Archive for febbraio, 2016

Sta funzionando il cessate il fuoco in Siria?

Nei giorni scorsi Amaq, una agenzia di stampa vicina a Daesh ha diffuso la notizia secondo cui i miliziani dello Stato Islamico sono riusciti a catturare Khanaser dalle truppe del governo siriano. La cittadina è uno snodo essenziale per l’approvvigionamento della parte di Aleppo, la città più grande della Siria, controllata dal governo. Dopo solo un giorno le truppe governative, e i loro alleati russi e iraniani, hanno riconquistato la città. La battaglia per Aleppo, iniziata nel 2012 ha lasciato sul campo migliaia di morti e una città svuotata.


La battaglia per Khanaser non è interessata dal cessate il fuoco annunciato la scorsa settimana da Russia e Stati Uniti. L’accordo negoziato dai ministri degli esteri delle due super potenza, Lavrov e Kerry, stabilisce che il governo del presidente Bashar al-Assad e la miriade di gruppi ribelli che si oppongono a lui, ivi compresi quelli supportati dagli Stati Uniti, cesseranno le ostilità. Il cessate il fuoco, tuttavia, non comprende Daesh o Jabhat al-Nusra, la filiale siriani di al-Qaeda.


Vladimir Putin aveva dichiarato che l’accordo potrebbe trasformare radicalmente la situazione in Siria e gettare le fondamenta per un negoziato di pace. Obama era meno fiducioso ma anche lui ha sottolineato come fosse necessario riportare l’attenzione su Daesh.
Le ONG avevo bisogno di questa pausa per portare generei di primi necessità e soccorso in quelle aree dove la popolazione, sotto assedio, rischia di morire di fame e di privazioni come nel sobborgo di Damasco Moadamiyeh, dove la gente si era ridotta a mangiare erba.


In una situazione drammatica come quella siriana dove ci sono 500.000 morti, metà della popolazione che ha dovuto lasciare le proprie case qualsiasi accordo, anche il più limitato è panacea. Al di là di questo è difficile vedere l’accordo in altro modo se non come una certificazione dello status quo che si è venuto a creare con l’intervento russo.
Intervento che ha permesso di resistere al regime siriano che, nonostante l’aiuto di Hezbollah e dell’Iran, sembrava sul punto di crollare. Il regime, figlio della minoranza Alawita, non aveva materialmente abbastanza soldati per conservare il potere.


L’intervento russo, indirizzando i propri missili sulle basi dei ribelli, ha permesso al governo di Assad di conservare alcune, importanti, città. La campagna contro Jabhat al-Nusra è stato affare quasi esclusivamente americano, dato che anche i loro alleati se ne sono disinteressati.
L’intervento russo, secondo le organizzazioni umanitarie, ha portato alla creazione di circa 100.000 rifugiati. La maggior parte di questi rifugiati si sono diretti verso l’Europa. Una vendetta indiretta per le sanzioni economiche russe, a pensar male.


L’accordo non ha messo tutti d’accordo. I turchi hanno già dichiarato che non hanno intenzione di rispettare il cessate il fuoco nei confronti delle forze curde in Siria che, con tutte le ragioni, vedono come affiliate al PKK.
Oltretutto le zone dove la popolazione sta soffrendo di più la fame sono controllate dal governo e non c’è nessuna assicurazione che le ONG abbiano libero accesso a quelle aree.


Il problema principale, comunque, è che il cessate il fuoco non è praticamente imponibile alle parti, soprattutto al governo. Assad considera tutti i suoi oppositori terroristi per cui non c’è nessuna indicazioni sul fatto che inizi a fare distinzioni tra Jabhat al-Nusra o Daesh e gli altri gruppi ribelli. La cosa più probabile è che le operazioni governative vadano avanti come prima.
Questo è dovuto al fatto che i gruppi ribelli non sono un fronte unito, non si può trattarli allo stesso modo. I ribelli, a volte, sono gruppi anche piccolissimi che si uniscono e separano in continuazione. Difficile fare accordi con loro, difficile che gli Alawiti non reagiscano ad eventuali provocazioni e ancora più difficile per le forze alleate bloccare i soldati di Assad dall’attaccare non si sa bene chi.

Oscar 2016: tutti i look delle star e le pagelle

Si è appena conclusa la notte più glamour per antonomasia, con la cerimonia della consegna degli Oscar 2016. Occhi puntati sui look che attrici e celebrities hanno sfoggiato sul red carpet. E se tanti sono stati gli outfit da sogno, non sono mancati gli scivoloni in fatto di stile.

Ma partiamo dalle promosse a pieni voti: bellissima Charlize Theron, che ha indossato un lungo abito rosso a sirena di Dior Couture, con una scollatura mozzafiato. La diva sudafricana non ha avuto rivali e si è aggiudicata il primato di bellezza e sex appeal. Dieci e lode. Un’altra bellissima è Jennifer Lawrence, anche lei in Dior. Il suo abito è stato uno dei più apprezzati della serata: tripudio di pizzo e piume per un nude look di grande effetto. Il look dell’attrice è uno dei più azzeccati e si merita un 9. Clamoroso scivolone di stile per Kate Winslet, che non convince assolutamente nella mise scelta per la serata più importante dell’anno: l’abito Ralph Lauren penalizza la sua silhouette, non valorizzando assolutamente il punto vita dell’attrice. Voto: 4.

Promossa a pieni voti la bionda Margot Robbie, che ha sfoggiato sul red carpet un abito dorato: mood sparkling per l’attrice australiana, che ha brillato nella sua mise in oro, firmata Diane von Fürstenberg. Scollatura profonda e maniche lunghe per la Golden Girl di Hollywood, che appare raggiante e sofisticata in una mise difficile da indossare. Ma la sua bellezza vince sull’effetto cioccolatino, possibile rischio del pitone dorato. Ci piace tanto. Voto 8.

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Charlize Theron in Dior Couture

Image Source: Getty / Steve Granitz

Jennifer Lawrence in Dior (Foto Getty / Steve Granitz)



Tra le dive che hanno calcato il red carpet spicca in eleganza e charme Charlotte Rampling. L’attrice britannica, divenuta celebre con pellicole come Il portiere di notte, apparirebbe splendida in qualsiasi mise: la personalità fa la differenza, e lei ne ha da vendere. Voto 10. Non convince invece l’abito scelto dall’esplosiva Sofia Vergara: un Marchesa blu ricoperto di decorazioni. Ma l’effetto prom dress non si addice ad una serata tanto glamour. Voto 4. Rimandata a settembre anche Alicia Wikander: l’abito bustier giallo canarino firmato Louis Vuitton non esalta le forme adolescenziali dell’attrice. Voto 4. Pagella negativa anche per Brie Larson in Gucci, che appare quasi timorosa di osare, nella sua mise blu con cinturone gioiello. Voto 5. Splendida invece Rooney Mara in Givenchy Haute Couture con oblò frontale e maniche lunghe. Elegante e sofisticata come poche, l’eclettica attrice non sbaglia un colpo. Merita un 9. Bellissima anche Saoirse Ronan in un abito Calvin Klein verde smeraldo interamente ricoperto di paillettes dalla scollatura audace. Voto 9.


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Rachel McAdams non convince: la splendida attrice ha optato per un abito August Getty Atelier nei toni del verde, con scollatura dalle suggestioni Nineties e sandali Stuart Weitzman. Ma la mise non emoziona. Bocciata. Raggiante come sempre Cate Blanchett in Armani Privé: per l’occasione la diva ha indossato un abito ricoperto di petali dal mood delicato e poetico. Armani Privé ha vestito anche Naomi Watts, che ha brillato in un lungo abito paillettato effetto sirena. Il blu si aggiudica il primato del colore preferito dalle dive: anche Reese Whiterspoon sceglie un abito blu a sirena, firmata Oscar de la Renta. Promossa a pieni voti. Bella come sempre Olivia Wilde, che ha incantato tutti con una audace mise firmata Valentino Haute Couture caratterizzata da un’ampia scollatura.

Margot Robbie (VALERIE MACON/AFP/Getty Images)

Margot Robbie in Diane von Furstenberg (VALERIE MACON/AFP/Getty Images)

Kate Winslet in Ralph Lauren

Kate Winslet in Ralph Lauren



Bocciata Jennifer Jason Leigh in un abito rosa Marchesa. L’attrice appare un po’ rigida nel mood bucolico suggerito dalla mise, impreziosita da fiori. Effetto matrona romana per Heidi Klum, anche lei in Marchesa: l’abito non rende giustizia al fisico statuario della splendida top model tedesca.

Sanders e Trump, i candidati antipartito delle primarie americane

Bernie Sanders non vincerà queste primarie. Non perchè non sia un politico capace. Anzi la sua storia è costellata di battaglie difficili, di posizioni scomode, di scelte coraggiose. Non vincerà perchè “è troppo a sinistra”. La sua battaglia in queste primarie ha tre ragioni profonde. 
La prima, perchè è importante che in democrazia ci siano alternative e non plebisciti preconfezionati. E questa è una grande lezione per tutte le democrazie: ricordare che è fondamentale che non vi siano solo alternative tra partiti e leader, ma anche un’alternativa e un dibattito interno nello stesso partito.
La seconda, a conclusione di una lunga carriera e storia politica di battaglie sociali e per i diritti civili, Sanders ha poco o nulla da perdere, e molto da rivendicare e ricordare al suo partito, al suo popolo, e al suo partito.


La terza, perchè proprio per la prospettiva plebiscitaria di queste primarie, certi temi e certe battaglie se non le riporta “uno come lui” nell’agenda politica rischiano di restare ai margini.
Primo fra tutti offrire un’antitesi forte alle tesi del teaParty e di quel nucleo di imprenditori disposti a tutto pur di non regolamentare il salario minimo e le questioni ambientali.
Il sogno, da dodici anni a questa parte, era una discesa in campo di Elisabeth Werren, in qualche modo la capocorrente di qualla parte di pensiero dei Democratici americani. Ma con un’altra donna in lizza sarebbe stato stavolta davvero complicato. Ci ha pensato Bernie.


Va detto che proprio per il metodo e per il dibattito democratico, le primarie ben si prestano a far emergere candidati più radicali, che anche mediaticamente appaiono più decisi, forti, schierati, chiari. Ma non è ciò che fa vincere le primarie che fa vincere anche le elezioni vere. E questo lo sanno bene i circa 400 grandi elettori indipendenti: quei nomi che votano per le primarie indipendentemente dagli stati, e portano “voti presidenziali” ai singoli candidati: 360 sono con la Clinton, 5 con Sanders. A questi si sommeranno i voti conquistati stato per stato.


Discorso analogo per Donald Trump, mattatore televisivo che comincia a scricchiolare anche lui nel voto vero delle primarie repubblicane. Qui non ci sono i maggiorenti del partito a pesare, e chi vince anche di un solo voto in uno stato porta a casa tutti i voti dei delegati statali (e non proporzionalmente come per i democratici). E quindi se per Sanders può andare meno peggio, per Trump il popolo repubblicano una seria riflessione la fa, e pesantemente.
Trump si avvicina ma non riesce a vincere in modo forte e convincente, e l’elettorato del GOP premia i suoi (numerosi e frammentati) avversari, che tuttavia restano in campo, crescono, pronti ad una seria riflessione tra qualche mese per chiudere sul ticket che ha maggiori chance di competere e vincere. Ma anche lui non è un fenomeno da sottovalutare. Un magnate due volte sull’orlo della bancarotta salvato dall’intervento pubblico, che si schiera contro l’intervento statale, che combatte contro il lavoro degli immigrati, che tuttavia sono la indicibile e impopolare ossatura di ciò che resta della grande industria americana e della sua rete di distribuzione. Attaccare il Papa per qualcuno è stato un autogol, e politicamente certamente lo è stato. Ma anche il suo messaggio non è da sottovalutare, e scremato da populismo, manicheismo, goffaggine e quant’altro è forte e chiaro.


La classe che ha finanziato il TeaParty, che sta dietro le costosissime campagne repubblicane (che hanno pochi finanziamenti diffusi e grossi finanziamenti di imprese private) oggi vuole contare in prima persona, non si accontenta di finaziare, stare dietro le quinte, ottenere la tutela dei propri interessi dietro le quinte e quando non sono troppo impopolari.
Quella classe sociale vuole esserci in prima persona, e dimostra di poter pesare e contare, almeno sino a quando i politici di professione (i Bush, i Cruz, i Rubio) non scenderanno a “più miti consigli” sulle loro posizioni e prenderanno impegni oncreti.


Ad esempio con quei fratelli Koch che sono pronti a spendere sino a 900milioni di dollari per le prossime presidenziali, creatori del TeaParty e magnati dell’industria del carbone e dell’acciaio, seriamente minacciati da qualsiasi legge di tutela ambientale, di riduzione delle emissioni, accordi di Kyoto vari ed eventuali.
Se non teniamo conto di questi fattori in campo, è davvero molto difficile comprendere le primarie americane, e confonderle con una buffonata televisiva.

Missoni: l’electromélange in passerella alla Milano Fashion Week

Ha sfilato ieri nell’ambito della Milano Moda Donna la collezione Autunno/Inverno 2016-2017 di Missoni: il patchwork tipico della maison si arricchisce di pattern a zig zag e grafismi 3D per un’eleganza contemporanea e delicata. Electromélange è la definizione della nuova estetica del brand, per nuove geometrie che coniugano l’artigianalità italiana con le vibrazioni più moderne derivanti dalla tecnologia.

La donna di Angela Missoni sfila in uno scenario urban come una fata metropolitana: poetica e a tratti onirica, indossa morbide maglie avvolgenti che sembrano dei plaid, tra stampe caleidoscopiche e la dolcezza di maxi cardigan in lana melange da indossare come vestaglie sopra maxi dress in tinte pastello. Sovrapposizioni e proporzioni oversize scendono sulla silhouette senza costrizioni, fluide e compatte, tra tuniche, maglioni e sciarpe da indossare sulla gamba nuda.

Suggestioni newyorkesi negli outfit dall’appeal metropolitano. Camicie e giacche si uniscono a maglie e dettagli urban-chic per filati di cachemire che sfoggiano inedite stampe a righe verticali, che conferiscono nuova vitalità anche ai capispalla bicolor. Mix & match è la parola chiave e se knitwear è da sempre sinonimo di stile in casa Missoni, ora lo troviamo impreziosito da dettagli iper femminili che ancora una volta testimoniano la maestria tipica del brand nel valorizzare la silhouette attraverso l’amore per i filati e audaci giochi cromatici.

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(Fonte Madame Figaro)

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(Fonte Madame Figaro)

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(Fonte Madame Figaro)

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(Fonte Madame Figaro)

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(Fonte Madame Figaro)



Ispirazioni disco glam negli abiti in pizzo da indossare sopra T-shirt e nei leggings, come anche nel lurex che illumina abiti da sera con frange ed elementi glitter. Cappe come capispalla, rigorosamente in stampa zig zag, e ancora pantaloni morbidi e scollature audaci sotto boleri e maglie plissé, per un’effortlessy-chic spesso in chiave metallizzata. La palette cromatica è iridescente, tra texture preziose e glitter all over: cipria, lime e carta da zucchero predominano. Ai piedi troviamo sneakers o ballerine, o, ancora, stringate con lacci metallizzati.


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Trussardi: il lato country dello stile

Giorgio Armani veste lo stile di velluto nero

Annullare ogni dettame di sensualità forzata per descrivere una donna affascinante ed elegante con capi casti e dalla linea prettamente maschile.

Giorgio Armani chiude la settimana della moda milanese con una collezione che invalida la miriade di colori presentati sinora, di capi succinti e accostamenti osati a favore di una individuale e sorprendente austerità e l’abuso convincente di toni cupi che depurano da ogni eccesso il défilé più atteso degli ultimi appuntamenti della fashion week nostrana.

La classe di Re Giorgio passa innanzitutto dal velluto: tessuto regale della collezione, adoperato sia su pantaloni comodi che su giacche a doppio petto e su abiti da sera.

Giorgio,  attraverso questo progetto creativo, insegna che l’eleganza non ha bisogno di orpelli o declamate dichiarazioni di stile, nemmeno di effetti scenografici imponenti.

La collezione autunno/inverno 16-17 potrebbe essere definita, peraltro, la sintesi del pensiero del couturier italiano: “L’eleganza non è farsi notare, ma farsi ricordare”.

L’impianto esecutivo della collezione si sviluppa sul concetto di abolizione di genere tra uomo e donna, idea nutrita  ed applicata ormai da anni, dallo stilista.

L’eleganza della donna pensata da Giorgio Armani si insinua, infatti, nella sua classe innata. Capi essenziali, mocassini e clutch. Linee pulite, giacche aderenti e farfalle bijoux che impreziosiscono gli outfit di una semplicità disarmante.

Ricami, timide ruches, fiocchi, lavorazioni dévoré e fantastici fiori stilizzati, galvanizzano la collezione a livelli altissimi.

Nessuna vanità, alcuna ostentazione: i capi proposti da Giorgio Armani sono stati creati per essere acquistati da chiunque e indossati in svariate situazioni.

Del resto, la moda si avvicina sempre più alla gente comune e Re Giorgio è a tutti gli effetti il precursore di questa tendenza.

 

(fonte Madame Figaro)

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Immagine copertina d.repubblica.it

 

 

Manuele Malenotti, ritratto di un imprenditore tra fascino e valori

Manuele Malenotti nato a Roma nel 1974 è uno dei latin lover più famosi d’Italia, sono di dominio pubblico le sue relazioni con la bellissima Michelle Hunzicker, Lola Ponce, Naomi Campbell, solo per citarne alcune.
Bello, affascinante faccia d’attore Manuele Malenotti è un uomo d’affari a tutto tondo oltre che collezionista d’arte.
Si laurea in Giurisprudenza e Scienze della comunicazione per poi iniziare a lavorare nell’azienda di famiglia divenendo il responsabile della comunicazione del famoso marchio di abbigliamento Belstaff, viaggia tanto e stabilisce relazioni con tutto la Hollywood che conta realizzando abiti per oltre 150 film tra cui The Aviator con di Caprio, film che vincerà l’oscar per i costumi, La guerra dei mondi, Herry Potter, Star Wars, Mission Impossible e James Bond .
Recentemente si occupa sempre di moda e moto con lo storico marchio Matchless.
L’arte sta diventando sempre più la sua passione promuovendo artisti emergenti, la sua collezione d’arte vanta artisti del calibro di Damien Hirst, Burri, Marina Abramovic.
Dal questionario di Proust emerge il ritratto di un uomo inaspettatamente sensibile e dolce.


Manuele Malenotti, ritratto di un imprenditore tra fascino e valori


Il tratto principale del tuo carattere
Il carisma


La qualità che ammiri in un uomo
L’onestà


La qualità che ammiri in una donna
La fermezza d’animo


Quel che apprezzi di più nei tuoi amici
La sincerità


Il tuo principale difetto
Ho troppo senso della giustizia


La tua occupazione preferita
L’arte, guardare l’arte e lo sport


Il tuo sogno di felicità
Fare una famiglia, avere dei figli


Quale sarebbe, per te, la più grande disgrazia

La perdita di uno dei miei genitori


Il paese dove vorresti vivere
Brasile


Il colore che preferisci

Verde smeraldo


Il fiore che ami

L’orchidea


L’uccello che preferisci

La fenice che risorge sempre dalle sue ceneri


I tuoi autori preferiti in prosa

Proust, Leopardi, Neruda


I tuoi eroi nella realtà
Gesù, Che Guevara, Martin Luther King


I tuoi compositori preferiti

Mozart, Beethoven , Schubert


I tuoi pittori preferiti
Picasso, Michelangelo, Leonardo da Vinci


I tuoi nomi preferiti

Malena, Manuela, Marcos


Quel che detesti più di tutto

L’ingiustizia


Quel che c’è di brutto in te

Non so fingere



Il dono di natura che vorresti avere
L’ubiquità


Lo stato attuale del tuo animo
Felice


Le colpe che ti ispirano maggiore indulgenza

Il rimorso di non aver fatto qualcosa che avrei potuto fare


Il tuo motto

La forza di volontà muove le montagne


Come vorresti morire
Fra le braccia della donna che amo come Quasimodo ed Esmeralda in Notre Dame de Paris


Matchless

RICCARDO SIMONETTI: BLOGGER FROM BERLIN

Non fatevi ingannare dal nome. Se all’apparenza può sembrare italiano lui è 100% tedesco e non un tedesco normale pensi un’icona dello stile Made In Berlin. A Milano è approdato la scorsa fashion week e ha fatto sfacelo. Questa edizione ritorna, sempre più fashion, sempre più chic e con la sua milionata di followers. Seguitelo!


Riccardo Simonetti: un nome italiano ma tu sei tedesco. Quali sono le tue origini? 
“In realtà sono al 100% italiano. Mio padre è un gelataio di Forno di Zoldo (nelle vicinanze di Cortina) mentre mia mamma è di Salerno. Anche se sono cresciuto in Germania siamo stati molte volte dai parenti in Italia perché loro vivono ancora tutti li”.


Cosa pensi di queste origini?

“Sono un grande fan dell’ “italian life style” e cerco di venire in Italia ogni volta che sono libero da impegni e, naturalmente, sono orgoglioso delle mie origini. Quando ero ragazzino tante persone mi consideravano quasi diverso per questo motivo, ma per me era un plus, in quanto amo la capacità intrinseca del vostro popolo di sviluppare un interesse profondo nella moda, nell’arte e in tutte le cose belle della vita. Questo forse perché gli italiani crescono circondati da tutto ciò… è fantastico”.


In Germania oggi sei un blogger seguitissimo. Una grande soddisfazione… 

“Ho sempre sognato di fare parte di quella che io definirei “cultura pop”. Ecco perché fin dall’età di quattro anni iniziai a recitare e da adolescente divenni modello e ospite presso un programma radiofonico. Sono sempre stato consapevole che per raggiungere i miei obiettivi e sogni avrei dovuto lavorare molto duramente. Ma non mi sono mai fermato. Aprii il mio blog nel mio ultimo anno di scuola: voleva essere come una sorta di diario in cui poter raccontare il mio pensiero e la mia visione di stile. Ora funziona molto bene e sono contento delle opportunità di lavoro derivate, dei miei fans e di essere fonte di ispirazione per altre persone”


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Cosa rappresenta per te la moda?

“La moda ha un enorme impatto su come mi sento. E’ importante per me perché comunica ciò che sono prima ancora di ogni altra cosa. Mi piace davvero esprimere i miei sentimenti attraverso un abito e non c’è niente di meglio che una sessione di shopping per ritrovare la giusta carica”.


Quali sono i tuoi stilisti preferiti?

“Non ho un designer preferito ma mescolo tutto quello che mi piace (anche se ho un occhio di riguardo per le linee couture di Versace, Saint Laurent e Dolce e Gabbana). Non servono un sacco di soldi per un vestirsi bene, tutto ciò che serve è un po ‘di creatività. A volte mi piace indossare un pezzo unico couture mentre altre volte trovo i miei migliori look in un negozio di carnevale. L’importante è sentirsi a proprio agio non curandosi del pensiero degli altri”.


Quando crei un outfit a cosa ti ispiri?

“Alla musica che ascolto in quel momento o ad film. Insomma passo da Lana del Rey, triste ma romantica, a una Lady Gaga teatrale dal 2008. Essere “fun” è però sempre importante nella scelta di un look”.


Come definiresti il tuo stile?

“Non convenzionale, unisex con un tocco rock. Le mie icone di stile personali sono Michael Jackson, Lady Gaga, Lindsay Lohan e Axl Rose e credo si possa vedere la loro influenza nei miei outfit quotidiani su instagram.”.


Quest’anno parteciperai per la seconda volta come icona di stile alla MFW. Cosa ne pensi di “questa” Milano?

“Partecipare alla MFW la prima volta è stato estremamente stimolante perché qui regna lo stile. Vedete paillettes, tacchi alti e il puro glamour per le strade, incontrare persone come Carine Roitfield o Anna dello Russo, li accanto a te…tutto stupendo. Milano mi ha molto ispirato nello scegliere i miei look e sono sicuro che anche questa mia seconda “visita” lascerà il segno!”.


Hai  un sogno?

“Essere un “intrattenitore”. E fare emozionare… con la moda ovviamente”.


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ph: Daniele Trapletti

Esilio forzato

Un incubo, un tarlo asfissiante che ti perseguita per tutta la vita, una macchia indelebile inestirpabile. Esistono tanti modi per definire le drammatiche conseguenze psicologiche derivanti dalla pedofilia e il film diretto da Pablo Larrain, Il Club, prova ad elaborare proprio tale concetto. Scopriamone i dettagli.
Sulle sponde della costa cilena vivono una suora e quattro preti. Quest’ultimi sono di fatto sconsacrati, in quanto autori di azioni deprecabili nei confronti di bambini, donne e uomini. Anche Sandokan, un infelice senza fissa dimora, è stato uno di quelli traditi dai preti di questa piccola comunità religiosa. Egli funge da accompagnatore agli spostamenti di padre Lazcano, prete pedofilo da poco arrivato in loco, nonché vero e proprio incubo dell’infanzia di Sandokan. Divorato dal senso di colpa per i peccati commessi in passato, padre Lazcano si suicida davanti alla sua vittima (Sandokan), avviando le indagini di padre Garcia, un gesuita psicologo deciso a gettar luce sulla morte appena avvenuta e ad interrompere nel minor tempo possibile il ritiro spirituale dei preti peccatori pentiti.
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Distribuito nelle sale cinematografiche italiane dalla Bolero Film a partire da giovedì 25 febbraio, Il Club è un film drammatico che descrive la spaccatura psicologica in seno alla costa cilena a La Boca. Si tratta di una frattura che scinde inesorabilmente vittime e carnefici, nella quale risiede la dimora del pentimento, uno dei numerosi luoghi che la Chiesa riserva ai preti e alle suore che si sono macchiati in passato di certi atti non proprio conformi con il loro credo. Una sorta di “prigione alternativa”.
All’interno de La Boca dell’inferno non manca nessuno all’appello: preti pedofili e ladri di bambini, nonché tutti coloro che hanno silenziosamente collaborato e fiancheggiato l’esercito e le gerarchie cattoliche durante la dittatura. Tutti irrompono sulle scene dirette da Pablo Larrain (di cui ricordiamo Fuga, Tony Manero, Post Mortem e No – I giorni dell’arcobaleno). Con questo suo ultimo prodotto, il regista cileno mette a confronto la storia del suo Paese con un gruppo di personaggi contraddistinti da un’aurea malvagia e narcisista.

 

Uno sguardo nel vuoto da parte di Sandokan, uno dei protagonisti del film

Uno sguardo nel vuoto da parte di Sandokan, uno dei protagonisti del film

In passato, i cinque preti in esilio a La Boca dell’inferno erano come un branco di lupi affamati, prodotti finali di un’esistenza fatta di avarizia e peccato. Ogni piccola ed innocente creatura si piegava al loro cospetto. Ma ora, la realtà che li circonda è ben diversa. Essi infatti si muovono grevi di fronte all’immensità dell’oceano circostante e dentro una fioca ed opaca luce che li avvolge ed inghiottisce inesorabilmente.
L’ombra delle tenebre che fagocita i cinque preti divorati dal rimorso interiore viene spezzata dall’arrivo di padre Garcia, che con la sua estetica e la sua giovinezza fa tornare a galla le crepe di un Paese incapace di trovare pace, serenità e riconciliazione.

 

Padre Garcia

Alcuni dei preti sconsacrati

Ben lungi dal voler rappresentare una verità storica assoluta ed incontrovertibile, Il Club, tuttavia, dà spazio ad un confronto piuttosto aspro, scomodo e spietato, prendendo come punto di partenza la certezza dell’impunità dei preti.
Padre Garcia sarà protagonista di un’autentica gincana tra omissioni, documenti mancanti e vuoti di memoria di vario tipo. Il suo intento è quello di smascherare le responsabilità etico-morali di una comunità religiosa che si dichiara pentita e pronta a voltare pagina.
In questa prospettiva giustizialista, Larrain (personificato da padre Garcia) cerca di andare oltre la semplice confessione dei peccati commessi da parte dei preti “criminosi”. La giusta punizione è dunque rappresentata da Sandokan, bambino abusato in passato e divenuto un adulto disturbato nel presente, un uomo in grado d’infliggere al suo aguzzino la stessa potenziale ferita subita durante l’infanzia. Sandokan può essere dunque definito come un fantasma del passato con cui fare i conti attualmente.
Infine, da un punto di vista tecnico, le inquadrature frontali e i primi piani che costringono i protagonisti a relazionarsi con la propria pena, costituiscono gli elementi più interessanti e i tratti distintivi de Il Club di Pablo Larrain, un regista che conferma il suo enorme potenziale.

I migliori backstage di Milano Moda Donna: Anteprima

I grafismi anni ’60 tornano sulla passerelle milanesi grazie ad Anteprima che immagina la sua donna icona come una moderna Jackie ‘O


La nostalgica collezione di Anteprima conduce con teatralità al fascino del ricordo. Evocativo è anche il profumo dei petali di rosa da cui ha estrapolato le cromie e le scelte tattili in fatto di tessuti: sete preziose e cashmere. La silhouette è classica e si concede il lusso di ispirarsi all’icona di stile per eccellenza, Jackie ‘O.





Infatti, le forme a trapezio, tanto amate e indossate dalla Kennedy Onassis, vengono avvolte da cardigan e da lunghi cappotti di stampo military, accessoriate da scenografiche calzature e guanti in pelle.
Un nuovo modo di interpretare il passato con gli occhi del presente.


Fashion editor: Alessia Caliendo
Video and photo: Christian Michele Michelsanti














Trussardi: il lato country dello stile

Le corde di una chitarra risuonano tra i meandri della memoria, a formare una melodia country, le cui note attraversano i decenni. A volte un’ispirazione può venire così, improvvisa ed inaspettata, da una ballata folk impressa nei ricordi. “Jolene, I’m begging of you please don’t take my man“, cantava così nei lontani anni Settanta Dolly Parton, in pantaloni scampanati e riccioli d’ordinanza, descrivendo il più classico dei triangoli amorosi ed implorando la rivale, bella e giovane, di non portarle via il suo uomo, in nome di una solidarietà femminile spesso sottovalutata.

È questo lo spunto primigenio da cui trae ispirazione Gaia Trussardi per la collezione Autunno/Inverno 2016-2017 del brand di famiglia. Una bellissima giovane, ancora acerba e inconsapevole del proprio fascino, dai lunghi capelli castani lasciati selvaggi e dagli occhi verde smeraldo: la immaginiamo così Jolene, il piglio aristocratico nei modi da ragazza perbene e una vita divisa tra la città e la campagna.

La donna Trussardi ricorda una moderna rampolla blasonata, eccentrica e naïf: nessuno snobismo però nelle giacche doppiopetto e nei pantaloni da fantino, che raccontano del suo amore per la campagna e per la natura; solo la classe senza tempo di una personalità che unisce il fascino country al glamour più sofisticato, senza mai perdere di vista la femminilità. È così che troviamo inedite stecche stile guêpiere sulle giacche e nei pantaloni in suede dalla vita altissima, ove spicca una sorta di corsetto ad enfatizzare le curve.

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(Fonte Madame Figaro)

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(Fonte Madame Figaro)

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(Fonte Madame Figaro)

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(Fonte Madame Figaro)

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(Fonte Madame Figaro)



Suggestioni folk anni Settanta si uniscono al bohémien più chic per una collezione ricca di spunti e stili eterogenei. Gaia Trussardi, alla direzione creativa della maison, riporta in auge elementi caratteristici degli archivi del brand, per una donna dandy, che ruba al guardaroba maschile il tre pezzi, sdoganando il gilet come nuovo incontrastato must have per la prossima stagione invernale. Dagli shorts alle gonne, spicca il velluto a coste, a conferire un’allure da lady dell’alta società a questa fanatica country.

Camicie di seta stampata richiamano i pattern delle cravatte Trussardi, mentre jacquard e Principe di Galles dominano nei capispalla, tra cappe e mantelle profilate con asole in camoscio, blazer doppiopetto e velluti a coste. Il giubbotto di jeans viene ora rivisitato con inserti in montone rovesciato e tagli a vivo. Tra le stampe torna in auge il tartan tra frustini e levrieri, simboli della maison, mentre gli impalpabili maxi dress a stampa paisley sono in georgette di seta, tra tocchi delicati di tulle e ruches. Gonne, shorts e pantaloni palazzo stampati conferiscono suggestioni boho-chic stemperate dal cappello da cowboy; si prosegue con cardigan con cintura ad enfatizzare il punto vita e cappotti vestaglia, fino ad abiti in raso che ricordano un négligé, da indossare sotto maxi cardigan. Infine, maxi fur coat ci riportano negli anni Settanta.

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Nel mood country-chic predominante c’è posto per dettagli sofisticati, come il foulard in testa e gli occhiali da diva, a conferire mistero e classe d’altri tempi a questa aristocratica immersa nella natura. La palette cromatica riprende i toni della campagna, tra borgogna, blu scuro, ruggine, cuoio, grigio, lilla e rosso, mentre suede e pelle predominano tra i materiali usati. L’artigianalità e la cura per il dettaglio offre spazio a spunti che profumano di vintage, come le borse postina in coccodrillo e patchwork di pelli montate. Trussardi appare nostalgico, deciso a portare sulla passerella un’eleganza discreta e aristocratica oggi tristemente in disuso. Tutto appare in mirabile equilibrio, in un’intrinseca perfezione. Ad accompagnare il défilé una performance dal vivo di giovani musicisti che intonano le note di Elvis Presley. Il levriero continua a brillare.

(Foto copertina Davide Maestri/WWD)


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Dolce & Gabbana: come una favola

Un’imponente carrozza sfavillante fa da sfondo alla sfilata di Dolce & Gabbana, che ha avuto luogo oggi, nell’ambito della Milano Fashion Week. Non la vedremo trasformarsi in zucca ma, al contrario, ci prenderà per mano per condurci in un viaggio nell’immaginifico mondo delle favole.

La donna che calca la passerella è una moderna Cenerentola che sfoggia il classico abito da principessa nei toni di un candido azzurro ricoperto di listini paillettati. Romantica, leggiadra, la collezione Autunno/Inverno 2016-2017 disegnata dal duo di stilisti omaggia l’infanzia e la sua capacità di sognare attraverso le fiabe: dai topini amici di Cinderella si passa allo specchio della regina di Biancaneve. Rispondere al celebre quesito su chi sia la più bella del reame non è mai stato tanto facile: basta indossare uno dei tubini neri, simbolo della maison, e la femminilità innata di ciascuna donna subisce un vero incantesimo.

Si continua con capispalla impreziositi da maxi fiori ricamati, in un’esplosione di colore e allegria, fino agli abiti da sera interamente ricoperti di paillettes. Un mood fiabesco, dai gatti che fanno capolino da chemisier in seta, alle teiere e candelabri animati de La bella e la bestia, ovunque è un tripudio di colore e di elementi cartoon che decorano giacche e capispalla, ma anche maglioni e cardigan.

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Il velluto illumina abiti dal piglio bon ton, per una donna infantile e nostalgica di un’infanzia lontana nella memoria ma ancora presente. Come una principessa, la donna protagonista del défilé ostenta il suo lato più innocente, tra fiocchi e merletti. Tra minidress sparkling spicca la scarpetta di cristallo, simbolo fiabesco per antonomasia. In passerella Vittoria Ceretti, giovanissima top model volto della maison.


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Antonio Marras: dramma di un’eroina dark

Eleganza d’altri tempi per Bottega Veneta

Estremamente borghese, severa. È l’antitesi dell’essenziale in tutte le sue forme. È ricca e castigata, disegnata per una donna d’altri tempi, che non si lascia abbagliare dalle tendenze. È lasciva.

Tomas Maier austero direttore creativo della casa di moda Bottega Veneta, presenta a Milano una collezione autunno/inverno 2016-17 degna della maison. Totale abbandono degli eccessi, nessuna trasparenza ordinaria, alcun dettaglio sopra le righe. La bellezza risiede nella semplicità, nel garbo e nell’eleganza.

La donna Bottega Veneta è aggraziata ed è eterea come Greta Garbo. Porta un lungo foulard  annodato al collo, indossa gonne ampie che sfiorano delicatamente il ginocchio e veste abiti delicati in chiffon.

Riesce, peraltro, ad indossare over coats magnifici in lana bouclé con estrema femminilità e classe.

È grintosa quando porta generosamente capispalla animalier e dimostra gran carattere quando indossa abbondanti tailleur maschili.

Profondamente seducente, la donna disegnata  da Maier ha stile da vendere e punta sulla qualità dei tessuti indossati. Cachemire e pelliccia sono un vezzo per lady Bottega Veneta, ma indossa piacevolmente canotte in lurex, maglioni over in lana e dettagli in pelle.

I toni della collezioni sono anch’essi rigorosi: nero, verde e viola, illuminati da un bianco candido e dal grigio.

Ad incarnare la donna Bottega Veneta, tre modelle d’eccezione: la bellissima e prorompente modella russa Irina Shayk, l’irresistibile topo model Adriana Lima e l’affascinante Kendall Jenner.

 

Irina Shayk splendida in Bottega Veneta (fonte Madame Figaro)

Adriana Lima splendida in Bottega Veneta (fonte Madame Figaro)

 

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Irina Shayk sfila per Bottega Veneta (fonte Madame Figaro)

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Kendall Jenner Per Bottega Veneta (fonte Madame Figaro)

Kendall Jenner Per Bottega Veneta (fonte Madame Figaro)

 

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Irina Shayk a Milano per Bottega Veneta (fonte Madame Figaro)

Irina Shayk a Milano per Bottega Veneta (fonte Madame Figaro)

 

 

 

 

Antonio Marras: dramma di un’eroina dark

Sfila tra spighe di grano e rimandi ad un remoto passato la donna Antonio Marras: ma dimenticatevi ameni scorci silvestri di virgiliana memoria. L’atmosfera prevalente sulla passerella di Marras è lugubre, a tratti funerea, più simile al ritmo parossistico di una processione o di un rito pagano. Inquietudine, sacrificio, disperazione: queste sono le emozioni predominanti della sfilata Autunno/Inverno 2016-2017 presentata oggi dallo stilista sardo nell’ambito della Milano Fashion Week.

La donna di Marras è pallida e austera: quasi un fantasma, la veletta a coprirle il volto, avanza in una marcia che non lascia scampo. Come in una fotografia sbiadita dal tempo, ella sembra rivivere attraverso i ricordi di un amore ormai lontano, peccatrice condannata alla perdizione eterna, vedova inconsolabile.

Il consueto folclore, parte integrante dell’identità primigenia dello stilista sardo, si arricchisce di nuovi spunti: suggestioni escatologiche nel pizzo nero e negli accessori che questa madonna pagana esibisce tra i capelli, mentre il Mediterraneo tanto caro a Marras rivive nel collo alto di capi castigati, nelle borse a mano rigide, da devota beghina di paese, e nelle calze a rete, declinate anche in versione calzino. I volumi dei colli sono altamente scenografici e barocchi, e si uniscono alle ispirazioni anni Venti degli inserti in pelliccia, vezzi di una femminilità repressa che rivendica la sua ragion d’essere. Cammei come gioielli, piume e nappine barocche, che stridono con la contemporaneità.

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Austeri e gotici sono i capispalla, che ricordano certa Inghilterra vittoriana, con il suo carico di pruderie e il marchio infamante a segnare intere esistenze. Cappe ricamate e cappotti dal sapore militare con ampi revers predominano, come le giacche senza struttura che scivolano sul corpo. Sedotta e abbandonata, la donna che calca la passerella attinge a rimandi Ottocenteschi, come i volumi teatrali e gli elementi dark. Tenui fantasie floreali impreziosiscono gli abiti leggeri, ricamati con ruches e bottoni, fino ai broccati di seta.

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È una tragica eroina la donna di Marras, appassionata e struggente, proprio come Adele H, celebre protagonista dell’indimenticabile pellicola di François Truffaut. E da questo mix -di cinema, arte, musica, letteratura e teatro- lo stilista sardo trae ispirazione per sfilate che sono dei veri inni al bello, declinato in ogni forma.

“Io vivo di contaminazioni, mutazioni, relazioni. Ma, soprattutto, penso che il mio lavoro, la moda, abbia bisogno, anzi necessità direi, di intrecciare arte, cinema, musica, video, letteratura e teatro per poter restituire le tensioni dello spirito del tempo. Di questo tempo. Dunque fenomeni, stili, tendenze di una dimensione in continua mutazione”: questo è quanto Antonio Marras ha dichiarato. Da Alghero, sua città natale, lo stilista si è imposto come uno degli interpreti più amati della moda, che proprio in essa, luogo ibrido per antonomasia, riesce ad esprimersi pienamente, attraverso inedite contaminazioni tra stili, epoche, luoghi e culture diverse. Il vintage si pone altresì come precisa scelta stilistica che intende enfatizzare l’importanza della contaminazione e della memoria, tra sovrapposizioni temporali e culturali.

Maxi gonne a ruota enfatizzano la femminilità retrò, mentre le scarpe sembrano quelle di una contadina. Intarsi, volants, merletti e pannelli plissettati ed asimmetrici spiccano sui capi, le stampe sono sfocate, volte a rappresentare bouquet di fiori di campo ma anche rovi, rose canine e volti. Presenti anche quadri e gessati, mentre la palette cromatica abbraccia nuance sbiadite e usurate dal tempo, come il verde salvia, il rosa sbiadito e un giallo pallido che sembra rubato alle foto di un album rilegato in pelle che ci parla di un passato ormai lontano. Marras propone una magistrale lezione di stile per una delle sfilate più suggestive della stagione.


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Marco de Vincenzo: surrealismo in chiave cartoon

Marco de Vincenzo: surrealismo in chiave cartoon

Personalità, brio e tanta, tanta ironia: sono elementi come questi a fare della sfilata Autunno/Inverno 2016-2017 di Marco de Vincenzo un riuscito esperimento stilistico.

Enfant prodige della moda italiana, dopo aver trascorso 15 anni al dipartimento accessori di Fendi, Marco de Vincenzo presenta alla Milano Fashion Week una collezione ironica, ricca di suggestioni surrealiste e grafismi psichedelici: mood glossy nelle stampe cartoon, audaci e irriverenti, che contribuiscono a sdoganare l’ultimo fashion trend, ossia la pelliccia ecologica.

“È come indossare un orsacchiotto”: è così che lo stilista descrive le sue ecopellicce con stampa a forma di cuore. Trattasi tutt’altro che di un eufemismo, dal momento che gli originali cappottini che si alternano sulla passerella sono stati prodotti in una fabbrica abitualmente adibita alla creazione di orsacchiotti.

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Camaleontica, giocosa e a tratti infantile, la collezione per la prossima stagione invernale di de Vincenzo vede un maculato ironico protagonista assoluto dei capispalla, tra inedite stampe animalier e zebrate effetto cartoon, che ricordano Dino de “I Flintstones”. Nelle faux furs spicca un bestiario riprodotto in chiave cartoon: coniglietti, mucche, dinosauri e volpi si abbarbicano sul pelo di questi nuovi pelouche da indossare: inoltre ad animare gli outfit anche fiori e foglie d’edera, per un surrealismo che osa senza mai eccedere.

Nonostante i pelouche, i fiocchi e i richiami ad un’infanzia non troppo lontana, non c’è spazio per lasciarsi andare a richiami nostalgici: al contrario il teddy bear diviene fil rouge di una collezione eccentrica e carica di ironia, per una donna eclettica e sopra le righe, che i pelouche decide di indossarli. Abbondano materiali sintetici, in primis finto pitone, mentre il nylon colorato tipico dei vestitini delle bambole brilla ora sulle scarpe.

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Genio ribelle, fresco di un nuovo successo ottenuto nell’ultima edizione del Festival di Sanremo, dove i suoi capi indossati da Virginia Raffaele sono stati protagonisti assoluti dell’ultima serata della manifestazione, Marco de Vincenzo entusiasma con la scelta di grafismi arditi e tinte acide, come il verde bottiglia, il blu elettrico, l’arancio e l’azzurro, tra tocchi di giallo limone e guizzi cromatici mai fuori posto. Tra i cappottini in tweed e le bluse con ruches, ecco i tubini profilati con paillettes.

Ironia nel completo bon ton in crêpe de chin che riprende il motivo animalier rivisitato. Mood ladylike anche per la borsa lanciata dallo stilista siciliano, che vanta una lunga esperienza in materia: una patta a forma di zampa d’orso decora la sua handbag. De Vincenzo secondo i rumours si starebbe preparando per l’apertura della sua prima boutique monomarca a Parigi, attesa per la prossima estate. Intanto la sua sfilata è stata accolta con un’ovazione da parte del pubblico, con il collega Fausto Puglisi ad applaudire in prima fila.


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Il boho-chic di Etro sfila a Milano

Il circo magico di Elisabetta Franchi si esibisce a Milano

Il circo. Il suo mondo effimero, bello a vedersi, difficile spesso da giustificare. Le majorette e i loro virtuosismi, le cavallerizze in stile vittoriano che incantano il pubblico. Gli animali, quegli esseri così mansueti e così teatranti che, come attori, fingono di essere felici.

Elisabetta Franchi, con la collezione autunno/inverno 16-17, lancia più che una collezione, una missiva con la t-shirt slogan “Animals are not clowns”. Loro non sono dei pagliacci, loro meritano la libertà.

Incedono sicure e a passo di felino, le modelle della maison italiana sulle note di Cat People (Putting on Fire) di Hollywood & Mon Amour. Indossano alti cuissard e pantaloni aderentissimi a vita alta. È sensuale negli abiti attillatissimi, nelle velature generose degli abiti da sera e nel vertiginoso e audace spacco di una gonna leggera che lascia scorgere i micro shorts della tuta sahariana.

È wild e androgina, iper femminili e luminosa. Il défilé presentato da Elisabetta è variegato e asseconda i gusti eclettici della stilista.

L’animalier, tanto caro alla designer e onnipresente nelle sue collezioni, viene proposto totalmente sugli abiti o in piccoli e piacevoli dettagli.

Abiti sparkling da gran soirée e pantaloni luminosi abbinati a giacche mini, impreziosite da lunghe frange dorate.

Non mancano nemmeno le pellicce, rigorosamente faux fur: sono vaporose, leggere, glamour.

Il circo contamina non solo i completi rigati rossi e blu, ma anche gli accessori con fantastiche nappine annodate in vita come una cintura.

 

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I migliori backstage di Milano Moda Donna: Luisa Beccaria

È l’arte europea a cavallo tra il Settecento e l’Ottocento a plasmare la donna icona di Luisa Beccaria sulle passerelle milanesi


Corsetti che segnano il punto vita e gonne ampie accompagnano la figura femminile esaltata da Luisa Beccaria nella sua prossima collezione. L’equilibrio è la chiave dell’ anima boho che si espone senza eccessi. Sovrapposizioni di pesi e motivi donano armoniosità al guardaroba composto da cropped pants e morbide bluse abbinati a maxi cappotti su cui campeggia il richiamo alla natura grazie alle applicazioni raffiguranti volatili.











Velluto, taffetà, broccato, tweed, lurex, tulle e organza sono le tipologie di tessuti scelte per l’Autunno e Inverno prossimi.
Un accenno di velata sensualità è dato dai tacchi alti, con incroci di lacci, e dal collo coker di raso con perle.
Abiti com tela, infatti, la palette cromatica è contestualizzata all’arte del periodo storico a cui si ispira: Liotard, Vigée-le Brun e Hayez, solo alcuni dei mentori che colorano le proposte dal petrolio ai bagliori metallici.


Fashion editor: Alessia Caliendo
Video and photo: Christian Michele Michelsanti








Emporio Armani: opulente geometrie e bon-ton in passerella a Milano

Vigorosa e decisa, fortemente unisex. La collezione autunno inverno 16-17 di Emporio Armani, esplora un universo ricco di suggestioni maschili pur mantenendo vivida una femminilità esplosiva.

Linee rigorose ed essenziali ridisegnate, in qualche occasione, da curve delicate e morbide.

Re Giorgio Armani si affida a pattern geometrici per alleggerire i capi: triangoli, quadrati e cerchi decorano i capi non solo come segno grafico, ma anche con spille singolari ed essenziali.

Short cortissimi, gonne a trapezio ed abiti mini, sono il fil rouge della collezione accostati amabilmente a lunghi pantaloni dalla linea ad anfora e maxi coats e plastron di paillettes.

Giacche asimmetriche e mono bottone, spalline arrotondate, tuxedo con ricami geometrici maglioni castigati e tailleur maschili: il bon ton Emporio Armani si rivela in tutta la sua bellezza, attraverso questi capi.

Accurata si presenta anche la palette di colori con un dolcissimo rosa baby, un purissimo bianco ed ancora un vivido verde e un nero basico.

La donna Emporio Armani, elegante e glamour, incede sicura calzando semplici Mary Jane abbinandole a maxy tracolle per il giorno e clutch essenziali, la sera.

 

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Il boho-chic di Etro sfila a Milano

Suggestioni anni Settanta sono state protagoniste della collezione firmata Veronica Etro per la prossima stagione invernale, che ha sfilato oggi nell’ambito della Milano Moda Donna. Indomito spirito bohémien negli impalpabili abiti in chiffon, caratterizzati da stampe paisley e cachemire, simbolo della maison. L’Autunno/Inverno 2016-2017 di Etro supera la barriera stagionale e propone capi leggeri, capispalla reversibili e inedite stampe patchwork.

Il tartan sposa il paisley, tra sovrapposizioni e giochi mix & match che strizzano l’occhio al grunge anni Novanta. La donna Etro è una ninfa urban che indossa anfibi e parka di canvas che si trasformano in kimono di raso di seta da indossare sopra lunghi abiti stampati, e, ancora, chiodi di pelle impreziositi da revers in broccato.

Tra capispalla in tartan e maglie ricamate dai bordi sdruciti, tessuti devoré e stampe floreali fanno capolino elementi punk e dettagli orientali di raffinata eleganza; il minimalismo si unisce al romanticismo e a suggestioni vittoriane rubate alle atmosfere londinesi. Profumano di Londra anche certe giacche decorate di ispirazione militare, tra oro all over e cosmopolitismo. Alla base della collezione vi è una ricerca stilistica che ripercorre diversi decenni e tendenze eterogenee, dalla fine degli anni Sessanta fino agli anni Novanta.

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Le linee sono fluide, tra cardigan oversize e accostamenti arditi che rivelano grande nonchalance. Tra le stampe floreali spiccano elementi delicati come il pizzo, la cui dolcezza viene sapientemente smitizzata da suggestioni punk, righe e anfibi dal piglio aggressivo. Gli accostamenti rivelano maestria e disinvolta eleganza, per una collezione femminile e sofisticata.


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Prada: estetica globetrotter in passerella a Milano

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È stato finora il défilé più controverso, quello che più ha animato le discussioni della seconda giornata della Milano Moda Donna: sfila sulla passerella di Prada una nuova estetica, che trova incarnazione in una incallita viaggiatrice dall’animo curioso, un po’ bohémien e un po’ globetrotter, sempre pronta ad abbracciare nuove sfide e nuovi orizzonti.

A calcare la passerella è una donna dissoluta, ai margini della società, stretta in corsetti che profumano di antichi boudoir e segreti inconfessabili; poi ecco il lusso del broccato di seta ad impreziosire capi dal sapore retrò, vagamente Fifties, reliquie di un passato lasciato ad attecchire tra la naftalina degli armadi, tra ricordi custoditi con cura in soffitte polverose.

La donna immaginata da Miuccia Prada per la collezione Autunno/Inverno 2016-2017 è una vagabonda di lusso, che sembra quasi provare un autentico piacere nell’inedito mix & match a cui si lascia andare. Gli accostamenti sono arditi e surreali, audaci prove stilistiche che catturano l’occhio e la fantasia. È un patchwork di lana e broccati preziosi, tra calze ricamate e abiti da sera, tartan e velluti. Sovrapposizioni, cappotti in stile militare, capispalla dall’allure classico in tweed con il collo di pelliccia a contrasto. Gli accessori sembrano rubati dal guardaroba della nonna, mentre decorazioni surrealiste fanno capolino ovunque, ed inserti in velluto come spalline completano abiti da sera che ricordano un passato mai vissuto o mai dimenticato.

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Protagonista indiscusso della sfilata è un casual mood perfettamente studiato in ogni dettaglio, nel segno di un effortlessy chic che strizza l’occhio a certe suggestioni barocche e sopra le righe da indossare con disinvolta allegria accanto alla mise più sobria. Largo ad accostamenti borderline ed accessori iperbolici, per un’eleganza nuova, che fa di questa originale clochard extra lusso una trendsetter ante litteram. Ribelle, anticonformista, complessa ed individualista, la donna Prada non teme il giudizio altrui e sfila dall’alto di una invidiabile self-confidence.

Le stampe firmate da Christophe Chemin profumano di viaggi in paesi lontani, di valigie mai riposte e di un bagaglio culturale che trae linfa vitale dalla mera osservazione del mondo, tra popoli e culture lontane che affascinano questa cittadina del mondo, più a suo agio on the road che entro i ristretti limiti delle feste glamour. Proustiana nel suo approccio al viaggio, curiosa e decadente, è una donna che ha un vissuto da raccontare, che trova espressione nelle collane con libri e chiavi come ciondoli, tra oro all over e stoffe pregiate.

Il cappello marinère si accosta alla camicia hawaiana, gli stivaletti da montagna accompagnano l’abito da sera, mentre sotto a paletot dall’aria vintage sbucano corsetti semi slacciati. I capispalla sposano astrakan e lana patchwork, per suggestioni globetrotter; il mood è casual e folk, per peregrinazioni ricche di aneddoti, ricordi e souvenir di viaggi, racchiusi nell’immancabile handbag che fa capolino quasi ad ogni uscita. In passerella brilla Stella Tennant, blasonata top model britannica, oggi splendida quarantacinquenne, mirabile testimone dell’estetica di Miuccia Prada.


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Emilio Pucci: ritorno al futuro

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Futurista, colorata, geometrica, la collezione Emilio Pucci disegnata da Massimo Giorgetti, già direttore creativo di MSGM, si apre nel segno della modernità. Suggestioni high-tech segnano l’attualizzazione dello stile della mitica maison italiana: e se già la scorsa stagione Giorgetti aveva dato il via alla tendenza, ora la rilettura delle ispirazioni che hanno fatto grande il marchio creato dal marchese Pucci si attua attraverso il mood sporty-chic, che caratterizza la collezione Autunno/Inverno 2016-2017.

Suggestioni post atomiche caratterizzano lo spazio industriale scelto per la sfilata, che solo apparentemente si pone come un segno di rottura con la gloriosa tradizione del passato. Giorgetti ha infatti dichiarato di aver voluto rendere omaggio alle origini del brand, seppur nel tentativo di riattualizzarne i codici.

Abbondano capispalla in cui la celeberrima stampa foulard diviene codice passepartout dal mood optical che caratterizza cocoon coat ma anche tailleur e abiti. Sportiva e comoda, la donna Pucci calca la passerella in jumpsuit in Lycra, che ricordano le tute da sci, uno dei primissimi capi con cui si cimentò il marchese Emilio, quando vestiva il jet set internazionale nelle più esclusive località sciistiche del mondo, immortalato in scatti dal sapore evegreen, come quelli firmati da Slim Aarons, il fotografo dei divi.

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La comodità diviene protagonista assoluta di una sfilata in cui le proporzioni sono over, a partire dai maglioni con scollo a V e ai dolcevita con zip. La palette cromatica abbraccia i toni pastello, mentre si torna al logo in evidenza. Scuba, lurex e nylon prevalgono tra i materiali usati, per un mood futurista, tra leggings e tute da sci. Tra felpe e piumini, trovano posto dolcevita e chemisier caratterizzati da tagli a vivo. Lo sportswear diviene di lusso, per il marchio fiorentino, oggi appartenente al gruppo Lvmh. Giorgetti sembra aver acquisito sicurezza e maturità, in una collezione fresca e giovane, intrisa di citazioni che guardano al passato ma portatrice di nuova linfa vitale.


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Max Mara: neofemminismo in chiave Bauhaus

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Cascate di paillettes inondano pantaloni e giacche, dentro le morbide pellicce bicolor l’aria della notte berlinese è frizzante; sotto al trucco marcato la nuova Lili Marleen sorride enigmatica, consapevole del proprio fascino. Forti eppure fragili, indipendenti, lavoratrici: alla Milano Fashion Week Max Mara omaggia le donne, con un défilé interamente dedicato alla figura femminile, che viene riproposta nelle sue infinite sfaccettature.

A metà tra le suffragette e le eroine del cinema muto, sulla passerella di Max Mara si respira la frenesia dei cabaret berlinesi e la magia delle ispirazioni dadaiste: tra capi glitterati e dettagli sparkling, i favolosi Roarin’ Twenties rivivono in una collezione che segna un punto di rottura con la tradizione del brand emiliano. È un commiato in piena regola quello che si respira in casa Max Mara: un punto di rottura con il passato, per cui si abbandona lo stile più classico, da sempre simbolo della maison, per abbracciare una nuova estetica, in cui confluiscono suggestioni dadaiste, costruttiviste e moderniste.

L’Autunno/Inverno 2016-2017 pensato dal direttore creativo Ian Griffiths vede una donna forte, energica, come le prime donne lavoratrici, pioniere dell’epoca, come Gertrud Grunow, Natalia Goncharova e Hannah Hoch: avanguardistica, modernista e intrisa di suggestioni femministe, la collezione Max Mara guarda al futuro.

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Il classico cappotto maschile, da sempre capo principe della maison, cede ora il passo a tute da lavoro in versione luxury. Il movimento artistico del Bauhaus ispira capi in color-block. E se le silhouette sono ancora maschili, protagonista assoluto della sfilata è un inedito patchwork in chiave glitter, tra scacchi, righe, vernici, lane plastificate e pelli lucide.

Lo Zeitgeist si incarna in una donna moderna, che ostenta la sua personalità dall’alto di preziose jumpsuit ricoperte di paillettes. I colori sono accesi e brillanti, come il blu, il verde, il giallo e il rosa; grafismi e forme geometriche attraversano i capispalla dal taglio sartoriale, ma anche gli shorts in maglia, le tute da lavoro con grandi tasche. Il classico cappotto ora è declinato in materiali quali cashmere, shearling, cavallino e alpaca lavata, ha le spalle arrotondate e la zip laterale. Non mancano trench dorati, lunghi guanti in pelle, maxi occhiali dalle lenti rotonde, mentre le scarpe hanno il tacco grosso o sono le classiche stringate maschili.

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Tra gli accessori spicca la Whitney Bag, it bag simbolo della maison, che si preannuncia già must have indiscusso della prossima stagione invernale. Protagonista del front-row l’attrice Natalie Dormer, conosciuta per i ruoli ne “Il Trono di Spade” e “Hunger Games”. L’attrice britannica è stata insignita del Women In Film Max Mara Face of the Future Award® 2016, che le sarà consegnato il prossimo 15 giugno nella splendida cornice di Beverly Hills, in California.


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La valchiria di Fausto Puglisi incanta la Milano Fashion Week

Chi sono veramente i curdi?

I turchi sembrano sempre più isolati sullo scacchiere mediorientale. Questo è il risultato della politica di Erdogan nei confronti di Assad. La Turchia, nemica giurata di Assad, sopporta e supporta anche i ribelli più estremi. Come se non bastasse ha molto difficoltoso l’accesso delle proprie basi, come quella di Incirlik, da parte degli aerei della coalizione.


Uno dei motivi principali del comportamento turco è la presenza dei curdi al di là del confine con la Siria così come dell’Iraq e la centralità dei curdi iracheni nel piano militare degli USA.


Parlare di curdi, comunque, non è così semplice. Innanzitutto i curdi sono divisi tra Turchia, Siria, Iraq e Iran ma le differenze non sono solo geografiche; gli obiettivi politici dei differenti gruppi curdi sono molto differenziati così come le relazioni coi governi degli stati in cui vivono.
Per alcuni i curdi sono terroristi, per altri sono alleati nella guerra a Daesh o ancora il più grande gruppo etnico senza uno stato al mondo.
I curdi sono un po’ di tutto questo.


In Turchia ci sono 14 milioni di curdi, alcuni sono ben integrati altri, la maggioranza, sono alienati dalla vita civile turca.
I curdi più religiosi sono una parte importante dell’elettorato dell’AKP, il partito di Erdogan. Poi esiste l’HDP di Selahattin Demirtas, il più liberale tra i partiti curdi che ha fatto un grande risultato alle scorse elezioni riuscendo a entrare in parlamento anche se l’AKP sostiene non sia molto diverso dal PKK, il partito curdo in guerra con lo stato da metà degli anni ’80.


Il PKK è una organizzazione terroristica. Il processo di pace tra il governo e i curdi è iniziato nel 2013 ma si è interrotto nel 2015 per colpa, probabilmente, di entrambi gli schieramenti. I turchi, così come gli iracheni, gli iraniani o i siriani hanno sempre combattuto il nazionalismo curdo pensando che avrebbe potuto portare a una frammentazione del loro stato.


Con l’instabilità dell’Iraq che ha poi portato alla nascita di Daesh i turchi erano preoccupati che i curdi iracheni riuscissero a stabilire uno stato nel nord dell’Iraq. Questo succederà, forse prima di quanto si pensi. Qualcosa però è cambiato, i turchi hanno fatto di necessità virtù e ora l’AKP è in buoni rapporti con il KDP di Barzani, il partito dei curdi iracheni. Il motivo è presto detto: il Curdistan iracheno si trova su una delle aree più ricche di petrolio dell’intero medio oriente e il porto turco di Ceyhan sembra la soluzione più probabile per la commercializzazione dell’oro nero curdo. Come se non bastasse il KRG, il governo regionale curdo, è nelle grazie degli USA e gli iracheni vogliono rimanerci.


Le relazioni tra Turchia e KRG sono peggiorate quando Daesh era arrivata a minacciare Erbil, la capitale del KRG, nell’agosto del 2014 e i turchi si rifiutarono di dare una mano. I turchi si tirarono indietro perché il KDP controlla direttamente solo un paio di provincie del KRG mentre le altre sono feudo del PUK. I due partiti sono sempre stati ai ferri corti, al punto dall’arrivare alla guerra civile a metà anni ’90 che uccise migliaia di curdi. Tuttora, nonostante la pace, il PUK non vuole che il KDP domini il mondo curdo.


Barzani, per ottenere il potere su tutto il mondo curdo si è accordato con Erdogan e questo era il motivo per cui ha fatto attendere oltre l’inverosimile un aiuto ai curdi siriani di Kobane, nemici di Ankara e vicini al PKK. Il PUK, dal canto suo ha deciso di allearsi con il PKK a sua volta alleato con il PYD, il partito curdo siriano, per mettere i bastoni tra le ruote a Barzani e al suo alleato Erdogan.


La cosa però diventa ancora più interessante. Il PYD si è reso molto utile nella lotta a Daesh e per questo motivo è entrato nelle grazie di Washington, che li considera essenziali e affidabili alleati peccato che per Washington il PKK sia una organizzazione terroristica. Quindi gli americani sono alleati con una organizzazione che è una diretta filiazione di una organizzazione che, formalmente, combattono per amicizia nei confronti dei turchi.
I turchi non sono felici della situazione.


I curdi siriani, nel frattempo stanno collaborando con i russi e i turchi si sono sentiti traditi sia da Washington che da Mosca.
La Turchia sembra voler mettere gli USA davanti ad un aut aut: o i curdi siriani o noi. Gli USA non possono scegliere. La situazione è più intricata di una telenovela sudamericana.

Vittorio Sgarbi, ritratto di un grande critico d’arte

Vittorio Sgarbi non ha certo bisogno di presentazioni .
Nato a Ferrara nel 1952, ultimamente ci ha fatto preoccupare con qualche problemino di salute .
Eclettico, intelligentissimo, conosce l’arte come pochi in questo paese.
Così ha risposto al questionario Proust rivelandoci lati inediti della sua esuberante personalità .


Il tratto principale del tuo carattere
La Caparbietà


La qualità che ammiri in un uomo
La determinazione


La qualità che ammiri in una donna
La devozione


Quel che apprezzi di più nei tuoi amici
La disponibilità


Il tuo principale difetto
Bah… Bisogna chiederlo ad altri…


La tua occupazione preferita
Vedere luoghi nuovi


Il tuo sogno di felicità
Quello che sono


Quale sarebbe, per te, la più grande disgrazia
Perdere la memoria


Quel che vorresti essere
Quello che sono


Il paese dove vorresti vivere
Lo Yemen


Il colore che preferisci
Il Rosso


Il fiore che ami
La rosa


L’uccello che preferisci
L’aquila


I tuoi autori preferiti in prosa
Musil, Verga, Guicciardini


I tuoi poeti preferiti
Petrarca, Borges, Montale


I tuoi eroi nella finzione
Don Chisciotte


I tuoi compositori preferiti
Mozart, Rossini


I tuoi pittori preferiti
Tutti


I tuoi nomi preferiti
Vittorio


Quel che detesti più di tutto
La Coca-Cola


Quel che c’è di brutto in te
Nulla


L’impresa militare che ammiri di più
La Battaglia di Lepanto


La riforma che apprezzi di più
Sono contro le riforme . Mi piace la controriforma


Lo stato attuale del tuo animo
L’Irritazione


Le colpe che t’ispirano maggiore indulgenza
I peccati d’amore


Il tuo motto
Non ho motti


Come vorresti morire
Preferisco vivere

Fendi sorprende Milano con una collezione “cosmica”

Onde sinuose e aggraziate finemente ricavate da speciali e delicate ruches. Onde decorative e intessute non solo sugli abiti, ma anche su tutti gli accessori proposti.

Onde gravitazionali che colorano magistralmente pellicce vaporose dal sapore retrò.

La collezione Fendi autunno/inverno 16-17 è un’apoteosi di bellezza e studio delle forme, un delicato ritorno all’età adolescenziale con pantaloni culottes, volants sulla baschina e salopette increspate nei dettagli ma è anche un’inno all’austerità, attraverso giacche tailleur rigorose con dettagli plissettati sui fianchi e over coats abbondanti e sblusati da una cintura.

Karl Lagerfeld e Silvia Venturini Fendi hanno creato una collezione magistrale, pura ed iper femminile.

Ad aprire la sfilata, Kendall Jender, modella e musa ispiratrice di Kaiser Karl; indossa cappotto dalla linea baby con revers in pelliccia e cuissard color carta da zucchero fascianti e giocosi.

La pelliccia, tessuto must have della maison romana, si tinge di mirabili colori e pattern suggestivi: segni grafici maculati si avvicendano a toni pastello rinvigoriti da onde di toni contrastanti.

Due ospiti esclusivi hanno presenziato alla sfilata Fendi: “Piro-chan” e “Bug-kun“, i Fendirumi nati dall’estro creativo di Karl Lagerfeld per celebrare la cultura giapponese dei Kigurumi e creati in occasione dell’apertura a Tokyo del più grande pop-store d’Oriente.

Colori pop e pastello, cupi e vivaci, la palette di colori è incredibilmente variopinta e gradevolmente abbinata.

La collezione très folies di Fendi è meravigliosa. È straordinariamente “cosmica”.

 

Kendall Jenner per Fendi (fonte Madame Figaro)

Kendall Jenner per Fendi (fonte Madame Figaro)

 

(fonte Madame Figaro)

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(fonte Madame Figaro)

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(fonte Madame Figaro)

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(fonte Madame Figaro)

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(fonte Madame Figaro)

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(fonte Madame Figaro)

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Daesh sta perdendo la sua capitale?

Daesh ha cambiato strategia o sta perdendo terreno?
In questi giorni le forze curde sono riuscite a conquistare due città, al Thawrah e Ash Shaddadi, due piccole città che si trovano lungo una via di approvvigionamento di Raqqa, la capitale de facto dello Stato Islamico. Le forze curde sono state aiutate dai bombardamenti della coalizione USA.


Allo stesso tempo, però, Daesh sembra stia facendo passi avanti nella conquista di nuove città nella Siria occidentale. Il gruppo terroristico è riuscito a sbaragliare le difese della città di Palmira, guidate dai russi, nel centro della Siria, una città che serve da porta verso la Siria occidentale. Daesh ha anche rivendicato una serie di bombe che sono scoppiate a Homs, appena a sud di Damasco, e che hanno ucciso 200 persone.


Daesh sta tentando di allargare l’area controllata per rendere più difficile la lotta alla coalizione russa e a quella americana? O sta perdendo terreno intorno alla sua capitale e sta cercando una qualsiasi città in Siria dove possa crescere?
Secondo la maggioranza delle persone è la seconda e questa visione è supportata dal numero di combattenti dello Stato Islamico, in continua caduta; secondo il Pentagono ne sono rimasti solo 15.000 il numero più basso dall’inizio della guerra.


Comunque sia Daesh sta guadagnando terreno in Siria nonostante il basso numero di combattenti e le migliaia di bombardamenti delle coalizioni internazionali.
Se Daesh dovesse conquistare Palmira e Homs arriverebbe molto vicina alle aree controllate da Assad e costringerebbe la Russia ad allargare il suo raggio d’azione così come la coalizione guidata dagli Stati Uniti.
Daesh sta cercando nuove aree dove può resistere.


Daesh sembra aver calcolato di preferire avere a che fare con le truppe siriane e i loro alleati russi piuttosto che continuare a combattere contro i curdi e i loro alleati americani. Stanno cedendo territorio a nord e si stanno spostando a ovest.
Nella città di Ash Shaddadi, per esempio, i miliziani dello Stato Islamico non hanno posto la resistenza che curdi e americani avevano preventivato.
Anche a Palmira, tuttavia, Daesh sta combattendo contro bombardamenti giornalieri dei russi e le forze di Assad e non ha conquistato quasi nulla da mesi.


Nonostante questo non è ancora il momento di celebrare. Daesh ha mostrato di pianificare molto bene le proprie mosse e più di una volta gli alleati hanno fatto fatica a comprendere da subito le loro strategie e i loro obiettivi. Ad esempio da quando i russi hanno iniziato a bombardare lo Stato Islamico ha aumentato il numero di attacchi su tutto il territorio siriano. Come quello che a Khanaser, vicino ad Aleppo che ha interrotto la strada che portava rifornimenti all’esercito siriano.


Oltre a questo è da considerare che non è sicuro che Daesh perda Raqqa. Il fatto che lo Stato Islamico non abbia combattuto duramente per le città recentemente conquistate dai curdi può significare che non avessero bisogno di quelle linee di approvvigionamento. I curdi, inoltre, potrebbero non voler conquistare Raqqa, una città a maggioranza araba ma potrebbero volersi concentrare sulle città che la circondano a maggioranza curda.


Daesh è in pericolo, quindi, ma è difficile dire quanto lo sia. Certamente il cessate il fuoco darà la possibilità alle due coalizioni di concentrarsi sulla lotta al solo Daesh, l’unico gruppo che è stato lasciato al di fuori dall’accordo. Forse la guerra sta quantomeno per cambiare.

Colpito!!

Nel gergo militaresco americano “good kill” significa “colpo andato a segno”, obiettivo raggiunto. Il titolo del nuovo film di Andrew Niccol è proprio Good Kill, ad indicare i colpi sparati da piloti speciali alla guida di velivoli invisibili che sorvolano e pattugliano i cieli del Medio Oriente, a 3 km di distanza dal suolo, per estirpare il cancro del terrorismo, dall’Afghanistan allo Yemen. Stiamo parlando di missili balistici ad altissima precisione pronti ad uccidere un uomo o un gruppo di persone, oppure distruggere un piccolo camioncino in transito lungo una strada o ancora un intero edificio. Ogni oggetto o soggetto sospettato di attentare alla sicurezza nazionale statunitense deve essere abbattuto.



È da specificare che questi piloti telecomandano i loro armamenti speciali comodamente seduti all’interno di un box dotato di aria condizionata nel bel mezzo di un deserto nei paraggi di Las Vegas. La loro incolumità fisica è perciò al sicuro, ma non si può dire altrettanto per la loro salute mentale. Essi infatti conducono una subdola e pericolosa guerra astratta e virtuale, ma i missili che fanno saltare in aria i corpi di uomini, donne e bambini sono assolutamente reali…



Il protagonista della storia è Tommy Egan, un pilota che ha dalla sua ben 6 missioni su campo, dette “tour”, sempre in riferimento al lessico militare a stelle e strisce. Con il suo fedele drone da telecomandare, egli è stato posizionato vicino all’abitazione della sua famiglia, inaugurando un nuovo e più preciso fronte di guerra. La volontà di Tommy è quella di tornare a volare e queste macabre ed agghiaccianti “partite alla playstation”, intese come nuovo strumento per contrastare il terrorismo, non gli piacciono affatto.



Ethan Hawke nelle vesti del protagonista Tommy Egan

Ethan Hawke nelle vesti del protagonista Tommy Egan



Nonostante la vicinanza alla dimora familiare, Tommy attraversa una profonda crisi morale ed esistenziale, acuitasi maggiormente dal momento in cui il suo team viene messo direttamente al servizio della CIA, da sempre nota per agire al di fuori delle regole convenzionali d’ingaggio. Il nuovo ordine è dunque quello di sparare anche dinanzi a donne e bambini, utilizzati (secondo i servizi segreti americani) come scudi. In fin dei conti sono solo danni collaterali, vittime sacrificali dei signori della guerra. Tutto è lecito, anche le azioni più deprecabili e disumane, purché si salvaguardi la sicurezza nazionale.



Tommy inizia così a mostrare i primi segni di cedimento: non regge più lo stress emotivo, beve ed assume atteggiamenti non propriamente adatti per telecomandare il suo drone con il suo “joystick”. Le conseguenze saranno perciò inevitabili, non solo dal punto di vista della carriera militare, ma anche (e soprattutto) di quella familiare. Il Tommy marito e il Tommy padre, infatti, sono ormai latitanti da troppo tempo…



Distribuito nelle sale cinematografiche italiane dalla Barter Multimedia a partire da giovedì 25 febbraio, Good Kill è un thriller diretto da Andrew Niccol. Il regista neozelandese (di cui ricordiamo In Time e The Host) propone un dramma militare in cui la sceneggiatura risulta eccessivamente circostanziata, giungendo così ad un prodotto finale privo di energia e pathos.



Ethan Hawke a fianco della moglie Molly, interpretata da January Jones

Ethan Hawke a fianco della moglie Molly, interpretata da January Jones



Il tema del controllo assoluto tanto caro a The Truman Show (di cui Niccol realizzò la sceneggiatura), ad esempio, poteva rappresentare uno spunto decisamente interessante, mentre invece viene relegato a sfondo attraverso la visione militare dei droni, che dall’alto riescono a controllare ogni cosa che si muove. Una sorta di occhio divino, in grado di punire dal cielo con i suoi missili balistici i presunti peccatori o cattivi di turno, sacrificando, di contro, le povere vittime innocenti.



Rispetto ad alcune pellicole come The Hurt Locker e Zero Dark Thirty, Good Kill risulta più teorico e proprio per questo anche più ambiguo. A tal proposito, emblematico il fatto che la crisi esistenziale di Tommy derivi dall’impossibilità di poter svolgere missioni vere, quelle a bordo di veri aerei da caccia, dove si uccide sempre, ma si rischia altresì di rimetterci la pelle.



Veniamo al cast scelto per l’occasione. Nei panni del top gun in crisi d’identità troviamo Ethan Hawke, celebre attore americano che già lavorò con Andrew Niccol in Lord of War nel 2005 a fianco del protagonista Nicolas Cage. Egli è noto al pubblico anche per film quali Sinister, La notte del giudizio e Predestination. Nel ruolo della moglie Molly, preoccupata per la salute psichica del marito e trascurata dalla sua assenza, ecco January Jones, famosa attrice e modella statunitense, di cui citiamo a titolo esemplificativo alcune opere come I Love Radio Rock, Unknown – Senza identità e Solo per vendetta.

Costume National: volumi ampi e abbinamenti anticonformisti in scena a Milano

Sovrabbondanza di tessuti, accostamenti di forte impatto visivo, carattere e forza. La collezione autunno inverno 16-17 di Costume National presentata questa mattina  presso gli spazi The Mall, è decisa, contemporanea, vera.

Ennio Capasa, couturier della maison, rimane fedele al suo estro creativo proponendo un défilé estraneo dagli stili ordinari, presentando una silhouette del tutto inaspettata.

Volumi ampi, linee destrutturate, abbinamenti anticonformisti, la denaturalizzazione dei cappotti che si accorciano nettamente sui fianchi o scivolano verso l’orlo, con chiusure che chiudono oltre la linea dei fianchi.

Gonne longuette svasate, pantaloni e abiti fluidi. Montgomery e trench, pantaloni in velluto con bottoni sui fianchi, tute e abiti in seta. Non mancano neppure gli abiti in lurex che donano alla collezione un tocco di luce e l’inossidabile gessato.

Colori cupi e misteriosi come il bordeaux, il blu e il nero, compongono la palette di colori e tinteggiano non solo i capi, ma anche le borse a tracolla in pelle, stivali in camoscio e boots in pelle.

 

(fonte Madame Figaro)

(fonte Madame Figaro)

 

(fonte Madame Figaro)

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(fonte Madame Figaro)

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(fonte Madame Figaro)

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(fonte Madame Figaro)

 

(fonte Madame Figaro)

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(fonte Madame Figaro)

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Il caso di Juan Thompson e The Intercept

Ci sono due cose positive che sono successe nel giornalismo – nel mondo dell’informazione in generale – in questo inizio di anno. Ed entrambe queste buone notizie vengono dall’apporto del web e dei new media. La rete come ripeto spesso non è onnipotente, non salverà il mondo da sola, e non è un surrogato o “un altro canale” dei vecchi media. Ha delle peculiarità sue. E quando queste sono positive – come in questo caso – fanno bene anche ai vecchi media, in una commistione utile e migliorativa.

Il primo caso riguarda The Intercept, testata giornalistica lanciata nel 2014 da Glenn Greenwald (il giornalista che per primo raccolse e pubblicò il materiale di Snowden per the Guardian), Laura Poitras e Jeremy Scahill, dedicata al giornalismo di inchiesta con questo slogan “crediamo che il giornalismo debba portare trasparenza e responsabilità sia per potenti istituzioni governative sia per le aziende, e nostri giornalisti hanno la libertà editoriale e supporto legale per perseguire questa missione.”


Betsy Reed (capo redattore) il 2 febbraio ha pubblicato questa nota “The Intercept ha recentemente scoperto “un modello di inganno” nelle azioni di un membro della redazione. Il dipendente, Juan Thompson, era un nostro reporter dal novembre 2014 fino al mese scorso. Thompson ha costruito diverse citazioni nei suoi articoli e ha creato account di posta elettronica falsi che ha usato per impersonare altre persone, uno dei quali era un account Gmail a mio nome. Un’indagine ha rilevato tre casi in cui citazioni sono state attribuite a persone che hanno detto che non erano stati intervistati.In altri casi, le citazioni sono state attribuite a persone che non siamo riusciti a raggiungere, che non riuscivano a ricordare di aver parlato con lui, o la cui identità non può essere confermata. Nelle sue inchieste Thompson ha anche usato citazioni che non possiamo verificare da parte di persone senza nome che egli sosteneva di aver incontrato in occasione di eventi pubblici. Thompson ha fatto di tutto per ingannare i suoi redattori, anche la creazione di un account di posta elettronica per impersonare una fonte e mentire sui suoi metodi di rendicontazione. Abbiamo pubblicato le correzioni e redatto delle note ai pezzi in oggetto, e pubblicheremo ulteriori correzioni se ci identificheremo ulteriori problemi. Stiamo ritrattando una storia nella sua interezza. Abbiamo deciso di non rimuovere i messaggi, ma li abbiamo etichettati come “ritrattato” o “corretto”, sulla base dei nostri risultati. Abbiamo aggiunto le note di storie con le citazioni non confermate.


Ci scusiamo con i soggetti degli articoli, con le persone che sono state erroneamente citate e con voi, i nostri lettori. Thompson ha scritto per lo più brevi articoli su fatti di cronaca e di giustizia penale. Molti di questi articoli richiamano pubblicamente fonti disponibili e sono accurati, altri contengono materiale originale che sono stati verificati. Thompson ha ammesso la creazione di account di posta elettronica falsi e e di aver artefatto i messaggi. Egli non ha collaborato alla revisione. The Intercept si rammarica profondamente per questa situazione. In definitiva, io sono responsabile per tutto ciò che pubblichiamo. Il modo migliore che abbiamo per mantenere la fiducia dei lettori è quello di riconoscere e correggere questi errori, e di concentrarci sulla produzione del giornalismo di cui siamo orgogliosi.”


Cosa c’entra questa nota – su una vicenda che poteva riguardare qualiasi testata di qualsiasi natura – con il web? C’entra con la seconda buona notizia, questa volta e per una volta in casa nostra.
Era il 12 gennaio quando Anna Masera (mia amica, lo dico a scanso di equivoci per evitare che qualcuno possa dire “eh, ne parla bene ma non lo dice”) scriveva e comunicava attraverso i social network “Da oggi La Stampa mi ha incaricato di ricoprire il ruolo di “Public Editor”.
È una posizione nuova nel panorama del giornalismo italiano, e sono orgogliosa che il mio giornale la sperimenti per primo, fra i grandi giornali italiani, dopo aver sperimentato con me per primo il ruolo di “Social Media Editor”. Sarò al servizio del pubblico, la comunità di lettori-utenti, la vostra garante all’insegna della trasparenza e la vostra tramite con il giornale, su tutte le sue piattaforme.
Sarò “ombudswoman” (il termine “ombudsman” deriva da un ufficio di garanzia costituzionale istituito in Svezia nel 1809 e che significa letteralmente «uomo che funge da tramite»).


Il web ha come tipicità la velocità e l’interazione. 
Se la velocità è il suo punto di forza nella pubblicazione di notizie rispetto a tutti gli altri media (televisione compresa), l’interazione – spesso individuale, anche quando i visitatori raggiungono grandi cifre – diventa il suo “punto di rallentamento”.
Necessita di risorse, anche umane, dedicate alla cura, alla ricezione dei messaggi, alla risposta se dovuta. E in qualche caso anche al “rimettere mano” alle notizie, per migliorarle, correggerle, cassarle, approfondirle.
Queste due notizie vanno in questa direzione, recependo quelle cose che il web può offrire per migliorare ed integrare l’offerta informativa, che non dobbiamo dimenticare è quello che ci rende in definitiva liberi, perchè consapevoli.
Sono due esempi da esportare ed imitare (per gli altri) e da seguire ed osservare con attenzione (per tutti).

Flavia Vento, un ritratto tra leggerezza e dolcezza

Flavia Vento, occhi azzurri e bellissima, voce delicata inizia la sua carriera come modella per poi approdare in televisione con la partecipazione alla trasmissione Il lotto alle otto nel 1999, nella quale interpreta la Fortuna e successivamente grazie a una pubblicità del caffè Lavazza.
L’edizione italiana di Playboy le dedicherà un servizio e luna bellissima copertina.
Il programma televisivo Libero la fa divenire nota al pubblico televisivo come “valletta sotto il tavolo”.


Flavia Vento, un ritratto tra leggerezza e dolcezza


Nell’estate del 2000 conduce la prima edizione di Stracult.
Viene scelta come protagonista per il calendario del mensile Boss, ed è la protagonista degli spot per la campagna di privatizzazione dell’Enel. Nell’estate del 2001 recita nella rappresentazione de Gli uccelli di Aristofane, insieme a Franco Oppini e Ninì Salerno, per la regia di Renato Giordano, incide il cd singolo Moreno .
Nel 2002 è nel cast della fiction di Rai 2 Cinecittà, partecipa al film Andata e ritorno di Alessandro Paci.


Nel 2004 prende parte come concorrente alla prima edizione del reality show La fattoria, condotto da Daria Bignardi su Italia 1.
Dopo queste incursioni tra televisione e cinema si dedica allo studio per laurearsi in Scienze politiche.
La politica la appassiona e si candida con il partito La Margherita.
Nel 2012 torna in televisione partecipando a L’isola dei famosi. Dopo la partecipazione all’Isola ha pubblicato il suo primo libro di poesie, intitolato Parole al Vento.
Parole al vento è un libro di poesie semplici e spontanea di una dolcezza quasi infantile come il ritratto che emerge dal questionario Proust.


Il tratto principale del tuo carattere
Solare


La qualità che ammiri in un uomo
L’onestà


La qualità che ammiri in una donna
La trasparenza


Quel che apprezzi di più nei tuoi amici
La gioia che mi danno


Il tuo principale difetto
Sono testarda ma può essere anche un pregio


La tua occupazione preferita
Andare al parco con i cani


Il tuo sogno di felicità
Andare a vivere al mare


Quale sarebbe, per te, la più grande disgrazia
La guerra in corso, ogni guerra


Quel che vorresti essere
Quel che sono


Il paese dove vorresti vivere
L’Italia


Il colore che preferisci
L’azzurro


L’uccello che preferisci
Il gabbiano


I tuoi poeti preferiti
Leopardi


I tuoi compositori preferiti
Lucio Battisti


I tuoi pittori preferiti
Monet


Quel che detesti più di tutto
L’odio


Quel che c’è di brutto in te
Niente


I personaggi storici che disprezzi di più
Hitler, Bush


Il dono di natura che vorresti avere
L’immortalità


Lo stato attuale del tuo animo
Felice


Le colpe che t’ispirano maggiore indulgenza
La golosità…


Il tuo motto
Volere è potere


Come vorresti morire
Non muoio, non morirò mai !

Roberto Cavalli: vintage e barocco contaminano la collezione di Peter Dundas

Esotica e selvaggia. Vintage e barocca. Tante ispirazioni, un unico obiettivo: riconfermare l’immagine della maison Roberto Cavalli pur affidando la direzione creativa a Peter Dundas.

Silhouette anni settanta invadono maxi capispalla con manicotti e revers in pelliccia, trousers a vita alta e pellicce multicolor voluminose.

Lunghe cappe austere ricamate con fili d’oro che rilevano eleganti segni barocchi. Immancabile il jeans: tessuto tanto amato da Roberto Cavalli e riproposto per la collezione autunno/inverno 16-17 con pantaloni, over coats e camicie.

Abiti caftano in velluto abbinate a stivali in pitone, lunghe sciarpe che fluttuano generosamente nell’aria che nascondo appena le generose e sensuali scollature degli abiti e delle camicie lasciate sbottonate.

Ruches, plissettature, trasparenze audaci che mostrano una lingerie casta. Abiti da sera leggeri come piuma, impalpabili e couture, elaborati ma allo stesso tempo semplici da abbinare.

La rivalutazione del velluto, presente ovunque: su abiti, pantaloni, tailleur, cappotti over, blousons.

La palette di colori è variopinta, forte, importante. Non manca il gold su dettagli ed abiti da sera fascianti, il viola accesso, il verde, il nero. Nessun romanticismo, tanta avventura.

Peter Dundas, al suo ritorno nella maison italiana, ha elaborato una collezione vera, androgina, sontuosa, incarnando totalmente l’estro creativo di Cavalli.

 

(fonte Madame Figaro)

(fonte Madame Figaro)

 

(fonte Madame Figaro)

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(fonte Madame Figaro)

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(fonte Madame Figaro)

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I migliori backstage di Milano Moda Donna: Genny

Fluttuanti gazzelle e bagliori di luce presentano la donna anni ’20 di Genny.
D-Art la racconta grazie ai suoi Speciali backstage della Moda Donna Autunno-Inverno 2016/2017.


Josephine Baker e i ruggenti anni dell’Art Decò incontrano la sensuale plasticità della fotografia newtoniana per la donna Genny Autunno/Inverno 2016/2017.
Le modelle fluttuano sulla passerella come luminescenti ballerine di Charleston indossando volumi che non segnano la figura ma consentono di volteggiare avvolte in soffici tessuti iridescenti.








I capispalla e gli eleganti tailleur, con pantaloni a vita alta, sono accompagnati da lunghi abiti sui quali è riprodotto graficamente il leitmotiv della collezione: la piuma. Come elementi decorativo, invece, vengono scelti i ricami di paillettes effetto madreperla e le frange in vernice.
L’accessorio dalle geometrie pulite è assoluto protagonista grazie alle tridimensionali clutch in plexiglass e alle calzature bicolor in vernice e pelle specchiata. L’allure passionale e esuberante delle icone cosmopolite del brand, attente allo stile delle grandi dive del passato, non passerà inosservata.








Fashion editor: Alessia Caliendo
Video: Christian Michele Michelsanti
Photo: Matteo di Pippo

Blugirl: femminilità eclettica e sensualità sussurrata a Milano

Fresca e meravigliosa come un giardino fiorito, la collezione autunno/inverno 16-17 firmata da Anna Molinari e presentata oggi durante la Milano Fashion Week, è l’elogio al romanticismo e alla purezza.

Blugirl è ormai da tempo il binomio perfetto fra fanciullezza e sussurrata sensualità; non a caso gli abiti  proposti in passerella mostrano il dualismo femme fatale/ironia adolescenziale in modo assoluto.

Il colletto in stile vittoriano, amabilmente si sposa con gli abiti eterei e leggerissimi come sottane sensuali e piccanti, abbinate con culottes della nonna che rendono florida, una stuzzicante e veemente  immaginazione.

Una femminilità eclettica, potenziata da maxi dress fiorati e sottogonne in primo piano. La collezione sfrutta la sovrapposizione dei capi e l’abbinamento tra impalpabilità della seta e la durezza della pelle di pitone, per elargire la gradevolezza della donna.

I ricami decorano e movimentano tessuti fluidi e nascondo velatamente le generosità della donna.

Effetti sparkling total black su un long dress quasi lotta visivamente con l’abito da sera in pizzo e tulle tempestato da micro pois.

La palette di colori è variopinta ma predomina il nero, seguito dal rosa e dal bianco.

 

(fonte Madame Figaro)

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Copertina fonte Getty Images

La valchiria di Fausto Puglisi incanta la Milano Fashion Week

Protagonista indiscusso della prima giornata della Milano Fashion Week è stato Fausto Puglisi, che si riconferma come una delle personalità più forti del fashion biz.

Istrionico, barocco e geniale, l’universo creativo dello stilista trae nuova linfa vitale dal carattere già evidenziato nelle ultime collezioni. La donna che calca la passerella è una guerriera in colori fluo e spacchi vertiginosi. Una femminilità ribelle, quasi esplosiva, caratterizza l’Autunno/Inverno 2016-2017 di Fausto Puglisi, che non teme la falcata più seducente e felina di questa valchiria metropolitana.

Elementi sporty-chic si sposano mirabilmente a suggestioni che sembrano provenire direttamente dallo streetstyle. Bicromie accese ed elementi grafici si snodano su gonne, maxi cardigan, maglie a righe e gonne da cheerleader. Mosaici e quadretti ritornano come fil rouge a caratterizzare una collezione che trae ancora una volta spunto da certo barocco siciliano unito a suggestioni classiche. Si respira un’aria da Antica Grecia negli abiti peplo, coniugati in chiave rock, come anche nei calzari da gladiatore.

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Photo by Giovanni Giannoni/WWD

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Fiocchi si snodano su abiti impalpabili dagli spacchi audaci. Minigonne impreziosite da stelle e decorazioni barocche vengono indossate su anfibi: è così che Bianca Balti, nuova musa dello stilista, attraversa la passerella. La diva rock di Puglisi sembra provenire dalle spiagge californiane, o dal più esclusivo party in piscina di una villa hollywoodiana.

La palette cromatica attraversa colori fluo, in primis rosa, viola, rosso, tocchi di azzurro e righe. Tra i materiali usati spicca la pelle nei leggings e nei dettagli di capispalla che cedono alla tentazione di borchie e pietre preziose, mentre maestosi sono gli arabeschi cromatici che si disegnano su gonne e maglie a listini e blocchi di colore.


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N°21 sfila tra patchwork e sovrapposizioni

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Ha sfilato oggi nella prima giornata della Milano Fashion Week la collezione Autunno/Inverno 2016-2017 di N°21. L’estro creativo di Alessandro Dell’Acqua non si smentisce e propone una sfilata ricca di suggestioni.

Il patchwork diviene fashion trend incontrastato della prossima stagione invernale, per sovrapposizioni ardite ed inediti giochi cromatici. Le stampe regnano in inediti contrasti che rivelano una sapiente cura per il dettaglio e la voglia di sperimentare.

L’animalier viene rivisitato per cocoon coat che uniscono il bon ton anni Sessanta alla grinta di una donna che strizza l’occhio al punk. Le maglie sono over e cadono dolcemente sulla silhouette, in un mood rilassato e casual, che fa delle proporzioni oversize il nuovo must have.

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(Foto Madame Figaro)

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(Foto Madame Figaro)

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(Foto Madame Figaro)

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(Foto Madame Figaro)



Il tartan predomina nella seconda parte del défilé, riproposto in versione contemporanea, sia in rosso che in giallo. Le cromie sono ardite, i capi strutturati e morbidi, in contrasto tra loro, mentre i pattern floreali sembrano predominare, in inusuali patchwork che uniscono lunghi abiti dall’allure femminile a soffici maxi cardigan. I colori sono vitaminici, mentre le stampe si rivelano protagoniste assolute, come quelle raffiguranti le palme su spiagge californiane, tra suggestioni Nineties che profumano di California. Particolare attenzione è riservata agli accessori, come le calze ricamate e i sandali in pailletts e mini borchie.


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Grinko, tra romanticismo punk ed echi orientali

Belief+Doubt=Sanity: il titolo della sfilata di Grinko, che ha inaugurato la settimana della moda di Milano 2016, è un invito al ragionevole dubbio, a scardinare i dogmi e mettere in discussione le certezze. Lo stilista russo presenta una collezione autunno inverno 2016-17 dai toni crepuscolari e dalle atmosfere surreali. L’ispirazione proviene dal punk degli anni ’80 e dal neoromanticismo, dalla sua terra d’origine e dal Giappone. Da qui i grafismi orientali, le cinture obi e l’elemento del Goldenfish, che in un gioco tridimensionale domina l’intera collezione, ricamato su abiti, maglioni, gonne e pantaloni.

 

 

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In questa sfilata di Milano Moda Donna la palette scelta dal designer si estende dai neri ai grigi, dal verde inglese al blu oltremare, senza dimenticare le sfumature pastello del giallo e del rosa sempre presenti nelle sue collezioni. Abiti a balze e felpe urban, scarpe basse e borse-zainetto. Per il prossimo autunno inverno, ai tagli sartoriali e ai volumi futuristici si aggiunge una ricercata selezione di tessuti. Il pizzo crochet è stato disegnato personalmente da Sergei Grinko e reso più contemporaneo dai dettagli bondage. Un utilizzo sapiente del broccato crea soluzioni originali di tridimensionalità mentre la maglieria, realizzata in una tecnica innovativa, è in motivi jacquard complessi ma leggerissimi. L’impalpabile tulle e il morbido velluto completano la gamma di sensazioni di questo viaggio introspettivo, in cui il dubbio è l’unica certezza.

Ph. Carlo Pantaleo

La cowgirl di Fay sfila alla Milano Fashion Week

Ha sfilato nel pomeriggio la collezione Autunno/Inverno 2016-2017 di Fay. La Milano Fashion Week si apre nel segno della femminilità, con un défilé ricco di suggestioni e spunti.

Si respira una femminilità nuova in casa Fay: stampe floreali impreziosiscono mini abiti in impalpabile georgette di seta arricchiti da ruches, per un nuovo romanticismo. Prevalgono suggestioni Seventies, per una inedita cowgirl che calca la passerella tra frange, stivali texani e montoni.

Tommaso Aquilani e Roberto Rimondi dichiarano di essersi ispirati all’America per una collezione che si pone come un’ode alla vita country e ad un effortlessy chic che si arricchisce di spunti etnici. Stampe azteche e ispirazioni Navajo arricchiscono maglioni oversize che fanno da miniabiti, mentre i capispalla rimandano allo stile marinère e al military chic.

Seta stampata nei mini dress con colletti gioiello, mentre frange e cinture con fibbia sono gli accessori cardine di una donna forte, perfetta cowboy in gonnella. Suede e pelle predominano tra i materiali usati, mentre tacchi alti iperfemminili si alternano agli stivali texani.

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Il mood è strong ma senza perdere di vista una femminilità che profuma di country: il punto vita viene sapientemente esaltato mediante cinture, mentre lunghi abiti dal sapore folk in nuance delicate costellate di fiori di campo fanno capolino sotto ai montoni e ai capispalla. Il denim viene impreziosito e profilato in montone, mentre la lana predomina su capi in grigio melange, perfetto passepartout per affrontare il più rigido degli inverni.


(Foto copertina Madame Figaro)

Il petrolio rimarrà economico per un po’

Il basso prezzo del petrolio sarà una costante nell’economia mondiale almeno per il prossimo anno in quanto i grandi produttori dell’OPEC non hanno intenzione di tagliare la produzione permettendo la crescita del prezzo.
Il ministro del petrolio saudita Ali al-Naimi ha annunciato che il paese non ha intenzione di tagliare la produzione e che questi prezzi toglieranno dal mercato quei produttori che hanno dei costi di produzione inefficienti.
Il costo del petrolio era risalito nei giorni scorsi ma dopo queste dichiarazioni di al-Naimi hanno riportato il costo del barile ai livelli, bassissimi, degli ultimi mesi. Parliamo di 32 dollari al barile circa.


Un altro anno a questi prezzi è una brutta notizia non solo per i sauditi che hanno dovuto indebitarsi per la prima volta e stanno facendo di tutto per diversificare la propria economia ma anche per altri grandi produttori come l’Iraq che non ha più soldi per supportare la lotta a Daesh o il Venezuela che sta pian piano implodendo.
Le esportazioni dell’OPEC sono crollate dai 1.200 miliardi di dollari del 2012 ai 320 miliardi di dollari di quest’anno se i prezzi rimarranno a questi livelli.
Non solo l’OPEC prevede che i prezzi rimarranno bassi per il prossimo anno, anche la International Energy Agency nel rapporto sul medio termine appena rilasciato sostiene che l’eccesso di offerta rimarrà costante fino al 2017.


Chi soffe di più, però, sono i produttori che hanno costi di produzione molto alti, come i produttori di shale gas americani. La IEA ha previsto che la produzione di petrolio da shale USA crollerà di 600.000 barili al giorno, la prima contrazione dal 2008, l’anno del boom dello shale americano.
Le banche USA stanno già accantonando soldi per resistere agli inevitabili molti fallimenti che si prospettano all’orizzonte.
Anche la prevista, modesta, crescita nella domanda che arriverà dalle economie emergenti non basterà a controllare l’eccesso di offerta del mercato. Gli analisti prevedono che si passerà da 2 milioni di barili di sovra-produzione a 3 milioni.


Naimi ha ribadito che l’eccesso di domanda attuale del mercato è dovuto ai produttori che sono entrati nel petrolifero quando i prezzi al barile erano 100 dollari, prezzi che rendevano appetibili anche metodi di estrazione prima evitati a causa dei costi, ad esempio le sabbie catramose canadesi, i pozzi offshore ad alta profondità brasiliani o, appunto, lo shale oil.
I sauditi, al momento, hanno deciso di soffrire per un periodo di tempo che a loro sembra necessario per far uscire dal mercato quei produttori con un costo di produzione troppo alto che stanno rovinando il mercato petrolifero.


Nonostante questo anche i sauditi hanno interesse a non far scendere ulteriormente i prezzi e per questo stanno discutendo con i russi un blocco della produzione a questi livelli.
Questa soluzione non cambierà granché il mercato, sia Russia che Arabia Saudita stanno producendo una quantità record di barili al giorno. Oltretutto un paese grande produttore come l’Iran che è appena entrato nel mercato non ha alcuna intenzione di bloccare la propria produzione.
Quello che è sicuro è che quando chi dovrà chiudere chiuderà quelli che rimarranno avranno lo spazio per rialzare i prezzi e da una crisi di sovra-produzione si passerà a una crisi di sovra-richiesta.

In fondo al cuore

Spesso nella vita un incontro totalmente casuale può cambiare definitivamente le sorti della propria esistenza, condizionandola radicalmente, sia nel bene che nel male. Il film d’animazione Anomalisa è incentrato proprio su tale concetto. Un’opera estremamente interessante e dai molteplici spunti riflessivi, adatta anche ad un pubblico adulto, diretta da Charlie Kaufman, con la collaborazione di Duke Johnson. Scopriamone il contenuto.



La trama è molto semplice e lineare. Michael Stone è uno stimato padre di famiglia, nonché noto autore del best seller “Come posso aiutarti ad aiutarli?”. In occasione di una conferenza, soggiorna presso l’Hotel Fregoli di Cincinnati, dove, dopo aver rivisto una donna con cui undici prima aveva avuto una relazione, incontra per puro caso Lisa Hesselman, giunta in città in compagnia di un’amica per assistere alla conferenza. La scintilla tra i due non tarderà a scoccare…



Una scena tratta dal film

Una scena tratta dal film



Distribuito nelle sale cinematografiche italiane dalla Universal Pictures a partire da giovedì 25 febbraio, Anomalisa è un cartone animato diretto dal regista statunitense Charlie Kaufman, noto per le sceneggiature di Confessioni di una mente pericolosa e Se mi lasci ti cancello. Dopo aver debuttato dietro la macchina da presa con Synecdoche, New York nel 2008, questa sua seconda e nuova fatica si caratterizza per un uso smodato della stop motion, nonché per la riproposizione sul grande schermo della parabola di due esistenze ingabbiate dalla solitudine e dall’ordinarietà che cercano di resettare la loro vita per poter costruirne una nuova cogliendo l’occasione offerta dal destino.



Sotto la parvenza animata delle maschere facciali dei pupazzi si cela un vago sentore di non umanità. Ma ciò che non passo certo inosservato è che tutti i personaggi, eccezion fatta per Michael, abbiano la medesima voce maschile, indipendentemente dal fatto che siano uomini o donne.



Quando successivamente entra in scena Lisa, ecco che finalmente è possibile ascoltare l’unica ugola femminile dell’opera. Tale scelta può essere dettata da due fattori: dalla disumanizzazione del mondo dei pupazzi oppure dalla messa in evidenza dell’unicità del possibile “autentico amore”.



Michael Stone e Lisa Hesselman

Michael Stone e Lisa Hesselman



Analizzando più profondamente il film, la scelta di Michael di alloggiare al Fregoli Hotel non è affatto casuale. La storia del teatro, infatti, narra di come Leopoldo Fregoli sia stato, non solo un grande imitatore, ma anche e soprattutto un abilissimo trasformista che ha calpestato i palcoscenici di tutto il mondo. Tuttavia, forse non tutti sanno che dal suo nome deriva una sindrome psichiatrica in cui il paziente in questione si sente letteralmente perseguitato da una singola persona che, a causa del suo delirio, assume le sembianze di tutti coloro che lo circondano non perdendolo mai di vista.



Se si volesse adottare questa chiave di lettura, Anomalisa potrebbe rappresentare una piccola perla cinematografica nell’ambito dei film d’animazione. A questo proposito, come non citare la scena della colazione mattutina in hotel, un’autentica gemma di scrittura, costituita da un armonico duetto fra tragedia ed ironia.



Michael Stone in volo...

Michael Stone in volo…



In fase di doppiaggio notiamo la presenza dell’attore britannico David Thewlis (di cui ricordiamo le sue opere più recenti, Regression, Legend e Macbeth) e dell’attrice americana Jennifer Jason Leigh (famosa per film quali Georgia, Miami Blues, America oggi e Mrs. Parker e il circolo vizioso) rispettivamente per le voci di Michael Stone e Lisa Hesselman.



Infine, ricordiamo che Anomalisa è stato presentato in concorso alla 72° Mostra Internazionale d’arte cinematografica di Venezia nel 2015.

Tinto Brass, il Tintoretto del cinema erotico in mostra a Roma

“La vita è semplice ma complicata dalla paura che le persone hanno della libertà”
(Tinto Brass).


Visionario, libero, nessuno come Tinto Brass ha narrato l’erotismo e la femminilità come lui.
Erotismo, parola usata e abusata è però solo l’elemento di superficie di una grande capacità di regia.
Capacità di trasferire in immagini perfette, studiate armoniche e splendide un’idea di femminilità gioiosa, esuberante ed elegante.


Tinto Brass, il Tintoretto del cinema erotico in mostra a Roma


I provini alle sue attrici erano quanto di più divertente si può immaginare perché se riesci a parlare nuda davanti a Tinto Brass forse poi nella vita puoi fare tutto anche diventare una suora laica come è accaduto a Claudia Koll, una delle sue attrici preferite interprete indimenticabile di Così fan tutte.
Nato a Milano nel 1933, Tinto Brass ha ancora uno sguardo attento e acuto e soprattutto sa quel che dice come quando racconta: “Ho passato più tempo nei tribunali che a fare il regista”.
Laureto in Giurisprudenza per assecondare il desiderio della madre, esaminava i contratti dei produttori dei suoi film con pignoleria perché voleva essere libero di portare avanti i sui film senza interferenze.


Tinto Brass, il Tintoretto del cinema erotico in mostra a Roma


Voleva sapere esattamente quanta pellicola aveva a disposizione per non sforare il budget .
Da non dimenticare è che Tinto Brass oltre ad essere un grande regista è anche un eccezionale montatore.
I suoi film hanno sempre avuto un grande successo di pubblico ma la critica italiana non l’ha mai amato.
Ha lanciato e reso famose tantissime attrici che devono a lui il loro successo, lo sguardo di Tinto è stato uno sguardo non viziato, non perverso ma gioioso e vitale.
L’Italia solo ora rende omaggio a questo grande maestro del cinema italiano con una retrospettiva che raccoglie manifesti, vestiti, bozzetti, sceneggiature e vita vissuta di un grande regista italiano.
Suoi amici sono stati Roberto Rossellini, Michelangelo Antonioni, solo per citarne alcuni.
La critica per così dire ufficiale non ha mai capito la potenza visionaria di questo grande regista capace di costruire inquadrature perfette e di calibrare con eleganza sofisticata ogni movimento di macchina.


Tinto Brass, il Tintoretto del cinema erotico in mostra a Roma


Non sprecava un centimetro di pellicola perché i tagli e le inquadrature erano tutte perfettamente studiate nella sua testa.
La sua compagna di vita è stata per anni Carla Cipriani per tutti Tinta , musa amante e grande sceneggiatrice.
Di sua moglie Tinta, Tinto dichiara che: “nessuna era più porca di lei e nessuna sapeva cucinare meglio di lei ”.


Tinto Brass, il Tintoretto del cinema erotico in mostra a Roma


La mostra al Vittoriano di Roma è curata dalla sua attuale compagna Caterina Varzi .
Di film ne ha fatti tanti e dichiara che di erotismo in giro no ne vede più e che se dovesse fare un altro film lo farebbe sempre alla sua maniera: “Cercherei di essere me stesso e di raccontare come so fare, sono portato ad esser me stesso”.
Alla domanda se c’è un film rimasto nel cassetto risponde che c’è ed è una storia di una donna sola su un isola durante la seconda guerra mondiale, la donna aspetta che la vengano a trovare ed accadono molte cose… non osiamo immaginare quali …


Tinto Brass, il Tintoretto del cinema erotico in mostra a Roma


I suoi film hanno purtroppo sempre dovuto sottostare a pesanti censure e Brass ricorda in particolare il film L’Urlo che fu bloccato dalla censura e che non riusciva ad uscire.
L’Urlo, dice, Brass: “ è stato una grande delusione, l’ho amato molto ed esprime la mia concezione della libertà”.
Nei suoi film ha sempre scelto attrici bellissime e dichiara con disinvoltura che: “Tutte le attrici hanno accettato di fare film con me e facevano ciò che io volevo, le attrici sono esseri strani…”
Ricorda un episodio legato al film Caligola quando dovette cacciare via Romy Schneider che si presentò sul set con una tunica perfettamente cucita quando invece l’idea di Tinto era quella di far svolazzare morbidamente la tunica sul suo corpo, la Schneider si rifiutò di scucire la tunica e non fece il film.
Anche con Alba Parietti Brass ebbe dei problemi, lui la scelse per il film Il macellaio ma lei opponeva troppe resistenze e alla fine Brass si scocciò e la mandò via.
Claudia Koll avrebbe dovuto fare un altro film dopo il successo di Così fan tutte ma lei si rifiutò perche voleva fare un film serio …


Tinto Brass, il Tintoretto del cinema erotico in mostra a Roma


Uno dei produttori con cui Tinto Brass ha più lavorato è stato Giovanni Bertolucci .
Sull’erotismo non si dilunga molto e dichiara che non c’è alcuna differenza tra l’erotismo femminile e quello maschile perché entrambi vanno sempre nella stessa direzione: “Uomini e donne vanno nella stessa direzione se sono davvero sinceri l’uomo e la donna parlano lo stesso linguaggio.”
Alla domanda se si sia mai sottoposto a un’analisi risponde la sua attuale compagna Caterina Varzi che è anche una psicologa . La Varzi dice che Brass durante i loro primi incontri gli disse: “Non pensare di curarmi dalle mie ossessioni perché sono le mie benedizioni”.
Piccola nota di chiusura il destino di Tinto Brass fu segnato dall’inizio, il nonno era un pittore e vedendo il nipotino che disegnava benissimo esclamò: abbiamo un piccolo Tintoretto in casa”, da allora non fu più Giovanni ma Tinto .


Tinto Brass, il Tintoretto del cinema erotico in mostra a Roma


Difficile citare tutta la sua sterminata filmografia ma tra i capolavori vanno citati Salon Kitty(1975) e Caligola del 1979, film dove esplode il suo sguardo caustico e grottesco.
Con La Chiave (1983) si apre la stagione del cinema erotico, il film è voyerismo allo stato puro, le atmosfere suggestive sono sottolineate dalla colonna sonora di Ennio Morricone.
Segue Capriccio (1987) tratto dal romanzo Lettere da capri di Mario Soldati.
Del 1991 è Paprika con un’allora esordiente Debora Caprioglio, segue Così fan tutte (1992), storia di una moglie insoddisfatta e annoiata.
L’Uomo che guarda è del 1994 seguono Fermo posta Tinto Brass, Monella e Senso ‘45.
Il 2003 è l’anno di Fallo ! segue Monamour e Hotel Courbet il suo ultimo film con Caterina Varzi la sua attuale compagna.
Il critico cinematografico Gianni Canova ha dichiarato che: “Chi avesse la pazienza di rivedere oggi, senza pregiudizi e senza paraocchi, anche solo i film realizzati da Brass negli anni Sessanta, scoprirebbe alcune verità incontrovertibili: “si renderebbe conto, ad esempio , che nessun altro cineasta italiano ha raccolto e sviluppato la lezione della Nouvelle Vague francese come ha fatto Brass”.
Tinto Brass, Uno sguardo libero…

L’ineffabile Di Battista e le unioni civili

“Allora, Unioni Civili, facciamo un po’ di chiarezza, perchè il PD ha fatto un “casino” incredibile negli ultimi giorni”.
Comincia così un video di 6 minuti in cui Alessandro Di Battista “spiega” con lavagna e pennarelli – come in un corso aziendale ma rivolto a bambini di scuola elementare – in cui il parlamentare “dovrebbe” parlare quantomeno ai suoi elettori delle Unioni Civili.
Ebbene in 6 minuti e 9 secondi riesce a nominare:


⁃ 28 volte pd / partito democratico
⁃ 9 volte Fiducia
⁃ 9 volte Renzi
⁃ 7 volte Lega
⁃ 7 volte Cirinnà
⁃ 5 volte M5S
⁃ 3 volte Forza Italia
⁃ 2 volte “partito di maggioranza” (non assoluta ndr)
⁃ 2 volte Centro Destra
⁃ 2 volte PCI (che non esiste più dal 1991 ndr)
⁃ 1 volta Napolitano (sic)


Ma soprattutto riesce incredibilmente a nominare UNA sola volta la sigla LGBT (per dire che dovrebbero protestare con il PD) e non una sola volta “gay, lesbiche, trans”. Non una sola volta i diritti dei bambini, non una le famiglie (arcobaleno e non). Non una il tanto discusso tema della “step child adoption”.


Ora, se lo scopo era chiarire qualcosa sulle Unioni Civili è chiaro che invece l’intento era altro.
E visto che “sognamo” una politica se non “all’americana” quantomenno anglosassone, ai fact-checking dovremmo cominciare a farci l’abitudine, e non vederli come un atto ostile. Specie se i video online restano e tutti possono vederli.
Non c’è un solo momento del video di Di Battista in cui chiarisca la posizione dei 5 Stelle, se non per dire che loro la legge l’avrebbero votata così com’è – il che non spiega ad esempio la questione del “voto secondo coscienza” comunicata da Grillo.
Non c’è un solo momento in cui Di Battista – quando afferma che il Governo avrebbe potuto porre la questione di fiducia – ha chiarito se in questo caso ad esempio “pur di votare la legge” avrebbe votato la fiducia al Governo, oppure se pur di votare contro Renzi avrebbe votato no (pur essendo a favore della legge così com’è).


Si lamenta infine Di Battista che con il “canguro” non ci sarebbe stato dibattito parlamentare, e tuttavia preferirebbe quasi la questione di fiducia che avrebbe lo stesso risultato. Se non forse uno peggiore: far venir meno quella famosa “libertà di coscienza” che hanno invocato in molti votando articolo per articolo.
Se Di Battista voleva fare chiarezza, non ha reso un bel servizio in questa direzione.
Se voleva dire cose ovvie, che sono sotto gli occhi di tutti, e cioè che il Pd ha varie anime interne e su certi temi ha divisioni anche profonde, non serviva la lavagna.
Se voleva attaccare il Pd come male assoluto, ci è riuscito poco e male, perchè quello che ha detto non solo è debole rispetto a quello che sta avvenendo e che viene raccontato meglio dalla cronaca, ma anche perchè la sua posizione e quella del suo partito non sono per nulla alternative nè risolutive.
Qualche suggerimento per la prossima volta:


⁃ stare più sul tema: la parola che scrivi in grande al centro è l’argomento del discorso, e per lui evidentemente il tema era PD.
⁃ la camicia, specie se chiara, meglio bianca, è più efficace
⁃ la luce (molto) meno sparata in faccia
⁃ sei solo davanti a una telecamera, non hai bisogno di urlare: le persone comprendono meglio un messaggio calmo e caldo
⁃ i pennarelli: meglio se nuovi e che non sbiadiscano se scrivi in orizzontale
⁃ il rosso serve per evidenziare e sottolineare, non per scrivere “un’altra posizione” (per quello esistono il verde, il nero…)



Lo capisco che Rocco Casalino come responsabile nazionale comunicazione e che la fidanzata di Di Maio non sono proprio il massimo, anche se entrambi li paghiamo profumatamente noi, ma Benzi (che lavora sempre alla Casaleggio) queste cose le sa bene.
Basta chiedere a lui.

Beatrice b. e Filippa Lagerbäck assieme per ridare la vista a trecento mamme africane

Morena Bragagnolo, designer del brand Beatrice.b e Filippa Lagerbäck, insieme al Lions Club International e CBM Italia Onlus a sostegno di trecento mamme africane non vedenti.

La limted edition composta da cinquecento t-shirt e presentata nella storica villa Contarini di Piazzola sul Brenta (PD), ha permesso di raccogliere fondi che verranno utilizzati per coprire interamente il costo delle operazioni che permetteranno il recupero della vista a trecento mamme cieche del continente africano.

In questa intervista esclusiva, Morena Bragagnolo ci svela l’importanza del progetto e i suoi obiettivi.

 

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Questo nobile iniziativa ha visto anche la partecipazione di Filippa Lagerbäck: quanto è stato importante il suo contributo?

Filippa Lagerbäck è stata di vitale importanza durante tutto il periodo di organizzazione dell’evento. Fin da subito ha partecipato attivamente alla ideazione delle t-shirt, cercando di creare un prodotto che non fosse semplicemente una t-shirt basica, ma un prodotto che parlasse veramente dell’Africa. Filippa crede in questa causa, ha visto con i suoi occhi i benefici che CBM Onlus sta portando alle donne africane, per questo è così presente, così disponile e felice di mettersi in gioco e di dare tutta sé stessa per aiutare chi ne ha davvero bisogno.

 

Come potremmo muoverci in futuro per aiutare concretamente questa popolazione?

Il modo più efficace per aiutare questa popolazione è sicuramente dare supporto alle associazioni, come CBM Onlus, che combattono ogni giorno per portare una speranza e una vita dignitosa in Africa. “Insieme per fare di più”, è questo il motto di questa associazione e in effetti penso che lavorare insieme per un obiettivo comune dia molti più risultati.

 

Filippa Lagerbäck indossa una t-shirt che permetterà di ridare la vista ad una mamma africana

Filippa Lagerbäck indossa una t-shirt che permetterà di ridare la vista ad una mamma africana

 

 

 

Il Charity event è stato un grande successo, come avete accolto tanto consenso?

Abbiamo raccolto un così grande consenso grazie, innanzitutto, a tutto il lavoro di comunicazione che ha informato gli ospiti della doppia natura dell’evento: l’aiuto verso le mamme africane e la moda con la presentazione della collezione A/I 2016-17 del nostro brand Beatrice.b. Ovviamente il fashion event ha dato la possibilità di raggiungere molti consensi, grazie ai numerosi clienti del brand che hanno poi partecipato all’iniziativa di beneficienza.

 

Pensi ci possa essere in futuro un nuovo progetto a sostegno del popolo africano?

Noi come azienda saremo ben felici di promuovere, in futuro, nuove iniziative a sostegno del popolo africano. Questa esperienza ci ha insegnato che donare anche solo ciò che a noi può sembrare poco, in realtà, può servire per ridare dignità e speranza all’Africa.

 

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Ci sarà un cessate il fuoco in Siria?

Gli Stati Uniti e la Russia hanno annunciato un piano per la cessazione delle ostilità in Siria dopo cinque anni di guerra. Il conflitto è iniziato nel 2011 dopo che il presidente Bashar al-Assad ordinò all’esercito di aprire il fuoco contro dei manifestanti pacifici nella versione Siriana della Primavera Araba. Questa guerra ha causato circa 250.000 morti ed è la seconda più grande crisi umanitaria dalla seconda guerra mondiale.
Questo conflitto, oltretutto, ha dato vita a Daesh.


Un comunicato congiunto spiega che le parti hanno fino a mezzogiorno di venerdì per aderire all’accordo. I combattimenti e i bombardamenti si fermeranno a partire da sabato.
John Kerry, il Segretario di Stato americano, ha dichiarato che il cessate il fuoco non servirà solo a fermare le violenze ma anche a far arrivare generi di prima necessità e medicine alle aree sotto assedio e a facilitare la transizione verso un governo che si confaccia alle necessità del popolo siriano. Anche il presidente russo Putin ha dichiarato che il cessate il fuoco aiuterà a risolvere il conflitto.


L’annuncio arriva dopo settimane di trattative serrate tra le parti, da una parte gli Stati Uniti e una coalizione di 17 nazioni tra europei e arabi e dall’altra russi e iraniani. L’accordo è stato formalmente accettato dalle parti durante una chiamata tra Barak Obama e Vladimir Putin, i presidenti dei due stati che si sono fatti garanti della tregua.


La tregua stabilisce che tutte le forze leali al governo siriano devono interrompere gli attacchi contro le forze dell’opposizione che accettano l’accordo così come i bombardamenti russi e siriani si interromperanno. Le forze dell’opposizione si impegneranno a fermare tutti gli attacchi con tutte le armi in loro possesso nei confronti delle forze governative e di tutti i loro alleati, nello specifico gli Hezbollah libanesi e gli iraniani.
Nessuno acquisirà nuovo territorio durante il cessate il fuoco ed entrambe le parti garantiranno l’accesso alle organizzazioni umanitarie.


L’accordo arriva in un momento favorevole al governo siriano e di difficoltà per le forze dell’opposizione che hanno perso porzioni consistenti di territorio dopo la dura offensiva lanciata in coordinamento tra russi e siriani.


L’accordo lascia fuori Daesh che controlla circa un terzo del territorio siriano. Tutte le parti che aderiscono al cessate il fuoco possono continuare a combattere contro Daesh.
Il segretario generale dell’ONU, Ban Ki-moon ha parlato di un accordo che spiana la strada per una pace più duratura e per l’apertura di veri e propri colloqui di pace, di un segnale di speranza per il popolo siriano.


Negli ultimi cinque anni quasi la metà della popolazione siriana è stata costretta a lasciare le proprie case, si stima che 13 milioni e 500 mila siriani siano totalmente dipendenti da aiuti umanitari per la loro sopravvivenza.
Un nuovo rapporto della Commissione d’inchiesta dell’ONU ha accusato il governo siriano di crimini di guerra e della deliberata distruzione delle infrastrutture sanitarie del proprio paese.


Il flusso di rifugiati ha, inoltre, destabilizzato la regione. In Libano un quarto della popolazione è composto da rifugiati siriani. In Giordania la quarta città in ordine di grandezza è un campo profughi siriano. La Turchia ha più di 2 milioni di rifugiati nei suoi campi profughi. Il 10% del totale dei siriani rifugiati sta tentando l’avventura in Europa.


I numeri delle stime dei morti sono spaventosi, si parte da 250 mila fino a 470 mila, la gran parte civili.
Data la complessità della guerra e il numero di forze in gioco le probabilità di un cessate il fuoco efficace sono molto poche. Il governo siriano, difatti, non ha fatto annunci ufficiali a parte che il 13 aprile si terranno le elezioni per il parlamento. In che clima dipenderà, anche, da questo cessate il fuoco.

Burberry reiventa l’heritage british

Una parata di stelle pronte ad applaudire la collezione autunno/inverno 16-17 di Burberry. Elisa Sednaoui, Alexa Chung, Oliva Palermo, Harley Viera Newton, Suki Waterhouse e Laura Dern sono le celebs sedute nel front-row che hanno assistito alla sfilata presentata a Londra nei giorni scorsi.

Accompagnate dalla performance del musicista Jake Bugg, le modelle sfilano in passerella vestendo capi sporty-glam e military-chic.

Fil rouge del défilé, strano a dirsi, sono le calze traforate che con destrezza sono state abbinate sia su abiti da cocktail che su capi dal mood street style.

Cappotti militari in tweed e cachemire, pantaloni dalla linea svasata, abiti patchwork che danno il nome alla sfilata “A patchwork”: nel progetto creativo di Christopher Bailey non manca alcuna contaminazione stilistica, sia chiaro.

L’heritage british rivive nel montgomery, nei parka e nell’onnipresente tartan, sigla ormai nottetempo del marchio.

La collezione presentata in passerella sarà fin da subito esposta nel negozio monomarca di 121 Regent Street a Londra per poter essere ammirata dagli estimatori della maison londinese.

 

(fonte Madame Figaro)

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(fonte Madame Figaro)

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(fonte Madame Figaro)

 

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(fonte Madame Figaro)

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(fonte Madame Figaro)

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(fonte Madame Figaro)

Pakola Papi: la femminista criticata duramente su Twitter

Chi erano Carla Lonzi  e Simone de Beauvoir? Erano note femministe che per anni si sono battute per far prevalere i diritti delle donne molto spesso, quest’ultime, discriminate dagli uomini.

La lotta per debellare qualsiasi subordinazione della donna nei confronti dell’uomo, ha radici lontanissime. Il movimento femminista, infatti, nasce nell’ottocento e si sviluppa negli anni, diventando un vero grido di battaglia per le donne emancipate o che aspiravano ad esserlo.

La rivendicazione dei diritti delle donne, ancora oggi provoca scandalo e basta uno scatto postato su Twitter per generare una serie di commenti al vetriolo.

La storia di Pakola Papi ha aperto un acceso e alquanto pericoloso dibattito internazionale. Il motivo? Una foto postata sul profilo Twitter @iranikanjari  in lingerie che mostra senza molti sotterfugi una pancia e delle gambe non depilate.

La studentessa di origini iraniane, pakistane e indiane, residente a Dallas, non pensava di sollevare un dibattito di così enorme portata. Seppur non abbia mai dato avido ai commenti con risposte a tono, la rete non smette di criticarla. Dal conto suo, ha rincarato la dose twittando temi come il razzismo di cui oggi lei è vittima, sessismo e bellezza.

Insomma, il selfie incriminato accompagnato dalla scritta “Walmart underwear vibes” racconta in realtà i limiti di un’ umanità che tarda ancora ad avanzare culturalmente e che si avvale dei social media per beffeggiare e limitare la libertà altrui.

 

La giovane femminista indiana (fonte @iranikanjari Twitter)

La giovane femminista indiana (fonte @iranikanjari Twitter)

 

 

La giovane diciottenne ha ricevuto la solidarietà delle femministe di tutto il mondo tranne che dalla sua famiglia che inizialmente ha criticato la scelta di Pakola di immortalarsi in déshabillé.

Insomma, il messaggio “Mi piaccio” che la ragazza intendeva comunicare a tutti, è stato dibattuto e ampliamente opinato.

Le critiche sono giunte da ogni dove senza limitare i confini territoriali e culturali;  a commentato la foto, erano  per la maggior parte afroamericani e, soprattutto, uomini.

Autoironia e sicurezza in sé stessi potrebbero essere le armi per espugnare almeno in parte questo fenomeno sempre crescente di messaggi provocatori e ingiuriosi lanciati in rete dai troll.

Che Pakola sia l’esempio da seguire visto il modo garbato e coinciso di rispondere ai commenti?

Volete un assaggio? Eccone servito uno: “Io non sono pelosa, mi vedo come un giardino, una foresta, la geografia della mia patria.

 

 

Giacomo Brunelli, la forza e la malinconia di un grande fotografo

“Tutta la mia produzione si svolge cercando e fotografando i miei soggetti in modo molto istintivo, reagendo alla presenza di persone o animali in maniera automatica.”
Giacomo Brunelli


Giacomo Brunelli nato a Perugia nel 1977, è un fotografo eccezionale il cui sguardo sulle cose non può che lasciarci affascinati.
Amato dai più esigenti collezionisti, ha esposto e continua ad esporre nelle più prestigiose gallerie d’arte d’Europa.


Giacomo Brunelli, la forza e la malinconia di un grande fotografo


Numerosi sono i premi di fotografia che ha vinto, le sue opere sono inoltre entrate a far parte della collezione del Museum of Fine Arts di Houston, Nuova galleria d’arte di Walsall nell’UK, il Museo delle arti fotografiche di Kiyosato e Museo d’Arte di Portland negli Usa.
La sua serie più famosa è “Gli Animali”, una serie di fotografie che lo pongono ai vertici della fotografia d’autore internazionale.


Giacomo Brunelli, la forza e la malinconia di un grande fotografo


Dopo questi straordinari scatti, Giacomo Brunelli ha prodotto un’altra prestigiosa serie dal titolo “Eternal London”, dove Londra appare in una dimensione potente ed onirica con i particolari di uomini che l’attraversano in una solitudine disarmante e poetica.
Vive e lavora a Londra dove dal 16 marzo al 19 giugno esporrà alcune delle sue opere nella mostra “Strange and Familiar: Britain as Revealed by International Photographers”, al Barbican Centre.
Schivo e riservato Giacomo Brunelli con il sguardo malinconico e con grande maestria tecnica ci regala scatti di un’intensità straordinaria, le sue immagini sono veri e propri tentativi, perfettamente riusciti, di cogliere l’effimero dei particolari colti in una luce eterna.


Giacomo Brunelli, la forza e la malinconia di un grande fotografo


Da quando, ragazzino, fotografava tramonti, Giacomo Brunelli ne ha fatta tanta di strada e nella sua serie dedicata agli animali mostra la forza e lo stile di un grande fotografo.


Quando hai iniziato a fotografare?


Nel 2002, dopo essermi laureato in Comunicazione Internazionale, inizio a scattare con la macchina fotografica di mio padre, trovata in una cassetto.
Nel 2003, frequento un corso di sei mesi a Roma in fotogiornalismo all’Istituto Superiore di Fotografia, dove mi viene insegnato come costruire un progetto fotografico.
In seguito, comincio a fotografare in bianco e nero cercando un tema che mi appassionasse così tanto da farmi svegliare la mattina all’alba.
Così faccio paesaggi, persone ed infine animali, con i quali lavorero’ dal 2004 al 2008 fino alla pubblicazione del mio primo libro “The Animals” pubblicato in Inghilterra da Dewi Lewis Publishing.


Giacomo Brunelli, la forza e la malinconia di un grande fotografo


Il primo scatto della tua vita?


Da adolescente, a colori, con una Canon Snappy durante una vacanza, di un bellissimo paesaggio al tramonto.


C’è tanta malinconia nei tuoi lavori, da dove proviene?


Da quel tramonto


Lo scatto che sogni ancora di fare?


Quello di un dinosauro


Fotografi animali, perché?


Sono cresciuto circondato da animali e quando ho cominciato a fotografare sono stati la prima cosa che ho voluto raccontare. Perdermi per andare a cercarli per le campagne è ancora oggi uno dei ricordi più belli.
E’ il loro essere imprevedibili, il loro muoversi senza meta che in qualche modo li avvicina al modo di fare fotografia che più mi piace.
L’obiettivo che utilizzo mi costringe ad avvicinarmi ai miei soggetti e trasforma la mia pratica in un gioco dove gli animali diventano miei attori.


Giacomo Brunelli, la forza e la malinconia di un grande fotografo


Mi dici qualcosa sulla tecnica che usi?


Utilizzo una macchina fotografica 35mm, una Miranda del 1962 e un obiettivo 50mm.
Per quanto riguarda la pellicola, una Kodak Tri-x 400.
La camera oscura è parte integrante della mia pratica ed è dove le mie stampe prendono forma e si migliorano. La carta che utilizzo è baritata e l’intero processo è il tradizionale stampa bianco e nero.


I tuoi lavori sono insieme malinconici e sofisticati concordi?


A parte la serie di autoritratti che ho fatto dal 2010 al 2013, tutta la mia produzione si svolge cercando e fotografando i miei soggetti in modo molto istintivo, reagendo alla presenza di persone o animali in maniera “automatica”.
Sicuramente certe scelte che faccio, sia in fase di scatto che di stampa, contribuiscono a creare un linguaggio che è uniforme e riconoscibile ma per quanto riguarda il contenuto delle mie immagini, per me è difficile osservarle dall’esterno.
Quando mi trovo a doverle ordinare per una mostra o un libro, mi piace farlo in termini di forme o colori, forse perche’ per me, in fondo, sono tutte soltanto emozioni diverse.


http://www.giacomobrunelli.com

Il Supereroe tricolore

In ambito cinematografico, i supereroi sono da sempre un soggetto fortemente sfruttato ed utilizzato, soprattutto dall’industria americana. Nonostante ciò, per lo meno fino ad oggi, sui grandi schermi italiani non vi è stata traccia alcuna. Nessuno si è trasformato in un fantomatico paladino della giustizia, nessuno si è schierato dalla parte della gente e contro i soprusi dei più potenti, nessuno ha potuto usufruire di poteri straordinari e paranormali in grado di compiere qualunque azione.



Ebbene, il regista romano Gabriele Mainetti sceglie come oggetto per il suo debutto ufficiale proprio un supereroe, in un film capace di miscelare sapientemente azione, fantascienza e commedia. Un’operazione resa possibile anche grazie ad un cast di attori che non ha nulla da invidiare alle stelle hollywoodiane, tra cui spicca un Claudio Santamaria in grande spolvero. Nasce così Lo chiamavano Jeeg Robot.



Claudio Santamaria è Enzo Ceccotti, alias Jeeg Robot

Claudio Santamaria è Enzo Ceccotti, alias Jeeg Robot



Il protagonista della storia è Enzo Ceccotti, un uomo privo d’affetti e senza lavoro, che passa le sue giornate cercando di guadagnarsi da vivere attraverso piccoli furti con la speranza di non essere mai preso. Un giorno, proprio durante una fuga dalla polizia, si tuffa nel Tevere per nascondersi, finendo per sbaglio in un barile pieno di materiale radioattivo. Enzo riemerge dall’acqua completamente ricoperto di una strana sostanza, barcollante e malconcio. La cosa sorprendente, tuttavia, è che il giorno seguente si risveglierà dotato di una forza e resistenza sovraumane. Subito si attiva per poter sfruttare le sue nuove ed incredibili capacità per le sue rapine.



Nel frattempo a Roma prende piede una faida per il comando della città tra alcuni clan provenienti da fuori, con tanto di attentati e bombe seminate per le strade. Un piccolo boss, detto lo Zingaro, cerca di farsi largo fra la concorrenza, minacciando la vicina di casa di Enzo, Alessia, la figlia di un suo amico scomparso poco tempo addietro.



L’unica ancora di salvezza per la ragazza è rappresentata proprio da Enzo, nel quale rivede il suo idolo fin da quando era bambina, Jeeg Robot, arrivando a pensare che esista davvero. La capitale è sull’orlo del baratro e la gente ha bisogno di un (super)eroe che possa far tornare la pace e la serenità…



Distribuito nelle nostre sale cinematografiche dalla Lucky Red, Lo chiamavano Jeeg Robot è il classico esempio di film incentrato sulla figura di un supereroe sulla falsa riga dei modelli americani. In esso troviamo un perfetto connubio tra azione ed ironia, senza contaminare la serietà tipica del filone d’appartenenza.  Fra Tor Bella Monaca e lo stadio Olimpico, la pellicola mette in risalto il riscatto morale di un uomo assolutamente normale e non privo di peccati, che riceve dei poteri sovraumani dopo un incidente, giungendo ad una sorta di redenzione purificatrice attraverso l’esame della propria coscienza e delle proprie colpe.



A vestire i panni del primo supereroe nostrano ci pensa l’attore romano Claudio Santamaria (noto al pubblico per opere quali Romanzo criminale, Baciami ancora e Diaz), un uomo dallo spirito selvaggio e avido, stracolmo di libido e cresciuto a pane e film porno, ma anche in possesso di una certa rettitudine morale che lo condurrà sui sentieri della giustizia.



L'eroe Enzo Ceccotti a difesa di Alessia, interpretata da Ilenia Pastorelli

L’eroe Enzo Ceccotti a difesa di Alessia, interpretata da Ilenia Pastorelli



Il quadro è egregiamente completato dallo sguardo iniettato di follia di Luca Marinelli (di cui citiamo a titolo esemplificativo alcuni suoi film, come La solitudine dei numeri primi, Il mondo fino in fondo e Non essere cattivo) nel ruolo del cattivo di turno, lo Zingaro, un egocentrico e schizofrenico pesce piccolo della malavita organizzata che sogna di diventare famoso e rispettato nel crimine, e da Ilenia Pastorelli nella parte di Alessia, sorprendentemente brava e perfettamente a suo agio.



Luca Marinelli è Zingaro, il nemico di Jeeg Robot

Luca Marinelli è Zingaro, il nemico di Jeeg Robot



Dietro la macchina da presa troviamo Gabriele Mainetti, già noto per alcuni cortometraggi quali Basette (una trasposizione sul grande schermo di Lupin III con protagonista Valerio Mastandrea) e Tiger Boy, quest’ultimo ispirato a L’uomo tigre. In Lo chiamavano Jeeg Robot ciò che emerge con prepotenza è come le storie che la nostra mente assorbe siano in grado di influenzare la nostra esistenza. A tal proposito, è emblematico come Enzo Ceccotti, pur sapendo di non essere Jeeg Robot, inizi ad aderire alla visione di Alessia (che crede fermamente nell’esistenza del suddetto supereroe finendo per identificarlo con lui stesso), cominciando a ragionare e a credere in quella maniera. Nell’animo di Enzo prendono forma nuovi ideali, valori e concetti: basti pensare alla graduale sostituzione dei dvd pornografici con quelli della serie animata di Jeeg Robot.



Il film diventa così un trionfo di cinema, scrittura, recitazione, scenografia, produzione ed inquadrature ad effetto, una pellicola realizzata senza copiare troppo dalle opere a stelle e strisce, ma estrapolandone gli elementi più utili ed originali. L’ennesima dimostrazione che la forma, se valida, può benissimo prevalere sul contenuto e sul tema trattato.

 

 

Mary Katrantzou: “esplosione” pop a Londra

Fascino  anni cinquanta e allure vintage reso moderno da pattern vivaci colmi di messaggi.

Il cuore, simbolo di romanticismo e la farfalla, l’unione perfetta tra libertà e bellezza. Segni grafici coloratissimi e pop.

Mary Katrantzou si diletta ad immaginare una donna in tutto il suo meraviglioso garbo ma allo stesso tempo in tutta la sua sconveniente severità. La collezione autunno/inverno 16-17 della stilista greca presentata a Londra, è un esplosione di colore e di effetti grafici sorprendenti. È casta. È pudica.

La sensualità della donna va incontrandosi nelle gonne longuette fascianti e, sorprendentemente nel foulard che le cinge il capo come in segno di rispetto prima verso sé stessa, poi negli altri.

La donna immaginata dalla stilista  ellenica, siede garbatamente  in sella su di una vespa o si lascia baciare dal vento in una cabriolet decappottata. Ecco, la libertà: una missiva importante che vede come destinataria una donna emancipata.

Pantaloni attillati, abiti longuette fascianti, spolverini eleganti, lunghe vesti in tulle leggere e sensuali. La collezione di Katrantzou è variopinta e multiforme e si compone di pelle, tulle e chiffon  e di magnifici disegnii, pois e dettagli animalier.

 

(fonte Madame Figaro)

(fonte Madame Figaro)

 

(fonte Madame Figaro)

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(fonte Madame Figaro)

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(fonte Madame Figaro)

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Perché Umberto Eco era così importante

Scrivere di Umberto Eco è molto difficile. Dal fumetto alla semiotica alle bustine di Minerva probabilmente è uno di quelli che “ci ha insegnato a scrivere” nell’età contemporanea.
E di fronte a Eco, prima di scrivere, hai l’obbligo di leggere.
La prima cosa che ho notato è che la morte di Eco ha obbligato moltissimi a scrivere, ed a leggere, e quindi a riflettere. E non esiste un testamento migliore per un intellettuale che stimolare negli altri il bisogno, l’urgenza, l’impellenza di scrivere, leggere, riflettere.


Ha scritto Galatea del Vaglio “accade, da millenni, questa cosa stranissima, una magia. Che persone che non conosci ti parlano, ti fanno scoprire delle cose, sono i tuoi maestri. Persino se non li hai fisicamente vicino e persino se sono morti da un bel po’. C’è gente, per dire, che spende fortune per parlare con lo zio buonanima, e finanzia i maghi Otelma e le Vanne Marchi di turno. E invece noi che leggiamo no: ci basta prendere un libro e ci facciamo con centinaia di migliaia di defunti lunghissime conversazioni, con in più il bonus che di solito, se sono defunti che scrivevano, erano pure un botto più intelligenti dei parenti nostri.”


E Umberto Eco ci ha regalato, anzitempo, un breve monologo che sembra che lui stesso oggi reciti a noi per ricordare se stesso. Capita a pochi nella vita di essere così grandi da scrivere e lasciare una sorta di testamento spirituale e intellettuale consacrato in un grande libro.
Ripeto ancora oggi a me stesso che la mia scelta fu buona, che feci bene a seguire il mio maestro. Quando alla fine ci separammo,egli mi fece dono delle sue lenti, poi mi disse: “Tu hai vissuto in questi giorni mio povero ragazzo, una serie di avvenimenti in cui ogni retta regola sembrava essersi sciolta, ma l’anticristo può nascere dalla stessa pietà, dall’eccessivo amor di Dio o della verità, come l’eretico nasce dal santo e l’indemoniato dal veggente e la verità si manifesta a tratti anche nell’errore del mondo; così che dobbiamo decifrarne i segni, anche là dove ci appaiono oscuri e intessuti di una volontà del tutto intesa al male”.


Non lo vidi più, nè so che cosa sia accaduto di lui, ma prego sempre che Dio abbia accolto l’anima sua e gli abbia perdonato i molti atti di orgoglio, che la sua fierezza intellettuale gli aveva fatto commettere.
Fa freddo nello scriptorium, il pollice mi duole. Lascio questa scrittura, non so per chi, non so più intorno a che cosa: stat rosa pristina in nomine, nomina nuda tenemus.
Io Eco l’ho incrociato tre volte.
La prima volta in una lectio magistralis in cui – da bibliofilo e cultore del libro – ci spiegava qualcosa di apparentemente semplice: se un libro antico, integro, costa cinquemila euro, per esempio, e una singola stampa di una singola pagina di quel libro, da incorniciare per abbellire lo studio di un notaio, di un primario, di un avvocato, per esempio, ne costa da sola cinquecento, come possiamo sperare che per qualcuno non convenga fare a pezzi un libro di anoatomia, di geografia, una bibbia, pur di ricavarne sino a dieci volte il suo prezzo?


Proprio come nel Nome della Rosa, la bellezza non veniva distrutta dal “popolo ignorante”, ma da coloro – classe dirigente in generale – che invece avrebbero dovuto essere preposti alla giustizia ed alla conservazione e divulgazione del sapere. Il più delle volte per personale guadagno e tornaconto.
La seconda volta quando – in una Serbia distrutta dalla guerra – pochi intellettuali, letterati, editori, immaginavano una Belgrado in cui era inimmaginabile non vi fosse una rivista letteraria. E chiesero a Eco. E lui, una volta al mese, mandava gratuitamente un articolo, perchè fosse tradotto e pubblicato. Perchè Belgrado (come Eco) erano patrimonio dell’Europa e della cultura mondiale. 
E si, non c’era rinascita senza cultura e senza letteratura.


Quel piccolo contributo, che poteva sembrare banale, fu un’overdose di coraggio per quel piccolo gruppo di pochi intellettuali, letterati, editori, poeti, che ancora viveano a Belgrado, nel cuore dell’Europa.
La terza volta è qui, sulla mia scrivania. Un articolo in cui vorrebbe spiegarmi le ragioni per cui “odia” il Nome della Rosa, per cui uno scrittore può finire con l’odiare un successo che lo fa sentire schiavo.
Ma, caro professore, visto che un po’ come Adso io mi sento come uno di quei “ragazzi cui è capitato di vivere in un tempo in cui ogni retta regola sembra essersi sciolta, mi pregio di lasciarlo ancora lì, ancora un poco, e di leggerlo con maggiore saggezza.
Di certo Le perdoniamo tutti gli atti di orgoglio che la sua fierezza intellettuale le possa aver mai fatto commettere per difendere la nostra cultura, e con essa almeno parte della nostra civiltà.

Giuliano Ferrara ha scritto di Renzi su Politico

Il fondatore ed ex direttore de Il foglio, Giuliano Ferrara (aka Elefantino) ha scritto un articolo in cui ha provato a spiegare il premier italiano, Matteo Renzi, ai lettori di Politico.eu, la versione europea di Politico, quello che ormai è diventato il sito più autorevole di politica americana.
Il primo ministro italiano Matteo Renzi ha alzato la voce con l’Unione Europea.


La prima domanda è: Perché lo ha fatto? La seconda: Che cosa vuole ottenere e cosa può realisticamente ottenere?
Nell’approccio al summit del Consiglio Europeo di settimana scorsa Renzi ha assunto il ruolo comico del bambino cattivo. Renzi ha criticato severamente Jean Claude Junker, il presidente della Commissione Europea per non aver fatto abbastanza per stimolare la crescita in Europa. Ha chiesto alla cancelliera tedesca Angela Merkel e al suo ministro delle Finanze, Wolfgang Shauble, più flessibilità sul bilancio italiano.


Renzi ha chiesto che il fardello dell’immigrazione sia condiviso da tutti gli stati della UE, con un sistema di quote obbligatorie da stabilire, e ha alzato la questione dei rapporti con la Russia nel campo dell’energia (per quanto riguarda i gasdotti) e delle sanzioni economiche. Per quanto riguarda la proposta della Bundesbank e della Banque de France sui poteri limitati da dare al ministro europeo del Tesoro Renzi ha bollato la proposta come vaga e astratta.


Renzi ha sollevato queste questioni e molte altre in un modo calcolato ma nervoso e non convenzionale.
Ha sostituito, con grande scandalo e sorpresa, un burocrate di vecchio corso in Europa – l’ambasciatore italiano all’UE, un diplomatico – con un outsider: un membro del suo stesso governo che non arriva dalla carriera diplomatica (un caso molto raro nella burocrazia internazionale italiana).


Nonostante tutto questo Renzi non è il primo ministro greco Alexis Tsipras. Il debito pubblico italiano è molto alto ma può essere controllato con le riforme che Renzi ha parzialmente messo in atto. I partner europei hanno riconosciuto i suoi sforzi, alcuni dei quali hanno già ricominciato a pagare. Renzi non ha ulteriormente indebitato il suo stato nei confronti dell’UE. Ne ha minacciato il consorzio di governi creditori. L’Italia non ha mandato a Bruxelles un ministro anti-euro e anti-austerità come Yanis Varoufakis né ha indetto referendum populisti.


Il presidente del Consiglio italiano si sta comportando come un bambino cattivo ma fa parte del brodo europeista, è parte di quella cultura e di quella inclinazione.
L’Italia ha già avuto la sua cura tecnocratica dal 2011 al 2014 con gli allora presidenti del Consiglio Mario Monti ed Enrico Letta ma la terapia ha funzionato solo in modo parziale. Più di tutto non ha funzionato in termini politici, nei termini del consenso domestico.
La principale ragione della campagna europea di Renzi è questo: ha vinto le elezioni europee con il 40% dei voti e il suo è il partito più votato in Europa.


Renzi ha resistito all’ondata populista e anti-europeista che ha attraversato l’europa, qualcosa che i governanti spagnoli non sono riusciti a fare ad esempio nelle scorse elezioni. Ha creato un nuovo codice del lavoro. In due anni è riuscito a tenere i conti pubblici in ordine e a guidare una timida, fragile ripresa dalla recessione verso la crescita. I dati sull’occupazione sono contestati ma positivi. Ha introdotto un programma per alleggerire il peso fiscale sulle famiglie e sulle piccole imprese e ha affrontato i problemi del sistema bancario.


Ora Renzi richiede un ruolo meno marginale, meno periferico per l’Italia in Europa. Ha bisogno di più autonomia e flessibilità nel governare il deficit nazionale. Questa è una condizione che renderà Renzi in grado di controllare il supporto domestico. Non sarebbe in grado di guadagnare supporto aderendo alle solite linee guida europee e avendo a che fare con la burocrazia europea che le mette in atto.
Renzi ha bisogno di negoziare, in termini politici, nuove condizioni per la coesistenza e la solidarietà nell’UE e nell’Eurogruppo. Questo è il motivo per cui ha iniziato ad alzare la voce.


Quanto in là vuole spingersi? Renzi è un manipolatore naturalmente dotato. Lavora a un accordo lanciando un attacco preventivo che poi usa come base per la trattativa.
Cosa può ottenere? I dati economici, fino ad un certo punto, non lo aiutano. La crescita nel quarto quarto del 2015 è stata più basso di quanto ci si sarebbe aspettati, la crescita generale nel 2015 sarà anche questa più bassa e la previsione di crescita nel 2016 è meno ottimista rispetto a quanto il governo e gli organismi internazionali avevano previsto.


Aggiungete i numeri di produzione e impiego all’equazione e diventa più dura per il governo italiano controllare la spesa pubblica, sostenere la ripresa e rimanere fedeli al programma di riforme.
Nonostante questo la fragilità della ripresa italiana ha costretto il governo a insistere e discutere con forza sempre maggiore per ottenere più libertà da Bruxelles. Renzi non ha nessuna alternativa reale a una dura prese di posizione nelle negoziazioni con i suoi partner europei. Deve trovare un accordo che gli renda possibile governare il suo paese.

Londra: Il ritorno di Alexander McQueen tra esoterismo e romanticismo

 

Sorprendente il ritorno di Alexander McQueen a Londra dopo quattordici anni di trionfi a Parigi.

La collezione autunno/inverno 2016-17 è un tripudio di emozioni: cura certosina nei particolari, sovrabbondanza di capi couture, romanticismo inaspettato ma di grande veemenza. Dettagli luxury e scintillii fuorvianti sugli abiti che nascondono appena, la pelle nuda delle modelle.

Abbondanza di fantastici pattern “surrealisti” che si stagliano prepotentemente dal fondo nero dei capi: leggiadre farfalle, sinuose corolle, eleganti orologi da tasca, sexy labbra carnose e ancora unicorni, gufi e cigni.

Il lato dark della donna pensata dalla stilista Sarah Burton, direttore creativo della maison dopo la dipartita di Alexander McQueen, esplode nel chiodo: capo simbolo della maison che in questa occasione si accorcia in vita e si arricchisce di amuleti.

Glorioso romanticismo anche se appena accennato negli abiti plissettati con dettagli 3D e pizzo che lascia intravedere la lingerie.

Lunghi abiti scivolati dalla lunghezza totale, meravigliosamente luccicanti con cristalli superbi e profilati da piccoli merletti: sensuali, audaci poco inclini a lasciar spazio all’immaginazione.

Mistero ed esoterismo per una collezione che punta la sua immagine sul nero, alleggerito dall’avario, dall’oro e dall’argento e dal romantico rosa cipria.

 

 

(fonte Madame Figaro)

(fonte Madame Figaro)

 

(fonte Madame Figaro)

(fonte Madame Figaro)

 

Sorprendente il ritorno di Alexander McQueen a Londra dopo quattordici anni di trionfi a Parigi. La collezione autunno/inverno 2016-17 è un tripudio di emozioni: cura certosina nei particolari, sovrabbondanza di capi couture, romanticismo inaspettato ma di grande veemenza. Dettagli luxury e scintillii fuorvianti degli abiti che nascondono appena la pelle nuda delle modelle. Abbondanza di fantastici pattern “surrealisti” che si stagliano prepotentemente dal fondo nero dei capi: leggiadre farfalle, sinuose corolle, eleganti orologi da tasca, sexy labbra carnose e ancora unicorni, gufi e cigni. Il lato dark della donna pensata dalla stilista Sarah Burton, direttore creativo della maison dopo la dipartita di Alexander McQueen, esplode nel chiodo: capo simbolo della maison che in questa occasione si accorcia in vita e si arricchisce di amuleti. Glorioso romanticismo anche se appena accennato negli abiti plissettati con dettagli 3D e pizzo che lascia intravedere la lingerie. Lunghi abiti scivolati dalla lunghezza totale, meravigliosamente luccicanti con cristalli superbi e profilati da piccoli merletti: sensuali, audaci poco inclini a lasciar spazio all’immaginazione. Mistero ed esoterismo per una collezione che punta la sua immagine sul nero, alleggerito dall’avario, dall’oro e dall’argento e dal romantico rosa cipria. (fonte Madame Figaro)

(fonte Madame Figaro)

 

(fonte Madame Figaro)

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(fonte Madame Figaro)

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(fonte Madame Figaro)

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(fonte Madame Figaro)

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(fonte Madame Figaro)

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Mona von Bismarck: quando lo stile diviene leggenda

Ci sono donne la cui eleganza ha attraversato indenne i secoli, arrivando fino ai nostri giorni. Una straordinaria bellezza, una vita avventurosa e uno stile inimitabile sono gli ingredienti che hanno reso la contessa Mona von Bismarck un’autentica leggenda. La sua prodigiosa scalata sociale la portò a sposare uomini facoltosi e a condurre un’esistenza lussuosa, mentre la sua bellezza e la naturale eleganza la resero intramontabile icona di stile.

Presenza fissa dell’International Best Dressed List, musa di fotografi e pittori, socialite e protagonista del jet set internazionale, la vita patinata di Margaret Edmona Travis Strader Schlesinger Bush Williams von Bismarck-Schönhausen de Martini fu il vero capolavoro stilistico forgiato da lei stessa, caparbia e all’occorrenza spietata virago, che creò dal nulla un’immagine capace di attraversare i secoli.

Nata a Louisville, in Kentucky, il 5 febbraio 1897, Mona Travis Strader era di umili origini. Suo padre, Robert Sims Strader, era uno stalliere presso la fattoria Fairland, a Lexington, di proprietà di Henry James Schlesinger. L’infanzia della piccola Mona fu segnata dal divorzio dei suoi genitori, nel 1902. Lei e il fratello Robert andarono a vivere dapprima con la nonna materna e successivamente con la nonna paterna. Non furono giorni facili per i due fratellini: la nonna materna fu dichiarata pazza e mandata in manicomio, come anche un altro congiunto. Uno zio di Mona sparò ad una prostituta prima di suicidarsi, ed un altro morì durante una battuta di caccia.

Mona von Bismarck all'età di 59 anni in uno scatto di Cecil Beaton, 1956

Mona von Bismarck all’età di 59 anni in uno scatto di Cecil Beaton, 1956. Foto Condé Nast Archives



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Mona von Bismarck in uno scatto risalente al 1948 realizzato dall’amico Cecil Beaton



Ma Mona cresceva come una donna estremamente affascinante e coltivava in cuor suo un profondo senso di rivalsa. Tanto si è scritto sulla sua bellezza, quasi idolatrata da coloro che la ritrassero: dall’amico di una vita Cecil Beaton a Horst P. Horst, da Edward Steichen a George Platt Lynes, da Salvador Dalí fino a Leonor Fini e Bernard Boutet de Monvel. Si dice che nessun quadro e nessuno scatto riuscì mai a rendere giustizia alla bellezza dei suoi occhi di zaffiro e dei suoi capelli d’argento.

Appena diciottenne la fanciulla riuscì a far capitolare Henry James Schlesinger, il signore di Fairland, la fattoria in cui il padre di Mona lavorava come stalliere.

Mona von Bismarck in una foto di George Platt Lynes, 1940



Mona von Bismarck fotografata da Edward Steichen per Vogue, 3 gennaio 1933

Mona von Bismarck fotografata da Edward Steichen per Vogue, 3 gennaio 1933



La contessa ai tempi in cui era la signora Harrison Williams. Foto di Edward Steichen per Vogue, Novembre 1928

La contessa ai tempi in cui era la signora Williams. Foto di Edward Steichen per Vogue, Novembre 1928



Mona von Bismarck in un lungo abito Balenciaga nel suo Hôtel Particulier di Parigi. Foto di Cecil Beaton, 1955



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Ancora uno scatto che immortala Mona von Bismarck nel suo Hôtel Particulier di Parigi, 1955



Mona von Bismarck in un abito Balenciaga nel suo Hôtel Particulier di Parigi ritratta da Cecil Beaton, 1955

Mona von Bismarck appare altera nello sfarzoso abito Balenciaga tra i mobili rococò del suo Hôtel particulier



Mona Travis Strader nacque a Louisville, in Kentucky, il 5 febbraio 1897



Mona con il quarto marito Edward von Bismarck in uno scatto risalente agli anni Cinquanta



Sfidando le convenzioni sociali, nel 1917 la giovane convolò a nozze con Schlesinger, che aveva vent’anni più di lei ed era considerato all’epoca l’uomo più ricco del Wisconsin. Dalle stalle alle stelle, si potrebbe dire. Ma per Mona quello fu solo l’inizio di una clamorosa scalata sociale.

La coppia si divideva tra la tenuta a Milwaukee, il Wisconsin e Fairland. Ma il matrimonio fu breve: dopo soli tre anni, nel 1920, i due divorziarono. Mona, che da quell’unione partorì il figlio Robert Henry, rinunciò alla custodia di quest’ultimo in cambio dell’esorbitante cifra di mezzo milione di dollari. Non certo una madre esemplare, ma forse anche in quella mantide religiosa senza scrupoli qualche rimpianto per quel figlio mai amato deve pur esserci stato. Il piccolo Robert Henry sposerà poi Frederica Barker, sorella maggiore dell’attore Lex Barker.

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Occhi di zaffiro e capelli bianchi, la bellezza di Mona von Bismarck era leggendaria



New York, New York, USA --- 12/2/1940-New York, NY: Mrs. Harrison Williams, one of society's best dressed women, is shown in her box at the Metropolitan Opera here, at the opening performance of the 1940-41 season. --- Image by © Bettmann/CORBIS

Mona Harrison Williams al Metropolitan Opera, febbraio 1940. — Foto di © Bettmann/CORBIS



Mona von Bismarck posa per l’amico di una vita Cecil Beaton, 1932



Mona von Bismarck. Foto di Cecil Beaton. Vogue, 1 luglio 1939



Mona posing by her portrait by Sorin

Mona von Bismarck è stata una socialite ed una icona di stile



Dopo il divorzio Mona si trasferì a New York. Non ci volle molto perché quella bellissima ragazza dagli occhi di ghiaccio trovasse un nuovo marito. Solo l’anno seguente, nel 1921, Mona convolò a nozze con il banchiere James Irving Bush, che aveva 14 anni più di lei ed era considerato all’unanimità uno degli uomini più attraenti del Paese. Ma il matrimonio durò appena tre anni e nel 1924 Mona ottenne il divorzio a Parigi.

Nel 1926 la futura icona di stile si getta in una nuova avventura, aprendo un negozio di abbigliamento nella Grande Mela, insieme alla sua amica Laura Merriam Curtis, figlia di William Rush “Spooky” Merriam, un vecchio Governatore del Minnesota. Laura era stata fidanzata con Harrison Williams, considerato l’uomo più ricco d’America, con una fortuna stimata intorno ai 680 milioni di dollari, equivalenti agli attuali 8 miliardi di dollari. Scaltra e consapevole del proprio fascino, Mona fiuta subito la succulenta occasione ed inizia a tessere una tela attorno a Williams. Lui, 24 anni di più, non può resistere: è così che il 2 luglio 1926 i due convolano a nozze. Per la luna di miele i novelli sposi si regalano una crociera sullo yacht di Williams, considerato la barca più costosa e più grande del mondo, dal nome quantomai appropriato: “Warrior”, il guerriero.

Mona sembra avere finalmente trovato la felicità: Williams la ricopre di regali costosi e di attenzioni. Durante la loro luna di miele la coppia fa scalo in numerosi porti tra Cina, Giappone e i Mari del Sud. Si ritiene che durante questo viaggio Williams acquistò per Mona il famigerato zaffiro, passato alla storia come lo zaffiro Bismarck, e poi donato dalla futura contessa alla Smithsonian Institution: pare che l’acquisto sia avvenuto nel porto di Colombo, in Sri Lanka. Inoltre i coniugi acquistarono molte perle nei Mari del Sud, e anche queste costituiscono oggi parte dell’eredità della socialite.

Mona von Bismarck by Cecil Beaton for Vogue, 1936

Mona von Bismarck ritratta da Cecil Beaton per Vogue, 1936



Mona von Bismarck by Cecil Beaton for Vogue, 1936

Un’altra foto di Cecil Beaton, Vogue, 1936



Mona von Bismarck amava i cani. Eccola immortalata qui con il suo Mickey



Mona Bismarck wearing Cartier carved emeralds and photographed with her dog by Cecil Beaton in 1938

Mona Bismarck con una collana di smeraldi firmata Cartier e il suo cagnolino. Foto di Cecil Beaton, 1938



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Eccentrica e sofisticata, Mona von Bismarck nel 1933 fu dichiarata la donna più elegante del mondo.



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Foto di Cecil Beaton, 1936



Durante quella crociera l’attenzione di Mona si concentrò su una dimora a picco sul mare che capeggiava la Marina Grande di Capri. La villa giaceva in stato di abbandono ma il fascino di quel rudere aveva radici assai lontane: nel 27 a.C. l’imperatore romano Tiberio aveva fatto costruire nel golfo di Capri 12 ville, ognuna dedicata a una divinità dell’Olimpo. Dove un tempo sorgeva una di queste ville si trova oggi Il Fortino: la villa, acquistata da Mona von Bismarck nel 1938, deve il suo nome al periodo dell’occupazione francese dell’isola di Capri, quando, sotto Gioacchino Murat, venne costruito un fortino di avvistamento. Originariamente costruito sulle rovine del palazzo imperiale di Cesare Augusto, poi ristrutturato sotto Tiberio e poi edificato dal pittore ungherese Hahn nel corso dell’800, il Fortino ha una vista mozzafiato sulla scogliera e un parco che si staglia su due livelli. Su tutto l’edificio si erge una torre medievale merlata. Costituita da quattro case indipendenti (Casina dei Fiori, la Palazzina degli Ospiti, la Palazzina dei Camerieri e Villa Mona), oggi la villa è considerata una tra le residenze più esclusive al mondo, meta del turismo più elitario.

Rientrati a New York, i coniugi acquistarono la residenza in stile georgiano sulla 94esima Strada e l’appartamento sulla Quinta Strada con l’interior design di Syrie Maugham. Inoltre possedevano una proprietà a Long Island chiamata Oak Point con interior design di Delano & Aldrich e una casa a Palm Beach, oltre alla villa di Capri, dove Mona si dilettava col giardinaggio, una tra le sue più grandi passioni.

L’ossessione di Mona per l’haute couture inizia durante il suo matrimonio con Harrison Williams. Il suo amore per il bello la portava a collezionare mobili risalenti al 18esimo secolo, mentre l’immensa disponibilità economica del marito le poteva finalmente garantire il tenore di vita che aveva sempre sognato. Anche dopo aver perso la maggior parte dei suoi investimenti durante il crollo del 1929, Williams resta un uomo ricchissimo e può offrire alla sua splendida consorte una vita da favola.

Mona von Bismarck and Randolph Churchill at El Morocco, 1950s

Mona von Bismarck e Randolph Churchill insieme nel club El Morocco, New York, anni Cinquanta



Mona von Bismarck and Jacques de la Beraudiere, 1938

Mona von Bismarck e Jacques de la Béraudière, 1938



Mona von Bismarck by Peter Stackpole, 1950s

Mona von Bismarck in uno scatto di Peter Stackpole, anni Cinquanta



Jo Davidson and Mrs. Harrison Williams (Mona von Bismarck) by Peter Stackpole, 1950s

Jo Davidson e Mona Williams immortalati da Peter Stackpole, anni Cinquanta, LIFE Magazine



Per Mona è la consacrazione ufficiale: accanto a Wlliams riesce finalmente a brillare. I due formano una coppia da copertina e lei è ricercatissima dalle riviste patinate, che se la contendono: appare diverse volte su Vogue e su Harper’s Bazaar, immortalata come la nuova dea del jet set statunitense. Bellissima, riesce a rendere sexy la sua canizie precoce; ha lineamenti aristocratici e il portamento è altero, ma l’espressione austera cede talvolta il posto al più amichevole dei sorrisi, specialmente quando Mona brilla in società. Nel circolo dei suoi amici figurano membri dell’aristocrazia europea e teste coronate, statisti, politici, artisti, designer, attori, scrittori e molto altro.

Nel 1933 Mona viene nominata “La donna meglio vestita del mondo” da una giuria che comprendeva couturier del calibro di Chanel, Molyneux, Vionnet, Lelong, e Lanvin. È la prima volta che un’americana ottiene questo prestigioso riconoscimento, seguita l’anno successivo dalla duchessa di Windsor e nel 1935 da Elsie de Wolfe. Inoltre nel 1958 Mona von Bismarck compare sulla Hall of Fame della International Best Dressed List.

Il suo stile prediligeva Chanel, Mainbocher, Lanvin, Vionnet, Molyneaux, Lelong, e soprattutto Balenciaga, di cui fu cliente storica e musa per ben trent’anni. La contessa trovò in Cristóbal Balenciaga un autentico mentore che la iniziò alle magie della moda. Tra i due nacque un vero e proprio sodalizio stilistico: lei musa e lui geniale interprete di creazioni che ancora oggi trovano spazio nei musei. Ma la decisione da parte del couturier di chiudere il suo atelier, nel 1968, getta Mona nella più nera disperazione. Si dice che l’icona di stile si chiuse nella sua camera, nella villa di Capri, per tre giorni, rifiutando di vedere anima viva. Diana Vreeland commentò la reazione della contessa con queste parole: “Voglio dire, era pur sempre la fine di una parte della sua vita!”. Per lei era davvero la fine di un’epoca. Dopo aver superato in spese folli l’ereditiera Barbara Button, acquistando ben 150 capi di Balenciaga dopo che un treno che trainava il suo guardaroba era deragliato, alla fine si consolò con Hubert de Givenchy.

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Nel 1958 Mona von Bismarck comparve sulla Hall of Fame della International Best Dressed List.



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La contessa fu musa di Cecil Beaton, Salvador Dalí e Cristóbal Balenciaga



Mona von Bismarck by Cecil Beaton, 1958

Mona von Bismarck in uno scatto di Cecil Beaton, 1958



Mona negli anni Cinquanta

Mona von Bismarck in uno scatto risalente agli anni Cinquanta



“Cosa mi importa se la signora Harrison Williams è la meglio vestita in città?”: cantava Cole Porter nel 1936 in Ridin’ High, mentre Truman Capote modellò a immagine e somiglianza della contessa il personaggio di Kate McCloud nel suo romanzo Preghiere esaudite, uscito postumo nel 1987. Nel 1943 Mona viene ritratta da Salvador Dalí. Il quadro desta scalpore in quanto la futura contessa viene dapprima ritratta nuda. Mona resta scandalizzata da cotanta audacia e si rifiuta di pagare l’artista finché non vengano aggiunti dei vestiti. Dopotutto era stata la donna meglio vestita al mondo per undici anni di fila! Alla fine lei fu una dei pochi estimatori di quel ritratto. Numerose le sue apparizioni su Vogue, la contessa viene ritratta soprattutto da Cecil Beaton, che trovò in lei la sua modella preferita ed una vera e propria musa: si tramanda che nelle sessioni fotografiche che la riguardavano, non vi era foto da scartare, data l’impressionante fotogenia della contessa. Eccentrica e sopra le righe, Mona von Bismarck aveva una vera e propria mania per i colori en pendant, e pretendeva che i suoi valletti indossassero uniformi blu quando la accompagnavano agli eventi mondani con la sua Rolls Royce blu.

Hubert de Givenchy disse di lei: “Era splendida, proprio come nel ritratto di Dalí, e aveva sedotto 5 mariti. Andava matta per le perle e ne comprò a chili durante la crociera nei mari del Sud. Nel suo appartamento di New York aveva due ascensori regolati a velocità diverse, il più veloce dei quali era riservato ai domestici, affinché potessero sempre precederla e aprire la porta al suo ingresso.

L’eccesso faceva parte di lei, mentre il suo stile può essere definito come un dandismo al femminile. Emily M. Banis, brillante studentessa presso il Fashion Institute of Technology di New York, ha dedicato alla celebre icona la sua tesi di laurea, intitolata “Mona: Portrait of a Female Dandy.” Mona era una dandy in gonnella, che modellò un’intera esistenza sul bello e su questo effimero ma potente ideale fondò il suo look e il suo lifestyle. Mona creò se stessa, sopravvivendo ad un’infanzia infelice. È vero, i detrattori sottolineano che, nonostante i suoi numerosi viaggi e le sue dimore principesche tra Parigi e Capri, non si preoccupò mai di imparare l’italiano né il francese, che non era solita leggere, e che le sue lettere probabilmente non sono un capolavoro di retorica. Ma sapeva scegliere con cura gli arredamenti, curava personalmente giardini lussureggianti, organizzava cene superbe e indossava abiti perfetti. La contessa amava nuotare, ricamare, coltivare tulipani e dedicarsi ai suoi amati cagnolini, tra i quali spicca Mickey, un bastardello che Mona adorava e che fu immortalato al suo fianco in alcuni scatti realizzati da Cecil Beaton.

Il matrimonio di Mona ed Harrison Williams durò ben 27 anni, fino alla morte di quest’ultimo, avvenuta nel 1953. All’indomani della dipartita di Williams, il New York Times recitava così: “L’unica ragione per cui gli Harrison Williams non vivevano come principi è che i principi non potevano permettersi di vivere come loro”.

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Oak Point, la residenza di Mona von Bismarck a Long Island



La contessa nella villa Il Fortino, Capri, anni Cinquanta



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Mona von Bismarck era contesa dalle riviste patinate e apparve numerose volte su Vogue



La socialite ebbe cinque mariti



Se i primi tre mariti le diedero il denaro, è col quarto che Mona ottiene anche il titolo nobiliare a cui anelava da sempre. Nel gennaio 1955 Mona sposa il suo amico di vecchia data e confidente Albrecht Edward Heinrich Karl, conte di Bismarck-Schönhausen, un decoratore di interni di discendenza aristocratica, figlio di Herbert von Bismarck e nipote del cancelliere tedesco Otto von Bismarck. I rumours dicono che Edward sia gay. Sebbene gli sia stato diagnosticato un cancro allo stomaco, il conte vive per altri 16 anni. Il matrimonio venne celebrato con rito civile nel New Jersey e poi con rito religioso a Roma, nel febbraio 1956. I coniugi Bismarck vissero per la maggior parte a Parigi, nel famoso appartamento presso l’Hôtel Lambert, e nelle residenze di Mona, tra New York e Capri. La vediamo ritratta dal fedele Cecil Beaton nel 1955 nel sontuoso abito Balenciaga, regale tra i mobili rococò del suo hôtel particulier e i capelli pettinati in stile Pompadour.

Nel 1970 il conte Edward von Bismarck muore. Alla vigilia dei 74 anni Mona è di nuovo vedova. L’anno seguente, nel 1971, sposa il fisico di Bismarck, Umberto de Martini, a cui ella stessa dona un titolo nobiliare ottenuto dal re Umberto II di Savoia. Lei, che aveva sempre prediletto uomini molto più grandi, ora si legava a un uomo più giovane di 14 anni, destando nuovamente scandalo. Credeva che Umberto avrebbe badato a lei, ma lui aveva un’amante in Inghilterra e non era animato da sentimenti onesti: de Martini prosciugò l’eredità di Mona, inventando clamorose bugie, come la prossima apertura di una clinica, alibi per depositare ben tre milioni di dollari in una banca svizzera. Dei 90 milioni di dollari ereditati da Mona alla morte di Williams ne restavano ora solo 25. Nel 1979 Umberto muore prematuramente a seguito di un incidente automobilistico. È in quel momento che Mona realizza che de Martini l’aveva sposata solo per interesse, esattamente come lei aveva fatto con Schlesinger, Bush e Williams. A quel punto torna ad usare il cognome di Bismarck. Ormai delusa e sfiorita, vive altri 4 anni, morendo a New York il 10 luglio 1983, all’età di 86 anni. Viene sepolta a Long Island, vestita con un abito Givenchy, accanto ai due mariti Harrison Williams ed Edward von Bismarck.

L’amico storico Cecil Beaton andò a trovarla a Capri durante la vecchiaia e restò spiazzato: in lei non vi era più traccia della proverbiale bellezza che da sempre era stato il suo segno distintivo. I capelli ora erano tinti di un banale castano, la figura appesantita, lo sguardo spento. “È un relitto”, commentò a malincuore Beaton. “Ha dipinta in volto una grottesca maschera che copre ciò che resta dei suoi lineamenti nobili. Le labbra sono ingrandite come quelle di un clown, le sopracciglia disegnate con un tratto sottile di nero”, descrisse Beaton, fino ad ammettere, commosso: “Il mio cuore piange per lei”. Era il tramonto di una stella. Ora toccava scendere dalla giostra, ora toccava fare il bilancio di una vita non sempre vissuta secondo la morale comune. Ma, certamente, vissuta al massimo.

Mona von Bismarck in her rose garden at Il Fortino, her estate on Capri. Photo by Cecil Beaton. Vogue, April 1, 1967

Mona von Bismarck nel suo roseto a Capri. Foto di Cecil Beaton. Vogue, 1 Aprile 1967



Mona von Bismarck by Horst P. Horst, ca. 1941

Mona von Bismarck immortalata da Horst P. Horst, ca. 1941



René Bouché, 1936

Mona von Bismarck vista da René Bouché, 1936



Leonor Fini

Un ritratto della contessa realizzato da Leonor Fini



Salvador Dali, Portrait of Mrs Harrison Williams (Mona von Bismarck), 1943, oil on canvas, 91.7 x 61.26 cm

Ritratto di Mona von Bismarck realizzato da Salvador Dalí, 1943, olio su tela, 91.7 x 61.26 cm



Poco prima della morte, Mona aveva fondato il Mona Bismarck American Center for Art and Culture, con sede a Parigi, istituito allo scopo di promuovere le relazioni culturali tra Francia e Stati Uniti. La fondazione a suo nome registrata a New York ha ancora oggi un centro culturale a Parigi e uno spazio espositivo sito di fronte alla Torre Eiffel. Nata allo scopo di promuovere attività artistiche, scientifiche, letterarie ed educative, la fondazione negli ultimi venti anni ha organizzato più di 70 mostre, aperte al pubblico e gratuite.

Ma alla morte della contessa, il figlio Robert Henry rivendica i suoi diritti sull’eredità della madre, di quella stessa madre rea di averlo abbandonato ancora bambino, barattandolo con una cospicua buonuscita. La villa di Capri dovette quindi essere venduta, per far fronte all’eredità ora contesa.

Inoltre la contessa aveva donato nel 1976 le sue foto e parte dei suoi scritti alla Filson Historical Society. Le lettere di Mona Strader Bismarck sono datate 1916-1994 e sono costituite perlopiù dalla corrispondenza personale della contessa, e includono missive della Duchessa di Windsor, di Diana Vreeland, Gore Vidal, Randolph Churchill, Constantin Alajalov, l’illustrazione di copertina per il New Yorker e il Saturday Evening Post, e, ancora, lettere a Jean Schlumberger, Hubert de Givenchy, Cecil Beaton e molti altri. Una lettera di Constantin Alajalov era indirizzata a Mickey, che era stato anche ritratto da Alajalov. Mona amava i suoi cagnolini e ne ebbe numerosi nel corso della sua vita. Alla morte di Mickey ricevette tante lettere di condoglianze quante ne riceverà per la dipartita del terzo marito, Harrison Williams. Le lettere offrono uno sguardo intimo sulla moda e sulla società dell’epoca, come anche sulle posizioni inglesi ed europee rispetto al secondo conflitto mondiale. Bettina Bergery è destinataria e mittente di molte delle missive: costei era la modella preferita di Givenchy e moglie di Gaston Bergery, ambasciatore del governo di Vichy nell’Unione Sovietica e in Turchia.

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Abito Balenciaga appartenuto alla contessa, 1955



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Una mostra dei capi Balenciaga indossati da Mona von Birmarck



mona mona Close-up of the Bismarck Sapphire - Pendant to a diamond and platinum necklace, ©Smithsonian Institution.png

Il celebre zaffiro Bismarck donato dalla contessa al Museo di Storia Naturale della Smithsonian Institution



La Collezione Fotografica di Mona Strader Bismarck copre gli anni dal 1860 al 1979 e include i bellissimi scatti di Cecil Beaton, le foto di famiglia, dei numerosi mariti, degli amici e della contessa immortalata nel suo giardino a Capri e nel suo appartamento all’Hôtel Lambert a Parigi. Nel 1967 Mona von Bismarck aveva inoltre donato al Museo di Storia Naturale della Smithsonian Institution la collana con pendente che incorporava lo zaffiro blu dello Sri Lanka di 98.6 carati. L’istituzione rinominò in suo onore il gioiello come “La collana con zaffiro Bismarck”. Nel maggio 1986 la parte della sua eredità che comprendeva altri gioielli di valore fu battuta all’asta presso Sotheby’s a Ginevra: faceva parte di questa una sua famosa collana a due strati di perle, che fu venduta a più del doppio rispetto alla stima iniziale, per 410.000 dollari.

Nonostante gli scandali e gli eccessi, la bellezza e la vita glamour di Mona von Bismarck non sembrano essere sopravvissute alla morte di quest’ultima. Pochi scrivono di lei, sebbene sia stata una figura fondamentale in termini di stile ed eleganza; manca una biografia completa e l’unico testo degno di nota che la riguarda sembra essere “Kentucky Countess: Mona Bismarck in Art & Fashion” di James D. Birchfield. Resta la parabola di una donna che ottenne dalla vita tutto ciò che voleva, ma il cui sguardo appare triste e malinconico nella maggior parte delle foto che la ritraggono.


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Addio, Umberto Eco

Nato ad Alessandria nel 1932 e laureatosi a Torino con una tesi sull’estetica in San Tommaso D’Aquino, Umberto Eco alla fine degli anni cinquanta inizia a lavorare in Rai.

L’interesse per la cultura medievale, lo porta a scrivere il suo primo libro nel 1956: “Il problema estetico in San Tommaso”, chiaro riferimento all’argomento trattato in sede di laurea.

Nelle opere di Eco, predominerà sempre la filosofia medievale. Nel 1980 scrive “Il nome della rosa”: un best-seller dal carattere rivoluzionario. La fusione tra il giallo e il romanzo storico. Un’opera nata dalle capacità sopraelevate di un semiologo come Umberto Eco che conosce alla perfezione gli elementi della narratologia.

Il nome della Rosa” riflette la capacità dello scrittore ad  indagare nel caos infido della ragione umana. È l’attitudine di Eco a svelare un modo tutto inedito di intrecciare la letteratura di qualità al best-seller riuscendo a coinvolgere la cultura di massa.

Il successo del capolavoro è mondiale. Tradotto in più di quaranta lingue, la consacrazione de “Il nome della rosa” arriva con la pellicola di  Jean-Jacques Annaud che vede tra i protagonisti l’inossidabile Sean Connery nei panni di Guglielmo da Baskerville.

 

Sean Connery ne "Il nome della rosa" (fonte romafictionfest)

(fonte romafictionfest)

 

 

Da qui, un susseguirsi di importanti opere letterarie : “Il pendolo di Foucault”, “L’isola del giorno prima”, “Baudolino”, “Direi Quasi la stessa cosa”, “Il cimitero di Praga”, “A passo di gambero” e “Dall’albero al labirinto” . La lista dei suoi capolavori è colma di titoli, basti annoverare anche l’ultima fatica “Numero zero”: un romanzo ambientato a Milano che tocca i temi di Mani pulite e della Mafia.

Eco non era solo un abile comunicatore, ma anche un appassionato lettore: “Chi non legge a 70 anni avrà vissuto una sola vita, chi legge avrà vissuto 5000 anni.: c’era quando caino uccise Abele, quando Renzo sposò Lucia, quando Leopardi ammirava l’infinito… perché la lettura è un’immortalità all’indietro”, disse.

Il suo ingegno, la sua sopraelevata intelligenza, le sue proverbiali capacità di comunicazione, sempre vivide nei suoi progetti letterari, lo hanno visto candidato al Premio Nobel per la Letteratura, mai però aggiudicato.

Eco, resta un grande saggista, un lodevole scrittore. Un uomo sempre attento ad osservare e criticare le scelte politiche del nostro Paese e un appassionato docente universitario.

 

Umberto-Eco-è-morto-lo-scrittore-de-Il-Nome-della-Rosa-aveva-84-anni

 

 

Corteggiato da sempre da diversi quotidiani che si contendevano la sua firma per poter pubblicare le sue riflessioni, amato dal pubblico per la sua libertà di pensiero,  Umberto Eco lascia un ricordo immenso di sé, un vuoto incolmabile nel panorama culturale italiano.

Eco, infatti,  è spirato ieri sera alle 22:30 nella sua abitazione di Milano, all’età di ottantaquattro anni. L’ultimo addio allo scrittore avverrà  martedì 23 febbraio all’interno del Castello sforzesco di Milano, con una cerimonia laica.

Pape Satàn Aleppe, l’ultimo capolavoro dello scrittore, edito da La nave di Teseo di Elisabetta Sgarbi potrebbe essere presentato nelle librerie già nei prossimi mesi. Pape Satàn Aleppe raccoglierà “Le Bustine di Minerva”: la rubrica di Eco sull’ Espresso.

Marc Jacobs: Lady Gaga in passerella a New York

Tenebrosa e seducente, multiforme e a tratti confusionaria. Metropolitana e underground. Sicuramente gotica.  Insomma, non manca davvero nulla alla collezione autunno/inverno 16-17 di Marc Jacobs presentata a New York.

Un défilé importante quello di Jacobs che punta su una modella del tutto inaspettata per attirare l’attenzione del pubblico.  Madame Lady Gaga, infatti, incede sicura sulla passerella, con capelli biondo platino e trucco gotico. Continua dunque il sodalizio tra i due artisti visto la recente apparizione al Grammy di Lady Germanotta in abiti Marc Jacobs.

La collezione proposta è un omaggio al cinema horror, allo stile vittoriano contaminato da elementi gotici, al noir in tutte le sue declinazioni.

Ampiezze importanti, totali. Colletti e dettagli tricot. Gonne in pelle traforata. E poi maxi felpe, pois, fiocchi, piume, pellicce e mantelli daumier. Insomma, contaminazioni visive spettacolari, scenografici pattern come il coniglio, i gatti e i topi e ancora ballerine e graziosi angeli.

La palette di colori vede l’abuso del nero (vivido perfino nel make-up realizzato da François Nars) in qualche occasione accostato a colori più vivaci e comunque incupiti come il grigio e il rosa sporco.

L’unico tocco di colore, all’apparenza forzato, il rosa shocking degli stivali con chiusura a gancetti e maxi platform e le tracolle dalla misura midi.

Anna Wintour, Lizzy Plapinger, Debi Mazar, Christina Ricci, Natasha Lyonne e Juliette Lewis, sedute in prima fila, hanno goduto di uno tra i più grandiose spettacoli che la moda newyorkese sia stata in grado di proporre durante l’ormai passata settimana della moda newyorkese.

 

Lady Gaga modella per Marc Jacobs (fonte Madame Figaro)

Lady Gaga modella per Marc Jacobs (fonte Madame Figaro)

 

(fonte Madame Figaro)

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(fonte Madame Figaro)

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(fonte Madame Figaro)

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defile-marc-jacobs-automne-hiver-2016-2017-new-york-look-12

(fonte Madame Figaro)

 

(fonte Madame Figaro)

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(fonte Madame Figaro)

(fonte Madame Figaro)

 

(fonte Madame Figaro)

(fonte Madame Figaro)

 

 

L’Arabia Saudita sta collassando?

Per anni l’Arabia Saudita ha recitato la parte del partner mediorientale affidabile, l’unico. I sauditi ci vendevano petrolio ad un prezzo ragionevole e l’occidente chiudeva un occhio (o tutti e due) sulle violazioni dei diritti civili e sull’esportazione dell’estremismo wahabita. Un circolo virtuoso e un alleato prezioso in un’area importantissima e difficilissima da gestire. Ora qualcosa sembra cambiato.


Descrive l’Arabia Saudita come stato è difficile per un occidentale, ai nostri occhi può sembrare o una impresa politica con un business model insostenibile o una entità così corrotta e corruttibile da sembrare una organizzazione criminale. In entrambi i casi una entità instabile.


Pensata in un modo il sovrano saudita è un CEO di una azienda familiare che converte petroldollari in lealtà politica. Il modo in cui questo processo avviene è attraverso mazzette o concessioni commerciali agli appartenenti alla famiglia reale oppure con moderate concessioni pubbliche o posti di lavoro nei confronti del popolo. L’ordine è tenuto da una brutale polizia interna equipaggiata in tutto e per tutto dagli Stati Uniti.


L’occidente ha sempre pensato all’Arabia Saudita come a un pozzo senza fondo, sia che si parlasse di petrolio che di soldi. Il pensiero è vicino alla realtà nonostante le enormi spese militari che la famiglia al-Saud sta sostenendo ma una produzione come quella che l’Arabia Saudita sta sostenendo, unita alla fine delle sanzioni iraniane e al prezzo del petrolio sta creando un problema monetario in Arabia Saudita.


La “mancanza” di moneta forte ha creato uno scompenso anche sul mercato della lealtà. A quanto pare le tariffe per rimanere leali al governo di Riyad stanno rispondendo al mercato e stanno salendo.
Re Salman ha dovuto spendere una cifra gargantuesca per assicurarsi la lealtà dei suoi sudditi dopo la successione a re Abdullah.
Questo tipo di inflazione può portare all’insolvenza politica cioè i prezzi della lealtà continueranno a salire fino a quando il re non potrà più pagare e la lealtà degli altri membri della famiglia reale inizierà a vacillare.


Guardando all’Arabia nell’altro modo, quindi come una sofisticata impresa criminale, vediamo una entità le cui elite politiche e economiche sono sovrapposte in una rete monopolistica i cui fondi lasciano lo stato per finire investiti all’estero. Ogni servizio pubblico è votato alla creazione di capitale che viene investito al di fuori dello stato. Una cleptocrazia simile, ad esempio, all’Ucraina di Yanukivich.


Man mano che si procede in questa direzione i cittadini si sentiranno sempre più schiavi delle proprie elite e finiranno per ribellarsi, come succede in stati che hanno una situazione simile come Ucraina, Nigeria, Moldova o addirittura la Malesia. In alcuni casi le rivolte sono violente come lo sono state in Ucraina e i capi di stato devo cedere il potere o cambiare registro. In altri stati organizzazioni come al-Qaeda o Daesh hanno avuto gioco facile a penetrare la popolazione recitando la parte dei Robin Hood. Altri stati, come la Russia, si sono lanciati in campagne militari estere per allontanare gli occhi dei cittadini dalla situazione di casa.


Per il momento solamente la minoranza sciita saudita sta facendo sentire la propria voce ma anche la maggioranza sunnita, sempre più scolarizzata e in contatto con il mondo difficilmente rimarrà a lungo vittima di una cleptocrazia. Senza contare la presenza di un numero spropositato di lavoratori che arrivano da altri stati per lavorare in condizioni simili allo schiavismo. Il numero è cresciuto così tanto da essere superiore a quello dei cittadini residenti nel paese e prima o poi anche loro reclameranno dei diritti.


Storicamente l’Arabia Saudita esiliava i dissidenti ma ora Salman sembra voler passare ad altri strumenti tipici degli autocrati: esecuzioni di dissidenti, guerre, fomentare le divisioni settarie all’interno della società.
Se questo non dovesse bastare Salman dovrebbe iniziare a spendere sempre di più per assicurarsi la lealtà dei moltissimi gruppi di potere o dovrebbe iniziare una guerra.
Una guerra che è già combattuta per procura in Yemen contro i ribelli Houthi appoggiati dall’Iran. L’altra soluzione è la rivolta che può essere una semplice protesta in stile primavera araba o una rivolta a stampo jihadista.
Ogni soluzione sarebbe comunque dolorosa.

La spettacolarizzazione dell’informazione

Il tema della spettacolarizzazione non tocca solo la politica, ma contagia la stessa informazione, soprattutto quando ha un confine labile con l’opinione.
In una strana deriva dettata apparentemente dal fatto contingente che “i giornali vengono fatti il giorno prima per il giorno dopo” e che quindi “la notizia” in sé è già stata data e veicolata al pubblico, sempre più spesso il quotidiani – ed ancor più i settimanali – hanno scelto, in luogo di una attività giornalistica di approfondimento, di puntare su una sovrabbondanza di opinioni.
E l’opinionista si presta alla spettacolarizzazione televisiva anche più della politica, potendo spaziare su qualsiasi campo, genere, pubblico ed argomento.
Questa migrazione tra carta stampa stampata e televisione è anch’essa bivalente: da un lato la tv beneficia di opinionisti versatili, generalisticamente o specialisticamente preparati, che mediamente riescono a dare un contributo contenutistico alla trasmissione, dall’altro il mondo della carta stampata, in un tempo di decrescita dell’affezione del lettore e della propensione alla lettura, beneficia di fatto di veri e propri spot promozionali per il proprio prodotto.


Soprattutto per quanto attiene a prodotti editoriali di aree linguistiche minori (Italia, ma anche Grecia, in alcuni casi Germania, paesi nordici in generale) l’apparizione televisiva costante di direttori e “firme di punta” sul medium televisivo finisce con l’essere garanzia di sopravvivenza.
E questo comincia avvenire anche in paesi in cui, sebbene il pubblico linguistico sia contenuto, resta alta la propensione alla lettura (per ragioni storiche e culturali, come in Francia, Germania, Scandinavia).
Questo fenomeno tuttavia porta con sé molti problemi. In primo luogo la spettacolarizzazione televisiva, con l’adozione dei tempi e del linguaggio mediatico della televisione, si presta poco e male al tipo di approfondimento giornalistico tipico della carta stampata.
Contemporaneamente non è affatto detto che la migliore firma giornalistica, che descriva al meglio un fatto, un fenomeno, un evento, sia anche adeguatamente telegenica da poter essere “ospite televisivo” – requisito mediatico indispensabile. E accade spesso invece che un giornalista della carta stampata sebbene “mediocre” o comunque abbondantemente nella media, possa divenire star televisiva per ragioni comunicative, estetiche, caratteriali, del tutto indipendenti dalla sostanza della propria professione e professionalità.


Laddove gli ospiti del giornalismo televisivo sono numerosi, variabili, fortemente alternati, i macroproblemi finiscono qui. Laddove invece – come avviene soprattutto in Europa, e come ha ben illustrato Alberto Baldazzi nella sua annuale analisi dell’Osservatorio TG – tale presenza si riconduce ad un numero di ospiti particolarmente ridotto, quasi fosse “un circolo”, si pongono una serie di problematiche aggiuntive.


In parte sono le stesse di cui possiamo parlare a proposito dei problemi di accesso e di pluralismo nell’informazione politica. Si pone in altre parole un problema di accesso e di pluralismo di informazione ed opinione, che si traduce anche – nell’informazione e nella comunicazione politica – in una “monotonia” di temi, argomenti, argomentazioni e repliche. Essendo gli ospiti pressoché fissi, sempre gli stessi, in format complessivamente statici, non c’è spazio per “altro ed altri” (il che tra le altre cose genera quella “crisi di audience dei talk show” di cui il mondo giornalistico parla senza tuttavia affrontarlo sul serio, preferendo pensare che sia il pubblico non interessato e non che ci sia un errore giornalistico/informativo).
In parte le problematiche sono invece le stesse di cui parlerò a proposito della “simulazione”, sia della trasparenza politica sia dell’informazione. Quando questa diventa spettacolo, intrattenimento, e i giornalisti – che dovrebbero essere protagonisti del mondo dell’informazione – diventano personaggi soggetti alle regole dell’audience, il contenitore ed il contenuto televisivo diventano qualcosa di più simile ad uno spettacolo di intrattenimento e di reality che non di approfondimento ed analisi.


Questo fa sì, per tornare al tema della simulazione, che anche gli scontri, i confronti aspri, le critiche, più che “autentiche” finiscano con l’essere apparenti e simulate a beneficio del pubblico.
All’interno di pur note ed evidenti divergenze di opinioni e punti di vista, appare chiaramente difficile pensare che giornalisti che si incontrano anche quattro volte nella stessa settimana in diversi talk show o trasmissione di apparente approfondimento possano “autenticamente scontrarsi in piena trasparenza, dovendo rincontrarsi altre quattro volte la settimana successiva. Ed appare chiaro che il dibattito sia politico che informativo diventa la simulazione di se stesso. Una “messa in scena” per essere “messa in onda”.

Juno Calypso e Felicity Hammond vincitrici del British Journal of Photography Awards 2016

Juno Calypso e Felicity Hammond sono le vincitrice del British Journal of Photography Awards 2016, il premio di fotogiornalismo più ambito al mondo indetto dal British Journal of Photography.

La fotografa londinese Juno Calypso, già vincitrice del Catlin Art Prize nel 2013 si è aggiudicata il premio con una serie di scatti intimi, una sorta di autoritratti in cui impersona Joyce, il suo Alter-ego. Le immagini riflettono  in forma allegorica “i rituali moderni della seduzione”. Juno diventa cavia di se stessa  vivendo una sorta di luna di miele in un hotel in Pennsylvania.

 

Massage Mask, from the series Joyce, 2015 © Juno Calypso

Massage Mask, from the series Joyce, 2015 © Juno Calypso

 

Seaweed Wrap, from the series Joyce, 2015 © Juno Calypso

Seaweed Wrap, from the series Joyce, 2015 © Juno Calypso

 

Ecco che i rituali di bellezza all’interno di un bagno malconcio, vengono immortalati in tutto il loro proverbiale significato: l’ossessione di apparire, quella ricerca osannata di essere apprezzata ad ogni costo.

Juno ama esplorare la psiche umana e i sentimenti che intercorrono in essa: desiderio, delusione, solitudine e seduzione. Ne esce fuori un lavoro illusorio, colmo di messaggi intrisi di significato indirizzati soprattutto all’universo femminile.

 

Slendertone II, from the series Joyce, 2015 © Juno Calypso

Slendertone II, from the series Joyce, 2015 © Juno Calypso

 

The First Night, from the series Joyce, 2015 © Juno Calypso

The First Night, from the series Joyce, 2015 © Juno Calypso

 

 

Hannah Watson, direttore della TJ Boulting Gallery di lei afferma: “La fotografia di Juno ha un’identità molto originale; visivamente è surreale e seducente “.

Felicity Hammond, dal suo canto, ha conquistato la giuria del premio composta oltre che da Hannah Watson anche da Sean O’Hagan critico fotografico del “The Guardian”, Bruno Ceschel e Diane Smyth, grazie a  “Restore to Factory Settings”: uno scatto del 2014 che immortala un paesaggio urbano smembrato e le rovine di una fabbrica non lontana dal centro di Londra.

Per Felicity il blu è un colore corrotto, doppiogiochista. È una tonalità allegorica.

 

Restore to Factory Settings, 2014 © Felicity Hammond

Restore to Factory Settings, 2014 © Felicity Hammond

 

 

Laureata presso il Royal College of Art, la fotografa londinese spiega così il suo lavoro: “L’immagine esplora l’interazione tra il passato e il presente”;  motivazione incalzata da Emma Lewis che ha sostenuto: “Si tratta di un approccio completamente nuovo al tema tradizionale del paesaggio post-industriale britannico.”

I progetti artistici di Juno Calypso e Felicity Hammond saranno esposti a Londra all’interno della TJ Boulting gallery da 25 febbraio al 12 marzo 2016.

Oscar de la Renta incanta New York

Sontuosa, regale, principesca la sfilata Oscar de la Renta per l’Autunno/Inverno 2016-2017. Peter Copping fa sfilare a New York un inno alla femminilità.

Da sempre emblema incontrastato di certa sublime eleganza americana, fatta di abiti scultura e suggestioni vittoriane, Oscar de la Renta non perde la sua identità originaria. E se Carrie Bradshaw in “Sex & the City” non perdeva occasione per dichiarare la sua adorazione per le iper femminili creazioni del brand, già nel corso degli anni Settanta il geniale couturier (scomparso nel 2014) si poneva come controparte statunitense dei più noti stilisti francesi.

Amato da star del calibro di Grace Kelly e Andy Warhol, le sue creazioni hanno fatto storia. Adesso Copping, alla direzione creativa del marchio da circa un anno, va alla riscoperta degli archivi storici della maison, in un excursus stilistico che dagli albori del marchio ci porta fino ai giorni nostri. È quindi nel segno della tradizione che si impone la collezione per la prossima stagione invernale. La modernità si sposa alla perfezione con il glorioso passato, in un sublime gioco di citazioni, rimandi e sperimentazione.

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Materiali high-tech si mixano ad ispirazioni che provengono dal 18esimo secolo, come il bustino in lana stretch accompagnato dalla gonna da ballo in taffettà grigio. Trionfo barocco di broccati di seta per tailleur a abiti impreziositi da colletti bon ton in pelliccia.

Romantica, sofisticata e leggiadra, la donna ODLR è fiera della propria femminilità, che non perde occasione di sottolineare attraverso vezzi a tratti infantili, come i fiocchi di taffettà che sbucano da capi che sembrano ancora imbanditi. Largo a gonne a ruota su prom dress, corsetti, sete damascate, pizzo, dettagli lingerie, broccati preziosi. Poi, il guizzo creativo di unire la pelle e materiali innovativi, che si inseriscono nell’ambito della più antica tradizione sartoriale.

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Nella palette romantica rosso, rosa, turchese, tocchi in oro, bordeaux e tanto fucsia. Largo a seta, organza, raso e stoffe pesanti su abiti scultura: la donna di ODLR è una Cenerentola moderna, pronta per andare al party più glamour. Full skirt in tulle esprimono un’opulenza barocca, tra oro all over, pattern floreali e dettagli sparkling. Tra fiocchi, nastrini, cappottini bon ton, spuntano le stampe tapestry, mentre la scelta dei materiali usati guarda al futuro.

Sfilano in passerella abiti da ballo che profumano di haute couture, tra soffici nuvole di tulle e costruzioni ardite e rigorose. Nella Prince George Ballrom di Madison Square Park si celebra la femminilità. L’eredità di Oscar è in buone mani e la moda a volte riesce ancora a farci sognare.

(Foto Madame Figaro)


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“Non è con gli occhi che amore guarda”, l’omaggio teatrale a Shakespeare

Una storia d’amore tra un Lui e una Lei attraverso sonetti e stralci di opere di Shakespeare. I due innamorati parleranno con le parole di Romeo e Giulietta, di Benedetto e Beatrice, di Bassanio e Porzia e di altri personaggi ancora, vivendo così tutte le fasi della loro conoscenza, dall’incontro iniziale fino all’epilogo, di cui non voglio svelare l’esito.


In occasione del quarto centenario dalla morte di Shakespeare, che ricorre in questo 2016, così l’autore e interprete Maurizio Canforini ha voluto tornare in scena con lo spettacolo “Non è con gli occhi che amore guarda”, omaggio alla grandezza del bardo di Stratford.





Reduce dai recenti successi di pubblico e di critica ottenuti grazie a “Tutti felici, tranne me…” e “Roma, amor mio…”, Maurizio Canforini inaugura il 2016 con un nuovo spettacolo, “Non è con gli occhi che amore guarda”.


Non è la prima volta che l’autore e interprete Maurizio Canforini omaggia Shakespeare, lo ha già fatto nel suo libro “Molto rumore per facebook”, che è l’adattamento in forma di romanzo dello shakespeariano “Molto rumore per nulla”.


Tutto ciò è reso possibile dalla straordinaria capacità che ha avuto Shakespeare di sondare l’animo umano in tutte le sue sfumature. Ognuno di noi, ascoltando i suoi versi, finisce sempre per ritrovare parte di sé e della sua vicenda esistenziale. Una magia che si ripete da oltre quattrocento anni e non si esaurirà mai.





Maurizio Canforini, scrittore, autore, attore e regista teatrale, ha otto libri all’attivo, dall’esordio letterario del 2005 con “Avrei voluto essere” fino all’ultima fatica, il romanzo “Molto rumore per Facebook” edito nel 2015. Per il teatro ha scritto, diretto e interpretato “Affácciati alla finestra”(2010, 2014), “Non so nemmeno dir Ti voglio bene” (2010), “Roma, amor mio…”(2012, 2015), “Il Dolce inganno dell’amore (2014, 2015) e “Tutti felici, tranne me…”(2015). Alessia Tona, cantante, attrice e regista siracusana, già nota in precedentemente ensamble in “Sweeney Todd, il diabolico barbiere di Fleet Street” per la regia di Marco Simeoli e coreografie di Fabrizio Angelini. Già protagonista di “Roma amor mio” e “Tutti felici tranne me” di Maurizio Canforini. Marco Belocchi, attore e regista teatrale. Attivo sulle scene dal 1980, ha lavorato con registi quali L. Ronconi, A. Trionfo e L. Salveti. È stato direttore artistico del Teatro Stabile del Giallo di Roma e tra le sue ultime regie va annoverato Il Principio di Archimede (2015).


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Politicamente scorretto

Da Batman a Superman, da Capitan America a Spiderman, da Thor ad Iron Man. Il cinema contemporaneo ha dato pieno sfoggio di una moltitudine di supereroi dotati dei poteri più disparati. Ma ciò che vi stiamo per raccontare esula dal contesto appena delineato. Tratto dall’omonimo fumetto della Marvel, Deadpool si differenzia dai suoi predecessori per alcune caratteristiche insite nel personaggio, nonché per lo stile di vita e la corrente di pensiero rappresentati dall’eroe in questione. Dopo dodici anni di tentativi andati in fumo, il noto attore canadese Ryan Reynolds corona il suo sogno: vestire i panni di Deadpool, in un film dai toni corrosivi e tutt’atro che sdolcinati. Vediamo di cosa si tratta.
Il protagonista della storia è Wade Wilson, un mercenario dall’animo egoista e dichiaratamente venale. Il suo carattere scorbutico ed arrivista tuttavia viene addolcito da una ragazza, Vanessa Carlyse, una prostituta di cui s’innamora perdutamente. Le cose sembrano procedere a meraviglia, fino a quando Wade scopre di avere un cancro all’ultimo stadio. Un misterioso individuo lo avvicina e gli propone una cura a dir poco insolita. Wade accetta, ma finisce per essere vittima di un terribile esperimento genetico…


Deadpool

Deadpool




Distribuito nelle sale cinematografiche italiane dalla 20th Century Fox a partire da giovedì 18 febbraio, Deadpool è un film d’azione dallo humor tagliente e dalle battute al vetriolo. La natura metatestuale appartenente al linguaggio del supereroe, di cui la sceneggiatura elaborata da Rhett Reese e Paul Wernick è intessuta, è assolutamente sfacciata e politicamente scorretta.
Le frecciatine che partono dalla bocca di Deadpool non risparmiano nessuno: la saga di Star Wars, l’attore Liam Neeson, Hugh Jackman (alias Wolverine) e persino gli stessi fumetti della Marvel. Anche uno dei film interpretati da Ryan Reynolds in persona viene preso di mira, Lanterna Verde, uno dei flop più evidenti nella carriera dell’attore canadese.
È altrettanto vero che Reynolds (di cui ricordiamo alcuni suoi film come Amityville Horror e Buried – Sepolto) se la cava piuttosto bene nella parte del supereroe cinico e buontempone. Provate a pensare alla sua interpretazione del personaggio Hannibal King nel film Blade: Trinity del 2004 e concorderete su quanto scritto.


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La comicità estremamente scurrile di Deadpool va di pari passo con quella di alcune commedie con protagonisti James Franco, Seth Rogen, Jonah Hill e via dicendo. Il nostro (anti)supereroe si farà largo tra espliciti riferimenti sessuali e ovviamente una valanga di cadaveri, uccisi barbaramente come se ci trovassimo dinanzi ad un film splatter.
Deadpool è un mix di elementi perfettamente riconoscibili ed individuabili: un abito simile a quello di Spiderman, un animo freddo e privo di pietà, poteri alla X – Man e battute da nerd incallito.
Tim Miller segna il suo debutto alla regia con una pellicola adatta ad un pubblico adulto ed infarcita d’individualismo, esibizionismo e di bizzarrie al limite dell’indecenza. Il tutto condito con una pessima fase di doppiaggio italiano.


Deadpool in azione con le sue pistole...

Deadpool in azione con le sue pistole…




Tutto ciò può comunque risultare originale, ma in realtà non è così. Deadpool infatti, nel corso dei 107 minuti di durata, lascerà ben presto il posto al classico film d’azione con protagonista un supereroe, ricalcando i medesimi stilemi narrativi e scenografici: risale alle origini del personaggio, per concludere la sua corsa con la consueta battaglia finale contro la sua nemesi creatrice, con l’ausilio di una troupe di altri supereroi accorsi sul luogo.
Da segnalare la discreta prova recitativa di Morena Baccarin, attrice brasiliana naturalizzata statunitense, nel ruolo della prostituta, nonché fidanzata di Wade Wilson, Vanessa Carlyse. Tra le opere che l’hanno vista tra i protagonisti citiamo a titolo esemplificativo Serenity del 2005, Stolen – Rapiti del 2010 e Spy del 2015, quest’ultimo a fianco di Jason Statham, Jude Law e dell’irriverente Melissa McCarthy.

 

Perché nessuno attacca Daesh in Libia?

Daesh è sempre più minacciosa e vicina all’Europa.
Sirte è diventata la testa di ponte di Daesh nell’area mediterranea e Sirte è a 600 km dalle coste siciliane.
Recentemente è emerso un piano USA che prospetterebbe la raccolta di intelligence per lanciare una serie di attacchi su obiettivi sensibili da accompagnare con la presenza sul campo delle forze speciali con l’obiettivo di addestrare gli eserciti libici un po’ sul modello di quanto fatto in Siria.


Qualche settimana fa ufficiali dell’esercito americano avevano confessato al New York Times di stare preparando questi piani ma di aver bisogno di più tempo per creare un base di intelligence affidabile. Ora sembra che questi piani siano passati in secondo piano. Obama, probabilmente, negli ultimi mesi della sua amministrazione non vuole imbarcarsi in un altro pantano come in Siria e Iraq.


Gli USA continueranno a colpire, occasionalmente, leader di Daesh nel caso abbiano intelligence affidabile su modello di quanto è accaduto a novembre con l’attacco di un drone che ha ucciso Abu Nabil al-Anbari, leader di Daesh in Libia.


Questa strategia americana mostra la differenza di obiettivi tra USA e Europa.
Per gli europei Daesh in Libia è un problema serio e immediato. Dalla zona controllata da Daesh arrivano migliaia di migranti sulle coste italiane e una eventuale diffusione di terroristi in tutta Europa è, nella pratica, inevitabile.
Mentre per gli americani ci sono problemi più importanti dell’emergere di un altro hub di Daesh nella regione.
Certo avere un centro operativo di Daesh come lo sono Raqqa e Mosul sulle coste del mediterraneo a 600 Km dall’Italia non è una situazione ideale per nessuno.


Nei corridoi di Bruxelles si parla della questione libica da mesi, qualcuno addirittura suggerisce che l’Italia abbia già degli uomini sul campo di battaglia a protezione dei pozzi italiani.
Nonostante questo, però, la situazione diventa sempre più preoccupante; alcuni mesi fa nella zona di Sirte si contavano circa 1.000 combattenti di Daesh ora si parla già di 5.000 e il numero sembra destinato a crescere. I musulmani che desiderano far parte dello Stato Islamico hanno sempre più difficoltà a raggiungere la Siria e l’Iraq per cui in Libia i miliziani sembrano destinati a moltiplicarsi.


Nel frattempo arrivano racconti sempre più raccapriccianti dalla zona. Gli abitanti non possono andarsene in quanto i combattenti, originari di Egitto, Chad, Niger e Tunisia, glielo impediscono come succede a Raqqa o Mosul.
Alcuni raccontano che i miliziani si stiano preparando ad arroccarsi in attesa di un intervento europeo.
Gli USA però sembrano non intenzionati a dare una mano ai loro alleati al di là dell’oceano almeno fino a quando i due governi libici, quello di Misurata e quello di Tripoli riusciranno a creare un governo di unità nazionale.


Quello che sembra sicuro è che Obama pensa che Italia e Francia, i due stati più coinvolti per motivi geografici/economici debbano prendere la guida di un eventuale intervento armato ma entrambi i governi si sono sempre mostrati freddi riguardo ad un intervento contro Daesh ma i loro interessi economici non erano messi in pericolo, la Siria e l’Iraq sono lontani. La situazione ora potrebbe cambiare.

Ilaria Fiore: la nuova promessa della moda italiana

Magda: contrapposizioni e capi strutturati per una collezione dal sapore androgino, che trae ispirazione dal folklore ponendo un’attenta indagine visiva sul fenomeno del Tarantismo. Capi asimmetrici che sfruttano la netta rigidità della pelle e la fluidità della seta e del cady.

Ilaria Fiore, la giovane fashion designer di Altamura vincitrice del premio Talents 2016 indetto da Accademia di Costume e Moda con il patrocinio di Altaroma, Camera Nazionale della Moda Italiana, Regione Lazio  e Roma Capitale, racconta la collezione che le ha permesso di aggiudicarsi il premio, definendola: energica, sofisticata e sperimentale.

 

 

 

Ilaria, innanzitutto ti faccio i miei complimenti per la meritata vittoria. Facciamo un passo indietro nel tempo: quando hai iniziato ad interessarti di moda?

Il mio interesse per la moda lo definirei abbastanza recente. Fin da piccola ho sempre amato l’arte, in tutte le sue forme e quando qualcuno mi chiedeva cosa volessi fare da grande,  io rispondevo che volevo diventare un’artista. Crescendo, poi, durante gli anni del Liceo, mi sono accorta che non ci fosse nulla di più affascinante che abbinare la bellezza alla funzionalità: il design. Dopo la maturità ho scelto di studiare design di moda, perché ho sempre trovato interessante l’essere umano e i suoi mille modi di comunicare la propria personalità: attraverso l’abbigliamento, per esempio.

 

Raccontaci della collezione, da cosa hai tratto ispirazione?

Il mio punto di partenza è stato il “Tarantismo”. La mia analisi si è concentrata sull’aspetto psicologico della donna “tarantata”, afflitta da un malessere interiore che la porta ad una lotta fra perbenismo e anticonformismo, dando forma così alla rinascita di un’espressione sensoriale elegantemente femminile. Si tratta di un percorso mentale ambivalente che si traduce in capi spesso asimmetrici: costruiti e rigidi da una parte e drappeggiati e fluidi dall’altra. Materiali che vanno da pelli di vitello liscio accoppiate con neoprene a cady di seta e panni cachemire.

 

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Qual è l’elemento principe che compone l’idea progettuale?

L’elemento principe è l’accessorio dalla forte valenza estetica e funzionale. Tutto inizia da un concetto d’abbigliamento che racconta di un donna pronta ad infrangere l’ordinarietà. Mentre elaboravo il total look, ho pensato : “Ma che genere di  borsa indosserebbe la mia donna?”

Di certo non l’avrei mai immaginata con una borsa bon ton ed è così che alcune parti rigide e costruite che avevo disegnato in contrasto con i drappeggi, diventano borse strutturate anatomicamente sul corpo. Un interessante compromesso da cui nasce uno zaino indossato come se fosse un gilet e che mantiene al tempo stesso la sua funzione, quindi sganciabile!

 

Tre aggettivi per definire la tua collezione.

Energica, sofisticata, sperimentale.

 

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Sono curiosa di conoscere come hai vissuto i momenti prima della proclamazione.

Prima della proclamazione ero in balia di troppe emozioni, impossibili da scandire una per una. Mi guardavo intorno sorridente tra i miei compagni d’Accademia e pensavo: “Assurdo,  mesi e mesi di lavoro, che si esauriscono in così pochi indimenticabili minuti.”

 

Quanto contavi  di vincere?

Non mi aspettavo affatto di vincere. Suppongo sia stato abbastanza evidente, a giudicare dalla mia espressione facciale immediatamente dopo la proclamazione. Che ridere. E’ stata una sorpresa perché ero circondata da altre 14 collezioni validissime, che hanno messo in seria difficoltà tutta la giuria.

 

Ed ora, cosa speri possa accadere in futuro?

Spero tanto di continuare ad imparare. Imparare dai grandi, per poi dare del mio. Dopo più di tre anni in Accademia, il coronamento di un percorso terminatosi così splendidamente, sarebbe quello di iniziare a lavorare per i brand più importanti del settore.

 

 

Delpozo: l’arte e l’estremo Oriente seducono a New York

Esplosione di creatività e ingegno durante la New York Fashion Week con Delpozo che sbalordisce con colori fluo, dettagli luxury ed evoluzioni stilistiche.

Il marchio madrileno capeggiato dal direttore creativo Joseph Font presenta una collezione ispirata dall’arte con elementi espressionistici tedeschi e surreali, come i dettagli  desunti dall’ingegneria industriale e le illustrazioni digitali create dall’illustratrice Daria Petrilli, per l’occasione.

I volumi dettano il ritmo visivo della collezione con capi a tutta ampiezza creati grazie alla duttilità del neoprene.

La cultura giapponese detta legge nelle linee degli abiti con kimoni fascianti e straordinari origami ottenuti con maestria grazie a tagli e pieghe ricavate dal tessuto.

I colori  sono stati accostati abilmente, lasciando percepire freschezza e serenità. Il viola intenso, viene affiancato al rosa cipria e al giallo, il cammello al giallo fluorescente e a macchie di colore azzurro.

Dettagli lussuosi nei guanti ornati da fantastici corolle 3D che fioriscono come giardini di primavera. A scintillare anche i platform con effetti glitterati e gli accessori che si vestono di fantastici cristalli.

 

(fonte Madame Figaro)

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(fonte Madame Figaro)

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(fonte Madame Figaro)

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(fonte Madame Figaro)

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(fonte Madame Figaro)

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Eva Robin’s, la video intervista esclusiva (versione integrale)

C’era una volta una bellissima peccatrice che attirava l’attenzione dei media. Il suo nome è Eva Robin’s, si esibiva nelle ville dei politici, nei salotti colti degli artisti, invitata dagli “illuminati” e dai curiosi, e mostrava la sua verità sessuale: il pene. Il pene su un corpo di donna.

Sulle copertine, tra la sinuosità dei seni naturali (Eva inizia a prendere ormoni femminili all’età di 14 anni) e la sfacciataggine di un pene, si crea un personaggio. E mi sembra cosa molto superflua rispetto a quello che vedo oggi, qui, nella sua casa.

Siamo nel centro di Bologna, ultimo piano di un palazzo. Per le scale, pile di libri e oggetti d’arte. Entrando troviamo la Cina, l’Africa e la Francia tra gli scaffali e i mobili, un boudoir dalle tende chiuse e dalla luce soffusa, un ambiente che obbliga al silenzio.

Tutto sembra avvolto da mistero, le porcellane cinesi ricoperte da collane in turchese, le statue rivolte verso le finestre, gli angoli accesi dalle piccole luci natalizie, il bambin Gesù sotto una lampada giallastra – tanti ammennicoli che ricordano un luogo di preghiera. Eppure Eva Robin’s è atea.

Il sorriso si posa sulle sue labbra come una falena stanca. Il personaggio è scomparso, o meglio, ogni tanto viene fuori timido con qualche smorfia, qualche battuta sarcastica; ma quel coraggio, forse a volte un poco incosciente, di una Eva ventenne, non c’è più.

Lontana dai proiettori, Eva Robin’s si dedica al teatro, che l’ha aiutata a scacciare i fantasmi. E’ bellissima, conserva il fisico di una ragazzina e una sensualità innata, le finte ciglia vibrano, la voce è calda, docile, in sottofondo c’è il Requiem di Mozart.


(leggi tutto su “Eva Robin’s si mette a nudo“)

Qui la video intervista in versione integrale:



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Eva Robin’s si mette a nudo


Video Intervista esclusiva ad Eva Robin’s

Mickael Kors Collection: garbo e glamour sfilano a New York

Mickael Kors Collection docet!

Si, perché la collezione autunno/inverno 16-17 presentata a New York è priva di eccessi, di provocazioni. Il marchio lancia una moda portabile sempre, garbata, in perfetto street style.

Il défilé proposto dallo stilista presenta, pertanto, capi comodi ed essenziali. Il maglione tricot old school viene abbinato alla camicia per una mise da vera liceale. La cintura in pelliccia è l’unico vezzo dell’abbinamento.

Il vello dell’animale, in realtà, è riproposto sia in dettagli come i manicotti e il collo degli over coats che con magnifici pattern floreali dal sapore vintage.

Caban doppio petto sono abbinati abilmente ai jeans resi glamour da curiose piume che ritroviamo anche su abiti cocktail total black con scollatura profonda. Minigonne contenute dalla linea a trapezio, aprono la strada a pantaloni scivolati effetto sparkling.

È colourful la palette di colori scelta per animare la collezione: dal mauve al verde vitaminico, dal color cammello  al gold fino alle svariate tonalità del blu.

Essenziali anche gli accessori: tracolle, cinture catena e mocassini declinati nel classico nero e oro e tronchetti animalier, chiudono il progetto creativo di Mickael Kors.

 

(fonte Madame Figaro)

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(fonte Madame Figaro)

 

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(fonte Madame Figaro)

 

 

Il governo degli Stati Uniti ha chiesto ad Apple di rendere iOS vulnerabile

Il CEO di Apple, Tim Cook ha risposto con una lettera aperta alla richiesta di un giudice che sta indagando sul massacro di San Bernardino di cambiare il software che Apple usa per iPhone, iOS, per renderlo vulnerabile grazie a una backdoor che permetterebbe agli inquirenti di penetrare i dispositivi degli indagati.


Per la precisione un giudice federale ha ordinato ad Apple di aiutare il governo statunitense a sbloccare e decriptare l’iPhone 5C che apparteneva a Syed Rizwan Farook, l’uomo che insieme alla moglie ha sparato a un gruppo di persone a San Bernardino nello scorso dicembre.


Nel passato Apple ha aiutato le autorità competenti a estrarre dati da iPhone dopo aver ricevuto una richiesta ufficiale. Da iOS 8, tuttavia, la criptazione totale è stata abilitata di default, un decisione presa, appunto, per evitare queste richieste da parte dei governi. “Al contrario dei propri concorrenti Apple non può superare il vostro codice per cui non può accedere ai vostri dati” avevano dichiarato da Cupertino al tempo della distribuzione di iOS 8. In questo modo è tecnicamente impossibile per Apple aiutare i governi che richiedono l’accesso ai propri dispositivi.


Tim Cook ha, tuttavia, risposto in modo aggressivo alla richiesta del governo e nella sua lettera, dopo aver spiegato perché una criptazione sia necessaria e aver brevemente raccontato la strage di San Bernardino ha spiegato nello specifico cosa ha chiesto il giudice:


Abbiamo grande rispetto per i professionisti dell’FBI e crediamo che le loro intenzioni siano buone. Fino a questo momento abbiamo fatto tutto quello che è in nostro potere, nel rispetto della legge, per aiutarli. Ora il governo statunitense ci ha chiesto qualcosa che, semplicemente, non abbiamo e che consideriamo troppo pericoloso da creare. Ci hanno chiesto di costruire una backdoor per iPhone.


Nello specifico l’FBI ci ha chiesto di fare una nuova versione del sistema operativo per iPhone, passando sopra a diverse caratteristiche di sicurezza molto importanti, e di installarlo sull’iPhone che hanno recuperato durante l’inchiesta. Nelle mani sbagliate questo software, che oggi non esiste, avrebbe il potenziale per sbloccare qualsiasi iPhone fisicamente in possesso di chiunque.


L’FBI può usare parole differenti per descrivere il tool ma non illudetevi: costruire una versione di iOS che superi le impostazioni di sicurezza in questo modo creerebbe inevitabilmente una backdoor. Il governo può argomentare che l’uso sarebbe limitato a questo caso ma non c’è modo di garantirlo.


L’ordine della corte, difatti, era questo:


L’assistenza tecnica di Apple deve provvedere a queste tre importanti funzioni: (1) superare la funzione di auto cancellazione sia che sia abilitata sia che non lo sia; (2) abiliterà l’FBI a mandare password al dispositivo in oggetto allo scopo di testarlo tramite la porta fisica, Bluetooth, Wi-Fi o altri protocolli disponibili sul dispositivo e (3) assicurerà che quando l’FBI inserirà password nel dispositivo in questione il software non introdurrà automaticamente nessun ritardo aggiuntivo tra i tentativi di inserimento al di là di quanto il dispositivo Apple non abbia già.


In pratica, ora, ci sono delle misure preventive per evitare che qualcuno prenda il vostro iPhone e vi entri usando un attacco brute force. L’FBI vorrebbe una backdoor che permetterebbe questo tipo di attacchi con un modo di inserire la password tramite la presa Lightning e che non ci sia tempo da aspettare tra un inserimento e l’altro. In questo modo penetrare nel dispositivo diventerebbe molto facile.


Apple si sta opponendo all’ordine in quanto, secondo loro, nessuna compagnia americana è mai stata costretta a mettere i suoi clienti davanti ad un rischio così grande. Cook ha specificato che stanno combattendo contro le richieste dell’FBI con grande rispetto per la democrazia americana.

Antony Morato – “I am who I am”

La moda si rimodella spesso e si reinventa. E’ il caso di Antony Morato che si ispira al passato per creare nuove tendenze, la Maison italiana si trova in più di 3.000 punti vendita in tutto il Mondo in più di 65 Paesi.


Antony Morato ha il 60% del suo fatturato al di fuori dell’Italia, e nel 2014 è cresciuto del 70% nelle sue esportazioni, si tratta di una Maison recente, creata nel 2007 da Lello Caldarelli e in meno di un decennio con il suo stile e qualità ha sollevato seguaci in tutto il mondo.


Nel 2016 la Maison Antony Morato presenta la sua nuova campagna “I am who I am” (Io sono colui che sono), in linea con le nuove tendenze nel mondo della moda, Morato porta la comprensione del sé, il bisogno di sentirsi bene, di interpretare la sua essenza e attraverso la sua modalità di vestire e presentarsi, in un equilibrio sottile e rivelatore senza paura o eccessi.


Questa proposta di Antony Morato, così come il nome della campagna, mi ha ricordato la diva degli anni ’80, Gloria Gaynor e la sua hit che ha fatto ballare il mondo nel 1984, “I am who I am”, rivedendo il testo di questa canzone mi sono imbattuto nell’essenza diAntony Morato:


“Life’s not worth a damn
Till I can say
I am what I am”



“And so what if I love each sparkle and each bangle
Why not try to see things from a different angle
Your life is a shame
Till you can shout out
I am what I am”



“It’s one life and there’s no return and no deposit
One life so it’s time to open up your closet
Life’s not worth a dam till you can shout out
I am what I am”



Antony Morato ha deciso nel 2016 di puntare su questo incredibile viaggio di sentirsi bene senza scordarsi di essere elegante. Le fotografie di Sofia Malamute, un’argentina che a soli 22 anni, residente negli Stati Uniti ha già lavori pubblicati nella rivista Vogue e altri esponenti dell’arte della fotografia di moda, considerato un esperta nel modo di gestire il gioco tra il nero e bianco, avremo una collezione di alta qualità per la prossima stagione.


Antony Morato si reinventa, portando anche nuove idee per il suo logo, cosa che ha fatto con grande maestria senza perdere l’aspetto storico del brand, ma stampando nel logo la crescita che Antony Morato ha avuto nei quasi 10 anni di esistenza.


Tagli dritti e la miscela di texture e geometria dei capi donano a Antony Morato un tocco vintage, e così siamo tornati alle proposte di moda in questo periodo, osare alleandosi alta moda e tecnologia.


Per saperne di più su Antony Morato qui il link: www.morato.it


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Fashion remodels itself, reinvents itself, recreates itself, the great fashion is inspired, brings new contexts and transform the old one in a new one, in That way goes Antony Morato, the Italian Maison which can be found in more than 3,000 stores around the world and in over 65 countries.


Antony Morato has 60% of its earnings outside of Italy, and in 2014 showed a growth of 70% in exports, is a new Maison, created in 2007 by Lello Caldarelli in less than a decade with its style and quality has raised followers throughout the world.


In 2016 the Maison Morato presents a new campaign “I am who I am”, in line with new trends in the fashion world Antony Morato brings the understanding of the self, the need to feel good, to interpret its essence and through its way to dress and present, in a subtle and revealing balance without fear or excesses.


The Morato’s propose, as well the name of their campaign, reminded me the disco diva from 80s, Gloria Gaynor and her hit that made the world dance in 1984, “I am what I am”, reviewing the text of this song I came across the essence of Morato:


“Life’s not worth a damn
 Till I can say
 I am what I am “



“And so what if I love each sparkle and each bangle
Why not try to see things from a different angle
Your life is a shame
Till you can shout out
I am what I am “



“It’s one life and there’s no return and no deposit
One life so it’s time to open up your closet
Life’s not worth a dam till you can shout out
I am what I am “



Antony Morato decided in 2016 to bet on this incredible journey of feel good while being stylish. The works shown in the photographs of Sofia Malamute, makes see that we can expected for a collection of high quality for the next season. Malamute is a 22 years old Argentina girl, and resident in the United States that already have works presented in Vogue and other exponents of the art of fashion photography, considered an expert in the way to handle the game between black and white.


Antony Morato reinvents itself, including bringing new concepts for your logo, something that made it masterfully to not take the historical aspect of the Maison, but printing the growth that Antony Morato had in these almost 10 years of existence.


Straight cuts, the mixture of textures and geometry of the parts gives to Morato’s collection a Vintage touch, and so we went back to the proposal in fashion for this period, daring allying high fashion and technology.


To check the events of Maison Morato: www.morato.it

L’FBI ha desecretato i documenti sulla morte di Martin Luther King

È l’11 gennaio del 1977.
La task force del Dipartimento di Giustizia USA deposita il suo “Rapporto di revisione dell’operato dell’FBI sulla sorveglianza e l’assassinio di Martin Luther King”.
Il leader del Southern Christian Leadership Conference (congresso dei leader cristiani degli stati del Sud) era stato assassinato a Memphis il 4 aprile del 1968.
Il 12 gennaio 2016, in adempimento a quanto prescritto dal Freedom of Information Act, con piccolissime omissioni, quel rapporto, integrale e con gli allegati, viene reso pubblico.
È un documento di quarant’anni fa che ci proietta indietro di oltre cinquantanni.
Ma torniamo indietro di qualche anno, al 1962. Siamo nell’era Kennedy: John Fitzgerald è presidente e Robert, suo fratello, Ministro della Giustizia.
Nel 1963 JFK muore a Dallas. Robert lascia il Governo e diventa senatore nel 1964 e nel 1968 lancia la sua candidatura alla Presidenza. Una campagna nella quale rafforza strettamente i rapporti con i movimenti per i diritti civili pacifisti, non violenti e moderati, e primo tra tutti con il reverendo King.


Lo spirito della guerra fredda permeava l’intera società americana.
Il maccartismo ne era solo un fenomeno politico di comunicazione di massa, non senza vittime innocenti.
All’FBI era delegata l’attività di investigazione su spionaggio, sabotaggio e attività sovversive, attraverso quattro direttive presidenziali datate 1939,1943, 1950 e 1953.
A capo del Bureau c’era J. Edgar Hoover che lo gestì ininterrottamente dal 1935 -1972 sotto otto presidenti statunitensi, da Calvin Coolidge a Richard Nixon, spesso usando risorse interne per ricavare dossier contro qualsiasi suo nemico politico, anche solo teorico.
Il programma COINTELPRO di Hoover permise agli agenti dell’FBI di mettere le mani su organizzazioni come le Pantere Nere, il Movimento per i diritti civili di Martin Luther King Jr., la Southern Christian Leadership Conference e il Ku Klux Klan, usando mezzi quali infiltrazioni, minacce legali e persino pura violenza. La sua rete d’informatori gli permise di ottenere dati personali sulla vita di molte celebrità dell’epoca, incluso il Presidente degli Stati Uniti d’America. I dati riguardavano adulteri, orientamenti sessuali e politici, con particolare risalto alle eventuali simpatie comuniste degli indagati. Esistono archivi declassificati che mostrano come gli agenti dell’FBI informavano con regolarità Hoover dell’attività sessuale dei politici.


È in quel clima e con quei personaggi che si sviluppa questa vicenda molto complessa e articolata.
E con ogni probabilità storica e politica i toni delle conclusioni cui arriva la commissione di inchiesta risentono di almeno due circostanze: la fine della fobia comunista interna, ridimensionata a minaccia esterna, e la morte di Hoover.
Senza comunque la seconda e più rilevante circostanza è probabile che la stessa commissione di indagine non sarebbe mai stata nemmeno concepita.
Sulla base dalla fobia comunista infiltrata ovunque, Hover chiede e ovviamente ottiene dal Ministro della Giustizia Robert Kennedy, nel 1963, l’autorizzaizione a sorvegliare in maniera massiccia e invasiva Martin L. King.
Alla base del sospetto che dietro le campagne per i diritti civili, in particolare dietro il termine “uguaglianza” si infiltrasse l’ideologia comunista, ad esempio con “la Campagna contro la Povertà” di King.


Lo scopo – come si legge nella documentazione – doveva essere limitato ad accertare o meno tale legame ed infiltrazione, eventualmente documentarlo, e informarne il Procuratore Generale.
Come si legge nelle conclusioni della commissione di inchiesta
“le attività del COINTELPRO, la diffusione illecita e indiscriminata, finanche di falsi rilievi investigativi sul conto del dr. King era mirata esclusivamente a gettare discredito su di lui, e a fare pressioni per intimidirlo, per rompere il suo matrimonio, per minare la sua credibilità tra la popoazione nera” aggiungendo che tuttavia per quanto concerne la parte che riguarda l’omicidio “non c’è evidenza di cospirazione o contiguità”.
I membri della commissione, nell’assolvere forse con una facilità che sa molto di colpo di spugna storico su cosa furono effettivamente quegli anni, scrivono testualmente:
“la responsabilità di aver iniziato, condotto in questo modo, e continuato oltre ogni ragionevole, necessaria e lecita misura l’attività di sorveglianza è da attribuire esclusivamente al direttore Hoover, al suo assistente Deloach e al vice direttore Sullivan.”


e concludono “noi riteniamo che tutti i subalterni siano privi di responsabilità…” letteralmente by reason of Director Hoover’s overpowering and intimidating domination of the Bureau.”
“La nostra inchiesta ha ampiamente dimostrato il potenziale abuso di potere individuale esercitato da colui che occupava il ruolo di Direttore dell’FBI. Allo stesso modo (e qui sta tutta la difesa d’ufficio) è chiaro che è stato inappropriato (ma in modo da non poter essere considerato criminale) per il Bureau bypassare l’ufficio del Procuratore Generale ed interagire direttamente con la Casa Bianca”.
A cinquant’anni dalla morte di Martin Luther King non emergono verità storiche dirette sulle circostanze della sua morte (gli atti di quell’indagine erano comunque stati integralmente sino al 2002 e parzialmente desecretati solo nel 2012).
Emerge però una verità storica di una violenta persecuzione illegale, usando ogni mezzo e travalicando ogni limite.


Hoover in alcuni appunti contenuti nell’indagine replicava per iscritto ai suoi agenti affermando che se il rapporto non conteneva prove della connessione con il partito comunista americano era solo perchè loro o non avevano lavorato bene o non avevano fatto le analisi corrette.
Usò ogni mezzo in suo possesso per screditare King. E quando questi divenne amico del Presidente, prima fece trapelare documenti alla stampa sulle intercettazioni autorizzate dal fratello, e poi fece un’indagine da cui emergeva che la fuga di notizie proveniva dal Ministero della Giustizia, per poi mettere tutto a tacere facendo ulteriori pressioni.
In quegli anni, e nonostante questi avversari, l’insieme degli uomini e delle donne delle molte organizzazioni per la difesa e l’ampliamento dei diritti civili riuscirono, nonostante tutto, a vincere anche su uomini e mentalità come quelle di Hoover, che però rappresentava un pezzo importante dell’America di quegli anni.
Pochi giorni dopo King verrà ucciso anche Robert Kennedy, impegnato in campagna elettorale per la Presidenza. Diventerà Presidente il repubblicano Richard Nixon.

New York Fashion Week: Chiara Boni conquista il cosmo

Cambio di rotta da Chiara Boni, che ha presentato la sua ultima collezione nell’ambito della New York Fashion Week. Scordatevi delikatessen e romanticismo: la donna che calca la passerella di Chiara Boni- La Petite Robe è una grintosa diva metropolitana che affronta le atmosfere urban fasciata in tubini di ecopelle.

Il proverbiale bon ton a cui la stilista fiorentina ci ha ormai abituati lascia il posto a un nuovo concetto di femminilità, graffiante e seducente. Il LBD viene rivisitato in chiave strong e vagamente fetish, tra cut out ad alto tasso di seduzione e lunghi guanti. Il tubino, capo principe del guardaroba femminile, diviene ora nuova uniforme di un’inedita odissea nello spazio, nel segno della bellezza.

Grande sperimentazione nei materiali innovativi, usati con maestria: la designer forgia una donna di carattere, forte di una self-confidence che travalica i confini terrestri e ci porta in un viaggio spaziale: suggestioni futuriste salutano l’Autunno/Inverno 2016-2017 di Chiara Boni. Borchie disegnano stelle nei tubini monocromatici, mentre misteriose congiunture astrali si materializzano sui maxi dress da gran soirée. Il mood è da space oddity e la galassia diviene tòpos prediletto che impreziosisce i capi in jersey stretch, da sempre cifra stilistica della maison.

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Timidi tocchi romantici nelle gonne petalo addolciscono la sirena siderale che veste cocoon coat in un pallido azzurro che ricorda le atmosfere planetari. I tailleur avvitati hanno giacche peplo e il punto vita viene strizzato da macro cinture, le pencil skirt inneggiano alla femminilità, mentre i tagli sono asimmetrici e i tessuti doppiati. Cappucci e maniche scultura lasciano il posto alle frange, che fanno capolino da giacche biker di ecopelle dal sapore aggressivo, che si sposano mirabilmente alla sofisticata eleganza tipica del brand.

“Per questa stagione ho abbandonato i miei giardini fioriti e ho intrapreso un viaggio nelle metropoli del presente e del futuro. In un mondo ultra contemporaneo trova ancora spazio l’eleganza pratica. Le donne seducenti avanzano in bagliori di ecopelle affermando una moda sensibile”:è con queste parole che Chiara Boni ha descritto la sua ultima collezione.

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La palette cromatica abbraccia il vinaccia, il barolo, il prugna e il rosso, tra tocchi di pallido azzurro, fino al nero. Le stampe si declinano in colori incandescenti, magmatico rosso si alterna a toni freddi, tra pianeti e nebulose, galassie e cieli stellati, suggestioni futuriste e spaziali, per un viaggio interstellare. Nel front-row del défilé spiccano nomi del calibro di Fran Drescher, Julia Restoin Roitfeld, Alexandra Richards, Kiera Chaplin.

(Foto Madame Figaro)


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Rodarte: trionfo del gotico in passerella a New York

Pelle diafana ed esplosioni di ruches per un romanticismo dal sapore gotico.

Con la collezione autunno/inverno 2016-17 presentata a New York, la maison Rodarte mostra al pubblico una donna femminile, audace e soprattutto dark. Come nelle migliori saghe delle pellicole horror, la signora idealizzata dalle sorelle Mulleavy veste di pelle e di pizzo. Velature strategiche creano un sensuale vedo non vedo; l’effetto sparkling dei cristalli alleggerisce il pizzo delle tute, dei pantaloni morbidi, delle gonne e degli abiti.

Il trionfo dei volants su scarpe, bluse e sui fianchi dei pantaloni, viene smorzato da pellicce voluminose dal vello variopinto.

I fiori che sbocciano su cumuli di terra che sporcano la passerella, rivivono floridi sugli abiti femminili e nei capelli delle modelle che decorano le acconciature.

Toni cupi come il nero e il rosso porpora ci riportano ad un immaginario estetico di pellicole storiche come Dracula o meglio ancora allo stile narrativo onirico di David Keith Lynch. Il velo in tulle, molto scenografico, copre un trucco dark con labbra scure e pelle pallida.

La donna disegnata da Laura e Kate Mulleavy appare come una vedova allegra, una sposa cupa, una donna sanguigna.

 

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(fonte Madame Figaro)

 

(fonte Madame Figaro)

(fonte Madame Figaro)

 

(fonte Madame Figaro)

(fonte Madame Figaro)

 

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(fonte Madame Figaro)

 

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(fonte Madame Figaro)

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(fonte Madame Figaro)

(fonte Madame Figaro)

 

(fonte Madame Figaro)

(fonte Madame Figaro)

 

 

I misteri della Chiesa

Non è mai facile assumersi la responsabilità di fare luce su inchieste o fatti apparentemente irrisolti e ricolmi di mistero. I segreti che regnano e sovrabbondano nel mondo della Chiesa, ad esempio, sono spesso oggetto di discussioni e dibattiti, ma spesso la verità è ben lontana dall’essere scovata. È oltremodo coraggioso avventurarsi nei sentieri impervi dell’universo ecclesiale per poterne svelare i numerosi insabbiamenti, con l’omertà che dilaga indisturbata a fungere da ostacolo.



Il film Spotlight diretto da Thomas McCarthy è un esempio di cinema di denuncia, un’opera storico-biografica a tinte thriller e dai contorni drammatici. Il tema inscenato riguarda proprio la Chiesa Cattolica e, nello specifico, la piaga degli abusi di minori ad opera di alcuni sacerdoti americani. Ecco i dettagli.



Nell’estate del 2001 irrompe nella redazione del “Boston Globe” un nuovo direttore, Marty Baron. Coadiuvato da Ben Bradlee Jr., egli ha un solo obiettivo in mente: il giornale deve tornare ad occuparsi in prima linea di tematiche scottanti, tralasciando i classici casi di routine. I nuovi investigatori chiamati in causa comporranno un gruppo chiamato “Spotlight”.


Michael Keaton e Mark Ruffalo in una scena del film

Michael Keaton e Mark Ruffalo in una scena del film



Il primo argomento a dir poco spinoso di cui Baron vuole che il giornale si occupi è quello relativo a un sacerdote che nell’arco di circa trent’anni è stato autore di una serie di atti di pedofilia nei confronti di numerosi giovani senza che contro di lui venissero presi provvedimenti esemplari. In maniera particolare, Baron è assolutamente convinto che il cardinale di Boston fosse perfettamente al corrente della grave situazione in atto, ma che abbia fatto di tutto per insabbiare le eventuali prove e per nascondere la realtà.



Grazie a questa inchiesta e all’iniziativa dei membri “Spotlight”, fu gettata luce su una quantità considerevole di abusi ai danni di minori in ambito ecclesiale.



Distribuito nelle sale cinematografiche italiane dalla Bim Distribution a partire da giovedì 18 febbraio, Il caso Spotlight (o più semplicemente Spotlight) trasporta sul grande schermo lo scandalo che travolse la diocesi di Boston tra il 2001 e il 2002, generando una presa di coscienza su una situazione di cui nessuno sospettava l’esistenza.



Il regista statunitense Thomas McCarthy (di cui ricordiamo alcuni suoi film quali L’ospite inatteso, Mosse vincenti e The Cobbler) realizza così un’opera che fa delle indagini giornalistiche il suo fulcro centrale, ma senza sfociare nella retorica e nella demagogia appartenenti al genere. Gli investigatori, infatti, non vengono tratteggiati come eroi senza macchia che combattono il crimine come dei veri paladini della giustizia, ma come persone assolutamente normali, semplici e con qualche scheletro nell’armadio.



Tra i membri del team “Spotlight”, infatti, ve ne sono alcuni che avrebbero potuto far scoppiare il caso anni prima in virtù del materiale posseduto tempo addietro, evitando in tal modo atroci ed indicibili sofferenze a tanti giovani indifesi ed ignari del pericolo incombente. Tuttavia, non è stato così. Un’omissione di colpa che non ha risparmiato neppure le alte sfere ecclesiali né le povere vittime, che per paura di ritorsioni hanno preferito percorrere la via del silenzio.



Mark Ruffalo discute con Rachel McAdams e Brian d'Arcy James negli uffici della redazione del "Boston Globe"

Mark Ruffalo discute con Rachel McAdams e Brian d’Arcy James negli uffici della redazione del “Boston Globe”



Il cast selezionato per l’occasione è di tutto rispetto. Marty Baron è interpretato da Liev Schreiber (Salt, Il fondamentalista riluttante e Creed – Nato per combattere), mentre la squadra “Spotlight” è composta da Mark Ruffalo (Michael Rezendes), un sorprendente e rinato Michael Keaton (Walter Robinson), Rachel McAdams (Sacha Pfeiffer) e da Brian d’Arcy James (Matt Carroll), con John Slattery nei panni dell’editore Ben Bradlee Jr. e Stanley Tucci in quelli dell’avvocato Mitchell Garabedian.



Il caso Spotlight quindi non funziona solamente grazie agli attori prestati al servizio, ma soprattutto perché è in grado di affermare un dato di fatto inconfutabile: la Chiesa Cattolica ha collocato nei ranghi più alti alcuni suoi esponenti di maggior spessore, creando una vera e propria gerarchia e credendo di salvare la fede di molte persone celando la perversione di alcuni suoi membri, ma così facendo ha ottenuto l’effetto contrario, consegnando all’opinione pubblica, sospettosa e semplificatrice, una certa parte di clero la cui linea di condotta è ben distante da quella predicata.



Chiudiamo questo articolo con un passo tratto dal Vangelo secondo Matteo:



Chi scandalizza anche uno solo di questi piccoli che credono in me, sarebbe meglio per lui che gli fosse appesa al collo una macina girata da asino e fosse gettato negli abissi del mare”.

 

Youth Culture – Bad Deal, un marchio che nasce dal dialogo tra urban culture e moda

Nasce dal complesso dialogo tra arte e moda, nello specifico l’underground, il marchio di abbigliamento Bad Deal. E’ il risultato della vivida conversazione tra una scrittrice e un writer, i quali, insieme al graphic designer Luca Rancy, hanno dato vita a questo progetto di moda che ha lasciato il segno all’ultima edizione di Pitti Uomo 89 alla Fortezza da Basso a Firenze. Il dna di questo marchio metropolitano e contemporaneo è composto di grafiche insolite, colori strong & bold, ensamble sfacciati e innovativi.
Art director del progetto è Zoow 24, writer underground, che interpreta le favole raccontate dalla giovane scrittrice Marina Rubini. Nascono da questa energetica partnership i maglioni di Bad Deal, capi ideati e creati in Italia, ricamati in jaquard e confezionati all’interno di libri antichi assemblati a mano.


Bad Deal FW16

Bad Deal FW16




Ogni maglione racconta una storia, ha la sua copertina.
Oltre la maglieria, Bad Deal propone capi street wear dal taglio oversize. Le stampe sono funky e nascono dalla fascinazione dei designer per la fine degli anni Ottanta: uno Yin Yang contemporaneo, una scimmia scienziato, occhiali da sole.
La collezione fall winter 16 di Bad Deal è nostalgia per la urban culture da sempre osteggiata dai governi, e per questo sempre molto genuina.
I materiali usati sono jersey, lana , cotone di pregiata qualità.


Bad Deal FW 16

Bad Deal FW16




Una collezione per gente moderna dall’attitude cosmopolita e young.

Burberry: Brooklyn Beckham fotografo per la campagna Brit

“Nascere sotto una buona stella” non è di certo un eufemismo sconosciuto a Brooklyn Beckham che  a soli sedici anni firma la sua prima campagna da fotografo professionista per il noto marchio londinese Burberry.

Il primogenito dell’ex calciatore David Beckham e dell’ex Spice Girls Victoria Beckham (oggi stimata fashion designer), forte dei suoi sei milioni di seguaci su Instagram, suo malgrado ha attirato le ire di chi crede che, a prevalere sul suo incarico sia stato il peso del suo cognome più che il talento in sé.

 

Brookyn Beckham immortala la modella per la campagna profumi di Burberry (fonte adorngirl)

Brookyn Beckham immortala la modella per la campagna profumi di Burberry (fonte adorngirl)

 

 

A Londra si parla già di nepotismo e fiumi d’inchiostro vengono sprecati per infangare l’estro creativo del giovane fotografo.

Chris Floyd, celebre fashion photographer,  senza usare mezzi termini commenta la preferenza del marchio sul The Guardian: “La scelta di Burberry di assumere una stella di Instagram da milioni di fan è senza dubbio strategica, ma non ha nulla a che fare con la buona fotografia“.

Oltremanica c’è infatti chi sostiene che Brooklyn in realtà si avvalga di un team di professionisti che lo supporta durante tutte le fasi dello shooting. Pare che non abbia neppur le capacità di scegliere la luce giusta e che non sappia neanche usare le elementari funzioni di Photoshop.

 

Brooklyn Beckham per Burberry (fonte revistaglamour)

Brooklyn Beckham per Burberry (fonte revistaglamour)

 

 

Il giovane Beckham, però, pare non si lasci intimidire dal polverone di polemiche che si susseguono di ora in ora sul suo conto e, coraggioso, rincara la dose postando alcune immagini su Instagram della campagna pubblicitaria, lanciando l’hashtag #THISIBRIT.

A difendere Brooklyn ci ha pensato inoltre, il direttore creativo della maison  Christopher Bailey, che ha replicato alle accuse mosse nei confronti del ragazzo:  “Brooklyn è un valido professionista con una visione fotografica estremamente sensibile. Inoltre Instagram rappresenta per lui una piattaforma magnifica per rappresentare il suo lavoro“.

Visionando le immagini che circolano in rete, non pare che il lavoro di baby Beckham sia stato elaborato dall’ultimo arrivato.

Si attendono dunque nuovi risvolti sulla “spy story” che sta colpendo casa Beckham.

 

 

Michael Bloomberg sarebbe un buon presidente?

Questa settimana Michael Bloomberg ha ventilato l’ipotesi di una sua candidatura alle presidenziali USA. Da tempo se ne parlava ma ora sembra esserci qualche possibilità in più. Bloomberg ha sempre detto che avrebbe corso per la presidenza solo in caso avesse la possibilità di vincere per cui la dichiarazione di questa settimana significa che il miliardario di New York ha visto un’apertura.


Come gli americani vedranno la candidatura di Bloomberg è ancora da scoprire. Durante il suo periodo da sindaco di New York può vantare un surplus nelle casse della città di 2.4 miliardi, il supporto delle scuole private e la criticatissima politica dello stop and frisk da parte della polizia. Un compendio delle sue priorità come leader politico.
La sua idea sulla politica estera però è un mistero; Bloomberg si è sempre tenuto sul vago sull’argomento che più interessa a noi europei.


Non che la carriera di Bloomberg sia completamente scevra da rapporti politici con l’estero. Per dedurre il comportamento di Bloomberg bisogna guardare da vicino due o tre cose. La prima è il suo periodo come sindaco di New York, una delle capitali finanziarie mondiali. Durante i suoi anni come primo cittadino i procuratori di New York hanno avuto una intensa attività internazionale; a partire dall’arresto di Dominique Strauss-Kahn o dell’inviato diplomatico indiano Devyani Khobragade fino alla sistematicità con cui i giudici di Manhattan hanno deliberato su questioni di politica internazionale. Un giudice federale di New York, per esempio, ha prolungato l’ostracizzazione dell’Argentina dai mercati internazionali dopo il default insistendo che la nazione pagasse i creditori privati basati alle Cayman con i fondi che lo stato aveva conservato in alcune banche di New York per pagare i debiti più importanti.


Bloomberg non ha “armato” questi giudici ma certamente non si è mai fatto sentire con loro. Il tacito assenso all’operato di questi giudici fa parte del sua idea secondo cui il miglioramento delle istituzioni passa dalla trasparenza delle stesse. Una trasparenza che è utilissima agli investitori.


La seconda cosa a cui guardare è la leadership sul suo impero editoriale che comprende Bloomberg Radio, Bloomberg TV, Bloomberg News e Bloomberg Businessweek magazine.
Tutto il gruppo è sempre stato particolarmente duro con la Cina e con le sue politiche monetarie e finanziarie in particolar modo. Bloomberg ha rischiato addirittura l’incidente diplomatico quando la redazione cinese di Bloomberg ha tentato di pubblicare una inchiesta sulla corruzione di alcuni leader politici cinesi.
Tutto questo fa pensare che una presidenza Bloomberg prenderebbe una posizione più decisa nei confronti del colosso asiatico.
Non che Bloomberg sia un idealista, la sua visione è molto pragmatica. Per la sua compagnia ha spinto e ha trattato fino a trovare il miglio compromesso dal punto di vista economico per la sua compagnia.


Terza cosa a cui guardare riguardo la sua visione sulla politica estera sono i suoi editoriali, non firmati, su Bloomberg View, la sezione “d’opinione” del suo gruppo media.
In questi articoli ha più volte sottolineato come un Cavallo di Troia tecnocratico sia più efficiente rispetto al potere militare per esercitare il dominio americano sul mondo.
Bloomberg ha sempre sostenuto una riduzione delle spese militari e nucleari.


Il magnate ha sempre chiesto, invece, che l’influenza americana spingesse gli altri paesi a creare banche centrali realmente slegate dal potere politico così come che il Fondo Monetario Internazionale fosse veramente indipendente dalle istituzioni americane.


Insomma, Bloomberg è l’opposto dell’altro miliardario di New York che corre per la presidenza, Donald Trump, il quale crede che la proiezione del potere militare sia essenziale nella politica estera americana, in pieno stile populista.
Un candidato con idee assimilabili a Bloomberg sarebbe Jeb Bush, che sta andando molto male nelle primarie mentre una via di mezzo tra Bloomberg e Trump potrebbe essere la Clinton, da sempre sostenitrice di una politica estera forte ma intrinsecamente legata al mondo finanziario. A seconda di chi arriverà alla Casa Bianca la vita di tutti noi potrebbe cambiare radicalmente.

Video intervista esclusiva ad Eva Robin’s

VIDEO INTERVISTA ESCLUSIVA AD EVA ROBIN’S


Nella suo piccolo boudoir in pieno centro di Bologna, Eva Robin’s  si racconta in un’intervista, dopo anni di silenzio.


I suoi amori, i dolori che l’hanno fortificata, la passione e il lavoro che da sempre la lega al teatro e il tempo che passa. Una Robin’s cambiata ma che conserva, sempre, quel fascino magnetico che impone all’ascolto.


Qui l’intervista ad Eva Robin’s ed il servizio fotografico.


La metamorfosi dell’amore

Un’opera dai molteplici spunti riflessivi, contraddistinta da un tema quanto mai attuale e delicato ed interpretata da un grande attore protagonista. Può essere così riassunto l’ultimo film del regista britannico Tom Hooper, vincitore del Premio Oscar per Il discorso del re, intitolato The Danish Girl, che vede primeggiare un istrionico e poliedrico Eddie Redmayne, supportato efficacemente dall’attrice svedese Alicia Vikander. Entriamo nei meandri della pellicola.



Danimarca, inizi del ‘900. La vita del pittore paesaggista Einar Wegener è scissa in due parti: la prima vissuta accanto alla moglie a Copenhagen, mentre la seconda a Parigi con una nuova identità, nei panni (in tutti i sensi )di Lili Elbe. Oltre che per i suoi dipinti, Wegener sarà ricordato per essersi sottoposto per la prima volta nella storia ad un’operazione chirurgica con lo scopo di cambiare sesso.



L'attore Eddie Redmayne interpreta il pittore danese Einar Wegener. In questa scena la trasformazione è già completata: ora è Lili Elbe

L’attore Eddie Redmayne interpreta il pittore danese Einar Wegener. In questa scena la trasformazione è già completata: ora è Lili Elbe



Tutto ebbe inizio con un gioco erotico con la moglie Gerda, in cui Wegener si travestì da donna. Da quel momento in poi il pittore danese rimase fortemente attratto dall’abbigliamento femminile, che divenne un’irresistibile calamita. Col passare del tempo crebbe la volontà di trasformarsi definitivamente in una donna: Einar desiderava ardentemente diventare Lili.



La medicina dell’epoca lo considerava uno schizofrenico da internare il più presto possibile. Nonostante questo, Einar Wegener si rifugiò nella chirurgia sperimentale, pur consapevole che ciò che si apprestava a subire rappresentava un intervento mai eseguito prima e dai rischi incalcolabili.



Distribuito nelle sale cinematografiche italiane a partire dal 18 febbraio dalla Universal Pictures, The Danish Girl racconta la storia di uno spirito libero intrappolato in una gabbia corporea che non riconosce come propria. Attraverso lo specchio dell’anima, Einar Wegener realizza di voler divenire Lili Elbe.



Non è azzardato affermare che il film si divida in due tronconi. Il primo narra e descrive le modalità con cui Wegener impara i movimenti dalle altre donne al fine di assumerli e padroneggiarli per completare la sua mutazione. Il secondo invece, molto più ampio, inquadra e si sofferma sull’esigenza del pittore di essere una donna a 360 gradi. In questa seconda parte, dunque, i corpi e i modelli femminili visualizzati nella prima sezione dell’opera scompaiono progressivamente, lasciando il posto alla mera trasformazione fisica, incarnata dal volto, dai lineamenti e dalle espressioni di Lili Elbe.



In un’esplosione continua di recitazione e primi piani, l’attore d’oltremanica Eddie Redmayne (di cui ricordiamo alcuni film quali La teoria del tutto, Jupiter – Il destino dell’universo e Les Misérables, pellicola diretta proprio da Tom Hooper) riesce ad ottenere meritatamente la nomination all’Oscar come miglior attore protagonista. Il suo Einar Wegener è un concentrato di mimesi e mutazione facciale, contorniato da un accentuato compiacimento nel ricoprire un ruolo dotato di un’indiscutibile eterogeneità somatica.



Accanto a Redmayne, nelle vesti della moglie Gerda Wegener, troviamo l’attrice scandinava Alicia Vikander (nota al pubblico per pellicole come Il quinto potere, Il settimo figlio e il recente Il sapore del successo, con Bradley Cooper), la quale riesce nell’intento di determinare le sorti di ogni scena nonostante non interpreti il ruolo da protagonista. Gli spunti più interessanti del film derivano proprio da lei, una sorta di motore emozionale nascosto che anima l’intera vicenda.


Lili Elbe (Eddie Redmayne) e Gerda Wegener (Alicia Vikander) affrontano insieme gli ostacoli della vita

Lili Elbe (Eddie Redmayne) e Gerda Wegener (Alicia Vikander) affrontano insieme gli ostacoli della vita



Dietro la macchina da presa troviamo il regista Tom Hooper (Red Dust e Il maledetto United, giusto per citare qualche esempio della sua filmografia), che con The Danish Girl ha saputo creare una pellicola gradevole e piacevole, caratterizzata da un tono leggermente retrò ed élite, elementi stilistici assolutamente inclini con la tipologia di film da lui diretti, vedasi a tal proposito Il discorso del re del 2010 e I Miserabili del 2012.



Ciò che spicca maggiormente in The Danish Girl sono gli sfondi e gli interni meravigliosi, nonché una rappresentazione cromatica praticamente perfetta (non per niente il protagonista è un pittore). La scenografia e la fotografia, quindi, combaciano armonicamente e il pubblico in sala potrà apprezzarne l’incantevole estetica.



Il tema sessuale viene affrontato con garbo e pudore. Le scene più erotiche, dai baci omosessuali alle inquadrature dei corpi nudi, vengono puntualmente (e forse eccessivamente) sfumate. Nonostante l’incombenza e la necessità di un’operazione chirurgica, non è dunque sbagliato affermare che The Danish Girl rappresenti la vittoria dello spirito e della mente nei confronti del corpo e della carne.            

Lo stile marinère di Tommy Hilfiger

Un transatlantico e il suo equipaggio sono i protagonisti della sfilata Tommy Hilfiger che ha avuto luogo ieri nella Grande Mela, nell’ambito della New York Fashion Week.

Il look marinère si impone come fashion trend per la prossima stagione invernale, tra suggestioni Forties ed effetti sparkling.

Ad aprire il défilé la burrosa Gigi Hadid, che ha calcato la passerella con tanto di tiara in capo. Nuova ambasciatrice del brand, la top model americana è fresca di collaborazione con Tommy Hilfiger, dal momento che ha firmato con lo stilista una capsule collection a quattro mani, che arriverà nei negozi il prossimo autunno.

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Una marinaretta in chemisier con cintura in vita e calzini d’ordinanza, leggiadra, amante della vita, gaudente: questo è il mood che si respira a Park Avenue Armory, location scelta per la sfilata autunno/inverno 2016-2017, trasformata per l’occasione in una vera nave, che ricorda da vicino le atmosfere del Titanic. Sopra le teste degli ospiti ecco brillare le stelle su un cielo nero di cartapesta da cui fanno capolino i camini fumanti mentre le modelle sfilano su un ideale ponte in teak che delimita poppa e prua.

Richiami vintage nei dettagli, come gli stivaletti stringati, la donna Tommy Hilfiger è un po’ Olivia, la celebre fidanzata di Popeye, e un po’ Betty Boop, nella leziosa femminilità che ostenta.

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Un’eleganza retrò e un’allegria che sembra talvolta cedere il posto a suggestioni malinconiche, per una collezione ricca di spunti e dettagli stilosi, a partire dagli abiti ricoperti di paillettes. Le maniche sono a sbuffo, i colli sono da collegiale o fluidi, legati in fiocchi che cadono sul petto, le stampe rappresentano i motivi classici dello stile marinaro, come i nodi, le ancore, e tutto ciò che sia attinente alla vita in mezzo al mare. La palette cromatica si adegua, indugiando nei toni del bianco, del rosso e del blu.


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Carolina Herrera incanta la New York Fashion Week

Victoria Beckham: la femminilità sfila a New York

Victoria Beckham con la collezione prêt-à-porter autunno/inverno 16-17 ha voluto sottolineare come una donna può sentirsi femminile anche solo indossando capi prettamente maschili. In realtà il défilé presentato durante la fashion week di New York è la messa in scena di due modi completamente diversi di guardare la donna: audace e sexy con micro bustier e  gonne in maglia fascianti  da un lato e over coats, pullover e pantaloni affusolati per donne in carriera, dall’altro.

La collezione è dominata da una linea fasciante, resa possibile dall’utilizzo della maglia, tessuto onnipresente nei progetti creativi dell’ex Posh Spice.

Come lei stessa ci ha tenuto a sottolineare via Twitter , il progetto creativo prevede il perfezionamento dei pezzi chiave del guardaroba, strutturando così corsetti, abiti bustier e gonne dalla linea a palloncino.

Tartan, righe orizzontali e verticali e scacchi creano un virtuosismo visivo reso strategico da sovrapposizioni asimmetriche che movimentano i capi.

La palette di colori scelta da Victoria è variopinta, predominata da colori caldi intervallati, quest’ultimi, da blu, verde e bianco.

Nel front-row ad applaudire la stilista, la famiglia Beckham al completo.

 

(fonte Madame Figaro)

(fonte Madame Figaro)

 

(fonte Madame Figaro)

(fonte Madame Figaro)

 

(fonte Madame Figaro)

(fonte Madame Figaro)

 

(fonte Madame Figaro)

(fonte Madame Figaro)

 

(fonte Madame Figaro)

(fonte Madame Figaro)

 

(fonte Madame Figaro)

(fonte Madame Figaro)

 

(fonte Madame Figaro)

(fonte Madame Figaro)

 

(fonte Madame Figaro)

(fonte Madame Figaro)

Ma Caino andrà in paradiso? Analisi della Crocifissione di Andrea della Robbia

A proposito di giubileo…
Sappiamo tutti come il tema della misericordia stia particolarmente a cuore a Papa Francesco, il quale alla misericordia ha voluto dedicare l’anno del giubileo straordinario e non perde occasione per ribadire questo concetto.
Presso tutte le religioni, benché diversamente declinato, il “volto misericordioso” di Dio è ben presente. Le tre religioni che maggiormente conosciamo nel mondo occidentale, cioè l’ebraismo, il cristianesimo e l’islam, non si stancano di evidenziare come la misericordia sia quasi l’essenza di Dio o, almeno, il suo stile di comportamento nei confronti delle creature. È evidente, infatti, che nessuna creatura può essere “degna” di entrare in rapporto con Dio; perciò è Dio che “si degna” di accogliere l’uomo e di ammetterlo nella sua sfera. Questo comportamento della divinità si comprende quando si tratta di una creatura innocente, come può essere un bambino; ma, benché sia più arduo, la sua misericordia si manifesta proprio di fronte al colpevole, al peccatore, all’uomo crudele e spietato.


Ma Caino andrà in paradiso? Analisi della Crocifissione di Andrea della Robbia


E qui, naturalmente, si apre un abisso di oscurità, sul quale i pensatori di tutti i tempi si sono applicati con maggiori o minori risultati. In definitiva: come si fa a conciliare in Dio questo atteggiamento di misericordia con la sua somma giustizia? Come può egli trattare allo stesso modo la vittima e il carnefice? E poi: misericordia significa trattarli allo stesso modo? Misericordia e giustizia sono incompatibili? O, forse, in Dio sono la stessa cosa?
Quando si pensa a una persona cattiva, ma cattiva veramente, il nostro sguardo abbraccia i grandi sterminatori di tutti i tempi, i terribili dittatori che hanno affogato il mondo in un fiume di sangue. Però, se si volesse indicare un personaggio simbolico che li sintetizza tutti, alla mente si affaccia uno dei nostri antichi progenitori: Caino. Il racconto che ne fa la Bibbia è condiviso anche dagli islamici, oltre che, ovviamente, da ebrei e cristiani.


E, dunque, Caino, l’uomo che uccise il proprio fratello, il primo omicida della storia, emblema e portabandiera di ogni umana crudeltà… anche lui sarà salvato dalla misericordia di Dio?
Noi non siamo all’altezza di rispondere a una simile domanda e temiamo che perfino il buon Papa Francesco possa manifestare qualche incertezza di fronte a un tale quesito. Ci limitiamo, perciò, a evidenziare un dettaglio, notato in una Crocifissione di Andrea della Robbia, che potrebbe avere una qualche attinenza con il nostro argomento.
Andrea era nipote del celebre Luca della Robbia e fin da ragazzo entrò nella bottega di famiglia, la cui specializzazione era la ceramica invetriata. Nato a Firenze nel 1435, vi morì probabilmente nel 1528. Tra le sue opere principali risultano i lavori compiuti nel Santuario della Verna, presso Arezzo, il luogo dove San Francesco aveva ricevuto le stimmate.


Ebbene, è proprio la scena della Crocifissione nel santuario che attira il nostro sguardo. Nell’opera del 1481 vediamo raffigurati i personaggi storici, cioè Gesù inchiodato alla croce, la Madonna e il discepolo Giovanni. Poi, inginocchiati, ecco San Francesco (il “padrone di casa”, potremmo dire) e San Girolamo, esempio di vita penitente. Ai piedi della croce, come in una piccola grotta, appare un teschio: è il vecchio Adamo, cioè l’umanità, che viene purificato e salvato dal sangue di Gesù. In alto notiamo, immediatamente a contatto della croce, il pellicano, simbolo di Gesù che dona la propria vita, e, ancora più su, la colomba dello Spirito Santo. Accanto al Crocifisso, un gruppo di angeli piangenti, come il coro di una tragedia greca. Infine, ed ecco il particolare che ci interessa, a destra e a sinistra di Gesù, nella zona superiore, notiamo due teste maschili: quella del Sole e quella della Luna.


Proprio qui sorge la domanda: ma la luna non dovrebbe essere una figura di donna? In quasi tutte le lingue del mondo, infatti, la luna è femminile! Al ciclo della luna è legato simbolicamente il ciclo mestruale. Come si spiega questa testa maschile?
Per sciogliere l’enigma ricorriamo al vecchio (vecchio? Ma quando mai!) padre Dante, che per due volte, nell’Inferno (XX, 126) e nel Paradiso (II, 49-51), accenna a una leggenda medievale, secondo la quale Caino, dopo aver ucciso il fratello Abele, fu trasportato sulla luna da un vento impetuoso e per l’eternità è condannato a portare un fascio di spine sulle spalle: le macchie lunari sarebbero proprio queste fascine che l’antico peccatore reca con sé trasferendosi di qua e di là.
Dunque, il volto che appare nella pala di Andrea della Robbia sembra essere quello di Caino che cammina sulla luna. E, come ben si vede, grida la propria rabbia, la propria disperazione: forse perché, a differenza di tutti gli altri personaggi, si sente escluso da quella salvezza che Gesù sta donando al mondo morendo sul Calvario?
Caino si salverà?
Andrea della Robbia sembra dire di no.
Tuttavia …


A ben guardare, la Crocifissione della Verna non è così scoraggiante, come potrebbe apparire a prima vista. Infatti l’intera scena, Luna compresa, è contemplata all’interno di una splendida cornice composta da testoline di angioletti e da una fascia fiorita, come il pergolato di un giardino. Dunque tutti i personaggi, Luna compresa, sono in un giardino. E, guarda caso, la parola “paradiso” significa proprio “giardino”.
Caino sarà in paradiso?
Il suo grido angosciante ha raggiunto il cuore, misericordioso e giusto, di Dio?
Oppure la sua voce resterà come un’insanabile lacerazione del creato anche nel giardino eterno?
Andrea della Robbia è perplesso, molto perplesso…

Carolina Herrera incanta la New York Fashion Week

In tempi in cui il concetto di eleganza sembra coincidere sempre più spesso con la ribellione e il gusto di scandalizzare a tutti i costi, Carolina Herrera presenta una donna leggiadra e sofisticata.

Protagonista della fashion week newyorkese e nome storico della moda americana, Carolina Herrera non ci sta: la sua donna sfoggia una classe rara nel panorama attuale, tra svolazzanti chiffon, sete plissettate e morbidi capispalla in pelliccia in colori confetto.

La stilista impartisce una lectio magistralis sullo chic, quello più autentico, per proporzioni fluide e linee morbide. La sua collezione Autunno/Inverno 2016-2017 sfila al The Frick in un mood quasi fiabesco. Serenità sembra essere la parola chiave, in una sfilata in cui l’eleganza sembra essere tornata in auge.

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La stilista, che durante l’ultima stagione ha dovuto puntualizzare la sua volontà di guardare al futuro della moda e non al passato, sembra tuttavia attingere inevitabilmente ad un passato glorioso forse oggi sottovalutato.

In un gioco di sovrapposizioni emergono capi dal taglio sartoriale e gonne svolazzanti che invitano la donna a vivere come una diva contemporanea. La semplicità delle linee si sposa al bon ton di una donna proiettata verso il futuro ma che strizza un occhio ai tempi andati.

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La donna che calca la passerella è dolce e delicata, tra lunghi abiti con colletto castigato e gilet in pelliccia nei toni del grigio e dell’azzurro. Quasi una fata, nella palette cromatica iridescente e sobria, la sontuosa eleganza declinata in chiave bon ton la rende pronta per il party più esclusivo.

Il Web 2.0 e il mondo dell’informazione

Il nostro Michele Di Salvo, un imprenditore nel mondo della comunicazione ed esperto di social media ha risposto a qualche domanda sul Web 2.0 e il mondo dell’informazione, ecco cosa ci ha detto.


Che cos’è il Web 2.0?


Internet nasce come rete di collegamenti d’informazioni, raccolte in “siti web” che le sistematizzano.
S’indica come Web 2.0 l’insieme di tutte quelle applicazioni online che permettono un elevato livello di interazione tra il sito web e l’utente. I blog, i forum, le chat, i wiki, le piattaforme di condivisione di media come i socialnetwork, sono tutte piattaforme che consentono questa interazione. Parliamo quindi di Web dinamico in contrapposizione al cosiddetto Web statico o Web 1.0.
Il Web 2.0 costituisce anzitutto un approccio filosofico alla rete che ne connota la dimensione sociale, della condivisione, dell’autorialità rispetto alla mera fruizione: sebbene dal punto di vista tecnologico molti strumenti della rete possano apparire invariati (come forum, chat e blog, che “preesistevano” già nel web 1.0) è proprio la modalità di utilizzo della rete ad aprire nuovi scenari fondati sulla compresenza nell’utente della possibilità di fruire e di creare/modificare i contenuti multimediali.


Che rapporto esiste tra Web 2.0 e mondo dell’informazione?


Per molto tempo soprattutto il mondo dell’informazione presente in rete ha inteso soprattutto i canali social come uno strumento di amplificazione e lancio delle proprie notizie/link.
Una via unidirezionale che doveva drenare visitatori dai social network ai siti di informazione per leggere le notizie in forma prevalentemente statica, dove l’unica azione favorita è l’ulteriore condivisione.


Sono nate quindi tecniche come
– “la modifica del titolo” della notizia condivisa, a seconda delle pagine e dei gruppi
– la modifica della foto/immagine dell’articolo
– la diffusione del clickbaiting (“leggi qui…” – “scopri cosa ha detto…” etc…)
Tutte tecniche proprie della pubblicità online.


Che effetto ha avuto il Web 2.0 sul modo dell’informazione?


L’effetto diretto di questo approccio al mondo del web2.0 è stato da un lato la crescita esponenziale del numero di accessi, in termimi di visite assolute, ma dall’altro la perdita di “qualità” del traffico, in termini di interesse e permanenza.
L’unità di misura di questo “decadimento” della qualità del traffico è il bounce rate.
Bounce Rate è un termine utilizzato nell’analisi di traffico sui siti web.
Un bounce (in inglese rimbalzo) avviene quando l’utente abbandona il sito dopo aver preso visione di una sola pagina web entro pochi secondi.
Molti sistemi di statistiche fissano il bounce rate (in italiano frequenza di rimbalzo) a 30 secondi: un utente si definisce disinteressato ai contenuti di una pagina se l’abbandona entro 30 secondi. Il limite di 30 secondi è un valore di riferimento che comunque si sta decisamente abbassando anche a 5 secondi in alcuni applicativi software commerciali.
Un basso tasso di abbandono è indice di buona organizzazione dei contenuti e di un look and feel (ovvero aspetto grafico) accattivante, che invita l’utente a continuare nella esplorazione del sito.


Quali sono i numeri dell’informazione su internet?


Ho estrapolato alcuni dati di traffico di alcuni siti d’informazione.
In una prima serie di slide ci sono i dati relativi al traffico web del mese di novembre 2015 (gli ultimi pubblicati) esattamente come rilevati da AudiWeb – l’organismo indipendente che monitora i siti di informazione.
Ovviamente tutti i dati “semplificati” e tutti i dati integrali sono disponibili per una ricerca complessiva.
In una seconda serie di slide ho approfondito i dati qualitativi di traffico di questi stessi siti-campione usando un altra fonte pubblica e indipendente che è Alexa – che è bene chiarire che non è un counter, ma è un indice.


Web 2.0 e informazione


Web 2.0 e informazione


Web 2.0 e informazione


Web 2.0 e informazione


Web 2.0 e informazione


Web 2.0 e informazione


Web 2.0 e informazione


Web 2.0 e informazione


Qui i dati delle nostre testate locali o che hanno sede in regione Campania.
Chiaramente per quanto riguarda le pagine lcali di Repubblica (napoli.repubblica.it) e Corriere (corrieredelmezzogiorno.corriere.it) si fa riferimento ai dati di traffico delle testate principali, di cui ai dati precedenti.


Web 2.0 e informazione


Che effetto hanno questi numeri, nella pratica, sui canali d’informazione online?


Uno degli effetti di questa differente qualità del traffico è stata, ad esempio, una riduzione media del 66% della remunerazione pubblicitaria – sia ppv sia ppc – negli ultimi sei anni, e conseguentemente il progressivo riempimento ed affollamento degli spazi web dei siti – soprattutto di informazione – di banner, cornici, popup pur di sostenere i livelli di introiti.
Tutte prassi che spesso allontanano il lettore perché riducono la visibilità e leggibilità.
A questo di recente hanno posto rimedio nuove forme d’inserzione, come lo share content o i link inclusi negli articoli, o anche i suggerimenti tematici come i “potrebbero interessarti anche…” (spesso adv).
Queste ultime prassi – che toccano ancora poco i siti d’informazione dei giornali tradizionali – sono certamente meno invasive e più remunerative (per i siti e per i clienti) ma rischiano di porre seri problemi di qualità e autorevolezza dei contenuti (sino a che punto un link è un riferimento giornalistico relativo ad una fonte o ad un approfondimento e non un link pubblicitario?)
Il rapporto tra Web 2.0 e canali d’informazione è efficiente o ci sono margini di crescita?
L’analisi dei dati del traffico mette in evidenza un’enorme potenziale di crescita assolutamente non sfruttato, sia in termini di quantità che soprattutto di qualità degli accessi.
Intanto ci offre la possibilità di dimensionare il nocciolo duro (e maggiormente interessato e interessante) dei lettori dei siti d’informazione.
Parliamo di quella percentuale di utenti “fuori” dal bounce rate che vedono più di una pagina e che trascorrono la maggior parte del tempo del traffico del sito navigando e leggendo.
Gran parte di questo traffico deriva da re-link e da motori di ricerca: persone che trovano interessante un riferimento al nostro articolo ripreso altrove, o che cercano una specifica notizia e informazione per parole chiave.


Come si può rendere più virtuoso il rapporto tra Web 2.0 e informazione online?


La prima parte di lavoro da fare è quindi un’attenta, studiata e profonda indicizzazione dei contenuti, che in definitiva sono il “vero prodotto” di un sito d’informazione.
Questa indicizzazione non può essere affidata esclusivamente alle figure dei social media manager (che già sono una rarità nella maggior parte delle redazioni), e non passa dal “mettere online” il contenuto di un articolo scritto – nel modo in cui è scritto – per un’edizione ad esempio cartacea.
Il web prevede delle regole precise affinché gli algoritmi dei motori di ricerca “leggano”, comprendano e indicizzino un contenuto al di là delle parole chiave o tag.
Tutto questo ha un’immediata rilevanza misurabile proprio su fatti e notizie locali, quando accade spesso che siti di blogger “che scrivono per il web” pubblicano articoli che – su quello specifico tema – risultano “maggiormente rilevanti” rispetto alla notizia sullo stesso fatto riportata da grandi testate: la chiave sta nell’indicizzazione del testo, e nello specifico modo in cui esso è scritto.
[inserire le parole chiave nel titolo, ripeterle nel primo paragrafo dell’articolo, usare seo-tools e validator…]


Un’altra cosa che viene premiata dai motori di ricerca è “l’originalità” non tanto e solo sostanziale, ma soprattutto formale. Perché per i motori di ricerca conta “la priorità” della pubblicazione di quel testo scritto in quel preciso modo, con penalizzazioni anche pesanti di testi simili e successivi.
[in concreto, pubblicare notizie di agenzia per riempire un sito di contenuti, anche quando se ne ha l’autorizzazione perché si è pagato un canone, rende un sito “pieno” ma fortemente penalizzato in termini di qualità dei contenuti – e questo fatto per esempio ha fatto nascere un vero e proprio mercato di software di “riscrittura atomatica” per cui un testo può essere automaticamente riscritto anche centinaia di volte e verrà letto come originale]
Ma la stessa analisi è rilevante anche per un diverso e più proficuo uso dei social network, che consentono un’interazione che mantiene vivo l’interesse e la partecipazione alla notizia e che spesso consente di portare i lettori a “seguirla” anche negli sviluppi successivi.
Commentare, rispondere, discutere, soprattutto rispondere ai commenti, essere critici, fare fact-checking, accogliere suggerimenti e informazioni aggiuntive, come contributi video-fotografici sono tutte chiavi vincenti di un giornalismo interattivo che i social hanno introdotto, specialmente nel mondo anglosassone o su fatti globali (dalle inchieste sulla privacy a fatti di politica estera).
Anche qui conta l’originalità del contenuto.


Usare un account solo per rilanciare un link ad un articolo non paga, come spesso dimostrano le analisi su account con un rilevante numero di follower su twitter ai cui tweet non corrispondono proporzionali like o retweet.
Ciò fa si che spesso su determinati temi, momenti, campagne, account di cd. “influencer” finiscono con l’essere molto più autorevoli, rilevanti, e influenti rispetto a quelli dei media tradizionali.
Ma tutto questo significa anche che mentre spesso la struttura redazionale è ingessata da policy e prassi editoriali abbastanza rigide, che possono ridurre la capacità di engagement, amplissimi spazi sono offerti all’azione individuale e privata del singolo giornalista, che senza scordare il proprio ruolo professionale e la testata per cui lavora e di cui NON è portavoce diretto, è molto più libero di alimenatre le interazioni e stimolare l’ingaggio social, risultando spesso più autorevole, autonomo, rilevante, della sua stessa testata.
Un esempio in Italia di uso positivo dei social in questo senso sono gli account di Peter Gomez, Stefano Feltri, Andrea Scanzi del Fatto Quotidiano, mentre la stessa cosa non si può dire dell’account di Marco Travaglio.


Parallelamente account come quello di Vittorio Zucconi di Repubblica sono certamente più autorevoli ed interattivi rispetto a quello del suo ex direttore Ezio Mauro.
Anna Masera alla Stampa ha indici di performace superiori a quelli de La Stampa – primo giornale quotidiano in Italia a dotarsi di un socialmedia manager prima e di un Public Editor oggi.
Sono solo alcuni esempi, ma partendo da questi ciascuno può farsi una propria idea, fare la propria analisi non solo quantitativa ma anche qualitativa, e comprendere come utilizzare al meglio questi strumenti di comunicazione sociale.

Cathleen Naundorf, l’Haute couture diventa arte

“Sotto certi aspetti, il mio approccio è simile a quello di un regista, che costruisce un mondo incantato nella propria mente e poi gli dà vita attraverso la pellicola”.
(Cathleen Naundorf)


Cathleen Naundorf, l’Haute couture diventa arte


Cathleen Naundorf, colta e sofisticata, dotata di grande maestria tecnica, ha fatto della contaminazione tra l’alta moda la fotografia e la pittura il suo stile .
Una mostra a New York alla Edwyn Houk Gallery fino al 27 febbraio potrà essere l’occasione per comprare o ammirare alcuni dei suoi favolosi lavori.
Cathleen Naundorf non è semplicemente una fotografa di moda perché la sua finalità è quella di creare, attraverso gli abiti rigorosamente Haute couture, delle vere e proprie atmosfere surreali, vintage e sospese, come in un sogno.


Cathleen Naundorf, l’Haute couture diventa arte


Nei suoi lavori è possibile riscontrare l’influenza del fotogiornalismo di viaggio, della fotografia di moda e soprattutto della pittura, il suo maestro è stato Horst P. Horst, tra i più grandi maestri della fotografia di moda.
I suoi set fotografici sono estremamente elaborati e le modelle indossano sempre abiti di alta moda come Dior, Elie Saab, Philip Treacy e Valentino.
Nelle sue foto vi è una commistione di atmosfere etere e raffinate, la sua, com’è stato giustamente notato, è un’estetica romantica che evoca epoche dimenticate.


Cathleen Naundorf, l’Haute couture diventa arte


Le sue fotografie sono uniche nel loro genere perché si tratta di vere e proprie scenografie che lei costruisce accuratamente, crea superfici pittoriche, la sua è una tecnica fotografica artigianale e meticolosa con forti richiami esotici , un gusto per l’esotico che ha sviluppato grazie ai suoi reportage fotografici sulle culture native della Mongolia, la Siberia e l’Amazzonia.
A proposito della fascinazione per queste popolazioni Cathleen Naundorf dice:
“Sono sempre stata molto interessata ai nomadi. Li amo perché portano con loro solo ciò di cui hanno bisogno. Sono stata una nomade per tutta la vita e lo sono ancora …” .
Cathleen Naundorf è nata a Weisenfels in Germania nel 1968. Nei primi anni ‘90 ha iniziato a lavorare come fotoreporter fotografando gli abitanti di tante parti del mondo come gli Yanomami in Amazzonia, i Mongoli, i Kazakhstanis sui monti Altai e gli sciamani in Yakutia, Siberia.


Cathleen Naundorf, l’Haute couture diventa arte


La grande amicizia con Horst P. Horst porta Cathleen Naundorf ad interessarsi di fotografia di moda .
Naundorf cercò il numero di Horst nella rubrica telefonica di New York quando era ancora ventenne e lo chiamò : “Gli ho detto che ero dalla sua città natale. Mi disse di raggiungerlo da New York. Così feci, fu un incantesimo, è stato il mio mentore, ha inciso sulla mia formazione, soprattutto per quanto riguarda la tecnica, intesa come organizzazione e preparazione degli shooting. Quando sei giovane, vai costantemente alla ricerca di qualcuno che t’indichi la strada, trasmettendoti i valori necessari per crescere e sviluppare un tuo stile, la tua personalità. Horst è stato tutto questo per me”.
Effettivamente fu l’incontro che le cambiò la vita anche se Cathleen Naundorf non ha mai lavorato direttamente con Horst che morì nel 1999 a 93 anni, ma racconta di aver parlato con lui al telefono quasi ogni giorno per anni .


Cathleen Naundorf, l’Haute couture diventa arte


“Lui mi dava consigli, era sempre così ben vestito e pieno di buone maniere vecchio stile”.
Nel 1997 inizia a fotografare per Condé Nast i backstage delle sfilate parigine.
Nel 2000 si forma definitivamente il suo stile iniziando a fotografare con la Polaroid e con fotocamere di grande formato.
Dal 2005 al 2011, Naundorf crea la serie di fotografie Un rêve de mode ottenendo l’accesso agli archivi di case di moda come Chanel, Dior, Gaultier, Valentino, Saab, Lacroix e Philip Treacy.
Nel 2012 esce il libro fotografico Haute Couture: le Polaroid di Cathleen Naundorf, un’edizione limitata pubblicata dalla casa editrice Prestel.
Sull’uso della Polaroid dichiara che: «Le Polaroid mi hanno da sempre attratta, sin da bambina, quando ho cominciato a dipingere», spiega la fotografa tedesca. «Trovo che abbiano molto in comune con la pittura: in particolare, le imperfezioni proprie di questi supporti rappresentano una delle meravigliose ragioni per cui ho deciso di utilizzarle. Imperfezioni palesemente in contrasto con il mondo in cui viviamo, che invece è “ritoccato alla perfezione”. Ma essere imperfetti è umano, quindi straordinario. Perché non esaltarlo?”.


Cathleen Naundorf, l’Haute couture diventa arte


Dal 2011 la Naundorf ha lavorato con Valentino Garavani a diversi progetti, tra cui Una storia italiana e la documentazione fotografica della collaborazione di Valentino con il New York City Ballet. Con Valentino ha intrapreso un’intensa relazione umana e professionale che cosi racconta : “Prima di fotografarlo con Natalia Vodianova nel 2012 alla Somerset House, mi chiese in prestito un tavolo luminoso perché voleva realizzare dei disegni. Un autista arrivò a ritirarlo percorrendo circa 120 chilometri. Così, ebbi il coraggio di chiedergli uno dei suoi fantastici abiti da fotografare per il mio libro. Fece arrivare per me 15 capi straordinari da Roma lasciandomi assolutamente libera di fotografarli seguendo il mio istinto. Così nacque il nostro primo progetto insieme. Da allora sono diventata “di famiglia”. Valentino non è solo una leggenda come stilista, lo è anche umanamente”.
Alla domanda su cos’è l’Haute couture Cathleen Naundorf così risponde: “L’Haute couture per me significa “Arts et métiers”, un connubio che lascia ampi margini di libertà e di creatività, ma che non si può certamente improvvisare. Per questo leggo tantissimo, non smetto mai di osservare, cercando di assorbire come una spugna tutto ciò che riguarda i “mestieri”. Lavorare a stretto contatto con gli stilisti è indispensabile perché favorisce un interessante scambio culturale e di reciproche visioni. Ma bisogna avere pazienza, soprattutto per venire a contatto, anche solo per un istante, con il significato più recondito di una collezione o di uno stile».


Cathleen Naundorf, l’Haute couture diventa arte


Cathleen Naundorf sceglie le modelle, le location e cura ogni dettaglio talvolta anche insieme agli stilisti: “Strade, palazzi, parchi, sia nuovi sia vecchi, possono raccontare una storia attraversando i secoli. Di solito, penso a una sceneggiatura prima di procedere con lo shooting. Sotto certi aspetti, il mio approccio è simile a quello di un regista, che costruisce un mondo incantato nella propria mente e poi gli dà vita attraverso la pellicola. Non vado alla ricerca di volti noti, ma di donne con un certo grado di sensibilità, di glamour e di carattere.


Cathleen Naundorf, l’Haute couture diventa arte


Ho avuto la fortuna di vedere collezioni di una tale bellezza. Abiti che vorrei indossare prima di tutto come donna e che solo in un secondo momento immagino per vestire le mie fotografie”.
In effetti la creazione di atmosfere tanto suggestive e surreali, i tanti animali esotici che costellano i suoi scenari , l’ossessione per l’alta moda , fanno di Cathleen Naundorf un’artista unica nel panorama , talvolta noioso e ripetitivo , della fotografia di moda.

La materialità della fotografia nella mostra “La Camera”

Bologna accoglie La Camera. Sulla Materialità Della Fotografia la mostra, aperta fino al 28 febbraio presso Palazzo de’ Toschi (piazza Minghetti 4D), facente parte di un progetto espositivo più ampio, a cura di Simone Menegoi, che indaga il rapporto fra scultura e fotografia, il cui titolo complessivo è The Camera’s Blind Spot. Bologna segna la terza tappa di questo progetto dopo i primi due episodi che hanno avuto luogo al MAN – Museo d’Arte della Provincia di Nuoro (2013) e ad Extra City Kunsthal di Anversa (2015).

 

Attila Csörgő, Semi-Space, 2001. Stampa in b/n all’interno di una cupola in plexiglas (Ø 34 cm), tavolo luminoso.

Attila Csörgő, Semi-Space, 2001. Stampa in b/n all’interno di una cupola in plexiglas (Ø 34 cm), tavolo luminoso.

 

Un ciclo di mostre che ambisce a documentare tutti gli sviluppi del rapporto scultura-fotografia, non più inteso soltanto come la fotografia che documenta e rivisita opere tridimensionali già esistenti. Una formula questa, nata con la fotografia stessa e che ha visto una svolta creativa grazie a scultori come Medardo Rosso e Costantin Brancusi che, tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo, imbracciarono la macchina fotografica e incominciarono a fotografare le loro stesse opere in condizioni mutevoli di luce e di spazio.

 

Dove Allouche, Les pétrifiantes, 2012. Ambrotipo su vetro, 20,5 x 20,5 x 0,5 cm, (Collezione FRAC Bretagne, Rennes)

Dove Allouche, Les pétrifiantes, 2012. Ambrotipo su vetro, 20,5 x 20,5 x 0,5 cm, (Collezione FRAC Bretagne, Rennes)

 

The Camera’s Blind Spot vuole andare oltre, dando spazio ad altre possibilità come quella che vede la materialità dell’immagine fotografica spingersi a tal punto da trasformare quest’ultima in oggetto. Una sfida a ciò che costituisce sin dal principio il “blind spot” della tecnica fotografica, il suo limite: l’impossibilità di rendere un oggetto tridimensionale su una superficie piana.

 

Paul Caffell, Envelope – 2009 – VI, 2009. Stampa al platino-palladio, 82 x 64 cm

Paul Caffell, Envelope – 2009 – VI, 2009. Stampa al platino-palladio, 82 x 64 cm

 

Questo terzo episodio della serie, sposta il baricentro della ricerca verso il medium fotografico stesso. All’interno della sala maggiore di Palazzo De’ Toschi sono così presentate opere realizzate con le tecniche fotosensibili più insolite e rare fra quelle attualmente in uso oggi presso artisti visivi e fotografi: dai dagherrotipi di Evariste Richer alle stampe al platino di Paul Caffell, dalle scansioni fotografiche sferiche di Attila Csörgő ai “monotipi a getto d’inchiostro” di Justin Matherly.

 

Evariste Richer, Nuages au iodure d’argent, 2005. Dagherrotipo, 6 x 9 cm (Courtesy dell’artista)

Evariste Richer, Nuages au iodure d’argent, 2005. Dagherrotipo, 6 x 9 cm (Courtesy dell’artista)

 

La rassegna presenta eccentricità, arcaismi, hapax legomena fotografici, con l’obiettivo di spiazzare le aspettative comuni dello spettatore rispetto alla fotografia, facendogli sperimentare, nuovamente, la meraviglia del suo avo ottocentesco di fronte a un’invenzione che ha rivoluzionato la cultura visiva e il rapporto stesso con la realtà. Una scelta che non si pone in contrapposizione alla fotografia digitale di per sé, ma che si pone contro alla sua egemonia assoluta rilanciando invece l’idea che ogni altra tecnica fotografica non debba considerarsi obsoleta e prossima all’abbandono.

 

Paolo Gioli, Pugno contro me stesso, 1989. Stampa fotografica in b/n da negativo realizzato con pugno ste-nopeico, cm 18 x 13, e fotografia di documentazione.

Paolo Gioli, Pugno contro me stesso, 1989. Stampa fotografica in b/n da negativo realizzato con pugno ste-nopeico, cm 18 x 13, e fotografia di documentazione.

 

Altro protagonista del progetto è poi la scultura. Un aspetto che riemerge nei soggetti: le sculture romane fotografate da Paolo Gioli con un procedimento di sua invenzione, che comprende una pellicola fosforescente, oppure le stalattiti e stalagmiti, vere e proprie sculture naturali, fissate su vetro da Dove Allouche con la tecnica ottocentesca dell’ambrotipia. Una scultura che si ripropone nella presenza fisica di opere basate su tecniche fotografiche, e che tuttavia si stenta a chiamare “fotografie”. Un esempio per tutti è la Structure for Moon Plates and Moon Shards (2015) di Johan Österholm, una costruzione realizzata con i vetri di una vecchia serra per fiori, spalmati di emulsione fotosensibile e poi esposti alla luce della luna.

 

Johan Österholm, Structure for Moon Plates and Moon Shards, 2015. Costruzione in legno (200 x 200 x 70 cm circa), vetri da serra dismessi, emulsione ai sali d’argento, luce della luna piena

Johan Österholm, Structure for Moon Plates and Moon Shards, 2015. Costruzione in legno (200 x 200 x 70 cm circa), vetri da serra dismessi, emulsione ai sali d’argento, luce della luna piena

 

Ecco l’elenco di tutti gli artisti dell’esposizione: Dove Allouche, Paul Caffell, Elia Cantori, Attila Csörgő, Linda Fregni Nagler, Paolo Gioli, Franco Guerzoni, Raphael Hefti, Marie Lund, Ives Maes, Justin Matherly, Lisa Oppenheim, Johan Österholm, Anna Lena Radlmeier, Evariste Richer, Fabio Sandri, Simon Starling, Luca Trevisani, Carlos Vela-Prado.

Info: www.bancadibolognaeventi.it/mostra-

New York: Jason Wu presenta una sexy donna bon ton

Con Jason Wu a New York sfila una donna elegantemente bon ton, succinta in diverse occasioni con profonde scollature e spacchi vertiginosi.

Per il prossimo autunno/inverno 16-17 lo stilista ha creato una collezione che posa le sue basi sull’essenzialità e sul garbo, intervallati, questi, da stacchi di print superbi e fascinose velature.  Gli abiti da cocktail si decorano di mirabili piume leggere, illuminate da fantastici cristalli.

Un intento illusorio di severità  si evince negli abiti midi impreziositi da cocker gioiello o dagli over coats dall’allure vintage che lasciano scorgere leggerissimi e sensuali abiti vestaglia.

La donna di Jason Wu, inoltre,  pare abbia fatto incetta di capi rubati dall’armadio del proprio uomo.  Propone maxi blouson in lana “grigliati” da fili d’oro, maxi pull a dolcevita in wool abbinate sia a ballarine che con mocassini.

Il progetto creativo dello stilista taiwanese si veste di toni cupi in una palette di colori predominata dal blu, seguita poi dal nero e dal grigio. Non mancano però esplosioni di colore come il giallo canarino del long dress e dei dettagli in pelliccia sulle mini cappe degli abiti, del ramato del cappotto o il color cappuccino del cocktail dress.

 

(fonte Madame Figaro)

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(fonte Madame Figaro)

 

 

Il trionfo degli Stadio al Festival di Sanremo 2016

Si è conclusa ieri la 66esima edizione del Festival di Sanremo che ha decretato vincitori gli Stadio con il brano “Un giorno mi dirai”. Sul podio anche Francesca Michielin che si aggiudica la seconda posizione e il duo composto da Giovanni Caccamo e Deborah Iurato a cui va la medaglia di bronzo.

Ad aprire la kermesse, il vincitore delle Nuove Proposte Francesco Gabbani che canta Amen, dopodiché si entra nel vivo della gara. Ad essere ripescata, Irene Fornaciari con la canzone “Blu” che si aggiudica in finale la sedicesima posizione.

Primo ospite della serata è l’etoile della Scala Roberto Bolle che, danzando sulle note di “We Will Rock You” dei Queen, incanta la platea dell’Ariston.

Dopo aver impersonato Sabrina Ferilli, Carla Fracci, Donatella Versace e Belen Rodriguez, la bella Virginia Raffaele finalmente sveste i panni dell’ imitatrice e si lascia scoprire in tutta la sua bellezza negli abiti da sera firmati Marco De Vincenzo. Accompagnata da Roberto Bolle, balla sulle note de “La notte vola” di Lorella Cuccarini ed è subito standing ovation.

 

Virginia Raffaele in Marco De Vincenzo  (Photo by Venturelli/Getty Images)

Virginia Raffaele in Marco De Vincenzo (Photo by Venturelli/Getty Images)

 

 

Arriva poi il momento di Cristina D’avena che riporta Sanremo agli anni d’oro degli anni ottanta, presentando alcune fra le diverse sigle dei cartoni animati fra cui: “Kiss Me Licia” e “La canzone dei Puffi”.

Giorgio Panariello assieme a Leonardo Pieraccioni e Carlo Conti ricompongono dopo più di trent’anni il magico Trio degli anni ottanta. Sketch dopo sketch, i tre annunciano la reunion con lo spettacolo che si terrà il 5 settembre prossimo all’ Arena Verona.

Ma l’ospite più atteso della serata è stato senza dubbio Renato Zero che ha intrattenuto il pubblico di Sanremo con un medley di successi. Dal suo vasto e celebre repertorio sono state ripescate canzoni come “Cercami”, “Il cielo”, “I migliori anni”, “Favola mia”, “Più su amico”, “I giardini che nessuno sa”. Poi presenta il suo inedito “Gli anni miei raccontami” e abbandona il palco.

 

Renato Zero sul palco dell'Ariston (fonte nanopress)

Renato Zero sul palco dell’Ariston (fonte nanopress)

 

 

La 66esima edizione del Festival di Sanremo termina con la proclamazione dei vincitori e con l’assegnazione del premio “Sergio Bardotti” per il miglior testo ad “Amen” di Gabbani e il premio della critica “Mia Martini” che va a Patty Pravo con il brano “Cieli immensi” . Gli Stadio portano a casa anche il premio per la musica “Giancarlo Bigazzi” e il premio “Sala stampa Lucio Dalla”.

 

 

 

Parata di stelle per il défilé Saint Laurent tenutosi a Los Angeles

Come tutti ben sapranno, Hedi Slimane ha deciso di cancellare il nome Saint Laurent dalla settimana della moda parigina, optando per una location completamente nuova e suggestiva.

L’11 febbraio scorso, all’interno dell’Hollywood Palladium di Los Angeles si è tenuta la prima sfilata Saint Laurent in America con la collezione uomo autunno/inverno 16-17 presentata contemporaneamente alla pre-fall 2016 dedicata alla moda donna.

Il défilé è stato un vero e proprio evento mondano nato per celebrare i primi cinquant’anni di Saint Laurent Rive Gauche con un parterre di star pronti ad ammirare la sfilata. Nel front-row ad applaudire il lavoro di Slimane, nomi come: Justin Bieber, Lady Gaga, Milla Jovovich, Zoe Kravitz, Jessica Alba, Jane Fonda, Demi Moore, Courtney Love e Pamela Anderson accompagnata dal secondogenito Dylan Lee, di recente chiamato a vestire i panni di testimonial della maison.

Il progetto creativo riconferma i canoni estetici del marchio con pellicce oversize, cappotti lunghi e tuxedo in perfetto allure vintage rock.

Pelle e paillettes sono il leitmotiv del défilé che fa incetta di pelliccia e velluto per rendere  voluttuose entrambe le collezioni. Stivali a punta da vecchio west in pelle nera abbinate a giacche militari per lui, gold e animalier per lei, da indossare sotto abiti da grand soirée. Maxi cinture fermano in vita gli abiti sparkling dalla linea midi e over culottes alte in vita.

La sfilata-evento di Saint Laurent, apertasi con alcuni tributi a David Bowie, è un vero omaggio alla cultura rock di fine anni ottanta  contaminata da sorprendenti elementi wild.

 

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(fonte Madame Figaro)

 

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(fonte Madame Figaro)

 

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Sanremo 2016: Francesco Gabbani trionfa nella categoria Nuove Proposte

La quarta e penultima puntata della 66esima edizione del Festival di Sanremo si chiude con la vittoria per le Nuove proposte di Francesco Gabbani con il brano “Amen”, preceduto da Chiara Dello Iacovo ed Ermal Meta.

 

Francesco Gabbani e Carlo Conti durante la premiazione (fonte Ansa)

Francesco Gabbani e Carlo Conti durante la premiazione (fonte Ansa)

 

 

Nella stessa serata, è Virginia Raffaele a dare spettacolo con l’imitazione irriverente di Belen Rodriguez. La showgirl argentina sembra aver apprezzato la performance della Raffaele postando sui Social Network un messaggio a lei indirizzato: “Grazie Virginia! Adesso non dovrò più spiegare perché mi faccio chiamare “la ragazza con la valigia ‪#‎bravavirginia dopo Sanremo 2011 e 2012 anche 2016. È stato stupendo esserci ancora…

 

Virginia Raffaele imita Belen (fonte fanpage)

Virginia Raffaele imita Belen (fonte fanpage)

 

 

La procace  Madalina Ghenea, bellissima nell’abito in pizzo che lascia intravedere le sue forme generose, indossa i nastri arcobaleno simbolo della lotta a favore delle unioni civili. La bella romena chiede scusa per il suo italiano imperfetto e viene incalzata dal conduttore Carlo Conti che  con aria rassicurante le dice: ”Non ti preoccupare Madalina, qualche anno fa un grande uomo disse: ‘Se sbaglio mi corrigerete’ e ci ha dato una grande lezione di vita”, citando, dunque, Papa Wojtyla.

Gabriel Garko, dal canto suo, tenta l’impossibile per convincere il pubblico dell’Ariston ma nemmeno l’entrata in scena con  la scala da lavoro sembra sia stata gradita.

La quarta serata del Festival punta  sulla comicità con Rocco Papaleo ed Enrico Brignano che hanno riscaldato l’atmosfera. La cantautrice italiana Elisa e gli ospiti internazionali J Balvin e il dj Lost Frequencies hanno contribuito al successo della kermesse che ha totalizzato il 47,81% di share con una media di 10.164.000 di telespettatori inchiodati al teleschermo.

 

Elisa canta a Sanremo (fonte mtv)

Elisa canta a Sanremo (fonte mtv)

 

 

Questa sera conosceremo il nome di chi sarà ripescato tra i Bluvertigo, Dear Jack, Irene Fornaciari e Zero Assoluto, attualmente a rischio e, soprattutto, il nome del vincitore della 66esima edizione del Festival di Sanremo.

 

L’idealismo contro la realtà

Chi di voi conosce Dalton Trumbo? Ebbene, fu uno dei più richiesti ed influenti sceneggiatori del panorama hollywoodiano degli anni ’40. Il regista statunitense Jay Roach ha deciso di dedicargli un film, L’ultima parola – La vera storia di Dalton Trumbo, con Bryan Cranston nei panni del celebre scrittore, affiancato da Helen Mirren, Diane Lane ed Elle Fanning. Entriamo nei dettagli.


Agli inizi degli anni ’40 Dalton Trumbo approda a Los Angeles iniziando la sua carriera come lettore per la Warner Bros e divenendo nel corso del tempo uno degli sceneggiatori più in voga del periodo. A questo proposito, degne di nota furono le collaborazioni con la Columbia, la MGM e la RKO. Punto di riferimento della scena sociale hollywoodiana, Trumbo era un convinto sostenitore del comunismo, schierandosi più di una volta in favore dei sindacati e dei diritti civili.


Bryan Cranston (Dalton Trumbo) ed Helen Mirren (Hedda Hopper) in una scena del film

Bryan Cranston (Dalton Trumbo) ed Helen Mirren (Hedda Hopper) in una scena del film




A causa della sua tendenza politica, nel 1947 Trumbo finì di fronte al Comitato per le Attività Antiamericane, rifiutandosi categoricamente di rispondere alle domande. Le conseguenze furono inevitabili: andò in prigione, perse la casa, il lavoro e la possibilità di esprimersi pubblicamente. Nonostante ciò, egli non si diede per vinto e continuò imperterrito a comporre sceneggiature sotto pseudonimo e a battersi fino ad ottenere la cancellazione della lista nera.


Distribuito nelle sale cinematografiche italiane dalla Eagle Pictures proprio in questi giorni, L’ultima parola – La vera storia di Dalton Trumbo è un film biografico dal carattere idealista che marcia all’interno di un parallelismo concettuale insito nel protagonista della storia: da una parte troviamo l’impegno costante e continuo di Trumbo nel suo mestiere, con tanto di strenuo sforzo fisico per resistere al sonno e alla stanchezza, dall’altra, invece, trova posto il medesimo prodigarsi nella difesa ad oltranza delle proprie idee politiche e della libertà di pensiero a 360 gradi.


A tal proposito, infatti, è da sottolineare come Trumbo non solo lavorò alacremente per se stesso sotto falso nome durante gli anni più bui della sua esistenza, ma fornì una quantità consistente di materiale a tutti quei colleghi che come lui avevano fatto la stessa scelta di coerenza, divenendo delle vere e proprie vittime dell’ostracismo imperante dell’epoca.


Dalton Trumbo in compagnia della moglie Cleo Fincher, interpretata dall'attrice Diane Lane

Dalton Trumbo in compagnia della moglie Cleo Fincher, interpretata dall’attrice Diane Lane




In virtù di queste azioni, Trumbo manifestava a livello pratico un’etica di giustizia sociale intesa, soprattutto, come redistribuzione della ricchezza, cercando allo stesso tempo di far crollare a suon d’inchiostro il muro di gomma eretto sia dalla Commissione sia dalla paranoia del popolo americano nei confronti dei cosiddetti “Dieci di Hollywood”.


Dovendo muovere una critica all’opera di Jay Roach (di cui ricordiamo alcuni film dai toni sicuramente più leggeri quali Ti presento i miei, A cena con un cretino e Candidato a sorpresa) è possibile affermare che il piano idealista rappresentato da Dalton Trumbo non viene bilanciato da quello scenografico. Sebbene il percorso tematico contraddistinto dall’esclusione e dall’umiliazione personale del protagonista venga descritto e sviluppato in maniera completa e approfondita, non si può dire altrettanto per la sfera professionale, la quale, infatti, viene solo appena accennata.


Gli spunti positivi di certo non mancano. Basti pensare alle sequenze in cui Trumbo progetta Vacanze romane o disquisisce con l’estroverso Frank King (interpretato da John Goodman). Ma in una pellicola biografica incentrata su un personaggio di questa caratura e portata avremmo voluto assistere a molte più scene di questo tipo.


La lente d’ingrandimento del film di Jay Roach si sofferma in maniera particolare su Trumbo pater familias e sulla sua figura intesa come modello umano da seguire, prediligendo la vena dell’eroismo piuttosto che l’esplorazione delle sue opere principali. In questo senso, la divertente ed ironica sequenza con Otto Preminger e Kirk Douglas risulta tanto azzeccata quanto a se stante.


Elle Fanning è Niki, la figlia di Dalton Trumbo

Elle Fanning è Niki, la figlia di Dalton Trumbo




Veniamo al cast scelto per l’occasione. Un plauso va sicuramente speso per Bryan Cranston (noto attore statunitense, famoso al pubblico per le serie tv Breaking Bad e Malcolm, nonché per film come Contagion, Argo e Godzilla) nelle vesti di Dalton Trumbo, riuscendo nell’intento non indifferente di non risultare forzatamente più interessante rispetto al personaggio che incarna. Per questo film Cranston ha ricevuto una nomination ai Golden Globe, al BAFTA Award, agli Screen Actors Guild Award e ai Premi Oscar 2016 come miglior attore protagonista.


La celebre attrice britannica Helen Mirren (vincitrice del Premio Oscar nel 2007 per The Queen – La regina), invece, veste i panni della giornalista di gossip (ed ex attrice dell’epoca) Hedda Hopper, che spalleggerà e spronerà di continuo Trumbo nel corso delle sue vicende legali. Completano ed impreziosiscono il quadro Diane Lane nel ruolo della moglie Cleo ed Elle Fanning nella parte della figlia Niki.

Kim Jong Un sta perdendo consensi all’interno dell’esercito

Sembra essere un periodo storico in cui è molto pericoloso essere un generale in Corea del Nord. Ri Yong Gil era uno dei generali più importanti all’interno della gerarchia dell’esercito nordcoreano ed è stato giustiziato pochi giorni fa secondo tutte le agenzie/giornali/televisioni che si occupano di Corea del Nord.
Secondo la CNN le accuse erano di aver creato un gruppo di potere, di aver abusato della propria autorità e di corruzione.


Kim Jong Un sembra voler mantenere il controllo dell’esercito facendo piazza pulita nella vecchia guardia che in Corea del Nord è un vero e proprio centro di potere.
Ri è stato visto in pubblico l’ultima volta il 5 gennaio, nello stesso periodo in cui il piccolo regime comunista dichiarò di aver fatto un test con una bomba H. Il generale aveva partecipato a una ispezione dell’artiglieria schierata sulla costa insieme al supremo leader.


La notizia non ha sorpreso gli osservatori di fatti nordcoreani. Il generale Pyon In Son è stato giustiziato l’anno scorso per insubordinazione, per la precisione aveva rifiutato di rimpiazzare alcuni ufficiali di basso grado.
Il generale Hyon Yong Chol, ministro della difesa della Corea del Nord è stato giustiziato poco dopo per essersi addormentato ad un evento pubblico a cui presenziava Kim Jong Un e per disobbedienza. L’accusa specifica era “burocrazia favorevole ai militari”.


Alcuni osservatori considerano queste uccisioni come la prova che Kim Jong Un è al comando, che è saldo al comando al punto da poter uccidere chiunque desideri, indipendentemente da quanto potente esso sia. In realtà è la dimostrazione che la situazione è assai fluida tra la nomenklatura; se Kim fosse veramente in controllo non ci sarebbe bisogno di questi continui spargimenti di sangue.


L’esecuzione del ministro della Difesa, in particolare, è stata portata a termine davanti a centinaia di militari con un cannone contraereo a breve distanza. Il cruento spettacolo era un messaggio a tutto l’esercito, ha ricordato a tutti chi è davvero in comando.
D’altronde Kim da quando è salito al potere ha ucciso più di cento esponenti della nomenklatura norcoreana.


Kim ha un rapporto difficile con i militari a differenza del nonno e del padre. Il nonno, Kim Il Sung, era riverito dai militari, d’altronde salì al potere grazie al suo ruolo di comandante di un piccolo esercito che aveva combattuto gli invasori giapponesi. Il padre, Kim Jong Il, si guadagno il favore dell’esercito mettendolo al centro di ogni progetto economico nordcoreano.
Kim Jong Un, al contrario, ha pian piano ridotto il potere dei militari togliendo all’esercito, ad esempio, il controllo delle esportazioni, l’attività più redditizia in Corea del Nord.


Kim, al contrario, sta mettendo sempre più dirigenti del Partito comunista dei lavoratori in posizioni di potere che sotto il padre e il nonno spettavano all’esercito.
Ri si pensa abbia avuto a che ridire sulla nomina di dirigenti del partito in posti di tradizionale comando militare.


Fino ad ora Kim è riuscito a tenere in mano l’esercito grazie alla sua discendenza, divina secondo quanto insegnato nelle scuole nordcoreane, senza di lui il paese si disgregherebbe e i generali perderebbero il loro potere ma il suo “stile” di governo sta facendo alzare più di un sopracciglio al gotha dell’esercito.


Secondo Radio Free Asia, ad esempio, sono stati trovati degli esplosivi nella controsoffitatura dell’aeroporto di Wonsan alla fine dello scorso anno appena prima di una visita di Kim. L’attentato è fallito perché i leader dell’esercito lo supportano ancora ma se la paura prendesse il sopravvento il supremo leader potrebbe fare una brutta fine.

Speciale San Valentino 2016: guida ai regali per lui

Ecco anche quest’anno la festa degli innamorati, San Valentino, occasione per fare shopping e per dimostrargli il nostro amore attraverso un pensiero, che sia una sorpresa romantica o un piccolo dono. E mai come in questo caso è necessario avere una guida per acquistare il regalo giusto, quello che lo farà sciogliere.

Diciamo la verità, scegliere il regalo giusto per un uomo non sempre si rivela impresa facile: ma oggigiorno è diventato più semplice grazie all’ampia gamma di proposte pensate appositamente per la festa degli innamorati. E se per la donna il regalo evergreen per quest’occasione sembra essere ancora costituito dalla lingerie, lo stesso si può dire per l’uomo: tantissimi sono i brand che propongono idee regalo per lui, tra boxer divertenti a tema San Valentino.

Un tripudio di cuori sembra fare capolino dalle proposte ASOS, per prezzi modici e tanta ironia. Tante sono le proposte di Paul Smith, mentre per un regalo sofisticato Derek Rose propone una vestaglia in pura seta dal gusto retrò, per veri intenditori.

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Torna anche quest’anno la festa degli innamorati, con la caccia al regalo perfetto

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Una cena a lume di candela è il modo migliore per festeggiare il San Valentino



Un capo irrinunciabile del guardaroba maschile, ora tornato in auge, sono i gemelli: quest’accessorio prezioso e sofisticato può rappresentare il regalo ideale, che lo stupirà. E anche qui le proposte sono tantissime e non è necessario disporre di un budget eccessivo per acquistare un paio di gemelli dall’appeal intramontabile.

Per un regalo classico si può scegliere un orologio: anche in questo caso si passa dal prodotto di lusso al più economico ma sempre con stile. Un regalo originale potrebbe essere un kit da barba, come quelli proposti da Men’s Society, oppure un set da golf, come quello in vendita da Harrods, disponibile anche online.





Litografia di René Gruau "Bonjour Chérie!"

Litografia di René Gruau “Bonjour Chérie!”



Se il vostro lui veste in modo classico, quale migliore regalo del trench Burberry London? E se le vostre tasche non possono permetterselo, ecco venire in vostro soccorso l’intramontabile polo Ralph Lauren, un classico del guardaroba maschile, autentico passepartout. Per la cura del corpo e della persona potete scegliere tra innumerevoli proposte, da Acqua di Parma fino al pregiato set firmato Crème de la Mer.


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Speciale San Valentino 2016: guida ai regali per lei

Speciale San Valentino 2016: guida ai regali per lei

Sta per arrivare anche quest’anno il giorno di San Valentino e, come da tradizione, i regali diventano fondamentali. Non c’è coppia di innamorati che si rispetti che per questa giornata dedicata all’amore non pensi ad un dono speciale da regalare alla propria dolce metà.

Che si tratti di acquisti importanti o di un semplice pensierino, è importante avere una guida per non perdersi nel labirinto delle innumerevoli offerte. E se è vero che il sentimento d’amore può trovare il dono perfetto anche in un fiore, a volte le proposte per il giorno di San Valentino sono così carine e allettanti che viene proprio voglia di andare a fare shopping.

Il regalo per eccellenza per la propria fidanzata in questa ricorrenza è forse un capo di lingerie: il rosso è il colore simbolo dell’amore e tantissimi sono i brand che propongono collezioni dedicate al giorno degli innamorati. E chi meglio di Dita Von Teese poteva creare una linea di lingerie pensata per enfatizzare le curve? Tante sono le proposte della burlesque performer, che ha avuto notevole successo anche nella veste di fashion designer. Come di consueto Yamamay sforna una collezione dedicata al San Valentino: rosso e fucsia le nuance prevalenti, tra négligé di seta e completini ad alto tasso di seduzione.

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Dolce & Gabbana dedicano alla ricorrenza di San Valentino una vasta gamma di abiti ed accessori: tra cuoricini e strass ecco una grande scritta che celebra la festa degli innamorati. Dagli abiti alle borse interamente ricoperte di cuori fino alle custodie per iPhone ricoperte di strass: il regalo giusto è a portata di mouse, dal momento che l’intera collezione è disponibile sul sito del duo di stilisti.

Tante sono le idee regalo per lei, dall’intramontabile borsa Chanel, preferibilmente a forma di cuore, come nel modello vintage risalente al 1995, fino al gioiello per eccellenza, un solitario pregno di promesse per un futuro pieno d’amore. Ma non sempre è necessario un grande budget per scegliere il regalo giusto: su ASOS c’è infatti disponibile un’ampia selezione di mini gadget e pensierini pensati appositamente per chi non dispone di budget milionari.


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E se volete brindare al vostro amore, quale modo migliore per farlo delle bollicine di un ottimo champagne? Coniuga il glamour al gusto il classico Armand de Brignac, per autentici gourmet. Per tornare al tema lingerie, bellissime sono le proposte di Agent Provocateur e Stella McCartney Lingerie, mentre un altro regalo che la vostra lei potrebbe apprezzare molto è la mitica pochette a forma di labbra firmata Lulu Guinness. In ogni caso, qualsiasi regalo scegliate, non dimenticate l’ingrediente più importante per vivere al meglio la ricorrenza del 14 febbraio: passione e tanto tanto amore.


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Festival Di Sanremo 2016: gli Stadio omaggiano Lucio Dalla

La terza puntata della 66esima edizione del Festival di Sanremo è stata dedicata alle cover, eseguite dai venti big in gara.

A vincere la competizione, gli Stadio che hanno cantato il brano “La sera dei miracoli” di Lucio Dalla: un commuovente omaggio al cantante bolognese che ha duettato virtualmente con Gaetano Curreri.

Valerio Scanu si aggiudica la seconda posizione con “Io vivrò (Senza te)” di Lucio Battisti, seguito poi da Clementino con “Don Raffae’” di Fabrizio De Andrè e Noemi con “Dedicato” di Loredana Bertè.

 

Virginia Raffaele impersona Donatella Versace. (fonte Adnkronos)

Virginia Raffaele impersona Donatella Versace. (fonte Adnkronos)

 

 

Colpo di scena durante la sfida tra Francesco Gabbani e Miele delle Nuove Proposte del Festival di Sanremo. Problemi tecnici hanno falsato la votazione dei giornalisti accreditati presente in sala, tanto che la direzione della Rai ha deciso di ripetere l’operazione di voto. Il verdetto si ribalta: vince Gabbani con il 50,8% delle preferenze contro il 49,2% espresso a favore di Miele.

La cantante chiede spiegazioni e, assieme al suo discografico,  pretende di essere riammessa in finale come quinto concorrente. Questa mattina verranno decise le sorti dei due concorrenti, ma secondo il Codacons, che annuncia un esposto all’Autorità per le Comunicazioni, entrambi i cantanti dovranno essere riammessi in gara.

 

I Pooh sul palco dell'Ariston

I Pooh sul palco dell’Ariston

 

 

L’eclettica Virginia Raffaele per la terza serata sul palco del Teatro Ariston, impersona Donatella Versace ed anche in questa occasione la performance è più che riuscita. Entusiasta dell’imitazione della Raffaele, la vera Donatella sulla sua pagina Facebook scrive: “Virginia, a farmi da controfigura? Sono sempre piena di appuntamenti, potresti aiutarmi! Ma dove erano i miei boys?’ – DV #Sanremo2016“.

Madalina Ghenea, vestita in questa occasione dalla maison Vionnet, mette in evidenza le generose grazie, finendo per essere palpeggiata (involontariamente) dal conduttore Carlo Conti.

Tra gli ospiti della serata, Hozier che incanta la platea dell’Ariston con “Take Me To Church”, brano inno alla lotta contro l’omofobia.

 

Madalina Ghenea e Gabriel Garko durante la terza puntata del Festival di Sanremo (fonte melty.it)

Madalina Ghenea e Gabriel Garko durante la terza puntata del Festival di Sanremo (fonte melty.it)

 

 

Arrivano poi i Pooh, che cantano “Piccola Katy”, “Noi due nel mondo e nell’anima”, “Chi fermerà la musica”, “Dammi solo un minuto”, “Pensiero” e, infine, “Uomini soli” ed il pubblico gradisce.

La terza puntata del Festival si chiude con una leggera caduta degli ascolti con 10, 5 milioni di telespettatori e con il 47,88% di share totalizzato.

Fashion e fotografia. Karl Lagerfeld, A Visual Journey

“Ho la fortuna di essere in grado di dedicare la mia vita a quello che mi interessa di più: fotografia, moda e libri. Nelle migliori condizioni. Sono molto fortunato”
(Karl Lagerfeld)


Karl Lagerfeld è fuor di dubbio l’ultima icona mondiale del glamour.
Stilista, fotografo, regista, cinico, narcisista fino all’eccesso, geniale, provocatore, ossessionato dalla bellezza e dalla perfezione, Lagerfeld è un creativo senza limiti.
Una mostra fino al 20 marzo 2016 alla Pinacoteca di Parigi ripercorre l’attività di fotografo di Karl Lagerfeld.


Fashion e fotografia. Karl Lagerfeld,  A Visual Journey


Ama citare Voltaire il Kaiser (questo il suo soprannome) anche lui persuaso che: “Tutto ciò che richiede una spiegazione non ha valore”.
La mostra parigina Karl Lagerfeld, A Visual Journey , esplora la grande varietà di approcci e tecniche del Kaiser alla fotografia, mettendo in luce la sua attrazione per l’architettura, il paesaggio, le notti parigine, i ritratti, gli autoritratti, la fotografia di moda e d’astrazione e un raffinato gusto per le arti grafiche.


Fashion e fotografia. Karl Lagerfeld,  A Visual Journey


Lagerfeld non ha uno stile predefinito ma si adatta di volta in volta al soggetto che ha di fronte :”La gente vuole sempre sapere qual è il mio stile fotografico. Non lo so, è chi guarda che deve giudicare . Non ho uno stile, ma diversi, o nessuno. Non sto mai fermo, né nella vita né nella moda né nella fotografia.”
La multiforme visionarietà di Karl Lagerfeld lo rende un fotografo sui generis con l’ambizione di non ripetersi mai.


Fashion e fotografia. Karl Lagerfeld,  A Visual Journey


“Amo l’effimero: la moda è la mia professione. Ma il carattere effimero di una fotografia è ad un livello diverso da quello della moda. E’ pericoloso ripetersi”.
Evidentemente quest’ansia di non ripetersi per il Kaiser proviene dall’insegnamento della moda dove ogni collezione deve essere differente dalla precedente: “Amo il famoso ‘mai più’ un momento unico che dà all’immagine una dimensione in più, una sorta di nostalgia istantanea senza attaccamento al passato”.
Lagerfeld è molto interessato ai tempi di esposizione e alle svariate tecniche di stampa.
La mostra Karl Lagerfeld, A Visual Journey presenta l’intera gamma di tecniche fotografiche di Lagerfeld, tra cui i dagherrotipi, i platinotypes, il trasferimento di immagini in Polaroid, resinotypes, stampe Fresson, serigrafie e stampe digitali.
Perennemente nascosto dietro i suoi inseparabili occhiali neri con il suo sguardo ha invaso il mondo della moda ma ormai Lagerfeld s’appresta a conquistare il suo posto d’onore nella storia della fotografia.


Fashion e fotografia. Karl Lagerfeld,  A Visual Journey


Ha fatto dell’immagine un mestiere, stilista tra i migliori al mondo, presta la sua creatività a marchi storici come Chanel, Chloè e Fendi .
Karl Lagerfeld nasce ad Amburgo nel 1938 da una ricca famiglia borghese, il padre era infatti proprietario di una banca d’affari svedese.
Nel 1953 si trasferisce a Parigi, grazie ai soldi di famiglia apre subito una boutique e al suo fianco c’è addirittura Yves Saint Laurent, il resto è storia della moda.
Ci vorrà poco perché Karl Lagerfeld diventi lo stilista e il fashion designer più apprezzato al mondo.
Risale al 1987 il suo debutto nella fotografia inizia con shooting pubblicitari per grandi case di moda. “Non ho mai pensato che avrei fatto il fotografo.
E’ accaduto grazie al mio amico Eric Pfrunder, Immagine Director di Chanel moda perché un giorno vi fu l’emergenza di un kit fotografico da consegnare alla stampa. Oggi la fotografia è parte della mia vita”.
Con la sua accollatissima camicia bianca, i pantaloni stretti e i suoi guanti spezzati, c’è nella sua immagine qualcosa di vagamente fumettistico e il vero brand pare essere lui stesso.
Si racconta che possiede qualcosa come settanta iPod pieni zeppi di foto che scatta di continuo.
La sua è una famelica ossessione per le immagini, la sua musa ispiratrice è Baptiste Giacobini uno dei modelli più richiesti al mondo, considerato l’uomo più sexy del pianeta.
Hanno fatto scandalo le foto di Baptiste Giacobini nudo con vertiginosi tacchi a spillo.
Le sue foto migliori sono quelle di paesaggi e città, come la serie Another side of Versailles del 2007 o i poetici scatti della serie Casa Malaparte del 1987.


Fashion e fotografia. Karl Lagerfeld,  A Visual Journey


C’è uno scatto in particolare dove immortala una vecchia copia della prestigiosa rivista culturale Senso Vietato diretta da Curzio Malaparte.
Probabilmente trova questa rivista nella strepitosa villa di Capri di Malaparte. Gli interni della villa e le vedute di Capri dalla villa sono malinconici e leggeri lontani dall’artificialee dal glamour.
Le sue prese di posizione nei riguardi dell’anoressia fecero scalpore quando affermò, senza pensarci troppo, che: “Ci sono mummie grasse che si siedono davanti al televisore con i loro pacchetti di patatine e dicono che le modelle magre sono brutte. Il mondo della moda è fatto di sogni e illusioni e nessuno vuole vedere donne rotonde”.
Genio del marketing poco dopo usò modelle grasse, ispirandosi al burlesque, per una delle tante campagne pubblicitarie di Chanel.
Questo raffinatissimo voyeur, grande collezionista d’arte, nasconde i suoi occhi ma ci regala generoso il suo sguardo scandaloso raffinato, inquieto e misterioso.


Lagerfeld Karl, A Visual Journey
Pinacothèque 2
8, rue Vignon, 75009
Paris
www.pinacotheque.com

Vittorio Sgarbi: Pasolini come parametro per comprendere Caravaggio

Caravaggio ha rivoluzionato la tradizione del ritratto e l’impianto compositivo del modo di dipingere preferendo ritrarre la realtà, dipingendo ciò che vedeva e non ciò che sarebbe stato bello vedere. Il pittore che conduceva una vita sregolata e al limite della legalità dipingeva con un’onestà disarmante. Ai giorni nostri, i produttori di filtri per la manipolazione delle immagini fioriscono, incentivati dalle richieste di chi cerca in tutti i modi di mascherare, abbellire e rendere ciò che non è quello che le sofisticate e potenti lenti fotografiche captano in uno scatto.

Le leggi imperanti della modernità pongono in questione l’affidabilità dell’immagine e l’interpretazione di essa in un conflitto tra la logica e l’illogica. In questo senso l’evoluzione dei tempi pare annullare la voglia di verità bramata dal maestro, e pare che la “troppa realtà” alla fine non piaccia alla massa dei nostri giorni.

caravaggio

La pittura di Caravaggio invece è caratterizzata non solo dal profondo desiderio dell’artista di conoscere e rappresentare il reale senza simboli ma pare assumere toni di denuncia incuranti del pensiero e delle imposizioni del clero o dell’opinione del pubblico, pagando poi le conseguenze che conosciamo. Dipingere il marcio per un pubblico che vuole il bello a costo d’inventarselo è audace e allo stesso tempo geniale.
Caravaggio non ha dipinto per accontentare. Dipingeva per comunicare, senza filtri.
Il professore Vittorio Sgarbi, noto critico d’arte, porterà in scena al Teatro Vittoria di Roma dal 15 al 17 di febbraio il racconto della vita e della pittura straordinaria di Michelangelo Merisi da Caravaggio. Lo spettacolo teatrale sarà composto oltre che dal racconto, dalle musiche originali eseguite dal vivo da Valentino Corvino. Il visual artist Tommaso Arosio curerà le immagini delle opere del pittore lombardo che accompagneranno il racconto. La regia dell’evento è affidata ad Angelo Generali.

Conoscere meglio le opere magnifiche di un pittore che è stato mal interpretato e tormentato ma che allo stesso tempo ha dipinto capolavori di una bellezza commovente, rivoluzionando il modo di interpretare l’arte ed il modo di regolare il rapporto tra artista e aspettative del pubblico mi sembra un ottimo motivo per andare a vedere lo spettacolo a Teatro Vittoria dal 15 al 17 di febbraio.

“Caravaggio è pittore della realtà per eccellenza, evita qualunque idealismo e rappresenta le cose come le vede lui.”

“Parleremo di Caravaggio e delle sue opere straordinarie che hanno dovuto aspettare il 900 e il maestro di Pasolini che era Roberto Longhi, e Pasolini che ha reinterpretato come in un transfert, vita e l’opera. L’elemento di novità è far diventare Pasolini parametro per comprendere Caravaggio.”

“Caravaggio è doppiamente contemporaneo. È contemporaneo perché c’è, perché viviamo contemporaneamente alle sue opere che continuano a vivere; ed è contemporaneo perché la sensibilità del nostro tempo gli ha restituito tutti i significati e l’importanza della sua opera. Non sono stati il Settecento o l’Ottocento a capire Caravaggio, ma il nostro Novecento. Caravaggio viene riscoperto in un’epoca fortemente improntata ai valori della realtà, del popolo, della lotta di classe. Ogni secolo sceglie i propri artisti. E questo garantisce un’attualizzazione, un’interpretazione di artisti che non sono più del Quattrocento, del Cinquecento e del Seicento ma appartengono al tempo che li capisce, che li interpreta, che li sente contemporanei. Tra questi, nessuno è più vicino a noi, alle nostre paure, ai nostri stupori, alle nostre emozioni, di quanto non sia Caravaggio.”

Vittorio Sgarbi

CARAVAGGIO, SPETTACOLO TEATRALE DI E CON VITTORIO SGARBI

dal 15 al 17 febbraio 2016 ore 21.00

TEATRO VITTORIA/COOP. ATTORI & TECNICI

Piazza S. Maria Liberatrice 10, 00153 Roma (Testaccio)

Biglietti: intero 25,00 euro ; ridotto 18,00 euro _ Ridotto Tessera 21,00 euro _ (prevendita: 3 euro)

Promozione gruppi: 1 biglietto omaggio per 10 spettatori paganti

Botteghino: 06 57 40 170 ; 06 57 40 598 _ lunedì (ore 16-19), martedì – sabato (ore 11- 20), domenica (ore 11-13.30 e 16-18)

Vendita on-line e info: www.teatrovittoria.it

Come arrivare: Metro: Piramide ; Bus: 170, 781, 83, 3

La strana corsa alla nomination dei repubblicani

Chris Christie è stato spavaldo fino alla fine, ha distrutto la speranza repubblicana, Marco Rubio, all’ultimo dibattito televisivo ma si è dovuto arrendere, dopo i risultati delle primarie del New Hampshire, così Carly Fiorina. Cinque candidati si erano ritirati prima dell’inizio delle primarie: Rick Perry, Scott Walker, Bobby Jindal, Lindsey Graham e George Pataki.
Due si sono ritirati dopo il voto in Iowa: Mike Huckabee, Rick Santorum e Rand Paul.
Solo sette sono rimasti: Donald Trump, John Kasich, Ted Cruz, Jeb Bush, Marco Rubio, Ben Carson e Jim Gilmore
Tra questi due sono irrilevanti: Jim Gilmore ha preso 155 voti, per dire, e Ben Carson ha chiuso con un 2%.


Il New Hampshire, di solito, restringe le candidature. Trasforma le liste dei candidati da degli immensi lenzuoli a liste di due o tre persone. Questa volta non è successo e questa è un’ottima notizia per Donald Trump.


Per capire come mai molti candidati non si sono ritirati bisogna guardare loro singolarmente.
Iniziamo con Trump, la persona che ora come ora ha più possibilità di guadagnare la nomination. Ha fondi praticamente illimitati. Ha più delegati degli altri candidati. Ha numeri migliori di chiunque altro nei sondaggi nazionali e nel prossimo stato in cui ci saranno le primarie, il South Carolina. In Iowa è finito secondo per pochi voti e in New Hampshire ha vinto doppiando il secondo classificato. Quello che manca a Trump è il supporto del Partito Republlicano, una caratteristica fondamentale nelle ultime corse alla nomination ma nonostante questo Trump, quantomeno, rimarrà a lungo in corsa.


John Kasich ha conquistato il secondo posto in New Hampshire, uno stato dove aveva puntato molto. Il risultato di Kasich in New Hampshire è disastroso per quanto riguarda gli sforzi del G.O.P. per contrastare Donald Trump. La sua campagna è riuscita ad attirare pochi finanziatori, ha poca organizzazione al di là del New Hampshire. Rappresenta il centro del partito e ha pochissimo appeal a destra e tra gli evangelici eppure, ora, non ha incentivi a lasciare la gara prima delle primarie in Ohio, il suo stato, il 15 marzo. In South Carolina, il cui elettorato è più conservatore rispetto al New Hampshire, probabilmente avrà un pessimo risultato.


Ted Cruz ha primeggiato in Iowa ed è arrivato terzo in New Hampshire. I media non gli danno credito ma fino ad ora, ha i migliori numeri a parte Trump.
La sua forza è il supporto dell’ala più a destra del partito e, soprattutto, degli evangelici. La sua raccolta fondi è stata ottima. Probabilmente farà bene in South Carolina ed è messo benissimo, secondo i sondaggi per quanto riguarda il S.E.C. quando andranno al voto sette stati del sud in cui gli evangelici sono la maggioranza.


La sua debolezza è, al contrario rispetto a Kasich, è l’appeal sui moderati; difficilmente riuscirà a farsi accettare dal centro del suo partito, la maggioranza.
Jeb Bush ha avuto buone notizie dal New Hampshire. Nonostante Kasich lo abbia passato Jeb! è riuscito a finire davanti a Rubio e, con il supporto di suo fratello ancora molto popolare in South Carolina, può puntare a buoni numeri anche nella prossima tappa delle primarie. Non uscirà dalla corsa sicuramente prima del suo stato, la Florida.


Stessa storia per Rubio. Il suo quinto posto potrebbe aver rovinato la sua campagna ma non è un risultato così negativo da costringerlo a lasciare la corsa. Ha molti finanziatori e l’appoggio del G.O.P. e dopo il suo buon risultato in Iowa non lascerà sicuramente la corsa prima del suo stato natale, la Florida.


Il Partito Repubblicano avrebbe interesse a concentrarsi e supportare un solo candidato contro Trump ma non riuscirà a costringere nessuno degli altri candidati a lasciare la partita in tempo utile. Trump potrà continuare a vincere con solo un terzo dei voti, arrivando da vincente fino in fondo o quasi e una candidatura di Trump per il G.O.P. aprirebbe le porte alla corsa a presidente per un altro maverick repubblicano, Michael Bloomberg, altrettanto inviso all’establishment di partito.
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Ezio Bosso emoziona il Festival di Sanremo

Siamo giunti alla seconda serata della 66esima edizione del Festival di Sanremo.

Dolcenera è stata la prima ad aprire la kermesse con “Ora o mai più” velatamente soul. A susseguirsi  Clementino, Patty Pravo, Valerio Scanu, Francesca Michielin, Alessio Bernabei, Elio e le Storie Tese, Neffa, Annalisa e gli Zero Assoluto. Per le nuove proposte della canzone italiana, ad esibirsi: Cecile, Chiara dello Iacovo Irama e Ermal Meta.

Incredibile Virginia Raffaele nei panni dell’étoile Carla Fracci: la sua è stata un’imitazione divertente, irriverente, vera. È lei l’anima dell’evento specie quando esordisce dicendo: “Saluto questa storica sagra e anche la banda.”

 

 

Virginia Raffaele impersona Carla Fracci (fonte Ansa)

Virginia Raffaele impersona Carla Fracci (fonte Ansa)

 

 

Riconferma invece la sua raffinata bellezza la romena Madalina Ghenea splendida negli abiti couture di Zuhair Murad. Sicura di sé, spigliata, intelligente, la Ghenea riesce ad incarnare perfettamente il ruolo che le è stato assegnato.

Ancora impacciato, forse fin troppo emozionato Gabriel Garko probabilmente chiuso nella botola dell’insicurezza, tarda ad aprirsi ancora al pubblico.

Ma ad incantare l’intera platea dell’Ariston, ci ha pensato il compositore Ezio Bosso che ha dimostrato virtuosismo, personalità e umanità. La sua performance è stata emozionante, coinvolgente. Ecco uno stralcio dell’intervista rilasciata a Carlo Conti ieri, sul palcoscenico: “La musica è come la vita, si può fare in un solo modo, insieme […] Noi uomini tendiamo a dare per scontate le cose belle. La vita è fatta di dodici stanze: nell’ultima, che non è l’ultima, perché è quella in cui si cambia, ricordiamo la prima. Quando nasciamo non la possiamo ricordare, perché non possiamo ancora ricordare, ma lì la ricordiamo, e siamo pronti a ricominciare e quindi siamo liberi.”

Altro ospite della serata, l’attrice australiana Nicole Kidman, bellissima in un vestito total black fasciante. Esordisce dicendo “Vieni a prendermi, per favore?” riferendosi a Conti, poi risponde liberamente alle domande rivolte dal conduttore. Parla delle figlie avute con il marito Keith Urban e delle canzoni che più la rappresentano: “Heroes” di David Bowie, “Sweet Thing” del marito e “Senza una Donna” di Zucchero che prova ad intonare.

 

 

Nicole Kidman ospite durante la seconda serata del Festival di Sanremo 2016 (fonte Ansa)

Nicole Kidman ospite durante la seconda serata del Festival di Sanremo 2016 (fonte Ansa)

 

 

Ancora nastri arcobaleno nel teatro Ariston a favore delle unioni civili; un leitmotiv con la serata di apertura. Eros Ramazzotti, altro ospite della serata, si dice a favore delle famiglie arcobaleno, sostenendo: “I figli fanno famiglia, qualunque essa sia.”

La seconda serata del Festival di Sanremo è stata vista da  10.747.000 spettatori, totalizzando il 49.91% di share.

 

DJ Matrix e Musica da giostra

La musica dance di oggi è il prodotto dell’evoluzione naturale della musica fatta su misura per i club, quella senza nessuna relazione diretta con i generi musicali di tendenza ma che ha fatto ballare intere generazioni fin dagli anni 80, per poi diventare la principale colonna sonora degli anni 90 e 2000, divenendo più popolare della musica techno o trance.
Oltre alla musica pop di un certo tipo, si comincia in quegli anni a produrre mix e musiche destinate alle discoteche e a manifestazioni come il Festivalbar.
L’Italia è il paese più produttivo di brani di questo genere e di quel periodo artisti come Spagna, Sabrina Salerno e Raf, che con la sua famosissima Self control ha varcato i confini nazionali e riscosso parecchio successo anche all’estero.
Il nuovo stile house comincia a prendere piede e non si ferma solo ai club a cui è destinato ma invade le classifiche di tutto il mondo.
Alla fine degli anni 80 oltre ai vari inni di culto conosciuti solo dagli addetti ai lavori, sono incise anche tracce come Gipsy Woman di Crystal Waters, che pur essendo di chiara matrice house, sono pezzi dance a tutti gli effetti.
In questi pezzi l’uso del campionatore è emblematico nella realizzazione del block perché permette la ripetizione dello stesso sample vocale scelto tra i vari takes della session di registrazione.

La musica house tra la fine degli anni 80 e inizi degli anni 90 in Italia subisce una rivisitazione tale da creare un nuovo genere derivato: lo spaghetti house che stravolge lo stile del sound affermatosi nel mondo anglosassone e introduce l’uso del pianoforte con riffs dallo stile chitarristico. Il sound di questi brani conquista il pubblico e affianco ai generi più diffusi, si verifica l’invasione della dance music nelle charts.
Si verificò anche il riciclo di vecchi brani, che diede nuova vita anche a brani obsoleti. Era di uso comune usare il campionatore per catturare samples di brani del passato da usare nei propri pezzi. Il risultato veniva poi amalgamato con voci a cappella e drum machines. Un brano made in Italy, conosciuto in tutto il mondo, realizzato con questa tecnica che ha conquistato le charts di tutto il mondo, (America ed Inghilterra comprese), è Right on time dei Black Box, creato con il sample di Love sensation di Loleatta Holloway, pianoforte spaghetti style, strings in stile Philadelphia e Groove house.

Il modo di fare musica come si faceva in quegli anni non è stato abbandonato, anzi, è stato coltivato, testato e migliorato. Possiamo sentire le chiare influenze dance, house o techno di quegli anni in brani dei disk jockey attuali. Fermo restando che il pubblico dei club e delle disco è il più assiduo, ha dei gusti ben precisi, non si accontenta con qualsiasi cosa e soprattutto, decreta la vita o la morte di un brano in poco tempo.

Lo sa bene Dj Matrix, ossia Matteo Schiavo, classe 1987. Matteo è un musicista, produttore, cantante, fondatore dell’etichetta discografica Danceonline e il disk jockey italiano più amato del web. Dalla sua prima hit, “Tu vivi nell’aria” ha continuato a collezionare successi, migliorando ed affinando sempre di più i suoi brani e facendosi valere nei live. Il contatto diretto con il pubblico delle serate è fondamentale per capire i gusti e le preferenze dei chi ascolta e vive la musica dance di oggi, con una particolarità: i testi sono cantati in lingua italiana.
Da venerdì 5 febbraio è in rotazione radiofonica il nuovo singolo “TUTTI IN PIEDI SUL DIVANO” fatto in collaborazione con il disc jockey Matt Joe e GLI AUTOGOL, celebre trio comico che sta riscuotendo grande successo sul web. È possibile acquistare “MUSICA DA GIOSTRA VOL.3” su iTunes.

DJ MATRIX

DJ MATRIX



Il singolo di maggior successo del dj italiano è “Voglio tornare negli anni 90”, hit suonata e ballata in tutt’Italia che conta con oltre 3 milioni di visualizzazioni su Youtube. E’ stata incisa nel 2013, quando divenne resident dj dell’Acquafan di Riccione. In quell’anno ha aperto le serate di star internazionali come Avicii, Martin Solveig, Gabry Ponte (con cui ha anche collaborato in Fall in love), Fabri Fibra e molti altri. Nella sua breve ma intensa carriera ha potuto anche collaborare, ad esempio, con Tacabro e ha scritto “Questa vita” per Fedez.

DJ MATRIX 1

L’anno scorso ha pubblicato i due volumi dell’album “Musica da giostra”, arrivando a toccare i vertici della classifica di vendite su iTunes. Il 30 giugno ha pubblicato “Ho voglia di dance”, anche questo, rimasto nella Top 10 degli album più venduti di cui “Fanno bam”, il primo singolo estratto dall’album, è rimasto a lungo in rotazione.
Il 29 gennaio scorso ha pubblicato “Musica da giostra, volume 3”. Il primo singolo “Tutti in piedi sul divano” feat. Gli Autogol sta già riscuotendo grande successo anche sul web.

Musica da Giostra 3

Come descrivi questo tuo ultimo singolo?
E’ una collaborazione fatta tramite Radio 105, il singolo è molto ironico. Gli Autogol sono 3 comici famosi nel web che stanno funzionando molto e il singolo è fatto per il loro stile. Loro sono imitatori di personaggi televisivi che abbiamo messo in musica cercando di creare un tormentone.

Perché l’album si chiama Musica da giostra?
Mi è venuta questa idea perché negli scorsi lavori la gente continuava a dirmi che facevo “musica da giostra”, così ho usato questo titolo. E’ un’ auto-presa in giro.

Sei produttore, cantante e musicista, suoni il pianoforte…
Tutte le canzoni partono dal pianoforte. Quello è il segreto di ogni musicista: le canzoni o partono da chitarra o dal pianoforte, quest’ultimo mi ha fatto avvicinare alla composizione.

Il tuo singolo “Voglio tornare negli anni novanta” ha avuto oltre 3 milioni e 700 mila ascolti, un vero successo su Youtube. Sei un nostalgico degli anni novanta?
Io ho vissuto solo la fine degli anni novanta però nella lavorazione di questo singolo ho coinvolto artisti degli anni novanta, i Paps’n’Skar. In questo singolo più che altro ho fatto da narratore della loro storia.



Quali sono le tue influenze musicali?
Io mi ispiro sempre alla musica dance degli anni 2000. La musica dance che viene fatta adesso è tutta cantata in inglese, io invece canto in italiano è questo che mi differenzia.

Il tuo è un sound molto particolare, come lo classifichi?
Lo sto descrivendo nelle pagine del mio blog. L’ ho chiamato “La musica che non esiste”, perché è un sound nuovo e la gente lo sta recependo. Questa musica qua c’era negli anni novanta, poi è andata a scemare ed io gli ho dato questa evoluzione con dei suoni nuovi però mantengo la vena stile anni 2000, stile Gigi d’Agostino. E’ proprio la disco music che è andata persa, cantata in italiano. Non è traducibile in nessun modo perché sono l’unico che la fa.

Questo è quello che ho scelto di portare avanti come Dj, però sono anche compositore e scrivo anche roba pop per altri artisti.
Per Fedez ho scritto “Questa vita” che è stato inserito nella versione deluxe come traccia inedita. Ho lavorato 3 anni per l’etichetta di Gabry Ponte. Per lui ho scritto Sexy swag, che ha poi cantata da Gabry e Shaggy. Con Tacabro ho fatto un pezzo che ha funzionato in Spagna e Messico ma qui in Italia non ha avuto nessuna valvola di sfogo, era più un pezzo più di nicchia per il popolo latino.


Hai in programma parecchi live, quindi quando non sei in studio, fai serate.
Ci tengo a dire che il mondo del live è una cosa che non mi sento calzare addosso. Vorrei dedicarmi più alla vita in studio. Il live io lo uso più per capire se il prodotto funziona o meno.
Vedo cosa funziona, vedo cosa cercano i ragazzi che frequentano quei posti.
E’ il mio termometro. Si pensa che sia tutto catalogato invece c’è una nicchia indipendente che non si fa influenzare dalla televisione o dalla radio. Ogni regione è una sua realtà diversa: al sud d’Italia funzionano i tronisti di Uomini e donne e gli youtubers ma nel veneto non sanno neanche chi siano. I prodotti televisivi, come i The Kolors funzionano più al sud, in Piemonte invece funziona più lo stile anni novanta.


Hai fatto delle aperture a degli artisti di tutto rispetto come Avicii…
Si, quando ero il dj resident dell’Acquafan (che ha portato benissimo perché, anche per un discorso scaramantico, i primi dj dell’Acquafan sono stati Albertino, Jerry Scotti e Jovanotti), quando me ne è capitata l’occasione, l’ho presa al volo).

Cosa ne pensi del sound di Avicii?
Penso che sia il numero 1 al mondo. Lui è l’unico che si fa tutto da se. E’ autoprodotto, autodidatta in tutto e si vede. Il suo sound si riconosce. Anche lui ha un mondo suo che tocca il country, secondo me è il più forte del mondo.

E Skrillex?
E’ una musica distante del mio gusto. Stiamo parlando dei più grandi del mondo. E’ avanti, tante cose non le capisco ma so che è molto avanti.

Talvolta sembra indigesto, però poi capisci o digerisci col tempo determinati accostamenti di suoni, quindi ci si abitua anche a suoni inediti?
Quando ho sentito What do you mean ho detto “aiuto”, e non in senso positivo. Invece mi sono sbagliato. A differenza degli altri che prendono i suoni già fatti, lui da un’onda crea il suono e quindi vengono fuori cose stranissime. E’ un genio. Sono tutte cose che l’orecchio non ha mai sentito e secondo me quello è il segreto del suo sound.

Dammi 2 buoni motivi per comprare “Musica da giostra”.
Il primo buon motivo è che è un prodotto sia nostalgico che futuristico con un bel beat che ho inventato. Il secondo, perché è tutto in italiano, quindi per un motivo di bandiera.



Quali sono i tuoi progetti futuri?
Ho creato un’etichetta discografica mia perché sono convinto che prima o poi qualcuno seguirà l’onda mia e voglio portarmeli a casa. Tante volte si lanciano “mode” e poi ognuno si fa gli affari suoi. Ho già trovato tre ragazzi che lavorano e la pensano come me come Matt Joe, che è diciamo uno “Skrillex italiano”.

Mi riveli una curiosità sul tuo sound?
E’ intonato a 432 Hz. Ho cambiato tutta la chiave di lettura. Credo molto nella forza dell’energia positiva e cerco di circondarmi sempre di onde positive. Se tu suoni le note, sono tutte fuori nota.

L’intonazione a 432 Hz è in armonia con la legge dell’ottava. Chi utilizzava questa legge e molti in passato la conoscevano, creava dei capolavori artistici che riuscivano a far vibrare in armonia tutte le cellule dell’essere umano. Ecco perché tanti capolavori del passato non sono solo belli, ma sono in risonanza con ciò di cui siamo costituiti.

DJ MATRIX

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Eva Robin’s si mette a nudo

C’era una volta una bellissima peccatrice che attirava l’attenzione dei media. Il suo nome è Eva Robin’s, si esibiva nelle ville dei politici, nei salotti colti degli artisti, invitata dagli “illuminati” e dai curiosi, e mostrava la sua verità sessuale: il pene. Il pene su un corpo di donna.

Sulle copertine, tra la sinuosità dei seni naturali (Eva inizia a prendere ormoni femminili all’età di 14 anni) e la sfacciataggine di un pene, si crea un personaggio. E mi sembra cosa molto superflua rispetto a quello che vedo oggi, qui, nella sua casa.

Siamo nel centro di Bologna, ultimo piano di un palazzo. Per le scale, pile di libri e oggetti d’arte. Entrando troviamo la Cina, l’Africa e la Francia tra gli scaffali e i mobili, un boudoir dalle tende chiuse e dalla luce soffusa, un ambiente che obbliga al silenzio.

Tutto sembra avvolto da mistero, le porcellane cinesi ricoperte da collane in turchese, le statue rivolte verso le finestre, gli angoli accesi dalle piccole luci natalizie, il bambin Gesù sotto una lampada giallastra – tanti ammennicoli che ricordano un luogo di preghiera. Eppure Eva Robin’s è atea.

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Girocollo con cristalli Sharra Pagano



Il sorriso si posa sulle sue labbra come una falena stanca. Il personaggio è scomparso, o meglio, ogni tanto viene fuori timido con qualche smorfia, qualche battuta sarcastica; ma quel coraggio, forse a volte un poco incosciente, di una Eva ventenne, non c’è più.

Lontana dai proiettori, Eva Robin’s si dedica al teatro, che l’ha aiutata a scacciare i fantasmi. E’ bellissima, conserva il fisico di una ragazzina e una sensualità innata, le finte ciglia vibrano, la voce è calda, docile, in sottofondo c’è il Requiem di Mozart.



Chi è Eva Robin’s?

Una volta la definivo come un bambino che cerca di crescere, oggi dico una persona, non più un personaggio (come quando ho decollato negli anni ’80). Mi sono fortificata negli anni, tra successi ed insuccessi. Ma sono gli insuccessi che mi hanno fatto crescere.

Come convive con la dualità Eva – Roberto?

Non ho mai disprezzato la parte che ha generato Eva, anzi mi è indispensabile perchè il mio Io maschile è molto più obiettivo rispetto all’immagine fatale della Robin’s. E’ un bellissimo matrimonio.

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Abito corto con maniche a campana Au Jour le Jour  – Chiodo in pelle NUMEROOTTO – Orecchini tennis in gemme Sharra Pagano



 

Quanta importanza ha avuto il teatro nella sua vita?

Il teatro è stata la mia formazione. Ho iniziato quasi per diletto con “La voce umana” di Jean Cocteau per la regia di Andrea Adriatico, ma il tempo mi ha permesso di capire che il teatro è stato la mia salvezza. E soprattutto permette, a differenza del cinema, di non focalizzare, evitando i primi piani, il tempo che passa.

Lei è stata la prima a sollevare il tema dell’ambiguità (o chiarezza) sessuale, oggi molto attuale. Com’è cambiato dagli anni 80?

Gli ’80 erano gli anni della spensieratezza ma sono passati, io vivo il presente e do importanza al futuro, trovandomi sempre a mio agio con il tempo in cui vivo. Gli ’80 sono stati l’ebbrezza del consumo…anche noi eravamo molto consumate!

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Giubbotto in pelle customizzato Amen – Gonna in tulle NUMEROOTTO



Le statistiche parlano di un aumento della prostituzione transessuale. Cosa porta gli uomini a desiderare un trans?

E’ una società fondata sul desiderio e non sul bisogno e allora il transessuale serve per sfuggire da una realtà quotidiana e inoltrarsi in un terreno da brivido. Si arriva al transessuale per il gusto e poi ci si nasconde per il disgusto.

Cosa la ferisce di più?

Veder soffrire una persona che amo.

Il complimento più bello che le hanno fatto?

Mi hai sorpreso.

Lei ha più volte dichiarato che ha avuto rapporti sia con uomini che con donne. Cosa l’affascina dell’uno e cosa dell’altro sesso?

Il rapporto con la femmina è più costruttivo rispetto a quello con i maschi, che è più distruttivo. I maschi pascolano liberi e sono pieni di desideri e di frustrazioni: si soffre di più con gli uomini, che sono fondamentalmente deboli. Con le donne il rapporto diventa educativo, istruttivo, perché apprendo ciò che a me manca del mondo femminile. E’ una scuola. Ma l’amore è sinonimo di dolore, per cui non mi auguro di innamorarmi alla mia età, sarei patetica.

Progetti futuri?

“Jackie e le altre” con i “Teatri di vita”, “Il Frigo” di Copi (il mio cavallo di battaglia), “L’omosessuale o la difficoltà di esprimersi”, “Delirio di una TRANS populista” di Elfriede Jelinek.

Il personaggio più bello mai interpretato?

Direi Agrado in “Todo sobre mi madre”, che mi ha valso una nomination per l’Ubu.

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Abito corto con maniche a campana e stivali alti Au Jour le Jour – Chiodo in pelle NUMEROOTTO – Orecchini tennis in gemme Sharra Pagano



Crediti:

Foto e Post Produzione: Miriam De Nicolo’

Direttore alla fotografia: Marco Onofri

Styling: Alessia Caliendo

Make-up: Paolo Sfarra

Hair: Mattia Flora 

Location: studio fotografico Movieland, Bologna

Madalina Ghenea: alla scoperta della valletta di Sanremo 2016

Occhi da gatta, labbra carnose, gambe lunghissime e curve da capogiro: Madalina Diana Ghenea, valletta di Sanremo 2016 accanto a Carlo Conti, Virginia Raffaele e Gabriel Garko, è una bellezza rara.

Ma chi è questa valchiria dallo sguardo dolce e dal collo da cigno? Un passato da modella e poi l’esordio al cinema, con Youth di Paolo Sorrentino, che forgia a sua immagine e somiglianza un personaggio poetico: Madalina nasce l’8 agosto 1988 a Slativa, in Romania. La vita in quel contesto economico non è delle più facili: è lei stessa a raccontare sul palco dell’Ariston che quando era bambina a casa sua si seguiva Sanremo tutti ammassati davanti all’unico televisore, per non svegliare il papà che tornava stanco dal lavoro.

La piccola Madalina sogna un futuro come étoile ma la sua altezza svettante non le permette di realizzare il suo sogno. Naturalmente elegante, la figura leggiadra cede il posto a curve mozzafiato e ad un sorriso sensuale: è la moda ad offrire a Madalina una strada. È così che la giovane arriva a Milano appena quindicenne, con una grande valigia piena di sogni e speranze per un futuro migliore. L’avvenenza sarà per lei biglietto di sola andata verso la celebrità. Come modella sfila per Gattinoni e poi ottiene numerosi contratti come testimonial.

Madalina Diana Ghenea è nata a Slatina l’8 agosto 1988

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Madalina da bambina sognava di diventare un’étoile

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La modella romena è alta un metro e ottanta e vanta curve mozzafiato



Nel 2011 partecipa al programma di punta della Rai Ballando con le stelle, dove danza sinuosa incantando il pubblico.
Successivamente avviene l’esordio al cinema: è Paolo Sorrentino a volerla in Youth, un film che vanta un cast internazionale, da Jane Fonda a Michael Caine. Dopo il successo de La Grande Bellezza, il regista romano resta colpito dalla bellezza della giovane e le affida il ruolo di una Miss Universo poetica, quasi struggente, che incarna la giovinezza che dà il titolo al film.

Ma Madalina Ghenea non punta solo sulla bellezza fisica: con una passione per la filosofia e quattro lingue parlate, la ragazza è una cittadina del mondo con un bagaglio culturale che poche sue colleghe possono vantare.

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La bella Madalina appena quindicenne si è trasferita a Milano, dove ha iniziato la sua carriera come modella

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La modella ha avuto flirt con Gerard Butler e Michael Fassbender

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Madalina Ghenea nel film “Youth” di Paolo Sorrentino



Intanto il gossip la insegue: la bella Madalina colleziona relazioni con attori del calibro di Gerard Butler, con cui fa coppia fissa per un anno, e successivamente con Michael Fassbender.
La ritroviamo ora sul palco dell’Ariston, dove si rivela grande padrona di casa dall’alto del suo metro e ottanta e di un italiano perfetto. Umile nonostante il successo ottenuto, Madalina Diana Ghenea piace anche anche per questo.


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Tutti i look di Sanremo 2016: promossi e bocciati

“La Truffa”, la comicità a portata di teatro

All’insegna della comicità e della suspense dell’imprevisto, lo spettacolo si anima attraverso la storia di due amici molto intimi, Davide e Pietro, alla ricerca della ‘svolta’ della loro vita. Ma ingegnandosi affinché ciò avvenga non faranno altro che rientrare alla loro ‘normalità’, che si nutre della forza e determinazione delle loro mogli, generando un fatale comico epilogo.





Dopo il successo di “Alberto, Veronica e me”, lo spettacolo di Giuseppe Talarico debuttato in dicembre, sempre al Teatro Agorà, è in scena la “Truffa”, commedia all’insegna della comicità proprio per le fattezze e le ambizioni dei protagonisti, una coppia di amici, sempre alla ricerca di facili guadagni e dei personaggi che orbitano intorno a loro. Davide sui quarant’anni, senza un impiego fisso, di tanto in tanto fa dei lavoretti un po’ arrangiati, ma non ha ancora trovato il lavoro che lo aggrada, in realtà non ha la volontà. Pietro, amico intimo di famiglia, lavora come barman, ma con Davide, è sempre alla continua ricerca dell’affare della vita per diventare ricchi e finalmente smettere di avere questo genere di preoccupazioni.





I due sono i classici intimi amici con un’ambizione comune, la ricerca incondizionata della ‘svolta’. Dopo tanti tentativi infruttuosi ma anche rischiosi, incontrano quello che sembra essere l’uomo giusto per poter raggiungere il loro scopo, quello di arricchirsi e di cambiare vita, un avvocato con cui mettono su il piano di una ‘truffa’. Pietro, il motore trainante fra i due, trascina Davide, un po’ titubante per i rischi da correre, ma l’idea di diventare ricco lo ossessiona e si lascia convincere.





La mente del piano diabolico, l’Avvocato Ascolti senza troppe resistenze convince i due amici ad associarsi al ‘business’ che frutterà centinaia di migliaia di euro. La provvidenza ancora una volta li aiuta, ma i due nonostante tutto andranno fino in fondo per raggiungere l’agognata ricchezza. L’affare sembra facile, ma loro non solo rischiano di essere arrestati, ma anche di essere lasciati dalle rispettive mogli, che invece hanno ambizioni opposte ai mariti, infatti sono loro che lavorando pensano a mandare avanti la famiglia. Paola e Fabiana fanno da forza di gravità nelle vite dei due facendoli collassare dai loro sogni aleatori nella normalità di sempre con obiettivi di altra natura: lavoro e figli.





La commedia si regge su diversi ritratti scenici, quello di una coppia di amici affiatati e del loro sogno di evadere dall’ordinario, quello femminile di due mogli alla ricerca entrambe di un figlio, che si sentono trascurate dai loro mariti non capendo cosa frulli nelle loro teste, incentivate dal ruolo ficcanaso e ingombrante della suocera Lilli.
Tanti gli equivoci e i colpi di scena, tante le incursioni come quelle della polizia francese e tedesca, che daranno luogo a tutta una serie di parodie e contrattempi da cui non sarà facile svincolarsi. Proprio dall’intrecciarci di una vita normale con la straordinarietà dell’episodio della truffa che si innescano l’ironia e l’umorismo tipici dell’autore Giuseppe Talarico.





Tra gli interpreti la bellissima Lucia Rossi nel ruolo di Fabiana al fianco di Giuseppe Talarico nel ruolo di Davide, Claudio Boschi è Pietro. Paola è Serena Farnesi, l’Avvocato è Flavio Ciancio- Elena Verde è la suocera Lilli, Andreas Plithakis è Mr Perry, i ruoli di entrambi gli ispettori spettano a Vittorio Ciardo.





“La Truffa”, spettacolo da non perdere prodotto dalla “Compagnia InControscena” in scena al Teatro Agorà di Trastevere in via della Penitenza 33, dall’11 al 28 Febbraio

“Scultura fotografica”: la nuova tecnica inventata da Nick Knight

Avete mai sentito parlare di “Scultura fotografica”? Questa tecnica è stata inventata dal fotografo londinese Nick Knight ed ha del particolare: i corpi cambiano materia divenendo irrimediabilmente turgidi come se mutassero la loro natura facendosi marmorei.

La tecnica è stata spiegata dal diretto interessato al sito CNN Style: “La scultura fotografica inizia con una scansione 3-D del soggetto e finisce con una scultura fisica stampata o sinterizzata a partire dai dati dello scan.” Per essere più chiari, “L’oggetto viene creato usando tutti i linguaggi della fotografia. È ritoccato esattamente come un’immagine fotografica, in Photoshop. Nel realizzarlo utilizzo tutte le mie capacità di fotografo, con la differenza che il risultato finale è tangibile.

 

Lady Gaga fotografata da Nick Knight (fonte anothermag.com)

Lady Gaga fotografata da Nick Knight (fonte anothermag.com)

 

 

La “scultura fotografica” punta sul supporto delle tecnologie, sulla capacità di creare toni chiaroscurali e sull’abilità creativa del fotografo.

La prima a sperimentare tale tecnica è stata la top Model Kate Moss immortalata seminuda a metà tra il Cristo in Croce e un angelo in redenzione.

 

Naomi Campbell immortalata da Nick Knight (fonte super.selected)

Naomi Campbell immortalata da Nick Knight (fonte super.selected)

 

 

Lo stesso Knight spiega la scelta di questa posa ponendo l’attenzione sulla similitudine seppur blasfema tra icone della moda e icone religiose entrambe adorate da milioni di persone seppur in epoche differenti. Rincara ancora la dose sostenendo che il popolo sente il bisogno di venerare liberamente qualcuno senza dover  far riferimento ai dogmi religiosi soprattutto in un periodo non proprio roseo per la Chiesa.

Nick Knight è un fotografo di moda molto stimato. A lui si sono affidate artiste e modelle di fama internazionale come Lady Gaga e Naomi Campbell.

Sanders ha rovinato la rincorsa alla presidenza della Clinton?

Il secondo stato delle primarie per le presidenziali USA ha fatto male alla candidata più verosimile sia tra i democratici che tra i repubblicani: Hillary Clinton.
Nonostante Sanders sia ben lontano dall’ottenere la nomination democratica il candidato del Vermont sta riuscendo a convincere sempre più giovani elettori e donne che la Clinton è al servizio della grande industria di Wall Street.


Nei prossimi stati in cui si terranno le primarie, North Carolina e Nevada, la Clinton sembra guidare i sondaggi con numeri a doppia cifra ma una sconfitta così marcata in New Hampshire potrebbe scoraggiare qualche suo elettore.


Sanders non è iscritto al partito democratico, è un indipendente, e molti dei suoi supporter hanno dichiarato che non voteranno la Clinton in caso vinca le primarie. Questo non potrà che far male alla più probabile candidata democratica.


La perdita di popolarità e reputazione che queste primarie stanno portando alla Clinton finirà per diventare una zavorra quando si tratterà di correre per le elezioni generali.
Anche i tentativi di recuperare i voti delle giovani donne, tramite gli endorsment di Madeleine Albright e Gloria Steinem, hanno ottenuto l’effetto contrario, sempre più giovani donne stanno votando per Sanders.
Più la campagna della Clinton diventa “cattiva” più Sanders guadagna voti.


Lo staff della Clinton aveva pianificato questa sconfitta, dall’inizio di gennaio la Clinton non guidava un solo sondaggio in New Hampshire.
La Clinton aveva provato a cambiare messaggio, Bill Clinton era arrivato a dichiarare che sua moglie non fa parte dell’establishment (!) e i numeri non hanno fatto che peggiorare.


Un altro pericolo in cui la Clinton rischia di inciampare è inseguire Sanders a sinistra, come ha provato a fare negli ultimi comizi prima del voto in cui era arrivata a dichiarare che punirà Wall Street e metterà in galera i CEO che agiscono senza scrupoli.
Raggiungere Sanders sul suo terreno è pericoloso per due motivi: Sanders è più efficace e credibile come candidato di sinistra/protesta e, soprattutto, la Clinton è ancora la candidata di punta del Partito Democratico per la sua capacità di attirare i voti del centro e spostarsi a sinistra togliere anche questo suo, essenziale, appeal.

Festival di Sanremo 2016: il resoconto della prima serata

Martedì 9 febbraio 2016 ha avuto inizio la 66esima edizione del Festival di Sanremo che, a leggere i dati Auditel, si è rivelata un po’ sottotono rispetto agli anni precedenti. Sono stati infatti solo 11.134.000 i telespettatori che si sono sintonizzata su Rai 1, totalizzando il 49,5% di share.

Ad affiancare il conduttore Carlo Conti alla sua seconda edizione, i tre co-conduttori Virginia Raffaele che ha impersonato Sabrina Ferilli, Madalina Ghenea, splendida negli abiti Alberta Ferretti e l’attore Gabriel Garko.

 

Gabriel Garko, Madalina Ghenea e carlo Conti sul palco dell'Ariston. (fonte lapresse.it

Gabriel Garko, Madalina Ghenea e carlo Conti sul palco dell’Ariston. (fonte lapresse.it)

 

 

Virginia Raffaele saluta calorosamente il conduttore carlo Conti

Virginia Raffaele saluta calorosamente il conduttore carlo Conti (fonte davidemaggio.it)

 

 

La bellezza di Garko, secondo alcuni sempre più artefatta, non è bastata per rimediare la sua presenza/assenza sul palcoscenico dell’Ariston: impacciato, insicuro, teso. Nessuna parola di cordoglio in memoria dell’anziana donna deceduta a causa l’incidente avvenuto nella villa in cui soggiornava l’attore e la delusione cresce.

L’effervescente Virginia con un po’ di brio ha risollevato le sorti di un programma che della monotonia aveva fatto il suo punto di forza. E alla faccia di chi l’accusa di fare soldi sulle spalle degli altri; il talento della Raffaele esplode anche quando in un momento delicato in cui in Italia si vota per la Stepchild adoption, dice: “Si lamentano perché la presenza di Elton John sarebbe uno spot al matrimonio gay. E quando arrivano i Pooh allora che è, ‘na marchetta all’INPS?”

 

Elton John ospite d'onore al Festival di Sanremo 2016 (fonte Repubblica.it)

Elton John ospite d’onore al Festival di Sanremo 2016 (fonte Repubblica.it)

 

La giunonica Madalina, dal canto suo, ha dimostrato di avere la giusta dose di ironia e capacità di adattamento. Ha dimostrato non solo di essere una donna bella e sensuale, ma anche di avere intelligenza da vendere: non a caso parla più lingue lei che del nostro Presidente del Consiglio Matteo Renzi.

Ma passiamo ai cantanti in gara. Nella prima serata si sono avvicendati 10 big della canzone italiana, quattro dei quali a rischio di eliminazione. Irene Fornaciari canta “Blu”, una canzone dedicata ai profughi di guerra che perdono la vita nelle nostre acque. Il messaggio è importante e diretto, ma ciò  non basta per salire in alto nelle preferenze. Stessa sorte spetta ai Dear Jack, Bluvertigo e Noemi.

È andata meglio al rapper napoletano Rocco Hunt, Giovanni Caccamo in coppia con l’ex allieva di Maria De Filippi Deborah Iurato, Stadio, Lorenzo Fragola, Arisa e Enrico Ruggeri che per il momento sono salvi.

Il parterre degli ospiti ha visto un Elton John disinvolto che ha preferito tacere sulle adozioni gay preferendo alle inutili polemiche o sermoni, parlare di solidarietà.

 

Laura Pausini ospite d'onore durante la prima puntata del Festival di Sanremo 2016

Laura Pausini ospite d’onore durante la prima puntata del Festival di Sanremo 2016 (fonte Pagina Ufficiale Fb Laura Pausini)

 

 

Poi arriva lei, la donna dei record Laura Pausini che canta sul palcoscenico dell’Ariston alcuni brani del suo repertorio dagli esordi ai giorni nostri. La cantante di Faenza, emozionata, indossa la giacca della finale del ’93 e in chiusura canta “Simili” un brano che sembra voglia inviare un messaggio di apertura alle unioni civili: “Siamo simili, dobbiamo proteggerci non dividerci.”

In realtà, anche i nastri rainbow posizionati sulle aste dei microfoni avevano il medesimo scopo. Messaggi timidi e velati che sembra non abbiano gradito in tanti.

Infine il trio di comici Aldo, Giovanni e Giacomo che festeggiano i loro primi 25 anni di attività, hanno appioppato al pubblico il solito sketch che non mancava proprio a nessuno e per tale motivo, l’assenza di Checco Zalone è stata avvertita con maggior ridondanza.

Se è vero che il cavallo si vede alla fine della corsa, dobbiamo attendere le prossime serata per affondare un giudizio più veritiero.

 

Tutti i look di Sanremo 2016: promossi e bocciati

Si è aperta ieri sera la sessantaseiesima edizione del Festival di Sanremo. Come sempre occhi puntati sugli outfit che hanno calcato il palco del Teatro Ariston. Promossa a pieni voti la bellissima Madalina Ghenea, che ha scelto per la prima serata del Festival della canzone italiana tre abiti da sera firmati Alberta Ferretti: e se il primo non ha convinto particolarmente, data l’audace stampa zebrata, il secondo e il terzo hanno letteralmente fatto sognare.

Un lungo abito nero a sirena con coda interamente ricoperta di piume: è così che la bella attrice e modella romena si è presentata sul palco a metà serata. Una mise da sogno, che enfatizzava le sue curve. Sfarzo principesco e grande classe, per una ragazza che non punta solo sulla bellezza, ma parla correntemente 5 lingue e ama la filosofia. Il terzo ed ultimo abito indossato dalla Ghenea sembra strizzare l’occhio ai Roarin’ Twenties: tra frange effetto charleston ci immergiamo nelle atmosfere de Il Grande Gatsby, per un’eleganza sontuosa e sofisticata.

Virginia Raffaele, altra valletta scelta da Carlo Conti nella conduzione di quest’edizione del Festival, ha vestito i panni di Sabrina Ferilli: incredibile la sua imitazione della procace attrice romana, di cui ha copiato perfettamente il look. Strizzata inizialmente in un bodycon dress nude con vistose applicazione di paillettes, la comica ha poi sfoggiato un principesco abito nero con ampia scollatura. Il fisico asciutto e la grande simpatia le permettono tutto. Promossa anche lei.

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Si è aperto ieri sera Sanremo 2016




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Ma passiamo alle cantanti in gara: spicca su tutte Noemi, che ha indossato un abito nero con cintura in vita e ampia scollatura sul seno. Una mise audace e sofisticata, che ha evidenziato la bellezza della cantante romana, grintosa più che mai. Bocciata invece Arisa, che si è presentata sul palco dell’Ariston con un’improbabile mise, più adatta probabilmente ad una serata casalinga: un ampio maglione con sottoveste in vista, decisamente non adatto ad un evento quale è Sanremo.

Rimandata a settembre anche Deborah Iurato: la cantante siciliana, rivelazione di Amici, si è presentata sul palco in un inedito duetto con Giovanni Caccamo, vincitore della sezione Giovani della scorsa edizione di Sanremo. La mise scelta dalla Iurato mortifica il suo fisico: l’ampia gonna a ruota con applicazioni di paillettes sulle spalle, effetto tatoo, non convince.

Ultima cantante in gara ad esibirsi sul palco dell’Ariston è stata Irene Fornaciari: ricordava quasi una vestale, nel suo lungo abito nero con le maniche lunghe, castigato e austero. Tanta classe ma forse un tocco di colore in più o qualche accessorio non avrebbe guastato.

Kasia Smutniak in Prada e Anna Foglietta in Costume National (Foto: Venturelli/Getty Images)

Kasia Smutniak in Prada e Anna Foglietta in Costume National (Foto: Venturelli/Getty Images)



Tra gli ospiti torna a Sanremo Laura Pausini: appeal da diva ed emozioni palpabili per la cantante romagnola che tutto il mondo ci invidia, che ha scelto una mise bicolore con applicazioni di strass in vita. Ironica e versatile, la Pausini è apparsa femminile e raggiante, regalando al pubblico un’esibizione indimenticabile. Tra gli altri ospiti Kasia Smutniak e Anna Foglietta: le due attrici hanno calcato il palco per presentare il loro ultimo film, Perfetti sconosciuti, per la regia di Paolo Genovese. Volto dai lineamenti perfetti e abito da moderna principessa per la Smutniak, che sceglie Prada, mentre Anna Foglietta sfoggia un abito nero firmato Costume National.

(foto copertina LaPresse)

Liana Ghukasyan, l’Armenia nel cuore e la forza della pittura

Liana Ghukasyan nata in Germania nel 1986, ha vissuto la sua adolescenza in Armenia. Vive e lavora a Milano dal 2008.
Ha esposto in moltissime prestigiose gallerie , da Progetto Arte-Elm, alla The Format Gallery di Milano e alla galleria Moitre di Torino, a Palazzo Ducale di Genova, all’Armenian center for contemporary experimental art – ACCEA, in numerose altre gallerie e musei.
La giovane età di Liana Ghukasyan potrebbe trarre in inganno, perché al contrario il suo lavoro è di una forza matura disarmante.
Si muove su un terreno difficile la sua pittura cercando di cogliere l’inquietante e il tragico dell’esistere, a tratti però compare anche un’ironia blasfema che rende quest’artista unica e molto legata alle sua origini e la sua terra.


Liana Ghukasyan, l’Armenia nel cuore e la forza della pittura


Parlami delle tue origini e di come hanno condizionato la tua pittura.


Vengo dall’est dell’Armenia, al confine con l’Azerbaigian, da un villaggio dove abitano neanche 300 abitanti, sono nata in Germania dove ho vissuto solo 2 anni, la mia infanzia l’ho passata in un villaggio che all’ epoca ancora si chiamava Orjonokidze, adesso Vahan dalla regione Gegharkunik.
Nel mio lavoro si rappresenta con un modo molto diretto e forte l’Armenia, il Dramma, la Storia, la Croce con la marmellata, la Nostalgia del vento, Mio Padre, la nostra casa …
Scrivo spesso sulle mie opere in armeno, come forse un timbro per avvisare che sono armena, un timbro non molto grande ma delicato e di gusto.
Sono armena e per me è molto importante quello che io porto con me, perché credo nella mia patria, nella nostra ricerca di un tempo nuovo, credo nella pazzia, nella verità dell’inesplicabile, nel buon senso delle pietre armene, nella follia dei fiori, nel morbo conservato per la razza umana, credo che l’Ararat è una Regina con un vestito Orgoglioso bianco lungo che è là per sussurrare “saremo per sempre”.
Come artista non voglio usare come una medaglia la mia nazionalità .
Voglio crescere, sviluppare, voglio conoscere nuove emozioni, voglio assaggiare nuovi sentimenti, voglio conoscere nuovi luoghi, nuove fermate delle metropolitane e con la forza e la drammaticità profonda delle mie tradizioni accompagnare il mio percorso.


Liana Ghukasyan, l’Armenia nel cuore e la forza della pittura


Quando hai capito che l’arte sarebbe stata il tuo destino?


Da quando i miei genitori si sono divorziati nel 1993. Ero molto legata a mio padre, era un ex militare dell’esercito russo, passavo tanto tempo nell’esercito con lui e con i soldati russi, dopo non ho mai smesso. Mi sembrava che mi avessero tolto lo stomaco quando mi ha lasciato, ma io dovevo essere forte e dovevo respirare, probabilmente la mia pittura è il mio messaggio come figlia.


Liana Ghukasyan, l’Armenia nel cuore e la forza della pittura


Cos’ è l’arte per te?


È il mio sentimento più sincero e il mio amore, la mia forza.


Liana Ghukasyan, l’Armenia nel cuore e la forza della pittura


C’è intensità e tragedia nel tuo lavoro, me ne parli?


Si, trascino con me la tragedia, per me la bellezza ha un’altra forma, altre mani, altri abbracci e risate, che trasferisco sulla tela con un cinismo assoluto, altre labbra che baciano e succhiano, altri scarafaggi che sono vincitori in ogni storia, in ogni angolo nelle mie tele.
Una forza concreta, pulita, acida, tragica ma non triste, anzi viva, questi sono gli elementi che io vorrei mostrare con il mio lavoro.
Sono un’armena, la tragedia del mio popolo è molto presente nel mio lavoro che si mischia con la biografia intima, le azioni e i gesti che io non ho mai potuto o voluto dare, una forma come parola, ma ho dipinto, senza alcun filtro.
A volte mi vergogno dell’intimità che rappresento in alcuni miei lavori ma esigo un’ assoluta sincerità e coraggio, un dramma che è vincitore, lo definirei cosi…


Liana Ghukasyan, l’Armenia nel cuore e la forza della pittura


Il tuo inconscio si rivela nelle tue opere?


No, all’inizio non la conoscevo neanche come parola, o meglio non mi serviva, ero un piccolo animaletto che senza rendersi conto aveva solo un canale per esprimersi, la pittura.
Avere solo una pancia molto grande, una mano e un cuore, era tutto quello di cui avevo bisogno.
Adesso invece conosco la parola inconscio, che ha una forma e un colore, perché ho potuto guardarmi dentro come una donna e vedere che cosa ho dentro, quante scatole ho dentro di me, alcune erano impolverate da anni, alcune erano chiuse.
Adesso ho tutti i canali aperti, l’inconscio è accanto ma riposa, perché il mio lavoro per me non è una terapia, adesso ho una testa, so di avere una testa, un cuore, gli organi, un odore, ma uso la mia mano la mia pancia e il cuore. Cerco con la saggezza e il coraggio di affrontare ogni pennellata.


Liana Ghukasyan, l’Armenia nel cuore e la forza della pittura


Quali sono i lavori a cui sei più affezionata?


Sono i lavori con i quali ho una connessione profonda, come “Mother I love you”, “Lussuria”, “Pillole della mia saggezza”, si tratta lavori che sono nati da sentimenti intimi diversi, il cuore poi ricorda quelle emozioni attraverso questi lavori. Altri invece hanno “profumi” e atmosfere diverse, che sono importanti con altri colori.

Uno stravagante scrittore

A partire da giovedì 11 febbraio, esce nelle sale cinematografiche italiane The End of the Tour, distribuito dalla Adler Entertainment, un film che pone al centro dell’obiettivo della telecamera lo scrittore David Foster Wallace, interpretato dall’attore statunitense Jason Segel, intervistato dal giornalista David Lipsky (Jesse Eisenberg). Un incontro contraddistinto da confessioni ed omissioni reciproche, scomode domande e depistanti risposte. Un mix di elementi comunicativi documentati tra viaggi in aereo e sedute davanti alla tv dal regista James Ponsoldt.

 

1996. In occasione del tour promozionale dell’opera intitolata “Infinite Jest”, il romanziere e giornalista David Lipsky frastorna di domande incalzanti per ben cinque giorni lo scrittore David Foster Wallace al fine di intervistarlo per la rivista Rolling Stone.

 

È l’inizio di un lungo percorso che li vedrà condividere l’atmosfera di solitudine che circonda la casa innevata di Wallace, l’affetto dei suoi cani, i lunghi viaggi in auto e in aereo, l’ansia antecedente la lettura di un libro, la conoscenza con due amiche e le interminabili sedute dinanzi al piccolo schermo, la vera grande droga di Wallace.

 

Nel corso di questo arco temporale, i due si studieranno a vicenda, si confesseranno, si odieranno e talvolta arriveranno persino a invidiarsi l’uno con l’altro. Un incontro-scontro che rappresenterà un avvenimento a se stante. Da quel momento, infatti, Lipsky e Wallace non si rivedranno mai più.
Se si analizza di primo acchito The End of the Tour può sembrare un lavoro freddo e privo di pathos. In realtà non è così. Occorre infatti coglierne l’essenza per la quale è stato concepito, allo scopo di estrapolarne il calore profondo e la sua autentica natura.

Jesse Eisenberg (David Lipsky) e Jason Segel (David Wallace) in una scena del film

Jesse Eisenberg (David Lipsky) e Jason Segel (David Wallace) in una scena del film


Siamo perciò di fronte ad un film molto particolare, a primo impatto difficilmente assimilabile. David Wallace era uno scrittore ossessionato dall’idea di divenire la parodia di se stesso, con la logica conseguenza di perdere il contatto con la realtà circostante. La scelta di Jason Segel, in questo senso, risulta azzeccata. L’attore americano (noto al pubblico per alcune pellicole dal tono irriverente e goliardico quali Questi sono 40, Facciamola finita e Sex Tape – Finiti in rete, con Cameron Diaz) infatti compare sul grande schermo con la famosa bandana e con la consueta aria tormentata che lo contraddistingue. Un personaggio sicuramente (e per l’appunto) ai confini con la parodia, ma la sua performance attoriale è nel complesso più che soddisfacente.

 

È dunque possibile definire The End of the Tour come un prodotto a metà strada tra un documentario dal carattere biografico e un’opera di finzione. Una sorta di racconto molto simile a quelli che Wallace correggeva ai suoi studenti.

 

Il rapporto e le dinamiche intersoggettive tra intervistatore ed intervistato si mischiano e si confondono reciprocamente, creando un perfetto amalgama complementare all’interno della coppia. Nota di merito, in questa prospettiva, per Jesse Eisenberg (di cui ricordiamo film come The Social Network, Now You See Me – I maghi del crimine e il recente The Double) nei panni dell’incalzante reporter David Lipsky.

L'attore Jason Segel nelle vesti dello scrittore David Foster Wallace

L’attore Jason Segel nelle vesti dello scrittore David Foster Wallace


Dietro la macchina da presa troviamo il regista statunitense James Ponsoldt (di cui citiamo a titolo esemplificativo Off the Black del 2006, Smashed del 2012 e The Spectacular Now del 2013), il quale ha il merito di ricostruire il viaggio di Lipsky non come un’esperienza indimenticabile, bensì come un’immersione nell’umiltà. Il giornalista del Rolling Stone, infatti, cerca in tutti i modi di trovare il pertugio giusto per affondare le sue domande, ma i suoi tentativi vengono puntualmente vanificati da Wallace.

 

Sia Lipsky che Ponsoldt non potranno mai comprendere chi è veramente David Foster Wallace, né nell’arco di cinque giorni né nel corso dei 106 minuti di durata del film. Tuttavia, entrambi hanno avuto l’occasione di avvicinarsi, lasciandosi influenzare dal suo ego.

 

Infine, non mancano gli elementi creativi. Basti pensare, ad esempio, all’utilizzo di un tipo di linguaggio tutt’altro che comune per una pellicola destinata ad un pubblico variegato e quindi comprendente chi ancora non conosce David Foster Wallace.

Cyberbullismo, il truck di Una vita da Social a Sanremo

Il 9 febbraio 2016 più di 100 paesi in tutto il mondo celebrano il Safer Internet Day. Internet, i social network e la facilità di comunicare online con chiunque hanno cambiato il mondo ed il modo d’interagire delle persone. I social sono parte integrante della quotidianità di chiunque ed hanno aperto frontiere inimmaginabili quali il poter recuperare la comunicazione ed i rapporti caduti in oblio a causa della lontananza fisica. Hanno abbattuto le barriere caratteriali: dietro ad uno schermo non si è più timidi o riservati. Scrivere su una tastiera non richiede neanche un contatto visivo con l’interlocutore, ne che ce ne sia uno, ed ecco che i social diventano luoghi dove postare oltre al pensiero del giorno anche odio e frustrazione, talvolta esagerando, ingenuamente o artatamente provocando scontri o incomprensioni che presto sfuggono di mano ed assumono dimensioni incontrollabili. La percezione distorta degli effetti della comunicazione virtuale è la principale causa del bullismo nel web. Insulti e aggressioni verbali trovano spazio laddove l’educazione digitale manca, dunque è fondamentale dare ai giovani gli strumenti e conoscenze di base che li aiutino a superare e a gestire difficoltà collegate al fatto che devono gestire precocemente situazioni, relazioni ed aspettative proporzionali alla veloce evoluzione della comunicazione online.

Ecco l’importanza di promuovere iniziative di informazione che possano contribuire a creare consapevolezza sull’uso del web nei ragazzi e, sicuramente, sappiamo che potrà essere tanto utile anche per adulti.  La stessa Polizia di Stato, quotidianamente, interagisce con i cittadini attraverso le pagine Facebook dell’Agente Lisa e della Polizia di Stato, nonché con il profilo Twitter istituzionale ma 2 ragazzi su 3 ritengono che questo fenomeno sia in aumento.

Che cos’è il cyberbullismo?

Secondo il rapporto di Telefono Azzurro e Doxa Kids, l’80% dei ragazzi ne ha già sentito parlare, il 40% conosce qualcuno che ne è stato vittima.
Il cyberbullismo è un fenomeno d’aggressione da parte del cyberbullo, che colpisce la sua vittima tramite la diffusione di materiale denigratorio o tramite la creazione di gruppi contro un determinato individuo.

Gli effetti sono devastanti per le vittime. I drammi interiori dei giovani sono spesso ignoti anche ai genitori ed i segnali di malessere possono essere incompresi o mal interpretati. La prima adolescente morta in Italia per cyberbullismo è stata Carolina Picchio, ex allieva della Senatrice Elena Ferrara, eletta poco dopo la scomparsa della giovane. Carolina è morta suicida dopo un salto nel vuoto di 3 piani, per un video che la ritraeva ubriaca e semi-incosciente in un bagno, mentre degli amici tra i 13 e i 16 anni mimavano atti sessuali. Carolina ha deciso di uccidersi perché non sopportava più le brutte parole e gli insulti avuti a causa di quel video diventato subito virale su Facebook.

A Carolina sarà intitolato il Centro nazionale di prevenzione su cyberbullismo e attività illegali in rete che sarà inaugurato al Fatebenefratelli di Milano.
Nel nostro paese ci sono 8 mila minori nella fascia di povertà materiale e culturale, secondo le ultime stime, sono circa 30 mila i minori che non escono dalle loro stanze per settimane e per mesi, quelli che in Giappone sono detti “Hikikomori”, giovani che s’annullano nella società virtuale per il senso di vergogna ed inadeguatezza.

Se tutto procederà nella norma, potremmo avere una legge a prevenzione e contrasto del cyberbullismo entro la fine del 2016. L’approccio educativo se condiviso dalla rete formativa dei giovani integra l’apporto di genitori, insegnanti ed educatori. Serve una sinergia tra scuola, territorio e terzo settore.

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Elena Ferrara



Il ddl 1261 sulle Disposizioni a tutela dei minori per la prevenzione e il contrasto del fenomeno del cyberbullismo della senatrice Elena Ferrara potrebbe essere discusso nell’Aula della Camera entro quest’estate. Il testo di partenza è quello approvato con voto unanime a maggio 2015 e attualmente il provvedimento è in valutazione nelle commissioni congiunte Giustizia (2°) e Affari sociali (12°).
Questo disegno di legge vuole favorire la tutela dei dati personali, l’identità e lo sviluppo armonico di una coscienza critica ed incentivare il confronto, la conoscenza e la libertà espressiva oltre a delineare una serie di servizi utili agli utilizzatori della rete. Il ddl s’articola tra il tavolo interministeriale permanente, che armonizza le direttive EU, i garanti, i ministeri, le organizzazioni attive sulla problematica e la polizia postale.

Tra gli articoli del disegno di legge spiccano il codice di autoregolamentazione per gestori, operatori, produttori e new media, le azioni formative di sistema che dovranno designare un referente per ogni autonomia scolastica e provvedere a fornire risorse adeguate alla Polizia Postale, e infine i dispositivi per la tutela dei minori, per poter rimuovere su segnalazione materiale lesivo e avviare procedure d’ammonimento.

Ipsos, Skuola.net e l’Università di Firenze per il Safer Internet Day 2015 hanno stilato un profilo del minore in rete che aiuta a mettere a fuoco l’importanza di questo fenomeno.
Il 97% possiede uno smartphone e il 90% ha un abbonamento alla rete dati. Solo una piccola percentuale di giovani dichiara che non si connette.

Su un campione di 452 mila ragazzi solo il 12% non si connette. La maggior parte di loro conosce un tredicenne che ha un profilo Facebook, quasi la metà passa dalle 3 alle 5 ore su internet, il 18% di loro anche di più. Il 39% condivide il proprio numero di telefono su internet ed il 35% ha conosciuto ed incontrato qualcuno conosciuto sul web.

Fenomeni come il vamping (restare svegli tutta la notte a chattare e navigare come vampiri), il sexting (inviare immagini e messaggi con esplicito riferimento sessuale) sono in forte crescita. Il 25% degli adolescenti conosce il vamping molto bene e secondo l’indagine del Cremit e di Pepita Onlus, tutti i minori sono iscritti ad almeno un social network e il 50% di loro ha ricevuto immagini sessualmente esplicite da amici o da sconosciuti.

UNA VITA DA SOCIAL ANCHE A SANREMO

Carlo Conti visita il truck di Una vita da Social



La campagna Una vita da Social della Polizia Postale è inserita nel progetto Generazioni Connesse, coordinato dal Miur.



Nel corso delle 2 edizioni precedenti ha raccolto un grande consenso: gli operatori della Polizia Postale e delle Comunicazioni hanno incontrato circa 150.000 studenti nelle piazze e 800.000 nelle scuole, 25.000 genitori, 10.800 insegnanti per un totale di 2.800 Istituti scolastici, 18.000 km percorsi e oltre 130 città raggiunte sul territorio.
Quest’anno dopo la partenza da Ponticelli (Napoli), il truck Una vita da social è arrivato a Sanremo e si fermerà per una settimana in Piazza Colombo per portare avanti la sua imponente campagna educativa itinerante, realizzata dalla Polizia di Stato in collaborazione con Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, per sensibilizzare i giovani utenti della rete ai rischi e pericoli dei social network e in particolare, del cyberbullismo.

Mercoledì 10 febbraio, dalle 18 alle 19 a Casasanremo, è previsto poi un incontro informativo a cui prenderanno parte, oltre ai poliziotti della Specialità, anche gli esperti di Facebook Italia.

Oltre alle attività collaterali di Casasanremo, fino al 13 febbraio ogni giorno dalle 9 alle 18, il truck di 18 metri allestito ad aula didattica multimediale con postazioni internet sarà a disposizione di studenti, insegnanti, genitori e società civile di tutte le età, per confrontarsi sull’uso sicuro, critico e consapevole di internet, prima di riprendere viaggio verso altre 30 località italiane.

“La Polizia di Stato da oltre dieci anni è fortemente impegnata nei progetti educativi sui temi della sicurezza, tuttavia con il progetto itinerante Una vita da social ci siamo posti l’obiettivo di raggiungere con la formazione anche gli adulti, che svolgono un ruolo determinante nel garantire che l’esperienza di utilizzo del web da parte dei ragazzi sia una grande opportunità”. Grazie alle attività di formazione informazione abbiamo visto una crescita della consapevolezza che difendersi è possibile, sono cresciute le denunce, è cresciuta la percezione che ciascuno è responsabile di ciò che compie in rete e anche un gesto fatto per scherzo può avere conseguenze serie.” – ha dichiarato Leopoldo Laricchia, Questore della Provincia di Imperia.

Valentino Garavani torna “in scena” con La Traviata

Un grande sogno che si avvera quello di Valentino Garavani  che, da sempre grande estimatore di opere liriche, dal 24 maggio al 30 giugno 2016 andrà in scena con gli abiti da lui disegnati per una nuova edizione de La Traviata. Fiancheggiato da Maria Grazia Chiuri e Pierpaolo Piccioli per la realizzazioni dei costumi di scena e dalla regista Sofia Coppola per la prima volta agli esordi alla regia di un’opera lirica, disegnerà gli abiti di Violetta, realizzati negli atelier della maison.

 

Maria Grazia Chiuri e Pierpaolo Piccioli durante la sfilata Haute Couture A/I 15-16

Maria Grazia Chiuri e Pierpaolo Piccioli durante la sfilata Haute Couture A/I 15-16

 

 

Piccioli e Chiuri, attuali direttori creativi della maison Valentino, vestiranno Flora e il coro, servendosi di una stretta ed importante collaborazione con la sartoria del Teatro dell’Opera.

Divisa in tre atti, l’opera rielaborata dal libretto di Francesco Maria Piave ed ispirata da La Dame aux camélias di Alexandre Dumas, sembra una pura reminiscenza cinematografica molto probabilmente influenzata dalla vocazione artistica dello scenografo Nathan Crowley (noto per aver elaborato le scene per i film Batman Begins e Il Cavaliere Oscuro) e dalla stessa Sofia Coppola, scelta da Valentino dopo esser rimasto ammaliato dal film  Marie Antoinette.

 

Sofia Coppola

Sofia Coppola

 

 

A curare le musiche di scena, il maestro cremonese Jader Bignamini (direttore associato dell’Orchestra Verdi di Milano) che dirigerà le voci di Francesca Dotto e Maria Grazia Schiavo entrambe nel ruolo di Violetta Valery e Antonio Poli e Arturo Chacón-Cruz nel ruolo di Alfredo Germont.

Ad annunciare la rivisitazione de La Traviata resa possibile dalla Fondazione Garavani-Giammetti è stato Carlos Fuentes, Sovrintendente della Fondazione Teatro dell’Opera di Roma.

I biglietti sono già disponibili presso il botteghino del Teatro dell’Opera e sul sito.

C’è davvero da avere paura per il virus Zika?

Il Virus Zika sta scatenando il panico globale, la Colombia ha consigliato alle donne di non rimanere incinta durante il periodo dell’epidemia, il Brasile pensa di annullare i giochi e Obama ha chiesto al congresso di stanziare 1,8 miliardi di dollari per combattere l’epidemia ma è davvero necessario un allarme di queste proporzioni?


L’infezione da Zika è, generalmente, molto lieve e non lascia strascichi o conseguenze. L’epidemia è diffusa grazie alle zanzare. Ultimamente è stato provato il passaggio del virus tramite rapporti sessuali e nella saliva sono state trovate tracce di Zika.
Il virus è stato collegato a dei casi di Microcefalia.
Zika può portare anche alla Guillain-Barre, una malattia autoimmune.


Nella realtà, però, la malattia, 4 volte su 5 si manifesta con gli stessi sintomi e le stesse conseguenze di un raffreddore. Non esiste cura ma il corpo se ne libera spontaneamente in meno di una settimana. Nonostante sia, poi, stata collegata alla Microcefalia non ci sono nessi causali provati.


Uno delle più grandi bufale che circolano in questo momento è che in Brasile ci siano 4000 casi di Microcefalia dovuti ad un contagio di virus Zika da parte di donne incinta. Le autorità brasiliane, per il momento hanno solo confermato un aumento dei casi di Zika ma neanche lontano a quello che viene comunemente riportato. I 4000 casi che vengono riportati sono solo quelli sospetti.
Nei primi 700 casi che sono stati controllati dalle autorità sono risultati solo 270 quelli affetti da Microcefalia.


Non che 270 casi di Microcefalia siano pochi, la maggior parte dei bambini affetti da questa malattia hanno problemi neurologici, ritardi di sviluppo e difficoltà nei movimenti.
Il 15% dei casi invece non ha ripercussioni significative per quanto riguarda la qualità della vita.
Certo, evitare la diffusione di un virus che può indurre ad una malformazione neonatale che probabilmente condurrà ad un handicap serio è importante ma da qui a cancellare delle olimpiadi ce ne passa.


Soprattutto se si pensa che per la prevenzione delle malattie che possono portare a delle malformazioni neonatali gli USA, ad esempio stanziano 11 milioni di dollari l’anno mentre il CDC, l’organizzazione che se ne occupa, ha uno stanziamento annuo di 5 miliardi di dollari e che per il virus Zika da solo Obama abbia chiesto 1.8 miliardi al congresso.

BeOnMemories.com: la startup di Raffaele Sollecito creata per commemorare i defunti

Raffaele Sollecito crea una startup davvero impressionante e non per modo di dire benevolo.

BeOnMemories.com farebbe venire la piloerezione anche ad un morto e scusate il giro di parole ma un progetto nato per commemorare i defunti, già di per se è un’idea bislacca, immaginate se per presentarlo si debba attendere Sanremo 2016 con tutta l’attenzione mediatica che ne deriva.

Ma cerchiamo di capire bene su quali basi nasce questo progetto. BeOnMemories.com sarebbe un’azienda online che si occupa di organizzare da cima in fondo il funerale del caro defunto; inoltre con BeOnMemories.com è possibile portare un mazzo di fiori da lasciare sulla lapide (quest’ultima acquistabile sull’e-commerce del sito) del caro estinto.

Per essere più concisi: se il 2 novembre (giorno di commemorazione dei defunti n.d.r.) siete impegnati per tutto il giorno e non potete recarvi al cimitero, l’agenzia funebre 2.0 di Sollecito pulirà la lapide del vostro caro defunto e poserà su questa, un bel mazzolino di fiori scelto accuratamente da voi.

 

raffaele Sollecito e Amanda Knox immortalati poche ore dopo la morte dell'amica Meredith Kercher

Raffaele Sollecito e Amanda Knox immortalati poche ore dopo la morte dell’amica Meredith Kercher

 

 

Sollecito, dopo l’esperienza vissuta in carcere da imputato per la morte di Meredith Kercher e assolto poi definitivamente assieme all’ex fidanzata Amanda Knox dalla Suprema Corte di Cassazione, oggi è a tutti gli effetti imprenditore di un’agenzia funebre supportato, per altro,  anche dalla Regione Puglia che gli ha concesso ben 66 mila euro per lanciare la startup.

A Blogo, Raffaele ha così commentato l’iniziativa: “Sarà disponibile all’inizio di questa primavera, ho cercato di azzerare la distanza tra la persona cara da commemorare e un parente o un amico. Se lavoro a Milano e ho un parente a Bari, difficilmente riesco ad andarci fisicamente. Attraverso questo portale abbiamo raccolto tutti i cimiteri d’Italia e una serie di fioristi nostri partner che espletano il servizio in loco. Registrandosi, si può creare il profilo della persona da commemorare, condividere questo ricordo sia sui social che sul portale stesso e comprare dei prodotti come corone o ceri votivi fino ad assicurare la pulizia delle lapidi e così via. Come prova del lavoro svolto ne mandiamo all’utente una foto in alta definizione.”

Quando il business chiama, la tentazione è tanta, anche a costo di andare incontro a magre figure.

Il sito è ancora un work in progress ma c’è chi scommette che al suo interno ci sarà anche la “Bacheca del caro istinto” con tanto di necrologie.

 

 

 

La falsa percezione e i falsi numeri del web

La visione di un web onnipotente è certamente uno strumento di pressione forte nei confronti del mondo dell’informazione, in special modo di quella politica: se non mi dai spazio io ho un canale di comunicazione tutto mio. 
Il che in sé sarebbe uno strumento presentabile come “liberatorio” per la politica rispetto a eventuali censure o tagli o limitazioni della partecipazione al dibattito pubblico. 
Questo sino a quando si presenta lo strumento per quello che è, e non si comincia a barare o anche a credere alle proprie finzioni, qualitative e quantitative.


Considerare ad esempio il numero dei follower come “voti” o seguito effettivo. Manipolare questo numero con fake e botnet finendo col credere a questa realtà numericamente artefatta.
Considerare come un seguito sociale e politico i like su Facebook o il numero di retweet, anche in presenza di software e tools che amplificano questi dati, o attraverso l’uso di botnet e spider per aumentare il numero di visite e i pagine viste al proprio sito o blog.
Sotto tutti questi punti di vista il web è uno strumento straordinario di finzione non solo di trasparenza ma anche di effettivo peso politico, e cedere ad una visione cyber-utopistica impedisce di vedere e deforma la percezione della realtà, anche politica.

Diventa quindi centrale, soprattutto nell’era digitale e del web 2.0, tornare a parlare di trasparenza nell’informazione politica, di valori come obiettività, imparzialità, neutralità, verità e di declinarne un significato ancora più preciso e necessario rispetto al passato, per cercare di arginare la parte più pericolosa e fuorviante di un’informazione in rete che, apparentemente libera e indipendente, e predicata come luogo in cui ciascuno vale uno ed è sullo stesso piano e paritario rispetto agli altri, rischia di diventare la parte meno trasparente e più manipolata e manipolabile dell’informazione e della comunicazione politica.



Robert Waller è un esperto di comunicazione, direttore di Simplification Centre (società no profit statunitense di consulenze per migliorare la comunicazione). È stato tra i primi a sviluppare sistemi di controllo e monitoraggio degli account su twitter ed è stato lui a sviluppare parte del sistema StatusPeople, l’applicazione più diffusa per il controllo della qualità dei follower. Inoltre fa parte del un gruppo che ha in qualche modo definito i criteri per la definizione di un follower come fake (fasullo) o inattivo. 
Secondo Waller «è importante sapere che quando si comunica lo si fa con persone reali, perché più reale e attivo è un profilo, maggior seguito e condivisione avrà. Il secondo motivo è che c’è un numero crescente di fakers in rete. Le persone acquistano seguaci tentando di costruire in questo modo la propria reputazione e legittimità. “Guardami ho 20.000 seguaci, devo sapere la mia…” stanno essenzialmente cercando di ingannare il sistema ed è importante essere in grado di individuare ed evitarli. Perché in ultima analisi, se sei disposto a mentire su quanti amici hai, non sei una persona molto affidabile».



In genere le reazioni più comuni, quando si «smascherano» i profili con iniezioni massicce di fake, vanno dalla negazione alla denuncia della macchina del fango, alla propaganda di qualche competitor al «me li hanno acquistati a mia insaputa» alla negazione e messa in discussione del criterio di ricerca. 
Vale la pena ricordare una sana eccezione, anche questa figlia di come in alcuni Paesi viene percepito e vissuto il concetto di trasparenza e democrazia. È il caso di Louise Mensch, uno dei punti di riferimento dei conservatori inglesi, che nel luglio 2012 il Telegraph ha pubblicamente accusato di aver acquistato 40mila fake usando proprio le applicazioni di Waller. 
La Mensch ha ammesso la questione scrivendo un semplice tweet dicendo «ho chiesto a TwitterUk di rimuovere questi spambot» e resettare il profilo ai valori precedenti. Sarebbe un bel gesto di civiltà, e prima ancora di rispetto verso gli utenti reali, se importassimo anche noi questo tipo di risposte e soprattutto di comportamenti. Perché parafrasando Waller «in ultima analisi, se sei disposto a mentire su quanti amici hai, su cosa non sei disposto a mentire? E se sei disposto ad acquistare follower per aumentare la tua popolarità, cosa non sarai disposto ad acquistare?».


Forse anche più patologico il fenomeno se consideriamo la sua estensione al mondo del giornalismo e dell’informazione. 
Ma in fin dei conti questa estensione è fisiologica visto che l’informazione – e in modo specifico quella politica – è parte dello stesso sistema e tende ad accreditarsi allo stesso modo, verso lo stesso publico che ha la stessa sensibilità ai numeri ed alle apparenze.
E del resto – anche se noto come fenomeno – riguardando il tema dei fake e dei numeri gonfiati tanto il mondo dell’informazione quanto quello della politica, entrambi questi mondi hanno un interesse diretto e “personale” oltre che “di categoria” alla sua negazione, relegandolo a questione o tecnica o marginale o “non quantificabile con certezza”.


Oggi il tema riguarda il web, ieri riguardava qualsiasi inchiesta o indagine sui dati Auditel (famoso fu il caso di un giorno in cui il segnale di RaiUno era interrotto per due ore in tutta Italia, mentre secondo i dati sostanzialmente il 22% della popolazione televisiva avrebbe comunque guardato uno schermo vuoto!).

La guerra a Daesh sta aiutando al-Qaeda?

La guerra a Daesh sta diventando sempre più senza quartiere, la Libia sembra sul punto di diventare il prossimo luogo d’intervento per le forze occidentali, gli attacchi in Siria e Iraq sono sempre più duri e frequenti. Da questa situazione sembra esserci un solo beneficiario: al-Qaeda.


Al-Qaeda sembra aver sfruttato gli attacchi della coalizione a guida USA nei confronti di Daesh e sembra aver riguadagnato potere nell’aerea. Alcuni ufficiali del contro-terrorismo americano hanno notato come, man mano che Daesh si indebolisce sotto gli attacchi alleati al-Qaeda prospera e allarga il suo campo di influenza.


La coalizione occidentale ha scelto di non colpire Jabhat al Nusra, al-Qaeda in Siria la quale, con il suo nemico giurato sotto costante bombardamento ha iniziato ad espandersi. Di nuovo. Jabhat al Nusra dal canto sua si sta allineando a molti gruppi di ribelli e questa politica sembra pagare.


Negli ultimi giorni gli USA stanno osservando la situazione ad Aleppo per capire cosa succederà in futuro. Ad Aleppo le forze di al-Qaeda sono sotto attacco per cui sarà interessante guardare se le strette relazioni tra i gruppi ribelli e al-Qaeda resisteranno a una sconfitta sul campo.


I sostenitori di questa tattica, in cui Jabhat al Nusra è lasciata in pace, sostengono che al-Qaeda sia l’unica forza che può impedire alla Siria di diventare una battaglia tra due soli attori, Bashar al-Assad e Daesh. Gli USA sono preoccupati dal dover sostenere apertamente Assad.
Per altri il gioco non vale la candela e, quindi, supportare indirettamente al-Qaeda è troppo pericoloso.


D’altronde al-Qaeda ha combattuto fianco a fianco con ribelli supportati direttamente da Washington, con armi americane. Al-Qaeda sta diventando un gruppo ribelle indirettamente supportato dagli USA, quello più forte. Alcuni, come Petraeus, l’ex generale e attuale direttore della CIA ha anche provato a far circolare l’idea di lavorare direttamente con Jabhat al Nusra, nonostante l’organizzazione sia ufficialmente nella lista nera delle organizzazioni terroriste dal 2012.


Al-Qaeda sembra prosperare anche per il suo nuovo approccio. L’organizzazione si sta comportando in modo diverso rispetto a come fece in Iraq. Sono più tolleranti e meno rigidi rispetto a Daesh: estremismo islamico dall’aspetto amichevole.
Questo è il modo in cui al-Qaeda è riuscita a sopravvivere in Libia, Yemen o Afghanistan. In questo modo i cittadini di questi stati vedono al-Qaeda come l’alternativa meno violenta e più ragionevole all’Islam integralista propalato da Daesh.


Une tattica opposta a quella di Daesh che si è attirata l’odio di tutto l’occidente con i suoi gesti barbari pubblicizzati.
In Siria, in particolar modo, al-Qaeda è riuscita a sembrare, agli occhi della popolazione, come una seria e legittima forza ribelle ed è riuscita, in alcuni casi, a raggruppare il popolo per combattere Daesh, nonostante essa stessa voglia creare uno stato islamico.


Non sono solo gli occidentali a vedere in modo positivo al-Qaeda, anche l’Arabia Saudita ha smesso di attaccare la zona dello Yemen controllata da al-Qaeda. Insomma, per ora, per qualcuno, meglio avere le due forze combattersi l’un l’altra e se questo vuol dire dare una mano, indirettamente, a una delle due così sia. Solo i russi non sono di questa opinione.

Zegna: il ritorno di Alessandro Sartori

Alessandro Sartori è il nuovo direttore creativo di Zegna subentrato dopo la recentissima dimissione di Stefano Pilati. In realtà, quello di Sartori è più che un graditissimo ritorno dato che dal 2003 al 2011 ha ricoperto eccellentemente il ruolo di head of design per la linea giovane Z Zegna del marchio.

Lo stilista biellese classe sessantasei  ha così commento il suo ritorno in azienda: “Desidero ringraziare Gildo e tutta la famiglia Zegna per questa opportunità davvero fantastica. Sono cresciuto osservando e ammirando le loro creazioni e i loro valori, autentici e profondi. Sono entusiasta di poter partecipare con tutto il team Zegna alla scrittura di un nuovo capitolo. Non vedo l’ora di entrare nei favolosi archivi di Trivero, incontrare gli artigiani e cominciare a lavorare sulle nuove collezioni“.

Sartori, che nel frattempo ha abbandonato il team Berluti (maison di lusso dedicata alla moda uomo appartenente al gruppo LVMH) si insedierà nel gruppo Zegna nel giugno 2016. L’obiettivo della maison è mantenere la posizione ai vertici del mercato moda uomo. I mercati esteri rimangono l’obiettivo di Zegna con Cina, Stati Uniti, Giappone in pole position.

 

Alessandro Sartori dopo la collezione primavera/estate 2015 di Berluti a Parigi, 26 giugno 2015.  (PATRICK KOVARIK/AFP/Getty Images)

Alessandro Sartori, immortalato durante una sfilata Berluti (PATRICK KOVARIK/AFP/Getty Images)

 

 

Meta difficile da raggiungere per Alessandro? Certo che no: l’impresa è già stata ampliamente conquistata nella passata collaborazione con il marchio italiano, quando Sartori in pochissimi anni fece lievitare gli introiti dell’azienda che da 30 milioni aumentarono a 100 milioni di euro.

Entusiasta del ritorno di Sartori, l’amministratore delegato Gildo Zegna ha così commentato il rientro dello stilista: “Conosco Alessandro e il suo stile da molti anni e sono molto contento di accoglierlo di nuovo nel nostro gruppo. Il suo talento, la sua creatività, la sua passione e modernità lo rendono perfetto per aiutarci ad accompagnare Zegna nella prossima tappa del suo sviluppo.”

Nel frattempo il designer Pilati si dice onorato di aver avuto la possibilità di lavorare in una azienda famigliare che fa della qualità, dell’eccellenza e dell’artigianalità, il suo punto di forza. Attendiamo, quindi, nuovi sviluppi in merito ad una possibile nomina di Pilati come direttore creativo di una maison di lusso di eguale spessore. I posti vaganti, infatti, aumentano di giorno in giorno.

 

 

 

Look of the day: Paloma Picasso – icona di stile

Copiare il look di un’icona è cosa assai azzardata, soprattutto quando si tratta di Paloma Picasso, ma tentare un tocco di classe in suo onore è possibile.

Figlia di Pablo Picasso e dall’artista francese Françoise Gilet, Paloma si conferma come indiscussa icona di stile, creatrice di gioielli, musa di stilisti e fotografi.

Qui un articolo a lei dedicato e in questo spazio la nostra proposta di look a lei ispirato.


Brand: Michael Kors, Alexander McQueen, Rick Owens, Al e Ro Design, Prada, Bruno Carlo, Dolce & Gabbana, Corrado Giuspino, Dubini, Chantecler, Eugenia Kim, Versace Home.




(immagini da Trendfortrend)

Leonardo Di Caprio, Papa Francesco e Hieronymus Bosch

In attesa di ricevere il probabile Oscar come migliore attore per Revenant, Leonardo Di Caprio è stato ricevuto in udienza in Vaticano da Papa Francesco. Ne hanno dato notizia i mass-media di tutto il mondo. I quali hanno sottolineato la convergenza di vedute tra il divo hollywoodiano e il Sommo Pontefice sulla necessità, non più rinviabile, di richiamare l’attenzione di tutti sui grandi temi dell’ecologia e della salvaguardia del creato.
L’incontro si è concluso, come di consueto, con uno scambio di doni: il Papa ha regalato a Di Caprio un’edizione speciale della sua enciclica Laudato si’, dedicata appunto ai temi ecologici, mentre l’attore ha offerto al Pontefice un volume sui dipinti di Hieronymus Bosch, accompagnandolo con un ricordo personale: «Una raffigurazione della Terra di Bosch era appesa sopra il mio letto di bambino, l’aveva appesa mio padre. Per me ha sempre rappresentato il pianeta e l’utopia ecologica è stata un’ispirazione e una promessa di futuro» e commentando che le immagini di Bosch rappresentano ai suoi occhi un’efficace spiegazione del pensiero del Papa.


Leonardo Di Caprio, Papa Francesco e Hieronymus Bosch


Bello e interessante tutto ciò.
Chissà se i due protagonisti dell’incontro si siano accorti di una circostanza, che qui desideriamo evidenziare.
Hieronymus Bosch è stato un grandissimo pittore fiammingo. Visse tra la fine del Quattrocento e l’inizio del Cinquecento a ‘s-Hertogenbosch, da cui deriva il nome, lui che in realtà si chiamava Hieronymus van Aeken, cioè Girolamo di Aquisgrana.
I suoi dipinti sono di una bellezza allo stesso tempo rasserenante e inquietante. Bosch, infatti, avvertì con straordinaria intensità il mistero della natura e della presenza dell’uomo nel mondo e rese con ardite strutture compositive e colori squillanti o tenebrosi questo senso di stupore davanti all’enigma della vita.
Il maestro fiammingo è un pittore davvero originale, anzitutto per la sua epoca. Egli visse fra il tramonto del medio evo e l’alba della modernità, ma, tutto sommato, in pieno rinascimento. Ebbene, se il rinascimento è proporzione, equilibrio, misura, limpidezza, i suoi dipinti sono esattamente l’opposto: in lui trionfa non lo splendore della creazione ma l’assurdità del mondo, non uno spazio matematicamente organizzato ma una spazialità spettrale e deforme, non un ideale di bellezza apollinea ma un’espressività esasperata e grottesca.


Leonardo Di Caprio, Papa Francesco e Hieronymus Bosch


Anche per noi Bosch appare singolare e di difficile interpretazione. Ma forse, rispetto ai suoi contemporanei, noi siamo un po’ più fortunati: infatti siamo già stati educati (o, se si preferisce, diseducati) da Darwin, da Nietzsche, da Freud e seguaci a guardare la realtà con gli occhi non dell’evidente immediatezza bensì della trasformazione, del sogno, dell’inconscio, del surrealismo. E dunque le immagini di Bosch ci interpellano con straordinaria incisività, perché ci sfidano a oltrepassare il velo dell’apparenza per cogliere uno straordinario messaggio simbolico dentro il fluire delle cose e della loro opacità.
Interessante è l’interpretazione che Di Caprio ha dato dell’opera di Bosch collegandola con il pensiero di Papa Francesco. Basti pensare, ad esempio, all’inizio della Laudato si’, quando il Papa parla della natura come di una nostra sorella:
«Questa sorella protesta per il male che le provochiamo, a causa dell’uso irresponsabile e dell’abuso dei beni che Dio ha posto in lei. Sia¬mo cresciuti pensando che eravamo suoi pro¬prietari e dominatori, autorizzati a saccheggiarla. La violenza che c’è nel cuore umano ferito dal peccato si manifesta anche nei sintomi di malat¬tia che avvertiamo nel suolo, nell’acqua, nell’aria e negli esseri viventi».
Ecco: i quadri di Bosch sembrano la traduzione visiva delle parole di Francesco, sembrano riprodurre quasi alla lettera quei «sintomi di malattia» che testimoniano con crudele consapevolezza l’avvelenamento del pianeta. Cosa dire, ad esempio, di dipinti come il Giardino delle delizie o le Tentazioni di Sant’Antonio? Da una parte contempliamo la bellezza del creato, dall’altra l’esplosione del male che incendia i cuori umani e l’universo intero. È un monito, quello che promana dai colori di Bosch e dalle parole di Francesco: un monito a considerare la natura non una materia inerte a disposizione di ogni capricciosa ambiguità, ma ad accostarci al mondo con amore, verità e giustizia, rispettandolo nella sua autonomia e nella sua dignità.


Leonardo Di Caprio, Papa Francesco e Hieronymus Bosch


E veniamo alla circostanza di cui si parlava precedentemente. Eccola: Bosch chiudeva gli occhi alla luce di questo mondo nel 1516. Quest’anno, dunque, ricorre il quinto centenario della sua morte.
È riecheggiata questa memoria nel dialogo tra Papa Francesco e Leonardo Di Caprio?
Non lo sappiamo.
Ma, se per caso fosse sfuggita ai due illustri protagonisti dell’udienza vaticana, lo facciamo noi per loro.
E, con animo sincero, ringraziamo il grande Bosch per aver donato al mondo i suoi mostri.
Così inquietanti.
E così belli.

L’eccellenza Kiton nella collezione Uomo Autunno/Inverno 2016/17

Il loro motto è “Lavora duramente per raggiungere la perfezione. E se non ci riesci, prova ancora.

I loro abiti sono rigorosamente prodotti a mano ed ognuno è realizzato da 45 sarti; cravatte alta moda e completi da uomo sono la forza del brand. Stiamo parlando di Kiton, casa di moda e sartoria industriale napoletana.

Per la collezione Uomo Autunno/Inverno 2016/17 Kiton non si smentisce e presenta delle eccellenze in fatto di sartoria, sportswear, accessori, denim, con la grande novità del termico.

Il progetto si chiama CULTO ed unisce l’evoluzione dell’arte sartoriale all’avanguardia delle tecnologie. Il risultato è la creazione di capispalla sartoriali termici che grazie ad alcuni materiali eleganti e leggeri, fungono da valvola termica. Quindi addio alla pesantezza dei tessuti invernali, sì alla comodità e alla vestibilità sempre in un capo caldo e moderno.

 

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Forza e preminenza nella formalità Kiton, che torna con un must di stagione nell’abito tre pezzi: il gilet.

I tessuti utilizzati dalla maison sono sempre sinonimo di raffinatezza: il 13.2, il 13.5, il 14 micron – così come le giacche (monopetto e doppiopetto) in filato di puro cashmere che si combinano alla vicuna (la fibra più fine e rara al mondo che si ricava da un piccolo camelide che vive selvaggio sulle Ande – la vigogna) e al guanaco  (fibra ricavata da un camelide affine al lama diffuso in Sudamerica – il guanaco presenta un manto doppio: uno più ruvido all’esterno e uno più soffice all’interno. Quest’ultima copertura è molto pregiata).

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Le camicie, da sempre il “terzo occhio” delle capacità sartoriali,  divengono strutturate con delicatissime filature a “microdisegni”; la selezione cromatica dei pantaloni è ricca ed in velluto di cotone. Grandi protagonisti sono il blu e il grigio in ogni sfumatura, in aggiunta delle note intense bordeaux, verdi e dei classici bianco e nero.

 

 

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Esclusività anche nel capo più sportivo al mondo: il jeans.
Per la linea denim Kiton sceglie il jeans giapponese Kurabo, prodotto con cotone biologico, lavorato ad alta intensità su antichi telai, proposto in versione slim europea e comoda americana.

Si contraddistinguono per la doppia cucitura con gli iconici bottoni in smalto rosso e sono disponibili in una ricca gamma di blu, per ogni occasione. Un capo indispensabile per l’uomo Kiton che non vuole rinunciare alla comodità, ma lo fa con gusto.

 

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Anche gli accessori vestono la raffinatezza Kiton, dalle scarpe da smoking in coccodrillo lucido nero con stringhe in grois di seta colorate (anche in giallo fluo per i più audaci – ai set di borse da viaggio, shopping bag e zaini.

I colori della collezione sono l’ardesia, il testa di moro, il whisky, il verde felce ed il bordeaux – i metalli utilizzati per le scarpe classiche sono il palladio e l’oro, mentre le fibbie sono in rutenio dark, oro rosa, oro e palladio.

Gli showroom Kiton sono presenti in tutto il mondo e tramandano con grande passione il valore e la tradizione dell’antica sartoria napoletana, da sempre la migliore.

 

 

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Galleria Vittorio Emanuele II: Chanel prende il posto di Viganò

Novità in dirittura d’arrivo all’interno della Galleria Vittorio Emanuele II di Milano. La maison di lusso francese Chanel, prenderà infatti il posto della storica boutique Viganò: l’azienda di accessori e cappelli di lusso, situata al piano terra della struttura, abbandonerà a breve gli spazi occupati fin dal lontano 1919.

La giunta comunale di Milano ha approvato l’ingresso del marchio ponendo però una condizione fondamentale: l’aumento del canone che di fatto passerà da 129.300 annue di Viganò (alle Botteghe Artigianali viene applicato il 10% di sconto) a 314mila di Chanel, con l’obiettivo di incrementare gli introiti della Galleria.

Con questa operazione la redditività del monumento è destinata inevitabilmente ad aumentare. Queste manovre commerciali hanno permesso, infatti, di elevare le entrate per milioni di euro nel corso degli anni; basti pensare che nel 2011 la Galleria era riuscita ad incassare la modica cifra di 11 milioni di euro e che attualmente i canoni introitati ammontano a 27 milioni di euro.

 

La boutique Viganò lascia il posto a Chanel

La boutique Viganò lascia il posto a Chanel

 

 

L’assessore al demanio Daniela Benelli ha così commentato l’accordo: “Ricordo tra l’altro che le maggiori risorse della Galleria vengono investite nei quartieri popolari, in particolare per la manutenzione ordinaria delle case. E non dimentichiamo l’importante contributo dei privati che, con risorse proprie, contribuiscono al recupero e alla manutenzione del complesso monumentale. Mi auguro che anche con Chanel si possa aprire un dialogo su questo.”

Con Chanel, che fiancheggia Prada, Louis Vuitton, Gucci, Tod’s e Borsalino, la galleria incrementa la lista di nomi eccellenti al suo interno e si veste di lusso sfrenato.

Paloma Picasso: vita di un’icona

Uno sguardo magnetico dal sapore mediorientale spicca su un viso di porcellana, il cui eburneo incarnato viene sottolineato dal rossetto rosso; la figura slanciata ammicca dai cartelloni pubblicitari, ove la giovane donna bruna posa come una diva patinata. Paloma Picasso è forse una delle ultime personalità ad aver segnato il corso della moda in modo tanto potente: designer di fama mondiale, businesswoman e imprenditrice di successo, ma anche socialite, musa di stilisti ed apprezzata icona di stile, la sua carriera e la sua vita sono costellate di avvenimenti e suggestioni.

All’anagrafe Anne Paloma Ruiz-Picasso y Gilot, la futura designer nasce a Vallauris il 19 aprile 1949: origine franco-iberica, Paloma Picasso è figlia d’arte per eccellenza, essendo nata dal genio Pablo Picasso e dall’artista francese Françoise Gilot. Fin dall’infanzia le viene insegnato ad essere indipendente e a sviluppare la propria personalità, unica via per non soccombere dinanzi al peso di una figura paterna così ingombrante.

Immortalata in alcune opere del padre, come “Paloma con un’arancia” e “Paloma in blu”, tante sono le foto che tracciano un ritratto abbastanza nitido della sua infanzia, vissuta in pieno spirito bohémien, circondata da artisti ed intellettuali. La bambina che osserva l’obiettivo con i grandi occhi scuri, fotografata spesso al fianco del padre, lascia ben presto il posto ad una donna sicura di sé, seducente nel suo rossetto rosso lacca e nella sua figura mediterranea. Un raro mix di procace sensualità latina e sofisticata classe contraddistingue la futura designer fin dalla pubertà.

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Paloma Picasso è nata a Vallauris il 19 aprile 1949

Paloma Picasso ritratta a Parigi da Annie Leibovitz. 1982

Paloma Picasso ritratta a Parigi da Annie Leibovitz. 1982

Paloma Picasso ritratta da Newton, Nizza, 1983

Paloma Picasso ritratta da Newton, Nizza, 1983

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Paloma Picasso fotografata da Edward Steichen/Getty Images

Paloma Picasso ritratta da Mario Sorrenti per Vogue Paris, marzo 2009

La designer ritratta da Mario Sorrenti per Vogue Paris, marzo 2009

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Paloma Picasso è un’icona di stile, designer di gioielli e musa iconica di stilisti e fotografi



Paloma è curiosa e vivace: dopo la laurea si fa regalare dai genitori una vacanza studio a Venezia, città di cui subisce da sempre il fascino. La giovane alloggia presso la pensione Frollo, alla Giudecca, tra i suoi luoghi preferiti insieme a Dorsoduro, sede della casa di Peggy Guggenheim, amica di famiglia dei Picasso. Paloma è rapita dai colori della laguna, attraversata dal glamour internazionale ma anche dalle suggestioni tragiche e struggenti dell’opera di Thomas Mann. La Serenissima costituirà in futuro principale fonte di ispirazione per i suoi gioielli.

Indipendente e dotata di una personalità forte, la giovane spicca ben presto il volo, proprio come la colomba che le dà il nome, dal simbolo disegnato dal padre in occasione della Conferenza Internazionale sulla Pace che ebbe luogo a Parigi l’anno della nascita di Paloma.

La giovinezza della futura icona è un inno alla vita mondana, tra gli eccessi e la ribellione tipici degli anni Settanta. Sono gli anni della vita notturna e Paloma è presenza fissa allo Studio 54 di New York e al Palace parigino, dove si scatena sulla pista da ballo. Ancora giovanissima, decide di combattere la sua timidezza attraverso il suo stile, che funge quasi da coperta di Linus per lei: in breve diviene una IT girl ante litteram. Protagonista indiscussa della scena culturale e modaiola parigina, i suoi abiti sono copiati e il suo stile è imitatissimo. Tra i suoi più fedeli ammiratori spiccano nomi del calibro di Yves Saint Laurent e Karl Lagerfeld, di cui la giovane diviene musa.

Uno scatto realizzato da Pablo Picasso

Uno scatto realizzato da Pablo Picasso

Paloma Picasso presso Tiffany & Co. New York, 1980. Foto di Roxanne Lowit

Paloma Picasso presso Tiffany & Co. New York, 1980. Foto di Roxanne Lowit

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Paloma Picasso nella campagna pubblicitaria del profumo che porta il suo nome, 1984

Paloma Picasso in una sequenza di scatti realizzati da Antonio Lopez

Paloma Picasso in una sequenza di scatti realizzati da Antonio Lopez

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Paloma Picasso è la figlia più piccola di Pablo Picasso e di Françoise Gilot

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Il rossetto rosso è la firma della designer, nonché il suo marchio di fabbrica

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La carriera di Paloma Picasso iniziò come costume designer

Paloma col padre, Pablo Picasso

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Una giovane Paloma Picasso con i suoi gioielli

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Il primo a credere in Paloma fu Yves Saint Laurent, che le commissionò la creazione dei gioielli per le sue collezioni

Paloma Picasso era un'habitué delle notti al Palace durante gli anni Settanta

Paloma Picasso e Xavier de Castelle al Le Privilege, foto di Roxanne Lowit, 1983



Inizialmente riluttante ad intraprendere una carriera nel design, la giovane tenta invano di reprimere questa sua propensione naturale, temendo il confronto con l’autorevole figura paterna. Paloma sa che tanti sono gli ostacoli da superare, e che a volte la critica può essere impietosa con i figli d’arte, e lei lo è per antonomasia, essendo la figlia più piccola del maestro Picasso, uno degli artisti più influenti del Ventesimo secolo nonché padre riconosciuto del Cubismo.

La sua carriera inizia a Parigi nel 1968, come costume designer. Ma in breve la giovane sviluppa una grande passione per i gioielli, che inizia a creare assemblando strass e bigiotteria. La critica si accorge immediatamente di lei. Dopo aver frequentato un corso di design del gioiello, arriva il primo lavoro. È monsieur Yves Saint Laurent, suo grande amico, il primo a credere in lei, commissionandole una linea di gioielli da abbinare ad una delle sue collezioni.

Nel 1971 Paloma inizia una collaborazione con la casa di gioielli greca Zolotas. Ma è il 1980 l’anno della svolta, quando John Loring, vice presidente di Tiffany & Co., le chiede di creare i gioielli per il celebre brand americano. È la consacrazione ufficiale per la giovane Picasso, che dimostra un talento naturale nel creare gioielli dal design audace ed accattivante. La colomba di cui porta il nome diverrà ben presto uno tra i topos preferiti per creazioni dalle dimensioni notevoli, al punto da essere spesso conservate nelle collezioni permanenti di alcuni musei, come il Museo di Storia Naturale Smithsonian, che conserva una collana di kunzite da 396 carati, o il Field Museum di Chicago, dove si può ammirare il bracciale di selenite da 408 carati. Le sue creazioni ammaliano e il successo è internazionale: per la prima volta le persone potevano stringere un Picasso tra le mani, anche se non si trattava di un quadro.

Paloma ritratta da Helmut Newton

Paloma ritratta da Helmut Newton

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Paloma Picasso divenne una IT girl ante litteram

Paloma in Yves Saint Laurent in uno scatto di Helmut Newton, 1990

Paloma in Yves Saint Laurent in uno scatto di Helmut Newton, Venezia, 1990

Un altro scatto di Helmut Newton, trench Yves Saint Laurent

Un altro scatto di Helmut Newton, trench Yves Saint Laurent

Paloma Picasso in Yves Saint Laurent

Paloma Picasso in Yves Saint Laurent, foto di Helmut Newton

Paloma Picasso incarnò per anni una bellezza sensuale ed iconica

Paloma Picasso incarnò per anni una bellezza sensuale ed iconica

Paloma Picasso in un celebre scatto di Helmut Newton, Saint Tropez, 1973

Paloma Picasso ritratta da Helmut Newton in un abito di Karl Lagerfeld, Parigi, 1978

Paloma Picasso ritratta da Helmut Newton in un abito di Karl Lagerfeld, Parigi, 1978

Paloma Picasso in una foto di Irving Penn. Vogue, aprile 1984

Paloma Picasso in una foto di Irving Penn. Vogue, aprile 1984



Alla morte del padre, avvenuta nel 1973, la designer vive un momento di crisi, come lei stessa ha dichiarato in un’intervista al New York Times. La sua sensualità le fa ottenere in questo periodo un ruolo in un film erotico: Paloma diventa così la contessa Erzsébet Báthory, protagonista di Racconti immorali, del registra polacco Walerian Borowczyk, pellicola premiata col Prix de l’Âge d’or nel 1974: il ruolo della contessa ungherese dagli inappagabili desideri sessuali contribuisce alla fama di Paloma Picasso, che viene consacrata a vera e propria musa iconica. Una figura magnifica e un viso bello come i quadri del padre appartenenti al periodo classico sdoganano ufficialmente la nuova dea del jet set internazionale. Bruna, il viso pulito, le sue mise sono sempre impeccabili e le sue uscite ufficiali fanno notizia: Paloma Picasso si afferma in breve come icona di stile europea, comparendo sulle riviste più prestigiose e posando per i più grandi fotografi del mondo, da Irving Penn a Robert Mapplethorpe, da Andy Warhol a Horst P. Horst fino ad Helmut Newton, che forgia tramite il suo obiettivo un autentico sex symbol, immortalandola in scatti ad alto potenziale erotico. Indimenticabile la spallina che scivola giù, lascivamente, su un topless sfacciato: un’immagine forte, da vera valchiria, per altre foto in cui Paloma si erge, femmina e potente, nel buio delle strade parigine.

Nello stesso periodo avviene l’incontro con il drammaturgo argentino Rafael Lopez-Cambil, noto come Rafael Lopez-Sanchez, con cui la designer convola a nozze nel 1978. Il matrimonio è un evento: lei indossa un abito rosso, bianco e nero disegnato da Yves Saint Laurent, mentre per il ricevimento sceglie un capo di Karl Lagerfeld.

Paloma Picasso in Yves Saint Laurent, foto di Cecil Beaton, Elegance, dicembre 1979

Paloma Picasso in Yves Saint Laurent, foto di Cecil Beaton, Elegance, dicembre 1979

Paloma Picasso ritratta per Le Jardin des Modes, foto di David Seidner, 1987

Paloma Picasso ritratta per Le Jardin des Modes, foto di David Seidner, 1987

La designer in una foto del 1990

La designer in una foto del 1990

Paloma Picasso in una foto di Robert Mapplethorpe, 1980

Paloma Picasso e Carlos Martorell

Paloma Picasso e Carlos Martorell

Paloma e Yves Saint Laurent, di cui fu musa

Paloma e Yves Saint Laurent, di cui fu musa

Paloma ritratta da Andy Warhol

Paloma ritratta da Andy Warhol, 1974



Quel che permette a Paloma Picasso di affrancarsi dalla figura paterna è soprattutto il suo carisma. Il suo talento nel design e la sua indiscutibile bellezza le permettono di brillare nel fashion biz, rendendola una self-made woman, sebbene sia cresciuta in una famiglia tanto importante. Eccola posare come una top model, perfettamente a suo agio davanti all’obiettivo, pur non sfiorando il metro e sessanta, forte di una personalità invincibile. Sul sito di Tiffany & Co. è immortalata in foto dall’allure patinato, in cui indossa un cappello a tesa larga e occhiali da sole da diva, oltre ai suoi gioielli, naturalmente. Le creazioni di Paloma Picasso inaugurano un’estetica nuova per la gioielleria, che trova espressione in forme audaci e design innovativi. I suoi gioielli sono fatti per essere indossati, ribadisce più volte la designer, e spesso rendono omaggio alla Serenissima, di cui è riuscita a rappresentare i riflessi che le lanterne creano sull’acqua, i colori del Canal Grande e le suggestioni orientali di cui la città è pregna. Venezia continua a rappresentare un’insostituibile fonte di ispirazione per la designer, che ha dedicato alla città un’intera collezione, lo scorso 2011.

Dopo il lancio della sua linea di gioielli per Tiffany & Co., l’eclettica Paloma sfornò una linea di profumi, cosmetici, accessori per la casa, capi di pelletteria, occhiali da sole, e disegnò le scenografie per il marito, Rafael Lopez-Cambil. Nel 1984 lancia la fragranza che porta il suo nome. Il suo profumo parla di lei e le somiglia, trattandosi di una fragranza pensata per donne forti, proprio come lei. È Lopez-Cambil ad occuparsi del progetto, mettendo a punto la straordinaria campagna pubblicitaria, che vede la stessa designer nel ruolo di modella di se stessa. Divenuta un vero e proprio marchio di fabbrica, le foto di Richard Avedon consacrano la designer a dea della moda. Il nonno di lei, Emile Gilot, era stato chimico e creatore di profumi. Nel 1987 l’uscita della sua celebre nuance di rossetto, il Mon Rouge di L’Oréal. Nel 1992 il lancio della fragranza maschile Minotaure. Intanto la sua attività va a gonfie vele e tantissime sono le boutique che vendono i suoi prodotti, dal Giappone ad Hong Kong, fino agli Stati Uniti, l’Europa e l’Estremo Oriente.

Paloma in uno scatto di Richard Avedon per la sua linea di gioielli per Tiffany & Co., Vogue America,  novembre 1980

Paloma in uno scatto di Richard Avedon per la sua linea di gioielli per Tiffany & Co., Vogue America, novembre 1980

Paloma per Vogue America, ottobre 1987

Paloma per Vogue America, ottobre 1987

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La designer posa con i suoi gioielli

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Paloma Picasso dal 1980 disegna gioielli per Tiffany & Co.

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La designer ha avuto esperienze anche come attrice

Paloma Picasso, 1986. Foto di Toni Thorimbert

Paloma Picasso ritratta da Toni Thorimbert, 1986

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Paloma Picasso continua ad essere un’icona di stile

Paloma Picasso in uno schizzo di David Downton,1999



La sua firma è in quel rossetto rosso, dalla nuance unica, divenuto suo marchio di fabbrica. Ha dichiarato di averlo indossato ogni giorno, dai venti ai cinquant’anni. Come il padre aveva attraversato diverse fasi creative, come il periodo blu e il periodo rosa, nel caso di Paloma Picasso vi è un unico colore a rappresentare la sua intera esistenza, il rosso. Si dice che la designer iniziò a giocare col rossetto rosso a soli tre anni. E da allora questo colore sarebbe divenuto il suo segno distintivo: per non essere riconosciuta le bastava non indossarlo.

Nel 1988 Paloma Picasso ricevette un’onorificenza per il suo straordinario impatto sull’industria fashion, e fu premiata per la sua eccellenza nel design. Dal 1983 è presenza fissa dell’International Best Dressed List.
Nel 2010, per celebrare il trentesimo anniversario dall’inizio della sua collaborazione con Tiffany and Co., ha lanciato una collezione dedicata al Marocco. Dopo 21 anni il matrimonio con Lopez-Cambil naufraga: il divorzio milionario occupa le copertine dei principali tabloid. Intanto la designer continua ad ispirare la nuova generazione di designer, da Marc Jacobs a Stuart Vevers a Mark Fast, che ha dichiarato più volte di considerare Paloma Picasso la sua “vera fonte di ispirazione”. Per lei, ritiratasi in Svizzera dopo il suo secondo matrimonio con l’osteopata Éric Thévenet, l’unica icona di stile contemporanea è Michelle Obama. La designer continua a posare per le riviste; lo scorso 2009 è stata immortalata da Mario Sorrenti in un lungo abito giallo. Rosso, nero e oro sono i colori che Paloma Picasso indossa abitualmente. Il suo stile è classico, sofisticato e fortemente europeo, fatto di abiti sontuosi e dettagli importanti. Attualmente la designer vive tra Losanna e Marrakech.


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Ecco cosa succede quando il toy boy di turno mette in piazza la tua faccia nuda e, soprattutto, senza utilizzare filtri.

 

Jennifer Lopez audace durante un concerto con il rapper Pitbull

Jennifer Lopez audace durante un concerto con il rapper Pitbull

 

 

Tocca a  Jennifer Lopez, la bella cantante di origine portoricana, a vivere la più spiacevole disavventura che possa accadere su internet e che nessuno  augurerebbe nemmeno al peggior nemico. Cartellino rosso dunque per Casper Smart che, di buon ora, si lascia andare ad una imitazione davvero da censurare su Dubsmash.com coinvolgendo la compagna che, in realtà, non appare per nulla infastidita.

Il video è ormai virale su internet e sul profilo Instagram di Casper (beaucaspersmart questo è l’account del modello n.d.r.) ha già totalizzato oltre 540.000 visualizzazioni in tre giorni.

 

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JLo e Casper Smart durante i Golden Globe Awards

 

 

Come avranno reagito i followers dell’aitante e spregiudicato Smart? Semplice, con commenti di compiacimento nei confronti di JLo anche se alcuni di questi, a dire il vero, sono stati più esplosivi del vetriolo: il semplice “OMG” si è trasformato, infatti, in un diversamente simpatico “Mamma mia che brutta”.

Insomma, le comuni mortali possono tirare un sospiro di sollievo: anche una sexy star che ha assicurato il suo lato B per ben 27 milioni di dollari, senza artefatti ha poco di cui sorridere.

 

 

Dolce Rosa Excelsa: il profumo “da Oscar” di Dolce & Gabbana

Tre nomi eccellenti. Tre Premi Oscar. La chiamata di Domenico Dolce e Stefano Gabbana per il profumo Dolce Rosa Excelsa, ha ricevuto risposta positiva. Prova ne è lo spot creato per lanciare sul mercato la nuova fragranza della maison italiana che ha visto coinvolti l’attrice Sophia Loren, il pluripremiato compositore Ennio Morricone (candidato Premio Oscar per la colonna sonora di The Hateful Height di Quentin Tarantino n.d.r.) e il regista Giuseppe Tornatore.

 

Sophia Loren dirige i lavori di ristrutturazione del palazzo

Sophia Loren dirige i lavori di ristrutturazione del palazzo

 

Ricostruzione rudere Palazzo Valguarnera

Ricostruzione rudere Palazzo Valguarnera

 

 

Lo short movie, di una durata di 3:12m e attualmente riadattato per essere trasmesso sulle reti nazionali, mostra la temperanza di una donna decisa a ridare splendore alla vecchia dimora ormai divenuta un rudere. Con la forza mascolina dei suoi cinque figli, la Loren dirige i lavori di ristrutturazione di Villa Valguarnera in Bagheria.

 

Sophia Loren e Giuseppe Tornatore sul set

Sophia Loren e Giuseppe Tornatore sul set

 

 

La serratura si apre e di fronte al gruppo di lavoro si presenta la decadenza: soffitti ceduti, affreschi nascosti da sporche murature e impalcature che sorreggono l’intero stabile. L’intenso lavoro basta  a ridare al soffitto ligneo il giusto vigore; le imposte vengono riportate al loro originale splendore, la folta vegetazione che si era impadronita della struttura, viene debellata con l’obiettivo di elargire il palazzo della sua straordinaria bellezza.

 

La modella Kate King in abito Dolce & Gabbana

La modella Kate King in abito Dolce & Gabbana

 

 

I festeggiamenti avvengono nel giardino della reggia, con tutto i cittadini del paese chiamati a festeggiare.

E mentre la Loren indossa un sensuale abito fasciante in pizzo e veste le sue labbra di Sophia Loren Lipstick di Dolce & Gabbana, la modella Kate King, già volto del marchio per il profumo Dolce, si lascia corteggiare da uno dei figli di Sophia che, come un tempo, si presenta alla donna con una “rosa eccelsa”.

 

 

Charlotte Rampling: i 70 anni di un mito

Enigmatica, androgina, sensuale: Charlotte Rampling spegne oggi 70 candeline. L’attrice britannica, divenuta celebre a seguito della sua interpretazione nel film di Liliana Cavani Il portiere di notte, è ancora oggi un sex symbol.

Nata a Sturmer, nell’Essex, il 5 febbraio 1946, all’anagrafe Tessa Charlotte Rampling, l’attrice è figlia di un ex atleta olimpico e di una pittrice. Un’infanzia vissuta tra Inghilterra e Francia e i primi lavori come modella. Il suo fascino torbido e la sua fotogenia la rendono un’icona.

Posa, tra gli altri, per Cecil Beaton, David Bailey ed Helmut Newton, che immortala la sua bellezza in scatti che coniugano magistralmente il suo charme sofisticato alla sua potente carica erotica. Ancora bellissima nonostante il passare degli anni, l’attrice ha posato per Peter Lindbergh, Bettina Rheims, Paolo Roversi e molti altri, ed è apparsa su magazine del calibro di Vogue, Interview, Elle, solo per citarne alcuni.

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Charlotte Rampling ritratta da Bettina Rheims a Parigi, Settembre 1985

Charlotte Rampling in una foto di Clive Arrowsmith, 1970

Charlotte Rampling in una foto di Clive Arrowsmith, 1970

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L’attrice è nata il 5 febbraio 1946 in Essex

Charlotte Rampling in una foto di Helmut Newton per Vogue, gennaio 1974

Charlotte Rampling in una foto di Helmut Newton per Vogue, gennaio 1974




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Nel 1965 il debutto cinematografico con il film di Richard Lester Non tutti ce l’hanno, vincitore della Palma d’oro al Festival di Cannes. L’anno seguente si apre per Charlotte un periodo buio, a causa del suicidio della sorella, che le viene nascosto dai familiari e che l’attrice scopre solo pochi anni fa. La giovane si prende una pausa dal cinema e si dedica alla meditazione, ritirandosi in un monastero in Scozia.

Due anni più tardi, nel 1968, recita ne La caduta degli dei di Luchino Visconti, che le affida il ruolo tragico di una madre deportata in un campo di concentramento con i suoi due bambini. Ma è con Il portiere di notte di Liliana Cavani che Charlotte Rampling ottiene la fama a livello internazionale: indimenticabile il suo ruolo intriso di suggestioni sadomaso e la straripante sensualità che l’attrice conferisce al suo personaggio. Lucia Atherton è un’ebrea che inizia una relazione sadomaso col suo aguzzino: la bellissima attrice in quella pellicola appariva inguainata in lunghi guanti in pelle nera e bretelle che fanno capolino sui seni nudi, mentre il volto enigmatico è coperto dal berretto tipico delle Schutzstauffeln. Fu così che Charlotte Rampling entrò di diritto nell’immaginario erotico.

Charlotte Rampling ritratta da David Bailey, 1973

Charlotte Rampling ritratta da David Bailey, 1973

Charlotte Rampling in Marlowe, il poliziotto privato, di Dick Richards, 1975

Charlotte Rampling in Marlowe, il poliziotto privato, di Dick Richards, 1975

Charlotte Rampling in un celebre scatto di Helmut Newton, Hotel Nord Pinus, Arles, 1973

Charlotte Rampling in un celebre scatto di Helmut Newton, Hotel Nord Pinus, Arles, 1973

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L’attrice ne Il portiere di notte, 1974

CHARLOTTE RAMPLING Photographed by Helmut Newton in Paris, 1984

Charlotte Rampling ritratta da Helmut Newton a Parigi, 1984

Charlotte Rampling ritratta da Cecil Beaton, 1972

Charlotte Rampling ritratta da Cecil Beaton, 1972

Charlotte Rampling, foto di Sofia Sanchez e Mauro Mongiello

Charlotte Rampling, foto di Sofia Sanchez e Mauro Mongiello



Nella vita privata fece scandalo il suo ménage a trois con il fotografo Randall Lawrence e il migliore amico di quest’ultimo, l’agente pubblicitario Brian Southcombe, che nel 1972 sposò la Rampling dandole un figlio, Barnaby. Il matrimonio finì quattro anni dopo. Nel 1977 al Festival di Cannes l’incontro con il secondo marito, il compositore francese Jean Michel Jarre, da cui ebbe altri due figli. Ancora affascinante e scandalosa, la ritroviamo nel 2003 nella pellicola diretta da François Ozon, Swimming Pool.

Nel 2015 vince l’Orso d’argento come migliore attrice al Festival di Berlino con il film 45 anni di Andrew Haigh, al fianco di Tom Courtenay (anch’egli premiato come migliore attore). Grazie alla pellicola la Rampling viene candidata all’Oscar 2016 come migliore attrice protagonista. Il prossimo 28 febbraio sapremo se la celebre statuetta sarà sua.

A caccia dell’Oscar

Immerso nei ghiacciai di un’America ancora sconosciuta, tra lande desolate sommerse dalla neve, con la minaccia dei lupi e degli orsi che vagabondano in cerca di cibo e del freddo artico pronto a raggelare il sangue e ad immobilizzare gli arti.


Con The Revenant – Redivivo, Leonardo Di Caprio sfoggia un repertorio di espressioni mimiche facciali estremizzate, toccando tutte le corde emotive possibili. Un’avventura ai limiti dell’impossibile che consacra per l’ennesima volta un attore che merita di vincere l’Oscar, ora più che mai. Tuttavia, modificando leggermente una delle battute principali del film, l’assegnazione dell’ambito trofeo è nelle mani di Dio…


Leonardo Di Caprio nasce a Los Angeles (California) l’11 novembre 1974. Dopo aver preso parte ad alcuni spot pubblicitari televisivi all’inizio degli anni ’90, debutta sul grande schermo in occasione dell’adattamento cinematografico del libro di memorie Voglia di ricominciare del 1993 a fianco di Robert De Niro. Egli ricevette numerosi attestati di stima per il suo ruolo nella pellicola drammatica intitolata Buon compleanno Mr. Grape del 1993, grazie alla quale ottenne la sua prima nomination all’Oscar come miglior attore non protagonista a soli 19 anni.

Leonardo Di Caprio

Leonardo Di Caprio


Riuscì a conquistare gli elogi del pubblico in virtù dei ruoli da protagonista ricoperti in Ritorno dal nulla del 1995 e Romeo + Giulietta dell’anno successivo, con cui si aggiudica l’Orso d’argento per il miglior attore al Festival di Berlino.


Ovviamente non si può non citare la celebre storia d’amore in Titanic (1997) a fianco di Kate Winslet, con tanto di candidatura al Golden Globe.


Uno dei film più noti e significativi della carriera di Di Caprio è senza dubbio The Aviator del 2004, grazie al quale ottenne il Golden Globe come miglior attore in un film drammatico, ricevendo al contempo la candidatura all’Oscar nella medesima categoria.


È altrettanto indubbio che La maschera di ferro (1998), Prova a prendermi (2002) e Gangs of New York (2002) fungano da testimonianza del talento immenso dell’attore californiano.


Con il thriller Blood Diamond del 2006 Di Caprio riceve la sua terza candidatura all’Oscar come miglior attore, mentre con la perla cinematografica The Departed (dello stesso anno) dimostra ancora una volta di essere uno degli attori più in forma del panorama hollywoodiano.


Il sodalizio con il noto regista Martin Scorsese, iniziato con Gangs of New York, prosegue con lo psyco-thriller Shutter Island del 2010 e con il film biografico The Wolf of Wall Street del 2013, in cui Di Caprio interpreta il ruolo di Jordan Belfort. Grazie alla sua performance riesce ad aggiudicarsi il secondo Golden Globe ed a ricevere la candidatura all’Oscar come miglior film e miglior attore protagonista.


Infine, eccoci all’ultima fatica: The Revenant – Redivivo, datato 2015 ed uscito nelle sale cinematografiche italiane a partire dal 16 gennaio grazie alla 20th Century Fox.


The Revenant – Redivivo

Siamo giunti all’ultima opera con protagonista Leonardo Di Caprio, The Revenant – Redivivo, un film d’avventura a forti tinte western che attesta, se mai ce ne fosse ancora bisogno, la bravura recitativa del grande attore statunitense.

Leonardo Di Caprio in una scena del film

Leonardo Di Caprio in una scena del film


La storia è ambientata intorno agli anni ’20 dell’800. Tutti cercano di trarre profitto dai territori semisconosciuti di un’America ancora tutta da scoprire. Soldati, esploratori, cacciatori di pelli e mercenari, non manca nessuno all’appello, nemmeno gli indiani autoctoni, costantemente in agguato e pronti a sottrarre il prezioso bottino a chiunque passi nelle loro vicinanze.


Glass (Di Caprio) fa parte di un gruppo di americani in spedizione alla ricerca di pelli. Egli conosce più di tutti gli impervi territori in cui si sono inoltrati. La sua unica missione è quella di riportare i suoi compagni al forte e, allo stesso tempo, preservare l’incolumità di suo figlio Hawk, un ragazzo indiano della tribù dei Pawnee.


Staccatosi dal gruppo per trovare una via di fuga che consentisse di evitare spiacevoli incontri con gli indiani, Glass viene attaccato da un enorme grizzly, che lo lascia in condizioni fisiche pessime e quasi irreversibili. Fitzgerald, il più arrogante e scontroso della compagnia, si offre di rimanere accanto a lui per dargli una sepoltura dignitosa, ma il tradimento è dietro l’angolo. Armato di un’infinita forza di volontà e spronato dall’accecante desiderio di vendetta, Glass cercherà di rimettersi in piedi, dando così inizio ad un’epica odissea.

Lo sguardo sofferente di Di Caprio

Lo sguardo sofferente di Di Caprio nella scena finale


Il regista messicano Alejandro Gonzalez Inarritu (di cui ricordiamo pellicole quali 21 grammi, Babel e Birdman) decide di puntare i riflettori sull’essenza della natura dell’uomo. Gli strumenti da lui utilizzati per compiere questa operazione sono rappresentati dalla neve (che gela ed intorpidisce l’anima) e dal fuoco (che scalda e rincuora), dal mantenimento della parola data e dal tradimento.


La prova attoriale di Di Caprio si attesta come sempre su livelli eccellenti. Nell’eterna lotta per la sopravvivenza e circondato da un ambiente selvaggio ed estremo, la sua performance raggiunge l’apice soprattutto nelle scene di muto, in cui le diverse smorfie di dolore del suo volto rendono bene l’idea sulla sofferenza patita dal suo corpo e dalla sua mente.


Tra coltelli che affondano la loro lama nella carne e pratiche chirurgiche ed alimentari estreme, i personaggi lottano strenuamente immersi in una geografia primitiva e spietata pronta a fagocitare il malcapitato di turno.


Un plauso va fatto anche per l’attore britannico Tom Hardy nei panni del traditore Fitzgerald, il cui paragone di Dio con uno scoiattolo potrà far sorridere, ma anche riflettere il pubblico in sala.


The Revenant – Redivivo, la caccia all’Oscar continua…

Lino Fiorito, Palmira e la distruzione dell’arte nella mostra Buchi Neri

Alla visione della distruzione da parte dell’ISIS del sito archeologico di Palmira e del tempio di Baal Shamin, di opere considerate sacre, intoccabili vestigia-documenti del “passaggio” degli umani sul pianeta, Lino Fiorito racconta di aver voluto reagire. Forse, sarebbe meglio dire che è stato colto da una volontà di ritorsione (vendetta?) che Fiorito ha assecondato con la ricerca dei mezzi con cui soddisfarla: si è procurato i materiali per l’allestimento dell’atto di ritorsione nei confronti dei disumani distruttori di umanità. Eppure, ciò che Fiorito offre oggi ai nostri sensi non è la messa in scena, ma il risultato della sua reazione.
Tenere fuori scena il processo della ritorsione, raccontarlo brevemente in forma scritta come un antefatto, significa già dislocarne il tragitto, preparare, più o meno coscientemente, un’altra scena e un altro sguardo. All’opposto, la messa in scena e la sua riproduzione audiovisiva sono decisive nell’azione dell’ISIS e ciò che è mostrato è la distruzione all’opera, la forza nell’atto di mandare in frantumi. Dalla parte dell’ISIS, dunque, appare lo spettacolo della forza nell’atto di mera frantumazione- polverizzazione, il tentativo (restano pur sempre frammenti, schegge, polvere, resti) di una cancellazione integrale di ciò che sembra non appartenere alla propria cultura; dalla parte di Fiorito è invece mostrata l’opera, non l’azione, della reazione, i disegni macchiati, ancora riconoscibili anche se violentemente alterati, ma anche qualcosa di ulteriore: le ceramiche, che già nel loro presentarsi sembrano appartenere a un’altra forza o, forse, a un misto di forze.


Lino Fiorito, Palmira e la distruzione dell’arte nella mostra Buchi Neri.


Fiorito ci convoca all’Istituto di Studi Filosofici; mostra il risultato delle sue operazioni in un luogo fortemente caratterizzato, che si è esplicitamente proposto come fonte d’irradiazione della luce della ragione in lotta con le tenebre e della voce che chiama alla filosofia, che reclama dai governi il sostegno alla filosofia e incita la filosofia a prestare soccorso a governi altrimenti ciechi. Come non pensare che nella scelta del luogo sia all’opera l’atto di un teatro – il nostro artista è un uomo di teatro – che cerca di non fissarsi nella ritorsione, in direzione di un altro gesto e affetto? Per chi conosce la passione di Fiorito per l’astratto, il vago, il leggero, il non storico o il sovra-storico, insomma il non collocabile, l’irriconoscibile, che anima i suoi disegni, quadri, ceramiche, scenografie, la scelta di un luogo così “grave” come l’Istituto di Studi Filosofici appare singolare. Che abbia invitato a elaborare le note che leggete a chi, una ventina d’anni, capitò di scrivere, riflettendo sul legame tra filosofia e luoghi, e dunque anche sull’esperienza dell’Istituto, che era necessario abbandonare la pretesa di identificare la filosofia con questo o quel luogo, per esercitare invece la potenza dislocante, atopica, della pratica filosofica, ebbene anche questa scelta dà da pensare, innanzitutto a chi scrive. Che Fiorito, senza per questo impegnarsi in un’arte concettuale, voglia chiamare a un rinnovato impegno concettuale coloro che di concetti dovrebbero occuparsi? Fiorito sembra mettere in mostra un’arte che pensa se stessa e che invita la filosofia a pensare con lei ciò a cui anche la fisica sta pensando, i buchi neri, senza per questo immaginare, credo, che si possa superare l’eterogeneità dei modi di pensare che costituiscono arte, filosofia e scienza.


Lino Fiorito, Palmira e la distruzione dell’arte nella mostra Buchi Neri.


Conviene fare un passo indietro, tornare all’iniziale volontà di reazione. L’artista si procura dei poster che riproducono disegni geometrici, ripetitivi e decorativi, dai tenui colori, tipici della cultura islamica e li macchia di uno spruzzo di smalto nero. Non li fa a pezzi; li imbratta in un punto. Più precisamente, e in modo significativo, li macchia al centro. Non si tratta di una distruzione paragonabile a quella dell’ISIS, ma per Fiorito quelle macchie, quel nero parziale – non si tratta di un’inquadratura interamente nera, oblio senza resti, tabula rasa oscura, come in Malevič, o di una nera superficie tormentata, scavata, da cavità e crateri oscuri come nel sacco Tutto nero di Burri del 1956 – sono il segno di un desiderio di annerire, fino all’oscuramento, una tradizione, una differenza culturale. Un desiderio che lo rende responsabile allo stesso modo di chi si è impegnato a far scomparire il sito di Palmira. Il nero gettato sui disegni produce un contraccolpo: rimbalza sull’autore del getto e lo macchia a sua volta. Ora l’artista non è senza macchia. Non può più rappresentarsi semplicemente come un occidentale ragionevole, tollerante, misurato.


Lino Fiorito, Palmira e la distruzione dell’arte nella mostra Buchi Neri.


Fiorito assume quel nero, il suo imprevisto eccesso, non lo rinnega né lo giustifica, non lo cancella, né lo illumina di ‘ragioni’ e giustificazioni (se non a cose fatte), lo mette in mostra. E così finisce con l’assumere anche la scandalosa prossimità del suo gesto con l’atto dell’ISIS contro cui aveva reagito. Ma proprio l’assunzione dell’atto di distruzione in quanto tale, gli consente un’ulteriore forzatura, la negazione anche dell’effetto del gesto di distruzione. L’artista non si arresta a contemplare la macchia, non è soddisfatto del risultato della sua macchinazione: il nero viene forato, bucato. Lo chiama Buco Nero, facendo segno a quella regione dello spazio da cui, a causa dell’intensa forza gravitazionale generata dal collasso di una stella, la luce non può fuggire, qualcosa che inghiotte, annulla e sembra non avere fondo. Non cedendo alla tentazione moralistica di restaurare il disegno macchiato, e con esso la cultura di cui è espressione, Fiorito insiste nella distruzione, spingendosi fino all’informe, e così, venendo a capo del pericolo di restarne affascinato, inghiottito, apre un varco per la creazione di una forma dell’avvenire. Più precisamente, per creazione di una forma che conservi in sé quel vuoto in cui è passata la foratura del nero. La violenza ha trovato un limite esercitandosi sui suoi stessi effetti, le macchie, e plasmando un artefatto che conservi quel vuoto che nessuna cultura può saturare e che, proprio per questo, è la condizione di ogni creazione.


Disegni macchiati e ceramiche sono i segni di un dramma che non pare destinato a concludersi. Un dramma che inizia con il racconto di un antefatto fuori scena, continua con la visione dell’effetto di una ritorsione, prosegue con l’esposizione di forme bucate, che sembrano costruirsi intorno al vuoto e da questo essere attratte e mosse, così che il vuoto, nello stesso tempo, destituisce il costruito e continua infinitamente a vibrare. Il buco nel nero, più che il buco nero, spinge, pulsa… senza fine?


Fiorito non ha rinnegato l’atto di distruzione. Per farlo, avrebbe dovuto rinnegare l’arte contemporanea, la volontà, che la costituisce, di distruggere il passato, di frantumare il concetto di opera, bellezza e Museo; la passione per le rovine, i resti , i rifiuti, l’immondo; la noncuranza o il disprezzo per l’archeologica e la filologia; la critica della cultura. Non è percorsa l’arte contemporanea dal tentativo di un gesto esplicitamente barbarico, rivendicato come tale?
Quando il grande compositore d’avanguardia Karl-Heinz Stockhausen associò il gesto terroristico dell’11 settembre a un’opera d’arte “cosmica”, non volle forse indicare che quel gesto portava alle estreme conseguenze la tensione distruttiva che percorre l’arte contemporanea, chiamandola, si potrebbe aggiungere, a fare i conti con il proprio desiderio, le proprie fantasie? Con la sua reazione alla distruzione di Palmira Lino Fiorito ha ricevuto come contraccolpo, nell’aspetto di macchie nere, non solo la verità del suo gesto, ossia la pulsione distruttrice che lo attraversa, ma anche la verità del gesto dei terroristi: la loro non estraneità a quella cultura occidentale cui si ritengono estranei. E si potrebbe aggiungere che la stessa riproduzione video della distruzione testimonia l’analogia con i procedimenti delle performance artistica e la colonizzazione dell’ISIS da parte della logica spettacolare. Inoltre, pare che l’ISIS per finanziarsi venda, fuori scena, le opere che non distrugge. Insomma, iconoclastia, terrorismo, arte e mercato dell’arte sono meno separabili di quanto con superficialità si crede. E se a questo intreccio viene opposta la tesi che l’arte contemporanea si propone una distruzione simbolica della tradizione, mentre il terrorismo opera distruzioni fisiche, materiali, converrebbe ricordare che Allen Kaprow, uno degli inventori dell’happening ebbe a dichiarare che “il teatro di guerra sud-asiatico del Vietnam (…) è meglio di qualunque tragedia” e che “la non-arte è più arte dell’ARTE-arte”. Per di più, una distruzione soltanto simbolica non è forse più disorientante, più estesamente violenta, di una distruzione fisica che, se non distrugge la struttura simbolica, può essere, per quanto dolorosa, più facilmente metabolizzata, localizzata, manipolata? Non è forse proprio questo che sta avvenendo con l’ISIS?


Ha ragione Slavoj Žižek: i terroristi non sono veri fondamentalisti. Autentici fondamentalisti manifesterebbero una “profonda indifferenza”, o un senso di superiorità, di fronte ai modi di vita e alle opere degli infedeli: “Se i cosiddetti fondamentalisti di oggi davvero credessero di aver trovato la loro via per la Verità, perché dovrebbero sentirsi minacciati dai non-credenti?”. La volontà di sterminare gli infedeli e le loro opere testimonia la mancanza di una vera convinzione, la fragilità della fede, l’invidia e la tentazione. “A differenza dei veri fondamentalisti, i terroristi pseudo-fondamentalisti sono profondamente turbati, intrigati, affascinati dalla vita peccaminosa dei non-credenti. È facile intuire che, combattendo l’altro peccaminoso, combattono la loro stessa tentazione”. Di fronte al vuoto aperto dall’impatto della modernità nel fondamento simbolico della loro identità, la volontà di distruzione dei terroristi è un modo non già per riconoscere il vuoto, ma per fare il vuoto intorno al vuoto – lo sterminio spettacolare degli infedeli, delle loro opere, della loro (presunta e invidiata) potenza – e così tentare di ricostituire il perduto fondamento. Ma proprio la violenza puramente annichilatrice dice che il fondamento è perduto e che i fondamentalisti hanno già segretamente introiettato i parametri di valutazione contro cui si scagliano.


Se l’ISIS tenta disperatamente di ricostituire il perduto fondamento utilizzando le procedure degli infedeli, Fiorito non tenta di restaurare i colori e i disegni macchiati. Anzi, isola il nero, dandogli spessore e rilievo, e lo buca, lo attraversa, gli toglie compattezza. L’artista buca, forza, la sua stessa reazione: spingendo l’atto di distruzione fino al vuoto produce la condizione per l’atto di creazione.
Il vuoto nel nero rende possibile l’apparizione della serie di ceramiche, che è nello stesso tempo una serie di vuoti. Il vuoto non può darsi in quanto tale: può apparire solo tra, dentro, su ciò che ha figura, limite, per quanto irregolare: buco, interruzione, incrinatura, squilibrio, taglio, intervallo, cavità. Nelle ceramiche di Fiorito il vuoto non è trattenuto, custodito in vasi o brocche, secondo la metafora dell’artista come vasaio e dell’arte come vaso costruito intorno al vuoto. Si tratta, invece, di ceramiche senza fondo, di forme inette a raccogliere e contenere. Forme squilibrate, sghembe, rose, traforate, in cui il vuoto sembra prevalere sul pieno, ma non come vuoto intorno a cui si costruisce una forma, piuttosto come ciò che fa del costruito un mezzo di passaggio, di transito, un orifizio. Si tratta di far passare delle correnti, delle onde?
C’è una ceramica che sembra essere ciò da cui le altre ceramiche provengono, ciò in cui sembrano volere ritornare, in un va e vieni inarrestabile, insensato, senza significato, oggetto senza meta. Si tratta di un vortice nero dal centro bucato. Un nero che grazie al buco pare pulsare, secondo un movimento a spirale, in increspature, in onde che dal buco si distendono, si estendono, si allontanano, ma che al buco sembrano ritornare, girandogli intorno. Le altre ceramiche paiono, da questo punto di vista, nascere da quelle increspature e onde, senza essersi però liberate dal vuoto, che continua a trafiggerle, a farle tremare, a squilibrarle.


Ceramiche pulsanti. Grazie a questa pulsazione il nero – la tenebra, la morte – confina con il bianco. Il nero, non colore che inghiotte ogni colore e il bianco, non colore come virtualità di colori, atti, gesti non ancora visti?
Un’arte in cui il vuoto predomina sul pieno. Un’arte in se stessa squilibrata, non certa di sé, sempre da ripetersi in un andirivieni dal vuoto alla costruzione e da questa al vuoto. Un’arte che si ritrova solo perdendosi nel vuoto e dal vuoto proveniente come pulsione, tremito, onda. Un’arte, per di più, che ‘porta’ il vuoto e lo mostra come ciò che universalmente abbiamo in comune.


Lino Fiorito, Buchi Neri
Dal 15 al 27 febbraio 2016
ISTITUTO ITALIANO PER GLI STUDI FILOSOFICI
Via Monte di Dio, 14, 80132 Napoli
Telefono:081 764 2652
Dal 15 al 27 febbraio 2016
Una mostra a cura di Maria Savarese e Francesco Iannello

Il Carnevale di Rio de Janeiro nel tempo della recessione

Come spesso accade, alla base dei tratti culturali arcaici c’è pura follia. Riferimenti a feste che possiamo identificare come gli inizi primordiali del carnevale come lo conosciamo noi li troviamo nei racconti delle feste dedicate a Dioniso, il dio del risveglio della natura, degli eccessi, dell’estasi, della danza e il responsabile per aver messo a disposizione dei mortali il vino, la bevanda dagli effetti inibitori, ma che conferisce a chi l’assume oltre ad energia prorompente anche nuova forza e vitalità.
Oggi sappiamo quanto sia ingannevole la questione e quali effetti abbia sulla salute, comunque i responsabili per il risveglio dei sensi assopiti dalle idee di sofferenza sono nella cultura romana quelli che identifichiamo come Bacco, per i sardi Maimone, Liber Pater per gli italici in generale e per gli etruschi Fuflunus. Passati alla storia come divinità a cui sono attribuiti simboli inerenti alla cessazione della sofferenza e della persecuzione e alla prevalenza della follia. La loro figura è anche associata al conferimento della forza vitale, al risveglio alla vita che la terra dei campi sperimenta dopo la “morte” dovuta alle privazioni ed al rigore dell’inverno.

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La giovinezza di Dioniso – William-Adolphe Bouguereau, 1884



Quindi, esse sono divinità benefiche, da celebrare irrefrenabilmente con orgie, bevute, canti, balli ed eccessi di ogni tipo. Sulla diffusione dei culti dionisiaci ai tempi dell’impero romano consiglio il libro di Robert Turcan, Les cultes orientaux dans le monde romain, Paris, Les Belles Lettres, 1989, interessante quanto capace di dare risposta ad ogni domanda sui curiosi culti dionisiaci più diffusi.

Il Carnevale così come lo conosciamo invece è una festa mondiale nata in Europa secondo alcuni studiosi intorno al 1091, quando il clero decretò la quaresima, ossia quaranta giorni di penitenza e digiuno prima della settimana santa. Quaranta giorni di privazione dai piaceri della carne, intesa in senso fisico e nutrizionale.
L’origine più attendibile della parola è da “carrum novalis” (carro navale), una specie di carro allegorico a forma di barca con cui gli antichi romani inauguravano le loro commemorazioni, altri asseriscono che provenga dal modo con cui nel Medioevo si indicava la prescrizione ecclesiastica di astenersi dal mangiare carne a partire dal primo giorno di Quaresima, “Carne, vale!” (Carne, addio!)

Prima della privazione assoluta di ogni piacere, il popolo quindi s’abbandona a festeggiamenti euforici. Così la quaresima che inizia in un mercoledì, detto mercoledì delle ceneri, iniziò ad essere preceduta dal martedì grasso e al vero e proprio carnevale che con gli anni ha “guadagnato” qualche giorno in più. In Brasile a Bahia, per esempio, il carnevale è diventato una festa talmente importante che i festeggiamenti iniziano addirittura una settimana prima.

Secondo studi attendibili dello storico Haroldo Costa fu portato in Brasile nel 1723 dagli immigrati delle isole di Madeira, Azzorre e Cabo Verde e gli scherzi talvolta pesanti e troppo destabilizzanti per la società dell’epoca arrivarono ad essere proibiti dalle autorità per esempio in 1784 e 1818.

O entrudo - Debret, Museu da Chácara do Céu

O entrudo – Debret, Museu da Chácara do Céu



Il carnevale è una festa popolare e allegra, festeggiata ovunque nel mondo. Anche se la sua origine è europea è nel Brasile che ha affondato radici profonde tali da generare una passione viscerale, irrazionale quanto naturale anche presso chi non festeggia mai, perché nessuno rimane indifferente al carnevale carioca.

Dei tratti culturali della tradizione portata dai portoghesi ancora oggi rimangono: il “brincar ao entrudo”, ossia la gente si traveste, danza e gioca per le strade, scherzando e gettando acqua o farina su chi si incontra e la figura stessa degli “Zé Pereira”, i percussionisti che accompagnano le processioni in Portogallo, è stata assorbita da questa festa e ancora oggi sono quelli che tengono il tempo nelle performances delle scuole di samba, diretti da un maestro che dirige l’insieme delle percussioni con un fischio. I “cordões”, letteralmente “cordoni”, sono i gruppi di persone che sfilano per le strade, in seguito trasformatosi in “blocos”, ossia “quartieri”, dai quali questi gruppi prendono il nome.

A questo si mescolarono tratti della tradizione della cultura nera, a cui si sono aggiunti il lusso, altri strumenti musicali, coreografie, commercio ed esposizione mediatica.
Il carnevale s’articola tra la sfilata delle scuole di samba del sudest, nella maggior parte di Rio di Janeiro ed i Trios elétricos del nordest. A causa di questi festeggiamenti le strade della capitale sono chiuse al traffico e anche se ogni bloco ha la sua strada dove festeggiare, il samba e l’euforia fanno del carnevale un evento particolarmente attraente per i turisti, non solo per le sfarzose parate di ballerine e tamburi o per la gente vestita con costumi vistosi o strategicamente svestita a tema.

Carnaval carioca

Carnaval carioca



Ogni bloco compone la propria musica, che spesso riprende motivi o in qualche modo si riallaccia con i classici della tradizione del samba o vecchie musiche tradizionali del carnevale, spesso reinventate in chiave attuale. Quest’anno il testo del bloco Imprensa que eu gamo è basato sulla profonda crisi economica del paese, il governatore Luiz Fernando Pezão e addirittura il virus Zika.

Le scuole di samba sono grandi e ricche organizzazioni che lavorano tutto l’anno per preparare l’evento che dura appena quattro notti, o se le mettiamo insieme tutte: appena 20 ore. La competizione è divisa in 7 parti e alla fine delle quattro giornate di festa viene decretata la scuola vincitrice.

Carnaval carioca

Carnaval carioca



La prima scuola di samba della storia è “Deixa falar” conosciuta in seguito come a Estàcio de Sa fondata il 12 agosto del 1928. Arrivarono poi tutte le altre e già nel 1932 sfilavano 19 scuole. Oggi oltre a Estácio De Sá sfilano le famose Mangueira, Portela ( che nacque come Vai como Pode), União da ilha, Grande Rio, Mocidade, Unidos da Tijuca, Vila-Isabel, Salgueiro, São Clemente e Imperatriz.

La cultura come fonte di lucro nel carnevale carioca è messa in crisi dalla morsa della recessione

L’evoluzione storica del carnevale dal culto arcaico alle scuole di samba rappresenta sia un trionfo della cultura popolare, che s’impone sulla religione sconfinando le date dei digiuni e delle privazioni fino ad annullarle del tutto, sia una sconfitta culturale dal momento in cui è diventata una maratona artistica a fin di lucro, prodotta con il format di uno spettacolo titanico: il maggiore di tutto il pianeta. Una maratona di 20 ore con oltre 50 mila figuranti inscenano uno show visto da oltre 60 mila persone solo in loco, e indefiniti milioni nel resto del mondo.

Carnaval carioca, media

La creatività degli artisti esiste, il talento dei sambisti è indiscusso, ma oltre a questo c’è un mondo di professionismo, d’investimento e di contratti di sponsorizzazione che trasformano il carnevale carioca in un grande mercato, dove chi sfila è un oggetto ed è uno strumento di propaganda con tanto di “valore di mercato nell’industria della vita” in ambito culinario, letterario, ambientale, sessuale, sportivo, d’intrattenimento, della cultura e immancabilmente politico, pagato dai tanto ambiti sponsor che bramano l’esposizione mediatica da sfruttare non solo in occasione della sfilata, ma usando posteriormente i protagonisti del carnevale come testimonial dei marchi anche successivamente e chi vince, s’assicura il miglior contratto.

L’”industria culturale” descritta nel 1947 dai due professori ebrei dell’istituto di ricerca sociale dell’Università di Frankfurt Max Horkheimer e Theodor W Adorno nella “Dialettica dell’illuminismo” già segnalava la capacità dei mezzi di comunicazione di massa come stimolo e influenza in grado di egemonizzare i tratti culturali di un popolo. Il loro studio era basato sul regime nazista di Hitler dal 1933. In realtà già prima Goebbels cominciò a fare una scelta accurata dei direttori delle radio del tempo in modo da poter disporre di ogni mezzo idoneo al loro obbiettivo di manipolazione del coscienze e la loro campagna radio produsse gli effetti desiderati. Lo stesso fece Mussolini, ripetendo la strategia di manipolazione creata dal governo, ma al posto delle radio creò l’istituto Luce (Unione Cinematografica Educativa) l’azienda di produzione cinematografica dello stato italiano Cinecittà.

Max, Horkheimer, Theodor Adorno, Jürgen Habermas

Max, Horkheimer, Theodor Adorno, Jürgen Habermas



Horkheimer e Adorno lavorarono sull’idea d’unificazione che regola la produzione culturale per le masse come principale causa del degrado della cultura e principale ragione dell’impoverimento dell’arte.
La dipendenza ideologica data dalla massificazione o “servitù volontaria” secondo Etienne de la Boétie è caratterizzata dall’assenza di pensiero critico, e quale momento migliore se non in un contesto dove ogni difesa razionale è abbassata per fruire a pieno del divertimento.

Quest’anno l’illusione di poter entrare ed uscire da una dimensione di felicità surreale e distaccarsi dalle responsabilità quotidiane mantenendo la propria integrità ha il retrogusto amaro dato dalla crisi di un paese entrato in recessione economica.

Più di 100 città brasiliane hanno cancellato o ridotto ai minimi termini le spese dedicate al carnevale.
L’indice d’inflazione è stato più alto del previsto. I negozi chiudono e l’entusiasmo pare anestetizzato.
Le condizioni della sanità sono critiche e la città di Porto Ferreira – São Paulo ha deciso di usare i fondi del carnevale per comprare un’ambulanza. In Irati (Paranà) si è deciso di sistemare le problematiche della città e Júlio de Castilho – Rio Grande do Sul riparerà le strade invece di finanziare gli sfarzosi festeggiamenti.

A Rio de Janeiro, capitale mondiale del carnevale è probabile che il milione di turisti attesi in città non si accorgano della crisi politica brasiliana o della minaccia del processo di impeachment che pende sulla testa della presidente Dilma Rousseff. Il prefetto di Rio, Eduardo Paes ha deciso intanto di raddoppiare le sovvenzioni pubbliche destinate alle scuole di samba che avranno non più 12 milioni di reais, ma 24. Le sfilate sono ridotte perché mancano sponsor e gli organizzatori hanno ridotto musicisti e spese per abiti e accessori, ma il carnevale anche in tempo di recessione si festeggerà lo stesso.

La Family Couture di Gattinoni

Ha sfilato fuori dal calendario ufficiale di Altaroma la collezione Primavera/Estate 2016 di Gattinoni. Cosa succede se il Settecento francese, con le sue crinoline e i merletti, si unisce al rock degli anni Settanta, tra borchie e suggestioni metal? Ce lo insegna Guillermo Mariotto, che mette a segno un altro successo per la storica maison dell’alta moda italiana.

Gattinoni presenta la sua RocKcocò collection, intrisa di elementi boho-chic che si sposano mirabilmente a suggestioni francesi. La collezione ha sfilato presso lo Studio Orizzonte, in via Barberini, storico studio fotografico di Antonio Barrella, vincitore del Premio Internazionale della Fotografia 2015: la location si è trasformata per l’occasione in un immaginario giardino delle meraviglie, che ricorda Versailles. In una scenografia fiabesca ha sfilato la donna Gattinoni, in un gioco psichedelico di specchi e rami d’albero stilizzati, tra suggestioni rococò ed elementi pop.

Una collezione che il direttore creativo di Gattinoni ha dedicato, in modo deliberatamente provocatorio, al Family Day, che sfilava contemporaneamente nella Capitale. Ma Mariotto è avanti anni luce rispetto alle polemiche che si susseguivano in piazza, e ha sdoganato in passerella la sua Family Couture, che strizza l’occhio alle coppie gay. Una famiglia tutta al femminile, in un tributo alla donna e ai sentimenti più autentici: le due mamme che stringono tra le braccia la figlia appena nata e coccolano il cagnolino, sono aplomb nelle loro mise in pizzo, tra velate trasparenze, giochi di alta sartoria, intarsi e ricami.

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La donna Gattinoni è una reincarnazione delle dame del Settecento francese, che animavano i salotti, tra eccessi e scandali di corte, tra risate e piume, chiffon e leggera voluttà. Il rococò rivive declinato in chiave rock, per una moda che si schiera politicamente a favore delle coppie gay e delle unioni civili. Sensuale e irraggiungibile, l’austera nobildonna cede al fascino bohémien degli anni Settanta, e scende in piazza a manifestare, perfetta figlia dei fiori direttamente uscita dalla contestazione giovanile e dagli anni di piombo. La palette cromatica predilige le tinte pastello, in primis il rosa cipria. Tripudio di pizzo bianco, chiffon, organza e gazar, tra tanti ricami e punti croce, spalle arrotondate per abiti dalla vita impero e linee fluide e morbide. Ma l’anima rock emerge nei jeans scampanati, nelle frange e nelle paillettes, nei pantaloni ampi e drappeggiati, nei gilet e nelle t-shirt. Nel parterre della sfilata evento spiccano la neo presidente Rai Monica Maggioni, il presidente onorario della Camera della Moda Mario Boselli, ma anche nomi del mondo dello spettacolo, come Milly Carlucci, Massimo Giletti e Gloria Guida.

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“Una collezione dal sound profondo come la chitarra di Jimi Hendrix, sensualissima come la musica di Mozart, Vivaldi, Albinoni”: così Mariotto descrive il mood della collezione. La sfilata è stata mandata in diretta sul web, segno di apertura della storica maison alle nuove tecnologie. Aperta contestazione rispetto alla stessa manifestazione dell’alta moda capitolina, di cui Gattinoni, nella veste del Presidente della maison Stefano Dominella, dichiara di non condividere più l’essenza, ma anche moda interreligiosa e pacifista, come si evince dai gioielli che hanno accompagnato la collezione: Gianni De Benedittis di FuturoRemoto dedica un pensiero a tutte le religioni del mondo e alle diverse civiltà, per una moda che si apre al diverso. Croci gioiello si alternano sulla passerella a bracciali e anelli in radici di rubino e zaffiro, che impreziosiscono il pizzo onnipresente sui capi indossati dalle mannequin. Spicca l’anello-burqa, in oro e diamanti neri, accanto a piccole croci in filigrana.

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Il giardino di Raffaella Curiel incanta Altaroma

Il giardino di Raffaella Curiel incanta Altaroma

L’ultima edizione dell’alta moda capitolina si è aperta con la sfilata di Raffaella Curiel. Un tripudio di fiori e suggestioni botticelliane hanno caratterizzato il défilé, per una collezione all’insegna della delicatezza. La couturier milanese apre la porta del suo giardino segreto, riscoprendo l’innocenza.

In un mondo in cui la violenza sembra essere all’ordine del giorno, la sfilata alta moda Primavera/Estate 2016 di Raffaella Curiel sembra volersi porre come un monito, per osservare il mondo attraverso gli occhi di un bambino: ingenuità e candore, virginale eleganza e leggiadra bellezza calcano la passerella tra delicato chiffon e sete preziose.

Joie de vivre per il miracolo della natura, che si rinnova ad ogni stagione: sfilano ricami e lavorazioni artigianali, passamanerie di antica tradizione sartoriale italiana e fiori all over. Ortensie, rose, nontiscordardime, papaveri, ranuncoli, iris, peonie, viole diventano stampe preziose per capi delicati dall’antica eleganza. Gonne-bocciolo e abiti-tulipano, ma anche abiti da cocktail, gonne a ruota, tailleur e corpetti ricamati. Suggestioni Fifties enfatizzano il punto vita, stretto in cinture e fusciacche, tra ricami artigianali che rappresentano boccioli di rosa e lo stelo di un anemone. Il défilé ricorda un garden party in cui inneggia un messaggio di pace e speranza. La sfilata Curiel è un inno alla vita e alla bellezza della natura, in una full immersion tra i roseti in fiore: le 45 uscite che si alternano rappresentano la rinascita, tra sete plissettate, gonne lunghe fluide, gonne di petali.

La palette cromatica abbraccia la natura che germoglia, dal verde prato al ciclamino, all’azzurro e rosa, al lilla, fucsia e rosso papavero. Nel front row della sfilata spiccano nomi storici della politica italiana, tra cui Donna Assunta Almirante, Lella Bertinotti e Isabella Rauti, l’ambasciatore americano in Italia John Phillips, Fabiana Balestra, la Presidente di Alta Roma Silvia Venturini Fendi, il Presidente Onorario di Camera Moda Beppe Modenese, lo scrittore Cesare Cunaccia. La couturier si presenta abbracciata alla figlia Gigliola e al figlio Gaetano, alla fine di una sfilata iniziata all’insegna delle polemiche: Raffaella Curiel è stata infatti vittima di una vera e propria aggressione ad opera di un gruppo di animalisti, che hanno manifestato davanti ai cancelli dell’ex Dogana di Roma, nuova sede di Altaroma. «Quando entravo mi hanno aggredita e spintonata – racconta Lella Curiel – e mi sono impaurita fino alle lacrime. Però ho detto ai manifestanti: guardate che io do da lavorare a gente che le pellicce non se le può proprio permettere!».

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Perché le compagnie tecnologiche americane stanno investendo in Italia

Lo scorso mese il gigante tecnologico americano Cisco Systems ha annunciato che investirà in Italia 100 milioni di dollari nei prossimi 3 anni. La Cisco, come annunciato dal CEO Chuck Robbins.


Gli investimenti saranno concentrati in tre aree differenti: investimenti sulle startup italiane in compartecipazione con il fondo italiano di venture capital Invitalia; l’organizzazione di eventi riguardanti la ricerca e sviluppo sull’impronta di quelli che già Cisco organizza a Vimercate nei laboratori della Photonics; un aumento degli studenti coinvolti nella Cisco Network Academy in collaborazione con il Miur (Ministero dell’istruzione, università e ricerca).


L’investimento nelle startup con Invitalia sarà il viatico di nuovi investimenti che il gigante di San Francisco farà nel Belpaese.
Appena è stata annunciata la conclusione di questo accordo anche Apple ha annunciato che aprirà il primo centro per lo sviluppo di App in Europa in Italia, per la precisione a Napoli. L’iOS App Development Center sarà aperto con il supporto di un centro partner. Apple aiuterà gli insegnanti e supporterà un curriculum di studi che avrà come obiettivo la preparazione di sviluppatori che entreranno a far parte della comunità di sviluppo Apple.


Le novità sono state ben accolte ma alcuni hanno sottolineato come l’accordo sia venuto dopo l’accordo tra il governo italiano e la casa di Cupertino sul caso delle tasse evase. Da 800 milioni di euro che Apple doveva al fisco la multa si è ridotta a 318 milioni di euro. Il centro potrebbe essere stato una sorta di compensazione che ha aiutato entrambe le parti.
L’Italia ha un forte bisogno di investimenti esteri se vuole dare una scossa ad una economia zoppicante e Apple aveva bisogno di uno sconto per la gargantuesca multa. Altro fattore che potrebbe aver attirato Apple è il costo del lavoro in Italia, uno sviluppatore italiano costa 25.000€ l’anno, uno inglese 75.000€.


Il governo italiano è, chiaramente, molto soddisfatto per l’accordo. Il Presidente del Consiglio Renzi ha parlato di 600 persone che troveranno lavoro grazie a questi accordi. Senza contare che si fa conto che si crei un effetto volano per cui l’aumento di lavoratori specializzati porterà ad una crescita delle startup così come degli investimenti esteri. Le società del settore sono costantemente alla ricerca di lavoratori specializzati.

Storia dell’arte: CoBrA, Una grande avanguardia europea (1948-1951).

Il Cobra non è un serpente cantava Donatella Rettore e certo forse non sapeva che il cobra forse non sarà un serpente ma è in compenso uno dei più importanti movimenti artistici del secondo dopoguerra.
Alla Fondazione Roma Museo-Palazzo Cipolla una grande mostra celebra il movimento artistico CoBrA con la mostra: CoBrA. Una grande avanguardia europea (1948-1951).


Storia dell’arte: CoBrA, Una grande avanguardia europea (1948-1951).


La mostra è un lunghissimo viaggio attraverso dipinti, sculture, lavori su carta, pubblicazioni, documenti e foto, che illustrano in modo esemplare cosa fu il movimento CoBrA. In mostra sono presenti circa centocinquanta opere e capolavori come Begging Children (1948) di Karl Appel. Si tratta di un dipinto straordinario risultato di un viaggio che Appel fece nelle zone più devastate della seconda guerra mondiale, durante il quale fu colpito dalla vista di bambini magrissimi e affamati.


Storia dell’arte: CoBrA, Una grande avanguardia europea (1948-1951).


C’è poi Eine Cobra-Gruppe (1964) di Asger Jorn, un’opera mai esposta in Italia, un’altra bellissima, assolutamente da vedere, è Habitant du Désert (1951-1952) di Corneille.
Le opere provengono dai principali musei europei e da prestigiose collezioni private di tutta Europa, in particolare molte opere provengono dalla famosa galleria Die Galerie di Francoforte che fu la storica galleria del gruppo.


Storia dell’arte: CoBrA, Una grande avanguardia europea (1948-1951).


CoBrA è l’acronimo formato dalle lettere iniziali delle capitali dei paesi di provenienza degli artisti: Copenaghen, Bruxelles, Amsterdam.
Era esattamente l’8 novembre del 1948 quando gli artisti Alechinsky Appel, Jorn, Corneille, Pedersen, Dotremont, Lucebert, Götz, Constant si riunirono al caffè dell’Hotel Notre-Dame, nel cuore di Parigi, per dare vita alla prima grande avanguardia internazionale del secondo dopoguerra.


Storia dell’arte: CoBrA, Una grande avanguardia europea (1948-1951).


Un vero e proprio manifesto programmatico non fu mai veramente stilato ma i punti fondamentali sui quali tutti concordarono furono il rifiuto dell’astrattismo geometrico, il rifiuto del modernismo dei post-cubisti e la negazione della retorica del pittura socialista.
Si trattò di un vero e proprio sodalizio, questi artisti uniti anche da una grande amicizia, rivoluzionarono il modo di dipingere semplicemente riconnettendosi con le forze primitive della creatività.


Storia dell’arte: CoBrA, Una grande avanguardia europea (1948-1951).


La loro fu un’arte libera che non accettava formalismi di nessun tipo e che traeva ispirazione direttamente dall’inconscio .
Non vollero infatti creare uno stile nuovo ma, rimanendo ognuno libero di esprimersi , creare un movimento che si distaccava dalle scuole formali e dalla freddezza dell’astrattismo.
Se c’è un termine che qualifica il movimento CoBrA questo è libertà, un’ ansia di libertà espressiva che si può cogliere nella forza dei colori e nell’assoluta anarchia formale.
Il colore è la vera fonte di creatività per questi artisti, che ne fanno il protagonista indiscusso delle loro opere, il colore diventa provocazione e permette di liberarsi da ogni scuola formalista .
La mostra ha il pregio di raccogliere per la prima volta in Italia l’intero percorso del movimento CoBrA.


Storia dell’arte: CoBrA, Una grande avanguardia europea (1948-1951).


A ciascuno dei protagonisti del movimento è dedicato uno spazio specifico, dunque una mostra nelle mostra che permette di immergersi in tutti i protagonisti del movimento in un percorso affascinante e ben documentato.
Uno dei punti fermi che però accomuna tutti gli artisti del movimento fu l’idea di attingere dalla dimensione irrazionale dell’inconscio interessandosi alla creatività primitiva e infantile .
Nessuna regola dunque, libertà assoluta e ricorso anche alla parola e alla poesia.
L’ansia di liberarsi da ogni regola riscoprendo la forza materica del colore fu talmente contagiosa che gli artisti di tutta Europa furono in qualche modo stregati da questo nuovo dirompente dinamismo .
In Italia fu Enrico Baj ad aderire al movimento CoBrA, in mostra sono presenti alcuni lavori importantissimi del maestro italiano con il quale si conclude anche il percorso espositivo.
Questo movimento ha creato le basi per un’idea di arte libera dove il colore è protagonista assoluto .
Anni più tardi il movimento italiano della Transavanguardia, consapevolmente o no, che vide protagonisti Schifano, Cucchi , Clemente , Chia e tanti altri, trasse linfa e si congiunse direttamente con l’atmosfera del gruppo CoBrA.
In questo senso le diramazioni e i collegamenti che il gruppo CoBrA riuscì a creare restano quanto di più fecondo si possa immaginare nell’arte.
Se davvero non ha più molto senso oggi ricollegarsi all’astrattismo geometrico e se tutto nell’arte è divenuto concettuale, il movimento CoBrA insegna che se c’è colore, inconscio, follia espressiva e libertà la pittura non morirà mai.
Molto si è scritto sulla fine della pittura ma il movimento CoBrA insegna che la pittura in sé non esiste se non nella sua materia originaria che la genera, il colore.
In realtà il movimento durò pochi anni dal 1948 al 1951 ma fu talmente forte l’energia creativa che riuscì a irradiare da cambiare per sempre il corso della storia dell’arte.
Una mostra assolutamente imperdibile, un percorso espositivo che è un viaggio autentico nella storia dell’arte.


COBRA: UNA GRANDE AVANGUARDIA EUROPEA (1948-1951)
Fondazione Roma Museo – Palazzo Cipolla
4 dicembre 2015 – 3 aprile 2016
dal 4 dicembre 2015 – 3 aprile 2016
Fondazione Roma Museo – Palazzo Cipolla

Se il cyber-utopismo conquista la politica

Lo scenario complessivo in cui viviamo è quello in cui il web torna ad essere lo specchietto per le allodole venduto e presentato come onnipotente, capace di enormi rivoluzioni anche in tema di informazione. 
Basti pensare a quanto sostiene uno dei padri fondatori del M5S in Italia – Gianroberto Casaleggio – secondo cui “La Rete cambia la politica introducendo una relazione tra politici e cittadini: la democrazia diretta” e in futuro esisteranno nuovi politici: nascerà la figura dell’“interactive leader”, colui che trasforma in continuazione i desideri della pubblica opinione in realtà.


“Questo nuovo politico non avrà bisogno di essere interpretato dai media attuali, che perderanno quindi la loro importanza. L’interactive leader da una parte acquisterà potere, ma dall’altra lo perderà perché dovrà rendere conto ai cittadini delle sue azioni e a perseguire la volontà dell’elettorato in tempo reale”. Il politico sarà considerato in termini utiliritaristici dai cittadini: se farà un buon lavoro “avrà successo e potrà considerarsi immune da valutazioni morali, etiche o ideologiche”.
Tutto questo si scontra parecchio con una realtà in cui Casaleggio non è presente sui social network, non interagisce con le persone, non risponde alle critiche. E si scontra anche di più con quanto si danno da fare tutti i giorni gli attivisti digitali del suo movimento per promuovere e rilanciare la partecipazione dei loro rappresentanti/eroi/star nelle varie trasmissioni televisive.


Più che un ragionamento cyber-utopistico o tecno-entusiasta si tratta di un vero e proprio delirio pericoloso per ogni democrazia dalle sue fondamenta.
 Se Platone da un lato e Machiavelli dall’altro ci hanno insegnato che “il politico” – come categoria – è chiamato a scelte difficili e spesso impopolari per il bene comune, la figura proposta con l'”interactive leader” è una sorta di “papà/servo perfetto scelto dai figli piccoli in base a quanto realizza i loro desideri” (che potrebbero essere anche non andare a scuola o mangiare solo dolci e caramelle) in una sorta di interazione stile reality show dove se non piaci all’audience vai a casa, nella logica spettacolaristica dell’espressione. 
Un politico che, tuttavia, se avrà il giusto appeal mediatico, farà quello che vogliono i suoi cittadini (reddito senza dover lavorare per esempio, o ristoranti e trasporti gratuiti per tutti) “avrà successo e potrà considerarsi immune da valutazioni morali, etiche o ideologiche”.
 Già: un politico immune da valutazioni morali ed etiche?
 Senza queste due valutazioni, sul politico e sulle sue scelte, potremmo ancora definirci una democrazia, ma anche solo una “civiltà” per come la conosciamo e la ereditiamo da millenni di storia?



Il vero problema sorge quando – ben oltre queste mistificazioni studiate con una precisa strategia politica per ottenere spazio sui media “tradizionali” – il cyber utopismo contagia la politica e spesso ne condiziona percezioni, visioni, letture e programmi.

Potremmo citare i più svariati episodi. “Una stampante 3D salverà l’arte dal terrorismo” è il titolo de La Stampa che riporta un incontro pubblico molto seguito e cui ha fatto eco Riccardo Luna, consulente molto seguito dal premier Renzi. 
O le più svariate occasioni in cui la Segreteria di Stato americana è entrata a gamba tesa sostenendo politicamente e finanziariamente le aziende del web “come strumento di democratizzazione contro le dittature” (famoso l’episodio in cui fu chiesto a Twitter di non fare manutenzione per non creare problemi ai contestatori iraniani). 

Per restare in Italia vorrei citare una vicenda secondo me emblematica di questa deformazione di percezione offerta dal web, partendo dalle righe finali di una newsletter proprio “a firma” del Presidente del Consiglio, che tocca il tema del web, ma soprattutto dell’informazione.


Ci si riferisce alla puntata di Report, in onda su Rai3 il 13 dicembre 2015 (disponibile qui), alla discussione in tempo reale su twitter (qui sintetizzata da un redazionale dell’HuffingtonPost Italia) e alla e-news del sito matteorenzi.it del 15 dicembre, numero 405 (disponibile qui). 
Scrive il Premier “Domenica scorsa Report ha messo in piedi una trasmissione contro ENI, su Rai Tre. ENI ha risposto sui social in diretta, dimostrando che molte delle affermazioni fatte dai giornalisti trovavano su Twitter e su Facebook una risposta puntuale e argomentata. È una novità nel dibattito di comunicazione in Italia. Mi sembra interessante. Costringe a pensare, anziché a prendere per oro colato ciò che dice la TV.”
Ci sarebbero molte cose da dire in premessa su queste poche righe: 
1. Report è una trasmissione giornalistica di inchiesta che racconta fatti e non fa “trasmissioni contro” qualcuno;
 2. Eni (forse la più importante e strategica azienda multinazionale italiana) ha risposto sui social network, in modo preciso, con atti e fatti che rappresentavano il proprio punto di vista sulle vicende presentate; 
3. La cosa in sé non dovrebbe stupire: Eni è un’azienda grande, che operando a livello globale conosce l’importanza della comunicazione sociale, ha un budget che di certo non le pone limiti alle risorse (strategiche) destinate alla comunicazione, al branding ed alla gestione delle crisi e dell’informazione (lo fa storicamente, dai tempi e dalle intuizioni di Mattei).


Semmai il tema è che Eni emerge per eccellenza più per le lacune e spesso la cialtroneria e il provincialismo di altre aziende, anche di dimensioni paragonabili. Se la buona notizia è che Eni abbia un ottimo social media team, di certo lo è. Ma non c’è “un’altra notizia”; 
4. Eni è una società quotata, ma nella quale i vertici sono nominati dal Governo. Entrare nel merito di vicende di una società quotata dovrebbe essere quantomeno sconsigliato;
 5. Report è una trasmissione giornalistica prodotta dalla RAI, azienda pubblica del servizio radiotelevisivo, i cui vertici sono nominati dalla politica. Entrare nel merito di vicende giornalistiche non è mai un bene da parte dell’esecutivo, men che meno in certi casi nei quali non è la comunicazione politica oggetto e soggetto dell’informazione.
[chiaramente i punti 4 e 5 attengono al senso dello Stato e delle Istituzioni oltre a limiti e confini di opportunità istituzionale al di là del caso specifico e dell’occasione offerta da questo o quell’argomento o da questa o quella vicenda]


La parte maggiormente correlata alla nostra discussione è però questa frase “costringe a pensare, anziché a prendere per oro colato ciò che dice la TV” per almeno due motivi.
 Il primo è che il premier prende decisamente una posizione di merito tra le due parti (e qui ritornano i punti 4 e 5 di cui sopra quanto meno in termini di opportunità).
Il secondo è che il premier di fatto delegittima un medium rispetto ad un altro nel sottinteso che “la risposta su Twitter e Facebook è precisa e puntuale” (anche laddove è esplicito che è “di una parte”, che questa parte ha a disposizione “tutto il materiale” e che può selettivamente scegliere cosa mettere o mettere a disposizione del pubblico, anche materiale non fornito alla redazione giornalistica) mentre la televisione – che avrebbe pretese di fornire informazione “per oro colato” – sarebbe quanto meno imprecisa e fuorviante.


Questo è uno dei tanti casi che mostrano con chiarezza quanto diremo a proposito delle strategie di simulazione della trasparenza nell’informazione, o attraverso l’omissione della pubblicazione delle informazioni, o attraverso l’eccesso e la sommersione per sovrabbondanza delle informazioni, o attraverso la selezione delle informazioni da fornire per sostenere una idea di apparente trasparenza.

AltaRoma: Luca Sciascia con “Promise Me” rilancia la moda anni cinquanta

Evadere dalla realtà per insinuarci nei luoghi magici del surrealismo che con Luca Sciascia si fa pop.

Così simpatici conigli azzurri si stagliano su un fondo che si tinge di un tenue rosa baby aprendo le porte a print stilizzati  come i guanti che arricchiscono la maglia a collo alto, abbinata a leggings effetto sparkling.

La collezione autunno/inverno 16-17 presentata durante AltaRoma è un omaggio alle fogge in voga negli anni cinquanta: gonna a ruota, abiti taglio impero con maniche a sbuffo e l’immancabile giacca dalla linea ad A.

Tocchi di luci su abiti midi, sembrano volerci riportare alla vecchia Parigi del 1954 quando, “Le Whisky à Go-Go” faceva scatenare centinaia di giovani parigini all’interno della sua pista da ballo.

Giochi di volumi oversize dettati dai maxi coats e abbondanti culottes, sfidano le linee asciutte dei fuseaux e dei mini dress, audaci ma composti allo stesso modo.

Nota di merito ai maxi dress, leggeri e duttili, che accarezzano la pelle nuda delle donne; a tratti lasciano intravedere il suo corpo attraverso giochi di velature fantasiose.