Archive for marzo, 2016

Jane Birkin e Cara Delevingne nuovi volti di Saint Laurent

Proporzioni oversize e suggestioni Eighties nella nuova campagna pubblicitaria Saint Laurent, con due volti d’eccezione come testimonial della celebre maison francese: Cara Delevingne e Jane Birkin. Torna il tuxedo da donna, capo simbolo del brand, per La Collection De Paris, con foto realizzate da Hedi Slimane.

Dopo l’addio alla moda, annunciato l’estate scorsa, Cara Delevingne torna a posare per la nuova campagna pubblicitaria realizzata dal direttore creativo Hedi Slimane. Le foto, scattate a New York lo scorso 17 marzo, sono state diffuse mercoledì, e vedono l’ex modella indossare i capi della collezione Autunno/Inverno, che ha sfilato a Parigi lo scorso 7 marzo.

Ispirazioni Eighties, tra pellicce imbottite, paillettes e lui, lo smoking, capo simbolo della maison fondata da monsiuer Yves. Cara Delevingne ha già alle spalle diverse collaborazioni con Saint Laurent, per cui è stata testimonial diverse volte, come nel 2013, quando ha prestato il volto alla collezione Grunge.

Jane Birkin fotografata da Hedi Slimane per la campagna pubblicitaria di Saint Laurent

Jane Birkin per Saint Laurent, foto di Hedi Slimane

Cara Delevingne nella pubblicità La Collection De Paris di Saint Laurent, fotografata da Hedi Slimane

Cara Delevingne posa per La Collection De Paris di Saint Laurent, foto di Hedi Slimane



Ma la giovanissima ex modella, ora attrice, non è l’unico volto voluto da Hedi Slimane: nei giorni scorsi infatti sono state rese pubbliche altre foto che vedono protagonista della nuova campagna pubblicitaria Jane Birkin. La celebre attrice francese, volto storico degli anni Sessanta, musa e compagna di Serge Gainsbourg, alla soglia dei 70 anni torna a posare come modella: è apparsa bella più che mai, vestita con un elegante smoking, nelle foto realizzate dallo stesso Slimane. L’attrice inoltre è protagonista del Saint Laurent Music Project, un progetto musicale lanciato nel 2012, a cui hanno preso parte numerose star, come Courtney Love, Marilyn Manson, Daft Punk, Chuck Berry, B.B King e Jerry Lee Lewis.

I politici e i falsi follower su Twitter

Doing ha presentato il 14 marzo la social media analysis della politica europea selezionando i 6 principali leader del Vecchio Continente, Matteo Renzi, Alexis Tsipras, Angela Merkel, Mariano Rajoy, François Hollande e David Cameron.
L’analisi è basata su tutto il 2015 ed ha l’obiettivo di delineare le peculiarità dei 6 leader messi a confronto sul loro approccio alla comunicazione digitale, e in particolare sulla gestione dei social media anche alla luce delle principali tematiche europee del 2015.
L’analisi proposta è frutto della raccolta ed elaborazione dei dati pubblici provenienti dai profili ufficiali Facebook, Twitter e Youtube al fine di individuare e commentare le principali metriche di popularity (n.fan/follower, trend dell’acquisizione fan/follower nell’anno, giorni di maggior acquisizione, interessi dei fan, geolocalizzazione e demografica dei follower), content (tipologia, stile e tematiche dei post pubblicati), engagement (quanto engagement hanno ricevuto i contenuti in relazione al numero di fan/follower e al numero di post pubblicati e quali sono stati i post di maggiore impatto del 2015).


I dati raccolti sono certamente interessanti, e utili per chi voglia avere un quadro di come si muovono i politici sui social network. Altra cosa è sul web in generale. Ma volendo entrare nel merito sarebbe più opportuno affermare “come viene concepita la comunicazione social dagli staff dei premier europei”.
Sotto questo aspetto ad esempio incidono profonde differenze culturali, ed anche di rapporti ad esempio con la stampa “accreditata” e con il mondo dei blogger e dei social influencer.
Da questo punto di vista è impossibile mettere sullo stesso piano Cameron e Renzi, perché nel mondo anglosassone è inconcepibile che un politico (di qualsiasi grado e partito) non risponda ad un giornalista o che ad un quesito sollevato da un blogger non giunga prontamente una nota dell’ufficio stampa. 
In Germania quasi lo stesso, con un rapporto fortissimo tra il politico – qualsiasi e di qualsiasi partito – ed il suo collegio elettorale e Regione di riferimento. Il che riduce la forza dell’interazione social essendo la presenza fisica un contenuto culturale imprescindibile.

Accanto a queste distinzioni ce ne solo altre, proprie e tipiche della cultura digitale dei rispettivi paesi e della diffusione – in termini di propensione all’utilizzo – di certi strumenti, ad esempio l’acquisto di fake fans e fake followers.
Su facebook esistono “indicatori tendenziali” di questo utilizzo: quanti ne perdi quando facebook periodicamente fa pulizia, la geolocalizzazione, numero di fan con meno di 50 amici, privi di foto, indice di interazione.


Un esempio.


Matteo Renzi ha avuto una crescita media di 235,82 fan al giorno su Facebook, ma un numero di like alla pagina rimasti pressoché invariati per tutto il 2015 mentre Tsipras pur essendo uno dei leader con meno fan/follower sui propri profili è quello che ottiene proporzionalmente il maggior numero di interazioni ai propri post.
È evidente che sui social la parte “scenografica” è quanti profili ti seguono. Ma è anche vero che la parte più sostanziale è “quante interazioni hai” – sia come consenso sia come engagement e dibattito.
È evidente – come indizio e non certo come sentenza – che se crescono i fan e non aumentano i like e le interazioni – che quel profilo è pieno di fake.
È evidente che un profilo con molte interazioni è molto probabile che abbia meno fake.
Altro esempio.
Matteo Renzi ha pubblicato su Facebook 277 post di cui 50 sponsorizzati; Alexis Tsipras 466 post di cui 24 sponsorizzati; 42 post Facebook per Angela Merkel di cui 25 sponsorizzati. David Cameron 499 di cui 20 sponsorizzati, Mariano Rajoy 313 post di cui 10 sponsorizzati.
Anche questo è un dato da considerare.
Intanto l’incidenza percentuale: 1/2 sponsorizzati dalla Merkel, 1/6 sponsorizzati da Renzi, 1/21 sponsorizzati da Tsipras, 1/25 sponsorizzati da Cameron e 1/31 da Rajoy.
Da un lato la sponsorizzazione dovrebbe essere uno strumento di viralizzazione di contenuti strategici che il premier vuole comunicare. Pochi, essenziali, centrali.
Dall’altro l’uso eccessivo (Merkel e Renzi) lasciano intendere che questo strumento viene utilizzato per “trascinare” la pagina, per aumentare i fan in quanto tali, e – peggio – per dare un’idea, un’immagine, un’impressione “soggettiva” di un seguito ed un’interazione che in realtà non esistono.


Politici e fake followers su Twitter


A questo si aggiunge “il dato” che non conosciamo: quanto hanno speso per le sponsorizzazioni, per quanti giorni, su quale target, con quale obiettivo? 
Da questo dato può emergere una falsa percezione marginale, relativa o assoluta del dato.
La leadership è qualcosa di “innato”, che si può perfezionare e imparare a migliorare. Non dipende dai social, che restano certamente uno strumento fondamentale di interazione e un media chiamato per vocazione a disintermediare il messaggio rendendolo immediatamente e direttamente fruibile dal politico al cittadino. (errori compresi).
La capacità di analisi dei metadati – molti disponibili anche attraverso i normali analytics e tools gratuiti o molto economici online – aiuta a comprendere molto di più di come quel politico intende il suo rapporto con il cittadino.
Robert Waller, direttore di Simplification Centre è stato tra i primi a sviluppare sistemi di controllo e monitoraggio degli account su twitter ed è stato lui a sviluppare parte del sistema status people, ha affermato «è importante sapere che quando si comunica lo si fa con persone reali, perché più reale e attivo è un profilo, maggior seguito e condivisione avrà. Il secondo motivo è che c’è un numero crescente di fakers in rete. Le persone acquistano seguaci tentando di costruire in questo modo la propria reputazione e legittimità. “Guardami ho 20.000 seguaci, devo sapere la mia…” stanno essenzialmente cercando di ingannare il sistema ed è importante essere in grado di individuare, e evitarli. Perché in ultima analisi, se sei disposto a mentire su quanti amici hai, non sei una persona molto affidabile».
Oggi, guardando alla comunicazione politica sui social network, emerge una nuova mission per chi si occupa di comunicazione digitale: fornire gli strumenti di analisi per comprendere la “sofisticazione” dei dati, che come un doping trasformano la comunicazione in deformazione della percezione.
Ecco alcuni dei dati che emergono dalla “raccolta dati” di Doing.


Matteo Renzi, nel 2015, è stato il politico, tra quelli analizzati, che ha visto la crescita maggiore dei propri follower su Twitter (+659.818 seguito da Hollande a + 587.247, Rajoy a +409.439, Cameron a +353.394 e Tsipras a +234.986). Il premier italiano è anche il leader che ne ha il numero maggiore in assoluto (2.177.652 al 31 dicembre 2015), con una crescita media di 235,82 fan al giorno su Facebook, ma un numero di like alla pagina rimasti pressoché invariati per tutto il 2015.
Matteo Renzi ha pubblicato su Facebook 277 post di cui 50 sponsorizzati; 86 erano foto, 73 aggiornamenti di stato, 53 album, 34 link e 31 video. Il Primo Ministro italiano non è quello che pubblica più contenuti su Twitter (quarto su cinque), ma è invece colui che risponde di più ai propri follower; infatti, nel 2015 sono stati 583 i tweet di cui il 16% replies e il 23% retweets.



Alexis Tsipras è l’unico tra i leader analizzati a possedere account dedicati esclusivamente al pubblico estero. Oltre ai tradizionali account in greco, possiede infatti anche una pagina Facebook e un account Twitter su cui pubblica in inglese.
 Pur essendo uno dei leader che ha meno fan/follower sui propri profili (Facebook 451.040 – Twitter @tsipras_eu 250.058 al 31 dicembre), è quello che ottiene proporzionalmente il maggior numero di interazioni ai propri post.
Alexis Tsipras posta su Facebook principalmente contenuti multimediali: su un totale di 466 post (24 sponsorizzati), 197 erano foto, 139 album, 112 video e solo 14 stati e 4 link. Dei 737 tweet, nessuna risposta per Tsipras, 5% dei retweet e 95% tweet.


Angela Merkel è l’unica tra i leader analizzati a non avere un account Twitter ufficiale. Su Facebook è invece quella con il maggior numero di like alla pagina (pur essendo la leader che pubblica meno contenuti in assoluto) e con la maggiore crescita di fan nel 2015 (+742.025 contro + 86.073 di Renzi, +351.144 di Tsipras, 53.316 di Rajoy, 242.973 di Hollande e 484.817 di Cameron).
Solo 42 post Facebook per Angela Merkel di cui 25 sponsorizzati. Si tratta di 19 foto, 10 stati, 7 video, 6 link e nessun album.


Mariano Rajoy nel 2015 ha twittato da solo più del doppio di quanto hanno fatto tutti gli altri leader messi insieme. Sempre su Twitter è il Primo Ministro che retwitta più contenuti da altri account (soprattutto della sua sfera politica).
Mariano Rajoy ha postato 313 post (10 sponsorizzati) di cui 97 video, 81 album, 62 foto, 39 link e 34 aggiornamenti di stato. La ricerca conta 5.284 tweet di cui più della metà (56,4%) sono retweet, 43,5% tweet e 0,1% replies.


François Hollande è l’unico tra i politici analizzati che ha guadagnato oltre 100mila follower in un solo mese del 2015, a novembre, in concomitanza con la seconda ondata di attacchi terroristici che ha colpito Parigi. È nello stesso mese che ha visto crescere maggiormente la sua community in un singolo giorno, il 13 novembre, sia su Twitter (+41.300 follower) che su Facebook (+51.400).
François Hollande fa quasi esclusivamente uso di status di testo senza ricorrere a contenuti multimediali. Su 120 post, 114 sono aggiornamenti di stato, 3 link, 2 foto e 1 video. Dei 130 tweet solo il 2% corrisponde a replies, mentre Hollande non ha mai retwittato. 



David Cameron è il politico che ha un maggior equilibrio di genere tra i suoi follower su Twitter, raggiungendo quasi la parità (follower: 43% donne, 57% uomini mentre la forbice più grande è di Matteo Renzi con il 25% di donne e il 75% uomini). È inoltre il politico che sia su Facebook che su Twitter riceve interazioni da più parti nel mondo (in particolare da America del Nord e Centrale.
David Cameron è il leader con il maggior numero di post pubblicati su Facebook, 499 di cui 20 sponsorizzati, 203 aggiornamenti di stato mentre ha condiviso 176 foto, 86 video, 23 link e 11 album. Il 97% dei 712 erano tweet, solo per il 3% retweet e 0% replies.
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Antonia Hutt: interior design per intenditori

Un minimalismo in chiave chic che cede talvolta il posto a sontuosi elementi di design ultra moderno e avanguardistico, per poi rifugiarsi nuovamente nelle antiche vestigia della classicità, per ambienti sobri e funzionali. Antonia Hutt è oggi una delle interior designer più famose al mondo.

Nata a Londra, studia a Bedales, Hampshire. A 19 anni, dopo un anno di studio trascorso in Italia, a Siena, si iscrive alla Sir John Cass School di Londra, dove consegue la sua prima laurea in Gioielleria, oreficeria e arti artigianali. Un amore viscerale per le arti decorative la porta a collezionare pezzi di antiquariato provenienti da tutta Europa. Frequenti sono i suoi viaggi anche in America, a Los Angeles, dove Antonia si reca spesso proprio per la sua passione per il collezionismo.

È proprio a seguito di uno di questi viaggi, nel 1988, che decide di aprire un suo negozio di antiquariato a Melrose Place. Ormai la futura designer ha una grande cultura in materia, che la porta a prendere la decisione più importante della sua vita, studiare Architettura d’interni.

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Antonia Hutt termina il suo percorso di studi presso l’Università della California e subito entra nel mondo del lavoro. Brillante e talentuosa come poche, tanti sono i lavori che le vengono commissionati, fin da subito. La sua inarrestabile ascesa la porta ad aprire la sua prima attività a Los Angeles, dove attualmente vive e lavora. Ultimamente è tornata all’Università della California, ma in veste di insegnante. Sul suo sito web, antoniahutt.com, si trova un’ampia sezione dedicata ai suoi lavori e ai progetti già pubblicati sui magazine più prestigiosi.

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Una filosofia che parte da una innata passione per il design, poi trasformata in lavoro. Un buon gusto innato unito ad anni di studio ed esperienza l’hanno resa una delle firme più autorevoli nel mondo del design. Pubblicazioni su riviste prestigiose, del calibro di Vogue Living, Elle Decor, In Style, W Magazine, Los Angeles Times, Telegraph, l’hanno sdoganata in tutto il mondo. Un sapiente uso del colore, tocchi di ironia, grande attenzione e cura per i dettagli e un minimalismo chic che lascia il posto ad ambienti sontuosi e sofisticati: queste sono le caratteristiche dello stile prediletto da Antonia Hutt. Ambienti funzionali ma ricchi di classe, e la capacità di conferire un’anima anche ad ambienti tra loro molto diversi, dallo charme senza tempo di case d’epoca ad ambienti minimalisti ed ultra moderni.

(Foto tratte da antoniahutt.com)


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Amanda Nisbet: il guru dell’interior design

Christian Louboutin punta sulle ballerine color nude

Sette tonalità per accontentare proprio tutte le donne che si sentono leggiadre e romantiche come le migliori étoile che calcano un palcoscenico che in questo caso si chiama strada.

Christian Louboutin, lo shoe designer delle meraviglie, abbandona la celeberrima suola rossa e crea una collezione del tutto nuova, lontana dal disegnare una femme fatale ma, al contrario, una dolce e sentimentale donna in tutù.

 

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The nude collection, lanciata nel 2013 dallo stilista calzaturiero francese, oggi  può vantarsi dell’introduzione di Solasofia: la ballerina in nappa opaca che si preannuncia come il nuovo vezzo per le amanti del marchio e, più in generale, delle ossessionate del modello di calzatura, bon ton- chic per eccellenza.

Per le amanti delle ballerine, il marchio francese concede una shop experience sul sito ufficiale www.christianlouboutin.com

 

 

Daniela Vanni: prestigio e unicità esaltano l’eccellenza del Made in Italy

Esaltare la personalità di ogni donna, oggi si può attraverso l’accessorio giusto. Questo pare il mantra di Daniela Vanni, che ha creato il suo omonimo brand puntando su accessori unici e lussuosi, concepiti attraverso un design unico e riconoscibile.

Il decoro, firma prediletta da Daniela, evidenzia i raffinati pellami utilizzati nella produzione delle borse confezionate pezzo per pezzo da maestri artigiani, conferendo prestigio alla collezione di Daniela Vanni interamente prodotta in Italia.

 

Presentazione nuova collezione Daniela Vanni presso la Boutique "La Tenda" di Milano

La nuova collezione Daniela Vanni  è stata presentata presso la Boutique “La Tenda” di Milano

 

 

La peculiarità delle borse Daniela Vanni è l’interscambiabilità delle flap che si agganciano al corpo borsa grazie a un sistema brevettato di gemelli posti sul retro, che offrono la possibilità di adattare la borsa in base all’outfit.

Il 10 marzo scorso, la designer Daniela Vanni ha presentato la nuova collezione all’interno della famosa boutique “La Tenda” in via Solferino 10 a Milano.

 

Modello Clan Limited Edition “Daniela Vanni per La Tenda”

Modello Clan Limited Edition “Daniela Vanni per La Tenda”

 

 

Per l’occasione, è stato creato il modello Clan: una Limited Edition “Daniela Vanni per La Tenda”, caratterizzato da una raffinata lavorazione ad “effetto ricami” geometrici su fondo nero.

Per saperne di più sulla collezione Daniela Vanni vai su www.danielavanni.com

 

Photo Courtesy Press office

Milano Design Week: tutto pronto per la 4a edizione di Zona Santambrogio

Il Fuorisalone, l’evento più urban di cui Milano possa vantarsi, è alle porte e con esso anche la Milano Design Week 2016 che presenterà all’interno delle tre zone principali (Brera Design District, Ventura Lambrate e Tortona Design Week), un agglomerato artistico per gli amanti del design.

La Zona Santambrogio Design District, presenterà, per l’occasione, una serie di esposizioni, shop ed eventi che coinvolgeranno i migliori designer emergenti.

 

Milano Design Week edizione 2015 (fonte zonasantambrogio.com)

Milano Design Week edizione 2015 (fonte zonasantambrogio.com)

 

DOUTDEsign edizione 2015 (zonasantambrogio.com)

DOUTDEsign edizione 2015 (zonasantambrogio.com)

 

 

DOUTDESign, nell’ ex convento di Via San Vittore 49 (quartier generale di Sant’Ambrogio), ospiterà dal 12 al 17 aprile 2016, l’esposizione Next Design Innovation promossa da Regione Lombardia e Politecnico di Milano che evidenzierà 21 prototpi di giovani designer under 35 valorizzandone l’operato.

I progetti che si intercalano in svariate tematiche, sono suddivisi in: “Smart vehicles for smart mobility”, “Wearable and fashion”, “News tools and devices for smart cites” e “Interactve furniture and lightng”, ponendo una particolare attenzione al rapporto tra nuove tecnologie e design.

I prototipi realizzati grazie all’apporto del POLIfactory (il makerspace del Politecnico di Milano) saranno valorizzati dall’allestimento curato da Re.rurban Studio.

Occorre ricordare che, 6 dei 21 modelli selezionati dal bando Next Design Innovation, provengono dalla Scuola Elisava di Barcellona apportando, al progetto, una visione internazionale del design.

Secondo Mauro Parolini, assessore allo Sviluppo Economico della Regione Lombardia, “Questo bando ha permesso di valorizzare i giovani talenti che escono dalle nostre scuole e di sperimentare le grandi potenzialità che possono derivare dalla contaminazione tra design e innovazione.”

 

 

Fonte cover milanoartexpo.com

Amanda Nisbet: il guru dell’interior design

Quando si parla di interior design, il suo nome è sinonimo di stile. Regina indiscussa di New York, Amanda Nisbet ha costruito un impero nel segno dello stile e di un’eleganza ricercata e mai scontata. Dai suoi esordi nel mondo del design, nel 1998, Amanda Nisbet si è imposta come una delle personalità di spicco, amatissima da celebrities e cultori dello stile.

La sua firma sono i colori, pattern dal forte impatto visivo, texture ricche di giochi cromatici, stampe caleidoscopiche: tutto è in mirabile equilibrio, a partire dalla ricercatezza e dalla cura per il minimo dettaglio, per ambienti sofisticati e unici. Gli spazi curati dalla designer si riconoscono facilmente per quell’impronta femminile e per la saturazione del colore, vibrante, vivo, ricco di sfumature. La palette cromatica non teme colori audaci e vitaminici: dal giallo al violetto al fucsia, fino all’amato rosa: l’uso del colore diviene prerogativa per la creazione di spazi ricchi di eleganza e comfort.

Nata a Montreal e cresciuta negli Stati Uniti, Amanda Nisbet ora vive a New York. Da ragazza voleva diventare attrice: dopo aver ottenuto piccoli ruoli in alcuni spot pubblicitari, la giovane ha cambiato settore. Da sempre amante dello stile, il suo appartamento era ammirato da tutti i suoi conoscenti e spesso le veniva chiesto un aiuto nel decorare gli interni di abitazioni di amici. Un talento innato, per la designer, fieramente autodidatta.

Amore per il bello declinato in ogni sua forma, ricercata eleganza e raffinatezza ma anche comfort e vivibilità, per ambienti prestigiosi e pregni di cultura e storia. Una passione per la storia dell’arte, coltivata durante gli anni della sua formazione presso la celebre casa d’aste Christie’s, ma anche durante gli anni degli studi, in Italia. E quale migliore location poteva scegliere la designer numero uno d’America, per coltivare quel gusto che ha poi reso i suoi lavori così unici, permettendole di firmare l’interior design delle più esclusive residenze tra Europa e Nord America. Il suo sito, amandanisbetdesign.com,seguitissimo, è una fucina di idee e charme.

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Dal suo studio di New York, sito su Madison Avenue, la designer cura svariati progetti, riuscendo ad offrire servizi anche attraverso gli uffici di Harbinger (Los Angeles), Travis (Atlanta) e Tigger Hall (Australia). Amanda Nisbet ha firmato diverse collezioni, da quella realizzata con The Urban Electric Company a quella con Studio Four e Kyle Bunting. Nel 2014, il lancio della sua prima linea di arredamento, in collaborazione con Niermann Weeks. Pezzi unici, ricchi di colore e appeal, per un talento che non smette di sorprendere, anche in veste di creatrice.

I progetti firmati Amanda Nisbet sono apparsi su numerose pubblicazioni all’interno delle principali riviste di settore, tra cui Elle Decor, House Beautiful, Coastal Living, The New York Times, Town & Country, The Washington Post, fino alla Bibbia del design, Architectural Digest.

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Amanda Nisbet

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Nel settembre 2012 la designer ha pubblicato il suo primo libro, Dazzling Design, edito da Stewart Tabori & Chang: qui Amanda presenta una selezione dei lavori da lei curati negli ultimi quindici anni di attività, prendendo per mano il lettore per un viaggio attraverso i colori e i pattern tipici del suo stile, unico ed altamente riconoscibile. Personalità, genio e cura per il dettaglio hanno reso i suoi lavori esempi di stile.

Amanda Nisbet predilige un approccio energetico e fresco, versatile, che coniuga mirabilmente la tradizione al design più moderno. Un mix di stili variegati, motivi classici si sposano a simboli della contemporaneità, in un continuo gioco di rimandi. Convinta che una casa sia fatta soprattutto per essere abitata, e che il lavoro primario di un designer sia quello di rispondere ai bisogni del cliente, ma anche ai suoi desideri, e, perché no, trasformare i suoi sogni in realtà: e le case con interior design curato da lei sono ambienti ricchi di charme e stile.

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Ambienti chic e ricchi di stile, che coniugano suggestioni vintage al design contemporaneo. Il tradizionale concetto di lusso viene ora rivisitato in chiave contemporanea, per uno stile funzionale che non lesina in colori e tocchi di geniale femminilità. Ormai famosa in tutto il mondo per i suoi spazi, caratterizzati da colori vitaminici e da una ricerca estetica incessante, volta alla conquista del bello, la designer americana è ormai un’autorità in fatto di stile, apprezzata a livello internazionale.


(Tutte le foto sono tratte da amandanisbetdesign.com)

La Russia non si è ritirata dalla Siria ha solo cambiato equipaggiamento

Le truppe del presidente siriano Bashar al-Assad hanno appena riconquistato la città di Palmira ma non erano sole nella battaglia. Nei reportage della battaglia è stato immortalato un Mi-28, la versione russa degli elicotteri Apache, che volava sopra i carri armati e alle truppe siriane.


Un video postato su di un sito pro-Assad siriano ha mostrato anche un video di un Mi-28 che lancia un missile. Le forze russe non si sono ritirate dalla Siria ma si sono preparate ad un nuovo tipo di guerra.


La dichiarazione a sorpresa della Russia aveva preso di sorpresa tutti. Putin il 14 marzo aveva ordinato il ritiro delle forze russe solo sei mesi dopo il dispiegamento in forze che aveva lo scopo di aiutare il presidente Assad, allora in grande difficoltà.


La mossa sembrava strana, difatti la Russia non ha ritirato le proprie forze ma ha cambiato il tipo delle forze presente sul terreno. Via i bombardieri per le lunghe distanze e ecco comparire i Mi-28 e altri elicotteri che sono assai più utili per aiutare le truppe di terra nei combattimenti contro Daesh e contro i ribelli (anche quelli supportati dagli USA).
Putin ha adattato le forze presenti in Siria ad un nuovo tipo di guerra, dopo l’indebolimento delle roccaforti con i bombardamenti incessanti ora è il momento di far avanzare le truppe di Assad.


Gli Mi-28 sono elicotteri equipaggiati con telecamere a infrarossi e diurne, un cannone da 30 mm e delle piccole ali che servono a portare 8 missili anti-carro di precisione e 10 razzi. Questi elicotteri possono volare a oltre 300 Km/h e la loro armatura può sopportare colpi da arma pesante. Un carro armato volante.


Oltre agli Mi-28 i russi hanno portato gli Mi-35, una versione più moderna e grande degli elicotteri e i Ka-52. Questi ultimi elicotteri sono il gioiellino tecnologico dell’Armata Rossa e sono, di solito, usati in supporto agli interventi delle forze speciali.


L’uso degli elicotteri è essenziale in una guerra come quella siriana. Gli iracheni hanno fatto un uso smodato dei loro elicotteri e sono riusciti a riconquistare terreno anche grazie al sacrificio di 60 dei loro 100 elicotteri (e dei rispettivi piloti).


Anche gli USA hanno portato molti Apache in Iraq e li hanno usati per arrestare quella che sembrava l’avanzata inarrestabile di Daesh verso Baghdad. I militari iracheni hanno continuato a chiedere il supporto degli Apache nella loro lenta riconquista delle molte città irachene cadute nelle mani di Daesh. I russi stanno, insomma, prendendo esempio da quello che gli americani hanno fatto con gli iracheni.

Verità per Giulio Regeni: si attende il 5 aprile

Verità per Giulio Regeni: la richiesta arriva a gran voce da tutte le forze politiche italiane all’indomani della conferenza stampa in cui Paola Regeni e il marito Claudio hanno commosso il Paese. Parole forti, pronunciate con la voce ferma e gli occhi asciutti. Non versa una lacrima Paola Regeni, il dolore è così forte da annientare tutto il resto. Dolore per quel figlio che nell’ultima foto appariva sereno, sorridente, circondato dagli amici il giorno del suo compleanno. Questa è l’ultima immagine felice di Giulio Regeni che per i genitori si sovrappone ad un’altra immagine, quella del suo corpo torturato, del suo viso irriconoscibile.  “L’Egitto ci ha restituito un volto completamente diverso – ha raccontato la madre alla conferenza stampa, immersa in un silenzio surreale – Al posto di quel viso solare e aperto c’è un viso piccolo piccolo piccolo, non vi dico cosa gli hanno fatto. Su quel viso ho visto tutto il male del mondo e mi sono chiesta perché tutto il male del mondo si è riversato su di lui. Lo ho riconosciuto soltanto dalla punta del naso“.


Il caso Regeni ha distrutto una famiglia e scosso molte coscienze e si inserisce in un quadro complesso che incrina i rapporti internazionali con l’Egitto. “Era dai tempi del nazifascismo che un italiano non moriva dopo esser stato sottoposto alle torture – dice ancora Paola Regeni ai giornalisti – Ma Giulio non era in guerra, non era in montagna come i partigiani, che hanno tutto il mio rispetto. Era lì per fare ricerca. Eppure lo hanno torturato“. Uno scenario incomprensibile su cui è necessario fare chiarezza, costi quel che costi. E il prezzo sembra essere davvero alto, letteralmente. La partita diplomatica sul caso Regeni vale cinque miliardi di investimenti che l’Italia, secondo partner europeo del Cairo, sembra pronta a bloccare. La famiglia Regeni però chiede la rescissione di tutti gli accordi, anche quelli già in atto, finché non si conoscerà la verità per Giulio. “A questo punto non possiamo permettere più errori: l’Egitto deve chiedere scusa – ha dichiarato Francesco Boccia, presidente della Commissione Bilancio alla Camera – Non c’è accordo commerciale che tenga davanti a una situazione del genere“.


A rischio non c’è solo la memoria di un giovane ricercatore barbaramente ucciso, ma la dignità di tutto il Paese. L’Italia attende il 5 aprile: il giorno in cui è previsto l’arrivo degli investigatori egiziani a Roma. Dovrebbero portare con sé tabulati telefonici, video e verbali utili a ricostruire la vicenda, perché l’ultima versione – in cui una banda criminale avrebbe rapito Giulio Regeni senza chiederne il riscatto e avrebbe conservato i suoi documenti – non regge e non convince nessuno. “Semmai questo non dovesse verificarsi, l’auspicio è che il governo italiano si faccia sentire interrompendo ogni relazione col Cairo, a partire dall’immediato ritiro del nostro ambasciatore. La vita di qualsiasi cittadino italiano vale più di ogni altro interesse economico” chiedono i deputati M5S della Commissione Affari Esteri. Si chiede, tra l’altro, che venga ritirato l’ambasciatore italiano in Egitto “ma non sappiamo – commenta la Farnesina – quanto possa rivelarsi una mossa efficace: in questo momento, proprio per controllare che le indagini vengano fatte come si deve, è necessario la nostra presenza al Cairo“. Chiedono verità per Giulio Regeni anche da Paolo Ferrero, segretario nazionale di Rifondazione Comunista, che parla di un comportamento da ignavi e dell’importanza di difendere la dignità del Paese e dei suoi cittadini; Nicola Latorre, presidente della commissione Difesa al Senato; la senatrice del Pd Laura Fasiolo e Mara Carfagna, portavoce del gruppo Forza Italia alla Camera. Con loro, l’Italia intera aspetta il 5 aprile col fiato sospeso.

Lo stile di Kristina Bazan

È il volto più bello del fashion biz, it girl tra le più seguite e blogger di fama mondiale: Kristina Bazan incarna alla perfezione l’eleganza europea. Modella, stylist, influencer e cantante, segni particolari: bellissima. Nata in Svizzera 22 anni fa, nel 2011 partecipa a Miss Svizzera arrivando seconda.

Nello stesso anno fonda Kayture.com insieme al suo ragazzo, James Chardon: il blog si impone in pochissimo tempo come il più seguito della Svizzera sdoganando la sua fondatrice come uno dei volti più potenti della moda. Secondo Teen Vogue grazie a lei Ginevra, la città in cui Kristina vive, è diventata la nuova capitale dello stile.

Presenza fissa nei front row delle sfilate più importanti, regina dello street style e ospite degli eventi più esclusivi al mondo, dal Festival di Cannes alla cerimonia di consegna dei Golden Globes, Kristina Bazan vanta collaborazioni con brand del calibro di Louis Vuitton, Dolce & Gabbana, Yves Saint Laurent, Dior, Mango, Guess e Jimmy Choo. Bionda e statuaria, la blogger è stata immortalata anche in riviste patinate tra cui Vogue, GQ e Cosmopolitan.

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Inclusa da Forbes nella classifica dei 30 giovani under 30 più influenti al mondo nel settore Arti e Stile, Kristina Bazan ha inaugurato gli Spirits Awards a Los Angeles e ha collaborato anche con maison di lusso, come Chopard, Piaget e Cartier.

Tra le ultime novità della sua carriera, in continua ascesa, un contratto con L’Oréal. Protagonista indiscussa delle ultime sfilate di moda, ormai Kristina è di casa a Parigi e nelle principali capitali europee ma anche oltreoceano. Il suo stile è eclettico e ricco di femminilità. Curve in primo piano, per la fashion blogger, minimalista e sofisticata ma anche audace e sexy.

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Grazie alle foto che la immortalano nel suo blog, Kristina Bazan si è imposta come un’icona di stile tra le più seguite al mondo. Versatile e sempre impeccabile, la vediamo alternare con nonchalance pezzi haute couture a capi low cost. Fotogenica come poche, la bionda fashion blogger è riuscita nel tempo ad imporsi anche come modella. The next big thing della moda è certamente lei.

(Tutte le foto sono tratte da Kayture.com)


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Holly Brockwell ottiene il diritto alla sterilizzazione

La notizia arriva dall’America e ha già prodotto innumerevoli critiche: la trentenne Holly Brockwell (questo è il nome della protagonista) ha chiesto ed ottenuto dopo anni di rigetto, di poter essere sterilizzata perché non propensa a procreare eredi.

La stessa Brockwell ha così spiegato tale decisione: “Non odio i bambini; semplicemente non li voglio. Avete presente quando incontrate un meraviglioso cane di qualcuno ma non pensereste mai di prenderlo con voi? È la stessa sensazione”.

La giornalista, sembra sicura della sua conclusione e si dice fiera per aver ottenuto il nulla osta da parte del sistema sanitario americano per questo intervento che le permetterà di avere una vita sessuale attiva senza correre il rischio di andare incontro ad una gravidanza indesiderata e di conseguenza, ad un aborto.

La notizia non è passata inosservata sul web e le critiche feroci le sono cadute addosso come chiodi dal cielo. Nel XXI secolo, la società non legittima la scelta di una donna che decide sul proprio futuro, ma giustifica la decisione di un uomo che ricorre alla vasectomia: “Se fossi stata un uomo, probabilmente avrei fatto la vasectomia anni fa. Gli uomini non sono oggetto di commenti presuntuosi, occhiate compassionevoli e domande inopportune. Per la società è più facile pensare che un uomo non voglia diventare papà piuttosto che accettare l’idea che una donna non voglia essere mamma”, ha spiegato la giovane donna.

Notizie di questo genere, peraltro, collassano definitivamente la solidarietà tra donne perché, come sostiene Holly, le critiche più feroci sono giunte proprio da loro.

In Italia, come si legge sul sito del Ministero della Salute, “La sua regolamentazione giuridica non è ancora definitiva” , ciò non significa che questo metodo contraccettivo di cui la reversibilità non è garantita, non possa essere applicato su richiesta dalle donne, all’interno dei presidi ospedalieri. Ad oggi, tale intervento viene applicato nei maggiori dei casi, per preservare la vita delle pazienti.

 

 

 

CAITLYN JENNER diventa testimonial PER H&M SPORTSWEAR

Momento di grande ascesa per Caitlyn Jenner, il colosso svedese H&M la proclama testimonial per la linea Sportswear

C’è fermento nel mondo della moda (e non solo) per l’uscita dei nuovi scatti della tanto acclamata Caitlyn Jenner, un tempo Bruce Jenner (ex atleta).

Dopo aver firmato un contratto con Mac in qualità di testimonial per la creazione del suo primo rossetto, Finally Free, Caitlyn Jenner è stata scelta dal colosso H&M per la linea sportswear.

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Un momento d’oro per l’icona trasgender divenuta ormai simbolo di libertà nel mondo.

L’annuncio è stato condiviso su Instagram in uno scatto che ritrae la Jenner avvolta in un paio di leggings, scarpe da ginnastica e felpa, elegantemente seduta con gambe accavallate.

Non è nuova la scelta di modelli e personaggi anti convenzionali per H&M, che, nel corso degli anni ha ben ponderato scelte commerciali riguardo campagne pubblicitarie o passerelle moda seguendo il filone dei trend del momento, per dimostrare che anche l’imperfezione è uno standard raggiungibile e la diversità, una risorsa meravigliosa.

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Caitlyn Jenner testimonial per “MAC”

A testimonianza di questi fatti, basta dare uno sguardo all’ultima Paris Fashion Week, che ha visto sfilare in passerella volti emergenti e modelle transgender come Hari Nef, Andreia Pejic o la curvy Ashley Graham, a fianco di modelle del calibro di Amber Valletta o Pat Cleveland.

Si dice soddisfatto il colosso svedese H&M per la scelta fatta, che afferma: «Abbiamo scelto Caitlyn Jenner, una delle atlete più famose e celebrate, come parte della nostra campagna H&M Sports perchè vogliamo dire al mondo che tutto è possibile, nello sport come nella vita».

Non ci resta che attendere con trepidazione i nuovi scatti della campagna moda!

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Hari NefAndreia Pejic e Ashley Graham

 


Omicidio stradale: è legge (finalmente!)

L’Italia la chiedeva a gran voce da anni e da ieri sera è diventata realtà: la legge sull’omicidio stradale è stata pubblicata ieri sera sulla Gazzetta Ufficiale ed entra in vigore da oggi. Nonostante alcuni punti critici, la legge n.41 del 23 marzo 2016 (data di firma del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella) colma un vuoto legislativo che per troppo tempo ha permesso a crimini gravi di rimanere impuniti. Da oggi chi uccide una persona guidando in stato di ebbrezza grave o sotto l’effetto di stupefacenti rischia da 8 a 12 anni di carcere, ed è solo uno dei tanti casi presi in considerazione dalla nuova legge. La pena infatti è più breve per lesioni (suddivise in lievi, gravi e gravissime) e aumenta se c’è più di una vittima o se il conducente fugge dopo aver provocato l’incidente. Prevista anche la revoca immediata della patente, che nei casi più gravi può essere restituita anche dopo 30 anni.


La principale critica mossa alla nuova legge sull’omicidio stradale è quella di equiparare, in qualche modo, chi si mette alla guida dopo aver assunto alcool o droghe e chi, da sobrio, effettua manovre pericolose come guida contromano, sorpassi e inversioni a rischio. In Senato, dove la legge è stata approvata lo scorso 2 marzo, Carlo Giovanardi ha parlato di norme “folli che favoriscono drogati, ubriachi, pirati della strada“, mentre i grillini si sono astenuti dal voto denunciando forti criticità. Si è detto soddisfatto invece il premier Matteo Renzi, che poco dopo il voto ha twittato “Per Lorenzo, per Gabriele, per le vittime della strada. Per le loro famiglie. L’omicidio stradale e’ legge #finalmente“. Proprio per quelle vittime e per le loro famiglie, il cui dolore è rimasto troppo a lungo inascoltato, il presidente dell’Associazione Amici della Polizia Stradale Giordano Berni, dopo aver pubblicato la notizia ieri sera su facebook, ha risposto a dubbi e interrogativi e ha invitato alla prudenza. “Tra le difficoltà – spiega Biserni – c’è l’applicazione delle nuove norme mentre si è in attesa della circolare esplicativa del Ministero dell’Interno, proprio in corrispondenza dell’esodo per il week end di Pasqua“. 9,7 milioni di italiani trascorreranno infatti la Pasqua 2016 lontani da casa, diretti al mare, in campagna, in montagna o nelle città d’arte. Massima cautela e controlli più rigidi quindi per gli spostamenti in auto di questo week end, ora che l’omicidio stradale è legge.

Erika Albonetti fotografata da David Glauso

C’è, nell’assenza di colore, la più grande espressione di un’immagine, che permette di concentrarsi sui particolari, sui dettagli, sui contrasti di luci ed ombre.

E’ così che un fascio di luce mette in risalto gli occhi, i movimenti delle mani o che un vetro appannato diventi la finestra aperta all’osservatore – nelle foto di David Glauso.

Model: Erika Albonetti

Photographer: David Glauso


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Warloom: l’esaltazione del lusso Made in Italy

Cura nei dettagli e scelta di pellami di assoluto pregio. L’esplorazione magica di un mondo effimero e prodigioso come il circo, è il progetto creativo del marchio milanese Warloom che presenta una collezione di borse e cinture lavorate interamente a mano in Italia e confezionate con pitone e coccodrillo indonesiani.

 

Beaskope Bag nata dalla collaborazione con la boutique "La Tenda"

Modello Diana nata dalla collaborazione con la boutique “La Tenda”

 

 

Bauletto Diana

Bauletto Diana

 

 

Modello Margot della linea Circus

Modello Margot della linea Circus

 

 

La passione per gli accessori si desume dalla raffinatezza dei foulard, dalla scelta di coniugare un’immagine forte e di mixare scrupolosamente funzionalità e volumi comodi.

Accessori  luxury che esaltano la femminilità della donna: tracolle, secchielli e maxi shopper si prestano per essere indossati durante tutto il giorno donando quel quid in più anche agli outfits più usuali.

Di recente, il brand ha stretto una solida collaborazione con la boutique “La Tenda”, creando per l’ occasione, una BeSpoke “Warloom per La Tenda” presentata durante un evento tenutosi il 24 febbraio scorso nello storico negozio milanese nato nel 1965.

 

Secchiello modello Clown della linea Circus

Secchiello modello Clown della linea Circus

 

 

Tracolla Moira collezione Circus

Tracolla Moira collezione Circus

 

 

 

Per conoscere il marchio Warloom vista il sito www.warloom.com

 

 

Photo courtesy Press Office

Cosa c’è da sapere sulla comunicazione online?

Che metodo deve perseguire il professionista per sviluppare un contenuto di valore che arrivi al destinatario del messaggio e che da lì riparta per prendere nuova vita?


Ascolto e studio. Analisi dei competitor, della storia del brand. Immaginare il messaggio che si vuole trasmettere. Comprendere il target, il suo linguaggio e le sue sintassi. Le proposte poi vengono da una sintesi di tutto questo.
Spesso l’errore è “inseguire i trend”. E questo non è un bene per il brand e non crea valore.
Faccio un esempio abbastanza attuale.
È stato in trending, durante l’iter di approvazione della legge sulle unioni civili, il tema complessivo dei diritti civili lgbt.
Abbiamo assistito a una serie di campagne, anche di marchi storici, tradizionali (dal settore trasporti, all’alimentare alla pasticceria) affannarsi a inseguire quel trend. Il risultato è stato sostanzialmente duplice nel complesso. Da un lato un danno per il marchio, una sorta di boomerang mediatico, e dall’altro campagne di bassa e piatta qualità. Alla fine non c’era alcun nesso tra il brand, il prodotto, il messaggio e la campagna proposta. Ecco queste sono “campagne che non creano valore”, destinate al dimenticatoio, che on resteranno nel tempo, non creano linguaggi e slogan. Anzi al massimo diventano case-history nella categoria da evitare del “fail”.
Un brand – oggi forse più di ieri, perché i media a disposizione sono molti e virali, e non unidirezionali e statici – merita di più, più attenzione, molta cura, e spesso anche che l’agenzia sappia dire no ad una facile campagna per creare un valore in più durevole nel tempo.
Ma sono in pochi a considerare purtroppo valore e investimento lo studio e la programmazione del linguaggio. Questo è un grande limite perché penalizza la qualità della comunicazione e fa perdere di competitività nel quadro internazionale, dove le aziende davvero grandi sono poco interessate a campagne scialbe.


Incontrare figure come head of content e content strategist è sempre più frequente all’interno di agenzie e aziende. Ma oggi in quale misura siamo disposti a seguire il content marketing di marca? I social favorendo la condivisione sono il canale ideale per ingaggiare l’utente?


Il web è il solo luogo dove puoi fare engagement. Giornali, radio, tv, restano canali importanti ma unidirezionali, da cui avare un feedback, un contatto, è sempre molto complicato e costoso.
E tuttavia il messaggio che nel tempo è passato è molto approssimativo, una sorta di “ho la mia pagina Facebook da cinque anni, vuoi che non sappia gestire la tua?” e ci si improvvisa. Senza avere una cognizione chiara e professionale del mezzo, delle potenzialità, senza uno studio professionale degli analitycs e dei metadati. Immaginando spesso come secondo noi è e deve funzionare e non invece ponendoci il problema di come in realtà sia (ci piaccia o no) e di come funzioni (anche se non lo comprendiamo).
Incontriamo queste figure, è vero, che spesso sono deleghe funzionali – e l’inglese ha sempre il suo fascino – ma non necessariamente dietro queste deleghe corrispondono altrettanto anglosassoni competenze. E dico purtroppo, perché invece un content competente sarebbe davvero in grado di dire prima se e come può funzionare una campagna.
Un content manager dovrebbe passare almeno tre ore della sua giornata a navigare, leggere, studiare, comparare, misurare ciò che avviene in rete altrove rispetto ai siti e le pagine che gestiste. Un content strategist almeno il doppio del tempo.


Quali sono gli errori da non commettere in comunicazione? Siete in grado di stilarne un decalogo? A vostro parere quali sono stati i casi eclatanti e quelli borderline nel nostro paese?


Gli errori più comuni sono di tre tipi: pensare di poter fare qualcosa per cui non si è preparati professionalmente ma solo intuitivamente, pensare a come secondo noi funziona uno strumento, senza sapere invece come funziona in realtà, pensare che le azioni di comunicazione siano sempre positive, comunque ed a prescindere, basta che se ne parli, senza preoccuparsi delle conseguenze di un errore grammaticale, di una foto sbagliata o di cui non si hanno i diritti, di una colonna sonora senza essere autorizzati ad usarla etc.
Questi tre errori sono comunissimi nell’impostazione complessiva di molte agenzie anche importanti. E gli errori che ho descritto – che possono sembrare banali – sono casi reali.
Pensare che “comunque vada basta che se ne parli è vincente” è l’errore di cui parlavo all’inizio compiuto da Barilla, Megatti e tanti altri. Usare foto senza diritti è costato molto a Fratelli d’Italia, per ben due volte. E Grillo e Casaleggio sono stati diffidati tre volte per video virali con colonne sonore non autorizzate.
Perché “il fai da te” o “pensare di saper fare” confondendo il personale e amatoriale (anche se ben fatto) e il professionale-competente porta a non considerare questi aspetti, che un’agenzia invece – professionalmente – deve tenere presenti, a garanzia e tutela del cliente, prima di tutto.
Uno studio di qualità in questo senso ad esempio è quello della comunicazione di Ceres, che nel complesso “gioca” sempre sull’essere borderline senza mai eccedere e cadere nell’errore mediatico. Può piacere o meno, ma è sempre efficace, fa parlare di sé ma senza mail cadere nel fail.
E per seguire sistematicamente i trend, in questo modo, lo studio (che non si vede, ma che un professionista ha il dovere di vedere e comprendere) è davvero enorme.

Giù di morale o stressate? Ecco la stanza ideata per piangere a dirotto

Se vi sentite tristi per la rottura di una relazione che ritenevate importante o se la vita quotidiana vi asfissia tanto da sentire un nodo alla gola, ecco che in Giappone, qualcuno ha pensato bene di alleviare le vostre sofferenze aiutandovi a liberare tutte le frustrazioni che non vi lasciano scampo.

L’Hotel Mitsui Garden Yotsuya a Tokyo, promette alle sue clienti un soggiorno all’insegna del libero sfogo, mettendo a disposizione quelle che sono state definite “camere del pianto” ad un prezzo di 10.000 yen, l’equivalente di circa 70 euro.

La cura pensata dal noto hotel del Sol Levante, prevede una full immersion tra le migliori pellicole strappalacrime che il mondo del cinema internazionale abbia mai prodotto; con un click sul telecomando, infatti, potrete rivedere tra le svariate proposte: “Forrest Gump”,” Insonnia d’amore” e “Gli intoccabili”.

Soffici fazzoletti di tessuto, maschere lenitive per il viso e latte detergente per la beauty routine, renderanno più confortevole il soggiorno.

La crying room è un potente antidoto contro lo stress ed è apprezzatissima dalle donne che ne hanno ricavato reali benefici  sia fisici che psichici.

Se state pianificando un viaggio a Tokyo, non dimenticate di annotare sulla vostra Moleskine il nome di Mitsui Garden Yotsuya Hotel, che farà da cornice perfetta alle mirabili attrazioni che la città offre ai suoi viandanti.

 

 

 

Fonte Cover dailymail.co.uk

Addio, Paolo Poli

Istrionico. Artista complesso e versatile. L’Italia s’inchina dinanzi a Paolo Poli, l’attore fiorentino che avrebbe compiuto 87 anni il prossimo 23 maggio, spirato a Roma dopo una malattia che non gli ha permesso di vivere ancora.

Ha riempito le platee, entusiasmando con la sua comicità disarmante. Era omosessuale e non ebbe remore  ad annunciare la sua inclinazione sessuale. Si diceva favorevole al matrimonio tra gay ma contrario al proprio contratto matrimoniale.

Acuto e diretto nell’esprimere la sua opinione, perfino quando toccava tematiche come la cristianità: “Se Gesù anziché finire in croce veniva impalato, adesso ai santi dove comparivano le stigmate?

Figlio di un carabiniere e di una maestra, dopo la laurea in Letteratura francese con una tesi su Henry Beque, esordisce in un teatro di Genova con <<La borsa di Arlecchino>>.

 

L'attore Paolo Poli in un suo travestimento in "I Sillabari"

L’attore Paolo Poli in un suo travestimento in “I Sillabari”

 

 

Un inizio che prelude il futuro artistico di Paolo Poli che negli anni sessanta lavora in RAI leggendo favole per bambini estrapolate da Esopo.

Diventa sceneggiatore per la RAI lavorando allo sceneggiato “I tre moschettieri “ assieme alla sorella Lucia Poli, Milena Vukotic e Marco Messeri.

Rifiuta una parte in di Federico Fellini e intraprende una carriera trasversale come cantante, pubblicando anche diversi album.

Superbo appare il suo approccio artistico e le sue interpretazioni sempre convincenti, hanno fatto vivere mondi paralleli ai suoi spettatori. Non possiamo esimerci dal ricordare le sue performances “Il mondo d’acqua” di Aldo Nicolaj e “I Sillabari” tratto dall’opera di Goffredo Parise, per il teatro.

Per il cinema, interpretò svariate pellicole come” La piazza vuota” di Beppe Recchia e “Le due orfanelle” di Giacomo Gentilomo.

 

«In fondo dobbiamo alla Chiesa anche Dante, che pure era antipapista. Se la Chiesa non avesse inventato il Purgatorio giusto qualche anno prima, non avremmo avuto la cantica più bella. Non amo l’Inferno: una scopiazzatura di Guinizzelli. Preferisco il Paradiso: la poesia d’amore applicata al tomismo; e la donna amata personifica la religione.>> Paolo Poli.

 

 

Fonte Cover giacomobaldoni.altervista.com

 

 

I migliori backstage di Milano Moda Donna: San Andres

Il viaggio nel Centro America, attraverso il quale ci guida da anni, è di nuovo il fulcro per le novità San Andres Milano


Una comunità di indigene, intente a trasmettere i propri credo attraverso variopinte cromie e trame iconografiche, le Muzahua, è il leitmotiv che aleggia nella collezione Autunno/Inverno di San Andres Milano.





Intente a danzare al suono della fisarmonica e della chitarra fanno vibrare gli abiti realizzati in cady e georgette e ricamati con cristalli swarovski, gli stessi che ritroviamo nei capispalla dalla duplice anima in lana e mohair. A completare questi ultimi opulenti colli di volpe che svelano sofisticati dettagli, come le calze in pizzo indossate con sensuali Mary Jane.
La “Mujer Muzahua” rivendica, così, anche sulle passerelle milanesi il suo profondo legame con l’estetica.


Fashion editor: Alessia Caliendo
Video: Christian Michele Michelsanti
Photo: Matteo Di Pippo

V°73: Elisabetta Armellin alla conquista del mondo

Elisabetta Armellin ha il dono di trasmettere felicità. Sarà questo il segreto del successo di V°73?

Il suo marchio è apprezzatissimo in tutto il mondo, con ben 450 stores disseminati per il globo (New York e Parigi, le città che hanno adottato le sue creazioni con fervore).

Ironia, savoir-farir, eclettismo: V°73 è un ciclone  di creatività ed estetismo, con un occhio che strizza alla cura dei dettagli e materie prime di assoluto pregio.

Il 18 marzo scorso, la designer ha inaugurato il suo monomarca nella sua città, Treviso.

 

Elisabetta Armellin

Elisabetta Armellin designer del marchio V°73

 

 

Chi è Elisabetta Armellin?

Sono nata nell’entroterra veneziano, dove la bellezza della natura emerge in tutte le sue sfumature. Ho studiato subito arte perché è sempre stata la mia grande passione, una volta laureata all’Accademia di Belle Arti di Venezia ho fatto parecchi anni di “gavetta” in aziende del settore moda, quando mi sono sentita professionalmente pronta ho aperto uno studio di Design che tutt’ora fa consulenze per grossi fashion brand e poi l’idea improvvisa/fulminea di fondare un marchio, nasce così V73.

 

Quando ebbe inizio la tua avventura nel fashion system?

A 20 anni quando mi “buttarono” dentro un azienda di moda per uno stage, fu amore a prima vista!

 

Modello Venezia Bamboo Butter collezione SS16

Modello Venezia Bamboo Butter collezione SS16

 

Modello Stella in cuoio e dettagli sparkling collezione SS16

Modello Stella in cuoio e dettagli sparkling collezione SS16

 

 

 

Cosa rappresenta, per te, V°73?

La mia vita, il riassunto di un grande lavoro, fatto di passione e sacrifici.

 

 

La tua fonte d’ispirazione.

Venezia, la mia terra, quello che mi circonda tutti i giorni. La natura stessa.  Amo la vita e sono una “sana curiosa”.

 

 

Un viaggio che ti ha cambiato la vita.

il volo Venezia -Parigi di 4 anni fa. Fu in quel momento che tirai fuori il mio piccolo Book e schizzai la prima V73, fu l’inizio di una nuova avventura.

 

Modello Frida in suede collezione SS 16

Modello Frida in suede collezione SS 16

 

 

 

Un oggetto che costudisci gelosamente.

La mia scatola dei colori, ogni volta che la apro mi batte forte il cuore.

 

 

Un ricordo che non vorresti mai dimenticare.

Il primo articolo uscito su Vanity Fair che parlava di me:  non ne sapevo niente, mi ha chiamò un’ amica per dirmelo. Quanta emozione!

 

Modello Aurora Owl in ecopelle ricamata

Modello Aurora Cat in ecopelle ricamata collezione SS16

 

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Un libro che più ti rappresenta.

È un vecchio libro non conosciuto ” Il sillabario” di Goffredo Parise: piccoli racconti di vita quotidiana molto romantici e profondi.

 

 

Il tuo presente.

Molto impegnativo ma pieno di soddisfazioni.

 

 

Il tuo futuro.

Vedere mio figlio diventare uomo.

 

 

Photo courtesy Press Office

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Massimiliano Giornetti lascia la direzione creativa di Salvatore Ferragamo

Notizie di questo genere sono oramai all’ordine del giorno.

Nel mondo della moda, infatti, pare che la parola d’ordine sia “fuga”.

Solo di recente, vi abbiamo informato dell’addio di Ennio e Carlo Capasa al marchio Costume National ma, durante gli scorsi mesi, abbiamo assistito all’addio di Alber Elbaz da Lanvin, di Raf Simons da Dior, di Stefano Pilati da Zegna e di Frida Giannini da Gucci.

Questa volta la clamorosa dipartita lavorativa tocca la maison Salvatore Ferragamo che, attraverso un comunicato stampa, annuncia l’abbandono della direzione creativa di Massimiliano Giornetti: “Cogliamo questa opportunità per rivisitare il nostro approccio alla creatività. Negli anni l’azienda ha scoperto e sostenuto tanti giovani talenti ed oggi può contare su un eccellente team creativo interno”, ha dichiarato Michele Norsa, CEO del Gruppo.

 

Backstage collezione A/I 16-17 Salvatore Ferragamo

Backstage collezione A/I 16-17 Salvatore Ferragamo disegnata da Massimiliano Giornetti

 

 

Giornetti, era entrato nel gruppo Ferragamo nel 2000, curando nel 2004 il progetto creativo della linea uomo e solo nel 2010 ricoprendo il ruolo di creative director per tutte le collezioni della maison fiorentina.

Certi che, l’abbandono degli stilisti non sia legato a questioni economiche, occorre dunque indagare sul motivo per cui sempre più creativi decidono di abbandonare troni “luccicanti”. Non può che attanagliarci il dubbio della fuga di creatività che sta colpendo il fashion system. Voglia di cambiamenti? Ricerca di una propria identità? Pausa di riflessione?

Sarà difficile ricevere risposta immediata a queste domande e forse saremo ancora qui, a scrivere di un nuovo abbandono, a breve.

Massimiliano Giornetti  lascia Ferragamo dopo il grande successo della collezione autunno/inverno 16-17 presentata a Milano lo scorso 28 febbraio. Si attende, dunque, di conoscere il nome del nuovo direttore creativo di Salvatore Ferragamo.

 

 

 

Fonte Cover Elle.de

I migliori backstage di Milano Moda Donna: Au Jour le Jour

I giochi enigmistici scendono in passerella per la nuova collezione Autunno Inverno Au Jour le Jour


I 5 sensi sono operativi per soddisfare la curiosità dell’animo umano, che vive di giochi cifrati e simbologie note.
Questo è il concept su cui si basa la prossima stagione autunno/inverno di Au Jour le Jour.



I macro ricami tornano alla ribalta mentre il panno di lana e il Principe di Galles si alternano alla leggerezza del tulle e dell’organza. Per caratterizzare le pellicce, inoltre, vengono utilizzate giocose paillettes in plexiglass.
La stagione fredda sceglie cromie neutrali e stimolanti accessori per far rivivere il lato ludico di ogni donna.


Fashion editor: Alessia Caliendo
Video: Christian Michele Michelsanti
Photo: Matteo Di Pippo

La camorra vende le armi a Daesh in Europa

Barbie Latza Nadeau, giornalista de The Daily Beast ha pubblicato un interessante articolo che mette in mostra le connessioni tra camorra e fondamentalisti islamici appartenenti a Daesh in Europa.


Quando Aziz Ehsan, un iracheno di 46 anni, è stato arrestato vicino a Napoli martedì la polizia lo stava seguendo da giorni tentando di capire cosa ci facesse nel cuore di una zona di Camorra. Era noto ai servizi segreti francesi e belgi come un sospetto contatto di Daesh. I poliziotti napoletani erano anche consapevoli che su di lui pendeva un mandato d’arresto internazionale dalla Svizzera dove è accusato di contraffazione, aggressione e possesso illegale di armi.


Era apparentemente giusto il tipo di persona che le autorità italiane pensavano potesse dare un contributo importante al loro lavoro che metteva insieme i dettagli della complessa relazione tra Daesh e le mafie italiane.


Quando è arrivata la notizia degli attacchi di Bruxelles, però, le autorità hanno deciso di muoversi e di metterlo in custodia. Il sospettato è stato arrestato mentre dormica in una macchina con targa italiana associata a un defunto. Ora sta aspettando l’estradizione per la Svizzera o la Francia o il Belgio.


Sosteneva di essere nella zona per cercare hotel di lusso per ricchi turisti iracheni ma la polizia non ci ha creduto: viveva in quella macchina da giorni. La polizia ha anche sottolineato la mancanza di appunti, un computer o un tablet, oggetti che servirebbero in un lavoro di ricerca. La sua sistemazione spartana, il suo cellulare usa e getta, del tipo di quelli che i jihadisti occidentali preferiscono, era un altro segno del fatto che Ehsan non era nella zona per vedere quale hotel a cinque stelle offrisse il miglio limoncello.


“Abbiamo eseguito un mandato di arresto internazionale vicino a Napoli e arrestato un cittadino iracheno noto ai servizi segreti belgi e francesi” ha dichiarato il ministro dell’Interno Angelino Alfano dopo l’arresto. “Era in contatto con terroristi”.


La presenza di Ehsan in Italia non poneva nessun pericolo immediato nei confronti di nessuno nel paese ma potrebbe essere estremamente significativa nella battaglia che l’Europa sta perdendo nei confronti del terrorismo motivato da Daesh. Le autorità ora vogliono sapere se Ehsan era lì per lavoro, specialmente se stesse lavorando con la camorra per procurarsi documenti falsi o armi illegali, entrambi business molto lucrativi per i clan napoletani.


A partire dall’attacco a Charlie Hebdo a Parigi nel gennaio 2015 l’anti-mafia e l’anti-terrorismo italiani stanno investigando un connessione di vecchia data tra i terroristi islamici e la camorra napoletana. Gli investigatori hanno anche scoperto legami con Cosa Nostra e la ‘Ndrangheta, tracciando il traffico di armi dalla ex-Jugoslavia e alcune nazioni africane attraverso il porto di Napoli.


L’anti-mafia italiana ha fatto tre arresti importanti nell’ultimo anno durante i quali hanno confiscato dei grandi arsenali che includevano Kalashnikov, mitragliatori, giubbotti anti-proiettile e migliaia di munizioni pronte per essere vendute a terroristi. Hanno anche trovato un listino per una grande varietà di armi con prezzi che partivano dai 250 euro fino ai 3.000 euro stampata in arabo, francese e italiano.


“Napoli è da molti anni un centro logistico per il Medio Oriente. La camorra è attiva nel mondo del terrorismo islamico che passa da Napoli” questo ha dichiarato Franco Roberti, un giudice anti-mafia. “Napoli si presta a questo tipo di attività. Nel passato ci sono stati contatti tra i militanti islamici e i clan della camorra.”.


Roberti sostiene che le forze anti-mafia italiane hanno “bloccato complotti e sinergie” tra i terroristi e i camorristi. Quello che non si sa è quanti complotti sono sfuggiti alla polizia.


Sicuramente è un fatto noto che la camorra gestisca una impresa di successo nel far west dell’hinterland napoletano spacciando droghe, armi illegali e documenti falsi che rendono particolarmente facile entrare illegalmente in europa e passare anche i confini più rigidi. Altrettanto certo è che la base dei clienti d questi servizi non è mai stata italiana.


“Abbiamo le prove che gruppi di camorristi sono implicati negli scambi di armi per droga con dei gruppi terroristici” questo aveva dichiarato l’ex procuratore anti-mafia Pierluigi Vigna prima di spegnersi nel 2012.


Le parole di Vigna sono presenti in alcuni documenti di Wikileaks, ciò significa che gli Stati Uniti erano consapevoli della connessione tra mafia e terrorismo da tempo.
“L’interazione criminale tra il crimine organizzato italiano e i gruppi estremisti islamici fornisce a potenziali terroristi l’accesso a fondi e supporto logistico da parte delle organizzazioni criminali attraverso canali di contrabbando solidi e la profonda presenza negli Stati Uniti”. Questo è il testo di un documento di Wikileaks.


Gli investigatori sostengono che l’aiuto logistico dato per muovere i terroristi attraverso l’Europa è uno dei più difficili da smantellare. L’estate scorsa Salah Abdeslam che fino alla settimana scorsa era l’uomo più ricercato in Europa per il suo ruolo negli attacchi terroristici di Parigi ha viaggiato liberamente attraverso l’Italia con l’aiuto di un network che potrebbe sembrare una agenzia di viaggio della mafia.


Le autorità italiano hanno dichiarato che ha preso un traghetot a Bari diretto in Grecia lo scorso agosto e che ha usato una carte di debito pre-pagata italiana fino agli attacchi di Parigi. Le autorità hanno aggiunto che ha usato il suo nome vero su documenti falsi italiani in entrambe le circostanze.


L’idea dell’uomo più ricercato d’Europa che gira liberamente è preoccupante di per sé ma lo è altrettanto che le armi di contrabbando italiane finiscono per essere usate nelle capitali europee. Michele del Prete, un officiale dell’anti-terrorismo italiano che si è concentrato sui collegamenti tra il crimine organizzato e i jihadisti violenti ammonisce che le due forze del male hanno rapporto confortevole. “E’ stabilito e provato che il clima fuorilegge di Napoli ha più volte creato condizioni favorevoli per il supporto logistico, lo scambio di armi e di documenti falsi” ha detto. “Ci sono gruppi specializzati che abbiamo tracciato in varie municipalità e prefetture che noi sappiamo favoriscono il terrorismo”.


L’investigatore Roberti porta il ragionamento più in là. “La Campania e specialmente la provincia di Caserta e Castel Volturno sono due tra le principali porte d’ingresso in Europa per coloro che vogliono diventare terroristi” ha detto. “E’ stato dimostrato da numerose investigazioni. Su di questo non ci sono dubbi”.

Marisa Berenson: icona di stile e bellezza

Due occhi da cerbiatto verde smeraldo, la pelle ambrata, l’ovale perfetto; una bellezza naturale, ritratta acqua e sapone su spiagge assolate o nel sole di location esotiche, capace di trasformarsi un attimo dopo in una diva dall’allure sofisticata, tra abiti haute couture e party esclusivi: Marisa Berenson è stata una delle modelle più pagate al mondo e ha alle spalle una lunga e prolifica carriera cinematografica, in cui spiccano i film di Visconti e Kubrick.

Definita da Yves Saint Laurent “the girl of the Seventies”, Marisa Berenson ha incarnato la quintessenza del glamour a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta. Presenza fissa dell’International Best Dressed List, impossibile dimenticare le foto di Slim Aarons che la immortalano a Capri in turbante anni Venti, bella e carismatica, o con i suoi celebri look boho-chic, ritratta dall’amico di una vita, Andy Warhol. Non solo attrice e modella, ma anche icona di stile e protagonista assoluta del jet set internazionale e delle riviste patinate, testimone di una New York fatta di glamour ed eccessi.

Nata a New York il 15 febbraio 1947, Marisa Berenson discende da una famiglia blasonata: il padre è Robert Lawrence Berenson, diplomatico americano di origini ebraiche e lituane, che si era distinto per aver diretto i cantieri navali di Onassis, e che sotto la presidenza Kennedy divenne ministro per i paesi in via di sviluppo. Berenson era nipote del grande esperto d’arte Bernard Berenson, bisnonno di Marisa. Il cognome originario della famiglia era Valvrojenski. La madre di Marisa è la contessa Maria Luisa Yvonne Radha de Wendt de Kerlor, meglio conosciuta come Gogo Schiaparelli, socialite di origini italiane, svizzere, francesi, polacche ed egiziane, figlia della celebre stilista Elsa Schiaparelli, storica rivale di Chanel.

Marisa Berenson in uno scatto di Irving Penn

Marisa Berenson in uno scatto di Irving Penn

Marisa Berenson in una foto di Irving Penn, Vogue, 1965

Marisa Berenson in una foto di Irving Penn, Vogue, 1965

Marisa Berenson in Mila Schön, foto Henry Clarke, 1968

Marisa Berenson in Mila Schön, foto Henry Clarke, 1968

Marisa Berenson con gioielli Bulgari, foto di Gian Paolo Barbieri, 1969

Marisa Berenson con gioielli Bulgari, foto di Gian Paolo Barbieri, 1969

Marisa Berenson ritratta da Bert Stern per Vogue, 1966

Marisa Berenson ritratta da Bert Stern per Vogue, 1966

Marisa Berenson in uno scatto di Irving Penn, Vogue 1970

Marisa Berenson in uno scatto di Irving Penn, Vogue 1970



Se tua nonna si chiamava Elsa Schiaparelli lo stile non può che far parte del tuo DNA. È così che la piccola Marisa finisce sulla cover di Vogue America che è ancora in fasce, mentre ad appena cinque anni viene immortalata sulla cover di Elle, insieme alla sorella Berry. Tanti sono gli aneddoti raccontati dall’icona di stile in cui viene fuori un ritratto di Elsa Schiaparelli, da lei affettuosamente chiamata “nonna Schiap”: dai viaggi insieme a Venezia alle amicizie negli ambienti della Parigi intellettuale, dove la piccola Marisa conobbe Salvador Dalí e Alberto Giacometti.

Ma non finisce qui: il nonno di Marisa è il conte Wilhelm de Wendt de Kerlor, teosofo e medium, mentre il bisnonno era Giovanni Schiaparelli, astronomo scopritore dei canali di Marte. La sorella minore di Marisa, Berinthia Berenson, detta Berry, diventerà anche lei modella, attrice e fotografa, e morirà nei tragici attentati dell’11 settembre 2001 al World Trade Center.

Nonostante le prime cover risalgano alla sua infanzia, la lunga e prolifica carriera di modella di Marisa Berenson inizia ufficialmente nei primi anni Sessanta. È Diana Vreeland, celebre fashion editor di Harper’s Bazaar e direttrice di Vogue America, ad intuire per prima l’impressionante fotogenia di quel volto. Venerata da fotografi e stilisti, Marisa Berenson posa per i più grandi, da Richard Avedon a Patrick Lichfield, da Irving Penn a Bert Stern fino a Robert Mapplethorpe e Henry Clarke, che la immortala in foto dal fascino esotico, esaltandone lo spirito gipsy e il carisma. In pochissimo tempo Marisa Berenson ottiene fama internazionale e diviene la modella più pagata al mondo, come lei stessa dichiara in un’intervista al New York Times. Il suo fisico incarna perfettamente gli anni Sessanta: è un’epoca ricca di ribellione. “Noi modelle ci truccavamo da sole. Giravo con un borsone enorme pieno di toupet e cianfrusaglie”, ricorderà più avanti la modella. La consacrazione avviene nel luglio del 1970, quando ottiene la cover di Vogue, e nel dicembre 1975, quando è sulla copertina del Time.


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In seguito la modella si avvicina alla recitazione. A lanciarla nel cinema non è uno qualsiasi ma Luchino Visconti, che la vuole nel suo Morte a Venezia, nel 1971, dove Marisa interpreta il ruolo della moglie di Gustav von Aschenbach. L’anno successivo recita in Cabaret, nel ruolo di Natalia Landauer, interpretazione che le vale una nomination ai BAFTA e due nomination ai Golden Globe. Impossibile dimenticare la sua interpretazione di Lady Lyndon nel celebre film Barry Lyndon, del 1975. Tra crinoline settecentesche ed estenuanti ore di trucco, è la consacrazione come attrice. Per incoraggiarla, il regista della pellicola, Stanley Kubrick, le dice: “Nessuno, in tutta la tua vita, ti raffigurerà così bella”.

Negli anni Settanta la Berenson diviene famosa grazie ad un nuovo soprannome: “The Queen of the Scene”. Un po’ come il prezzemolo, la Berenson è ovunque, sempre nel posto giusto e al momento giusto, regina della vita notturna e dei nightclub, onnipresente in ogni occasione mondana, seguita da uno stuolo di corteggiatori. Ma non ci sono solo lustrini e paillettes nella sua vita: dietro agli abiti da sera e alle ciglia finte c’è una profonda introspezione. La meditazione cambia la sua vita, come lei stessa dichiara. Si avvicina alla spiritualità nel 1968, quando i viaggi in India divennero l’ultimo fashion trend per celebrities annoiate: dai Beatles a Mia Farrow fino ai Beach Boys, il viaggio in India era l’ultima moda dei protagonisti del jet set. E Marisa Berenson non poteva certo mancare. Di quel viaggio alle pendici dell’Himalaya la diva ricorderà la sua amicizia con George Harrison e Ringo Starr, con i quali trascorreva le giornate in meditazione e le notti seduti per terra a suonare la chitarra.

La modella indossa collier Bulgari in una foto di Gianni Turillazzi, circa September 1970 –  Condé Nast Archive/Corbis

La modella indossa collier Bulgari in una foto di Gianni Turillazzi, settembre 1970 –Condé Nast Archive/Corbis

Marisa Berenson a Capri, in una celebre foto di Slim Aarons, settembre 1968

Marisa Berenson a Capri, in una celebre foto di Slim Aarons, settembre 1968

Marisa Berenson immortalata da Arnaud de Rosnay per Lui Magazine, gennaio 1971

Marisa Berenson immortalata da Arnaud de Rosnay per Lui Magazine, gennaio 1971

Marisa Berenson in una foto di Andy Warhol, anni Settanta

Marisa Berenson in una foto di Andy Warhol, anni Settanta

Foto Getty Images

Marisa Berenson è una delle più grandi icone di stile viventi (Foto Getty Images)

Marisa Berenson in Ungaro Couture, foto di Jean-Marie Périer, 1995

Marisa Berenson in Ungaro Couture, foto di Jean-Marie Périer, 1995



La vita privata di Marisa Berenson è ricca di liaison e corteggiamenti da film: nei primi anni Settanta fu la compagna del barone David René de Rothschild. Celebre la sua relazione con il collega, il bellissimo ed efebico attore Helmut Berger. Lei ed Helmut sono la coppia ideale: bellissimi e fotogenici. Luchino Visconti li incitava a sposarsi, come lei stessa racconta nell’autobiografia Momenti intimi, pubblicata nel 2010 da Barbès editore.

Il suo primo marito fu James Randall, detto Jim, sposato a Beverly Hills nel 1976, da cui divorziò due anni più tardi. Il matrimonio fu regale, l’abito era firmato Valentino e lo stesso stilista si aggirava per casa per dare gli ultimi colpi di ferro da stiro al vestito mentre l’altro inseparabile amico Andy Warhol era intento a fotografare i preparativi delle nozze. Dal matrimonio nel 1977 nacque una figlia, Starlite Melody Randall. Il secondo matrimonio nasconde retroscena dal sapore cinematografico: se in genere le donne ricevono rose rosse, Marisa Berenson ricevette dall’avvocato Aaron Richard Golub due immensi camion per traslocare da Los Angeles a New York, dove lui abitava. Il matrimonio tra i due venne celebrato nel 1982, mentre nel 1987 i due divorziarono.

Marisa Berenson è nata a New York il 15 febbraio 1947

Marisa Berenson è nata a New York il 15 febbraio 1947

marisa berns

Quando Marisa Berenson era ancora in fasce ottenne la prima cover per Vogue America

(Foto Vogue)

La classe di Marisa Berenson (Foto Vogue)

Marisa Berenson nel 1973  (Foto di Tony Kent per Vogue Paris)

Marisa Berenson nel 1973 (Foto di Tony Kent per Vogue Paris)



A New York Marisa Berenson diviene musa ed intima amica di Andy Warhol e Truman Capote, collega di Liza Minelli, con la quale recita in Cabaret, cognata di Anthony Perkins, che sposa sua sorella Berry. Dopo un breve periodo lontano dai riflettori, riprende a recitare: la ritroviamo nell’indimenticabile spaccato di vita mondana Via Montenapoleone, ma anche in pellicole impegnate, diretta da maestri del calibro di Clint Eastwood. Nel 2001 il debutto a Broadway, mentre tra i suoi ultimi film spicca Io sono l’amore, di Luca Guadagnino, e Matrimoni e altri disastri.

Foto di Patrick Lichfield

Foto di Patrick Lichfield

Marisa Berenson in una foto di Arnaud de Rosnay, anni Sessanta

Marisa Berenson in una foto di Arnaud de Rosnay, anni Sessanta

Marisa Berenson negli anni Sessanta, foto di Jeanloup Sieff

Marisa Berenson negli anni Sessanta, foto di Jeanloup Sieff

Su Vogue Italia 2001, foto di Steven Meisel

Su Vogue Italia 2001, foto di Steven Meisel

Marisa Berenson immortalata da Robert Mapplethorpe, 1983

Marisa Berenson immortalata da Robert Mapplethorpe, 1983



La sua vita ha visto anche momenti molto difficili, come l’incidente automobilistico avvenuto in Brasile in cui la diva è rimasta coinvolta, che le ha sfregiato la parte sinistra del viso. Ma quello che poteva essere un dramma irreparabile, per Marisa Berenson, ha visto invece un lieto fine: l’ex top model è stata infatti una peziente di Ivo Pitanguy, pioniere della chirurgia estetica, che le ha ridato la bellezza. Un’altra tragedia invece ha scosso la sua vita, stavolta senza il lieto fine: l’amata sorella Berry ha perso la vita l’11 settembre 2001, a bordo dell’aereo che da Boston si è schiantato contro la Torre Nord. Lei stessa invece si trovava in volo da Parigi a New York. Una perdita che l’ha aiutata a riscoprire la fede, come raccontato dalla stessa Berenson nella sua autobiografia. Un anello appartenuto a Berry verrà ritrovato a Ground Zero un anno dopo la tragedia.

(Foto cover Irving Penn per Vogue, settembre 1967)


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Gloria Guinness: la donna più elegante del mondo

Tutto sulla vita di Alex Belli, uno degli uomini più belli d’Italia

Conosciuto al grande pubblico come protagonista di Cento Vetrine, naufrago all’Isola dei famosi e ballerino a Ballando con le stelle, non tutti conoscono la vera storia di Alex Belli.

Di Alex Belli si ha quel tipo di ritratto dei personaggi di una soap opera: bello e impossibile.

A vederlo non fa una piega, è bello da irritare, gentile, ma il lato dominante è la voce: baritonale, voluminosa, chiara, disinvolta – una di quelle voci che vorresti ti svegliasse al mattino.

Nell’ appartamento milanese, la sua casa/studio, mi offre un caffè come farebbe sul palco di un teatro – è interessante questo spirito shakespeariano, portamento di marmo da uomo consunto e con la faccia acqua e sapone.

Bevo il mio caffè già zuccherato (è premuroso e veggente) mentre Alex, lasciando cascare la gravità di quella voce tremendamente sexy a terra, si accompagna leggero al pianoforte suonando Satie. Con disinvoltura, facendo trotterellare le dita sui tasti, prima bianchi poi neri, una passione musicale che arriva dal Conservatorio, dove ha studiato per 5 anni.

Satie, tra i miei compositori preferiti, nella stanza del personaggio più gossippato degli ultimi tempi.

Alex Belli indossa un completo smoking con trama damascata Corneliani



Quando la televisione, il mezzo di comunicazione più potente, ti affibbia un ruolo, te lo appiccica talmente bene addosso che è difficile staccarsene, ne rimangono la colla, gli angoli. E allora ti presenti davanti al signor Tal dei Tali e ti aspetti un bel ragazzo, possibilmente stupido e non un uomo dai mille interessi e dalle infinite capacità. Perchè si sa un modello deve essere assolutamente bello ma non è necessario che sappia esprimersi – ci si aspetta che la velina sposi il calciatore e così via. E invece Alex spiazza tutti ! Durante la carriera di modello ( e ricordiamolo ha sfilato per Giorgio Armani e per le più importanti case di moda) non tralascia il suo amore per la musica – si specializza all’Accademia Lirica del Teatro Regio di Parma e si applica su chitarra, batteria, basso.

Completo kimono dal richiamo marino La Perla – Camicia in popeline nera Corneliani



E coltiva l’interesse per la fotografia, prima facendo da assistente ai maestri che lo hanno ritratto, poi in maniera attiva da autodidatta – scatta nel suo studio, gli amici, i colleghi e non ultima Katarina Raniakova, sua moglie. Perchè a differenza di Francesca Woodman – che si lamentava di non avere sempre modelli a disposizione nei momenti di massima ispirazione, – Alex Belli ce l’ha in casa, e condivide con Katarina anche i momenti di lavoro.

Alex Belli indossa un completo smoking bicolor Canali



La loro è una storia pubblica che ha “allungato il brodo” a molti giornali, pettegolezzi che niente hanno di diverso dalle normali vicende matrimoniali – discussioni, tradimenti, riappacificazioni. Lontani dalle telecamere sono complici, flirtano come adolescenti (Katarina è appena tornata da un lungo viaggio) mentre li fotografo per il servizio di moda.

A sx Completo kimono dal richiamo marino La Perla, camicia in popeline nera Corneliani – dx completo smoking con trama damascata Corneliani



Katarina scruta gli ospiti con gelosia felina, in silenzio, affilandosi le unghie – e si dimostra essere un’ottima padrona di casa, cordiale, socievole, allegra. E’ lei a raccontarsi più volentieri, con naturalezza, la passione per la cucina, le cene infinite a casa Belli, l’impossibilità di immaginare una vita senza di lui. Credo sia lei la roccia tra i due Belli.

A sx completo smoking con trama damascata Corneliani – dx Completo kimono dal richiamo marino La Perla, camicia in popeline nera Corneliani



In letteratura, in musica, in storia, quello che mi ha sempre colpito è il “dietro le quinte” – chi era Mozart quando ha composto il Requiem ? Che donna era la regina Vittoria quando regnò nel periodo più florido d’Inghilterra?

Una bella scoperta Alex Belli, contraria alla follia apparente e rumorosa delle masse.

A sx Occhiale da sole tondo con lente a specchio Rayban – dx Giacca da camera in seta e pantaloni in cupro La Perla



Photographer: Miriam De Nicolo’ 

Styling:  Alessia Caliendo

Make up: Paolo Sfarra 

Styling assistant: Caterina Ceciliani / Rebecca Zola

Location: AXB Studio

Giancarlo Petriglia: l’eclettico designer artefice di meraviglie

Talento e creatività, un binomio imprescindibile per Giancarlo Petriglia: l’eclettico designer milanese che, attraverso un raffinato gusto estetico, è riuscito a creare la sua omonima collezione di borse realizzate come veri cimeli artistici.

Studia presso l’Accademia di Belle Arti di Milano e stringe un’intensa e duratura collaborazione con maison Trussardi. Altre importantissime collaborazioni professionali coinvolgono Giancarlo e Nicolas Ghesquière, Vincent Darré  e Mariuccia Casadio.

Come racconta a noi di D-Art.it, la sua creatività è il riflesso del suo spirito e della sua mente.

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Giancarlo, come descriveresti la tua creatività?

La mia creatività è il riflesso del mio spirito e della mia mente. Uno spirito leggero e versatile, una mente eclettica ed innovatrice.

 

E le tue creazioni?

Le mie borse nascono come nuovi giocattoli per una donna che non teme il proprio lato ironico ed anticonformista. Una donna colta, elegante, che sappia apprezzare l’arte in tutte le sue forme e declinazioni.

175 E OCCHI

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Quale icona o donna del tuo presente ispira il tuo progetto creativo?

Tre donne dell’arte e della cultura del secolo scorso, Vanessa Beecroft, Peggy Guggenheim e Paloma Picasso, diventano ispirazione per le tre nuove linee della collezione P/E16 : sono le “Lady P.”, saggio di altissima pelletteria con lavorazioni esclusive e preziose

 

Raccontaci la collezione primavera/estate 16: cosa ha stimolato il tuo estro creativo?

Con la collezione p/e 2016 ho voluto affermare in modo inequivocabile che le mie creazioni sono sinonimo di arte, modernità e lusso. Un lusso sempre ironico e colto, un lusso diverso. Come nei disegni di René Gruau che in maniera antesignana è riuscito a rappresentare uno sfarzo sarcastico, moderno e colorato.

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180 SM OCCHI

Se tu non fossi diventato un designer quale mestiere avresti intrapreso?

Sin da piccolo ammiravo mia madre realizzare dei meravigliosi abiti sartoriali e a 5 anni la mia icona era Gianni Versace, quindi non riesco ad immaginarmi lontano dal mondo lavorativo a cui appartengo oggi, molto probabilmente avrei canalizzato la mia creatività nell’ambito sartoriale.

 

Oltre alla borsa, cosa non deve mancare assolutamente nel guardaroba di una donna?

L’eleganza e l’ironia (tutto ciò che rappresenti lo stile,  l’anima e la cultura di una donna).

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186 RCV

 

La bellezza è…

Manifestazione dell’arte.

 

Ti disgusta?

La menzogna e tutto ciò che violenta l’autenticità.

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Progetti futuri?

Da marchio, al momento accolto come accessorio di lusso e ricercato, a Brand che mantenga le stesse caratteristiche di esclusività e lusso ma che si completi con il mondo della calzatura e dell’alta sartoria.

 

per saperne di più, clicca qui

 

 

Photo courtsey Press office

 

Per la cover Hungertv

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Justin O’Shea: da fashion director di Mytheresa a stilista per Brioni

Chi lo ha detto che il talento è un dono innato in ognuno di noi?

Esiste una prova provata che attesta il contrario e porta il nome di Justin O’Shea che fino a poco tempo fa, forse nemmeno conosceva i dettami base della moda e che adesso può aggiungere al suo Curriculum Vitae la voce “direttore creativo”.

A Justin O’Shea, è stata affidata la direzione artistica di Brioni, l’azienda romana del gruppo francese Kering  fondata nel 1945. Da come si apprende da una nota resa pubblica dal CEO del brand Gianluca Flore: “Justin ha dimostrato un’accurata comprensione del DNA dell’azienda e delle sue radici storiche nonché un approccio costruttivo su come esaltare questi valori per il marchio oggi”.

 

Street style per Justin O'Shea (fonte letsrestycle.com)

Street style per Justin O’Shea (fonte letsrestycle.com)

 

 

Gran stile, fiuto per la moda ed un forte sex appeal: l’ex camionista nativo di un paese sperduto della lontana Australia, è conosciuto dai tanti perché buyer attento alle tendenze e per aver ricoperto il ruolo di  fashion director per Mytheresa: il portale della moda di lusso, online dal 2006 ma da oltre 25 anni presente a Monaco di Baviera.

La storia di Justin, famoso anche sul web per la sua passione per la moda e per i suoi outfits sempre impeccabili e postati sui social networks, dimostra come le leggi all’interno del fashion system stiano cambiando di giorno in giorno, prediligendo la visibilità di un “presunto” stilista, agli studi accademici.

 

Justin O'Seha immortalato in compagnia della fidanzata Veronika Heilbrunner (fonte shotbygio.com)

Justin O’Shea immortalato in compagnia della fidanzata Veronika Heilbrunner (fonte shotbygio.com)

 

 

Un insegnamento che suona come uno schiaffo in faccia agli studenti delle diverse scuole di moda disseminate nel mondo, che vedono il loro talento frapposto al cliché sempre più vivido dei like sui social.

Di Justin potremmo giudicare, ad oggi, solo il fisico scultoreo, i suoi tatuaggi e la passione per l’estetica senza trascurare il lavoro certosino che ha compiuto per il colosso dell’e-commerce online tedesco.

Per poter apprezzare il lavoro di O’Shea dovremmo attendere la collezione uomo Brioni A/I 17-18.

 

 

Cover letsrestycle.com

 

 

 

 

Youth Culture: Coachella Festival in California con i bikini Amorissimo Beachwear

AMORISSIMO BEACHWEAR

AMORISSIMO BEACHWEAR






Oh Oh, mi sto chiedendo? Ma cosa ci faccio qui?” canta la canadese neo-stellina della musica pop-soul Alessia Cara nella sua hit “Here”.
Verrà da chiedersi la stessa cosa anche a chi rimane in città con
Il festival di musica Coachella alle porte, che avrà luogo ad Indio, in California, dal prossimo 15 sino al 24 aprile 2016.
Per gli appassionati di mudica indie è l’evento cui non si può mancare ed è anche importante per la moda in quanto è là che nasceranno le tendenze che spopoleranno in seguito in estate.
L’elenco di artisti che vi prenderanno parte è sorprendente: Calvin Harris, Aluna George, Ellie Goulding e anche la sopra citata Alessia Cara, per menzionarne alcuni.
Sconosciuti ai più in Italia, tuttavia autori di molti tormentoni radiofonici e delle colonne sonore delle pubblicità che ascoltiamo nel bel paese ogni giorno.
Se qualche fortunata lettrice sta per partire verso il Festival californiano non dimentichi in valigia coroncine di fiori, hot pants, boots e gli immancabili bikini.
Un brand che ha proposto una selezione di costumi per il Coachella è Amorissimo Beachwear.
Il brand nasce nel 2013 e propone beach wear che non ha stagionalità.
Realizzano una collezione ogni anno.
Passamanerie e cordoncini: questi i due tratti che rendono questi costumi pregiati.
La palette della collezione SS 16 spazia dal verde pistacchio all’amaranto, dal giallo limone al blu china, dal verde lime fino alle stampe fantasia.
Un nuovo brand che grazie all’artigianalità e alla qualità dei suoi manufatti non vi farà certamente passare inosservate al Coachella.


Ermanno Scervino veste la nazionale


Arte, moda e calcio si uniscono per celebrare l’eccellenza dell’Italia nel mondo.


Lunedì 21 marzo gli Azzurri, guidati dal commissario tecnico Antonio Conte e capitanati dalla leggenda del football Gigi Buffon, si sono schierati ai piedi del David di Michelangelo, alla Galleria dell’Accademia di Firenze, indossando le nuove divise su misura firmate Ermanno Scervino, luxury partner della Nazionale italiana.

L’immagine è stata scattata da Massimo Listri, fotografo d’arte di fama internazionale. Federazione italiana giuoco calcio ed Ermanno Scervino hanno deciso di far slittare la diffusione della foto di un giorno, in segno di lutto per i tragici attentati terroristici che hanno colpito Bruxelles.

Il David è la scultura più celebre al mondo, scolpita ai primi del Cinquecento da Michelangelo Buonarroti; la maison Scervino ha il quartier generale sulle colline di Firenze e produce le sue collezioni del segmento lusso in Toscana; la Nazionale ha la propria casa a Coverciano, alle porte del capoluogo toscano e a pochi chilometri dalla sede della Ermanno Scervino. Ed è a Coverciano che la Federcalcio ospita il Centro Tecnico Federale dove si allenano tutte le Nazionali e si formano dirigenti, quadri e tecnici del futuro.

Siamo onorati e orgogliosi – dicono Ermanno e Toni Scervino, luxury partner della Nazionale fino ai Mondiali di Russia 2018 – di questa inedita triangolazione fra eccellenze del made in Italy: il David rappresenta e rappresenterà per sempre la massima espressione della bellezza dell’Arte italiana e parla al mondo di quella “fiorentinità” che fa parte del Dna della nostra maison, da sempre impegnata a valorizzare l’alto artigianato. Vestire gli Azzurri con i nostri capi su misura è una preziosa opportunità per rivelare al mondo le competenze sartoriali della nostra maison“.

Per il Presidente della Figc, Carlo Tavecchio, “la Nazionale italiana di calcio è uno dei simboli del nostro Paese: rappresentarla davanti al David di Michelangelo, con la nuova divisa firmata dalla maison Scervino, unisce in uno scatto tanti differenti aspetti del grande talento italiano e conferma il ruolo degli Azzurri come ‘Ambasciatori’ del made in Italy nel mondo. Ringraziamo la Galleria dell’Accademia ed Ermanno Scervino per questa straordinaria opportunità“.

“L’orgoglio dell’Italia – commenta Cecilie Hollberg, direttrice della Galleria dell’Accademia – si unisce in questa foto: gli Azzurri e il David di Michelangelo
danno un’immagine splendida, atletica e consapevole dell’idolo rinascimentale valido ancora oggi in ogni campo, incluso quello di calcio”.

Fino ai Mondiali di Russia 2018 I giocatori, i tecnici e i dirigenti della Figc indosseranno creazioni su misura, in linea con i valori di stile e sartorialità Ermanno Scervino. La divisa ufficiale è formata da un completo slim-fit blu profondo, in fresco di lana stretch: giacca tre bottoni e pantaloni senza pinces.
La camicia è in popeline stretch, in tinta con l’abito, oppure in bianco; la cravatta in ottoman di seta blu è decorata con un piccolo tricolore al centro. Un capo cult della maison, il parka, è proposto in materiale tecnico blu, con gilet interno azzurro, indossabile anche separatamente. L’interno del cappuccio è declinato in tricolore.
Per la mezza stagione, il trench tre bottoni è realizzato nello stesso materiale e nella stessa nuance del parka, foderato e con il logo della Figc applicato sulla manica sinistra. Completano il look una scarpa allacciata “derby” e una cintura, entrambe in pelle nera. Per le trasferte gli Azzurri avranno a disposizione un borsone blu con il logo Ermanno Scervino, rifinito nei toni dell’azzurro, e un astuccio portaoggetti.
A partire da fine maggio, il parka e il borsone saranno disponibili in esclusiva nelle boutique Ermanno Scervino in tutto il mondo.

I migliori backstage di Milano Moda Donna: Vivetta

L’orientalismo e gli anni 20 incontrano l’estro della designer che per la prossima stagione si ispira ad Ertè


Gli anni Venti e Trenta e il trionfo dell’Art Decò contestualizzano la prossima collezione della designer umbra Vivetta, oramai catapultata sulle passerelle milanesi. Uno show, il cui styling è curato dall’editor di fama internazionale Leith Clark, tributo ad Ertè, artista noto per le sue illustrazioni come quelle presenti sulle cover di Harper’s Bazaar.





L’Oriente e il military, ispirazioni e temi cari ad Ertè, si riconoscono nelle lunghe vestaglie stampate e negli alamari presenti sugli abiti, senza disdegnare la fusione con l’arte surrealista di Vivetta.
I colletti e gli abiti bon ton, core business della designer, si arricchiscono di minuscoli bouquet ispirati alle tappezzerie di un tempo.
Con un salto di cinquanta anni si approda agli anni ’70 grazie alle lunghezze mini e midi e alle silhouette smilze.
L’organza, il tulle di seta, il velluto di cotone e il delicato frisottino sono i tessuti scelti per la collezione che vanta cromie messe a contrasto: il cammello, il nero, il celeste “Ertè” e il rosso intenso incontrano i colori pastello, l’oro, il bianco e il verde inglese.
Uscita da ritratti e illustrazioni d’epoca vezzose e opulente la donna Vivetta della prossima stagione è destinata all’eleganza senza tempo.


Fashion editor: Alessia Caliendo
Video: Christian Michele Michelsanti
Photo: Matteo Di Pippo


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I migliori backstage di Milano Moda Donna: Stella Jean

A accompagnare la sfilata di Stella Jean, nel segno della rappresentazione degli avi, tra ritratti e maschere etniche, un coro gospel soul


La designer di origini creole, che vive e lavora a Roma non delude i suoi affezionati che ritrovano anche nella collezione Autunno Inverno 2016 2017 la fusione tra la cultura del vecchio e la verve del nuovo continente. Il Ritratto e la Maschera e il parallelismo socio-antropologico delle due facce della stessa medaglia, una sorta di Dr Jekyll e Mr Hyde che rivive nell’albero genealogico, è la tematica affrontata in passerella.
I manufatti etnici dell’Africa Subsahariana incontrano il gusto dei grandi artisti come Modigliani, Giacometti, Picasso e Gauguin, affascinati dal primitivismo, dando vita a un viaggio attraverso la galleria degli avi.
A supervisionare il fluire delle ispirazioni la figura del carabiniere in qualità di rimando immediato all’Italia, terra del cuore per Stella Jean.





I volti del passato, quindi, visti come riferimento della propria identità sociale nonché legame con il vissuto e le tradizioni, in modo da preservarne il culto.
Il classico rivive nei cappotti, nelle giacche e nei trench arricchiti di stampe e ricami, le lunghezze scelte per gonne e abiti ladylike sono variegate e i pantaloni con le bande laterali richiamano la divisa dei carabinieri per affermarsi come tuxedo rivisitati.
Per la prima volta, inoltre, la stilista utilizza una sofisticata tecnica di recupero e lavorazione, il Fluffy, tessuto interamente estrapolato dagli scarti industriali del mass market.
Gli accessori hanno le fogge più svariate: dalle clutch in plexiglass con applicazioni di piume colorate alle doctor bag in tessuto e dalle ciabattine piatte ricche di pietre ai sandali in cavallino maculato.
A completare il tutto i gioielli dei designer dell’Elisabetta Cipriani Gallery, con sede a Londra, che esaltano l’eclettismo suggerito anche dalla colonna sonora prescelta per la sfilata: i brani del coro soul gospel Soul Voices.


Fashion editor: Alessia Caliendo
Video: Christian Michele Michelsanti
Photo: Matteo Di Pippo


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I migliori backstage di Milano Moda Donna: Richmond

Una killer queen placcata in oro calca le passerelle di Richmond sulle note della cantante americana, nonchè testimonial d’eccezione, Eve





Opulenza VS evanescenza sono i due mondi che si incontrano e scontrano nella nuova collezione Richmond.
Un viaggio al cardiopalma tra cromie decise, pelli, sete stampante, pellicce, broccati e grafiche raffiguranti gotici corvi.
Mille culture e credo si incontrano nel segno di preziosi e ricercati dettagli accompagnati dai migliori successi di Eve, cantante rap americana, che ha deciso di supportare la collezione con la propria performance.


Fashion editor: Alessia Caliendo
Video: Christian Michele Michelsanti
Photo: Matteo Di Pippo


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Perché Bruxelles è il centro nevralgico del terrorismo europeo?

Appena dopo gli attacchi di Parigi era stato chiaro a tutti i governi europei che il Belgio avrebbe avuto bisogno di una mano con i suoi servizi segreti e l’Europa gliela offrì. Non è stato abbastanza.
La maggior parte dei terroristi che colpirono Parigi vivevano in Belgio e andavano e venivano con facilità da Parigi.
Le armi usate per gli attacchi a Charlie Hebdo sono passate dal Belgio. Uno dei siti pro-jihad più famosi in Europa è Sharia4Belgium.


Nonostante tutto questo le intelligence belga e francesi si sono incontrate per discutere del pericolo portato dal terrorismo islamico per la prima volta un giorno prima che scoppiassero le bombe di Zaventem e Maalbeek.
Non è un gran mistero, quindi, il motivo di una così alta concentrazione di jihadisti in uno stato così piccolo.
Sicuramente è vero che le comunità musulmane sono molto marginalizzate e proporzionalmente povere, si sa che i poveri e i marginalizzati sono le reclute più semplici e numerose di tutti i fondamentalisti, ma la situazione sociale non è diversa da quella di molte altre grandi città europee.


Che cosa distingue Bruxelles da Amsterdam o Berlino? Lo stato.
Il Belgio è una federazione di tre regioni: Bruxelles, le Fiandre e la Vallonia. Fiandre e Vallonia sono separate culturalmente in modo decisamente marcato, due stati praticamente diversi con fortissime spinte secessioniste. Le differenze sono marcate, oltretutto, dalle differenze linguistiche; in Belgio esistono tre comunità differenti: la comunità francese; quella olandese e quella tedesca.
Esistono tre differenti parlamenti e due servizi di intelligence distinti che hanno a che fare l’uno con l’altro il meno possibile. La forza di polizia federale ha anch’essa delle funzioni di intelligence ed è sottoposta al ministro degli Interni Jan Jambon, un fiammingo secessionista.


Uno dei due servizi di intelligence, quello civile non ha la possibilità di raccogliere informazioni dall’estero se non tramite scambio di dati con intelligence estere. Questo è uno dei motivi per cui una collaborazione tra le intelligence europee sarebbe stata particolarmente importante in questa situazione.
In situazioni come questa una intelligence europea unita sarebbe stata essenziale. Attualmente non esiste neppure un vero e proprio apparato per condividere le informazioni tra le diverse intelligence statali.


Nessuno stato condivide con leggerezza le proprie informazioni di intelligence e senza una struttura che lo imponga è assai improbabile che ci sia mai una vera e propria collaborazione.
Tutti questi sono i motivi per cui Bruxelles è il centro del fondamentalismo islamico europeo e può permettersi di nascondere un ricercato per mesi nel pieno centro della sua città neanche fosse Corleone.

Brunello Cucinelli inventa il bonus cultura per i suoi dipendenti

È il re del cachemire, leader assoluto dell’artigianato italiano amato anche all’estero: ora Brunello Cucinelli si rende protagonista di una lodevole iniziativa. I dipendenti dell’azienda italiana sono infatti i fortunati destinatari di un bonus cultura: da oggi le spese per libri, cinema, teatro e gite al museo verranno infatti interamente rimborsate dall’azienda. Trattasi di un’iniziativa che premia la cultura del Bel Paese ed auspica la riscoperta dell’immenso patrimonio culturale ed artistico italiano.

“Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza”: i celebri versi danteschi fanno capolino sul sito web della maison italiana leader del cachemire, summa della filosofia imprenditoriale di Brunello Cucinelli, da sempre in prima linea nel valorizzare la cultura italiana. Non solo un’estetica fondata sulla tradizione classica ma anche un’etica incentrata sul rispetto dei dipendenti: l’imprenditore-filosofo umbro, fautore di una nuova strategia di marketing di tipo “umanistico”, che pone al centro di tutto l’individuo, nel borgo trecentesco di Solomeo ha creato non solo un’azienda ormai quotata in Borsa ed apprezzata a livello internazionale, ma ha anche istituito un teatro, a Solomeo, la cui stagione teatrale viene direttamente finanziata dalla fondazione.

Un’eleganza unica, che unisce la magia dei filati pregiati italiani con un gusto sofisticato ed evergreen, che viene esportato con successo anche all’estero: Brunello Cucinelli punta ancora una volta sulla cultura, con l’istituzione di un fondo interamente pensato per i suoi dipendenti.

brunello-cucinelli

Brunello Cucinelli



Il bonus prevede un fondo di 500 euro per i single e 1000 euro per chi ha famiglia. Per usufruirne basterà portare in azienda lo scontrino e tutte le spese inerenti attività culturali verranno interamente rimborsate. Un’idea geniale, che, dopo la quotazione in Borsa del marchio, avvenuta lo scorso dicembre, pone l’accento sull’importanza della cultura. Brunello Cucinelli non è nuovo ad iniziative che coccolano i suoi dipendenti: lo scorso Natale li ha infatti premiati distribuendo 6385 euro a testa.

(Foto cover Forbes)

Attacco terroristico a Bruxelles – 3 italiani tra i feriti

Urla, pianto, disperazione. Queste le parole che si ripetono nei racconti di tre italiani sopravvissuti all’attacco terroristico a Bruxelles, che intervistati dall’Ansa hanno rivissuto l’orrore di quei momenti di ieri mattina. Michele Venetico ha 21 anni, è nato in Belgio da genitori siciliani e lavora da tre anni all’aeroporto di Bruxelles. Racconta di quegli attimi di follia e assicura “Non credo che esista un problema controlli. L’aeroporto era sorvegliato e pieno di polizia. Questi atti sono imprevedibili. Arrivano e colpiscono e fermarli è davvero difficile“. Durante la sua fuga dall’inferno dell’aeroporto, Michele racconta di essersi unito a colleghi e passeggeri e di aver visto i corpi a terra, senza vita o gravemente feriti, mentre veniva portato in ospedale. “Eravamo terrorizzati – aggiunge – Abbiamo cominciato a urlare, piangere e ci siamo rifugiati nell’ufficio che si trova dietro alla biglietteria che è rimasto in piedi. I soccorsi sono stati tempestivi“.


Chiara Burla e Marco Semenzato si trovavano invece in metropolitana quando è iniziato il secondo attacco a Bruxelles, quello alla fermata Maalbek. Chiara è una ballerina di Varallo, in provincia di Vercelli. Vive a Firenze, ha 24 anni ed era a Bruxelles per un workshop di danza. Stava andando a lezione in metropolitana quando un’esplosione ha costretto il treno a fermarsi e tutti i passeggeri sono stati scaraventati a terra. “Le porte del vagone sono saltate via ed una mi è finita addosso – racconta Chiara – C’era il panico. Tutti urlavano, cercavano di fuggire. Ero frastornata, ferita. Non ho capito subito cosa stava succedendo“. Con una grande lucidità, è uscita dal treno, ha attraversato i binari ed è fuggita con un gruppo di persone. Se l’è cavata con qualche contusione al busto e piccole ferite provocate dalle schegge della porta. Si sente fortunata e non vede l’ora di tornare a casa e dimenticare l’inferno di Bruxelles.


Anche Marco Semenzato, padovano di 34 anni, è rimasto ferito nell’attentato alla metropolitana di Bruxelles. “Ero appena sceso dalla metro – dice Semenzato all’Ansa – e avevo fatto appena due gradini della scale per uscire. All’improvviso ho sentito un boato. Ho visto un bagliore. Ho capito subito che era un attentato, ma non volevo crederci. Ho pensato che stavo per morire“. L’uomo, consulente al dipartimento educazione e cultura della commissione europea, ha subito ustioni alle mani e al volto e giura che non prenderà mai più la metro, in nessuna città del mondo. “Ti senti intrappolato come un topo. Non è una bella sensazione” ha dichiarato.


Intanto arriva la notizia che una donna italiana potrebbe essere tra le vittime dell’attacco di Bruxelles. Si attende il riconoscimento della donna, che si trovava anche lei in metropolitana.

Alessandro Michele miglior designer internazionale secondo il Cfda

È l’artefice di una rivoluzione estetica all’interno di una maison storica. Ha sovvertito ogni regola della creatività e si è dimostrato vicino ai suoi clienti e alle loro esigenze.

La sua premiazione, dunque, era attesa da molti ed ora è ufficiale: Alessandro Michele, direttore artistico di Gucci, sarà premiato nell’ambito del Council of Fashion Designers of America come miglior designer internazionale, riconoscimento che l’anno scorso è stato portato a casa dal duo di couturiers Maria Grazia Chiuri e Pierpaolo Piccioli e che negli anni passati ha fregiato Riccardo Tisci nel 2013 e Miuccia Prada nel 2004.

 

La prima collezione Gucci A/I 15-16 disegnata da Alessandro Michele (fonte Madame Figaro)

La prima collezione Gucci A/I 15-16 disegnata da Alessandro Michele (fonte Madame Figaro)

 

 

 

Alessandro Michele, designer della maison fiorentina dal 2015, ha un passato ben florido nel campo della moda. Dopo gli studi presso l’Accademia di Costume e di Moda di Roma, inizia la sua carriera in Fendi.

 

 

Gucci collezione primavera/estate 2016 (fonte Madame Figaro)

Gucci collezione primavera/estate 2016

 

 

 

Successivamente ricopre il ruolo di direttore creativo in Richard Ginori e nel 2011 fiancheggia Frida Giannini in Gucci.

Il suo stile è unico, ancorato negli anni settanta rinvigorito da un tocco di personalità che regala alle collezioni un’impronta unica.

 

 

Outfit collezione Gucci Autunno/inverno 16-17 (fonte Madame Figaro)

Outfit collezione Gucci Autunno/inverno 16-17 (fonte Madame Figaro)

 

 

Durante l’evento che si terrà il prossimo 6 giugno, concorreranno per la categoria womenswear: Marc Jacobs, Altuzarra, The Row, Rodarte e Proenza Schouler.

A contendersi il premio per la categoria menswear saranno, invece: Public School, Thom Browne, Rag & Bone, Todd Snyder e Tim Coppens.

Un marchio tra Mansur Gavriel, Altuzarra, Irene Neuwirth, Proenza Schouler e The Row potrà vincere il premio per la categoria gioielli.

 

 

Per la copertina fonte i-d.vice.com

 

 

Corsi, ricorsi e commissioni di garanzia per il PD in Campania

C’è qualcosa che non funziona nelle primarie PD. E quello che non funziona ha un nome e un luogo. Si chiama “commissione di garanzia” e collegio dei probiviri. Un organo apparentemente politicamente irrilevante, in cui spesso vengono nominate persone quasi come un contentino politico, ma che in realtà dovrebbe e potrebbe avere una funzione fondamentale per un partito politico.


A queste commissioni dovrebbero accedere persone da tutti riconosciute come equibrate e moderate, dalla specchiata esperienza di partito, e anche quando “in rappresentanza delle rispettive componenti”, capaci di andare oltre, e di dare dei paletti invalicabili nel rispetto delle regole condivise da tutti. Ma a queste commissioni compete anche qualcosa di più alto e importante: censurare con forza comportamenti non corretti, allontanare persone che usano il partito come un pullman per essere “accompagnati comodamente” da un seggio ad un altro, e quelle che con il proprio comportamento possono ledere l’immagine collettiva.
Per fare questo, i membri degli organi di garanzia non devono avere favori da chiedere, candidature (per sé e proprio congiunti) da difendere e garantire, e devono avere una capacità di motivazione delle proprie scelte al di sopra di ogni sospetto.
Tutti requisiti che – strano a dirsi – molti, anche nel PD hanno, ma che – stranamente – quei molti, in quelle commissioni, non vengono nominati mai.
E da questo difetto congenito iniziale dipende poi tutto quello che in ogni senso, in ogni regione, in modo più o meno manifesto, abbiamo visto e stiamo vedendo.
Provo a fare una sintesi di questi ultimi anni.


Succede che nel 2011 a Napoli per 44 (contati!) votanti di nazionalità cinese si è creato un caso nazionale che ha portato all’annullamento delle primarie. Roma decise quindi di nominare candidato il prefetto Morcone, che nessuno a Napoli conosceva, facendo scivolare il Pd al 16% e consegnando la città a De Magistris. In quell’occasione venne rimosso il segretario provinciale Tremante, il quale fece causa al partito e venne anche economicamente risarcito (sic!).

Nelle primarie nazionali che videro eletto Matteo Renzi i casi “strani” sono stati numerosissimi,
 spesso imbarazzanti, ed hanno visto coinvolta la magistratura ordinaria e la DDA di Salerno. 
In quel caso la commissione nazionale è stata salomonica (se vogliamo usare un eufemismo): sono stati “sospesi” i risultati delle sezioni sotto indagine, ma non “il risultato” emerso da quelle sezioni (qualcuno più bravo di me riuscirà un giorno a spiegarmi l’escatologia e l’esegesi della decisione).
In pratica “il risultato parziale viene congelato in attesa di verifiche” (che non sono mai state fatte e il verbale di quella consultazione non è mai stato completato) ma “il risultato netto” dei totali delle preferenze dei vari candidati resta invariato e conteggiato (sic!).
Gli episodi di quella consultazione li ho raccontati qui.

C’è poi il caso delle consultazioni in Liguria, dove – a risultato netto invariato – si è scelto di “congelare” il voto di alcune sezioni. Non poche, ben 38. ma su quegli episodi nessuno è entrato nel merito. E qui però va chiarita una cosa. Una commissione di garanzia che riceve segnalazioni documentate, e afferma “non essendo annotate nel verbale non possiamo procedere” in sé nega se stessa. Se infatti c’è stata una irregolarità nel verbale, come si può pensare che quella stessa irregolarità risulti nel verbale?
[ne parlo anche qui]


Finiamo quindi nuovamente in Campania, con le primarie di Napoli.
Su queste riprendo, rispetto a quanto ho già detto e scritto, alcuni commenti che mi sembrano semplicemente di buon senso.
Risulterebbe dal verbale sostanzialmente che:
”1) elemosinare un euro, 10 euro . . per un voto è una pratica “normale”;
2) I video di Fanpage sono una montatura e/o comunque non hanno influenza sul voto, “il fine giustifica i mezzi”;
3) Bassolino doveva presentare entro le 24 ore dalla chiusura dei seggi il ricorso, DOVEVA SAPERLO PRIMA, quindi è irricevibile) come dire se ammazzi qualcuno e il corpo lo scopri dopo, il delitto è prescritto;
4) Che è normale e non ci sono dubbi alcuni che “stranamente” in quei seggi, guarda caso, il Candidato indicato spudoratamente raccoglie più consensi in 5 seggi che in 40 seggi (mah)’!);
5) Che se nel regolamento delle primarie non è indicato il divieto di coercire il voto fuori dai seggi, così come previsto dalle leggi elettorali vigenti, beh allora alle primarie si può fare, anzi più soldi investi meglio è, tanto non è vietato;
6) un candidato, un partito e/o una coalizione che vuole governare non faccia della legalità e della trasparenza una Bandiera irrinunciabile; e va beh che fa…..
7) Che in Liguria per molto meno si sono annullati 14 seggi, è un altro PD;
8) Che nel 2011, per molto meno, si sono annullate le primarie; altri tempi o altri interessi;
9) quindi con 13/14 mila euro ci si può candidare a sindaco di Napoli;
10) che questa “pratica” offende la dignità delle persone, a chi riceve e a chi lo “dona” fa niente, l’importante è “vincere”;”


Polemico? Ci va giù di sarcasmo Enrico Pennella:
“È ingiusto ed ingeneroso non riconoscere alla commissione di garanzia napoletana un ruolo fondamentale per le future Primarie PD. Con grande coraggio e determinazione hanno infatti saputo affermare principi nuovi ed in un certo senso rivoluzionari. Sono dei pionieri. Qualche esempio? Dalla prossima volta a Napoli i candidati ed i loro sostenitori potranno con tranquillità senza alcun rischio ed alla luce del sole offrire l’euro nei seggi agli amici sprovvisti, indicare (solo per maggior sicurezza) pubblicamente ad alta voce il nome di chi votare alle persone meno informate e consapevoli, anche pagare o rifiutarsi di farlo questo benedetto noioso euro,altro ancora. Insomma più libertà per tutti, via odiosi vincoli. Si è deciso in assoluta trasparenza di legittimare definitivamente questi comportamenti. Basta ipocrisie! Siamo pur sempre napoletani, queste cose dobbiamo intenderle, capirle , giustificarle. Siamo fatti così. Inutile fare i puritani, sono normali, quasi inevitabili. Lo dice perfino Orfini, il Presidente del PD, uno ovviamente sopra le parti : è tutto ok. Anzi no, si è corretto, ok ma al 99%, ora non facciamo i pignoli. A questo punto il PD napoletano è riuscito così in una straordinaria impresa che nessuno avrebbe mai creduto possibile : combinare nel 2016 un disastro peggiore rispetto a cinque anni prima. Avrebbe detto Totò…onore al merito.”


Angelo Costa semplicemente propone:
“Ma perché non si rivota in quei due, tre, cinque seggi contestati dove Valeria Valente ha già vinto e quindi rivincerebbe? Finirebbero le polemiche e quindi TUTTI andremmo a sostenere chi LEGITTIMAMENTE è il vincitore delle primarie… ”


Sempre Enrico Pennella, stavolta più sobriamente:
“Sono incomprensibili le critiche che dall’interno del PD vengono rivolte a Bassolino per il ricorso ai garanti nazionali. Una procedura assolutamente legittima, estremo tentativo per un iscritto di vedere riconosciute le proprie ragioni ed una chiara, ulteriore, prova di fiducia nel Partito. A quanti sollevano il tema della opportunità di questi ricorsi andrebbe invece consigliata una più attenta lettura dei recenti sondaggi. Non sono infallibili, tutt’altro, ma inutile fingere di non vederli. Il PD nelle attuali condizioni è fuori da tutto, residuale. Anche se oggi Bassolino decidesse di fermarsi non cambierebbe praticamente nulla. Un dato emerge in modo incontrovertibile, assoluto : a tre mesi dal voto il PD in queste condizioni non è competitivo.”


Ma sul caso dei ricorsi interviene il re dei ricorsi in Campania, il governatore De Luca. 
Colui che è già stato protagonista di numerosi ricorsi in tutte le primarie svoltesi nel suo territorio quando era Sindaco di Salerno.
“Mi auguro che prima o poi qualcuno chieda scusa per questa immagine della politica che stiamo trasmettendo ai cittadini con la vicenda delle primarie” afferma Vincenzo De Luca nel corso della rituale intervista-fiume su Lira Tv, in onda questa sera. “Mi viene la depressione sulle piccole cose della politica italiana – spiega il governatore – Ormai c’è una rissa politica generalizzata che riguarda tutti. Una pena enorme. La mia preoccupazione crescente è che sta arrivando nelle nostre case un’immagine di balcanizzazione generale della politica italiana”. “Quanto alle primarie di Napoli la cosa incredibile è che per la prima volta abbiamo avuto primarie corrette, con tutti i rappresentanti che hanno firmato i verbali la sera stessa. Poi è uscito un video strano dopo 24 ore”.


Inquientante che nessuno abbia rilevato un dettaglio tra le affermazioni di De Luca: ” la cosa incredibile è che per la prima volta abbiamo avuto primarie corrette”.
Nessuno ha chiesto conto di questa affermazione, che implicitamente afferma che tutte le altre primarie corrette non siano state. E se lo dice uno come lui, per vent’anni sindaco, che nelle primarie nazionali e regionali è sempre stato più che determinante… c’è sta stare tutt’altro che sereni.


Alle scorse primarie regionali ne abbiamo viste di tutti i colori, ma per tutti non ci furono problemi.
Le ho ampiamente raccontate qui ma vorrei ricordare un paio di episodi sul come si sono svolte.
Primarie di partito, richieste 1200 firme. Gli iscritti a livello regionale erano 10.800, ma il sindaco di Salerno abbonda e di firme ne presenta 13.000! Il presidente della commissione di garanzia afferma (testualmente) che è tutto regolare, anche se non sono iscritti (e la matematica non è un’opinione) potrebbero sempre farlo entro la fine dell’anno! (sic!)
Le primarie poi diventano di coalizione, ma subito il Pd si appresta a precisare: allarghiamo ma non accettiamo altre candidature del Pd. Più ad personam di così!
Chi lo afferma? Tonino Amato, ex consigliere e assessore comunale, ex pluri consigliere regionale, che – da indipendente presidente della commissione di garanzia! – voleva candidare la figlia (che è anche stata eletta) e dichiaratamente appoggiava De luca.
Di lui si è anche parlato durante queste primarie per il Sindaco di Napoli – in cui appoggiava Valeria Valente – ma questa, è un’altra storia…


Ecco. Finchè non mettiamo seriamente mano a cosa debba essere e come debba comportarsi una commissione di garanzia, le primarie non andranno mai come si deve e conviene.
Non esisterà un organo che sia davvero deterrente rispetto a comportamenti che poi – a parole – tutti censuriamo. E non esisterà quell’autorevolezza necessaria a prendere decisioni davvero libere e autonome dalle componenti.
In fin dei conti le commissioni di garanzia sono state trasformate in organi di ratifica della maggioranza – seppur eterogenea e momentanea – di turno. E quello che dovrebbe essere un organo di controllo e di garanzia, elemento di forza e democrazia nei partiti strutturati, diventa – semplicemente – un elemento di vulnerabilità, risibilità e debolezza.
Basta essere chiari e prenderne atto.

Attentati a Bruxelles: come ha reagito l’Italia

22 marzo 2016: una data che l’Europa non dimenticherà. Dopo Parigi, gli attentati a Bruxelles hanno ferito di nuovo il cuore del vecchio continente, spargendo il terrore. Anche in Italia il rischio di attentati è concreto, e il nostro Paese ha dovuto adottare misure straordinarie per garantire la sicurezza in questa settimana di festa.


Il primo obiettivo sensibile è l’aeroporto di Fiumicino, dove oggi il flusso di passeggeri è molto intenso in vista delle festività pasquali. Il numero di uomini impiegati nella vigilanza è raddoppiato e l’operazione interforze, coordinata dalla Polizia, prevede pattuglie in divisa e in borghese in tutte le zone dell’aeroporto. Non solo gli imbarchi quindi, ma anche l’ingresso di passeggeri e accompagnatori è posto sotto stretta sorveglianza, così come qualsiasi bagaglio o pacco lasciato incustodito, per scongiurare la possibilità di attacchi terroristici.


Intanto stamattina a Palazzo Chigi si è tenuto un vertice straordinario tra il premier Matteo Renzi, il ministo dell’Interno Angelino Alfano e quello degli Esteri Paolo Gentiloni, con i capigruppo di maggioranza e minoranza della Camera e del Senato. Il Presidente del Consiglio ha parlato di “una minaccia globale con killer anche locali e attentatori che vengono da dentro e si nascondono nelle periferie delle nostre città” per cui invita all’unità per gestire questo momento di crisi su più fronti. Non solo lotta dura al terrorismo e aumento dei controlli, ma anche un piano di integrazione per scongiurare la deriva kamikaze degli immigrati già presenti in Italia. Anche il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha voluto commentare l’attentato a Bruxelles, auspicando che l’Italia e l’Europa reagiscano con l’unità, senza divisioni di bandiera e di partito.


Desiderio difficile da realizzare quello di Renzi e Matterella, perché all’indomani dell’attentato a Bruxelles i leader delle forze politiche si sono già espressi duramente e su posizioni chiare. Giorgia Meloni, neocandidata al Comune di Roma, commenta così: “Renzi, Alfano e Mattarella ci dicono che il terrorismo si combatte con la cultura ma è una frase buona per i cioccolatini“, sperando in un intervento più diretto. In un’intervista alla radio, Silvio Berlusconi si è detto preoccupato. “Tra i leader europei – ha dichiarato – non ce ne sono, oggi, all’altezza della situazione. L’Isis richiede interventi diretti in Iraq e Medio Oriente“. Matteo Salvini, ancora bloccato nella capitale belga, ha subito parlato di una dichiarazione di guerra all’Isis, da realizzarsi con la “bonifica” delle nostre città palazzo per palazzo, e di chiusura delle frontiere. Soluzioni che sembrano fin troppo semplicistiche rispetto a una situazione complessa e delicata, già nell’aria da mesi, che si è concretizzata definitivamente con il nuovo attentato a Bruxelles.

Cividini sposa l’imperfezione – Milano Fashion Week 2016

SFILATA CIVIDINI ALLA MILANO FASHION WEEK 2016 

COLLEZIONE AUTUNNO-INVERNO 16/17 

 

Uno dei cantautori più famosi della storia cita: “C’è una crepa in ogni cosa. E’ da lì che entra la luce.
Si tratta di Leonard Cohen, che esalta l’imperfezione come forma di bellezza.

Imperfetta anche la collezione Cividini F/W 2016/17, che calca il concetto con un mood minimale, scarno, ma non privo di dettagli.

In un periodo storico dove il prototipo di bellezza non vuole più modelle magre ma curvy, anche la moda stravolge i suoi canoni: niente più abiti fascianti, no a sexy trasparenze, via libera alla comodità, alla morbidezza, all’antico scopo del vestirsi, che è quello di coprirsi.

Copertura a strati per la collezione Cividini Autunno Inverno 2016/17, sovrapposizioni di capi e tessuti diversi, il maschile si mescola al femminile, gli accessori si riducono ai minimi termini e diventano indispensabili.

Le frivolezze sono bandite, rimane l’essenza!

Guarda qui la collezione Autunno Inverno 16/17 di Cividini: 



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JF LONDON SEGUE L’ISTINTO BDSM

Svolta in Armani: Re Giorgio dice no alle pellicce

Sono lieto di annunciare il concreto impegno del Gruppo Armani alla totale abolizione dell’uso di pellicce animali nelle proprie collezioni. Il progresso tecnologico raggiunto in questi anni ci permette di avere a disposizione valide alternative che rendono inutile il ricorso a pratiche crudeli nei confronti degli animali. Proseguendo il processo virtuoso intrapreso da tempo, la mia azienda compie quindi oggi un passo importante a testimonianza della particolare attenzione verso le delicate problematiche relative alla salvaguardia e al rispetto dell’ambiente e del mondo animale”.

Con questo comunicato, Giorgio Armani dichiara al mondo la decisione di abolire all’interno delle sue collezioni, l’uso della pelliccia.

Una scelta storica, quella presa della maison italiana, che si affianca ad una lista di aziende che cresce esponenzialmente di anno in anno e che da tempo combattono contro l’uso di vello di animali nei capi d’abbigliamento: Elisabetta Franchi, Stella McCartney, Calvin Klein, Hugo Boss e Tommy Hilfiger, difatti, hanno abolito ormai da tempo l’uso della pelliccia a favore della faux fur.

Una decisione etica, quella di Re Giorgio, siglata in accordo con Fur Free Alliance e The Humane Society of the United States, che si impegna ad utilizzare fur free a partire dalla collezione autunno/inverno 16-17.

L’addio all’utilizzo della fur è stata accolta con favore dalla LAV (Lega Anti Vivisezione n.d.r.).

Dalle parole di Simone Pavesi, Responsabile LAV Moda Animal Free,  possiamo dedurre l’entusiasmo della lega nei riguardi della scelta di Giorgio Armani: “Una decisione che fa onore alla Maison Armani e rafforza una strada già tracciata e consolidata dalla LAV in anni di campagne antipellicce in tutto il mondo, in favore della moda etica, responsabile e sostenibile, e dunque senza utilizzo di animali. Gli estimatori dello stile Armani saranno entusiasti: una scelta di vero stile per il “Re” della moda, amato e apprezzato in tutto il mondo. Un segnale inequivocabile per il settore, da tempo sollecitato a convertirsi verso una produzione non cruenta, considerando che in tutto il mondo ogni anno vengono uccisi circa 95 milioni di visoni e volpi e altri animali per la loro pelliccia, con Europa e Cina che sono i maggiori produttori di pelliccia a livello mondiale.”

La LAV ha recentemente lanciato il progetto Animal Free Fashion che ha l’obiettivo di attribuire una valutazione etica alle aziende virtuose che si sono prodigate ad utilizzare materiale di origine animale all’interno delle loro collezioni.

 

Per saperne di più sul progetto: www.animalfree.info

 

 

Immagine copertina luxuo.com

 

 

 

 

 

WEOO: WECONA e WEGIRL rivoluzionano il concetto di borsa

Nasce nelle Marche, il nuovo e rivoluzionario marchio di borse WEOO, fondato da Andrea Calvani, designer che conta una decennale esperienza nel campo della moda.

Colori frizzanti, praticità e comfort sono le note descrittive della collezione che si compone di due modelli: WECONA (modello oversize) e WEGIRL (modello compatto).

La peculiarità di WEOO risiede nella scocca realizzata in EVA (Etilene Vinile Acetato): materiale leggero, che attutisce i colpi, altamente resistente nel tempo.

 

WEOO PE2016_8

 

La pochette interna, si compone  di svariati materiali  e colori, da scegliere a seconda dei gusti e dall’accostamento con l’outfit: jeans, lana, nylon e rete di altissima qualità per una borsa da giorno componibile e versatile.

Le borse WEOO sono interamente Made in Italy e sono create unendo le tecniche di lavorazione utilizzate dagli artigiani marchigiani con le moderne tecnologie di produzione.

 

Per conoscere dettagliatamente la collezione SS16 clicca qui

 

 

 

Gigi, Kendall e le altre: le nuove top model

Le chiamavano supermodelle. Erano gli anni Novanta e i personaggi più amati venivano dalle passerelle. Non più modelle dai volti anonimi, eteree quanto intercambiabili mannequin che si alternavano sui défilé: adesso top model come Claudia Schiffer, Cindy Crawford, Linda Evangelista, Naomi Campbell si imponevano all’attenzione dei media come dei personaggi, ognuna con la propria personalità, ognuna diversa, amatissime e idolatrate. Segni particolari: bellissime.

Se la dicotomia tra modelle e top sembrava essere superata, nel corso degli anni Duemila, oggi il fenomeno sembra essere tornato prepotentemente alla ribalta. Protagoniste indiscusse del fashion biz internazionale oggi sono volti come Gigi Hadid e Kendall Jenner: giovanissime, seguitissime dai paparazzi e bellissime, sono loro le nuove top.

Gigi Hadid, bionda e dal viso perfetto, classe 1995, è nata in California da padre palestinese e madre olandese (è figlia dell’ex modella Yolanda Foster). All’anagrafe Jelena Noura “Gigi” Hadid, la modella ha una sorella, Bella, anche lei modella di successo, e tre fratelli, più svariate sorellastre nate dalle precedenti unioni dei genitori. La sua carriera nella moda è iniziata nel 2011, con un contratto per la IMG Models. Nel 2012 viene scelta come testimonial di Guess, da sempre pigmalione di autentiche bombshell, da Eva Herzigova a Claudia Schiffer. Comparsa su Sports Illustrated e sul Calendario Pirelli 2015 (dove faceva capolino in una tutina in latex in scatti ad alto tasso erotico), la bomba sexy si è fatta strada nelle principali fashion week, da Milano a Parigi a New York, dove ha sfilato per i più grandi, imponendosi in poco tempo come la regina assoluta delle passerelle.

Gigi Hadid

Gigi Hadid

Kendall Jenner

Kendall Jenner

Gigi Hadid e Kendall Jenner nel backstage della sfilata Victoria's Secret 2015, foto Getty Images

Gigi Hadid e Kendall Jenner nel backstage della sfilata Victoria’s Secret 2015, foto Getty Images



La consacrazione ufficiale avviene con la cover di Vogue e con il contratto come nuovo angelo di Victoria’s Secret. Gigi Hadid oggi è la top model più amata, icona di stilisti del calibro di Olivier Rousteing, Karl Lagerfeld, Giambattista Valli, Donatella Versace e molti altri: non c’è praticamente défilé in cui lei non faccia il suo ingresso trionfale. Dopo alcune polemiche sulla sua fisicità morbida, oggi rara nella moda, grazie a lei sta finalmente tornando alla ribalta un nuovo ma quantomai antico ideale di bellezza femminile, che vede le curve in primo piano.

Viene dal mondo del gossip e dagli eccessi di casa Kardashian l’altra top model di nuova generazione, Kendall Kenner. Occhi da gatta e lunghi capelli bruni, anche lei nata nel 1995, Kendall Jenner è figlia di Caitlyn Jenner e di Kris Jenner e sorellastra dell’ormai celebre Kim Kardashian. Da sempre sotto i riflettori, Kendall inizia la carriera nella moda nel 2014, quando viene scelta da Riccardo Tisci come volto di Givenchy, accanto a Mariacarla Boscono. Nello stesso anno sfila alla settimana della moda di Parigi, Londra e Milano. Impostasi in appena un anno come una delle 50 modelle più richieste al mondo, nel 2015 ottiene la cover di Vogue e sfila per Victoria’s Secret, mentre la rivista Forbes la elegge la sedicesima modella più pagata al mondo.

Gigi Hadid e Kendall Jenner (Foto Getty/Jean Catuffe

Gigi Hadid e Kendall Jenner (Foto Getty/Jean Catuffe)

gigi kendalll

Le due top model sono tra loro intime amiche

Gigi Hadid e Kendall Jenner insieme per Vogue

Gigi Hadid e Kendall Jenner insieme per Vogue



Kendall e Gigi Hadid sono tra loro intime amiche: soprannominate Kengi, quando non sfilano le vediamo ridere e scherzare, come qualsiasi teenager. Protagoniste indiscusse dei rotocalchi rosa e del gossip, con loro si torna ad una svolta: non si parla più di modelle ma si torna ufficialmente nell’era delle top model, non più anonimi manichini ma personaggi amatissimi e ben noti al pubblico.

(Foto cover Vanity Fair)

Daesh ha colpito ancora a Bruxelles

Daesh ha colpito in ben due punti della capitale belga Bruxelles uccidendo almeno 34 persone. Gli attacchi sono avvenuti all’aeroporto di Bruxelles e in una stazione della metropolitana del quartiere in cui si trovano le istituzioni europee.


Quattro mesi dopo l’attacco di Parigi Daesh ha colpito ancora nel cuore dell’Europa.
Il primo attacco si è verificato a Zaventem, l’aeroporto di Bruxelles e il secondo a Maalbeek, la stazione della metropolitana nel cuore del quartiere dove si trovano le istituzioni europee. Gli attacchi sono stati portati nell’ora di punta e sembrano una sfida all’Europa intera proprio nel momento in cui tutti ci sentivamo più sicuri dopo la cattura di Salah Abdelslam, uno dei responsabili degli attacchi di Parigi.


L’attacco è avvenuto nell’area prima dei controlli di sicurezza dell’aeroporto e in una stazione della metropolitana piena sono obiettivi facili per i terroristi e sono avvenuti nonostante lo stato d’allarme e la fortissima presenza di polizia e militari nelle strade.
Daesh ha annunciato subito la sua responsabilità per gli attacchi tramite Amaq, la sua agenzia di stampa.
L’attacco all’aeroporto ha sicuramente coinvolto almeno un attacco suicida nonostante siano stati sentiti degli spari prima dell’esplosione.
Bruxelles ora è ai massimi livelli di allarme ed è completamente isolata.


La prima esplosione è avvenuta appena dopo le 8 di mattina a Zaventem. Alcuni passeggeri hanno sentito alcune urla in arabo prima dell’esplosione. Almeno 11 persone sono rimaste uccise e almeno 31 gravemente ferite. Per quanto riguarda la stazione della metropolitana di Maalbeek si è subito parlato di almeno 20 morti.
L’esplosione ha colpito le prime carrozze di un treno che stava entrando nella stazione.


Il Belgio era in allarme per la minaccia di nuovi attacchi dopo l’arresto di Salah Abdeslam, l’uomo probabilmente responsabile della logistica per gli attacchi avvenuti a Parigi che sono costati la vita a 130 persone. Quello che è certo è che i luoghi dell’attacco sono indicativi della volontà di colpire tutta l’Europa, non solo il Belgio.
Facebook ha aperta la possibilità di comunicare di essere al sicuro come aveva fatto per gli ultimi attacchi terroristici.
Tutti i leader politici europei e molti da tutto il mondo hanno fatto arrivare le loro parole di cordoglio.


Bruxelles e il suo quartiere di Moleenbeek in particolare sono il centro operativo di Daesh in Europa e questo è dovuto al fatto che i servizi e la polizia belga non hanno posto particolare attenzione a un’area che era destinata a diventare quello che è. Povertà, basso livello d’istruzione segregazione religiosa il tutto all’interno di un paese che di per sé è diviso tra valloni e fiamminghi. Il problema degli immigrati musulmani è sempre stato in secondo piano e il governo belga ha sempre adottato la politica della neutralità riguardo le operazioni anti-terrorismo sperando che questo bastasse a mettere lo stato al sicuro da eventuali attacchi. Non ha funzionato.

Sfilata Aigner Autunno Inverno 16/17 alla Milano fashion week

SFILATA AIGNER AUTUNNO-INVERNO 2016-17

Regina delle nevi, madre della natura, la donna Aigner si copre dei colori della dea Terra.
Dai grigi al bianco ghiaccio, dai tortora fino al verde più intenso, la collezione Aigner Fall Winter 16/17 viaggia nei luoghi incontaminati del globo: montagne innevate, paesaggi ghiacciati, boschi e foreste attraversate da corsi d’acqua sono d’ispirazione a Christian Beck, direttore creativo della maison.



I grafismi ricordano l’intersecarsi di rami su sfondi paesaggistici, le pellicce dominano come dettaglio per impreziosire il look, le sagome sono a clessidra, un omaggio al tempo, da dimenticare…

Le forme sono comode e morbide così come i tessuti – dalla pelle scamosciata e flanella, alla lana cotta e pizzi lavorati.

Esclusivamente lavorati a mano, i ricami paillettes realizzati in Svizzera – oltre al visone patchwork, capolavoro della collezione Aigner.



Grande attenzione al dettaglio alla sfilata Aigner Fall Winter 2016/17: dal make up grunge anni ’90, al tacco scultura in pietra, fino al pezzo esclusivo – la Tonda bag.

Una borsa dalla moderna forma circolare con l’apertura a scatto, disponibile nella versione oro, nero e pelliccia.

 

Musica: Enia – Adiemus

Luogo: Alpi Svizzere



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Guarda qui l’intera collezione Wigner F/W 2016/17:



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IL MEGLIO DELLO STREET STYLE ALLA MILANO FASHION WEEK 2016

Tutte le novità di Apple

Tutti gli eventi di Apple sono sempre portatori di grandi novità e quest’ultimo non è stato da meno. Come al solito i dirigenti Apple sono saliti sul palco per presentare le novità in quello che è stato un evento molto lungo. Ecco tutto quello che c’è da sapere:


iPad Pro


Tutte le novità di Apple


C’è un nuovo iPad Pro più piccolo, ora esistono due misure, 12.9 e 9.7 pollici. Il prezzo del nuovo iPad è di 689 euro e non c’è ancora una data per le consegne in Italia.
Apple ha scelto di tornare alle origini per quanto riguarda le misure. 9.7 è difatti la misura originale dell’iPad. Perché Apple ha deciso di aggiungere una nuova misura? Gli utenti amavano gli iPad più piccoli e con questa misura Apple spera di poter guadagnare terreno nel mercato degli utenti PC che non hanno particolare interesse nelle prestazioni. Gli utenti “tristi” (sic) possessori di PC con più di 5 anni.


Tutte le novità di Apple


Il display è più piccolo ma più tecnologico, grazie alla tecnologia True Tone iPad capirà qual’è la luce nella stanza in cui ci troviamo e adatterà lo schermo ad essa.


Tutte le novità di Apple


Il nuovo iPad avrà anche il nuovo chip A9X, il più potente nel lineup Apple, ciò significa che gestirà il multitasking agevolmente.


Tutte le novità di Apple


Apple ha anche colmato uno dei gap più grandi quando si tratta di PC contro iPad, nuovi adattatori che permetteranno di collegare schede SD o videocamere alla presa lightning.
Per concludere il nuovo iPad pro sarà disponibile nel colore oro rosa.


iOS 9.3


Tutte le novità di Apple


La novità più importante di questo aggiornamento del sistema operativo mobile della casa di Cupertino è sicuramente Night Shift, man mano che ci si avvicinerà alla sera iOS farà emettere sempre meno luci blu ai nostri dispositivi per aiutarci a dormire.


iPhone SE


Tutte le novità di Apple


Molta gente preferisci i telefoni piccoli e Apple è qui per soddisfare anche quel mercato. Il nuovo iPhone SE assomiglia a un 5S ma è a tutti gli effetti un 6S con i processori A9 e M9.


Tutte le novità di Apple


Lo stesso per i sensori fotografici che sono in grado di girare video in 4K, live photos e il sensore anteriore è HD.
Il modello da 16 GB costerà 509 euro mentre quello da 64 GB 609.


Apple TV


Tutte le novità di Apple


tvOS è stato messo a posto, ci saranno più app, si potranno gestire meglio le proprie pagine e si potrà usare Siri, il sistema operativo, insomma, assomiglia sempre di più iOS.


Apple Watch


Tutte le novità di Apple


Apple Watch ha avuto molti nuovi cinturini, più che altro in nylon intrecciato. Il prezzo parte da 369 euro.

The Body: la nuova campagna di Lane Bryant censurata negli Stati Uniti

Censurare un video perché ritenuto indecente. Oscurare una campagna di sensibilizzazione perché potrebbe urtare l’emotività di qualcuno.

I limiti di bigottismo raggiungono vertici davvero inesplorati, soprattutto quando ad essere giudicata è l’estetica della donna.

Se in Francia, le modelle sono obbligate a presentare un certificato di salute che attesti la compatibilità dell’esercizio della professione con l’indice di massa corporea, negli Stati Uniti, patria dello street food e dei sandwich, i principali networks Nbc  e Abc hanno detto no allo spot This Body di Lane Bryant, che immortala corpi morbi, sinuosi ed ovviamente giunonici.

Protagoniste dello spot sono le modelle plus-size più richieste del momento: Tara Lynn, Georgia Pratt, Precious Lee, Ashley Graham e Denise Bidot.

L’obiettivo del cortometraggio che vede l’operato del fotografo Cass Bird è spronare le donne a prendere consapevolezza del proprio corpo a prescindere della taglia e del colore della pelle.

Lane Bryant lanciando l’hashtag #Thisbody, prosegue le sue campagne a favore della donna curvy, scontrandosi con una mentalità poco disposta ad accettare qualche centimetro in più sul punta vita, favorendo, con non poche insidie, il culto del corpo perfetto.

 

Charo Galura fotografata da Adolfo Valente

Un vestito non ha senso a meno che ispiri gli uomini a volertelo togliere di dosso” citava la scrittrice francese Françoise Sagan.

E sono ridotti ai minimi termini, i vestiti, gli accessori, in questo servizio di Adolfo Valente – fotografo italiano – che coglie grazia e sensualità.

In un loft nel centro di Milano, poche luci, una modella e tutta la forza degli scatti riconoscibili di Valente, che obbligano lo spettatore ad osservare, in religioso silenzio.

 

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Photographer ADOLFO VALENTE 

Model CHARO GALURA

Stylist MONIA PEDRETTI

Make-up RA LOOK

Torna il Ballo della Rosa, l’evento più glamour dell’anno

È l’evento più atteso ed esclusivo del Principato di Monaco: occhi puntati sul Ballo della Rosa, giunto quest’anno alla 62esima edizione. L’evento mondano voluto dalla principessa Grace quest’anno si tinge di atmosfere caraibiche e di colori accesi: il tema scelto è infatti Cuba, con la sua allegria e la sua musica.

I look delle padrone di casa non hanno deluso le aspettative neanche quest’edizione: ingresso trionfale per Beatrice Borromeo, neo sposa di Pierre Casiraghi, che ha monopolizzato l’attenzione grazie ad uno sfarzoso abito firmato Giambattista Valli Haute Couture. Rosso passione e strati di tulle per un abito principesco. Dieci e lode.

Beatrice Borromeo riesce così a rubare la scena all’altra bellissima di Montecarlo, Charlotte Casiraghi, che per quest’anno ha optato per una mise più sobria ma non meno elegante, firmata Chanel Haute Couture. Arrivata al fianco del nuovo fidanzato, il regista italiano Lamberto Sanfelice, la bella Charlotte ha sfoggiato una jumpsuit in satin con mantello di tulle color madreperla. Anche la madre, la sempreverde Carolina, ha optato per un abito in tinta nude firmato Chanel Haute Couture.

Beatrice Borromeo e Pierre Casiraghi (Foto SGP)

Beatrice Borromeo e Pierre Casiraghi (Foto SGP)

Alberto e Carolina di Monaco con Karl Lagerlfed (Foto Getty Images)

Alberto e Carolina di Monaco con Karl Lagerlfed (Foto Getty Images)

(Foto Getty Images)

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(Foto Getty Images)

(Foto Getty Images)

(Foto Getty Images)



Spicca la giovanissima Alexandra di Hannover, la figlia più giovane di Carolina ed Ernst di Hannover, anche lei in Chanel. Belli e fotografatissimi anche Andrea Casiraghi e Tatiana Santo Domingo, in una mise fucsia en pendant con il mood della serata. Ospite d’onore dell’evento Karl Lagerfeld. Grande assente Charlene Wittstock, rimasta a casa a prendersi cura della figlia Gabriella, ammalata.


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Cosa sta avvenendo nel centro destra all’epoca delle primarie?

Qualcosa di abbastanza semplice nell’evoluzione di un partito-coalizione che negli ultimi venticinque anni ha subito varie trasformazioni. Dalla mancanza di leader ereditata da Silvio Berlusconi, alla dicotomia con Gianfranco Fini, passando da Forza Italia al Pdl e di nuovo frammentato in vari partiti e partitini. 
Ciò che oggi avviene è spiegabile partendo da questa storia, e da due collanti forti che sono venuti meno. Il primo è la sconfitta elettorale progressiva – nazionale, regionale e locale – che ha portato con sé la perdita del “potere”, che inevitabilmente allontana voti, consensi, persone. Il secondo il logoramento della leadership di Berlusconi, sino alla sua incandidabilità, in un tempo in cui non è riuscito (come da suo stile personale) a creare veri eredi politici.


La mancanza di questi collanti ha portato ad una nuova frammentazione, che sarebbe stata quantomeno limitabile se si fosse aperto un confronto aperto ed una successione attraverso primarie, per dare spazio alle nuove classi dirigenti: i Fitto quanto i Tosi, i Salvini, le Meloni, i Toti, gli Alfano, le De Girolamo e via discorrendo. Tutto questo è mancato “al momento giusto”, e l’implosione ha generato una frammentazione ancora più personalistica per cui praticamente ognuno ha il proprio partitino di riferimento.


Da una parte Forza Italia appare schiacciata al di sotto del 15% – incapace di garantire l’elezione nemmeno agli uscenti, figuriamoci allargare a nuove leve. Surclassata – moltissimo al nord – dalla Lega di Salvini, è minacciata anche al sud da “noi con Salvini” (la lista personale nazionale del segretario leghista, in una logica di sdoganamento dal regionalismo).
La vicenda se vogliamo nuova è la possibile alleanza con Fratelli d’Italia, con una base più solida al centro sud, alleata di Salvini e della Le Pen in Europa, in grado – in cambio di ampi spazi e garanzie – di dare quel contributo determinante a dare la definitiva spallata a Forza Italia per la leadership di tutto il centrodestra.


Per riequilibrare i giochi servirebbe una nuova “iniezione di centrismo”, riportando a casa – in forme varie e tempi diversi – quell’UDC e NCD (e semmai i verdiniani) che oggi appoggiano il governo, in un’eterno bisogno di stare nella maggioranza del momento.
Qualcosa che potrebbe avvenire e che è fisiologico che accada, ma a patto e solo nel momento in cui il centro destra offrirà concrete chance di vittoria.
Che la partita fosse per la leadership dell’intero centrodestra sembra che l’unica che l’abbia ben compreso ed esternato sia Francesca Pascale. Che non a caso spara a zero sula scelta della Meloni.
L’occasione delle elezioni amministrative, e ancor prima la scelta del candidato sindaco, diventano quindi – in un periodo di sconfitte elettorali in cui appare credibile a stento raggiungere concretamente un ballottaggio o un terzo posto – anche l’occasione per misurare se stessi e il proprio consenso personale per accampare diritti sui partiti di tutta l’area.


Si spiega così ad esempio che Meloni e Salvini a Torino appoggino un candidato diverso da Osvaldo Napoli, esattamente come a Roma la neo candidatura di Giorgia Meloni, spinta e sostenuta da Salvini, contro quella anche qui berlusconiana di Bertolaso.
A Torino come a Roma candidature in grado non solo di battere quelle di Forza Italia, ma di spaccarne anche l’elettorato interno.
Ciò che on avviene invece a Milano, dove in vista di una possibilità di vittoria, questa spaccatura non c’è stata.


E tuttavia quello che si intravede è un gioco sottile che ancora una volta vede Salvini primeggiare su tutti. Non scende in campo a Milano in prima persona, cosa che fa fare a Giorgia Meloni, evitando di portare a casa nel suo palmares una sconfitta. Non disperde le energie dal suo obiettivo unico: prendere il posto di Renzi, laddove per gli altri gli obiettivi sono molti, e spesso frammentari.
Di fatto annulla qualsiasi velleità possibili in seno a Forza Italia e ai centristi, obbligati da questo gioco a difendere il castello, ed arroccarsi ancora una volta sulle scelte di Berlusconi.

Incidente in Spagna: 7 studentesse italiane tra le vittime

Erasmus once, Erasmus forever è il motto dei ragazzi che ogni anno, carichi di sogni e aspettative, attraversano l’Europa per studiare in un Paese diverso dal proprio. Le studentesse le cui vite sono state spezzate nell’incidente in Spagna di ieri non erano diverse dalle altre: 13 ragazze che studiavano materie diverse, che provenivano da posti diversi e avevano diversi obiettivi per il proprio futuro. Tutte, però, erano accomunate dal desiderio di esplorare posti lontani, conoscere nuovi amici e nuovi amori, allargare i propri orizzonti lavorativi e umani. Così, oltre allo studio e agli stage, si dedicavano con gioia alla scoperta di tradizioni e feste spagnole. All’alba di ieri stavano tornando a Barcellona dopo una gita a Valencia per la Notte dei Fuochi della Fiesta de las Fallas. Erano circa 300 su 5 autobus, e molti di loro avevano cambiato mezzo rispetto all’andata per viaggiare accanto agli amici. Stavano dormendo, stremate dalla nottata di festa, quando il pullman si è schiantato contro un’auto sull’autostrada Valencia-Barcellona.


Nonostante sul web la condanna sia stata già emanata (“Alle volte l’autista si sente un pilota invincibile e fa manovre un po’ azzardate…Poi l’euforia di un pullman pieno di ragazze fa uscire il galletto pronto a mettersi in mostra” si legge in uno dei tanti commenti su facebook) le cause dell’incidente non sono ancora chiare. Quel che è certo è che i cuori di 13 ragazze, tra cui  7 studentesse italiane, hanno smesso di battere in quell’orribile incidente in Spagna ma molti altri sogni sono stati spezzati ieri mattina. Tutti i ragazzi che viaggiavano su quel bus Erasmus hanno vissuto attimi di terrore, 34 di loro sono feriti, di cui 12 in maniera grave o molto grave. Si sono infrante le speranze delle loro famiglie, che non vedranno quelle 13 ragazze correre gioiose verso il futuro, studiare, crescere, diventare grandi, affrontare paure e sbagli, successi e traguardi. Si è infranto, in effetti, il cuore di tutti coloro che ne possiedono uno. Valentina, studentessa di Economia di 22 anni, è stata la prima vittima riconosciuta e quando si è diffusa la notizia, ogni studentessa italiana ha pensato che avrebbe potuto esserci lei al suo posto. E quando il padre di Serena ha annunciato tra i singhiozzi “E’ morta… mia figlia è morta…“, ogni padre ha sentito il cuore farsi un po’ più piccolo e riempirsi di un dolore sordo e inspiegabile. E allora oggi, invece di giocare a chi ha la colpa, è il caso solo di sperare che la terra sia lieve a queste ragazze curiose del mondo ed entusiaste della vita, ed essere vicini alle loro famiglie distrutte dal dolore.

“FOREST OF LIGHT” : L’INSTALLAZIONE REALIZZATA DA COS PER IL SALONE DEL MOBILE 2016

L'installazione FOREST OF LIGHT

L’installazione FOREST OF LIGHT




Il video realizzato dal colosso del retail Cos ambientato a Tokyo, al fine di mostrare l’installazione che sarà al Salone del Mobile di Milano( dal prossimo 12 aprile 2016), in cui è presente lo studio dell’architetto Sou Fujimoto e ciò che si cela dietro a “Forest of Light”.

Tokyo è vista da Fujimoto, architetto giapponese classe 1971, come un bosco urbano e architettonico: egli abbraccia il concetto di astrattezza della luce e lo correla al rapporto tra le opere umane e la maestosità della natura.


Moda e architettura viaggiano di pari passo, influenzano la nostra vita e i nostri atteggiamenti con uno stile creativo e semplice, sposando così anche gli ideali di Cos: questo è ciò che intende sottolineare Fujimoto.

L’archistar ha ispirato da anni i creativi di COS: “La collezione Primavera/Estate 2016 si distingue per l’utilizzo di nuovi materiali e tecniche di finitura: denim riciclato per i gioielli, bordi grezzi e stampe disegnate a mano. È bello per noi poter lavorare con qualcuno che condivide i nostri valori, che ama sperimentare e che osa spingersi oltre i confini del nuovo design” afferma Karin Gustafsson, responsabile linee donna COS.


“Forest of Light” al Salone del Mobile creerà un dinamico scambio tra spazio, corpo ed emozioni dei visitatori, rendendo unica l’esperienza di chi vi parteciperà.
Sarà un gioco di luci ispirato alle collezioni COS: l’uso dei riflettori sarà un aspetto fondamentale di esso, sottolineando l’importanza del momento.

Sou Fujimoto afferma: “Accadrà lì per poi scomparire: un momento unico in un teatro. Il contrasto tra le città di Tokyo e Milano, la realtà a lungo termine e un momento irripetibile di realizzazione”.

L’installazione COS x Sou Fujimoto “Forest of Light” sarà visibile dal 12 al 17 aprile 2016, presso il Cinema Arti, nel centro di Milano.


L'installazione FOREST OF LIGHT

L’installazione FOREST OF LIGHT

CheGiallo! il primo spettacolo teatrale dedicato al mondo bancario

Gerry Scotti, Gene Gnocchi, Rudy Zerbi e così via, un cast d’eccezione, insomma, per CheGiallo, lo spettacolo di CheBanca! sul mondo bancario.
Una accoppiata singolare quella tra una banca e il teatro che è scaturita dalla mente di Luca Prina, Direttore Marketing Centrale di CheBanca!, la banca retail del gruppo Mediobanca: “Abbiamo dato vita a un progetto unico e coraggioso, uno spettacolo lieve, ironico e sorridente che mette a confronto vecchie convinzioni e nuove abitudini nel rapporto tra banca e cliente. Abbiamo voluto regalare ai nostri clienti, ma non solo, una serata diversa ma soprattutto l’opportunità di sperimentare un nuovo modo di vivere la banca”.


CheGiallo!


Uno spettacolo che segna un modo nuovo di comunicare per le banche, in un momento in cui la gente è sicuramente disamorata nei confronti del mondo bancario in toto. Un modo di comunicare che sembra un successo dato che alcune date, come quella al Colosseo di Torino sono già sold out.
Il tour toccherà 5 grandi città italiane: Torino il 6 aprile; Milano il 10 aprile; Bologna l’11 maggio; Napoli il 12 maggio e Roma il 25 maggio. I teatri saranno anch’essi d’eccezione, il Dal Verme a Milano, il Colosseo a Torino e il Brancaccio a Roma.


CheGiallo!


CheGiallo! però non è dedicato solo ai clienti, CheBanca! ha deciso di coinvolgere anche gli utenti Twitter più attivi fra quelli che interagiscono con il profilo CheBanca! regalando loro l’opportunità di partecipare allo spettacolo.
CheGiallo! è ideato da Rudy Zerbi, Andrea Pellizzari, Andrea Di Marco, Carlo Negri e Andrea Carlini, raccontato da Enrico Ruggeri e interpretato da Gerry Scotti, Gene Gnocchi, Rudy Zerbi, Giuseppe Giacobazzi, Andrea di Marco, Alessandro Politi e Katia Follesa.


CheGiallo!

Luca Prina

Alda Merini. La “Poetessa dei Navigli” oggi avrebbe compiuto ottantacinque anni

 

Chi mai, in questo mondo, potrebbe dimenticare la sensibilità acuta di una donna che è riuscita a far vibrare le corde più intime del nostro intimo?

A rispolverare in noi, la voglia di navigare verso rotte inesplorate di sentimenti assopiti?

 

Ho acceso un falò

Ho acceso un falò

nelle mie notti di luna

per richiamare gli ospiti

come fanno le prostitute

ai bordi di certe strade,

ma nessuno si è fermato a guardare            

e il mio falò si è spento.

(tratto da La Terra Santa)

 

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Alda Merini, avrebbe compiuto quest’oggi, 21 marzo 2016, ottantacinque anni. E il mondo letterario piange ancora la sua assenza.

Tormentata ed abile ad alimentare con una costante ricerca interiore, la sua intelligenza superba ed acuta.

La “Poetessa dei Navigli” era un universo spietato e martoriato di sentimenti contrastanti, di parole sussurrate a venti di bora.

Alla domanda della scrittrice Tina Cosmai: “Signora Merini, da dove nasce la sua ispirazione e dunque la sua poesia?”, la poetessa rispose: “Dalla vita… E  la vita può nascere da una poesia. La poesia è un terreno su cui può fiorire la vita, la speranza. Un piccolo spermatozoo da solo riesce a fecondare, e così da un’idea semplice può nascere un poema. Che cosa apre il terreno alla poesia? Spesso il dolore, ma anche la gioia. Sono le emozioni il terreno fertile su cui nasce la poesia.”

Il dolore che dovette vivere sulla sua pelle. Rinchiusa in un manicomio, lontana dalle sue due figlie. Quel senso di impotenza che non le permetteva di combattere come avrebbe voluto.

Un esaurimento incompreso perfino da chi la conosceva bene come il marito che contribuì, seppur involontariamente, ad accrescere il suo malessere.

La ribellione e l’abbandono. Il coraggio di reagire e di tramutare il tormento in poemi proverbiali.

La sua vita, un cimelio da proteggere e da tramandare ai posteri. La sua assenza colmata dalle sue prose: una culla calda e rassicurante per chi ancora, a distanza di anni, sente il bisogno di ritrovarsi attraverso le sue parole.

 

Lo stile di Chiara Ferragni

È la regina indiscussa della moda mondiale, la più famosa in assoluto tra le fashion blogger, l’icona di stile forse più copiata in assoluto nel fashion biz. Chiara Ferragni non ha termini di paragone: un fenomeno di costume vivente, trendsetter nel più autentico significato del termine, è stato il suo blog, The Blonde Salad, ad inaugurare la più sconvolgente rivoluzione che ha investito la moda negli ultimi anni, spodestando i vecchi creativi e conferendo nuova autorità alle fashion blogger.

Ma Chiara Ferragni ha saputo gestire l’incredibile successo che l’ha travolta in maniera eccellente, tanto da imporsi all’attenzione dei media internazionali come un’icona di stile imitatissima. Bionda, bella, famosa, ormai la blogger brilla di luce propria nell’universo del fashion: acclamata come una star nelle fashion week di tutto il mondo, immortalata come una diva nelle cover dei magazine patinati e celebrata come il personaggio più influente del fashion biz.

Dopo aver sbaragliato ancora una volta la concorrenza confermandosi in testa alle classifiche dei blog più famosi ed influenti, solo pochi giorni fa, grazie al suo The Blonde Salad, Chiara è da poco diventata, assieme alla sorella Valentina, ambasciatrice internazionale di Pantene.

MarieClaire

Chiara Ferragni immortalata su MarieClaire México

Vogue

La regina delle fashion blogger in uno scatto per Vogue

Foto tratta da ferragni The Blonde Salad by Chiara Ferragni, abito Valentino

Foto tratta da The Blonde Salad, abito Valentino

Chiara Ferragni in Blumarine al Festival di Cannes 2015

Chiara Ferragni in Blumarine al Festival di Cannes 2015



Nata a Cremona il 7 maggio 1987, la bionda Chiara eredita dalla madre la passione per la moda e la fotografia. Appena adolescente diviene già popolare in rete per i look che condivide. Poco tempo dopo il lancio del suo blog, TheBlondeSalad.com: è il 2009 e fino a quel momento i fashion blog sono una realtà pressoché sconosciuta. Pioniera di quello che si imporrà di lì a breve come uno degli strumenti più rivoluzionari della Rete, in pochi anni Chiara Ferragni diviene famosa a livello internazionale. Una popolarità ottenuta grazie al consenso popolare, grazie ai milioni di followers che quotidianamente attingono dal suo blog consigli di stile e perle di saggezza per amanti della moda.

L’ascesa da quel lontano 2009 è stata inarrestabile: appena l’anno successivo la giovane bocconiana veniva indicata dalla rivista New York come la nuova star dello street style. Nel 2011 era la Bibbia della moda, Vogue, ad incoronarla Blogger del momento, grazie alle esorbitanti cifre di visitatori ottenute quotidianamente dal suo blog. Nel 2013 per The Blonde Salad si attesta la cifra storica di 1,6 milioni di followers solo su Instagram, che oggi è cresciuta in modo esponenziale fino a superare i 3 milioni.

Foto The Blonde Salad

Foto The Blonde Salad

Chiara indossava look di Philosophy by Lorenzo Serafini, calze Calzedonia e occhiali da sole di Gucci. Foto The Blonde Salad

Chiara Ferragni alla Paris Fashion Week 2016 in Philosophy by Lorenzo Serafini. Foto The Blonde Salad

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Chiara Ferragni è nata a Cremona il 7 maggio 1987

Foto tratta da The Blonde Salad

Vogue Espana, foto di Coke Bartrina

Getty Images, Paris Fashion Week, marzo 2015 Elie Saab

Chiara Ferragni alla Paris Fashion Week, marzo 2015 (Foto Getty Images)

Paris, Chanel

A Parigi in total look Chanel

Vogue

Foto tratta da Vogue

Vogue México

Come una diva patinata per Vogue México



The Blonde Salad si è imposto sempre più come una vera Bibbia dello stile, inesauribile fonte di ispirazione per milioni di persone in tutto il mondo. Forse il segreto dell’inarrestabile successo di Chiara Ferragni sta tutto qui, nella capacità di farci sognare, nel farci ancora credere che una ragazza comune possa realizzare un grande sogno grazie ad un blog. È grazie a The Blonde Salad che la fashion blogger riesce ad imporsi nel mondo dell’imprenditoria. Una sfida che la giovanissima Chiara ha vinto, annoverando nel suo curriculum collaborazioni con le case di moda più prestigiose al mondo, da Christian Dior a Louis Vuitton, da Max Mara a Chanel e Tommy Hilfiger. Inoltre la Ferragni ha anche firmato una sua linea di scarpe interamente prodotta in Italia, che ha riscosso notevole successo.

It-girl per antonomasia, uno stuolo di followers nei principali social network, Chiara Ferragni a dispetto della giovane età è ormai un’imprenditrice di successo, tanto che nel 2015 è stata annoverata da Forbes nella classifica dei 30 Under 30 più influenti al mondo, dopo aver firmato anche un libro in cui racconta il segreto del suo successo.

Chiara Ferragni wearing Louis Vuitton before the Louis Vuitton Fall 2015 fashion show in Paris

Chiara Ferragni in Louis Vuitton, durante la settimana della moda

Ny Settembre 2015

Chiara Ferragni alla New York Fashion Week, settembre 2015

Harper's Bazaar Singapore, giugno 2015

Chiara Ferragni per Harper’s Bazaar Singapore, giugno 2015

cfw

Chiara Ferragni per Elle Olanda, novembre 2015

Vogue

Chiara Ferragni ritratta da Nico Bustos per Vogue Spagna, aprile 2015

cf

Chiara Ferragni in uno scatto di Nico Bustos per Vogue Spagna, aprile 2015



Ma, ancora più eloquenti di ogni altro commento sulla fenomenologia di un successo senza precedenti, sono i look con cui la bella blogger continua ad impressionare ad ogni fashion week. Uno stile versatile e colorato, che fiuta le tendenze del momento e le interpreta secondo i propri canoni. Sofisticata ed eccentrica, ma anche romantica e glamour: i look di Chiara Ferragni mettono d’accordo tutti. Dalle mise più colorate ai lunghi abiti da diva, con cui la vediamo presenziare agli eventi più esclusivi, fino ai dettagli più ricercati, il suo stile le permette di passare con disinvoltura da outfit casual a mise estremamente ricercate. Protagonista indiscussa delle fashion week, l’abbiamo vista qualche settimana fa a Parigi stupire tutti con una pelliccia dalle proporzioni over firmata Philosophy di Lorenzo Serafini. Come una nuvola, come lei stessa ha commentato il suo outfit dalle pagine di The Blonde Salad, la protagonista della settimana della moda parigina è stata ancora una volta lei.

Bellissima e fotogenica, Chiara non ha nulla da invidiare alle modelle professioniste quando la vediamo posare come una diva consumata per i servizi fotografici delle principali riviste di moda. La ritroviamo ora anche in tv nella nuova veste di ambasciatrice internazionale di Pantene. Una carriera in continua ascesa ed un successo tutto da vivere. Astenersi detrattori.

(Foto cover tratta da Marie Claire México)


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Jonathan Saunders sempre più vicino a Dior

Le voci si rincorrevano già da qualche mese ed ora sembra ufficiale: Jonathan Saunders, lo stilista britannico nato a Glasgow nel 1977, potrebbe essere il nuovo direttore creativo di maison Dior.

Il giovane studente del Central Saint Martins College of Art and Design di Londra, laureatosi con una collezione di caftani in chiffon ispirati dalla copertina dell’album “Yellow Submarine” dei Beatles, sembra sia il couturier adatto per riportare il marchio di lusso parigino sulla rotta che era abituato a sorvolare.

Tra le esperienze  lavorative accumulate durante la sua attività di designer, sono degne di nota le collaborazioni intraprese con Alexander McQueen di cui disegna le fantasie della collezione McQueen 2003 e con Pucci (in quegli anni sotto la guida di Cristian Lacroix n.d.r.), Chloé e Paul Smith di cui ha curato la consulenza.

 

Pattern disegnato da Saunder per la collezione AI 2003 Alexander McQueen

Pattern disegnato da Saunders per la collezione AI 2003 Alexander McQueen

 

 

Lo spirito imprenditoriale di Jonathan gli permette di fondare, in conclusione, una casa di moda tutta sua: la Jonathan Saunders, che esordisce durante la settimana della moda  londinese, per poi essere trasferita a  New York (per una naturale evoluzione, dirà lo stilista) e approdando infine, nuovamente a Londra.

La Jonathan Saunders come già si era appreso negli scorsi mesi, ha chiuso i battenti con la collezione spring/summer 2016 e questa decisione è stata per molti, la prima avvisaglia di un possibile inserimento di Saunders nel team Dior.

Lo stilista britannico, aveva giustificato questa difficile e sofferta decisione dichiarando: “Non è una decisione che ho preso con leggerezza e sarò eternamente grato al mio team e alla mia partner Eiesha (Eiesha Bharti Pasricha investitrice della griffe n.d.r.) per il loro lavoro. Ringrazio gli amici che ho incontrato durante questo percorso e non vedo l’ora di lavorare con loro su altri progetti”.

 

Collezione Jonathan Saunders SS16 presentata a Londra

Collezione Jonathan Saunders SS16

 

L'ultima collezione di Saunders come designer dell'omonimo brand

L’ultima collezione di Saunders come designer dell’omonimo brand

 

 

 

Altro tassello che lascia tremare gli ammiratori del marchio di lusso parigino è la scelta proclamata solo pochi giorni fa, di presentare la collezione cruise 2017 proprio a Londra, patria dello stilista.

Jonathan Saunders, il talentuoso designer tanto acclamato oltremanica, potrebbe dunque ricoprire un ruolo ambitissimo, conteso da diversi stilisti in cerca di occupazione e si spera possa far dimenticare le imprese artistiche dell’ormai quasi scordatoto Raf Simons.

 

Sylvio Giardina: la collezione S-K-I-N diventa una superba illustrazione

Una primavera/estate 2016 che tocca ispirazioni africane con l’omaggio al canto popolare Bantù dove desiderio e amore diventano il cuneo della vita.

Tessuti nobili come il duchesse, il tulle e il cady , modellano linee geometriche e slim, giochi di strutture e di tagli che portano la collezione a livelli estremi di eleganza.

Sylvio Giardina, l’eclettico e sentimentalista designer italiano, conferma la sua generosa e sensibile arte attraverso la linea “sculpture dress”: pezzi unici e couture che prendono vita attraverso studi perfezionistici dei volumi e di proporzioni.

È recente, la collaborazione con l’illustratrice spagnola Elga Fernandez Lamas che con premura ed altrettanto talento, ha illustrato la collezione S-K-I-N.

 

Illustrazione di Elga Fernàndez Lamas per Sylvio Giardina

Illustrazione di Elga Fernàndez Lamas per Sylvio Giardina

 

Lo sketch di Elga per la collezione SS16 di Sylvio Giardina

Lo sketch di Elga per la collezione SS16 di Sylvio Giardina

 

 

 

 

Sylvio Giardina

Fashion Designer

 

 

Parigi l’origine.

Si! Sono nato a Parigi, con questa città ho un legame affettivo ma è anche luogo di ispirazioni e stimoli creativi.

 

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S-K-I-N la collezione SS16 di Sylvio Giardina

 

 

 

Roma la continuità.

Roma è la città degli studi accademici, delle prime esperienze lavorative, dei progetti di vita. Ho un bellissimo ricordo della couturier Fernanda Gattinoni, è stata un grande riferimento sia nel lavoro che nella mia vita. Lei mi ha insegnato il “mestiere”, andando a toccare tutte le fasi, dalla progettazione alla realizzazione di una collezione Haute Couture.

 

Un ricordo lontano.

Mia madre acquistò una rivista di moda per scegliere nuovi capi da cucire per lei. Ho rubato la rivista, Elga Fernandez Lamas tagliato i figurini e mi sono divertito a modificarli secondo il mio gusto. Tutto iniziò da lì, ed è stato un percorso naturale.

 

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L’ispirazione:           

L’Arte. Ogni forma d’arte, dalla pittura all’architettura, passando per la scultura e la fotografia: queste materie sono le mie principali fonti d’ispirazioni. Sono stimoli per la mia ricerca stilistica per creare nuove forme attraverso le quali posso tradurre le mie emozioni.

 

La moda è…

Un  processo di cambiamento e di evoluzione del sistema, continuo. Il mio lavoro subisce una forte influenza che arriva dall’arte e quindi non è solo un’esigenza legata alla creazione di un prodotto ma bensì l’espressione di un concetto.

 

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La moda può a volte

Cambiare la percezione del mondo esprimendo ideologie e rivoluzioni culturali, segnando la nostra esistenza.

 

Di cosa si arricchisce il tuo progetto?

Si arricchisce di una linea di gioielli. Tutto è iniziato lo scorso anno, avevo voglia di realizzare grandi orecchini da poter usare per le foto della collezione ready-to-wear, da lì sono arrivate diverse richieste per editoriali e a queste si sono aggiunte le richieste di acquisto.

 

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Sei un…

Sono un perfezionista. Sì! E’ necessario. Sono un perfezionista ossessivo, ma solo se parliamo del mio lavoro…
L’amore è…

Un sorriso che non ti aspetti.

 

 

Se potessi…

Riporterei in vita la mia famiglia, mio padre, mia madre, mio fratello. Il vuoto è senza fine.

 

 

I miei sogni…

Non ricordo mai quello che sogno, mi capita spesso di sognare ad occhi aperti.

 

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Con gli anni…

Sono diventato miope.

 

Progetti futuri.

 Matrimonio! Ovvio, il mio.

 

 

Photo courtesy Press Office

 

 

Le creazioni surrealiste di Delfina Delettrez

Suggestioni surrealiste, visioni oniriche che ricordano l’arte dei più grandi, da Picasso a Salvador Dalí, si uniscono a dettagli pop art, per creazioni moderne, futuriste e sofisticate: Delfina Delettrez non ha certo bisogno di presentazioni. Artista apprezzata a livello internazionale, la giovane rampolla di casa Fendi ha già alle spalle tanti successi.

Personalità esplosiva e rara sensibilità artistica, Delfina è l’ultima erede della dinastia Fendi, di cui rappresenta la quarta generazione. La ragazza ha carattere da vendere, e rifiutare un posto nell’azienda di famiglia per inseguire la propria strada è solo fisiologico sbocco di un’esigenza naturale che si impone attraverso la spontanea e dirompente creatività dell’artista. È il 2007 quando Delfina esordisce come designer, presentando la sua prima collezione da Colette, a Parigi, tempio dello stile. Le sue creazioni catturano immediatamente l’attenzione, grazie ad un’estetica nuova, caratterizzata fin dagli esordi da un vasto uso di iconografie surrealiste e naturaliste: mani, occhi, bocche fanno capolino da collane e monili pregiati, insieme ad api ed elementi naturali.

Gioielli dal fascino ieratico, quasi degli amuleti declinati in chiave rock, talismani dal sapore vittoriano e dal design futurista; scenografici e al tempo stesso intimisti, a volte ermetici, più spesso ironici, i gioielli firmati Delfina Delettrez si caratterizzano per un appeal originale e per il forte impatto visivo, in un continuo gioco di rimandi e citazioni. Grandi occhi scuri dall’espressività struggente, Delfina ci porta nel suo immaginario, tra teschi e mani scheletriche, che sembrano indagare l’Unheimlich, il perturbante, il lato oscuro che alberga in ognuno di noi.

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Delfina Delettrez è l’ultima erede della dinastia Fendi

Photo by Danko Steiner

Delfina Delettrez in uno scatto di Danko Steiner

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Suggestioni surrealiste ed oniriche caratterizzano le creazioni di Delfina Delettrez



Alla base della ricerca stilistica della giovane designer vi è un sapiente connubio di antiche tecniche orafe ed una costante ricerca attraverso l’uso di materiali innovativi. Sperimentazione sembra essere la parola chiave delle ultime collezioni, che vedono la pietra preziosa tornare alla ribalta, protagonista assoluta di collezioni che ancora una volta si ispirano ad un surrealismo indagato in chiave cyber, attraverso un audace gioco di illusioni ottiche, per gioielli che sembrano sospesi sul corpo, grazie ad appositi cantoni fantasma. L’antica tradizione artigianale italiana si sposa ad una visione post atomica, senza rinunciare alla cura per il dettaglio realizzato a mano. Creazioni cinetiche dal fascino atemporale e dalle suggestioni post-apocalittiche, come i bracciali e gli anelli “Tourbillon”, costituiti da centri concentrici in metallo prezioso che roteano in maniera autonoma l’uno dall’altro, ma anche bracciali e collane estendibili, che inaugurano una nuova visione del gioiello, che ora è possibile manipolare e trasformare a seconda dell’occasione. Via del Governo Vecchio, a Roma, è la sede dell’atelier di Delfina, una fucina di idee e progetti sempre nuovi, per una carriera in continua ascesa.

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Foto Vogue.it

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Occhi, mani e bocche fanno capolino da gioielli che uniscono l’antica tradizione orafa ad un’audace sperimentazione

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Visioni post atomiche si impongono tra tocchi futuristi e citazioni vintage



Tanti sono i riconoscimenti che la giovane è riuscita ad ottenere, affermandosi come una dei più promettenti designer della nuova generazione. Sicura di sé, forte di una personalità dirompente, nel 2010 le creazioni di Delfina Delettrez sono entrate a far parte della collezione permanente del Museo delle Arti decorative del Louvre di Parigi. Innumerevoli le personali dedicate alla sua opera, tra installazioni futuriste e tocchi vintage, nel segno dell’antica tradizione orafa italiana. I suoi gioielli sono tra i più amati dalle celebrities, a partire da Madonna, Anna Dello Russo e molte altre. Elegante ed impeccabile, Delfina non sbaglia un colpo e con i suoi look si è imposta anche come icona di stile, mentre una sua boutique è stata inaugurata a Mayfair, Londra. Le sue creazioni sono online sul sito www.delfinadelettrez.com.

Lagrange12: anche Torino avrà il suo multistore di lusso

Il baricentro della moda sembra si stia spostando sempre più a nord del nostro Paese o, se non altro, nell’ambito dello shopping d’élite.

Nei prossimi mesi, infatti, nascerà a Torino e più precisamente in via Lagrange 12, il multistore di lusso che ospiterà le maison di moda più griffate al mondo e che promette una concorrenza spietata ai magazzini dello shopping più visitati al mondo come La Rinascente di Milano, Harrods di Londra e la Galeries Lafayette di Parigi.

Lagrange12 (questo è il nome dello store che aprirà i battenti all’interno di un palazzo storico del ‘600), si estenderà per ben 1200 metri quadri ed ospiterà maison di lusso come : Dior, Stella McCartney, Givenchy, Bottega Veneta, Balmain, Saint Laurent, Fendi, Alexander McQueen, Balenciaga, Chloé, Celine, Loewe, Burberry, Salvatore Ferragamo, René Caovilla, Bulgari ed altri.

La shopping experience continueranno, in seguito, all’interno degli appartamenti (nove in totale) arredati in stile neoclassico che sorgeranno sopra la boutique per un totale di 3500 mq di struttura occupata.

 

Interno di uno degli appartamenti di lusso all'interno di Langrage12

Interno di uno degli appartamenti di lusso di Lagrange12

 

 

Il progetto, che porta la firma di due gruppi leader nel settore, Building e Pininfarina , si aggiunge alle già presenti meraviglie del capoluogo piemontese e si prefigge l’ obiettivo ambizioso di far confluire più visitatori nei meandri della città.

Piero Boffa, amministratore delegato del gruppo Building, ha così commentato il progetto: “In questo intervento abbiamo voluto valorizzare la capacità tutta torinese di trattare il contemporaneo, che crea meravigliose fusioni tra parti storiche e moderne, rispettando la natura di pregio dei luoghi e arricchendola con incursioni artistiche innovative.”

Orgoglio nelle parole di Paolo Pininfarina, Presidente del Gruppo Pininfarina, che così ha presentato il progetto alla stampa: “Le nostre radici torinesi e il forte legame con il territorio ci hanno guidato a entrare nella squadra che realizzerà questo progetto straordinario. Lagrange12, grazie alla combinazione unica di un’elegante architettura storica e di un interior design raffinato e innovativo, si candida a diventare un nuovo emblema della Torino di domani, affiancandosi ad altre icone del design create da Pininfarina per la città, come la Torcia Olimpica di Torino 2006, il Braciere Olimpico innalzato accanto allo Stadio Olimpico e gli interni dello Juventus Stadium.”

 

Per conoscere l’evoluzione del progetto, visitate il sito www.lagrange12.it

 

 

Fonte Immagine lagrange12.it

 

 

I caccia F-35 stanno creando un disastro anche negli USA

Sin dai primi anni 2000 il sogno dei più grandi eserciti al mondo era quello di creare un velivolo multi ruolo che potesse essere utilizzato in ogni situazione con piccoli cambiamenti, un JSF (Joint Strike Fighter). L’esercito americano, insieme ad altri grandi eserciti con questo obiettivo in mente commissionò gli F-35 alla vincitrice dell’appalto Lockheed Martin.


Ora il programma è sei anni indietro rispetto alla tabella di marcia e decine di miliardi sopra il budget preventivato inizialmente. Gli USA sono sempre stati i più strenui difensori del progetto ma ora anche loro stanno iniziando ad avere i loro dubbi e ripensamenti.
Negli ultimi mesi molti ufficiali delle forze armate statunitensi hanno pubblicamente parlato dei grandi problemi del progetto F-35.
Il timing delle lamentele, tuttavia, fa riflettere. Il progeetto F-35, difatti, ha recentemente passato il punto di non ritorno, per cui una dismissione del progetto costerebbe di più rispetto alla sua continuazione. Quindi troppi soldi sono stati spesi, troppe persone ci lavorano e troppi F-35 stanno uscendo dalle fabbriche.
I militari quindi si stanno liberando la coscienza sapendo che le loro parole non avranno conseguenze sul progetto.


Nei mesi scorsi i militari aveva ammesso che il nuovo jet è poco manovrabile, che è indietro sulla tabella di marcia per i test e che il software è incompleto. Più recentemente i militari hanno ammesso che le tre versioni del jet non sono compatibili come sarebbero dovute essere. Non male per 400 miliardi di spesa.
In aggiunta un ufficiale ha dichiarato che i jet sono così costosi che sostituire tutto lo squadrone da combattimento dell’aeronautica li costringerebbe a tagliare un quinto delle unità da combattimento.
Le opinioni negative, però, non si fermano qui,
Secondo alcuni militari l’idea in sé di un jet multi ruolo universale è così sbagliata che non sarà più presa in considerazione in futuro.


L’idea base degli F-35 era assai ambiziosa: avere un aereo che fosse veloce e manovrabile al punto da poter combattere con gli altri caccia, fosse stealth e avesse una buona capacità di carico per gli armamenti, che potesse decollare da pista e da una portaerei anche in decollo verticale.
Per adempiere a tutti questi compiti l’esercito statunitense ora usa ben 8 differenti aerei. Nelle intenzioni originali gli F-35 avrebbero rimpiazzato tutti questi aerei, si parla di migliaia di aerei, con solo tre varianti dello stesso aereo.
Avere tre aerei simili al 70% avrebbe fatto risparmiare miliardi di dollari in fase di produzione, addestramento e ricambi.


Peccato che i tre modelli di F-35 non siano simili se non per il 20/25%. Le differenze tra gli aerei aiutano a spiegare i prezzi che ora si aggirano intorno ai 90 milioni di euro ad aereo, molto di più di quanto preventivato, per questo motivo anche l’esercito statunitense ha deciso di comprare meno aerei all’anno rispetto a quanto preventivato, da 80 a 50.
L’aeronautica di questo passo non avrà aerei con cui fare tutte le esercitazioni o i combattimenti in preventivo.


Abbandonare il progetto, ora, è impossibile. Sono coinvolti 1.300 aziende, 133,000 posti di lavoro in 45 stati.
L’unica soluzione sembra essere continuare a comprare F-35 e mantenere gli aerei ora in dotazione, una soluzione che porterà ad aumentare ancora le spese e farà sì che gli eserciti coinvolti continuino a volare con aerei che nella maggior parte dei casi sono entrati in servizio negli anni ’70.

NOEMI: L’ENERGIA IN UN ACCORDO

Bella, solare, energica… così Noemi, tornata alla ribalta con la partecipazione all’ultimo Festival di Sanremo ed un nuovo album “Cuore d’artista” già entrato nella playlist dei suoi affezionati fan (e non solo). Un mix di accordi ben suonati e parole scritte che arrivano dritte al cuore, proprio come lei!

Noemi, un nuovo album e reduce dal Festival di Sanremo. Come è andata?

“Direi bene, anche se sono abbastanza critica con me stessa. La prima sera ero molto emozionata e la voce tramava, ma nelle altre mi sembra sia andata molto meglio. Il bilancio sullo scorso Festival è comunque molto positivo, sono felice di come è andata”.

“La borsa di una donna”, un titolo particolare per una canzone speciale. Perché hai scelto questo tema?

“ “La borsa di una donna” è un brano che ho sentito mio da subito, fin dal primo ascolto mi ha colpito tantissimo la delicatezza di un testo scritto da una penna maschile, che sapesse descrivere così profondamente il complicato mondo di noi donne.  Il testo che mi ha proposto Marco era perfetto per me, non ho davvero saputo dire di no”.

Il nuovo album come è nato e da cosa hai tratto spunto?

“Cuore d’artista” è un progetto a cui tengo molto perché a questo punto della mia carriera per me era importante tornare alla nostra musica, al pop italiano. Ho avuto la fortuna di lavorare con due persone con cui ho un grande feeling sia musicale che emotivo: Celso Valli (produttore del disco) e Gaetano Curreri. Queste collaborazioni hanno sicuramente apportato un valore aggiunto al mio progetto discografico”.
Sul palco trasmetti grinta, positività, determinazione: una volta scesa da li come è Noemi?

“Esattamente così! Sono una persona semplice, molto ironica ed esuberante”.

Cosa ti ha spinto alla musica nella tua vita (oltre ad un ovvio innato talento)?

“La musica mi ha permesso di trasformare le mie emozioni in canzoni. Ho trovato una strada per riuscire a comunicare con il mondo esterno”.

Da concorrente di X Factor a coach in The voice. Come ci si sente dall’altra parte della barricata?

“Sicuramente preferisco cantare e mi sento più a mio agio come concorrente che come coach… c’è sempre da imparare. Il ruolo del coach non è per nulla facile ma ho cercato di impegnarmi, di immedesimarmi in loro e di instaurare un buon rapporto. Spero di avergli trasmesso quello che so e di aver lasciato loro qualcosa. Dopo tre edizioni, sono molto affezionata al programma, e ancora oggi sono in contatto con i ragazzi, anche con quelli che non sono arrivati oltre le battle”.

Cosa pensi del panorama artistico musicale in Italia odierno?

“Ci sono tantissimi giovani che pensano che fare il cantante sia un lavoro semplice. Invece bisogna continuamente confrontarsi con il mondo e lavorare moltissimo”.

Con chi ti piacerebbe duettare?

“Ho tante colleghe splendide, ma sicuramente con Laura Pausini”.

Artista internazionale preferito/a?

“Adoro Janis Joplin, Erykah Badu, Amy Winehouse”.
Nella tua carriera annoveri anche una nomination agli Word Music Award. Un importante traguardo…

“A volte mi sembra ancora di sognare, non so, sento davvero di non dover dare mai nulla per scontato in questa vita incredibile”.

Parlando di traguardi, quali sono i tuoi prossimi obiettivi/progetti?

“Ora sto girando l’Italia per il firma copie dell’album. Il contatto con i fan per me è importantissimo. Infatti non vedo l’ora di portare sul palco anche questo nuovo album. Sto preparando il tour e spero a breve di comunicarvi tutte le date”.

Cosa è per te la musica?

“La musica è la mia vita da quando a 7 anni ho iniziato a suonare il pianoforte. Da piccola volevo fare addirittura il direttore d’orchestra, mi mettevo in piedi davanti allo stereo, infilavo un cd di musica classica e fingevo di dirigere”.

Nel tuo percorso universitario cinema e sceneggiatura: ti piacerebbe fare cinema?

“Cinema? Non saprei! Però mi sono più volte dedicata alla sceneggiatura e alla regia dei miei videoclip, mi diverte molto ed è sicuramente una mia grande passione”.

Un sogno?

“Solo uno? Tra i mie sogni, sicuramente c’è quello di avere un figlio. Un altro invece che ho da sempre sarebbe girare il mondo, magari andando a suonare in altri Paesi, in qualche posticino raccolto, per esempio a New Orleans in uno di quei club che trasudano storia, il tutto accompagnata  dalle persone che amo. E poi chissà, mi piace pensare che il bello debba ancora venire”.

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Bucobianco: il racconto di un sogno che si tinge di toni pop

Bucobianco è il frutto della mente di Barbara Branciforti e Giacomo Nee.

Segni grafici e colori pop, delineano un brand che emana sogni irreali e suggestivi.

Formiche, occhi, pesci, elementi geometrici e fiori di agave, sono i protagonisti assoluti della linea che si compone di capi basi, accessori e beachwear.

 

 

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Cosa vi ha spinto a creare il marchio?

L’impossibilità di trovare il posto fisso nella vita, ci ha portato a realizzare quello che abbiamo scoperto desiderare.

 

Perché Bucobianco?

Seduti su un grande divano bianco, riflettevamo sul nome del nostro progetto. È’ stata un’ associazione di idee, lo spazio che avevamo preso, il nostro laboratorio artistico; un piccolo spazio bianco che emanasse nello spazio energia e materia, proprio come avviene con un buco bianco nell’universo.

 

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Easy ed estremamente pop: cosa intendente raccontare attraverso il vostro brand?

Le immagini oniriche ci permettono di descrivere situazioni della realtà senza filtri, in modo nitido e colorato. Non è poi così easy Bucobianco; attraverso la libertà del sogno vuole rivoluzionare ciò che l’uomo vive, creando nuove situazioni in cui gli individui possano esprimersi. Per farlo siamo partiti da ciò che l’uomo usa per proteggersi e nascondersi.

 

 

A quale target di riferimento si rivolge Bucobianco?

Agli individui che dimenticano l’importanza di sognare e a quelli che vivono già in un costante Bucobianco.

 

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Qual è il “racconto” a cui siete più affezionati?

Quello che li racchiude tutti.

 

Quali obiettivi vi siete imposti per il futuro?

Sostenere l’uomo nella creazione di una nuova cultura.

 

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Per saperne di più www.bucobianco.com 

 

Photo courtsey Olimpia Rospigliosi Press Office

 

 

 

 

 

Viaggio nello stile parigino: Krasnova, modista tra vintage e futuro

Parigi, la capitale della moda, da sempre crocevia di artisti e fucina di talenti provenienti da tutto il mondo; Parigi con il suo charme ed una storia di couturier che hanno reso la moda francese unica nel mondo. Eccomi qui, ad assaporare le intrinseche contraddizioni dello stile parisien, attraverso le sfilate del pret-à-porter, nostalgica di tempi d’oro forse ormai andati.

È una giornata uggiosa, con una pioggerellina che non vuole saperne di smettere, la settimana della moda si è appena conclusa e progetto un nuovo tour de force alla scoperta di atelier che sappiano ancora stupirmi. A Parigi può anche capitare di restare chiusi fuori di casa, ritrovandosi ad osservare la realtà circostante con occhi nuovi e curiosi, ripercorrendo gli itinerari delle foto di Doisneau o perdendosi dentro i bouquinistes, sfiorando la carta invecchiata di antiche stampe e volumi a due passi dalla Senna.

La incontro così, in una via tipicamente parigina, tra il profumo di una boulangerie e il romanticismo dei tetti bianchi delle case: il viso pulito, lunghi capelli castani e il passo svelto di chi nella Ville Lumière a neanche 30 anni ha già costruito un proprio business, partendo dallo studio e da una severa disciplina. Io, notoriamente appassionata di vintage, probabilmente avrei fatto carte false per scoprire le sue creazioni, le velette dall’aria retrò, i cappellini in stile deliziosamente Fifties, l’allure misteriosa e sofisticata che profuma di antiche tradizioni sartoriali, di laboratori e retrobottega nascosti in mezzo al lusso delle strade parigine. Piccole fucine in cui anziane modiste francesi tramandano ancora oggi le loro tecniche segrete, perse dietro manichini e stoffe da confezionare.

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Modello “Patchouli” in feltro di pelo di coniglio e ricami realizzati a mano

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Un particolare della collezione Autunno/Inverno 2016

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Dietro Krasnova c’è l’estro creativo di Evgeniya Guilhot Fomina, nata in Russia

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Charme, femminilità e suggestioni vintage nelle creazioni Krasnova

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Fascia per capelli in pelle e velluto con veletta di ispirazione retrò

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Allure ricca di mistero per la donna Krasnova, tra velette e pregiate decorazioni artigianali



Dietro Krasnova e le sue collezioni accattivanti c’è l’estro creativo di una giovane ragazza: si chiama Evgeniya Guilhot Fomina e viene da lontano. Nata a Soči, nel sud della Russia, trasferitasi a Parigi nel 2007, appena terminati gli studi, da sempre appassionata della cultura francese in toto, con il suo savoir-vivre, l’arte e la moda. Evgeniya si specializza presso la scuola privata di moda e design Creapole, situata nel cuore di Parigi. Qui studia per 5 anni Art Design: la sua formazione comprende scenografia, bozzetti di moda, interior design, scultura e altri progetti. Solo al quarto anno del corso si rende conto che il suo cuore batte per gli accessori, in particolare i cappellini, i cosiddetti couvre-chef, meglio se dalle forme bizzarre e particolari.

Dopo due stage presso i brand di bijoux haute couture Coralie de Seynes e Garnazelle, Evgeniya capisce che Parigi le può offrire una preparazione invidiabile, se solo andrà alla riscoperta delle tradizioni sartoriali più antiche. Inizia pertanto a prendere lezioni da una vecchia modista francese, maestra nella confezione di cappellini. Sempre più innamorata di quell’arte antica eppure quantomai attuale, frequenta un tirocinio presso l’Opéra Garnier: qui si respira magia allo stato puro, tra lo sfarzo dei costumi e le costruzioni ardite e scenografiche dei copricapi che le sarte e le modiste confezionano per i balletti e le opere liriche. Sicura di sé e della propria formazione, Evgeniya si sente ormai matura per creare il proprio brand: nasce così Krasnova, la linea con cui la modista cerca un proprio posto nel mondo del fashion biz, riportando in auge il fascino della creazione artigianale e le tecniche sartoriali della tradizione francese. Dopo vendite private ed eventi esclusivi con una clientela già entusiasta per quei cappellini così chic, la giovane creativa si sente finalmente pronta per mostrare ad un pubblico più vasto le proprie creazioni, che comprendono cappelli dall’appeal contemporaneo, fedora, borsalino in feltro di lana dai dettagli realizzati interamente a mano, come ricami e passamanerie preziose, e lavorazioni artigianali.

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Suggestioni urban per lo stile parisienne di Krasnova

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Decorazioni in pelle per il cappello modello fedora

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Eleganza contemporanea nei modelli firmati Krasnova

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Cura per il dettaglio e selezione di materiali di pregio

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Bijoux con nappina e dettagli glitterati su feltro di lana

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Appeal futurista che si sposa con l’antica tradizione artigianale degli atelier parigini

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La tradizione delle modiste francesi si coniuga ad ispirazioni fortemente contemporanee



Nel dicembre 2015 il lancio della prima capsule collection per l’Inverno 2016. Di impronta fortemente parisienne, lo stile Krasnova è personalissimo e ricco di suggestioni: lo charme del glorioso passato si sposa mirabilmente a dettagli attuali e ispirazioni urban, per una donna sofisticata. Nappine e gioielli scendono giù dai cappelli fedora, ad impreziosire linee classiche con dettagli moderni che tradiscono una grande ricerca stilistica. Ricami realizzati interamente a mano e grande cura per la scelta dei materiali usati, provenienti dalla Francia, con forme in legno realizzate da scultori e feltro di pelo di coniglio proveniente da allevamenti francesi.

Accanto ai modelli per il giorno, ecco il coup de théâtre di deliziosi couvre-chef di ispirazione vintage, hatinator e velette che, come un déjà-vu, ci riportano indietro nel tempo, ad una Parigi imperiale ricca di sfarzo rococò. Tutti i processi di creazione si rifanno ad antiche tradizioni, palpabile è la precisione e la massima cura per il dettaglio, per un lusso contemporaneo ed un’eleganza evergreen. Sta per uscire la collezione Primavera/Estate 2016, che sarà caratterizzata da un mood più romantico, tra motivi floreali e leggerezza. Intanto per acquistare i capi su misura Krasnova basta ordinarli. Per veri hatlovers.

17 marzo, San Patrizio e la Festa dell’Unità d’Italia

«Il Senato e la Camera dei Deputati hanno approvato; noi abbiamo sanzionato e promulghiamo quanto segue: Articolo unico: Il Re Vittorio Emanuele II assume per sé e suoi Successori il titolo di Re d’Italia. Ordiniamo che la presente, munita del Sigillo dello Stato, sia inserita nella raccolta degli atti del Governo, mandando a chiunque spetti di osservarla e di farla osservare come legge dello Stato. Da Torino addì 17 marzo 1861»


Così, 155 anni fa, nasceva l’Italia Unita, alla fine delle Guerre d’Indipendenza, dopo la spedizione dei Mille e le annessioni di alcune regioni, che si sarebbero poi concluse dieci anni dopo. Il 17 marzo è quindi la festa di compleanno della nostra Nazione, istituita ufficialmente nel 2012 come Giornata dell’Unità Nazionale, della Costituzione, dell’inno e della bandiera dopo i sontuosi festeggiamenti per il 150° anniversario nel 2011. Eppure, da allora, questa giornata è passata in sordina. Oggi solo il Comune di Udine ha previsto un piano di festeggiare degnamente l’evento. Nel resto del Paese, forse qualche insegnante di storia particolarmente zelante ha dedicato una lezione a questo anniversario, ma niente di più. «Dalla storia comune abbiamo tratto e possiamo ancora trarre grandi risorse – ha detto il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella in un messaggio diramato stamattina per l’occasione – Più unito è il Paese, migliore sarà la crescita in termini di durata e di sostenibilità. Quando si aprono fratture, invece, diventiamo tutti più deboli ».


La Giornata dell’Unità non ha ricevuto la giusta attenzione, ma un’altra festa – tutt’altro che patriottica – ha riempito le strade e i social. Il 17 marzo è infatti il giorno dedicato a San Patrizio, patrono dell’Irlanda. La Festa di San Patrizio è stata istituita negli Stati Uniti nel 1762, organizzata da soldati irlandesi arruolati nell’esercito britannico e da allora viene festeggiata con fiumi di Guinness, berretti verdi, mascotte dei Lepricani, in Irlanda e in tutte le principali città del mondo. Ecco allora che anche Roma e Milano si sono ricoperte di cappelli, costumi e striscioni verdi (e nessun tricolore), mentre sui social impazza l’hashatg #StPatricksDay. Come sempre è su twitter che i temi più “caldi” diventano oggetto di scherno e battute: l’ironia si è scatenata sulla festa nazionale snobbata e sulla trasformazione di San Patrizio nel patrono dei boccali di birra.

The Americans è tornato

Sul canale via cavo americano FX è iniziata la quarta stagione di The Americans, una delle serie televisive più complesse e sfaccettate che vanno in onda. Guardandola impariamo qualcosa, ci spaventiamo e ci divertiamo; non tutte le serie tv ci soddisfano in anche solo uno di queste caratteristiche.


Fondamentalmente The Americans è uno show sullo spionaggio incentrato su due spie russe sotto copertura in america; Nadezhda (Kerri Russell) e Mischa (Matthew Rhys) si fingono una coppia sposata, i Jennings. L’unione tra Philip e Elizabeth è stata programmata dal KGB molti anni prima, nel corso dei quali il loro falso matrimonio è diventato reale e, come nelle più normali delle famiglie, hanno un paio di bambini, Paige e Henry. Possiedono una agenzia di viaggio e vivono nella più tipica delle casette con giardino fuori Washington.
Nel seminterrato tra un bucato e l’altro traducono e mandano messaggi in codice e progettano efferati assassini dopo i quali tornano placidamente alle loro case.


Il titolo dello show è polisemico di per sé. Gli americani potrebbero essere Paige e Henry, nati e cresciuti in America con solidi radici cristiane oppure potrebbe riferirsi a Philip ed Elizabeth che si sentono, più o meno, a casa in quello che per loro dovrebbe essere territorio nemico. Oppure potrebbe riferirsi agli americani veri e propri, che sono mostrati in tutta la loro inconsapevole debolezza. Forse gli americani siamo tutti noi che pur non essendo spie abbiamo i nostri segreti nei confronti di figli o partner, tutti abbiamo la nostra doppia vita, forse la nostra è solamente un po’ più noiosa.


The Americans si sdoppia, quindi, da serie sullo spionaggio a un intricato show sulla famiglia. Philip ed Elizabeth lavorano troppo come tantissime persone al giorno d’oggi. Come genitori tentano di proteggere i propri figli dal mondo degli adulti mentre pian piano li guidano verso di esso. Come coppia sposata continuano a valicare i limiti tra privacy e intimità, indipendenza e dipendenza, lussuria e noia.
Per lavoro Philip ed Elizabeth sono costretti a travestirsi e ad avere rapporti sessuali con altre persone e questo interferisce con la loro vita di coppia.
Una famiglia normale, semplicemente meno noiosa, insomma.


The American, però, è anche divertente, i rimandi ridicoli sono continui ed è romantico: ogni volta che Philip ed Elizabeth mostrano segni di vero affetto viene da commuoversi. L’intesa tra i due personaggi ha poi un risvolto nella realtà Kerri Russell e Matthew Rhys sono diventati una coppia durante le riprese e ora aspettano un figlio insieme.


L’affetto fa così tanto effetto perché il mondo in cui vivono i Jennings è spietato e violento. Non ci sono molte speranze di vivere una vita normale. Il loro miglior amico è Stan Beeman, un agente del controspionaggio che gli sta dando la caccia e che, probabilmente, prima o poi dovranno uccidere, così per il pastore a cui si affida Paige. I Jennings vivono in un mondo pieno di bugie e omicidi, non hanno scelta, non hanno futuro per questo vivono nel presente.


Vivono nel presente anche perché la loro vita è stata dura e piena di abusi e avvenimenti tristi, ogni singolo aspetto della loro vita è di proprietà del KGB. I Jennings tentano di essere degli ottimi genitori per i loro figli ma la loro idea di normale non è normale.


Come se non bastasse lo show è triste anche per il periodo in cui si svolge. In quegli anni la guerra fredda stava per finire e tutti i sacrifici, tutte le cose terribili che i Jennings fanno non potranno impedire alla Russia di perdere. Noi lo sappiamo e loro no ma non possiamo che cogliere un senso di disperazione che permea lo show. Una serie radical chic, appunto.

JF LONDON SEGUE L’ISTINTO BDSM

JF LONDON HA PRESENTATO LA COLLEZIONE AUTUNNO/INVERNO 16/17 ALLA MILANO FASHION WEEK

Scarpe e accessori di rimando sadomaso, una collezione dal carattere strong quella di JF LONDON alla Milano Fashion Week 2016

Nel 2008, Madonna ci stupisce con un’altra delle sue “trasgressioni” e si esibisce sul palco crocifissa su un’enorme croce di Swarovski con tanto di corona di spine. Tutti gridano alla “blasfemia” e forse lei ottiene il risultato desiderato. Negli anni sono stati in tanti, tra cantanti e performers, a copiare quel tipo di show, ma sempre con scarsi risultati, perché brutte copie di un’originale.

Oggi croci e crocifissioni non destano così tanto scalpore e si vedono sfilare in passerella durante la settimana della moda – fa capolino anche nella collezione di JF LONDON, brand che già ha fatto parlare di sé per la sua originalità e per la sua “voce fuori dal coro”.

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sx Madonna in una esibizione del 2008 – dx collezione JF LONDON



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Madonna fotografata da Mert & Marcus



L’elemento sadomaso ha radici ben più profonde, tema di romanzi e pellicole storiche, in Histoir d’O una giovanissima Corinne Clery accetta di subire ogni sorta di rituale sadomasochistico in nome di un amore incondizionato e subisce numerose flagellazioni.

Osservando la collezione donna JF LONDON è impossibile non ripercorrere certe strade, i sandali si impreziosiscono di corde rosse che legano la gamba come facevano gli schiavi nell’antica Roma, gli stivali in pelle sono un intersecarsi di lacci e cinghie, le décolleté sfoggiano una ball gag rosso fuoco.

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sx Crepax – dx stivale JF LONDON



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sx scene tratte dal film Histoire d’O – dx scarpa JF London



Per le meno audaci, JF LONDON pensa a una serie che gioca sui contrasti: l’oro e il bordeaux si sposano sui sandali, contrasti anche nei materiali – e li accosta agli accessori, delle small bag con catenelle, dove non poteva mancare l’elemento firma della collezione: un piercing ad anello – il cerchio che tutto chiude e tutto aspetta…

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Madonna in uno scatto di Mert & Marcus – dx sandalo JF LONDON



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gold e bordeaux nella collezione JF LONDON F/W 16/17



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Le primarie in salsa 5 stelle

La notizia riportata dal Roma di ieri va ben oltre un articolo di cronaca politica, semmai locale, e tocca aspetti profondi della società, della tecnologia e della politica.
Intanto la questione primarie.


Il centro destra non le fa, anche se sta comprendendo che forme come i gazebo possono essere quantomeno uno strumento utile per avvicinare i cittadini. Il centrosinistra le fa, come molti sostengono “sono elemento costitutivo del dna del partito democratico”. Semmai le fa in maniera confusa, con una regolamentazione interna spesso ballerina e discutibile. Ma le fa “in carne ed ossa”. E questo è molto importante per la democrazia, perché ad esempio consente quel controllo che la stampa – quando davvero indipendente – può esercitare nell’interesse comune: fare cronaca e documentazione, e nel caso denuncia. È un interesse di trasparenza collettivo, che non riguarda semplicemente “la vita interna e privata” di un partito – come taluni sostengono – perché poi i candidati e gli eventualmente eletti, e comunque “i selezionati”, toccano tutti noi, anche quelli che di quel partito non fanno parte e gli elettori di tutt’altro schieramento.
Questo principio di trasparenza, di possibilità di verifica, di denuncia, di controllo, di ricorsi se ve ne sono le condizioni, è alla base di qualsiasi consultazione elettorale tesa alla selezione delle classi dirigenti e degli eletti.


Il Movimento 5 Stelle, preso dal furore del cyber-utopismo più estremista, le sue consultazioni, iscrizioni, discussioni, le fa a mezzo web. Questo comporta certamente dei vantaggi, come rendere accessibile l’incontro e la partecipazione a distanza, poter avere libertà di orario e tempo di riflessione. Ma il delirio di onnipotenza del web è anche nella faciltà con cui enormi bufale assurgono a verità solo perché molto condivise o commentate, che se lo dice la rete sarà vero, nonché la sottile vigliaccheria di celarsi dietro l’anonimato di profili social falsi e blog amatoriali per diffamare, attaccare, inventare notizie. Peggio se tutte queste patologie della rete finiscono con entrare nel processo decisionale democratico. Peggio ancora se dalle votazioni online dipende chi viene candidato, espulso, eletto.

Quando le cose, in passato, sono andate male per evidenti errori di programmazione interni, Casaleggio parlò di “hackeraggio” esterno. Mai dimostrato. Era il tempo delle quirinarie. Prima era stata la volta delle parlamentarie (quasi condominarie) dove sono stati scelti per essere eletti (in liste bloccate) fratelli, figli e fidanzate di qualche attivista della prima ora vicino a Grillo. Anche con appena 17 voti. Oggi la somma non varia di molto, e si viene scelti per essere candidati sindaco, presidente di Regione, parlamentare, o espulso, con poche decine o qualche centinaia di voti. Ma possiamo davvero chiamarli tali? Chi e come può verificare se non ci siano doppi o tripli profili? Peggio, chi può dare la certezza che quei risultati “totali” siano effettivamente “i totali corretti”? Perché le schede – quelle vere – le puoi anche ricontare. I click di certo no.


E se il candidato sindaco viene scelto con 270 voti, e in poche decine si piazzano i competitor, allora quelle “espulsioni” di 38 persone a Napoli impedendo a militanti storici di votare e decise d’imperio da Milano (senza consultazioni online, senza streaming) pesano, e parecchio. Soprattutto se poi quel favoloso numero di 5.400 partecipanti al meet-up di Napoli in realtà sia costituito dall’80% di profili “falsi” o doppi o tripli. E poi, chi ha deciso che davvero sono solo 580 (circa) gli iscritti aventi diritto a Napoli?
Tutto questo riapre la questione ben più seria, meno “di parte” e meno legata alla cronaca, che riguarda quale modello di democrazia vogliamo, se davvero affidarsi senza limiti alla tecnologia senza possibilità di verifica esterna sia la forma migliore per i nuovi processi democratici. Soprattutto senza riflettere su forme di controllo autentico. Perché da questa considerazione dipenderà quale sarà la società del futuro.

Chiara Ferragni regina del fashion blog

È ancora lei, l’italiana Chiara Ferragni, la più influente fashion blogger del mondo.

A confermarlo, anche quest’anno, è stato il sito Fashionista.com che ha redatto la lista rispettando alcuni criteri fondamentali. Per raggiungere il podio, infatti, occorre avere un esercito di seguaci sui social network e toccare livelli di presenze sul sito, veramente considerevoli.

Dato da non trascurare è il rapporto che la blogger instaura con i suoi seguaci e, soprattutto, le collaborazioni che quest’ultima riesce a siglare con brand blasonati.

 

Chiara Ferragni cover Elle Spagna aprile 2016 (fonte Marina Di Guardo FB)

Chiara Ferragni cover Elle Spagna aprile 2016 (fonte Marina Di Guardo FB)

 

 

L’ ”insalata bionda” della moda (il successo di Chiara nasce grazie al blog theblondesalad.com n.d.r.) ha raggiunto tassi di popolarità (meritevolmente) alti.

Grazie anche ad un team affiatato e più che preparato, Chiara è riuscita a tramutare la sua passione per la moda, in business, lanciando la sua omonima linea di accessori e calzature dalla vena pop, che sta riscontrando i favori del pubblico.

L’ambasciatrice di bellezza Pantene che conta oltre 5,6 milioni di followers su Instagram e 1,2 milioni di seguaci su Facebook è seguita da Aimee Song di Song of style e da Kristina Bazan fashion blogger di KAYTURE. L’unico uomo presente nella lista è l’eclettico Bryan  Grey Yambao di Bryanboy.

 

Aimee  Song (fonte modehunter.co.uk)

Aimee Song (fonte modehunter.co.uk)

 

Kristina Bazan (fonte cloudpix.co)

Kristina Bazan (fonte cloudpix.co)

 

bryan boy stitcheries.blogspot.it

Bryan Boy (fonte stitcheries.blogspot.it)

 

 

Di seguito, l’ elenco completo dei venti fashion bloggers più influenti del pianeta:

 

CHIARA FERRAGNI – THE BLONDE SALAD

AIMEE SONG – SONG OF STYLE

KRISTINA BAZAN – KAYTURE

JULIA ENGEL – GAL MEETS GLAM

WENDY NGUYEN – WENDY’S LOOKBOOK

JULIE SARIÑANA – SINCERELY JULES

BLAIR EADIE –  ATLANTIC-PACIFIC

CHRISELLE LIM –  THE CHRISELLE FACTOR

GALA GONZALEZ – AMLUL BY GALA GONZALEZ

NICOLE WARNE – GARY PEPPER GIRL

JESSICA STEIN – TUULA

BRYAN GREY YAMBAO, BRYANBOY

HELENA BORDON – HELENA BORDON

DANIELLE BERNSTEIN – WE WORE WHAT

NEGIN MIRSALEHI – NEGIN MIRSALEHI

RUMI NEELY – FASHION TOAST

NICOLETTE MASON – NICOLETTE MASON

SUSANNA LAU – STYLE BUBBLE

SARAH VICKERS – CLASSY GIRLS WEAR PEARLS

MARGARET ZHANG – SHINE BY THREE

 

 

Immagine copertina theblondesalad.com

I migliori backstage di Milano Moda Donna: Lucio Vanotti

Ascetismo e sottrazione per divise che esulano dal frastuono dell’apparire.
E’ la donna della prossima stagione di Lucio Vanotti
.


Malinconico brutalismo che distacca dagli eccessi terreni è la regola militare che guida il pensiero creativo di Lucio Vanotti per l’Autunno 2016.
Il fascino dell’uniforme, come prigionia interiore, viene percorso da righe orizzontali beton brut. Svuotati di ogni vezzo i capi sono ridotti all’essenziale, pronti per il guardaroba di un soldato alieno.





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A avvolgere l’etereo corpo le coperte, rubate alle brandine di un campo base, che diventano tuniche. Una prigionia immaginata con l’aura del Nord Europa che si manifesta nei motivi trapuntati e nei tessuti grezzi come il panno di lana, gli spigati, il velluto 1000 righe e i cotoni garzati.
Cromaticamente marziale, la riduzione di ogni tono squillante e la ricerca della disciplina sono presenti anche negli accessori: asettici boots con suola slippers.


Fashion editor: Alessia Caliendo
Video: Christian Michele Michelsanti
Photo: Giulia Bartolini


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Fashion trends Primavera/Estate 2016: il tè nel deserto

I fashion trends per la Primavera/Estate 2016 prevedono una full immersion nelle atmosfere coloniali di un viaggio nel deserto. Le tendenze per la stagione primaverile del 2016 parlano chiaro: il viaggio diviene ispirazione centrale per uno stile esotico e ricco di suggestioni. Il mistero di tradizioni millenarie, il fascino dei tramonti, i colori della sabbia, per un tè nel deserto da sorseggiare in un’oasi di lusso, nella comodità di sete preziose: la donna protagonista delle passerelle per la Primavera/Estate 2016 sembra uscita dall’omonimo film di Bernardo Bertolucci. La luce del deserto, così particolare, viene traslata su capi dalle suggestioni coloniali.

Un viaggio in Africa, partendo da Tangeri, alla scoperta delle popolazioni tuareg e di culti arcaici e tradizioni pagane: la donna immaginata dagli stilisti è un’indomita esploratrice, curiosa, proiettata verso l’altro, il diverso, di cui abbraccia i riti, in un dialogo che si traduce in rispetto e vera fratellanza universale. Non una semplice turista ma una studiosa, alla scoperta delle meraviglie del deserto del Sahara, la viaggiatrice di lusso predilige il comfort di capi semplici ma ricchi di fascino.

I caftani dominano le tendenze, stampati o in colori neutri: tanti sono i designer le cui collezioni hanno visto una riscoperta di questo antichissimo capo, che ora diviene passepartout: da Valentino ad Alberta Ferretti il caftano acquista nuova vita per divenire uno dei must have incontrastati di stagione, da indossare sia in colori caldi e scuri, sia in stampe coloratissime, come visto sulla passerella di Dolce & Gabbana e Stella Jean.

Kent Johnson Photography

Ispirazione tuareg per la moda Primavera/Estate 2016 (Foto di Kent Johnson)

Bo Don ritratta da Danilo Hess per Elle Mexico, marzo 2016

Bo Don ritratta da Danilo Hess per Elle Mexico, marzo 2016

Laura Julie ritratta da Camilla Akrans per Harper's Bazaar US, marzo 2016

Laura Julie ritratta da Camilla Akrans per Harper’s Bazaar US, marzo 2016



Altro capo basic che diviene fashion trend di stagione è la sahariana: anche questo è un capo dalla storia antica e dalle suggestioni coloniali. Sahariane di lusso hanno caratterizzato la passerella di Versace, Barbara Bui e molti altri designer, come Ralph Lauren, che propone una viaggiatrice minimal-chic nei toni di un bianco splendente.

Mood tribale per Balmain, che propone un look per una regina del deserto, tra suggestioni oniriche che rimandano a sacrifici propiziatori e riti vodoo. Inserti e decorazioni tribali anche da Valentino, tra piume e rappresentazioni dei culti dei popoli locali. Elisabetta Franchi porta in passerella una dea indigena in armature con listini e sandali da gladiatore. Stampe afro viste anche da Cividini e, ancora una volta, da Valentino.


SFOGLIA LA GALLERY:




Salvatore Ferragamo punta sulla leggerezza di maxigonne che uniscono comfort e stile, per una viaggiatrice che non teme la propria femminilità. Stesse atmosfere viste anche da Hermès, con sontuosi rimandi al Vicino Oriente. Da Blugirl ispirazioni coloniali declinate in chiave iperfemminile, tra maxigonne e sahariane. Stesse atmosfere sulla passerella di Erika Cavallini. La Primavera/Estate 2016 di Trussardi è un tripudio di suggestioni orientali: la via della seta sembra rivivere in una collezione che trae spunto dal Milione di Marco Polo, tra capi dalle proporzioni over e la magia di stoffe pregiate che profumano di popoli e culture lontane. Piglio più moderno da Michael Kors, la cui donna non teme il piglio aggressive di capi in pelle dalle suggestioni tribal.

Maryna Linchuk per Vogue Japan, febbraio 2016, foto di Giampaolo Sgura e styling di Giovanna Battaglia

Maryna Linchuk per Vogue Japan, febbraio 2016, foto di Giampaolo Sgura e styling di Giovanna Battaglia

Toni Garrn ritratta da Emma Tempest per L'Express Styles', febbraio 2016

Toni Garrn ritratta da Emma Tempest per L’Express Styles’, febbraio 2016

Nadja Bender in 'La Rosa Del Desierto', Vogue Spain, marzo 2015

Nadja Bender in ‘La Rosa Del Desierto’, Vogue Spain, marzo 2015



Da Etro la delicatezza di kimono dalle stampe floreali si mixa al piglio etnico di caftani colorati, che spiccano in una stagione in cui la palette cromatica generale sembra prediligere i toni scuri e le sfumature che vanno dal sabbia all’ocra al bordò. L’Oriente è protagonista delle sfilate di Kenzo e Isabel Marant, declinato nell’eleganza minimale tipica del Sol Levante, mentre da Maison Rabih Kayrouz si attinge ad ardite decostruzioni. Kimono di lusso visti da Jonathan Saunders, mentre la passerella di Alexander McQueen è ricca di giochi altamente scenografici, che rimandano a riti ancestrali e misteriosi.

(Foto cover tratta da Vogue)

Chi si oppone all’accordo UE-Turchia sull’immigrazione?

L’accordo tra Turchia e UE sui migranti è stato “contrastato”, per usare un eufemismo, sin dall’inizio. La Turchia ha presentato richieste sempre più folli man mano che il negoziato procedeva. La cancelliera Merkel, lo vede come la sua unica ancora di salvezza e ha tentato di imporlo senza tante cerimonie agli altri stati europei.
L’accordo, però, così com’è è molto vicino all’essere irricevibile: 6 miliardi di euro, nessun visto per i cittadini turchi che viaggiano in UE, accelerazione della procedura di immissione nella UE e il posizionamento di un cittadino siriano in UE per ogni siriano rimandato in Turchia.
A guidare la rivolta contro l’accordo sono in particolar modo 6 stati:


Francia


Hollande è uno dei presidenti con minor supporto popolare in assoluto in UE. L’estrema destra del Front National sta guadagnando più terreno di quanto chiunque avrebbe mai immaginato e per questo Hollande e il suo governo stanno andando con i piedi di piombo sulla questione migranti. Ogni piano che prevede una redistribuzione di migranti tra le nazioni UE è stato accolto con freddo scetticismo. La Francia ha ripetuto a più riprese che non può gestire più di 30.000 immigrati.
La gestione francese del campo di Calais, inoltre, ha fatto nascere più di una protesta tra le organizzazioni non governative per i diritti umani.
Ironicamente la prima obiezione fatta dal governo francese all’accordo con la Turchia è la situazione dei diritti umani sotto il governo Erdogan.


Spagna


La Spagna è storicamente uno stato che ha avuto a che fare con l’immigrazione clandestina. Ceuta e Melilla, circondate da territorio marocchino erano prese d’assalto dai migranti. Il problema è stato risolto dopo un accordo con il Marocco. Prima di questo accordo gli spagnoli respingevano migranti senza dal loro la possibilità di richiedere asilo.
Rajoy prima si era detto possibilista sull’accordo poi ha cambiato radicalmente posizione quando il leader socialista Pedro Sanchez ha dichiarato che la richiesta è incompatibile con i valori europei anche Rajoy ha cambiato idea.


Austria


Gli austriaci non si sono opposti subito all’accordo ma la pressione da parte del partito di estrema destra Freiheitliche Partei Osterreichs, attualmente in testa nei sondaggi nazionali, ha portato il cancelliere Werner Faymann a dichiarare che la Turchia non condivide i valori europei. A preoccupare in particolar modo gli austriaci è la richiesta di libera circolazione dei cittadini turchi, minoranza numerosa in Austria, che potrebbe portare a una migrazione di massa considerando la politica sempre più autoritaria da parte di Erdogan.


Ungheria


Viktor Orban, il primo ministro, è uno dei principali oppositori della politica di equa allocazione degli immigrati e ha sempre lottato contro l’obbligatorietà chiesta da altri stati europei come l’Italia. Orban ha dichiarato che accogliere altri immigrati in Ungheria sarebbe come gettare benzina sul fuoco.


Bulgaria


La Bulgaria è uno stato di confine con la Turchia e se per ora i trafficanti preferiscono passare dall’Egeo e dalla Grecia una chiusura di quella via potrebbe spostare il traffico di migranti sul Mar Nero e di conseguenza sulle coste bulgare. I bulgari sottolineano che l’accordo parla solo della gestione dei migranti che arrivano sulle isole greche dell’Egeo e non parla di Mar Nero.


Cipro


Cipro è in lotta con i turchi dal 1974 quando l’esercito di Ankara occupò la parte nord dell’isola. Le relazioni tra i due stati sono pessime e la Turchia, addirittura, non riconosce Cipro. Lo stato insulare ha sempre usato il suo potere di veto per negoziare un accordo con la Turchia all’ONU e i negoziati sono in un punto cruciale; è altamente improbabile che i ciprioti tolgano il loro veto, e loro unico punto di pressione, in un momento così delicato.

ExoMars: partita la missione su Marte

Siamo soli nell’Universo? La domanda che ha ispirato ricerche, missioni, ma anche capolavori della letteratura e del cinema, potrebbe finalmente avere una risposta. O almeno, sembra che l’Europa voglia fare un piccolo passo avanti nella risoluzione del grande enigma. Stamattina alle 10.31 esatte la sonda ExoMars è partita dalla base spaziale russa di Baikonour per effettuare la sua missione su Marte. Il Programma ExoMars è stato sviluppato dall’ESA, l’Agenzia Spaziale Europea, in cooperazione con l’agenzia spaziale russa e ha l’obiettivo di riconoscere forme di vita elementari sul Pianeta Rosso. Una grande sfida per l’Europa, e soprattutto per l’Italia che a questa missione ha dato tanto. L’Agenzia Spaziale Italiana (Asi) è infatti il principale contributore con 350 milioni di euro, ma non solo: sono italiane molte delle tecnologie che guideranno la sonda nel suo lungo viaggio, grazie alle aziende Finmeccanica e Thales Alenia Space. Il team che ha progettato le strumentazioni è di base a Torino, e la realizzazione è avvenuta in gran parte tra Roma, Napoli e L’Aquila. Anche l’Università di Padova, l’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare e l’Istituto Nazionale di Astrofisica hanno avuto un ruolo fondamentale nella realizzazione del progetto. Non a caso il modulo che entrerà nell’atmosfera marziana è stato battezzato Schiaparelli, dall’astronomo italiano Giovanni Virginio Schiaparelli che già nella seconda metà dell’Ottocento aveva puntato il telescopio sul Pianeta Rosso.

La colossale missione su Marte rischiava di fallire per qualsiasi piccolo inconveniente: se ci fosse stato un ritardo per qualunque motivo, avremmo dovuto aspettare altri due anni perché la distanza tra Marte e la Terra fosse tale da permettere il lancio. Ma tutto è andato bene e stamattina, sotto gli occhi sognanti di studenti, turisti e appassionati  riuniti davanti a un maxi-schermo a Piazza del Popolo a Roma, ExoMars è partita puntuale. Il suo arrivo su Marte è previsto il 16 ottobre 2016, quando Schiaparelli entrerà nell’atmosfera del pianeta per raccoglierne il metano. Sarà così possibile analizzarne la provenienza: se fosse di origine organica, cioè generato da batteri sotto la superficie, avremmo la risposta alla grande domanda. Sapremmo se c’è vita su Marte, se ci sono esseri viventi in questo Universo oltre a quelli con cui condividiamo il nostro pianeta. Una possibilità che ha sempre affascinato gli uomini di tutti i tempi, che sugli abitanti di Marte hanno scritto libri e realizzato film raccontandoli, di volta in volta, come rassicuranti esserini innocui o come feroci predatori pronti a conquistare la Terra. Giusto per citarne alcuni, La Guerra dei Mondi di H. G. Wells (1897), Le Cronache Marziane di Bradbury nel 1950, il film Disney Rocketman (1997) e l’ultima opera di Ridley Scott Sopravvissuto – The Martian. Non ci resta che aspettare pazientemente notizie della vita su Marte, e prepararci a incontrare i nostri compagni di galassia.

15 marzo: un fiocchetto lilla contro i disturbi alimentari

Oggi ricorre la quinta Giornata del Fiocchetto Lilla contro i disturbi alimentari, istituita da Stefano Tavilla, presidente dell’associazione Mi nutro di vita, in seguito alla morte della figlia. Giulia aveva appena 17 anni quando, il 15 marzo 2011, il suo cuore ha smesso di battere. Prima l’anoressia, poi la bulimia: il suo fragile fisico da ragazzina non ha retto. Stefano Tavilla ha fondato l’associazione e istituito la Giornata nazionale dei disturbi alimentari affinché altri genitori non provino il suo stesso straziante dolore. Ma la strada è tutta in salita.


Anoressia nervosa, bulimia nervosa, disturbo da alimentazione incontrollata o binge-eating disorder sono sempre più diffusi e un numero elevatissimo di casi riguarda bambini di 8-10 anni. Così è sempre più importante imparare a riconoscere i sintomi il prima possibile e ad affrontare con pazienza e determinazione quelle che sono vere e proprie malattie multifattoriali. L’ossessione per l’aspetto fisico e la magrezza a volte è evidente fin dalla tenera età. “Incontriamo bambine che sono già ossessionate dalla propria immagine fisica – racconta in un’intervista la neuropsichiatra Valeria Zanna, specializzata in disturbi del comportamento alimentare infantile – si guardano continuamente allo specchio, si vedono grasse e hanno paura di ingrassare ancora di più“. Ma a volte riconoscere i segnali è più difficile, soprattutto perché raramente una ragazza o un ragazzo in età preadolescenziale ammetterà di soffrire di anoressia o bulimia. Bisogna che i genitori stiano attenti ad ogni piccolo dettaglio: quando un bambino tende ad evitare completamente un’intera categoria di alimenti può sembrare che non ci sia niente di strano, ma sta gettando le basi per un grave squilibrio nutrizionale. Quando un’adolescente moltiplica le occasioni per pranzare fuori (dicendo di essere stata invitata da un’amica, o portando un panino che poi magari non mangerà), può essere un modo per sfuggire al controllo dei genitori a tavola. Spesso però le famiglie si sentono impotenti di fronte a disturbi che non sanno riconoscere o che, una volta riconosciuti, sono già così gravi da rendere difficile un intervento.


Il Ministero della Salute è attualmente impegnato nella stesura delle Linee di Indirizzo per la riabilitazione nutrizionale in ambito dei disturbi alimentari, per venire incontro ai malati e alle loro famiglie e far sì che sempre più spesso si possa guarire. La Giornata del Fiocchetto Lilla contro i disturbi alimentari e le iniziative organizzate oggi sono quindi un’occasione per conoscere meglio l’anoressia, la bulimia e gli altri dca, per ascoltare le testimonianze di chi ne è uscito e per scoprire insieme come supportare i malati nel processo di guarigione.

Federica Tosi: espressione minimalista Made in Italy

Federica Tosi nasce a Roma nel 1978. Precedentemente al suo lavoro nell’ambito della moda, studia Lingue e accumula esperienze in ambito commerciale.

Nel 2013 lancia il suo omonimo brand, l’evoluzione del marchio Luxury Fashion fondato nel 2007.

Federica Tosi è un brand dalla visione innovativa e contemporanea. Minimalismo e carattere sono gli elementi base della collezione, arricchita da elementi Swarovski per effetti sparkling sorprendenti.

 

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Federica Tosi FW 16/17 lookbook

 

 

Un viaggio negli States si rivela  un’importante svolta nella tua vita: raccontaci di questa straordinaria esperienza che ti ha cambiato la vita.

Era il 2006 e camminando per le vie di Miami ho notato una certa calca attorno alla bancarella di una ragazza che customizzava cellulari con pietre e piccoli dipinti. Osservandola, ho pensato che il segreto di tanto successo derivasse dalla scelta di un oggetto di uso comune e quotidiano. Così, una volta tornata in Italia, ho provato a replicare il fenomeno, utilizzando però pietre più preziose come gli Swarovski. In seguito al passaparola, le mie creazioni sono state notate da Eleonora Sermoneta, titolare di una celebre boutique romana. E’ stata lei la prima persona a vedere del potenziale in me: mi ha spinta a trasformare quello che era un hobby in un lavoro. Ho così iniziato a personalizzare moltissimi oggetti secondo il gusto e le richieste delle clienti, inclusi alcuni bijoux. Di lì a poco ho fondato una vera e propria società con un’amica, che in breve tempo ha catturato l’attenzione degli addetti del settore e non.

 

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Federica Tosi FW 16/17 lookbook

 

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Federica Tosi FW 16/17 lookbook

 

 

Il tuo omonimo brand è in realtà l’evoluzione di Luxury Fashion, progetto sartoriale nato nel 2007. Cosa ti ha spinta in questo cambio di rotta?

Il cambio di rotta è avvenuto nel 2013 in seguito alla proposta da parte di una nota azienda di produzione di realizzare una capsule di abbigliamento in licenza. E’ scaturita, da qui, l’idea di affiancare alla bigiotteria anche alcune proposte ready to wear. Nel 2015 ho deciso poi di intraprendere più concretamente questa strada che mi appassiona, abbandonando l’identità societaria in favore di un progetto più personale.

 

 

Da cosa trai ispirazione?

Traggo ispirazione da tutto ciò che mi circonda: dalla mia città (Roma) e dai tutti i luoghi che ho la fortuna di visitare grazie al mio lavoro, ma anche e soprattutto dalle donne: amiche, clienti o sconosciute incrociate per strada. Penso che lo stile sia oltre la passerella e che gli spunti più stimolanti arrivino dal vivere quotidiano.

 

 

Il brand prevede anche una selezione di gioielli creati da te: parlaci di questo progetto.

Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, i gioielli costituiscono il vero fulcro di ogni collezione. Ogni pezzo è caratterizzato da un design minimale ed è realizzato con l’ausilio di materiali preziosi – quali oro e argento – e cristalli Swarovski. Questa scelta stilistica è dettata proprio dalla volontà di “fondere” il gioiello con ciascun capo di abbigliamento in un unicum sofisticato e non convenzionale.

 

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Qual è il momento della tua giornata in cui ti senti più creativa?

Sicuramente la sera, dopo cena. E’ il momento della giornata in cui posso rilassarmi e dar sfogo a tutta la mia creatività.

 

 

Se tu non fossi diventata una fashion designer, cosa saresti oggi?

Se non avessi intrapreso questa strada, mi sarei sicuramente accostata all’ambito commerciale. Ho sempre avuto un certo spirito imprenditoriale. In realtà faccio già un altro lavoro al quale dedico tutte le mie energie: sono madre di tre figli.

 

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Orecchini snake oro rosa e cristalli Swarovski

 

Federica Tosi jewels132

 

 

 

Chi è la donna che indossa le tue creazioni?
E’ una donna alla ricerca del nuovo, degli ultimi trend. Una donna che può avere trenta, ma anche cinquant’anni, e che ama vestire con stile.

 

 

Guardiamo al futuro: come ti vedi da qui a cinque anni?

Mi vedo super impegnata con il mio brand. Spero davvero che diventi una realtà di riferimento nel fashion system!

 

 

 

 

 

Per maggiori informazioni www.luxuryfashion.it

 

 

Photo courtsey Studio DModa

 

Lourdes Ciccone modella per Stella McCartney

È giunta primavera per il brutto anatroccolo Lourdes Maria Ciccone che, assottigliato le sue folte sopracciglia e prendendo sembianze di una vera donna, in questi giorni sta conquistando tutti grazie alle immagini della campagna pubblicitaria per il profumo POP di Stella McCartney.

La little lady Ciccone, nata dalla relazione tra Madonna e il personal trainer Carlos Leon, il 14 ottobre del 1996 nella città degli angeli, pare abbia un dono speciale che l’accomuna alla celeberrima madre: il carisma.

 

Lola assieme a Amandla Stenberg, Kenya Kinski-Jones e Grimes

Lola assieme a Amandla Stenberg, Kenya Kinski-Jones e Grimes

 

 

La giovane diciannovenne, come dimostrano gli scatti,  sembra proprio aver assorbito tutto il savoir-faire di Madonna e lancia, con modestia, il messaggio che Stella McCartney intende far conoscere al mondo che ha come tema principale l’indipendenza della donna.

La stessa designer ha così spiegato la scelta di elargire Lola come volto della maison: “Sono davvero felice di avere Lola nel team di Pop. Lola, che conosco da quando è nata, è all’inizio della sua carriera di artista. E’ una giovane donna indipendente e dallo spirito libero. Nonostante sia nata sotto i riflettori, ha mantenuto i piedi ben piantati a terra.

 

Lourdes Maria Ciccone modella per Stella McCartney

Lourdes Maria Ciccone modella per Stella McCartney

 

 

Nulla da eccepire nelle parole della figlia di Paul McCartney, visto la predisposizione di Lourdes a tenere lontana dai riflettori la sua vita privata, scelta mantenuta ad oggi con un profilo Instagram segreto ma che potrebbe cambiare con l’evolversi della sua vita professionale.

Il profumo “Pop” sarà in vendita nei negozi Sephora e sul sito di Stella McCartney a partire dal prossimo 24 marzo.

Un tuffo nel folk anni Settanta per la collezione autunno inverno 2016 di Giorgia Fiore

GIORGIA FIORE FW16

GIORGIA FIORE FW16




Il leitmotiv della creatività della designer partenopea Giorgia Fiore per il prossimo autunno/inverno 2016 è certamente il ricordo.
Finalista dell’edizione italiana del programma Project Runway, Giorgia Fiore ha pensato ad una tradizionale domenica in famiglia, nel cuore di Napoli, in una delle tante e accoglienti case del sud.
La collezione ci riporta con la mente in precisi spazi,arredi e momenti domestici: c’è il divano in velluto, il pranzo in famiglia dopo la messa della domenica e quel tipico folklore anni ’70. Più precisamente la designer ha pensato alla casa della nonna.
Come una moderna Alice nel Paese delle meraviglie, immergendosi nella carta da parati in tessuto che rappresenta un bosco, e si fonde con le sue radici diventando quasi un nascondiglio, dove la testa della nostra protagonista, la donna immaginata da Giorgia Fiore, fa capolino tra le foglie.

Ogni piccolo angolo di quella casa ci conduce ad opposti ed aspettati abbinamenti di tessuti e colori: la stampa della carta da parati diventa il pattern di preziosi abiti, il marmo dei bagni perde la sua freddezza materica poggiandosi su fondi di panno e maglie di jersey. La palette è composta da diverse sfumature del verde bosco, dal rosa tenue e da azzurri polverosi.

A completare la collezione compaiono tessuti insoliti come la gabardina e una leggera organza cartonata e luccicante, arricchita da applicazioni in passamaneria, tipica di quei look da “ragazzina per bene”.


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GIORGIA FIORE FW16

Vittoria Ceretti, la nuova stella della moda

Un’espressività rara, uno sguardo tagliente e una fotogenia unica: sono questi gli ingredienti che hanno aiutato Vittoria Ceretti ad imporsi nel fashion system come uno dei volti più ricercati. Protagonista assoluta delle fashion week, da Milano a Parigi, la giovanissima modella ha già all’attivo una carriera di tutto rispetto. L’abbiamo vista solo pochi giorni fa calcare i défilé più prestigiosi della Paris Fashion Week, dove la baby modella ha sfilato, tra gli altri, per Chanel.

Classe 1998, Vittoria Ceretti è italianissima, nata e cresciuta in quel di Brescia. A differenza di molte sue coetanee, la bella Vittoria non sogna di fare la modella. Decide di partecipare al famoso concorso organizzato annualmente dall’Elite Model Look un po’ per gioco. Certo, le caratteristiche per divenire una top model Vittoria le aveva tutte: 1,76 cm di altezza e misure perfette, e poi quel viso pulito e versatile, che la rende camaleontica come solo le vere top sanno essere. Vittoria vince il concorso: è il 2012 ed ha appena 14 anni quando inizia a calcare le passerelle più famose, da Valentino a La Perla, da Roberto Cavalli a Kenzo, fino a Giorgio Armani e Dolce & Gabbana.

Mora, occhi verdi e bellezza disarmante, è Missoni ad intuire per primo le potenzialità di quel volto, volendola per un servizio fotografico. Inoltre la sua bellezza incanta Domenico Dolce e Stefano Gabbana, che scelgono il suo volto per la loro linea di make up oltre che per la campagna pubblicitaria in cui la baby modella compare accanto ad icone del calibro di Bianca Balti. In brevissimo tempo Vittoria Ceretti conquista copertine e contratti, divenendo il volto di maison quali Dolce & Gabbana, Emporio Armani e Giorgio Armani.

Vittoria Ceretti è rappresentata dall'agenzia Elite Model Look

Vittoria Ceretti è rappresentata dall’agenzia Elite Model Look

Foto di Daniela Losini

Foto di Daniela Losini

Vittoria Ceretti in una foto di Federico de Angelis per Marie Claire Kuwait & Arabia, luglio 2014

Vittoria Ceretti in una foto di Federico de Angelis per Marie Claire Kuwait & Arabia, luglio 2014

Vittoria Ceretti in passerella per Dolce & Gabbana, foto Getty Images

Vittoria Ceretti in passerella per Dolce & Gabbana, foto Getty Images

Vittoria Ceretti ritratta da Ellen von Unwerth per Harper's Bazaar UK, aprile 2016

Vittoria Ceretti ritratta da Ellen von Unwerth per Harper’s Bazaar UK, aprile 2016



Apparsa su magazine del calibro di Vanity Fair, Harper’s Bazaar e Amica —solo per citarne alcuni— la baby modella ha un fascino particolare, che unisce il suo sorriso fresco e spontaneo ad un volto capace di emanare da un momento all’altro il sex appeal di una diva. Vittoria Ceretti si è dichiarata più volte ammiratrice della più matura collega Mariacarla Boscono. Nonostante la giovane età, la bella Ceretti ha già posato per l’obiettivo di fotografi del calibro di Ellen von Unwerth. Famosa è la sua professionalità, come anche il suo stile minimal-chic, che l’ha resa anche un’icona dello street style. The next big thing della moda parla ancora una volta italiano.

Come mai Putin si sta ritirando dalla Siria?

La Russia ha iniziato la sua campagna siriana con un solo obiettivo: supportare un pericolante Assad al governo. Il fatto che la Russia abbia deciso di andarsene può significare che Putin voglia uscire dal conflitto e che qualcun altro sia pronto a prendere le redini del governo siriano.


I russi stanno iniziando a spostare materia dalla base di Latakia ma ancora non è chiaro fino a che punto smobiliteranno e in che modo il ritiro cambierà il supporto che Putin sta dando ad Assad.


Dopo mesi di bombardamenti senza sosta i russi hanno permesso ad Assad di consolidare il suo dominio su una pare della Siria. I bombardamenti russi, per questo motivo, sono stati diretti, in primo luogo, verso i ribelli anti-Assad, alcuni dei quali supportati dagli Stati Uniti.
Ora Assad si è presentato ai colloqui di pace dell’ONU con qualcosa in mano con cui negoziare.


Prima dell’annuncio del ritiro i negoziati sembravano sul punto di saltare quando l’inviato dell’ONU in Siria, Staffan De Mistura, aveva dichiarato che si aspettava che le negoziazioni trattassero della creazione di un governo di transizione, una nuova costituzione e delle elezioni. Il governo siriano aveva rifiutato sdegnato. Ora senza il supporto di Mosca Assad potrebbe scendere a più miti consigli. La mossa di Putin potrebbe aiutare il tavolo negoziale in modo sostanziale.


L’aiuto russo, consolidando il controllo di Assad su una piccola ma sostanziale fetta di Siria aveva messo il presidente nella posizione di poter rifiutare un negoziato. Mentre gli USA sembravano sul punto di accettare che Assad mantenesse il potere fino a quando la battaglia contro Daesh non di fosse conclusa i turchi e i sauditi erano di parere opposto.


La mossa di Mosca sembra diretta anche verso Washington. Putin è frustrato dalla non volontà da parte di Obama di impegnarsi in modo serio in Siria e se lui se ne andasse gli USA sarebbero costretti a lavorare di più, dovrebbero gestire da soli la guerra contro Daesh. Putin è un alleato scomodo per gli americani, un alleato non allineato ma è l’unico alleato che è realmente in grado di contribuire in modo sostanziale alla guerra contro Daesh.


Putin ha comunque assicurato che manterrà una presenza militare sul campo, inclusi dei droni, per assicurare il rispetto del cessate il fuoco; per il resto l’obiettivo russo è quello di negoziare un buon accordo a Ginevra. Obama dovrà trovare a breve una vera strategia per la Siria se non vuole che i suoi otto anni di presidenza si riducano in un fallimento in politica estera.

Adinolfi, Kung Fu Panda 3 e la natura

Secondo Mario Adinolfi il cartone animato Kung Fu Panda fa il lavaggio del cervello ai bambini in merito alla “cultura gender”. Io di “cultura gender” non ho mai sentito parlare se non dai Giovanardi-Binetti-Adinolfi et similaria. La cultura gender non esiste. Esiste semmai un approccio alla realtà di genere che va oltre alla dicotomia maschio-femmina (uomo-donna sono un’altra cosa).
Mi interessa però parlare di questo episodio per due ragioni: una di comunicazione ed una culturale.
Sotto l’aspetto della comunicazione, Mario Adinolfi è il classico esemplare di “uomo politicamente irrilevante” che tuttavia, nella nostra società, diventa quantomeno esistente attraverso una semplice e banale strategia che sta invadendo il nostro tempo: sparare idiozie radicali. Così “si fa rumore” e qualcuno da polarizzare sulle tue posizioni bene o male lo trovi sempre. Se non altro perché “si parla di te” e di quello che hai detto/fatto/dichiarato.
Gli Adinolfi esistono in funzione della loro presenza mediatica: un gatto che si morde la coda per cui più fai dichiarazioni estreme e manichee e provocatorie, più “susciti dibattito” (non importa se sdegnato) più vieni “ospitato in tv”, più dai e hai la sensazione di esistere, più per esistere devi alimentare certe dichiarazioni (non importa se deprecabili, false, stupide, violente), e il giro riparte. Anche perché certe dichiarazioni fanno comunque audience, e la tv ne ha bisogno come il pane.


In chiave più sofisticata è la tecnica dei Salvini sulle ruspe, dei Trump sugli immigrati, dei Grillo sui complotti. È bene chiarire che nessuno di questi “politici” crede davvero alle cose che dice e che scrive: servono per far prlare di sé, esistere mediaticamente, e polarizzare gruppetti radicali, pronti a gettarsi nel fuoco per difendere e sostenere la posizione del leader in questione.
È quella che altrove ho chiamato “comunicazione tossica”, e che pare sia ormai un elemento imprescindibile del nostro tempo, soprattutto perché virale e perché “produce repliche” (quello che nei social è il cd. engagement): la qualità (anche delle repliche) non interessa più (come non interessa se quella dichiarazione sia vera o falsa).


Sotto l’aspetto culturale la dichiarazione di Adinolfi mi ha stimolato una riflessione che avevo fatto in tema di “famiglia” quando qualcuno come lui mise in mezzo il concetto di “contro natura”.
Ma cos’è contro natura, e chi decide quali siano le regole naturali? Non entrerò nel merito del mito, dei Romolo e Remo allattati dalla lupa (altro che utero in affitto!), ma certamente i casi in natura di animali di altre specie che “adottano” cuccioli altrui non sono pochi. I cuccioli di uomo si alimentano da sempre con latte vaccino e caprino, per esempio. Ma riflettevo su alcune caratteristiche proprie della natura, e provo a fare un macroscopico esempio alla spicciolata.
In natura le case non esistono, semmai esistono le caverne. Non esistono i libri, non esistono i computer, non esistono ospedali, medicine, televisione, giornali, social network… non esistono vestiti: l’uomo è l’unico animale che ha cominciato predando pelli altrui per proteggersi dal freddo. In natura si uccide solo per mangiare. E nessun animale (nessuno!) produce rifiuti non rigenerabili ed eco-compatibili.


In natura non esiste l’obesità, e non c’è spreco di cibo.
In natura non esiste l’accaparramento di ricchezza e risorse, e nessuno trattiene o controlla risorse superiori a quante non necessitino strettamente a sé, al suo gruppo familiare, e che possa difendere e controllre direttamente. In natura non esistono automobili, navi, aerei, treni, biciclette, moto: perché in natura ti sposti con le tue energie fisiche. Per quanto cruenti possano sembrare gli scontri per la caccia, in natura non esiste il concetto di guerra. Semmai in natura esiste il concetto fisiologico di convivenza necessaria tra specie, razze diverse, senza alcuna distinzione di colore e lingua: un ecosistema quanto più è eterogeneo tanto più – in natura – è ricco e florido. In natura non esistono confini. E tranne l’uomo, nessuno, in natura, danneggerebbe l’ambiente in cui vive.
In natura esiste l’evoluzione: delle specie, delle regole, degli ambienti, e quindi del pensiero. L’evoluzione è l’unica causa di estinzione, per incapacità di adeguarsi a nuove condizioni ambientali (che sia una pioggia di meteoriti o l’emissione vulcanica massiccia di iridio).


Questa è la natura, ci piaccia o meno, e piaccia o meno a quelli che ne parlano e la usano a sproposito per sostenere tesi insostenibili.
Non ci resta quindi che augurarci che ancora una volta l’evoluzione faccia la sua parte e che gli Adinolfi si estinguano. Non per cattiveria, ma semplicemente per la loro incapacità di adeguarsi a nuove condizioni ambientali, o semplicemente al mondo così com’è e non come loro vorrebbero che fosse.

Ennio e Carlo Capasa lasciano Costume National

 

Ennio e Carlo Capasa hanno deciso di lasciare il marchio Costume National di cui erano rispettivamente fashion designer e amministratore delegato.

La maison fondata nel 1986, deve il suo nome al titolo di un vecchio libro francese sulle divise militari, regalato dall’attuale Presidente della Camera Nazionale della Moda Italiana al fratello Ennio.

L’abbandono repentino dei fondatori del brand ha lasciato perplessi gli addetti ai lavori ed è stato giustificato con una nota che spiega tale decisione: “È giunto il momento di accogliere nuove sfide” è stato chiarito. 

Il gruppo nippo-cinese Sequedge, partner di Costume National dal 2009, lascerà i due fratelli salentini “liberi di perseguire sin da subito nuove collaborazioni in un vasto ambito internazionale.”

“È con emozioni contrastanti che concludiamo lo straordinario ciclo creativo di questa maison unica, con l’augurio che il futuro possa riservare al brand altrettanti successi. Quanto a noi continueremo a seguire la nostra passione in nuove iniziative creative”, concludono Ennio e Carlo.

È chiaro, dunque, che il padre dello “street couture” affronterà  nuove avventure lavorative che, ad oggi, non sono state rivelate.

 

 

Gucci: si alle ferie matrimoniali per coppie omosessuali

In un momento così delicato per la società italiana che ancora oggi si dimostra restia ad accettare le unioni di fatto, una lancia scoccata in favore delle famiglie arcobaleno arriva dalla maison fiorentina Gucci che permetterà alle coppie omosessuali il diritto di ferie matrimoniali.

La conferma arriva dalla stessa azienda, resa pubblica dopo un incontro con l’Unione Sindacale di Base (USB) : <<Gucci ha manifestato l’intenzione di estendere l’istituto delle ferie matrimoniali anche ai dipendenti che vivono rapporti di coppia con persone dello stesso sesso e contraggono matrimonio all’estero […]Sebbene ancora in corso nell’ambito del rinnovo complessivo del contratto integrativo, è un’ulteriore conferma dello spirito di inclusione e modernità del marchio fiorentino>>.

L’accordo, sebbene non ancora firmato, ha accolto l’unanimità dei dipendenti che si sarebbero detti favorevoli alla scelta dell’azienda.

Maison Gucci si dimostra, ancora una volta, vicina alle esigenze dei suoi dipendenti e sempre attenta alle tematiche sociali di importante portata.

Un’apertura mentale unica nel suo genere in Italia, che si spera possa essere da esempio per altre aziende nostrane.

 

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Maxime de la Falaise, icona bohémien

L’aria vispa e sbarazzina, i capelli alla garçonne, la vita a dir poco rocambolesca: Maxime de la Falaise è stata un’icona fashion, trendsetter tra Londra, Parigi e New Tork e sublime incarnazione dello stile bohémien. Mannequin durante gli anni Cinquanta, matriarca di una lunga generazione di modelle, stilista, e, ancora, critica gastronomica ed interior designer: con una carriera così versatile, la mannequin si impone di diritto come una delle personalità più affascinanti del Novecento.

Immortalata da fotografi del calibro di Richard Avedon, Georges Dambier, Gordon Parks, Cecil Beaton e Horst P. Horst, fu musa di Elsa Schiaparelli e di Yves Saint Laurent. Tutto in lei faceva tendenza: dai suoi look, all’insegna di una disinvolta eleganza, alla sua casa, arredata in stile shabby-chic. Nel 2004 l’Independent la definì una delle più grandi icone di stile viventi, ma già l’amico Cecil Beaton nei lontani anni Cinquanta l’aveva eletta “l’unica inglese veramente chic della sua generazione”.

Maxine Birley (questo il suo nome all’anagrafe) nacque in una famiglia di artisti il 25 giugno 1922 a West Dean, nel West Sussex. Suo padre era Sir Oswald Birley, famoso ritrattista dalla fine dell’età edoardiana che aveva immortalato personalità del calibro di Sir Winston Churchill, la regina Elisabetta II e altri membri della famiglia reale. Oswald, dopo aver prestato servizio nella Prima Guerra Mondiale, aveva sposato una bellissima quanto eccentrica artista irlandese, molto più giovane di lui, Rhoda Lecky Pike.

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Maxine Birley nacque il 25 giugno 1922 a West Dean, nel West Sussex



Maxime de la Falaise in uno scatto di Clifford Coffin, 1949

Maxime de la Falaise in uno scatto di Clifford Coffin, 1949



Maxime de la Falaise immortalata da Richard Avedon, Parigi, 1948

Maxime de la Falaise immortalata da Richard Avedon, Parigi, 1948



Maxime de la Falaise in Balmain, 1950

Maxime de la Falaise in Balmain, 1950



Maxime La Falaise indossa un abito e un cappellino di Jacques Fath, foto di Richard Avedon, Parigi, gennaio 1948

Maxime La Falaise indossa un abito e un cappellino di Jacques Fath, foto di Richard Avedon, Parigi, gennaio 1948



I Birley erano bohémien di lusso, proprietari di un appartamento nell’elitario sobborgo di Hampstead, a nord di Londra, il cui interior design era stato curato da Clough Williams-Ellis. Più tardi i coniugi acquistarono anche la magnifica residenza di Charleston Manor, nell’East Sussex, che Rhoda riuscì a recuperare dallo stato di rovina in cui versava e che si dice sia stata costruita nell’Undicesimo secolo per il coppiere di Guglielmo il Conquistatore. Mentre Oswald ritraeva nobili, politici e artisti, Rhoda si occupava di giardinaggio e organizzava cene lussuose. La coppia ebbe due figli, Maxine e il fratello minore Mark (futuro fondatore del nighclub Annabel’s). I bambini crebbero in solitudine, spesso abbandonati dai genitori, perennemente in viaggio tra India e Sud-est asiatico, Messico e Stati Uniti. La piccola Maxine viveva a Wexford con i nonni irlandesi e spesso, in assenza della madre, rubava i capi eccentrici del suo guardaroba, che prediligeva capi di stile orientale uniti a pezzi haute couture firmati Elsa Schiaparelli. Nelle memorie che inizierà a scrivere poco prima della sua morte, Maxime de la Falaise ricorderà la madre come un’eccentrica lady irlandese che nutriva le sue rose con un misto di aragosta e cognac.

Chiusa, di indole solitaria e spesso nervosa, allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale la giovane Maxine decise di unirsi al Women’s Royal Naval Service ma alla fine fu reclutata dal Bletchley Park, dal momento che parlava francese. “Il khaki non mi stava poi così bene, a differenza del blu”, dirà più avanti a proposito delle uniformi delle due diverse milizie. Ma quell’esperienza sarà poi ricordata con sgomento dall’icona di stile. I quartier generali erano sporchi e freddi, la continua tensione danneggiò la sua salute al punto che la giovane sviluppò una grave forma di cleptomania, rubando qualsiasi cosa brillasse. “I miei amici capirono che ero impazzita”, ricordò, “e guardavano nella mia borsa per riprendersi ciò che apparteneva loro”. Successivamente Maxine fece ritorna a Londra ma i suoi genitori le dissero che non c’era più posto per lei in quella casa e la spedirono in America, nella speranza che trovasse un marito benestante in grado di provvedere a lei.

Maxime de la Falaise in Schiaparelli, foto di Gordon Parks, 1949

Maxime de la Falaise in Schiaparelli, foto di Gordon Parks, 1949



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Maxime de la Falaise fu immortalata da fotografi del calibro di Richard Avedon, Cecil Beaton, Gordon Parks, Georges Dambier



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Maxime de la Falaise fu musa di Elsa Schiaparelli e di Yves Saint Laurent



Maxime de la Falaise in Schiaparelli, foto di Gordon Parks, 1949



Maxime de la Falaise ritratta da Cecil Beaton, anni Trenta

Maxime de la Falaise ritratta da Cecil Beaton, anni Trenta



Maxime de la Falaise in una campagna pubblicitaria Modess, foto di Cecil Beaton,  1950

Maxime de la Falaise in una campagna pubblicitaria Modess, foto di Cecil Beaton, 1950



Maxime de la Falaise in Christian Dior Haute Couture

Maxime de la Falaise in Christian Dior Haute Couture, foto di Norman Parkinson



A New York la giovane ottenne un lavoro per Vogue ed iniziò una relazione con un fotografo che lavorava per la celebre testata. Ma fu durante un party che conobbe il conte Alain Le Bailly de la Falaise, più vecchio di lei di venti anni, di cui divenne la seconda moglie con un matrimonio celebrato il 18 giugno 1946. Scrittore e traduttore, La Falaise era il fratello minore di Henry de la Falaise, regista e terzo marito di Gloria Swanson, e il figlio della medaglia d’oro olimpica nella scherma Louis Venant Gabriel Le Bailly de La Falaise.

Dal conte Maxime ebbe due figli: Louise Vava Lucia Henriette Le Bailly de La Falaise (detta Loulou) e Alexis Richard Dion Oswald Le Bailly de La Falaise, e nipoti come Lucie de la Falaise, modella molto quotata negli anni Novanta.

È in questo periodo che la futura icona di stile cambiò il suo nome in Maxime, dopo il trasferimento a Parigi. Sebbene colto e affascinante, il conte non si rivelò in grado di provvedere alla famiglia, e fu lei a doversi occupare di salvaguardare le finanze. Fu così che ottenne un lavoro come mannequin e venditrice per Elsa Schiaparelli: il suo ruolo doveva essere quello di una sorta di musa che doveva incoraggiare le vendite. Il suo fisico ricordava quello della madre, i capelli erano corti e scuri, gli zigomi alti, il corpo sottile, e aveva nello sguardo una grande vivacità. Come modella ottenne un successo sempre crescente e lavorò anche per Dior. Ma Maxime era uno spirito libero e ben presto il suo matrimonio naufragò a causa delle sue numerose infedeltà. Il divorzio fu sofferto e la donna dovette combattere per ottenere la custodia dei figli, spediti in collegio tra Inghilterra, New York e Svizzera. Tra gli amanti di lei, l’ambasciatore britannico Duff Cooper e numerose liaisons. Dopo il divorzio ebbe una relazione con il regista Louis Malle, più tardi amore di Jeanne Moreau, e con il pittore Max Ernst.

Maxime de la Falaise in una foto di Horst P. Horst, Vogue, Aprile 1950

Maxime de la Falaise in una foto di Horst P. Horst, Vogue, Aprile 1950



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Secondo Cecil Beaton Maxime de la Falaise fu l’unica inglese chic della sua generazione



Maxime de la Falaise, Bal Goya, foto di Georges Dambier, Biarritz, Francia, 1951



Maxime de la Falaise sulla Vespa, Francia, foto di Walter Carone

Maxime de la Falaise sulla Vespa, Francia, foto di Walter Carone



Maxime de la Falaise posa sulle sponde dell'Arno, Firenze,  1952

Maxime de la Falaise posa sulle sponde dell’Arno, Firenze, 1952



Maxime de la Falaise in Robert Piguet, Parigi, luglio 1950, foto di Norman Parkinson

Maxime de la Falaise in Robert Piguet, Parigi, luglio 1950, foto di Norman Parkinson



Maxime de la Falaise in un abito da sera Jacques Fath, Harper's Bazaar, 1948

Maxime de la Falaise in un abito da sera Jacques Fath, Harper’s Bazaar, 1948



Maxime de la Falaise in una blusa di Marcel Rochas. Foto di  Philippe Pottier, 1950

Maxime de la Falaise in una blusa di Marcel Rochas. Foto di Philippe Pottier, 1950



La contessa in Balenciaga, foto di Philippe Pottier, 1950

La contessa in Balenciaga, foto di Philippe Pottier, 1950



Trasferitasi a New York alla fine anni Cinquanta, convolò in seconde nozze con John McKendry, curatore delle stampe e delle foto del Metropolitan Museum of Art. In questo periodo Maxime, che cambiò il suo nome in Maxime de la Falaise McKendry, iniziò a lavorare come food editor, ottenendo una rubrica su Vogue, con aforismi che fecero storia. Ma anche la relazione con McKendry nascondeva dei segreti: secondo i rumours lui perse la testa per il giovane genio della fotografia Robert Mapplethorpe mentre lei iniziò una relazione con Paul Getty III, toy boy ante litteram che aveva oltre trent’anni meno di lei. Erano gli anni in cui l’icona di stile si scatenava sulla pista della famosissima discoteca Le Jardin, a New York. Dopo ore passate a ballare insieme a Diane von Fürstenberg, Bianca Jagger, Yves Saint Laurent e Betty Catroux, alle 4 del mattino tornava a casa con un taxi indossando un cappotto e pantaloni Yves Saint Laurent o un LBD da nascondere sotto il cappotto, uniforme passepartout per imbucarsi al party più esclusivo. Amante della vita, genuina e moderna, nessuna incarnò lo spirito boho-chic meglio di lei.

Maxime de la Falaise,1953, foto di Alexander Liberman

Maxime de la Falaise,1953, foto di Alexander Liberman



Maxime de la Falaise in uno scatto del 1955

Maxime de la Falaise in uno scatto del 1955



Maxime de la Falaise in una foto di Cecil Beaton

Maxime de la Falaise in una foto di Cecil Beaton



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Maxime de la Falaise nel 1977. Credit Larry Morris/The New York Times



Maxime e Lucie de la Falaise

Maxime e la nipote Lucie de la Falaise



McKendry morì di cirrosi epatica nel 1975 e la storia tra Maxime e John Paul Getty III naufragò. Intanto l’icona di stile si dedicava alle molteplici attività che svolse nel corso della sua vita, in primis la food editor, e poi la designer di moda (haute couture, sportswear e ready-to-wear), l’interior designer (creando mobili e tappeti) e la consulente di Yves Saint Laurent negli USA.

Il successo riscontrato dagli aforismi che pubblicava su Vogue la spinse a raccogliere le ricette inglesi e irlandesi della sua infanzia in un libro dal titolo Sette secoli di cucina inglese (Weidenfeld & Nicolson, 1973, edito da Arabella Boxer), ristampato nel 1992 da Grove Press. Inoltre curò i menu per Andy Warhol e il suo entourage. Su di lei quest’ultimo modellò l’idea per un format mai sviluppato, una sorta di reality ante litteram sul cibo. Nel 1980 scrisse Food in Vogue, con illustrazioni di suo pugno, collezionando le ricette più amate dalle celebrities. Inoltre nel 1974 il regista Paul Morrissey la scelse per il personaggio di Lady Difiore nel film horror del 1973 Blood for Dracula.

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Uno scorcio dell’appartamento di New York di Maxime de la Falaise, venduto negli anni Novanta



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Un altro scorcio dell’appartamnto newyorkese della contessa, arredato in stile boho-chic



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Fu la stessa Maxime de la Falaise ad arredare il suo appartamento di New York



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Maxime de la Falaise nel suo appartamento arredato in stile bohémien



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Maxime de la Falaise si è spenta il 30 aprile 2009, all’età di 86 anni



Mentre la figlia Loulou divenne musa prediletta di Yves Saint Laurent, Maxime continuava la sua brillante carriera come designer: nel corso dwlla sua vita disegnò collezioni per numerose maison, da Gérard Pipart a Chloé. Alla fine degli anni Ottanta si ritirò in una casa a Saint-Rémy-de-Provence per scrivere le sue memorie. Qui morì per cause naturali, il 30 aprile 2009, all’età di 86 anni. Il figlio Alexis la precedette, mentre la figlia Loulou morirà nel 2011 a seguito di un brutto male.

(Foto cover Getty Images)


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Manuela Pavesi: l’addio ad una grande icona della moda italiana

Icona fashion ed esteta. Eclettica ed estrosa. Il volto unanime del fashion system e della fotografia di genere.

Manuela Pavesi, con la sua dipartita a soli 65 anni e dopo una dolorosa malattia, ha lasciato un vuoto enorme e difficile da colmare nel mondo della moda italiana ed internazionale.

 

Manuela Pavesi ritratta sorridente in una mise eccentrica

Manuela Pavesi ritratta sorridente in una mise eccentrica

 

 

Redattrice di moda per Vogue Italia, braccio destro di Miuccia Prada (le due donne s’incontrarono per la prima volta nel 1968 durante un corteo studentesco vestite elegantemente in Yves Saint Laurent), ossessionata dagli abiti vintage tanto da divenire collezionista di quest’ultimi.

Sobria nel suo chignon biondo, Manuela si scagliava contro la sciatteria definendo lo stile una “costruzione e modo di essere”.

Era ossessionata dalla moda fin dai primi anni della sua vita, definendola una “perversione, deviazione e patologia”.

 

Manuela Pavesi in compagnia dell'amica Miuccia Prada

Manuela Pavesi in compagnia dell’amica Miuccia Prada

 

 

Idolatrava il maestro couturier Yves Saint Laurent come raccontò in un’intervista “L’incontro che mi ha cambiato è stato quello, simbolico, con Yves Saint-Laurent, il primo a portare la sensibilità della strada nella moda. Mi sono vestita quasi solo Yves Saint Laurent per almeno tutti gli anni ’70. Abiti incedibili, che conservo ancora gelosamente tutti. Come il famoso vestito “Belle de jour”, nero con il colletto bianco, a cui sono legatissima e che mi ha sempre affascinato per l’interpretazione alla Buñuel dell’eleganza femminile, che lo ha ispirato […]Vestirmi YSL e condividere così il suo stesso punto di vista è stato per me più che frequentare un’università della moda. Ha influenzato profondamente la mia estetica.”

Ribelle, severa nel suo essere donna e lavoratrice. Colta e raffinata, indubbiamente pioniera delle nuove tendenze.

Il suo sorriso, sempre splendente e i suoi abbinamenti  sopra le righe, mancheranno al sistema, come ai suoi estimatori e agli amanti in genere della moda.

 

 

Per la copertina fonte Vanity Fair

 

Cosa succederà al prezzo del petrolio nei prossimi mesi?

Nonostante i membri più deboli dell’OPEC come Nigeria e Venezuela l’avessero implorata l’Arabia Saudita ha rifiutato di tagliare la produzione di greggio facendone così crollare il prezzo da 36 euro al barile a 24 euro.
Solo a quel punto i sauditi hanno deciso di bloccare la produzione a questo numero di barili per cercare di bloccare la svalutazione e riportarlo ai livelli accettabili di 27 euro al barile. Livelli accettabili per l’Arabia Saudita ma insostenibili per tutti gli altri produttori.
Con la Cina in recessione e con i prezzi al barile così bassi il mercato del petrolio non è più redditizio e la decisione di Riyad sta gettando le fondamenta per la prossima crisi di scarsità.


Questa scarsità con ogni probabilità finirà per indurre una crescita del prezzo più alta rispetto a quanto i mercati saranno in grado di accettare e che farà in modo che sul mercato ricompariranno tutti quegli investimenti poco redditizi che l’Arabia sta cercando di far scomparire. Quindi torneranno alla carica i vari shale oil o i pozzi deep-water brasiliani.


Per ora negli Stati Uniti il numero di pozzi di estrazione per lo shale oil sono crollati da 1.800 nel 2014 a 500 nel 2016 e questa fortissima decrescita nella produzione si sentirà, prima di tutto negli USA, nel 2017. Oltre ai piccoli soffriranno anche i grandi produttori che, difatti, ora stanno diminuendo gli investimenti nei nuovi pozzi.


Questo è l’obiettivo dell’Arabia Saudita: far chiudere tutti i produttori di paesi non OPEC. Come se non bastasse sta producendo più di quanto precedentemente accordato con gli altri produttori OPEC e sta guadagnando mercato a discapito di iraniani e russi.
I sauditi rispondo che, storicamente, quando ci sono state crisi di eccesso di produzione loro sono stati quelli a sacrificarsi per il bene di tutti e a tagliare la loro produzione perdendo in questo modo quote di mercato. Per i sauditi il loro comportamento è logico, sono quelli che spendono meno al barile per la produzione e traggono vantaggio dalla loro virtuosità.


I risultati di questa politica, secondo alcuni analisti, produrrà una riduzione del 5% della disponibilità di greggio a livello mondiale, si parla di 5 milioni di barili al giorno; non ci sono dubbi sul fatto che ci sarà una crisi a causa della scarsità del prodotto.
I sauditi tenteranno di colmare quel vuoto ma probabilmente non hanno la capacità di farlo. Le stime indicano in 1.5/2 milioni di barili al giorno la capacità di produzione aggiuntiva per l’Arabia Saudita ma tra questi si stimano circa 500.000 barili di petrolio di bassa qualità che necessità di essere raffinato in posti tecnologicamente avanzati come gli Stati Uniti e per il restante milioni servono nuovi pozzi e nuovi investimenti. Lo stesso per tutti gli altri stai che hanno la possibilità di incrementare la produzione come Russia, Iran, Libia e Iraq. Quando la crisi da scarsità colpirà il mercato ci vorrà del tempo per abbassare di nuovo i prezzi aumentando l’offerta.


Se i sauditi avessero deciso di tenere il prezzo tra i 50 e i 40 euro al barile molti produttori con costi di produzione troppo alti sarebbero usciti dal mercato ma molti avrebbero resistito e non saremmo andati incontro a una crisi da scarsità. Forse.

More than a woman – meglio essere una donna!

MORE THAN A WOMAN

Intervista a M., la storia di chi ha deciso di diventare donna.

Molto più di una donna. Nel momento in cui Milano è intenta a chiudere le porte sulla mostra tributo all’icona globale per eccellenza, la Barbie, D-Art decide di celebrare la femminilità senza confini. Si tratta di uno speciale che intende illustrare lo scenario della transessualità in Italia e le difficoltà di affermarsi donna e essere donna nella mente, con il cuore e con il corpo.

A prestare il proprio volto M. che ci racconta, posando come una vera Barbie,  la propria quotidianità e le proprie difficoltà nel rinascere donna.

La mostra Barbie, The Icon, racconta la donna che nella lunga e poliedrica carriera è riuscita ad abbattare ogni frontiera linguistica, culturale e razziale. Nata il 9 marzo 1959, la sua storia viene raccontata in 5 diverse sezioni presso il MUDEC di Milano. Il museo dà vita ad un percorso che si snoda attraverso le oltre 150 professioni di Barbie, gli abiti degli stilisti che l’hanno amata, la grande famiglia di cui si è sempre circondata e le sue più grandi interpretazioni da diva.

(intro di Alessia Caliendo)

Photographer : Miriam De Nicolo’

Photography director: Marco Onofri

Stylist: Alessia Caliendo

Stylist assistant: Caterina Ceciliani

Make up: Paolo Sfarra

Make up assistant: Stefania Gazzi

Hair stylist: Mattia Flora

Location: M8 Studios – Milano

per mag

M. indossa Blugirl Folies



Oggi M. – all’anagrafe?”

Un folletto senza sesso” – questa la risposta di chi ha avuto la forza, la tenacia, il sogno di diventare donna a tutti gli effetti.

Maria sorride, sorride sempre, ed ha quella dolcezza non lagnosa, una dolcezza quasi materna, mentre racconta il passaggio da uomo a donna, come fosse la cosa più naturale al mondo.

M. è italiana ma ora si è trasferita a Londra dove lavora come commessa – ci confida di avere un compagno con cui sogna un futuro sereno.

In un periodo in cui il tema sulla transessualità esplode sulle copertine, tra i media e al cinema, facciamo luce sulla verità di un viaggio duro e doloroso e dei suoi risvolti.

The danish girl“, ora nelle sale dei cinema, racconta la storia di un pittore paesaggista della Danimarca – Einar Wegener –  primo transessuale nella storia a subìre l’operazione del cambio di sesso – una storia finita tragicamente ma che ha concesso allo stesso protagonista  un’ascesa alla felicità, seppur breve. M. racconta oggi il suo “passaggio”, le sofferenze fisiche ed emotive, gli sbalzi d’umore, la continua richiesta d’affetto, la fretta che tutto finisca e l’aiuto delle persone care.

L’amore è la chiave di tutto, la mia famiglia, i miei amici, sono come angeli per me. Senza di loro non ce l’avrei fatta“.

E ci confida, con un velo di tristezza:

Oggi finalmente ho fatto pace con il bambino arrabbiato che ero, ma sento ancora la sofferenza del mio destino, che ha deciso sarò sterile per tutta la vita.”

(testo Miriam De Nicolo’)

MARIA

M. indossa un costume Tharita Paris



Qui l’intervista a M., la sua incredibile storia, i consigli a chi decide di affrontare l’operazione e diventare donna: 

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Eva Robin’s si mette a nudo

Video intervista ad Eva Robin’s

Eva Robin’s – la video intervista esclusiva in versione integrale

Il pontificato di Papa Francesco: 3 anni dall’elezione di Bergoglio

Era il 13 marzo del 2013 quando, affacciandosi dalla Loggia delle Benedizioni di piazza San Pietro, Jorge Mario Bergoglio si presentava al mondo come Papa Francesco, con quel saluto confidenziale e ormai rituale: Buonasera. Sono passati esattamente tre anni da quando il vescovo di Roma venuto quasi dalla fine del mondo, come lui stesso si definì quella sera, ha scardinato e ricostruito le certezze della Chiesa. Prendendo il nome di Francesco, il Santo della povertà e della misericordia, passo dopo passo ha promosso la politica dell’incontro e del perdono e oggi risulta difficile, credenti o no, pensare che la sua opera passerà inosservata. «L’unità si fa camminando – ha detto ai giornalisti lo scorso 12 febbraio, dopo aver incontrato Kirill, il patriarca della Chiesa ortodossa russa -. Una volta io ho detto che se l’unità si fa nello studio, studiando la teologia e il resto, forse verrà il Signore e ancora noi staremo facendo l’unità. L’unità si fa camminando, camminando: che almeno il Signore, quando verrà, ci trovi camminando». Seguendo questa filosofia, Papa Francesco ha trascorso gli ultimi tre anni camminando, metaforicamente e letteralmente. Dalla Bosnia alla Bolivia, da Cuba al Messico, giusto per citare alcuni dei viaggi compiuti dal Pontefice solo negli ultimi mesi. Perché nessuno si sentisse solo, perché quegli angoli quasi alla fine del mondo fossero coinvolti come e più dei Paesi che detengono il potere. Tanto da scegliere un luogo ferito, sanguinante e sofferente come Bangui nel cuore dell’Africa per l’apertura dmel Giubileo straordinario della Misericordia. Misericordia che arriverà per scelta di Papa Francesco in tutti i luoghi del mondo e a tutti gli individui compresi, per la prima volta, i detenuti.

Il cammino di Papa Francesco è stato spesso cammino verso l’altro, terminato in abbracci e strette di mano. Così Bergoglio è stato il primo Papa a entrare in un tempio valdese e in una comunità pentacostale, chiedendo perdono per le passate persecuzioni, e il primo Capo della Chiesa di Roma ad incontrare il Patriarca della Chiesa ortodossa. Affrontando a muso duro lo scandalo Vatileaks, è riuscito a non perdere credibilità neanche a livello internazionale, raggiungendo importanti risultati come l’avvicinamento storico tra Stati Uniti e Cuba e la pacificazione in Colombia, tenendo discorsi a Washington e all’ONU. In campo sociale, Papa Francesco si è distinto per l’attuazione più pratica dei precetti evangelici: esemplare in questo senso il gesto di accogliere i profughi in Vaticano, di fare installare delle docce per i senzatetto, di promuovere l’accoglienza di ammalati, indigenti e tossicodipendenti nelle parrocchie. Piccoli passi, certo, verso una maggiore coerenza della Chiesa e una più concreta apertura ai bisogni dell’altro, senza giudizi e condanne. Il cammino di Papa Francesco è ancora all’inizio, ma sicuramente la direzione è quella giusta.

#ViajoSola: il grido dei social per il diritto di viaggiare da sole

#ViajoSola è l’hashtag virale che sta invadendo tutti i social network del mondo. E questa volta no, non si tratta della bizzarria di qualche celebrity o di un giochino di popolarità tra ragazzi. Stavolta si tratta di una cosa seria, di un argomento che tocca tutti da vicino e al quale nessuno di noi può dichiararsi indifferente. Perché se sei una donna ti senti in costante pericolo, e se sei un uomo tua sorella, tua moglie, la tua fidanzata, tua madre si sente così. Tutto parte dalla storia di due ragazze: Maria Coni e Marina Menegazzo, di 21 e 22 anni, che decidono di fare un viaggio insieme (insieme, non da sole), zaino in spalla all’avventura in Ecuador. Se fossero stati due ragazzi, tutti avrebbero sorriso all’idea di una vacanza tra amici, con pochi mezzi e tanta voglia di divertirsi, esplorare, conoscere.  Ma Maria e Marina sono due ragazze, due giovani donne, e così quando sono state barbaramente uccise da due uomini e poi abbandonate sulla spiaggia in due sacchi neri, nessuno ha pensato al legittimo desiderio di divertirsi e fare un’avventura tra amiche. In Argentina molti hanno pensato, detto, scritto “Se la sono cercata“. Perché due ragazze sole non dovrebbero viaggiare per il mondo, camminare per la strada, conoscere gente. Se la sono cercata, chissà come erano vestite, chissà se avevano bevuto. Finché una ragazza paraguaiana, Guadalupe Acosta, ha riversato tutto il suo sdegno per l’umiliazione vergognosa e sessista che le due ragazze hanno dovuto subire dopo la morte. Guadalupe ha scritto un lungo post su facebook, che in pochissimo tempo è diventato virale al grido di #ViajoSola: sono una donna e ho il diritto di viaggiare, lavorare, vivere, divertirmi e non essere aggredita per questo.

 

Ieri mi hanno uccisa. Non mi sono fatta toccare e mi hanno spaccato il cranio. Ma peggio della morte è stata l’umiliazione che è venuta dopo. Dal momento in cui è stato trovato il mio corpo nessuno si è chiesto dove si trovasse l’uomo che aveva ucciso i miei sogni, le mie speranze, la mia vita. Anzi, hanno iniziato a farmi domande inutili. A una morta, che non può rispondere. Che vestiti avevi? Perché viaggiavi da sola? Sei entrata in una zona pericolosa, cosa ti aspettavi? Hanno criticato i miei genitori per avermi insegnato a essere indipendente, come qualunque essere umano. E da morta mi sono resa conto che per il mondo non sono uguale a un uomo. Che la mia morte, in fondo era colpa mia. Mentre se a morire fossero stati due ragazzi le persone starebbero parlando del dolore per quelle morti e chiederebbero la pena maggiore possibile per i loro assassini.

Lottiamo insieme, e vi prometto che un giorno non ci saranno abbastanza sacchi per metterci tutte a tacere.

Polemiche che conosciamo bene, perché nel nostro civilissimo mondo quando una donna viene rapita, aggredita, massacrata, violentata, è sempre colpa sua. Così è successo per Pippa Bacca nel 2008 in Turchia, per la giornalista Giulia Innocenzi che dopo un viaggio in Iran ha scritto di essere stata importunata pesantemente. E quindi? ha risposto l’opinione pubblica sui social. Che ci facevano in quei Paesi? Perché non sono rimaste a casa? Perché non si sono fatte accompagnare da un uomo? Essere importunate è il minimo, e forse essere stuprate è da tenere in conto, quando si viaggia da sole, ma anche in discoteca, di ritorno dal lavoro, o in qualsiasi altra situazione. La donna deve frenarsi, nascondersi, vivere nella paura. Perché l’uomo ha certi istinti, si sa, e non può mica frenarsi lui! La maggior parte degli italiani risponde così sui social a ogni notizia di questo genere, e sono gli stessi italiani che criticano la barbarie dell’Isis e la sottomissione della donna nel mondo arabo.

Non potremo mai parlare di parità di genere finché non avremo abbattuto questa mentalità, finché ogni donna non potrà dire #ViajoSola.

Laura Forte: gioielli primitivi nati da un’emozione

Laura Forte è una giovane jewerly designer che matura la sua predisposizione artistica in età adolescenziale.

La sua arte è primitiva, emozionante. Nasce da un viaggio interiore, dal silenzio ma anche dal caos della vita quotidiana.

 

 

Laura, parlaci della tua passione per il gioiello: quando ha avuto inizio?

È una passione che mi accompagna fin dall’adolescenza e che, come ogni cosa che ci appartiene, è maturata nel tempo e si è ampliata. Quello che da sempre mi affascina è la possibilità di trasformare pensieri e visioni in immagini, oggetti che trasudano anima. In questo senso l’oreficeria fonde in sé arte ed immaginazione, motivo per cui è divenuta la traduzione della mia natura, della mia interiorità.

 

Come definiresti le tue creazioni?

Come dicevo, la possibilità di dare forma alla mia natura, alla mia interiorità ha fatto dell’oreficeria una calamita.   Le mie creazioni raccontano di me, delle emozioni che vivo, del modo in cui percepisco ciò che mi circonda. Sono la mia prospettiva, il mio sguardo sul mondo.

Anello "Origin" vincitore del premio Jevelevent-Terra

Anello “Origin” vincitore del premio JEVELEVENT-TERRA

 

 

Chi potresti definire tuo mentore?

Tutti e nessuno. Sono spesso ispirata dal mondo, dalla vita, dalla natura, ma anche dal nulla, dal vuoto, dalla noia evidentemente. Dal gioco della vita che sempre, allo stesso modo, interferisce con i miei pensieri, con le mie emozioni. Fondere l’arte per creare nuovi concetti espressivi, questo è il mio gioiello.

 

Da cosa ti lasci ispirare?

Sono un’ attenta osservatrice di ciò che mi circonda e di chi mi circonda. Delle assenze percepite negli sguardi, degli scorci, dei colori, dei suoni, del bianco e nero. Traggo idee dalle mie passioni come la fotografia  innanzitutto, ma anche la letteratura, la poesia, la musica.

Irregular Geometries. Orecchini in oro e argento e smalti

Irregular Geometries. Orecchini in oro e argento e smalti

 

 

Di recente ti sei classificata prima al concorso JEVELEVENT-TERRA con il gioiello “Origin”: ci spieghi da cosa hai tratto ispirazione e quale messaggio vuole inviare la tua opera?

Origin” rappresenta per me il punto di inizio, la rinascita. Nella sua nuda essenzialità racchiude una travolgente ed inaspettata forza vivificante. Una terra arida, all’apparenza sterile, eppure gravida, capace di dare vita alla vita.

 

Cosa stai progettando, attualmente?

È certamente un magma in continua evoluzione, fa parte dello stupore e dell’osservazione. Attualmente sto lavorando allo studio di forme e colori in relazione al mondo della moda.

 

 

Per conoscere l’intera collezione www.lauraforte.it

 

Photo courtesy Laura Forte

 

Cosa succederà in caso di Brexit?

Le prime cose che vengono in mente pensato a Brexit sono: la morte di Londra come centro finanziario europeo; una guerra delle tariffe con le principali nazioni europee e il collasso degli accordi transatlantici con gli USA. Problemi, insomma, sia nel Regno Unito che in Europa.


Il primo effetto che i cittadini proveranno sulla loro pelle sarà la difficoltà di movimento. Sarà più difficile muoversi. Il secondo effetto sarà l’aumento dei prezzi dei beni importati dal Regno Unito e viceversa. Terzo effetto sarà il crollo della Sterlina. Basta solamente paventare l’uscita del Regno Unito dalla UE e la Sterlina crolla. Come se non bastasse l’appetibilità della Premier League scenderebbe in modo sensibile considerando che per molti giocatori esteri diventerebbe più difficile andare a giocare in Gran Bretagna.


Per i sostenitori del referendum invece una uscita del Regno Unito dall’Europa significherebbe che i migranti smetterebbero di abusare del welfare britannico, so stato sarebbe più libero di negoziare accordi commerciali favorevoli con stati come l’India, la Cina o gli USA.
Questi lati positivi sono risibile se confrontati alle negatività che uscirebbero da una Brexit.
Gli USA, ad esempio, hanno già dichiarato che il TTIP (Transatlantic Trade and Investment Partnership) non sarà più negoziato in caso di Brexit. Gli USA dovrebbero discutere una nuova posizione commerciale nei confronti dell’UE e l’UK rimarrebbe ai margini.
Il tutto unito al clima di incertezza che si verrebbe a creare dato che nessuno stato ha mai lasciato l’UE.


Le ripercussioni negative ci saranno per entrambe le parti dato che il 16% delle esportazioni europee finiscono in UK ma circa il 45% delle esportazioni britanniche finiscono in UE.
Se lo UK se ne andasse l’UE perderebbe la sua seconda potenza economica dopo la Germania.
I tedeschi, però, hanno già minacciato una guerra commerciale con tanto di dazi alle merci del REgno Unito che arriveranno in Germania. Renzi ha dichiarato in tono minaccioso che spera che “il Regno Unito rimanda nella UE ma se lascia le conseguenze saranno peggiori per i cittadini britannici rispetto a quelli europei.


I sostenitori di Brexit controbattono che il Regno Unito, nonostante spedisca a Bruxelles 350 milioni di sterline ogni settimana non ha abbastanza influenza e che non cambierà nulla dal punto di vista economico.
Il referendum, insomma, è scappato di mano a Cameron, il quale lo aveva cavalcato in campagna elettorale e ora si trova a dover fare i conti con le richieste di parte del suo elettorato.
Il premier britannico sta tentando di tamponare la situazione cercando di vendere come un grande successo il suo negoziato a Bruxelles dove ha ottenuto ben poco e sta tentando di convincere i suoi elettori a rimanere in Europa.
Se ci riuscisse sarebbe un bene per tutti, questo è certo.

Rihanna designer per Manolo Blahnik

Rihanna e Manolo Blahnik insieme per siglare un’importante collaborazione.

La popstar più discussa degli ultimi tempi ha infatti realizzato una capsule collection di soli sei modelli esclusivamente in jeans, apportando una ventata di esuberanza al raffinato brand fondato dallo stilista spagnolo.

 

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La sexy cantante barbadiana, resa celebre dalla hit Umbrella e da una vita amorosa piuttosto movimentata (nel 2009 denuncia il fidanzato Chris Brown per maltrattamento  e violenza; accusa ritirata successivamente da RiRi per evitare ulteriori scandali n.d.r.), negli ultimi tempi è stata assorbita completamente dalla moda diventando volto per la maison francese Dior (è stata la protagonista del quarto episodio del cortometraggio Secret Garden diretto da Steven Klein n.d.r.) e prestando la sua creatività per il brand sportivo Puma, realizzando la collezione autunno/inverno 16-17 presentata a New York durante l’appena trascorsa settimana della moda.

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A quante pare, il mondo della moda attrae terribilmente Rihanna visto la collaborazione con il genio della calzatura.

Tacchi vertiginosi e cristalli, per una femminilità giovane ed esplosiva. Il progetto creativo della star vede cuissard seducenti con cinturino e dettaglio gioiello, stringate, sandali e decolleté.

La collezione, attesa nei negozi per il 5 maggio, sarà venduta negli store Manolo Blahnik di New York, Hong Kong e Londra.

 

 

Photo credits Vanity Fair

I diritti delle donne: il punto della situazione sull’uguaglianza di genere

L’8 marzo si è celebrata la cosiddetta festa delle donne (in realtà Giornata Internazionale della Donna) e in Italia, come nel resto del mondo, si sono moltiplicate iniziative, celebrazioni, dibattiti sull’uguaglianza di genere. A che punto si trova il nostro Paese? Lo rivelano le numerose ricerche di enti specializzati.

 

In Italia le donne si laureano più e prima degli uomini, e ottengono voti più alti. Nonostante ciò, però, fanno più fatica  a trovare un’occupazione commisurata al proprio titolo di studio e alle proprie capacità. Lo racconta Valore D, partner dell’azienda di telefonia Vodafone, durante l’evento HeForShe. Un passo avanti. La parità di genere riguarda tutti. Anche gli uomini. Ad un anno dalla laurea, il 68% delle donne trova lavoro contro il 77% dei neolaureati uomini, e una volta ottenuta un’occupazione, lo stipendio è inferiore di circa 200€ rispetto a quello dei colleghi maschi. Il dossier Trova l’intrusa del blog Openpolis, invece, indaga la presenza femminile nelle istituzioni: numericamente in crescita, ma ancora poche nei posti di rilievo. Numeri, comunque, non troppo lontani dalla media europea. Su 145 Paesi, l’Italia si trova al 41° posto della classifica delle differenze di genere (Global Gender Index). Le donne che occupano posizioni manageriali nelle aziende italiane sono il 29%. Secondo il rapporto del Centro Studi Internazionali IBR, un dato in leggera crescita rispetto all’anno scorso e quindi indice che qualcosa si sta muovendo. Ma non è abbastanza. «Senza un aumento del lavoro femminile, – ha dichiarato il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella durante la celebrazione della festa della donna al Quirinale – il paese non avrà la crescita che tutti speriamo e non potremo parlare davvero di uscita dalla crisi. Non è vero che il lavoro allontana la donna dalla maternità. E’ vero il contrario: proprio l’aumento del lavoro femminile può diventare un fattore favorevole alle nascite. Le politiche per la famiglia, comprese quelle di conciliazione dei tempi di sua cura con quelli di lavoro, sono un contributo essenziale allo sviluppo equilibrato e sostenibile del paese».

 

Mentre l’Italia riflette sulla questione delle differenze di genere, ieri si è celebrato il 70° anniversario dell’estensione del diritto di voto alle donne. Il 10 marzo 1946, infatti, le donne italiane votarono per la prima volta durante le elezioni amministrative di circa 400 comuni. «Sentivo di contare – racconta all’Ansa la signora Maria Giulia Tonini, che quel giorno si recò per la prima volta alle urne – il mio voto valeva come quello di un uomo, come quello di Benedetto Croce, che all’epoca per me rappresentava la massima espressione dell’autorevolezza maschile». Un passo fondamentale nella battaglia per i diritti delle donne, giunto nell’Italia post-fascista con diversi anni di ritardo rispetto agli altri Paesi occidentali. In Inghilterra, per esempio, il diritto di voto alle donne è arrivato nel 1928 dopo un decennio e più di battaglie. Lo racconta il film Suffragette, proprio in questi giorni nelle sale. Diretto dalla regista inglese Sarah Gavron, e con un cast che vanta Helena Bonham Carter, Carey Mulligan e Meryl Streep, parte dalle vicende del 1912-1918 e giunge all’estensione del diritto di voto alle donne britanniche. La critica è divisa sulla qualità del film, definito da alcuni “troppo semplicistico” in merito alle battaglie dell’epoca, ma sicuramente da vedere per comprendere le motivazioni e le lotte che oggi ci permettono anche solo di parlare di uguaglianza di genere.

Sfila a Parigi il decostruttivismo di Moon Young Hee

Sfila nell’ultima giornata della Paris Fashion Week la collezione prêt-à-porter Autunno/Inverno 2016-2017 di Moon Young Hee. Decostruzioni, sovrapposizioni e grande personalità nel défilé della designer coreana.

Un’impronta fortemente personale caratterizza da sempre lo stile di Moon Young Hee: ardite decostruzioni, sapienti giochi asimmetrici, proporzioni oversize e tocchi di maestria nel volume dei capi, conferito dal taglio.

Si conosce poco della vita di Moon Young Hee: schiva e riservata, la designer coreana fin da bambina mostrava un’innata predisposizione per la moda. Mentre le sue coetanee giocavano con le bambole, lei si dilettava già con ago e filo. Lo stile lo aveva evidentemente scritto nel DNA, ça va sans dire. Dopo il lancio del brand che porta il suo nome, nel 1992, seguì il trasferimento a Parigi nel 1996. La sua ricerca stilistica si è via via perfezionata, fino a costituire un unicum nel panorama della moda parigina, considerato il design originale e il decostruttivismo dei volumi. Ma il successo non sembra avere cambiato la stilista, che lo affronta dall’alto di un ammirevole low profile.

Stakanovista, una laurea in letteratura francese, perché ai tempi della sua formazione non era ancora stato istituto nel suo Paese un corso di costume designing, Moon Young Hee si butta a capofitto nello studio della moda francese del Ventesimo secolo, che affronta da autodidatta, consultando i volumi della biblioteca situata nei pressi del suo atelier. Dalla sua immensa cultura nasce la capacità di coniugare il suo stile personalissimo e fortemente influenzato dal suo Paese d’origine, con le suggestioni del design di matrice squisitamente europea. La sua moda è vissuta come una forma d’arte, e ciò risulta evidente anche sulla passerella della collezione che ha appena sfilato in chiusura della settimana della moda parigina.

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Il design avanguardistico non teme dettagli femminili, come i fiocchi, che impreziosiscono capi dai volumi over e dalle suggestioni Eighties. I toni neutrali della palette cromatica indugiano sul nero all over ma sono presenti anche righe e interessanti mix & match e pattern futuristi. I materiali usati privilegiano le linee fluide di una silhouette morbida, mentre qua e là tocchi di un velato romanticismo fanno timidamente capolino tra capispalla dal taglio sartoriale e volumi decostruiti.

(Foto Imaxtree)


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Una breve storia dei “successi” di Trump

Trump è riuscito in una impresa che riesce a pochi businessman, è riuscito a diventare ricco promettendo alla gente di farla diventare ricca.
Durante la sua decennale carriera ha lanciato moltissimi imprese che hanno seguito questo modello e la sua campagna presidenziale è solo l’ultimo esempio. Peccato che la maggior parte di queste imprese falliscano nel giro di qualche mese. I risultati di queste imprese sono diventati una delle principali debolezze di Trump, quella che i suoi avversari preferiscono attaccare, sapendo di fare male.


Gli attacchi sulle sue imprese truffaldine fanno arrabbiare particolarmente Trump perché un attacco alla sua figura di businessman di successo è un attacco al suo asset più importante e coltivato: la propria immagine.
Per questo motivo Trump durante il suo discorso vittorioso per gli ultimi stati conquistati( Hawaii, Mississipi e Michigan) non ha potuto esimersi dal contrattaccare.


Trump ha tenuto il suo discorso al Trump National Golf Club, simbolo della sua eccellenza e a fianco del suo podio ha messo un tavolo con dei prodotti marchiati Trump, simbolo del suo successo imprenditoriale; secondo lui.


Questa è stata la risposta a un discorso di Mitt Romney di qualche giorno prima.
Romney aveva speso circa venti minuti a parlare di come a Trump mancassero le doti per essere un capo di stato, fosse sprovvisto di un piano elettorale e sul piano internazionale le sue idee fossero o idiote o pericolose. Tutte queste critiche non hanno fatto arrabbiare Trump, è un’altra cosa che lo ha fatto alterare: “Voi dite, aspetta, aspetta, aspetta non è un imprenditore di grande successo? Non sa quello di cui sta parlando? No, non lo è e non lo sa”. “Cosa è successo alla Trump Airlines? Alla Trump University? Al Trump Magazine, alla Trump Vodka, alle bistecche Trump o alla Trump Mortgage? Non è un genio degli affari”.


Quel tavolo al comizio era dedicato a queste parole.
Trump ha iniziato parlando della compagnia che produce acqua imbottigliata: “Bene, c’è la compagnia dell’acqua! Vendiamo acqua e abbiamo acqua e ha molto successo – sapete, è una piccola compagnia privata e fornisco acqua a tutte i miei posti ed è buona ma molto buona”
La Trump Natural Spring Water secondo il sito di Trump è “una delle più pure acque di fonte naturale nel mondo” ed è “orgogliosamente servita in tutti i ristoranti di Trump, hotel e golf club nel mondo”.
Peccato che come Zeke Miller del Time ha sottolineato l’etichetta sulla bottiglia dica che sia imbottigliata da Village Spring Water, di Willington in Connecticut. Non una compagnia di Trump.


Le bistecche di Trump: “Dove sono le bistecche? Abbiamo le bistecche? Abbiamo le bistecche Trump. Ha detto la compagnia! Abbiamo le bistecche di Trump! Comunque, se ne volete prendere una, vi faremo pagare cosa? Circa 50 dollari alla bistecca”.


Le bistecche di Trump sono andate sul mercato nel 2007, Trump si era occupato personalmente della pubblicità, le migliori bistecche del mondo in tutti i sensi secondo lui, le migliori che si potessero avere.
Questo non era il parere dei clienti di QVC, il canale di televendite che vendeva le bistecche, secondo cui erano grasse e senza sapore. Per questo la compagnia è stata messa in liquidazione nel 2014. Le bistecche che Trump ha portato sul palco, difatti, erano di una macelleria che fornisce carne a molte delle proprietà di Trump e lo staff di Trump non ha nemmeno tolto l’etichetta. Per inciso la compagnia che vende le bistecche si chiama Bush Brothers (!).


Sul Trump Magazine l’uomo d’affari ha continuato: “Ha detto che il Trump Magazine è finito? Io dico, lo è? Credo di averne letto uno due giorni fa” e tenendone uno in mano “Questo esce e si chiama The Jewel of Palm Beach, c’è in tutti i miei club. Ce l’ho da molti anni ed è un grande magazine. Qualcuno ne vuole uno?”
The Jewel of Palm Beach è una pubblicazione annuale della Palm Beach Media Group, una compagnia non di Trump, ed è la rivista di un singolo hotel, il Mar-e-Lago Club di Trump.
Il vero Trump Magazine a cui si riferiva Romney era un trimestrale lanciato nel 1998 sul lusso che chiuse nel 2009.


La compagnia aerea era il risultato di una acquisizione di 22 aerei dalla Easter Airlines per 365 milioni di dollari nel 1988, poi sistemati in stile Trump (le hostess portavano delle perle false). La compagnia fallì nel 1991 e gli aerei messi in liquidazione finirono alla U.S. Air


Così come il sito GoTrump.com che prometteva di organizzare viaggi in stile Trump. La pubblicità era tutta in stile Trump e parlava di come essendo lui un grande negoziatore pure il suo sito avrebbe avuto i migliori prezzi sul mercato. Il sito chiuse dopo neanche un anno.


Ultimamente, però, la sua impresa più famosa è senza dubbio la Trump University.
La Trump University è stata fondata nel 2005 come una scuola online che vendeva corsi su CD-ROM a 300 dollari l’uno. L’idea era quella di capitalizzare il successo di The Apprentice. L’impresa andò male da subito per questo Trump decise di sposare il core business su seminari a pagamento che si occupavano di compravendita immobiliare. Nel 2010 la società fu costretta a cambiare nome in Trump Entrepreneur Initiative e poi chiuse definitivamente.
Questa iniziativa è soggetta a tre grandissime cause.


La epica storia del grande imprenditore sembra, quindi, essere senza fondamenti, un po’ come le sue idee politiche. Intanto i sondaggi sono sempre più positivi.

La regina delle nevi di Moncler Gamme Rouge

La collezione Autunno/Inverno 2016-2017 di Moncler Gamme Rouge sfila su uno scenario innevato. Giambattista Valli, alla direzione creativa del brand, porta in passerella alla Paris Fashion Week la magia di paesaggi imbiancati immersi in un silenzio ovattato, per una sfilata ad alta quota dal mood quasi fatato.

Fiocchi di neve cadono sul Grand Palais, per effetti scenografici altamente suggestivi. Parigi si prende una pausa dal lusso degli Champs-Élysées per immergersi in un’atmosfera tirolese, tra cime innevate e campanili di paese.

È una moderna Heidi a calcare il catwalk, in mise che ricordano i costumi tipici tirolesi e che non disdegnano silhouette provocanti, come le minigonne a ruota e i calzoncini in vello di capra. Le modelle svettano su sabot dalle zeppe altissime incespicando sui sentieri ghiacciati della passerella: trattasi di una versione moderna dei tradizionali zoccoli di legno, con platform in vernice. Lana bouclé per calzamaglie e shorts da indossare con bretelle, mentre torna la salopette, da indossare sotto bolero corti, per una montanara glamour. Pull bianco neve si alternano al pizzo macramè di mini abiti e playsuit, fino ai cappotti ricamati e ai maglioni a trecce decorati con stelle alpine e genziane effetto 3D: il Tirolo costituisce ispirazione prediletta per la collezione disegnata da Giambattista Valli. Profumano di Norvegia i pull bianchi e rossi e i motivi edelweiss su jacquard, dal mood sporty-chic.

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La donna Moncler Gamme Rouge per la prossima stagione invernale privilegia capispalla ricoperti di cristalli Swarowski dalle suggestioni couture, profilati di morbida pelliccia. A metà tra una regina delle nevi e una Heidi post-moderna, innocente e maliziosa, porta i capelli raccolti in trecce dall’aria infantile e berretti su cui fanno capolino ironici pon pon.

(Foto tratte da Madame Figaro)


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Sfila a Parigi YDE, tra suggestioni orientali e decadenti

Miu Miu: tra miseria e nobiltà, si chiude la stagione delle sfilate

Miseria e nobiltà è la dicotomia su cui si regge il delicato equilibrio della collezione autunno inverno 2016-17 di Miu Miu. Il marchio più giovane della signora Prada chiude la fashion week di Parigi, e con essa tutta la stagione delle sfilate, mostrando ancora una volta il volto da borghese ribelle di Miuccia. C’è di tutto in questa sfilata che ripercorre le età della moda e della donna, condite con un pizzico di ironia. C’è il giubbino di jeans (che sarebbe proprio il caso di tirare fuori dall’armadio!) decorato con patch sportive e n po’ boysh. C’è il colletto ampio e ricamato, di pizzo o di lana. Ci sono le cinture a vita alta che chiudono cardigan e cappotti. Le ragazze Miu Miu giocano a vestirsi da scolarette o da signore, da ragazzacce o da figlie dei fiori, e in ogni caso si divertono da morire.

 

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Gli abiti ampi in taffetà anni ’80 testimoniano che la disco non è morta, ha solo imparato a fraternizzare con stili ed epoche molto diversi. Così si mischia a completi sartoriali di ispirazione militare, cappotti anni ’50 e twin-set da signora perbene. Ma il vero fulcro della sfilata autunno inverno 2016-17 sono i tessuti tappezzeria: gonne lunghe, cappotti, giacche, borse in diverse nuance della stessa fantasia, danno vita a un nuovo concetto di mix and match. Se i capi derivano dall’armadio della mamma, gli accessori e le borse Miu Miu sono sicuramente l’eredità di qualche eccentrica zia. Splendide le cinture broccate, le ciabattine ricoperte di pelliccia turchese e pietre colorate, le decolleté con tacco gioiello. Ma saranno soprattutto le doctor bag di velluto, con manico a fiocco e fibbie preziose, a conquistare i cuori di tutte le ragazze innamorate del vintage.

 

Foto da Vogue.com

Che cosa sono i malware?

Nella sicurezza informatica il termine malware indica un qualsiasi software creato allo scopo di causare danni a un computer, ai dati degli utenti del computer, o a un sistema informatico su cui viene eseguito. Il termine deriva dalla contrazione delle parole inglesi malicious e software e ha dunque il significato di “programma malvagio”; in italiano è detto anche codice maligno.
Abbiamo analizzato alcune delle informazioni che Google ha reso disponibili nella sezione navigazione sicura del suo rapporto sulla trasparenza.
La tecnologia navigazione sicura di Google esamina miliardi di URL al giorno alla ricerca di siti web non sicuri molti dei quali sono siti web legittimi che tuttavia sono stati compromessi, ovvero “iniettati” di codice ed usati per diffonderlo.
I siti definiti da Google “non sicuri” rientrano in due categorie che costituiscono entrambe una minaccia per la privacy e la sicurezza degli utenti:


• I siti di malware – contengono codice per l’installazione di software dannoso sui computer degli utenti. Gli hacker possono utilizzare questo software per acquisire e trasmettere informazioni private o riservate degli utenti.


• I siti di phishing – sono apparentemente legittimi ma tentano invece di indurre con l’inganno gli utenti a digitare nome utente e password o a condividere altre informazioni private. Alcuni esempi comuni sono le pagine web che assumono l’identità di siti web di banche o negozi online regolari.


Quasi mezzo milione di siti di malware
Il numero dei siti contenente malware continua a crescere, raggiungendo un nuovo picco di 489.801 nel mese di ottobre del 2015. Una crescita del 160% rispetto allo stesso periodo del 2014.
Un sito web che è stato infettato da malware in grado di installare software dannoso sul computer se lo si visita. Gli aggressori utilizzano spesso il software per rubare informazioni sensibili, come i dati della carta di credito e numeri di previdenza sociale, e le password per accedere a social network e posta elettronica.
In particolare le mail sono importanti perchè spesso – senza rendercene conto – contengono le “recovery”, ovvero il sistema che usiamo quando cambiamo password per molti siti, tra cui conti bancari e paypal.


Secondo Google attualmente sono 293,747 i siti di phishing su Internet, rispetto ai 113.132 di luglio dello scorso anno.In questo caso siamo la crescita è del 150% in soli sette mesi.
Un sito di phishing tenta di ingannare l’utente, far credere di essere legittimo, simula la pagina di accesso di una banca, di un sito di ecommerce etc. Attraverso queste schermate, e mail in cui si afferma che l’account è compromesso, o si invita a cambiare password, l’utente fornisce i propri dati, consentendo spesso frodi informatiche diffuse.


Esistono molti sistemi di rilevamento che segnalano quando un sito è stato attaccato, e se contiene malware. Molti di questi tool e widget peraltro sono gratuiti. Sviluppati da e per piattaforme come WordPress e Magento, le più diffuse per siti amatoriali, blog, piccoli siti di ecommerce, e normalmente anche quelli più attaccati perchè spesso sviluppati a livello poco più che amatoriale, e altrettanto spesso allocati su hosting molto economici, senza badare all’acquisto di pacchetti di sicurezza.
Un dato molto interessante è il tempo di risposta estremamente lenta da parte del gestore/amministratore del sito alla notifica che il suo sito è compromesso. Si arriva anche a tre mesi. Questo periodo non è generalmente dovuto ad apatia, o a scarso interesse, ma da un lungo intervallo di tempo tra quando viene compromesso un sito e il suo rilevamento.


Ma è anche dovuto al fatto che molti pagano siti pensando che poi “facciano tutto da soli” e che un sito sia di per sé sicuro. Molti non considerano la sicurezza una priorità ma un onere. Molto infine dipende dal fatto che spesso i siti vengono creati in modo amatoriale e che i loro creatori – improvvisati deesigner che personalizzano i design di wordpress – non sanno che fare, come risolvere il problema, e non sono disposti a spendere 100 dollari per un software che risolva il problema.


Non a caso il malware – come i virus – è tanto diffuso anche perchè è un business per molte aziende che “curano” il problema, ma anche per i servizi di hosting per vendere pacchetti più costosi, implementazioni, azioni di manutenzione, specie se i siti cominciano ad avere un certo numero di visite.
Tutti questi, e non solo questi, sono i problemi della nuova era del web.
Quando hanno venduto al mondo la necessità di avere tutti un sito, e che questa fosse un’azione facile e gratuita alla portata di tutti. Oggi questo patrimonio di siti web sparsi per il mondo “va messo a reddito” e spesso la diffusione di malware è un modo per vendere servizi aggiuntivi.
La riflessione ovviamente è aperta, e credo che i dati riportati possano offrire ulteriori spunti di riflessione.


Sfila a Parigi YDE, tra suggestioni orientali e decadenti

La Shanghai degli anni Venti e Trenta è l’ispirazione primaria su cui si snoda la collezione Autunno/Inverno 2016-2017 di Ole Yde, che ha sfilato nell’ultima giornata della Paris Fashion Week. Il Palais de Tokyo ospita una sfilata che profuma d’Oriente, dal suggestivo titolo “Perla”: è proprio dai gioielli indossati dalle donne orientali che si parte, in una accurata ricerca stilistica che dal passato ci conduce fino ai nostri giorni.

Considerata simbolo della creazione divina, associata al mito della nascita di Venere, la perla ispira al designer danese una collezione ricca di suggestioni decadenti. Sofisticata ed enigmatica, la donna che calca la passerella è emblema dello stile della Shanghai a cavallo tra gli anni Venti e Trenta, denominata non a caso la “Parigi d’Oriente”.

Tra sete preziose e opulenza declinata in chiave esotica sfila una donna iperfemminile, che non teme di ostentare un’eleganza che profuma di arrendevolezza, seduzione e charme. Affascinante e decadente, la collezione omaggia la donna orientale: tra colli alla coreana declinati in chiave couture, fiocchi e fur coat, la donna YDE non lesina in dettagli luxury e sex appeal.

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Candido rosa per capi in seta dalle suggestioni boudoir; i capispalla sono profilati da bordi di morbida pelliccia, mentre la palette cromatica vede fare capolino, tra bianco e nero, tocchi d’argento, fino ad un’esplosione di oro, per abiti da diva. Opulenza nei materiali usati, di grande pregio, come la lana della Mongolia, tweed, tanta seta, organza e chiffon. La sfilata YDE ci tramanda i segreti di una femminilità antica, oggi da riscoprire.

(Tutte le foto sono tratte da Madame Figaro)


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Iris van Herpen: teatralità a profusione in bolle di sapone

Poeticamente teatrale. A tratti, architettonica. Surreale e profondamente couture: Iris van Herpen incanta Parigi proponendo una collezione autunno/ inverno 16-17 superlativa come solo la maison sa proporre.

Bolle di sapone emergono da drappi sapientemente modellati. La bellezza del 3D s’inerpica ed esplora ogni qualsiasi confine di magnificenza artigianale della stilista olandese. Splendore.

La collezione  prêt-à-porter presentata a Parigi, è l’incontro materializzato tra il sogno della designer e la realtà magica che si annida ogni giorno nella sua vita.

Colori iridescenti su abiti dalle volumetrie forzatamente contenute: le opere d’arte create da van Herpen sono  affascinanti e perdutamente ammalianti. Stupore.

Abiti sospesi in aria. Singolari. La maestria di mille bolle create meticolosamente con il supporto della tecnologia.

Iris Van Herpen ha un’idea del tutto particolare della moda, per lei, mezzo d’espressione incondizionato per raccontare stralci di storia, di estetica e di futuro su abiti immateriali che prendono vigore dalla luce.

Artigianalità e innovazione interagiscono tra loro per creare drappi in seta affascinanti e stampe e spirali in 3D.

Con Iris van Herpen, l’arte esplode nella moda superando ogni limite di aspettative.

 

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Per le immagini fonte Madame Figaro

 

 

San Andrés alla Milano Moda Donna 2016- l’importanza delle proprie radici

Nel film “La Grande Bellezza“, la Santa, missionaria del terzo mondo diceva: “Le radici sono importanti“; su questo principio si presenta alla settimana della moda milanese, la collezione autunno/inverno 16/17 di San Andrès.

Un tuffo nei colori della comunità “Mazahua”, ricca di fauna e di artigiani che lavorano lana e legno. Grande attenzione all’artigianalità per il cappotto realizzato in lane e mohair ricamati a mano con cristalli Swarovski.

Andrès Caballero – designer del brand – omaggia in questo modo la sua terra, la tradizione e la forza di un popolo che, con i colori, combatte la difficoltà di numerose battaglie, come la Difesa dei Diritti Umani e delle Risorse Naturali.

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In passerella, una scenografia variopinta di rosa fucsia, blu elettrici, verdi smeraldo e rossi fuoco – colori decisi e vibranti, che disegnano abiti con ruches femminili, dress in cady e georgette stampate, sexy silhouette impreziosite dai dettagli: dalle calze in pizzo ai colli in volpe e visone, dalle cinture che esaltano il punto vita agli orecchini in Swarovski per un perfetto outfit Etno-chic.

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Una collezione autunno/inverno 2016/17 che esalta la bellezza di un popolo ben radicato nella propria cultura – San Andrés continua con il fil rouge di chi, oltre al gusto, ci mette cuore.

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Carven: equilibrio estetico a Parigi

Pantaloni in vinile, bomber per ripararsi dal gelido freddo invernale e maglioncini in lana da petite fille.

Ecco che il marchio Carven, oggi capeggiato dal duo di stilisti Adrien Caillaudaud e Alexis Martial insediati dopo l’abbandono del couturier Guillaume Henry, presenta una collezione autunno/inverno 16-17  impostata, garbata, vicina al mood anni novanta.

Punto di partenza del défilé è il montgomery con profili in vello di pecora che troviamo, peraltro, anche sui profili degli abiti e dei cappotti.

La donna Carven, è ben lontana dal presentarsi al pubblico con orpelli ed eccessi, aspira ad attirare l’attenzione su di sé, attraverso capi portabili e freschi.

Predomina la tonalità mauve che ritroviamo anche su una scialle lavorato ai ferri e con frange finali.

Abbondanza di pelle utilizzata per confezionare gonne dalla linea midi e pantaloni affusolati.

Leggerezza idealizzata con l’abito chemisier velato che lascia scorgere un secondo vestito stampato per una sovrapposizione studiata e riuscita.

Il glamour in maison Carven si veste di effetti sparkling con cristalli ton sur ton che splendono su abiti cocktail con stampa astratta, su top e sui taschini delle camicie.

In attesa di un nuovo direttore creativo, Adrien Caillaudaud e Alexis Martial, hanno creato una collezione molto vicina all’immagine del marchio, scongiurando qualsiasi rimpianto per l’addio di  Guillaume Henry.

 

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Per le immagini fonte Madame Figaro

Louis Vuitton: una motociclista impavida scorrazza a Parigi

Come soldati e con una forza mascolina, le donne Louis Vuitton idealizzate da Nicolas Ghesquière, direttore creativo della maison, incedono sicure all’interno di una scenografia futuristica con canne di bambù che si ergono come grattacieli metropolitani.

La collezione autunno/inverno 16-17 si rivela come un incontro effimero dei canoni estetici della maison con un sapore del tutto contemporaneo.

La motociclista disegnata da Ghesquière, indossa biker boots e fuseaux in vernice o semplicemente una tuta intera trompe-l’œil che fascia un corpo perfetto.

Una straordinaria rivisitazione del trench, eleva la collezioni ai massimi livelli di creatività: destrutturato, geometrico nelle linee, assemblato con tessuti completamente diversi.

Le linee affusolate dei capi, acutizzano un défilé urbano, contemporaneo. Non c’è posto per la femminilità nell’universo Louis Vuitton o, quantomeno, non per la stagione fredda che verrà.

Gli abiti cercano di farsi spazio in una collezione prettamente maschile, ma sono anch’essi vigorosi, di grande impatto visivo, “cuciti” su una donna coraggiosa, che ama vestire urban-chic.

Giacca a clessidra in vernice con chiusura obliqua e revers ampie, mettono in evidenza le capacità stilistiche sviluppate dal couturier Nicolas Ghesquière.

Non potevano mancare le inossidabili biker jacket,  abbinate magistralmente a trousers con cavallo basso per accrescere l’elemento creativo dello stilista che intende mostrare al mondo una donna impavida.

 

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Per le immagini fonte Madame Figaro

 

A Parigi sfilano le scolarette manga di Kenzo

Se Parigi ha inventato il concetto di chic, è a New York che nasce la coolness: due elementi che Carol Lim e Humberto Leon, direttori creativi di Kenzo, hanno saputo mettere insieme con successo. Abbandonando i vecchi capannoni dismessi e le atmosfere urban, la griffe ha scelto la più classica sala da concerti Salle Wagram per sfilare il penultimo giorno della settimana della moda di Parigi. Anche la collezione autunno inverno 2016-17 si discosta dallo stile sporty per tuffarsi nell’universo giapponese dei manga. «Il personaggio di Sailor Moon – hanno dichiarato Lim e Leonla sua consapevolezza e il suo approccio molto femminile alla moda, ci ha portato a pensare a una silhouette con il taglio Impero costruita molto spesso con dei dettagli e dei capi di lingerie e di abbigliamento intimo».

 

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Sulla passerella di Kenzo sfilano studentesse in uniforme in versione pop. Gli abiti in vinile si indossano su camicie vittoriane, le stampe animalier metallizzate si abbinano a grafismi futuristici, le spalline sporgenti e le voluminose ruches ricoprono abiti e bluse. Il focus è sui cappotti, le cui cinture sotto il seno sottolineano il taglio impero. L’effetto manga è aumentato dal make up, dalle pettinature cotonate e a codini e dagli orecchini lunghi e attorcigliati come stelle filanti. Infine le decolleté tigrate a tinte forti e le micro-bag con maxi-tracolla in toni acidi sono destinate ad essere i prossimi oggetti di culto. Kenzo si inserisce nel filone cartoon per portare una ventata di ironia alla settimana della moda parigina. Potere del cristallo di luna!

 

 

Foto da Vogue.com

 

 

Gli USA hanno preso di mira le armi chimiche di Daesh

Gli USA hanno in custodia un uomo iracheno che è sospettato di essere un miliziano di Daesh di medio livello che è a conoscenza del programma di sviluppo di armi chimiche e le cui conoscenze hanno permesso agli americani di distruggere almeno due strutture dove si producevano armi chimiche.
L’uomo è in custodia da circa un mese e in questo periodo ha dato agli USA moltissime informazioni sulle capacità e sulle aspirazioni riguardanti le armi chimiche di Daesh.


Grazie a queste informazioni la coalizione ha condotto almeno due bombardamenti mirati a distruggere due strutture collegate al programma per le armi chimiche d Daesh. Gli attacchi hanno avuto come obiettivo una struttura di produzione vicino a Mosul e una “unità tattica” anch’essa vicino a Mosul.


Da quando la guerra è iniziata Daesh ha usato due tipi di armi chimiche: cloro e gas mostarda. Daesh ha probabilmente ottenuto il cloro quando era ancora al-Qaeda in Iraq mentre come sia venuto in possesso di gas mostarda rimane un mistero, è possibile che i miliziani del califfato lo abbiano prodotto.


Daesh è sospettata di aver lanciato almeno 20 attacchi chimici in Siria. Organizzazioni indipendenti non hanno mai confermato il numero ma hanno confermato alcuni attacchi. L’organizzazione per la proibizione delle armi chimiche ha concluso che Daesh ha usato gas mostarda in almeno tre circostanze. Un attacco ha avuto luogo a Marea, vicino ad Aleppo mentre altri due vicino a Erbil, la capitale del Curdistan Iracheno.


Il regime di Assad è, a sua volta, sospettato di usare cloro nei suoi attacchi contro le forze di opposizione.
I militari americani sono sempre più preoccupati che Daesh possa iniziare a lanciare attacchi simili sulle forze della coalizione americana. Potenzialmente potrebbe farlo anche in attacchi terroristici in Europa o America.


La Croce Rossa internazionale ha visitato l’uomo per monitorare le sue condizioni e le condizioni della sua detenzioni come sua abitudine e ha dichiarato che l’uomo e in buone condizioni. La Croce Rossa, in Iraq, ha condotto 241 visite a 37.000 detenuti in 87 luoghi di detenzione.
Questo fino a che i detenuti sono in mani americane, una volta che questi vengono passati al governo iracheno è meno chiaro cosa succeda.


Il detenuto è il secondo catturato dagli USA da quando sono iniziati i raid.
Il detenuto precedente era Umm Sayyaf, la moglie del coordinatore delle operazioni petrolifere di Daesh. La Sayyaf era stata catturata durante un raid delle forze speciali il cui obiettivo era il marito che però rimase ucciso durante l’operazione. La donna, mentre era in custodia, ha fornito ottima intelligence a quanto detto dagli americani.
L’intelligence era così buona che gli USA hanno iniziato un programma per la cattura di operativi di Daesh. Uomini delle forze speciali sono stati mandati in Iraq con l’obiettivo di catturare obiettivi di alto livello all’interno dello Stato Islamico, interrogarli e poi consegnarli al governo iracheno.

Il cigno nero di Valentino incanta Parigi

Soffici nuvole di tulle, strati di organza declinati in un candido rosa: in passerella da Valentino sfila un’etoile sofisticata ed eterea. Il gesso delle punte, la dolcezza di uno scaldacuore, la disciplina che nessuno saprà spiegarti se non l’hai provata, gli scaldamuscoli, l’innata eleganza di ogni gesto.

Il mondo della danza è l’ultima ispirazione di Maria Grazia Chiuri e Pier Paolo Piccioli. Grazia e portamento altero, sublime raffinatezza priva di artifici e costrizioni: in una passerella di parquet invecchiato sfila il cigno nero firmato Valentino, per un Autunno/Inverno 2016-2017 dal piglio romantico e bon ton ma intriso di contrasti.

La capacità di dare vita ad un linguaggio nuovo, attraverso il movimento, come Martha Graham, la sontuosità dei Ballets Russes e la nostalgia delle note di un piano in sottofondo, con Vanessa Wagner che accompagna le ragazze che si alternano sulla passerella, mentre risuonano le melodie di John Cage e Philip Glass: questo è il fil rouge della collezione della maison italiana per eccellenza, che ha sfilato nell’ambito della Paris Fashion Week.

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Eterea ma forte, la donna Valentino non sembra tuttavia voler indugiare nella stucchevole leziosità di tutù e crinoline, cigno nero che nasconde un’anima dark non priva di contraddizioni: ecco spuntare sotto ai tutù anfibi dal piglio aggressive, giacche biker decorate con strass, paillettes all over su abiti in pvc e cristalli, tra metallo ossidato che si mixa al satin e al velluto. Candore virginale nel rosa nude degli impalpabili abiti leggeri, il satin lucido rimanda a suggestioni imperiali e preziose, come le piume che adornano tutù velati, per una novella Anna Pavlova. La ciniglia giallo zafferano sembra testimoniare le infinite prove di questo ideale corpo di ballo, abituato a rigore e sacrifici.

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Pulizia delle linee, minimalismo chic e austerità nel turtle neck indossato sotto le sottovesti, suggestioni punk nello stile militare dei capispalla, come i parka verde militare che si alternano alle pellicce di volpi ambrate. Il duo di designer auspica una nuova frontiera della moda, in cui le sfilate siano occasione di dialogo e non solo frenesia ed esibizionismo, tra fenomeni imperversanti quali lo street style.

(Tutte le foto sono tratte da Madame Figaro)


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Mademoiselle Coco rivive sulla passerella di Chanel

Moschino mette in scena il surrealismo – in un mondo decadente di donne bruciate

Pare che dar voce alle fantasie più recondite sia il suo più grande divertimento – è così, con la riconoscibile pungente ironia, che Jeremy Scott mette in scena quello che senza dubbio si può definire lo spettacolo più atteso della Milan Fashion Week 2016 – la sfilata di Moschino!

Un po’ come faceva Lewis Carroll nei suoi libri – Jeremy Scott trasforma l’impossibile in possibile – in un’atmosfera decadente, con arredo pomposo fatto di drappeggi in velluto rosso bruciato, enormi cornici dorate rotte, un ambiente che ricorda il mondo fiabesco di La Bella e La Bestia.

Lo stesso mondo dove tutto è animato, dai candelabri ai lampadari, presenza ingombrante in passerella e applaudita a tappeto.

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un grande lampadario di cristalli Swarovski caduto dal soffitto si trasforma in abito da ballo



 

La donna Moschino veste una moda ribelle, di carattere, una donna che ricorda, negli abiti, una Miss Havisham in “Grandi Speranze” (interpretata dalla musa e moglie di Tim Burton, Helena Bonham Carter) – una sposa che prende fuoco accidentalmente.

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sx Moschino – dx Miss Havisham in Grandi Speranze 



Il chiodo di pelle, must have della collezione F/W 16/17 è reinterpretato in chiave pop rock, così anche gli abiti dove catene ricreano la struttura di uno scheletro – una donna surreale che indossa cappelli alla Schiaparelli e orecchini-sigaretta. Il surreale diventa il mondo in cui viviamo – ed è fatto di fuocofiamme e…donne!

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elementi surrealisti alla sfilata di Moschino



Guarda qui tutte le foto della sfilata Moschino F/W 2016/17: 

Isabella Rossellini testimonial (ancora una volta) per Lancôme

Bella, colta e affascinante. È un’ icona di eleganza stimata in tutto il mondo e a breve rivestirà il ruolo di musa di bellezza di Lancôme dopo trentaquattro anni dal primo contratto siglato con il marchio francese. L’attrice e modella romana Isabella Rossellini ritorna a prestare il volto per l’azienda cosmetica dicendosi onorata di questo gradito ritorno.

Françoise Lehmann, Direttore Generale Lancôme Internazionale, spiega così la scelta di proporre il ruolo di ambasciatrice di bellezza Lancôme a Rossellini: “Oltre ai valori di Lancôme, che lei rappresenta meravigliosamente e profondamente, Isabella incarna l’idea della bellezza come sinonimo di benessere. Lei ha, inoltre, un’attitudine molto positiva e serena verso il trascorrere degli anni come fase propedeutica alla realizzazione personale”.

 

Isabella Rossellini testimonial per il profumo Trésor di Lancôme (fonte cloudpix.co)

Isabella Rossellini testimonial per il profumo Trésor di Lancôme  nel 1990 (fonte cloudpix.co)

 

 

Protagonista di diverse pellicole di successo come “Velluto Blu” di David Lynch, “The Odyssey” (nella quale interpretava magistralmente il ruolo di Minerva) e “La solitudine dei numeri primi” di Saverio Costanzo, Isabella ha incarnato l’immagine di bellezza italiana esportandola nel mondo.

L’allure fresco e raffinato ereditato dalla madre Ingrid Bergman, le ha permesso, inoltre, di posare di fronte agli obiettivi di Steven Meisel, Richard Avedon, Peter Lindbergh, Annie Leibovitz, Herb Ritts e Robert Mapplethorpe stringendo, con essi,  importanti collaborazioni.

 

Isabella Rossellini per Lancôme (fonte fanpop.com)

Isabella Rossellini per Lancôme (fonte fanpop.com)

 

 

Nel tempo, il mondo della moda l’acclama e lei si lascia coinvolgere dal suo mondo. Negli anni ha concesso la sua immagine occupando le copertine di riviste di alto livello come Elle, Harper’s  Bazaar, Vanity Fair e Marie Claire.

A sessantatré anni, Isabella Rossellini celebrerà le donne attraverso la bellezza naturale che le appartiene, spingendo le clienti della maison di cosmesi Lancôme a non temere di mostrare con disinvoltura i segni dell’età.

 

 

 

I migliori backstage di Milano Moda Donna: Leitmotiv

La favola del duo di designer non smette di stupire trasportando lo spettatore in un nuovo universo onirico che prende spunto dall’immaginario fiabesco di Fedro


E’ il trionfo della realtà ovattata da cui trarre morali inaspettate a narrare la collezione Leitmotiv Autunno Inverno 2016 2017.





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Lumache incantate, fiori rigogliosi, cigni incoronati, funghi dispettosi e farfalle variopinte, illuminati da un cielo pieno di stelle, si posano sugli abiti in tulle e sulle proposte dal richiamo boho. Il tutto per sublimare l’immaginario fiabesco che prende spunto dall’universo letterario di Fedro e dal logo del marchio: il cervo.
La ludo-couture, così ribattezzata, si evolve dando spazio a nuove forbite ispirazioni.


Fashion editor: Alessia Caliendo
Video: Christian Michele Michelsanti
Photo: Giulia Bartolini


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Look of the day – lo stile vittoriano

Sulle passerelle, da due anni a questa parte, è tornato di moda lo stile vittoriano.

Pizzi, merletti, balze, fiocchi, ricami, intarsi – tutto il romanticismo eccentrico dell’arte vittoriana.

Dalla pittura alla fotografia, dalla letteratura alla moda, l’epoca vittoriana ha un’eco che arriva fino ai giorni nostri.

Dante Gabriel Rossetti, pittore e poeta britannico, fu tra i fondatori del movimento preraffaellita, dove le opere si mescolano in scene simboliste e romantiche, fatte di donne dalle lunghe e ondose chiome (come volevano le regole dell’epoca che proibiva alle fanciulle di tagliarsi i capelli e di scioglierli solo nell’intimità del letto coniugale).

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A sea spell – Dante Gabriel Rossetti -1877



Evelyn Nesbit fu la prima donna di fine 800 comparsa in una fotografia con i capelli sciolti e non coperti dal cappellino che si richiedeva all’epoca – usanza ancora in voga nella famiglia reale di Inghilterra durante le presentazioni ufficiali.

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Evelyn Nesbit



La fortunata letteratura e fotografia vittoriana di Lewis Carroll rivelò tutta la sua filosofia personale, centrata su un’ideale di bellezza puro, incontaminato, di perfezione morale estetica e fisica; per questo motivo i soggetti dei suoi ritratti erano prevalentemente bambine. La sua prediletta fu Alice Liddell, musa ispiratrice de “Alice ne paese delle meraviglie“.

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Uno dei ritratti fotografici di Lewis Carroll



Gli abiti del periodo vittoriano sono lunghi, coprono le caviglie, sono carichi di ricami e bianco candido così come lo deve essere la pelle delle donne, mai baciata dal sole (l’abbronzatura è destinata ai braccianti, ai lavoratori della terra, quindi alla popolazione povera).

Per rendere più moderno l’outfit si sdrammatizza con dei cuissard in vernice nera – dettaglio rock –  o con fiocchi morbidi al collo così come propone Philosophy alla Milano Fashion Week per la collezione Autunno Inverno 2016/17.



Saint Laurent: esplodono gli anni ottanta a tutto cuore

È un viaggio negli anni ottanta, quello percorso da Saint Laurent per il prossimo autunno/inverno 16-17.

Hedi Slimane, si ispira alle icone della musica punk, così che possiamo immaginare una fantastica Blondie vestire gli abiti disegnati dal direttore creativo della maison.

Sexy mini dress mettono in mostra gambe fasciate da collant nere e velate; effetti sparkling eccessivi ma teatrali, che focalizzano l’attenzione sugli abiti con scollo a cuore e particolari a ventaglio.

Maxi cinture con fiocco laterale, segnano il punto vita già striminzito dalle forme affusolate dei capi.

Sono angeli rock ma innamorati le donne di Saint Laurent che indossano stravaganti capispalla con spalline iper abbondanti che creano cuori calorosi.

Nella collezione proposta da Slimane non mancano giacche biker costellate da stelle, forate da borchie e tempestate da cuori.  L’immancabile smoking da sera viene, in questa occasione, abbinato a top e gorgiera in tulle a pois.

Abbondano, peraltro, le tute sia effetto seconda pelle che sblusanti e con dettagli in cristallo.

Gli anni ottanti ritornano prepotentemente per la prossima stagione fredda, suggerendo il glamour esplosivo di quegli anni con lustrini, piume, ruches, lamé, pelle metallizzata, vernice e un pizzico di ironia.

 

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Per le immagini fonte madame Figaro

 

 

Mademoiselle Coco rivive sulla passerella di Chanel

Che a Kaiser Karl piacesse fare le cose in grande non era un segreto per nessuno, ma stavolta ha davvero superato se stesso: ad ospitare la sfilata Chanel nell’ambito della Paris Fashion Week una passerella lunga ben 600 metri. Nessuna scenografia mirabolante, nessun coup de théâtre per il fashion show più atteso, solo la certosina ricostruzione dell’atelier di rue Cambon, adattandolo però ad un pubblico che abitualmente conta circa 3.000 ospiti.

Front row only recitava l’invito: perché non si nega a nessuno l’emozione di occupare la prima fila di un défilé tanto importante, prendendo posto accanto a celebrities e it girls. Lagerfeld prolunga la prima fila all’infinito, in un catwalk di oltre 600 metri, per una moda che si apre al mondo in una sorta di rivoluzione democratica.

Ma non è l’unica rivoluzione che ha caratterizzato la collezione Autunno/Inverno 2016/2017 di Chanel: come un déjà vu, la donna che calca la passerella ci sembra assai familiare, nel suo cappellino, nel tailleur bon ton in tweed accompagnato dall’immancabile filo di perle. In tempi in cui la tensione verso un futuro ignoto e spesso privo di gusto sembra essere l’ultimo fashion trend, monsieur Lagerfeld decide di andare controcorrente, attingendo al glorioso passato. E chi meglio di mademoiselle Coco in persona può mai dettare tendenza? “Io non faccio moda, io sono la moda”, diceva l’impavida stilista, che, sfidando il destino, non proprio benevolo durante la sua infanzia, ha rivoluzionato il corso della moda e dello stile.

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(Foto Madame Figaro)

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(Foto Madame Figaro)

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(Foto Madame Figaro)

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Gigi Hadid in passerella da Chanel (Foto Madame Figaro)

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Kendall Jenner per Chanel (Foto Madame Figaro)

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(Foto Madame Figaro)

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Lindsey Wixson sfila per Chanel (Foto Madame Figaro)



Tante sono le uscite che omaggiano Gabrielle Coco Chanel, accanto a suggestioni classiche, che attraversano tanto i tailleur quanto gli abiti da sera che chiudono il défilé. Tweed e lana bouclé dominano, tra simboli tipici della maison e arabeschi di chiffon ed organza. Gonne a corolla si alternano a stivali da cavallerizza, il denim sfila accanto a satin e lamé. Non mancano le stampe mentre la palette cromatica celebra il trionfo del fucsia e del rosa, specie nelle prime uscite.

Tra i capispalla spicca il piumino matelassé dalle proporzioni oversize nei toni di un candido bianco che si alterna ai cappotti dorati. Parata di top model ad attraversare con lunghe falcate l’immensa passerella: dalle onnipresenti Gigi Hadid e Kendall Jenner a Mariacarla Boscono e Lindsey Wixson. Nel parterre ad applaudire l’ultima geniale trovata di Lagerfeld ritroviamo Pharrell Williams, Jada Pinkett-Smith e Willow, Isabelle Huppert e Anna Wintour.

(Foto copertina Getty Images)


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La Turchia tiene in ostaggio l’UE con i migranti

I turchi sono sempre stati dei maestri nell’arte del negoziato e i negoziatori UE se ne sono accorti sulla loro pelle negli ultimi giorni del negoziato Turchia-UE sulla crisi migratoria.
Quando la Turchia aveva accettato l’accordo, a lungo negoziato, per i 3 miliardi di euro di contributo alla gestione degli immigrati siriani i negoziatori europei pensavano di essere in dirittura d’arrivo. Si sbagliavano.


La Turchia ha appena presentato una contro-offerta che se fosse stata fatta all’inizio dei negoziati sarebbe stata considerata folle: 3 miliardi in aggiunta ai 3 miliardi per cui c’è l’accordo, liberalizzazione completa dei visti per i cittadini turchi che viaggiano in Europa, accelerazione del processo di adesione della Turchia alla UE e un impegno a ricollocare molti dei profughi siriani che la Turchia sta accogliendo.
I turchi si sono resi conto di servire a noi più di quanto noi serviamo a loro.


L’UE sta non solo considerando la proposta turca ma finirà per accettarne anche buona parte. Siamo messi a questo punto. La Germania, lo stato più grande e potente dell’UE vuole disperatamente regolare l’afflusso di profughi e Angela Merkel pensa che un accordo con la Turchia sia l’unica soluzione per questo ha tentato di convincere gli altri leader europei ad accettare la proposta. Gli altri leader hanno deciso di rimandarla, almeno, fino al prossimo meeting.


Molti leader, tra cui Matteo Renzi, pensano che cedere alla richiesta turca in un momento in cui Erdogan sta tentando di spingere la Turchia in quello che molti considererebbero uno stato dittatoriale potrebbe costituire un precedente pericoloso. I principi democratici europei non sono in vendita. L’altro lato della medaglia è il crollo di Schengen, altrettanto pericoloso per i principi europei.


Solo qualche giorno fa Erdogan ha preso il controllo di uno dei più importanti giornali dell’opposizione, Zaman, trasformandolo in un organo di propaganda del governo e disperdendo i manifestanti con gas lacrimogeni.
Un atto di questo tipo, normalmente, sarebbe stato duramente condannato dalla UE. Invece, al posto di considerare sanzioni, la UE sta pensando di accelerare il processo di adesione.
La libertà di stampa è uno dei requisiti fondamentali e non negoziabili per l’ingresso nella UE e passare sopra al comportamento di Erdogan sarebbe molto pericoloso.


Diabolicamente Erdogan non ha veramente intenzione di entrare nella UE. Il suo modo di governare la Turchia gli creerebbe problemi continui a Bruxelles. Far riniziare i colloqui però darebbe a lui una buona scusa per zittire gli oppositori che gli imputano di far sfigurare la Turchia nel consesso delle nazioni con il suo autoritarismo. Una regime senza visti per l’Europa, poi, lo farebbe entrare nel club del primo mondo.
In cambio la Turchia offre più aiuto con i profughi di quanto offerto con l’accordo da 3 miliardi.
Basta questo?

René Groebli in mostra a Zurigo

Sarà inaugurata il 17 marzo alla Bildhalle di Zurigo la personale di René Groebli intitolata “René Groebli- Early Work“. L’interessante vernissage che si terrà presso la Galleria Bildhalle della città svizzera verrà dedicato alla prima fase creativa dell’artista, che comprende i lavori datati dal 1945 al 1955.

Il piglio è vintage e non privo di suggestioni nostalgiche, tanto nelle serie dai titoli altamente evocativi “Auge der Liebe” (“Gli occhi dell’amore”) e “Magie der Schiene” (“La magia dei binari”) che nelle immagini che rappresentano Zurigo, Londra e Parigi a cavallo tra gli anni Quaranta e Cinquanta. Il fotografo svizzero, classe 1927, si rivela maestro nell’immortalare la donna, con la tua toeletta e il suo riposo, prima di incontrare l’amato. Dolce e morbida la curva della schiena, sensuale e perfetta la linea del collo, mentre, ad occhi chiusi, la sognante creatura immagina il momento in cui finalmente si ritroverà tra le braccia del suo uomo. Inoltre nella mostra, che resterà aperta fino al 28 maggio, saranno esposte opere inedite dell’artista.

Visionario, romantico, l’opera di Groebli spicca nella storia fotografica della Svizzera della seconda metà del Ventesimo secolo, costituendo un unicum in cui suggestioni romantiche e poetiche si sposano mirabilmente all’ottica visionaria, che gli fa adottare tecniche fotografiche innovative che strizzano l’occhio al futuro. Interverrà alla mostra il giornalista Daniele Muscionico, che avrà il compito di esporre vita e opere dell’artista.

Nato a Zurigo il 9 ottobre 1927, René Groebli fu introdotto alla fotografia da Hans Finsler. Una carriera iniziata come fotografo di reportage per la rivista svizzera “Die Woche”, poi un nuovo incarico per l’agenzia londinese Black Star, che lo portò fino in Africa. Tra i suoi primi libri fotografici Magie der Schiene del 1949, un saggio poetico e la serie fotografica Das Auge der Liebe, che fu pubblicata per la prima volta nel 1954 e che ha visto una nuova edizione nel 2014.

Le opere di Groebli sono state inoltre al centro della mostra The Family Of Man di Edward Steichen organizzata dal Museum of Modern Art di New York: qui sono state esposte anche opere dei fotografi svizzeri Werner Bischof, Robert Frank e Gotthard Schuh. Sperimentatore ed innovatore nell’arte fotografica, Groebli nel 1957 è stato nominato maestro del colore dalla rivista americana Color Annual. Nonostante l’aura vintage che caratterizza molti dei suoi scatti, il maestro si è aperto anche al digitale negli ultimi anni, intuendone le immense potenzialità.

René Groebli | Auge der Liebe, Liegender Akt (Nr. 532), 1952 | Baryt-Abzug | 50 x 60 cm | Edition 2 von 7 & 2AP

René Groebli | Auge der Liebe, Liegender Akt (Nr. 532), 1952 | Baryt-Abzug | 50 x 60 cm | Edition 2 von 7 & 2AP

Immagine a sinistra:  René Groebli | London (Nr. 1208), 1949 | Baryt-Abzug | 40 x 50 cm | Edition 7 von 7 & 2AP Immagine a destra:  René Groebli | Beryl Chen, London, 1953 (Nr. 1286) | Baryt-Abzug | 40 x 50 cm | Edition 2 von 7 & 2AP

Immagine a sinistra:
René Groebli | London (Nr. 1208), 1949 | Baryt-Abzug | 40 x 50 cm | Edition 7 von 7 & 2AP
Immagine a destra:
René Groebli | Beryl Chen, London, 1953 (Nr. 1286) | Baryt-Abzug | 40 x 50 cm | Edition 2 von 7 & 2AP

René Groebli | Kinder (Nr. 1226), London, 1949 | Baryt-Abzug | 40 x 50 cm | Edition 7 & 2AP

René Groebli | Kinder (Nr. 1226), London, 1949 | Baryt-Abzug | 40 x 50 cm | Edition 7 & 2AP

Immagine a sinistra:  René Groebli | Landdienst, Bub auf Pferdewagen, Kempthal, 1946 | Baryt-Abzug | 40 x 50 cm | Edition 1 von 7 & 2AP Immagine a destra:  René Groebli | Landdienst, Scheune, Kempthal, 1946 | Baryt-Abzug | 40 x 50 cm | Edition 1 von 7 & 2AP

Immagine a sinistra:
René Groebli | Landdienst, Bub auf Pferdewagen, Kempthal, 1946 | Baryt-Abzug | 40 x 50 cm | Edition 1 von 7 & 2AP
Immagine a destra:
René Groebli | Landdienst, Scheune, Kempthal, 1946 | Baryt-Abzug | 40 x 50 cm | Edition 1 von 7 & 2AP

Immagine a sinistra:  René Groebli | Corso, Zürich, 1948 | Baryt-Abzug | 40 x 50 cm | Edition 1 von 7 & 2AP Immagine a destra:  René Groebli | Zirkus Knie, Zürich, 1948 (Nr. 1286) | Baryt-Abzug | 50 x 60 cm | Edition 1 von 7 & 2AP

Immagine a sinistra:
René Groebli | Corso, Zürich, 1948 | Baryt-Abzug | 40 x 50 cm | Edition 1 von 7 & 2AP
Immagine a destra:
René Groebli | Zirkus Knie, Zürich, 1948 (Nr. 1286) | Baryt-Abzug | 50 x 60 cm | Edition 1 von 7 & 2AP



Verrà invece inaugurata il prossimo 2 giugno e sarà esposta fino al 16 luglio la mostra Hans Peter Riegel -Night Pieces si inaugura 2 giugno fino al 16 luglio. Un ritorno alla Bidhalle dopo il successo del 2014 con la personale “Some Pieces”. I soggetti rappresentati in Night Pieces sono perlopiù piante. Immortalate nel loro sbocciare e rifiorire, sintesi delle metamorfosi clorofilliane e suggestiva full immersion nel gioco di colori plastici e psichedelici. Altro soggetto prediletto dall’artista è la città, che viene immortalata all’alba, al risveglio, rappresentando lo scenario tipico di una passeggiata mattutina. Tra arditi giochi di contrasti e colori, si abbraccia il digitale, nella creazione di una nuova estetica visiva.

Hans Peter Riegel | Night Pieces, Nr. 471 & 472.1, 2015 | Archival Pigment Print auf Hahnemühle Photo Rag | 60 x 80 cm | Edition 5 & 1AP

Hans Peter Riegel | Night Pieces, Nr. 471 & 472.1, 2015 | Archival Pigment Print auf Hahnemühle Photo Rag | 60 x 80 cm | Edition 5 & 1AP

Hans Peter Riegel | Night Pieces, Nr. 480.1 & 441, 2015 | Archival Pigment Print auf Hahnemühle Photo Rag | 60 x 80 cm | Edition 5 & 1AP

Hans Peter Riegel | Night Pieces, Nr. 480.1 & 441, 2015 | Archival Pigment Print auf Hahnemühle Photo Rag | 60 x 80 cm | Edition 5 & 1AP

Hans Peter Riegel | Night Pieces, 2014 | Links: Nr.413, Edition 3 von 7 & 1 AP | Rechts: Nr. 848.1, Edition 3 von 5 & 1 AP | Archival Pigment Print auf Hahnemühle Photo Rag | 60 x 80 cm

Hans Peter Riegel | Night Pieces, 2014 | Links: Nr.413, Edition 3 von 7 & 1 AP | Rechts: Nr. 848.1, Edition 3 von 5 & 1 AP | Archival Pigment Print auf Hahnemühle Photo Rag | 60 x 80 cm



Hans Peter Riegel ist nicht allein Fotograf sondern auch Konzept- und Medien-Künstler. Einer breiteren Öffentlichkeit ist er zudem als Autor bekannt. Seine 2013 erschienene Biografie des Künstlers Joseph Beuys erlangte grosse Aufmerksamkeit und ist mittlerweile eines der am häufigsten besprochenen Bücher seiner Art in der jüngeren, deutschsprachigen Literaturgeschichte. Riegel schreibt regelmässig für führende Tages- und Sonntagszeitungen. Er lebt und arbeitet in Zürich.

Cosa è cambiato nella privacy dell’Unione Europea?

È finalmente disponibile in lingua italiana la bozza del nuovo Regolamento UE Privacy (GDPR) che trovate qui.
L’attuale versione è stata approvata in data 15 dicembre 2015 dal c.d. Trilogo UE e la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale Europea è prevista per la primavera, no senza qualche modifica ed integrazione (come desumibile da questa bozza).
Come cambia la normativa, in sostanza?
Molto poco. Più che altro è un tentativo di uniformare le varie regolamentazioni nazionali.
L’esigenza sottostante però è ben più forte.
Sotto la spinta dei casi di intercettazione da parte della NSA, e la rottura di una serie di equilibri primo tra tutti il cd. “Safe harbour” (ovvero quella prassi per cui dati di cittadini europei gestiti da multinazionali americane venivano trasferiti e salvati su server fuori dal territorio europeo).
A tal proposito si segnala ad esempio l’articolo 25 (da leggersi con il successivo art. 40) che parla esplicitamente di Rappresentanti di responsabili del trattamento non stabiliti nell’Unione “… il responsabile del trattamento o l’incaricato del trattamento designa per iscritto un rappresentante nell’Unione…”


In altre parole per uniformare il diritto civile europeo e il suo richiamo alle persone fisiche, in diretta contrapposizione alla prevalente personalità giuridica in capo alle società tipica del diritto americano, potrebbe avvenire che Google debba “fisicamente” indicare un responsabile diretto residente in UE per le policy e il trattamento dati relativo agli utenti Gmail, e che quest’ultimo ne risponda da cittadino europeo secondo le leggi europee dinanzi agli organi richiamati in questo regolamento.
Cui per altro i regolamenti nazionali devono uniformarsi e recepirlo.
Interessante anche l’articolo 55 che prevede una “collaborazione” tra le varie autorità di controllo nazionali. Come previsto nei precedenti articoli esse devono essere “indipendenti” ma anche di nomina governativa (più o meno le nostre Autority) il che però – parlando di dati personali dei cittadini – pone problemi ( e non risolve le attuali aree grigie) ad esempio sui confini tra la collaborazione tra le autority e quella tra servizi di intelligence, anch’esse governative ma indipendenti.


Infine l’articolo 80
Trattamento di dati personali e libertà d’espressione e di informazione
1. Gli Stati membri conciliano con legge il diritto alla protezione dei dati personali ai sensi del presente regolamento e il diritto alla libertà d’espressione e di informazione, incluso il trattamento di dati personali a scopi giornalistici o di espressione accademica, artistica o letteraria.
2. Ai fini del trattamento dei dati personali effettuato a scopi giornalistici o di espressione accademica, artistica o letteraria, gli Stati membri prevedono esenzioni o deroghe rispetto alle disposizioni di cui ai capi II (principi), III (diritti dell’interessato), IV (responsabile del trattamento e incaricato del trattamento), V (trasferimento di dati personali verso paesi terzi o organizzazioni internazionali), VI (autorità di controllo indipendenti), VII (cooperazione e coerenza) e IX (specifiche situazioni di trattamento dei dati) qualora siano necessarie per conciliare il diritto alla protezione dei dati personali e la libertà d’espressione e di informazione.
3. Ogni Stato membro notifica alla Commissione le disposizioni di legge adottate ai sensi del paragrafo 2 e comunica senza ritardo ogni successiva modifica.


Che costituisce – ad esempio – una vera occasione persa per uniformare, almeno in linea generale, i diritti di cronaca, di informazione, e in via indiretta dei principi generali utili alla libertà di stampa e di informazione. 
In alcuni Stati la questione si pone poco, legata ad una consolidata (anche laddove spesso discussa) giurisprudenza. Pensiamo a paesi come la Francia, la Germania, l’Olanda, la Danimarca, la Svezia. 
Lo stesso non può dirsi di paesi come Ungheria, Polonia, e molti dei paesi di recente ingresso nell’Unione, che spesso non hanno brillato per la tutela del diritto di cronaca, di tutela delle fonti, di libertà di critica e di informazione.
In questo caso non è l’Unione a dare linee guida di tutela minima e principi unici, ma recepisce e prende atto semplicemente delle normative nazionali eventualmente emendate.


Come sempre – e non sono solo questi articoli il caso – pioveranno interpretazioni più o meno estensive di queste norme.
Per questo motivo, prima che venga pubblicato e che diventi vigente, credo che – riguardando tutti noi – sia una cosa utile renderlo disponibile in lettura per farsi un’idea precisa di cosa comporterà questo nuovo regolamento.
Per altro si consideri che dala su entrata in vigore vale anche il principio della regola della “maggiore tutela” ovvero sino al suo recepimento, se un cittadino verrà maggiormente tutelato da questa normativa, si può rivalere riferendosi ad essa contro differenti policy e prassi e regolamenti applicati, ad esempio, dal proprio provider, servizio di posta, compagnia telefonica etc.

Julie de Libran omaggia Sonia Rykiel e le donne della sua famiglia

È la donna che anima l’abito. Non può essere il contrario. La provocazione è la donna, mai quello che indossa”, rivelò Sonia Rykiel e, la collezione autunno/inverno 16-17 presentata a Parigi, ne è la conferma.

Femminilità, grazia e creatività: il défilé della maison francese incanta non solo per la sua bellezza, ma anche perché a distanza di anni dalla sua nascita, il marchio rimane fedele alla sua immagine.

È accattivante, prolifera di ispirazioni. È dedicata ad una donna vera, sicura di sé, lontana da eccessi per rivendicare la sua essenza.

Nella collezione prevalgono capi abbondanti e dalla lunghezza totale. Le righe segnano abiti, calze e pencil skirt e, la pelliccia, rinvigorisce  coats, cardigans, maglioni e sandali.

Bluse chiuse da un vaporoso fiocco, ruches su abiti dal sapore wild, gonne in pelle e pantaloni dal taglio maschile da indossare durante il giorno o comunque fino al tramonto. Vestiti con macro paillettes per un effetto sparkling effervescente e abiti lingerie audaci, sono le proposte dedicate alla sera.

Julie de Libran, da tre anni alla direzione creativa della maison, ha elaborato una serie di capi da indossare in ogni occasione abbandonando qualsiasi eccesso e ponendo la donna al centro dell’universo Sonia Rykiel.

La collezione omaggia, tuttavia, la fondatrice, la figlia Nathalie, Lola (la nipote della stilista) e la stessa Julie,  con una serie di volti creati dall’artista Maggie Cardelús che disegnano vestiti e tute.

 

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Per le immagini fonte Madame Figaro

 

 

La donna guerriera di Mario Dice alla Milano Fashion Week 2016

MARIO DICE COLLEZIONE AUTUNNO/INVERNO 2016/17

 

Da sempre la forza, la combattività, la tenacia, sono associate – per ragioni fisiche – al sesso maschile.

Esiste però in Giappone un gruppo di donne ammesse a partecipare alla guerra accanto ai loro uomini – è la storica leggenda del ROUSHI-GUN.

Mario Dice si rifà a questo genere di donna, presentando per la collezione autunno/inverno 2016/17 una linea grintosa con dettagli japan e maschili, a partire dal reggicalze da uomo, apparso in passerella nel 2009 tra le proposte di John Galliano.

sx Mario Dice – dx John Galliano 2009



 

Sovrapposizioni di forme e tessuti danno vita ad un gioco di origami, incroci, trame a effetto tridimensionale che richiamano la tradizione e il mistero del magico continente.

Stampe effetto tattoo indelebili sui long dress e sugli abiti da cocktail, come segno di riconoscimento di una donna che non teme le sofferenze e i pregiudizi tra i sessi – combattiva fino in fondo la donna Mario Dice sfila con sicurezza sia in pantaloni che nella leggerezza della seta e dei pizzi ricamati.

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giochi di origami alla sfilata Mario Dice



 

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tridimensionalità per gli abiti della collezione fw 16/17



 

I colori sono decisi e variano dal blu al rosso, dal giada al nero intenso. Una collezione che sfodera tutta la forza di volontà di Mario Dice – La forza di volontà che attraversa anche le rocce (proverbio giapponese).

 

Guarda qui la collezione autunno/inverno 2016/17 di Mario Dice: 

I migliori backstage di Milano Moda Donna: Aigner

Vette incontaminate ma contaminate dalle influenze grunge anni ’90, dal tocco posh, per la passerella autunno inverno 2016 2017 di Aigner


Christian Beck, Direttore Creativo di Aigner, per la prossima stagione immagina montagne, foreste e paesaggi ghiacciati in grado di ispirare cromie ruvide e materiali grezzi. Tale idea è in grado di unirsi all’altissima sartorialità e alle più preziose rifiniture, come i ricami in paillettes fatti su misura.








La silhouette resta fluida per un look rilassato, ma comunque sofisticato, che da molto spazio alle sagome a clessidra. I materiali utilizzati per ispirare la natura selvaggia sono la lana cotta, il pizzo lavorato, la pelle scamosciata, la pelliccia e la flanella.
A decretare il successo della sfilata anche la presentazione della nuova it bag Tonda. Una borsa dalla forma circolare con dattagli innovativi. Un accessorio da indossare all day long per non passare inosservate restando, comunque, avventuriere discrete.


Fashion editor: Alessia Caliendo
Video: Christian Michele Michelsanti
Photo: Giulia Bartolini





Giambattista Valli: tra romanticismo e suggestioni preraffaellite

Ha sfilato durante la Paris Fashion Week la nuova collezione firmata Giambattista Valli. Tripudio di femminilità in passerella, tra tocchi ladylike e linee pulite. Fluidità nelle silhouette ed eleganza evergreen nei volumi a cascata, volants e ruches suggellano le trasparenze talvolta ardite, tra maestosi capi in mousseline e lunghe gonne plissé.

Romantica e poetica, la donna Giambattista Valli non teme la propria anima femminile: eccola avanzare in un mood bucolico, quasi una ninfa silvestre che calca la passerella in lunghi abiti in impalpabile chiffon a stampa floreale. La collezione Autunno/Inverno 2016-2017 sembra abbandonare momentaneamente contrasti e contraddizioni a favore di una maggiore dolcezza: la prima parte del défilé sembra inneggiare alla moda per signore. Fiocchetti che sbucano tra i drappeggi di abiti dalle linee essenziali impreziosiscono il punto vita come cinture sottili; i capi sono caratterizzati da un appeal quasi formale, che li rende adatti ad un ricevimento in cui sia contemplato il dress code.

Colletti dal piglio bon ton fanno capolino da abitini vagamente Sixties, mentre la palette cromatica è dominata dal rosa pastello. Tra le onnipresenti stampe botaniche sbuca un black & white vagamente optical, mentre i capispalla privilegiano inserti in pelliccia, in un insolito mix & match con il pattern floreale. Ai piedi spuntano suggestivi calzari da gladiatore che stemperano il mood a tratti stucchevole.

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Gigi Hadid in passerella per Giambattista Valli (Foto Madame Figaro)



È nella seconda parte dello show che lo stilista dà il meglio di sé, riproponendo i pezzi cardine della propria personalità. La femminilità è ancora una volta protagonista, con lunghi abiti da sera, in cui ruches e drappeggi decorano come un grembiule la vita impero. Maestosa ed eterea, la donna Valli appare sublimata ed evanescente in imponenti mise con mantelli e maniche velate, in cui non manca la dolcezza evergreen delle stampe floreali. Ricorda un quadro preraffaellita, in cui il più struggente romanticismo si fonde con la natura, dipinta con accurata verosimiglianza. Cut-out alleggeriscono l’austerità di lunghi abiti castigati con colletti quasi elisabettiani, per ruches e cuciture che ricordano la gorgiera tipicamente aristocratica.

Protagonista assoluta sulla passerella una Gigi Hadid insolitamente efebica, che chiude il défilé con un lungo abito che incarna alla perfezione la summa dello stile di Valli. Nel front row spicca la it girl Olivia Palermo.


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Gli antichi Egizi in passerella da Givenchy

Trump e la sua xenofobia stanno spaventando tutto il mondo

Molti diplomatici stranieri stanno esprimendo il proprio allarme alle loro controparti nel governo USA riguardo il candidato repubblicano, Donald Trump, che più probabilmente sfiderà la probabilissima candidata democratica, Hillary Clinton, nelle elezioni presidenziali che si terranno tra qualche mese.


Trump è riuscito a preoccupare i paludatissimi diplomatici europei, asiatici, sudamericani e mediorientali con le sue continue dichiarazioni xenofobe.
Negli ultimi giorni le dichiarazioni di Trump non anno certo smesso di essere esplosive e questo sta preoccupando le cancellerie di tutto il mondo.


Secondo Reuters moltissimi diplomatici hanno espresso le loro preoccupazioni e tra questi si sono fatti i nomi di Messico, India, Giappone e Corea del Sud.
Commenti di questo tipo sono estremamente inusuali da parte di diplomatici esteri, anche se espressi in forma privata, riguardo a candidati alle primarie presidenziali; è poco saggio immischiarsi nella politica interna quando si dovrà lavorare con il candidato che vincerà le elezioni.


Molti leader in giro per il mondo hanno espresso preoccupazioni riguardo Trump, ad esempio Regno Unito, Messico, Francia e Canada. Il ministro dell’economia tedesco Sigmar Gabriel lo ha definito una minaccia alla pace e alla prosperità in una intervista rilasciata domenica.


Trump per ora non ha risposto ufficialmente a queste voci, così come l’ambasciate giapponese, sudcoreana o indiana.
I messicani, invece, pur non confermando le lamentele private hanno fatto notare come il loro ministro degli esteri, Claudia Ruiz Massieu, ha già bollato le proposte e i commenti di Trump come “ignoranti e razzisti” e il suo piano di costruire un muro tra USA e Messico come “Assurdo”.


I diplomatici sono stati particolarmente scossi dai commenti anti-immigrazione e anti-musulmani che l’uomo d’affari newyorchese ha più volte ripetuto durante la sua campagna.
I governi europei e mediorientali hanno espresso sconcerto per le dichiarazioni anti-musulmane che, a quanto pare, sono già usate nei messaggi per il reclutamento di Daesh.


Trump aveva dichiarato che ai musulmani dovrebbe essere proibito entrare negli Stati Uniti fino a che non si capirà costa sta succedendo nel mondo. Trump ha poi precisato che ai musulmani americani che si troveranno all’estero sarà concesso di ritornare, così come ai militari USA musulmani; anche agli atleti musulmani sarà concesso di entrare negli USA.


Molti stati sono preoccupati dell’isolazionismo che Trump sta predicando in questo periodo, così come della sua volontà di stracciare gli accordi commerciali e la necessità che gli alleati si prendano in carico delle operazioni USA in Medio Oriente. In questo momento di crisi, con Daesh che minaccia il mondo una ritirata americana sarebbe disastrosa.


Se prima i diplomatici USA erano solo sconcertati dalle sue dichiarazioni ora, con i continui risultati positivi della sua campagna alle primarie, sono seriamente preoccupati. Preoccupati sia per una sua eventuale salita al potere sia per il sentimento xenofobo che la sua campagna sta rendendo pubblico. Gli americani stanno votando Trump, dopotutto, perché dice quello che pensano moltissimi cittadini.

Gli antichi Egizi in passerella da Givenchy

Ci sono dei défilé che travalicano i diktat della moda, con le sue mutevoli stagioni, per regalare emozioni allo stato puro. È il caso di Givenchy, che ha monopolizzato l’attenzione della settimana della moda parigina. Riccardo Tisci stupisce tutti con una collezione suggestiva e ricca di colpi di scena, a partire dalla passerella. Dimenticatevi catwalk rettilinei: lo stilista ha ideato un percorso che ricorda il labirinto di Meride, con le sue curve e i suoi angoli, caratterizzato dai toni sabbia, a ricordare il deserto.

Motivi egizi, decori tipici delle civiltà dei faraoni, ma anche colori elettrici e stampe caleidoscopiche: c’è tutto questo e molto altro nella collezione Autunno/Inverno 2016-2017 di Givenchy. “Era da tanto che volevo fare questa collezione”, ha ammesso lo stilista, all’undicesimo anno alla direzione creativa della maison francese. Tisci ci porta indietro nella storia, per un excursus attraverso culture antiche e civiltà millenarie. Non solo Egittomania, ma anche un tocco di arte indigena dei Nativi Americani, tra stampe Incas e mandala Indù.

Suggestiva, enigmatica, la donna di Tisci è una sacerdotessa, novella Iside dal fascino reverenziale e mistico, stretta dentro capispalla in stampa patchwork e total black e shift dresses dall’impatto regale. L’occhio di Horus fa capolino da abiti a balze in pizzo, tra ali, simboli religiosi ed iconografie tipiche delle civiltà egizie. Pattern animalier si incrociano alle stampe mosaico che ricordano le iscrizioni della stele di Rosetta e i geroglifici, rivisitati in chiave digitale con geometrie bidimensionali in colori fluo. Disegni stilizzati e stampe patchwork dal sapore esoterico animano una collezione che va indietro nella storia: un po’ archeologa la donna stretta in chemisier che profumano di tè nel deserto, ma diviene novella Osiride nel total black e nelle suggestioni in pizzo, tra pelli e pellicce.

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(Foto Madame Figaro)

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Bella Hadid (Foto Madame Figaro)

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Candice Swanepoel in passerella per Riccardo Tisci (Foto Madame Figaro)

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Mariacarla Boscono (Foto Madame Figaro)

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Irina Shayk (Foto Madame Figaro)

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(Foto Madame Figaro)

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(Foto Madame Figaro)



Si continua con cappotti dal sapore militare e abiti caratterizzati da lunghezze al ginocchio, ma anche shorts e stivali in pitone e suede. Le bluse sono decorate da inediti mandala versione 3D, da indossare sotto giacche oversize, che divengono uniformi di una nuova borghese. I bomber in velluto e satin sono decorati con occhi di falco e dischi dorati, che ricordano il misticismo e il culto delle divinità pagane. Sfarzo e opulenza nei tailleur in broccato e negli abiti con le maniche profilate di pelliccia. Mood esotico nei kimono in tulle profilati di visone, da indossare su altissimi tacchi a cono e dettagli borchiati, che conferiscono un dettaglio aggressivo insieme alle croppet jacket e agli stivali. L’animalier all over testimonia l’ossessione degli antichi Egizi per la stampe raffiguranti animali, mentre il pitone albino caratterizza la pelletteria e gli accessori, tra stampe ardite e suggestioni glam rock.
Si avverte un’influenza Art Déco tra le sete preziose e le stampe simmetriche che caratterizzano molte delle uscite.

Misteriose e mistiche le modelle che si alternano sulla passerella, da Candice Swanepoel a Irina Shayk, dall’adorata musa di Tisci Mariacarla Boscono a Bella Hadid. Nel front row della sfilata Bradley Cooper ad ammirare la fidanzata Irina Shayk.

(Foto cover Isidore Montag)


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LE COINQUILINE VOLANO AL FILM FESTIVAL DI EZIO GREGGIO

LE COINQUILINE VOLANO AL FILM FESTIVAL DI EZIO GREGGIO

Ezio Greggio accanto a una mora e una bionda: le veline? No stavolta sono le coinquiline.

Sharon Alario e Giada Girardi, ormai diventate le più famose coinquiline d’Italia, sono state presenti come ospiti al Gran Gala di Montecarlo organizzato da Ezio Greggio in occasione della tredicesima edizione del Film Festival “De la Comedie”.

Una manifestazione che ormai è appuntamento annuale e quest’anno è stata dal 1 al 6 Marzo. Di questa edizione il premio d’eccezione è stato consegnato dal Principe Alberto di Monaco a Gabriele Muccino anticipando l’anteprima mondiale del film Marie and the Misfits di Sébastien Betbeder.

Come ogni gran red carpet curiosi sono gli outfit e quest’anno le coinquiline hanno scelto di preannunciare l’arrivo della primavera con fiori e farfalle. Sharon veste un abito bianco corto ricamato in perle nere con un gran fiocco rosa che trascina una lunga coda nera firmata Taisia. Nei dettagli indossa orecchini a spirale con pendente in perle panna e un cerchietto a velo nero un po’ vintage. Giada sceglie invece un abito nero lungo decorato con grandi farfalle. La nostra coppia mantiene sempre un legame che preannuncia voli di farfalle o voli di carriera? Per adesso voci dichiarano che stanno girando nuovi programmi. Alcuni si aspettano le protagoniste di Real Time ancora una volta alla prossima edizione di Take Me Out, altri credono saranno in un altro Reality. Attendiamo novità facendo sbocciare l’arrivo della primavera.

 

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Stella McCartney gioca coi cigni a Parigi

Cigni a volontà e capi sporty-glam: questo è il progetto creativo di Stella McCartney per il prossimo autunno/inverno 16-17.

L’intera collezione punta sulla comodità e piace perché avvalora il concetto di prêt-à-porter. Focus sul jeans, tessuto principale della collezione e proposto su dress, camicie e maxi coats.

Il défilé punta sulla contaminazione di stili, sul gioco tra moda femminile e moda maschile.

Capi abbondanti e sportivi, perfetti per ogni giorno come ad esempio il piumino matelassé full size abbinato a maxi dress in tessuto tecnico, per ripararci dal freddo invernale.

La tuta/pigiama  con ruches sul davanti, irriverente nella tonalità fluo, si scontra adorabilmente con una versione più chic della donna McCartney che veste tailleur abbondanti in velluto e particolari velati e canotta laminata.

Abiti lingerie in seta e pizzo per una donna sensuale. Hanno un sapore vintage, anzi, appaiono rubati dall’armadio della nonna ed attualizzati.

Il dualismo comfort/eleganza sempre presente nelle collezioni di Stella McCartney, esplode nella collezione più vivida che mai.

Variopinta risulta, inoltre, la scelta della palette cromatica che spazia dal nero,  al rosa shocking  per giungere alla terra bruciata e al grigio.

 

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Per le immagini fonte Madame Figaro

Lanvin: il post Alber Helbaz tutto da rifare

Orfana di un valido direttore creativo. Un cambio di immagine talmente repentino che ha lasciato l’amaro in bocca agli estimatori della maison storica Lanvin.

Con l’abbandono della direzione creativa di Alber Helbaz circa quattro mesi addietro, il team creativo è stato affidato a Lucio Finale e Chemena Kamali che, con immani sforzi, hanno creato una collezione autunno/inverno 16-17 quasi abbozzata e, comunque, lontana dai canoni estetici del marchio Lanvin.

Il progetto creativo punta ad esaltare gli anni ’80 proponendo capi leggeri e dai colori smorti, rivitalizzati con dettagli in pizzo o con tagli sotto il seno. Gli abiti sottana in seta proposti dal duo di stilisti, affannano ad emergere abbinati a pellicce e a stole in vello di animale che amplificano in difetto l’allure vintage della collezione.

Broccati e motivi jacquard disegnano giacche aderenti e abiti scivolati. Maxi skirts  plissettate, corpetti con baschine, boleri in Principe di Galles abbinati a pantaloni abbondanti. Opulenza di ruches e di tessuti laminati.  In questa miriade di contaminazioni, non mancano altresì capi extralarge e pantaloni a vita alta in velluto.

Per gli accessori dominano stiletti a punta con fasce incrociate che avvolgono il collo del piede, mini bag e bijoux importanti con cristalli.

 

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Per le immagini fonte Madame Figaro

Sfila a Parigi Andreas Kronthaler for Vivienne Westwood

Dopo 25 anni d’amore e di sodalizio artistico Andreas Kronthaler firma la collezione Autunno/Inverno 2016-2017 di Vivienne Westwood. L’eccentrica stilista inglese, antesignana del punk, abbandona la storica etichetta Gold Label a favore di una collezione che vede accanto al proprio nome quello del marito. Un modo per sugellare la love story che lega i due: la Westwood conobbe Kronthaler nel 1980, quando lei insegnava moda all’Università di Berlino. Andreas era uno degli allievi più promettenti. Notato il talento del giovane, dopo uno stage presso la casa di moda creata dalla stilista inglese nacque una storia d’amore che dura fino ad oggi.

«È un riconoscimento all’uomo che amo e che lavora con me da una vita»: queste le parole con cui Vivienne Westwood ha commentato il nuovo sodalizio artistico. «Negli anni Andreas si è preso carico di sempre più responsabilità e sono lieta che anche il pubblico possa riconoscerne i meriti», ha aggiunto la stilista, la cui linea adesso si chiamerà Andreas Kronthaler for Vivienne Westwood.

È l’Oriente ad ispirare la sfilata che ha avuto luogo nell’ambito della Paris Fashion Week: il Buddismo e la filosofia zen sono i cardini entro cui si sviluppa una collezione dal nome altamente evocativo, Sexercise, che vede sfilare in passerella modelli maschili e femminili, in un continuo gioco di rimandi e scambi di identità. Come lo Yin e lo Yang, i due poli maschile e femminile si intersecano a vicenda, in un suggestivo gioco di ruolo. La collezione è nata dopo la visita di un’amica di lunga data della Westwood, ricevuta lo scorso Natale: è stata infatti Sharon, ex assistente della stilista ai tempi di Buffalo Girls, ora divenuta monaca buddista, ad ispirare la collezione. La donna, nonostante lunghi anni dedicati alla meditazione, non ha perso la sua vena creativa e gli abiti da lei cuciti per i suoi viaggi sono stati portatori di una potente ispirazione per la nuova collezione di Vivienne Westwood.

(Fonte Madame Figaro)

(Fonte Madame Figaro)

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(Fonte Madame Figaro)

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(Fonte Madame Figaro)

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(Fonte Madame Figaro)

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(Fonte Madame Figaro)



La donna che calca la passerella per la prossima stagione invernale ricorda un po’ una monaca buddista, tra drappeggi e volumi che ricordano il saio e la tonaca. Ma la vena punk e i consueti dettagli neoromantici rientrano nei canoni tipici del brand inglese. Contrasti e sovrapposizioni si uniscono a corsetti e suggestioni neoromantiche. Stampe orientali fanno capolino sotto a mantelle e capispalla strutturati dai volumi teatrali, che vestono sia l’uomo che la donna. La palette cromatica abbraccia toni scuri, mentre i gioielli sono firmati dalla madre di Kronthaler. Vivienne Westwood attinge dai pittori fiamminghi e da Bruegel per quanto riguarda le suggestioni di paese, le cromie scure e drammatiche e i colletti da ragazza perbene, che vengono poi declinati nella consueta chiave Eighties, evidente nelle giacche oversize che profumano di punk.

(Foto cover AP Images)


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Paris Fashion Week: Svelato il “nuovo capitolo” di Balenciaga

L’intera settimana della moda parigina è stata pervasa da una febbrile attesa, serpeggiante sotto i sorrisi estatici e le corse ticchettanti di giornalisti e buyer. Il pensiero di tutti era rivolto a questa domenica mattina e a una sfilata che si annunciava già chiacchieratissima. Balenciaga ha svelato oggi, infatti, la prima collezione firmata da Demma Gvasalia come nuovo direttore artistico. Il designer, che l’anno scorso ha lanciato il proprio marchio Vetements, è stato nominato pochi mesi fa. L’uscita di scena di Alexander Wang, direttore creativo della maison dal 2012 allo scorso ottobre, non aveva poi sorpreso più di tanto. Designer geniale, mago dello sportswear e animo sensibile e giocoso, Wang è riuscito a conciliare perfettamente il suo stile con i codici estetici di Balenciaga solo nell’ultima sfilata, dopo aver già annunciato la rottura con il gruppo Kering. La nomina del suo successore è stata preceduta da chiacchiere e sussurri, improbabili candidati e pettegolezzi.

 

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Quando oggi Gvasalia si apprestava a presentare la sua prima collezione autunno inverno 2016-17 per Balenciaga, tutta l’attenzione è stata catalizzata da una sua frase. “Una rivisitazione del lavoro di Cristobal Balenciaga…una traduzione, non una ripetizione. Un nuovo capitolo“. Una frase che suona quai minacciosa. Subito dopo le prime uscite, parecchi nomi illustri delle prime file hanno smesso di prendere appunti e scattare fotografie per incrociare le braccia, indignati. Il lavoro di Demma Gvasalia sembra lontano anni luce dai volumi perfettamente bilanciati di quello che  Christian Dior definì “il maestro di tutti noi“.  Apre la sfilata un tailleur grigio seguito da abiti, completi, bomber e cappotti dai volumi esagerati, secondo molti semplicemente “rubati” all’ultima collezione Vetements. Sebbene sia innegabile che molti capi – i cappotti over per esempio, la borsa già destinata a diventare it-bag, i look interamente stampati – siano molto interessanti, questo è quanto di più lontano si potesse immaginare dall’universo Balenciaga. E sicuramente di questa sfilata si parlerà a lungo.

 

Foto da vogue.com

Le principesse rock di Elie Saab sfilano a Parigi

Poetica e romantica, regale e opulenta: così ci aspettiamo la sfilata di moda di Elie Saab, una delle più attese ad ogni edizione della Paris Fashion Week. Con il suo lusso raffinato, lo stilista libanese propone collezioni a cavallo tra favola e realtà e conquista schiere di fan adoranti e devote. La sua chiara propensione al decorativismo, al barocco, al pizzo e agli abiti da sera, viene però interpretata ogni volta secondo un nuovo punto di vista. Così ogni collezione presentata alla settimana della moda di Parigi è una piacevole variazione sul tema principesco.

 

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La collezione autunno inverno 2016-17 aggiunge un tocco dark ai preziosi abiti da sera. Domina il nero, con accenti di rosso cupo e viola acceso e un solo, leggerissimo, abito candido. La passione di Elie Saab per il pizzo e gli strati di tulle è confermata eppure stravolta dall’aggiunta dell’onnipresente biker in pelle. Gli abiti lunghi con romantiche ruches e delicate trasparenze si indossano con chocker metallici da bad girl. La pelle scoperta si fa più sensuale, delineata da spacchi vertiginosi e bilanciata da colli alti e austeri. Accanto ai preziosi ricami di perline, si impongono lunghissime frange e pois mini e maxi. Tra gli accessori, si confermano le lussuose clutch e le sottili cinture in vita alle quali Elie Saab ci ha ormai abituati. Le sue principesse diventano più dark ma mantengono quell’allure regale che fa sognare.

 

 

Foto da vogue.com

Il trionfo di Balmain tra colori pastello e passamanerie

È lo show più atteso della settimana della moda parigina ed  Olivier Rousteing, direttore creativo di maison Balmain, non delude le aspettative.

Opulenza sfrontata, dettagli superlativi, eccedenza di particolari desunti dai costumi della moda parigina nel periodo di Luigi XIV.

Un salto nel passato, che viene magistralmente attualizzato con fogge contemporanee e grazie alla top model Kendall Jenner (eletta musa ispiratrice dello stilista), che solo per la collezione autunno/inverno 16-17, abbandona la sua chioma scura per indossare una parrucca bionda.

Nappine, crinoline, passamanerie, perle e ricami in oro, esaltano la ricchezza del progetto creativo di Rousteing.

Corsetti striminziti che segnano il punto vita, celebrano capi basici come il maglione in cachemire; straordinario risulta, altresì, l’abbinamento a dettagli fur che elargiscono la collezione a livelli altissimi di magnificenza.

Se il bustier risulta il punto di partenza della collezione, le morbide ruches  valorizzano i lati dei pantaloni in pizzo, la baschina e le maniche dei  top e, infine, le tute sensuali.

Olivier Rousteing adopera colori pastello per raccontare il viaggio nelle Parigi del 1700 percorso dalla sua collezione. Non mancano il nero, l’oro (simbolo di ricchezza), il bianco e il verde.

Cocker/gorgiera in plexiglass, cinture alte, cuissard in suede e scarpe con fermaglio decorativo sulla tomaia completano la collezione.

 

Kendall Jenner per Balmain

Kendall Jenner per Balmain

 

 

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Gigi Hadid per Balmain

 

 

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Per le immagini fonte Madame Figaro

 

 

La femme fatale di Emanuel Ungaro incanta Parigi

In passerella da Emanuel Ungaro sfila una donna forte e sicura di sé, tra ispirazioni tratte dall’immaginario fotografico di Helmut Newton e le atmosfere bohémien degli anni Settanta. La Paris Fashion Week segna un nuovo successo firmato Fausto Puglisi: lo stilista siciliano propone per la celebre maison una collezione Autunno/Inverno 2016-2017 ricca di femminilità.

Oro e ricami preziosi illuminano la pulizia di lunghi abiti da sera, castigati ma sofisticati, mentre l’inedito mix & match di stampe riesce nell’arduo compito di coniugare in maniera assolutamente aplomb i motivi floreali all’animalier.

Pencil skirt maculate si sposano a bomber e felpe a stampa floreale, dettagli sporty-chic che inaspettatamente non cozzano con il mood sofisticato e femminile dato dal pizzo Guipure.

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(Fonte Madame Figaro)

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(Fonte Madame Figaro)

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(Fonte Madame Figaro)

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Bianca Balti sulla passerella di Emanuel Ungaro (Foto Madame Figaro)

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(Fonte Madame Figaro)



Silhouette discrete e raffinate esaltano la femminilità, mentre i fiori, emblema della maison, e l’animalier, ricordano le donne di Helmut Newton, indomite valchirie forti della propria femminilità. Contrasto è la parola d’ordine, tra suggestioni glam e broccati ispirati a Klimt troviamo stampe lucenti, lurex e lamé, riferimenti Art Deco e dettagli Eighties.

Si è detto stanco del corto Puglisi, che fa della lunghezza midi delle gonne il nuovo fashion trend: è una moda facile da indossare, la sua, tra bluse imbottite, maglie con maniche in seta e abiti in pizzo. Ricordano lo stile di Paul Poiret i cappotti vestaglia in broccato con stampe d’ispirazione orientale, che si alternano al piglio più deciso ma forse meno convincente dei capispalla in Principe di Galles. In passerella brilla Bianca Balti, nuova musa dello stilista siciliano.

Dior: l’iconica giacca “Bar” regina del défilé

C’è da chiedersi cosa sia successo alla maison di lusso Dior potendo giudicare la collezione autunno/inverno 16-17 che presenta una noiosa reminiscenza del défilé Haute Couture primavera/estate 2016 proposto nei mesi passati.

L’estro creativo di Monsieur Dior, rivive appannato sulla celebre giacca Bar o attraverso il leopardato: motivo adottato dalla storica casa di moda  parigina in tutte le collezioni e rivisto in questa occasione su un over coat dalla lunghezza totale.

L’attesa del nuovo direttore creativo, diventa spasmodica per gli estimatori del marchio di lusso che, orfani di Raf Simons, vedono traghettatori Lucie Meier e Serge Tuffieu, già alla direzione artistica della collezione Haute Couture estate 2016 e forse ancora poco preparati per guidare una maison blasonata come Dior.

Eccedenza di nero in passerella con capi abbondanti, morigerati, distinti. Revers ribaltati in pelliccia su cappotti essenziali, mughetti che fioriscono tempestivamente e delicatamente su pencil skirt e su abiti puritani.

Assenza totale di trousers  per eccedenza di femminilità.

Tagli netti, costruiti con dovizia geometrica, si addolciscono attraverso curve sinuose che determinano una mitigazione dei capi strutturati.

Piccoli ma lussuosi dettagli luccicano con cristalli colorati che disegnano i capi o con voluttuose e dinamiche plissettature, che spuntano dallo spacco delle gonne quasi ad insinuare una dignitosa innocenza  al défilé.

È chiaro, dunque, come la collezione punti sui particolari servendosi della grazia dei tessuti che movimentano il gioco visivo degli abiti eccessivamente garbati.

Completano la collezione, gli accessori in tono con il progetto creativo degli stilisti: borse a tracolla, stringate ed sunglasses avvolgenti.

 

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Per le immagini fonte Madame Figaro

 

Paris Fashion Week: Isabel Marant ritorna agli anni ’80

Se vi dicessero che la moda anni ’80 sta per ritornare? Le spalline imbottite, i capelli cotonati e le minigonne in vinile: dite la verità, non sareste terrorizzate? Considerati dai fashionisti puri la decade più brutta della storia della moda, meritevole di eterno oblio, gli ’80s hanno rappresentato comunque un periodo spensierato, divertente e in qualche modo “libero”. Almeno così la pensa Isabel Marant, la stilista che da anni decide cosa sia cool e cosa no nel panorama della moda parigina.

 

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La Paris Fashion Week 2016 è turbata e adombrata da una cupa insicurezza: gli attentati terroristici di pochi mesi fa non hanno ancora allentato la stretta sul cuore di chi ama la Ville Lumière. Così Isabel Marant ha pensato che fosse necessario presentare in passerella una moda easy e spensierata. «Dopo i tristi eventi di Parigi, mi è sembrato che fosse il momento giusto per fare festa e divertirsi – ha dichiarato la designer – Sono tornata indietro con la memoria a quel periodo di metà anni ’80, quando sgattaiolavo fuori casa per andare ai punk club». Nella collezione autunno inverno 2016-17 questa ispirazione è evidente, senza scadere però nel revival nostalgico. I pezzi chiave della moda anni ’80 mantengono il loro brio, ma sono rivisitati in chiave contemporanea. Così i pantaloni in vinile si abbinano a cappotti over in tessuti maschili, l’esuberanza delle mini rosso lacca è attenuata da maglioncini bon ton, gli abitini cortissimi e vaporosi si indossano con calze a rete e sandali bassi. Isabel Marant apre uno squarcio di spensieratezza sulla Paris Fashion Week, con una collezione divertita ma non sguaiata: state pur certi che in molti la seguiranno!

 

Foto da vogue.com

Rick Owens: il bozzolo di una crisalide

Il suo nome è da sempre sinonimo di eccentricità, ogni sua sfilata è un evento, atteso e quasi temuto il consueto coup de théâtre puntualmente non si fa attendere, rivelandosi sempre di grande impatto scenografico. Anche questa volta Rick Owens non ha deluso le aspettative.

Il genio ribelle della moda ha portato sulla passerella della Parigi Fashion Week un nuovo simbolismo, rivelatore di un’inedita estetica, a tratti ermetica ma altamente evocativa: al consueto piglio avanguardistico tipico dello stilista statunitense si aggiungono nuove suggestioni. Teatrale, efficace la collezione per il prossimo Autunno/Inverno 2016-2017: tra un’apologia del tessuto, che avvolge il corpo in suggestivi drappeggi e pieghe, ecco sbucare una crisalide ancora in bozzolo. Quattordici uscite vedono infatti le modelle avvolte in un originale bozzolo, che ne occulta il viso, arrivando fino alle spalle.

Come un nido, o solo un velo tra lo sguardo e la realtà circostante, l’inedito bozzolo nasconde le pupe, sospese quasi in un limbo ancestrale, mute osservatrici di un mondo che appare ancora lontano ed inaccessibile. Le ninfe sono avvolte in strati di tessuto, più simile a pannelli tubolari, in un groviglio primitivo che ne difende l’esistenza ancora in fieri. I capelli sono una nuvola arruffata, con l’hairstyling firmato da Duffy. Potente l’immagine che ne deriva, che ricorda il cugino Itt: vere e proprie palle di capelli, realizzate ognuna in una forma diversa, si pongono come una barriera tra l’Io e il mondo circostante, quasi un velo a celare le ingiustizie del mondo, o solo un simbolo di rinascita.

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Il Palais de Tokyo è rapito dal nuovo simbolismo astratto e gli ospiti del défilé ammirano estasiati le potenti architetture che si alternano sulla passerella, dai cappotti con colature di vernice alle mantelle fino ai piumini corazza, che evocano steli e uova, per metamorfosi ricche di pathos: la tendenza è proteggersi dall’esterno, in attesa del tanto atteso momento in cui la crisalide potrà finalmente divenire farfalla e vivere autonomamente. Tra jumpsuit in pelle e capispalla in mohair, spiccano gonne a forma di bolla e tuniche senza maniche. Veniamo catapultati in uno scenario apocalittico e la donna che calca la passerella è a metà tra un’eterea creatura e una testimone rediviva di un’era post-atomica.

Drappeggi e cuciture si rivelano protagonisti assoluti, mentre i materiali usati svelano una predilezione per il cavallino e il nylon imbottito. La palette cromatica trae spunto dagli elementi della natura, con nuance neutrali quali rosa, salvia, menta, crema. Nel front row spiccano Donna Karan e Claude Montana, che si professano fan sfegatati dello stilista californiano.


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Sfila a Parigi la dark lady di Ann Demeulemeester

Tutto il mondo della tecnologia si è schierato con Apple contro l’FBI

32 tra le compagnie più grandi del mondo digitale si sono schierate a favore di Apple nella sua battaglia contro la richiesta dell’FBI di sbloccare l’iPhone di Syed Farook, uno dei due attentatori di San Bernardino.
Apple si è appellata nei confronti della richiesta della corte federale della California centrale e moltissime compagnie si sono unite e hanno sottomesso alla corte due amicus curiae a favore di Apple. Gli amicus curiae sono memoriali in cui una parte terza, non coinvolta nel caso, sostiene una delle parti coinvolte nella speranza di influenzare l’esito del dibattimento.


Entrambi i memoriali denunciano l’uso che il governo ha fatto della All Writs Act per chiedere ad Apple di creare una nuova versione di iOS che permetterebbe all’FBI di accedere tramite una master key all’iPhone di Farook. La legge, vecchia 227 anni, è stata usata in passato per costringere le compagnie telefoniche a registrare le conversazioni dei propri clienti.


Se Apple obbedisse alla corte, in un sistema legale di tipo anglosassone, si creerebbe un pericolosissimo precedente secondo entrambi i memoriali. A quel punto qualsiasi agenzia governativa potrebbe chiedere di avere accesso a qualsiasi informazione privata degli utenti di ogni compagnia. Oltretutto potrebbero chiedere informazioni anche i governi esteri.


Il memoriale sottomesso alla corte da AirBnB, Atlassian, Cloudfare, eBay, Github, Kickstarter, Linkedin, Mapbox, Meetup, Reddit, Square, Squarespace, Twilio, Twitter e Wicker afferma:


Non fatevi abbagliare, se il governo prevarrà in un caso come questo succederà molte altre volte. La mozione del governo rassicura la corte e il pubblico che la richiesta è un caso particolare, un violazione della sicurezza singola ma ci sono già forti indicazioni che le forze dell’ordine chiederanno interventi simili secondo l’All Writs Act per molti casi molto differenti dalla corrente investigazione per terrorismo.
Per esempio, il direttore dell’FBI James Comey ha dichiarato all’House Judiciary Committee che la decisione di questa corte sarà potenzialmente un precedente in altri casi che coinvolgono tecnologie simili.
Il procuratore distrettuale di Manhattan Cyrus Vance Jr. ha detto hai giornalisti che sicuramente chiederà accesso a tutti i telefoni collegati a casi criminali nel caso la teoria del governo prevalga.



Questo è il motivo per cui questa corte dovrebbe rifiutare ogni argomento che si rifà a un caso specifico fatto dal governo. Gli strumenti investigativi necessari per situazioni eccezionali possono diventare ordinari per casi comuni. Come una corte ha già fatto notare niente negli argomenti del governo fa pensare a particolari limiti su quanto possa chiedere una corte.


Il memoriale mandato da Amazon, Box, Cisco, Dropbox, Evernote, Facebook, Google, Microsoft, Mozilla, Nest, Pinterest, Slack, Snapchat, WhatsApp e Yahoo ha specificato che il Congresso e non una corte dovrebbe decidere quando implementare l’All Writs Act:


In luce della velocità nell’evoluzione della tecnologia e dei tremendi benefici sociali il Congresso è un posto migliore dove discutere la questione. Infatti il Congresso ha più volte avuto a che fare con queste questioni e questo ha condotto ad avere una legislazione completa nel regolare le investigazioni.


Intel e At&T sono tra le compagnie che hanno mandato memoriali individuali alla corte. Se il governo deciderà di portare avanti il caso non combatterà solo contro Apple ma contro tutta la Silicon Valley.

Sfila a Parigi la dark lady di Ann Demeulemeester

In passerella da Ann Demeulemeester una ieratica dark lady, creatura misteriosa che popola la notte, tra suggestioni romantiche e tocchi dark. La collezione Autunno/Inverno 2016-2017 disegnata da Sébastien Meunier abbonda di abiti sartoriali dal piglio maschile: il classico tre pezzi rivive in una nuova veste più casual, adatta al giorno ma anche alla notte. Basic black all over arricchito sovente da tocchi argentati e metallizzati per pantaloni fluidi e lunghi abiti.

Il direttore creativo del brand belga, che quest’anno festeggia i 30 anni, riesce nell’arduo compito di rispettare il DNA di Ann Demeulemeester pur immettendovi il proprio stampo. Il gessato vede una nuova vita, tra completi rubati al guardaroba di lui e gli outfit tipici dello stile della maison. I capispalla d’ispirazione militare sono impreziositi da cuciture asimmetriche, tra gonne e lunghe tuniche dal sapore monacale. Spiccano redingote e gilet in lurex, tra flanella, lana e lurex. Drappeggi e stampe delavé impreziosiscono la silhouette, che si fa fluttuante e morbida.

Enigmatica e suggestiva la dark lady che calca la passerella, in una sorta di processione funebre, davanti ad uno schermo buio occasionalmente illuminato da lampi di luce metallica e stampe astratte. Il mood prevalente è gotico, l’atmosfera che si respira inquietante e sinistra.

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Paco Rabanne: il futurismo sfila a Parigi

Simonetta Ravizza collezione autunno inverno 16/17

Da sempre la pelliccia ha una valenza di potere, lustro e supremazia.
Indossata nei secoli sia da uomini che da donne, la pelliccia ha ricoperto diversi ruoli – a partire da quello regale degli imperatori fino ai nouveaux riches dei giorni nostri.

La storia racconta di numerosi uomini amanti delle pellicce: Napoleone, Il Re Sole, Enrico VIII, Rockefeller, Gabriele D’Annunzio

Oggi la pelliccia rimane indumento di seduzione e vanità – Simonetta Ravizza continua a regalarne alle donne diverse varianti.

Alla Milano fashion week 2016 ha sfilato con la collezione autunno/inverno 16/17 insieme alla nuova proposta di borse: dalla clutch alla san-bag rigorosamente hand-made e dai preziosi intarsi.

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sx pelliccia Simonetta Ravizza – dx dipinto di El Greco Dominio Theotokopoulos – A Lady in a Fur



 

Presenti nella collezione i capi in montone dalle nuove linee e dettagli in contrasto: dal caban taglio maschile al maxi cappotto dagli ampi rever, fino al biker jacket.

Sexy e selvaggia come una “Venus in fur“, la donna Ravizza indossa con disinvoltura il visone, lo zibellino, le volpi rosse e argentate – abbinate a sete, cashmire, per un look fluido e leggero che ne esaltano la naturalezza e l’esclusività.

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scena tratta dal film “Venus in fur” di Polanski – dx Simonetta Ravizza



 

Mantenendo la classicità della tradizione, Simonetta Ravizza inserisce l’eccellenza delle finiture sartoriali mixando peli, creando patchwork e maxi polsi e martingale.

I cappotti sono maxi vestaglie dalle cinture bicolore, le giacche si volumizzano, i gilet policromi si abbinano ai bianchi e alle intramontabili tonalità chiare.

 

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Simonetta Ravizza – il romanzo “Venere in pelliccia”



 

La pelliccia mette la donna Ravizza al centro della scena, una donna elegante ma al contempo naturale, che ritrova con questo capo la sicurezza felina.

Guarda tutta la collezione Simonetta Ravizza F/W 16/17: 

 

Caravaggio e il Giubileo del 1600

A proposito di giubileo …
È bene ricordare che, come spesso accade, in occasione di grandi eventi si mettono in moto delle energie di varia natura, anche economica, per dare lustro a un ambiente, rinnovare un quartiere, abbellire una città.
È proprio quello che tante volte è successo a Roma in vista dei vari giubilei che, a partire dal 1300, si sono celebrati nella Città Eterna.
Certo, non sempre gli artisti o gli artigiani sono stati all’altezza del compito loro affidato. Oppure non sempre hanno consegnato i lavori nella data convenuta. Non sempre all’inizio di un giubileo tutto era pronto. Anzi, quasi mai lo era (e lo è).


Caravaggio e il Giubileo del 1600


Altre volte, invece, si “approfitta” di un tale evento per portare a conclusione qualcosa che era già stato intrapreso prima e che con la scadenza giubilare di per sé non avrebbe alcuna attinenza. È il caso, ad esempio, di uno dei sommi capolavori dell’arte mondiale di tutti i tempi (scusate la retorica, ma pare proprio che sia così), cioè le tele della Cappella Contarelli nella chiesa di San Luigi dei Francesi.
Il cognome “Contarelli” è la forma italianizzata del cardinale francese Mathieu Cointrel, che, nella seconda metà del Cinquecento, aveva manifestato l’intenzione di decorare la suddetta cappella. L’artista incaricato era Girolamo Muziano, un pittore manierista di un certo calibro e di una certa fama. Ma gli anni passavano e ben poco era stato realizzato, fino a che il cardinale morì. Allora Virgilio Crescenzi, esecutore testamentario del defunto porporato, passò l’incarico a un altro manierista dell’epoca, Giuseppe Cesari detto il Cavalier d’Arpino, di eseguire una serie di affreschi. Il soggetto prescelto era la vita di San Matteo, apostolo ed evangelista, patrono del cardinale che ne aveva portato il nome. Il Cavalier d’Arpino, a sua volta, non era, come si suol dire, “l’ultimo dei Mohicani”, dal momento che era molto famoso e riceveva incarichi su incarichi. Per fortuna il documento della committenza si è salvato. Veniamo così a sapere che le scene da affrescare avrebbero riguardato episodi della vita del Santo. E sappiamo anche come gli eredi del cardinale le volessero: “San Matteo dentro un salone ad uso di gabella con diverse robbe che convengono a tal officio con un banco come usano i gabellieri con libri, et denari”.


Ma chi oggi si reca in San Luigi dei Francesi (e i visitatori sono centinaia di migliaia ogni anno!) vede che la realizzazione non corrisponde ai desideri dei committenti. Le tre scene comprendono i momenti salienti della vita di San Matteo, ma niente delle “robbe” previste dai committenti vi trova spazio. Cosa è accaduto?
È accaduto che nel frattempo il Cavalier d’Arpino, dopo aver affrescato la volta della cappella, era passato a più prestigiosi incarichi, cioè le due opere più importanti in Roma, i disegni per i mosaici della cupola della basilica di San Pietro e la decorazione di alcune stanze del Palazzo Senatorio in Campidoglio. L’esecutore testamentario, allora, si era messo alla ricerca di un ulteriore artista che, ripercorrendo lo stile del Cavalier d’Arpino, potesse condurre in porto i lavori.
Per l’appunto presso la bottega del suddetto Cavaliere era giunto da poco un giovane milanese che incominciava a farsi conoscere in Roma. L’incombenza, perciò, cadde sulle spalle di questo giovane. Ma, ed ecco l’aspetto “giubilare” della vicenda, si era ormai alla vigilia dell’Anno Santo del 1600. Perciò l’esecutore testamentario chiese che, per quell’anno, la cappella fosse completata, in modo da presentarla anche ai tanti pellegrini che sarebbero giunti a Roma, particolarmente ai francesi.
Il giovane accettò e si mise all’opera. Con due modifiche: invece dell’affresco usò la pittura su tela ed eliminò ogni elemento decorativo, da lui ritenuto superfluo e addirittura dannoso ai fini della fruizione di un’opera e del suo messaggio.


Per il giubileo del 1600 i lavori erano compiuti.
Ed eccole là, le tele. A sinistra, la “Vocazione di Matteo”, è a svolgimento orizzontale; a destra, il “Martirio di San Matteo” gioca su linee diagonali. Al centro, sull’altare, al momento c’era una statua di Jacob Cobaert, che non piacque e fu sostituita da una terza tela caravaggesca, “San Matteo e l’angelo”; la quale, a sua volta, nemmeno piacque e venne finalmente sostituita dall’attuale, che si sviluppa verticalmente.
Alla fine di tutta questa baraonda, eccole là, straordinariamente grandiose ed essenziali, drammatiche e coinvolgenti, splendenti e tenebrose, tragiche e brillanti, immediatamente comunicative e abissalmente profonde, dolcissime e violente.
Indimenticabili sono i personaggi che, da un’opacità incombente e trepidante, balzano verso l’osservatore disponendosi su direttrici che giocano drammaticamente con la luce.
Ecco, la luce. La grande protagonista di questi dipinti e di tante altre opere di quel giovane autore.


La vittoria della luce sulle tenebre. E non è forse questo il senso del giubileo?
Quel giovane pittore si chiamava Michelangelo Merisi. Era nato a Milano. Ma, siccome la famiglia era originaria di un piccolo paese della bergamasca, è passato alla storia con il nome di questo paese: Caravaggio.
Così la Cappella Contarelli in San Luigi dei Francesi ancora oggi risplende per le magnifiche tele del Caravaggio.
E scusate se è poco!

Il lusso decadente di Dries Van Noten incanta Parigi

Lusso decadente ed eccentrico quello che sfila sulla passerella di Dries Van Noten alla settimana della moda di Parigi 2016. Devoto a uno stile eclettico e unico, lo stilista belga si lascia ispirare da due figure di spicco del panorama culturale italiano: Gabriele d’Annunzio e l’eccentrica Marchesa Luisa Casati, con la quale ebbe una scandalosa relazione. Lui poeta dandy nell’animo e nell’aspetto, lei stravagante nobildonna che amava circondarsi di animali esotici e indossarne le pellicce.

 

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La collezione autunno inverno 2016-17 gioca sull’ambiguità di genere e un esotismo ostentato. Smokey eyes, cascate di perle e piume, silhouette allungate insieme a faux-fur e stampe animalier ripercorrono l’ossessione per il diverso, l’estraneo, l’esotico dei primi decenni del ‘900. I completi pigiama, le vestaglie, i pantaloni maschili dalla linea fluida sono invece ispirati ai poeti decadenti e al tema, a loro tanto caro, dell’ambiguità dei sessi. Non solo d’Annunzio, ma anche Oscar Wilde e George Sand ispirano la figura del dandy moderno in cui maschile e femminile si fondono. Panciotti e tuxedo, golfini da collegiale e abiti animalier dai colori sgargianti, reinterpretati con la moderna raffinatezza della moda parigina. Definito dal New York Times “uno degli stilisti più celebrali” per le colte citazioni che affollano le sue collezioni, Dries Van Noten sorprende la Paris fashion week con uno stile ancora una volta incantevole e conturbante.

 


Foto da fashionmag.com

Avventure in motocicletta per Chloé

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Ad oggi uno dei brand più riconoscibili della moda parigina, Chloé ha assunto ormai un’identità così chiara e precisa da rischiare di ripetersi. Ma il direttore creativo Clare Weight Keller sa bene a chi rivolgersi e come: la giovane donna francese amante di frange, pelle e avventure è l’icona del marchio da anni e continua a funzionare. La musa di questa collezione autunno inverno 2016-17 è Anne-France Dautheville, giornalista e scrittrice francese che nel 1972 attraversò il Medio Oriente in sella a una moto Guzzi 750. Da Parigi all’Iran attraversando l’Afghanistan, strizzata in tute di pelle e guidata dallo spirito avventuroso e hippie dei mitici ’70s, la giornalista è la figura perfetta per ispirare la millenials dallo spirito bohémien a cui Chloé si rivolge.

 

Accanto ai caftani ricamati, agli abitini svolazzanti e ai poncho sfrangiati, ormai grandi classici del marchio, sulla passerella della settimana della moda di Parigi sfilano riproduzioni esatte delle tute in pelle indossate da Anne-France Dautheville. Lo spirito romantico-hippie della maison si conferma e si rinnova in questa donna avventurosa di cui la moda parigina senza dubbio si innamorerà. Stivali camperos, cinture strette in vita e comode bisacce completano i look, ma il pezzo forte del prossimo autunno inverno è già designato: è la nuova it-bag Lexa. Una cartella-zainetto che conquisterà le fashion victim.

 

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Foto da fashionmag.com

 

 

I migliori backstage di Milano Moda Donna: Byblos

L’Alice pulp di Manuel Facchini vive le sue avventure lasciandosi affascinare da suggestioni stilistiche che la rendono 2.0.


Il lavoro di ricerca visiva di Byblos per il prossimo Autunno Inverno prende spunto dalle grafiche surrealistiche di Rocio Montoya e dall’universo onirico e fascinosamente pulp di Raymond Sepulveda.
La sua Alice nel Paese dei fiori salta di petali in corolle tridimensionali forte del suo imprinting che la conduce ad amare i tessuti del ricordo come il crochet, la lana tricot, il macramè e le lavorazioni patchwork.





Volumi cocoon per i capi che, in alcuni casi, vengono stravolti con l’effetto destroyed.
La palette cromatica abbraccia tutte le sfumature del nero, del rosa, del blu e del verde senza disdegnare il sapore vintage dato dalla corda.
Una donna velatamente nostalgica ma dinamicamente pronta per il futuro prossimo, senza mai perdere di vista lo stile.


Fashion editor: Alessia Caliendo
Video: Christian Michele Michelsanti
Photo: Giulia Bartolini


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Paco Rabanne: il futurismo sfila a Parigi

Visionaria e futurista la collezione Paco Rabanne, che ha sfilato oggi nell’ambito della Paris Fashion Week. Il direttore creativo Julien Dossena ha portato sulla passerella una donna bionica, quasi un’aliena, tra suggestioni high-tech e dettagli iridescenti.

Il candore di morbidi abiti dal collo alto viene stemperato dagli stivali argentati, dal mood spaziale. La pulizia e il minimal-chic di camicette vengono impreziositi da trasparenze e linee verticali. Tanto Oriente nei motivi floreali e nei tagli degli abiti, squadrati e corti. La palette cromatica, che vede prediligere nuance delicate e neutrali nelle prime uscite, si arricchisce nella seconda parte del défilé di elementi dark, con tanto nero, e spunti avanguardistici.

Mutante, robotica, la donna Paco Rabanne calca la passerella tra cappucci argentati e calzari bionici: anche il make up sfoggiato dalle modelle omaggia il fil rouge spaziale, tra rossetti fosforescenti en pendant con i colori degli outfit. Jersey, satin, lana e alluminio predominano, tra tessuti metallizzati e sperimentazioni. Suggestioni sportswear nei pantaloni oversize e nei cappucci, mentre i capispalla hanno il sapore avanguardistico di un’odissea nello spazio.

Julien Dossena, direttore creativo della maison dal 2013, si adegua alla nuova tendenza del “see now, wear now”: a partire da oggi una selezione di quattro dei look presentati durante la sfilata odierna, sarà già disponibile sia online che nel monomarca del brand di rue Cambon. “È bello soddisfare subito un desiderio”, ha dichiarato lo stilista a proposito dell’iniziativa. Per una moda immediatamente fruibile.

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Vionnet: una vestale in passerella a Parigi

Vionnet: una vestale in passerella a Parigi

È il mondo della musica ad ispirare Goga Ashkenazi nella collezione Autunno/Inverno 2016-2017 che ha sfilato ieri sera a Parigi. Il direttore creativo di Vionnet, che suona il piano da quando aveva sei anni, trae spunto dal suo Steinway, per una sfilata emozionante e poetica. La musica, con l’eleganza dei suoi spartiti e l’armonia dei suoi accordi, diviene musa incontrastata di Vionnet, per una collezione ricca di pathos e sentimento.

Drappeggi che ricordano i pepli delle dee dell’antica Grecia, intarsi e imbracature conferiscono al jersey e al lurex brillante nuove leggerezze e suggestioni classiche. La sfilata di Vionnet per la prossima stagione invernale riprende gli archivi storici della maison, in particolare una collezione datata 1932: è così che, in un gioco di geometrie e ricami, passamanerie e trasparenze, sfila sulla passerella una vestale, eterea e celestiale, che cede talvolta alle lusinghe di elementi luxury, come le pellicce.

Eleganza da diva nel satin stampato e nel jersey blu cielo, che si unisce ad un impalpabile chiffon, mentre il lurex conferisce un appeal da gran soirée che non perde di vista la comodità. Gli accordi musicali vengono trasfigurati su linee e cuciture diagonali che impreziosiscono il busto attraverso giochi di alta sartoria; le note musicali si materializzano su abiti da sera e da giorno, decorati con inedite chiavi di violino e note del pentagramma, mentre i tasti del pianoforte divengono stampa inedita black & white che impreziosisce lunghi abiti da sera ma anche abiti da giorno. Pianoforti disegnati come elementi surrealisti fanno capolino da jumpsuit colorate da indossare con colli di pelliccia.

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Sfila a Parigi il minimalismo tecnologico di Courrèges

John Elkann è diventato proprietario di tutti e tre i più grandi giornali italiani

Una notizia sorprendente ha scosso l’editoria italiana, il secondo e il terzo giornale, per tiratura, si sono uniti formando un polo dell’informazione di una grandezza mai vista in Italia.
L’accordo è tra Itedi, il gruppo della famiglia Agnelli e di quella Perrone in cui sono presenti Stampa e Secolo XIX e il gruppo editoriale L’Espresso di De Benedetti, editore della Repubblica.


Elkann, per ora, è anche l’azionista di riferimento di RCS, l’editore del primo giornale italiano, il Corriere della Sera ma FCA ha deciso di uscire direttamente dalla proprietà distribuendo le proprie quote ai suoi azionisti. In pratica ora Elkann ha quote considerevoli nei tre più grandi giornali italiani. Una riedizione nel mondo dell’informazione del caso Mondazzoli, la fusione tra Mondadori e Rizzoli.


L’accordo era stato anticipato da Il Foglio, il quale ha pubblicato anche nuove anticipazioni sulle prossime mosse. Secondo Claudio Cerasa, il direttore del Foglio, Cir, la holding di De Benedetti, rileverà Itedi S.p.A., attualmente al 77% di FCA e al 23% della famiglia Perrone, e Elkann rileverà il 25% del Gruppo Espresso in cui Cir scenderà sotto il 50%. L’operazione è stata voluta e organizzata da John Elkann e Rodolfo De Benedetti. Il Foglio parla anche di un forte interesse di Urbano Cairo per le quote di Elkann in RCS.


La Stampa e Repubblica sono sempre stati particolarmente vicini, Ezio Mauro, direttore storico di Repubblica era stato direttore della Stampa, l’attuale direttore Calabresi è arrivato anche lui a Repubblica dalla Stampa dopo aver rischiato di diventare direttore del Corriere della Sera dopo la scalata di Elkann al giornale di via Solferino.


Questa acquisizione è l’ultimo di una lunga serie di investimenti per quanto riguarda Elkann nel mondo dell’editoria; dopo RCS c’è stato l’Economist scalato grazie all’acquisto delle quote del gigante Pearson e ora il Gruppo Espresso.
Qualche malpensante sostiene che l’idea di una convergenza con Repubblica sia maturata dopo il tentativo di convergenza tra Corriere della Sera e Stampa sfumata dopo l’opposizione dell’ex direttore Ferruccio de Bortoli.


I giornali nazionali per ora non si espongo nei commenti ma la situazione è peculiare: un direttore che ha diretto due dei più grandi giornali ed è stato molto vicino a dirigere il terzo grande giornale; un editore che possiede quote considerevoli di tutti e tre i grandi giornali. La competitività tra i più grandi giornali è un’utopia. Se volessimo leggere un commento di una firma importante sulla fusione e volessimo che questa firma non avessi conflitti d’interesse a chi ci rivolgeremmo?
Una situazione di monopolio di questo tipo è quasi esclusivamente italiana: informazione, editoria o televisione.

Tra le favole di Luisa Beccaria – sfilata autunno inverno 16/17

Luisa Beccaria alla Milano Fashion Week – collezione F/W 2016/17 

So fairy tails la sfilata di Luisa Beccaria Autunno Inverno 2016/17 – tanto da ricordare l’ultimo film di Mattero GarroneIl racconto dei racconti” presentato al Festival del Cinema di Cannes lo scorso anno.

Abiti immersi nei luoghi magici e immaginari, dove prendono forma regine e principesse e fate, nelle foreste incantate e fiorite proprio come i tessuti di questa collezione donna F/W 16/17.

Il reale e l’irreale mescolano le carte dando vita a cappotti maxi in velluto che sembrano vestaglie; dai rimandi vittoriani i corsetti e le camicie in chiffon; il velluto si impreziosisce di ricami e viene lavorato a sangallo.

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dipinto di Jean Étienne Liotard – abito Luisa Beccaria



L’atmosfera è leggera e candida come la palette colori, un omaggio all’arte europea tra Settecento e Ottocento: da Jean-Étienne Liotard, pittore svizzero a Francesco Hayez, italiano, massimo esponente della corrente romantica.

I toni intensi del turchese e del petrolio, i verde e rosa pastello, l’avorio e i bagliori metallici, dipingono una collezione eterea, di una eleganza nobile ma scevra dell’altezzosità aristocratica.

La donna Luisa Beccaria è bon ton, discreta, sofisticata e veste la notte così come il giorno, intoccabile e irreale come un quadro da ammirare.

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sx un dipinto di Jean Étienne Liotard – dx abito Luisa Beccaria



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sx Luisa Beccaria – dx Jean Étienne Liotard



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abito Luisa Beccaria – dipinto di Elisabeth Louise Vigée Le Brun



Guarda qui l’intera collezione autunno inverno 16/17 di Luisa Beccaria: