Archive for maggio, 2016

Cosa pensa Stephen Hawking della Brexit e di Trump?

Stephen Hawking ha detto di non riuscire a capire la popolarità di Donald Trump, il candidato alla presidenza degli Stati Uniti d’America per i repubblicani.


Il geniale astrofisico che da anni studia i buchi neri e che ormai è diventato un personaggio pop con le sue apparizioni in serie di successo come The Big Bang Theory e la pubblicazione di best sellers globali alla richiesta di un parere su Trump ha risposto: “Non posso. E’ un demagogo che sembra si appelli al minimo comune denominatore”.


Hawking ha poi di nuovo fatto un appello agli elettori britannici riguardo il referendum sull’uscita del Regno Unito dall’UE che si terrà il 23 giugno. A marzo aveva già dichiarato che una Brexit sarebbe stata un disastro per la comunità scientifica.
“Sono passati i giorni in cui potevamo stare soli contro il mondo” ha detto ”Abbiamo bisogno di far parte di un grande gruppo di nazioni sia per la nostra sicurezza che per il nostro commercio. La possibilità che noi possiamo lasciare l’UE ha già fatto crollare il pound perché i mercati giudicano che danneggerà la nostra economia”.


Hawking ha anche fatto riferimento all’immigrazione: “Ci sono due ovvie ragioni per cui noi dovremmo rimanere nell’UE. La prima è che promuove la mobilità delle persone. Gli studenti possono venire qui dai paesi dell’Unione Europea per studiare e i nostri studenti possono andare nelle università europee. Questo è ancora più importante a livello di ricerca, lo scambio di persone permette alle abilità di muoversi più velocemente e porta nuove persone con idee diverse che derivano da vissuti differenti”.


“La seconda ragione è finanziaria. L’European Research Council ha dato molti fondi alle istituzione del Regno Unito per organizzare e promuovere gli scambi”.
Lo scienziato di Cambridge a cui era stata diagnosticato una malattia del motoneurone nel 1963 e a cui era stato pronosticata una aspettativa di vita di due anni continua a studiare e a scrivere libri.
Data la sua difficoltà a comunicare le sue dichiarazioni sono sempre pensate.


Hawking non ha mai fatto mancare le sue opinioni, ha partecipato alla protesta contro Israele per il trattamento dei palestinesi, ha dato il suo supporto all’investimento di 100 milioni per lanciare delle piccole navicelle a un quinto della velocità della luce verso il più vicino sistema, ha supportato il suicidio assistito, l’ateismo e così via.
Il suo supporto per il fronte anti-Brexit non è una sorpresa, praticamente tutti gli scienziati britannici si sono spesi contro questo referendum

Cosa c’è da sapere sui droni?

In Europa si discute – forse con ritardo – una normativa sui droni, sul loro uso, su eventuali patenti e su limiti (anche di buon senso) quali la distanza da aeroporti (almeno 5 km) il divieto di sorvolo su aree urbane pubbliche (per il rischio di ferimento in caso di malfunzionamento) e soprattutto in tema di privacy (non è chiaro infatti come regolamentare le riprese di persone comuni comunque acquisite tramite le videocamere).


La questione è stata molto parzialmente risolta per similitudine con le immagini raccolte da Google nella realizzazione dei famosi filmati grazie ai quali Earth ci offre una visione non solo satellitare e geografica del pianeta, ma anche una visione Street, eliminando volti, targhe, e qualsiasi elemento di riconoscimento soggettivo, anche successivamente a richiesta motivata degli utenti.
Sul tema il Garante italiano ha dichiarato “la sola ampiezza delle applicazioni oggi note, dalla ricognizione di aree impervie alle riprese di eventi o manifestazioni, dal monitoraggio di aree urbane alla verifica di impianti e strutture complesse fino agli usi amatoriali o ricreativi, dà bene l’idea di quali possono essere i potenziali rischi per la privacy delle persone. Le attuali regole giuridiche rischiano di non essere più adeguate a questi nuovi sistemi di raccolta di dati personali così invasivi. Dobbiamo puntare sempre di più sulla ‘privacy by design’, su tecnologie rispettose dei diritti di libertà delle persone fin dalla loro progettazione. Il parere dei Garanti Ue è un primo passo”.


Intanto c’è un sito molto facile e immediato che si alimenta – e con successo – grazie ai video (amatoriali e professionali e talvolta di promozione turistica) degli utenti: caricati liberamente e gratuitamente e gratuitamente fruibili.
Si chiama Travel with Drone ed è un sito web indipendente dove si possono vedere “i migliori video dei droni da tutto il mondo: dal Grand Canyon in Arizona al deserto di Dubai negli Emirati Arabi Uniti, dal Ponte di Brooklyn a New York alle più belle spiagge di Koh Samui. Attraverso migliaia di incredibili video caricati dagli utenti è possibile visitare comodamente da casa quasi tutto il mondo. E non attraverso una visione topografica, ma soggettiva.
Quello che era iniziato come un gioco si è evoluto in uno srumento video-fotografico molto dinamico e spesso di grande professionalità.
Il sito dichiara un database di oltre 5000 video: paesaggi naturali e città “viste dal punto di vista di un uccello”, e a differenza dell’immagine statica di Google Earth o di un video professionale di promozione turistica, si ha l’impressione, talvolta, di essere lì e vedere le cose esattamente come sono, difetti inclusi.


I video possono essere votati dai visitatori, condivisi, e sono anche raccolti nei “migliori video della settimana” e dell’anno. Tra le varie sezioni – utili per gli appassionati – anche una “drone crashes”, e molti contatti utili per saperne di più sul mondo dei droni, meglio se prima di cimentarsi.
Per gli appasionati italiani c’è un sito molto utile con una sezione “formazione” ed una “normativa” decisamente complete.
Per sapere invece come usarli è bene consultare il sito Enac (che come molti siti governativi ha una sintassi di raggiungimento dei link specifici abbastanza lunga – il link completo è questo) a dimostrazione che si è fuori dalla logica “giocattolo” e si è decisamente in un abito più serio della categoria “mezzi aerei a pilotaggio remoto”.

Buon compleanno, Brooke Shields

Ha incarnato gli anni Ottanta, tra pellicole scandalose e celebri campagne pubblicitarie: enfant prodige della moda e del cinema, Brooke Shields spegne oggi cinquantuno candeline.

Brooke Christa Camille Shields è nata a New York il 31 maggio 1965 in una famiglia che vanta una relazione con la nobiltà italiana. Origini inglesi, italiane e tedesche, il padre di Brooke era Francis Alexander Shields, membro del partito repubblicano, funzionario della casa cosmetica Revlon e fratello di Marina Shields, e la madre Teri Shields (nata Maria Theresia Schmon) era un’ex attrice e poi manager della figlia.

Forse pochi sanno che la nonna paterna della piccola era la principessa Donna Marina Torlonia di Civitella-Cesi, metà italiana e metà americana, sorella di Alessandro Torlonia, V principe di Civitella-Cesi, marito dell’Infanta Beatrice di Spagna (zia del Re Juan Carlos I). Brooke Shields è inoltre cugina di secondo grado dell’attrice Glenn Close.

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Brooke Shields è nata a New York il 31 maggio 1965



Brooke Shields in uno scatto di Patrick Demarchelier, 1983

Brooke Shields in uno scatto di Patrick Demarchelier, 1983



Uno scatto di Francesco Scavullo, 1983

Uno scatto di Francesco Scavullo, 1983



Foto di George Hurrell, 1981

Foto di George Hurrell, 1981



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La carriera di Brooke Shields è iniziata ad appena 11 mesi, e sua madre Teri è stata il suo manager



Da una ricerca compiuta nel 1995 dal genealogista William Addams Reitwiesner si sarebbe accertata la discendenza dell’attrice americana dalle più importanti famiglie italiane, in particolare di Roma e di Genova, tra cui i Grimaldi, i Carafa, i Doria, i Doria Pamphili Landi, i Chigi-Albani e i Torlonia.

L’infanzia della piccola Brookie -soprannome con cui veniva chiamata dalla mamma- è segnata dal divorzio dei genitori ma anche dalla sua incredibile bellezza: con un volto come quello, la strada del cinema e della moda appare quasi scritta nel DNA. La bambina ad appena 11 mesi appare su numerose riviste, immortalata in alcune campagne pubblicitarie. A soli 11 anni è la più giovane modella a firmare un contratto con la celebre agenzia Ford di New York. Tre anni più tardi, non ancora adolescente, è già una star e vanta oltre 300 cover di riviste patinate, tra cui Vogue e Cosmopolitan.


SFOGLIA LA GALLERY:




Brooke Shields posa per i più grandi fotografi del mondo, da Richard Avedon a Francesco Scavullo a Patrick Demarchelier, solo per citarne alcuni. Ma sotto gli abiti e il trucco da diva c’è solo una ragazzina indifesa: quella carriera diventa croce e delizia della giovanissima Brooke, la cui infanzia è segnata dall’ingombrante figura materna, che la inizia al mondo del cinema. Acerba veste i panni di una baby squillo nella controversa pellicola Pretty baby, diretta da Louis Malle (1978), scandalizzando intere generazioni. Torbida figura della notte appena 13enne, l’attrice entra nel mito grazie a quella scabrosa interpretazione. La rivediamo poi in Laguna blu, immersa in un paradiso esotico, quasi un mitologico Eden, in cui scopre i primi turbamenti d’amore accanto al biondissimo Christopher Arkins. È il 1980 e la regia del celebre film, simbolo della generazione nata negli anni Ottanta, è di Randal Kleiser.

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L’attrice in uno scatto del 1983



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La nonna paterna di Brooke Shields era la principessa Marina Torlonia di Civitella-Cesi



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La celebre campagna pubblicitaria per Calvin Klein Jeans, in cui la baby modella dichiarava che tra lei e i suoi jeans non c’era che la nuda pelle



Brooke Shields in "Laguna blu", 1980 (Foto di Michael Ochs Archives/Getty Images)

Brooke Shields in “Laguna blu”, 1980 (Foto di Michael Ochs Archives/Getty Images)



Musa di numerosi stilisti, da Valentino a Versace a Calvin Klein, indimenticabile è la campagna pubblicitaria per quest’ultimo brand, in cui la splendida baby modella ammicca, dichiarando che tra lei e i suoi jeans vi è solo la barriera della pelle nuda. Presenza fissa dello Studio 54 e intima amica di Michael Jackson, forse quel suo volto perfetto e l’immagine che i registi forgiano per lei, in perenne bilico tra innocenza e perdizione, l’hanno privata dell’innocenza dell’infanzia.

Ma Brooke dimostra di essere una ragazza con la testa sulle spalle: nel 1983 si laurea in Letteratura francese alla prestigiosa Princeton University, prendendosi una pausa dalla sua carriera di attrice. Inoltre ha dichiarato di aver conservato la propria verginità fino ai 21 anni. Le sue storie d’amore divennero argomento succulento per i tabloid di tutto il mondo, a partire dal matrimonio con il campione di tennis Andre Agassi. Nel 2005 l’attrice ha dichiarato pubblicamente di aver sofferto di una grave forma di depressione post-partum, dopo avere dato alla luce la sua prima figlia, Rowan Francis.

Brooke Shields in "Pretty Baby" (1978)

Brooke Shields in “Pretty Baby”, scandalosa pellicola diretta da Louis Malle, in cui lei interpretava il ruolo di una baby prostituta (1978)



Su Vogue, foto di Richard Avedon, 1980

Su Vogue, immortalata da Richard Avedon, 1980



Brooke Shields in Valentino, foto di Vittoriano Rastelli, 1981

Brooke Shields in Valentino, foto di Vittoriano Rastelli, 1981




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Della Valle: in casa Tod’s lo stilista non serve più

“La Rinascente” giudicato il miglior store del mondo

Durante il Global Department Store Summit 2016 di Ginevra, La Rinascente di Milano è stata proclamata “Best Department Store in the world”.

Il premio, assegnato con cadenza biennale, ha premiato il megastore meneghino tenendo conto della solida prestazione finanziaria, della capacità di creare una particolare esperienza in-store e  l’ottimo servizio riservato  alla clientela.

 

La notte di Natale 1918, un corto circuito provocò un vasto incendio (fonte urbanlife)

La notte di Natale 1918, un corto circuito provocò un vasto incendio (fonte urbanlife)

 

 

Da oltre 150 anni, La Rinascente dona glamour ad una città fortemente cosmopolita. Le maggiori griffe, presentano le loro collezioni usufruendo di spazi elegantemente allestiti.

Ricevere questo riconoscimento è un grande onore e una profonda soddisfazione per la bottega nata a Milano 150 anni fa e ora nominata il miglior department store al mondo” ha commentato Alberto Baldan, amministratore delegato de La Rinascente.

Fu Gabriele D’Annunzio a battezzare il grande magazzino con il nome di “La Rinascente”, di proprietà della famiglia Borletti.

 

Vetrina d'epoca de La Rinascente (fonte mam-e)

Vetrina d’epoca de La Rinascente (fonte mam-e)

 

 

Il Supermarket della moda di lusso, adiacente in piazza Duomo, offre una shopping experience che non conosce rivali.

Sviluppati a più livelli, gli spazi de “La Rinascente” ospitano luxury brand per uomo, donna e bambino, beauty, home design e food.

Nel 2017, inoltre, verrà realizzato a Roma il secondo flagship store in via Tritone, con uno spazio espositivo di 15.000 mq, sviluppato su più piani, con un’offerta commerciale estremamente varia e prestigiosa.

L’obiettivo, dichiara Vittorio Radice (Vice Presidente de La Rinascente) ”è farla diventare nei prossimi 5 anni non solo un’insegna globale, ma soprattutto uno dei 5 più importanti department store del mondo”.

 

 

 

 

Fonte cover larinascente.it

 

 

Daniela Gregis si racconta per la prima volta

Ad ogni fine sfilata , i designers escono tra il pubblico per accogliere gli applausi, sempre.
Lei no. Al suo posto, una fila di sarte sorride in passerella. Indossano abiti da lavoro e ringraziano.
Questo è il messaggio della designer di moda Daniela Gregis: la persona viene prima dell’ abito che indossa.

Intervisto Daniela Gregis presso il suo atelier nel centro di Bergamo.

Siamo nel bar storico di Bergamo alta. La piazza è un vociare allegro di ragazzi appena usciti da scuola, siedono sugli scalini accanto ai cafè. Chiacchiero con l’assistente di Daniela Gregis cercando di scoprire qualcosa sul carattere della designer, quando mi appare d’improvviso dietro le sue spalle. Mi venisse un colpo!

Una signora elegante in ambiti semplici, senza un filo di trucco sul viso, con una grande fusciacca al collo e dalla voce sottile mi invita a sedere al tavolino del bar per conversare davanti ad una tazza di tè bollente, che allunga con un poco di spremuta. Magra, capelli castano cenere sulle spalle, ha l’andatura della voce di chi ha il lusso del tempo e mi racconta quand’è nata la passione per la moda:

Mia zia lavorava all’uncinetto, è da lei che ho imparato e da allora porto avanti la tradizione, più per una questione di rispetto che per una vera e propria scelta di stile”.

Ricorda il suo primo scialle, di un arancio forte e di una lana terribile, sintetica, che si usava per fare delle prove, per i noviziati: lo ricorda con ironia e racconta che ogni momento di inquietudine e solitudine lo passava lavorando alla maglia, era il suo modo per allentare le tensioni.

Da allora non ha mai più smesso.

Piazza Vecchia di Bergamo:

 



Daniela Gregis è alla sua 38esima collezione, ha iniziato questo mestiere 19 anni fa, quando nel laboratorio di Bergamo c’erano solo 3 persone; oggi in questa città si trovano i suoi 3 atelier che si affacciano sulla Piazza Vecchia. Il primo spazio è utilizzato come sala riunioni e propone pezzi di modernariato, dove il nuovo incontra il passato; oggetti acquistati nei numerosi viaggi around the world. Il secondo atelier, accanto a questo, è il vero negozio che propone la collezione in corso, una piccola boutique che non ha mai subìto restauri o ritocchi dove lavora la stessa signora da anni,  da anni. Il terzo atelier è una “lavagna bianca”, dove ogni mese il tema cambia e si gioca con gli abiti e oggetti; in questo periodo è dedicato ai bambini, quindi via libera agli acquerelli, ai giochi in legno e mini clothes.

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Mobile in legno intrecciato – atelier Daniela Gregis



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oggetti di modernariato nell’atelier di Bergamo



Tra le più grandi passioni di Daniela Gregis c’è la cultura giapponese con le sue tradizioni.

Nel negozio che propone oggetti di modernariato si possono acquistare introvabili borse japan in legno di noce (resistenti più della pelle mi dice), contenitori di legno scandinavo a incastro, kit giapponesi per oggetti rotti: si tratta di una colla color oro che disegna un tratto elegante su un oggetto che sarebbe destinato alla spazzatura. “Perché dire addio ad un oggetto bello o utile che amiamo? Il recupero è un modo per evitare lo spreco

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borsa japan in paglia lavorata a mano



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contenitore in legno scandinavo a incastro



 

 

Gli atelier di Daniela Gregis nella città di Bergamo:



Nei racconti della stilista Daniela Gregis, che sottolinea “l’eleganza non è eccesso a tutti i costi, trovo sia più elegante un contadino di una signora male agghindata” – si ritrovano l’amore per il proprio lavoro ma soprattutto una filosofia che stimola le scelte che ricadono sulla comunicazione del brand. Lo stesso bizzarro e originale dettaglio di aver fatto sfilare una donna non più giovane come Benedetta Barzini,  modella e giornalista.

Siamo delle maschere e recitiamo sempre una parte, perché mai? Che motivo abbiamo?” si domanda – “siamo così arroganti da credere di essere importanti”: questa la verità che si cela dietro il non apparire di Daniela Gregis, il non voler esporsi, il lasciare piena libertà alle modelle, di sfilare con i loro ritmi, lenti, cadenzati dalla musica, totalmente in contrasto con la frenesia di una fashion week abituale.

La location prediletta per la settimana della moda milanese è un luogo sacro: l’oratorio della Basilica di San Ambrogio, una delle più antiche chiese di Milano.

Le sfilate di Daniela Gregis raccontano una moda senza solennità, colma di spiritualità, come il luogo dove si svolge, un defilé quasi neghittoso, indolente e soprattutto mai autoreferenziale.

Ogni passo della modella libera quel po’ di mistero romantico degli abiti della Gregis, che sono casti ma colorati, moderni ma intrisi di storia – assistervi è come abbandonarsi ad una riscoperta naturalezza.

Il clangore di una grossa campana avvisa che il tempo è finito – una lezione di vita quella di Daniela Gregis: l’essere se stessi, semplicemente.

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collezione Daniela Gregis F/W 16/17



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Benedetta Barzini sfila per Daniela Gregis



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collezione Daniela Gregis F/W 16/17



 

 

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SFILATA DANIELA GREGIS – COLLEZIONE AUTUNNO INVERNO 2016/17

Benjen Stark è tornato in Game of Thrones, chi è?

Nella scorsa puntata di Game of Thrones a nord del muro sono morte molte persone per mano dei White Walkers. Hodor, uno dei personaggi più amati della serie ci ha lasciati e la situazione di Bran e Meera non sembrava delle migliori ma ecco che finalmente arrivano buone notizie.


Quando tutto sembrava perso per Bran e Meera i due sono stati salvati dall’attacco degli zombie servi dei White Walkers da una figura misteriosa che si scoprirà poi essere Benjen Stark, il fratello di Ned scomparso molto tempo fa.


La maggior parte delle persone si saranno dimenticate dell’esistenza di Benjen dato che il personaggio non compariva dal terzo episodio della prima stagione quando è andato in missione a nord del muro ed è scomparso.
La sua assenza è rimasta un mistero da allora. Il mistero, comunque, non è del tutto svelato in quanto Benjen non è esattamente vivo.


Benjen Stark è il fratello più piccolo di Ned Stark e l’ultimo Stark in vita di quella generazione. Nel libro è più volte spiegato che era comune per i figli più giovani delle casate nobili e che quindi non erediteranno il castello entrare a far parte del Night’s Watch. Dopo che Ned ha ereditato il castello, difatti, Benjen ha indossato il mantello nero. Una volta a Castle Black Benjen ha fatto carriera molto in fretta ed è diventato primo ranger.


Nel primo episodio di Game of Thrones si vede Benjen accogliere Robert Baratheon a Winterfell insieme a Neddard. Lo zio è venuto a prendere Jon che difatti lo seguirà a nord. Quando Jon inizia il suo addestramento Benjen parte per una missione a nord del muro per investigare riguardo a fantomatiche attività dei Wildlings e dei White Walkers.
Benjen non ritornerà mai. Più tardi il suo cavallo farà ritorno così il Lord Comandante Mormont partirà alla sua ricerca con una grande squadra di cui fa parte anche Jon ma il gruppo non troverà tracce.


La strana natura di Benjen ricorderà ai lettori del libro un personaggio apparso molto tempo prima.
Nel terzo libro quando Sam e Gilly stavano scappando dagli zombie uno strano personaggio alleato con il Corvo a tre occhi appare e li salva. Questo personaggio aveva un mantello del Night’s Watch ma non rivelerà il suo nome e sarà chiamato Coldhands dato che le sue mani erano gelide.


Successivamente Coldhands guiderà Bran, Meera, Jojen e Hodor a nord del muro per incontrare il Corvo a tre occhi. Mentre sono in cammino Bran nota che il personaggio non mostra mai la sua faccia, non mangia e sembra non respirare, per questo inizia a fare domande:


Chi sei tu? Perché le tue mani sono nere?


Il ranger studiò le sue mani come se non se ne fosse mai accorto prima. “Quando il cuore smette di battere il sangue di un uomo scende verso le estremità dove diventa più denso e congela”. La sua voce crepitava nella sua gola tanto magro e macilento era, “Le sue mani e i piedi si gonfiano e diventano nere come il pudding. Il resto di lui diventa bianco come il latte”.


…” E’ morto”. Bran poteva sentire la bile in gola. “Meera è qualcosa di morto”.



Ci sono molte somiglianze tra i personaggi dato che l’episodio rivela che Benjen è stato ucciso dai White Walkers e rianimato da una magia dei Bambini della Foresta. Non uno zombie, non un White Walkers ma non del tutto vivo.


Coldhand, poi, è sempre stato associato con Benjen dai fan anche se Martin ha sempre negato che quel personaggio fosse Benjen ma che questo sia vero o no gli sceneggiatori di Game of Thrones si sono presi le loro libertà rispetto al libro già altre volte. Nell’approfondimento andato in onda sulla HBO uno degli sceneggiatori si riferisce a lui come “Coldhands Benjen”.


Non ci sono molte altre grandissime rivelazioni in questo episodio ma una domanda sorge spontanea: cosa ha fatto Benjen in tutto questo tempo?
Nella seconda stagione Samwell Tarly e i suoi amici hanno scoperto un pacco misterioso a nord del muro, una scorta di daghe di dragonglass e un corno misterioso il tutto avvolto in un mantello del Night’s Watch.


Una grandissima fortuna dato che Sam scopre poco dopo che il dragonglass è una delle poche cose che può uccidere i White Walkers. Molti fan pensano che sia stato Benjen a nascondere il pacco per i suoi compagni. L’apparizione di Benjen, inoltre, fa pensare che fosse l’ex primo ranger stesse lavorando per il Corvo a tre occhi.
Il corno nel libro è ancora con Sam e molti fan hanno diverse teorie sulla sua importanza.

Kate Moss fashion designer per Equipment

Per il prossimo autunno/inverno 16-17 Kate Moss  ha lanciato una capsule collection per il marchio Equipment, composta da maglioni style rock, blazer (capo must have nell’armadio di Kate), camicie, pantaloni slim 5 tasche e dalla linea a palazzo e giacche militari.

 

(fonte equipment.com)

(fonte equipmentfr.com)

 

Kate Moss è il direttore creativo della campagna (fonte equipment.com)

Kate Moss è il direttore creativo della campagna (fonte equipmentfr.com)

 

 

Siamo entusiasti del fatto che Kate abbia preso parte a ogni fase del processo. La sinergia è stata facile, grazie alla relazione costruita negli anni tra il lei e il nostro brand , e non vediamo l’ora di espanderla ancora”, ha dichiarato Jack Schwefel, CEO dell’azienda.

 

Accanto alla Moss hanno posato Susie Cave ed Ella Richards (fonte equipment.com)

Accanto alla Moss hanno posato Susie Cave ed Ella Richards (fonte equipmentfr.com)

 

(fonte equipment)

(fonte equipmentfr.com)

 

 

La collezione Kate Moss for Equipment, verrà celebrata la sera del 1° giugno con un party esclusivo alla Chiltern Firehouse di Londra, alla presenza della modella e Net-A-Porter che venderà la collezione sul suo portale fino il 15 giugno prossimo.

 

(fonte equipment.com)

(fonte equipmentfr.com)

 

(fonte equipment.com)

(fonte equipmentfr.com)

 

 

Kate Moss for Equipment sarà in vendita dal 2 giugno in esclusiva su equipmentfr.com, nei negozi monobrand Equipment, nel temporary pop-up store di Londra, in 62 Blandford Street, dal 2 al 9 giugno e presso alcune boutique nel mondo.

 

 

 

Per la cover fonte equipmentfr.com

“La moda oltre il mito”: l’omaggio a Marilyn Monroe

La moda oltre il mito” è l’incredibile omaggio di Torino alla diva Marilyn Monroe, per celebrare i novant’anni dalla nascita dell’attrice americana, scomparsa prematuramente all’età di trentasei anni, il 5 agosto 1962 a Brentwood.

Palazzo Madama, dal 1° giugno al 19 settembre prossimo, ospiterà ben 150 oggetti personali, appartenuti alla celebre icona.

 

Marilyn Monroe by George Barris

Marilyn Monroe by Alfred Eisenstaedt

 

 

 

Lettere, vestiti, accessori, articoli di bellezza, documenti, oggetti di scena e spezzoni di film, appunti su quaderni, contratti cinematografici e scatti fotografici (inediti e originali) dei fotografi Bernt Stern, Alfred Eisenstaedt, George Barris e Milton Greene: il percorso espositivo, racconta stralci della vita di un personaggio che, in brevissimo tempo, è riuscito a fare breccia nei cuori di milioni di americani e del resto del globo.

 

Bert Stern. Striped Scarf, 1962

Bert Stern. Striped Scarf, 1962

 

 

Di spregiudicata bellezza, a cinquantadue anni dalla sua scomparsa, Marilyn Monroe incarna ancora il mito di bellezza intramontabile. Con un corpo che oggi definiremmo curvy, la sex symbol  ha fatto traballare la Casa Bianca con la presunta love story con il Presidente John Fitzgerald Kennedy e la successiva relazione clandestina con Robert Kennedy, ministro della Giustizia americano, nonché fratello di John.

 

Marilyn Monroe by George Barris

Marilyn Monroe by George Barris

 

 

Archiviata la sua morte per suicidio, la dea del cinema hollywoodiano è ancora simbolo di bellezza nel mondo. “I don’t mind living in a man’s world, as long as I can be a woman in it“, intonano tuttora i suoi fans, orfani di una donna che, nel bene o nel male, ha catalizzato su di sé l’attenzione dei media ed ha messo a tacere la critica.

 

Marilyn Monroe by Milton Greene, 1955

Marilyn Monroe by Milton Greene, 1955

 

 

La mostra, realizzata da Fondazione Torino Musei in collaborazione con Brentwood Exhibitions e Expona, racconta non solo il successo pubblico di Marilyn ma anche la quotidianità di una donna fragile e sfortunata.

 

 

Per maggiori informazioni sulla mostra www.palazzomadamatorino.it

 

Louis Vuitton presenta la collezione Crociera 2017

Brandelli di stoffa. La collezione Cruise 2017 di Louis Vuitton appare un atto dissacratorio nei confronti della moda.

Se è vero che in essa è vivida l’atmosfera anni ’80, Nicholas Ghesquière, ha selezionato dettagli non proprio convincenti per raccontare un viaggio a ritroso in un passato che poco ha concesso alla moda.

 

NITEROI, BRAZIL - MAY 28:  A model walks at Louis Vuitton 2017 Cruise Collection at MAC on May 28, 2016 in Niteroi, Brazil.  (Photo by Fernanda Calfat/Getty Images)

La collezione è stata presentata presso il Museo di Arte Contemporanea di Niteroi  (Photo by Fernanda Calfat/Getty Images)

 

NITEROI, BRAZIL - MAY 28:  A model walks at Louis Vuitton 2017 Cruise Collection at MAC on May 28, 2016 in Niteroi, Brazil.  (Photo by Fernanda Calfat/Getty Images)

(Photo by Fernanda Calfat/Getty Images)

 

(Photo by Fernanda Calfat/Getty Images)

(Photo by Fernanda Calfat/Getty Images)

 

 

La collezione, gioca molto sui pattern e i sui colori. Onde sinusoidali, “investono” i capi delineando un mood carioca, in omaggio alla città di Rio de Janiero che ha ospitato l’evento.

Asimmetria totale e sovrapposizioni: la cruise 2017 della maison francese, ricorda fortemente il défilé autunno/inverno 15-16 per aver raccontato una donna dal pronunciato temperamento, pronta a vivere nella giungla urbana sempre più futuristica.

 

(Photo by Fernanda Calfat/Getty Images)

(Photo by Fernanda Calfat/Getty Images)

 

(Photo by Fernanda Calfat/Getty Images)

(Photo by Fernanda Calfat/Getty Images)

 

(Photo by Fernanda Calfat/Getty Images)

(Photo by Fernanda Calfat/Getty Images)

 

 

Predominano le linee affusolate, ma non mancano parka over e particolari in ruches, che conferiscono alla collezione un look meno avveniristico.

Leggere goffrature, inoltre, movimentano gli abiti color block.

Ho così ammirato la forza di Oscar Niemeyer. La sua visione, la sua radicalità e anche la sua utopia. Essere in grado di far sfilare una collezione di moda in uno spazio così architettonicamente potente è un’esperienza sensoriale. A Rio de Janeiro, tutto quello che ho visto vibra di movimento e di una energia esplosiva che si mescola tra modernismo e tropicale. Sono rimasto affascinato dalla costante dualità tra la natura e l’urbanistica e l’esplosione pittorica che crea. Per me, la questione principale era cercare di incorporare nella mia collezione tutti questi elementi che fanno parte della cultura brasiliana, senza dimenticare che io sono solo un visitatore che porta i suoi riferimenti culturali parigini e francesi” ha dichiarato lo stilista.

 

(Photo by Fernanda Calfat/Getty Images)

(Photo by Fernanda Calfat/Getty Images)

 

(Photo by Fernanda Calfat/Getty Images)

(Photo by Fernanda Calfat/Getty Images)

 

(Photo by Fernanda Calfat/Getty Images)

(Photo by Fernanda Calfat/Getty Images)

 

 

Nicholas Ghesquière, volge un’attenta analisi sugli accessori. L’iconica Speedy veste un allure del tutto nuovo con stampe decise, quasi caleidoscopiche. L’intramontabile stereo a cassette Boombox, diventa una borsa a mano in tela monogram.

Meno convincenti, le calzature. Orripilanti, gli ibridi ankle boots/infradito bianchi.

 

 

(Photo by Fernanda Calfat/Getty Images)

(Photo by Fernanda Calfat/Getty Images)

 

(Photo by Fernanda Calfat/Getty Images)

(Photo by Fernanda Calfat/Getty Images)

 

(Photo by Fernanda Calfat/Getty Images)

(Photo by Fernanda Calfat/Getty Images)

 

(Photo by Fernanda Calfat/Getty Images)

(Photo by Fernanda Calfat/Getty Images)

 

 

 

 

 

 

Fonte immagini www.buro247.ru

Della Valle: in casa Tod’s lo stilista non serve più

La dichiarazione è forte, e sembra destinata inevitabilmente ad aprire orizzonti nuovi ed inusitati nel fashion biz. In casa Tod’s, dopo l’addio di Alessandra Facchinetti, il direttore creativo sembra ormai una figura destinata a scomparire. Ridimensionata la sua importanza, lo stilista sarebbe quindi considerato oggi non essenziale ai fini della messa a punto delle nuove collezioni. A dirlo è Diego Della Valle, patron del gruppo marchigiano. Così l’imprenditore si è espresso durante il Luxury Summit organizzato dal Il Sole 24 Ore.

La dichiarazione intendeva commentare l’addio della stilista Alessandra Facchinetti, che all’inizio del mese corrente ha abbandonato dopo tre anni la direzione creativa di Tod’s. Ma Della Valle non ha mezze misure nel proferire parole dalla portata storica, che hanno profondamente sconvolto il mondo fashion e che gettano scenari inquietanti sul futuro della moda: “Lo stilista, a noi, nel senso classico, non serve più perché credo sia diventato, tranne in alcuni casi, un po’ un rallentatore dei progetti”, ha affermato Della Valle, annunciando nuovi progetti di sviluppo previsti per il mese di giugno.

“Il fatto di andare ogni mese nei negozi è già un’antitesi. Lo stilista se è bravo è un pensatore, ha bisogno dei tempi, ha le sue comprensibili incertezze, vuole rifare le cose, tutto questo non è più contemplato nella velocità che noi oggi dobbiamo avere nelle aziende”, ha poi aggiunto. “Se voi osservate i nuovi stilisti, di stile praticamente non sanno niente, sono fenomeni tra pr e socialite. Mai avrete visto un marchio di rilevanza mondiale senza lo stilista. E qualche volta, quando è capitato, è stato un dramma. Oggi si avverte che il mercato si orienta da un’altra parte”.

Il presidente di Tod's, Diego Della Valle

Il presidente di Tod’s, Diego Della Valle



Se da una parte viene quindi rinnegata la figura stessa del direttore creativo, che, secondo Della Valle, oggi sarebbe reo di rallentare la velocità e i tempi di produzione, tuttavia mancherebbe a tutt’oggi una reale strategia per modernizzare il brand e renderlo capace di tenere il passo in una società in cui la velocità sembra essere diventata condicio sine qua non. A suo dire Tod’s non aderirà infatti alla filosofia del “see now-buy now” che oggi domina il mercato della moda: le collezioni del celebre brand italiano non verranno quindi messe in vendita subito dopo la loro presentazione. Un approccio che risulta quasi antitetico alle dichiarazioni circa la figura del direttore creativo del brand. Della Valle ha inoltre auspicato razionalità e buon senso come base su cui sviluppare le nuove strategie aziendali che saranno messe a punto entro qualche settimana. Resta da chiedersi se si possa considerare valido un simile approccio, e se dovremo quindi aspettarci l’avvento di una nuova era per la moda, intrisa di qualunquismo e rea di non aver dato il giusto valore alla creatività del singolo, un’era in cui la stessa figura dello stilista sarà drammaticamente soppiantata dalla spersonalizzazione e dalla meccanizzazione dominanti nelle logiche di mercato.

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Bulgari Hotels and Resorts conquista Mosca

Bulgari annuncia l’apertura del suo primo hotel a Mosca nel 2019, dopo l’opening della boutique Bulgari che ha visto la partecipazioni di numerose celebs come Carla Bruni, Miroslava Duma e Luke Evans.

Bulgari Hotels and Resorts ha firmato, in realtà, un accordo con l’investitore russo Alexey Bogachev per introdurre il marchio di lusso romano a Mosca.

 

Cortile Bulgari Hotels and Resort a Mosca (fonte amica.it)

Cortile Bulgari Hotels and Resorts a Mosca (fonte amica.it)

 

 

L'hotel di Lusso di Bulgari, inaugurerà nel 2019 (fonte amica.it)

L’hotel di Lusso di Bulgari, inaugurerà nel 2019 (fonte amica.it)

 

 

Dopo Milano, Bali, Londra, Shanghai, Pechino e Dubai (questi ultimi tre nel 2017), è giunto il momento di aggiungere ulteriore glamour al Cremlino e a Piazza Rossa.  Bulgari Hotels and Resorts, sorgerà  adiacente al Conservatorio di Stato di Mosca P. I. Tchaikovsky (una delle università musicali più importanti del mondo), a circa 300 m dalle maggiori attrazioni della città.

 

Jean-Christophe Babin e Alexey Bogachev (fonte Atlan/Bulgari)

Jean-Christophe Babin e Alexey Bogachev (fonte Atlan/Bulgari)

 

 

Il progetto iniziale, prevede 65 camere e suites tra cui una sorprendente Bulgari Suite di ben 300 mq con un’esclusiva terrazza di 600 mq che offrirà una magnifica vista di Mosca e del Cremlino. Gli ospiti potranno usufruire, peraltro, di una gamma completa di servizi di lusso: una spa di 1600 mq, un ristorante, un bar  e una piscina di 25 metri.

 

 

Fonte cover Amica

Boy: la nuova fragranza di Chanel

Robert Capel era un uomo fortunato. Robert Capel era più che una fonte d’ispirazione.

Potrebbe essere definito colui che ha contribuito ai fasti di una fra le maison di lusso più apprezzate al mondo.

Boy Capel, fu il primo a credere nelle potenzialità di Mademoiselle Coco Chanel, investendo parte del suo patrimonio (era un abile giocatore di polo n.d.r.) nella prima boutique di Gabrielle Bonheur, a Deauville.

 

Boy Capel fu l'unico grande amore di Coco Chanel (fonte blogdimoda)

Boy Capel fu l’unico grande amore di Coco Chanel (fonte blogdimoda)

 

 

Coco ne era perdutamente innamorata:” È stata la grande occasione della mia vita: Avevo incontrato qualcuno che non mi avviliva. Aveva una personalità molto forte, singolare, una natura ardente e concentrata. Mi ha formata, ha saputo sviluppare ciò che avevo di unico, a spese del resto. […] Per me è stato un padre, un fratello, tutta la mia famiglia”, è la confessione di Coco ripresa da Claude Delay in Coco Chanel. Genio Passione Solitudine, ed. Lindau.

Boy morì a soli 38 anni, il 22 dicembre 1919, a causa di un incidente stradale, lasciando un vuoto incolmabile nel cuore della stilista.

 

La relazione tra Coco e Boy durò solo 12 anni (fonte blogdimoda)

La relazione tra Coco e Boy durò solo 12 anni (fonte blogdimoda)

 

 

Amandoti ho capito che la vita non è bella perché è nostra. È  bella perché esiste qualcuno a cui donarla…”, dichiarò Gabrielle al più grande amore della sua vita.

A distanza di novantasette anni, maison Chanel rende omaggio a Capel, con il profumo Boy: l’ultima fragranza della collezione Les Exclusives de Chanel.

Occorrerà attendere il prossimo giugno 2016 per acquistare Boy, presentato nel classico flacone di vetro trasparente con monogramma e tappo magnetico, nella versione 75 e 200 ml.

Nella fragranza, gli accordi principali sono il geranio rosa e la lavanda (provenienti dal sud della Francia) ed ancora: la scorza di limone e di pompelmo, la vaniglia, il sandalo, fiori d’arancio.

 

Boy è la prima fragranza Chanel dal nome maschile (fonte blogdimoda)

Boy è la prima fragranza Chanel dal nome maschile (fonte blogdimoda)

 

 

Olivier Polge, creatore di Boy ha così spiegato il profumo: “Nel lavorare a questa fragranza non ho sicuramente cercato di creare un unisex, volendo piuttosto immergermi nel mondo delle fragranze maschili… dimostrando come possano essere facilmente indossabili da una donna. […]Non si è trattato insomma di creare una via di mezzo ma, al contrario, l’obiettivo era realizzare una fragranza decisamente maschile. E — come per molte altre cose nella vita — a determinarne il genere è la persona che la indossa“.

 

 

 

Le truppe curde e americane sono a 30 Km da Raqqa

In questi giorni è comparsa una foto che mostra soldati delle forze speciali americane con le toppe dell’esercito curdo di Rojava in prima linea nell’offensiva contro Daesh a nord di Raqqa.
Da quando Obama ha deciso di mandare 250 appartenenti alle forze speciali è stato facile vederli tra le forze in prima linea.
Al contrario di quanto sostenuto dagli USA i loro soldati non sono solo consulenti ma stanno effettivamente combattendo al fianco dei curdi.


La foto è bastata per far sollevare più di un sopracciglio. Le toppe che gli americani hanno al braccio sono quelle dell’YPG che è collegato strettamente con il PKK, il partito considerato terrorista dai turchi così come gli americani.


Un bel cambiamento dal momento in cui gli USA dicevano di non voler partecipare al conflitto in Siria con truppe di terra, gli americani ora stanno guidando l’assalto alla capitale dello Stato Islamico Raqqa.


Il coinvolgimento americano per conquistare Raqqa è essenziale. I curdi erano più che riluttanti a combattere oltre i confini di quello che sperano diventi lo stato curdo-siriano. La zona di Raqqa è una zona araba, i curdi sono pochissimi e l’YPG non ha interesse a difenderla nel lungo periodo.
Gli USA avevano dichiarato che le loro truppe non sarebbero state in prima linea ma avrebbero consigliato i curdi nella lotta per riconquistare le città pochi Km a nord di Raqqa. Il Pentagono continua a sostenere che le truppe loro truppe non sono in prima linea, negando l’evidenza. L’unico commento arrivato dal Pentagono sulle foto è che c’è una violazione dei regolamenti sulle uniforme. Lo scambio di toppe è una consuetudine radicata tra le truppe che combattono insieme nonostante sia una pratica formalmente proibita.


Gli USA hanno inoltre fatto sapere che molti arabi stanno chiedendo di entrare tra i ranghi dell’YPG per conquistare Raqqa, che i curdi sono disposti a conquistare la città nonostante non abbiano alcun interesse strategico nei confronti dell’area e che i turchi non si opporranno alla creazione di uno stato curdo indipendente.


I piani, fino ad ora, sono che i curdi arriveranno solo fino a 30 Km dalla capitale poi da lì fino alla città la prima linea sarà composta da truppe arabe addestrate in questi mesi dagli americani. Gli USA dicono che ci vorranno ancora mesi prima di raggiungere la capitale dello Stato Islamico.


Curiosamente le foto hanno fatto scalpore anche in campo curdo dato che uno dei soldati americani porta il logo delle truppe femminili curde. I curdi poi tengono a precisare che nessuno ha anche solo iniziato a programmare la conquista di Raqqa e che l’attenzione è sulle cittadine a nord della capitale.


I curdi dell’YPG non fanno altro che lodare le truppe americane e gli USA per il loro ruolo nella lotta contro Daesh.
Sembra sempre più “ufficiale” inoltre che le forze speciali americane non sono le uniche impegnate nei combattimenti. Le voci, sempre più dettagliate, parlano di truppe inglesi e forse francesi e olandesi.

Stokton: sneaker tra arte e moda

Talvolta la moda riesce a coniugare i fashion trend attuali con suggestioni tratte dall’arte: è il caso di STOKTON, brand da sempre attento alle nuove tendenze, che ha appena presentato la nuova collezione di sneaker per l’Estate 2016.

Suggestioni barocche ed ispirazioni Basquiat si sposano alle principali tendenze moda per la stagione Primavera/Estate. Elementi decorativi barocchi vengono stemperati da una visione contemporanea del gym style impreziosito dalla cura nei materiali usati, che spaziano dai macro pitoni crackle alle stampe cocco perlate e traslucide declinate in nuances lunari e raffinate. La palette cromatica abbraccia i toni dell’acqua, dell’incenso, del safari e del nirvana.

Nelle forme sfilate che esaltano il piede fanno capolino elementi decorativi di pregio, come puntalini metallici ricoperti da gemme mono e multicolor. Ricordano l’impressionismo italiano i pizzi e ricami della collezione pensata per lei, in un mood femminile e mediterraneo che si snoda attraverso delicate trasparenze.

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Per i modelli unisex spruzzi multicolor a rilievo, superfici graffiate, all’insegna dell’effortlessy-chic, e, ancora, pennellate e scolature di vernice. Striature di colore scalfiscono la pelle, in un gioco di rimandi, in perenne bilico tra arte e moda. I pattern tipicamente estivi prevedono stampe macro e floral nei toni tropical, che ricordano i quadri di Paul Gauguin e il post impressionismo, reinterpretato attraverso una visione naturalistica animata da colori densi e nuance dal piglio strong.

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Suggestiva, ricercata e sofisticata la collezione STOKTON per l’estate 2016: sia la donna che l’uomo potranno calzare un accessorio che vanta un grande studio stilistico ed un invidiabile background tecnico, all’insegna di un’artigianalità italiana che, ancora una volta, si dimostra un valido passepartout per un successo su scala internazionale.

ALEX BELLI UNCENSORED

ALEX BELLI UNCENSORED



 

Ciao ragazzi,

oggi vi porto con me fino al sud della Sardegna, in una spiaggia meravigliosa: le Dune di PISCINAS.

Le Dune sono una delle più grandi distese di sabbia d’Europa, una location rimasta intatta dall’abbandono delle miniere di minerali da 40 anni.

Ho scelto questo luogo per scattare l’editoriale DUNES con i costumi di Flavia Cavalcanti, una promettente costumista italiana, un posto dove il tempo si è fermato e dove si trovano ancora carrelli sui binari ricoperti dalla sabbia.

Un’atmosfera magica per rappresentare abiti che evocano storia e ricerca, qui l’editoriale e degli scatti direttamente dal backstage!

 

Model: Maylin Aguirre

Make up/ Hair Alessandro Filippi 

Costumi Flavia Cavalcanti

Photo Alex Belli @AXB Factory 

 

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Foto backstage:

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ALEX BELLI UNCENSORED

La comunicazione politica tossica

Si fa un gran parlare su vari siti e blog, di comunicazione politica manipolata, di “suggeritori
occulti”, di complotti.
Seguono a ruota, per “restare sul pezzo” (selettivamente scelto) vari giornali e televisioni che
sfornano questo o quel commentatore che si esprime e dice la sui metodi altrui.
La comunicazione diventa “tossica” quando viene strutturata non tanto secondo “tecniche retoriche”
(che sono sempre esistite) ma da quando vengono utilizzati in maniera sistematica sistemi di
manipolazione e di costruzione del messaggio.
Un sistema organizzato di comunicazione tossica – e che esiste da una ventina di anni, ovvero
da quando la rete nel resto del mondo ha cominciato interattivamente a svilupparsi, in particolar
modo con list server, chat, gruppi di discussione e poi blog – segue piccole e semplicissime regole.


I temi trattati non possono essere “spontanei”, perché devono essere svolti in una direzione
precedentemente stabilita.
Per fare questo vanno “testati” – non solo per argomenti, ma anche nella scelta delle parole, nella
sintassi e nella semantica – affinché successivamente possano essere “aggreganti”.
È quello che su twitter è conosciuto come “hash tag” – che in maniera immediata individua e crea
un gruppo di discussione e un tema e aggrega le persone in un “luogo”.
Nello specifico, vengono creati dei “luoghi di discussione paralleli”, in cui lanciare temi ed argomenti, simili ma semanticamente declinati in modo differente.
Si comprende come e quale sia quello di maggiore aggregazione e soprattutto con maggiore
capacità aggregante, si formula un messaggio semplice, e lo si rilancia in maniera massiccia sul
“portale principale”.
Il “nuovo messaggio” parte dalla massa critica già raccolta di utenti che hanno partecipato
precedentemente, che in maniera consapevole (pochi e i primi) rilanciano, e gli altri, di
conseguenza, attraverso un sistema di sharing diretto (condividi sui social network ad esempio) o
indiretto (mi piace, retwitt, commento indicizzato…). I temi trattati diventano anche “parole tag a incrocio semantico”. Il che significa, nel linguaggio degli algoritmi usati dai motori di ricerca, dagli rss, dai feeds, e così
via, che su ognuno dei temi chiave avverrà l’incrocio immediato (per rilevanza, data da rilanci
condivisioni e commenti) tra il sito/blog/autore e il tema trattato.
Nello specifico, è immediato che sui temi caldi, e più sentiti dalle persone, e più ricercati in rete,
automaticamente apparirà che quel blog ne ha parlato in maniera rilevante.


Le dinamiche del processo di aggregazione sono tanto semplici quanto difficili da realizzare, e sono il vero motore dinamico e impagabile del “prodotto finale”.
Avere infatti un numero più o meno rilevante di soggetti attivi perché convinti, significa anche
avere un patrimonio di lavoratori non pagati, che diffonderanno un messaggio/contenuto
difendendolo come proprio, e contemporaneamente generando accessi e massa critica di messaggi e
interazioni.


1. le parole semplici e i sillogismi noi siamo buoni e onesti chi non è con noi non lo è
noi siamo per… chi non è con noi non lo è noi non apparteniamo a… chi non è con noi non lo è
attraverso questo primo messaggio di ottengono due risultati: risultato immediato – aggregare soggetti che anche se non si conoscono tra loro s riconoscono in macro categorie offrire una prima replica collettiva – se non appartieni a questo gruppo è perché sei “un diverso da me”, quindi un antagonista.


2. “vince chi da spazio”
Nei gruppi sociali “normali” cercano, antropologicamente, di emergere delle figure di leadership.
In una società esasperata e in cui “mancano spazi di sfogo” la tecnica del “lasciar parlare, lasciar fare, dare spazi gratis” ripaga perché aggrega chi vuole dire qualcosa, e candida un certo contenitore ad essere referente di “chi ha qualcosa che vuole dire e nessuno gli da spazio”.


3. evitare l’incontro diretto
che genera leadership e mette in discussione la piattaforma di dialogo – non che le persone non si debbano incontrare mai, ma lasciare che il non luogo digitale resti il principale luogo.
Più semplice da moderare, controllare e analizzare, il messaggio è “il web facilita le discussioni restando comodamente a casa propria, è facile e gratuito”.


4. evitare il dibattito orale
Una discussione è fatta di linguaggio verbale (10%) ma soprattutto di non verbale e para verbale – e questi fattori di comunicazione interpersonale sono gestibili si, ma non del tutto controllabili.
Esistono corsi specifici per le persone che devono (o vogliono) parlare in pubblico.


5. soft e hard skills
scegliere persone con poche competenze specifiche e “appeal mediatico” (anche più facilmente manipolabili).


6. evitare il confronto
in un confronto si entra nel merito e si verifica il metodo.
Ciò impedisce la gestione della comunicazione per messaggi semplici, e monologhi.
Implica un’interazione difficilmente gestibile a priori.
Implica il porre domande e dover rispondere.
Questi primi sei punti si raggiungono con altrettanti messaggi semplici da condividere in maniera non mediata. Facciamo qualche esempio.
“Chi ha una competenza specifica appartiene a una casta.”
“Se accettate il confronto nel merito legittimate l’avversario.”
“Nel confronto orale fate il gioco degli imbonitori di mestiere.”
“Nel dibattito loro vengono da anni di politica e fanno solo retorica.”


Il processo di difesa del gruppo
Un gruppo “da gestire” deve necessariamente essere tenuto “chiuso”.
Se il gruppo si apre, dal confronto nasce il potenziale “mettere in discussione il metodo”.
Per tenere un gruppo chiuso basta farlo sentire “sotto attacco”, e va tenuta sempre alta la tensione in
questo senso.
Un gruppo “sotto attacco” necessariamente (istinto di sopravvivenza) si stringerà su se stesso a
difesa – apparentemente di sé – di fatto del “capo”.
[non esistono ad esempio elezioni in tempo di guerra che abbiano cambiato un governo in carica]
Anche qui la regola della comunicazione semplice è quella vincente, proprio perché si parla ad una
“massa” diffusa ed eterogenea.
Ma il sistema va declinato in tre momenti complementari.
a. far sentire la pressione, e se non c’è, crearla o alimentarla
b. individuare dei nemici “generici” (es. giornalisti, professori, politici…) e indicare possibili
interazioni tra gruppi di nemici generici (teoria del complotto, “la casta”…)
c. fornire “armi semplici e immediate” di risposta collettiva
parlare di un generico clima d’odio serve a questo, che poi ci sia davvero è meno importante,
basta alimentarlo e “farlo percepire”;
i complotti sono un messaggio “facile” nella storia italiana, abituata a massonerie e accordi di
potere trasversali, dimostrarli in questo caso non è necessario, basta che “sia plausibile”;
ecco le risposte più comuni e facilmente utilizzabili in ogni occasione:
“ci attaccano per difendere i loro interessi”
“se ci attaccano è perché abbiamo ragione”
“se ci attaccano è perché ci temono”
“sono membri della casta che combattiamo”
“la macchina del fango”
se scrive un professore universitario “è il mondo dell’accademia e dei baroni”
se scrive uno di un partito di destra o di sinistra “è schierato”
se lo fa un giornalista “i monopolisti dell’informazione” o “pennivendoli”
se scrive un parlamentare “è della casta”
se è troppo vecchio “è vecchio”
se è giovane “è troppo giovane”…
se scrive uno indipendente … “e questo chi è…”
tuttavia l’effetto collaterale di “far chiudere un gruppo in se stesso” facendolo sentire sotto assedio,
necessitando di frasi “violente” (vaffanculo, vi seppelliremo vivi, siete finiti, siete morti..), genera
davvero nell’altro un sentimento “violento”.
La necessità di fare gruppo sul “noi siamo gli onesti” implica – sillogicamente – che per
definizione “tutti gli altri non lo siano”, e questa in sé è una “provocazione violenta”.


Il prodotto finale – che nel caso di un partito politico è il programma elettorale – alla fine risente di tutto questo processo e di questo sistema di comunicazione.
Titoli che altro non sono che l’elenco dei temi caldi di cui abbiamo parlato all’inizio.
Temi su cui, è ovvio, difficile se non impossibile (proprio per loro natura implicita) che la
stragrande maggioranza della società non può non riconoscersi.
Le differenze tra i partiti e i movimenti politici tuttavia non risiedono nel contenuto (per la
maggioranza dei casi) ma nel metodo.


Tutto questo, che può apparire un sistema “troppo semplice”, in realtà è molto complesso da
realizzare.
Occorre tempo, molto lavoro, e anni di “sociologia della rete”, di studio e sviluppo delle interazioni
e dei gruppi da aggregare, di semantica, oltre che di creazione di siti, blog, contenuti e contenitori
che in qualche modo, nel tempo, apparentemente tra loro isolati, costruiscono una macchina di
consenso unitaria.
Grande Fratello?
No, semplice “comunicazione tossica”.
Ed è virale e contagiosa.
Perché se porta risultati “utili” altri la imiteranno.
La sua origine?
Il vuoto politico dei vecchi partiti.
L’incapacità di essere spazi di dialogo, mediazione e ricezione delle istanze delle persone.
Che non incontrandosi più fisicamente e discutendo tra loro, finiscono con il ritrovarsi nel circuito di una comunicazione elettronica e mediata, costruita su linguaggi semplici, ancor più nell’unico
spazio che apparentemente “da spazio e voce ai cittadini”.
Conta poco che i sondaggi elettronici messi online siano assolutamente manipolabili.
Conta poco che tecnicamente puoi creare fake che modificano le presunte votazioni nei gruppi.
Conta poco che si usi il metodo Condorcet nelle presunte primarie.
Quello che conta è che hai creato una macchina in cui “appare” che le persone partecipino
attivamente, che abbiano la sensazione “a monitor” di essere attive, partecipi, protagoniste e che
qualcuno le ascolta.
E chiunque dica il contrario è un nemico.
Perché priva le persone del “sogno” di uno spazio in cui “esistere”, in un modo che questo spazio
non lo da…

Levi’s e Google: nasce il primo giubbotto smart

Il mondo sarà sempre più connesso grazie a Levi’s Commuter x Jacquard by Google Trucker Jacket, la giacca ideata da Levi’s in collaborazione con Google.

La partnership tra i due colossi americani, che risale al 2015, ha prodotto una giacca che rimane connessa allo smartphone e che consente a chi lo indossa, di poter rispondere alle telefonate, leggere gli sms oppure ricevere indicazioni stradali come un vero navigatore.

 

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Il giubbotto è stato sviluppato da Advanced Technology and Projects (la divisione di Google che si occupa dei progetti più innovativi dell’azienda), mentre il design e i materiali sono stati curati da Levi’s.

 

 

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Il dispositivo è rimovibile per la ricarica e per consentire il lavaggio del tessuto

 

 

Il polsino, è una specie di smartwatch collegato al dispositivo attraverso il Bluetooth. Questa novità, permetterà soprattutto a chi si sposta sulle due ruote, di percorrere le strade in piena sicurezza, evitando distrazioni che potrebbero causare incidenti anche gravi.

Il giubbotto è ancora in fase di perfezionamento e sarà disponibile solo a partire dalla primavera del 2017.

 

 

 

Perché il Venezuela è un disastro

Il Venezuela sta crollando in modo spettacolare in questi giorni. Un paese da 30 milioni di persone sta avendo a che fare con mancanza di cibo e medicinali, la corrente elettrica va e viene, le proteste in strada diventano sempre più violente, il tasso di inflazione è il più alto al mondo e la percentuale di omicidi per popolazione e tra i più alti al mondo.
Il Venezuela è uno stato fallito e il presidente Nicolas Maduro ha dichiarato lo stato di emergenza.


Incredibile pensare che fino a qualche anno fa il Venezuela sembrasse lo stato che era meglio riuscito a creare una utopia socialista presa ad esempio dalla sinistra di tutto il mondo. Ecco cosa è successo.


Il collasso del Venezuela è il risultato di vent’anni di chavismo, il populismo di sinistra creato da Hugo Chavez e portato avanti dopo la sua morte dal suo erede designato Nicolas Maduro.
Prendendo esempio dalla Cuba di Fidel Castro Chavez vedeva nelle relazioni tra la classe ricca venezuelana e gli USA la fonte di tutti i problemi della sua nazione. Per interrompere il circolo vizioso tra le elité venezuelane e gli USA Chavez decise di regolare ogni aspetto della vita economica del paese e centralizzò ogni decisione.


Il disastro che queste politiche stavano creando è rimasto nascosto in questi anni dagli altissimi prezzi del petrolio che il Venezuela, grande produttore, sfruttava per avere sostenere le sue politiche sociali.
Negli ultimi mesi i prezzi del petrolio sono crollati e con loro l’economia venezuelana.


Una ondata di espropri all’inizio del 2005 ha reso statali la maggior parte delle compagnie grandi e medio grandi del paese che hanno iniziato ad essere gestite da burocrati invece che da uomini d’affari.
Le compagnie che sono riuscite a salvarsi dagli espropri sono state sommerse da una quantità inimmaginabile di regolazioni e burocrazia che hanno reso sempre più difficile la loro gestione.
Per fare un esempio una società che si occupa di prodotti caseari non può trasportare il proprio latte da uno stabilimento all’altro senza un permesso timbrato e firmato da un burocrate governativo.


Non finisce qui, però, non è possibile licenziare un lavoratore neanche nel più estremo dei casi e non si può scegliere di stabilire il proprio prezzo sul mercato. Il prezzo dei beni è regolato dallo stato ed è tenuto bassissimo, in alcuni casi sotto il costo di produzione. Insomma, anche le compagnie formalmente private in realtà sono gestite dallo stato.


La politica fiscale è altrettanto disastrosa. Il Venezuela aveva un deficit del PIL del 10% anche quando i prezzi del petrolio erano alti, ora la situazione è difficile persino da descrivere.
Lo stato, per fare un esempio, non ha i soldi per pagare la propria cartamoneta che è comunque costretta a far stampare all’estero.
Cartamoneta di cui ha un bisogno sproporzionato a causa della politica espansiva scriteriata decisa dal governo per arginare la crisi. Le previsioni parlano di una inflazione al 2200% nel 2017.


La situazione è simile a quella che si era verificata nel periodo peggiore del vecchio blocco sovietico, i cittadini sono pieni di soldi ma non hanno nulla da comprare. Una sorta di socialismo reale in cui i soldi sono inutili.


Tutti gli economisti, da quelli di destra a quelli di sinistra, hanno raccomandato una unica ricetta: stabilizzare la moneta, eliminare il controllo statale sui prezzi e avvicinare le spese al gettito fiscale. Il governo venezuelano sembra l’unico a non essere d’accordo.


Il governo incolpa, invece, per la situazione economica la CIA. Secondo Maduro e gli altri ministri la disastrosa situazione economica venezuelana sarebbe dovuta alla “guerra economica” che gli USA per mezzo della CIA stanno mettendo in atto nel paese.


I cittadini hanno provato a togliere potere a questo governo suicida e hanno garantito una vittoria bulgara nelle scorse elezioni all’opposizione ma il Tribunale Supremo ha svuotato di potere il parlamento a favore del ramo legislativo dove risiedono i chavisti.


L’opposizione ha tentato in tutti i modi di destituire il governo, dato che la costituzione stabilisce che questo sia possibile tramite referendum, ma Maduro sta tentando di bloccare con tutti i mezzi legislativi possibili la raccolta delle firme necessarie per indire un referendum.


Nel frattempo la popolazione è sempre più esasperata, la scarsità di cibo sta portando a saccheggi sempre più frequenti. Maduro ha, di conseguenza, militarizzato sempre di più lo stato ma anche all’interno dell’esercito iniziano a sentirsi i primi scricchiolii.
Gli ufficiali godono di uno status privilegiato per cui sono fedeli al governo ma i soldati hanno giganteschi problemi come tutti nel paese per cui la lealtà è molto meno sicura in caso di scontri.


In questo scenario diventa sempre più probabile che un nuovo Chavez, un ufficiale di medio/basso livello tenti un colpo di stato. Cosa succederà in questa eventualità è un mistero, potrebbe trattarsi di un colpo di palazzo, non violento, o dell’inizio di una sanguinosa guerra civile. Comunque sia il governo Maduro ha iniziato ad armare una milizia paramilitare con lo scopo di far scoppiare una guerriglia urbana in caso di colpo di stato militare. Il futuro del Venezuela sembra sempre più nero.

Rihanna designer per Dior

Tre scatti che portano la firma del fotografo Jean-Baptiste Mondino, annunciano l’imminente collaborazione tra Rihanna e Dior.

La cantante barbadiana vestirà i panni di designer per una collezione di occhiali da sole ispirati al personaggio di Geordi La Forge di Star Trek.

Tra RiRi e la maison di lusso francese, è ormai scoccata la scintilla. Dopo averla scelta come testimonial della campagna Secret Garden, la griffe si affida alla creatività della giovane star, che pare si voglia avvicinare al fashion biz non solo come testimonial, ma anche come stilista.

 

(fonte Jean-Baptiste Mondino)

(fonte Jean-Baptiste Mondino)

 

 

Rihanna, ha già avuto esperienze nel mondo della moda siglando per Puma, la collezione FENTY PUMA BY RIHANNA e per Manolo Blahnik, una serie di sandali e cuissards in jeans.

Sono ossessionata da sempre dagli occhiali da sole di La Forge. Quando sono andata da Dior e ho visto tutti i materiali con cui avrei potuto divertirmi tutto è venuto naturale. – Ha commentato Rihanna – Ho trascorso una giornata con il loro ufficio stile. Ho iniziato facendo ricerca negli archivi per vedere cosa avevano fatto in passato, e poi ho iniziato a prendere dimestichezza con i materiali. Così mi sono seduta e ho iniziato a disegnare fino a che il lavoro non mi ha soddisfatto, con l’aiuto del team di Dior. Durante lo stesso giorno abbiamo scelto i materiali e i colori, e una settimana dopo ho visto il primo prototipo”.

 

Rihanna designer per Dior (fonte Jean-Baptiste Mondino)

Rihanna designer per Dior (fonte Jean-Baptiste Mondino)

 

 

Il prezzo degli occhiali, oscillerà tra gli 890 dollari per il modello base e 1,950 per la versione luxury con dettagli in oro 24kt.

La collezione Dior By Rihanna, potrebbe essere disponibile nelle boutiques e nei negozi selezionati, a partire da giugno 2016.

 

 

 

Fonte cover Jean-Baptiste Mondino

ISIS la comunicazione del terrore

Da sigla quasi sconosciuta, e relegata a costola di al-Qaeda, oggi l’ISIS domina le pagine di tutti i giornali del mondo e “invade” – letteralmente – il web, ponendo mille interrogativi e generando qualsiasi teoria complottista e retroscenista.
Nel mio ebook “Isis, la comunicazione globale del terrore” quello che ho analizzato e il “modello comunicativo”, ossia l’evoluzione del modo con cui i movimenti jihadisti e qaedisti hanno deciso di comunicare, la loro strategia di creazione del modulo-mito e gli obiettivi strategici di questa nuova forma comunicativa.
Ma ho affrontato anche alcune delle “teorie del complotto” grazie alle quali il mito viene alimentato e rilanciato e crea una sorta di ulteriore “alone di mistero” utile a creare fascinazione, soprattutto all’estero.
Del resto si immaginano teorie del complotto e retroscena solo di fenomeni “rilevanti nella storia”, e per diventare “rilevanti nella storia” non c’è niente di meglio che alimentare e creare un complotto o un mito retroscenico oscuro che alimenti – ulteriormente – la ricerca e la discussione.
Non esiste infatti nulla di più attrattivo della partecipazione di un “mistero da svelare”, di una verità da scoprire, di un complotto da smascherare; e tutto questo, con un uso sapiente della rete, e mettendo insieme indizi che tra loro insieme non stanno, è anche possibile trasformare questa “ricerca della verità” in un vero e proprio “social game” interattivo, in cui ogni player, ogni navigatore, ogni lettore, finisce con il contribuire al puzzle della “rilevanza in rete” (anche solo un link interno ad un post o con un click che faccia salire il risultato nelle classifiche di Google).
Al di là del giudizio certo sul fatto che sia la più spietata organizzazione terroristica, ISIS si caratterizza per essere anche la più strutturata macchina di propaganda e arruolamento globale del terrore.


Se non ci fosse stata al-Qaeda, se non ci fossero stati attacchi così spettacolari negli anni, culminati con l’attacco alle torri gemelle, e se non ci fosse stata una così fitta campagna mediatica che – involontariamente e forse anche incautamente – ha creato “il mito” del martire che come Davide che sconfigge Golia “porta l’attacco nel cuore dell’occidente”, tutto quello che stiamo narrando come evoluzione non avrebbe avuto il suo nucleo fondamentale.
al-Qaeda è stata la fucina che ha forgiato in almeno due direzioni la nuova struttura del terrorismo estremista e fondamentalista.
Da un punto di vista organizzativo, la struttura a “cellule” tra loro scollegate ha tolto l’arma più potente nelle mani dell’occidente: l’intelligence e la capacità di ricostruzione delle strutture organizzative e degli alberi sociali delle strutture terroristiche.
Tutto il know-how di intelligence è stato letteralmente reso inutilizzabile, come hanno dimostrato anche i numerosi arresti e i tentativi di ottenere informazioni anche sotto tortura e con mezzi “non convenzionali”. Nessuno degli arrestati, anche quando deciso a collaborare, aveva notizie davvero importanti e rilevanti, men che meno capaci di assestare colpi decisivi alla struttura dell’organizzazione.
Da un punto di vista della comunicazione, ogni altra organizzazione terroristica e combattente conosciuta dalla seconda guerra mondiale in avanti (anche prima ovviamente) aveva come elemento essenziale di sopravvivenza la segretezza (o comunque riservatezza) sulle identità dei propri leader.
al-Qaeda inverte questo fattore e “crea miti” proprio viralizzando e mostrando volti e diffondendo discorsi audio e video, in primo luogo di Osama bin Laden.
Sfrutta “l’effetto Che Guevara” per favorire l’arruolamento in un’organizzazione che oltre ad un progetto jihadista offre protagonismo e visibilità.

≪Datemi i vostri stanchi, i vostri poveri, le vostre masse infreddolite desiderose di respirare libere, i rifiuti miserabili delle vostre spiagge affollate. Mandatemi loro,i senzatetto, gli scossi dalle tempeste a me,e io solleverò la mia fiaccola accanto alla porta dorata≫.
Sono i versi di The New Colossus, dedicato da Emma Lazarus alla Statua della Libertà, e scolpiti sul suo piedistallo, diventati un vero e proprio inno per le decine di milioni di immigrati che hanno trovato negli Stati Uniti la terra promessa.
È questa la parafrasi-nemesi che propone la comunicazione qaedista: trasformare persone anonime, ai margini delle società, in terre povere e devastate da guerre e conflitti, “persone senza speranza” in eroi e martiri.
In una forma “nuova” e più efficace di quella che avevamo conosciuto con l’intifada palestinese, in cui veniva offerta una “pensione” alla famiglia del kamikaze e manifesti “che avrebbero reso immortale l’eroe della jihad”.
Si va ben oltre il mito delle vergini in paradiso.
Quì la leva è il protagonismo, l’uscita dall’anonimato, la possibilità di diventare “leader e comandanti riconosciuti” di una guerra terrorista venduta mediaticamente come vendetta, come guerra di resistenza e liberazione.
Ne La Stanza Stupida – in un ragionamento circoscritto ai “gruppi social chiusi e ristretti” – scrivo:
“Prendete dei giovani, studenti, ragazzi che stanno entrando nel mondo del lavoro.
Metteteli in contatto tra loro, offrendo un mito, un esempio, un valore sociale alto cui ambire ed una
comunità che intende “eroicamente” realizzarlo. Usate il web per cementare questo rapporto di relazione grazie al fatto che – in rete – i numeri possono raggiungere le migliaia (le interrelazioni restano al massimo di un paio di centinaia). Avrete un esercito pronto a combattere ogni vostra battaglia, a testa bassa, con coraggio e senza risparmio di tempo e di risorse. Perché avrete creato l’alchimia perfetta in cui rientra praticamente tutta la piramide di Maslow.”
È solo partendo da questa considerazione sull’evoluzione della forma del messaggio e del cambiamento profondo dell’approccio mediatico che possiamo comprendere anche perché sia così
efficace la campagna di aggregazione, sostegno e arruolamento dell’ISIS.
Per la prima volta infatti – salvo sporadici episodi marginali – la jihad esce dai confini territoriali e
culturali di specifiche aree geopolitiche, e fa proseliti in occidente, presso ragazzi occidentali.
Di più, prende a piene mani da quelle esperienze e competenze comunicative per implementare e
sviluppare maggiormente l’efficacia della sua strategia comunicativa.
Secondo l’islamista Oliver Roy “All’inizio, il cosiddetto “Stato islamico” era un clone di Al-Qaida,
ma se ne e allontanato a causa del fallimento dell’organizzazione di Bin Laden. Il suo genio era stata
la creazione di una organizzazione non-localizzata, che era veramente globale nell’azione, nella
comunicazione e nel reclutamento. Al-Qaida è stata quindi in grado di sopravvivere a tutte le
campagne territoriali (Afghanistan, Iraq) lanciate dagli americani. Obama ha fatto qualche
progresso ‘deterritorializzante’ la risposta americana, prima di tutto rendendosi conto di non dover
cadere nella trappola di inviare truppe.
La formula di al-Qaeda si esaurisce perché non è riuscita a rinnovarsi ed eseguire azioni capaci di
“offuscare” l’undici settembre. È stato concluso che era necessario ‘ri-territorialize’ la lotta e allo
stesso tempo mantenere la sua dimensione internazionale: creando il “Califfato islamico”. Ciò
permette di reclutare più volontari rispetto al sistema di Al-Qaeda.


Uno degli aspetti più interessanti dell’organizzazione e della strutturazione dei sistemi informatici
dell’ISIS è che sono esattamente la dimostrazione di quanto i cyber-utopisti sbagliano, e di come le
legislazioni occidentali che hanno tenuto conto dei think-tank che proponevano l’onnipotenza
libertaria della rete si sono rivelate un boomerang.
Ne abbiamo parlato molto nell’articolata inchiesta pubblicata proprio su D-Art qualche mese fa.
L’idea per cui “internet è l’arma della libertà” che avrebbe abbattuto dittature e totalitarismi, già
naufragata nelle primavere arabe, ma resistita nonostante tutto soprattutto grazie a una certa
pubblicistica che non poteva ammettere di aver sbagliato, oggi mostra concretamente tutti i suoi
limiti.
Del resto questa idea di onnipotenza, e di capacità “a senso unico” come arma di esportazione di
libertà e democrazia, era utile alle potenti e ricche aziende della Silicon Valley, che richiedevano
“poche regole e molti fondi” per sviluppare i propri progetti.
Nel suo “L’ingenuita della rete” Evgeny Morozov scriveva gia nel 2011:
“Feticismo tecnologico e una richiesta continua di soluzioni digitali fanno inevitabilmente crescere la domanda di esperti di tecnologia. Questi ultimi, per quanto possano essere bravi nelle questioni riguardanti la tecnologia, raramente hanno familiarità con il complesso sociale e politico in cui le soluzioni che propongono sono da mettere in pratica. Ciò nonostante ogni qual volta i problemi non tecnologici vengono visti attraverso la lente della tecnologia, sono gli esperti di tecnologia ad avere l’ultima parola. …Molti visionari digitali vedono il web come un coltellino svizzero, buono per qualsiasi necessita. Raramente ci avvertono dei buchi neri informativi creati dalla rete. … Quasi tutti i guru della rete pongono domande scomode sugli effetti sociali e politici di internet. E perché mai dovrebbero porle se queste possono svelare che anch’essi hanno poca capacita di controllare la situazione? E per questo motivo che il tipo di futuro preannunciato da quei guru, che hanno bisogno di predirne uno plausibile per sostenere che la loro soluzione funzionerà davvero, raramente prende in considerazione il passato. I tecnologi, soprattutto i visionari tecnologi che invariabilmente saltano fuori a spiegare le tecnologie al grande pubblico, estrapolano ampiamente dal presente e dal futuro, ma mostrano un interesse dolorosamente limitato per il passato. […] E grazie a quegli annunci trionfali di una nuova rivoluzione digitale che cosi tanti guru di internet diventano consiglieri di quelli che hanno in mano il potere, compromettendo la loro stessa integrità intellettuale, e assicurando la presenza dell’internet-centrismo nella pianificazione politica per i decenni a
venire.”

Mai nulla fu così profetico, se cominciamo a leggere il presente senza preconcetti.
Lo psicologo tedesco Dietrich Doner nel suo “la logica del fallimento” (in cui descrive come i
pregiudizi psicologici innati in coloro che prendono le decisioni politiche possono aggravare i
problemi invece di risolverli) sostiene: “non è affatto chiaro quale fra “buone intenzioni più stupidita” o “pessime intenzioni più intelligenza” avrebbe causato maggior danno al mondo. … persone incompetenti armate di buone intenzioni raramente hanno i patemi d’animo che talvolta inibiscono le azioni di persone competenti con cattive intenzioni”.


È straordinario constatare che ISIS si muove in rete esattamente come se seguisse alla lettera un
teorico manuale del perfetto oppositore di un regime totalitario – in Cina quanto in Corea
del Nord – scritto da un cyber-utopista neo-con americano.
Chat criptate, area download di risorse per la criptazione delle mail, usare torrent per la condivisione
dei file, poggiare copie disponibili su “archivi cloud”.
Non possiamo cadere nell’errore delle “stanze stupide” dei consiglieri della Casa Bianca degli
anni cinquanta, quelli che consideravano i vietnamiti o i coreani semplici contadinotti analfabeti che
sarebbero stati schiacciati in pochi giorni e con facilità.
Non può essere la via della sottovalutazione del rischio quanto della reale forza (in questo caso
mediatica) in campo un indice di distacco, censura, rifiuto.
Noi abbiamo il dovere morale di comprendere innanzitutto che la globalizzazione della rete rende
globali i messaggi: sia che parliamo di una nuova auto, di una nuova bevanda, di un abbigliamento,
di una canzone o un film, sia che parliamo di comunicazione globale di un’idea: sia che ci piaccia
sia che sia la nostra sia che non ci piaccia sia che ci faccia orrore.
Pensare ancora che il web sia l’arma della libertà contro le dittature significa non aver minimamente compreso che – invece – molto spesso i regimi totalitari “vogliono” i social network, che mentre sono luoghi di aggregazione di idee, rischiano di diventare anche l’agenda personale della polizia repressiva, che entrando in un gruppo su Facebook in pochi minuti, oggi, riesce a mappare e schedare “tutti quelli che la pensano in un certo modo”.
Non contemplare questo effetto collaterale è non aver compreso quale sia il doppio taglio della
rete globale.
Esattamente – elevato all’ennesima potenza – il rischio che tutti quegli strumenti che le aziende
della new economy spacciano nel mondo come armi a disposizione degli oppositori dei regimi
oppressivi, oggi diventano strumento di camuffamento, di offuscamento e irrintracciabilità di questo
o quel gruppo jihadista.
Il rischio delle “stanze stupide” – in cui spesso guru dell’ultima ora si rinchiudono e chiudono i
politici che devono decidere anche per noi – è di vedere solo “il web che vogliamo vedere”, che ci
piace e che ci fa comodo. E che forse genera introiti per qualcuno. Per poi scoprire twittando della
coppa del mondo di calcio, che c’è qualcuno che gioca in strada usando come palla una testa
mozzata.
Per quanto possa apparire cruda questa idea, è ben lontana dalla durezza e dall’orrore che hanno
provato, in diretta, milioni di persone che questa idea non l’hanno letta o immaginata, ma se la sono
ritrovata su twitter, come foto o come video: adulti, adolescenti, bambini tifosi di calcio di tutte le
culture del mondo.


La globalizzazione del terrore, che ieri si è esercitata con al-Qaeda e che oggi ha il logo e il marchio
dell’ISIS, è solo un pezzo, quello forse primordiale, della nuova forma della comunicazione globale
dell’estremismo, che recluta in tutto il mondo, in tutte le fasce d’età ed in ogni lingua, e che diffonde
il suo messaggio senza alcun limite e confine territoriale, senza fasce protette, senza distinzioni di
sesso, razza, religione, colore, situazione, contesto.
E come ogni prodotto virale, come nei passaggi dalla comunicazione qaedista a quella del califfato,
l’unica regola è che “chi viene dopo” dovrà essere “più bravo, più virale, più strutturato” per
emergere, ma anche più crudo, più violento, più sanguinario e con ancora meno limiti, per emergere
come “soggetto nuovo” per evitare che “per il pubblico” sia qualcosa di “vecchio e già visto”.


Nel lungo viaggio che ho compiuto per la mia ricerca all’interno della rete fondamentalista per raccogliere materiali e informazioni da cui e su cui scrivere, devo confessare che io per primo ho avuto una nausea ed una crisi di rigetto profonda. Che in maniera quasi salvifica in certi casi mi ha fatto quasi pensare “adesso mi arruolo anche io per combatterli questi”. Ed anche se dall’altra parte, ed anche se io, con la mia cultura, le mie convinzioni, i miei principi ed i miei valori, non avrei mai fatto concretamente una scelta del genere, se questo pur momentaneo pensiero ha attraversato la mia mente, significa che la capacita di penetrazione del messaggio è davvero al di là ed al di sopra di quanto io stesso non sono certamente riuscito a comunicare in maniera efficace.
L’estremizzazione del messaggio fondamentalista e jihadista non è efficace solo se “tu scegli di
combattere da quella parte”, ma raggiunge un risultato anche se tu semplicemente scegli di
combattere quella guerra, perché in fin dei conti raggiunge l’obiettivo di farti schierare in prima
persona sul campo, che significa legittimazione come avversario, unico e definitivo. Che poi è
l’obiettivo politico globale dell’ISIS.


Guardando dall’esterno un giovane, un adolescente, che si imbatte in una qualsiasi delle nostre
periferie occidentali in una rete jihadista, non si immagina a quale bombardamento mediatico possa
venire sottoposto.
I video diffusi dall’ISIS sono strutturati per trasformare i videogiochi 2D di una normale consolle in
una possibile realtà “vera” 3D in cui essere player, protagonista, vincitore. A dispetto di quella realtà
“fuori la porta di casa” in cui tutto è “normale” ed in cui ci si perde nell’anonimato delle periferie
dell’opulenza.
Il bombardamento mediatico di “essere parte” di un gruppo, di fare la storia, di essere il bene che
piega il male, di essere “il nuovo”, di essere Davide che sconfigge Golia, di poter essere eroe, di
essere ricordato, diventare un martire di cui tutti parlano, essere “tu” il poster e per una volta
smettere di essere l’adolescente che appende il poster di un eroe in camera. Essere tua la foto, la
video intervista, il lungo articolo su un e-magazine, portato ad esempio “glorioso” di ragazzi come
te in tutto il mondo. La chance di uscire dall’anonimato e da una vita segnata per diventare “un
eroe”, un mito, un martire di Allah, di cui tutti parlano e di cui parleranno sui giornali.


Comprendere e chiarire a quale forma di lavaggio del cervello si viene sottoposti non è giustificare
o creare attenuanti a chi compie una scelta in tutto e per tutto folle, ma è dirsi con chiarezza a cosa
porta quella che in fondo, nella sua struttura base, è l’estremizzazione elevata all’ennesima potenza del marketing partecipativo del televoto, del “gioca da casa”, della brandizzazione commerciale come “status di appartenenza”, per cui se non hai un certo vestito di una certa marca o un certo zainetto per la scuola o un certo trucco, non sei bello, non sei trendy, non appartieni a un gruppo.
Questo è il nuovo “marketing partecipativo del terrore” che ti invita a essere parte di un gruppo che
fa la storia, che ti fa sentire parte di un progetto, che ti rende eroe e infondo la guerra è come un
videogame 3D e i campi di addestramento sono un grande campo estivo per ragazzi di tutto il
mondo. Le comunità qaediste e jihadiste sono come un gruppo di amici, con cui fai squadra, in cui ti
senti in famiglia, accettato, e cui puoi contribuire con un tweet, una foto, un messaggio, una
risposta, un account fake, qualche dollaro via Paypal…
Il messaggio di “noi adulti consapevoli”, che questo è un messaggio ed una comunità assassina e di
morte, non viene percepito, non è visibile… perché la morte, in questo eccesso continuo e costante e sovrabbondante, alla fine, è come se non esistesse, come se finisse con il non essere reale, come tutti quei nemici uccisi nel videogame o in un film hollywoodiano.


Elham Manea, una delle voci più coraggiose e brillanti dell’islam contemporaneo, ha scritto: ≪La verità che non possiamo negare è che l’Isis ha studiato nelle nostre scuole, ha pregato nelle nostre moschee, ha ascoltato i nostri mezzi di comunicazione … e i pulpiti dei nostri religiosi, ha letto i nostri libri e le nostre fonti, e ha seguito le fatwe che abbiamo prodotto. Sarebbe facile continuare a insistere che l’Isis non rappresenta i corretti precetti dell’islam. Sarebbe molto facile. Ebbene si, sono convinta che l’islam sia quel che noi, esseri umani, ne facciamo. Ogni religione può essere un messaggio di amore oppure una spada per l’odio nelle mani del popolo che vi crede≫.

H&M: Kenzo firma la capsule collection

In molti se lo chiedevano da tempo: chi sarà la griffe che collaborerà con H&M per l’annuale capsule collection?

La storia si ripete ormai dal lontano 2004 quando,  Karl Lagerfeld, prestò la sua creatività per il colosso di moda low cost svedese. Negli anni e in successione temporale si sono susseguiti: Stella McCartney, Elio Fiorucci, Solange Azagury-Partridge (2005), Viktor & Rolf (2006), Roberto Cavalli (2007), Rei Kawakubo e Comme des Garçons (2008), Matthew Williamson, Jimmy Choo, Sonia Rykiel (2009),Sonia Rykiel, Lanvin (2010), Versace (2011),  Versace, Marni, Maison Martin Margiela (2012), Isabel Marant (2013), Alexander Wang (2014) e Balmain (2015).

Per il 2016, saranno Carol Lim e Humberto Leon, designers di Kenzo, a firmare la nuova collezione che sarà in vendita a partire dal 3 novembre prossimo in 250 stores in tutto il mondo e sul sito ufficiale del brand.

 

 

 

 

 

Fonte cover H&M

“La Traviata” Di Valentino e Coppola

Ieri, 24 maggio 2016, è andata in scena al Teatro dell’Opera di Roma, “La Traviata”: l’opera del maestro Giuseppe Verdi, rielaborata da Jader Bignamini sotto la regia di Sofia Coppola.

Presentata in anteprima ad un parterre selezionato il 22 maggio scorso, “La Traviata” si è aggiudicata il favore del pubblico, ma non ha convinto alcuni critici che vedono, secondo il loro punto di vista, un dramma depurato dalla sua natura sentimentalista.

 

Violetta Valery indossa un abito rosso disegnato da Valentino Garavani (® Yasuko Kageyama / Teatro dell'Opera di Roma)

Violetta Valery indossa un abito rosso disegnato da Valentino Garavani (® Yasuko Kageyama / Teatro dell’Opera di Roma)

 

Bozzetto disegnato da Valentino Garavani per "La Traviata"

Bozzetto disegnato da Valentino Garavani per “La Traviata”

 

Valentino Garavani, Pierpaolo Piccioli e Maria Grazia Chiuri (fonte www.telegraph.co.uk)

Valentino Garavani, Pierpaolo Piccioli e Maria Grazia Chiuri (fonte www.telegraph.co.uk)

 

 

Si apre il sipario: un lungo scalone bianco in primo piano. Sullo sfondo, un salone. Violetta, scende dall’alto e giunge sul pavimento e accende due candele posate su un tavolo: la sala viene rischiarata da una fioca luce. Inizia la festa.

Tutto è curato nei dettagli. L’ambiente è raffinato ed elegante, così come costumi di scena. Gli uomini, indossano una cravatta nera e le donne, lunghe vesti leggiadre. Violetta, interpretata magistralmente da Francesca Dotto, apre le porte della sua dimora parigina ai suoi invitati e ad Alfred Germont, interpretato da Antonio Poli. I tre atti, vengono interpretati fedelmente, ma forse la storia perde in parte il suo dramma.

 

Bozzetto abiti coro disegnati da Maria Grazia Chiuri e Pierpaolo Piccioli

Bozzetto abiti coro disegnati da Maria Grazia Chiuri e Pierpaolo Piccioli

 

Una scena de "La Traviata" (fonte d.repubblica.it)

Una scena de “La Traviata” (fonte d.repubblica.it)

 

 

La sofferenza di Violetta, che sussurra “Addio, del passato bei sogni ridenti” negli ultimi istanti della sua vita, è appena accennata. “La Traviata” di Sofia Coppola stride per alcuni versi con il libretto di Francesco Maria Piave, trascende dai sentimenti, quelli puri, raccontati una sera di domenica 6 marzo 1853, con la prima nel Gran Teatro La Fenice.

Che tanto clamore sia dovuto per gli abiti di scena Haute Couture firmati da Valentino Garavani e dagli stilisti Maria Grazia Chiuri e Pierpaolo Piccioli?

Violetta Valery indossa abiti di Alta Moda, lontani dai tradizionali costumi adottati per ogni pièce teatrale, solitamente confezionati con tessuti di bassa qualità.

 

Primo manifesta de "La Traviata" presentata al Teatro la Fenice di Venezia, domenica 6 marzo 1853 (fonte wikipedia)

Primo manifesta de “La Traviata” presentata al Teatro la Fenice di Venezia, domenica 6 marzo 1853 (fonte wikipedia)

 

Manifesto de "La Traviata" in scena al Teatro dell'Opera di Roma dal 24 maggio al 30 giugno (fonte Teatro dell'Opera)

Manifesto de “La Traviata” in scena al Teatro dell’Opera di Roma dal 24 maggio al 30 giugno (fonte Teatro dell’Opera)

 

 

Straordinario, l’abito nero con strascico verde petrolio del primo atto, come il vestito bianco con una liseuse de voile che Violetta indossa in campagna.  Esplosione di  rosso nella festa a casa di Flora nel secondo atto, con scollo abbondante chiuso da una spilla gioiello.

Il palcoscenico diventa una passerella di delicate ed eleganti creazioni. Di magnificenze sartoriali, create non solo dall’estro creativo degli stilisti, ma anche dalle mani laboriose delle sarte del Teatro dell’Opera.

Con un investimento di circa 1,8 milioni di euro, “La Traviata” ha segnato il suo primo record. Il sovraintendente del Costanzi, Carlo Fuortes ha dichiarato che già dal 20 maggio, il Teatro ha incassato 1,2 milioni di euro ricavati dalle prevendite.

Lo spettacolo sarà presentato con 15 repliche, fino al 30 giugno prossimo.

 

 

 

Fonte  cover ® Yasuko Kageyama / Teatro dell’Opera di Roma

Medicina narrativa: il racconto diventa una cura

Il racconto del proprio dolore come cura: è questo l’elemento principale della medicina narrativa o narrative based medicine (nbm). Chi soffre di una malattia cronica e incurabile, ma anche chi assiste un malato ha bisogno soprattutto di ascolto. Così tra gli anni ’80 e ’90 negli Stati Uniti è nato questo concetto medico che sta prendendo piede anche in Italia. Il presupposto è che la malattia non sia solo un insieme di dati oggettivi e sintomi fisici, ma anche esperienza soggettiva e percezione collettiva. Il racconto scritto e orale di sofferenze fisiche, psicologiche ed emotive costituisce un elemento prezioso sia per il paziente che per i medici, che possono così costruire un percorso di guarigione unico e personale, basato sull’esperienza soggettiva del singolo caso.


In Italia i primi a cogliere le potenzialità della medicina narrativa sono stati i medici del reparto di neurologia dell’ospedale civile di Alessandria. Dal 2013 nel reparto è presente una stanza adibita alla scrittura terapeutica, dove i pazienti (ma anche medici e infermieri) sono invitati a mettere per iscritto sensazioni, emozioni e pensieri provocati dalla malattia e dalle cure. La medicina narrativa, racconta con orgoglio il medico Antonio Maconi in un’intervista, «si concentra sul ruolo relazionale e terapeutico del racconto dell’esperienza di malattia da parte del paziente e nella condivisione dell’esperienza, attraverso la narrazione, con il medico che lo cura». Il racconto assume valore terapeutico per il paziente, “costretto” a riflettere sulle reazioni del proprio corpo e della propria mente e ad interiorizzare quella “rottura biografica” che è il sopraggiungere di una malattia, che modifica la vita, le abitudini, i rapporti con gli altri. Ma scrivere e leggere queste storie è fondamentale anche per i familiari dei malati, e per medici e infermieri che ogni giorno si trovano a fronteggiare situazioni critiche. La scrittura terapeutica permette infatti diagnosi più precise e cure più mirate e personalizzate.


Tantissime sono le iniziative presenti in Italia per favorire la diffusione della medicina narrativa come metodo di cura e di ascolto del paziente. Di recente, infatti, è stato pubblicato il volume Storie Luminose, edito da 24Ore Cultura e realizzato da Novartis in collaborazione con la Fondazione ISTUD. Il libro raccoglie 50 storie di malati di sclerosi multipla, tra paura e speranza, disperazione e accettazione. La dottoressa Stefania Gori (Direttore dell’Oncologia Medica dell’Ospedale Don Calabria-Sacro Cuore di Negrar – VR) ha indetto un premio letterario dedicato a racconti di pazienti oncologici, dei loro familiari e dei professionisti a stretto contatto con il dolore. Allo stesso modo, l’Istituto Nazionale dei Tumori con Salute Donna onlus ha lanciato l’iniziativa Oncostories, mentre l’Ail in collaborazione con la scuola di scrittura Holden promuove i racconti di malati di leucemia. Un invito a scrivere è stato lanciato anche dall’ospedale civile di Alessandria con il concorso Racconta la tua storia, indetto dallo scrittore e giornalista Roberto Cotroneo, alessandrino, oggi direttore della Scuola di giornalismo della Luiss.

La cosa più preoccupante dell’attentato al volo Egyptair

Il volo EgyptAir 804 è stato molto probabilmente vittima di un attentato terroristico e questo ha di per sé una implicazione terrificante. Il volo è partito dall’aeroporto Charles de Gaulle di Parigi, uno degli aeroporti più sicuri in assoluto.
Cosa possiamo fare per migliorare la sicurezza in volo se in un aeroporto in cui la sicurezza funziona come meglio non si può i terroristi riescono comunque a entrare?


Dopo aver preso il volo da Parigi verso Il Cairo il volo 804, con 56 passeggeri e 10 persone di equipaggio, è scomparso dai radar nel tratto di mare tra Grecia ed Egitto. L’aereo viaggiava a 11.000 metri sul livello del mare quando improvvisamente ha virato due volte per poi andare in picchiata verso la superficie del mare.


Fino a quando i resti dell’aereo non saranno recuperati non si potrà stabilire con certezza le cause del disastro. Nessun gruppo terroristico ha, tuttavia, ancora rivendicato l’attentato.


Prima di partire da Parigi l’aereo aveva fatto scalo ad Asmara, Il Cairo, Tunisi e di nuovo Il Cairo.
La sicurezza è sicuramente più blanda in questi aeroporti ma ogni volo che si connette in un aeroporto europea dovrebbe passare attraverso dei controlli così stretti che nessun esplosivo nascosto a bordo o sui passeggeri dovrebbe sfuggire.


La sicurezza negli aeroporti europei è ulteriormente aumentata dopo gli attacchi di Parigi e Bruxelles ma non è stata sufficiente.
La responsabilità dei controlli ricade sulle compagnie e non sulla sicurezza aeroportuale o sula polizia locale. Nella quasi totalità dei casi le compagnie prendono contractor per fare i controlli.
I background check sui contractor è limitato ed esiste la possibilità che ci siano infiltrati appartenenti a organizzazioni terroristiche.


La sicurezza dell’aeroporto Charles de Gaulle, in particolare, era stata migliorata dopo gli attacchi a Charlie Hebdo, nei vari terminal il numero dei poliziotti è impressionante.
Quello che preoccupa di più le autorità, per, è la presenza di simpatizzanti tra quelli che lavorano all’aeroporto.


Tra gennaio e novembre 2015 57 persone hanno visto revocate le proprie credenziali. La polizia ha dichiarato di aver trovato segni di radicalizzazione tra i dipendenti e che alcuni impiegati maschi hanno rifiutato di lavorare al fianco di loro colleghe femmine. La polizia ha condotta una ricerca negli armadietti degli impiegati aeroportuali e ha trovato propaganda estremista.


Se gli attacchi verrano confermati come di matrice terroristica rappresenterebbero una nuova e pericolosa escalation nelle abilità di attacco dei terroristi. Gli attacchi a Parigi e Bruxelles erano cosiddetti “soft target”, cioè non erano luoghi sotto controllo, dall’accesso limitato mentre un aeroporto è un hard target. I terroristi hanno dovuto trovare il modo di superare diversi ostacoli per arrivare a piazzare dell’esplosivo su di un aereo. Un attacco di questo tipo farebbe sentire tutti un po’ meno sicuri.

African Catwalk: il nuovo progetto editoriale di Per-Anders Pettersson

African Catwalk” è il nuovo progetto editoriale del pluripremiato fotografo di moda Per-Anders Pettersson, che racconta il continente africano in tutto il suo misterioso glamour.

 

Il glam della moda africana vista da Per-Anders Pettersson (fonte proof.nationalgeographic.com)

Il glam della moda africana vista da Per-Anders Pettersson (fonte proof.nationalgeographic.com)

 

Pettersson è affezionato al continente africano (fonte galleriacarlasozzani.org)

Pettersson è affezionato al continente africano (fonte galleriacarlasozzani.org)

 

 

Presso Galleria Carla Sozzani, martedì 31 maggio alle ore 19.00, verrà presentato il libro “African Catwalk” edito da Kehrer Verlag;  attualmente è in corso la mostra omonima, curata da Alessia Glaviano, photo editor di Vogue Italia e L’Uomo Vogue.

 

Kinshasa Fashion Week Congo (fonte galleriacarlasozzani.org)

Kinshasa Fashion Week Congo (fonte galleriacarlasozzani.org)

 

Johannesburg Fashion Week (fonte galleriacarlasozzani.org)

Johannesburg Fashion Week (fonte galleriacarlasozzani.org)

 

 

African catwalk esprime, attraverso le immagini, l’estro della moda africana, sempre più in fermento. È un excursus nella bellezza e nella complessità della moda Made in Africa, composta da magnifiche stampe che siglano le collezioni degli stilisti africani, sempre più attenti all’indagine sartoriale.

 

Backstage della DAKAR Fashion Week (fonte proof.nationalgiographic.com)

Backstage della Dakar (Senegal) Fashion Week (fonte proof.nationalgiographic.com)

 

Pettersson ha preso parte ad oltre 40 settimane della moda in tutta l’Africa (fonte peranderspettersson.com)

Pettersson ha preso parte ad oltre 40 settimane della moda in tutta l’Africa (fonte peranderspettersson.com)

 

 

Pettersson, già attivo durante la prima fashion week tenutasi a Johannesburg nel 2009, è tra i primi fotografi di moda che, con passione, ha immortalato una kermesse che fino a pochi anni fa era ritenuta piuttosto marginale e poco influente.

 

Il libro di Per-Anders Pettersson è edito da Kehrer Verlag (fonte galleriacarlasozzani.org)

Il libro di Per-Anders Pettersson è edito da Kehrer Verlag (fonte galleriacarlasozzani.org)

 

 

Il continente africano mostra tutto il suo glam grazie ai 75 scatti presenti in African Catwalk (fonte galleriacarlasozzani.org)

Il continente africano mostra tutto il suo glam grazie ai 75 scatti presenti in African Catwalk (fonte galleriacarlasozzani.org)

 

 

L’opera di Per-Anders mostra in tutto il suo splendore, il volto di un’Africa quasi del tutto sconosciuta ma patinata; un continente selvaggio e martoriato da numerose guerre civili e da una povertà quasi assoluta.

“African Catwalk”, raccoglie 75 immagini inedite, selezionate da Per-Anders Petterson in cinque anni di lavoro dal 2010 al 2015 in più di 15 diverse nazioni Africane.

 

 

 

Fonte cover Galleria Carla Sozzani

Youth Culture – GINNIKA l’expo di sneakers a Roma

manifestoginnika


Appuntamento imperdibile per gli appassionati di sneakers nella capitale il prossimo 28 e 29 maggio 2016: Ginnika avrà luogo presso l’Ex Caserma di Via Guido Reni.
Definire la manifestazione expo di sneakers è si giusto, ma riduttivo. Ginnika è un grande contenitore di intrattenimento: nei due intensi giorni romani saranno messe in mostra le migliori sneakers degli ultimi trent’anni, oltre ad avvenire workshop esclusivi e manifestazioni.
Special guest di questa edizione sarà l’artista asiatico Mark Ong “SBTG”
, la cui estetica ibridazione di temi militari, horror e punk ha fatto scuola. L’artista durante Ginnika collaborerà con Diadora: saranno messe in vendita 12 sneakers da lui customizzate e i cui proventi andranno ad associazioni benefiche. Inoltre alla manifestazione prenderanno parte diversi artisti musicali: nella street culture si sa, la musica è un elemento imprescindibile.
Nella serata di sabato ci sarà il duo britannico Simian Mobile Disco a deliziare il pubblico con musica elettronica; mentre nella sala B la music selection prevede techno con i resident dj dello storico locale romano Goa.
Nella serata di domenica invece il genere musicale sarà l’hip-hop, con ospiti italiani e stranieri (Evil Needle, Danno e Baro per citarne alcuni).
Street culture significa anche sport: ci sarà un torneo di basket 3 VS 3 ed uno skate contest.
Inoltre sarà presente un grande market dove acquistare vinili, gadget e soprattutto sneakers.
L’estate romana inizia alla grande con questa manifestazione giunta alla terza edizione, il cui nome è ormai una consolidata realtà della scena street internazionale.


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Aston Martin Vanquish Zagato concept: stile a Villa d’Este

Aston Martin Vanquish Zagato Concept è il frutto di una collaborazione di notevole eccellenza tra la casa automobilistica Aston Martin e l’azienda milanese attiva nel design e nella produzione di carrozzerie, Zagato.

Il bolide creato da Andrea Zagato e Marek Reichman, è un prototipo one-off realizzato in occasione del concorso d’Eleganza di Villa d’Este, tenutosi a Como dal 21 al 22 maggio scorso.

 

Il design dell' Aston Martin Vanquish Zagato è stato curato in Italia da Zagato (fonte Aston Martin)

Il design dell’ Aston Martin Vanquish Zagato è stato curato in Italia da Zagato (fonte Aston Martin)

 

 

Con una scocca rivestita in fibra di carbonio, la Aston Martin Zagato Concept, rende omaggio all’Aston Martin One-77 per gli specchietti in dotazione e al modello Vulcan per i fanali posteriori; il tetto a doppia bolla, inoltre, richiama fortemente gli anni cinquanta.

 

L'auto è stata costruita in Inghilterra (fonte Aston Martin)

L’auto è stata costruita in Inghilterra (fonte Aston Martin)

 

 

Eleganza sopraffina e carattere sportivo, la Aston Martin Zagato Concept, premia i suoi 600 CV, con prestazioni da vera supercar.

Gli interni, curati nei particolari, sono stati realizzati in bronzo anodizzato, in fibra di carbonio e in pelle di pregiata qualità.

 

 

 

Fonte cover Aston Martin

 

 

“Tarì rural design” – le borse della tradizione siciliana

Dalle atmosfere agresti di una Sicilia color giallo paglia e dai campi imperlati di sole nascono ispirazioni imprenditoriali portate avanti da giovani che intendono raccontare lo stile italiano, ritornando alle radici culturali. Un mix geografico e culturale che riflette la società in cui nasce e la modifica in un’eleganza anarchica che sfida le convenzioni borghesi.

La nuova collezione di borse Tarì rural design ( www.tarifashion.it ) celebra così l’ingegnosa operosità del valore artigiano in un progetto più ampio di rilancio della cultura locale. Valori tradizionali e territoriali informano la nuova mission del fondatore del Brand: Ezio Lauricella, selezionato nel 2014 tra i manager under 35 più promettenti d’Italia, candidato al“Wired Audi Innovation Award 2014”, il prestigioso riconoscimento edito dalla automobilistica tedesca Audi insieme alla rivista statunitense Wired, da sempre sensibili ai valori dell’innovazione e attenti alla promozione delle eccellenze internazionali.

Il trentenne agrigentino, già noto per le sue visioni imprenditoriali riconosciute in Italia e all’estero, non solo ha l’obiettivo di produrre le collezioni Tarì nella sua terra di origine, ma intende ripristinare con essa quel legame ancestrale, fortificato durante l’infanzia trascorsa all’aria aperta, nel vivido ricordo di avi che seminavano campi.

Principessa sicilia

Principessa Sicilia



L’amore per il territorio ha portato il giovane ad intessere uno stretto dialogo con alcune aziende agricole siciliane che hanno ricevuto in dono varie forniture di sacchi di canapa per la raccolta delle olive. Una sensibilità verso i cicli naturali della Sicilia contadina che si è trasformata presto in una vocazione al local fashion: i lavoratori a fine raccolto hanno ridato all’imprenditore i sacchi, utilizzati poi come materiali per la realizzazione della nuova collezione Tarì.

Vucciria Dettagli

Vucciria Dettagli



Raccolto

Raccolto



Tarì rural design storce il naso al “fast fashion” e diventa il simbolo della morigeratezza propositiva. Tale valore culturale del prodotto ha dato il via al contempo ad un sistema green di ri-utilizzo di materiali e al piano di marketing improntato sulla valorizzazione di elementi glocal. Impreziositi dalla manifattura, nella esuberanza di disegni e colori, le corde, il cuoio e le pelli utilizzati nel passato da butteri e mulattieri sono adesso capaci di raccontare uno stile unitario e specifico, impregnato anche del fascino di contaminazioni con il wax print, “tessuto africano” dalle tinte variopinte. La Sicilia tradizionale allora diventa occasione di incontro tra l’Occidente e quel Continente nero. Un viaggio lungo quel ponte di contatto tra due terre che si guardano specularmente e che vogliono ancora scommettere sulle proprie capacità.

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Simbolo di tradizione artigianale e icona dell’handmade italiano, Tarì rappresenta dettagli immancabili di uno stile ricercato e distintivo. “Un linguaggio – dichiara Ezio Lauricella – che si sostituisce alla comunicazione verbale, scrigno del nostro passato e luogo identitario del futuro”.

 

Cannes 2016: i migliori look

Si è appena conclusa la 69esima edizione del Festival del Cinema di Cannes: tanti, come sempre, i look che hanno monopolizzato l’attenzione e i flash dei fotografi. Le dive che hanno calcato la croisette e il red carpet ci hanno fatto spesso sognare anche se non è mancato qualche scivolone in fatto di stile. Tantissime le attrici protagoniste del Festival di Cannes 2016, ma ad incantare sul red carpet ci hanno pensato anche top model e fashion blogger.

E se osare si è rivelata talvolta la parola d’ordine, c’è chi, come Charlize Theron, riesce ad incantare tutti anche col più classico dei tuxedo maschili. Nessuna provocazione gratuita, solo la classe di una vera diva. Chapeau. Icona fashion sempre impeccabile Kate Moss: la top model è apparsa raggiante in un abito Halston dalle suggestioni Seventies, accompagnata dalla sorelline Lottie, in un rosso Christian Dior. Una magistrale lezione di stile, direttamente dalle passerelle. Occhi puntati sulla futura mamma Blake Lively, che ha brillato sul red carpet in un abito drappeggiato firmato Atelier Versace. Le forme rotonde della gravidanza hanno accentuato ulteriormente la bellezza dell’attrice hollywoodiana.

Ma forse la vera protagonista di quest’edizione del Festival è stata Bella Hadid: la splendida top model diciannovenne ha fatto tanto parlare di sé, complice un abito che poco o nulla lasciava all’immaginazione. Audace scollatura e spacco vertiginoso, la modella è apparsa sexy come non mai sul red carpet, sfoggiando un fisico perfetto. Opinione pubblica letteralmente divisa sull’eleganza dell’abito con spacco inguinale, prontamente copiato dalla collega Izabel Goulart, che ha sfoggiato lo stesso capo in un diverso colore.

Charlize Theron in Christian Dior (Photo by Luca Teuchmann/WireImage)

Charlize Theron in Christian Dior (Photo by Luca Teuchmann/WireImage)



Kate Moss in vintage Halston e gioielli Chopard.  (Photo by Antonio de Moraes Barros Filho/FilmMagic)

Kate Moss in vintage Halston e gioielli Chopard. (Photo by Antonio de Moraes Barros Filho/FilmMagic)



Blake Lively in Atelier Versace. (Photo by Gisela Schober/Getty Images)

Blake Lively in Atelier Versace (Photo by Gisela Schober/Getty Images)



Bella Hadid in Alexandre Vauthier Couture  (Photo by Danny Martindale/FilmMagic)

Bella Hadid in Alexandre Vauthier Couture. (Photo by Danny Martindale/FilmMagic)



Allure da diva e piedi nudi per la sempre splendida Julia Roberts, mentre Susan Sarandon ha sfatato ogni tabù sul tempo che passa, apparendo in forma smagliante. Ironica e sicura di sé, la diva di “Thelma & Louise” ha indossato un abito Jean Paul Gaultier e uno smoking Saint Laurent. Tante le dive che hanno scelto l’opulenza regale di Zuhair Murad, mentre Alexandre Vauthier è balzato agli onori delle cronache grazie alla mise rosso fuoco sfoggiata da Bella Hadid, tra spacchi hot e scollature mozzafiato. Giorgio Armani veste la giurata Valeria Golino, fedele al suo stile minimal-chic.


SFOGLIA LA GALLERY:




Protagoniste del red carpet e icone di stile, le blogger Eleonora Carisi e Kristina Bazan sono state tra le più ammirate. Kendall Jenner, top model classe 1995, nuova protagonista dello spot Magnum Double (qui un pezzo sulla campagna pubblicitaria che la vede testimonial del celebre gelato), è stata tra le più fotografate, insieme alle colleghe Adriana Lima, Alessandra Ambrosio e alla bellissima Barbara Palvin, nuova testimonial del profumo Acqua di Gioia di Giorgio Armani.

Doutzen Kroes in Brandon Maxwell. (Photo by Samir Hussein/WireImage)

Doutzen Kroes in Brandon Maxwell. (Photo by Samir Hussein/WireImage)



Susan Sarandon in Jean Paul Gaultier. (Photo by Harvey/FilmMagic)

Susan Sarandon in Jean Paul Gaultier (Photo by Harvey/FilmMagic)



Kristen Stewart in Chanel, gioielli Messika. (Photo by Mike Marsland/Mike Marsland/WireImage)

Kristen Stewart in Chanel, gioielli Messika. (Photo by Mike Marsland/Mike Marsland/WireImage)



Kendall Jenner in Elie Saab Haute Couture. (Photo by Venturelli/Getty Images)

Kendall Jenner in Elie Saab Haute Couture (Photo by Venturelli/Getty Images)



Occhi puntati su Kristen Stewart, che ha sfoggiato un abito firmato Chanel e un make up originale. Tanti i look riusciti, da Katy Perry in un Marchesa rosso fuoco ad Adèle Exarchopoulos in Louis Vuitton. A contendersi la Palma d’Oro dello stile Amal Clooney, raggiante in Atelier Versace, e le già citate Kate Moss, Blake Lively e Julia Roberts, a riprova del fatto che la personalità è sempre glamour.


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Kendall Jenner nuova testimonial Magnum

Kendall Jenner nuova testimonial Magnum

È stato presentato nell’ambito della 69esima edizione del Festival di Cannes il nuovo spot Magnum che vede come protagonista d’eccezione la giovanissima top model Kendall Jenner. Occhi e capelli scuri e volto perfetto, la piccola di casa Kardashian è la modella del momento. Classe 1995, Kendall Jenner ha già al suo attivo numerose copertine e campagne pubblicitarie. Star della tv, supermodella e musa di fotografi e stilisti, Kendall Jenner è uno dei volti più volti più iconici del fashion biz.

Tripudio di gusto ed estasi di piacere sono gli ingredienti del nuovo Magnum Double, il gelato con lo stecco più famoso del mondo: e quale perfetta testimonial per incarnare il lato wild del piacere se non Kendall Jenner? La top model è il volto del nuovo spot pubblicitario, realizzato da due maestri della fotografia di moda, quali Mert Alas e Marcus Piggott. Il duo ha presentato in esclusiva una mostra che celebra il piacere. “Release the Beast“, questo il titolo dell’esposizione: un vero e proprio monito per liberarsi dalle convenzioni sociali e dare sfogo al proprio istinto. Cogliere l’attimo, godere dei piccoli piaceri della vita, e, perché no, concedersi qualche vizio anche a tavola, è il leitmotiv della campagna pubblicitaria firmata Mert & Marcus.

In #ReleaseTheBeast la top model è immortalata acqua e sapone, in canotta bianca, pronta ad addentare il gelato più glamour. Poi la vediamo pronta a tuffarsi in acqua in un paio di hot pants ad alto tasso erotico e con una tavola da surf animalier sottobraccio. Tra gli outfit indossati dalla modella anche un lungo abito con spacco vertiginoso e un tubino rosso fuoco, su uno sfondo da cui fa capolino un divano zebrato.

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Kendall Jenner è la nuova testimonial di Magnum Double



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La top model è nata a Los Angeles il 3 novembre 1995



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Kendall Jenner in uno scatto della campagna “Release The Beast”, realizzata da Mert & Marcus



Sexy e scatenata, Kendall Jenner incarna alla perfezione il mood della campagna. “Dare to be wild”, recita lo spot. E lei riesce benissimo ad incarnare il lato selvaggio della vita. Concedersi delle trasgressioni e assaporare il piacere: per meglio interpretare questo messaggio la modella ha dichiarato di essere andata indietro con la mente alla ricerca di episodi che hanno caratterizzato la sua vita. Autentica e determinata, la top model, dopo un’infanzia trascorsa sotto i riflettori, ha iniziato a calcare le passerelle ad appena 14 anni. L’abbiamo vista incantare tutti anche sulla croisette del Festival del cinema di Cannes, durante la presentazione di “Release the Beast”. Splendida, irriverente ed autoironica, la top model nel nuovo spot.




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Culture Chanel in mostra a Venezia

Mikro: un autunno/inverno 16-17 armonioso e seduttivo

Sento delle voci, mi sveglio. Voglio fumare, infilo il mio cappotto over sulla vestaglia di seta ed esco. L’aria notturna  è quasi bagnata, i passi riecheggiano in una città deserta. Sovrappensiero entro nell’unico bar aperto a notte fonda:” Un caffè, grazie!” Poche persone intorno a me; mi accendo una sigaretta e sbadatamente mi scivola dalle tasche un accendino. In quel momento incrocio il suo sguardo. Nessuna parola. Solo un attimo, un respiro.”

 

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La collezione MIKRO autunno/inverno 2016-2017 è ispirata alle sensazioni della notte; al mistero che solo la luce della luna che rischiara le tenebre, può donare.

Una linea iper femminile e contemporanea, depurata da ogni logica del costume. Un mix di capi che accostati, creano un look sofisticato, pensato per una donna forte e moderna, che ama la mondanità.

 

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Over coats in lana cotta, in contrasto con la leggerezza dei microfibra e dei rasi di seta degli abiti, per conferire alla collezione un carattere deciso.

Top senza spallina in microfibra su pantaloni palazzo e gonne midi e camicie oversize completano il progetto creativo di Mirko Frignani stilista del brand.

Lo stile MIKRO per l’ autunno/inverno 2016-2017 è contemporaneo, forte, armonioso e seducente.

 

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STAMPE: designed by artist Ilaria Franza a.k.a Ile De France

TESSUTI: lana cotta, microfibra, raso di seta

COLORI: beige, ocra, grigio ghiaccio, grigio antracite, blu oltremare, azzurro, blu notte, nero.

 

 

SHOOTING CREDITS:

 

PH_AGNES WEBER

STYLIST_MANUELA PICCININI

MAKE UP ARTIST_MYLLS GREENE

MODEL_ALESSA FISHER

 

 

 

Per maggiori informazioni www.mikrocouture.com

Strage di Capaci, 24 anni dalla morte di Giovanni Falcone

23 maggio 1992: una data impossibile da dimenticare. Ricorre oggi il ventiquattresimo anniversario della strage di Capaci, in cui persero la vita il giudice Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo e i tre agenti della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro. Tantissime sono state le iniziative su tutto il territorio nazionale in memoria di Giovanni Falcone e dei suoi ideali, in questa giornata della legalità. Al grido di “Palermo chiama e l’Italia risponde“, 800 studenti si sono riuniti nell’Aula Bunker del carcere Ucciardone di Palermo, davanti al ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca Stefania Giannini, il presidente della Fondazione “Giovanni e Francesca Falcone” Maria Falcone, il presidente del Senato Pietro Grasso, il ministro della Giustizia Andrea Orlando, il ministro dell’Interno Angelino Alfano, il sottosegretario all’Istruzione Davide Faraone, il presidente della Commissione Antimafia Rosy Bindi, il procuratore nazionale Antimafia Franco Roberti. Si inizia con le note dell’Inno di Mameli per ricordare che questa è una ferita che ha colpito tutto il Paese e nel cui ricordo bisogna unirsi senza distinzioni di bandiera. Poi arriva il videomessaggio del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella.


Esprimo la mia vicinanza e la mia gratitudine a tutti voi presenti nell’aula bunker – dichiara il Presidente – a chi non si è mai scoraggiato nella battaglia contro le mafie, contro l’illegalità e contro la corruzione, a chi lo ha fatto a costo di sacrificio personale e a chi ha compreso il valore della cultura della legalità, che vive anzitutto nell’agire quotidiano. Il 23 maggio è una data incancellabile per gli italiani. La memoria della strage di Capaci è iscritta con tratti forti nella storia della Repubblica e fa parte del nostro stesso senso civico. Un assassinio, a un tempo, che ha segnato la morte di valorosi servitori dello Stato, e l’avvio di una riscossa morale, l’apertura di un nuovo orizzonte di impegno grazie a ciò che si è mosso nel Paese a partire da Palermo e dalla Sicilia, grazie alla risposta di uomini delle istituzioni, grazie al protagonismo di associazioni, di giovani, di appassionati educatori e testimoni“.


La strage di Capaci, quel doloroso 23 maggio 1992, è una ferita nel cuore di tutti coloro che vivono e credono nella legalità. Troppo poco si conosce di questa storia, sempre troppo poco se ne parla. Allora be vengano momenti come questo, in cui non si ricorda solo per dovere storico ma anche e soprattutto per educare le nuove generazioni.

La comunicazione di Matteo Renzi

In occasione del suo discorso dopo l’esito del referendum sulle trivelle Matteo Renzi ha attaccato i Talk Show, e una parte dell’informazione.
In molti si sono risentiti ricordando a Renzi che proprio lui alla televisione e ai talk deve moltissimo, altrimenti sarebbe rimasto uno dei tanti sindaci di Firenze e non avrebbe avuto chance di diventare segretario e quindi premier.
Alcuni si sono anche soffermati sull’attacco che ha sferrato a Michele Emiliano, secondo il premier artefice di uno spreco di denaro pubblico che sarebbe stato meglio investire in trasporti per pendolari e in sistemi di depurazione.


Tutto questo fa ovviamente parte della pubblicistica e della comunicazione politica interna, perché il premier sa benissimo (e infatti lo ha detto in conferenza stampa senza contraddittorio) che ogni anno alle regioni arrivano meno fondi dal governo centrale, che quelle materie sono di parziale competenza dei bilanci di esercizio regionali, e che le due cose non possono certo essere mutuate.
Ma tutto ciò premesso, c’è qualcosa che va chiarito e che tiene insieme i due concetti: l’attacco a Michele Emiliano e quello ai talk show.
Sbaglia infatti chi dovesse pensare ad una sorta di attacco alla libertà di stampa, o peggio di un’idiosincrasia del premier/segretario alle critiche.


Renzi conosce bene – essendone un assiduo frequentatore – il potere dei talk show, anche per dare visibilità a tanti della sua generazione e dirigenti da lui voluti fino al ruolo di ministri, che senza quello strumento non esisterebbero, sia mediaticamente che politicamente.
Sa anche bene, essendo un intelligente comunicatore, che un governo sta in piedi mediaticamente e comunica cose fatte anche quando l’oggetto della decisione del governo è oggetto di dibattito e di opposizione: un intervento (qualsiasi) esiste (politicamente e mediaticamente) solo se è anche discusso.
Il problema di Renzi non sono i Talk né la discussione e il dibattito politico, meglio se incentrato sul governo, sui suoi provvedimenti, sulle riforme. Anche in sua assenza resta sempre una occasione di presenza indiretta.


Il vero “fastidio” per Renzi, che alle volte sfocia in fobia cui riserva risposte decisamente violente, è quando i talk show diventano occasione di visibilità di suoi antagonisti interni.
Perché come lui, grazie alla televisione, è riuscito a crescere efficacemente come antagonista e alternativa a Bersani, sa bene che la stessa cosa può accadere contro di lui.
È questo che spiega la “violenza” verbale di quella conferenza stampa, ed è anche questo che però ci induce ad un ragionamento più complesso, complessivo e articolato sulla comunicazione di Matteo Renzi.
Matteo Renzi è un’assoluta novità nel panorama della politica italiana. E questa novità – come fu quella di Berlusconi venticinque anni fa – lo ha portato alla vittoria.


Ancora una volta è la conoscenza e capacità di gestione del mezzo di comunicazione che fa la differenza. Venticinque anni fa, in un paese in cui la classe politica da poco aveva scoperto gli spot sulla televisione commerciale, legata ancora a formule di un dibattito politico statico e ingessato, Berlusconi travolse ogni improbabile avversario. 
Oggi lo storytelling: la politica come racconto e narrazione. 
Conta poco “il singolo mezzo”, quello che pesa è la capacità di raccordo multimediale: foto, video, televisione e condivisione social, che vuol dire anche capacità di entrare in contatto (reale o apparente conta poco) con gli elettori.


Per comprendere quanto la stessa classe dirigente del Partito Democratico sia stata travolta dal fenomeno Renzi basta ricordare una frase di Massimo D’Alema “secondo me dovrebbe farsi cinque anni come europarlamentare e poi proporsi”. 
Pochi mesi dopo quella frase Renzi vinse le primarie, divenne segretario, stravolse le regole di costituzione della segreteria, ed è diventato premier: tutto in tre mesi.
Questo delta nella concezione dei tempi della politica è esattamente la cifra della consapevolezza del tempo in cui viviamo e di ciò che i media, e la loro integrazione, consente di fare alla politica. Se guardiamo “oltre” il fenomeno Renzi, contemporaneamente è la stessa parabola di Tsipras in Grecia, di Podemos in Spagna, ma anche la rigenerazione politica di Sarkozy in Francia, giusto per fare qualche esempio.


Con l’accelerazione dei tempi dei media, e della società, vengono stravolte anche le classi dirigenti incapaci di reggere il passo. Non solo la fine dei vecchi partiti tradizionali, in cui spesso le strutture organizzative da strumento utile e funzionale di radicamento diventano elemento di rallentamento e consevatorismo, ma anche la fine dei “vecchi percorsi” di crescita e formazione politica.
Non è un caso che Renzi al primo turno delle primarie vince ma non supera il 43% all’interno del partito, inteso come organizzazione ed iscritti. Esattamente come non è un caso che invece in primarie “aperte” – come è stato il secondo turno di votazioni – abbia superato il 66% delle preferenze in un popolo che ha superato i due milioni di votanti.


Anche in questo caso, questa differenza, marca la distanza tra la forma partito tradizionalmente intesa, e la formazione dei suoi leader, e la società reale, con i suoi tempi e le sue forme di comunicazione.
Se questa è la premessa, tuttavia, sono almeno atre due le considerazioni da fare sul percorso politico di Matteo Renzi. 
La prima, è che la sua storia è il prodotto di una politica da laboratorio, sulla falsa riga di quanto avviene negli Stati Uniti: salvo rare eccezioni una classe dirigente fatta di figli nati, formati, cresciuti, per diventare classe politica. È la storia dei Bush, come lo fu dei Kennedy, ma non molto distante da quella dei Clinton e di tanti governatori e senatori.


Matteo Renzi non ha mai lavorato un giorno fuori dalla politica: segretario di sezione, segretario provinciale dei popolari, presidente della provincia, sindaco di Firenze. Proiettato e sostenuto nella sua carriera politica da un gruppo di famiglie legate tra loro, che i suoi detrattori chiamano “cerchio magico”, che vedono un ristretto gruppo di persone (tra cui Luca Lotti, Dario Nardella, Giuliano da Empoli, Marco Carrai e Maria Elena Boschi) molti dei quali con lui a Palazzo Chigi.
La seconda, è che in nessuna competizione elettorale Matteo Renzi ha preso preferenze personali. Il suo nome era sempre “in ballottaggio” e alternativa con qualcun altro per ciascuna delle cariche e posizioni ricoperte. Mai preso preferenze come consigliere comunale, mai fatto parlamentarie, mai partecipato ad un’elezione proporzionale. E questo gli ha garantito di potersi sempre presentare con un curriculum forte e unificante.


Queste premesse sono importanti perché tracciano il profilo di un politico nuovo: che non disperde risorse ed energie, che “mette insieme” un gruppo con cui costruisce una squadra ed un progetto politico, cui delega finanche l’allargamento del gruppo, ed in cui la costante è l’emersione unica e non discutibile di lui come leader, ma anche come dominus “capace di creare i nuovi leader” (come lui stesso ha detto nel suo discorso all’assemblea dei delegati del Pd).
La sua forza sta nella capacità di mettere insieme pezzi che difficilmente starebbero insieme in altre circostanze, ma anche nell’avere di fatto nelle sue mani il destino parlamentare: non solo non c’è alternativa numerica a lui come premier, ma la legge elettorale (quella vecchia ed ancor più quella nuova) mettono di fatto nelle mani della segreteria (lui stesso) la capacità di candidatura, ed anche di fatto la nomina della maggioranza parlamentare delle sue liste attraverso il meccanismo dei capolista bloccati.


L’elemento di debolezza risiede tuttavia in almeno due fattori distinti da lui indipendenti.
Il primo è la straordinaria arretratezza politica del centrodestra – che ha una base elettorale ampia, ma assolutamente orfana di leader in cui riconoscersi e da scegliere – soprattutto distante dai tempi della società.


Questo fattore è essenziale perché se Berlusconi è stato migliore di quanto non avrebbe potuto essere per il solo fatto di avere un’opposizione valida e solida, capace di un’alternanza e di offrire un’alternativa, Renzi è certamente peggiore di come avrebbe potuto in realtà essere, proprio perchè questa opposizione e questa alternativa non esiste.
Il secondo è la mancanza di una alternativa interna, di una “leadership di minoranza” capace di subentrare, di essere un domani maggioranza, e di pesare nelle scelte e nei programmi di partito, quanto meno per connotare un distacco tra la dimensione di segretario/premier detentore del potere esecutivo, e quello di partito/parlamentare, cui compete il potere legislativo e di controllo dell’operato del Governo.


La mancanza di queste due forme di opposizione ed alternativa – su cui spesso si sono giocate le sorti degli equilibri democratici dei sistemi parlamentari – possono apparire un elemento di forza e garanzia di imbattibilità. In realtà rischiano di essere un punto di estrema debolezza perché “se hai un potere assoluto, non hai alibi per ciò che accade”, e spesso in politica ciò che accade è indipendente da ciò che si fa e si decide al Governo.
Anche a bilanciamento di tutto questo, torna a suo favore una straordinaria dimestichezza dello strumento comunicativo diretto, come i social network che finiscono con l’essere il luogo di reperimento autentico delle dichiarazioni e delle intenzioni di Renzi, che non a caso, non solo a livello percettivo e ben oltre quello strettamente anagrafico, per tutti è semplicemente “Matteo”.
Qualcosa che non va confuso con l’apparente “uno di noi” proprio dei movimenti più populisti che diffusamente stanno popolando l’Europa con diverse declinazioni.


Matteo, per il popolo del centro sinistra, è una ventata di vicinanza a tempi e modi della comunicazione della società. E Matteo è familiare come un personale contatto di Facebook, e lo storytelling della sua politica è il racconto diretto e personale, non mediato, delle vicende di un governo che almeno appare dialogante.

SCI’M – la moda ai tempi dei social

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Filippo Baeli e Ivano Tella sono rispettivamente un fashion designer e un textile designer, il cui incontro ha dato vita ad una realtà ben consolidata tra i luxury brand emergenti: SCI’M COUTURE. Il nome del loro marchio ben esprime la loro intenzione di collocamento nel sistema moda: sta per “Io sono” e “Social Couture”.
Nel 2012, anno di nascita del marchio, l’intuito è stato quello di acquisire visibilità sui social networks e di farsi strada partecipando a concorsi organizzati da marchi di lusso quali Hermès e Front Row Society, siglando così collaborazioni in esclusiva.
L’estetica del duo creativo è fatta essenzialmente di texture innovative per accessori di alta qualità.
Amati dagli addetti ai lavori che contano e sempre più da un pubblico esigente e colto, i prodotti SCI’M sono sciarpe, foulards, pochette, papillons e occhiali e abbigliamento per amanti del design.
Prodotti per farsi notare, senza eccedere, ma con classe.


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Abstractionism – Fashion Editorial

ABSTRACTIONISM


L’arte non riproduce ciò che è visibile, ma rende visibile ciò che non sempre lo è.”


Paul Klee



Photo & Styling Miriam De Nicolo

Model Daria Mikołajczak @Wonderwall Management

Make up Manuel Montanari 

Hair Mattia Flora 

Thanks to: So Sweet PR agency Milano 

Camicia gialla con fiori strass multicolor Blugirl Folies – Gonna frange multicolor Cristiano Burani



Sx Guanti lunghi bicolor Bruno Carlo – Dx Top in corda con frange rosa Cristiano Burani



Per gli occhi – Lip mix light blu + Studio Eye gloss transparent Mac Cosmetics



Sx camicia Blugirl Folies – Dx bomber fantasia G2G



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Sx Camicia Blugirl Folies – Dx Pantalone denim animalier Blugirl Folies – maglia bianca con inserti bianchi in paglia Cristiano Burani

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Camicia gialla con fiori strass multicolor Blugirl Folies – Gonna frange multicolor Cristiano Burani



T-shirt lino stampato Alysi – guanti gialli in pelle Bruno Carlo



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Maglia bianca con inserti bianchi in paglia Cristiano Burani – guanti effetto dripping Bruno Carlo – quadro Maura Bruno



Camicia gialla con fiori strass multicolor Blugirl Folies – Gonna frange multicolor Cristiano Burani



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Maglia bianca con inserti bianchi in paglia + gonna in corda frange blu Cristiano Burani – guanti effetto dripping Bruno Carlo – quadro Maura Bruno



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Fondotinta Prolongwear Nourishing Mac



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Maglia bianca con inserti bianchi in paglia + gonna in corda frange blu Cristiano Burani – guanti effetto dripping Bruno Carlo – sneakers con strass Stokton – dx bomber fantasia G2G

Buon compleanno, Naomi

Spegne oggi 46 candeline Naomi Campbell: top model di fama mondiale, entrata nella storia negli anni Novanta. Dagli amori da copertina agli eccessi (denunce comprese), fino all’affidamento ai servizi sociali: la bellezza della Venere nera splende ancora oggi, nonostante una verve talvolta esplosiva. Pelle d’ebano, volto perfetto e fisico atletico, la modella è stata inserita dalla rivista People tra le 50 donne più belle del mondo. Con un patrimonio di 48 milioni di dollari, è una delle modelle più pagate della storia.

Naomi Elaine Campbell è nata a Streatham, Londra, il 22 maggio 1970. Sua madre è la diciottenne Valerie Morris, una ballerina di origini giamaicane. Sconosciuta è invece l’identità del padre, che abbandona Valerie quando quest’ultima è incinta di 4 mesi. Nel certificato di nascita l’uomo non viene nominato e la top model, in accordo con le volontà della madre, non lo ha mai incontrato. Il cognome Campbell è quello del secondo marito di Valerie. Nel 1985 è nato Pierre, il fratellastro della modella.

Ultimamente un certo Errol Campbell, che ha da poco scontato una condanna per stupro, ha rivendicato la paternità, chiedendo a Naomi di sottoporsi al test del DNA. Le affermazioni dell’uomo sono state prontamente smentite dalla madre della top model, la quale invece si è astenuta dal commentare la notizia. Tuttavia secondo alcune fonti la modella vanterebbe origine giamaicana e antenati cinesi.

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Naomi Elaine Campbell è nata a Streatham, Londra, il 22 maggio 1970



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La bellissima modella è da sempre impegnata nella causa contro le discriminazioni razziali



Naomi Campbell, foto di Herb Ritts, 1990

Naomi Campbell, foto di Herb Ritts, 1990



Foto di Michel Comte, Vogue 1994

Foto di Michel Comte, Vogue 1994



Naomi Campbell, foto di Ellen von Unwerth, 2004

Naomi Campbell, foto di Ellen von Unwerth, 2004



Naomi Campbell, foto di Herb Ritts, Hawaii, 1989

Naomi Campbell, foto di Herb Ritts, Hawaii, 1989



Dopo aver vissuto a Roma, dove la madre lavorava come ballerina, la piccola Naomi viene spesso affidata alle cure dei parenti mentre la madre viaggia in tutta Europa. Dall’età di 3 anni la bambina frequenta la Barbara Speake Stage School e all’età di 10 anni viene ammessa alla Italia Conti Academy of Theatre Arts, dove studia danza.

La sfolgorante carriera di Naomi Campbell inizia nel 1978, ad appena 8 anni, quando viene scritturata per il videoclip di Is This Love, di Bob Marley. E numerosi saranno i videoclip di artisti che, in seguito, ne immortaleranno la bellezza, da Madonna a George Michael, da Michael Jackson a Puff Daddy. Ad appena 15 anni inizia a lavorare come modella. In breve il suo volto e la sua bellezza unica si impongono sulla scena del decennio Ottanta/Novanta. Naomi Campbell diviene una delle sei modelle della sua generazione per cui è stata coniata l’espressione di “supermodelle”. Carismatiche e capricciose come vere e proprie dive, iconiche muse per stilisti e fotografi, le supermodelle non sono semplici mannequin ma si impongono all’attenzione dei media come dei personaggi. Nell’aprile 1986 Naomi appare sulla copertina di Elle e, sempre nello stesso anno, è tra le modelle che posano per Terence Donovan per il calendario Pirelli 1987. Nell’agosto 1988 è la prima donna di colore ad apparire sulla copertina di Vogue (prima in Francia e successivamente in Inghilterra) e di Time Magazine.


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Nel corso della sua carriera, Naomi Campbell è stata testimonial nelle campagne pubblicitarie di molte case di moda, tra le quali Fendi, Prada, Roberto Cavalli, Dolce & Gabbana, Chloé, Emanuel Ungaro, Guess, Escada, Pinko. Volto storico di Valentino, Versace, Roberto Cavalli, Yves Saint Laurent, con la sua falcata ha calcato le passerelle delle più grandi case di moda al mondo. Nel 1988 inizia la carriera di attrice, prendendo parte a tre episodi della serie I Robinson. Intanto debutta anche al cinema, nel 1991, nel film Cool as Ice. Nel 1999 è protagonista in Testimone scomoda.

Naomi Campbell, foto di Irving Penn, Vogue,1 gennaio 1992

Naomi Campbell, foto di Irving Penn, Vogue, gennaio 1992



Foto di Albert Watson,  Vogue, febbraio 1994

Foto di Albert Watson, Vogue, febbraio 1994



Naomi in passerella per Yves Saint Laurent

Naomi in passerella per Yves Saint Laurent



Naomi-Campbell

Naomi Campbell è soprannominata la “Venere nera”



Foto di Jean-Paul Goude per Harper's Bazaar, 2009

Foto di Jean-Paul Goude per Harper’s Bazaar, 2009



Ritratta da Richard Avedon per il Calendario Pirelli 1995

Ritratta da Richard Avedon per il Calendario Pirelli 1995



Al culmine della carriera, nel 1994, Naomi scrive anche un romanzo, ma si rivela un clamoroso fiasco. Nello stesso anno pubblica l’album Baby Woman,che si rivela invece un successo commerciale, soprattutto in Giappone. L’anno seguente si butta in un’avventura imprenditoriale insieme alle colleghe Claudia Schiffer, Christy Turlington ed Elle Macpherson: le top model investono in una catena di ristoranti chiamati Fashion Cafe, ma solo tre anni più tardi l’azienda è sull’orlo della bancarotta. Nel 1998 dalle pagine del Time viene annunciata la notizia che segna uno spartiacque indelebile nel fashion biz: è la fine dell’era delle supermodelle. Naomi intanto si è già quasi totalmente ritirata dalle passerelle mentre continua a posare per i magazine patinati. E nel 1999 firma il suo primo contratto per un’azienda di cosmetici, la Cosmopolitan Cosmetics (una divisione di Wella). Mai dimenticate e senza degne eredi, nel 2008 le supermodelle daranno vita, dalle pagine di Vanity Fair, ad una reunion, per nostalgici orfani di un capitolo sfavillante della storia del costume.

Durante la sua carriera, Naomi ha dichiarato guadagni nettamente inferiori rispetto alle sue colleghe. In prima linea nella causa contro il razzismo, la top model ha denunciato più volte i pregiudizi del fashion biz nei confronti delle modelle di colore. Impegnata sul sociale, la modella supporta il Nelson Mandela Children’s Fund, per cui, nel lontano 1998, ha anche organizzato una sfilata di Versace a scopo benefico.

Personalità ribelle ed eccentrica, la top model ha sofferto di dipendenza da cocaina e per ben quattro volte è stata giudicata colpevole di atti di violenza commessi nei confronti di impiegati e camerieri del suo entourage ma anche paparazzi ed estranei, tra il 1998 e il 2009. Affidata ai servizi sociali di New York, bandita dai voli British Airways, i suoi exploit ce l’hanno resa anche più umana e forse meno irraggiungibile. Forte di un’infanzia trascorsa senza un riferimento paterno, per la top model padri putativi sono stati Quincy Jones, Chris Blackwell e Nelson Mandela. Tra i suoi amori il pugile Mike Tyson, l’attore Robert De Niro, il bassista degli U2 Adam Clayton, l’italianissimo Flavio Briatore e il miliardario russo Vladislav Doronin.


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Culture Chanel in mostra a Venezia

Modica e Gigliotti dicono addio a Frankie Morello

Maurizio Modica e Pierfrancesco Gigliotti hanno detto addio a Frankie Morello, brand fondato nel 1999.

La motivazione è giustificata dalla scelta del duo di stilisti, di dar vita a Piermau: un brand giovane, metropolitano, che mescola differenti stili come l’underground e il rock.

 

Collezione A/I 16-17 Piermau (fonte piermauofficial)

Collezione A/I 16-17 Piermau (fonte piermauofficial)

 

 

Tuta aderente e fluo per la collezione A/I 16 17 di Modica e Gigliotti (fonte piermauofficial)

Tuta aderente e fluo per la collezione A/I 16 17 di Modica e Gigliotti (fonte piermauofficial)

 

 

I due stilisti, hanno ceduto totalmente il brand ad Fmm, società che fa a capo ad Ammaturo, famiglia di imprenditori legati al settore petrolifero e che permetterà alla griffe di restare attiva sul mercato.

Piermau non è colorata, non è pop e non ci sono slogan tipici di Frankie Morello, ma è pulita, asciutta, lineare, quasi unisex”, hanno dichiarato i designers.

 

La collezione Piermau ha un'anima unisex (fonte piermauofficial)

La collezione Piermau ha un’anima unisex (fonte piermauofficial)

 

 

Lineare e pulita: questa è la collezione Piermau (fonte piermauofficial)

Lineare e pulita: questa è la collezione Piermau (fonte piermauofficial)

 

 

La collezione A/I 16-17, già online sul sito www.piermauofficial.com, sarà distribuita dallo showroom di via Colletta e, ognuna delle collezioni, sarà contraddistinta da numeri crescenti, a cominciare dallo zero; durante l’anno, verranno lanciati diversi aggiornamenti.

 

 

 

Fonte cover ph Mustafa Sabbagh

Culture Chanel in mostra a Venezia

È stata la donna che, da sola, ha cambiato il corso della moda, inaugurando l’era moderna. Personalità granitica e stile inconfondibile, di Gabrielle Coco Chanel sappiamo quasi tutto, dalla sua infanzia disagiata agli amori turbolenti (qui un articolo sulla sua vita). Ma che cosa amava nella vita di tutti i giorni questa donna a cui dobbiamo tanto? Quali erano le sue letture preferite, quali i testi che componevano la sua biblioteca? Finalmente una mostra risponderà ad ogni curiosità sulla donna che più di ogni altra ha segnato la storia del costume.

Dal 17 settembre 2016 all’8 gennaio 2017 a Ca’ Pesaro, Galleria Internazionale d’Arte Moderna di Venezia, si terrà la mostra Culture Chanel, La donna che legge. Un evento imperdibile, che segna una nuova tappa nel ciclo di esposizioni inaugurate dalla maison nel 2007. Dopo Mosca, Shanghai, pechino, Canton e Parigi, ora la maison sceglie l’Italia per il nuovo imperdibile evento dedicato a Coco Chanel.

Culture Chanel è il settimo episodio di questo percorso, fortemente voluto da Jean-Louis Froment: un progetto unico che intende indagare alcuni aspetti della vita della celebre stilista, in questo caso il rapporto con i libri, con un occhio di riguardo per la poesia. Dalle opere classiche di Omero, Platone, Virgilio, Sofocle, Lucrezio e Dante fino ai poeti a lei contemporanei, da Jean Cocteau a Stéphane Mallarmé, verrà rivelato l’archivio di letture predilette dalla stilista. Libri ma non solo: anche alcuni oggetti d’arte provenienti dal suo storico appartamento di rue Cambon 31, Parigi, saranno esposti per la prima volta, insieme a gioielli e profumi, per un totale di circa 350 pezzi.

Gabrielle Coco Chanel nel suo appartamento, Parigi, 1965  (Foto di Cecil Beaton)

Gabrielle Coco Chanel nel suo appartamento, Parigi, 1965
(Foto di Cecil Beaton)



“Dediche, archivi, fotografie, quadri, disegni, si mescolano con un vestiario di creazioni di moda che svelano, al pari di una biblioteca, il vocabolario estetico di Gabrielle Chanel, il suo gusto per il classicismo e per il barocco, l’amore per la Russia e per gli ori di Venezia”, così la maison descrive la retrospettiva di Ca’ Pesaro. Una mostra esclusiva che intende tracciare un ritratto intimo, attraverso le sue letture e gli oggetti che la circondavano, di una donna che è entrata nel mito.

(Foto cover: Gabrielle Chanel, 1962. Foto di Douglas Kirkland)


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TVSCIA: femminilità in chiave rock

TVSCIA nasce in Toscana, dalle menti creative di Lucia Padrini e Elisa Soldini, nel 2009.

È un brand giovane, androgino e moderno, che conta sulla contaminazione di due stili riletti in chiave sofisticata e sobria: punk e rock.

TVSCIA è un brand dedicato ad una donna che ama farsi notare con capi di forte impatto visivo e di indubbia qualità.

 

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TVSCIA: quando ebbe inizio la storia di questo brand?

Tvscia nasce nel 2009 da un’idea di Lucia Padrini ed Elisa Soldini.

Provenienti da differenti esperienze lavorative  in giro per il mondo e unite dalla stessa formazione accademica milanese presso l’Istituto  Marangoni, decidemmo quasi contemporaneamente, di trasferirci nella nostra città di origine, Arezzo. In testa nutrivamo l’idea di creare un brand che rispecchiasse la nostra visione di donna e di moda; avevamo il desiderio di  trasformare le tendenze in qualcosa che incarnasse la contemporaneità, ma che andasse oltre il tempo e le mode; una bella sfida!

 

 

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Tre aggettivi per definirlo.

Contemporaneo. Femminile. Sofisticato

 

 

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Il suo mood.

Nel corso degli anni, ci hanno molto influenzato le culture orientali, e in contrapposizione,  i volumi anni ’80 e ’90; ci siamo innamorate delle icone rock e abbiamo tratto forti ispirazioni materiche dall’arte contemporanea; Tra le nostre mani, tutto è stato decostruito , mischiato, e poi riassemblato, diventando TVSCIA.

 

 

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La sua musa ispiratrice.

Ce ne sono tante, ma non ce n’è una  particolare.

Ci piacciono le donne che hanno una bellezza originale, fuori dal tempo e che attraverso le loro scelte esternano una spiccata personalità; le nostre muse sono le donne in cui ci rivediamo, di cui condividiamo scelte e gusti.

 

 

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Il suo punto di forza.

Quelli che noi riteniamo essere i nostri punti di forza, sono la ricerca dei materiali e uno studio profondo di forme e dettagli, non dimenticando mai che un abito deve valorizzare la personalità e il corpo di una donna.

Rivediamo i capi  fino a che non crediamo che tutto sia davvero messo a punto.

È stimolante lavorare durante le prove e vedere quello che nasce; a volte perfetto, come te lo eri immaginato, altre totalmente differente, lasciandoti la possibilità di rielaborare tutto da capo, spaziando con la creatività.

 

 

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Il suo target di riferimento.

La nostra donna, non è catalogabile per età o estrazione sociale, ti posso solo dire, che generalmente è una donna affermata, lavorativamente o semplicemente a livello personale, che è  consapevole, che decide di acquistare qualcosa perché ne vede l’effettivo valore aggiunto: una donna libera dall’ “ossessione logo”.

 

 

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Il suo presente.

Tvscia oggi è un marchio con un prodotto ed un’immagine molto forte, che sta potenziando la sua struttura aziendale e produttiva, per trasformare quelle che sono enormi potenzialità in una concreta evoluzione.

 

 

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Il suo futuro.

Crediamo in un futuro migliore del presente, in generale, per il nostro pianeta. Bisogna essere più visionari, e aperti ai mutamenti che il nostro tempo ci impone.

Il cambiamento, fa parte dell’evoluzione e TVSCIA è pienamente in questa fase!

La nostra visione e le nostre scelte si adatteranno ai tempi, lasciando la nostra immagine integra e inconfondibile, pronta per raggiungere un numero sempre maggiore di donne.

 

 

Per maggiori informazioni www.tvscia.com

 

 

 

Photo Courtesy Press Office

 

 

 

 

 

Francesco Scognamiglio debutta a Parigi con l’Haute Couture

Francesco Scognamiglio debutterà nel calendario ufficiale dell’Alta Moda di Parigi, in qualità di membre invité della Chambre Syndicale de la Haute Couture francese.

Lo stilista napoletano, che ha vestito celebs dal calibro di Lady Gaga, Beyoncé, Rihanna e Madonna, dopo diciott’anni di duro lavoro, vede avverarsi il suo più grande sogno: sfilare con una collezione Haute Couture a Parigi.

 

Abito in pizzo dentelle con rouches in satin di seta, impreziosito da un gilet in mourmanski nera con maniche imbottite di cristalli Swarovski, pezzo unico della collezione pre fall AI 2011-12 (fonte blogosfere)

Abito in pizzo con rouches in satin di seta, gilet in mourmanski  e cristalli Swarovski, pezzo unico della collezione pre fall AI 2011-12 (fonte blogosfere)

 

 

Abito bianco a più strati indossato  in occasione dei BRIT Awards 2010 (fonte mydiamondblog)

Abito bianco a più strati indossato in occasione dei BRIT Awards 2010 da Lady Gaga (fonte mydiamondblog)

 

 

Il défilé è previsto per il 3 luglio, primo giorno ufficiale di apertura della kermesse. In passerella sfileranno 15 look, ispirati dall’Alta Moda del passato.

La notizia è stata lanciata dallo stesso couturier sul profilo Instagram maisonfrancescoscognamiglio: “Cari tutti, sono qui ad annunciare ufficialmente che un sogno durato 18 anni oggi diventa realtà. Dopo aver superato tanti ostacoli, con mille sacrifici e vissuto e condiviso molti silenzi, sono felice di annunciare che questo prossimo luglio la mia prima collezione di Alta Moda sfilerà a Parigi. Questo è il profilo di un sognatore. Di un uomo semplice ed umile che non ha mai chiesto nulla a nessuno e ha sempre portato con sé, i veri affetti di coloro che lo hanno sostenuto emotivamente, da sempre. La moda vive di figure costruite dietro il nulla o magari supportate da una politica che oramai non ha più alcun potere .

 

Backstage collezione Francesco Scognamiglio FW 16 (redmilkmagazine)

Backstage collezione Francesco Scognamiglio FW 16 (redmilkmagazine)

 

 

Collezione  Primavera/Estate 2016

Collezione prêt-à-porter Primavera/Estate 2016

 

 

Orgoglioso delle sue origini, ha poi aggiunto: “Io sono qui, napoletano ed orgoglioso di esserlo e di portare per la prima volta nella storia, la mia tradizione sartoriale a Parigi. Quella verità che mi ha portato a realizzare solo con il mio amore e il mio credere… Il sogno della mia vita. Grazie a tutti i miei amici e alla mia famiglia, per essermi vicino e grazie anche a coloro che con il silenzio hanno sorriso a questa mia gioia.”

 

Lindsay Lohan in abito Francesco Scognamiglio (fonte vanitifair)

Lindsay Lohan in abito Francesco Scognamiglio (fonte vanityfair)

 

 

Francesco Scognamiglio Autunno/Inverno-2015 (fonte i-d.vice)

Francesco Scognamiglio Autunno/Inverno-2015 (fonte i-d.vice)

 

 

Un messaggio, questo, che sa molto di rivalsa.

Francesco, sfilerà per la prima volta a Parigi e, soprattutto, accanto a nomi illustri come Chanel, Valentino, Dior, Schiapparelli e Giambattista Valli.

 

 

 

Fonte cover i-d.vice

 

Calendario Pirelli 2017: arriva Peter Lindbergh

È Peter Lindbergh il fotografo scelto da Pirelli per la realizzazione del nuovo Calendario Pirelli 2017. New York la location scelta per parte degli scatti. Il celebre fotografo di moda torna a firmare il calendario patinato più amato dai collezionisti.

Peter Lindbergh, pseudonimo di Peter Brodbeck, è nato a Leszno, in Slesia, il 23 novembre 1944. Dopo essersi trasferito a Duisburg per studiare arte, nel 1978 si trasferisce a Parigi, dove scopre il suo amore per la fotografia di moda. Il bianco e nero iconico diviene la sua cifra stilistica, come certa drammaticità e pathos che lui, maestro della fotografia, riesce a riprodurre ad ogni scatto.

Negli anni Novanta entra nell’Olimpo, fotografando le top model più famose, da Christy Turlington a Kate Moss, da Naomi Campbell a Linda Evangelista, da Eva Herzigova a Cindy Crawford e Stephanie Seymour. Inoltre immortala anche dive del cinema, come Isabella Rossellini, Nastassja Kinski e Monica Bellucci. I suoi lavori sono tra i più apprezzati su Vogue, Marie Claire, Interview e Harper’s Bazaar. Tra i libri pubblicati 10 Women by Peter Lindbergh (1993) e Peter Lindbergh: Images Of Women (2004). È il fotografo dell’edizione 2009 del celebre calendario Dieux du Stade.

Carré Otis per Peter Lindbergh, Calendario Pirelli 1996

Carré Otis per Peter Lindbergh, Calendario Pirelli 1996



Tatjana Patitz per Peter Lindbergh, Calendario Pirelli 1996

Tatjana Patitz per Peter Lindbergh, Calendario Pirelli 1996



Kate Moss in uno scatto di Peter Lindbergh

Kate Moss in uno scatto di Peter Lindbergh



Per Lindbergh, 72 anni, non è la prima collaborazione con Pirelli. Il fotografo ha infatti già firmato l’edizione 1996 del calendario patinato: impossibile dimenticare le foto scattate in California a bellezze del calibro di Eva Herzigova, Carré Otis e Nastassja Kinski. Nel 2002 è di nuovo dietro l’obiettivo per il Calendario Pirelli: ad Hollywood immortala, tra le altre, le attrici Kiera Chaplin, Brittany Murphy e Mena Suvari. Infine, nel 2014, partecipa al progetto per la celebrazione dei 50 anni di The Cal, insieme a Patrick Demarchelier: realizza in quest’occasione un’immagine iconica con le top model Alessandra Ambrosio, Helena Christensen, Isabeli Fontana, Miranda Kerr, Karolina Kurkova e Alek Wek.


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Buon compleanno, Cher

Buon compleanno, Cher

Spegne oggi 70 candeline Cher. Star della musica, attrice premio Oscar, icona della cultura pop e musa fashion, Cherilyn Sarkisian La Pierre, più nota come Cher, è l’ultima diva contemporanea.

Nata in California il 20 maggio 1946, Cherilyn trascorre un’infanzia disagiata. Il padre è un rifugiato armeno che lavora come camionista, la madre Jakie Jean Crouch (in arte Georgia Holt) è un’aspirante attrice e modella. Dal ramo materno la futura diva vanta origini Cherokee, Francesi e Inglesi. Quando i genitori divorziano, iniziano grandi difficoltà economiche per lei e per la madre, che dà alla luce Georganne da un’altra relazione. Le due figlie saranno poi adottate dal successivo marito della donna, Gilbert La Pierre, banchiere.

La piccola Cherilyn soffre di una grave forma di dislessia non diagnosticata, a causa della quale è costretta a lasciare la Fresno High School all’età di 16 anni. Nello stesso anno avviene a Los Angeles l’incontro con Salvatore Bono, detto Sonny: il giovane all’epoca ha 27 anni, e lavora per Phil Spector ai Gold Star Studios di Hollywood. La giovane Cher sogna già di fare l’attrice. I due fuggono insieme e vanno a convivere all’insaputa della madre della ragazza. Nel 1964 convolano a nozze e dalla loro unione, il 4 marzo 1969, nasce Chastity Bono, che nel maggio 2010 ha completato il percorso di cambio di sesso.

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Cherilyn Sarkisian La Pierre, più nota come Cher, è nata in California



Cher nel film "Good Times", diretto da William Friedkin, 1967

Cher nel film “Good Times”, diretto da William Friedkin, 1967



Cher ritratta da Richard Avedon per Vogue, 1966

Cher ritratta da Richard Avedon per Vogue, 1966



Sonny e Cher ritratti da Richard Avedon per Vogue, 1972

Sonny e Cher ritratti da Richard Avedon per Vogue, 1972



Nel 1965 arriva per il duo di artisti il primo album e la canzone I Got You Babe diventa una hit internazionale. Lo stile dei due e il loro spirito bohémien si impongono sulla scena musicale ma non solo: i due diventano icone della cultura hippie degli anni Sessanta. Basette lui e lunghi capelli neri e pantaloni a zampa d’elefante lei, posano insieme per Vogue ed entrano nel mito.

Cher arriva per la prima volta in Italia, insieme a Sonny, nel settembre del 1966, dove assiste anche ad un’udienza di Papa Paolo VI a Castel Gandolfo, a Roma. L’anno successivo i due tornano in Italia per partecipare al Festival di Sanremo. La cantante si presenta nella gara canora in coppia con Nico Fidenco. Negli anni Settanta conducono insieme uno show televisivo che sdogana Cher come un sex symbol internazionale: i suoi outfit audaci inaugurano una nuova era dello stile. Inoltre la diva fu la prima donna a mostrare l’ombelico. Il suo stilista Bob Mackie ideò per lei degli abiti che lasciassero scoperte alcune parti del corpo.

Foto di Francesco Scavullo, 1974

Foto di Francesco Scavullo, 1974



Cher ritratta da Stephen Paley, Vogue, 1 settembre 1969

Cher ritratta da Stephen Paley, Vogue, 1 settembre 1969



Foto di Harry Langdon, 1978

Foto di Harry Langdon, 1978



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La bellezza di Cher in uno scatto di Avedon, 1974



Cher, foto di Bob Willoughby per Vogue, 1967

Cher, foto di Bob Willoughby per Vogue, 1967



Cher in uno scatto di Richard Avedon per Vogue, 1969

Cher in uno scatto di Richard Avedon per Vogue, 1969



Dopo tanti successi, la coppia divorzia nel 1975, dopo 13 anni di matrimonio. Il divorzio ha portato la cancellazione del “The Sonny and Cher Comedy Hour”. Nello stesso anno, Cher sposa Gregg Allman. Dal nuovo matrimonio, il 10 luglio 1976 nasce un figlio, Elijah Blue Allman.

Dopo il divorzio la cantante si concentra sulla propria carriera da solista e passa al cinema, nei primi anni Ottanta. Dapprima è Robert Altman a volerla in “Jimmy Dean Jimmy Dean”, poi in “Silkwood” recita accanto a Meryl Streep e ottiene la prima candidatura all’Oscar. Dopo “Le streghe di Eastwick” e “Presunto colpevole” arriva l’Oscar per “Stregata dalla luna”. Inoltre è stata premiata anche con un Golden Globe e una Palma d’oro.



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Intanto Cher è diventata un mito: nel 1971 entra nell’International Best Dressed List, grazie ai suoi look iconici. Zigomi alti, lunghi capelli lisci e fisico tonico, la bella Cher unisce in sé il fascino dei Nativi americani e il glamour anni Settanta. Trendsetter ante litteram, la sua impronta fu decisiva per la moda anni Sessanta/Settanta. Cher diviene presenza fissa sulle cover dei magazine patinati e posa per i più grandi fotografi di moda, da Richard Avedon ad Annie Leibovitz, da Francesco Scavullo fino ad Herb Ritts. Icona amatissima dalla comunità gay, nel corso degli anni per inseguire il mito dell’eterna giovinezza si è sottoposta a numerosi interventi di chirurgia plastica.

Cher in una foto di Richard Avedon, Vogue 1974

Cher in una foto di Richard Avedon, Vogue 1974



Divina negli scatti realizzati da Avedon per Vogue, 1974

Divina negli scatti realizzati da Avedon per Vogue, 1974



Foto di Richard Avedon, Vogue 1974

Foto di Richard Avedon, Vogue 1974



Foto di Richard Avedon, 1974

Foto di Richard Avedon, 1974



Con oltre cinquant’anni di carriera, Cher è entrata nella storia della musica, con oltre 100 milioni di dischi venduti nel mondo. Durante la sua carriera, oltre ad un Oscar come miglior attrice, è stata insignita anche con il Prix d’interprétation féminine a Cannes, un Grammy, un Emmy, tre Golden Globe e un People’s Choice Award per i suoi contributi nel cinema, nella musica e nella televisione.

La ritroviamo negli anni Novanta strizzata in bustier super sexy e immortalata da Herb Ritts. Tra i suoi video ad alto tasso erotico, il singolo If I Could Turn Back Time, che viene censurato da MTV. Nel 1999 arriva un successo galattico con Believe: il singolo è il più venduto da una cantante donna in Inghilterra. Nel 2005 l’artista ha concluso il suo Farewell Tour, durato tre anni.


Cher in una foto di Annie Leibovitz, Vanity Fair, 1968

Cher in una foto di Annie Leibovitz, Vanity Fair, 1968



Foto di Harry Langdon, 1978

Foto di Harry Langdon, 1978



Foto di Herb Ritts, 1990

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Foto di Michael Lavine, 2001

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Spiceworld: le Spice Girls in mostra

Edward Kienholz in mostra presso Fondazione Prada

Kienholz: Five Car Stud” è l’esposizione curata da Germano Celant che accoglie alcune opere realizzate da Edward Kienholz e Nancy Reddin Kienholz, tra le quali la storica installazione che dà il titolo alla mostra.

Inaugurata il 19 maggio scorso, “Kienholz: Five Car Stud” documenta il grande impatto emotivo, da incubo, che le opere dei coniugi Kienholz sono in grado di suscitare; per tale motivo, si consiglia la visione ad un pubblico adulto, perché la selezione proposta da Celant e in esposizione presso Fondazione Prada, potrebbe urtare la sensibilità altrui.

 

The Merry-Go-World or Begat By Chance and the Wonder Horse Trigger, 1988-1992. Credits: Copyright Kienholz Courtesy L.A. Louver, Venice, CA.)

The Merry-Go-World or Begat By Chance and the Wonder Horse Trigger, 1988-1992. Credits: Copyright Kienholz Courtesy L.A. Louver, Venice, CA.)

 

 

Five Car Stud è un’opera creata da Edward Kienholz tra il 1969 e il 1972 e rappresenta una scena violenta, che denuncia la brutalità ai danni dei più deboli, dei diversi.

Per quanto la creazione avesse scatenato clamore negli anni seguenti dalla sua prima esposizione, per quasi quarant’anni è rimasta dietro le quinte del panorama internazionale artistico per mano di un collezionista giapponese che ne era diventato il legittimo proprietario.

 

Jody, Jody, Jody, 1993-94. Credits: Copyright Kienholz Courtesy L.A. Louver, Venice, CA.

Jody, Jody, Jody, 1993-94. Credits: Copyright Kienholz Courtesy L.A. Louver, Venice, CA.

 

 

Restaurata tra il 2011 e il 2012, l’opera, ora parte di Collezione Prada, apre un’esposizione di ben 26 opere: “Ore the Ramparts We Watched, Fascinated (1959), The Death Watch (1976), Bout Round Eleven (1982) e The Twilight Home (1983); The Caddy Court (1986-87), The Merry-Go-World or Begat by Chance and The Wonder Horse Trigger (1991–1994)e Jody, Jody, Jody (1993-94) (solo per citarne alcune).

 

The bear Chair (fonte ilsole24ore)

The bear Chair (fonte ilsole24ore)

 

 

Germano Celant, ha così illustrato il lavoro dell’artista: “Kienholz non tende a sublimare le bassezze e la tragicità del vivere, le condizioni di solitudine e di trivialità, ma le usa come strumenti per far risplendere l’universo basso e popolare, dove il macilento e lo sporco, il perverso e il lurido, rappresentano una bellezza nuova e sorprendente”.

 

“KIENHOLZ: FIVE CAR STUD”

19 maggio – 31 dicembre 2016

Fondazione Prada

Largo Isarco 2 –  Milano

 

Per maggiori informazioni www.fondazioneprada.org

 

 

Credits cover: Copyright Kienholz Courtesy L.A. Louver, Venice CA Foto ©Tom Vinetz 2011

Disastro aereo Egyptair: tutte le news sul volo Parigi-Il Cairo

Le prime ipotesi sul disastro aereo Egyptair di ieri si rincorrono tra comunicazioni ufficiali, tweet e smentite. «Nessuna ipotesi è da scartare, né da privilegiare» ha subito dichiarato il Presidente francese Hollande. Si valuta la pista del terrorismo islamico per spiegare l’incidente dell’aereo precipitato tra l’isola greca di Karpathos e le coste egiziane, ma anche la decisione suicida dei piloti e un guasto tecnico non sono da escludere. Il volo Parigi – Il Cairo era partito alle 23.09 di mercoledì con a bordo 56 passeggeri e 10 membri dell’equipaggio, ma l’aereo è scomparso dai radar alle 02.30 locali. Dall’analisi delle prime informazioni raccolte, si è parlato di una bomba a bordo ma l’ipotesi non è ancora confermata. Malgrado i sospetti aumentino con il passare delle ore, il segretario di Stato Usa John Kerry invita a non speculare.


In questo momento è importante ritrovare i resti dell’aereo precipitato per poter fare luce sulla faccenda. Nella notte tra ieri e oggi, la marina egiziana ha annunciato di aver trovato «pezzi di rottami e oggetti di passeggeri 295 chilometri a nord di Alessandria», come ha subito trasmesso la televisione egiziana. Ma la compagnia aerea Egyptair ha dovuto smentire il ritrovamento. Altre notizie contraddittorie arrivano dagli Usa, dove la rete televisiva NBC ha affermato che i satelliti spia Usa che orbitano sul Mediterraneo avrebbero registrato un’esplosione in volo. Anche questa news è stata smentita dall’intelligence, nonostante il capitano di una nave mercantile abbia raccontato di aver visto «fiamme nel cielo» nelle vicinanze del punto di sparizione dell’airbus. La vicenda dell’aereo scomparso in volo da Parigi a Il Cairo coinvolge le forze congiunte di Francia, Egitto, Grecia. Ma anche gli Usa stanno partecipando alla ricerca dei resti dell’airbus e dall’Italia, nonostante l’assenza di cittadini italiani sul volo, il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni ha assicurato la sua vicinanza e il suo sostegno ai Paesi colpiti.


Quello che si sa al momento sul disastro aereo Egyptair è che 10 minuti prima della scomparsa andava tutto bene a bordo. Dall’aviazione civile di Atene raccontano: «I nostri operatori hanno parlato con il capitano dell’aereo mentre sorvolava la Grecia e non è stato segnalato alcun problema a bordo, il pilota era di buon umore». La compagnia aerea ha spiegato in un tweet che l’aereo scomparso avrebbe lanciato un segnale d’allarme, ma anche in questo caso le news dall’Egitto sono contraddittorie. Quel che è certo è che l’aereo ha iniziato a compiere brusche virate quando si trovava a un’altitudine di 37mila piedi (circa 11.300 metri), per poi scomparire dai radar insieme alle 66 persone a bordo.

Gucci presenta la Men’s Cruise Collection 2017

Ci sono diverse contaminazioni, nella Men’s Cruise Collection siglata da Alessandro Michele per Gucci.

Uno stile inconfondibile, quello disegnato da Michele che, alla sua prima collezione crociera, gioca su elementi lontani tra loro ma molto avvincenti se accostati: punk, ricami, tweed e jeans délavè, infatti, enfatizzano una collezione ancorata nel taglio sartoriale.

 

Taglio sartoriale per la collezione cruise 2017 di Gucci (fonte dmarge.com)

Taglio sartoriale per la collezione cruise 2017 di Gucci (fonte dmarge.com)

 

 

Lo stile punk della collezione di Alessandro Michele si ispira al mondo punk inglese (fonte gq.com)

Lo stile punk è fonte d’ispirazione per lo stilista (fonte gq-magazine.co.uk)

 

 

Alessandro Michele ha dichiarato di essere molto legato all'Inghilterra (fonte gq.com)

Alessandro Michele ha dichiarato di essere molto legato all’Inghilterra (fonte (fonte gq-magazine.co.uk)

 

 

Ogni cosa prende ispirazione dalla mia grande passione per l’Inghilterra. Ho cercato di descrivere quello che succede nella mia immaginazione, che spesso abbraccia un’estetica molto simile a quella inglese”, ha dichiarato Alessandro.

Stampe, giubbini old school e ancora tartan e chiodi in pelle disegnati da borchie: la Men’s Cruise Collection, abbraccia stili differenti, catturando una variegata tipologia di clientela.

 

il savoir-faire della maisonsi vede nel taglio sartoriale delle giacche (fonte vogue.it)

il savoir-faire della maisonsi vede nel taglio sartoriale delle giacche (fonte vogue.it)

 

 

Il Tartan esplora l'heritage british (fonte gq-magazine.co.uk)

Il Tartan esplora l’heritage british (fonte gq-magazine.co.uk)

 

 

I pantaloni dalla linea aderente, sfiorano la caviglia e lasciano  a vista il calzino che porta i colori simbolo della maison: il rosso e il verde.

Cenni faunistici, pervadono la collezione: tigri, serpenti ed api, sono il motivo ricorrente della cruise collection, segni adottati dalla collezione borse Dionysus, che vi abbia presentato qualche settimana fa.

La collezione, è dedicata a tutti gli uomini che amano vestire bene. Uomini di gran temperamento e colti, un po’ come Oscar Wilde o Gabriele D’Annunzio.

Questo guardaroba è come un rituale, e io sono affascinato dai rituali e dai suoi codici. I codici non devono essere cancellati, devono essere reinventati e riposizionati in un disegno diverso”, ha commentato Alessandro.

 

 

Foto cover GQ Italia

Spiceworld: le Spice Girls in mostra

È il gruppo musicale femminile più amato degli anni Novanta: look iconici e hit di successo hanno reso le Spice Girls un vero e proprio fenomeno di costume. Ora una mostra ne celebra lo stile.

Sono passati 20 anni dal lancio di Wannabe, la hit che ha portato al successo internazionale le Spice Girls. Il gruppo, formatosi nel 1994, è passato alla storia anche per lo stile irriverente delle cinque ragazze. Come dimenticare Emma Bunton alias Baby, Geri Halliwell alias Ginger, Victoria Adams alias Posh, Mel C alias Sporty e Mel B alias Scary? Ed è proprio nella città natale di Geri, che verrà presto inaugurata Spiceworld: The Exhibition.

Il Waltford Colosseum dedica una mostra per celebrare il successo mondiale del gruppo, con un’esposizione degli abiti di scena e degli accessori originali indossati dalle ragazze nei videoclip ma anche nei concerti. Dagli stivali iconici di Geri firmati Prada alle scarpe di Mel B, la mostra comprende anche alcuni gadget prodotti nel periodo di massimo successo del gruppo. Spiceworld: The Exhibition sarà aperta al pubblico dal 7 luglio al 7 agosto 2016. Un evento imperdibile per fanatici degli anni Novanta.

I celebri ankle boots di Geri Halliwell

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Gli stivali di Mel B

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Grace Jones spegne 68 candeline

Grace Jones spegne 68 candeline

Misteriosa, enigmatica, camaleontica: regina della disco-music anni Ottanta e musa di stilisti e fotografi, Grace Jones spegne oggi 68 candeline. Nata a Spanish Town, Giamaica, il 19 maggio 1948, da Marjorie e Robert W. Jones, politico locale e fervente religioso, quando i genitori decidono di trasferirsi sulla East Coast, Grace e il fratello vengono lasciati in custodia ai nonni materni. La piccola cresce sotto la fede pentecostale. Timida e insicura, da bambina viene regolarmente presa in giro dai compagni di scuola per la sua magrezza, ma eccelle negli sport.

Grace e il fratello coltivano un istinto di ribellione nei confronti delle imposizioni paterne, che prevedono una rigida osservazione dei principi religiosi. Trasgredire diventa un modo per affermare la propria identità: Grace inizia ancora giovanissima a truccarsi, a bere e a frequentare locali gay col fratello. Come lei stessa ha dichiarato più volte, durante l’adolescenza comincia anche a consumare LSD.

Nel 1965 si trasferisce negli Stati Uniti, dove inizia la carriera di modella. Alta 1,75 m, un fisico pieno di muscoli e personalità esplosiva, la bella Grace a New York firma un contratto con la Wilhelmina Models. Nel 1970 si trasferisce a Parigi, dove lavora per Yves Saint Laurent, Azzedine Alaïa, Claude Montana e Kenzo Takada.

Grace Jones in un celebre scatto di Jean-Paul Goude, New York, 1982

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Grace Jones, foto di Jean-Paul Goude, New York, 1978

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Foto di Chris von Wangenheim, 1977

Foto di Chris von Wangenheim, 1977



Grace Jones, Antonio Lopez

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Grace Jones, foto di Andy Warhol, 1984

Grace Jones, foto di Andy Warhol, 1984



Nella capitale francese divide l’appartamento con Jessica Lange e Jerry Hall e viene immortalata su Elle, Vogue e molti altri magazine patinati. Posa per i fotografi più famosi del mondo, da Helmut Newton a Guy Bourdin, da Hans Feurer a Chris von Wangenheim, da Richard Avedon fino a Jean-Paul Goude, che sarà anche suo compagno nella vita. Quest’ultimo forgerà il personaggio androgino e carismatico che la rese mito iconico degli anni Ottanta. Presenza fissa al Palace e allo Studio 54, fu immortalata anche da Andy Warhol. Tra le sue frequentazioni Giorgio Armani e Karl Lagerlfed.



SFOGLIA LA GALLERY:




Nel 1977 inizia la carriera nella musica: l’artista giamaicana è artefice della fusione tra la disco-music e il reggae. Tra i suoi successi storici anche alcune cover, tra cui la celebre La Vie en Rose di Edith Piaf, rivisitata da Grace Jones nel 1978. Nel 1981 è la volta di I’ve Seen That Face Before, sulle celebri note di Libertango di Astor Piazzolla.
Negli anni Ottanta è stata anche attrice cinematografica: l’abbiamo vista in Conan il distruttore, accanto ad Arnold Schwarzenegger, e in 007-Bersaglio mobile, accanto a Roger Moore.

Grace Jones, foto di Francis Ing per After Dark Magazine, 1977

Grace Jones, foto di Francis Ing per After Dark Magazine, 1977



La diva con Azzedine Alaïa, 1977

La diva con Azzedine Alaïa, 1977



Grace Jones in uno scatto di David Bailey

Grace Jones in uno scatto di David Bailey



Grace Jones in una  foto di Robert Mapplethorpe, 1989

Grace Jones in una foto di Robert Mapplethorpe, 1989



Felina, aggressiva e prorompente, Grace Jones ha incarnato una bellezza unica nel panorama musicale e nel fashion biz. Innumerevoli le copertine e i servizi di moda. L’artista è attiva ancora oggi: nel 2014 ha partecipato alla colonna sonora di Hunger Games: Il canto della rivolta-Parte 1, accanto alla cantante neo-zelandese Lorde.

(Foto cover Jean-Paul Goude, New York, 1982)


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Cosa cambierà nei contenuti di Facebook?

L’algoritmo di Facebook continua cambiare perché cambia il modo in cui le persone fruiscono dei contenuti e interagiscono.
In principio Edgerank “decideva” cosa far vedere alle persone, soprattutto in base ad un principio di rilevanza legato alle interazioni: assegnava cioè un peso specifico a commenti, like, condivisioni etc.

L’ultimo update dell’algoritmo di Facebook inserisce un nuovo elemento di valutazione oltre le interazioni: premia i contenuti su cui le persone spendono più tempo, e che – quindi – sono effettivamente più interessanti.
Altra variabile inserita sembrerebbe “la varietà delle fonti” a cui accedono le persone per consumare contenuti, e l’update all’algoritmo farà in modo che alle persone vengano proposti contenuti da diversi publisher, in modo da garantire una eterogeneità di contenuti editoriali e una diversificazione dell’offerta.


Predominante resta il criterio di profilazione degli utenti, e attraverso gusti e frequenza di lettura di contenuti che verranno sempre più mostrati agli utenti in funzione dell’interesse manifestato su quei contenuti.
Questa novità – che può apparire marginale – in realtà ha in sé alcuni significati profondi ed altrettante variazioni significative.
Le pagine dovranno sempre più produrre contenuti di qualità e dovranno farlo in modo trasparente, dovranno essere contenuti capaci di attrarre la lettura ma al contempo di “trattenere” il lettore.
Questo ad esempio mette in seria crisi le pratiche di titoli accattivanti capaci di generare clickbaiting, ovvero quella prassi fatta di “leggi qui” o “scopri cosa è successo” che in realtà generano indici di rimbalzo (bounce rate) particolarmente elevati, ovvero tempi di abbandono molto rapidi, spesso entro 10 secondi.


Ecco, in questi casi è probabile che anche a fronte di molti “accessi” e click, quel contenuto e quella fonte verranno fortemente penalizzati.
A giovare di questi cambiamenti saranno quei brand capaci di offrire contenuti davvero interessanti, su cui le persone si soffermano nella lettura, trascorrono del tempo (ad esempio perché ricchi di link, foto, gallery, video), quelli in grado di diversificare i contenuti offerti e quei siti che forniscono contenuti in linea con le aspettative del lettore.
Già da tempo Facebook sta lavorando per attrarre nel proprio newsfeed grandi testate editoriali, dal Times ad Huffington Post, capaci di generare attraverso contenuti propri e blogger grandi quantità di contenuti originali e in tutte le lingue.


L’offerta è stata precisa: pubblicare su Facebook direttamente (senza quindi passare necessariamente per la condivisione generando una navigazione “esterna” rispetto al socialnetwork) in cambio di una condivisione degli introiti delle pubblicità inbound.
E questo aggiornamento va esattamente in questa direzione, favorendo appunto publisher capaci di generare letture autentiche e trattenere all’interno un elevato tempo di navigazione.

Louis Vuitton lancia la collezione Tropical Journey

Monogram Jungle, è il trend lanciato da Louis Vuitton per l’estate 2016.

Fonte d’spirazione per questa coloratissima ed esotica collezione, il paesaggio californiano con le sue palme e le sue oasi naturali, come la celeberrima Palm Springs nella contea di Riverside.

 

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Tropical Journey è la nuova collezione estiva di Louis Vuitton

 

 

Palme e pois in colori accesi, decorano la tela delle borse e delle scarpe, la seta dei foulard e non di meno, gli accessori da viaggio, la mantellina da mare in cotone e il pareo in cotone leggero.

Mantellina mare in cotone

Mantellina mare in cotone

 

Il Modello Speedy 30 ha un prezzo commerciale di 980 euro

Il Modello Speedy 30 ha un prezzo commerciale di 980 euro

 

 

L’iconico bauletto Speedy  diventa fresco e spiritoso. Il pois che rappresenta gli animali tropicali tra le foglie di palma, rende audace e brioso il look di ogni donna.

Per gli outfit sportivi e contemporanei, lo zainetto regala il glam di cui tutte abbiamo bisogno per contraddistinguerci dalla massa. Palm Springs Backpack, in tela monogram e finiture in pelle, ha un valore commerciale di 1590,00 euro.

 

 

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Keepal bandoulière 50 (euro 1530,00)

 

 

Alma BB in pelle di vitello verniciata

Alma BB in pelle di vitello verniciata

 

 

Della collezione fanno parte anche il modello Neverfull (euro 1180,00) e la Alma BB (euro 1580,00).

Per maggiori informazioni sui prodotti www.louisvuitton.com

 

 

Fonte cover louisvuitton.com

Morto Marco Pannella, il leader radicale si è spento a 86 anni

Marco Pannella è morto oggi, poco prima delle due, in un letto della clinica romana di Nostra Signora della Mercede. Il leader radicale, guerriero della lotta politica rispettato da compagni di partito e antagonisti per la determinazione con cui portava avanti le sue idee, aveva compiuto 86 anni lo scorso 2 maggio. Lottava contro un tumore al fegato e uno ai polmoni e non lo ha mai nascosto. Da marzo si era ritirato dalle attività pubbliche nella sua casa in Via della Panetteria a causa di un peggioramento delle sue condizioni. L’aggravamento e il ricovero di ieri è stato annunciato da Radio Radicale e oggi la stessa emittente ha dato la notizia della sua scomparsa con il Requiem di Mozart.


La morte di Marco Pannella è stata commentata dagli esponenti della scena politica italiana a colpi di tweet e frasi di cordoglio. Il primo è stato il premier Matteo Renzi: “E’ la scomparsa di un grande leader italiano, che ha segnato la storia dell’Italia – ha detto – Vorrei a nome mio personale e del governo e della forza politica che rappresento fare un grande omaggio alla storia di questo combattente e leone della libertà“. Pietro Grasso ha espresso il suo cordoglio con grande rispetto per la determinazione con cui Pannella ha affrontato la malattia. “Marco Pannella ha affrontato la malattia con la stessa fierezza con la quale, per decenni, si è battuto per le cause in cui credeva. Dobbiamo moltissimo a quest’uomo forte e appassionato che, come accade raramente, è stato sempre stimato anche dai suoi avversari. Con lui se ne va un protagonista assoluto della storia repubblicana e delle battaglie per i diritti civili. Addio Marco“. Gli hashtag #MarcoPannella e #ciaoMarco hanno invaso i social. Breve e commosso il messaggio di Marianna Madia. “#CiaoMarco ci mancherai“, ha scritto il ministro. Marco Pannella è stato un personaggio politico forte, tanto contrastato quanto rispettato e la sua morte ha sconvolto tutti. Lo afferma nel suo commosso ultimo saluto Emma Bonino, l’altra leader radicale la cui storia politica è inevitabilmente intrecciata a quella di Pannella: “Mancherà molto a me, ma anche ai suoi avversari“.

Alitalia rifà il look ad hostess e steward

Alitalia cambia look a steward e hostess, affidando il compito allo stilista Ettore Bilotta.

Dopo quasi vent’anni, la compagnia di bandiera italiana, ha deciso un restyling delle divise in dotazione agli assistenti di volo, fornendo capi decisamente più glamour e dall’allure vintage.

Lo stilista milanese, tiene fede allo stile Alitalia e alla filosofia della compagnia, proponendo capi 100% Made in Italy. Le nuove uniformi femminili sono, infatti, confezionate con tessuti provenienti dalla Toscana mentre la seta è lavorata a Como; le divise per il personale maschile, sono state realizzate in Puglia e gli accessori in pelle, a Napoli. Le scarpe, sono state prodotte nelle Marche.

 

Le niove divise verranno fornite al personale Alitalia a partire da luglio prossimo (fonte gq italia)

Le niove divise verranno fornite al personale Alitalia a partire da luglio prossimo (fonte gq italia)

 

 

Line affusolate che segnano le forme femminili. Abiti fascianti ma rigorosi, marcati da una cintura sottile in vita.

Il glamour della moda anni Cinquanta e Sessanta rivive fortemente in questa collezione che Bilotta ha scelto di contraddistinguere attraverso i colori: per le donne, sono rosse per il personale di volo (per simboleggiare la passione italiana) e verdi per il personale di terra (il verde raffigura i paesaggi e con essi le ricchezze culturali e storiche dell’Italia).

Il copricapo diventa un cappellino ispirato alle terrazze delle Cinque Terre, con onde sinuose che movimentano la struttura.

 

Glamou anni '50 e '60 per le nuove divise Alitalia (fonte corriere.it)

Glamour anni ’50 e ’60 per le nuove divise Alitalia (fonte corriere.it)

 

 

Per il personale maschile, le tonalità prescelte sono il grigio antracite e il verde bosco .

Con questa collezione completiamo il percorso di rinnovamento del nostro brand e della nostra flotta, che ha riguardato anche l’introduzione di nuovi importanti servizi per i clienti”, ha dichiarato l’amministratore delegato della compagnia, Cramer Ball.

Ettore Bilotta, entusiasta per aver contribuito al restyling della compagnia, così ha commentato il suo contributo: “Ideare e disegnare le nuove divise di Alitalia, vero e proprio simbolo del Paese, è stata un’esperienza molto emozionante perché mi ha consentito di realizzare una collezione speciale, che rappresenta non solo l’Italia, ma anche l’orgoglio di Alitalia quale ambasciatore del Paese nel mondo”.

 

 

Per la cover fonte corriere.it

Com’è vivere nella Libia controllata da Daesh

The Daily Beast ha messo insieme diverse testimonianze che raccontano come sia difficile vivere nella parte di Libia controllata da Daesh.


Amjad bin Sasi era un ragazzo a cui piacevano i vestiti occidentali, i tagli di capelli alla moda e, ogni tanto, un bicchiere di alcolici.
Quando Daesh ha preso il controllo della sua città, Sirte, sulla costa mediterranea della Libia è stato uno dei migliaia di libici che sono stati costretti a vivere nell’inferno in terra in cui si era trasformata la loro terra. Bin Sasi ha sofferto meno di un anno, fu giustiziato con un colpo di pistola alla testa da un boia di Daesh a ventitre anni.
Era stato arrestato per aver imprecato.


Questa è la realtà della vita nei territori sotto il controllo dell’auto proclamato Stato Islamico in Libia secondo un report di Human right Watch che riporta anche accuse di crimini contro l’umanità, crimini di guerra, mutilazioni, pestaggi e uccisioni extra-giudiziali.
La comunità internazionale non ha mai dato il via libera ad un intervento militare.


I residenti di Sirte vivono nella paura costante di venire scoperti a infrangere li severissimi codici di condotta imposti dai loro governanti di Daesh. Ogni vicino potrebbe essere un informatore dell’Hisba, la polizia morale, e dure pene sono normalmente comminate da giudici religiosi dopo processi sommari.


“La vita è un inferno per la popolazione di Sirte” dice Letta Tayler, l’autore del report di HRW “Le persone mi hanno detto che vivono in una paura costante. Molte degli uomini e delle donne che ho intervistato a Misurata, una città vicina, hanno iniziato a piangere quando mi dicevano che sarebbero state costrette a tornare indietro perché non avevano alcun posto dove andare. Le persone vivono in un stato di terrore assoluto”.


Una delle cose eccezionali riguardo la vita in un avamposto di Daesh è che anche quelli che chinano il capo e seguono le dure regolamentazioni sono forzati a vivere nella miseria.
Non c’è quasi cibo, attrezzature mediche e persino le ambulanze sono state requisite dai combattenti di Daesh secondo il report di HRW. La maggior parte dei negozi della città sono stati chiusi, alcuni per decreto di Daesh come un negozio che vendeva intimo decorato, altri per la rovina dell’economia e altri ancora perché i proprietari sono scappati verso altre parti della Libia.


Un ex impiegato del governo che si è fatto chiamare “Salem” ha detto all’HRW che è virtualmente ai domiciliari per cercare di non avere problemi “Non lascio la mia casa se non per andare alla moschea: casa moschea e moschea casa. Tengo la testa bassa “ dice.


Alle donne non è permesso lasciare la propria casa a meno di essere completamente coperte con una abaya e un niqab. Anche quei capi di abbigliamento sono strettamente regolati, un cartellone in città chiede che il tessuto sia spesso, largo e non debba essere “stravagante o glamour”.


I residenti di Sirte non sono esentati da questi regolamenti neanche a casa o sulle loro macchine. “Abu Ibrahim” ha spiegato di essere stato detenuto da Daesh dopo essere stato fermato a un posto di blocco nella città.
“Uno degli uomini, che era tunisino basandosi sull’accento, mi ha chiesto se fumavo. Ho risposto che non fumavo. Io fumo ma ho mentito perché ero spaventato”. dice a HRW “ha perquisito la mia macchina e ha trovato alcuni CD musicali e tre pacchetti di sigarette. Ha iniziato ad insultarmi e mi ha detto di andare all’ufficio dell’Hisba. Loro mi hanno seguito in macchina. In quel posto mi hanno detto di giurare di smettere di fumare, cosa che ho fatto, e mi hanno frustato 10 volte sulla schiena con una frusta di pelle”.


Almeno 49 persone sono state giustiziate da Daesh a Sirte tra il febbraio 2015 e quello di quest’anno. Molte delle uccisioni sono avvenute nella centrale piazza dei martiri. Le vie sono chiuse al traffico, gli altoparlanti chiedono alla gente di venire e guardare.
Quelli che sono condannati per essere spie sono impiccati e lasciati appesi per più giorni.


Bin Sasi è stato giustiziato con un colpo di pistola in testa nella piazza a dicembre. La sua famiglia ha dato a HRW una fotografia che lo ritraeva con degli occhiali da sole e una felpa della Timberland. Aveva la barba rasata e i capelli tirati indietro con il gel.


Era stato arrestato per aver imprecato e invocato il nome di Allah durante un litigio con un vicino, “Ibrahim” un parente ha detto a HRW che bin Sasi non è stato disposto a prostrarsi al giudice religioso della corte. “Il giudice voleva che Amjad si pentisse per essersi opposto a Daesh ma Amjad ha insultato il giudice e gli ha sputato addosso” ha detto.
La sua impudenza gli è costata la vita.


Migliaia di altri residenti di Sirte sono scappati ma molti sono bloccati qui perché non sono in grado di pagare gli affitti delle altre città o sono troppo deboli per muoversi o perché Daesh gli ha impedito di farlo.
Per quelli che sono rimasti c’è un sentimento di disperazione. Molti vedono come unica possibile via d’uscita un intervento dell’occidente dopo gli attacchi aerei del 2011 che hanno contribuito a detronizzare Muammar Gheddafi ma che hanno lasciato il paese in uno stato di guerra civile.


Obama ha detto che non pianificare il dopo Gheddafi è stato il peggior errore della sua presidenza. I cittadini di Sirte sono d’accordo.
“Molte delle persone con cui ho parlato hanno sentito che gli USA, il Regno Unito e gli altri hanno abbandonato la Libia. C’è stata questa campagna nel 2011 e poi se ne sono andati e c’è stato questo momento in cui sembrava che la missione fosse compiuta, rifacendosi a George W. Bush dopo l’Iraq, ma la missione non era sicuramente compiuta. Guardate allo stato della Libia ora” ha detto Tayler, il ricercatore capo per il terrorismo di HRW.
“Praticamente tutti quelli con cui ho parlato hanno chiesto alla comunità internazionale di aiutarli a uscire dalla loro situazione.
“Ali” uno dei quaranta e più residenti che HRW ha intervistato hanno che la caduta di Gheddafi che è stato ucciso nella sua ultima roccaforte di Sirte è stata una falsa rinascita.
“La fase finale della rivoluzione è stata a Sirte” ha detto “eravamo pieni di speranza poi passo dopo passo Daesh ha preso piede. Ora ci sentiamo maledetti”.

“Soul Kitchen”: il ristorante di Bon Jovi che sfama i poveri

Lodevole l’iniziativa del rocker Jon Bon Jovi che, assieme alla moglie Dorothea, ha inaugurato il “Soul Kitchen”: un ristorante solidale che permette ai poveri di cibarsi senza pagare il conto.

Sorto a Toms River, sulla costa atlantica, scenario funestato quattro anni fa dall’uragano Sandy, ai clienti del ristorante è solo chiesto in cambio del cibo, di lavare i piatti.

 

Interni del ristorante Soul Kitchen di Bon Jovi (fonte theladyinredblog.com)

Interni del ristorante Soul Kitchen di Bon Jovi (fonte theladyinredblog.com)

 

 

Bon Jovi, ha dichiarato di aver pensato  a coloro che purtroppo non posso cenare in un ristorante, in una società che vede la povertà ai massimo storici e che una famiglia su cinque non può permettersi il lusso di poter mangiare.

“Soul Kitchen”, rientra nel piano umanitario che Jon e Dorothea sostengono con la “Jon Bon Jovi Soul Foundation“. Adiacenti al ristorante sono stati creati una scuola di cucina, una “banca del cibo” nata per sfamare i senzatetto, un doposcuola per bambini a rischio ed un centro specializzato, utile per risolvere i  problemi della vita quotidiana.

 

 

Fonte cover Befan

The Dressmaker: la moda sbarca al cinema

È il film del momento, apprezzato dai cinefili ma anche dagli amanti dello stile. The Dressmaker sdogana l’eleganza senza tempo degli anni Cinquanta. La pellicola, uscita nelle sale italiane lo scorso 28 aprile, è una full immersion nello stile Fifties, con una splendida Kate Winslet come protagonista.

Un tocco di rossetto rosso lacca, curve da capogiro strizzate in mise sensuali, tra corpetti ad alto tasso di seduzione e gonne a ruota: Kate Winslet non è mai stata tanto bella. La storia, ambientata nel 1951, descrive il riscatto di Tilly Dunnage, stilista che torna dopo tanti anni nella sua terra natia, in un immaginario paese australiano, popolato da poche anime. Dopo tanti anni trascorsi nella Parigi dell’haute couture, la prorompente sartina destabilizza l’equilibrio dei suoi concittadini, cercando di aiutare le donne a sviluppare il loro senso estetico.

Dopo aver lasciato il Paese molti anni prima, per salvarsi da una situazione pericolosa, la ragazza studia nei più grandi atelier parigini. Tornata a casa, la donna appare oltremodo eccentrica, quasi una minaccia, per l’angusta e provinciale realtà del luogo. L’unica eccezione è Teddy, interpretato dal sexy Liam Hemsworth.

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Una sensuale Kate Winslet in “The Dressmaker”



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Il glamour dello stile Fifties rivive nel film di Jocelyn Moorhouse



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Curve da capogiro e rossetto rosso: nei costumi curati da Marion Boyce rivive lo stile anni Cinquanta



La rivalsa sociale della bella sarta è tutta in una missione: disegnare abiti su misura per mettere in risalto le forme delle donne. La moda diventa quindi un’arma e un mezzo per riscattarsi da un misterioso passato. Il film è tratto dal romanzo d’esordio di Rosalie Ham: la regia è di Jocelyn Moorhouse. Protagonisti assoluti del film sono i costumi curati da Marion Boyce, pluripremiata costumista hollywoodiana. Mirabili i vestiti da lei disegnati per la protagonista del film: il glamour imperituro degli anni Cinquanta rivive sul grande schermo, riproposto con grande dovizia di particolari. Tra guantini e cappellini bon ton c’è spazio per l’esplosione di curve da vere pin up, ad esaltare la femminilità di ogni donna.


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Capucci: Mario Dice direttore creativo per il prêt-à-porter

È l’emblema dell’alta sartorialità italiana nel mondo. Un marchio storico, quello di Capucci, in cui si fondono eleganza estrema e lusso.

Il marchio fondato da Roberto Capucci che rese celebre la griffe con la sua linea a scatola, ora si accinge a vivere una nuova epoca.

 

Abito - scultura indossato da Esther Williams (fonte artemodaunibg.it)

Abito – scultura indossato da Esther Williams (fonte artemodaunibg.it)

 

 

Nel lontano 1951, Capucci sfilò per la prima volta a Firenze, sotto la protezione del marchese Gian Battiste Giorgini. Ritenuto troppo giovane per sfilare, il riscatto del couturier avviene qualche giorno  dopo, quando, riuscì a trionfare presentando la sua collezione nella dimora privata del marchese Giorgini, vendendo completamente tutti i capi.

 

Little Black Dresses (Capucci, 1961) • © Norman Parkinson Ltd

Little Black Dresses (Capucci, 1961) • © Norman Parkinson Ltd

 

 

I suoi abiti – scultura furono esposti nei musei più prestigiosi del mondo (Palazzo Pitti di Firenze e Victoria & Albert di Londra solo per citarne alcuni) e hanno vestito icone del cinema come Marilyn Monroe e Gloria Swanson.

È notizia di pochi giorni fa, la nomina di Mario Dice alla direzione creativa della linea prêt-à-porter della maison, già lanciata durante la passata settimana della moda di settembre e che sembra non abbia trovato ancora una sua filosofia.

 

Roberto Capucci, “linea a scatola”, Archivio Fondazione Roberto Capucci 1958

Roberto Capucci, “linea a scatola”, Archivio Fondazione Roberto Capucci 1958

 

 

Mario Dice, designer dell’omonimo brand fondato nel 2007, deve il suo successo come professionista a Kevin Carrigan affermato professionista della Maison CALVIN KLEIN a New York.

A soli 14 anni, inizia a lavorare la griffe e, ritornato in Italia, affianca le Sorelle Fontana dove affina le tecniche del know now che gli permetteranno di collaborare con Gattinoni, Trussardi, David Koma e krizia.

Il suo stile è sobrio e dinamico, sobrio e casual.

 

Mario Dice è il nuovo direttore creativo della linea pret -a- porter (fonte mariodice.com)

Mario Dice è il nuovo direttore creativo della linea pret -a- porter (fonte mariodice.com)

 

 

Mario debutterà ufficialmente da Capucci a Milano, in settembre, con la collezione primavera-estate 2017: “Vogliamo fare un passo alla volta per sondare le reazioni del mercato e dei clienti. Crediamo nelle potenzialità di un marchio storico come Capucci che negli anni ha vestito principesse, volti del jet set internazionale e donne ricchissime ed esigenti, come lo sono le clienti di oggi, sempre più proiettate verso un mondo di lusso e artigianalità“, ha sostenuto Capucci.

 

 

 

 

Ritrovata la lettera di Cristoforo Colombo, annunciava la scoperta dell’America

Forse nell’era degli smartphone è difficile crederlo, ma ci sono lettere capaci di cambiare il mondo e la storia dell’umanità. Così tra le tantissime lettere scritte nei secoli, tra pagine e pagine di carta e fiumi di inchiostro, se ne nascondeva una che il mondo lo ha cambiato per davvero. Si tratta della lettera di Cristoforo Colombo, stampata nel 1493, in cui l’esploratore annunciava di aver scoperto l’America. Una missiva dal valore inestimabile, che ha segnato la nascita di quello che veniva chiamato “Nuovo Mondo”, sicuramente intrisa di tutta l’emozione e l’orgoglio che una scoperta come quella poteva procurare al genovese. Rubata dalla biblioteca Riccardiana di Firenze, la lettera di Cristoforo Colombo ha conosciuto un lungo peregrinare, simile a quello del suo autore. Anche il prezioso oggetto, infatti, è giunto negli Stati Uniti, è stato venduto all’asta nel 1992 e acquistato da un privato per la cifra di 400 mila dollari. La biblioteca del Congresso di Washington l’ha poi ricevuta tramite una donazione privata. In Italia l’indagine si è aperta nel 2012, partita da una denuncia di furto della Biblioteca Nazionale di Roma. Il lavoro eccellente dei carabinieri per la Tutela del patrimonio culturale (Tpc) ha permesso infine di riportarla nella patria di Colombo.


Il generale Mariano Mossa, comandante dei carabinieri del Tpc, ha riconsegnato la lettera alla presenza del ministro dei Beni e delle Attività culturali e del turismo Dario Franceschini e dell’ambasciatore degli USA in  Italia, John R. Phillips raccontando il viaggio compiuto dal prezioso reperto storico. La lettera di Cristoforo Colombo è stata recuperata grazie all’attività congiunta delle forze dell’ordine italiane e americane, e alla straordinaria conoscenza dei traffici illeciti di beni librari da parte dei carabinieri del Tpc. Incrociando i dati di diverse indagini in questo settore, alcune delle quali ancora in corso, è stato possibile risalire ai movimenti della lettera e ritrovarla nella biblioteca del Congresso di Washington. I dettagli delle indagini verranno resi noti il 18 maggio alle 11 a Roma, presso la Biblioteca Angelica. Il ritorno della lettera di Cristoforo Colombo in Italia è, come lo hanno definito il ministro Franceschini e l’ambasciatore Phillips, “un fatto simbolico che segna l’amicizia e la totale collaborazione che c’è tra i Paesi“.

Saga Furs: tra nuovi talenti ed eco-sostenibilità

Sembra paradossale ma è vero: il giornalismo di moda è restio a parlare del settore pellicceria, delle aziende che vi operano e, soprattutto, di come agiscono. La notizia esce solo se c’è un fatto di interesse globale – com’è stato il caso recente relativo a Giorgio Armani – oppure se c’è una protesta in atto nei confronti della stessa industria da parte di animalisti e altre associazioni. È certamente un tema controverso, soprattutto perché risulta difficile convincere la maggior parte delle persone che vi siano lati positivi nel vestire pelo di animale.

Ma perché non informarsi per poi farsi un’opinione? Perché non cercare di guardare e ascoltare anche chi è dall’altra parte, ovvero le aziende, le case d’asta del settore? Saga Furs, fondata in Finlandia nel 1938, è una di queste voci. Welfare dell’animale, attenzione all’ambiente, corporate social responsability e un importante sostegno nei confronti dei designer emergenti sono i valori aggiunti di questa azienda, unica quotata in borsa tra le diverse case d’asta.

Intervistata a Milano, Elisabetta Pinacci (manager per l’Italia di Saga Furs) ha risposto a domande che vogliono portare alla luce gli aspetti che, secondo il loro punto di vista, sono meno conosciuti e di maggiore interesse.

 

 

 

Ambiente, welfare e pellicceria, in che modo convivono all’interno di Saga Furs?

 

<<Credo sia necessaria una premessa. Fino a prima della crisi del 2008 erano oltre il 70% gli stilisti che utilizzavano la pellicce come uno dei materiali principali per le loro collezioni. Oggi sono circa il 58%, dato che dimostra come questo settore non si sia spaventato difronte alle difficoltà. Questo per due motivi: il forte in-come che produce e, circostanza tenuta poco in considerazione, il fatto che per i paesi scandinavi indossare pellicce faccia parte della loro tradizione. Tutti elementi che portano lavoro e quindi migliori condizioni di vita in paesi come questi dove non ci sono molte altre aree di sostentamento. Saga Furs ha sposato un programma diverso dalle altre case d’asta che agisce su di diversi aspetti: essendo quotata in borsa ha l’obbligo di essere trasparente verso i suoi share-holders, skin-dealers e nei confronti delle ONG che si occupano di ambiente e welfare dell’animale e, non ultimo, delle Nazioni Unite. Ci atteniamo infatti, tramite la redazione di un documento annuale, alle loro linee guida contenute nello United Nations Global Compact Initiative. Saga Furs, come tutti i suoi competitors, ha l’obbligo di seguire i punti stabiliti dalla Convenzione di Washington o CITES (Convenzione sul commercio internazionale delle specie minacciate di estinzione, ndr) per quanto riguarda il benessere dell’animale all’interno delle farm e durante la sua morte che vogliamo essere più decorosa possibile. Per quanto riguarda l’ambiente, e anche questo è tutto sul nostro report annuale, Saga Furs agisce su diversi aspetti, uno tra tutti il metodo di sostentamento degli animali i quali si cibano di alimenti provenienti da una filiera controllata e non ogm. Mangiano una miscela degli scarti (commestibili) dei nostri contadini. Nulla viene sprecato. Ultimo aspetto, altrettanto importante è il nostro settore controllo e qualità. A supervisionare il nostro lavoro, oltre ai nostri funzionari interni, c’è il governo e una terza parte, un auditor esterno e indipendente (ovvero che non si occupa di pellicceria, ndr)>>.

 

 

Parliamo di animali. Ne esistono di “eco-sostenibili”?

 

<<Sì e sono tre: le volpi, i visoni e i finn raccoon. Sono solo questi per Saga Furs. Li alleviamo e pertanto non vengono cacciati dai bracconieri. Sono inoltre tracciabili e sostenibili per i motivi elencati prima>>.

 

 

Le persone non possiedono tutte queste informazioni.

 

<<No. Non sono a conoscenza di questi dettagli per due motivi: i giornali, soprattutto quelli del settore abbigliamento, non ne parlano e perché, sempre dal punto di vista dell’informazione, l’industria alimentare è molto più interessante del fur trade. Quello che non si sa è che noi siamo per molti aspetti più trasparenti rispetto a quella del cibo>>.

 

 

Parliamo di moda. La vostra casa d’aste è molto attiva anche nel supportate i giovani designer, tra cui Chicca Lualdi e Francesca Liberatore. Come mai questa scelta?

 

<<Saga Furs ha colto l’occasione che le si è presentata alla fine degli anni ‘70 quando c’è stata un’importante crisi di prodotto. Pochi indossavano ancora pellicce. Ha deciso di investire in ricerca e sviluppo, aggiudicandosi, dopo qualche tempo, il primato per aver trovato il modo di realizzare pellicce sempre più leggere. Da quel momento è diventato naturale affacciarsi anche al mondo dei giovani creativi, che apprezzano il nostro prodotto, investendo su di loro sia dal punto di vista economico che culturale, attraverso dei programmi di “educational”. Collaboriamo anche con diversi e prestigiosi istituti italiani, europei ed esteri tra cui Ied, Istituto Marangoni e il Royal College of Art di Londra, sponsorizzando anche concorsi e offrendo borse di studio (a breve il prossimo, di cui il vincitore potrà lavorare per 9 mesi in un’importantissima maison di moda italiana, ndr). Grazie al nostro nome e reputazione siamo anche in grado di veicolarli all’estero. È stato così, di recente, con Francesca Liberatore e, in passato, con Chicca Lualdi e Gabriele Colangelo quando era agli inizi>>.

 

 

Nella sede di Copenhagen c’è il vostro Design Center: cosa avviene al suo interno?

 

<<Molte cose. Anzitutto i veri protagonisti di questo spazio sono i master furrier, i nostri artigiani, i quali insegnano, sviluppano i nuovi prototipi insieme ai designer e, su appuntamento, accompagnano i visitatori a scoprire il nostro archivio storico che conta più di 3000 creazioni>>.

 

 

Quali sono gli obiettivi che Saga Furs deve ancora realizzare?

 

<<Non siamo perfetti, ma la strada è quella giusta. Sia per quanto riguarda la trasparenza aziendale che per il supporto ai nuovi talenti. Vogliamo migliorare giorno dopo giorno>>.

 

 

 

VERSIONE IN INGLESE:

 

It seems paradoxical but it is true: fashion journalism is reluctant to talk about the fur industry, the companies that operate there and, above all, how they act. The news comes only when there is a matter of global concern – as was the recent case involving Giorgio Armani – or if there is a protest under way against the same industry from animal rights organizations and other groups. It is certainly a controversial issue, especially since it is difficult to convince most people that there are good points in dressing animal fur.

 

But why not ask and then form an opinion? Why not try to also watch and listen to those who are on the other side, ie companies, the industry auction houses? Saga Furs, founded in Finland in 1938, is one of these voices. Animal welfare, environmental awareness, corporate social responsibility and an important support for emerging designers are the added values of this company, the only publicly traded among the various auction houses.

 

Interviewed in Milan, Elisabetta Pinacci (Saga Furs Italy manager) responded to questions that want to bring to light aspects that, according to their point of view, are less known and of interest.

 

 

Environment, welfare and fur, how do they coexist with Saga Furs?

 

<< I think it needed a premise. Until before the crisis of 2008 were over 70% of the designers who used fur as one of the main materials for their collections. Today there are about 58%, since it proves how this sector is not frightened in front of difficulties. This is for two reasons: the strong in-come it produces and, little circumstance taken into account, the fact that the Nordic countries face wearing fur part of their tradition. All elements that bring jobs and therefore better living conditions in places like these where there are not many other livelihood areas. Saga Furs married a different program from the other auction houses acting on several aspects: being listed on the stock exchange has the obligation to be transparent to its share-holders, skin-dealers and on NGOs that deal with environment and animal welfare and, not least, to the United Nations. We respect infact, through the drafting of an annual document, their guidelines contained in the United Nations Global Compact Initiative. Saga Furs, like all its competitors, is obliged to follow the steps established by the Washington Convention or CITES (Convention on International Trade in Endangered Species, editor’s note) regarding animal welfare in the farm and during its death that we wanto to be more decorous. As for the environment, and this is all on our annual report, Saga Furs acts on several aspects, one among all the livelihood method of animals which feed on food from a controlled supply chain and not GMOs. Eat a mixture of waste (edible) from our farmers. Nothing is wasted. Last aspect, equally important is our control and quality field. Overseeing our work, in addition to our internal officers, there is the government, and a third party, an independent external auditor (or that does not deal with fur, ed) >>.

 

 

Let’s talk about animals. Which ones are really “eco-friendly” and do you use them?

 

<< Yes and are three: foxes, minks and the finn raccoon. These are only for Saga Furs. We raise them and therefore are not hunted by poachers. They are also traceable and sustainable for the reasons listed above >>.

 

 

People do not have all this information.

 

<< No. They are not aware of these details for two reasons: the newspapers, especially those in the fashion industry, do not mention it and because, always from the point of view of information, the food industry is much more interesting than the fur trade. What they do not know is that we are in many aspects more transparent than that of food chain >>.

 

 

Fashion. Your auction house is also very active in supporting young designers, including Chicca Lualdi and Francesca Liberatore. Why this choice?

 

<< Saga Furs took the opportunity that presented itself in the late ’70s when there was a major product crisis. A few were still wearing fur. We have decided to invest in research and development, won, after some time, the record for having found a way to make the ever lighter fur. Since that time it has become even natural to approach the world of creative young people, who appreciate our product, investing on them in terms of both economic and cultural views through our “educational programs”. We also work with several prestigious Italian, European and foreign schools including IED, Marangoni Institute and the Royal College of Art in London, also sponsoring contests, and offering scholarships (short the next, of which the winner will work for nine months in a very important Italian fashion house, ed). Thanks to our name and reputation we are also able to convey them abroad. It was so, recently, with Francesca Liberatore and, in the past, with Chicca Lualdi and Gabriele Colangelo when he was starting out >>.

 

 

In Copenhagen’s headquarters there is your Design Center: what happens inside?

 

<< Many things. First of all the true protagonists of this space are the master furrier, our artisans, who teach, develop new prototypes together with designers and, by appointment, accompany visitors to discover our historical archive with more than 3000 creations >>.

 

 

What are the objectives that Saga Furs has yet to realize?

 

<< We are not perfect, but the road is the right one. Both as regards the corporate transparency that for the support to new talent. We want to improve day after day >>.

 

 

Text and interview by Ilaria Introzzi

 

 

Photo courtesy Press office

 

Chanel riapre la boutique di Saint Tropez

Saint Tropez, in tutto il suo glamour, splende di lusso puro con la boutique effimera di Chanel all’Hotel de la Mistralée, inaugurata i primi di maggio.

Una location esclusiva con piscina a vista. Un “chiosco” di villeggiatura lussureggiante con la mercanzia Chanel, pronta per essere venduta.

 

Chanel sceglie l'hôtel de La Mistralée di Saint-Tropez per aprire la sua boutique stagionale (fonte consueloblog.com)

Chanel sceglie l’hôtel de La Mistralée di Saint-Tropez per aprire la sua boutique stagionale (fonte consueloblog.com)

 

 

Nel temporary store che quest’anno ha scelto di “vestire” i decori della  Pre-collezioni Autunno-Inverno 2014-15 Métiers d’Art Paris-Dallas, sono disponibili accessori, gioielli orologi J12, Première and Mademoiselle Privé, della collezione estiva e della Pre-collezione Autunno-Inverno.

Al  ready to wear è stato aggiunto, peraltro, un’ angolo dedicato al beauty e allo skincare firmati Chanel.

La boutique Chanel chiuderà temporaneamente il 5 Ottobre, per riaprire nuovamente il prossimo aprile con una nuova veste.

 

 

 

Fonte cover theimpression

17 maggio, Giornata Mondiale contro l’Omofobia: in Italia non è ancora reato

17 maggio 2016: si celebra anche in Italia la Giornata Mondiale contro l’Omofobia. Una data precisa, per ricordare il giorno in cui, nel 1990, l’OMS rimosse definitivamente l’omosessualità dall’elenco delle malattie mentali. Sono passati 26 anni e la lotta contro ogni tipo di discriminazione sembra essere ancora lunga. L’International Lesbian, Gay, Bisexual and Trans and Intersex  Association ha infatti reso noto il report annuale che misura diritti e discriminazioni in 125 Paesi del mondo. Mauritania, Yemen, Arabia Saudita e molti altri: ancora in 13 nazioni è prevista la pena di morte per atti omosessuali. In Russia, Ucraina e altri 15 paesi  sono state promosse leggi che limitano la libertà sessuale. Intanto, però, cresce il numero di governi che varano leggi contro l’omofobia: in 22 è stato riconosciuto il matrimonio gay, in altri 24 le unioni civili. L’accettazione sociale dell’omosessualità ha fatto passi da gigante. Secondo lo studio dell’associazione che si batte per i diritti lgbt, il 67% della popolazione intervistata pensa che i diritti civili dovrebbero essere riconosciuti a tutti senza distinzioni di orientamento sessuale.


Dopo la legge sulle unioni civili, in occasione della Giornata Mondiale contro l’Omofobia si torna a parlare di leggi per la tutela dei diritti di tutti.  L’Arcigay denuncia che nell’ultimo anno gli episodi segnalati di violenza contro gli omosessuali sono stati 104: è necessario che una legge dica no alle discriminazioni. La legge sull’omofobia, approvata dalla Camera il 20 settembre 2013, è ferma da allora. Ne ha parlato oggi il Presidente della Camera Laura Boldrini: “È importante riaffermare la necessità di un impegno culturale, ma anche di efficaci deterrenti. La legge che introduce nell’ordinamento il reato specifico può aiutare il nostro Paese a prendere atto dei cambiamenti già avvenuti nella società. La norma, votata alla Camera e adesso all’esame del Senato, da sola non sarà certo sufficiente ma colmerà un vuoto legislativo che pesa e ci farà fare un altro passo avanti sulla strada dei diritti. Mi auguro che venga approvata in via definitiva al più presto. L’Italia ne ha bisogno“. Anche il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha preso posizione. La Giornata Mondiale contro l’Omofobia, ha detto, “offre l’occasione di riflettere sulla centralità della dignità umana e sul diritto di ogni persona di percorrere la vita senza subire discriminazioni. Sulla capacità di respingere ogni forma di intolleranza si misura la maturità della nostra società. L’intolleranza affonda le sue radici nel pregiudizio e deve essere contrastata attraverso l’informazione, la conoscenza, il dialogo e il rispetto“.

La CIA ha fatto arrestare Nelson Mandela?

Nelson Mandela, il grande combattente per la libertà e paladino della giustizia sociale, quando è morto, nel 2013 ha fatto piangere tutto il mondo.
Tutti i leader mondiali hanno presenziato ai funerali, tra questi 4 ex presidenti americani: Barack Obama; Jimmy Carter; George W. Bush e Bill Clinton.
Poco dopo si è scoperto che gli USA hanno aiutato il Sudafrica dell’apartheid a catturare Mandela e a metterlo in prigione.


Donald Rickard, morto a marzo, ex vice-console a Durban e che ha lavorato per la CIA fino al 1978, ha dichiarato che l’agenzia ha avuto a che fare con la cattura di Mandela, dicendo alle autorità sudafricane dove si trovava il futuro presidente. Rickard personalmente ha detto di aver scoperto quando Mandela sarebbe venuto a sud e di averlo detto alle autorità.


In quel periodo Mandela era il leader della lotta anti-apartheid ed era in contatto con la resistenza. Quelli erano gli anni della guerra fredda e gli USA credevano che Mandela fosse in contatto anche con l’Unione Sovietica.
Gli USA dal canto loro avevano problemi con il loro movimento per i diritti civili, per esempio, un anno dopo l’incarcerazione di Mandela Martin Luther King Jr. fu messo sotto sorveglianza dall’FBI di Edgar Hoover.


Mandela non ha mai incolpato gli USA, pubblicamente, ma anzi ha sempre detto che la sua incarcerazione fosse colpa sua e dei suoi errori.
Le parole di Rickard potrebbero essere dietro al report di Cox News Service rilasciato dopo la scarcerazione di Mandela nel 1990 che parlava della cattura di Madiba come una delle cose più vergognose della Guerra Fredda.
Lo stesso report sosteneva che un ex agente della intelligence sudafricana ha dichiarato di aver ricevuto un aiuto dalla CIA che aveva piazzato un uomo all’interno dell’African National Congress (ANC). La mattina dopo un cena con alcuni membri del congresso a Durban Mandela, vestito da autista, fu fermato ad un posto di blocco, riconosciuto e arrestato.


La CIA, secondo il New York Times, si rese conto del pasticcio e si rifiutò di fornire ulteriori informazioni riguardo almeno altri tre dissidenti sudafricani. Inoltre su indicazioni del presidente d’ora in poi operazioni simili avrebbero dovuto avere l’approvazione del Dipartimento di Stato.


Il presidente in quel periodo era John F. Kennedy che era risaputo fosse un sostenitore del nazionalismo. JFK credeva che i popoli che erano stati colonizzati avrebbero dovuto rientrare in possesso delle proprie risorse naturali.


Rickard ha però sostenuto con forza che Mandela fosse completamente sotto il controllo dell’Unione Sovietica e non, come è sempre sembrato un interlocutore di entrambi le parti (USA e URSS). Rickard sostiene che Mandela, al tempo avrebbe portato il Sudafrica alla guerra civile e allora entrambe le parti, USA e URSS sarebbero dovute intervenire e la situazione sarebbe peggiorata rapidamente.


Mandela, d’altronde, è rimasto sulla lista delle persone controllate dall’anti-terrorismo USA fino al 2008.
Gli USA avevano uno stretto legame con il governo sudafricano che considerava alleato in un continente in cui gli statunitensi erano in svantaggio nei confronti dei sovietici.
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Che cos’è il bilancio verde?

Che ci importa del bilancio verde, con tutti i problemi che abbiamo?
Buche, traffico, lavori sempiterni, servizi pubblici, trasporti, questione Bagnoli, rifiuti, e mica possiamo sottilizzare sugli alberi. E qualcuno potrebbe anche avere ragione in effetti. Se non fosse che esiste una legge dello Stato che obbliga i comuni a piantare almeno un albero per ogni cittadino, e un nuovo albero per ogni nuovo nato, e obbliga a mantenere in equilibrio il verde urbano.
La questione può apparire marginale, ma non lo è, per almeno due ragioni indipendenti dalla nostra soggettiva sensibilità ambientale e attenzione e interesse per il decoro urbano.


La prima è che quella è una legge dello Stato, e prevede precisi obblighi e sanzioni per tutti noi (mica fanno una multa al Sindaco!). La seconda è perché il Bilancio Arboreo 2011-2015 (pubblicato a marzo 2016 a Napoli) è una di quelle cose che riguardano “una sola amministrazione”, che non sono imputabili a “sindacature precedenti”, e che mostrano chiaramente come è facile far apparire che i conti tornano anche quando non tornano affatto.
In altri “bilanci”, come per la raccolta differenziata, anche se i fatti sono evidenti e pubblicamente verificati quotidianamente, si può con una certa farraginosità giocare sulle percentuali, per dire che più o meno, a macchia di leopardo, qualcosa (cosa?) è successo .
Anche se l’amara verità è che anche quando appositi cassonetti ci sono, e con difficoltà persone di buona volontà la differenziazione la fanno, poi al momento della raccolta spesso va tutto indistintamente nello stesso raccoglitore.


Bilancio verde


Il bilancio arboreo invece è un documento di eccezionale chiarezza. È di sole 11 pagine, copertina compresa. A pagina 4 compare un +1,58 di interventi di piantumazione. Ai più potrebbe sembrare che quindi ci siano più alberi, e quindi si sia dato seguito alla prescrizione di legge (e vorrei anche dire al bisogno collettivo). E invece no. Perché “per far andare in attivo” quel bilancio sono stati già conteggiati 1.850 alberi che non sono piantati… ma sono stati “ordinati”. 
Cioè, a marzo 2016 si dichiara che al 31 dicembre 2015 gli alberi erano “di più”, mentre è scritto chiaramente che non solo quegli alberi non ci sono, ma senza quelli (che non esistono) saremo chiaramente a 902 alberi in meno. Per fare un paragone a Venezia negli anni 2010-2014, a fronte di 6.741 nati, sono state piantate 11.132 nuove piante, per un saldo positivo pari a 4.391 alberi in più.
E Venezia non è nemmeno sulla terra ferma, è una laguna, e non circolano automobili, il che riduce evidentemente l’inquinamento. 
Ora noi possiamo anche scegliere di avere una coscienza ambientale minore rispetto ad altri cittadini di altre città italiane. E possiamo anche capirne poco di alberi. 
Però ci sarebbe da chiederci, specie nell’approssimarsi delle elezioni, se si fanno così i conti nei bilanci arborei, quanto è facile fare lo stesso in tutti gli altri bilanci?

Sinead O’Connor è stata ritrovata viva

 

Happy end per Sinead O’Connor. La cantante irlandese, data per dispersa da domenica 15 maggio, è stata ritrovata ieri dalla polizia di Chicago.

La notizia è stata diramata da Rté News, attraverso un tweet: “Sinead O’Connor è stata ritrovata sana e salva.”

Al momento, sono ancora sconosciute le cause dell’allontanamento di Sinead; Eric Peterson, portavoce del dipartimento di polizia del sobborgo di Wilmette, ha tranquillizzato i famigliari e i fans della cantante, limitandosi a dichiarare: “sta bene e non è più considerata scomparsa o in pericolo“.

Pare che la cantante di “Nothing compares 2 you” si trovasse negli USA per partecipare ad una protesta nel North Carolina, dopo l’approvazione di una legge che limita i diritti delle persone transessuali.

La tormentata Sinead O’Connor, in passato, pare abbia sofferto di depressione, sorta a causa di un’infanzia travagliata che l’ha resa vulnerabile in età adulta. Fu lei stessa a rivelare gli abusi sessuali ai danni della sua persona in età adolescenziale e per tale motivo, più volte ha criticato la Chiesa per non sostenere abbastanza la comunità cristiana.

 

 

Fonte cover spin.com

 

 

Sinead O’Connor è scomparsa

Si teme per la vita di Sinead O’ Connor. La cantante irlandese, ha fatto perdere le sue tracce da 24 ore quando, in sella sulla bici, era uscita per fare una passeggiata all’ora di pranzo.

Il timore che si sia tolta la vita, cresce di ora in ora e trova fondamento seguendo la vita turbolenta della cantante che già nello scorso novembre, minacciò il suicidio lasciando tutti nello sgomento per alcune ore. In quel tempo, Sinead affidò il suo malessere su Facebook, scrivendo: “C’è un limite a quello che ci si può aspettare che una donna possa sopportare. Quello che è stato fatto a me è terribilmente crudele. Ho preso un’overdose. Non c’è altro modo per ottenere rispetto. Sono in un albergo da qualche parte in Irlanda sotto un nome finto.

Una lotta continua, quella di Sinead: una donna troppo sensibile da sapersi difendere dagli attacchi del mondo esterno. Il successo, il fallimento nella sfera sentimentale, le sofferenze continue legate alla battaglia per ottenere la custodia del figlio Shane.

L’allontanamento di Sinead, potrebbe essere collegato alla querela dell’attore Arsenio Hall a seguito di accuse diffamanti che la cantante ha mosso nei suoi confronti, dichiarando di essere il fornitore della droga che Prince e lei stessa, avevano assunto in passato.

Ad indagare sul caso, la polizia di Chicago che purtroppo lascia poche speranze sull’evolversi della situazione.

Al momento dell’allontanamento, la cantante indossava pantaloni di pelle e una maglietta grigia con la scritta Irlanda.

 

 

 

Fonte cover jaymag

Jonathan Saunders nominato direttore creativo di Diane von Furstenberg

Jonathan con la sua passione per le stampe e i colori è unico, la sua estetica e il suo amore per le donne, il fatto di volerle rendere belle e affascinanti, traghetterà con successo DVF verso il futuro.”

Con queste parole, Diane von Furstenberg, annuncia la nomina di Jonathan Saunders a direttore creativo dell’omonimo marchio fondato dalla stilista nel 1970.

Saunders, dopo la breve ma intensa esperienza lavorativa come designer del suo omonimo brand, era stato per tempo associato a maison Dior dopo l’addio di Raf Simons.

 

Diane von Furstenberg nel 2006 è stata nominata presidentessa del CFDA

Diane von Furstenberg nel 2006 è stata nominata presidentessa del CFDA

 

Diplomatosi presso la scuola d’arte di Glasgow nel 1999 e dopo il conseguimento di un master sul soggetto presso la Central Saint Martins College of Art and Design nel 2002, oggi è ritenuto uno tra gli stilisti più talentuosi del Regno Unito.

La dichiarazione di Jonathan non si è fatta attendere: “Sono felice di questa nuova sfida e non vedo l’ora di iniziare. Lo spirito su cui è fondato questo marchio è oggi giorno sempre più rilevante: Diane possiede l’abilità unica di entrare in empatia con le donne e sono felice di poter lavorare con Paolo Riva, CEO di DVF, al futuro di questo marchio.”

La prima collezione Diane von Furstenberg by Jonathan Saunders, verrà presentata a New York il prossimo settembre.

 

 

Fonte cover i-d.vice

 

Game of Thrones è sempre più femminista

Game of Thrones ci ha sorpreso in tutti i modi: stupri; decapitazioni; incesti; giganti; draghi e resurrezioni. L’unica cosa che non ci saremmo mai aspettati e che ancora non avevamo visto era una semplice vittoria.


In The Book of Stranger vediamo tre sorelle riunite con i loro fratelli persi da tempo e tre regine che si preparano a vendicarsi. Una catarsi.


Game of Thrones è stato incredibilmente gentile con alcuni dei personaggi che hanno dovuto sopportare di più negli ultimi periodi.
Un esempio è Jorah che nonostante la sua età, la sua greyscale e la sua commovente lealtà fa sfigurare il suo partner Daario, decisamente meno “nobile”.


Cersei e Jaimie, dal canto loro si fanno venire la prima buona idea da molto tempo a questa parte e si alleano con i Tyrells contro l’High Sparrow che ancora tiene prigioniera la regina Margaery. Vederla finalmente complottare e reagire dopo il lutto per Myrcella e la sua vergognosa liberazione è un tonico per il cuore. Cersei non si è spezzata.


Un povero e distrutto Theon riesce a raggiungere Pyke per confrontarsi con la sorella che aveva respinto durante il suo tentativo di salvataggio un paio di stagioni fa. Yara non accoglie il fratello con gioia, come si può immaginare. L’apparizione di Theon, difatti, avviene giusto alcuni giorni dopo la morte di loro padre. La descrizione che Yara fa, però, del “tradimento” di Theon è più penosa che rabbiosa e per questo le parole di Theon: “Tu dovresti governare le Isole di Ferro” sono ancora più strappalacrime.
Yara è giustamente sorpresa, prima della cura Ramsay Theon non avrebbe mai pronunciato quelle parole.


Ancora più commovente, però, e l’incontro tra Sansa e Jon Snow. Tutti si aspettavano Sansa arrivasse a Castle Black ma era molto più probabile che i due non si incrociassero per questione di ora, come ci ha abituato Game of Thrones. Arya che arriva al Red Wedding in ritardo, Arya che non va a Eyrie mentre Sansa è nel castello. La famiglia Stark ormai è divisa nell’immaginario di Game of Thrones per cui vedere i due che si scorgono e poi corrono l’uno verso l’altro per abbracciarsi è una sorpresa e un sollievo.


Vederli parlare della loro vita a Winterfell è commovente ma quello che più sorprende è l’evoluzione del personaggio: Sansa ha un carattere, ora! Vuole assolutamente riprendersi Winterfell. Come Margaery che convince Loras a rimanere forte per il bene della loro famiglia (la terza reunion della puntata). Sansa cerca di convincere il fratello a rimanere, convincere i Wildlings a seguirlo e dare battaglia a Ramsay e quando Jon non sembra convinto lei risponde che se necessario lo farà lei.


Quando Jon vede la lettera di Ramsay in cui chiede Sansa in cambio di Rickon e smette di leggere quando vede che Ramsay ha intenzione di far stuprare la sorella dai suoi soldati. A quel punto Sansa continua a leggere la lettera ad altra voce. Sansa ha sopportato qualsiasi abuso ma ha fatto tesoro delle sue esperienze e le usa come sua forza.


Rimane Daenerys. Il suo emergere dalle ceneri del tempio in cui aveva cominciato il suo viaggio è un occhiolino fatto ai nostalgici ma non si capisce bene se il suo personaggio è cresciuto da questa esperienza. Come anni fa ha preso il potere con uno spettacolo e si spera che non ripeta il suo viaggio costellato di vittorie quanto di fallimenti. Ora, questo è sicuro, ha un sacco di dohtraki in più.

Il progetto “Followers” di Marco Onofri in mostra presso Senape

Per la prima volta nel suo studio/galleria SENAPE, per la prima volta a Cesena, Marco Onofri presenta la mostra “FOLLOWERS” con le stampe 60×90, la serie di scatti già esposta in anteprima al Mia Photo Fair di Milano.

Un progetto “aperto” ed in continuo sviluppo che ci racconta cosa succede quando tra modelle e seguaci viene eliminato il computer di mezzo, lo scudo per i critici, lo spioncino per i più timidi, il mezzo dei fanatici e la finestra sul mondo per i più giovani…

Il risultato è uno strabiliante quadro dove i veri protagonisti sono proprio i FOLLOWERS che, intorno ai corpi nudi delle modelle, mostrano le loro espressività senza veli: c’è chi ride beffardo, chi si copre gli occhi, chi si masturba, chi giudica, bambini incuriositi, madri che allattano e addirittura un cane al guinzaglio che alza il muso verso la donna nuda. Sono scene di vita quotidiana che noi stessi viviamo nella penombra e che il fotografo rivela attraverso uno stile personale, fatto di luci soffuse di camere d’albergo.

Marco Onofri è un fotografo che ha esposto precedentemente i suoi lavori al Fotofever Art Fair di Parigi, alle Officine delle Zattere a Venezia, alla Romberg Arte Contemporanea di Milano e in altre prestigiose gallerie; il suo approccio alla fotografia è artistico ed ispirato alle opere di Sarah Moon e Paolo Roversi.


 

Qui alcune foto della serie “Followers”:

 

Schermata 2016-05-16 alle 16.00.15

Schermata 2016-05-16 alle 16.00.25

Schermata 2016-05-16 alle 16.00.44

Schermata 2016-05-16 alle 16.00.52

Schermata 2016-05-16 alle 16.01.04

Schermata 2016-05-16 alle 16.01.17

 

Diversi gli aneddoti in merito al backstage: boati maschili, donne svenute per l’emozione, panettieri in tenuta da lavoro che hanno raggiunto il set dopo il turno, lo zabettìo delle ragazze, le domande imbarazzanti dei bambini, questo durante i preparativi, fino a quando l’entrata in azione del fotografo obbligava al silenzio, un silenzio meditativo.

Lo stesso Marco Onofri appare in un cameo, interpretando un se stesso “follower” di fronte ad una ragazza nuda che fuma, in una posa naturale, totalmente a suo agio nei panni che non indossa.

Quando gli chiedo in quale tipo di “follower” si riconosce, risponde:

“Amo la naturalezza, non le pose imposte – sono affascinato dalle donne sicure di sé perché sento, in fondo, che “non c’è presa di coscienza senza dolore” – citando Carl Gustav Jung-.

 

 

Qui alcune foto del backstage scattate da Marta Tomassetti:



 

Le foto dell’evento presso lo studio/galleria Senape, Cesena:

 

(reportage di Marco Montanari)

 

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MIA PHOTO FAIR 2016 – IN MOSTRA LA FOTOGRAFIA D’AUTORE

La Tenda Experience – Fashion & Art

ACQUA : particelle di creatività

LA TENDA Milano, a partire dal 16 Maggio e per quindici giorni, dedicherà la sua vetrina LA TENDA EXPERIENCE al progetto “ACQUA”. Per l’occasione Vittorio Longoni presenterà una capsule esclusiva realizzata da Davide Maronati, fashion designer del brand METAMORFOSI.

Traendo ispirazione dal lino, tessuto importante che rimanda all’elemento naturale dell’acqua e ai suoi colori multi sfaccettati, trasparenti ed evocativi, verranno presentati dei capi semplici e al contempo sofisticati.

Da una parte un lino tramato con un sottile filo di nylon trasparente, che conferisce lucentezza leggera e riflessi traslucidi, elementi tipici dell’acqua; dall’altra il lino pe, dall’aspetto leggermente ‘increspato’, appunto, che rimanda alla suggestione della superficie del mare quando una delicata brezza di vento lo muove sinuosamente.

A raccontare questo esclusivo showcase le opere dell’artista Matteo Pugliese, scultore milanese di respiro internazionale.
Pugliese ha tenuto personali a Milano, Venezia, Roma, Hong Kong, New York, Anversa, Bruxelles, Lugano, l’Aia.

Il prossimo 5 Giugno prende il via una mostra nella prestigiosa sede della Versiliana di Marina di Pietrasanta, dove verranno esposte, sino al 15 settembre 2016 e per la prima volta, delle sculture in marmo e in vetro soffiato, e alcuni lavori monumentali.

Le sue opere “Extra Moenia” e “I Custodi” sono nell’immaginario collettivo.
La vetrina de LA TENDA EXPERIENCE ospiterà “Sott’acqua”, opere in bronzo in bagno d’argento realizzate nel 2005. Corpi avvolti dall’acqua, figure sinuose e riflessi di luce. In realtà, l’acqua, è stata scolpita nella sua forma e nella sua luce.

Il vernissage si terrà giovedì 19 maggio alle ore 18 presso la boutique La Tenda in via Solferino 10.

Kastner & Pallavicino: eleganza da indossare

Eleganza e classe. Un allure sofisticato e vintage, avvolge il brand fondato nel 2015, da Virginia Cosentini Pallavicino e Helena Kastner che nasce dalla necessità di poter indossare un capo elegante e casual, allo stesso tempo.

Il body, è il punto di partenza di collezione iper femminile e sensuale. A questo capo iconico, Virginia e Helena hanno accostato eleganti tute e ancora gonne e pantaloni ricercati.

 

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Kastner & Pallavicino: quando nasce l’esigenza di creare la griffe?

Il brand nasce ufficialmente a febbraio del 2015, ma l’idea è nata a Dicembre 2014 mentre eravamo in un hotel di Roma. Stavamo prendendo il solito aperitivo e parlavamo di cosa avremmo potuto metterci la sera stessa per una festa. Non sapendo cosa indossare, ci siamo messe a disegnare, così per gioco, e da lì  è nata l’idea del body. Un modo decisamente surreale, ma è stato così. Quindi in questo caso possiamo dire che è nato come un’ esigenza vera e propria, ossia quella di creare un capo elegante e casual allo stesso tempo, da poter  indossare in ogni occasione.

 

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Chi sono le fondatrici del brand?

Helena e Virginia si sono conosciute a Roma ma vengono da due background diversi. Helena è austriaca ed ha studiato moda a Roma, mentre Virginia è italiana ed ha studiato filosofia.

 

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L’essenza di Kastner & Pallavicino.

Credo che l’essenza di Kastner e Pallavicino sia proprio il body, che  è stato anche lo spunto che ha permesso l’ampliamento della collezione. Il body è nella sua essenza un indumento molto femminile , una volta nascosto sotto le camicie, ora reso come capo essenziale e protagonista! Con il body abbiamo abbinato gonne e pantaloni per poterlo valorizzare nella maniera giusta.

 

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La sua fonte d’ispirazione.

La fonte d’ispirazione è l’eleganza e l’unicità della donna. Oggi giorno avendo accesso a diversi tipi di brand con stili diversi, ma al tempo stesso spesso uguali si perde quel senso di unicità. L’eleganza, perché secondo noi il body e il pantalone/gonna insieme, riescono a valorizzare al meglio la donna con le sue curve, ed accentua la sua bellezza.

 

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L’importanza del body nel guardaroba di una donna.

L’importanza del body sta nella sua versatilità e nella sua praticità. Il fatto che alcuni body sono stati fatti in velluto, o in seta, li si possono abbinare a gonne o a pantaloni da sera ma anche a un bel jeans strappato a vita alta.

 

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Tre aggettivi per definire il marchio.

MIND THE BODY ! Elegante, Pratico, Unico.

 

Un’ icona di eleganza.

Lady Diana.

 

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Kastner & Pallavicino, oggi.

Oggi Kastner & Pallavicino è ancora in fase di crescita, abbiamo lanciato il brand ufficialmente a settembre 2015 e quindi ancora un po’ acerbo, ma sta già regalando i suoi frutti.

 

Kastner &Pallavicino, domani.

Domani si vedrà, non facciamo pronostici.

 

 

 

 

Per maggiori informazioni sul brand, visitate il sito www.kastner-pallavicino.com

Nella cover da sx Helena Kastner e Virginia Cosentini Pallavicino

Photo courtesy Press office

 

 

Il bonus bebè raddoppia: ecco la proposta del Ministro Lorenzin

Il bonus bebè raddoppia per far fronte alle esigenze delle famiglie in difficoltà economiche: questa è solo una delle proposte del Ministro della Salute Beatrice Lorenzin per contrastare un calo delle nascite sempre più allarmante. Lo rivela lei stessa in un’intervista. «Se andiamo avanti con questo trend, senza riuscire a invertirlo, tra dieci anni cioè nel 2026 nel nostro Paese nasceranno meno di 350 mila bambini all’anno, il 40% in meno del 2010. Un’apocalisse». In un Paese che invecchia di anno in anno e in cui le culle rimangono vuote, è indispensabile rafforzare la politica di sostegno alle famiglie. Se le giovani coppie scelgono di non avere più bambini o di averne uno solo, continua il Ministro, «non può non esserci una correlazione con la crisi economica, per questo il bonus può avere un significato importante per i circa due terzi dei genitori che stanno sotto la soglia di 25mila euro di Isee». Al momento, infatti, il bonus bebè viene elargito alle famiglie il cui calcolo Isee è al di sotto di questa cifra, con un aiuto economico di 80 o 160 euro al mese in base a due diverse fasce di reddito. Nel progetto che la Lorenzin vorrebbe inserire nella legge di Stabilità, il bonus bebè raddoppia: 160 o 320 euro per il primo figlio, cifre ancora più alte per i successivi. Un’idea ancora più ambiziosa sarebbe quella di allargare il numero delle famiglie, coinvolgendo quelle il cui calcolo Isee arrivi a 30mila euro.


Si tratta al momento solo di ipotesi, ma il Ministero della Salute che le sta vagliando sa bene che non basta un provvedimento una tantum per risolvere il problema della natalità. «Potenziare e rafforzare il bonus bebè rappresenta la direzione giusta e una misura-chiave per riavviare il motore delle nascite in Italia – ha dichiarato il Ministro per gli Affari regionali e le Autonomie, con delega alla famiglia, Enrico Costaperché ogni euro che mettiamo o lasciamo in tasca alle famiglie, nell’ambito di un quadro di misure chiare e organiche, ritorna allo Stato in termini di nuove nascite, spinta propulsiva, consumi, crescita e sviluppo del Paese». Ma ci sono altre questioni da analizzare e risolvere con soluzioni a lungo termine, come spiega il segretario generale della Uil Carmelo Barbagallo. «Resta il fatto che la politica del “bonus” rientra nella logica dei provvedimenti tampone e della provvisorietà: vanno anche bene, ma per uscire dall’emergenza in modo definitivo servono scelte strutturali – ha scritto in una nota – Se non diamo stabilità al lavoro dei giovani e non diamo loro certezze nel futuro con realistiche prospettive di sviluppo, si continueranno a non fare figli, nonostante il bonus bebè».


«Ad esempio il sostegno alla maternità, che deve recuperare un prestigio sociale e non deve rappresentare un ostacolo per il lavoro – conferma Beatrice LorenzinÈ importante anche il tema dei servizi, come gli asili nido, che devono essere abbastanza per permettere ai genitori di continuare a lavorare quando hanno bambini piccoli o di non svenarsi per pagare le baby sitter. Poi c’è la questione più sanitaria della fertilità. Bisogna che si prevengano i problemi che impediscono di fare i figli». Il Ministro della Salute si dichiara sicura che il premier Renzi, anche lui padre di due figlie, non potrà che appoggiare questa proposta.

Frida Kahlo battuta all’asta per 8.005.000 di dollari

 

Segna un nuovo record, la pittrice messicana  Frida Kahlo. L’opera “Dos desnudos en el bosque (La tierra misma)” del 1939, è stata battuta all’asta per 8.005.000 milioni di dollari, durante un evento organizzato da Christie’s a New York, il 13 maggio scorso.

Frida Kahlo, all’anagrafe Magdalena Carmen Frieda Kahlo y Calderón, nata il 6 luglio 1907 e scomparsa il 13 luglio del 1954 a causa di un embolia polmonare, riflette una visione artistica personale, da molti descritta erroneamente nella corrente artistica surrealista.

 

Frida Kahlo è stata la prima donna latinoamericana ritratta su un francobollo degli Stati Uniti, emesso il 21 giugno 2001.

Frida Kahlo è stata la prima donna latinoamericana ritratta su un francobollo degli Stati Uniti, emesso il 21 giugno 2001.

 

 

Come dichiarato da Frida: “Pensavano che anche io fossi una surrealista, ma non lo sono mai stata. Ho sempre dipinto la mia realtà, non i miei sogni.”

Il dipinto, olio su tela 25X30,2 cm, raffigura due donne desnude nei pressi di una folta vegetazione sproporzionata. In un groviglio di rami attorcigliati, una scimmia spia le donne, che ignare della sua presenza, con una gestualità delicata, provano a consolarsi a vicenda.

L’omonimo collezionista, ha stabilito il prezzo più alto non solo per Frida Kahlo, ma anche per ogni altro artista latinoamericano. Il quadro era stato donato all’attrice Dolores del Río.

 

 

 

Fonte cover bunkerpop.mx

Veruschka, la prima supermodella della storia

Nessuna come lei: un corpo statuario, un volto entrato nella storia ed impresso indelebilmente nella moda del Novecento. Veruschka è considerata la prima supermodella della storia: la nobildonna prussiana ha incarnato infatti una vera e propria rivoluzione, modificando gli standard di bellezza dell’epoca ed aprendo la strada ai canoni attualmente vigenti nel fashion biz.

Celebre top model e attrice, simbolo della moda a cavallo tra anni Sessanta e Settanta e vero e proprio mito vivente: lunghissimi capelli biondi, volto perfetto ed altezza svettante (le fonti dichiarano 184 cm), Veruschka era molto diversa dall’ideale femminile che aveva caratterizzato la moda fino ai primi anni Sessanta. Le donne erano minute e formose. Nulla a che vedere con lei, che faceva fatica anche a trovare le scarpe della sua misura (calzava un 44). Camaleontica, poliedrica, espressiva come poche, Veruschka von Lendorff è entrata nel mito ed ancora oggi la sua stella risplende nella storia della moda mondiale.

All’anagrafe Vera Gottliebe Anna von Lehndorff-Steinort, la modella è nata a Königsberg, nella regione dei laghi Masuri, il 14 maggio 1939. Nelle sue vene scorre sangue blu: la bellissima Veruschka è infatti la secondogenita del conte Heinrich von Lehndorff-Steinort e della contessa Gottliebe von Kalnein, esponenti della nobiltà prussiana. Il padre, ufficiale della riserva, divenne uno degli uomini chiave della resistenza tedesca antinazista. Vera è solo una bambina quando quest’ultimo, accusato di aver fatto parte del complotto del 20 luglio, viene impiccato: è il 4 settembre 1944, e la piccola ha appena 6 anni. La madre, incinta della quarta figlia al momento dell’attentato, viene internata in un campo di lavoro. Vera e le sorelle vengono portate a Bad Sachsa insieme con i figli degli altri congiurati. L’infanzia della futura modella è ricca di traumi e zone grigie: costretta a vagabondare e a chiedere ospitalità a lontani parenti, la giovane nasconde dentro di sé una grande malinconia, la stessa che la porterà, anni dopo, anche a tentare il suicidio.

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Veruschka è nata a Königsberg il 14 maggio 1939



Uno scatto di Richard Avedon, 1967

Uno scatto di Richard Avedon, 1967



Veruschka in Yves Saint Laurent, 1968

Veruschka in Yves Saint Laurent, 1968



Veruschka in Arizona, giugno 1968, foto di Franco Rubartelli

Veruschka in Arizona, giugno 1968, foto di Franco Rubartelli



Veruschka in uno scatto di Johnny Moncada, anni Sessanta

Veruschka in uno scatto di Johnny Moncada, anni Sessanta



Veruschka in Gucci, Roma, 1971, foto di Herny Clarke. Photo by © Condé Nast Archive/Corbis

Veruschka in Gucci, Roma, 1971, foto di Herny Clarke. Photo by © Condé Nast Archive/Corbis



Veruschka nel 1969, foto di Franco Rubartelli

Veruschka nel 1969, foto di Franco Rubartelli



La bellissima Veruschka studiò ad Amburgo e Firenze. Nel 1959 fu fermata per le strade del capoluogo toscano da un giovane fotografo, colpito dall’altezza vertiginosa della ragazza: si trattava di Ugo Mulas. A lui si deve l’inizio di una carriera unica nel panorama della moda. Tante volte la bionda Veruschka tornerà in Italia: dal suo legame sentimentale, sconfinato in proficuo sodalizio artistico con il fotografo Franco Rubartelli, autore degli scatti più belli della modella, fino a Michelangelo Antonioni, che la diresse in Blow up, manifesto della moda negli Swinging Sixties.

Intanto, dopo essere stata scoperta da Mulas, la teutonica modella si trasferisce a Parigi e a New York, nel 1961: qui però non riscuote il successo sperato. Il mondo della moda non sembra pronto a vedere le potenzialità di quella bellezza mastodontica, che incute quasi timore. Tornata a Monaco di Baviera, Vera tenta di trasformare la propria identità e inizia a fingersi russa. Inoltre in questo periodo cambia il proprio nome in Veruschka. Finalmente la moda sembra improvvisamente accorgersi di lei: Veruschka riesce ad affermarsi, collezionando cover e posando per i più grandi, da Richard Avedon a Bert Stern, da Horst P. Horst ad Henry Clarke, da Gian Paolo Barbieri fino a Peter Beard. Ma è in buona parte grazie agli splendidi scatti realizzati dal suo compagno, il fotografo Franco Rubartelli, che la top model entra nel mito. Lui le dedica anche un lungometraggio, intitolato Veruschka, poesia di una donna (1971).



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Indimenticabili i paesaggi esotici che la vedono come una dea pagana, sacerdotessa di un nuovo mondo e di una nuova bellezza: Veruschka è un camaleonte, sempre pronta a modificare la propria immagine per entrare nel ruolo. Arriva anche a svenire per il caldo, nel deserto dell’Arizona, durante la celebre sessione fotografica fortemente voluta da Diana Vreeland, con Rubartelli dietro l’obiettivo fotografico e Giorgio di Sant’Angelo nei panni di uno stylist ante litteram. Come una dea, novella Venere, la vediamo uscire dalle acque anche negli scatti iconici, rimasti a lungo inediti, realizzati da Johnny Moncada. La Vreeland la etichetta come una “diva dallo sguardo freddo e dall’irraggiungibile volto”; gli scatti che vedono protagonista Veruschka sono diversi dalle foto che da decenni comparivano sulle riviste patinate. Per la prima volta nella storia della fotografia, si trattava di scatti d’azione, che ritraevano le modelle in movimento. Insieme a volti come quello di Twiggy, Marisa Berenson, Penelope Tree e Jean Shrimpton, Veruschka diverrà presenza fissa su Vogue e sarà la modella più pagata al mondo.

Veruschka in una foto di Franco Rubartelli, maggio 1970 (Photo by Keystone Features/Getty Images)

Veruschka in una foto di Franco Rubartelli, maggio 1970 (Photo by Keystone Features/Getty Images)



Veruschka in Honduras, 1968. Foto © Condé Nast Archive/Corbis

Veruschka in Honduras, 1968. Foto © Condé Nast Archive/Corbis



Veruschka in "Blow up" (1966)

Veruschka in “Blow up” (1966)



Veruschka in uno scatto di Richard Avedon per Vogue, ottobre 1966

Veruschka in uno scatto di Richard Avedon per Vogue, ottobre 1966



Veruschka in Yves Saint Laurent, Vogue UK 1965, foto di Irving Penn

Veruschka in Yves Saint Laurent, Vogue UK 1965, foto di Irving Penn



Veruschka in Arizona, styling di Giorgio di Sant'Angelo, 1968. Foto © Condé Nast Archive/Corbis

Veruschka in Arizona, styling di Giorgio di Sant’Angelo, 1968. Foto © Condé Nast Archive/Corbis



Veruschka e Hiram Keller vicino una Maserati gialla, foto Franco Rubartelli, 1969

Veruschka e Hiram Keller vicino una Maserati gialla, foto Franco Rubartelli, 1969



Nel 1966 arriva la svolta cinematografica con Blow up di Michelangelo Antonioni e Salomè di Carmelo Bene. Poche attrici possono vantare tale fama con una sola battuta prevista sul copione: la splendida Veruschka ci riesce e la sua danza conturbante davanti alla macchina da presa, nel tentativo di sedurre l’obiettivo fotografico, sdogana la pellicola di Antonioni come un vero manifesto fashion, in cui moda e costume si intersecano mirabilmente, sullo sfondo di una Swinging London psichedelica ed alienante.

Intanto la modella sviluppa una passione per il body painting: e saranno forse stati gli scatti che la vedono protagonista, camaleontica come poche, a farle amare quest’arte, a cui la modella si dedicherà assiduamente, in un rinnovato amore universale che le fa abbracciare una nuova visione del mondo, in cui il connubio con la natura diviene quasi primordiale.

Veruschka, foto di Horst P. Horst, 1966

Veruschka, foto di Horst P. Horst, 1966



Veruschka, foto di Irving Penn

Veruschka, foto di Irving Penn



Veruschka, foto di Franco Rubartelli, Vogue, aprile 1969

Veruschka, foto di Franco Rubartelli, Vogue, aprile 1969



Veruschka in Giorgio di Sant’Angelo, foto di Franco Rubartelli, Deserto Dipinto (Arizona), Vogue, luglio 1968

Veruschka in Giorgio di Sant’Angelo, foto di Franco Rubartelli, Deserto Dipinto (Arizona), Vogue, luglio 1968



Veruschka posa per Genaro de Carvalho, foto di  Franco Rubartelli, 1968

Veruschka posa per Genaro de Carvalho, foto di Franco Rubartelli, 1968



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Veruschka è una nobildonna prussiana, nata in una famiglia di antico lignaggio



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La modella è alta 1,84 m e calza il 44



Veruschka in Balmain, Vogue, gennaio 1968, foto di Franco Rubartelli

Veruschka in Balmain, Vogue, gennaio 1968, foto di Franco Rubartelli



Nel 1975 arriva l’addio alla moda per dedicarsi alla fotografia, alla pittura e al cinema. Un piccolo cameo in Agente 007-Casino Royale, nel 1006, la riporta sul grande schermo. Ancora bellissima, Veruschka si è più volte apertamente schierata contro la chirurgia estetica. In una biografia lunga ben 330 pagine, scritta a quattro mani con Jorn Jacob Rohwer ed edita da Barbès Editore, la modella rivela molti aneddoti della sua brillante esistenza, costellata spesso da luci ed ombre, a partire da un’infanzia solitaria. Inoltre è stato anche realizzato un documentario che la vede protagonista, dal titolo Veruschka, una vita per la macchina fotografica, opera di Böhm e Morrissey.


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Giorgio di Sant’Angelo, genio della moda

Rosa Castelbarco presenta “Materia”

Materia grezza e colorata. Non uniforme. Pura.

Rosa Castelbarco, presenta la sua nuova collezione “Materia”, che prende ispirazione dalla natura, onnipresente in ogni suo lavoro.

Quarzo, Pirite, Ematite ed Agata Botswana, sono state incastonate nell’argento utilizzato per realizzare collane leggere, bracciali ed anelli fini.

Corolla necklace

Corolla necklace

 

 

La collezione si compone di:

Corolla: i quarzi multicolor, sono montati su un filo sottile in argento. L’accostamento dei colori, crea un meraviglioso effetto arcobaleno sia sulla collana che sugli orecchini.

Dada earrings

Dada earrings

 

 

Dada: prende il nome da una visione di dadi da gioco, rimandando alla corrente surrealista. La collana si compone di tre cubi di quarzo rosa chiarissimo trasparente. Gli orecchini puntano su un gioco di pieni e vuoti con un quarzo rosa chiarissimo, trasparente montati con una sottile catena in argento rodiato.

Carina earrings

Carina earrings

 

 

Carina: l’elemento sferico, motivo ricorrente nella produzione di Rosa, è il perno centrale della collezione. Il gioco visivo, creato dalla collana che passa all’interno del cerchio in ematite, termina con la pietra centrale. Il bracciale, crea un armonioso gioco chiaroscurale tra il grigio chiaro dell’argento della catena a filo ed il grigio antracite del cerchio in ematite. Gli orecchini, con l’amo in argento ed il cerchio sul finale , sono attraversati da un sottile filo che continua la forma dell’amo.

Petra earrings

Petra earrings

 

 

Petra: la collana si compone da una Catena Cobra sottile, con un ciondolo cubico in pirite dal colore grigio/verde brillante. I pendenti in argento ad amo, presentano una forma geometrica con la pietra grezza e cubica, sospesa nel punto finale. L’anello Petra, si presenta con la pietra centrale sostenuta dalla montatura in argento liscio, che avvolge il minerale senza mai modificarne la forma ed il perimetro.

 

Agata necklace

Agata necklace

 

 

Agata e Mini Agata: Una lunga catena di argento rodiato con ciondoli di Agata Botswana dal color mattone, compongono la collana, che risulta tridimensionale.

Mini Agata, rispetto ad Agata, ha un ciondolo leggermente più regolare e sferico  le cui sparse punte bianche si contrappongono al color mattone della base. I pezzi, sono combinabili e si possono indossare insieme, tenendone una più lunga ed una più corta.

 

 

 

Photo courtesy Press office

Dolce & Gabbana a Napoli per celebrare i trent’anni del marchio

Alle pendici del Vesuvio, glamour e couture faranno da cornice ad una serie di eventi (quattro per la precisione) organizzati da maison Dolce & Gabbana per elargire il lusso Made in Italy attraverso una serie di gala blindatissimi e, soprattutto, per celebrare i trent’anni dalla fondazione della griffe.

 

"Pezzi di storia": il servizio fotografico Dolce & Gabbana scattato nel centro storico di Napoli (fonte Dolce & Gabbana)

“Pezzi di storia”: il servizio fotografico Dolce & Gabbana scattato nel centro storico di Napoli (fonte Dolce & Gabbana)

 

 

Napoli, straordinaria, verace, barocca, ricca di storia: la scelta di Domenico Dolce e Stefano Gabbana è stata accurata.

Una location ineguagliabile, perfetta per raccontare la storia di una maison che ha contribuito ai fasti del Made in Italy nel mondo. Le serate, ricche di fascino e di sorprese, vedranno avvicendarsi alta  gioielleria, la collezione moda donna e il savoir-faire sartoriale dei costumi maschili.

 

Servizio fotografico Dolce & Gabbana scattato a Capri per Vogue Japan 2014 (fonte country-magazines.blogspot.com)

Servizio fotografico Dolce & Gabbana scattato a Capri per Vogue Japan 2014 (fonte country-magazines.blogspot.com)

 

 

L’appuntamento è ormai stato fissato: dal 7 al 10 luglio 2016, Napoli splenderà di una nuova luce, accoglierà diverse e centinaia di celebs e clienti milionari, pronti ad ammirare e ad omaggiare il marchio nostrano.

 

 

Fonte cover reportmagazine

Armani/Silos collabora con il Politecnico di Milano

Armani/Silos e la scuola di Design del Politecnico di Milano, hanno stretto una preziosa collaborazione che permetterà ai giovani designers, di usufruire di anni di esperienza nel settore.

Giorgio Armani, che nel 2007 si è visto conferire una laurea honoris causa in Design Industriale proprio dall’istituto meneghino, metterà a disposizione degli studenti, gli spazi espositivi di via Bergognone 40 a Milano, dove si terranno visite e lezione, cui parteciperanno non solo gli studenti,  ma anche gli iscritti a workshop internazionali di formazione, gli studenti di corsi professionalizzanti e di master universitari e gli studenti di scambi internazionali.

Giorgio Armani, conferma ancora una volta, il suo interesse nei confronti dei giovani talenti della moda, ponendo loro le basi per una crescita professionale; impegno che lo vede, peraltro, impegnato nella promozione dei talenti emergenti, dando loro la possibilità di poter sfilare presso l’Armani/Teatro durante la settimana della moda milanese (Andrea Pompilio e Vivetta, ne sono la testimonianza).

 

 

Fonte cover youtube

Papa Francesco: donne diacono, storica apertura della Chiesa

Papa Francesco ha spiazzato tutti ieri, parlando del ruolo delle donne nella Chiesa durante l’udienza con l’Unione internazionale delle superiori generali. Per secoli la presenza femminile nelle cariche religiose è stata quasi un tabù, ma Bergoglio è pronto a mettere in discussione la questione. La proposta è quella di permettere il diaconato femminile: si tratta del primo grado dell’ordine sacro, con cui si possono celebrare per esempio i matrimoni e i battesimi. Dialogando con le suore, Francesco ha raccontato di essersi posto la questione qualche anno fa con un «buon, saggio professore». Le donne diacono erano presenti nella Chiesa primitiva, ma il loro ruolo e le loro funzioni sono tuttora sconosciuti. «Mi sembra utile avere una commissione che chiarisca bene questo ruolo» ha detto il Papa nel corso dell’incontro.


Non è la prima volta che la questione del clero esclusivamente maschile e del ruolo della donna nella Chiesa vengono messi in discussione. Sembra che Bergoglio si è sempre interessato alla cosa, probabilmente influenzato dalla sua provenienza sudamericana. Lì le cariche clericali al maschile sono un vero problema per la Chiesa cattolica, tanto da favorire la partecipazione femminile alle sette. Subito dopo la sua elezione, Papa Francesco ha parlato di “teologia delle donne” e in una lunga intervista del 2013 ha dichiarato «Le donne stanno ponendo domande profonde che vanno affrontate. La donna per la Chiesa è imprescindibile. Il genio femminile è necessario nei luoghi in cui si prendono decisioni importanti. La sfida oggi è proprio questa». Ancor prima, nel Congresso Eucaristico di Siena 1994, era stato il cardinale Carlo Maria Martini a proporre di reinserire la figura delle donne diacono nella Chiesa cattolica. Proposta ripresa nel Sinodo dei Vescovi lo scorso ottobre dal reverendo Jeremias Schroeder, presidente della Congregazione benedettina di St.Ottilien, in Baviera, senza però avere alcun seguito.


Riprendendo il discorso sulle donne diacono ieri all’udienza dell’Uisg, Papa Francesco si è detto pronto a coinvolgere le donne nelle posizioni decisionali, auspicando «anche che possano guidare un ufficio in Vaticano». Non si tratta di femminismo, ha concluso il Pontefice, ma di «un diritto di tutti i battezzati: maschi e femmine».

Polo Ralph Lauren sigla le divise di Wimbledon 2016

Sarà Polo Ralph Lauren, il fornitore ufficiale dei Championships di Wimbledon 2016, previsti dal 27 giugno al 10 luglio 2016, nella cittadina londinese.

Per l’undicesimo anno consecutivo, la griffe ha disegnato gonne, polo, pantaloncini, giacche ed occhiali che vestiranno i professionisti del celebre torneo tennistico.

I capi e gli accessori creati, seguono l’heritage del marchio, che ha tenuto in considerazione i toni tradizionali della manifestazione: il viola, il verde ed il blu navy.

Particolare attenzione è stata rivolta ai tessuti utilizzati, che prevedono fibre artificiali come il Performance Pique stretch e il traspirante, in dotazione ai rattaccapalle che indosseranno gonne (per lei) e pantaloncini (per lui).

Per i giudici in gara, l’ uniforme femminile prevede il classico blazer a righe da abbinare a pantaloni a gamba dritta o gonna  con taglio a sbieco. Il look maschile, presenta una  giacca gessata a tre bottoni, dal taglio sportivo e revers classico, abbinata a pantaloni bianchi.

La collezione Polo Ralph Lauren Wimbledon, sarà disponibile in selezionate boutique Ralph Lauren, online su RalphLauren.com e nei The Wimbledon Shop, nei giorni del torneo.

 

 

Fonte cover theguardian.com

 

Il M5s e la magistratura

Alle volte succede.
Succede che quando sei all’opposizione con tre o quattro consiglieri sia facile gridare agli scandali altrui. Succede che quando sei un partito piccolo – e basta con questa storia di chiamarsi movimenti, associazioni, o mongolfiere che dir si voglia – sia anche facile “filtrare” e verificare.
Succede che, quando il potere non lo hai e non lo gestisci, a nessuno importi infiltrarti, appoggiarti, coinvolgere persone nei tuoi calcoli politici: perché semplicemente non conti.
E alle volte invece succede che quando “cresci”, allora sì che diventi appetibile. E quando diventi “un po’ più grande” di un’aiuola isolata cominciano avvenir fuori le magagne.
E queste sono sempre di due tipi, a restare nell’ambito della sostanziale onestà.
La prima, è quella che qualcuno il pensierino a “infiltrarsi” lo fa, e semmai metti in lista – a volte succede – qualcuno che “appare” onesto e trasparente, e poi quel qualcuno, pur di arrivare, pur di essere eletto, ne combina di cotte e di crude. Spesso – a voler restare nell’ambito della sostanziale onestà – anche a tua insaputa.


La seconda, è che quando amministri compi degli atti, e di questi atti ne rispondi. Eh si, alle volte succede che indipendentemente dal colore politico e dal simbolo elettorale, la magistratura – ordine dello Stato a ciò preposto – debba “verificare” gli atti che l’amministratore pubblico compie. E succede, alle volte, che quegli atti non sempre siano “perfetti”. Per quanto esistono delle garanzie: quegli “avvisi” che appunto ti avvisano che su quell’atto e per quel tale motivo la magistratura sta indagando sul tuo operato.
E succede anche che sia semplicemente questione di tempo: non è che un sindaco possa essere indagato prima di amministrare, né la magistratura possa indagare prima che l’atto amministrativo sia stato perfezionato.


Ora è anche vero che alle volte succede che per anni sia facile ripetere “arrestano voi”, e noi siamo onesti, puliti, fuori dalla casta, e finisce anche che ci credi da solo. Anche quando sai perfettamente che è ben diverso essere opposizione unicellulare o amministrare un comune.
Ma se finisci con il credere al tuo slogan, sbandierato in cento piazze e mille comizi, succede che poi quando tocca a te (perché succede) riprendi slogan da prima repubblica del tipo “contro di noi inchieste come manganelli”, o parli di inchieste politicizzate, a orologeria, o anche torni al concetto di “toghe rosse” a giorni alterni. 
Atti dovuti quelli contro i tuoi avversari, atti politici quelli contro la tua parte politica.
Stupisce – o forse no? – che a parlare di inchieste a orologeria e politicizzate sia una giovane avvocato allieva di Cesare Previti che si candida a sindaco di Roma con il Movimento Cinque Stelle.
Difesa d’ufficio che in qualche modo sorge spontanea visto che ormai, settimana dopo settimana, avvisi di garanzia sono arrivati – per le più disparate motivazioni – a tutti gli amministratori del movimento di Beppe Grillo.


Un elenco che va dalla nota vicenda di Quarto – con il seguente imbarazzo di vertici alla Fico e Di Maio ignari di ogni cosa a giorni alterni, anche quando smentiti dai verbali della magistratura – sino a Civitavecchia, e da qui a toccare due sindaci sotto i riflettori: prima Nogarin, sindaco di Livorno, che fa assumere a tempo indeterminato persone da una società che dopo pochi giorni mette in liquidazione, e poi Pizzarotti, per un abuso di potere sulle nomine in teatro.
Una percentuale che, rapidamente, sta arrivando a toccare il 100% degli amministratori a cinque stelle.
Per carità: chi amministra compie atti, e atto dovuto della magistratura è indagare sulla loro correttezza, così come atto di garanzia prima di tutto dei diritti dell’indagato quello di comunicare che è sotto indagine e per quale motivo.


Ma ci si aspetterebbe, da chi sino a ieri è stato irrimediabilmente forcaiolo, nel rivendicare il suo essere “nuovo”, che almeno lasci a casa questo garantismo a giorni alterni, per cui quando tocca a te allora le indagini sono manganelli.
Perché questi sono toni che non fanno bene al paese, alla politica, alle campagne elettorali, e non si addicono, francamente, ad un giovane avvocato. A meno che non abbia argomenti, e non sappia cosa dire, e disperatamente, farebbe miglior figura ad appellarsi alla “clemenza della corte”.

Auguri a Renée Simonsen

Spegne oggi 51 candeline Renée Simonsen, top model danese che ha incarnato gli anni Ottanta. Impossibile non ricordarla nelle pellicole vanziniane “Sotto il vestito niente” e “Via Montenapoleone”: sullo sfondo della Milano da bere, tra sfilate di moda ed eccessi, spiccavano donne bellissime, valchirie che hanno segnato un’epoca. Renée Simonsen ha unito una bellezza da copertina ad una personalità fuori dal comune che l’ha portata, ad appena 24 anni, a scegliere la strada più difficile, ritirandosi dalla moda e tornando sui libri. Oggi lavora come scrittrice di libri per bambini e sceneggiatrice.

All’anagrafe Renée Toft Simonsen, la top model è nata ad Aarhus, in Danimarca, il 12 maggio 1965. Sua madre era un’infermiera, suo padre uno studente. I genitori divorziano quando lei ha tredici anni. La giovane Renée inizialmente lavora come cassiera in un supermercato. Nel 1981 viene notata dall’editrice Birte Strandgaard, che le fa scattare delle foto da Leif Nygaard. Successivamente la Simonsen arriva seconda al concorso di bellezza Ekstra Bladet e viene immortalata sulla copertina della rivista Fotokino. Nel 1982 vola a New York e vince il concorso Supermodel of the World, in rappresentanza della Danimarca. Inizia così una carriera da top model: nel dicembre dello stesso anno ottiene la cover di Vogue America.

Trae le campagne pubblicitarie a cui presta il volto Avon, Burberry, Coveri, Cover Girl, Dior, Escada, Lancetti, Guy Laroche, L’Oréal, Oscar de la Renta, Renato Balestra, Revlon, Valentino, Versace, solo per citarne alcune. Conquista le cover di Elle, Vogue, Madame Figaro, Cosmopolitan, Harper’s Bazaar, Anna, Mademoiselle, L’Officiel.

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Renée Simonsen è nata ad Aarhus, in Danimarca, il 12 maggio 1965



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Inizialmente la modella lavora come cassiera in un supermercato



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Ad appena 24 anni la top model si è ritirata dalle scene



Nel 1985 debutta sul grande schermo nel thriller patinato Sotto il Vestito Niente di Carlo Vanzina. L’anno seguente recita anche in Via Montenapoleone, nuovo cult vanziniano: le due pellicole testimoniano in modo encomiabile gli eccessi mondani della Milano da bere, divisa tra sesso, droga e sfilate di moda. Il ruolo della modella killer la rende famosa anche in Italia. La vediamo anche madrina dei Telegatti, nel 1987, accanto a Carol Alt e Mike Bongiorno.


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Nel 1985 si fidanza con John Taylor, bassista dei Duran Duran, diventando protagonista indiscussa della cronaca rosa. I due formano una coppia da copertina. Ma alla bionda top model la vita sotto i riflettori sta stretta: nel 1988, ancora giovanissima e all’apice della sua carriera, la Simonsen stupisce tutti con la sua decisione di ritirarsi. Dopo aver interrotto la relazione con Taylor, si ritira in un kibbutz in Israele, dove trascorre tre mesi in uno stato di profonda introspezione, insieme alla sorella Heidi. La modella è risoluta, quella vita patinata le sta stretta e arriva persino a rifiutare il ruolo di Bond Girl. Due sole parentesi la riporteranno a posare come modella: nel 1991 è la testimonial di Vichy e nel 1993 diventa il volto di Biotherm. Intanto dopo il ritiro in Israele la modella ritorna a vivere in Danimarca. Si fidanza con l’imprenditore Kristian Sandvad, dal quale avrà due figli, e si rimette a studiare: dapprima tenta la strada del giornalismo, poi studia psicologia. Nel 2002 arriva la laurea. Intanto nel 1997 lavora come fashion editor per il magazine danese Asschenfeldts Magasin, chiuso dopo pochi numeri.

Renée Simonsen per Valentino, foto di Renato Grignaschi per Vogue, 1983

Renée Simonsen per Valentino, foto di Renato Grignaschi per Vogue, 1983



La modella è stata legata sentimentalmente a John Taylor dei Duran Duran



Renée Simonsen in "Sotto il vestito niente" (1985)

Renée Simonsen in “Sotto il vestito niente” (1985)



Nell’estate dello stesso anno inizia una relazione con il cantante rock danese Thomas Helming, che sposa nell’agosto 2000 e con cui vive tuttora. Nel 2003 firma un contratto con Clarins e presta il volto alla campagna pubblicitaria per cosmetici per pelli mature. Nell’ottobre 2003 pubblica il primo libro per bambini, Karlas Kabale. Nel 2004 vince il BMF Children’s Book Award e nel 2006 le viene conferito il premio “The Most Dynamic Women” di Clarins. Oggi i libri per bambini scritti dalla bellissima ex modella sono sette. Inoltre la Simonsen lavora anche come sceneggiatrice e come consulente per Delebarn.dk, un sito web che offre sostegno online per chi divorzia.


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Tiffany & Co. inaugara la terza boutique in via Condotti

Tiffany & Co., il famoso brand americano di alta gioielleria, ha inaugurato l’11 maggio scorso, la terza boutique in via Condotti civico 55.

Per l’occasione, Villa Aurelia, sulla cima  del Giannicolo, si è tinta di un soave color Tiffany e ha ospitato  il gala dinner di Tiffany & Co., alla quale hanno partecipato: Maria Grazia Cucinotta, Margherita Buy, Ambra Angiolini, Cristina Parodi, Annie Leibovitz, Isabella Borromeo, i premi Oscar Francesco Lo Schiavo e Dante Ferretti, Cindy Sherman ed Emma Ferrer, nipote dell’icona Audrey Hepburn che ha contribuito ai fasti della celeberrima griffe.

 

Emma Ferrer, nipote della bellissima Audrey Hepburn, all'inaugurazione della boutique Tiffany & Co., di via dei Condotti (fonte Zimbio)

Emma Ferrer, nipote della bellissima Audrey Hepburn, all’inaugurazione della boutique Tiffany & Co., di via dei Condotti (fonte Zimbio)

 

 

Florence Rollet, vice presidente per Europa, Medio Oriente e Africa, ha dichiarato: “Si tratta di un’occasione importante per Tiffany in Italia. Via Condotti è famosa per lo shopping di lusso e aprire un negozio in questa celebre strada, sottolinea l’importanza del mercato italiano e favorisce la nostra strategia di crescita come marchio globale, sinonimo di stile ed eleganza”.

In occasione dell’inaugurazione, è stata allestita all’interno del negozio, una mostra che ospita pezzi di alta gioielleria della maison e che ripercorrono le tappe salienti della griffe, dagli anni venti agli anni cinquanta. L’esposizione potrà essere visibile fino al 5 giugno prossimo.

Sempre all’interno della boutique di via Condotti 55, sarà possibile visionare, dal 13 al 19 maggio, la mostra fotografica “The Female Portrait: Photography by American Women” che vedrà esposti i progetti fotografici di: Cindy Sherman, Nan Goldin, Linda McCartney, Lee Mille, Imogen Cunningham, Diane Arbus, Annie Leibovitz, Vivian Maier, Dorothea Lange, Margaret Bourke White, Lisette Model, Eve Arnold e Mona Kuhn.

 

 

 

Fonte Cover lineadiretta24

Cosa sta succedendo in Brasile?

Negli ultimi mesi il Brasile è stato al centro di moltissimi scandali: la presidente Dilma Roussef è sotto impeachment; la crisi economica sta portando milioni di brasiliani in piazza; la corruzione è dilagante; gli atleti delle olimpiadi non troveranno strutture confacenti e le gang stanno prendendo il controllo di intere zone del paese.
Mancano solo le cavallette.


Sicuramente è stato un 2016 particolarmente negativo, soprattutto alla luce della crescita del 2000 ma la natura confusa della crisi ha contribuito a creare una lunga serie di stereotipi e incomprensioni.


Una delle storie che si sentono più spesso sul Brasile è che, come diceva lo scrittore austriaco Stefan Zweig, “Il Brasile è lo stato del futuro e sempre lo sarà”. Ciò sta a significare che è uno stato con abbondantissime risorse naturali, una stupenda natura tropicale e un popolo intraprendete e comunicativo ma è anche lo stato dai mille problemi e dalla corruzione dilagante e tutto questo gli impedisce di prendere il suo posto tra le grandi economie mondiali.


Nella realtà il Brasile è uno degli stati che è progredito più in fretta nella storia recente. Dal 1930 al 1980 solo il PIL del Giappone è salito ad un tasso maggiore di quello brasiliano. Da metà degli anni ’90 un ambizioso programma economico ha fatto passare circa il 20% della popolazione (40 milioni di persone) dalla povertà alla classe media. Una crescita con una base così larga e così forte ha fatto sì che il Brasile divenisse l’ottava economia più grande al mondo.


Il problema è che l’economia è cresciuta a questi ritmi così vertiginosi da un livello molto basso e i livelli di povertà e disuguaglianza rimangono molto alti. Rio è la città in cui i nuotatori olimpici sono a rischio delle malattie più tremende dato che le fognature vanno dirette senza depurazione nella baia in cui dovrebbero svolgersi le gare.


Il motivo di tanta disuguaglianza è la schiavitù. Il Brasile è lo stato delle americhe in cui furono importati più schiavi africani e l’ultimo stato ad abolire la schiavitù nel continente nel 1888. Gli schiavi liberati furono abbandonati alla loro sorte senza possibilità di istruzione e sanità.


La situazione si è protratta nel XX secolo. Nel 1940 metà della popolazione brasiliana era analfabeta e sotto la soglia di povertà. L’aspettativa di vita era 43 anni. Ora i discendenti degli schiavi abitano nelle favelas. Gli schiavi importati nelle piantagioni del nordest si spostarono verso le città e costruirono ripari di fortuna che nel tempo divennero vere e proprie città nelle città. Città che tuttora rimangono al di fuori dal controllo del governo, senza i più basici servizi come le fognature.


La situazione negli ultimi anni è migliorata notevolmente: metà della popolazione è considerata classe media, la fame non è più un problema fuori controllo, l’analfabetismo è sceso al 10% e l’aspettativa di vita si è alzata a 74 anni.


Un altro dei luoghi comuni sul Brasile è che sia una economia schiava delle esportazioni. c’è della verità in questo: il Brasile è il più grande esportatore di zucchero, caffé, succo d’arancia e carne mentre è tra i più grandi esportatori di soia, etanolo e ferro. La grande domanda di questi beni di prima necessità da paesi in via di sviluppo come la Cina sono stati molto importanti per l’economia brasiliana in questi anni.
Guardando i numeri però in altro modo la prospettiva cambia. Il commercio di prodotti è solamente il 24% del PIL, una delle percentuali più basse nell’emisfero occidentale. Il Messico ad esempio è al 60%, il Peru al 50%, l’Argentina al 33% e perfino gli USA al 28%.


L’economia brasiliana, in realtà, è una economia chiusa con molte regole protezioniste e mille balzelli o difficoltà per gli importatori.
Il classico ciclo in cui una economia va in difficoltà, la sua valuta crolla per cui le esportazioni diventano più competitive e fanno uscire il paese in questione dalla crisi è improbabile capiti in Brasile.


I problemi del Brasile non è quindi solo Dilma Roussef e quando non sarà presidente non comincerà tutto magicamente a funzionare.
La Roussef, tuttavia, ha avuto una parte importante in questa crisi: il suo uso disastroso del budget governativo (per cui ha subito il processo di impeachment); il suo rifiuto di attuare delle necessarie riforme economiche e la sua pessima gestione dello scandalo Petrobras. Tutto questo messo insieme ha contribuito grandemente alla crisi.


Il nuovo presidente ed ex vice presidente, Michel Temer, ha sicuramente una filosofia economica molto più vicina a quella degli investitori internazionali. Probabilmente Temer non cambierà i tassi d’interesse o i tassi per i guadagni sugli investimenti. Temer sarà meno interventista in campo economico.


Il problema è che molte delle misure che serviranno al Brasile nei prossimi mesi saranno molto impopolari e Temer non è certo uno dei politi più amati in Brasile per cui, nel caso decida di riformare il paese, una sua rielezione è assai improbabile.
Oltretutto, per passare le riforme servirà l’appoggio del parlamento e pochi politici vogliono sacrificare la loro popolarità per il bene del paese.
Il tutto mentre il Brasile sarà sotto gli occhi di tutto mondo per le olimpiadi.

Unioni Civili: ormai a un passo dal voto definitivo, i punti cardine della legge

Poche ore fa, la Camera ha votato la fiducia posta dal governo sul ddl delle Unioni Civili. Si tratta di un momento storico, a un passo dal voto definitivo che avverrà stasera alle 19. Sono stati 369 i voti a favore, 193 i contrari. Solo i deputati Vincenza Labriola e Rudi Franco Marguerettaz del gruppo misto si sono astenuti dal voto. I renziani rivendicano il risultato, ed è lo stesso premier Matteo Renzi il primo a festeggiare con un tweet: “È un giorno di festa per tanti, oggi“. Il ministro per le Riforme Maria Elena Boschi, da ieri anche titolare della delega per le Pari Opportunità, si è presentata in aula con una piccola coccarda arcobaleno, e così hanno fatto altri deputati per rendere visibile il proprio appoggio alla legge sulle Unioni Civili. Come previsto, però, il voto di fiducia ha dato il via a reazioni contrastanti. I promotori del Family-Day hanno twittato una poco elegante immagine del fondoschiena della Boschi con la scritta “Unioni Civili: la Boschi ci mette la faccia“. Dalla Chiesa è arrivato ieri il commento del segretario della Cei Nuzio Galantino che ha commentato la decisione di votare la fiducia con un lapidario “è una sconfitta per tutti“.


Tra festeggiamenti e critiche, la verità è che per molti cittadini italiani non è ancora chiaro cosa comporti esattamente la legge sulle Unioni Civili. Il ddl introduce due nuovi istituti civili, per le coppie omosessuali e per le coppie etero non sposate. Come nel matrimonio, l’unione tra due persone dello stesso sesso verrà celebrata “di fronte all’ufficiale di stato civile e alla presenza di due testimoni” e poi registrata nell’archivio dello stato civile. Anche gli obblighi reciproci dei partner saranno simili a quelli di una coppia sposata: “dall’unione deriva l’obbligo reciproco all’assistenza morale e materiale e alla coabitazione” ed entrambi dovranno contribuire ai bisogni comuni in base alle loro possibilità lavorative, sceglieranno insieme l’indirizzo da dare alla famiglia e si impegneranno a rispettarlo. Non è previsto invece l’obbligo alla fedeltà.  Il regime ordinario è la comunione dei beni, la pensione di reversibilità e il Tfr maturato spetteranno al partner. Per la successione valgono le norme in vigore per il matrimoni: al partner superstite va la “legittima”, cioè il 50%, e il restante va agli eventuali figli. Per un eventuale scioglimento dell’unione si applica la legge sul divorzio del 1970, ma senza il periodo di separazione obbligatorio. La stepchild adoption, uno dei punti più critici della legge sulle Unioni Civili, rimane di fatto nell’ambiguità. Con la dicitura “resta fermo quanto previsto e consentito in materia di adozioni dalle norme vigenti”, i Tribunali avranno il potere di concedere o meno la stepchild adoption in base ai singoli casi.


L’altro punto focale della legge sulle Unioni Civili è la convivenza tra partner di sesso opposto non sposati. Nella legge questo rapporto viene definito come convivenza tra “due persone maggiorenni unite stabilmente da legami affettivi di coppia e di reciproca assistenza morale e materiale, non vincolate da rapporti di parentela, affinità o adozione, da matrimonio o da un’unione civile”. Anche in questo caso, la coppia acquisisce alcuni diritti equivalenti a quelli di un matrimonio. L’assistenza in carcere o in ospedale e le decisioni in materia di salute e di donazione degli organi, nel caso in cui uno dei due non fosse capace di intendere e di volere, saranno garantiti tra i conviventi come tra marito e moglie. In caso di cessazione della convivenza, un giudice può decidere che uno dei due debba ricevere gli alimenti dall’altro, in base alla durata della convivenza e alla capacità economica di entrambi.


Rimane ormai solo un ultimo passo affinché la legge sulle Unioni Civili diventi realtà in Italia così come in molti altri Paesi Europei, e tante coppie vedano finalmente rispettati e garantiti i propri diritti.

Valentino: l’ultimo imperatore della moda

Stampe geometriche e floreali, fiocchi, drappeggi, tripudio di femminilità e sofisticata eleganza e quella sfumatura di rosso che è diventata la sua firma iconica: con una carriera durata più di 40 anni, Valentino Garavani è lo stilista italiano più longevo e più famoso al mondo. Una vita dedicata alla moda, l’arbiter elegantiae italiano è stato l’ultimo imperatore del fashion biz.

All’anagrafe Valentino Clemente Ludovico Garavani, lo stilista è nato a Voghera l’11 maggio 1932. La moda gli scorre nel sangue. Fin da giovanissimo Valentino si sente attratto dalla creatività sartoriale. Dopo aver frequentato una Scuola di figurino a Milano e dopo aver studiato francese alla Berlitz School, si trasferisce a Parigi. Qui studia stilismo alla prestigiosa École de La Chambre Syndicale de la Couture. Negli anni Cinquanta, dopo essersi fatto notare in un importante concorso, indetto dalla Segreteria Internazionale della Lana, viene assunto nella casa di moda di Jean Dessès. Rimasto fortemente colpito dai costumi di scena rosso scarlatto ammirati all’Opera di Barcellona, inizia a concepire nella sua mente il progetto embrionale del rosso valentino, che diverrà la sua firma iconica.

Nel 1955 viene assunto nell’atelier di Guy Laroche, a Parigi. Nel 1957 fonda l’azienda che porta il suo nome insieme ad alcuni soci, tra cui il padre. Tuttavia gli alti costi di gestione portano in breve la casa di moda sull’orlo della bancarotta. Si riuscì a scongiurare il pericolo grazie all’entrata nella società del compagno dello stilista, Giancarlo Giammetti, studente di architettura, con il quale Garavani avvierà una nuova casa di moda, occupandosi esclusivamente dell’aspetto creativo, e lasciando al socio l’aspetto finanziario. I due saranno sentimentalmente legati per oltre dodici anni, vivendo con le rispettive madri.

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Valentino Garavani è nato a Voghera l’11 maggio 1932



Isa Stoppi in Valentino, Roma, 1960

Isa Stoppi in Valentino, Roma, 1960



Audrey Hepburn in Valentino sul set di "Sciarada"

Audrey Hepburn in Valentino sul set di “Sciarada”



Valentino e modelle, Roma, 1967

Valentino e modelle, Roma, 1967



Veruschka in Valentino, foto di Franco Rubartelli,  1969

Veruschka in Valentino, foto di Franco Rubartelli, 1969



Nel 1959 l’apertura dello storico atelier, a Roma, in via Condotti. Nel 1962, dopo il trionfo della sua prima collezione a Pitti Moda di Firenze, Valentino diviene in breve uno dei più apprezzati e dei più popolari couturiers del mondo, grazie anche a Consuelo Crespi, editor di Vogue. Sarà però Jacqueline Kennedy a sdoganare le creazioni di Valentino in tutto il mondo: dopo essere rimasta affascinata da un abito del couturier, decide di incontrarlo. Tra i due nasce un sodalizio: li vediamo insieme a Capri, e lui firma per lei lo storico caftano verde acqua, ma anche l’abito per le nozze con Onassis, celebrate nel 1968. Nello stesso anno firma la famosa “collezione bianca”, sulla quale viene impressa la ‘V’ che lo rende riconoscibile nel mondo.

Intanto indossano capi Valentino icone del jet set internazionale, da Sophia Loren a Liz Taylor fino ad Audrey Hepburn. La consacrazione ufficiale avviene su Vogue Paris, che gli dedica ben due pagine. Segue, nel 1967, il conferimento del Premio Neiman Marcus, l’Oscar per la moda. Nello stesso anno arriva la prima collezione uomo. Dagli anni Settanta in poi Valentino veste le donne più famose del mondo ed apre boutique a New York, Parigi, Ginevra, Losanna, Tokyo. Viene creato anche un profumo che porta il suo nome, che nel 1991 sarà seguito dal profumo “Vendetta”. Nel 1971 è ritratto da Andy Warhol. Nel 1985 riceve dal Presidente della Repubblica la decorazione di Grand’Ufficiale dell’Ordine al Merito, nel 1986 il titolo di Cavaliere di Gran Croce, nel 1996 è nominato Cavaliere del Lavoro; nel luglio 2006 gli viene conferita la Legion d’onore, la più alta onorificenza della Repubblica francese. Il marchio è stato rilevato nel 2002 dal Gruppo Marzotto.


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Nel 2007 arriva la decisione storica di ritirarsi. Dopo 45 anni di attività, il 4 settembre del 2007 il maestro dice addio alla moda, celebrato con tre giorni di festeggiamenti tra Roma e Parigi, tra il 6 e l’8 luglio 2007. A prendere le redini del marchio è Alessandra Facchinetti, ma dopo due sole collezioni la direzione creativa dello storico brand passa a Maria Grazia Chiuri e Pierpaolo Piccioli, già alla guida della linea degli accessori del brand da oltre dieci anni. Segue il film-documentario Valentino: The Last Emperor, diretto dal regista statunitense Matt Tyrnauer, pellicola che segue gli ultimi due anni di attività dello stilista. Il 7 settembre 2011 Valentino è stato onorato presso il Fashion Institute of Technology di New York con il premio Couture Council Award 2011.

Isa Stoppi e Janette Christensen in Valentino Haute Couture, foto di Chris Von Wangenheim, 1971

Isa Stoppi e Janette Christensen in Valentino Haute Couture, foto di Chris von Wangenheim, 1971



Benedetta Barzini e Mirella Petteni in Valentino, foto di Henry Clarke per Vogue, 1968

Benedetta Barzini e Mirella Petteni in Valentino, foto di Henry Clarke per Vogue, 1968



Mirella Petteni in Valentino, P/E 1967, foto di Gian Paolo Barbieri

Mirella Petteni in Valentino, P/E 1967, foto di Gian Paolo Barbieri



Jackie Kennedy in Valentino

Jackie Kennedy in Valentino



Anjelica Huston per Valentino, foto Gian Paolo Barbieri, 1972

Anjelica Huston per Valentino, foto Gian Paolo Barbieri, 1972



Tantissime le collezioni che hanno fatto storia: Valentino è stato protagonista indiscusso della moda italiana ed internazionale dagli anni Cinquanta fino al Duemila. Hanno vestito i suoi capi attrici del calibro di Elizabeth Hurley e Julia Roberts -solo per citarne alcune. La Roberts ha ritirato l’Oscar, nel 2001, in un Valentino vintage. Tra le passioni del couturier l’interior design e il collezionismo d’arte. Lo stilista è stato protagonista del libro “Valentino: At the Emperor’s table”, che raccoglie le foto delle sue sfarzose dimore.

Pat Cleveland in Valentino

Pat Cleveland in Valentino



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Lo stilista si è ritirato nel 2007



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Un abito in rosso Valentino



Deborah Turbeville per Valentino, 1977

Deborah Turbeville per Valentino, 1977



Christy Turlington per Valentino, Vogue Italia, settembre 1995, foto di Herb Ritts

Christy Turlington per Valentino, Vogue Italia, settembre 1995, foto di Herb Ritts



Yasmeen Ghauri per Valentino, 1991

Yasmeen Ghauri per Valentino, 1991



(Foto cover Lorenzo Agius/Contour by Getty Images)


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Auguri a Linda Evangelista

Cosa fanno gli hacker con i siti compromessi

Chi ha un blog anche poco più che amatoriale è soggetto ad attacchi, che generano non pochi problemi. In molti si chiedono “a che scopo”, non avendo chissà che dati sensibili, e spesso ritenendo che si tratti di un attacco “personale” dovuto al contenuto pubblicato.
Qualche volta lo è. Spesso no.
Sorge quindi spontanea la domanda su che cosa ci facciano con un sito hackerato coloro che lo attaccano.
Wordfence ha diffuso di recente una statistica dei più diffusi utilizzi “post-attacco”


Inviare spam


L’attaccante riceve due vantaggi enormi. In primo luogo utilizza le risorse del vostro sito gratuitamente. n secondo luogo, fino a quando non rovina la vostra webreputation, le loro e-mail risultano consegnate da un sito pulito e con un IP non listato come spammer.


SEO Spam


Ci sono molti modi per usare un sito hackerato per migliorare il loro posizionamento sui motori di ricerca. Il primo è quello di ospitare semplicemente pagine nel nuovo sito, guadagnando webreputation e link-back.
Il secondo è quello di seminare collegamenti in tutto il sito: un attaccante che compromette un gran numero di siti è in grado di far apparire un contenuto e un link particolarmente rilevante.
Con questo sistema, complessivamente, gli aggressori sono in grado di deviare il traffico da siti legittimi verso il proprio, spesso assolutamente sconosciuto e inconsistente.


Redirect Dannoso


I Redirect sono un modo incredibilmente efficace per incanalare il traffico verso siti Web dannosi. L’utente ignaro non deve cliccare su un collegamento ipertestuale o pubblicità, viene convogliato direttamente.
A volte l’attaccante avrà un approccio molto aggressivo, reindirizzando tutto il traffico verso uno o più siti. Ma in molti casi gli aggressori usano sistemi meno invadenti, rendirizzando solo alcuni link, o gli accessi da alcuni sistemi, in maniera da essere coperti con maggiore difficoltà.


Host Phishing


Un Redirect specifico è quello a pagine di phishing, ovvero pagine che cercano di ingannare il visitatore come si trattasse di una banca, di un social network o di un rivenditore noto per ottenere dai personali, quali credenziali, mail, password, numeri di carte di credito. Si stima che lo 0,05% dei visitatori “cada nella trappola”, e parlando di milioni di utenti i calcoli sono presto fatti.


Distribuire malware


Una volta compromesso il sito, gli aggressori possono installare malware che a sua volta consente di installare malware sul computer del visitatore, spesso a sua insaputa.
Se Google rileva ciò che sta accadendo contrassegnerà il vostro sito tramite il lsuo programma di navigazione sicura . Questo farà sì che il traffico SEO e da motori di ricerca calerà sensibilmente. Oltre al fatto che oltre 1 miliardo di navigatorie viene fisicamente bloccato quando cerca di raggiungere il sito, con un impatto sulla webreputation notevole, e spesso duraturo.


Sito come base di attacco


In alcuni casi, un attaccante deciderà di utilizzare il server web attaccato e compromesso come piattaforma per lanciare attacchi su altri siti web.
Oltre a sfruttare gratuitamente le risorse del sito attaccato, l’attaccante mantiene un certo grado di anonimato, sfrutta la buona reputazione del sito compromesso, e riesce in alcuni obiettivi proprio perché gli utenti “si fidano” del sito di origine.


Cosa fanno gli hacker con i siti compromessi

Italian Design Agency: la startup che supporta il Made in Italy

Obiettivo ambizioso, quello di Italian Design Agency, la startup creata da Francesco Santilli, Federico Baldelli e Dario Martelli che, da Londra, supporta il Made in Italy.

Visual, Fashion, Interior e Industrial Design sono i quattro settori che il progetto sostiene, evidenziando l’eccellenza italiana.

Italian Design Agency, punta su una sempre più ampia capillarità di mercato a livello internazionale, che consente di favorire il contatto tra designers e compratori.

 

Designer Sandro Gonnella. Brand Ozona Occhiali

Brand Ozona Occhiali Sandro Gonnella (IDA designer)

 

 

Italian Design Agency: cosa vi ha spinto a creare la startup?

Il Made in Italy è 3° brand al mondo dopo Coca Cola e Visa. Googlando “Italian Design” il primo risultato è stato Wikipedia. Abbiamo capito che c’era un’ opportunità  e l’abbiamo colta. Abbiamo comprato il dominio www.italiandesignagency.com e siamo partiti, ormai un anno fa.

 

Chi sono le menti del progetto?

Francesco Santilli, CEO. Federico Baldelli, CTO e Dario Martelli, CMO e Direttore di IDA Magazine

 

Industrial Designer Andrea Brugnera

Andrea Brugnera (IDA Industrial designer)

 

 

Qual è l’obiettivo di IDA?

Promuovere il Design Made in Italy nel Mondo a 360 gradi. Per esemplificare il progetto abbiamo diviso il sito in 4 grande sezioni:

 

Agency: dove favoriamo l’incontro tra domanda ed offerta;

 

University: dove promuoviamo i migliori corsi di Italian Design;

 

Venture: dove supportiamo la realizzazione dei sogni dei migliori Italian Designers;

 

Magazine: dove, attraverso una cross communication strategy, lavoriamo sul brand identity del Design Made in Italy.

 

 

Visual Designer Emanuele Marani

Emanuele Marani (IDA Visual Designer )

 

 

Perché i talenti emergenti del Made in Italy, dovrebbero affidarsi alla vostra professionalità?

Perché  ricopriamo un servizio importante che ad oggi non era ancora presidiato.

Il fatto di essere un servizio gratuito per il Designer ne dimostra la totale convenienza.

 

 

Quali caratteristiche deve avere un designer per entrare nel circuito IDA?

Esperienza di almeno 2/3 anni sul campo. Un grande stile e la voglia di crescere internazionalmente.

Crediamo molto nella collaborazione con il parco dei desginers. Ogni volta che nasce un progetto, essere in contatto e mantenere un ottimo rapporto velocizza molto i tempi di realizzazione del progetto.

 

Visual Designer IDA Maicol Palumbo

Maicol Palumbo (IDA Visual designer)

 

 

 

Quali servizi offrite ai designer?

Siamo una vetrina per promuoverli al meglio.

Li supportiamo durante il progetto a 360’ affidandoli ad un project manager che parla la lingua locale del cliente.

 

In progetto c’è anche il lancio dell’e-commerce. Cosa potete raccontarci di questo progetto?

Il servizio di e-commerce sarà per noi una grande sfida. Non puntiamo solo alla vendita dei prodotti dei designers ma anche delle loro competenze.

Un domani sul nostro sito sarà possibile comprare pacchetti di competenze di Design. Sarà possibile avere chiaro i costi e le tempistiche di un progetto senza dover aspettare il “conto” alla fine.

 

 Obiettivi futuri?

Organizzare il primo evento di Design IDA nel cuore di Londra: obiettivo per il 2017.

 

 

 

 

 

In copertina:  CoFounders da sx Francesco Santilli CEO, Federico Baldelli CTO, Dario Martelli CMO

 

 

 

 

 

 

 

 

Mondadori acquista Banzai Media e diventa il primo editore digitale in Italia

Ieri è stata una giornata storica per l’editoria italiana: siglato l’accordo milionario tra Arnoldo Mondadori Editore e Banzai per l’acquisto della divisione media della società. La casa editrice di Segrate ha acquisito così network come Pianetadonna, Giallozafferano, Studenti.it, Mypersonaltrainer, per un pubblico totale di 17,1 milioni di utenti unici, che si aggiungono agli 8,9 del gruppo Mondadori e che gli permettono di diventare il maggior editore italiano anche nel digitale. «Siamo particolarmente orgogliosi di aver raggiunto un altro importante traguardo nel piano di sviluppo di Mondadori dopo l’operazione Rizzoli Libri – afferma Ernesto Mauri, amministratore delegato del Gruppo Mondadoriche ci consolida nella posizione di primo gruppo editoriale italiano. In questi mesi stiamo vivendo una nuova fase di crescita, finalizzata all’ulteriore rafforzamento delle nostre attività strategiche: i libri e i magazine».


Banzai ha ceduto il suo comparto media – ad eccezione del settore news di cui fanno parte ilPost e Giornalettismo – per 41 milioni di euro più altri 4 earn-out, ovvero premi che verranno pagati al raggiungimento di obiettivi futuriLa società può così concentrarsi sull’attività di e-commerce, che cresce esponenzialmente in Italia come rivela l’amministratore delegato di Banzai Pietro Scott Jovane. «Banzai si concentra sull’e-commerce – afferma – la nostra strategia viene ulteriormente rafforzata dai proventi della cessione di Banzai media holding. Dotiamo quindi il nostro gruppo e-commerce di risorse determinanti per accelerare la crescita, anche alla luce degli incoraggianti dati di sviluppo del mercato del commercio elettronico che in Italia è atteso crescere nei prossimi cinque anni, sopra la media di Francia, Regno Unito e Germania». E intanto Mondadori assume la leadership indiscussa nei verticali women, food, wellness, confermandosi maggior gruppo editoriale d’Italia. La casa editrice di Marina Berlusconi si prepara a una fase di cambiamento, con un’evidente attenzione verso il pubblico digitale. «Oggi – prosegue Mauri – abbiamo concluso un’operazione che ci darà un deciso impulso nel digitale, indispensabile per far evolvere i nostri magazine. L’acquisizione di Banzai Media Holding ci permette di accelerare il processo di trasformazione del nostro Gruppo».

YOUTH CULTURE – BAD-X POLO, CASUALWEAR D’ARTISTA.

Battle of Vanity - AXE - BAD-X Polo

Battle Of Vanity – AXE – BAD-X Polo




Nasce da un forte contrasto il neonato brand BAD-X POLO, esattamente dall’impiegare un capo d’abbigliamento notoriamente “stiff” e “bling bling”, cioè la polo, come una tela pittorica su cui giovani artisti sono stati chiamati a sbizzarrirsi creando stampe a tratti pop, urban, a mano ed in digitale.

Per volontà presa siamo qua a parlare di pregiati manufatti il più delle volte totalmente made in Italy, e questi capi non hanno deluso le nostre aspettative.

Ambiziosa è la volonta dell’imprenditore dietro al brand, che intende collocarsi in un preciso frammento di mercato, e ci sta riuscendo: vuole offrire polo di alta gamma adatte a situazioni casual, mondane e familiari, come alternativa alla nota polo in tinta unita e più eleganti della ormai sdoganata t-shirt stampata.

Le polo sono sviluppate in collaborazione con artisti indipendenti; le prime due collezioni, disponibili in questo momento ( www.badxpolo.com) , hanno visto il coinvolgimento di Nello Foresto, un formidabile illustratore, e di Alex “Axe” Ermini, un noto street artist.

Le polo, realizzate in laboratori dove producono anche grandi case di moda, sono in tessuto piquet 100% cotone, hanno vestibilità custom fit, un colletto elegante e alcuni dettagli di comfort, come due piccole asole sotto la spalla.

Per non passare inosservati e se amate prodotti di nicchia lontani dagli stereotipi al di là della stagionalità, questo è il capo d’abbigliamento adatto a voi.


Fake The Pattern - Nello Foresto - Bad-X Polo

Fake The Pattern – Nello Foresto – Bad-X Polo

Stefania Sammarro: fotografia come sottrazione

Stefania Sammarro nasce a Cosenza, nel 1988. Si laurea in Dams con indirizzo cinema presso l’Unical, dove consegue il Master in “Tradizione e innovazione nell’editoria”.

Si avvicina alla fotografia in punta di piedi, frequentando alcuni corsi e workshop in Italia. La passione per quest’ arte, diventa sempre più viscerale, fino a che non diventa la sua primaria necessità di vita.

 

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Le sue fotografie, compaiono sul canale Photo Vogue di Vogue Italia e sono state ammesse, nel 2013, anche all’Art + Commerce di New York. Dopo aver vinto il Sony World Photography nella categoria “Youth”, nel 2015 espone nella Crypt Gallery di Londra.

 

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Il 3 marzo 2016, attraverso l’associazione Art Study Space, espone al Museo del Presente di Rende (CS): la personale che la vede protagonista, racconta tutto il percorso dell’artista, ricco di ispirazioni.

In occasione dell’esposizione, Stefania Sammarro, presenta al pubblico il suo libro Oblivion edito da Falco Editore.

 

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Fotografia come arte contemporanea. L’atto fotografico, narrazione visiva, il corpo e l’oggetto.
Fotografia come sottrazione.

Ania, è il personaggio capace di creare un mondo grazie ai suoi scatti. Un mondo che è altro da ciò che vediamo tutti i giorni e, al tempo stesso, lo rivela sotto uno sguardo incantato e nostalgico, desiderante e infante, inquieto e sognante. Il percorso di Ania è infatti quello di una disegnatrice; per lei la macchina fotografica è uno strumento attraverso il quale la realtà viene ridisegnata secondo le direttrici di uno sguardo.

 

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Ma questo non significa coprire o velare, al contrario. Attraverso le sue fotografie noi attraversiamo questo mondo sospeso, riconoscendo desideri e inquietudini, pensieri e ossessioni. Il mondo è lì, riconoscibile e irriconoscibile allo stesso tempo. il mondo in uno sguardo. Ma è un mondo abitato da corpi particolari, caratterizzato da luoghi misteriosi, da gesti ed espressioni non comuni.

È questo mondo che è possibile esplorare, scorrendo le immagini come fotogrammi di un film.

 

 

Photo Courtesy Stefania Sammarro

 

Il TTIP spaventa la Russia

Il TTIP o Transatlantic Trade and Investment Pact è un gigantesco accordo commerciale tra Europa e USA che ha sollevato molte polemiche e che ha diversi strenui oppositori, a questa schiera si sono aggiunti i russi.


I sospetti russi sono facili da capire, un accordo di questo tipo stringerà l’Europa e gli USA in un abbraccio ancora più stretto di quello in cui si trovano ora. Qualcuno chiama il patto la “NATO economica” e tanto quanto Putin si è opposto allo sviluppo della NATO a est il presidente russo combatte lo sviluppo della NATO economica.


Vladimir Chizhov, l’ambasciatore russo a Bruxelles ha dichiarato che Mosca sta guardando l’accordo da vicino. La Russia da tempo sta tentando di stringere rapporti sempre più stretti con gli europei e non vedo di buon occhio il fatto che i vicini a lungo “coltivati” vengano attirati, ancora di più nella sfera d’influenza statunitense.


Nonostante l’ingresso della Russia, nel 2012, nella World Trade Organization dopo 18 anni di negoziazioni le cose non vanno benissimo per Mosca. Dopo l’annessione della Crimea e le successive sanzioni economiche la crisi economica si era già fatta sentire ma i bassi prezzi del petrolio hanno dato l’ultima spinta verso il baratro per i russi. In aggiunta a questo con il TTIP a ovest e il TPP a est la Russia si sente sempre più isolata.
I russi sostengono che questi due accordi lasceranno fuori la Russia e altre importanti economie emergenti come Cina e India da accordi che regoleranno i due terzi del commercio mondiale.


La Russia teme questo accordo perché USA ed Europa sono già gli attori più forti nell’arena internazionale e con un accordo cdi questo tipo modelleranno il mercato internazionale a loro piacimento. Chi rimarrà fuori dovrà adattarsi agli standard transatlantici per fare affari.


Le esportazioni russe nei confronti dell’UE dopo le sanzioni sono calate del 25% e il dato diventa ancora più negativo quando si pensa che l’UE è il principale mercato estero per i russi con circa il 50% del commercio totale.


La preoccupazione, resa pubblica, sembra indicativa del fatto che gli accordi, dopo anni, potrebbero essere a un punto di svolta nonostante le forte opposizioni da parte del pubblico in stati come Germania e Austria: durante l’ultima visita di Obama in Germania migliaia di persone sono scese in strada ad Hannover per manifestare contro l’accordo.


Putin ha cercato di creare un accordo alternativo, l’EEU o Eurasian Economic Union, che vada da Vladivostok a Lisbona (dixit). L’EEU, però, non è stato un successo, per ora oltre la Russia partecipano Armenia, Bielorussia, Kazakistan e Kyrgyzistan. Nonostante i ripetuti inviti russi agli stati europei nessuno si è detto disponibile a negoziare un accordo, anzi, stati come Georgia, Moldova e Ucraina, una volta sotto influsso economico russo hanno snobbato l’EEU per tentare di creare accordi bilaterali con l’UE.


Il rifiuto dell’Ucraina che è la seconda economia per grandezza nell’area post-sovietica è stato particolarmente doloroso per i russi. La mancata adesione ucraina e la volontà di Kiev di negoziare un accordo con l’UE è alla base della guerra in Ucraina e dell’annessione della Crimea.

Auguri a Linda Evangelista

Occhi da gatta, fisico scultoreo e volto incantevole. Lo charme innato risuona in quel nome italiano, che, dagli anni Novanta ad oggi, si è impresso indelebilmente nella storia della moda. Linda Evangelista, camaleontica diva del fashion biz, spegne oggi cinquantuno candeline. «Non mi alzo dal letto per meno di 10 mila dollari al giorno»: come non ricordare la sua celebre affermazione, marchio di fabbrica di un fenomeno destinato a cambiare per sempre il corso della moda.

Le chiamavano supermodelle: lei, Naomi, Claudia, Cindy, Christy. Niente a che vedere con le anonime mannequin che fino a quel momento avevano calcato le passerelle: ora le modelle divenivano vere e proprie icone. Capricciose, autentiche dive, idolatrate e venerate fino ai giorni nostri.

Nelle vene di Linda Evangelista scorre sangue italiano: nata a St. Catharines, in Ontario, il 10 maggio 1965, i suoi genitori sono due immigrati italiani originari di Pignataro Interamna, in provincia di Frosinone. Linda ha sempre avuto le idee chiare: a soli dodici anni sfoggiava impressionante consapevolezza, dichiarando risolutamente che l’unico lavoro che avrebbe mai fatto in vita sua sarebbe stato la modella. Nel 1978 vince il concorso di Miss Teen Niagara: la perfezione di quel volto non passa inosservata. Un talent scout la nota immediatamente. È un attimo e la ritroviamo sulla cover di Vogue.

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Linda Evangelista è nata a St. Catharines, in Ontario, il 10 maggio 1965



Linda Evangelista in una foto di Steven Meisel per Vogue Italia (giugno 1990)

Linda Evangelista in una foto di Steven Meisel per Vogue Italia (giugno 1990)



Linda Evangelista in uno scatto di Peter Lindbergh, Vogue 1990

Linda Evangelista in uno scatto di Peter Lindbergh, Vogue 1990



Linda Evangelista fotografata da Patrick Demarchelier per Harper's Bazaar, settembre 1992

Linda Evangelista fotografata da Patrick Demarchelier per Harper’s Bazaar, settembre 1992



Linda Evangelista in Yves Saint Laurent, Vogue UK, ottobre 1987, foto di Patrick Demarchelier

Linda Evangelista in Yves Saint Laurent, Vogue UK, ottobre 1987, foto di Patrick Demarchelier



Linda Evangelista in uno scatto di Herb Ritts, 1991

Linda Evangelista in uno scatto di Herb Ritts, 1991



Vogue settembre 1990, foto di Patrick Demarchelier

Vogue settembre 1990, foto di Patrick Demarchelier



Innumerevoli le campagne pubblicitarie, da Chanel a Calvin Klein, da Dolce & Gabbana a Versace, da Valentino a Yves Saint Laurent e Dior. Compare nel video Freedom, di George Micheal, che immortala la celebrità di Linda e delle colleghe top, Naomi Campbell, Cindy Crawford, Christy Turlington e Tatjana Patitz. Insieme a Naomi Campbell e Christy Turlington forma il trinity: sono loro le tre top model che dominano il fashion biz per tutto il corso degli anni Novanta. Nessuna ha incarnato meglio di lei quel decennio. Anni in cui la moda rappresentava ancora un sogno, un’utopica ribellione in nome della bellezza. E le supermodelle erano lì, perfette ambasciatrici del cambiamento, ammalianti valchirie che ancora oggi non trovano eredi.

Linda Evangelista conquista innumerevoli cover, da Vogue Paris a Vogue America, da Cosmopolitan ad Harper’s Bazaar. Nel 1984 diviene il volto di Nina Ricci e Guy Laroche. Nel 1987 sposa Gerald Marie, direttore dell’agenzia Elite: con lui si trasferisce a New York e poi a Parigi. Nel 1989 diviene il volto storico di Versace. Nello stesso anno viene inserita da People nella lista delle 50 donne più belle del mondo.


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Linda Evangelista nel corso della sua sfavillante carriera ha cambiato tantissimi look: dal caschetto cortissimo, stile tomboy, la ritroviamo bionda, poi rossa, infine nuovamente castana. Tra i tanti brand che se la contendono, diventa testimonial di Donna Karan e Revlon, Jil Sander ed Estée Laurer. La sua vita privata domina sui tabloid: dopo il divorzio da Gerald Marie la top model si fidanza con l’attore Kyle MacLachlan, relazione che durerà per quattro anni. Intanto si aggiudica il Fashion Award. Alla fine degli anni Novanta Linda ha un nuovo amore, con il portiere della nazionale francese Fabien Barthez. La stampa impazzisce e specula anche sul dramma che colpisce la modella, che perde al sesto mese di gravidanza il bambino che aspettava dal compagno.

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La top model ha incarnato gli anni Novanta



Vogue Italia 1991, foto di Patrick Demarchelier

Vogue Italia 1991, foto di Patrick Demarchelier



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Linda Evangelista è stata la top model più camaleontica, giocando molto sui cambiamenti di look



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In Versace, foto di Francesco Scavullo, 1990



Linda Evangelista in una foto di Steven Meisel, Vogue Italia, febbraio 1989

Linda Evangelista in una foto di Steven Meisel, Vogue Italia, febbraio 1989



Musa di Steven Meisel, Linda Evagelista ha posato per i più grandi fotografi del mondo, da Irving Penn a Richard Avedon, da Patrick Demarchelier a Peter Lindbergh. Dopo una relazione con l’industriale Ugo Brachetti Peretti, si è aggiudicata il Grand Prix Marie Claire Fashion Award come modella dell’anno. Nel 2005 si è legata sentimentalmente a Paolo Barilla. Dopo aver posato per Vogue America alla veneranda età di 41 anni, ha ammesso di essere ricorsa al botox per mantenersi giovane. Nell’ottobre 2006 è nato a New York il suo primo figlio, Augustin James, avuto dall’imprenditore francese François-Henri Pinault. Nel 2007 è tornata sulle passerelle per Christian Dior ed è diventata testimonial L’Oréal.


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Philipp Plein entra in Billionaire Couture

Philipp Plein, ha acquisito una partecipazione di maggioranza del brand Billionaire Couture, fondato dall’imprenditore Flavio Briatore e da Percassi, dopo il successo commerciale dell’omonimo e celebre locale sulla Costa Smeralda, in Sardegna.

Da giorni, si attendeva conferma delle voci che volevano sempre più vicini il noto fashion designer, alla griffe italiana. Su Instagram, infatti, era comparsa una foto che ritraeva Briatore e Plein, intenti a firmare un contratto, lanciando l’hashtag #wearebuildinganempire.

 

Plein in compagnia di Briatore (fonte philippplein78)

Plein e Briatore firmano gli accordi per Billionaire Couture (fonte philippplein78)

 

 

Ora è tutto chiaro: il designer tedesco, già impegnato nella direzione creativa del suo omonimo brand, metterà a disposizione tutto il suo estro per la maison.

L’obiettivo del team di Billionaire Couture, è trasformare il marchio, nel più esclusivo dei brand maschili nel segmento del lusso.

Nei prossimi 5 anni, è prevista l’apertura di almeno 30 boutique in tutto il mondo e, a partire da giugno,  l’ingresso nel calendario della moda uomo per Billionaire Couture.

 

 

Cover by Terry Richardson

 

Come portare il design a tavola

La tavola per noi italiani è importantissima, il cibo è al centro dei nostri pensieri e la cultura italiana per il cibo è riconosciuta e apprezzata in tutto il mondo.
C’è un’altra cosa, però, per cui siamo riconosciuti ed apprezzati in tutto il mondo: il design.
Ecco 4 stupendi oggetti che uniscono le due grandi passioni italiane.


MI&TI di Giacomini Design


Come portare il design a tavola


Questi bicchieri di Giacomini Design sono fatti per essere usati dalle coppie, presi singolarmente sono semplicemente dei bellissimi bicchieri di design ma uniti formano un nuovo oggetto. Come le migliori coppie insieme danno l’impressione di essere completi. Perfetti per una cena romantica.


Black Pearl di Kaya


Come portare il design a tavola


Queste posate placcate al titanio rifinite in nero non sono solo belle ma sono funzionali (a differenza di molte posate di design che vediamo) e si distinguono dalle altre per le loro curve ergonomiche e le forme armoniche.


Rotation di Landtom


Come portare il design a tavola


Un centro tavola per portare la frutta veramente originale. Discreto e allo stesso tempo incisivo. Attira attenzioni e si può aggiustare a seconda delle necessità in quanto si può allargare e restringere a piacimento. Un must have per le cucine moderne.


Bottle Grinder di Menu


Come portare il design a tavola


Né troppo grandi né troppo piccoli questi macinini per pepe e sale sono eleganti, funzionali e danno una piacevole sensazione al tatto. La macina di per sé è di ceramica e fa il suo lavoro alla perfezione

L’Hitler di Cattelan battuto all’asta per 17 milioni di dollari

“Him”, la statua di cera e resina che raffigura Hitler in preghiera, è stata battuta all’asta di Christie’s a New York, per ben 17 milioni di dollari.

L’opera di Maurizio Cattelan, stimata inizialmente tra i 10 e i 15 milioni di dollari, è stata aggiudicata in poco più di 5 minuti.

Qualche hanno fa, l’artista dichiarò che il dittatore tedesco, gli incuteva pura paura. Raffigurarlo in contemplazione, non fu altro che una provocazione: “Hitler è pura paura. Si tratta di un’immagine di dolore terribile – dichiarò Maurizio Cattelan – Fa male anche solo pronunciare il suo nome. Eppure quel nome ha conquistato la mia memoria, vive nella mia testa, anche se rimane un tabù. Hitler è ovunque, è lo spettro tormentoso della storia; eppure è innominabile, irriproducibile, avvolto in una coltre di silenzio.

Creata nel 2001, l’opera destinata a far riflettere sulla natura del male, ha rischiato di essere distrutta dallo stesso artista padovano, solo qualche anno dopo il suo completamento.

“Him”, suscitò indignazione nell’opinione pubblica internazionale tra le fine del 2012 e l’inizio del 2013 quando, venne esposta nel cuore del ghetto di Varsavia, luogo che ha visto l’uccisione di centinaia di migliaia di ebrei, durante il nazismo.

L’asta, intitolata “Bound to Fail” ha registrato un successo inatteso con un incasso totale di ben 78 milioni di dollari.

 

 

Fonte cover corriere.it

Max Papeschi, prima vende la madre, ora la guerra !

Max Papeschi: The leader is present

Ha già venduto la madre con tanto di cartellino prezzato al collo ed un libro che consiglia come “vendere svastiche e vivere felici”, oggi Max Papeschi vende “guerra” e la sua idea politica !

Inizia così la mostra itinerante “The leader is present” : una messa in scena provocatoria, tipica dell’artista, che lo vede – nella finzione – Ambasciatore del Ministero della Propaganda Sociale e Culturale della Repubblica Popolare Democratica di Corea – titolo insignito da Kim Jong Un in persona – leader del regime totalitario della Corea del Nord !

A diffondere il verbo insieme a Max Papeschi, Amnesty International Italia e artisti di fama internazionale, tra cui Marina Abramovic, Andy Warhol, Damien Hirst, Maurizio Cattelan, Vanessa Beecroft, Piero Fornasetti, Lucio Fontana, Jeff Koons e il misterioso Banksy !

Tutto questo ovviamente fa parte dello stile artistico di Max Papeschi, che utilizza l’ossimoro visivo per promuovere la mostra; è così che si fanno spazio nella città di Milano, bombe mascotte in gomma piuma colorata e modelle con il volto coperto dalla maschera del leader supremo.



 

Satira? Sì, ma per una nobile causa, quella di portare il popolo all’attenzione di un tema molto delicato: la difesa dei diritti umani in un paese dove ancora vengono violati.

Oltre alle opere esposte alla Galleria Silbernagl Undergallery di Milano, una serie di gadget in vendita il cui ricavato andrà devoluto ad Amnesty International, facenti parte del progetto intitolato “Welcome to North Korea” .

La mostra itinerante passerà da Milano (fino al 22 maggio alla Silbernagl Undergallery -Alzaia Naviglio Grande, 4) – per voi volare a Parigi e San Francisco.

In un periodo storico dove le campagne politiche sembrano surrealismo e dove il Papa parla lo slang dei giovani, Max Papeschi ci sorprende ancora con la sua irriverenza e il suo gioco macabro che attira le folle, anche i più ingenui che si aspettano di vedere un Banksy incappucciato il giorno del vernissage.



Quindi R+L=J era vera?

Questa stagione di Game of Thrones è iniziata con il botto e con più “fan service” di quanto ce ne sia mai stato; dopo il risveglio di Jon Snow per mano di Melisandre (come anticipato dai fan) un’altra teoria dei fan è stata confermata: R+L=J.


Una visione di Bran ci porta di nuovo indietro in un momento in cui un giovane Ned e altri suoi compagni del nord stanno combattendo dei cavalieri della guardia reale, tra cui il grande Ser Arthur Dayne, in un posto chiamato la Torre della gioia. L’obiettivo è quello di salvare la sorella di Ned, Lyanna che è tenuta a quanto pare prigioniera in questo luogo.


La guerra è già finita. Robert Baratheon ha già sconfitto l’esercito dei Targaryen. Tywin Lannister ha già tradito i Targaryen e Jamie Lannister ha già ucciso il re folle.
Dayne e i suoi soldati non hanno niente per cui combattere in apparenza. Mandare tutti questi importanti cavalieri a fare da guardia a una donna in una torre sperduta, poi, sembra strano.
La risposta è un bambino, il figlio che principe Targaryen, Rhaegar ha avuto dalla sorella di Ned, legittimo erede al trono e, quindi, minaccia per Robert.


La R+L=J è una teoria che circola da molto tempo e ha sempre sostenuto che Lyanna era alla torre perché era incinta del bambino di Rhaegar. Ned lo trovò e disse che a tutti che in realtà il bambino era un suo figlio bastardo che chiamò Jon.


Neddard fu costretto a comportarsi in questo modo perché Robert, amico di Ned e re, sosteneva che tutti i bambini Targaryen, in quanto eredi legittimi al trono, fossero sui nemici mortali e come tali dovessero essere uccisi. Avevamo avuto un assaggio di questa politica quando Robert e Ned discutono, nella prima stagione, sulla necessità di uccidere Daenerys che in quel momento si trova nella lontana Essos.
Oltretutto Robert, nel sacco di King’s Landing aveva ucciso i due bambini Targaryen che aveva trovato.


Ripensare alla R+L=J ci fa ricordare come anche a Westeros la storia sia scritta dai vincitori. Gli Stark, i Lannister, Renly e Stannis Baratheon hanno combattuto tutti contro i Targaryen. I Tyrell hanno combattuto per i Targaryen.
Secondo i vincitori il reame era in pericolo non solo a causa del re matto ma anche da una azione folle da parte del principe che prima non era matto. Rhaegar, apparentemente senza motivo, rapisce la figlia di una delle casate più nobili di Westeros quando questa era promessa a un altro nobile molto importante.


Questo, probabilmente non è esattamente quello che è successo.
Lyanna potrebbe essere scappata con Rhaegar per amore, nonostante fosse promessa a Robert e i ribelli potrebbero aver sfruttato l’occasione per far partire il loro “colpo di stato” che era già in programmazione da tempo.

Sembrava terrorismo, invece era matematica

Probabilmente chi insegna matematica è abituato a sentirsi dire di tutto: la maggior parte degli studenti non ha in simpatia questa materia. Ma che la matematica venga scambiata per terrorismo, è un evento raro. Eppure è successo al torinese Guido Menzio, professore di economia all’Università della Pennsylvania. Il professore si trovava all’aeroporto di Philadelphia su un volo per Syracuse per tenere un discorso alla Queen’s University di Ontario, in Canada. A bordo dell’aereo dell’American Airlines, in attesa del decollo, stava prendendo appunti cercando di risolvere un’equazione di cui avrebbe parlato durante la conferenza. Il taccuino con segni (per qualcuno!) incomprensibili, insieme ai tratti evidentemente mediterranei dell’uomo,  hanno provocato l’equivoco. Pensando che il professore dai capelli ricci e dalla pelle olivastra fosse un terrorista, la vicina di posto ha scatenato il panico. «La passeggera seduta accanto a me ha chiamato l’hostess e le ha passato un biglietto» ha raccontato il professore quarantenne scambiato per un terrorista. L’aereo, che si trovava sulla pista in attesa del segnale per il decollo, è ritornato al gate e il professor Munzio è stato interrogato da un funzionario al quale ha spiegato l’equivoco.


Niente terrorismo, era solo matematica. Il professore ci scherza su, dispiacendosi per il ritardo del volo provocato dall’assurdo equivoco. «Stavo cercando di risolvere un’equazione differenziale legata a un intervento che dovevo tenere alla Queen’s University di Ontario, in Canada –  ha spiegato – Sarebbe bastato che avessero fatto una rapida ricerca su internet per capire che non ero un terrorista». La donna però non poteva certo immaginare di trovarsi di fronte a un pluripremiato ricercatore della prestigiosa Ivy League, il network che unisce le più importanti università degli Stati Uniti. Il buffo episodio, che si è risolto con un ritardo e qualche grassa risata, rivela però la paura che gli attacchi terroristici hanno ormai instillato in tutto il mondo occidentale.

SPIRITO TEXAN RODEO PER SALAR

Spirito TEXAN RODEO  per la nuova collezione F/W 16/17 del brand italiano SALAR

Nella collezione F/W 2016/17 si riafferma la femminilità audace espressa dal brand italiano SALAR che ci sorprende ancora con il suo design innovativo ed il sapiente utilizzo dei materiali, per una collezione ricca e versatile.

Il connubio dei materiali accentua lo spirito “Texan Rodeo” della collezione che dona alle borse una vena chic-rock di estrema originalità. Pelli lisce e suede, morbidi inserti di pelliccia di volpe, dettagli in cavallino, particolari metal fringes sono solo alcune delle sfaccettature che sono presentate per il prossimo inverno.
La novità di questa stagione sono gli intarsi Marie Rose e Rodeo, speciali applicazioni che richiamano gli abiti dei cowboy in uno stile creativo ed audace. Le troviamo nelle iconiche forme della MIMI e della LOU ma anche nel nuovo romantico modello CUORE che racconta la dolcezza del Rodeo ma sempre con un’anima ribelle accentuata dalle micro borchie.

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LISCA SS’16: AUDACIA, COLORE E UN PIZZICO D’AFRICA

LISCA SS’16: AUDACIA, COLORE E UN PIZZICO D’AFRICA

Come ogni anno, Lisca, noto brand sloveno di underwear e beachwear, famoso nel mondo per la qualità e la raffinatezza della sua offerta, presenta a Milano la nuova collezione di costumi da bagno per l’estate 2016.
Come d’abitudine, la linea “Selection” offre una vasta scelta di bikini, trikini e costumi interi, con tagli audaci e trendy e strutture capaci di valorizzare e modellare le curve femminili.
Eleganza color pastello, colori multivitaminici e motivi floreali sono i protagonisti della stagione, così come il tinta unita più glamour e le stampe animalier più seducenti, come il nuovo motivo ”zebra”. Tutti i modelli sono disponibili in varie combinazioni e corredati da eleganti abiti estivi, tuniche e parei.

Selection – linea Africa 



Selection – linea Barbados



 
La linea “Fashion“, colorata ed elegante, è un omaggio a rarefatte atmosfere estive: il rosa e il verde in varie tonalità, l’azzurro cielo e il blu oltremare sono le sfumature ufficiali della collezione, oltre alla combinazione di arancio e marrone sulle stampe dai temi esotici, come palme e tramonti.
Sofisticati e, al contempo, funzionali, garantiscono perfetta vestibilità e ottimo sostegno per vestire e definire ogni fisico.
Tutta la linea è disponibile in versione mix & match – il che permette di mixare forme, colori e modelli a piacere, alla ricerca del costume perfetto per ogni donna – ed è completata da parei, tuniche trasparenti e kaftani in stile “LadyLike”.

 
Cheek by Lisca è la scelta perfetta per gli spiriti più giovani e attivi: glitter scintillanti effetto shimmering, tagli laser, geometrie etniche e fantasie bidimensionali danno un’allure maliziosa alla collezione. Il design innovativo, come nel reggiseno push-up senza ferretto o in quello con le coppe removibili, denota, inoltre, una particolare attenzione alle esigenze di chi predilige uno stile di vita active.

 

Cheek by Lisca 

Glam-ma: ha ottant’anni, la regina del contouring

Livia, è l’emblema della bellezza che non conosce età. Il suo volto oramai segnato dalle rughe, sta facendo il giro del mondo. A ottant’anni, insomma, l’anziana donna sta vivendo un momento di popolarità sul web.

Il merito è tutto (o quasi) di sua nipote che l’ha incoraggiata a prestare il suo volto, per un esperimento che ha avuto risultati davvero eccellenti: la tecnica del contouring, sta bene davvero a tutte!

 

Con la tecnica del contouring, l'ottantenne Livia ha una pelle levigata (fonte glamourmagazine.co.uk)

Con la tecnica del contouring, l’ottantenne Livia ha una pelle levigata (fonte glamourmagazine.co.uk)

 

 

Un gioco chiaroscurale sul viso per un effetto 3D. Un trucco che, come in un gioco di prestigio, nasconde i punti deboli del volto, per scoprire i tratti migliori.

Tea Flego, si è dimostrata una perfetta “prestigiatrice”:l volto di nonna Livia, appare levigato, rimpolpato e ringiovanito.

Glam-ma (così viene oramai soprannominata Livia), posando per sua nipote, incoraggia le donne a prendersi cura del proprio corpo a qualsiasi età e,dalla sua casa di riposo, si dice entusiasta di tanto successo.

 

 

 

Fonte cover lagosmarket.com.ng

Candice Bergen spegne 70 candeline

Spegne oggi settanta candeline Candice Bergen. Attrice hollywoodiana ed ex modella, la sua fama internazionale inizia nei lontani anni Sessanta. Fulgida stella della moda e del cinema, una lunga e prolifica carriera, dall’Oscar sfiorato alla sua interpretazione in Sex and the City, Candice Bergen è uno dei nomi più noti di Hollywood.

Una bellezza algida per cui è stata spesso paragonata a Grace Kelly, la bionda Candice negli anni Sessanta era soprannominata “la principessa di ghiaccio”. Immortalata su riviste del calibro di Vogue, Playboy, LIFE ed Esquire, ha posato per i più grandi fotografi del mondo, da Henry Clarke a Bert Stern.

Candice Patricia Bergen nasce a Beverly Hills il 9 maggio 1946. Figlia d’arte, suo padre Edgar Bergen era un conduttore radiofonico, mentre la madre, Frances Bergen, un’ex modella ed attrice. Bellezza teutonica ma al contempo sofisticata, nelle vene della bionda Candice scorre sangue svedese. La piccola cresce a pane e spettacolo; il debutto arriva a soli sei anni, nello show paterno. A nove anni fa un provino per il programma The Mickey Mouse Club, dal momento che il padre è intimo amico di Walt Disney. Frequentano casa Bergen nomi del calibro di James Stewart, Gregory Peck, Judy Garland. Candice studia nelle più rinomate scuole per ragazze, dalla Harvard-Westlake, a Los Angeles, alla Cathedral School, a Washington D.C., fino alla Montesano School, in Svizzera. Ma i risultati non sono all’altezza delle aspettative dei genitori: la ragazza appare ribelle e poco dedita allo studio, attività alla quale preferisce la carriera di modella.

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Candice Patricia Bergen è nata a Beverly Hills il 9 maggio 1946



Candice Bergen ritratta da Bert Stern per Vogue, 1967

Candice Bergen ritratta da Bert Stern per Vogue, 1967



Candice Bergen ritratta da Bert Stern per Vogue, 1 luglio 1970

Candice Bergen ritratta da Bert Stern per Vogue, 1 luglio 1970



L'attrice in uno scatto del 1965

L’attrice in uno scatto del 1965



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Candice Bergen ottiene da giovanissima un contratto come modella con l’agenzia Ford



circa 1967:  American actor and model Candice Bergen.  (Photo by Hulton Archive/Getty Images)

Candice Bergen in uno scatto del 1967 (Foto: Hulton Archive/Getty Images)



Dopo aver lasciato l’Università della Pennsylvania, dove viene incoronata Miss, si dedica alla moda a tempo pieno e firma un contratto con la celebre agenzia Ford. Viso pulito ed impressionante fotogenia, Candice Bergen incarna alla perfezione la bellezza anni Sessanta. Esteta e appassionata di fotografia, la giovane adora le fotografie dell’artista Margaret Bourke-White che firma i servizi fotografici per la rivista LIFE. Grazie ai guadagni ottenuti come modella, acquista delle attrezzature per dedicarsi alla sua passione. Amica dell’attrice Christine Kaufmann, uno dei suoi primi amori è il produttore musicale Terry Melcher, con il quale convive a Bel Air nella stessa casa dove, nel 1969, vivranno Roman Polanski e sua moglie Sharon Tate, teatro del massacro ad opera di Charles Manson.

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Bellezza glaciale e sofisticata, Candice Bergen compare su Vogue, Life e molti altri magazine



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L’attrice su LIFE Magazine



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La fotografia era tra le passioni giovanili della bella Candice Bergen



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L’attrice e modella è stata legata sentimentalmente al Segretario di Stato Henry Kissinger



1969

Candice Bergen nel 1969



Il debutto sul grande schermo avviene nel 1966, quando prende parte a Il Gruppo e Quelli della San Pablo, accanto a Steve McQueen. Tenta i provini per il ruolo di Elaine Robinson ne Il laureato (1967) di Mike Nichols, ma al suo posto viene scelta Katharine Ross. Sarà diretta da Nichols in Conoscenza carnale, dove recita accanto a Jack Nicholson. Ottiene la fama mondiale con Soldato Blu. Intanto la sua vita privata è oggetto di gossip sfrenato: negli anni Settanta si fidanza con il segretario di stato Henry Kissinger. Sfiora un Oscar come migliore attrice non protagonista nel 1979, ma quell’anno vince Meryl Streep per Kramer contro Kramer. Femminista e temeraria, è stata la prima donna a condurre come ospite il celebre show televisivo “Saturday Night Live”. Moglie e madre esemplare: nel 1980 convola a nozze con il regista Louis Malle, da cui ha la figlia Chloe, nata nel 1985. Ma quando il marito si ammala di cancro, lei pur di stargli vicino si prende una pausa dal mondo del cinema, dove fa ritorno nel 1995, a seguito della scomparsa di quest’ultimo. Dal 2000 è sposata con il magnate newyorkese Marshall Rose.

Candice Bergen, 18, Beverely Hills, Calif., daughter of comedian Edgar Bergen, smiles at her reflection as she poses after being names Miss University of Pennsylvania in ceremonies in Philadelphia Nov. 9, 1963. (AP Photo)

Una diciottenne Candice Bergen sorride dopo l’incoronazione come Miss alla University of Pennsylvania, Philadelphia, 9 novembre 1963. (AP Photo)



Foto Corbis

Candice Bergen ha incarnato la bellezza anni Sessanta e Settanta (Foto Corbis)



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Tante le pellicole interpretate dalla bionda Candice Bergen, tra le quali Conoscenza carnale e Soldato Blu



Con Mikhail Baryshnikov in "Sex and the City"

Con Mikhail Baryshnikov in “Sex and the City”



Nel 1985 il debutto a Broadway nella commedia nera Hurlyburly dove sostituisce Sigourney Weaver. Nel 1988 recita come protagonista sul piccolo schermo nella serie Murphy Brown, nei panni di una cinica conduttrice televisiva, ruolo per cui vincerà cinque Emmy Awards e due Golden Globe. Nel 2000 recita in Miss Detective, accanto a Sandra Bullock; nel 2002 in Tutta colpa dell’amore, con Reese Witherspoon; nel 2003 in Matrimonio impossibile con Michael Douglas. Dal 2005 al 2008 ha recitato nel serial televisivo Boston Legal. Glaciale come sempre e antipatica, la ritroviamo in Sex and the City nei panni della direttrice di Vogue, Enid Mead, ruolo che sembra cucito su misura per lei.


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Il web tossico

Il web offre straordinarie opportunità di comunicazione, disintermediazione, organizzazione.
 Questa caratteristica di “strumento di opportunità” tuttavia non è priva di rischi, proprio perché la disintermediazione preclude quello strumento di verifica della notizia – nel bene e nel male, e talvolta costituendo un limite alla conoscenza – che stava alla base dell’informazione, che non va dimenticato costituisce anche il fondamento delle democrazie, contribuendo a formare una coscienza consapevole, sulla cui base – almeno in teoria – si forma la coscienza civica e quindi un voto consapevole.


Alle vecchie forme di comunicazione, generalmente unidirezionali, orientate da uno schermo verso il pubblico quanto da un foglio di carta stampato ai lettori, il web affianca oggi un canale interattivo, in cui almeno in teoria ciascuno può essere creatore di contenuti – e quindi di informazione – e può contemporaneamente interagire, condividendo, citando, commentando, contenuti altrui.


Questa forma di partecipazione è certamente positiva, come ogni forma di disintermediazione, perché avvicina il cittadino all’eletto, il candidato agli elettori, il media tradizionale ai lettori.
Un’osmosi che può generare plusvalore, può migliorare la qualità dei messaggi e dei contenuti, e può far scoprire mondi e micromondi sino a ieri sconosciuti, degni di spazio e rappresentanza.


Ma il web non è privo di rischi di natura diametralmente opposta.
Essendo uno strumento editoriale, che genera introiti – spesso rilevanti quanto non sempre trasparenti – e vive di accessi, visite, click, genera anche tutte le patologie legate all’uso di “qualsiasi strumento utile” a generare questi accessi, e quindi incassi.


Andrea Coccia su Linkiesta ha scritto un interessante articolo dal titolo “fenomenologia del click baiting”. 
”Una delle strategie più funzionali all’accumulo di pagine viste sono i contenuti che vanno sotto il nome di click bait, letteralmente “esche da click”, studiati apposta per dare il meglio sul circuito dei social network e la cui missione è diventare virali, incuriosire il lettore, ottenere il maggior numero di click. Quindi, attenzione: il click baiting riguarda la forma, non il contenuto.
Si tratta di un fenomeno diffusissimo. Chiunque di noi abbia un account su un social network — Facebook e Twitter soprattutto — ne noterà decine ogni giorno e spesso, abboccando, ci cliccherà. Attenzione però, perché non tutti i contenuti click bait sono della stessa pasta.
Reinterpretando Hegel, potremmo dire che la notte dell’informazione online, infatti, è popolata da vacche di tutti i colori e di tutte le forme: si va da contenuti ad alto tasso informativo che del clickbait hanno solo la forma, pensata apposta per rendere più accattivante il contenuto, fino a contenuti a tasso informativo pari a zero e, negli ultimi tempi, sempre di più di cattivo gusto.


A fine novembre del 2013, Bryan Goldberg ha pubblicato un articolo molto interessante che si intitola Viral content is going to be a terrible business model.
Goldberg individua almeno due caratteristiche dei contenuti virali e acchiappa click che potenzialmente li rendono, alla lunga, inefficaci: la prima caratteristica è loro totale genericità, ovvero la loro sostanziale incapacità di attirare un pubblico compatto e riconoscibile, fattore che, quando vendi uno spazio pubblicitario, non è certo di secondo piano.
Posto che la strategia più efficace per accumulare un numero sufficiente di pagine viste sia produrre contenuti leggeri, virali e acchiappa click, un sito di news che porterà avanti questa strategia, pur riuscendo a ottenere ottimi risultati in termini di pagine viste, attrarrà per forza un pubblico qualitativamente variegato, tanto variabile e aleatorio da somigliare, agli occhi degli investitori, più a una folla casuale di persone poco identificabili che a un pubblico compatto e definito di potenziali clienti.


Tutto questo attiene al mondo del web in generale, ai siti di informazione, a quelli di produzione di notizie e contenuti.
Tuttavia questo fenomeno spesso tracima dai confini dei siti web e dai contenuti, e finisce con il diventare modello di comunicazione, anche politica.
Perché un assioma della comunicazione web 2.0 vede nelle visite ai siti e nei fan, e nei follower, e nei commenti, e nelle condivisioni, una strana simmetria in termini di consenso politico, di voti, di leadership.


La “comunicazione politica tossica”, inteso come quell’insieme di casi in cui il messaggio, la sua organizzazione, e la sua viralizzazione, e le dinamiche di gruppo nei social network, determina da un lato una falsa percezione del consenso, e dall’altro tendono ad una vera e propria manipolazione, della realtà e delle persone.
La politica ma che si intreccia con il mondo dell’informazione proprio perché – con i nuovi strumenti di comunicazione di massa – è sempre più diventata anche uno spettacolo massmediale, finendo con il condividere regole e metriche tipiche degli show, seguendo l’audience e la telegenia, subendo il condizionamento di ciò che fa alzare o meno lo share.
Ed anche la cd. webreputation non sfugge a questa deformazione, attraverso la lettura di dati di accessi, letture e condivisioni come metrica del consenso politico.
Con tutte le implicazioni patologiche del caso, soprattutto quando i dati – come sin troppo spesso e massicciamente avviene – sono dopati.


L’ho definita comunicazione tossica perché, proprio come un virus, si diffonde nel web contaminando comunità, persone e ambienti, spesso inconsapevolmente.
La caccia al numero di fan e follower, quanto il valore kloud, piuttosto che il numero di visite al proprio sito finiscono con l’essere l’unico obiettivo da perseguire, a costo e scapito dei contenuti, della riflessione, del progetto politico, del programma e dei valori. Spesso anche a discapito della coesione della propria comunità.


La cura – se c’è – a questo virus passa necessariamente per la consapevolezza: prendere atto della malattia, degli effetti che questa genera, del come deforma la società, la sua sintassi, i suoi valori.
Come il network-marketing che negli anni ottanta ha trasformato i “nostri amici” in “contatti commerciali e clienti”, così il “social networking” politico rischia di farci percepire le persone in base al numero di amici, in base alla numerosità dei gruppi, finendo con il considerare queste cose come “seguito e merito politico” e come valore.
Perché in definitiva, il rischio, è che il web da strumento utile per la comunicazione, disintermediazione ed organizzazione della società e della politica, finisca con il deformare e trasformare – inconsapevolmente – non solo la comunicazione, ma anche il rapporto con la politica e l’organizzazione della società.

Look of the day – Down with love

In “Down with love” (“Abbasso l’amore”) film diretto da Peyton Reed, una scrittrice femminista pubblica un libro sulla battaglia tra i sessi e l’avversione all’amore, fino a quando un uomo di grande fascino le farà cambiare idea.

La commedia americana è ambientata negli anni ’60 dai colori pastello e fanno da sfondo una serie di costumi di grande fattezza ed eleganza.

Qui riprendiamo quel gusto vintage che oggi torna di moda, ispirandoci al film, a partire dai turbanti che adornano il capo. Per le appassionate del genere, consigliamo la boutique vintage “Sine Modus” sita a Milano che propone capi sartoriali ed una infinita serie di turbanti creati con preziosi tessuti e personalizzabili.


(alcune foto prese da TrendForTrend)

Chanel. “Obra en Proceso / Work in Progress” in mostra all’Avana

La cruise collection 2017, presentata qualche giorno fa all’Avana, è stata un evento globale.

Una parata di celebs, invitate ad ammirare il défilé di Chanel che, per la prima volta dalla sua fondazione,  ha dato la possibilità di aggregare diverse centinaia di persone in viale Paseo del Prado, per guardare la collezione.

Presentare una figura complessa come Karl Lagerfeld, è veramente difficile, soprattutto quando di volta in volta, stupisce meravigliosamente con le sue idee, con la sua visionaria realtà dell’arte che cova nottetempo.

 

"Obra en Proceso / Work in Progress" la mostra di Karl lagerfeld a Cuba ((fonte musemagazine.it)

“Obra en Proceso / Work in Progress” la mostra di Karl lagerfeld a Cuba ((fonte musemagazine.it)

 

 

Se a Cuba si respira aria di cambiamento, forse è anche grazie all’apporto di kaiser Karl, che ha ridato una nuova “veste” all’Avana omaggiandone la sua bellezza, attraverso una collezione che respira l’allure della capitale cubana.

Spenti i riflettori sulla cruise collection 2017, in città si avverre ancora la presenza dello stilista tedesco con la mostra  “Obra en Proceso / Work in Progress”, alla Factoría Habana Art Gallery.

 

Paesaggio, moda ed architettura: la mostra esplora le passioni di kaiser Karl ((fonte marieclaire)

Paesaggio, moda ed architettura: la mostra esplora le passioni di kaiser Karl ((fonte marieclaire)

 

 

L’esposizione si sviluppa analizzando l’estro creativo di Karl, che tocca le principali passioni del designer: la moda, i paesaggi e l’architettura.

200 scatti sviluppati attraverso svariate tecniche, che mostrano tutta l’eleganza e la creatività di Lagerfeld.

La mostra, inaugurata subito dopo lo show, resterà aperta fino il 16 maggio c.m.

 

 

 

Fonte cover mam-e.it

 

 

 

Chi è Sadiq Khan, il nuovo sindaco di Londra

“Strada per Strada, da sinagoga a moschea, da chiesa a gurdwara”.
Sintetico ed efficace è stato questo il messaggio, più che slogan, che Sadiq Khan è riuscito a mandare alla popolazione londinese.
Un messaggio che ha fatto si che oltre un cittadino su due lo votasse, portandolo a diventare sindaco al primo turno.


Un messaggio sociale ma anche politico molto forte, in un anno in cui la popolazione britannica ha attraversato le elezioni politiche, il referendum sull’indipendenza della Scozia e in cui si appresta a votare quello sulla cosiddetta Brexit dall’Unione Europea.
Soprattutto in un’epoca in cui l’Europa dei popoli, di Schengen, delle frontiere aperte, vede riaffiorare sentimenti nazionalisti e spesso xenofobi (quando non addirittura neo-nazisti).


Sadiq Khan fa il suo giuramento da sindaco in una chiesa anglicana – la chiesa “di Stato” britannica al cui vertice c’è la corona inglese – e lo fa attorniato da amici, rappresentanti di tutte le maggiori comunità religiose della città che condivide con New York il record di maggiore interculturalità e multirazzialità ed etnicità del mondo intero.
Un messaggio unificante per la sua città, per le comunità che la popolano e rendono tra le capitali più vive del mondo, in cui meno del 20% della popolazione è “britannica da tre generazioni”.


Sadiq Khan si candida ad essere “il musulmano più influente d’Europa”, e questo ha almeno tre ripercussioni potenti. La prima per l’Inghilterra, che si colloca nuovamente come faro in Europa, capace di mostrare un modello multietnico vincente. La seconda verso l’Europa xenofoba che ha spesso visto nel referendum scozzese e in quello sulla Brexit una “via da seguire”, e che oggi si ritrova a dover gestire questo messaggio. La terza riguarda il mondo musulmano, e le parti più radicali ed estremiste, che oggi oltre alla via dell’Isis, hanno la via londinese come contraltare di integrazione.


La campagna elettorale con il conservatore Zac Goldsmith, è stata una sorta di favola: “il buono, figlio di immigrati proveniente dalla working class, sconfigge il cattivo, ricco rampollo di una famiglia aristocratica inglese”.
Una favola inglese quasi quanto lo fu quella di Diana.
Ha criticato il gap sociale, sostiene la costruzione di case popolari e intende bloccare l’aumento dei costi dei trasporti pubblici di Londra, città con la metropolitana più cara d’Europa, ma anche in cui il servizio pubblico è alla base della mobilità, dell’economia e se vogliamo anche dell’integrazione. Origini pachistane, quinto figlio di un autista di bus e di una sarta, Sadiq Khan succede dopo otto anni a quel Boris Johnson che si candida contro Cameroon alla guida del partito conservatore.
In una Londra con seri problemi di alcolismo diffuso, specie tra i giovani, alla domanda “cosa fare per l’alcol durante le Olimpiadi” l’ex sindaco rispose “è un problema, ma per quella data faremo scorte”.


Accusato di presunto estremismo religioso, dal suo rivale, ha risposto con fermezza “Sono musulmano, britannico, europeo, laburista, avvocato, padre. Ho amici di tutte le religioni e amo Londra perché le rispetta tutte”. Ha spiegato il perché secondo lui la Gran Bretagna debba restare in Europa .
Mentre i cugini americani discutono le tesi di Trump, Sadiq Khan è la risposta inglese, e sostanzialmente vorremmo fosse la risposta europea, a quel modello. Che è di oltre Atlantico, ma anche di parte importante di pesi e regioni europee.

Lo stile di Gaia Repossi

Lunghi capelli biondi, una bellezza aristocratica e algida, Gaia Repossi è l’ultima fashion icon. La giovane erede dell’impero dei gioielli, nata a Torino nel 1986, si è imposta negli ultimi anni come icona di stile tra le più ammirate al mondo. Regina indiscussa dello street style, immortalata sui magazine patinati più prestigiosi al mondo, la bella Gaia è presenza fissa nel front row delle sfilate. La designer non smette di mietere successi e consensi, anche per i suoi look iconici. Qui un pezzo dedicato ai suoi gioielli.

Il suo è uno stile fresco ma sofisticato, futurista ma intriso di eleganza classica, in cui predominano grinta e personalità: due anni or sono grazie alla sua eleganza effortlessy-chic veniva incoronata dal Financial Times come una delle italiane più eleganti al mondo, ex aequo con la vulcanica fashion editor Giovanna Battaglia. Ma la bionda Gaia da allora ha vissuto una vera e propria escalation nel segno dello stile, che l’ha sdoganata come trendsetter dal gusto impeccabile.

La it girl, figlia del gioielliere Alberto Repossi, è cresciuta tra Montecarlo e Parigi. Dopo una laurea in Belle Arti e due master in Archeologia ed Antropologia, nel 2007 la giovane Gaia prende le redini del brand di famiglia, che rivoluziona radicalmente: la ragazza ha grinta da vendere, non si è lasciata intimorire dal bagaglio storico della maison, che ha impreziosito con tocchi dal sapore tribal e suggestioni punk.

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Gaia Repossi è nata a Torino nel 1986



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La giovane ha ereditato l’impero dei gioielli dal padre Alberto



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Studi di archeologia alle spalle, ad appena 21 anni Gaia è diventata direttore creativo di Repossi



Alla sfilata Céline

Gaia Repossi alla sfilata Céline



Chanel, 2013

Alla sfilata Chanel nel 2013



In Balenciaga

Gaia Repossi in Balenciaga



Charme innato, la biondissima Gaia appare impeccabile anche con un semplice paio di jeans. Eleganza disinvolta che non lesina in capi vintage, che abbina con straordinario gusto a tocchi di design contemporaneo. Chanel, Céline, Alexander Wang tra i suoi designer prediletti. Pulizia, sobrietà e minimalismo caratterizzano uno stile sobrio e minimal-chic. Pantaloni capo principe del suo guardaroba, ad evidenziarne la silhouette, ma anche capi dalle proporzioni ampie e teatrali. Black and white e contrasti forti predominano la palette cromatica di un guardaroba che predilige pochi pezzi iconici e strutturati.

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La designer alla Paris Fashion Week



Gaia Repossi dopo la sfilata Louis Vuitton (Foto Getty/Petroff-Dufour)

Gaia Repossi dopo la sfilata Louis Vuitton (Foto Getty/Petroff-Dufour)



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Gaia Repossi è un’icona di stile e trendsetter, incoronata dal Financial Times come l’italiana più elegante al mondo



(Vogue)

Uno stile minimal-chic tra camicie strutturate e capi iconici (Foto tratta da Vogue)



Gaia Repossi nel parterre di una sfilata Dior (Foto Elle.fr)

Gaia Repossi nel parterre di una sfilata Dior (Foto Elle.fr)



Gaia Repossi alterna con disinvoltura il blazer dal taglio sartoriale e dalle suggestioni vintage al tocco modernista di capi strutturati. Perfetta in camicia sartoriale, la vediamo spesso indossare capispalla in pelle e trench dall’appeal disinvolto. Lo stesso equilibrio tra passato e presente è evidente nei suoi gioielli. Tra le sue fan spiccano nomi del calibro di Emma Watson e Chloë Sevigny. Gaia vive tra Parigi e New York ed è fidanzata con un l’artista Jeremy Everett.


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LOOK OF THE DAY: BREAKFAST AT TIFFANY’S

Ci sono film che sono entrati di diritto nell’immaginario collettivo, contribuendo a sdoganare fashion trend divenuti evergreen. Colazione da Tiffany, celebre pellicola del 1961 diretta da Blake Edwards e tratta dall’omonimo romanzo di Truman Capote, è forse il film più amato da tutte le donne: lo stile senza tempo della protagonista, Holly Golightly, mirabilmente interpretata dall’indimenticabile Audrey Hepburn, ha incantato intere generazioni.

La splendida attrice, che solo pochi giorni fa avrebbe compiuto 87 anni (qui un pezzo a lei dedicato) è stata una delle icone di stile più amate nella storia: impossibile dimenticare i fantastici outfit indossati nel film, frutto del sodalizio artistico tra Audrey Hepburn e Hubert de Givenchy, celebre stilista che veste la diva nella pellicola in questione.

Copiare lo stile iconico della protagonista di Breakfast at Tiffany’s non è così difficile: must have irrinunciabile è il tubino nero. Capo principe del guardaroba femminile, il “little black dress” (o LBD) si può indossare in tutte le occasioni, dal giorno alla sera. Audrey Hepburn nel film lo abbina a lunghi guanti neri in raso, occhiali da diva, perle all over e, dulcis in fundo, coroncina in testa. Perfetto per un look sofisticato, il LBD è un capo passepartout, che si abbina facilmente ad un trench doppiopetto dalle linee classiche e a scarpe flat o con tacco basso. Suggestioni vintage dominano l’outfit, perfetto per ogni occasione. Charme, fascino e mistero caratterizzano lo stile ispirato ad Holly Golightly: tripudio di femminilità e grazia nella scelta degli accessori, dai gioielli alle scarpe. Un look perfetto sia per il giorno che per la sera, versatile e dinamico, a seconda degli accessori da abbinare.

Audrey Hepburn in Givenchy nel film "Colazione da Tiffany" (1961)

Audrey Hepburn in Givenchy nel film “Colazione da Tiffany” (1961)





(Cover Trendfortrend.com)


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Christian Louboutin lancia l’ Africaba Tote Bag

Africaba Tote bag, rappresenta tutto Il meglio che la moda possa offrire. Dalla mente eclettica, visionaria e creativa del maestro Christian Louboutin, nasce una borsa solidale, che offre la possibilità alle donne africane  e ai loro figli, di ricevere un educazione tale che possa consentire loro di giungere alla tanto desiderata indipendenza.

 

Christian Louboutin e Valérie Schlumberger presentano l'Africaba Tote bag (fonte christianlouboutin.com)

Christian Louboutin e Valérie Schlumberger presentano l’Africaba Tote bag (fonte christianlouboutin.com)

 

 

Il progetto, vede anche il supporto di Valérie Schlumberger e dell’associazione La Maison Rose che hanno messo a disposizione tutto ciò che era indispensabile per la riuscita della missione.

Africaba Tote Bag è una maxi shopper dai vivaci colori e stampe di evocazione africana. I ricami, desunti dall’arte del ricamo senegalese, sono l’anima del progetto: floreali e tribali, suscitano serenità e felicità.

 

L'Africaba tote Bag ha i colori dell'Africa

L’Africaba tote Bag ha i colori dell’Africa

 

 

La borsa, che conserva tutto il savoir-faire del Made in Italy, si fregia il simbolo della maison, cucito sul davanti.

Presentata qualche giorno fa, all’interno de Le Comptoir Général a Parigi, l’Africaba Tote Bag potrà essere acquistata sull’e-commerce di Christian Louboutin e in alcune boutique selezionate; il 10% del prezzo di listino, verrà devoluto al progetto.

 

 

 

Fonte cover hashtaglegend.com

Il cambio di potere in Turchia farà peggiorare la crisi dei migranti?

La lotta per il potere tra il primo ministro turco Ahmet Davutoğlu e il presidente Recep Tayyp Erdogan ha raggiunto la sua inevitabile conclusione: Davutoğlu ha presentato le sue dimissioni. L’AKP, il partito di Davutoğlu e Erdogan terra un congresso straordinario il 22 maggio per eleggere il suo leader e il capo dell’esecutivo. Davutoğlu ha confermato che non sarà disponibile a essere candidato.


La transizione sembra essere stata tranquilla ma avrà un grande impatto sulle relazioni con l’Europa e gli Stati Uniti.


Il cambio al vertice in Turchia è avvenuto in un momento assai inopportuno: giusto un giorno prima la Commissione europea aveva dato il via libera (condizionato) alla libertà per i visti dei cittadini turchi in Europa premiando gli sforzi di Ankara nel raggiungere tutti i 72 obiettivi necessari per togliere l’obbligo al visto.


Di importanza cruciale era il criterio secondo cui lo stato avrebbe dovuto cambiare le sue regolamentazioni anti-terrorismo in linea con quelle europee e quindi con la giurisprudenza della Corte europea per i diritti umani. La Turchia necessitava, inoltre di avere delle corti e delle legislazioni che fossero compatibili con quelle europee. Essendo uno stato sotto costante minaccia di terrorismo, dal PKK a Daesh la Turchia non era mai riuscita a uniformarsi.


Con il cambio di potere a Ankara sarà sempre più difficile per i turchi raggiungere questi obiettivi. Erdogan è sempre stato meno possibilista di Erdogan riguardo l’adeguamento delle norme anti-terrorismo. Le differenze tra i due sulla questione sono state sempre più visibili fino al recente caso degli accademici pacifisti.


Molti accademici hanno firmato una petizione per far cessare la violenza nel sudest della Turchia e molti di loro sono stati perseguiti penalmente e qualcuno addirittura incarcerato con l’accusa di sostenere il PKK.
Erdogan ha fortemente sostenuto il perseguimento degli accademici e ha sostenuto che la legge anti-terrorismo dovrebbe essere emendata per comprendere accademici, scrittori e giornalisti. Con una posizione come questa sarà molto difficile che la Turchia cambi le sue leggi per venire incontro ai requisiti europei ora che Erdogan è rimasto l’unico uomo forte dell’AKP.


Un’altra richiesta chiave della Commissione riguarda la legislazione riguarda la protezione dei dati. Bruxelles chiede più indipendenza della commissione preposta alla protezione dei dati e più limiti per l’accesso degli stessi da parte delle autorità. Questo porterà alla necessità di leggi sulla trasparenza dei servizi di intelligence che sembrano molto lontane dalle volontà di Erdogan.


Se tutti i 72 obiettivi non saranno raggiunti la Commissione sarà irremovibile e la richiesta turca non raggiungerà mai la commissione parlamentaria competente.
Così a poche ore dal via libera la questione sembra più bloccata di prima.
La Turchia da parte sua ha minacciato la fine del programma di riammissione dei rifugiati in caso di problemi con la libera circolazione. La Turchia, insomma, minaccia di lanciare la bomba migranti ma l’EU non ha intenzione di cedere. Ulteriormente.

Alessandra Facchinetti lascia Tod’s

Alessandra Facchinetti ha detto addio a Tod’s, dopo una breve ma intensa parentesi lavorativa che l’ha vista per tre anni, direttore creativo della maison fiorentina.

La decisione, pare sia stata presa da ambe le parti, dopo una lunga riflessione.

Con un diploma conseguito all’Istituto Marangoni di Milano, la Facchinetti si è subito lanciata a capofitto nella moda, prestando la sua creatività a Miu Miu nel 1994 ed in seguito a Gucci e Moncler dove rivisita il celeberrimo piumino.

 

La collezione SS 2009 Valentino by Facchinetti, è stato un flop (fonte immagine marieclaire)

La collezione SS 2009 Valentino by Facchinetti, è stato un flop (fonte immagine marieclaire)

 

 

Una breve ma intensa esperienza lavorativa, giunge nel 2007, quando Valentino Garavani le offre la direzione creativa di Valentino. Il rapporto tra le due parti si concluse  “a seguito di disallineamenti con la visione aziendale”; al suo posto, sopraggiungono il duo di stilisti Maria Grazia Chiuri e Pier Paolo Piccioli.

Nel 2011, viene ingaggiata dal marchio Pinko, realizzando la linea “Uniqueness” con capi disponibili immediatamente online.

 

Per Tod's, la Facchinetti ha disegnato una donna elegante e garbata (fonte styleandfashion.blogosfere.it)

Per Tod’s, la Facchinetti ha disegnato una donna elegante e garbata (fonte styleandfashion.blogosfere.it)

 

 

Ringrazio Alessandra Facchinetti  per il suo contributo dato al marchio Tod’s. Abbiamo pensato molto a questa decisione e siamo arrivati a questa conclusione dopo una lunga conversazione”, ha dichiarato il patron del marchio, Diego Della Valle.

Allo stesso modo, la stilista ha così commentato il suo addio al marchio: “Mi concentrerò su altri progetti che avevo lasciato da parte per potere seguire il mio ruolo da Tod’s. Sono onorata per aver lavorato in questa straordinaria azienda di famiglia che ha da sempre messo la qualità, il fatto a mano e l’eccellenza al centro delle sue attività”.

 

 

 

 

Fonte cover thestories.theluxer.com

 

 

 

 

 

 

Gucci firma una capsule collection per Net-a-porter

Ambientazione bucolica in chiave vintage. L’evoluzione di Alessandro Michele per Gucci non tende ad arrestarsi. La maison italiana, sigla una collaborazione con la boutique online Net-a-porter attraverso una capsule collection composta da 20 pezzi tra abiti ed accessori.

 

L'iconica Dionysus bag rivista per Net-a-porter (fonte telegraph.co.uk)

L’iconica Dionysus bag rivisitata per Net-a-porter (fonte telegraph.co.uk)

 

Slipper in stampa rose garden (fonte telegraph.co.uk)

Slipper in stampa rose garden (fonte telegraph.co.uk)

 

 

Alessandro Michele, alla sua prima mini collezione, rivisita una vecchia stampa rose garden risalente al XIX secolo. I prezzi non sono del tutti proibitivi. Il cliente potrà acquistare un cardigan a 1470 sterline, un paio di slipper a 410 sterline o l’iconica Dionysus bag a 1110 sterline.

Il  lancio della collezione sulla piattaforma (previsto per il 12 maggio prossimo), sarà anticipato da una speciale campagna, completa di un mini film diretto dal fotografo Tom Craig.

 

Il cardigan è uno dei 20 pezzi disegnati da Alessandro Michele per Net-a-porter (fonte telegraph.co.uk)

Il cardigan è uno dei 20 pezzi disegnati da Alessandro Michele per Net-a-porter (fonte telegraph.co.uk)

 

 

Per chi intendesse acquistare le creazioni di Michele per Gucci, l’e-commerce londinese invita i clienti ad iscriversi anticipatamente ad una lista per non perdere l’occasione di portarsi a casa un pezzo della collezione che si prevede sarà sold out nel giro di poche ore.

 

 

Il caso Fortuna e le colpe degli degli adulti

Sono giorni che “va in onda” il caso di Fortuna, e la prima cosa che suona stonata sono “le parole” della cronaca, parole scelte per farci meno male.
Fortuna è una bambina ammazzata (usiamola questa parola) perché – dopo tante altre volte – si sarebbe rifiutata di subire un nuovo stupro (usiamo anche questa di parola), invece di “sarebbe morta” e avrebbe “subito violenza”. 
Perché se no non si capisce, se no è troppo blando, ovattato, quasi neutro e quotidiano.


Invece no, questa bambina è stata uccisa, ammazzata, buttata giù da un balcone, perché si sarebbe rifiutata di essere ancora una volta stuprata.
Ecco, quando abbiamo compreso questo, ci viene in mente la fragilità dei bambini, la loro debolezza ed incapacità di opporsi. E invece no, è tutto il