.

Il menswear porta indubbiamente una forte carica di difficoltà, ma oggi molti cambiamenti, sia nei tessuti che nei colori e materiali, portano gli uomini a sentirsi più fortunati, siamo di fronte ad una varietà di colori, stili e forme che vengono impiegati entrambi con gli abiti e gli accessori, materiali di pura esclusività femminile, ma ora ci possono aiutare a costruire un look di tendenza, senza dimenticare la virilità maschile dando un tocco di eleganza mai visto prima.

Per il prossimo Autunno inverno 2016/07, sentiremo un’onda passando dagli anni 30 agli anni 70, la compilazione di una eleganza che oltrepasserà i continenti portando una proposta all’interno di una versione contemporanea, vale a dire il ritorno trionfale della vera tradizione della sartoria italiana come ha dimostrato Angelo Inglese che ha proposto composizioni di pieno buon gusto dipinte in colori come il ruggine, il grigio in tutte le sue sfumature, il verde e beige, proprio come l’anello legnoso dei migliori profumi della stagione.

Il ritorno dei trench coat, cappotti e giacche, che saranno i protagonisti importanti del guardaroba maschile, rendendo la chimica perfetta tra lo stile militare con lo sportivo, ricordando e rivivendo gli anni ’50 del dopoguerra in Europa, anche quando gli ambienti cominciavano ad essere più riscaldati, facendo così una ricerca dai tessuti eco sostenibili fino ad arrivare a quelli più pregiati.

E per gli ammanti della comodità, che però non rinunciano all’eleganza e al buon gusto, torneranno anche i cardigan, dal design slim e molto confortevole, queste sono alcune delle principali proposte della Maison Cruciani.

Gli sneakers per lo più “slip on” continuano ad essere in voga, per la loro comodità tra cui la capacità di composizioni innovative, giovanili e accattivanti senza rubare la scena di un look più glamour, se necessario.

Avremo anche come tendenza i pantaloni più ampi di sartoria, ma con uno shape confortevole. E per finire, naturalmente non potevo non citare i famosi cappelli di Borsalino, utilizzati da Al Capone, il principe Iroito in Giappone, Michel Jackson e anche Harisson Ford e nessuno a meno che il re dell’eleganza Humphrey Bogart, secondo il marchio la tendenza per il prossimo inverno sarà il design cilindrico.

Aspettiamo tutti queste notizie e rivisitazioni, sono sicuro che l’inverno 2016/17 promette essere uno dei più chic e glamour di tutti i tempi recenti, ripescando l’essenza dell’eleganza maschile, aggiungendo ad esso un tocco contemporaneo, questa alchimia di buon gusto è sicuramente qualcosa da ricordare e utilizzare per un lungo periodo.

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Angelo Inglese



Cruciani

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Cruciani

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Angelo Inglese

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Photos by: Miriam de Nicolò


Trends Pitti 89, Fair Internationally knowledge by trends in men’s clothing and accessories also characterized this year the theme GENERATION. showing the simultaneity of different generations of fashion and their consequent legacy today. A beautiful showcase able to gather Italian brands already renowned for a “Made in Italy” and other no less famous and luxurious homes of international fashion.


Based on this concept the Pitti showed that beyond the numbers recorded in our documents denoting our chronological age today what counts is how we think and how we translate that freedom of thought and expression in the way we live and even dress without worry about how we will be labeled.


The menswear undoubtedly behind a strong burden of difficulties, but nowadays many changes be in customs of our society or at materials used at fashion world give to the men a start to feel more fortunate, we are facing a variety of colors, styles and shapes that are employed both in garments as accessories, material before pure female exclusivity, but now help to build a trend look, without forgetting male virility while giving a touch of elegance never before seen.


For the coming winter 2016/17 we will feel a wave rising from 30s to 70s compiling an elegance that will peacefully overcome continents bringing a proposal within a contemporary version, namely the triumphant return of the true tradition of Italian tailoring like Angelo Inglese, that one who brings compositions like a screens with extreme tastefully painted in colors like rust, gray in all its nuances, green and beige touch just like the woody ring of the finest scents of the season.


The return of the Trench coats, blazers, and jackets, which will be important players in the male wardrobe making the perfect chemistry between the military designer with the sport, recalling and reliving the ’50s post-war Europe, including where the environments were beginning to be more heated thereby making today there is also a search for sustainable eco those tissues, even the thinner ones, which however do not let anyone go cold.


And for the lovers of the convenience but that do not give up elegance and good taste, will be back also cardigans, slim and very comfortable, it feels to be getting dressed with feathers, this is one of the main focuses of the Maison Cruciani.


Sneakers mostly “slip on” continue in vogue due to its convenience including the ability for them to participate in innovative, youthful and captivating compositions without stealing the scene from a more glamorous look when needed.


We will also have as a trend pants wider tailoring but with comfortable shape. And to finish, of course could not fail to mention the famous Borsalino Hats, used by Al Capone, Iroito Prince from Japan, Michel Jackson and even Harisson Ford and no one Unless the king of elegance Humphrey Bogart, according to the designer brand for the coming winter the trend will be Cylindrical.


Let us wait all these news and a rereading fashion, which I’m sure is that winter 2016/17 promises to be one of the most chic and glamorous in recent times, rescuing the essence of masculine elegance by adding to it the touches of the trends of our time, this alchemy taste is sure to be something to be remembered and used for a long long time.

Prada: il capitano romantico di Miuccia incanta Milano

In una piazza immaginaria e con un pubblico diviso per classi distinte come in un assolo di gerarchie, va in scena l’uomo capitano di madame Miuccia: forte, sicuro di sé e, al contempo, romantico.

È una sfilata distinta, evocativa, “un incontro di periodi scuri e luminosi della storia, una mescolanza di spunti di vari momenti eroici, guerrieri, infami, drammatici, umani, emozionanti”, come ha spiegato la stilista.

Affidando a Christophe Chemin le stampe per le camicie, Miuccia ha reso possibile ”l’incontro” tra grandi personaggi  vissuti in tempo diversi: Giulio Cesare con l’alloro,  Ercole con i pugni di Hulk,  Giovanna D’Arco con le nacchere, Sigmund Freud con un grosso bastone, Che Guevara con l’Oscar, Nina Simone con i guanti da boxe e Pierpaolo Pasolini in compagnia di sé stesso.

Per me è la celebrazione dell’individuo e della passione umana. Questa idea unita al desiderio di recuperare pezzi del passato, capitoli che a mio parere sono fondamentali per capire cosa ci sta succedendo, sono le ossessioni, i pensieri che mi hanno portato a creare questa collezione” ha dichiarato Miuccia per spiegare come vestirà l’uomo nel prossimo autunno/inverno 16-17.

La camicia è il punto di partenza della collezione seguita a passo dai maxi cappotti con revers e grandi bottoni.

Come un capitano di una flotta vincente, l’uomo Prada restituisce al pubblico sicurezza e predominio.

Esplicita è l’ispirazione desunta dal mondo marinaro con pantaloni a gamba larga, cappelli da marinaio e il solino. Accurata la scelta della palette, con l’impiego di colori cupi (bordeaux, nero e blu) rimestati  con il bianco e il cuoio.

 

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Bottega Veneta: il senso di Tomas Maier per lo stile

Se pensavate che certa eleganza maschile fosse solo un ricordo lontano chiuso nei meandri del passato e nel fasto di gloriosi tempi andati, ebbene vi sbagliavate. Tomas Maier porta sulla passerella di Bottega Veneta l’ultimo dei gentlemen, per una collezione Autunno/Inverno 2016-2017 all’insegna del rigore e dello stile.

Un uomo dall’eleganza discreta e sobria, consapevole e sicuro, che non ha bisogno di ostentare alcunché. Sì, perché la vera eleganza non sente l’esigenza di crogiolarsi nell’apparenza e nella mera esibizione. Una grande ricerca estetica passa sempre, al contrario, per una profonda introspezione e per una accurata ricerca stilistica. Tomas Maier bada soprattutto allo stile: genio contemporaneo estraneo alle logiche di mercato, il designer fa della solitaria creazione la sua filosofia.

Silhouette impeccabili negli abiti a doppiopetto in flanella di cashmere, come negli smoking e nei cappotti in tweed, dallo charme evergreen. Sciarpe e il più classico Borsalino completano il look di un uomo che trae ispirazione dai gentlemen dei film anni Quaranta. Ricorda un po’ Humphrey Bogart, forte della propria personalità e sicuro di sé, l’uomo che calca la passerella.

Le linee sono slanciate e allungate, per una collezione elegante e raffinata. I blazer sono corti, i materiali vedono in pole position la pelle e la lana, ma anche il tweed. I cappotti doppiopetto e i trench in pelle con zip a vista, per lui e per lei, sono discreti ma esaltano la figura. Gli accessori, come gli stivaletti dalla punta squadrata e la tote bag in pelle di vitello, testimoniano la sapienza artigiana, ma anche il comfort e la pulizia di una collezione che riporta in auge lo stile. La palette cromatica varia dal blu scuro al borgogna al verde bottiglia. Trionfo del tartan, rivisitato in chiave ultra colorata, mentre il nero è protagonista assoluto. Dettagli sartoriali nei maglioni, mentre i tessuti tradiscono l’attenzione certosina per la qualità: velluto in lino e cotone, morbido cachemire, lana e gomma.

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Suggestioni Swinging Sixties hanno caratterizzato la passerella di N°21. La collezione Autunno/Inverno 2016-2017 disegnata da Alessandro Dell’Acqua presenta capi dalla linea militare, che attingono al passato. Il parka diviene protagonista assoluto, in un revival Mod, tipicamente anni Sessanta.

Note colorate per capi in canvas, dall’eskimo al giubbino, per un mood military declinato in chiave chic. Una sfilata all’insegna degli opposti: il nuovo Mod coniuga mirabilmente il lato strong e prevalentemente maschile, evidente nei pantaloni combat, con un’anima eterea e femminile. Un tocco sporty-chic è evidente nei capispalla che giocano con i dettagli, come le grandi tasche, ricamate in un finto trasandato che le fa apparire quasi sfilacciate. Le sneaker ai piedi sembrano parimenti consumate.

Una collezione gentile, per un uomo che attinge spesso e volentieri al guardaroba femminile. Le camicie in seta disordinate sono emblema dell’effortlessy chic, mentre i cappotti furry sono un vezzo rubato all’armadio di lei. Torna prepotentemente alla ribalta l’animalier rivisitato su maglioni pesanti. Il maculato più classico fa invece capolino sui cappotti. Audace sperimentazione nei dettagli e nei materiali usati, come il pizzo che sbuca fuori dalla lana, mentre i cappotti in montone rovesciato aiutano a combattere il rigore invernale.

Dell’Acqua ha pensato proprio a tutto, e l’inedito parka da sera conquista il nuovo Mod. La collezione sembra voler imporsi come un monito per andare alla riscoperta di valori ormai perduti. Basta con l’uomo macho, Dell’Acqua manda in passerella un uomo gentile, che non teme le donne ma le ama. In tempi in cui la misoginia sembra essere tornata prepotentemente alla ribalta, l’uomo gentile è quantomai fashion.

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Ricordano le imbracature, a metà tra fetish e futurismo, le cinture che evidenziano in diagonale la figura maschile. Tabacco, grigio e muschio compongono la palette cromatica di quelle che sono vere e proprie uniformi urbane. Lana grezza e pelle la fanno da padrone, ma la sperimentazione non lesina in materiali tecno, come il nylon, che ricorda le tute da sci. Il dandy metropolitano di Jil Sander indossa colli di pelliccia, raffinate scarpe lucide e stivaletti, ma anche zainetti in pelle. Il look è formale e rigoroso, le linee sono squadrate e quasi marziali.

I capi sartoriali svelano una silhouette nuova, per giacche, cappotti e tute in stile militare, che divengono uniforme d’ordinanza nella giornata lavorativa di questo eroe moderno. Pullover a coste con toppe sulle spalle e maglie in filato vengono completate da grandi sciarpe appuntate da spille. I top sembrano tuniche, mentre il comfort diviene la parola d’ordine, tra capi con zip privi di costrizioni, per un’eleganza che privilegi la comodità. Suggestivi capispalla in pelle chiudono il défilé.

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Milano Moda Uomo: l’eleganza concettuale di Marni

Linee pulite ed essenziali, ma anche stampe floreali e romanticismo in passerella da Marni. Una collezione Autunno/Inverno 2016-2017 all’insegna del minimal-chic.

Consuelo Castiglioni, alla direzione creativa del brand, propone una collezione dal mood easy e dall’eleganza concettuale, ma la cura per il dettaglio è evidente nelle camicie allacciate sulla schiena, che ricordano i camici dei chirurghi o addirittura delle puerpere. Completano il quadro le bluse sovrapposte e senza bottoni.

Le stampe sono basic, dalle classiche righe al mood floreale, per un pattern definito dalla designer «broken promise». Gli avvolgenti cocoon coat rivelano linee nuove e inedite, come la cintura laterale a scomparsa. A metà tra la vestaglia e il kimono, i nuovi cappotti esaltano la comodità. Marni sdogana ufficialmente l’uomo in pelliccia: la parola d’ordine è osare. Che sia una stola o un cappotto, l’uomo che calca la passerella non teme il freddo, facendo proprio un capo luxury tipicamente femminile. Il lusso diviene ora alla portata di tutti, e viene sapientemente sdrammatizzato, grazie a sneaker e berretti.

“Tutto è in movimento”- questo sembra essere il mood alla base della collezione disegnata dalla Castiglioni. La passerella stessa divine un labirinto su cui si muove sicuro un uomo futurista, perfettamente a suo agio nel minimalismo, che diviene un nuovo trend. Forse il più auspicabile, in tempi in cui il concetto classico di eleganza appare lontano.

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Milano Moda Uomo: il western siciliano di Dolce & Gabbana

Spaghetti western in passerella da Dolce & Gabbana. La Sicilia rurale del passato rivive nella collezione Autunno/Inverno 2016-2017 del duo di stilisti. Un uomo selvaggio, che non teme la vita all’aria aperta, ben consapevole dell’alto tasso di sensualità che emana.

Mood wild nei pantaloni grunge come anche nelle pellicce, mentre pistole da Far West fanno capolino su cappottini dall’appeal bon ton. Il ferro di cavallo colora felpe casual, con funzione apotropaica, e, ancora, il denim decorato da saloon diviene total look: un mood che sembra trarre ispirazione direttamente dalla Cavalleria Rusticana. Ma l’uomo selvaggio cede il posto al businessman con iPad d’ordinanza, che non resiste alla tentazione di scattarsi un selfie. Il duo di stilisti aveva già sdoganato il selfie nella sfilata donna primavera/estate 2016, dove le modelle si fotografavano ad ogni uscita.

La Sicilia, patria elettiva di Dolce & Gabbana, diviene ora teatro di un inedito western alla siciliana, condito da suggestioni fashion e trend che non mancheranno di monopolizzare l’attenzione nella prossima stagione invernale. Chiude il défilé un dandy con tanto di panciotto e slippers ai piedi: forse un omaggio al Gattopardo.

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Costume National: Ennio Capasa re indiscusso dello stile rock

Insanity laughs under pressure we’re cracking  can’t we give ourselves one more change?”

E non esiste melodia più azzeccata di Under Pressure per “raccontare” il viaggio di un uomo contemporaneo, attraverso una collezione che non enfatizza l’anima rock del suo creatore, ma la esalta.

È un omaggio all’amico David Bowie e al frontman dei Queen, Freddie Mercury attraverso capi di straordinaria sartorialità e dall’incipit, appunto, rockeggiante. Carattere, forza e mascolinità sono state le prerogative di Ennio Capasa in fase di progettazione, avvalendosi di pelle e velluto per rafforzare la dicotomia rock/Costume National come firma del marchio italiano.

L’intera collezione gioca su linee essenziali e affusolate. L’uso sapiente di zip su biker e pantaloni aderenti in pelle, creano un suggestivo movimento visivo sui capi. I maxi coats dalla lunghezza midi si scontrano con gilet aderenti indossati su camicie slim.

Il total black, tanto caro allo stilista salentino, viene affiancato a colori vitaminici come il verde acido e, comunque a tonalità forti come il rosso, il blu e il giallo ocra.

Con le camicie in ciniglia (capo cult degli anni novanta) e i bomber con pattern in lamé, Capasa conferma la vicinanza artistica (e non solo) a due icone della musica rock che hanno impressionato i posteri, ma anche accumunato culturalmente diverse generazioni.

Non si dimentichi però, l’influenza sempre viva che l’Oriente ha su di Ennio e che in questa occasione viene riverita attraverso cappotti e giacche con colletti alla coreana.

 

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Pitti Uomo 89: Seletti wears ToiletPaper primo design brand presente in fiera

Il sarcasmo tinto di rosa e le irriverenti immagini, note per il loro stile provocatorio, sono oramai must have tra gli appassionati di arte che di sicuro non disdegneranno le ultime novità.


Maurizio Cattelan e Pierpaolo Ferrari, l’eclettico duo artistico contemporaneo che si cela dietro al fenomeno visivo, nonché cult-magazine, ToiletPaper, in connubio con Seletti, sbarcano al Pitti in qualità di prima realtà non appartenente al settore moda invitata alla manifestazione.
Forti di tale primato, la fiera è stata scelta per presentare, in anteprima assoluta , la Tote bag, unica connessione del brand con il mondo della moda, le candele e i tappeti, lanciati lo scorso dicembre presso la Miami Art Week.


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Le quattro diverse grafiche delle Tote Bag, Teeth, Pony, Lipstick e Deers, personalizzano la semplicità delle linee. Dotate di una comoda tasca interna sono adatte all’utilizzo giornaliero nel segno dell’eccentricità.
Le candele sono contenute in speciali tazze sulle quali sono riprodotte otto illustrazioni firmate Toiletpaper: Cat, Teeth, Lipstick, Pony, Two of Spades, Toad, Roses e Deers. La profumazione non poteva che essere particolare, infatti essa si differenzia in base all’ immagine rappresentata.
Mentre i tappeti, esposti in anteprima europea a Firenze, sono vere e proprie opere d’arte. Eyes, Toad, Parrot, BMW, Fingers, Insects, Sausages, Teeth, Phones, Roses, Two of Spades, Legs sono le varianti stampate sul tessuto trattato termicamente per garantire la massima resistenza e intensità dei colori.


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Per festeggiare l’importante traguardo pochi selezionatissimi ospiti sono stati invitati ad un party presso la balera La Perla. Cult anni ’80 e ’90 e esperti ballerini di liscio, oltre agli storici proprietari, Romano e Lina, hanno reso la presenza del design brand, in linea con il suo stile, davvero indimenticabile.

Pitti Uomo 89: sperimentale e evocativa è la maglieria di Vittorio Branchizio

Atmosfere post industriali per il primo fashion show del designer durante l’ultima edizione del Pitti.


Il trentenne bresciano Vittorio Branchizio, a seguito della vittoria allo scorso Who’s on Next, contest curato da Pitti Immagine, Altaroma e Condè Nast, dedito allo scouting per stilisti emergenti, torna al Pitti Uomo con il fashion show della collezione Autunno/Inverno 2016.


Cresciuto in un ambiente eclettico, dove l’attitudine a interagire con il mondo delle arti visive l’ha contagiato sin dalla tenera età, ha espresso da sempre il desiderio di collaborare con talenti del panorama artistico contemporaneo ai fini di fusioni e ispirazioni reciproche.
Nasce così anche la passione per l’arte del filato e del know how italiano annesso. Le tecniche artigianali e le nuove tecnologie hanno guidato Branchizio nella selezione di cachemire, seta, cotone, lino e lana merino proposti dalle eccellenze del territorio nazionale.
Romantica e evocativa la nuova collezione raccoglie le cromie e le trame delle pietre del fiume Arno.
In sincronia con la sfilata, una video proiezione ha guidato lo spettatore nella percezione dell’ispirazione creativa.


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Il blu notturno, il rosato e il glaciale delle pietre hanno preso vita sui filati e nella manipolazione dei capi finiti che ricordano, nei loro volumi, le lunghezze mediorientali e lo studio delle proporzioni giapponesi.
Questa volta la sinergia artistica è giunta con l’artista Sergio Perrero e con il designer Uros Mihic, contattati per gli elementi pittorici e lo studio dell’origami.
Concettualmente graffiante e contemporanea la maglieria di Branchizio assume, anche per le prossime stagioni, una connotazione colta e contemporanea in grado di tramandare in modo innovativo uno dei patrimoni artistici italiani.


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Cavalli: il ritorno di Dundas tra vintage e rock

Fantasie animalier, paillettes e lamé per un effetto rock del tutto inaspettato.

Il ritorno di Peter Dundas in Roberto Cavalli non poteva che portare ad esiti davvero sorprendenti.

Una collezione contaminata, quella dello stilista norvegese che è riuscito a creare un filo conduttore tra wild, rock e vintage senza cadere nella banalità di tale scelta.

Nel prossimo autunno/inverno 16-17 il glam rock degli anni settanta rivive nei jeans leggermente scampanati sul fondo e nelle pellicce over in stampa animalier.

Il velluto è il tessuto principe della collezione seguito dalla pelle, dal popeline, dalla pelliccia, lane e seta.

Cosa dire dei ricami? I fili d’oro disegnano libellule, stelle e fiori di cardi su maglioni e bluse leggere come nuvole.

Abuso di dolcevita e giacche dalla linea slim abbinate sapientemente a maxi sciarpe jacquard: questa è la strada percorsa da Dundas  per un perfetto stile old school dal risultato davvero sorprendente.

Immancabili le giacche in pelle con inserti in pelliccia di leopardo  e i maxi coats con revers in vello di animale.

Gli accessori si presentano in linea con il mood della collezione. Avvincenti risultano le sneakers proposte in velluto ricamato e in patchwork di pelle. Gli zaini in cavallino e gli occhiali squadrati conferiscono un tocco di contemporaneità al lavoro di Dundas.

 

 

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Italy Fashion Roberto Cavalli

Roberto Cavalli by Luca Bruno Ph

 

A model wears a creation for Roberto Cavalli men's Fall-Winter 2016-2017 collection, part of the Milan Fashion Week, unveiled in Milan, Italy, Friday, Jan. 15, 2016. (AP Photo/Luca Bruno)

Roberto Cavalli by Luca Bruno Ph

 

Peter Dundas by Luca Bruno Ph

Peter Dundas by Luca Bruno Ph

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il dandy di Ermenegildo Zegna conquista la Milano Moda Uomo

Occhi puntati sulla Milano Moda Uomo: tra i primi ad aprire la kermesse di moda maschile è Ermenegildo Zegna. È un dandy contemporaneo l’uomo proposto da Stefano Pilati: perfettamente aplomb nei suoi completi dalle linee fluide, che cadono perfettamente esaltandone la figura. La parola d’ordine è una: eleganza.

La collezione Autunno/Inverno 2016-2017 di Zegna elogia il dandismo e il passato, valorizzando una raffinatezza senza tempo declinata in chiave maschile. L’uomo che calca la passerella è un gentleman d’altri tempi, novello Dorian Gray, esteta ed edonista, che col suo incedere sicuro ci aiuta a riscoprire la più autentica tradizione sartoriale italiana.

Grigio melange protagonista assoluto per capi dall’appeal evergreen, ma anche tanto blu, su cappe, mantelle, maglioni ricamati. Ricercatezza nelle passamanerie e grande cura per il dettaglio nelle fantasie jacquard, che talvolta si mixano a dettagli paisley, in un inedito gioco cromatico che sfocia nel patchwork. Trionfo del gessato, per abiti interi ma anche mantelle e cappottini che talora cedono il passo a piccoli dettagli che coniugano perfettamente il comfort e lo stile, come le maniche trapuntate.

La sfilata di Zegna non lesina in suggestioni anni Quaranta, che appaiono evidenti nei volumi e nelle proporzioni: i cappotti sono ampi, i pantaloni svolazzano sulle gambe, per un’eleganza dalle linee classiche e dal sapore antico.

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Ports1961: a Milano va in scena l’uomo samurai

Un uomo forte come un samurai e un’anima fragile come un fiore di pesco giapponese. Questo è l’uomo descritto da Milan Vukmirovic che per il marchio Ports1961, si affida all’eleganza proverbiale del ballerino russo Sergei Polunin per enfatizzare la collezione autunno/inverno 2016-17 presentata il 15 gennaio a Milano.

Profilature in pelliccia, culottes, maxi bags e giochi di lunghezze ci descrivono la visione contemporanea che lo stilista ha dell’uomo. Assidua è la presenza nelle opere compiute da Vukmirovic, del print, in questa occasione sviluppato attraverso jacquard dorati che disegnano e impreziosiscono i bomber di chiaro richiamo orientale.

Giochi di lunghezze, movimentano la collezione. Camicie aderenti che sfiorano il ginocchio, over coats che scivolano sull’anca, pantaloni dalla linea midi e bomber che cingono i fianchi.

Superlativa ci risulta la scelta di sovrapporre i capi. Pannelli che scivolano sui pantaloni, grandi cappe con ricamo orientaleggiante, gonne asimmetriche che creano volume.

Firma assoluta dello stilista di origine serbe è la stella, presente anche in questa collezione su capi sporty-glam.

Infine, un’eleganza accennata si intravede su completi dalla linea affiancata caratterizzati da eccellenti ricami in oro e ton sur ton che, dall’orlo dei pantaloni, si diramano verso l’alto.

Il ritorno del marchio Ports1961 durante la Milano Moda Uomo è stato accolto positivamente dagli addetti ai lavori. Vukmirovic è riuscito a raccontare, attraverso un accurato studio di design, un uomo forte e contemporaneo che nasconde in sé un’anima pacata, come quella di un samurai.

 

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Buon compleanno, Kate Moss!

Zigomi pronunciati, labbra a cuore e quel sorriso, semplicemente inimitabile: Kate Moss spegne oggi 42 candeline. Volto storico della moda, icona di stile tra le più copiate, la supermodella è uno dei nomi più celebri del fashion biz. Apparsa sulla copertina di oltre 300 riviste, apprezzata universalmente per il suo stile, che le ha fatto ottenere numerosi riconoscimenti, tra cui quello del Consiglio degli stilisti d’America, che l’ha inserita nella lista delle donne meglio vestite nel mondo, Kate Moss è una vera leggenda vivente.

All’anagrafe Katherine Ann Moss, la modella è nata a Croydon, un sobborgo di Londra, il 16 gennaio 1974. Sua madre Linda fa la barista, mentre il padre Peter è un agente di viaggi. Kate viene scoperta in un aeroporto di New York all’età di 14 anni, dalla fondatrice dell’agenzia di moda Storm, Sarah Doukas. La giovane non rientra in nessuno dei canoni vigenti nella moda: bassa (non arriva a sfiorare il metro e settanta) e ossuta, Kate appare lontana anni luce dai fisici statuari di Claudia Schiffer, Naomi Campbell e Cindy Crawford, le supermodelle degli anni Novanta, perfette ed irraggiungibili. Farle ottenere un contratto sembra una battaglia persa in partenza, ma Sarah Doukas di talenti ne ha visti passare molti ed è convinta che quella smilza ragazza farà strada.

Il primo shoot risale al 1990: è la rivista inglese The Face ad offrire alla nuova modella un servizio fotografico ambientato in una spiaggia a sud di Londra. Incredibilmente le foto ottengono un successo insperato e Kate Moss diviene un volto noto. Considerata un’icona alternativa per il suo aspetto, non conforme ai diktat dell’epoca, Kate Moss viene associata al movimento grunge.

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Kate Moss è nata a Croydon, vicino Londra, il 16 gennaio 1974

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La modella viene scoperta a New York da Sarah Doukas, fondatrice dell’agenzia di moda Storm

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Non arrivando al metro e settanta, inizialmente Kate Moss venne considerata troppo bassa per sfilare

 

Ma è con la celebre campagna pubblicitaria per Calvin Klein che la modella ottiene la fama internazionale. Scatti bollenti al fianco di Mark Wahlberg immortalano la nuova top seminuda: il fisico acerbo ritratto in topless, le pose ammiccanti e la bellezza acqua e sapone sdoganano Kate Moss come il nuovo volto della moda. Siamo negli anni Novanta, l’epoca d’oro delle supermodelle, algide nella loro perfezione, svettanti su fisici tonici e volti perfetti. Tutto questo venne cancellato dall’avvento di Kate Moss: la rivoluzione Kate fece sì che la nuova modella, bassa e piena di difetti rispetto all’ideale di perfezione allora vigente, si imponesse e spazzasse via ogni residuo del passato. Spartiacque tra le supermodelle e le nuove top, dai fisici sempre più esili, il fenomeno Kate Moss ha portata storica senza precedenti: il fattore preponderante è la personalità, quel particolare lampo negli occhi che fa la differenza in foto, rendendo la Moss un personaggio unico, dall’espressività capace di superare le barriere della carta patinata. Considerata capostipite delle modelle anoressiche, il suo fisico acerbo suscitò aspre critiche e polemiche.

Nel 1995 le foto della campagna per il profumo Obsession di Calvin Klein divengono addirittura un caso nazionale negli States, suscitando polemiche e muovendo persino accuse di pedofilia nei confronti dello stilista americano. Dopo che il dipartimento di giustizia, su ordine dell’allora presidente Bill Clinton, avviò un’inchiesta, la campagna fu ritirata dopo appena tre settimane. Intanto la modella divenne a tutti gli effetti una top model, calcando le passerelle dell’alta moda di Parigi, New York e Milano, e ottenendo le cover dei magazine più prestigiosi, da Elle ad Harper’s Bazaar, da Vogue ad Allure. Kate Moss sfila per tutti i grandi nomi della moda, da Gucci a Versace a Burberry, da Calvin Klein a Dolce & Gabbana, fino a Chanel, Roberto Cavalli, Louis Vuitton, Missoni, Dior, Yves Saint Laurent, Stella McCartney.

 

SFOGLIA LA GALLERY:

 

Testimonial di Rimmel, Bulgari, Versace, Missoni, Balenciaga, Chanel, Burberry, è apparsa ben 24 volte sulla cover di Vogue, ottenendo copertine anche su Vanity Fair, W, The Face e su molte altre riviste patinate. Intanto anche il gossip si scatena sulle sue storie d’amore, a partire da quella con l’attore Johnny Depp. Musa di nomi del calibro di Mario Testino, Mario Sorrenti e Peter Lindbergh, che l’ha inserita nel suo libro 10 Women, nel luglio 2007 Kate Moss viene nominata dalla rivista Forbes la seconda modella di maggior successo al mondo.

Il 2005 è l’anno dello scandalo: nel settembre la rivista britannica Daily Mirror pubblica in prima pagina alcuni scatti che ritraggono la supermodella nell’atto di consumare cocaina, insieme al compagno di allora, il controverso musicista Pete Doherty. Lo scandalo è servito. L’occhio di chi legge l’articolo non può non indugiare sulla foto che ritrae la modella intenta a sniffare; la firma di quel pezzo rivela che sono ben cinque le strisce di cocaina consumate da Kate Moss in appena 40 minuti. Per la top model è il declino; quasi tutti i contratti vengono annullati. Da Stella McCartney a Chanel e Burberry, nessuno sembra più interessato a lei come testimonial. La situazione è difficile, al punto che è la stessa Kate Moss alla fine a chiedere scusa pubblicamente ai milioni di fan e di persone che si ispirano a lei: lo fa in una conferenza stampa in cui ammette pubblicamente le proprie responsabilità.

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Kate Moss in una foto di Patrick Demarchelier per Harper’s Bazaar, luglio 1993

Kate Moss, foto di Roxanne Lowit, 1995

Kate Moss, foto di Roxanne Lowit, 1995

Kate Moss in passerella per Versace, Paris Fashion Week,1996

Kate Moss in passerella per Versace, Paris Fashion Week,1996

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Kate Moss ottenne il primo servizio nel 1990

 

A schierarsi in sua difesa sono in pochi: le colleghe Naomi Campbell e Helena Christensen, l’attrice Catherine Deneuve, l’ex-fidanzato Johnny Depp e lo stilista Alexander McQueen. Christian Dior continua a volerla come volto della maison e la rivista W le dedica la cover nel novembre 2005, a soli due mesi dalla bufera mediatica scatenata dal servizio del Daily Mirror. Intanto termina anche la relazione con Doherty, che la definisce una “stalker”. La top model viene anche indagata per uso di sostanze stupefacenti. Ma Kate Moss, novella Araba fenice, risorge dalle proprie ceneri: nel novembre 2006 è lei a ricevere il riconoscimento di “modella dell’anno” dal British Fashion Awards. Lo scandalo è dietro l’angolo ma lei è tornata, più forte che mai, e i designer se la contendono: nuovi contratti includono brand del calibro di Rimmel, Agent Provocateur, Belstaff, Dior, Louis Vuitton, Roberto Cavalli, Longchamp, Stella McCartney, Bulgari, Chanel, Nikon, David Yurman, Versace, Calvin Klein Jeans e Burberry. Secondo la rivista Forbes la Moss dopo lo scandalo avrebbe triplicato i propri guadagni, divenendo ufficialmente la modella più pagata al mondo, seconda solo a Gisele Bündchen.

Kate Moss ritratta da Mert & Marcus

Kate Moss ritratta da Mert & Marcus

Kate Moss ritratta da Peter Lindbergh per Harper's Bazaar, marzo 2010

Kate Moss ritratta da Peter Lindbergh per Harper’s Bazaar, marzo 2010

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Kate Moss per Playboy, foto di Mert & Marcus, 2014

Kate Moss, foto di Mario Testino

Kate Moss in uno scatto di Mario Testino

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La top model britannica è considerata un’icona di stile

Kate Moss su Vogue Paris luglio 2010 fotografata da Mario Sorrenti

Kate Moss su Vogue Paris luglio 2010 fotografata da Mario Sorrenti

 

Nel 2014, al compimento dei 40 anni, la top model si è regalata un servizio senza veli per la celebre rivista Playboy, in cui ammicca come coniglietta. Le foto, realizzate da Mert Alas e Marcus Piggott, celebrano il 60º anniversario della rivista. Una rinnovata consapevolezza sul volto e un fisico cui il trascorrere del tempo ha regalato una nuova sensualità nell’esplosione di curve sinuose, Kate Moss appare oggi ancora più bella. Icona di stile dal gusto raro, capace di passare con disinvoltura dallo stile bohémien all’eleganza più sofisticata, onnipresente nelle classifiche delle donne meglio vestite al mondo, Kate Moss è stata anche stilista per la catena britannica Toshop, per cui ha firmato nel 2007 una collezione in esclusiva, mostrandosi come manichino umano nelle vetrine di Oxford al lancio della linea recante il suo nome.

Dopo la fine del matrimonio con il chitarrista dei The Kills Jamie Hince, sposato nel 2011, oggi la modella appare serena e in forma smagliante. Qualche chilo in più che non ne offusca minimamente la straordinaria bellezza, Kate Moss sorride nelle foto che la ritraggono accanto alla figlia Lila Grace, nata nel 2002 dalla relazione con Jefferson Hack, editore della rivista Dazed & Confused.

Icona di stile tra le più apprezzate al mondo, i suoi look ispirano quotidianamente milioni di donne: amante del boho-chic, ha indossato spesso capi vintage. Forte di un fisico capace di esaltare qualsiasi mise, la modella incanta ad ogni uscita pubblica.

 

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Auguri, Carla Bruni

Pitti 89, le nuove tendenze

Firenze, PITTI IMMAGINE 89, Gennaio 2016 – Modernità ed eleganza sono le parole chiave della collezione A/I uomo 2016-17 Cruciani, presentata dalla maison umbra nel quartier generale della moda maschile, a Pitti Immagine 89.


La nuova collezione di pregiatissimi filati è pura celebrazione dell’uomo metropolitano contemporaneo, che unisce praticità e gusto e ama l’abbigliamento haute de gamme, sofisticato ma confortevole, a volte persino cocoon.


La prossima stagione Cruciani si declina in forme classiche e senza tempo come lo scollo a V e il collo alto, ma tornano protagoniste anche le giacche in maglia, scivolate e destrutturate, simbolo della maison: un vero passe par tout adatto al business e al tempo libero, per chi ama la praticità ma non vuole rinunciare all’eleganza. Le vestibilità sono slim e ultra leggere, i maglioni peso piuma e sembrano lavorati ai ferri ma vestono il corpo come un velo.


Grande importanza è riservata anche ai capispalla, preziosi parka di cashmere con inserti borchiati, montoni e piumini che accontentano anche gli stili più moderni. Nella filosofia contemporanea del prossimo Autunno-Inverno Cruciani trovano infine spazio anche unicità e originalità, che passano attraverso i pantaloni realizzati con tessuti tinti in capo e camice a fiori tono su tono.


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La collezione è realizzata con i materiali più preziosi, cashmere, cashmere seta, merinos, fino a Baby alpaca e Davos, un filato esclusivo composto di lana e cotone ma leggermente elastico, caratteristica che rende il capo di maglieria assolutamente inalterabile e quasi eterno, un vero patrimonio di eleganza e lusso da tramandare.


Cruciani, punta di diamante della moda 100% Made in Italy, si distingue per le lavorazioni esclusive come punto cravatta, jacquard, lussuose e complicatissime trecce, e per la sua filosofia eco-sostenibile, un percorso iniziato negli scorsi anni e che la maison porta avanti con convinzione e consapevolezza, utilizzando in prevalenza tinture naturali.


La palette di colori varia dalle tonalità classiche ed eleganti del blu, del nero e del grigio fino a tocchi inaspettati e chic di bordeaux e ottanio, oltre che ad un esclusiva sfumatura di grigio-verde, una cromia discreta ma sorprendente, che saprà rendersi protagonista di ogni look.


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Florence, PITTI IMMAGINE 89, January 2016 – Modernity and elegance are the keywords for the Cruciani men’s A/W 2016-17 collection, presented by the Umbrian maison at Pitti Immagine 89, the mecca of men’s fashion.


With its highly prized yarns, this new collection is a supreme celebration of the contemporary metropolitan male, who combines practicality and fine taste and loves haute de gamme clothing that’s sophisticated but comfortable, even cocoon-like at times.


Next season, Cruciani opts for classic, timeless forms such as V-necks and high necks, but also back in a big way is the knitted jacket, loose fitting and destructured, a hallmark of the maison, a veritable passe-partout that’s ideal for both work and leisure, for men who love practical clothes but won’t compromise on elegance. Slim and ultra-lightweight, the sweaters are feathery and look hand-knitted and drape the body like a veil.


The outerwear plays a key role. Exquisite cashmere parkas with studded inserts, sheepskins and quilts go perfectly with even the most modern styles. The contemporary philosophy of Cruciani’s next Autumn-Winter collection also embraces uniqueness and originality, as in the trousers made of garment-dyed fabrics and
tone-on-tone floral pattern shirts.


The collection uses highly precious materials like cashmere, cashmere-silk, merinos, and even Baby alpaca and Davos, an exclusive wool-cotton yarn that’s slightly elastic and makes knitwear items absolutely unalterable, almost eternal, a veritable heritage of elegance and luxury to hand down the generations.


On the cutting edge of 100% Made in Italy fashion, Cruciani is renowned for its exclusive patterns, such as tie stitch, jacquards and luxurious, highly intricate cable stitch, and for its eco-sustainable philosophy, which the maison adopted years ago and has been applying with deep conviction and coherence, as in its use of prevalently natural dyes.


The colour palette explores the classic, elegant tones of blue, black and grey but also delights in surprising flashes of chic bordeaux and teal, and an exclusive grey-green nuance, a discreet but unexpected hue that fits beautifully in any look.

Pitti Uomo riconferma il pois per il prossimo A/I 16-17

Pitti uomo 89esima edizione. Parola d’ordine unisex o, per meglio dire, pois.

Si, perché il pois è il pattern preferito dagli stilisti che lo hanno scelto per confezionare sia accessori che capi d’abbigliamento. I “pallini” più glamour che siano mai stati inventati, quelli che negli anni trenta entrarono di diritto nel guardaroba di ogni donna e che negli anni cinquanta arricchirono le rigide cravatte maschili, oggi sono i protagonisti assoluti di questa ultima edizione di Pitti Immagine.

Gli outfit più stravaganti sono stati immortalati fuori dai padiglioni con blogger più o meno influenti che hanno cercato in ogni modo di catalizzare su di se l’attenzione dei fotografi impegnati nello street style. Calzoncini, sciarpe, maxi coats e collant hanno confermato la stretta connessione tra uomo, vanità e… pois.

 

Photo credit by Simona Bertolotto Ph

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Photo Credit By Simona Bertolotto Ph

Photo Credit By Simona Bertolotto Ph

 

Ma nel frattempo, cos’è successo all’interno dei padiglioni?

Fiorio ha basato l’intera collezione sul pattern non esitando di confezionare simpatici papillon con il pois.

Papillon a pois. Fiorio

Papillon a pois. Fiorio

 

Pois e cavallino per le calzature firmate Penpikina

Pois e cavallino per le calzature firmate KANPEKINA

 

Pois per Massimo Rebecchi

Pois per Massimo Rebecchi

 

 

Il marchio di scarpe e accessori maschili giapponese Kanpekina ha presentato a buyer e clienti, calzature che hanno in sé eleganza, glamour e fantasia. Accessori veramente luxury venduti esclusivamente nell’unico showroom del marchio, in Giappone. Unici i mocassini in cavallino e pois che hanno convinto gli avventori dell’evento.

Per Massimo Rebecchi il pois è il print per eccellenza per il prossimo autunno/inverno 2016-17 iniziando dall’invito di presentazione della collezione fatta recapitare a buyer e uffici stampa. Capi in stile sportwear che non dimenticano l’essenza classica del marchio. Una sfilata ricca e sorprendente con giacche sfoderate, pantaloni slim fit e maxi coats in lana pregiata. Le stampe fantasia sono, appunto, il fulcro della collezione con cravatterie, rombi, jacquard, righe e, l’immancabile pois.

Gli USA e la guerra tra Arabia Saudita e Iran

Gli USA si sono trovati in una situazione peggiore del solito in medio oriente, la crescente rivalità tra Arabia Saudita e Iran sta rendendo la polveriera mediorientale sempre più pericolosa e gli americani si sono invischiati in questa pericolosa situazione con lo storico accordo sul nucleare iraniano.


L’accordo (Joint Comprehensive Plan of Action o JCPOA) ha il grande merito di rallentare la proliferazione nucleare e di instradare l’Iran verso il lungo viaggio che lo porterà alla moderazione politica ma ha anche la grandissima colpa di aver destabilizzato ulteriormente un’area di per sé poco stabile.
Il JCPOA è ciò che ha portato l’Arabia Saudita ad essere sempre più aggressiva negli ultimi mesi. Aggressività che si è manifestata chiaramente con l’esecuzione del religioso saudita sciita Nimr al-Nimr.


Nimr è stato messo a morte il 2 gennaio durante una esecuzione di massa di oppositori politici, ben 47, la più grande dall’assedio a La Mecca in cui furono messi a morte 63 oppositori. Non c’era nessun motivo particolare per cui Nimr al-Nimr sarebbe dovuto essere messo a morte proprio ora, ci sono criminali condannati per crimini ben peggiori nelle prigioni saudite che stanno aspettando la condanna da molto più tempo, il motivo della esecuzione affrettata è stato senza dubbio l’avvertimento dato dall’Iran all’Arabia Saudita che prometteva conseguenze in caso di esecuzione della condanna a morte a Nimr, molto importante nel mondo sciita iraniano.


La dura presa di posizione degli iraniani aveva fatto pensare a un perdono da parte di re Abdullah ma la sua morte e l’ascesa al potere da parte di re Salman ha portato ad un irrigidimento delle posizioni saudite nei confronti del regime iraniano.


L’uccisone di Nimr ha fatto infuriare gli iraniani ma ha preoccupato gli americani e questo era sicuramente un obiettivo dei sauditi. L’allontanamento dall’alleato storico americano è dovuto ai contatti avuti dagli americani con gli iraniani a loro insaputa, visto come un tradimento a Riyad.


Nonostante l’Arabia Saudita abbia formalmente accettato l’accordo nucleare la preoccupazione riguardo la politica aggressiva da parte degli iraniani nell’area è crescente. Alcuni ufficiali sauditi sono arrivati a prospettare l’ipotesi di un centro per l’arricchimento dell’uranio saudita.


L’attivismo iraniano nell’area, quindi in Libano, Bahrain, Iraq, Siria e Yemen ha fatto si che anche l’Arabia Saudita stia arricchendo il proprio esercito. Riyad ha chiamato dei consulenti occidentali per modernizzare le proprie forze armate con l’intento di guidare una coalizione sunnita.


Gli stati sunniti dell’area si sono preoccupati ancor di più quando Obama ha tentennato riguardo le sanzioni con cui la comunità internazionale avrebbe dovuto colpire l’Iran dopo gli ultimi test effettuati con dei missili balistici.
Un’altra questione che ha preoccupato gli stati sunniti e l’Arabia Saudita più di tutti è stata l’uccisione di Zahran Alloush con un attacco aereo. Alloush non era né un moderato né un amico dell’occidente ma era a capo della forza ribelle più potente e la sua uccisione per mano russa ha distrutto gli sforzi di pacificazione di Riyad degli ultimi mesi.


Come se non bastasse gli USA non hanno commentato l’uccisione di Alloush e agli occhi dei sauditi questo è sembrato un segno che gli Stati Uniti non sono intenzionati a esporsi per i loro alleati. La sensazione a Riyad è che Mosca e Teheran stanno facendo di tutto per scalzare l’Arabia Saudita dalla sua posizione privilegiata nell’area e che i loro alleati, gli americani, non stanno facendo nulla per impedirlo.


Dal canto loro gli americani non capiscono l’insicurezza dei sauditi: sono più ricchi e hanno le armi migliori. Oltretutto i sunniti sono la stragrande maggioranza nel mondo anche se nella penisola arabica l’Arabia Saudita è circondata da nazioni sciite.
Un buon intento, quello di bloccare la proliferazione nucleare, quindi, sta rischiando di far scoppiare la polveriera mediorientale.

Invicta al Pitti Uomo 89: 110 anni di un brand cult

Energia e dinamismo sono le parole chiave della nuova collezione Invicta Autunno/Inverno 2016/2017. Un’offerta ancora più ampia e variegata per quanto concerne i tessuti, che dal nylon basic si arricchiscono di tessuti memory e stampe nuove. Una palette cromatica che si arricchisce di colori nuovi, tra cui l’antracite, il bordeaux, il blu scuro, per capi pensati sia per l’uomo che per la donna. Piombo e oro sono le nuances che caratterizzano la nuova collezione presentata al Pitti 89: capispalla, tra cui giubbini, blazer, giacche, cappottini, giacconi, parka, maglieria, ma anche e accessori, come berretti e sciarpe in lana e cappucci multifunzionali.

Comfort e stile nel pezzo forte della nuova collezione, il giubbino trapuntato con cappuccio in nylon full dull water-proof e down-proof, con gilet interno fisso. Il capo, unisex, è caratterizzato da una particolare tecnologia che permette di indossare il giubbino come fosse uno zaino. Al suo interno sono state infatti inserite delle bretelle elastiche personalizzate che permettono di indossare il giubbotto come se fosse uno zaino (elemento direttamente riconducibile al brand e al prodotto, lo zaino, che ha fatto la storia del marchio).

Si continua con giubbini per lui e per lei, ma anche cappottini pensati esclusivamente per lei, con un mix di tessuti accattivanti, per una collezione che coniuga brillantemente il design al comfort e alla funzionalità, da sempre elementi che caratterizzano le collezioni Invicta. Comodità e stile per i capispalla pensati per l’uomo, ma anche per la donna.



Invicta nel 2016 festeggia 110 anni. Il brand nasce infatti nel lontano 1906, con le borse e i sacchi da marina. Successivamente viene acquistato da un artigiano torinese specializzato nella produzione di zaini e accessori per i primi alpinisti. Ma è negli anni Ottanta che Invicta diventa brand di culto per intere generazioni, grazie anche allo zainetto Jolly. Il brand diviene vero fenomeno sociale di moda e costume, il cui stile è giunto fino ai nostri giorni.

Addio a Robert Goossens, disegnò i gioielli per Chanel

Il suo nome ai più dirà poco, ma le sue creazioni sono entrate nella storia: monili preziosi e raffinati, collane realizzate con cristalli di rocca, bangles dalle suggestioni antiche, e, ancora, spille a forma di croci bizantine. Preziose, sofisticate, dall’inestimabile valore e dal gusto inimitabile, le creazioni realizzate da Robert Goossens hanno impreziosito per oltre mezzo secolo le collezioni di moda di nomi del calibro di Chanel, Madame Grès, Schiaparelli, Yves Saint LaurentRochas, Balenciaga, Dior. Il grande creatore di gioielli è scomparso a Parigi lo scorso 7 gennaio, all’età di 88 anni.

Nato nel 1927 in una famiglia modesta, suo padre lavorava in una fonderia. Fin da giovanissimo, Robert sviluppò un amore viscerale per le pietre preziose. La sua carriera iniziò a soli 15 anni come apprendista orafo, creando piccoli oggetti per le grandi gioiellerie di Parigi.

Questa familiarità con le pietre preziose sarà più avanti il motore della sua carriera: la sua particolare attitudine lo spingerà infatti a mixare con gusto ed un’eleganza senza pari pietre preziose a pezzi di bigiotteria, pietre artificiali a gemme preziose. Raffinato artigiano dall’incommensurabile sensibilità estetica, Robert Goossens è stato uno dei nomi più importanti nel design di gioielli del XX secolo.

Lily Donaldson in tailleur Chanel e gioielli Goossens, foto di Steven Meisel, Vogue, maggio 2005

Lily Donaldson in tailleur Chanel e gioielli Goossens, foto di Steven Meisel, Vogue, maggio 2005

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Mademoiselle Chanel con gioielli Goossesn ritratta da Henri Cartier-Bresson nel 1964

Croce bizantina realizzata da Goossens per Chanel

Croce bizantina realizzata da Goossens per Chanel



Un’estetica ricercata che traeva ispirazione dai dipinti che Robert aveva visto nei musei parigini, ma anche da opere del Rinascimento e da altre culture, in primis Bisanzio e i suoi mosaici preziosi. Pioniere iconoclasta, viaggiò moltissimo nel corso della sua vita, portando con sé ametisti, zaffiri, rubini, coralli, cristalli di roccia e quarzo, che poi modellò in pezzi di alta gioielleria, insieme al bronzo, alle perle e persino alle conchiglie. Orecchini pendenti, bracciali rigidi, bangles, ma anche collane e girocolli, spille e piccoli dettagli forgiati con una classe rara, che attingeva a culture e popoli lontani. Le creazioni di Goossens fanno sognare e ci trasportano in una dimensione onirica, in cui il lusso è solo una delle numerose sfaccettature di un’arte unica.

Dall’età di 25 anni il suo lavoro iniziò ad essere apprezzato dalle case di moda, e Cristóbal Balenciaga fu il primo a commissionargli un lavoro, ossia la realizzazione di una croce di cristallo di ispirazione bizantina, per una sfilata di haute couture. Nel 1953 inizia il sodalizio con Chanel. Mademoiselle Coco adorava l’arte del maestro orafo, a cui chiese di realizzare i gioielli per molte delle sue collezioni, oltre che mobili e pezzi di antiquariato per la sua casa. Spiccano gli smeraldi e le croci bizantine, oltre ai celebri bangles, nel curioso mix tra pietre preziose e bigiotteria adorato da Gabrielle. Goossens collaborò con la maison fino alla scomparsa della sua creatrice, per poi lavorare con Karl Lagerfeld nel corso degli anni Ottanta e Novanta, sia per le collezione di prêt-à-porter che per quelle di haute couture. Il marchio Chanel acquistò la compagnia di Gossens lo scorso 2005.

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Un ritratto del maestro Goossens

Orecchini realizzati per Yves Saint Laurent

Orecchini realizzati per Yves Saint Laurent

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Le creazioni di Goossens hanno impreziosito le collezioni di numerose case di moda, da Madame Grès a Schiaparelli



Definito “Monsieur Bijou”, dagli anni Settanta iniziò un nuovo prolifico sodalizio artistico con monsieur Yves Saint Laurent, per cui, su consiglio di Loulou de la Falaise, creò collezioni di ispirazione africana. Per la maison francese Goossens realizzò di tutto, dalle trousse per la linea di make up fino alle boccette di profumo in edizione limitata. La collaborazione con Saint Laurent durò fino al 2002, quando la maison chiuse con l’alta moda. Lo showroom Goossens è ubicato in Avenue George V, una delle vie più eleganti di Parigi. Alcune delle creazioni del maestro fanno oggi parte delle collezioni del Muséè des Arts Décoratifs di Parigi. Il maestro lascia due figli e una lunga tradizione nel design di gioielli.

ZEROSETTANTA STUDIO A PITTI IMMAGINE UOMO

ZEROSETTANTA STUDIO PRESENTA A PITTI UOMO LA MODA A IMPATTO ZERO

Per l’autunno-inverno 16/17, Zerosettanta Studio riparte dai suoi archivi, riscoprendo l’Italia anni ’60, riprendendone l’estetica con una consapevolezza nuova.

Sostenibilità, responsabilità sociale, riciclo – sono parte integrante della nuova etica giovanile che sta cambiando il mondo della moda.

In linea con questo pensiero il brand ripesca le antiche tradizioni toscane, in accordo con i suoi produttori di tessuti, inserendo in collezione ben tre articoli 100% riciclati.

Aboliti coloranti aggiunti, nessun intervento chimico, completa assenza di acidi: la trasformazione del prodotto è all’origine, con il solo impiego di acqua e forza meccanica, utilizzando esclusivamente energia elettrica pulita e autoprodotta e garantendo un impatto ambientale praticamente nullo.

Tre i temi ispiratori della collezione:

URBAN HUNTING:


In cui si esprime l’anima più sostenibile della collezione. Della caccia rimangono le sensazioni e le forme, i richiami ai tweed in lana e cotone 100% riciclati, stampati sui trapuntati per un effetto giovane e dinamico, senza dimenticare i nuovissimi cotoni cerati e le microfibre per capi leggeri dall’aspetto romantico.

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URBAN ’60:

Una ricerca di formalità elegante con un’ innata voglia di giovanile rottura degli schemi.

Il principe di Galles è rivisto in eco-suede impalpabile e morbidissimo. Il “soprabito” diventa un capo tecnico in lana membranata leggerissima, con interni staccabili imbottiti. La riscoperta del cappotto passa attraverso tessuti macro-quadro che ne sdrammatizzano la sobria eleganza.

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URBAN NEOCLASSIC:


È la chiave di lettura dello stile Zerosettanta Studio, dove il nuovo gioca con la tradizione, riabbinandola, ricreandola, generando nuovi spunti. In questa ottica i tessuti trapuntati sono stati studiati per richiamare le impunture fatte a mano, tipiche del lavoro di sartoria.

I piumini sono capi multifunzionali, misti di lana e tessuti tecnici, dove la sahariana si confonde con il capo active.

Infine la pelle ultraleggera imbottita richiama all’utilizzo più informale per i capi più ricchi della collezione.


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La famiglia Landi presenta al Pitti Immagine Uomo, l’Impermeabile

La famiglia Landi presenta al Pitti Immagine Uomo, l’Impermeabile

Certa che in versione classica il trench regga l’usura degli anni, l’azienda e’ orgogliosa di andare a riproporlo in versione tradizionale, aggiornandolo solo per quel poco che occorre. Vengono emulate le stesse tecniche di lavorazione, la medesima cura nei particolari, e con la stessa dedizione e lo stesso amore di allora si procede alla produzione di capi, senza tempo.

Convinta che quella versione rigorosa ed audace che in 100 anni ha fatto incetta di ammiratori, Landi è sicura di incontrare i gusti ed i sogni di un consumatore attento e raffinato che non rinuncia al culto della propria immagine. Un personaggio che sa osare e vuole distinguersi in una società globalizzata.

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Nel linguaggio internazionale l’ impermeabile è riconosciuto con la parola inglese “trench coat”, cappotto di trincea. Le sue origini sono piuttosto moderne e risalgono al primo Novecento, durante la prima Guerra mondiale, quando il Ministero della guerra inglese fece una grossa commessa al sig.Thomas Burberry, di un modello che fosse a metà strada fra un impermeabile d’ordinanza ed un cappotto. Un capo che risultasse pratico e che proteggesse dalla pioggia.

Allacciatura a doppiopetto, spalline, sottogola per evitare che l’acqua entrasse dal colletto, mantella corta sulle spalle per ripararle ulteriormente, tasche di sicurezza e maniche stringibili con cinturino per frenare il vento, il tutto color Kakhi.

Indossato da grandi star hollywoodiane quali Humprey Bogard, Greta Garbo e Marlene Dietrich, l’impermeabile si afferma come capo iconico e trasversale, anche nelle sue declinazioni più commerciali. Un capo severo ed androgino che esalta il fascino di chi lo indossa.

Proprio basandosi su questa tradizione, l’azienda empolese crea un capo dal taglio classico e riconoscibile nella nuance e nel tessuto, versatile, compatto e leggermente lucido, ideale per la mezza stagione.

La città di Empoli ha una storia importante nella produzione del capo in questione, che risale al 1907 fino al 1943, prima dei bombardamenti, quando il distretto empolese era una così grande realta’ che contava 66 ditte ed impiegava ben 20.000 addetti, superando di gran lunga le produzioni inglesi.

Proprio in questi anni anche l’azienda Landi inizia ad affermarsi nelle confezioni.

Tramandata gelosamente di padre in figlio, Landi rimane oggi una fra le ditte tradizionalmente specializzate nella creazione di autentici impermeabili empolesi che hanno fatto la storia del Made in Italy nel mondo.

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JF LONDON ALLA MILANO MODA UOMO

Sabato 16 gennaio nella sala Puccini del Grand Hotel et de Milan, in occasione della Milano Fashion Week, JF LONDON presenta la nuova collezione uomo f|w 16-17 e una capsule donna.

Riferimenti alla trasgressione, con un tocco punk-rock per una collezione in cui domina il tema bondage, senza perdere di vista l’eleganza estrema determinata dall’utilizzo di pellami e accessori lussuosi.

Su una collezione total back irrompono i colori della notte come il rubino, il viola, il blu elettrico anche in versione laminata e l’oro.

Per l’uomo proposti modelli dal carattere forte che rimandano al mondo dei bikers, dettagli come zip, cinghie e fibbie, metallerie in evidenza, non solo per gli anfibi ma anche per i modelli più classici e per le sneakers.

La collezione donna è un mix di femminilità carica di accessori, le calzature sono scultoree, altezze da capogiro e dettagli preziosissimi.

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La Shoah nella storia del cinema

Il giorno della memoria. L’orrore dell’Olocausto e il dramma della deportazione della popolazione ebrea da parte dei nazisti hanno caratterizzato e influenzato in maniera netta e decisiva le rappresentazioni cinematografiche a partire dallo scorso secolo. Autori, registi, storici, esperti e critici si sono cimentati nel produrre svariate pellicole sul tema della Shoah, allo scopo di far rivivere un passato che non può e non deve essere cancellato dall’oblio.

 

La persecuzione e lo sterminio degli ebrei è stato riprodotto in modalità differenti nel corso degli anni. Alcuni registi, ad esempio, hanno voluto mettere in primo piano la cruda realtà del genocidio. Su questo percorso tematico, non possono non essere citati George Stevens e Steven Spielberg rispettivamente con Il diario di Anna Frank del 1959 e Schindler’s list del 1993. Stando a tempi più recenti, invece, troviamo Il pianista di Roman Polanski del 2002, Ogni cosa è illuminata di Liev Schreiber del 2005, Il nastro bianco di Michael Haneke del 2009, La chiave di Sara di Gilles Paquet-Brenner del 2010, In Darkness di Agnieszka Holland del 2011 e Anita B. di Roberto Faenza del 2014.

 

Altri autori invece hanno posto l’accento sulla deportazione e la realtà del lager. In questo senso, uno dei più importanti lavori del passato è senza dubbio Il viaggio dei dannati di Stuart Rosemberg del 1977, nonché il grande kolossal Olocausto dell’anno successivo, targato Marvin J. Chomsky. Ovviamente non poteva mancare La vita è bella di Roberto Benigni del 1998, così come l’opera d’oltralpe Train de Vie di Radu Mihaileanu del 1999, in cui è altresì percepibile una chiara deriva ironica per sdrammatizzare l’orrore. Incanalati all’interno del medesimo contesto tematico, ecco che trovano posto anche Il Falsario – Operazione Bernhard di Stefan Ruzowitzky del 2007, il celebre e più volte riproposto in tv Il bambino con il pigiama a righe di Mark Herman del 2008 ed infine Vento di primavera del 2010 diretto da Roselyne Bosch.

 

Alcuni registi hanno voluto inscenare il lato più battagliero e patriottico della situazione, schierandosi apertamente al fianco delle persone che hanno lottato, anche a costo della propria vita, pur di rimanere nella propria dimora e nel proprio Paese nonostante l’invasione nazista. Il tema della resistenza viene sviscerato ed esplorato in Arrivederci ragazzi di Louis Malle del 1987, Rosenstrasse di Margarethe von Trotta del 2003, La rosa bianca – Sophie Scholl di Marc Rothemund del 2005 e in Defiance – I giorni del coraggio del 2008, con Daniel Craig (James Bond) tra i protagonisti e la regia di Edward Zwick.

 

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La produzione cinematografica italiana non è stata certo a guardare. La persecuzione degli ebrei e le stragi naziste avvenute nel nostro Paese sono il leitmotiv de Il giardino dei Finzi Contini di Vittorio De Sica del 1970, mentre in tempi più recenti ricordiamo Concorrenza sleale di Ettore Scola del 2001 e L’Uomo che verrà di Giorgio Diritti del 2009.

 

L’ironia utilizzata come arma contro l’orrore è il caposaldo de Il grande dittatore di Charlie Chaplin, superbo ed ilare capolavoro del 1940.

 

Il punto di vista delle vittime e degli spietati assassini che si sono macchiati di terribili omicidi viene analizzato da film quali Il maratoneta di John Schlesinger del 1976, L’ultimo metrò di Francois Truffaut del 1980 e il recente The Reader – A voce alta di Stephen Daldry del 2007.

 

La pellicola Vincitori e vinti di Stanley Kramer del 1961, invece, si fa notare per aver affrontato il tema spinoso dei processi dei criminali di guerra nazisti, mentre le opere intitolate Non dire falsa testimonianza di Krysztof Kieslowski del 1988 e Homicide di David Mamet del 1991 gettano la luce sulle tracce indelebili provocate dall’orrore dell’Olocausto.

 

Il labirinto del silenzio

 

 

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Uno degli esempi di cinema legato tematicamente al ricordo e alla rielaborazione della Shoah è il film, da poco uscito nelle sale, Il labirinto del silenzio, in cui la tragedia dell’Olocausto viene esaminata in maniera sobria ed efficace. Un film-dossier teso ed appassionante dai toni inquisitori e diretti.

 

La storia è ambientata a Francoforte (Germania) nel 1958. Johann Radmann è un giovane procuratore idealista, ambizioso e ligio al dovere. Attraverso l’incontro con un giornalista poco incline alle regole e dallo spirito combattivo, Thomas Gnielka, Johann fa la conoscenza di Simon, un artista ebreo sopravvissuto ai campi di concentramento di Auschwitz, le cui figlie gemelle sono state sottoposte ad una serie di crudeli test da parte del Dott. Josef Mengele. Simon riconosce nella figura di un insegnante di una scuola elementare uno degli aguzzini del campo di sterminio. Johann, rimasto colpito sia dalla sofferenza provata da Simon sia dalla tenacia di Thomas, decide di occuparsi del caso, ma la bocca cucita di coloro che vorrebbero dimenticare e di chi purtroppo non potrà mai affidarsi all’oblio, costringono il giovane procuratore a chiedere aiuto a Fritz Bauer, il procuratore generale, il quale gli consentirà di svolgere in piena autonomia e in totale libertà il proprio lavoro, infondendogli al contempo il coraggio di perorare la sua causa. Dopo aver ascoltato numerose testimonianze, Johann entrerà in contatto con l’orrore del passato recente della sua Germania ed avvierà il cosiddetto “secondo processo di Auschwitz”.

 

Il labirinto del silenzio è un film drammatico tedesco del 2014, distribuito nelle sale cinematografiche italiane a partire dal 14 gennaio grazie alla Good Films. Dietro la cinepresa troviamo il regista Giulio Ricciarelli, nato a Milano, ma naturalizzato tedesco, il quale, attraverso questa pellicola, fa slittare il piano visivo verso quello auditivo e il piano delle immagini verso quello verbale.

 

Il protagonista della vicenda è un biondo e baldanzoso procuratore che a distanza di 60 anni dalla liberazione dei campi di concentramento di Auschwitz e Birkenau guida la propria Nazione verso la redenzione. Il 1958 diviene così l’anno spartiacque, in cui finalmente s’inizierà per la prima volta a far luce sui crimini di guerra e sui criminali nazisti.

 

Giulio Ricciarelli costruisce un film giuridico e drammatico perfettamente corretto da un punto di vista storiografico. Tale operazione viene eseguita amalgamando personaggi fittizi (Johann Radmann) e realmente esistiti (Thomas Gnielka e Fritz Bauer, a cui il film è dedicato).

 

Ne Il labirinto del silenzio il male assume le sembianze di un essere vivente dotato di un nome, un volto, un’età anagrafica e un recapito. Il giovane procuratore protagonista dell’opera prende sulle spalle la Germania, facendosi carico del suo ingombrante e sconcertante passato. I campi di sterminio non saranno più definiti (e giustificati) come “luoghi di detenzione privata”, ma verranno chiamati col loro vero e reale nome. Tuttavia, Johann, persuaso d’indagare su un omicidio, dovrà fare i conti con l’omertà delle persone e con la falsità delle loro dichiarazioni. A 20 anni di distanza dal processo di Norimberga, 22 criminali nazisti, di cui tuttavia solo 6 saranno condannati all’ergastolo, presenzieranno dinanzi al tribunale di Francoforte, in quello che è stato ribattezzato come il “secondo processo di Auschwitz”. Tale evento segnò un vero e proprio cambiamento di rotta: la Germania per la prima volta assunse il suo passato come un dovere morale. L’opinione pubblica e la magistratura iniziarono gradualmente a prendere coscienza e a sensibilizzarsi su ciò che accadde. L’oblio dell’Olocausto fu così scongiurato.

 

In questo film i mostri del passato verranno braccati e i gerarchi e i secondini saranno messi a confronto. Il silenzio degli aguzzini e delle vittime sarà spezzato ed interrotto da una serie di domande, le quali cercheranno di farsi largo nel loro dolore. Attraverso la figura di Simon, inoltre, Il labirinto del silenzio parlerà anche dell’isolamento dei sopravvissuti e dell’integrazione in Germania e in Israele, facendo riflettere chi ha ignorato e nascosto per troppo tempo la portata dello sterminio di massa.

Il ritratto di un dittatore

Il male ha un volto. Forse è un’estremizzazione, ma Kim Jong-un, il dittatore nordcoreano, rappresenta senza dubbio una seria minaccia per la pace nel mondo. Gli orrori, le atrocità, la violenza gratuita e i campi di prigionia allestiti sono il biglietto da visita del capo di stato più giovane in assoluto. Ripercorriamo insieme le tappe fondamentali della sua carriera politica.

 

Kim Jong-un ha da poco compiuto 33 anni e, oltre ad essere il leader supremo della Repubblica Popolare Democratica di Corea (meglio conosciuta come Corea del Nord) dal 18 dicembre 2011 (appena un giorno dopo la morte del padre), è altresì Segretario del Partito del Lavoro di Corea, Presidente della Commissione di Difesa Nazionale, Presidente della Commissione militare centrale e Comandante Supremo dell’Armata Popolare Coreana.

 

Appassionato di pallacanestro e amante del lusso e dello sfarzo, Jong-un possiede due lauree, una in fisica presso l’Università Kim Il-sung e l’altra presso l’Accademia Militare Kim Il-sung. Il 27 settembre 2010, alla vigilia della Conferenza nazionale del Partito del lavoro, è stato eletto Generale dell’Esercito insieme alla zia Kim Kyong-hui, mentre il giorno successivo fu nominato membro del Comitato centrale del Partito del lavoro, nonché vicepresidente della sua Commissione militare.

 

Due giorni dopo la scomparsa del padre, il 19 dicembre 2011 la Tv di stato della Corea del Nord lo incensa come il Grande Successore, esortando l’intero Paese a riunirsi attorno al nuovo leader. L’11 aprile del 2012 la 4° conferenza generale del Partito del Lavoro di Corea lo elegge Primo Segretario del partito.

 

Tre mesi più tardi, Jong-un viene nominato Capo delle forze armate nordcoreane, un’elezione che quasi coincise con l’annuncio del suo matrimonio con la ballerina e cantante locale Ri Sol-ju.

 

I primi attriti con gli Stati Uniti vengono a crearsi il 7 marzo 2013 quando Jong-un minaccia gli USA e gli acerrimi rivali della Corea del Sud con un attacco nucleare. Dopo poco più di tre settimane, egli annuncerà a tutto il mondo che la Corea del Nord è pronta ad adottare una nuova strategia di sviluppo economico basata sulla produzione di armamenti nucleari.

 

Uno degli episodi più sconcertanti che ha caratterizzato l’inizio della sua carriera politica è datato agosto 2013, quando condannò a morte lo zio Jang Song Thaek tacciato di essere un uomo corrotto e un depravato sessuale.

 

Anche il 30 aprile 2015 è una data che non passa certo inosservata. In quel giorno, infatti, Jong-un pare abbia giustiziato il comandante della Difesa Hyon Yong-chol, capo delle forze armate popolari. La sua colpa sarebbe stata quella di addormentarsi durante un evento militare presieduto proprio da Jong-un e di non avere seguito correttamente le sue direttive. L’esecuzione è stata eseguita nella capitale Pyongyang (città natale di Jong-un) con l’ausilio di un intero plotone d’esecuzione munito di armi pesanti, tra cui spicca persino un cannone antiaereo. Secondo l’agenzia informativa Yonhap , filtrando le notizie provenienti dal National intelligence service, a partire dal gennaio 2015 sono stati barbaramente uccisi altri 15 funzionari di stato.

 

Le follie di Kim Jong-un

 

North Korean leader Kim Jong Un attends the Supreme People's Assembly in Pyongyang, in this still image taken from video released by Kyodo April 9, 2014. North Korea on Wednesday announced its leader Kim was re-elected as First Chairman of the ruling National Defence Commission at the meeting of its assembly. Mandatory credit   REUTERS/Kyodo (NORTH KOREA - Tags: POLITICS PROFILE TPX IMAGES OF THE DAY) ATTENTION EDITORS - THIS IMAGE WAS PROVIDED BY A THIRD PARTY. FOR EDITORIAL USE ONLY. NOT FOR SALE FOR MARKETING OR ADVERTISING CAMPAIGNS. THIS PICTURE IS DISTRIBUTED EXACTLY AS RECEIVED BY REUTERS, AS A SERVICE TO CLIENTS. MANDATORY CREDIT. JAPAN OUT. NO COMMERCIAL OR EDITORIAL SALES IN JAPAN - RTR3KKDI

Kim Jong Un

 

Nella notte tra il 5 e il 6 gennaio, Kim Jong-un e i suoi più stretti collaboratori, in linea con la recente linea strategica economica intrapresa, hanno eseguito un test sulla bomba a idrogeno. Attraverso l’ONU, tutte le Nazioni hanno espresso la loro ferma condanna a questo esperimento nucleare, teso ad incutere timore fra le popolazioni mondiali. Una sorta di minaccia terroristica, nonché un gesto deprecabile foriero di cattive intenzioni, verso il quale Russia, Stati Uniti e Corea del Sud, in primis, si sono immediatamente ed apertamente schierati contro il dittatore di Pyongyang.

 

Il test sulla bomba H è solo una delle tante follie messe in atto da Kim Jong-un.

 

La BBC, ad esempio, ha recentemente annunciato che le campagne pubblicitarie nordcoreane approvino le acconciature “ufficiali” e ridicolizzino le persone con i capelli lunghi. Questo perché una folta chioma pare  possa danneggiare l’intelligenza e consumare l’energia del cervello. Ma non è tutto. Sembra infatti che in Corea del Nord ci sia il divieto, ovviamente imposto da Jong-un, di portare capi d’abbigliamento con diciture in inglese per gli uomini, mentre per le donne d’indossare i pantaloni. È altresì obbligatorio per legge indossare il distintivo che riporta le immagini dell’ex capo di stato Kim Il Sung e del figlio, Jong-un.

 

Se queste due regole, per quanto assurde e bizzarre, vi sono parse quasi divertenti, quello che segue lo sarà sicuramente di meno. La follia omicida e lo spirito di vendetta di Kim Jong-un trovano la loro essenza in una serie di atti brutali ed efferati. L’attendibilità dubbiosa delle fonti e l’impossibilità di verificare la veridicità delle notizie ha permesso talvolta che circolassero notizie false, smentite successivamente dai fatti. Basti pensare, a titolo esemplificativo, alla condanna a morte dell’ex fidanzata del dittatore insieme al suo gruppo musicale, con l’accusa di aver girato un video pornografico, fotografata successivamente viva e vegeta settimane dopo a fianco al dittatore.

 

I crimini di cui pare si sia macchiato Kim Jong-un non sono quantificabili. Nell’aprile 2014, infatti, un quotidiano della Corea del Sud, Chosun Ilbo, ha sparso la voce che Jong-un ha bruciato vivo con un lanciafiamme un alto funzionario del reparto militare di Jang. La notizia è praticamente impossibile da verificare, ma non è la prima volta che un tale metodo d’esecuzione viene segnalato. Un mese prima, infatti, un manipolo di giornalisti appartenenti alla rivista Rimjingang, sotto copertura in Corea del Nord, ha riportato la notizia secondo cui tutti i funzionari rimasti fedeli a Jang sarebbero stati uccisi da una granata e i resti dei loro corpi inceneriti da un lanciafiamme. Rimanendo in questa truce prospettiva, il Chosun Ilbo ha altresì riferito che nel 2012 un altro funzionario militare, colto in stato d’ebbrezza durante il periodo di lutto per Kim Jong-il (padre di Jong-un), sarebbe stato barbaramente ucciso con una cannonata, a seguito dell’ordine imposto dal dittatore: ”Non deve rimanere nessuna traccia di lui, capelli compresi”.

 

Al di là dell’attendibilità e della veridicità delle fonti, ciò che crea sgomento è il fatto che nel 2016 possa ancora esistere un capo di stato in grado di commettere simili atrocità e barbarie senza nessun tipo di provvedimento nei suoi confronti.

 

The Interview

 

Dave Skylark (James Franco) and Kim Jong-un (Randall Park) in Columbia Pictures' in the movieTHE INTERVIEW.  (amusements,movies)

Dave Skylark (James Franco) e Kim Jong-un (Randall Park) in THE INTERVIEW

 

La particolarità della figura di Kim Jong-un è stata fonte d’ispirazione persino a livello cinematografico. Nel 2014, infatti, la casa di produzione statunitense della Sony Columbia Pictures diede vita al film The Interview, con la coppia composta dal canadese Evan Goldberg e dall’attore americano Seth Rogen alla regia, e come protagonisti James Franco e lo stesso Seth Rogen.

 

Ecco la trama: Dave Skylark (James Franco) è un egocentrico e bizzarro conduttore televisivo del famoso talk show dai toni fortemente trash “Skylark Tonight”. Dave è noto per le sue ficcanti interviste alle celebrità, ma il suo enorme successo è dovuto quasi esclusivamente alla mente ingegnosa del suo produttore (nonché migliore amico) Aaron Rapoport (Seth Rogen). È proprio quest’ultimo che rende possibile il sogno di una vita, procurando a Dave un’intervista con Kim Jong-un, il dittatore della Corea del Nord. In procinto di partire, i due vengono avvicinati dalla CIA che chiede loro di assassinare Jong-un. Dave e Aaron accettano e diverranno gli uomini meno qualificati in assoluto per uccidere (o quantomeno intervistare) il dittatore più spietato del mondo.

 

La pellicola suscitò non poche polemiche tra Stati Uniti e Corea del Nord, con molti attacchi informatici effettuati da una serie di hacker nordcoreani. L’attore che interpreta il ruolo di Kim Jong-un è Randall Park, nato a Los Angeles (California), ma di chiare origini coreane.

Scott Schuman: con Roy Roger’s conquista Pitti Uomo

È il più noto fotografo di street style e detiene la fama di essere tra i blogger più stimati del fashion system. Da oggi, Scott Schuman meglio conosciuto come The Sartorialist, è anche diventato uno stilista firmando una capsule collection per Roy Roger’s presentata in questi giorni durante Pitti Uomo edizione 89.

Cosa ha spinto il brand fiorentino a stringere un accordo biennale con Schuman? Lo spiega Guido Biondi, direttore creativo del brand: Mi ha sempre affascinato la visione pioneristica di Scott Schuman sul concetto di moda che sottolinea il valore dell’interpretazione personale. The Sartorialist rappresenta, infatti, un osservatorio permanente sui cambiamenti che avvengono nel mondo, attraverso il suo vigile obiettivo che ci mostra ciò che indossa la gente comune nella vita quotidiana.

 

Scott Schuman alla presentazione di The Sartorialist by Roy Roger's

Scott Schuman presenta The Sartorialist by Roy Roger’s

 

Al centro della collezione, il denim, strutturato per essere indossato con capi essenziali per un look contemporaneo.

Volumi e silhouette, ci rimandano negli anni settanta con pantaloni a vita alta leggermente svasati sul fondo e maglioni e capospalla che si accorciano sui fianchi. L’unica eccezione è riservata al parka, il solo indumento ad avere una linea oversize.

Ho realizzato questa capsule un po’ per egoismo perché volevo realizzare le cose che non trovavo per me sul mercato. Prima di tutto i jeans a vita alta, di denim premium quasi nero che mi fanno sentire più alto e le giacche blu di cachemire con gli spacchi molto alti. Sono i piccoli cambiamenti delle proporzioni che fanno la nuova moda“, racconta così la collezione, il neolaureato designer Schuman.

Tutti i capi, peraltro, hanno al loro interno una speciale etichetta realizzata in cotone 100% proveniente da vecchi telai a navetta.

La collezione potrà essere acquistata nelle boutique monomarca Roy Roger’s e negli shop del marchio sparsi per il mondo.

 

La camorra a Quarto

Sarò ingenuo, ma a me queste polemiche su Quarto stupiscono molto. Forse perché a me queste “infiltrazioni” criminali prive di qualsiasi geografia tanto cara alla Lega non stupiscono affatto.
Scrivevo un anno fa, a proposito del rischio infiltrazioni nelle primarie del Pd, a proposito di Mafia Capitale a Roma e poco prima di tante elezioni amministrative: La criminalità organizzata agisce ed ambisce ad essere e funzionare come una vera e propria istituzione. Chiariva in modo efficace Paolo Borsellino “Politica e mafia sono due poteri che vivono sul controllo dello stesso territorio: o si fanno la guerra o si mettono d’accordo”.
Alla criminalità organizzata interessa entrare nella gestione politica e amministrativa per svariate ragioni quasi tutte rientranti nel “controllo del territorio” in senso lato.



Intanto per “dimostrare” che condizionando la vita politica e amministrativa di fatto “è più potente” dello Stato, che invece di certo non può fare la stessa cosa nello stesso modo con la stessa incidenza.
Da un punto di vista economico la criminalità organizzata ha un interesse preciso nelle amministrazioni locali per svariate ragioni: condizionare appalti, aggiudicarsi gare, ma anche gestire direttamente e indirettamente parte del mercato del lavoro, condizionando assunzioni in municipalizzate, partecipate o aziende vincitrici di appalti nei servizi.
Di cosa ci si stupisce dunque oggi parlando di Quarto? Comune nato nel 1948 per scorporo dal comune di Marano, di cui era frazione. Dalla sua istituzione ha avuto un boom demografico in seguito al terremoto dell’Irpinia del 1980 e al bradisismo di Pozzuoli del 1983, che comportò lo svuotamento del rione Terra a seguito dei numerosi danni alle strutture abitative.


La popolazione allora crebbe dai meno di diecimila abitanti ai circa quarantamila attuali. Abusivismo edilizio e concentrazione criminale inclusi. Un pezzo di quella cintura della città di Napoli che raccoglie circa tre volte la popolazione di Napoli e pesa molto in termini elettorali.
Secondo Berni “La grande anomalia della Campania è la presenza di una criminalità organizzata che controlla in maniera capillare il territorio… Dimensione economica, radicamento sul territorio, capacità di supplenza dell’amministrazione pubblica, reti di complicità, distribuzione del reddito come agenzie del lavoro illegale nelle terre dove il lavoro legale non c’è, fanno delle ecomafie molto più di un’emergenza criminale”.
Ma proprio questa “anomalia” dovrebbe indurre i partiti politici ad un maggiore rigore non tanto e non solo nella selezione della classe dirigente, ma soprattutto nella definizione di regole e codici interni chiari che rendano “sconveniente” non solo il favorire in maniera attiva, ma anche il restare passivi rispetto a certi episodi.



Mi stupisco quindi che qualcuno possa aver creduto anche solo per un momento che potesse esistere un solo partito esente da rischio infiltrazioni. Come se ci potesse essere qualcosa nel dna o per grazia divina ricevuta, che impedisse geneticamente o religiosamente che il singolo candidato, il singolo consigliere, potessero chiedere e ricevere voti criminali.
Certo, sino a che un partito politico è piccolo, marginale, di opposizione, questo rischio si riduce per due motivi: scarsa rappresentanza e scarso potere gestito. Ma quando un partito cresce, il rischio infiltrazione cresce con lui.
Risolvere la questione col semplice garantismo, con una veloce espulsione, con una dissociazione da azioni personali, non risolve certamente il problema. Non lo risolve nei grandi e vecchi partiti come non lo risolve oggi nel Movimento 5 Stelle.



Combattere la criminalità organizzata è atto concreto ben più difficile del semplice slogan elettorale, ed è questione che tocca tutti i partiti politici nel momento della responsabilità, ovvero quando selezionano e scelgono i candidati, e se ne assumono la responsabilità piena, e nel come poi gestiscono “il dopo”. Ma è anche questione che riguarda soprattutto i cittadini, nel momento del voto, nella propria conoscenza delle persone e dei territori. Perché non possiamo più dire “non sapevo” o che è sempre colpa di qualcun altro, semmai della politica marcia, come se questa stesse altrove. Oggi riguarda Quarto, ieri altri comuni. Tra pochi mesi ricordiamocene quando si andrà a votare per altre amministrazioni. Senza pensare che Napoli (come Roma e Milano) possano essere esenti perché grandi. E senza pensare che ci sia un partito o movimento che – in sé – possa essere immune.

Il brand dell’aperitivo in mostra al Museo Max

Era il 1789 e Antonio Benedetto Carpano inventa il famoso Vermouth.
Si trattava di un distillato che prevedeva al suo interno 30 tipi di spezie e erbe.
Il Max Museo di Chiasso rende omaggio al più grande rito di convivialità, l’aperitivo, con la mostra La grafica per l’aperitivo. Trasformazione del Brindisi. Storie di Vetro e di carta.


Il brand dell'aperitivo in mostra al Museo Max


Si tratta di una mostra che attraverso réclame, manifesti, oggetti di design e complementi d’arredo ricostruisce la storia della comunicazione visiva del rito dell’aperitivo.
Questo rito, che oggi raccoglie consensi da ogni parte e che ha fatto la fortuna economica di molti locali, ha un’origine antica.


Il brand dell'aperitivo in mostra al Museo Max


Sarà con i primi anni dell’ottocento che comincerà a delinearsi l’idea di una vita più aperta al tempo libero e alla convivialità e sarà all’interno della nascente classe borghese che comincia a diffondersi il rito dell’aperitivo che precede la cena.
Un tempo limitato ma dove s’intessevano nuovi rapporti, talvolta anche di lavoro.
L’aperitivo ha radici profonde all’interno del vivere civile e oggi come nell’ottocento è un momento sociale importante.


Il brand dell'aperitivo in mostra al Museo Max


Furono le grandi aziende come Campari, Branca, Carpano, Cinzano, Martini a capire il business che c’era dietro questo rito e a investire sulla comunicazione per far crescere i propri fatturati.
Queste aziende ora ampiamente conosciute e leader sul mercato iniziarono la loro ascesa affidando la comunicazione del loro brand ad artisti del calibro di Fortunato Depero, Armando Testa, Marcello Dudovich, Marcello Nizzoli.


Il brand dell'aperitivo in mostra al Museo Max


Molto spesso nella storia della comunicazione si è assistito al ricorso all’arte per promuovere un prodotto o semplicemente un’idea.
Questa strategia che vede nell’arte e negli artisti dei possibili pubblicitari è stata con il tempo abbandonata da parte delle grandi aziende che hanno preferito mezzi ritenuti evidentemente più moderni e di facile impatto per comunicare.


Il brand dell'aperitivo in mostra al Museo Max


Tuttavia la storia della comunicazione visiva dimostra che molto spesso la fortuna di grandi marchi è passata attraverso un iniziale connubio con l’arte.
Questo a testimoniare che gli artisti hanno molto da insegnare al mondo della comunicazione e della costruzione d’immagini pubblicitarie.


Il brand dell'aperitivo in mostra al Museo Max


M.A.X. Museo
La grafica per l’aperitivo. Trasformazione del Brindisi. Storie di Vetro e di carta.
Dal 04.10.2015 al 17.01.2016
Via Dante Alighieri 6
CH – 6830 Chiasso
T +41 (0)91 695 08 88

Pitti: Belen in passerella per Guess

È il brand che celebra da anni la bellezza femminile, esaltando le curve e il sex appeal più prorompente: da Claudia Schiffer ad Eva Herzigova, da Kate Upton ad Adriana Lima, passando per Anne Nicole Smith e Laetitia Casta, Guess ora si affida alla sensualità di Belen Rodriguez, nuova testimonial per la Primavera/Estate 2016.

La bella argentina, che ha posato per una campagna pubblicitaria hot scattata da Joseph Cardo in quel di Malibu, ha sfilato nella prima giornata di Pitti Uomo. La febbre non ha fermato la showgirl, protagonista assoluta della passerella alla Fortezza da Basso, a Firenze.

Belen, fresca di separazione da Stefano De Martino, ha monopolizzato l’attenzione dei partecipanti alla 89esima edizione di Pitti Uomo. Tutti gli occhi erano per lei, che si è detta fiera di rappresentare un marchio quale Guess.

Belen in passerella a Pitti Uomo 89, foto Lapresse

Belen in passerella a Pitti Uomo 89, foto Lapresse

Foto Lapresse

Foto Lapresse

Foto Ansa

Foto Ansa



Un sogno che si avvera“: ha commentato così la bella argentina il suo ultimo lavoro come testimonial del celebre brand americano. La sfilata che ha avuto luogo a Pitti Uomo 89 ha visto tre uscite della showgirl: strizzata in un tubino rosso da pin up, come una novella Jessica Rabbit, sofisticata in un lungo abito nero dalle trasparenze audaci, e, infine, in un abito azzurro in svolazzante georgette di seta dagli spacchi hot.

Strizzata in succinti abiti in denim nelle foto della campagna pubblicitaria, per Belen Rodríguez è la consacrazione ad icona della bellezza contemporanea. Gli scatti compariranno su 80 riviste e in 16 paesi nel mondo a partire da febbraio. Intanto la showgirl è protagonista assoluta a Pitti.

I’m a nature: il video campagna lanciato da WWF

Quante volte, fradici di una quotidianità insidiosa, veloce e stressante, avete desiderato con tutte le vostre forze di essere foglia posata sulle sponde di un lago?

Staccare la spina da tutto ciò che è social, disintossicarsi dalla smania sempre più frequente di notorietà sui media. Purificarsi dall’odore sempre meno sopportabile dello smog delle nostre città e fuggire da quella sensazione di soffocamento provocata da palazzi sempre più alti che tolgono il fiato.

Siamo realmente presi da noi stessi, dal nostro lavoro, che abbiamo dimenticato le nostre origini.

Oggi a farvi riflettere ci pensa “I’m a Nature”: il video campagna lanciato da WWF creato, appunto, per ricordarci che siamo essere liberi. Lo short movie creato dall’organizzazione internazionale che protegge l’ambiente, mostra un uomo e una donna sognanti, nudi e felici sulla riva di un lago. Un “risveglio” doloroso, quello che dovranno subire i due attori, che saranno obbligati a vivere il distinguo tra la felicità di immergersi nella natura e la tristezza di sentirsi intrappolati come ratti nelle quattro mura di un edificio anonimo.

Vale davvero la pena sacrificarsi per alimentare il proprio ego?

“Non sono le mie email, i like sulla mia pagina Facebook o il fast food della pausa pranzo. Sono le foglie che cadono sulle mie spalle, l’erba sotto i miei piedi, il vento tra gli alberi, l’acqua tra le rocce, la terra tra le mie dita. Sono le scelte che faccio”. Questo è il messaggio che recita “Io sono natura.”

Roberto Capucci: lo scultore della moda

Ieratiche come marmoree sculture, atemporali come le opere d’arte che impreziosiscono un museo, misteriose ed iconiche: le creazioni di Roberto Capucci costituiscono un unicum nel panorama della moda.

Enfant prodige, ad appena 26 anni fu definito da Christian Dior «il miglior creatore della moda italiana»: Roberto Capucci, classe 1930, vanta una carriera a dir poco sfolgorante. Nato a Roma, dopo aver frequentato il liceo artistico e l’Accademia di Belle Arti, dove si forma con i maestri Mazzacurati, Avenali e de Libero, nel 1950, a soli venti anni, inaugura il suo primo atelier, in via Sistina, grazie all’aiuto della giornalista Maria Foschini, che fu per lui Pigmalione ante litteram. L’anno seguente presenta le sue creazioni a Firenze, presso la residenza di Giovanni Battista Giorgini, inventore della moda italiana.

Audace sperimentatore, le sue collezioni riflettono il suo viscerale amore per l’arte. Le geometrie e i volumi arditi e altamente scenografici traggono ispirazione dalla natura, con le sue molteplici espressioni. Il Nove Gonne, creato nel 1956, è forse l’abito più conosciuto del periodo iniziale dell’opera di Capucci: trattasi di un semplice abito in taffetà rosso che si sviluppa in ben nove gonne concentriche con tanto di strascico sulla parte posteriore. Si dice che il couturier sia stato ispirato dal gioco di cerchi concentrici che si sviluppa sulla superficie dell’acqua lanciandovi un sasso.

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Roberto Capucci è nato a Roma il 2 dicembre 1930

Gli abiti-scultura di Capucci, foto di Fiorenzo Nicolli, 1985

Gli abiti-scultura di Capucci, foto di Fiorenzo Nicolli, 1985

Roberto Capucci su Vogue Italia, 1982. Foto di Barry Lategan

Roberto Capucci su Vogue Italia, 1982. Foto di Barry Lategan



Nel 1958 crea la Linea a scatola, un’autentica rivoluzione, per cui nel settembre dello stesso anno viene insignito a Boston con la massima onorificenza, l’Oscar della Moda quale migliore creatore di moda, insieme a nomi del calibro di Pierre Cardin e James Galanos. Nel 1961 inizia la conquista della Francia, ove il couturier presenta le proprie creazioni; l’anno seguente inaugura il suo atelier al n. 4 di Rue Cambon, a Parigi. Negli anni parigini la sua ricerca e sperimentazione proseguono fino ad abbracciare materiali insoliti, quali la plastica, le fibre hi-tech, il plexiglass e il metallo.

In quel periodo abita al Ritz, come Coco Chanel, ed è acclamato come una vera celebrità. Le sue clienti vengono soprannominate «le capuccine». Pochi anni più tardi, nel 1968, viene costretto a rientrare in Italia da alcuni problemi familiari. Qui apre un nuovo atelier in via Gregoriana e presenta le sue collezioni nel calendario della moda organizzato dalla Camera Nazionale dell’Alta Moda. Nello stesso anno disegna i costumi di Silvana Mangano per il film Teorema di Pier Paolo Pasolini. Intanto continua a sperimentare e utilizza per le sue creazioni anche paglia, rafia e sassi, che mixa alla seta e all’alluminio, per la realizzazione di capi dal potente impatto scenografico. Ricordano le crisalidi certi abiti-scultura di Capucci, tra corazze di seta plissettata e ali lavorate, in un gioco di ardite sovrapposizioni e giochi barocchi, che modellano i tessuti e le sete come arabeschi, petali e ventagli, per capi che ricordano gli origami. Non semplice moda, non mera creazione di capi legati alla caducità delle tendenze stagionali, ma arte allo stato puro: il suo è un design onirico, caratterizzato da tagli astratti, continua sperimentazione e ricerca di tessuti e forme nuove. Tra i materiali usati spiccano il taffetà, il mikado, il Meryl Nexten, una particolare fibra cava.


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Nel luglio del 1970 presenta per la prima volta il suo lavoro in un museo, a Roma: la location scelta è il ninfeo del Museo di Arte Etrusca di Villa Giulia. Anarchico e scevro da ogni logica di mercato, esteta di antica tradizione, Capucci nel 1980 si dimette dalla Camera Nazionale della Moda e decide di intraprendere un percorso che sia in linea con la propria personalità, divorziando dalle istituzioni per dedicarsi completamente alla sua opera estetica. Il couturier si ritira in una creazione solitaria, avente un solo fine: l’arte. Genio ribelle, aborre le logiche di mercato, come anche le scadenze e il caos tipici delle settimane della moda. Alla base della sua attività vi è una autentica ricerca estetica, per abiti-scultura che sono vere e proprie opere d’arte da indossare. A partire dagli anni Ottanta le sue collezioni non vengono più inserite all’interno di alcun calendario ma vengono presentate come delle personali d’artista. La sua stagione espositiva inizia nel 1990 con la mostra Roberto Capucci l’Arte Nella Moda—Volume, Colore e Metodo a Palazzo Strozzi a Firenze: l’esposizione ottiene un successo senza precedenti e le sue opere vengono contese dai musei più importanti al mondo, tra cui il Kunsthistorihsches Museum (Vienna), il Nordiska Museet (Stoccolma), il Museo Puškin delle belle arti (Mosca), il Philadelphia Museum of Art, la Reggia di Venaria Reale (Torino). Nel 1995 le sue creazioni sono protagoniste della Biennale di Venezia, nell’edizione del centenario 1895-1995. Nel 2005 crea la Fondazione Roberto Capucci allo scopo di preservare il suo impotente archivio, che consta di 439 abiti storici, 500 illustrazioni firmate, 22.000 disegni originali, oltre che di una rassegna stampa completa e di una vasta fototeca e mediateca. Nel 2007 apre il Museo della Fondazione Roberto Capucci presso Villa Bardini, a Firenze. Nell’aprile 2012 la creazione di un concorso, con lo scopo di promuovere i giovani talenti.

L'abito Nove Gonne, 1956

L’abito Nove Gonne, 1956

Modella in Roberto Capucci, Roma, 1957

Modella in Roberto Capucci, Roma, 1957

Tubini Capucci, 1961, foto di Norman Parkinson

Tubini Capucci, 1961, foto di Norman Parkinson

Simone D’Aillencourt e Nina de Voogt in  Capucci, Roma 1960, foto di William Klein

Simone D’Aillencourt e Nina de Voogt in Capucci, Roma 1960, foto di William Klein



Riservato, refrattario ad ogni forma di pubblicità, schivo, Capucci incarna forse l’ultimo dei couturier, i sarti-architetti che, come Cristóbal Balenciaga, hanno elevato la moda ad una tra le più potenti espressioni artistiche. Ribelle ed anarchico, fedele ai valori estetici della vecchia scuola, per Capucci “la moda non esiste”, è un’invenzione, al pari delle tendenze, ed “essere alla moda è già essere fuori moda”. Una personalità forte, che non teme di affermare con forza che, se potesse, abolirebbe lo stesso termine moda dal vocabolario. Maestro di stile, definisce l’eleganza come fascino, mistero, qualcosa che nulla ha a che fare con l’apparenza. Testimone impotente del decadimento dei costumi, giudice inflessibile rispetto alla volgarità imperante nella sua Roma e, più in generale, nella società attuale, Capucci ha più volte ribadito che oggi a suo dire non vi sarebbe alcuna icona di stile. “L’alta moda è morta” —tuonava così pochi anni fa, commentando le sfilate dell’alta moda romana. E proprio lui, che della moda è stato uno dei nomi più importanti a livello mondiale, esordisce spesso e volentieri dicendo: “Di moda non mi intendo affatto”. Gli occhi sagaci rivelano il suo ricchissimo mondo interiore, la sua eleganza è entrata a buon diritto nelle enciclopedie della moda. “Ho un solo vizio: spendo tanto in abbigliamento. Ho 42 cappotti, in tutti i colori, dal bianco al nero e all’arancione”, ammette il couturier in una delle innumerevoli interviste.

Abito Capucci, 1957

Abito Capucci, 1957

Penelope Tree in Capucci

Penelope Tree in Capucci

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Uno degli abiti-scultura di Roberto Capucci



Universalmente riconosciuto come uno dei nomi più importanti della moda del XX secolo, Capucci ha vestito teste coronate e star del cinema: da Silvana Mangano al soprano Raina Kabaivanska a Rita Levi-Montalcini, che indossava proprio una creazione del Maestro in occasione del conferimento del Premio Nobel per la medicina del 1986. Nel 2007 è stato inaugurato a Villa Bardini (Firenze) un museo a lui dedicato: «A Roma non c’era posto per me; nessuno m’ha offerto un luogo per la mia Fondazione. Qui, invece, mi hanno steso un tappeto rosso». Commentava così il couturier, la cui attività è iniziata proprio a Firenze, nel 1951. Un nome che, da Roma e dall’Italia, ha conquistato il mondo. “Fai della bellezza il tuo costante ideale” è il monito lanciato da Capucci, summa di tutta la sua attività, dagli anni Cinquanta fino ad oggi.


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Series 4: la nuova campagna pubblicitaria SS16 di Louis Vuitton

Nomi eccelsi, quelli scelti da Nicolas Ghesquière (direttore artistico delle collezioni donna della maison francese Louis Vuitton) che ha affidato la campagna pubblicitaria spring/summer 2016 a fotografi di fama mondiale come Bruce Weber e Juergen Teller e al creatore di videogiochi e manga giapponesi Tetsuya Nomura di Square Enix, ideatore di Lightning: l’eroina di Final Fantasy che per l’occasione diventa modella per Louis Vuitton.

 

L'Eroina Lightning modella per Louis Vuitton

L’Eroina Lightning modella per Louis Vuitton

 

 

Series 4 è una campagna che tocca l’estremo della realtà e si trasfigura nel mondo virtuale: “L’estetica virtuale del video-game è chiaramente predominante in questa collezione. Lightning è l’avatar perfetto di una donna-eroina globale in un mondo in cui i social network e le comunicazioni sono intrecciati in modo indissolubile alle nostre vite. È anche il simbolo di un nuovo processo pittorico. Com’è possibile creare un’immagine che vada al di là dei principi classici della fotografia e del design? Lightning rappresenta una nuova era dell’espressione”.

Un’accurata spiegazione, quella di Ghesquière che ha scelto la sofisticata tecnologia virtuale per raccontare una collezione composta fra le molteplici proposte da giacche biker bicolore, bluse ricamate, gonne in popeline di cotone, collane rigide dal forte richiamo al mondo dei videogiochi e sandali platform.

 

Jaden Smith fotografato da Bruce Weber

Jaden Smith fotografato da Bruce Weber

 

 

La trilogia di Series 4 vede anche la presenza di Jaden Smith, figlio del celebre attore americano Will Smith, fotografato da Bruce Weber. Smith è stato scelto perché “Rappresenta una generazione che ha assimilato i codici per la vera libertà, una generazione libera da proclami e domande sulle questioni di genere. Indossare una gonna gli viene naturale proprio come accadeva molti anni fa alle donne, quando si sono concesse di indossare un trench maschile o un tuxedo. Jaden trasmette un messaggio molto interessante sull’integrazione di un guardaroba globale. Ha trovato un equilibrio stilistico naturale che rende la sua straordinaria attitudine una nuova norma. E questo mi ha molto ispirato nel disegnare questa nuova collezione.

 

L'attrice coreana Bae Doona immortalata da Juergen Teller

L’attrice coreana Bae Doona immortalata da Juergen Teller

 

 

Infine, sembrano sospese nel cielo blu di Miami, le modelle che Juergen Teller ha voluto catturare con il suo obiettivo, tra queste, l’attrice coreana Bae Doona, così raccontata dallo stilista francese: “Ho scoperto l’attrice coreana Bae Doona nel film d’azione di fantascienza The Host. Mi ha colpito il suo carattere e la sua misteriosa bellezza. In tutti i suoi film interpreta personaggi molto particolari: da un campione di tiro con l’arco a un pugile esperto (nella serie TV di fantascienza Sense8), o nel ruolo di una bambola gonfiabile (in Air Doll). Mi affascina la sua bravura nell’incarnare ruoli diversi e la sua immagine mi ha ispirato molto nella creazione di questa collezione. Irradia forza e sensibilità artistica, valori preziosi alla Maison.”

Sia la campagna che i film, sono disponibili sul sito del brand e sulla app Louis Vuitton Pass.

Marie Claire in sciopero

Uno sciopero di cinque giorni è la misura adottata dal mensile di moda Marie Claire per protestare contro il licenziamento della caporedattrice Alba Solaro. L’azienda, che si è avvalsa della legge Fornero, adducendo alla base del provvedimento ragioni economiche, è al centro di una bufera innescata dalla reazione dei colleghi della Solaro, che denunciano un clima di terrore.

Alba Solaro, caporedattore della testata dal 2007, è stata informata del provvedimento lo scorso 29 dicembre: il licenziamento per giustificato motivo fa riferimento alla legge Fornero e viene motivato con ragioni di natura economica, che avrebbero imposto all’editore Hmi di rinunciare alla figura del caporedattore centrale. Alla giornalista spetterà un indennizzo da 12 a 24 mensilità, ma non potrà essere reintegrata.

La Fnsi, il sindacato dei giornalisti italiani, definisce la vicenda come “un brutto precedente che getta pesanti ombre sul mestiere”. I colleghi della Solaro si sono mobilitati prontamente annunciando uno sciopero di cinque giorni. L’editore Hmi fa parte del gruppo Hearst, che comprende testate come Elle, Cosmopolitan, Gente, Gioia.

Addio a David Bowie, icona camaleontica

È scomparso ieri, all’età di 69 anni, David Bowie. Androgino, trasformista, dandy, iniziatore del glam rock ed icona trasgressiva. The Thin White Duke, Ziggy Stardust, Halloween Jack sono solo alcuni degli alter ego che hanno reso Bowie una vera leggenda. Performer di ineguagliabile bravura, il suo stile ha impresso un segno indelebile non solo nel mondo musicale, ove la sua stella ha brillato per oltre cinque decenni, ma anche nel mondo dell’immagine, rivoluzionando la cultura visiva e la moda.

All’anagrafe David Robert Jones, l’artista era nato a Londra l’8 gennaio 1947. Una carriera incredibilmente variegata lo ha portato a vestire i panni di cantautore, polistrumentista, attore, compositore e produttore discografico. Dal glam rock al folk fino all’elettronica, Bowie sperimentava e osava.

Bellissimo ed efebico, ha giocato sapientemente con la propria ambiguità e con la propria immagine, forte di un talento senza precedenti nella storia. Riservato, schivo, il divo ha vissuto sempre in bilico tra eterosessualità e bisessualità: due matrimoni, con Angela Barnett e con la top model somala Iman, due figli, Duncan e Alexandria “Lexi” Zahra.

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Il Duca Bianco è scomparso ieri all’età di 69 anni per un cancro

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David Bowie era nato a Londra l’8 gennaio 1947

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Genio poliedrico e versatile, i suoi outfit hanno rivoluzionato la cultura visiva degli ultimi cinquant’anni



Geniale interprete di un’epoca, David Bowie ha incarnato il glam rock e inaugurato una subcultura di moda, che trova nel Duca Bianco mirabile interprete. Il trucco in colori fluo, il celebre lampo disegnato sul viso, e, ancora, i lustrini e le paillettes: indimenticabili le sue mise, tra cui le tutine aderenti di Ziggy Stardust, l’extraterrestre dai capelli arancioni che gli diede il successo a livello mondiale. Suggestive e teatrali le vesti di Aladdin Sane, caratterizzate da volumi oversize, con le tute realizzate dallo stilista giapponese Kansai Yamamoto.

I suoi outfit iconici hanno ispirato innumerevoli shoot e copertine. Kate Moss ha più volte vestito i panni di Bowie: indimenticabile il tributo al Duca Bianco nella cover di Vogue UK di maggio 2003, con la supermodella ritratta da Nick Knight col celebre fulmine rosso disegnato in volto. E, ancora, un omaggio a Ziggy Stardust sulla cover di Vogue Paris di dicembre 2011, in cui Kate Moss veste i panni del celebre alter ego spaziale di Bowie, per degli scatti dal forte impatto scenografico realizzati dal duo Mert Alas & Marcus Piggott. Inoltre la top model nel 2014 si presentò ai Brit Awards per ritirare un premio assegnato al cantante, indossando la stessa tutina di Ziggy Stardust, un capo originale risalente al 1972.

Kate Moss come David Bowie per Vogue Paris

Kate Moss come David Bowie per Vogue Paris dicembre 2011, foto di Mert & Marcus

Jean Paul Gaultier Primavera/Estate 2013

Un tributo a Bowie nella collezione Primavera/Estate 2013 di Jean Paul Gaultier

Vogue Australia, maggio 2003

Vogue Australia, maggio 2003

Ellinore Erichsen fotografata da Takahiro Ogawa per Elle Messico, maggio 2013

Ellinore Erichsen fotografata da Takahiro Ogawa per Elle Messico, maggio 2013

David Bowie e Kate Moss

David Bowie e Kate Moss ritratti da Ellen von Unwerth per Q Magazine, ottobre 2003



E moltissimi sono gli omaggi e i riferimenti a Bowie, che non ha mai smesso di rappresentare inesauribile fonte di ispirazione per fotografi e designer, a partire dalla collezione di Jean Paul Gaultier, che nella Primavera/Estate 2013 ha dedicato al genio della musica un’uscita del suo défilé.

David Bowie è scomparso prematuramente il 10 gennaio 2016 all’età di 69 anni, dopo aver combattuto un cancro per diciotto mesi: a darne notizia il profilo ufficiale dell’artista su Facebook. Stamane il figlio Duncan ha confermato la tragica notizia. Si susseguono in queste ore innumerevoli messaggi di cordoglio che ricordano l’artista, da Madonna al Vaticano. Ma il suo genio e l’impronta che diede alla cultura pop non verranno mai dimenticati.

Mi chiamo Vivian Maier e questa è la mia storia

Mi chiamo Vivian Maier, sono nata a New York il 1º febbraio 1926. Mio padre Charles Maier aveva origini austriache, mia madre, Maria Jaussaud, francesi. I miei genitori si conobbero proprio a New York, papà lavorava in una drogheria, mamma era da poco giunta in America, avendo lasciato Saint-Julien-en-Champsaur. Si sposarono nel 1919, un giorno di un piacevole maggio e nel 1920 nacque mio fratello William Charles, a cui diedero, sei anni dopo, una sorella, Vivian. Io. 


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Poi i miei decisero di lasciarsi e non ne ho mai compreso il motivo, il senso di una famiglia è stare insieme. Unita. Per sempre. Invece William andò dai nonni, io rimasi con mamma e insieme trovammo ospitalità nel Bronx, da una sua amica, Jeanne Bertrand, francese anche lei. Jeanne era fotografa per professione e quell’incontro fu per me determinante: mi trasmise la sua passione, che finì per divenire anche la mia. Noi tre, insieme, andammo in Francia, tornammo dove mamma era nata. Lì trascorsi un bel pezzo di vita, la mia infanzia “consapevole”, lì giocavo con le altre bambine, lì parlavo la loro lingua. Ma poi mamma decise di tornare a New York, prendemmo una nave enorme e per giorni le onde ci cullarono, alleviando la tristezza. Ancora una volta radici che venivano sradicate. Io poi ci andai ancora in Francia, una volta a 24 anni, forse 25. Mi era stata lasciata in eredità qualcosa di cui non ricordo, ma era molto importante che la vendessi. Quei giorni mi servirono per “amare” ancora quella terra e un pezzo di famiglia che abitava sempre lì.



Ebbene, raggiunsi New York nel 1951, e con il mio gruzzolo acquistai una Rolleiflex, una macchina fotografica eccezionale. Avevo urgenza di immortalare cose, persone, luoghi. Quindi mi spostai nel Nordamerica. Dovevo viaggiare,  dovevo conoscere. Lo feci, nulla mi rendeva più viva. Ma avevo bisogno di soldi, la fotografia era la mia fiamma, ma non il mio cibo. Allora raggiunsi Chicago e qui fui assunta dai coniugi Gensburg come bambinaia, dovevo badare ai loro tre ragazzi, John, Lane e Matthew. Lane mi adorava, le sembravo una tata magica. E in effetti, io compivo qualcosa di magico, in un piccolo bagno della loro casa, che era divenuto per me un luogo prezioso: sviluppavo le mie foto. Quegli anni furono prolifici; andavo nei parchi coi “miei” bambini e scattavo, passeggiavo per le strade e scattavo, andavo a fare la spesa, a svolgere delle commissioni, andavo a pensare, andavo a leggere e scattavo. Una volta, ero sull’autobus, guardavo fuori dal finestrino e d’un tratto vidi una donna di una bellezza sofisticata, portava una collana di perle, aveva delle sopracciglia perfette per un volto perfetto, indossava un soprabito elegante, guardava in un punto, ma sembrava fosse persa. Rubai quello sguardo.


Port Street



Un altro giorno, invece, ero diretta al mercato della frutta, avevo davvero voglia di frutta… ma mentre camminavo mi superò una coppia, lui portava una cintura in pelle intrecciata, lei era vestita all’ultima moda… un abito a righe, la vita segnata, un bracciale. Ad un tratto lui le prese la mano. Quel gesto mi toccò, mi rapì, lo desideravo. Forse per me. Allora lo volli, me lo portai a casa. E mi dimenticai della frutta.


New York, 1954


Ma riecco la brama di luoghi sconosciuti… L’avevo messa a tacere nel frattempo, ora chiedeva di essere soddisfatta. Di nuovo. Era il 1959. Dissi ai Gensburg che avrei dovuto lasciare Chicago per qualche mese, forse accennai loro di una parente ammalata, in Francia… non so. Di certo non avrebbero potuto capire… Comunque ci sarei andata in Francia, certo, ma prima visitai le Filippine, la Thailandia, lo Yemen, l’India, l’Egitto. Fu meraviglioso. Culture a me ignote, popoli lontani, mari e foreste e templi e storie. Dio mio, quanta bellezza. Quando tornai a Chicago, lavorai ancora per i Gensburg, ma presto i miei bambini furono adulti e non ebbero più bisogno di me. Separazione. Mia mamma morì nel ’75. Separazione. Ero sola. Perché i legami importanti finiscono. Sempre. Sopraggiunge la crescita. O la morte. O la fine di un amore, come fu per mamma e papà. Continuai a fare la governante anche in seguito. E continuavo a fotografare. Fu la volta della bambina bionda, con la testa piena di riccioli e un sacco di lacrime a rigarle il volto. Volevo raccontare la sua innocenza e la libertà che solo i piccoli posseggono (per esempio di piangere disperatamente, per strada, non curandosi dello sbalordimento degli altri).



Ma sapete, i bimbi possono essere anche consapevoli. E seducenti. Lo vedete questo ragazzino qui sotto? Quando si accorse che volevo ritrarlo, beh, si mise in posa. Capelli impomatati, maniche risvoltate, atteggiamento da duro. E sguardo ammiccante. Sembrava che volesse dire: “Ehi, signora, ce l’ha con me?”.Un ragazzino che giocava a fare il grande. Lo adorai. E subito perpetuai un pezzo della sua infanzia.



Ovunque lavorassi, portavo con me il mio materiale, le mie foto, i mie negativi. Era tutto quello che possedevo. Lo feci anche quando mi presi cura di Chiara (Bayleander), un’adolescente con handicap mentale. Volli molto bene a Chiara, provai un grande dolore per la sua malattia, lei non sapeva in che mondo straordinario vivesse. Io sì. Per questo usai la fotografia, per immortalare l’incanto di tutto quanto mi circondava. Non m’interessavano le grandi imprese o i grandi uomini, io volevo ricordare per sempre la normalità, la quotidianità degli sconosciuti. La mia era così semplice. E solitaria. Scattai delle foto anche a me stessa. Chissà come mai. Forse che presagivo che avreste voluto conoscermi un giorno? Ad ogni modo sono felice che il signor John Maloof abbia ritrovato il mio materiale e che organizzi mostre che ripercorrano la mia attività. Io non avrei saputo farlo. E la fama non m’interessava poi molto. E sono grata a voi, che apprezzate. Ma sappiate che facevo esattamente quello che fate voi oggi. Andavo per strada e puntavo il mio obbiettivo alla vita.


Chicago, 16 Giugno 1956



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Viviana Maier si spense il 21 aprile del 2009, in una casa di cura a Highland Park. Qui la sistemarono i Gensburg, i quali ignoravano che nel frattempo tutto il suo materiale fotografico, conservato in un box, era stato messo all’asta, a causa di alcuni affitti non pagati. Fu John Maloof, figlio di un rigattiere, ad acquistare tutto, nel 2007, e capì di avere fra le mani un tesoro. Che decise di condividere con tutti noi.


La mostra “Vivian Maier. Una fotografa ritrovata” è in corso allo spazio Forma e ci rimarrà fino al 31 gennaio.


Sul sito tutte le info.

Youth Culture – conversazioni di moda: Lucio Vanotti

« La forma è davvero uno scopo? Non è piuttosto il risultato del processo del dare forma? Non è il processo essenziale? Una piccola modifica delle condizioni non ha come conseguenza un altro risultato? Un’altra forma? Io non mi oppongo alla forma, ma soltanto alla forma come scopo. Lo faccio sulla base di una serie di esperienze e di convinzioni da queste derivate. La forma come scopo porta sempre al formalismo. »


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Mies Van Der Rohe



Con queste parole l’architetto Mies Van Der Rohe rivela che secondo il suo modo di vedere la forma non è il punto di partenza, bensì il risultato finale del suo processo progettuale. Un altro creativo, un fashion designer nello specifico, è giunto alla qualificazione della struttura visiva delle componenti del suo linguaggio: dopo anni di lunga gavetta, durante un percorso caratterizzato da grande professionalità e umiltà, secondo tutti gli addetti ai lavori che lo conoscono.

Non a caso Re Giorgio l’ha scelto per sfilare al Teatro Armani durante la prossima settimana della moda uomo a Milano: ho rivolto alcune domande a Lucio Vanotti, il quale ha fatto dell’essenzialità e del rigore della forma, oltre al rifiuto dell’ornamento, la sua estetica assai riconoscibile.
Non a caso il suo architetto preferito è Mies Van Der Rohe.

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· La prima cosa che fai al mattino?
Do’ un bacino a Clean , il mio cane.

· Il tuo colore preferito?
Da indossare il Blu , da vedere il rosso .


· Vegetariano, carnivoro, vegano oppure onnivoro?
Principalmente vegetariano .. ma con concessioni al pesce .

· Party animal, abitudinario oppure borghese (della serie “ ligio ai doveri fino a scatenarsi nei weekend”)?
Fui un po’ tutto , ora cerco tranquillità e bellezza.

· Il film che più ti ha fatto ridere?
Parigi o Cara , di Caprioli,con Franca Valeri.

· La canzone che descrive questo momento della sua vita?
Wild is the wind, di David Bowie.

· Qual è la domanda che proprio non sopporti?
In genere la domanda troppo aperta ..che chiederebbe una discussione approfondita di trenta minuti. Non amo essere frainteso.

· Sei religioso?
No , e rimango sempre sorpreso difronte a chi lo è.

· Un paese che ancora non hai visto e che vorresti visitare?
Lo Yemen.

· Credi nell’amore a prima vista?
Si, a me capita solo cosi.

· Se potessi avere un super potere, quale vorresti?
Anche se rischioso ed impegnativo ..vorrei avere il potere di vedere solo la verità.

· Tre aggettivi per descrivere Milano?
Intima , indifesa , accogliente.

· Cosa sognavi di fare da piccolo?
Più meno quello che faccio .. il designer .

· Famiglia moderna o tradizionale?
Moderna.

· Attrice preferita?
Anna Magnani

· Qual è il periodo della storia del costume che preferisci?
Anni 20

· Un’epoca in cui avresti voluto vivere?
Mi affascina tutta la prima metà del 900 , anche se è stato un periodo difficile.

· Architetto preferito?
Mies Van Der Rohe.

· Dove vorresti vivere?
In una casa sulla scogliera .

· Come ti vedi tra trent’anni?
Paterno e buffo.

· Hai dei rituali scaramantici? Se si, quali?
Un dado in studio che deve essere sempre sul numero quattro.

· C’è un trend della moda in cui non ti riconosci?
La mania di riempire di metallo vestiti e accessori .

· Cosa ti aspetti per il 2016?
Pane amore e fantasia.

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Dolce & Gabbana si aprono all’Islam con Abaya

Ci hanno ormai abituati a colpi di scena ed eventi teatrali. Da sempre innovatori, trendsetter e geni del marketing, Dolce & Gabbana non si smentiscono neanche stavolta. Il duo di stilisti ha presentato Abaya, la prima collezione interamente dedicata alle donne musulmane.

Se pensavate che i pizzi e merletti tipici delle loro collezioni fossero ad esclusivo appannaggio della moda occidentale, dovrete ricredervi: la collezione pensata per la donna musulmana riesce a coniugare la sobrietà imposta dal codice di modestia islamico con le stampe e lo stile tipico del brand, da sempre illustre rappresentante della donna mediterranea. La palette cromatica predilige il nero e il beige, per abiti con tanto di velo hijabs, ma anche accessori come occhiali da sole, gioielli e persino cosmetici.

La collezione, presentata su Style.com/Arabia, è denominata “Abaya”, dal nome della caratteristica tunica in tessuto leggero che copre tutto il corpo della donna, ad eccezione della testa, delle mani e dei piedi. Immancabile il pizzo nero, che qui viene rivisitato in linea con i trend della cosiddetta “modest fashion”, ma anche applicazioni di fiori e arabeschi insieme a pattern barocchi e a stampe che inneggiano allo stile mediterraneo, come limoni, margherite, pois. Largo a tuniche in georgette di seta semitrasparente e in satin impreziosite da ricami e pizzi. Bianco e nero predominano, ma non mancano gli inserti stampati. Accessori in primo piano, tra cui spiccano zeppe e tacchi vertiginosi, ma anche le borse della collezione e gli occhiali.

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Da sempre tra i marchi prediletti dalle donne mediorientali, Dolce & Gabbana si confermano maestri delle logiche di marketing ed acuti osservatori delle tendenze in continua evoluzione. Con un giro d’affari di oltre 300 miliardi di dollari, il mercato che si rivolge alle donne islamiche è in continua crescita, tanto che già numerosi brand hanno dedicato delle collezioni a tema, tra cui Tommy Hilfiger, DKNY, ma anche brand low-cost come H&M, Mango e Zara.

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La Sicilia, terra prediletta dal duo di stilisti, diviene spartiacque per il lancio di una nuova immagine di donna, e il Mediterraneo diviene terra di confine tra Oriente e Occidente: la nuova donna Dolce & Gabbana è velata, rispetta il Corano e le sue tradizioni ma rivendica per sé l’inalienabile diritto allo stile, meglio se italiano. La collezione Abaya e la conseguente apertura al mondo musulmano da parte di Domenico Dolce e Stefano Gabbana ha aperto numerosi dibattiti, considerato anche il delicato momento storico fino ai più recenti fatti di cronaca. La linea, già disponibile negli Emirati Arabi, arriverà presto anche nei negozi di tutto il mondo. Per una moda interreligiosa.

Youth Culture – Kendall Jenner ci augura buone feste nel bollente video di Love Magazine

Kendall Jenner, una delle modelle più pagate al mondo e star di “Al passo con i Kardashian”, fa la sua seconda apparizione nel video del magazine Love Magazine del 2015, e le feste si fanno incandescenti!

Kendall Jenner x Love Magazine

Kendall Jenner x Love Magazine



Nel photo shoot e nel video intitolato “YuleFire”, diretto da James Lima, Kendall si muove sinuosamente in una foresta che brucia in versione dark e vampiresca, indossando lingerie nera sexy in pizzo Chantilly, con suspenders e collant.

Nella seconda parte del video indossa un coat bianco e marrone mentre cammina in una serena foresta innevata.

Kendall Jenner x Love Magazine

Kendall Jenner x Love Magazine



“L’idea – dichiara il director Lima – mi è venuta in sogno, come la maggior parte dei concetti per i miei film: ho visto questa immagine, questa visione di una donna come una forza antica e mistica. E’ una dea che ha creato le stagioni, gli elementi ed il concetto del tempo”.
Lima ha inoltre affermato che Kendall rappresenta la scelta perfetta per questo ruolo, in quanto è bellissima, senza paura, ma pur sempre vulnerabile.

Un bellissimo regalo di Natale da Love Magazine con la giovane sex symbol americana!

YOUTH CULTURE – IL GIOCATTOLO ISPIRATO A BANKSY

Medicom Toy è un’azienda che produce giocattoli: feticcio di ogni hipster e nerd del pianeta, realizza action figures da collezione ispirati ad artisti, Hello Kitty e molti altri personaggi.
L’ultima trovata di questi giapponesi è stata appunto quella di realizzare un giocattolo ispirato all’iconico stencil di uno dei più celebri street artist del pianeta, Banksy, sempre più inflazionato ed odiato dalla community di graffiti artists cui appartiene.

Il giocattolo è alto 36 cm, è realizzato in polystone e si troverà in pre-order sul sito di Medicom Toy da ora fino al 10 gennaio 2016, con spedizione prevista per maggio 2016.
La scelta di reperire l’oggetto online e per cosi breve tempo farà certamente salire la voglia ai collezionisti di accaparrarsi un pezzo: una grande trovata per le vendite e per rendere questo oggetto ancora più di nicchia.

Un giocattolo che non mancherà nei loft di qualche quartiere in via di sviluppo delle cittadine più in voga, praticamente nelle abitazioni dei bambini cresciuti più cool del pianeta.

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L’action toy di Medicom Toy ispirato a Banksy

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Class and style, where to find them?

A differenza delle giacche che compongono un abito, sempre con la necessità di adattarsi con i pantaloni, scarpe e cintura, nel guardaroba di un uomo elegante, e di una donna, c’é un indumento che è indispensabile: la giacca.

Con la loro libertà di esistere in carriera solista, si possono trovare nelle lunghezze più diverse, modelli e stampe, la giacca non è solo un capo di abbigliamento, ma anche un formidabile jolly, che si adatta sia agli stili raffinati che casual.

Tra i diversi design e stampe c’é la giacca a scacchi, che non è un semplice capo nel guardaroba maschile, ma un pezzo di tendenza e di stile, che ci riporta indietro nel passato, mescolando l’originalità e l’eleganza della sartoria italiana con gli stili contemporanei.

Stiamo vivendo una progressiva rinascita della giacca a scacchi, si tratta di un progresso lento ma costante nel campo della moda degli ultimi tempi. Una vera e propria tendenza con la giacca caratterizzata dai loro diversi design e tessuti, e per questo inverno europeo la lana si sta rivelando la vera regina, compresa la produzione di giacche di altissima qualità.

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La giacca è ampiamente utilizzata in occasioni importanti che richiedono un tocco di lusso, ma anche nella nostra routine quotidiana possiamo usare senza paura e abbinare con un look diverso per le più diverse circostanze e occasioni, un vero e proprio Must have, che ti dà una linea di eleganza combinata ad un tocco casual e di classe. Per alcuni, un altro motivo per la scelta di una giacca è che di solito ci fanno sembrare più alti e snelli.

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È possibile combinare in molti modi una giacca, non solo per le occasioni speciali, un buon consiglio, che io stesso lo seguo, è quello di utilizzare con jeans e un paio di scarpe di stile classico, siete sicuri di avere un look raffinato e naturale, uno stile che emanerà fiducia e sicurezza.

Ricordate che il modo di vestirsi parla molto di sé e aiuta la cosiddetta prima impressione, e come diciamo sempre, ne abbiamo solo una.


Giacca:
Zara


Jeans:
Diesel


Camicia:
David Naman


Maglione:
Versace


Scarpe:
David Naman


Orologio:
Bulgari


Anello:
Cartier


Occhiali:
Parafina Co


Borsa:
Collezione privata


Pochette:
David Naman


Photos:
Cries Lands

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copertina

 

Unlike the jackets that compose a suit, always with the need to fit in the conversation with the pants, shoes and even the belt, in the wardrobe of a stylish men, and also women, there is a peace that’s impossible not to be found, the Blazer.


With their freedom to exist in “solo career”, can be found in the most diverse lengths, models and prints, the blazer is not just a piece of clothing, but a formidable wild card, fits from the cults to the casual styles.


Among the different designs and prints is the checkered blazer, which is not a unique garment in the male wardrobe, but a trend and style piece, which takes us back in the past, mixing originality and elegance of Italian tailoring with contemporary styles.


We are experiencing a gradual resurgence of checkered blazer, it is a slow but steady progress in the fashion of recent times. One of the real trends of the moment characterized by their different costumes and fabrics, and for this European winter wool is proving that is the true Queen from the season, including the production of extremely high quality blazers, with audacious modeling without losing the smell of history and glory that they always carry on.


The blazer is widely used on important occasions that call for a certain pomp, but even in our daily routine we can use without fear and match with different looks for the most different circumstances and occasions, a real must have, which gives you a line of elegance combined with that casual touch of class. For some, another Top for choosing a blazer is that their models usually make people look taller and thin.


You can combine in many ways a blazer, not just for special occasions, a good tip, which I myself do, is to use it with jeans and a pair of classic style shoes, you’re sure to have a look refined and natural, style passing confidence and security. Remember that the way you dress says a lot about you and help that so-called first impression, and as we always say, we only have one chance to make a good first impression.

Addio ad André Courrèges

Si è spento ieri all’età di 92 anni André Courrèges, designer che rivoluzionò la moda degli anni Sessanta. Allievo di Cristobal Balenciaga, la sua è stata una carriera leggendaria che lo ha portato a brillare nel firmamento della moda internazionale, accanto a nomi del calibro di Pierre Cardin, Mary Quant, Paco Rabanne.

Pioniere dello stile spaziale che caratterizzò la moda degli Swinging Sixties, è considerato l’ideatore della minigonna, capo che rivoluzionò il guardaroba femminile, la cui paternità risulta ancora oggi contesa tra lui e Mary Quant. Visionario, rivoluzionario, audace, il suo stile era proiettato verso un futuro robotico e spaziale, tra suggestioni optical, arditi giochi geometrici e quel mood da space-oddities che trova in Courrèges sublime esponente. Amatissimo da Jackie Kennedy, Gianni e Marella Agnelli, vestì Audrey Hepburn e Françoise Hardy.

Nato a Pau il 9 marzo 19