Archive for luglio, 2016

Addio a Marta Marzotto, indimenticabile icona di stile

Si è spenta oggi, all’età di 85 anni, Marta Marzotto. Regina incontrastata della mondanità, ex modella, stilista ed indimenticabile icona di stile, la contessa Marta Marzotto ha vissuto una vita romanzesca, ricca di eccessi, amori tormentati e talvolta scandalosi, come la relazione con il pittore Renato Guttuso, di cui fu musa. La sua è la parabola di una giovane cenerentola che dalle risaie diviene regina del jet set internazionale. Una leggenda, un’istituzione: con lei se ne va un pezzo di storia.

L’annuncio della sua scomparsa è stato dato su Twitter dalla nipote Beatrice Borromeo. «Ciao nonita mia», queste le parole della nipote, che accompagnavano la foto di una giovane e sorridente Marta Marzotto. I figli e i nipoti la ricordano come una donna allegra e generosa fino alla fine.

All’anagrafe Marta Vacondio, era nata a Reggio Emilia il 24 febbraio 1931 in una famiglia umile: il padre è un casellante delle ferrovie, la madre una mondina. I primi anni della sua vita la bella Marta li trascorre in Lomellina: è qui che, ancora giovanissima, inizia a lavorare anche lei come mondina, proprio come Silvana Mangano in “Riso amaro”. Una giovinezza difficile, che Marta Marzotto non ha mai dimenticato, restando sempre umile malgrado il successo e andando sempre fiera delle proprie origini. «Mi fasciavo le gambe con le pezze per proteggermi dalle foglie taglienti del riso e dalle punture di zanzare. Le bisce d’acqua e i topi mi sgusciavano tra i piedi nudi affondati nella melma, ero terrorizzata», così ricorderà più avanti quel periodo della sua vita.

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Si è spenta oggi ad 85 anni Marta Marzotto



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La foto con cui la nipote Beatrice Borromeo ha detto addio su Twitter all’amatissima nonna



Marta Marzotto immortalata a Roma da Helmut Newton, 1986

Marta Marzotto immortalata a Roma da Helmut Newton, 1986



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Marta Marzotto era nata a Reggio Emilia il 24 febbraio 1931



Successivamente lavora come apprendista sarta e all’inizio degli anni Cinquanta debutta come mannequin, dapprima presso la sartoria delle sorelle Aguzzi, a Milano, prima di creare una propria griffe grazie ad un senso senso innato per lo stile. E sarà proprio grazie alla moda che la bella Marta nei primi anni Cinquanta conoscerà il conte Umberto Marzotto, vicentino di Valdagno, industriale laniero e tessile. Dopo due anni di fidanzamento i due convolano a nozze il 18 dicembre 1954. Dalla loro unione, durata 15 anni, nasceranno cinque figli: Paola (nata nel 1955, madre di Beatrice e Carlo Borromeo), Annalisa (nata nel 1957 e morta nel 1989 a causa della fibrosi cistica), Vittorio Emanuele (nato nel 1960), Maria Diamante (nata nel 1963) e Matteo (nato nel 1966).

Ma Marta è uno spirito libero; ribelle per natura, ripudia le convenzioni e non riesce a restare fedele al marito. L’incontro con Renato Guttuso sarà la miccia che farà esplodere il suo matrimonio. I due si incontrano nel salotto dei Marchi, a Milano. Tra lei e il pittore nasce una passione fortissima; Marta ne diviene la musa prediletta e viene ritratta in molte delle sue opere, come nella celebre serie delle Cartoline, 37 disegni che immortalano una donna seducente. L’amore tra i due durerà 20 anni. Poi arriverà Lucio Magri, all’epoca segretario del Partito di unità proletaria per il comunismo: la relazione tra i due durò 10 anni e lei lo definì «un rivoluzionario da salotto».

Marta Marzotto con Renato Guttuso

Marta Marzotto con Renato Guttuso



Marta e Umberto Marzotto

Marta e Umberto Marzotto



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Marta Marzotto è stata modella e stilista



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Nata Marta Vacondio, nel 1954 ha sposato il conto Umberto Marzotto



Anche dopo aver divorziato dal conte Umberto Marzotto, Marta continua ad usare il cognome dell’ex marito. Intanto è divenuta una vera leggenda. Incarnazione emblematica dello stile gypset, animatrice di salotti, donna di mondo ed imprenditrice, e ancora stilista e disegnatrice di gioielli, Marta Marzotto è stata una delle più copiate icone di stile. Irriverente come nessuna, amante della vita, il suo stile prediligeva i caftani, capo simbolo del suo guardaroba: dall’animalier alle stampe floreali, la sua eleganza rispecchiava la sua vita e la sua passione per i viaggi, come il suo gusto per l’avventura.

Dopo aver lavorato a lungo come mannequin Marta Marzotto creò diverse linee di abbigliamento ed accessori che portavano il suo nome. Abiti e accessori unici, per un’eleganza sontuosa e un po’ zingara, caratterizzata da un riuscito mix di elementi chic e popolari. E così era anche il suo stile, ricco di contraddizioni, caleidoscopici caftani tribali che lei mixava magistralmente a zibellini e gioielli importanti: croci, cammei e bracciali dal sapore etnico impreziosivano il caftano, passepartout declinato in chiave extra lusso ma anche casual, il suo capo preferito in assoluto, che le valse l’appellativo di “regina dei caftani”. Gioielli come monili preziosi per uno stile gipsy che, grazie a Marta Marzotto, si è imposto nel mondo.


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Donna bellissima e dalla personalità scoppiettante, conquistò centinaia di copertine e fu immortalata anche da Helmut Newton. Dal suo salotto romano con vista su Piazza di Spagna passarono intellettuali e politici, tra cui Moravia, Dario Bellezza, Sandro Penna, Alberto Arbasino. E la Città Eterna la salvò dalla depressione, dopo la morte della figlia Annalisa, scomparsa prematuramente a cause della fibrosi cistica.

Nella vita patinata di Marta Marzotto c’è stata anche una diatriba giudiziaria: la contessa venne infatti condannata in primo grado dal Tribunale di Varese a otto anni di carcere con il beneficio della condizionale per aver riprodotto alcuni quadri che la ritraevano e alcune serigrafie di Renato Guttuso, senza averne titolo. Tuttavia nel 2011 venne assolta con formula piena dalla Corte d’Appello di Milano.

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La contessa è stata una delle più amate icone di stile



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Figlia di un casellante delle ferrovie e di una mondina, Marta Marzotto iniziò a lavorare come mondina prima di fare la modella



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Marta Marzotto in uno scatto del 1969



Contraria alla chirurgia plastica, Marta Marzotto andava fiera delle proprie rughe e definiva orgogliosamente il proprio viso “una faccia da squaw”. Indimenticabili i suoi party esclusivi tra Roma, Cortina e Milano. Eccentrica eppure democratica, sorridente e genuina, indimenticabile fu la festa a cui invitò nel suo yacht in Costa Smeralda i vu’ cumprà della costa, che si presentarono dopo aver ricevuto regolare invito indossando i loro costumi tradizionali. Di Marta Marzotto ricorderemo la simpatia e l’umiltà di chi, al di là del lifestyle e della vita lussuosa, è sempre rimasta una donna semplice e genuina.

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Marta Marzotto prediligeva lo stile etnico



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Caftani e gioielli importanti nello stile di Marta Marzotto



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La contessa Marta Marzotto



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Marta Marzotto in Roberto Cavalli



Discorso di Gandhi alla Conferenza delle relazioni inter-asiatiche, New Delhi, 2 aprile 1947


Chi era Gandhi? Partire dalla risposta a questa domanda – che di per sé è complessissima – aiuta però a comprendere molto delle sue scelte e della sua visione, sia teorica che soprattutto pratica del mondo, e le sue scelte verso l’indipendenza dell’India.


Tutte le battaglie di Gandhi sono le battaglie di un avvocato che conosce il diritto, la sua forza e i suoi principi, e li usa, da persona colta, contro chi lo ha promulgato e ne chiede il rispetto.
La sua politica indipendentista si gioca su un principio fondamentale che verrà ripreso nelle lotte per i diritti civili in tutto il mondo, non solo dai movimenti indipendentisti e anti-coloniali.
Se un cittadino paga le tasse, deve rispettare le leggi, i codici civili e penali, sottostare alle procedure di quei codici, deve svolgere il servizio militare, deve adottare documenti e permessi governativi, allora deve anche poter votare.
Questo significava sostanzialmente che – per numero di cittadini – le potenze europee come Francia e soprattutto Inghilterra, avrebbero avuto parlamenti nazionali con membri in maggioranza provenienti dalle colonie. E all’inaccettabilità di questa ipotesi, fece corrispondere il rifiuto ad accettare tutti gli altri obblighi. Perché, per gli stessi fondamenti del diritto occidentale, non può esistere un principio giuridico che preveda solo obblighi senza diritti.


Mohandas Karamchand Gandhi nasce il 2 ottobre 1869 a Porbandar. La sua famiglia appartiene alla comunità modh, gruppo tradizionalmente dedito al commercio: il nome Gandhi significa infatti “droghiere”. Nei primi anni di scuola Gandhi viene poco apprezzato. Segue poi gli studi superiori presso Rajkot, dove il padre si era trasferito per ricoprire l’incarico di Primo ministro del locale principato.
All’età di diciotto anni, tre anni dopo la tragica morte del padre, parte per studiare da avvocato presso la University College di Londra. Considerando l’impossibilità di rispettare i precetti induisti in Inghilterra, la sua casta si oppone alla partenza. Gandhi parte nonostante le discordie e per questo viene dichiarato fuori casta dal capo della sua comunità.
A Londra Gandhi si adatta alle abitudini inglesi, vestendosi e cercando di vivere come un gentleman.
Due giorni dopo aver passato gli esami di giurisprudenza parte dall’Inghilterra, il 12 giugno 1891, per tornare in India: una volta sbarcato a Bombay apprende che la madre era morta. Con l’aiuto del fratello viene riammesso nella sua casta e inizia a praticare l’avvocatura; avrà però difficoltà ad esercitare la sua professione: le sue conoscenze sono soprattutto teoriche e non conosce ancora bene il diritto indiano. Inoltre è imbarazzato nel parlare in pubblico
Ritorna allora a Rajkot per lavorare con suo fratello, facendo il lavoro di avvocato. Due anni dopo, la ditta indiana Dada Abdullah & C., che commercia nel Natal, lo incarica di difendere una causa in Sudafrica.
In Sudafrica entra in contatto con l’apartheid (segregazione dei neri). Ma viene soprattutto a contatto con il pregiudizio razziale e con le condizioni di quasi schiavitù nelle quali vivono i suoi 150 mila connazionali. Questa situazione lo porterà a un’evoluzione interiore profonda. Diversi aneddoti sono stati raccontati direttamente da Gandhi a titolo di «esperienze di verità» e meritano di essere riportati per capire questo cambiamento: un giorno, in un tribunale di Durban, il magistrato gli domanda di togliere il turbante. Gandhi si rifiuta di obbedire e viene espulso dal tribunale. Si fa espellere anche da un treno a Pietermaritzburg, non avendo accettato di passare dal vagone di prima classe in quello di terza classe, dato che possedeva un biglietto valido per la prima classe. In seguito prende una diligenza ed il responsabile prima gli vieta di viaggiare all’interno con gli altri passeggeri europei e poi lo picchia perché si rifiuta di spostarsi sul predellino
Dopo aver lasciato definitivamente il Sudafrica nel 1914, giunge in Inghilterra al momento dello scoppio della guerra contro la Germania: offre il suo aiuto nel servizio di ambulanza, ma una pleurite mal curata lo costringe a ritornare in India. Vi giunge il 9 gennaio 1915: sbarca nel porto di Mumbai dove viene festeggiato come un eroe nazionale. Il leader del Congresso indiano Gopal Krishna Gokhale gli suggerisce un anno di “silenzio politico”, nel corso del quale è invitato a viaggiare in treno per conoscere la vera India: Gandhi accetta e decide di percorrere il paese in lungo e in largo, di villaggio in villaggio, per incontrare l’anima indiana e conoscerne i bisogni. Così per tutto il 1915, Gandhi viaggia per conoscere la condizione dei villaggi indiani il cui numero si eleva a 700.000.
Il 18 marzo 1919 viene approvato dal governo britannico il Rowlatt Act, che estende in tempo di pace le restrizioni di libertà entrate in vigore durante la guerra. Gandhi si oppone con un movimento di disobbedienza civile che ha inizio il 6 aprile, con uno spettacolare hartal, uno sciopero generale della nazione con astensione di massa dal lavoro, accompagnato da preghiera e digiuno. Gandhi viene arrestato. Scoppiano disordini in tutta l’India, tra cui il massacro di Amritsar (13 aprile) nel Punjab, durante il quale le truppe britanniche guidate dal generale Edward H. Dyer massacrano centinaia di civili e ne feriscono a migliaia: i rapporti ufficiali parlano di 389 morti e 1000 feriti, mentre altre fonti parlano di oltre 1000 morti. Il massacro genera un trauma in tutta la nazione accrescendo la collera della popolazione. Questo genera diversi atti di violenza a seguito dei quali Gandhi, facendo autocritica, sospende la campagna satyagraha.
Dopo questo massacro Gandhi critica sia le azioni del Regno Unito, sia le violente rappresaglie degli indiani esponendo la sua posizione in un toccante discorso nel quale evidenzia il principio che la violenza è malefica e non può essere giustificata.
Gandhi allarga il suo principio di non-violenza al movimento Swadeshi puntando all’autonomia e all’autosufficienza economica del paese, attraverso l’utilizzo dei beni locali, vedendola come una parte del più ampio obiettivo della Swaraj. “Swadeshi” significava “autosufficienza” dell’India dall’economia inglese, puntando sulla produzione interna alla nazione dei prodotti necessari alla popolazione. A questo proposito nell’agosto del 1931 Gandhi aveva affermato:
« Un paese rimane in povertà, materiale e spirituale, se non sviluppa il suo artigianato e le sue industrie e vive una vita da parassita importando manufatti dall’estero »
Inizia così il boicottaggio dei prodotti stranieri, in particolare di quelli inglesi; soprattutto un settore viene visto come essenziale, quello tessile
« I tessuti che importiamo dall’Occidente hanno letteralmente ucciso milioni di nostri fratelli e sorelle »
Nel marzo del 1930 intraprende una campagna contro la tassa del sale e il regime che l’aveva alzata. Inizia così la celebre Marcia del sale che parte con settantotto satyagrahi dall’ashram Sabarmati di Ahmedabadil 12 marzo e termina a Dandi il 6 aprile 1930 dopo 380 km di marcia. Arrivati sulle coste dell’Oceano indiano Gandhi ed i suoi sostenitori estraggono il sale in aperta violazione del monopolio reale e vengono imitati dalle migliaia di indiani unitisi durante la marcia.
Questa campagna, una delle più riuscite della storia dell’indipendenza non-violenta dell’India, viene brutalmente repressa dall’impero britannico, che reagisce imprigionando più di 60 000 persone. Anche Gandhi e molti membri del Congresso vengono arrestati. Diversi satyagrahi vengono inoltre picchiati dalle autorità durante i loro tentativi di razzia non-violenta di saline e di depositi di sale.




Signora Presidente e amici, non credo di dovermi scusare con voi per il fatto che sono costretto a parlare in una lingua straniera. Chissà se questi altoparlanti porteranno la mia voce fino ai confini di questo immenso pubblico. Quelli di voi che sono lontani possono alzare la mano, se sentono quello che dico? Sentite? Bene. Bene, se la mia voce non vi giunge, non è colpa mia, ma colpa degli altoparlanti.
Quello che volevo dirvi è che non devo scusarmi. Non oso, visti tutti i delegati che si sono riuniti qua da tutta l’Asia, e gli osservatori – ho imparato questa parola pronunciata da un amico americano che disse: “Non sono un delegato, sono un osservatore”. Di primo impatto con lui, vi assicuro, pensavo venisse dalla Persia, ma ecco davanti a me un americano e gli dico: “Sono terrorizzato da te, e vorrei che mi lasciassi stare”. Potete immaginare un americano che mi lasci stare? Non lui e, quindi, ho dovuto parlargli.
Quello che volevo dirvi è che il mio idioma per me madrelingua, non lo potete capire, e non voglio insultarvi insistendo su di esso. Il linguaggio nazionale, Hindustani, ci metterà tanto tempo prima di rivaleggiare con un linguaggio internazionale. 
Se ci deve essere rivalità, c’è rivalità tra francese e inglese. Per il commercio internazionale, indubbiamente l’inglese occupa il primo posto. Per discorsi e corrispondenza diplomatici, sentivo dire quando studiavo da ragazzo che il francese era la lingua della diplomazia e se volevi andare da una parte all’altra dell’Europa dovevi provare ad imparare un po’ di francese, e quindi ho provato ad imparare qualche parola di francese per riuscire a farmi capire. Comunque, se ci deve essere rivalità, la rivalità potrebbe nascere tra francese e inglese. Quindi, avendo imparato l’inglese, è naturale che faccia ricorso a questa parlata internazionale per rivolgermi a voi.
Mi chiedevo di cosa dovessi parlarvi. Volevo raccogliere i miei pensieri, ma lasciate che sia onesto con voi, non ne ho avuto il tempo.
Però ieri ho comunque promesso che avrei provato a dirvi qualche parola.
Mentre venivo con Badshah Khan, ho chiesto un piccolo pezzo di carta ed una matita. Ho ricevuto una penna invece di una matita. Ho provato a scarabocchiare qualche parola. Vi spiacerà sentirmi dire che quel pezzo di carta non è qui con me. Ma questo non importa, ricordo cosa volevo enunciare, e mi sono detto: “I miei amici non hanno visto la vera India, e non ci stiamo incontrando in una conferenza nel cuore della vera India”.
Delhi, Bombay, Madras, Calcutta, Lahore – queste sono tutte grandi città e quindi, hanno subito l’influenza dell’Occidente, sono state fatte, magari eccetto Delhi ma non New Delhi, sono state fatte dagli inglesi. Poi ho pensato ad un breve saggio – credo che dovrei chiamarlo così – che era in francese. Era stato tradotto per me da un amico anglo-francese, e lui era un filosofo, era anche un uomo altruista e diceva che mi aveva dato la sua amicizia senza che io lo conoscessi, perché lui parteggiava per le minoranze ed io rappresentavo, assieme ai miei connazionali, una minoranza senza speranze, e non solo senza speranze ma una minoranza disprezzata.
Se gli europei del Sudafrica mi perdonano per quello che dico, eravamo tutti “coolies” [lavoratore non qualificato a basso costo]. Io ero un insignificante avvocato “coolie”. A quei tempi non avevamo dottori “coolie”, non avevamo avvocati “coolie”. Ero il primo nel campo. Ma sempre un “coolie”. Magari sapete cosa si intende con la parola “coolie” ma questo mio amico, si chiamava Krof – sua madre era francese, suo padre inglese – disse: “Voglio tradurre per te una storia francese”. 
Mi perdonerete, chi di voi sa la storia, se nel ricordarla faccio degli errori qua e là, ma non ci sarà nessun errore nell’avvenimento principale.
C’erano tre scienziati e – ovviamente è una storia inventata – tre scienziati uscirono dalla Francia, uscirono dall’Europa alla ricerca della “Verità”. Questa era la prima lezione che mi aveva insegnato quella storia, che se bisogna cercare la verità, non la si trova su suolo europeo. Quindi, indubbiamente neanche in America.
Questi tre grandi scienziati andarono in parti diverse dell’Asia. Uno trovò la strada per l’India e diede inizio alla sua ricerca. Raggiunse le cosiddette città di quei tempi. Naturalmente, ciò avvenne prima dell’occupazione inglese, prima anche del periodo Mughal, così è come ha illustrato la storia l’autore francese, ma visitò comunque le città, vide la gente delle cosiddette caste alte, uomini e donne, fino a che non si addentrò in un’umile casa, in un umile villaggio, e quella casa era una casa Bhangi, e trovò la verità che stava cercando, in quella casa Bhangi, nella famiglia Bhangi, uomo, donna, forse 2 o 3 bambini (lo dico come me lo ricordo) e poi lui descrive come la trovò. Tralascio tutto questo.
Voglio collegare questa storia a quello che voglio dire a voi, che se volete vedere il meglio dell’India, dovete trovarlo in una casa Bhangi, in un’umile casa Bhangi, o villaggi simili, 700.000 come ci insegnano gli storici inglesi. Un paio di città qua e là, non ospitano neanche qualche crore [unità di misura indiana che equivale a 10 milioni] di persone. Ma i 700.000 villaggi ospitano quasi 40 crore di persone. Ho detto quasi perché potremmo togliere una o due crore che stanno in città, comunque sarebbero 38 crore.
E poi mi sono detto, se questi amici sono qui senza trovare la vera India, per cosa saranno venuti? Ho poi pensato che vi pregherò di immaginare quest’India, non dal punto di vista di questo immenso pubblico ma per come potrebbe essere. Vorrei che leggeste una storia come questa storia dei francesi o altre ancora. Magari, qualcuno di voi vada a vedere qualche villaggio dell’India e allora troverà la vera India.
Oggi farò anche questa ammissione: non ne sarete affascinati alla vista. Dovrete raschiare sotto i mucchi di letame che sono oggi i nostri villaggi. Non voglio dire che siano mai stati dei paradisi. Ma oggi sono veramente dei mucchi di letame; non erano così prima, di questo sono abbastanza certo. Non l’ho appreso dalla storia ma da quello che ho visto io stesso dell’India, fisicamente con i miei occhi; e io ho viaggiato da una parte all’altra dell’India, ho visto i villaggi, i miserabili esemplari dell’umanità, gli occhi senza vita, eppure sono l’India, e ciononostante in quelle umili case, nel mezzo dei mucchi di letame troviamo gli umili Bhangis, dove troverete un concentrato di saggezza. Come? Questa è una grande domanda.
Bene, allora voglio illustrarvi un altro scenario. Di nuovo, ho imparato dai libri, libri scritti da storici inglesi, tradotti per me. Tutta questa ricca conoscenza, mi spiace dire, arriva qui da noi in India attraverso i libri inglesi, attraverso gli storici inglesi, non che non ci siano storici indiani ma neanche loro scrivono nella loro madrelingua, o nella loro lingua nazionale, Hindustani, o se preferite chiamarli due idiomi, Hindi e Urdu, due forme della stessa lingua. No, ci riferiscono quello che hanno studiato sui libri inglesi, magari gli originali, ma attraverso gli inglesi in inglese, questa è la conquista culturale dell’India, che l’India ha subito.
Ma ci dicono che la saggezza è arrivata dall’Occidente verso l’Oriente. E chi erano questi saggi? Zoroastro. Lui apparteneva all’Oriente. Fu seguito dal Buddha. Lui apparteneva all’Oriente, apparteneva all’India. Chi ha seguito il Buddha? Gesù, di nuovo dall’Asia. Prima di Gesù ci fu Musa, Mosè, che apparteneva anche lui alla Palestina, ma verificavo con Badshah Khan e Yunus Saheb ed entrambi sostenevano che Mosè appartenesse alla Palestina, sebbene fosse nato in Egitto. Poi venne Gesù, poi Mohammad. Tutti loro li tralascio. Tralascio Krishna, tralascio Mahavir, tralascio le altre luci, non le chiamerò luci minori, ma sconosciute in Occidente, sconosciute al mondo letterario. 
In ogni modo, non conosco una singola persona che possa uguagliare questi uomini d’Asia. E poi cosa accadde? Il Cristianesimo, arrivando in Occidente, si è trasfigurato. Mi spiace dire questo, ma questa è la mia lettura. Non dirò altro al riguardo. Vi racconto questa storia per incoraggiarvi e per farvi capire, se il mio povero discorso può farvi capire, che lo splendore che vedete e tutto quello che vi mostrano le città indiane non è la vera India. Certamente, il massacro che avviene sotto i vostri occhi, mi dispiace, vergognoso come dicevo ieri, dovete seppellirlo qui. Il ricordo di questo massacro non deve oltrepassare i confini dell’India, ma quello che voglio voi capiate, se potete, è che il messaggio dell’Oriente, dell’Asia, non deve essere appreso attraverso la lente occidentale, o imitando gli orpelli, la polvere da sparo, la bomba atomica dell’Occidente.
Se volete dare di nuovo un messaggio all’Occidente, deve essere un messaggio di “Amore”, un messaggio di “Verità”.
Ci deve essere una conquista (applausi) per favore, per favore, per favore. Questo interferisce con il mio discorso, e interferisce anche con la vostra comprensione. Voglio catturare i vostri cuori, e non voglio ricevere i vostri applausi. Fate battere i vostri cuori all’unisono con le mie parole, e io credo che il mio lavoro sarà compiuto.Voglio lasciarvi con il pensiero che l’Asia debba conquistare l’Occidente. Poi, la domanda che mi ha fatto un mio amico ieri: “Se credevo in un mondo unico?”. Certo, credo in un mondo unico. Come posso fare diversamente, quando divento erede di un messaggio di amore che questi grandi, inconquistabili maestri ci hanno lasciato? Potete esprimere questo messaggio di nuovo ora, in questa era di democrazia, nell’era del risveglio dei più poveri dei poveri, potete esprimere questo messaggio con maggiore enfasi. Poi completerete la conquista di tutto l’Occidente, non attraverso la vendetta perché siete stati sfruttati, e nello sfruttamento voglio ovviamente includere l’Africa, e spero che quando vi rincontrerete in India la prossima volta ci sarete tutti: spero che voi, nazioni sfruttate della terra, vi incontrerete, se a quell’epoca ci saranno ancora nazioni sfruttate.
Ho forte fiducia che se unite i vostri cuori, non solo le vostre menti, e capite il segreto dei messaggi che i saggi uomini d’Oriente ci hanno lasciato, e che se veramente diventiamo, meritiamo e siamo degni di questo grande messaggio, allora capirete facilmente che la conquista dell’Occidente sarà stata completata e che questa conquista sarà amata anche dall’Occidente stesso. 
L’Occidente di oggi desidera la saggezza. L’Occidente di oggi è disperato per la proliferazione della bomba atomica, perché significa una completa distruzione, non solo dell’Occidente, ma la distruzione del mondo, come se la profezia della Bibbia si avverasse e ci fosse un vero e proprio diluvio universale. Voglia il cielo che non ci sia quel diluvio, e non a causa degli errori degli umani contro se stessi. Sta a voi consegnare il messaggio al mondo, non solo all’Asia, e liberare il mondo dalla malvagità, da quel peccato. 
Questa è la preziosa eredità che i vostri maestri, i miei maestri, ci hanno lasciato.

Consigli di stile: 3 outfit da indossare in casa

Per quale motivo rinunciare alla propria femminilità, con la scusa del “tanto sono a casa, chi vuoi che mi veda?!”

E se dovessi avere un malore? Vuoi che ti colgano impreparata, in disordine, senza trucco, con i capelli arruffati e con un terribile bisogno di fare tappa dall’estetista? Ricordatevi bene cosa diceva Marilyn Monroe: ”

Che vergogna quando arrivò l’idraulico. Io lì, tutta nuda nella vasca… e non avevo lo smalto sulle unghie!

Ecco quindi 3 outfit da indossare in casa, per le freelance, per le casalinghe, per chi semplicemente passa molto tempo tra le mura domestiche ma non vuole rinunciare allo stile.

Evitiamo vi prego babbucce o simili o pantofole De Fonseca con pelo, no ai maglioni logori dal tempo, con buchi sui gomiti, quelli che “non lo butto, lo uso per casa!” – optiamo per qualcosa di comodo, ma con dettagli sexy, che insomma ci ricordi che siamo donne e non sacchi di patate!

Sicuramente nell’armadio tutte avrete una t-shirt bianca e un pantalone tinta unita morbido, magari quello della tuta, un total white perfetto, facile e senza investimenti di denaro.

Per le femme fatale, feline anche a casa e con il desiderio di sentirsi libere, consiglio un body abbinato a maglione large – meglio se di una taglia in più, perfetto se maschile, – caldo, morbido che faccia quasi da vestito e lasci libere le gambe. Per le più freddolose dei calzettoni e si è subito Kim Basinger in “Nove settimane e mezzo“.

Uscite dal letto, volete coprirvi ma non avete sottovesti a portata di mano? Semplice, avete il permesso di rubare la camicia al vostro lui! E’ un indumento sexy, pratico e che vi lascerà il suo profumo addosso.

Unica regola: i capelli devono essere sciolti e ribelli, proprio come dopo una notte d’amore …

 



(foto David Bellemere – immagini dei capi @Trendfortrend)




(foto Helmut Newton – immagini dei capi @Trendfortrend)




(foto David Bellemere – immagini dei capi @Trendfortrend)

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Marta Marzotto, la superstar dell’arte italiana

Marta Marzotto (née Vacondio) è morta all’età di 85 anni a Milano.
La regina dei salotti era nata il 24 febbraio 1931 a Reggio Emilia e da alcuni giorni era ricoverata alla clinica La Madonnina. Ne ha dato l’annuncio la nipote, Beatrice Borromeo, con un tweet “Ciao nonita mia” e con una foto di una giovane Marta.


Marta Marzotto visse una vita intensa, piena di conoscenze famose, salotti bene e uomini di grande cultura.
Figlia di un casellante ferroviario e di una mondina iniziò a fare, giovanissima, la mondina anche lei. Successivamente si trasferì a Milano e iniziò l’apprendistato da una sarta, diventò modella per i vestiti della sua datrice di lavoro e poco dopo conobbe Umberto Marzotto, imprenditore tessile, e da lui ebbe cinque figli: Paola, madre di Beatrice e Carlo Borromeo; Annalisa; Vittorio Emanuele; Maria Diamante e Matteo.


I due divorziano ma lei continuò a usare il cognome del marito.
Grande frequentatrice di salotti culturali, conosce Renato Guttuso e ne diventa la musa.
Guttuso la ritrae innumerevoli volte e il loro rapporto si interrompe bruscamente dopo vent’anni.


Successivamente la Marzotto si legò a Lucio Magri, politico passato dalla Dc al Pci poi giornalista de Il manifesto, poi Pdup e infine ancora Pci. La storia con Magri durò dieci anni e i due si lasciarono male. Lei dopo la fine dell’amore ebbe parole dure: “Un precursore di certi politici di oggi. La nostra fu una storia importante, che durò dieci anni. Diceva di amarmi. La verità è che amava solo sé stesso” e poi “Un’intelligenza cattiva, feroce. E’ come se rimproverasse al mondo che il suo sogno di essere accanto a Che Guevara non si era mai avverato” e infine “amava la tavola apparecchiata con tovaglie preziose e ricamate e le stoviglie dovevano essere d’argento”.





Una personalità, quella della Marzotto, che conquistava le persone ancora in tarda età e che mancherà a moltissimi amanti dell’arte e della cultura.

La collezione swimwear di Stella McCartney

Pensata a tutte le donne di forme, taglie ed età diverse, la linea swimwear di Stella McCartney, sta riscontrando un notevole successo.

La designer londinese, dopo essersi cimentata con una linea di lingerie e nella collaborazione con il marchio Adidas ha pensato, infatti, di creare una collezione mare ispirata alla silhouette della maison, coniugando i suoi principi animalisti, che l’hanno contraddistinta, per la sua etica, da molti brand presenti sul mercato.

 

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(Fonte immagine stellamccartney.com)

 

 

La collezione, accontenta una fascia di clientela ampia: dal costume intero in neoprene ispirati ad un abito sagomato appartenente ad una collezione prêt-à-porter passata, ai due pezzi “agrumati”, colorati e divertenti; il bikini leopardato con reggiseno incrociato in vita, è stato progettato per chi ama essere al centro dell’attenzione ma con eleganza e il bikini rayé, composto da un bra e da una culottes a vita alta (rigorosamente a righe orizzontali e verticali), per chi ama vestire uno stile sporty-glam.

La linea mare di stella McCartney, come tutte le collezioni lanciate sul mercato, è sviluppata attraverso il concetto di ecosostenibilità. Il marchio, infatti, rispetta l’ambiente utilizzando solo cotone biologico nella produzione dei suoi capi, eliminando totalmente dalle collezioni, il PVC.

Per maggiori informazioni sulla linea www.stellamccartney.com

Au revoir Milano. Emporio Armani sfilerà a Parigi

Questa stagione, eccezionalmente, ho deciso di presentare la collezione Emporio Armani a Parigi. I restyling del negozio e dell’Emporio Armani Caffè di Saint-Germain sono stati l’occasione per ripensare il luogo e il momento dello show”.

E’ così, che Giorgio Armani, annuncia la decisione (anche se momentanea) di abbandonare la settimana della moda milanese, per approdare in quella francese.

 

(Emporio Armani. Fonte armani.com)

(Emporio Armani. Fonte armani.com)

 

 

Un ritorno, a distanza di ventotto anni, nella Paris Fashion Week, dopo la deludente esperienza parigina dove, Re Giorgio, incontrò le resistenze degli abitanti del quartiere e delle autorità competenti.

Intanto, il calendario della prossima settimana della Milano Fashion Week, non è ancora stato stilato, sintomo (forse) che una falla nel sistema si sta aprendo.

Per chi non ne avesse preso nota, durante la conferenza stampa in occasione della Moda Uomo di giugno, lo stilista espose tutta la sua amarezza nei confronti di una calendario sempre più scarno evidenziando la sua riluttanza al fatto che la sua griffe, sfilasse per ultima durante la kermesse meneghina.

E se questa decisione non fosse solo figlia del caso ma, al contrario, ci trovassimo di fronte alla fuga di Roi George verso la Ville Lumière?

 

 

 

Fonte cover fashiontimes.it

Come sta rispondendo la Francia a tutti questi attacchi

Gli attacchi terroristi uniscono la popolazione, un nemico comune è il migliore dei collanti ma l’effetto quanto dura?
La Francia ha appena subito l’ennesimo attacco terroristico, due ragazzi che si sono dichiarati affiliati a Daesh hanno sgozzato un prete di 85 anni in chiesa dopo un delirante sermone in arabo a Saint Etienne du Rouvray, in Normandia.


L’attacco ha fatto ancora più scalpore dato che uno dei due terroristi, Adel Kermiche, era sotto sorveglianza con tanto di braccialetto elettronico dopo aver tentato due volte di entrare in Siria per divenire un foreign fighter.


L’attacco ha messo sotto esame, ancora, il premier francese Hollande.
Il primo ministro francese ha avuto la sfortuna di essere a capo della nazione in un momento storico come questo, senza precedenti.
Francois Hollande ha guadagnato molti consensi a tratti, come durante la manifestazione multi-culturale dopo l’attentato a Charlie Hebdo o per la sua reazione agli attacchi di Parigi.
Tuttavia la Francia è divisa come non mai e la sua leadership è continuamente messa in discussione e dove un movimento di estrema destra come il Front National rischia di diventare il primo partito della nazione.


Un situazione simile è quella affrontata da George W. Bush. Bush fu eletto per il rotto della cuffia ma gli attacchi dell’11 settembre, un anno dopo la sua elezione, rinnovarono la coesione e il patriottismo e trasformarono Bush in una figura decisamente più amata sia negli USA che all’estero. Peccato che negli anni successivi questo considerevole capitale di consenso fu dissipato da quello che oggi è considerato uno dei peggiori presidenti degli ultimi anni.
L’errore più grande è senza dubbio stata la guerra in Iraq che si rivelò velocemente come mal concepita, mal eseguita e che destabilizzò in modo irreparabile una regione.


Il Patriot Act, poi, fu una legge talmente invasiva che gli americani digerirono a fatica. La necessità della sicurezza cozzava con la loro idea di libertà e indipendenza. Bush riuscì a guadagnarsi a fatica la rielezione ma già nel 2006 la sua popolarità era a livelli di Hollande. Nella campagna presidenziale del 2008 McCain, il candidato presidente repubblicano lo tenne lontano da lui per evitare l’associazione.


Altro percorso simile fu quello di Tony Blair nel Regno Unito. dopo gli attacchi di Londra nel 2005 la sua popolarità era salita a livelli notevolissimi poi una serie di scelte sbagliate come la ferma volontà di accodarsi agli USA nella guerra in Iraq fino alle leggi anti-terrorismo, durissime e liberticide.
Proprio quelle leggi furono la sua rovina, il parlamento le bocciò e lui fu costretto a lasciare la guida dei Labour e del governo a Gordon Brown.


La Spagna è stato un caso a parte, Il partito popolare fu sconfitto alle elezioni giusto tre giorni dopo l’attacco ad Atocha.
Nonostante questo è logico che in un momento di paura le persone si raccolgano intorno ai loro leader ed è altrettanto logico che i leader, essendo umani falliscano.


Hollande ha ripetuto questo pattern più volte, la sua popolarità era a livelli bassissimi poi dopo gli attacchi a Charlie Hebdo e quelli successivi a Parigi la nazione si unì e lui divenne un leader seguito e ammirato per la sua risposta agli attacchi.
Come Blair e Bush decise di prendere un approccio aggressivo e di espandere le operazioni francesi in medio oriente.
C’è da dire che gli attacchi terroristi pongono un dilemma difficilmente risolvibile ai capi di governo: devono ritirarsi e difendere la propria madrepatria e rischiare di dare il messaggio di una ritirata impaurita o reagire aggressivamente e rischiare soldi e vite umane senza benefici strategici?


Hollande, inoltre, a differenza degli altri leader si è trovato davanti ad un situazione in continuo peggioramento, gli attacchi, grandi o piccoli, non si sono fermati e nonostante qualche aumento nel gradimento dei francesi la sua popolarità rimane a livelli bassissimi: il 12% dei francesi pensa stia facendo un buon lavoro secondo alcuni sondaggi.


La verità è che la popolazione ha delle aspettative poco realistiche su come e quanto i loro governanti possono proteggerli. Scovare un terrorista come quello di Saint Etienne du Rouvray o quello di Nizza è praticamente impossibile, anche con la migliore intelligence del mondo. Purtroppo non esistono i pre-cog di Minority Report.
Daesh tenta di creare instabilità politica e insicurezza diffusa e ci sta riuscendo benissimo con l’aiuto di persone problematiche che trovano il loro motivo di vita (o morte) e il loro obiettivo in Daesh.

Jean Paul Gaultier firmerà una capsule collection per OVS

Cresce l’attesa per la capsule collection firmata da Jean Paul Gaultier in esclusiva per OVS. La collaborazione tra lo stilista francese e OVS prevede una collezione di abbigliamento ed accessori per lui e per lei.

“Jean Paul Gaultier per OVS” sarà il nome con cui verrà firmata la collezione, il cui lancio è atteso per l’autunno 2016. Si tratterà di circa 60 pezzi disegnati in esclusiva per OVS e disponibili da metà novembre in alcuni store e online sul sito ovs.it.

Tante sono le collaborazioni esclusive lanciate negli ultimi anni da OVS: da Elio Fiorucci a Costume National fino a Kristina Ti, solo per citarne alcuni. Ora tocca a Jean Paul Gaultier: lo stilista francese, che dalla sfilata Primavera/Estate 2015 ha preso congedo dal prêt-à-porter per dedicarsi all’haute couture e ai suoi storici profumi, è da sempre amatissimo per il suo stile inimitabile. L’ex enfant terrible della moda francese si prepara a stupirci ancora.

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Justine Mattera, l’erotismo e tutta la verità sulla sua vita privata

E’ bella da morire, emana un fascino erotico da femme fatale, ha 45 anni con un fisico da 20enne: Justine Mattera è l’icona sexy che ha fatto un patto con il diavolo.

L’abbiamo vista nei panni della sosia di Marilyn Monroe, sugli schermi televisivi accanto a Paolo Limiti, l’ex marito – oggi l’americana laureata in lingua e letteratura italiana a Stanford, si dedica al teatro, sua grande passione.

La commedia che ora la vede impegnata  nei teatri italiani  è “Miles Gloriosus” con Corrado Tedeschi ed Ettore Bassi, dove interpreta una cortigiana astuta e ingannatrice.

Sei così anche nella vita privata?

Nella vita privata sono fondamentalmente una buona, non ho mai fatto scelte calcolate, forse, stupidamente, ho sempre ascoltato il cuore.
Ho rinunciato a molte proposte di lavoro per dedicarmi alla famiglia, per stare accanto ai miei due figli, che ho voluto e desiderato più di ogni altra cosa al mondo. Loro, nella scala delle priorità, sono al primo posto.

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abito Luisa Beccaria



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abito Luisa Beccaria, sandalo gioiello Cerasella



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abito Luisa Beccaria, sandalo gioiello Cerasella





Che mamma sei?

Ansiosa, italiana direi (ride)-  Da quando vivo in Italia il mio approccio verso la famiglia è cambiato, non avrei creduto di diventare una mamma tanto protettiva; porto i figli con me ovunque posso, soprattutto in estate. E’ molto dura perché devo conciliare lavoro, orari e tempo da dedicare a loro. Gli spettacoli a volte finiscono a tarda sera e non sono certo orari consoni ai bambini, ma loro sono felici di stare con me e viceversa.

E’ vero che insegni inglese nelle loro scuole?

Sì, mi sono proposta gratuitamente, sono laureata in lingue e lavorare con i bambini mi da molte soddisfazioni . Mi piacerebbe moltissimo in futuro insegnare letteratura americana nelle scuole, chissà …


 

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abito scollato Amen



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abito nero Amen



Andando a scavare nelle tua quotidianità, scopriamo un lato materno e dolce; quello che esce dai social network invece è l’immagine di una donna provocante; quanta importanza ricopre l’erotismo nella tua vita?

Moltissima, come per tutti credo , solo che non tutti  hanno il coraggio di ammetterlo.

Le donne sono spaventate nel “mostrarsi”, lasciano intendere che una volta diventate mamme le priorità debbano cambiare, ma sanno benissimo che in primis siamo donne, mogli e compagne.
Io mi diverto moltissimo nel provocare, è nella provocazione che scateno dei pareri, positivi o negativi, ma che certamente non passano inosservati.
Prendo il bello della vita e lo faccio con gioia, divertendomi, i servizi fotografici stessi sono parte di questo mio lato e in fondo so bene che il mio corpo cambierà con il passare del tempo, quindi finché è bello, mostriamolo !

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reggiseno e culotte vita alta Triumph, reggicalze e calze velate Pierre Mantoux





Ma hai fatto un patto con il diavolo per avere il fisico di una 20enne? Qual è il tuo segreto di bellezza, ce lo sveli?

Sono una sportiva, da sempre, nuoto, corro e ho scoperto una nuova disciplina, la pole dance. Modella il fisico in ogni suo muscolo, compresi gli addominali superiori. Evito i lieviti negli alimenti perché sono allergica, bevo acqua e limone tutte le mattine, mi piace cucinare al vapore, anche per i miei figli, ma mangio un po’ di tutto e sono un’amante del buon vino. Ora sono in turnè ad Otranto, mi fanno assaggiare i prodotti locali, vuoi non abbinarci un buon Negro Amaro ?

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slip a vita alta Triumph, reggiseno farfalla Luisa Beccaria, jacket Space Style Concept, shoes Coriamenta



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Blusa Leitmotiv



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slip a vita alta Triumph, reggiseno farfalla Luisa Beccaria, jacket Space Style Concept, shoes Coriamenta





Ti vediamo sempre perfetta nei servizi fotografici; pur non avendone bisogno, cosa pensi dei fotoritocchi in Photoshop? 

Cerco di consigliare ai fotografi di evitarli, insomma come diceva la grande Anna Magnani ” Lasciami tutte le rughe, c’ho messo na vita a farmele !

Capisco che una donna superata un’età, voglia ancora piacersi e ricorra quindi alla chirurgia estetica, non sono contro se fatta con parsimonia, ma trovo di cattivo gusto il botulino eccessivo, oggi esiste un altro rimedio che la pelle riassorbe dopo qualche mese, con l’acido ialuronico. Ecco questo è un ottimo alleato delle donne, non deforma e se ci si pente, dopo qualche tempo sparisce.

Negare di ricorrere a questi piccoli accorgimenti è ridicolo, insomma sono una madre, ho allattato due figli, la forza di gravità e la natura non si possono fermare, quindi ho deciso di rifare il seno, l’ho fatto per me anzitutto, non per mio marito – è una decisione che mi fa stare meglio, mi piaccio di più e almeno non devo imbottire continuamente gli abiti di scena !

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abito Luisa Beccaria, reggiseno pois Bisbigli



 

 

starring: Justine Mattera 

photo: Adolfo Valente 

make up: Presiana

 

Thanks to: Palazzo Ca’ Vendramin Calergi – Casinò di Venezia

Nativa. Il viaggio onirico di Greta Boldini

Elegante, sofisticata ed incredibilmente garbata: Nativa, la collezione appena proposta dalla griffe Greta Boldini durante l’ultima edizione di Altaroma 2016, è un viaggio onirico atto a trasfigurare i lavori letterari del poeta-scrittore Dylan Thomas in un viaggio atemporale che stuzzica vista e sentimento.

Ecco, che vividi si fanno i toni dell’amata terra del Galles, sofferta durante le lunghe e gelide notti invernali, e che si veste, oltremodo, di colori forti e visivamente avvolgenti, appena il sole la sfiora, disincantandone l’immane bellezza.

La sua fonte d’ispirazione concreta, è legata prettamente all’arte, che sia figurativa o letteraria. Un studio certosino nelle origini dei Nativi d’America, popolo a cui viene dedicata la collezione primavera/estate 2017; ed è così, che l’estro creativo dell’artista Graham Sutherland e la sua l’opera “Western Hills”, s’insinuano nel progetto creativo del designer Alexander Flagella.

Capi raffinati, dalla silhouette attraente. La femminilità della donna Greta Boldini, si accentua con abiti leggeri movimentati da fitti plissé. Il lusso, in Nativa, viene scandito dall’utilizzo di materie prime di altissima qualità come i pizzi macramè, il satin, il georgette, il cady di viscosa, il cotone panama, il tutte e jacquard di cotone. L’alta sartorialità e allo stesso modo, la complessità della collezione, si arguisce dall’utilizzo delle piume di marabout, gallo e faraone che compartecipano alla voluttuosità della collezione assieme agli effetti 3D ricavati da ricami con paillettes di madre perlate e bacchette di puro vetro.

Stampe floreali (onnipresenti nei nelle collezioni del marchio Greta Boldini), sono state abbinate abilmente a geometrismi elaborati con intarsi di nastri, passamanerie e frange.

La palette di colori, è variopinta e viene scandita dai toni del bordeaux, grigio chiaro, rosa delicato, verde mente, corallo, blu cobalto e nero.

Per gli accessori, eleganti pochettes, si intervallano a borse con manici intrecciati “Cactus”. A completare, guanti in tulle e i gioielli firmati Voodoo Jewels.

 

 

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Perché Putin ama Trump e odia Hillary Clinton

Nel 2011 la gente è scesa in strada per protestare contro le elezioni in Russia e Vladimir Putin pensa di sapere di chi è la colpa: l’allora segretario di Stato Hillary Clinton.
Non le hai mai perdonato quei (pochi) giorni di disordini.


I dimostranti accusavano Putin di aver truccato le elezioni e secondo Putin il vero pretesto per scendere in strada era stato dato dalle dichiarazioni della Clinton secondo cui le elezioni erano state disoneste e poco trasparenti. Secondo Putin quella fu una imperdonabile intromissioni del dipartimento di Stato USA nella politica interna russa.
Non sembrerebbe strano a nessuno, per cui se ci fossero davvero dietro i russi al caso del leak di email del Partito Democratico apparse propria all’apertura del Congresso nazionale che ha ufficializzato la candidatura della Clinton alle presidenziali americane.


La differenza di trattamento tra la Clinton e Trump è poi palese. Putin è Trump si sono scambiati parole di apprezzamento mai viste tra un presidente russo e un potenziale presidente americano. Gli interessi dei due coincidono.
Trump ha sempre desiderato allargare le proprie attività in Russia e non ha mai avuto i contatti giusti.Tutte le più grandi catene di alberghi al mondo hanno aperto in Russia ma Trump non ci è mai riuscito, nonostante gli innumerevoli tentativi.
Putin invece è assai interessato all’idea di Trump di un novello isolazionismo americano, un abbandono della NATO e una politica protezionista. Tutte queste idee si confanno all’idea di Putin di contrastare il dominio incontrastato degli USA nella politica internazionale e di ricreare il duopolio del periodo della guerra fredda, con relative zone di influenza.


Putin l’aveva presa sul personale nei confronti della Clinton. Obama aveva attuato una politica di distensione nei confronti della Russia ma la Clinton era uno dei falchi all’interno della squadra di governo oltre ad essere stata una delle sostenitrici più appassionate della politica dei cambi di regime, una politica che, comprensibilmente, a Putin non è mai piaciuta.


Non sono emerse prove che colleghino direttamente l’hack alla DNC (Democratic National Convention) anche se secondo l’informata opinione di Edward Snowden la NSA è in possesso della tecnologia per rintracciare questo tipo di attacchi ( il programma xkeyscore ndr) ma il tempismo e il tipo di attacco puntano decisamente verso un coinvolgimento russo.
Comunque sia il team della Clinton sta cavalcando apertamente questa ipotesi e addirittura il network repubblicano per eccellenza ha bollato l’hack come probabilmente russo e preoccupante nell’ottica di intromissione nella politica interna americana.


La Clinton ha intenzione di sfruttare questa amicizia a suo favore nella Rust Belt, quella fascia di stati ad alta industrializzazione che va dalla Pennsylvania al Wisconsin passando dall’Ohio dove i democratici sono in flessione da qualche anno ma dove c’è una forte immigrazione dalle repubbliche ex-sovietiche, luoghi dove Putin è visto come il diavolo sceso in terra.


Un sensazione che la Clinton ha avuto quando in uno dei primi incontri tra l’allora segretario di Stato e Putin il presidente la portò nella sua lussuosa casa fuori Mosca e sapendo che lei era una amante degli animaii tenne la riunione in programma in una enorme stanza piena di animali impagliati, una mossa da cattivo dei film di Bond.
Questo fu il primo di moltissimi dispetti e dispettucci tra i due.
Quando il nuovo ambasciatore a Mosca lamentò di essere trattato in modo poco consono alle consuetudini diplomatiche (pedinamenti ecc) la Clinton fece una infuocata telefonata di sostegno al diplomatico appositamente su di una linea non protetta con l’intenzione di essere intercettata.


Secondo alcuni insider della politica russa Putin pensa che la Clinton vincerà, sarebbe troppo bello per essere vero vincesse Trump, e questi atteggiamenti sono minacce velate: ricordati che avrai a che fare con noi e con noi non si scherza. L’ennesimo dispetto tra due nemici di vecchia data.

Alexander Wang alla corte di Adidas?

Il marchio Adidas, come tutti ben sapranno, è sempre incline a nuove collaborazioni. Dopo quelle oramai apprezzate e super richieste con Kanye West, Stella McCartney, Yohji Yamamoto, Rick Owens e Raf Simons, pare sia arrivato il momento per lo stilita Alexander Wang.

Quelle attuali, parrebbero momentaneamente, solo indiscrezioni, che potrebbero essere confermate solo più avanti e, sicuramente, in occasione della prossima sfilata prêt-à-porter, programmata per il prossimo 10 settembre 2016 durante la settimana della moda newyorkese.

Dopo la sfilata, inoltre, si attenderebbe un evento esclusivo che vedrebbe la partecipazione di un sentito parterre di celebs.

 

 

Fonte cover purple.fr

De Gasperi, Discorso alla Conferenza di pace di Parigi, 10 agosto 1946

Alcide De Gasperi si presenta alla conferenza di pace di Parigi, a un anno dalla fine della seconda guerra mondiale, da primo presidente del consiglio dopo il fascismo.
L’Italia è una paese duplice agli occhi del mondo. È un paese sconfitto dagli alleati, che fu tra i più fieri alleati di Hitler e del nazismo. Ma è anche un paese che in gran parte si è liberato da solo, con circa due anni di lotte partigiane: una seconda guerra mondiale nella seconda guerra mondiale. Non senza ferite laceranti che resteranno nella storia del nostro paese.
De Gasperi gode del rispetto personale dei leader presenti alla conferenza, e del prestigio che il mondo gli riconosce. Lui e gli altri ministri sono consapevoli che la solidità della situazione istituzionale Italia dipende anche e soprattutto dal risultato di questa conferenza di pace, per evitare che nuovi sentimenti revanscisti spingano ad estremismi di qualsiasi tipo in un paese a metà tra cattolici e comunisti sul confine mediano di un’Europa che si annuncia divisa e fragile.
Il peso sulle spalle di De Gasperi è enorme, ed è consapevole che questo sarà solo uno dei momenti topici che nei mesi successivi caricheranno su di lui e sul suo governo le fragili sorti dell’Italia.


De Gasperi nacque e si formò nell’allora Tirolo Italiano, ovvero Trentino, regione che all’epoca era parte dell’Impero austro-ungarico. Dopo la laurea entrò a far parte della redazione del giornale Il Trentino e in breve tempo assunse la carica di direttore, scrisse una serie di articoli con cui difendeva l’autonomia culturale del Trentino a fronte del Tirolo tedesco, ma non mise mai in discussione l’appartenenza di tutto il Tirolo all’Impero austro-ungarico.
Nelle elezioni del Parlamento austriaco del 13 e 20 giugno 1911 venne eletto tra le file dei Popolari: nel suo collegio elettorale di Fiemme-Fassa-Primiero-Civezzano, di 4275 elettori, ottenne ben 3116 voti. Il 27 aprile 1914 ottenne anche un seggio nella Dieta Tirolese di Innsbruck. Anche il suo impegno di Parlamentare fu legato alla difesa dell’autonomia delle popolazioni trentine. La sua attività propagandistica finì con l’essere tenacemente avversata dagli organi polizieschi in seguito al precipitare degli eventi internazionali: l’attentato di Sarajevo che determinò lo scoppio della prima guerra mondiale e soprattutto l’adesione dell’Italia allaTriplice intesa.
Inizialmente De Gasperi sperò che l’Italia entrasse in guerra a fianco dell’Austria-Ungheria e della Germania sulla base della Triplice alleanza.
Nel maggio 1918, quando ormai l’impero austro-ungarico stava crollando, fu tra i promotori di un documento comune sottoscritto dalle rappresentanze dei polacchi, dei cechi, degli slovacchi, dei rumeni, degli sloveni, dei croati e dei serbi. Il successivo 24 ottobre partecipò alla formazione del Fascio nazionale, comprendente popolari liberali trentini e liberali giuliani e adriatici.
Dopo il passaggio del Trentino all’Italia nel 1919, accettò e prese la cittadinanza italiana.


Nel 1919 aderì al Partito Popolare Italiano promosso da don Luigi Sturzo; solo nel 1921 venne eletto deputato a Roma, in quanto il Trentino fino a quell’epoca era stato sottoposto a regime commissariale.
Nel 1922 si sposa con Francesca Romani. Nello stesso anno il 16 novembre a seguito del discorso del bivacco votò la fiducia al governo Mussolini. Al tempo delle dimissioni di Don Sturzo da segretario del PPI De Gasperi era capogruppo alla Camera. Il 20 maggio 1924 assunse la segreteria del Partito popolare, carica che manterrà fino al 14 dicembre 1925.
Dopo l’iniziale sostegno del suo partito nella prima parte del governo Mussolini, tanto che nel 1923 i popolari cercarono inizialmente di trovare un compromesso sulla legge Acerbo, De Gasperi tenne un discorso alla Camera dei Deputati il 15 luglio 1923 esplicando il suo atteggiamento verso quella legge. Successivamente si oppose all’avvento del fascismo finché, isolato dal regime, fu arrestato alla stazione di Firenze l’11 marzo 1927, insieme alla moglie, mentre si stava recando in treno a Trieste. Al processo che seguì venne condannato a 4 anni di carcere e a una forte multa.
Dopo la scarcerazione, alla fine del luglio 1928, venne continuamente sorvegliato dalla polizia e dovette trascorrere un periodo di grandi difficoltà economiche e isolamento sia morale che politico. Senza un impiego stabile, provò a presentare domanda presso la Biblioteca Apostolica Vaticana nell’autunno 1928, contando sull’interessamento del vescovo di Trento, mons. Celestino Endrici, e di alcuni amici ex popolari. L’assunzione – come collaboratore soprannumerario – venne il 3 aprile 1929, dopo la firma dei Patti Lateranensi (11 febbraio 1929).
Nel 1942-43, durante la Seconda Guerra mondiale, compose, insieme ad altri, l’opuscolo Le idee ricostruttive della Democrazia Cristiana in cui esprimeva le idee alla base del futuro partito della Democrazia Cristiana di cui sarebbe stato cofondatore.
Una volta liberato il sud Italia a opera delle forze anglo-americane, entrò a far parte in rappresentanza della Democrazia Cristiana nel Comitato di Liberazione Nazionale. Durante il governo guidato da Ivanoe Bonomi fu ministro senza portafoglio, mentre dal dicembre del 1944 al dicembre del 1945 venne nominato ministro degli esteri.
Nel 1945 fu nominato presidente del Consiglio dei Ministri, l’ultimo del Regno d’Italia. Durante tale governo fu proclamata la Repubblica e perciò fu anche il primo capo di governo dell’Italia repubblicana, e guidò un governo di unità nazionale, che durò fino al 1947 quando il Presidente degli Stati Uniti Truman ordinò l’espulsione dei partiti socialcomunisti dai governi dell’Europa Occidentale.
Da ricordare che dall’esilio di Umberto II il 13 giugno del 1946, quando il consiglio dei ministri da lui presieduto aveva proceduto alla proclamazione della repubblica prima che la Corte di Cassazione ratificasse i risultati definitivi del referendum del 2 e 3 giugno, alla sua carica fu connessa la funzione accessoria di capo provvisorio dello Stato: in quelle ore si ebbe il drammatico scambio di battute con Falcone Lucifero, ministro della monarchia, in cui De Gasperi affermò: «O lei verrà a trovare me a Regina Coeli, o io verrò a trovare lei». I poteri accessori della Presidenza del Consiglio ebbero termine contestualmente all’elezione di Enrico De Nicola come Capo provvisorio dello Stato il 28 giugno da parte dell’Assemblea Costituente.


Nel gennaio 1947 ebbe luogo la celebre missione di De Gasperi negli Stati Uniti, nel corso della quale lo statista conseguì un importante successo politico con l’ottenere dalle autorità americane un prestito eximbank di 100 milioni di dollari. L’apertura di un dialogo costruttivo tra i due paesi conferì a De Gasperi la motivazione e il sostegno necessari ad attuare l’ambizioso disegno di un nuovo governo senza le sinistre e con l’apporto di un gruppo di “tecnici” guidati da Luigi Einaudi. La formazione del quarto gabinetto De Gasperi contribuirà a ripristinare la credibilità dell’azione di governo, consentendo l’adozione della strategia antinflazionistica nota come “linea Einaudi”.
Nell’occasione fu il terzo italiano a essere onorato di una ticker-tape parade dalla città di New York, e sarà l’unico a ripeterne l’esperienza, nel 1951.


In un’Italia oberata dal ricordo di vent’anni di dittatura fascista e spaventosamente logorata dalla Seconda guerra mondiale, De Gasperi affrontò con dignità politica le trattative di pace con le nazioni vincitrici, che porteranno alla firma del Trattato di Parigi fra l’Italia e le potenze alleate, riuscendo a confinare le inevitabili sanzioni principalmente all’ambito del disarmo militare (che con il tempo sarebbero state superate andando a decadere), ed evitando la perdita di territori di confine come l’Alto-Adige (riguardo il quale lo statista trentino firmerà anche il famoso Accordo De Gasperi-Gruber) e la Valle d’Aosta. Cercò inoltre di risolvere a vantaggio dell’Italia la questione della sovranità dell’Istria e di Trieste, ove però ebbe meno successo dovendo accettare la perdita della prima in favore della neonata Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia guidata da Tito e l’istituzione delTerritorio libero di Trieste soggetto all’autorità anglo-americana nella seconda. Finanziò una rivista, Terza generazione, il cui scopo era di unire i giovani di là dai partiti e superare la divisione tra fascisti e antifascisti.


L’equilibrio del discorso qui riproposto sta nell’umiltà nel presentare ai vincitori le richieste per l’Italia e al contempo la dignità nel pretendere rispetto per un paese che ha combattuto il fascismo.
Una duplicità che tiene conto della contingenza storica, della verità storica, e della prospettiva di equilibrio in politica interna.
“Signori Delegati, grava su voi la responsabilità di dare al mondo una pace che corrisponda ai conclamati fini della guerra, cioè all’indipendenza e alla fraterna collaborazione dei popoli liberi. … vi chiedo di dare respiro e credito alla Repubblica d’Italia: un popolo lavoratore di 47 milioni è pronto ad associare la sua opera alla vostra per creare un mondo più giusto e più umano.”



Prendendo la parola in questo consesso mondiale sento che tutto, tranne la vostra personale
cortesia, è contro di me: e sopratutto la mia qualifica di ex nemico, che mi fa considerare
come imputato e l’essere citato qui dopo che i più influenti di voi hanno già formulato le loro
conclusioni in una lunga e faticosa elaborazione. Non corro io il rischio di apparire come uno
spirito angusto e perturbatore, che si fa portavoce di egoismi nazionali e di interessi unilaterali?
Signori, è vero: ho il dovere innanzi alla coscienza del mio Paese e per difendere la vitalità del
mio popolo di parlare come italiano; ma sento la responsabilità e il diritto di parlare anche
come democratico antifascista, come rappresentante della nuova Repubblica che,
armonizzando in sé le aspirazioni umanitarie di Giuseppe Mazzini, le concezioni universaliste del
cristianesimo e le speranze internazionaliste dei lavoratori, è tutta rivolta verso quella pace
duratura e ricostruttiva che voi cercate e verso quella cooperazione fra i popoli che avete il
compito di stabilire.
Ebbene, permettete che vi dica con la franchezza che un alto senso di responsabilità impone in
quest’ora storica a ciascuno di noi, questo trattato è, nei confronti dell’Italia, estremamente
duro; ma se esso tuttavia fosse almeno uno strumento ricostruttivo di cooperazione
internazionale, il sacrificio nostro avrebbe un compenso: l’Italia che entrasse, sia pure vestita
del saio del penitente, nell’ONU, sotto il patrocinio dei Quattro, tutti d’accordo nel proposito di
bandire nelle relazioni internazionali l’uso della forza (come proclama l’art. 2 dello Statuto di
San Francisco) in base al « principio della sovrana uguaglianza di tutti i Membri», come è detto
allo stesso articolo, tutti impegnati a garantirsi vicendevolmente «l’integrità territoriale e
l’indipendenza politica», tutto ciò potrebbe essere uno spettacolo non senza speranza e
conforto. L’Italia avrebbe subito delle sanzioni per il suo passato fascista, ma, messa una pietra
tombale sul passato, tutti si ritroverebbero eguali nello spirito della nuova collaborazione
internazionale.
Si può credere che sia così?
Evidentemente ciò è nelle vostre intenzioni, ma il testo del trattato parla un altro linguaggio.
In un congresso di pace è estremamente antipatico parlar d’armi e di strumenti di guerra. Vi
devo accennare, tuttavia, perché nelle precauzioni prese dal trattato contro un presumibile
riaffacciarsi di un pericolo italiano si è andati tanto oltre da rendere precaria la nostra capacità
difensiva connessa con la nostra indipendenza. Mai, mai nella nostra storia moderna le porte di
casa furono così spalancate, mai le nostre possibilità di difesa così limitate. Ciò vale per la
frontiera orientale come per certe rettifiche dell’occidentale ispirate non certo ai criteri della
sicurezza collettiva. Né questa volta ci si fa balenare la speranza di Versailles, cioè il proposito
di un disarmo generale, del quale il disarmo dei vinti sarebbe solo un anticipo.
Ma in verità più che il testo del trattato, ci preoccupa lo spirito: esso si rivela subito nel
preambolo. Il primo considerando riguarda la guerra di aggressione e voi lo ritroverete tale
quale in tutti i trattati coi così detti ex-satelliti; ma nel secondo considerando che riguarda la
cobelligeranza voi troverete nel nostro un apprezzamento sfavorevole che cercherete invano
nei progetti per gli Stati ex-nemici. Esso suona: «considerando che sotto la pressione degli
avvenimenti militari, il regime fascista fu rovesciato…». Ora non v’ha dubbio che il
rovesciamento del regime fascista non fu possibile che in seguito agli avvenimenti militari, ma
il rivolgimento non sarebbe stato così profondo, se non fosse stato preceduto dalla lunga
cospirazione dei patrioti che in Patria e fuori agirono a prezzo di immensi sacrifici, senza
l’intervento degli scioperi politici nelle industrie del nord, senza l’abile azione clandestina degli
uomini dell’opposizione parlamentare antifascista (ed è qui presente uno dei suoi più fattivi
rappresentanti) che spinsero al colpo di stato. Rammentate che il comunicato di Potsdam del 2
agosto 1945 proclama: « l’Italia fu la prima delle Potenze dell’Asse a rompere con la Germania,
alla cui sconfitta essa diede un sostanziale contributo ed ora si è aggiunta agli Alleati nella
guerra contro il Giappone».
«L’Italia ha liberato se stessa dal regime fascista e sta facendo buoni progressi verso il ristabilimento di un Governo e istituzioni democratiche».
Tale era il riconoscimento di Potsdam. Che cosa è avvenuto perché nel preambolo del trattato si
faccia ora sparire dalla scena storica il popolo italiano che fu protagonista? Forse che un
governo designato liberamente dal popolo, attraverso l’Assemblea Costituente della Repubblica,
merita meno considerazione sul terreno democratico? La stessa domanda può venir fatta circa
la formulazione così stentata ed agra della cobelligeranza: « delle Forze armate italiane hanno
preso parte attiva alla guerra contro la Germania». Delle Forze? Ma si tratta di tutta la marina
da guerra, di centinaia di migliaia di militari per i servizi di retrovia, del «Corpo Italiano di
Liberazione», trasformatosi poi nelle divisioni combattenti e «last but not least» dei partigiani,
autori sopratutto dell’insurrezione del nord. Le perdite nella resistenza contro i tedeschi, prima
e dopo la dichiarazione di guerra, furono di oltre 100 mila uomini tra morti e dispersi, senza
contare i militari e civili vittime dei nazisti nei campi di concentramento ed i 50 mila patrioti
caduti nella lotta partigiana.
Diciotto mesi durò questa seconda guerra, durante i quali i tedeschi indietreggiarono
lentamente verso nord spogliando, devastando, distruggendo quello che gli aerei non avevano
abbattuto.
Il rapido crollo del fascismo dimostrò esser vero quello che disse Churchill: «un uomo, un
uomo solo ha voluto questa guerra» e quanto fosse profetica la parola di Stimson, allora
Ministro americano della guerra: «la resa significa un atto di sfida ai tedeschi che avrebbe
cagionato al popolo italiano inevitabili sofferenze».
Ma è evidente che, come la prefazione di un libro, anche il preambolo è stato scritto dopo il
testo del Trattato, e così bisognava ridurre, attenuare il significato della partecipazione del
popolo italiano ed in genere della cobelliggeranza perché il preambolo potesse in qualche
maniera corrispondere agli articoli che seguono.
Infatti dei 78 articoli del trattato la più parte corrisponde ai due primi considerando, cioè alla
guerra fascista e alla resa: nessuno al considerando della cobelligeranza, la quale si ritiene già
compensata coll’appoggio promesso all’Italia per l’entrata nell’ONU; compenso garantito
anche a Stati che seguirono o poterono seguire molto più tardi l’esempio dell’Italia antifascista.
Il carattere punitivo del trattato risulta anche dalle clausole territoriali. E qui non posso negare
che la soluzione del problema di Trieste implicava difficoltà oggettive che non era facile
superare. Tuttavia anche questo problema è stato inficiato fin dall’inizio da una psicologia di
guerra, da un richiamo tenace ad un presunto diritto del primo occupante e dalla mancata
tregua fra le due parti più direttamente interessate.
Mi avete chiamato a Londra il 18 settembre 1945. Abbandonando la frontiera naturale delle
Alpi e per soddisfare alle aspirazioni etniche Jugoslave, proposi allora la linea che Wilson aveva
fatto propria quando, il 28 aprile 1919, nella Conferenza della Pace a Parigi invocava «una
decisione giusta ed equa, non già una decisione che eternasse la distinzione tra vincitori e
vinti».
Proponevamo inoltre che il problema economico della Venezia Giulia venisse risolto
internazionalizzando il porto di Trieste e creando una collaborazione col porto di Fiume e col
sistema ferroviario Danubio-Sava-Adriatico.
Era naturalmente inteso che si dovesse introdurre parità e reciprocità nel trattamento delle
minoranze, che Fiume riavesse lo status riconosciuto a Rapallo, che il carattere di Zara fosse
salvaguardato.
Il giorno dopo, Signori Ministri, avete deciso di cercare la linea etnica in modo che essa
lasciasse il minimo di abitanti sotto dominio straniero: a tale scopo disponeste la costituzione
di una Commissione d’inchiesta. La commissione lavorò nella Venezia Giulia per 28 giorni. Il
risultato dell’inchiesta fu tale che io stesso, chiamato a Parigi a dire il mio avviso il 3 maggio
1946, ne approvai, sia pure con alcune riserve, le conclusioni di massima. Ma i rappresentanti
iugoslavi insistettero, con argomenti di sapore punitivo, sul possesso totale della Venezia
Giulia e specie di Trieste. Cominciò allora l’affannosa ricerca del compromesso e, quando
lasciai Parigi, correva voce che gli Anglo-Americani, abbandonando le linee etniche, si
ritirassero su quella francese. Questa linea francese era già una linea politica di comodo, non
più una linea etnica nel senso delle decisioni di Londra, perché rimanevano nel territorio slavo
180.000 italiani e in quello italiano 59.000 slavi; sopratutto essa escludeva dall’Italia Pola e le
città minori della costa istriana occidentale ed implicava quindi per noi una perdita
insopportabile. Ma per quanto inaccettabile, essa era almeno una frontiera italo-jugoslava che
aggiudicava Trieste all’Italia. Ebbene, che cosa è accaduto sul tavolo del compromesso durante
il giugno, perché il 3 luglio il Consiglio dei Quattro rovesciasse le decisioni di Londra e facesse
della linea francese non più la frontiera fra Italia e Jugoslavia, ma quella di un cosiddetto
«Territorio libero di Trieste» con particolare statuto internazionale? Questo rovesciamento fu
per noi una amarissima sorpresa e provocò in Italia la più profonda reazione. Nessun sintomo,
nessun cenno poteva autorizzare gli autori del compromesso a ritenere che avremmo assunto
la benché minima corresponsabilità di una simile soluzione che incide nelle nostre carni e mutila
la nostra integrità nazionale. Appena avuto sentore di tale minaccia, il 30 giugno telegrafavo ai
Quattro Ministri degli Esteri la pressante preghiera di ascoltarmi dichiarando di volere
assecondare i loro sforzi per la pace, ma mettendoli in guardia contro espedienti che sarebbero
causa di nuovi conflitti. La soluzione internazionale, dicevo, com’è progettata, non è accettabile
e specialmente l’esclusione dell’Istria occidentale fino a Pola causerà una ferita insopportabile
alla coscienza nazionale italiana.
La mia preghiera non ebbe risposta e venne messa agli atti. Oggi non posso che rinnovarla,
aggiungendo degli argomenti che non interessano solo la nostra nazione, ma voi tutti che siete
ansiosi della pace del mondo.
Il Territorio libero, come descritto dal progetto, avrebbe una estensione di 783 kmq. con
334.000 abitanti concentrati per 3/4 nella città capitale. La popolazione si comporrebbe,
secondo il censimento del 1921, di 266.000 italiani, 49.501 slavi, 18.000 altri. Lo Stato
sarebbe tributario della Jugoslavia e dell’Italia in misura eguale per la forza elettrica,
comunicherebbe col suo hinterland con tre ferrovie slave e una italiana. Le spese necessarie
per il bilancio ordinario sarebbero di 5 a 7 miliardi; il gettito massimo dei tributi potrebbe
toccare il miliardo. Trieste e il suo porto dall’Italia hanno avuto dal 1919 al 1938 larghissimi
contributi per opere pubbliche e le industrie triestine come i cantieri, le raffinerie, le fabbriche
di conserve, non solo sono sorte in seguito a facilitazioni, esenzioni fiscali, sussidi (anche le linee
di navigazione), ma sono vincolate tutte ai mercati italiani. Già ora il trattato proietta la sua
ombra sull’attività produttiva di Trieste perché non si crede alla vitalità della sistemazione e
alla sua efficienza economica. Come sarà possibile, obiettano i triestini, di mantenere l’ordine in
uno Stato non accetto né agli uni né agli altri, se oggi ancora gli Alleati, che pur vi mantengono
forze notevoli, non riescono a garantire la sicurezza personale?
Il problema interno è forse il più grave. Ogni gruppo etnico chiederebbe soccorso ai suoi e le
lotte si complicherebbero col sovrapporsi del problema sociale, particolarmente acuto e violento
in situazioni come quelle di un emporio commerciale e industriale. Come farà l’ONU ad
arbitrare e ad evitare che le lotte politiche interne assumano carattere internazionale?
Voi rinserrate nella fragile gabbia d’uno statuto i due contendenti con razioni scarse e copiosi
diritti politici e voi pretendete che non vengano alle mani e non chiamino in aiuto gli slavi,
schierati tutto all’intorno a 8 chilometri di distanza, e gl’italiani che tendono il braccio
attraverso un varco di due chilometri?
Ovvero pensate davvero di fare del porto di Trieste un emporio per l’Europa Centrale? Ma allora
il problema è economico e non politico. Ci vuole una compagnia, un’amministrazione
internazionale, non uno Stato; un’impresa con stabili basi finanziarie, non una combinazione
giuridica collocata sulle sabbie mobili della politica!
Per correre il rischio di tale non durevole espediente, voi avete dovuto aggiudicare l’81% del
territorio della Venezia Giulia agli iugoslavi (ed ancor essi se ne lagnano come di un tradimento
degli Alleati, e cercano di accaparrare il resto a mezzo di formule giuridiche costituzionali del
nuovo Stato); avete dovuto far torto all’Italia rinnegando la linea etnica, avete abbandonato
alla Jugoslavia la zona di Parenzo-Pola, senza ricordare la Carta Atlantica che riconosce alle
popolazioni il diritto di consultazione sui cambiamenti territoriali, anzi ne aggravate le
condizioni stabilendo che gli italiani della Venezia Giulia passati sotto la sovranità slava che
opteranno per conservare la loro cittadinanza, potranno entro un anno essere espulsi e
dovranno trasferirsi in Italia abbandonando la loro terra, le loro case, i loro averi, che più? i
loro beni potranno venir confiscati e liquidati, come appartenenti a cittadini italiani all’estero,
mentre l’italiano che accetterà la cittadinanza slava sarà esente da tale confisca.
L’effetto di codesta vostra soluzione è che, fatta astrazione dal Territorio libero, 180.000 italiani
rimangono in Jugoslavia e 10 mila slavi in Italia (secondo il censimento del 1921) e che il totale
degli italiani esclusi dall’Italia calcolando quelli di Trieste, è di 446.000; né per queste
minoranze avete minimamente provveduto, mentre noi in Alto Adige stiamo preparando una
generosa revisione delle opzioni ed è già stato raggiunto un accordo su una ampia autonomia
regionale da sottoporsi alla Costituente.
A qual pro dunque ostinarsi in una soluzione che rischia di creare nuovi guai, a qual pro voi vi
chiuderete gli orecchi alle grida di dolore degli italiani del’lstria — ho presente una sottoscrizione di Fola — che sono pronti a partire, ad abbandonare terre e focolari pur di non sottoporsi al nuovo regime?
Lo so, bisogna fare la pace, bisogna superare la stasi, ma se avete rinviato d’un anno la
questione coloniale, non avendo trovato una soluzione adeguata, come non potreste fare
altrettanto per la questione giuliana? C’è sempre tempo per commettere un errore irreparabile.
Il trattato sta in piedi anche se rimangono aperte alcune clausole territoriali. È una pace
provvisoria: ma anche da Versailles a Cannes si dovette procedere per gradi. Altre questioni
rimangono aperte o sono risolte nel Trattato negativamente. Non posso ritenere, ad es., che i
nostri rapporti con la Germania si possano considerare definiti con l’art. 87 di codesto Trattato,
il quale impone all’Italia la rinuncia a qualsiasi reclamo, compresi i crediti contro la Germania e
i cittadini germanici fino alla data dell’8 maggio 1945, dopo cioè che l’Italia era in guerra con la
Germania da diciannove mesi.
I nostri tecnici calcolano a circa 700 miliardi di lire, cioè a circa 3 miliardi di dollari, la somma
che possiamo reclamare dalla Germania per il periodo della cobelligeranza; e noi ci dovremo
semplicemente rinunciare? Non può essere questo un provvedimento definitivo; bisognerà pur
riparlarne quando si farà la pace con la Germania: e allora non è questo un altro argomento
per provare che il completo assestamento d’Europa non può avvenire che dopo la pace con la
Germania? Stabiliamo le basi fondamentali del trattato; l’Italia accetterà di fare i sacrifici che può.
Mettiamoci poi a tavolino, noi e gli iugoslavi in prima linea, e cerchiamo un modo di vita, una
collaborazione, perché senza questo spirito le formule del trattato rimarranno vuote.
Non è a dire con ciò che per tutto il resto il trattato sia senz’altro accettabile.
Alcune clausole economiche sono durissime. Così per esempio l’art. 69 che concede ad ogni
Potenza Alleata od Associata il diritto di sequestrare, ritenere o liquidare tutti i beni italiani
all’estero, salvo restituire la eventuale quota eccedente i reclami delle Nazioni Unite.
L’applicazione generale di tale articolo avrebbe conseguenze insopportabili per la nostra
economia. Ci attendiamo che tali disposizioni vengano modificate sopratutto se — come non
dubito — si darà modo ai miei collaboratori di esprimersi a fondo su questo come su ogni altro
argomento, in seno alle competenti Commissioni. Così ancora all’art. 62 ci si impone una rinuncia
contraria al buon diritto e alle norme internazionali, la rinuncia cioè a qualsiasi credito
derivante dalle Convenzioni sul trattamento dei prigionieri.
Logica conseguenza della cobelligeranza è anche che a datare dal 13 ottobre 1943 lo spirito con
cui devono essere regolati i rapporti economici tra noi e gli Alleati sia diverso. Non si tratta più
di spese di occupazione, previste all’epoca dell’armistizio per un breve periodo, ma di spese di
guerra sul fronte italiano. Ad esse il Governo italiano vuole contribuire nei limiti delle sue
possibilità economiche, ma nei modi che di tale capacità tengano conto.
In quanto alle riparazioni, pur essendo disposti a sopportare sacrifici, dobbiamo escludere che
si facciano gravare sull’economia italiana oneri imprecisati e per un tempo indeterminato e nei
riguardi dei territori ceduti o liberati si dovrà tener conto degli enormi investimenti da noi fatti
per opere pubbliche per lo sviluppo culturale e materiale di tali paesi. Se : clausole del trattato ci
venissero imposte nella loro totalità e crudezza, noi, firmando, commetteremmo un falso perché
l’Italia, nel momento attuale, con una diminuzione dei salari reali di oltre il 50% e del reddito
nazionale di oltre il 45%, ha già visto ridurre la sua capacità di produzione fino al punto da non
poter acquistare all’estero le derrate alimentari e le materie prime. Ulteriori peggioramenti
provocherebbero il caos monetario, l’insolvenza e la perdita della nostra indipendenza
economica. A che ci gioverebbe allora essere ammessi ai benefici del Consiglio economico e
sociale dell’ONU?
Prendiamo atto con soddisfazione che nella Conferenza dei Quattro — seduta del 10 maggio —
la proposta di affidare all’Italia sotto forma di amministrazione fiduciaria le sue colonie ha
incontrato consensi. Confidiamo che tale assenso trovi pratica applicazione nel momento di deliberare.
In tale attesa, purché non si chiedano rinunce preventive, non facciamo obiezioni al
rinvio né al prolungamento dell’attuale regime di controllo militare in quei territori. Ma noi ci
attendiamo che l’amministrazione di quei territori durante l’anno di proroga sia, in conformità
della legge internazionale, affidata almeno per un’equa parte ai funzionari italiani, sia pure sotto
il controllo delle autorità occupanti. E facciamo viva istanza perché decine e decine di migliaia
di profughi dalla Libia, Eritrea e Somalia che vivono in condizioni angosciose in Italia o in campi di
concentramento della Rhodesia o nel Kenya possano ritornare alle loro sedi.
Circa le questioni militari, le nostre obiezioni potranno più propriamente essere esposte nella
Commissione rispettiva. Basti qui riaffermare che la flotta italiana, dopo essersi data tutta alla
cobelligeranza e aver operato in favore della causa comune per tre anni e fino a tutt’oggi sotto
propria bandiera agli ordini del Comando Supremo del Mediterraneo, non può oggi, per ovvie
ragioni morali e giuridiche, venir trattata come bottino di guerra. Ciò non esclude che nello
spirito degli accordi Cunningham-De Courten, essa contribuisca entro giustificati limiti a
restituzioni o compensi.


Signori Ministri, Signori Delegati
Per mesi e mesi ho atteso invano di potervi esprimere in una sintesi generale il pensiero
dell’Italia sulle condizioni della sua pace, ed oggi ancora comparendo qui nella veste di ex nemico,
veste che non fu mai quella del popolo italiano, innanzi a Voi, affaticati dal lungo
travaglio o anelanti alla conclusione, ho fatto uno sforzo per contenere il sentimento e dominare
la parola, onde sia palese che siamo lungi dal voler intralciare ma intendiamo costruttivamente
favorire la vostra opera, in quanto contribuisca ad un assetto più giusto del mondo.
Chi si fa interprete oggi del popolo italiano è combattuto da doveri apparentemente contrastanti.
Da una parte egli deve esprimere l’ansia, il dolore, l’angosciosa preoccupazione per le
conseguenze del trattato, dall’altra riaffermare la fede della nuova democrazia italiana nel
superamento della crisi della guerra e nel rinnovamento del mondo operato con validi strumenti di pace.
Tale fede nutro io pure e tale fede sono venuti qui a proclamare con me i miei due autorevoli
colleghi, l’uno già Presidente del Consiglio, prima che il fascismo stroncasse l’evoluzione
democratica dell’altro dopoguerra, il secondo Presidente dell’Assemblea Costituente Repubblicana,
vittima ieri dell’esilio e delle prigioni e animatore oggi di democrazia e di giustizia
sociale: entrambi interpreti di quell’Assemblea a cui spetterà di decidere se il trattato che
uscirà dai vostri lavori sarà tale da autorizzarla ad assumerne la corresponsabilità, senza
correre il rischio di compromettere la libertà e lo sviluppo democratico del popolo italiano.


Signori Delegati,
grava su voi la responsabilità di dare al mondo una pace che corrisponda ai conclamati fini
della guerra, cioè all’indipendenza e alla fraterna collaborazione dei popoli liberi. Come italiano
non vi chiedo nessuna concessione particolare, vi chiedo solo di inquadrare la nostra pace nella
pace che ansiosamente attendono gli uomini e le donne di ogni paese, che nella guerra hanno
combattuto e sofferto per una meta ideale. Non sostate sui labili espedienti, non illudetevi con
una tregua momentanea o con compromessi instabili: guardate a quella meta ideale, fate uno
sforzo tenace e generoso per raggiungerla.
È in questo quadro di una pace generale stabile, Signori Delegati, che vi chiedo di dare respiro e
credito alla Repubblica d’Italia: un popolo lavoratore di 47 milioni è pronto ad associare la sua
opera alla vostra per creare un mondo più giusto e più umano.

Cindy Crawford nuovo volto di Acqua San Benedetto

È Cindy Crawford il volto scelto da Acqua San Benedetto per festeggiare i sessant’anni del brand. La splendida top model simbolo degli anni Novanta è la protagonista del nuovo spot girato a Roma da Gabrielle Muccino. La bellezza imperitura della Capitale si unisce allo charme della modella, ancora in forma smagliante a 50 anni (qui un pezzo su di lei). “San Benedetto, I Love You” è lo slogan scelto per la nuova campagna pubblicitaria: la tradizione italiana si fonde all’immagine di benessere e purezza che da sempre contraddistinguono l’azienda.

“La scelta di una testimonial d’eccezione come Cindy Crawford è strategica perché incarna perfettamente la filosofia di un’azienda sempre più leader nel panorama italiano, in grado di differenziarsi dai propri competitor e proporre nuovi prodotti unici e vincenti”: : queste le parole di Vincenzo Tundo, Direttore Marketing del Gruppo Acqua Minerale San Benedetto S.p.A. Uno spot suggestivo, che riporta un auge l’immagine della Dolce Vita grazie al fascino della Città Eterna e al volto della super modella americana, che incarna la filosofia di Acqua Minerale San Benedetto e il gusto unico ed equilibrato del Thè San Benedetto.

Acqua San Benedetto ha spento 60 candeline lo scorso 10 aprile; un traguardo importante per uno dei marchi storici della tradizione italiana. «Il 2016 è molto importante per noi», ha dichiarato Vincenzo Tundo, «e con la nuova campagna diamo un segnale di vitalità importante per un’azienda che vuole consolidare la sua immagine di leader di mercato. È stato un onore e una grande soddisfazione poter lavorare con tre mostri sacri del mondo della moda, del cinema e della fotografia internazionale» .

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Cindy Crawford è il nuovo volto di Acqua San Benedetto



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La top model nel nuovo spot girato da Gabriele Muccino



Dalla fine di maggio la nuova pubblicità imperversa sulle tv nazionali, mentre la campagna stampa vede gli scatti di una eccellenza della fotografia, quale Marco Glaviano.

Donald Trump non ha intenzione di difendere gli alleati NATO in caso di attacco

Donald Trump accettando l’investitura di candidato repubblicano alla corsa per la casa bianca ha tenuto un discorso che ha fatto cadere dalla sedia i leader di mezzo mondo. Trump ha sostenuto che non ha intenzione di rispettare i patti NATO e quindi di intervenire in caso di attacco nei confronti di un paese membro.


Trump riferendosi ai paesi baltici che sono stati minacciati in maniera sempre più aggressiva da parte dei russi ha detto che in caso di aggressione russa, prima di intervenire controllerebbe se questi stati hanno rispettato “gli obblighi nei nostri confronti” e nel caso lo abbiano fatto allora darebbe il suo ok.


Per la prima volta un candidato alla presidenza di un paese della NATO ha messo in dubbio il patto che obbliga ogni paese all’intervento in caso di un attacco nei confronti di un altro membro.
Questa dichiarazione è in linea con le richieste fatte in campagna per le primarie secondo cui gli alleati americani devono pagare di più per la protezione fornita loro dagli USA.


Trump ha anche dichiarato che non ha intenzione di fare pressioni sulla Turchia o su altri alleati autoritari nel caso di purghe o di problemi riguardanti le libertà civili.
Secondo Trump gli Stati Uniti devono prima pensare ai loro problemi che a quelli degli altri.
Secondo Trump gli USA non hanno diritto ad andare a dare lezioni all’estero quando nella loro madrepatria i poliziotti sparano alle persone a sangue freddo.


Trump non si è tirato indietro dall’approccio ultra-nazionalista che gli ha fatto vincere la candidatura. Il miliardario newyorchese ha enfatizzato soprattutto l’aspetto economico: gli USA non vogliono pagare per la difesa di tutti gli alleati, ognuno deve contribuire nei costi della difesa a costo di cancellare trattati a questo riguardo in giro per il mondo.
Gli USA secondo Trump non sono più in grado di sopportare i costi della difesa globale che si sono caricati sulle spalle per tutti questi anni.


Il tema è il ricorrente L’America viene prima che ha caratterizzato la sua campagna elettorale. Altro bersaglio di Trump è il NAFTA, l’accordo commerciale tra Canada, USA e Messico. Secondo il candidato repubblicano deve essere rinegoziato con termini radicalmente più favorevoli agli USA.


Le sue dichiarazioni sulla NATO hanno fatto scalpore nei circoli politici in giro per il mondo. Il segretario del patto atlantico, Jens Stoltenberg ha dichiarato che la solidarietà è un valore fondamentale tra i paesi NATO. Stoltenberg ha detto che non desidera intervenire nel processo democratico americano ma ha sottolineato come la sicurezza in Europa sia stata una delle chiavi del successo americano.


Le dichiarazioni fanno ancora più scalpore considerando che l’articolo 5 del trattato è stato voluto dagli USA e firmato dal presidente Truman ed è stato applicato solo una volta: dopo l’11 settembre a favore degli USA.
L’accordo è considerato universalmente un elemento centrale nel mantenimento della pace in Europa, nello specifico nell’Europa dell’Est dove le repubbliche ex sovietiche sono sotto costante minaccia da parte dei russi che hanno fatto della riconquista dell’influenza nell’area una loro priorità in politica estera.


Il presidente estone ha subito postato su Twitter le prove del loro impegno nei confronti degli alleati e ha sottolineato che la piccola repubblica baltica ha mandato i suoi soldati anche in Afghanistan.


Trump ha sottolineato che il suo approccio in questioni di politica internazionale è molto diverso da quello tradizionale del partito repubblicano, sempre stato tradizionalista, dato che i tempi sono cambiati. Secondo Trump il costo dell’impegno militare globale degli USA porta a una perdita annuale di 800 miliardi di dollari.
Trump pensa alla politica internazionale in termini economici e non vede i benefici economici dell’essere il deterrente nucleare della Corea del Nord del garantire il rispetto dei diritti civile dei turchi, ad esempio.


Trump vorrebbe riportare a casa le truppe americane per contenere i costi, ivi comprese quelle in paesi amici, come Giappone o Sud Corea, dove stazionano i missili per tenere a bada i nordcoreani. Secondo alcuni esperti militari questa politica, oltre ai chiari svantaggi tattici porterebbe ad un aumento dei costi dato che i paesi in cui sono ospitate le testate contribuiscono ai costi.


Trump, inoltre, ha continuato a lodare Erdogan, un grande statista secondo il candidato repubblicano. Trump ha lodato Erdogan per la sua abile gestione del colpo di stato e ha detto che per quanto riguarda i diritti civili gli Stati Uniti non hanno diritto a dare lezioni in giro per il mondo considerando la loro situazione a casa.
Trump ha fatto sua la risposta di ogni regime autocratico criticato dagli USA: “Pensate alla violenza nelle vostre strade prima di dare lezioni al mondo”.

Nuovo look per il packaging Louis Vuitton

Cambio di look in casa Louis Vuitton: la maison francese ha appena presentato il nuovo packaging che dal prossimo 16 agosto troveremo nelle boutique di tutto il mondo. Ritorno al passato per lo storico brand, che rispolvera uno dei passepartout dei suoi archivi: il colore scelto per il nuovo packaging è infatti il fatidico Imperial Saffron, una particolare sfumatura di ocra che nel lontano 1923 veniva scelta da André Citroen per equipaggiare le automobili che avrebbero partecipato alla Crosière Noire, con un esclusivo set di 150 bauli firmati Gaston Vuitton declinati nella medesima nuance.

La storia ci tramanda di un viaggio avventuroso che, dall’Algeria, sarebbe poi giunto in Madagascar nel 1925: cinque veicoli a bordo dei quali vi erano ricercatori, medici e professionisti, mentre i bauli col logo della maison contenevano farmaci, munizioni e generi di prima necessità.

Il nuovo packaging in Imperial Saffron sarà contraddistinto da dettagli blu elettrico: anche qui la maison fa un tuffo nel suo glorioso passato, riportando in auge gli storici motivi che accompagnavano un modello di Cabin Trunk risalente al 1928, anch’esso nella medesima tonalità di giallo, contraddistinto da un’elegante banda blu elettrico. Eleganza allo stato puro per uno dei marchi storici tra i più amati di sempre per borse e bagagli.

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Il nuovo packaging Louis Vuitton, disponibile da fine agosto nelle boutique del celebre marchio



lv 2 The original Citroen Trunk, commissioned in 1924. Courtesy Louis Vuitton

Il baule commissionato nel 1924 da Citroen. (Courtesy: Louis Vuitton)

D’ASY, la start up delle borse

Due socie – Silvana Soffitta e Alessandra Ferraro, due borse per iniziare – LEI e YULIA – due doti in comune – il piglio imprenditoriale e la passione per la moda – un unico obiettivo: far parlare di sé.

Da questa ricetta nasce D’ASY Milano, la start up che entra nel mercato della pelletteria con una collezione di borse.

verde shoot

rosso cioc shoot

cocco shoot

Le forme sono classiche, i materiali di pregio e sono totalmente prodotte in Italia; D’ASY Milano propone un prodotto dedicato alle donne attente al dettaglio – tutti i pellami sono trattati al vegetale e le minuterie metalliche in ottone palladiato o dorato sono realizzate con tecniche artigianali.

Non solo made in Italy, gli interni delle borse D’ASY sono composti da sete pregiate che provengono dalle storiche seterie comasche, tessuti introvabili sul mercato perché parte di antichi archivi, ed è questo che rende le borse degli oggetti unici nel loro genere.

Qui i modelli D’ASY Milano e dettagli:

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Mito nel Mito: Steve McQueen

Non lo trovate su Instagram, non è un fashion Blogger, ma se volete una vera icona di stile da seguire è lui: Steve McQueen, anche detto “the king of cool”.


Moda uomo: siete alla ricerca di ispirazioni per l’estate? Lasciate perdere tutte le presunte icone di stile di oggi e puntate tutto su uno che purtroppo è morto a soli 50 anni, nel 1980, ben 35 anni fa: l’attore americano Steven Mcqueen, detto Steve. Interprete di film indimenticabili (La grande fuga, Bullit, Papillon, solo per citarne alcuni), personaggio carismatico, maledetto, trasgressivo, noto per la sua passione per le corse, in auto e in moto, ma soprattutto icona di stile. A 35 anni dalla sua morte basta guardare le vecchie fotografie per rendersi conto che potrebbero essere state scattate oggi, o domani. Non alla moda, ma fuori dalla moda: non aveva un “consulente dell’immagine” che gli diceva come vestirsi o pettinarsi. Era semplicemente così: personalità da vendere, affascinante, non seguiva lo stile ma era lo stile. E i suoi abbinamenti non sfigurano neanche oggi, anzi.


Ispiriamoci quindi a lui per il look dell’estate (e non solo) attraverso alcune fotografie:


Steve McQueen

Steve McQueen




Sneakers di tela senza calze, minimal, colore unico, pantaloni leggeri slim fit, colori chiari, camicia dal taglio leggero, occhiali da sole che potrebbero essere alla moda quest’anno, capelli taglio “come accidenti voglio io”, orologio e… beh, della pistola potete anche farne a meno. Per il resto, un look perfetto anche per l’estate 2016. Ed erano gli anni ’70.


Steve McQueen

Steve McQueen




Pantaloni chiari con risvolto, sandali gladiatore, camicia di cotone. Praticamente le tendenze dell’estate, però 40 anni fa. Che dite, se lo merita o no l’appellativo di King of Cool?


Steve McQueen

Steve McQueen




Sembra una pubblicità di oggi. Scarpe di tela sdrucite (oggi le vendono già così), jeans slim fit, maglietta bianca stile intimo (lanciata da Marlon Brando), abbronzato, rasatura perfetta, sguardo da duro, capelli probabilmente pettinati da una bella corsa in moto e gli immancabili occhiali da sole. Perfezione.


Steve McQueen

Steve McQueen




Qui si nota la sua abilità nel mischiare elementi eleganti con uno stile leggermente trasandato assolutamente irresistibile.


Qualche tips invernale:


Steve McQueen

Steve McQueen




Anno 1966, film “Quelli della San Pablo”, capottone nero “caban”, tutto incredibilmente moderno.


Con lo stile autunnale-invernale McQueen diventava decisamente elegante ma sempre inevitabilmente cool. Qua una celebre immagine tratta dal film “Bullit”:


Steve McQueen

Steve McQueen




Quando poi andava in moto o in macchina (come sappiamo era un amante delle corse) Steve McQueen dava il suo meglio con abbinamenti che ancora oggi fanno storia, qui in una divertente foto in bianco e nero con gli immancabili occhiali da sole Persol:


Steve McQueen

Steve McQueen




Qui invece in una gara motociclistica con il mitico Barbour che fece storia e che, diciamolo, solo lui poteva portare così:


Steve McQueen

Steve McQueen




Ecco, quando sentite parlare di “iconico”, di moderno, di fashion blogger che fanno tendenza eccetera eccetera, ricordatevi di Steve McQueen, The King of Cool. Per i veri fanatici c’è anche il sito tributo con i vestiti, le scarpe e gli accessori usati dall’attore nei film e nella vita privata e altri vestiti-tributo a questa grande icona di stile, si chiama – ovviamente – thekingofcool.com.

BEAUTY – I 5 migliori make-up look di Rihanna

Beauty – Ripercorriamo insieme i 5 Make-up look che ci ricordano Rihanna la quale, oltre ad essere una cantante di successo, e’ una vera e propria trendsetter del Ventunesimo Secolo.

Camaleontica, seducente, sexy e perfetta sotto i riflettori, Rihanna è uno dei personaggi più famosi al mondo e una delle donne più richieste come testimonial per prestigiosi brand, sia di make-up che di abbigliamento. Il 2017 vedrà il lancio della sua prima linea di trucco, mentre quest’anno l’abbiamo vista sulle passerelle della NFW con la collezione Fenty per Puma by Rihanna.

Ai Grammy 2015 , Rih indossava un trucco del tutto naturale, che esalta la sua innata bellezza. Labbra glossy e sopracciglia ben strutturate, acconciatura molto classica ed elegante, il tutto per bilanciare l’abito molto estroso che ha indossato per l’occasione.
rihanna-linea-makeup

Al suo primo Diamond Ball, Rihanna ha mostrato la donna sexy ed elegante che e’ in lei, sfoggiando un occhio drammatico, un eyeliner stile cat eye, ed ancora una volta , il rossetto rosso che sposa perfettamente il suo vestito.

mtv.com

Anche se non e’ un look da red carpet, voglio mostrarvelo in quanto rappresenta l’essenza della vera Rihanna. Una donna che viaggia controcorrente, che detta le mode, con una voce senza tempo. Questo scatto e’ parte di un editoriale per il magazine I-D. Riri indossa un dark lipstick, un leggero smokey sugli occhi ed un contouring molto presente per delineare le forme del suo viso.

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Rihanna ha abbinato al suo leggendario abito CFDA uno smokey eyes nero, molto intenso e labbra nude, perché non si ha realmente bisogno di labbra luminose quando si indossa un abito brillante.

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Questo e’ l’ultimo look proposto da Rihanna durante la presentazione della collezione Fenty per Puma by Rihanna a New York. Rih propone il bob come hairstyle, e un make-up anni 90, che prevede l’utilizzo di colori caldi -come il beige- per ricreare un look del tutto naturale. Presta sempre molto attenzione alle labbra : lei stessa ha dichiarato che “usa colori molto forti sulle labbra, perche’ distolgono l’attenzione da alcuni difetti sul viso”.

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#Raiseyourhand. La nuova campagna di Bulgari e Save the Children

45 milioni di euro: è questa la somma raccolta da Bulgari per  Save the Children, negli ultimi anni.

L’associazione, grazie all’apporto della celebre maison romana, ha potuto garantire una vita migliore ai bambini meno fortunati, dislocati in diverse aree del mondo.

Anche quest’anno, con l’hashtag #Raiseyourhand, Bulgari lancia la campagna che vede la partecipazione di Fabrizio Ferri per la sua idealizzazione e creazione.

 

Il bracciale solidale ideato da Bulgari per Save the Children 8fonte immagine harpersbazaar)

Il bracciale solidale ideato da Bulgari per Save the Children (fonte immagine harpersbazaar)

 

 

Il marchio di lusso, ha ideato un bracciale in argento e ceramica nero, che va ad incrementare la collezione concepita appositamente per il progetto composta, inizialmente, da un anello e un ciondolo di chiara ispirazione della linea B.zero1 della griffe. Il costo del monile è di 480 euro, 75 dei quali, viene destinato direttamente a Save the Children.

 

 

Sfoglia la gallery per scoprire chi sono le celebs che hanno aderito alla campagna

 

Pokémon Go. Ecco come fare soldi

E’ quasi del tutto impossibile, calcolare il successo che l’app Pokémon Go sta riscuotendo worldwide.

E’ diventata una mania, un’ossessione: chiunque vuole “catturare” i Pokémon nel mondo reale, rischiando, oltremodo, di rasentare il ridicolo.

Pensate che, in una sola settimana, l’applicazione è stata scaricata da ben 65 milioni di utenti. A tenere il primato dell’uomo che ha catturato più Pokémon per questa nuova edizione, è stato il newyorkese ftb_hodor (questo è solo il suo nickname, il nome reale è tutt’ora sconosciuto n.d.r.) che ha catturato ben 142 pupazzetti.

Non tutti sanno, però, che Pokémon Go sta cambiando le abitudini delle persone. Uscire dal proprio nido, per imprigionare questi mostriciattoli, sta spingendo la gente ad uscire di casa, muovendo, nemmeno a dirlo, l’economia locale.

Ha dello straordinario, infatti, ciò che è accaduto giorni fa ad Orlando, Florida. Una ristoratrice, nota un gruppo di persone che fissavano il suo ristorante, allorché, meravigliata, scopre che il suo locale era stato scelto come Pokéstop e cioè, una stazione di rifornimento per i giocatori, che piazzano le esche per  catturare i Pokémon. E’ inutile sottolineare come la donna ne abbia tratto beneficio economico.

 

Julia Voth (R) and April O'Neil (C) look at their phones while playing Pokemon Go on July 13, 2016 at Pershing Square in Los Angeles, California, one of a number of landmark locations across communities in southern California which serving as gathering point for people playing the game.   The location-based augmented reality mobile game was released on July 6th. / AFP / Frederic J. BROWN        (Photo credit should read FREDERIC J. BROWN/AFP/Getty Images)

(fonte FREDERIC J. BROWN/AFP/Getty Images)

 

 

Pensate che questa manovra, ha fatto lievitare i profitti del 75% a Sean Benedetti, manager di una pizzeria a New York.

Visto il successo dell’applicazione, gli sviluppatori della stessa, hanno pensato di “vendere” i Pokéstop al prezzo di 1,17 euro l’ora.

Ma in Italia, costa sta succedendo?

Loris Pagano, ventisettenne della provincia di Ravenna impiegato in un fast food ha trovato, forse, un’occupazione più appagante.

Il suo lavoro, attualmente, è catturare Pokémon per conto di altri e per farlo, chi lo ingaggia deve retribuirlo con 15 euro l’ora. Si, avete letto bene.

Loris, infatti, figura sul sito ProntoPro.it come allenatore di Pokémon. Con 30 euro, si può acquistare tutto il pacchetto che prevede tutti i servizi di un allenatore che dovrà, per altro, covare le uova e conquistare palestre nemiche.

Insomma, un giro di affari vero e proprio che aiuta, specie i ragazzini, ad arrotondare le proprie entrate economiche; ma chi ci guadagna veramente, e c’è da aspettarselo, sono i creatori dell’applicazione e cioè Nintendo e Niantic ed anche Apple che, nell’arco di 2 anni, percepirà da questa manovra ben 3 miliardi di dollari grazie agli acquisti in app che faranno i suoi utenti.

 

 

Fonte cover youtube.com

Ex modella crea i sexy bikini dell’estate

Da modella a designer, Patricia Bedoya crea questo giovane brand di costumi super sexy: PATYMUA.

Linee decise e provocanti, tra bikini, trikini e costumi interi, la nuova linea Patymua ha un design curato nei minimi dettagli e ricco di modelli per soddisfare tutte le esigenze: si chiama Forbidden Kiss.

La collezione si compone di costumi dalle scollature profonde e incroci decisi, bikini con slip a vita alta, con dei richiami fifties, laccetti che avvolgono la vita, volant per i top che regalano volume al seno.

Forbidden Kiss di Patymua verrà presentata alla Fiera Internazionale del beachwear Maredamare 2016, dal 23 al 25 Luglio presso Fortezza da Basso a Firenze.

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Sfoglia la gallery con i modelli di costumi Patymua:




 

 

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BLOCCO 31 SI UNISCE AGLI ADDETTI DEL SETTORE MODA E LANCIA #STREETLIFE31

Zara nella bufera. L’illustratrice Tuesday Bassen denuncia il marchio

 

Bufera non solo mediatica in quel di Zara.

Il colosso spagnolo della moda, è infatti accusato di rubare, per così dire, le illustrazioni altrui, trasmigrandole con fugace velocità nelle sue collezioni.

A lanciare questo monito/accusa, è l’illustratrice americana Tuesday Bassen che utilizza la piattaforma Instagram per “sbugiardare” il marchio.

Come ha dichiarato la ventisettenne illustratrice californiana, il presunto caso di plagio ai danni del suo lavoro, è stato reso noto ad un legale che provvederà a richiamare Zara.

 

 

Il post di denuncia di Tuesday Bassen apparso sul suo profilo Instagram. Fonte immagine Tuesday Bassen IG)

Il post di denuncia di Tuesday Bassen apparso sul suo profilo Instagram. Fonte immagine Tuesday Bassen IG)

 

 

La risposta del marchio, però, non si è fatta attendere: “La mancanza di tratti distintivi, rende molto difficile quantificare la parte di popolazione che associa i disegni in questione a quelli di Tuesday Bassen”, hanno fatto sapere dall’ufficio stampa.

Ma un’assomiglianza, come tutti potranno notare, c’è è come e non solo associando i disegni di Tuesday con quelli proposti dalla griffe low cost.

Sbirciando in rete, infatti, diverse sono le analogie che legano i disegni di Zara, con marchi oramai affermati nel fashion biz ma, come tutti ben sapranno, basta anche solo un tratto modificato, per non incorrere alle accuse infamanti di fake e uscirne indenni da ogni calunnia.

Come terminerà la bagarre tra le due parti, non possiamo ancora saperlo, ma se è vero che l’ispirazione percorre una strada lunga per essere rielaborata, in questa occasione, il percorso è stato, molto probabilmente, “accorciato”.

 

 

Fonte cover Twitter

 

 

Christian Louboutin veste gli atleti della nazionale cubana a Rio

Cosa  lega  Christian Louboutin alla moda? Certamente  il color rosso! che esso sia legato alla sua celeberrima suola o ad un capo d’abbigliamento,la firma del noto stilista di scarpe, si tinge di tonalità scarlatta.

 

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E’ notizia, infatti, che Louboutin disegnerà per l’e-commerce sportyenri.com, le uniformi della squadra olimpica di Cuba, in occasione delle Olimpiadi che si terranno a partire dal 5 agosto prossimo a Rio de Janiero.

I capi, che verranno indossati dagli atleti durante l’evento solo per alcune occasioni (una di queste, durante la  cerimonia finale), rivisitano l’heritage cubano, ponendo l’attenzione sull’eleganza e sul lusso, ben conciliati a loro modo, con l’idea di un’uniforme sportiva.

 

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Le calzature, semplici sneakers o le meglio conosciute slip on modello Naza Star, sono state create per abbinarsi ai capi, quest’ultimi confezionati in un atelier di Parigi, che presentano una linea ben strutturata, che definisce, shorts, pantaloni e blazer multi tasche, con l’effige della bandiera cubana.

 

 

Fonte immagini christianlouboutin.com

In Turchia è caos

Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha dichiarato uno stato di emergenza di tre mesi come risposta alla situazione caotica creata dal tentativo di colpo di stato.
Situazione critica creata più che altro da Erdogan stesso con una ondata gigantesca di arresti e licenziamenti che hanno colpito militari, giudici e pubblici ministeri, dipendenti statali e soprattutto il sistema scolastico, vero e proprio regno di Fethullah Gülen, il nemico pubblico numero uno di Erdogan.


Il ministero dell’Istruzione turco oggi ha sospeso gli incarichi degli insegnanti turchi all’estero e ha chiesto che questi tornino in Turchia per essere sentiti nelle indagini che riguardano il tentato colpo di stato.
Nelle università, sia pubbliche che private, è stato chiesto ai rettori di chiamare i professori impegnati all’estero.
Nella stessa circolare veniva richiesto ai rettori delle università di valutare le eventuali connessioni tra il personale dell’università e Hizmet, il movimento di Fethullah Gülen. Alle università è stato lasciato tempo fino al 5 agosto per obbedire alla circolare.


Obama ha chiamato il presidente turco per garantire il completo supporto degli USA nell’inchiesta sul fallito colpo di stato ma ha ribadito che l’investigazione e la prosecuzione dovranno essere condotte in modo che i cittadini turchi siano rassicurati sulla continuità della democrazia e sul rispetto delle norme vigenti in modo che il fallimento del colpo di stato sia visto come una vittoria della democrazia, non una occasione di repressione.


Una precisazione necessaria quella del presidente americano dato che è arrivata appena dopo la notizia che 15.200 lavoratori nel mondo dell’istruzione sono stati licenziati per la loro presunta vicinanza a Gülen. Tutti i rettori delle 1.176 università statali e delle 401 private sono stati sollecitati a lasciare il loro posto di lavoro.
24 licenze audiovisive sono state sospese facendo di fatto chiudere altrettante radio e televisioni.
La Turchia ha anche dichiarato che sospenderà la convenzione sui diritti umani durante il periodo di emergenza.


Come se non bastasse Erdogan ha ribadito che a giorni arriverà una formale richiesta di estradizione riguardo Fethullah Gülen nei confronti degli Stati Uniti e ha minacciato ripercussioni nel caso questa non sia concessa. Contestualmente verrà, con ogni probabilità, reintrodotta la pena di morte in quella che sarà la decisione che cancellerà definitivamente ogni possibilità turca di un ingresso nella UE.


112 generali dell’esercito sono stati sospesi o incarcerati e in ministero dell’Interno ha sospeso 8.777 suoi dipendenti che si aggiungono ai 7.899 poliziotti, i 614 ufficiali delle gendarmerie, i 30 governatori provinciali e i 47 governatori di distretti. Ai poliziotti sono state confiscate le armi di servizio. Il paese è totalmente nelle mani di Erdogan e la sua, in teoria, sarebbe una posizione poco più che cerimoniale. Una volta tolti tutti i suoi nemici dalle posizioni di comando, i giudici costituzionali dalle loro corti e avendo il controllo totale dello stato con la dichiarazione dello stato di emergenza e la sospensione della convenzione sui diritti umani se Erdogan decidesse di diventare un dittatore nessuno potrebbe impedirlo.

L’arte visionaria di Carla Mura

Visionaria, eclettica, creatrice di un’arte primordiale e moderna, intensa e affascinante: nell’opera di Carla Mura innumerevoli sono le suggestioni e i riferimenti ad un mondo interiore ricco di pathos. Rimandi onirici nei pattern cromatici, virtuosismi e visioni sfocate e cesellate in una realtà ricostruita attraverso percezioni visive.

Lunghi capelli biondi su un viso pulito e su uno sguardo trasparente, la sensibilità dell’artista Carla Mura ci porta in astrazioni caleidoscopiche attraverso mondi sommersi e intarsi che tradiscono un mondo interiore pregno di spunti. Autentica, spontanea, libera da ogni forma di costrizione, la tecnica dell’artista l’ha resa illustre rappresentante dell’arte moderna, esponente di spicco della corrente aniconica contemporanea e artefice di opere versatili e poliedriche.

Nata a Cagliari nel 1973, Carla Mura inizia a dipingere nel 1998, dopo avere mosso i primi passi nell’ambito pubblicitario. Dopo appena pochi anni di attività arrivano le prime mostre ed esposizioni, dapprima nella sua terra d’origine, la Sardegna, e poi nel resto d’Italia e all’estero, dove la sua arte ottiene numerosissimi riconoscimenti. Nomi illustri tra i curatori, da Luca Beatrice ad Alessandro Riva. Non si contano gli attestati di ammirazione alla sua opera, apprezzata da Achille Bonito Oliva, Enzo Cucchi, Alberto Biasi, Ferruccio Gard, Giosetta Fioroni. Successivamente la giovane artista si trasferisce a Roma, dove vive e produce opere per dieci anni, per poi spostarsi in Veneto, sua residenza attuale.

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Un ritratto di Carla Mura



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Olà fucsia, serie Metropoli, filo di cotone su legno, cm 80 x 80



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I pappagalli- filo di cotone su tela, cm 50 x 50



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Container- Filo di cotone su legno, cm 60 x 60



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Politica- Filo di cotone su tela, cm 50 x 50



Audacia, sensibilità e sperimentazione costituiscono il fil rouge del suo lavoro, a partire dall’uso di materiali innovativi, tra cui il filo di cotone. L’amore per questo materiale nasce nel 2001, quando Carla si trova a Roma e il suo occhio vinne catturato da una rocca di filo ecru, trovata per caso in un mercato di antiquariato. L’artista si avvicina istintivamente alle nuove possibilità offerte dall’inedito materiale, mixandolo dapprima con acrilico, per poi prediligerlo ed ergerlo quasi a sua controfigura: l’artista si riconosce pienamente nel nuovo strumento, al contempo delicato e resistente. Carla Mura fiuta immediatamente le immense potenzialità del nuovo materiale, che si pone al centro della tecnica spontanea che sta alla base delle sue opere, insieme a supporti che variano dalla tela al legno, dal marmo alle pietre, dal travertino fino al plexiglass. Incroci, intarsi, nodi e grovigli ineluttabili, ghirigori estetici e ardite geometrie per composizioni astratte e libere da ogni schema, sequenze delineate solo dall’istinto dell’artista; caleidoscopiche trame di un disegno di cui solo lei, indomita e ribelle, sa tessere le trame e detiene la verità ultima. Libere interpretazioni di un disegno astratto ed indecifrabile, che si aprono talvolta in suggestioni metropolitane: è da scorci come finestre socchiuse che si intravede l’infinito, astrazioni grazie alle quali lasciare a briglia sciolta la fantasia per spiccare in voli pindarici che solo l’artista, deus ex machina della situazione, può controllare, forte del suo genio, iconoclasta della pittura e vestale di una mistica fatta di codici segreti e primigeni.

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Ponte- filo di cotone su tela, cm 70 x 70



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Entourage- filo di cotone su tela, cm 60 x 60



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Carla Mura nasce a Cagliari nel 1973 (Foto: Facebook)



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L’innovazione e la sperimentazione della sua arte, grazie a materiali poveri come il filo di cotone (Foto: Facebook)



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Tantissimi i riconoscimenti ottenuti a livello nazionale ed internazionale per Carla Mura (Foto: Facebook)



Visionaria e sperimentatrice, la sua arte travalica l’uso dei tradizionali mezzi pittorici per avvalersi magistralmente di materiali poveri: ed è proprio grazie al pregiato filo di cotone, cifra stilistica delle sue opere, che l’artista Carla Mura si è imposta sulla scena artistica internazionale grazie alla grande riconoscibilità delle sue opere, che costituiscono un unicum stilistico intriso di suggestioni arcaiche e di una sensualità primordiale. Carla Mura tesse le trame di un canto antico che sembra risuonare nei meandri della psiche, un’eco misteriosa e affascinante che attraverso percezioni tattili ci prende per mano riuscendo a vincere il caos della retorica e della realtà.

Ma nelle sue opere non c’è solo questo: attraverso una sapiente opera di creazione, il genio artistico forgia una nuova visione del mondo. Gli stessi titoli di molte delle sue opere rimandano sovente al mondo dell’architettura – Windows, Light, Margine, Il palo, Container, La casa azzurra, Metropoli ecc. Il colore gioca altresì un ruolo fondamentale nella metamorfosi di codici tradizionali che vengono radicalmente rivoluzionati dai fili di tessuto di cotone, i cui riflessi cangianti creano caleidoscopici giochi di luce.
Corde e sfumature che trascendono quasi in pittura: ricorda quasi una tela espressionista il colore che si deposita a sprazzi. Visioni istintive ed immaginazione, ma anche un velo di sofferenza dietro la sua opera. Tante le combinazioni di colori, dal bianco e nero iniziale l’eclettica artista si è aperta ad un uso generoso della tavolozza, per opere uniche.

I colori vivi dell’Africa e la maestria della sartorialità italiana in una capsule: Roberto Botticelli by Defustel

L’unione fa la forza, dice un vecchio proverbio italiano – lo crede anche Roberto Botticelli, leader nella storia delle calzature made in Italy, che decide di continuare la sua collaborazione con il blogger Ndjoko Defustel.

Nasce così una collezione che mixa con equilibrio la classe del marchio Roberto Botticelli con l’estro del brand ambassador Defustel: un tripudio di colore e modernità, delle calzature per un businessman che non vuole rinunciare alla freschezza e alle nuove mode.

La collezione si compone di 5 modelli differenti per materiali, forme, stampe e colori.
Per i modelli sportivi l’attenzione cromatica si è concentrata sui toni del rosso e vermiglio.

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Per l’universo casual chic, Defustel ha pensato all’uomo elegante che predilige forme classiche ma che non rinuncia a materiali e colori sviluppati in modo unconventional ed ha scelto l’intramontabile mocassino con rivisitazioni contemporanee.

Una “frangetta” importante, in contrasto colore, personalizza la calzatura evergreen, modello simbolo della maison marchigiana.

Questa calzatura –  dichiara Ndjoko Defustel – “ rappresenta l’emblema della sartorialità italiana, dei gentlemans che sperimentano le contaminazioni della moda senza mai perdere il loro stile” .

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Colore, colore e ancora colore, nella collezione di un grande sodalizio: Roberto Botticelli e Defustel.
Il blogger internazionale ha portato tutta l’energia e i colori della sua terra, si è lasciato ispirare dalla sua grande passione: la musica. Pop, jazz, gospel ed africana, danzano insieme e prendono forma in un elemento importantissimo per l’outfit maschile: la scarpa.

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L’esperienza indiscussa del brand marchigiano e la forza e la determinatezza di idee innovative, ci dicono quanto, in questo momento storico, moda e canali di comunicazione hanno quasi necessità di unirsi.

I social network sono il nuovo specchio dove leggere gli interessi delle masse e aiutano i marchi a comprendere dove virare, in quale fetta di mercato.

La capsule Defustel è stata presentata alla settimana della moda milanese presso la prestigiosa show-room in Via Senato 45.

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Nicolas Ghesquière starebbe lasciando Louis Vuitton?

Potrebbe essere vicino, l’addio di Nicolas Ghesquière da maison Louis Vuitton.

La notizia, attualmente smentita dai diretti interessati, è stata lanciata dall’agenzia di stampa Reteurs, che annuncia la dipartita lavorativa dello stilista, prevista per il prossimo ottobre e cioè subito dopo la presentazione della collezione ready to wear primavera/estate 2017.

Ancora ignote le cause del divorzio (semmai venisse confermato in seguito dai diretti interessati), ma sembrerebbe che Bernard Armault (imprenditore francese e proprietario di LVMH), sempre secondo Reteurs, abbia già deciso il nome del successore che figurerebbe nella persona di Jonathan Anderson, attualmente legato a maison Loewe.

Per conoscere l’evoluzione della storia, dovremmo attendere, dunque, ancora un paio di mesi ma visto il grande successo che Nicolas Ghesquière ha conquistato in Louis Vuitton, tutto porterebbe a credere che si tratti di una news inesatta.

Scopri la collezione autunno/inverno 16-17 cliccando qui di Nicolas Ghesquiére cliccando qui.

 

 

Fonte cover louisvuitton.com

 

 

Peter Copping lascia Oscar de la Renta

Il marchio Oscar de la Renta, resta orfano del designer Peter Copping.

In una nota emessa dalla stessa azienda, si comunica, infatti, che lo stilista inglese ha abbandonato la sua poltrona (occupata dal 2014 dopo la scomparsa del fondatore della griffe n.d.r.), per motivi personali, attualmente non specificati. “Dopo due anni meravigliosi”- ha fatto sapere Copping – “ lascio Oscar de la Renta e ritorno in Europa per ragioni meramente personali”.

 

(Fonte immagine vogue.co.uk)

(Fonte immagine vogue.co.uk)

 

(Fonte immagine vogue.co.uk)

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Copping, che al suo esordio in Oscar de la Renta si disse emozionato per questo nuovo ruolo, promettendo agli estimatori della maison di proseguire l’essenza estetica del marchio, lavorò precedentemente per Lousi Vuitton con Marc Jacobs, Sonia Rykiel e  Nina Ricci, maison di cui divenne direttore creativo.

 

(Fonte immagine vogue.co.uk)

(Fonte immagine vogue.co.uk)

 

(Fonte immagine vogue.co.uk)

(Fonte immagine vogue.co.uk)

 

 

Le sue creazioni, iper femminili e garbate, seguivano il lascito di Oscar de la Renta: abiti sartoriali e sofisticati, creati per una donna altrettanto raffinata.

Solo per il momento, sarà il team interno a creare la prossima collezione e si attende, perciò, la nomina del nuovo direttore creativo che verrà eletto fino a data da destinarsi.

 

 

 

Fonte cover fashionista.com

Lo stile di Bianca Brandolini D’Adda

Bionda, bella e blasonata, Bianca Brandolini D’Adda è una delle it girl più amate. Classe 1987, esperienze da modella in curriculum, grazie al suo stile sofisticato e fresco la giovane socialite si è imposta come una delle icone d’eleganza contemporanee. Nelle sue vene scorre sangue blu, dal momento che Bianca è figlia della Principessa Georgina de Faucigny-Lucinge et Coligny e nipote dell’indimenticabile avvocato Gianni Agnelli.

Balzata agli onori delle cronache per la sua storia d’amore con Lapo Elkann, è poi stata scelta come musa da Dolce & Gabbana, prestando il volto a numerose campagne pubblicitarie del brand. Successivamente la sua carriera da modella è decollata, e tante sono state le collaborazioni illustri, da Sergio Rossi a Cartier.

Il suo stile eclettico e moderno coniuga l’eleganza effortlessy-chic della giovane rampolla ad un tocco di modernità. Attrice e designer (ha firmato una linea di costumi da bagno per Osklen), Bianca Brandolini D’Adda non smette di incantare per la sua bellezza.

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La socialite è nata nel 1987 da una famiglia aristocratica



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Bianca Brandolini D’Adda in Dolce & Gabbana, di cui è stata testimonial (Foto: Cosmopolitan)



Altezza svettante su un fisico atletico, lunghi capelli biondi e sorriso da copertina, il suo stile è versatile e accattivante. Influencer ed icona contemporanea, la vediamo nei front row delle sfilate più importanti e negli eventi più esclusivi. Tante le cover ottenute, grazie ad una fotogenia unica.


SFOGLIA LA GALLERY:




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Animalier e tocchi couture nello stile della it girl



Bianca Brandolini D'Adda attends the Costume Institute Benefit at The Metropolitan Museum of Art May 7, 2012, celebrating the opening of Schiaparelli and Prada: Impossible Conversations.  AFP PHOTO /  TIMOTHY A. CLARY        (Photo credit should read TIMOTHY A. CLARY/AFP/GettyImages)

Sfarzo e opulenza nell’outfit sfoggiato da Bianca Brandolini D’Adda (Photo: TIMOTHY A. CLARY/AFP/GettyImages)



Compongono il suo guardaroba camicie fluide e pantaloni skinny, ma anche capi da gran soirée: quando non veste Dolce & Gabbana, la bionda socialite apprezza le stampe patchwork e le sovrapposizioni. Largo ad un animalier rivisitato e a maxi gonne dal mood Seventies, che la bella Bianca indossa con sandali flat. Bellissima ed acqua e sapone in total white, la giovane it girl alterna sapientemente un’eleganza gipsy a suggestioni couture. La classe non è acqua, ça va sans dire.


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Calvin Klein. Raf Simons sempre più vicino alla griffe

Potrebbe essere Raf Simons, il nuovo direttore creativo di Calvin Klein.

Le voci oramai si rincorrevano da tempo e pare, da prime indiscrezioni, che il designer belga stia attendendo i termini di scadenza del contratto di non concorrenza che lo vede legato a maison Dior fino alla fine di luglio, per approdare come stilista per la griffe statunitense.

 

Raf Simons lasciò la poltrona di Dior nell'ottobre 2015 (fonte immagine vogue.co.uk)

Raf Simons lasciò la poltrona di Dior nell’ottobre 2015 (fonte immagine vogue.co.uk)

 

 

La news è giunta dal sito wwd.com che riporta come fonte attendibile lo stesso fondatore del marchio, Calvin Klein, che ha rilasciato un’intervista telefonica annunciando l’ingresso di un nuovo direttore creativo a partire da agosto 2016.

Il fortunato erede dell’ambitissima poltrona lasciata vacante dopo l’addio di Francisco Costa e Italo Zucchelli, curerà le linee uomo e donna, gli accessori, le fragranze, l’intimo e il jeans.

Sempre secondo il sito, l’ingaggio di Raf Simons si aggirerebbe intorno ai 20 milioni l’anno.

 

 

Fonte cover justfashionmagazine.com

 

Chi è Fethullah Gülen, l’uomo accusato del tentato golpe in Turchia

Chi è Fethullah Gülen, la persona che il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha accusato di essere il responsabile del tentato colpo di stato degli scorsi giorni.
Ma chi è questo ottuagenario che vive in una piccola cittadina della Pennsylvania, negli Stati Uniti?


Il religioso è il leader del movimento Hizmet (Servizio), una comunità che segue una idea moderata di Islam ma che alcuni critici paragonano a una setta.
Gülen è in esilio volontario dal 1999 in Pennsylvania, non concede quasi mai interviste ma i suoi seguaci controllano un vasto network di aziende, scuole e organizzazioni caritatevoli in giro per il mondo.


In Turchia, in particolar modo, tutto sembra collegato a Gülen secondo i suoi critici. Non solo aziende scuole e ONG ma anche le persone.
In alcuni ambienti sembra normale sentire dire frasi come: “Si, quello è bravo ma è gulenista”. Dichiararsi gulenista in Turchia equivale ad un suicidio lavorativo e a volte anche letterale. A volte le accuse nei confronti dei gulenisti richiamano quelle fatte da sempre contro gli ebrei: controllano l’informazione, hanno i soldi, sono uniti e si aiutano solo l’un l’altro.


I gulenisti, dal canto loro, sostengono di essere semplicemente un movimento civico basato sulla fede o un movimento di volontari che ammirano gli scritti di Gülen. Il loro obiettivo è quello di fare del bene per conto di Gülen diffondendo un messaggio di amore e tolleranza all’interno dell’Islam.
A quanto pare esistono tre tipi di militanza: i simpatizzanti; gli amici che supportano il movimento e i cemaat, la comunità, cioè i militanti più vicini a Gülen stesso.


Le idee di Gülen sembra incarnino perfettamente l’idea occidentale di Islam moderato. Gülen si oppone in modo incontrovertibile alla scienza ed è un sostenitore entusiasta della scienza, secondo lui evitare le scienze fisiche per paura che possano portare verso l’eresia e infantile.
Secondo Gülen la jihad minore è riuscire a sottostare ai precetti dell’Islam mentre la grande jihad e proclamare guerra ai pensieri negativi e distruttivi del nostro ego che ci impediscono di raggiungere la perfezione.
Gülen sostiene che il velo per le appartenenti al sesso femminile è un rituale di secondaria importanza.


Erdogan e Gülen non sono sempre stati nemici, anzi, il religioso è stato uno dei primi sostenitori dell’ex sindaco di Istanbul. Entrambi sono devoti musulmani e Gülen ha visto in Erdogan un politico in grado di combattere le ali più laiche del governo turco. Negli anni però le differenze sono saltate fuori: Erdogan sostiene un Islam politico mentre Gülen vuole un Islam culturale che non si immischi direttamente nella politica.


Questa visione però è contestata dai sostenitori di Erdogan secondo i quali la politicità del movimento gulenista è solo più subdola. Gülen ha sempre incoraggiato i suoi sostenitori a cercare lavoro tra le forze di polizia o il sistema giudiziario. Secondo i gulenisti entrare in queste istituzioni era necessario negli anni ’70 per cambiare lo stato ultra-secolare dal suo interno; secondo i nemici è un modo di creare uno stato-ombra potentissimo. Probabilmente la verità sta nel mezzo.


Finita l’amicizia è iniziata immediatamente la guerra. Gülen criticò la gestione del caso Gezi park, Erdogan minaccio di chiudere le sue scuole in Turchia, poliziotti probabilmente vicini a Gülen fecero partire una inchiesta anti-corruzione che portò in galera 52 persone vicinissime all’allora primo ministro e coinvolse figli e parenti.
Erdogan iniziò a chiudere le organizzazioni guleniste e i giornali gulenisti, tra i più letti nel paese e ora accusa Gülen di essere la mente dietro il tentativo di colpo di stato e ne chiede l’estradizione dagli USA minacciando velatamente la pena di morte.


Il religioso, nel frattempo, si è circondato di politici amici anche negli USA. Imprenditori vicini a Gülen sono tra i più grandi finanziatori di democratici e repubblicani in tutti gli USA, dal Texas a New York.
Questo è uno dei motivi per cui il religioso è parso poco preoccupato di una eventuale richiesta di estradizione anche se ha dichiarato che ormai ha 77 anni e non vede l’ora di incontrare il signore e la vita dopo la morte.

Swarovski Collective 2017: annunciati i nomi degli 11 finalisti

Rosie Assoulin, Faustine Steinmetz, Emilia WicksteadSadie Williams, Tome, Wanda Nylon, Creatures of the Wind, Anne Sofie Madsen, AaltoArthur Arbesser e  Vivetta, sono gli undici designer che Nadja Swarovski  e la giuria presente, ha selezionato per il programma Swarovski Collective 2017 (fondato nel 1999 da Alexander McQueen, Nadja Swarovski e Isabella Blow n.d.r.), di Swarovski.

Ai finalisti, verrà concesso il supporto di un programma di mentoring di 12 mesi, un aiuto finanziario ed, infine, i cristalli Swarovski da utilizzare esclusivamente per le loro personali collezioni primavera/estate 2017 (che verranno presentate in occasione delle settimane della moda di Milano, New York, Parigi e Londra) e autunno/inverno 17-18.

Inoltre, nel giugno 2017, uno tra i designers selezionati riceverà un premio pari alla somma di 25.000 euro, da utilizzare per lo sviluppo del proprio brand.

Quella di Swarovski, è una nobile iniziativa concepita per supportare i giovani marchi che si apprestano ad affermarsi nel mondo della moda.

Con Swarovski Collective, infatti, i talenti del fashion trovano terreno fertile per coltivare la loro creatività.

 

 

 

Fonte cover wwd.com

Karl Lagerfeld ti customizza le sneakers

Tutte le fashioniste sono chiamate all’ordine da Karl Lagerfeld.

L’eclettico designer tedesco, sfida le clienti del suo omonimo brand e le invita a customizzare (o kustommizzare come riporta il sito karl.com) le sneakers che saranno poi trattate entro sei settimane, dal team creativo di Kaiser Karl.

 

Un esempio di customizzazione del servizio Karl Kustomize

Un esempio di customizzazione del servizio Karl Kustomize

 

 

Un disegno Karl Lagerfeld  (fonte teejnepomuceno.com)

Un disegno Karl Lagerfeld (fonte teejnepomuceno.com)

 

 

La scarpa, da un valore iniziale di 350,00 euro, potrà essere personalizzata in soli pochi “passi”. E’ possibile, infatti, modificare i merletti o la suola oppure i pannelli laterali o le decorazioni. Scelto il tipo di materiale (per i pannelli laterali, ad esempio, è possibile scegliere tra croco, glitter, metallico, nappa, vernice, pitone velluto e watersnake), si passa infine alle iniziali da inserire sulla linguetta e alla scelta del numero.

La vostra customizzazione  potrebbe far lievitare il prezzo fino a 3.500 euro, ma chi potrebbe mai sottrarsi ad una Karl Lagerfeld personalizzata?

 

 

 

Fonte cover grazia.fr

A. I.: l’artigianalità è di scena ad Altaroma

Si è conclusa nei giorni scorsi Altaroma. Come di consueto occhi puntati su A.I., Artisanal Intelligence, da anni tappa fondamentale ed imperdibile nell’ambito dell’haute couture capitolina. La manifestazione, nata allo scopo di promuovere la creatività contemporanea, unisce mirabilmente arte, artigianato e moda, con particolare attenzione al made in Italy ma aprendosi anche ai talenti internazionali. Fucina di talenti e crocevia culturale, A.I. è un progetto unico nel panorama del fashion biz contemporaneo, che, attraverso un itinerario che abbraccia gallerie, luoghi d’arte e atelier d’autore, sottolinea la bellezza imperitura della Città Eterna andando a scoprirne vicoli inusitati in cui la vocazione alla manualità è ancora fortemente radicata.

È un Grand Tour quello che è stato presentato nell’edizione appena conclusasi: a 200 anni dalla pubblicazione di “Viaggio in Italia” di J.W. Goethe designer, artigiani ed artisti si sono confrontati interpretando lo stesso tema attraverso visioni oniriche e stili multiformi. Il topos del viaggio in Italia è stato sviluppato attraverso mostre ed installazioni in cui l’arte è stata protagonista indiscussa. Presente e passato si intersecano in giochi caleidoscopici, mixando la tecnologia dei pixel alle tessere di un micromosaico dal gusto classico. Tema cardine nella letteratura, il Bildungsreise costituisce da sempre esperienza fondamentale per la costruzione del proprio Io: impossibile non fare tappa nel Bel Paese, con le vestigia romane, le ville palladiane o gli scavi di Pompei: la bellezza italiana rivive nelle testimonianze lasciateci da H. C. Andersen, Goethe, il barone di Montesquieu e Charles Dickens, fino al cinema, che trova illustri esponenti in Rossellini, James Ivory e la sua “Camera con vista” e Peter Greenway. Il Grand Tour come ricerca intima dentro di sé è il tema su cui si sono misurati artisti viaggiatori, per una moda errante e vagabonda, pregna di un suggestioni etniche e di elementi che creano un melting pot culturale. Esplorazione e cronaca si snodano attraverso un percorso affascinante ed intenso che unisce accessori, gioielli e collezioni di designer provenienti da tutto il mondo, uniti dal comune denominatore dell’amore per l’Italia.

Tra i designer esposti l’ungherese Boglàrka, formatosi all’Accademia di Belle Arti di Roma e alla Moholy Nagy di Art and Design di Budapest con una tesi su Roma; Celeste Pisenti e Stefano Russo, autori della “Chimica Romantica”, un progetto composto da abiti, accessori e immagini che uniscono la moda a discipline quali la scienza e la filosofia. Non sono mancati nomi dell’eccellenza del Made in Italy, come lo storico Lanificio Cesare Gatti. I tesori di Roma sono stati al centro dell’opera di Gergei Erdei, che le ha riprodotte attraverso nuance e giochi cromatici per riprodurre il guardaroba ideale di un viaggiatore dandy del XIX secolo.

Gergei Erdei

Gergei Erdei protagonista dell’ultima edizione di A.I.



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Il topos del viaggio è stato al centro di A. I.



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L’installazione firmata Maria Sole Ferragamo



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La gorgiera rivisitata attraverso lo stile di Maria Sole Ferragamo



Geniale la creatività di Haetts, cappellai olandesi che hanno sposato la filosofia eco-friendly utilizzando per i loro copricapi crochet e fibre naturali, riproducendo fedelmente alcuni modelli settecenteschi. Lusso e femminilità allo stato puro nelle scarpe di Manfredi Manara. Nato a Monaco nel 1990 da madre argentina e padre italiano, formatosi al London College of Fashion, il suo universo femminile riporta in auge un lusso evergreen che rivendica l’artigianalità attraverso l’uso di elementi inusuali quali le passamanerie. È stata poi la volta di Maria Sole Ferragamo, protagonista di “Eppur si muove”, un progetto fortemente voluto dalla giovane creativa laureata in Architettura ed erede di una delle famiglie più importanti della storia della moda italiana. I suoi accessori ricalcano fedelmente elementi rinascimentali, come gorgiere e crinoline, ma anche gabbie naturali che, attraverso un sapiente gioco di intrecci e geometrie in pelle, circondano ed esaltano il collo ed i fianchi.

Period Features Brand nasce dall’estro dello stilista giapponese Masakatsu Tsumura, artista e designer rimasto fortemente affascinato dall’arte della tessitura a mano, che ha conosciuto durante un viaggio in India. Anche qui largo ad un uso massiccio di materiali ecosostenibili per forme contemporanee. La cappa, celebre capo passepartout nel guardaroba di ogni viaggiatore che si rispetti, viene rielaborata da Maria Federica Bacchiddu di Theodora Bak. La creatività artigiana si snoda poi attraverso i micromosaici e nelle installazioni di Ophelia Finke Art Catlin, artista ed antropologa che traduce i ricordi psicologici in grandi “disastri onirici” fatti di assemblaggi completamente bianchi di cose.

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Le suggestioni etniche di Boglàrka



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Le vestigia romane rivivono in Roman Micromosaic



A.I. Artisanal Intelligence nasce da un progetto firmato Clara Tosi Pamphili ed Alessio de Navasques. Laureatasi in Architettura a Roma con Giorgio Muratore, storica della moda e del costume, Clara Tosi Pamphili ha al suo attivo numerose mostre e pubblicazioni. Da anni svolge attività di ricerca delle arti applicate alla moda, vantando collaborazioni con le più importanti sartorie teatrali e di moda italiane e internazionali. Dopo aver diretto didatticamente l’Accademia di Costume e di Moda dal 2005 al 2007, ha insegnato Storia del Design di Moda e Tecniche di Ricerca all’Accademia di Costume e di Moda e alla Facoltà di Architettura di Roma Ludovico Quaroni fino al 2011. Attualmente lavora con Altaroma e collabora con il Maxxi e altre istituzioni per la creazione di eventi culturali sulla moda. Alessio de Navasques nasce a Brindisi il 10 maggio 1985. Dopo aver conseguito la maturità classica inizia subito la sua attività di scouting, partendo dallo showroom di famiglia ed appassionandosi a tematiche quali il recycling e il vintage. Amante della contaminazione tra le arti, in particolare Arte e Moda, si trasferisce a Roma, dove studia architettura e diviene curatore indipendente di mostre che riscuotono enorme successo, a partire dalla creazione del museo D’Annunzio Segreto, che raccoglie il guardaroba del famoso scrittore. Il duo continua a macinare successi.

(Tutte le foto sono di Andrea Buccella)


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Prova costume: è scoppiata l’ab crack mania

Come ogni anno è arrivata la fatidica prova costume, il momento per cui ci prepariamo da tempo allenando il fisico. Dimenticate la “tartaruga” e gli addominali scolpiti a cui eravamo abituati: l’estate 2016 verrà infatti ricordata per l’ab crack, il nuovo trend sfoggiato sui social da modelle e starlette.

Ma di cosa si tratta esattamente? L’ab crack è la linea verticale che divide la muscolatura addominale, dalla parte inferiore del décolleté fino al ventre, ottenuta solo dopo ore ed ore di intenso allenamento in palestra.

Ed è ancora una volta la splendida Emily Ratajkowski ad inaugurare la nuova tendenza, sfoggiando sul suo profilo Instagram nuove foto in cui la bellezza mozzafiato della top model viene messa in risalto dai suoi addominali perfetti.

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La bellissima Emily Ratajkoswki sfoggia l’ab crack sul suo account Instagram



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La top model immortalata l’anno scorso nella Costiera Amalfitana (Foto: Instagram)



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La Ratajkowski è stata apripista del nuovo trend estivo (Foto: Instagram)



Già lo scorso anno la modella era apparsa in alcuni scatti hot sulla costiera amalfitana sfoggiando la moda fitness che vuole l’addome con la riga. Ma quest’anno non sarà la sola: tantissime sono infatti le modelle che hanno sfoggiato il nuovo trend, da Stella Maxwell a Jourdan Dunn, da Bella Hadid alla svedese Nina Agdal, la nuova fiamma di Leonardo Di Caprio.

Non solo un regime alimentare sano dietro l’ab crack ma ore di duro allenamento sono necessarie per ottenere quella linea verticale tra l’ombelico e il seno, che divide quasi simmetricamente i due quadranti dell’addome. Un’ulteriore celebrazione della magrezza più estrema, per la nuova moda sfoggiata dalle star. Sembrano ormai assai lontani i tempi in cui la burrosa Marilyn incarnava l’ideale di perfezione femminile, sfoggiando orgogliosamente in spiaggia le sue curve prorompenti. Resta da chiedersi se cavalcare o meno la nuova tendenza.

(Foto cover Elle.com)

Apre in Italia Climber B.C., nel cuore di Milano

Nel cuore di Milano Via Borgonuovo al 12 in un palazzo prestigioso ha aperto il nuovo show-room CLIMBER B.C. –  luogo ideale per presentare ai clienti le collezioni CLIMBER B.C.. Uno spazio per avvicinarsi al cliente, per organizzare incontri a tema, per le presentazioni e gli incontri con la stampa.

CLIMBER B.C. è un marchio che fa parte del Gruppo CUNO, una holding Turca;I fondatori del marchio sono i quattro fratelli Samsama, che nel 1985 hanno iniziato la loro attività in un piccolo Atelier partendo da Adiyaman, antica città Turca percorsa dalle rotte de La via della seta e ora patrimonio mondiale dell’Unesco, per eredità culturale.
La contaminazione storica, la loro capacità creativa unita a quella imprenditoriale ha permesso loro di creare il marchio CLIMBER B.C. nel 1995.
Il più visionario dei fratelli, Mithat Samsama, ha presentato il marchio a Pitti Uomo 5 anni fa come azione di consolidamento del marchio nel mercato Europeo.

Ora la direzione artistica delle linee CLIMBER B.C e CLIMBER B.C. SARTORIAL Made in Itay, sono curate da Erkan Çoruh, talentuoso creativo che dopo essere stato premiato a Who is on next nel 2010, ha intrapreso , oltre al percorso personale con la linea che porta il suo nome, anche diverse collaborazioni con brand internazionali.
MIGRATION è il tema delle nuove collezioni, un mix di capi di contaminazioni culturali e artigianali, l’unione tra oriente e occidente.

Le linee CLIMBER B.C. sono vendute in oltre 30 paesi, sia in monomarca oltre che nei multibrands.

Climber BC Climber BC Climber BC Sartorial

C’è stato davvero un golpe in Turchia, quindi?

La prima regola di un colpo di stato di successo è catturare il capo di stato o, al massimo, ucciderlo. La seconda regola è immobilizzare tutte le forze militari che non fanno parte del golpe.
Queste due regole fondamentali per portare a termine un putsch pare che siano sfuggite ai colonnelli turchi. Dire che l’esercito turco dovrebbe essere un esperto in materia dato che sono lo stato NATO in cui ne sono stati portati a termine il numero maggiore (di gran lunga).


Il presidente e uomo forte della politica turca, Recep Tayyp Erdogan, è riuscito a parlare con i suoi sostenitori tramite una chiamata in FaceTime prima e attraverso una conferenza stampa tenuta presso l’aeroporto Ataturk di Istanbul. Una conferenza tenuta, ironicamente, sotto gli occhi di un ritratto di Mustafa Kemal Ataturk, il padre dei turchi di cui Erdogan ha cercato in tutti i modi di liberarsi dall’ingombrante eredità.


I sostenitori di Erdogan, tutti con i baffi e tutti uomini, lo hanno osannato e hanno inneggiato ad Allah al posto di scandire slogan patriottici.
Questa è stata sola la prima conseguenza del tentato golpe, la seconda è stato il supporto di tutti i leader mondiali, da Obama a Renzi, gli stessi leader che hanno criticato Erdogan e i suoi sforzi di distruggere la democrazia turca con arresti di giornalisti e oppositori e con riforme costituzionali di tipo autoritario hanno supportato Erdogan e la democrazia turca.


Erdogan e i suoi seguaci hanno subito accusato Fethullah Gulen, un imprenditore e religioso turco, prima grande amico e fautore della scalata dell’ex sindaco di Istanbul e poi suo nemico giurato auto-esiliatosi negli USA, di essere la mente diabolica dietro il colpo di stato e hanno subito chiesto l’estradizione agli USA, a brutto muso. Minacciando ripercussioni pesanti nel caso questa non venga concessa.


Il giorno dopo il tentato golpe sono stati arrestati 7543 persone tra cui 100 ufficiali di polizia, 6038 soldati, 755 tra giudici e pubblici ministeri e 650 civili.
Il numero che dà più da pensare è quello di giudici e pubblici ministeri: come è possibile che poche ore dopo il tentato colpo di stato ci fosse già una lista di migliaia di persone, non solo soldati che hanno partecipato attivamente al tentato golpe, da arrestare.


La voce che gira in Turchia parla di una stretta autoritaria imminente con liste di migliaia di persone da arrestare per poter attuare senza opposizione le riforme costituzionali necessarie per trasformare la repubblica parlamentare laica voluta da Ataturk in una repubblica presidenziale islamica.
La voce è uscita e le persone che sapevano o sospettavano di essere coinvolte negli arresti si sono ribellate e hanno tentato un golpe il fallimento del quale, però, ha dato l’opportunità a Erdogan di accelerare il processo.


La svolta autoritaria e isolazionista sembra ora inevitabile. Erdogan ha ribadito che verrà chiesta l’estradizione di Fethullah Gulen agli Stati Uniti con l’accusa di essere l’organizzatore del tentato golpe ma non ha intenzione di fornire prove. La pena di morte sembra sul punto di essere reintrodotta. Su questo punto il ministro degli Esteri europeo, Federica Mogherini, ha dichiarato che sarebbe la pietra tombale alla domanda di ingresso nell’UE da parte dei turchi.


L’opposizione ha supportato da subito il presidente eletto, e così hanno fatto le cancellerie mondiali.
Nonostante il supporto c’è voluto del tempo per sentire le prime dichiarazioni: è molto probabile che quasi tutti in occidente sperassero in una riuscita dal colpo di stato.
Comunque sia, nel bel mezzo del colpo di stato le forze fedeli a Erdogan avevano tagliato la corrente alla base di Incirlik, la base dell’aviazione usata dagli USA per far partire gli attacchi nei confronti di Daesh.
Come se non bastasse Erdogan ha annunciato che in piazza Taksim a Istanbul, il simbolo della laicità turca, verrà chiuso il museo di Ataturk, il grande fautore della laicità dello stato, e verranno aperti una moschea e alcune caserme.
La Turchia sembra lanciata a tutta velocità contro un muro e una guerra civile o un nuovo tentativo di golpe non stupirebbe nessuno.

“War, Capitalism & Liberty”: la mostra a Roma dedicata a Bansky

E’ l’artista senza volto. L’anonimo della Street Art.

Di Bansky le uniche informazioni frammentarie sul suo conto, riguardano il luogo e la data di nascita, Bristol (Inghilterra), 1974.

Le sue opere sono dissacratorie, pure; raccontano di guerra e di libertà e nascondo un messaggio positivo, colmo di speranze.

 

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La strada, è il suo habitat naturale ed è proprio sui muri delle grandi metropoli (i suoi murales sono apparsi anche in città della Cisgiordania) che molte delle sue opere sono state compiute.

A Bansky, Roma dedica un’esposizione dal titolo “War, Capitalism & Liberty“: una raccolta di 150 opere proveniente da privati, in mostra dal 24 maggio al 4 settembre 2016, presso Palazzo Cipolla nella città capitolina.

La mostra, rivela esponenzialmente, le doti artistiche dell’autore, risaltando il messaggio di stampo politico-sociale che l’artista intende diffondere.

Tra le sue opere più celebri, la seriografia di alcune scimmie che dichiarano: “Laugh Now But One Day I’ll Be in Charge” (Ridete adesso ma un giorno saremo noi a comandare).

La mostra è curata da Stefano Antonelli, Francesca Mezzano e Acoris Andipa.

 

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Per maggiori informazioni:

www.warcapitalismandliberty.org

La collezione di scarpe Rose’s Roses

Originali come i personaggi che le indossano: le scarpe “Rose’s Roses” sono frutto del lavoro di chi la calzatura la conosce bene. Ed è proprio un attore di fama internazionale, con quell’allure stramba e bizzarra, che ordina decine di “pantofole da passeggio” di tutti i colori : parliamo dell’attore statunitense John Malkovich !

E’ Rosa Aiuto la fondatrice del marchio “Rose’s Roses”, con alle spalle una serie di collaborazioni importanti, tra cui spiccano Alberta Ferretti, Jil Sander, Comme de Garcons, Marni

Un background che la porta, nel 1998, a lanciare la sua prima collezione ispirata ai colori che rimangono nella memoria dei suoi viaggi; prodotti rigorosamente made in Italy, curati nei minimi dettagli, per tutti i gusti ma soprattutto che raccontano epoche diverse.

Stivaletti in stile vittoriano, Mary Jane in velluto, tronchetti moderni dal tacco comodo, ogni modello è il frutto di un complesso assemblamento fatto a mano nei laboratori a conduzione familiare.  E quando si mette amore nel proprio mestiere, il risultato si vede !

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BEAUTY – I 5 prodotti Anti-age che funzionano davvero!

BEAUTY– La gamma di prodotti anti-invecchiamento sul mercato è assai vasta: tutti promettono di avere un effetto curativo o di essere i migliori prodotti in commercio.

Esistono creme, scrub, balsami, lozioni, maschere con la funzione di invertire addirittura gli effetti immediati dell’invecchiamento. Ma puo’ essere possibile?


Se siete scettici su ciò che si legge in giro, tranquilli, non siete i soli. Non sorprende che alcuni medici mettano in discussione anche le loro rivendicazioni e le loro promesse.

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Il collagene è la chiave

Esso svolge un ruolo importante nel modo in cui la pelle invecchia, rappresenta la struttura di supporto che da alla nostra pelle un aspetto giovane. Quando il livello di collagene rimane abbondante, la nostra pelle continua ad avere un aspetto giovane e fresco. Quando i livelli declinano, ne perdiamo il supporto ed e’ cosi che le rughe iniziano a formarsi. Mentre le iniezioni antirughe di riempimento possono riempire temporaneamente le lacune, alcuni ricercatori ritengono che l’applicazione quotidiana di questi peptidi, potrebbero aiutare al mantenimento del collagene stesso nella pelle. Ciò avrebbe un effetto “riempimento” simile alle iniezioni antirughe – ma senza l’ago!



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Ecco la lista dei 5 prodotti, tutti rigorosamente a base di collagene:


nº 1

Elemis, Pro-Collagen Marine Mask – Maschera anti-rughe. EUR: 75,00
BENEFICI : Tonicizza , leviga , nutre.
Pelle liscia e ferma con questa maschera lussuosa, riducendo al minimo i segni del tempo per una pelle più giovane, dall’aspetto più tonico .


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nª2
Estée Lauder, Advanced Night Repair – Synchronized Recovery Complex II. EUR: 85,00
BENEFICI : pelle morbida, idratata e resistente alle aggressioni esterne.
Esalta la naturale capacità cutanea di rinnovamento notturno come mai prima, grazie ad un’innovazione fondamentale: l’esclusiva Tecnologia ChronoluxCB. Sostiene la naturale sincronizzazione del processo notturno di riparazione cutanea affinché la pelle possa auto-ripararsi esattamente quando occorre.


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nº3
Boots, Lift and Luminate – Night cream. EUR: 35,00
BENEFICI: liscia, compatta , tonifica.
Complessi energizzanti lavorano insieme per aiutare questa crema a far mini miracoli durante il sonno. No7 Lift & Luminate Crema notte è di facile assorbimento, idrata la vostra pelle lasciandola subito più morbida, elastica e liscia.



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nª4
Neutrogena, Rapid wrinkle repair. EUR: 30,00
BENEFICI: Svanisce l’aspetto delle rughe ostinate, Illumina, leviga.
Dotato di una combinazione unica di Retinolo SA , Complesso glucosio e acido ialuronico , Rapid Wrinkle Repair Notte idrata e rinnova l’aspetto della pelle per tutta la giornata, aiuta a levigare le rughe velocemente e diminuire le macchie d’età . Lascia la pelle una sensazione liscia e più giovane .





nº5
La prairie, Cellular power charge night – crema rassodante. EUR: 350,00
BENEFICI: pelle raffinata, incredibile morbidezza, luminosità.
Ultimo prodotto, ma assolutamente un MUST!
Trattamento notte al retinolo, ripara la tua pelle mentre dormi, preservando la tonicitá e la naturale capacitá della tua cute di rigenerarsi. Applicare la sera con un leggero massaggio per un risveglio luminoso e fresco.
Ogni notte Cellular Power Charge Night sfrutta stato di riposo naturale della pelle per eseguire le funzioni di ripristino necessarie. Le rughe sono riparate, i segni di invecchiamento vengono cancellati, il turnover cellulare viene accelerato e l’ossigeno viene potenziato. Tutto ciò significa che vi sveglierete con una pelle più giovane!


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Rachel Zoe. La capsule collection per Net-a-porter ispirata da Amalfi

E’ Amalfi, in tutto il suo fascino, ad aver ispirato la stilista Rachel Zoe per la realizzazione di una capsule collection per Net-a-porter.

Di forte ispirazione boho-glam, le creazioni (in tutto nove) della celebre designer statunitense, si rifanno al folklore della Costiera Amalfitana. Ricami e nappe, sono il focus del progetto creativo di Rachel, che si sviluppa attraverso bluse, shorts, long skirts ed abiti esclusivamente in cotone.

 

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Come dichiarato dalla designer, i capi proposti si rifanno alle immagini risalenti agli anni ’60 – ’70 che raccontano scene di vita quotidiana intrise di fascino e glamour.

I capi, sono stati disegnati per essere indossati in ogni occasione, durante un party o in ufficio e sono stati ideati pensando ad una donna impegnata e che ama vestire con stile in ogni momento della giornata.

La collezione è stata anticipata da un party esclusivo nella residenza privata della stilista a Beverly Hills, cui vi hanno preso parte Nicole Richie, Jennifer Meyer, Rebecca Gayheart e Sara e Erin Foster.

La collezione, in vendita worldwilde sul sito di Net-a-porter, ha un valore commerciale che oscilla tra i 235,00 euro per uno shorts ai 710,00 euro per un abito.

 

 

Fonte cover (Photo: Stefanie Keenan/Getty Images)

Roosevelt 1941 – Il giorno dell’infamia

Il primo mandato di Roosevelt si aprì a poche settimane dall’insediamento di Hitler in Germania e dalla decisione giapponese di lasciare la Società delle Nazioni, due episodi che mostravano la fragilità degli equilibri mondiali. La crisi economica internazionale condizionò pesantemente anche la politica estera di Roosevelt.
Il primo mandato della presidenza di Roosevelt fu caratterizzato, come egli stesso programmò il giorno dell’insediamento, da una “politica di buon vicinato, quella di chi ha il massimo rispetto per se stesso e così facendo rispetta anche i diritti degli altri”.
Ciò si tradusse nella continuazione del disimpegno militare americano in America Latina, avviato dai suoi predecessori repubblicani.


La convenzione democratica, riunitasi nel giugno 1936, confermò con entusiasmo Roosevelt quale candidato alle elezioni presidenziali di quell’anno. Egli esaltò i risultati raggiunti con il New Deal e promise di continuare su quella strada. I repubblicani invece condannavano tali provvedimenti e accusavano il presidente di aver usurpato i poteri del Congresso scegliendo come candidato un repubblicano progressista, Alf Landon dal Kansas, l’unico governatore repubblicano che era riuscito a mantenere la carica nelle elezioni del 1932, vinte in maniera schiacciante dai democratici.
I toni della campagna elettorale furono spesso aspri: Roosevelt usò parole dure contro gli uomini dell’alta finanza; in cambio i repubblicani lo accusarono di essere un demagogo privo di principi morali. I risultati delle elezioni invece diedero a Roosevelt una vittoria ancora più marcata e netta di quattro anni prima: egli ottenne quasi ventotto milioni di voti (pari al 60,80%), vinse in ben 46 stati su 48 e conquistò la cifra record di 523 grandi elettori contro i soli 8 di Landon. Il partito del presidente ottenne tre quarti dei seggi al Senato e i quattro quinti della Camera dei rappresentanti. Il voto dimostrò l’appoggio del popolo americano alle politiche di Roosevelt e bocciò sonoramente l’opposizione repubblicana.


Con una mossa senza precedenti, Roosevelt cercò un terzo mandato consecutivo nel 1940.
Fino a quel momento tutti i presidenti avevano rispettato la regola non scritta stabilita da George Washington, che nel 1793 aveva rinunciato al terzo mandato affermando che troppo potere non doveva essere accentrato per troppo tempo nelle mani di un solo uomo. In seguito, nel 1951, questa regola fu resa esplicita con un emendamento costituzionale; pertanto Roosevelt rimarrà per sempre l’unico presidente ad avere svolto più di due mandati consecutivi.
Sebbene molti nel Partito Democratico vedessero che Roosevelt era già sofferente, al punto che non si era certi che potesse ricoprire un quarto mandato, non ci fu quasi discussione sul fatto che, in tempo di guerra, sarebbe stato il candidato del partito nelle elezioni del 1944.
Tenendo conto della salute di Roosevelt, convinsero il senatore del Missouri Harry Truman a formare la coppia di candidati democratici nel 1944. La coppia Roosevelt e Truman vinse le elezioni, tenutesi il 7 novembre 1944, sconfiggendo lo sfidante, il popolare repubblicano Dewey.
Nel 1941 gli interessi contrapposti del Giappone e degli Stati Uniti in Asia e nel Pacifico, specialmente in Cina, produssero una rottura delle relazioni diplomatiche al punto che la guerra sembrava inevitabile. Roosevelt finanziò largamente le spese di guerra con emissioni di titoli a lungo termine emessi dal Tesoro, i Titoli Serie E, ideati dal suo amico ed allora segretario del Tesoro degli Stati Uniti, Henry Morgenthau


Il 14 gennaio 1943 Roosevelt fu il primo presidente degli Stati Uniti a viaggiare in aereo durante la carica, con il suo volo da Miami al Marocco per incontrare Winston Churchill e discutere della seconda guerra mondiale. L’incontro si concluse il 24 gennaio. Tra il 4 e l’11 febbraio del 1945 partecipò, insieme a Stalin e Churchill, alla Conferenza di Jalta, il più famoso degli incontri nei quali fu deciso quale sarebbe stato l’assetto politico internazionale al termine della guerra.
Il suo messaggio al Congresso e alla nazione l’8 dicembre 1941, dopo l’attacco di Pearl Harbor, entrò nella storia con la frase: «Il 7 dicembre 1941 – una data che vivrà nell’infamia». Dopo questo discorso gli Stati Uniti entrarono nella seconda guerra mondiale a fianco degli Alleati.
Nel 2000 il fotografo Robert Stinnett, dopo un lungo lavoro di ricerca, ha riproposto la teoria della cospirazione architettata da Roosevelt e i suoi collaboratori per indurre i giapponesi ad attaccare Pearl Harbor; le tesi di Stinnett in sintesi sono che Roosevelt avrebbe applicato un piano per provocare l’attacco giapponese contro gli Stati Uniti e che all’ammiraglio Kimmel sarebbe stato impedito di condurre esercitazioni che avrebbero fatto scoprire la flotta giapponese in arrivo, flotta che in realtà, secondo Stinnett, non avrebbe mantenuto il silenzio radio e, anzi, i suoi messaggi sarebbero stati intercettati e decifrati dai servizi statunitensi. Il lavoro di Stinnett è stato tuttavia fortemente criticato da altri studiosi, che lo hanno smentito in vari modi, e le sue deduzioni sono state ritenute non esatte.


I servizi segreti britannici e dell’FBI avevano delle informative su possibili attacchi a quasi tutte le installazioni militari statunitensi (sabotaggi, attacchi aerei o navali, spionaggio) attribuite alle potenze dell’Asse o all’URSS (percepita già dai servizi informativi dell’FBI come la maggiore minaccia).
La possibilità di un attacco a Pearl Harbor arrivò a John Edgar Hoover, l’allora direttore dell’FBI, attraverso dei contatti informali con i servizi segreti britannici, che passarono agli USA il loro agente Dušan Popov, al servizio dei tedeschi ma in realtà doppiogiochista schierato con gli Alleati. Popov informò i suoi superiori sull’attenzione mostrata dai giapponesi verso l’attacco di Taranto e le installazioni militari alle Hawaii.


In ogni caso l’FBI non ritenne Popov affidabile e non prese in considerazione le sue soffiate, ostinandosi inoltre a non collaborare con i servizi segreti britannici. Subito dopo l’attacco Hoover si accorse di aver commesso un grave errore, diventando uno dei registi occulti delle teorie cospirative contro Roosevelt in modo da creare una cortina di nebbia attorno alla propria negligenza.




Ieri, 7 dicembre 1941 – una data che resterà segnata dall’infamia – gli Stati Uniti d’America sono stati improvvisamente e deliberatamente attaccati da forze aeree e navali dell’Impero del Giappone.
Gli Stati Uniti con loro erano in pace e su sollecitazione Giapponese, eravamo ancora in fase di colloquio, col loro governo e con l’imperatore, per mantenere questo status nel area Pacifica.
In realtà, un’ora dopo squadroni aerei giapponesi aveva iniziato i bombardamenti sull’isola americana di Oahu, l’Ambasciatore giapponese negli Stati Uniti e il suo collega hanno consegnato al nostro Segretario di Stato una risposta formale ad un recente messaggio americano. Sebbene questa risposta affermava che sembrava inutile proseguire i negoziati diplomatici in corso, non conteneva alcuna minaccia o accenno di guerra o attacco armato.


Verrà ricordato che la distanza delle Hawaii dal Giappone rende evidente che l’attacco sia stato deliberatamente programmato molti giorni o addirittura settimane fa. Nel contempo il governo giapponese ha intenzionalmente cercato di ingannare gli Stati Uniti con false dichiarazioni e espressioni di speranza a favore di una pace duratura.
L’attacco di ieri sulle isole hawaiane ha causato gravi danni alle navali americane e alle forze militari. Mi spiace dirvi che molti americani hanno perso la vita.


Inoltre, le navi americane sono state bersaglio di siluri in alto mare tra San Francisco e Honolulu.
Ieri il governo giapponese ha anche lanciato un attacco contro Malaya. 
La scorsa notte le forze giapponesi hanno attaccato Hong Kong. 
La scorsa notte le forze giapponesi hanno attaccato Guam. 
La scorsa notte le forze giapponesi hanno attaccato le Isole Filippine. 
Ieri sera, i giapponesi hanno attaccato Wake Island.


E questa mattina, i giapponesi hanno attaccato le Isole Midway.
Il Giappone ha dunque intrapreso un’offensiva a sorpresa estesa a tutta l’area del Pacifico. I fatti di ieri e di oggi parlano da soli. Il popolo degli Stati Uniti si è già fatto un opinione e ben comprende le implicazioni per la vita e la sicurezza della nostra nazione.
Come comandante in capo della Marina militare ho disposto che tutte le possibili misure siano prese per la nostra difesa, noi ricorderemo in quale maniera siamo stati attaccati.


Non importa quanto tempo ci dovremo prendere per superare questa invasione premeditata, il popolo americano, con la forza della ragione, vincerà con un vittoria schiacciante.
Credo di interpretare la volontà del Congresso e del popolo, quando dico che non solo ci difenderemo fino all’ultimo, ma faremo in modo che questa forma di tradimento, per noi, non sia mai più un pericolo.
L’ ostilità esiste. Non vi è alcun dubbio per il fatto che il nostro popolo, il nostro territorio e i nostri interessi siano in grave pericolo.


Con la totale fiducia nelle nostre forze armate, con l’illimitata determinazione del nostro popolo, si otterrà l’inevitabile trionfo. Così Dio ci aiuti.
Chiedo che il Congresso dichiari che, fin dall’attacco non provocato e codardo da parte del Giappone della Domenica, 7 dicembre 1941, esista uno stato di guerra tra gli Stati Uniti e l’Impero giapponese.

Donald Trump ha scelto il suo vice-presidente ed è improbabile quanto lui

C’è una ragione per cui Donld Trump ha scelto Mike Pence come compagno nel ticket presidenziale: la sua estrema debolezza con l’elettorato più religioso. Peccato che Pence abbia dei precedenti tremendi con la parte pro-business del partito e con i gruppi per i diritti civili LGBT.


La scelta di Pence ha senso, Trump ha sempre faticato con la base religiosa del suo partito, questo è probabilmente il motivo per cui un altro candidato improbabile come Ted Cruz è arrivato così avanti. Trump è divorziato per ben 2 volte, non ha mai fatto mistero delle sue scappatelle, possiede casinò e non conosce la Bibbia; un personaggio che chiaramente non va giù alla destra religiosa.


Molti rappresentanti del GOP religioso hanno lanciato strali violentissimi contro il candidato repubblicano. Tra gli evangelici Trump ha percentuali di gradimento simili a quelle di Hillary Clinton, la candidata democratica, una cosa mai vista.
Gli evangelici sono circa il 48% dei votanti delle primarie e questo è preoccupante. Il GOP è grosso modo diviso in tre correnti: i conservatori fiscali moderati dal punto di vista sociale o agnostici (come Romney, Jeb Bush ecc…), i populisti di estrema destra con gli appartenenti ai Tea Party e i razzisti e la destra religiosa.


Mike Pence è un campione di questa ultima categoria. Pence è uno dei più violenti anti-abortisti, la legge sull’aborto dell’Indiana, lo stato di cui Pence è governatore, è così restrittivo da essere stato condannato da altri repubblicani. Pence è stato tra i primi a togliere i fondi a Planned Parenthood.
L’aborto è una politica condivisa da parte dei repubblicani, due terzi del partito sono decisamente anti-abortisti mentre la terza parte, i conservatori fiscali, non si pronunciano: aborto o no per un businessman cambia poco.


Per i repubblicani come Romney e Bush, però, le posizioni di Pence sulle comunità LGBT sono difficili da sostenere.
Pence ha passato una legge che permette ai titolari di negozi dell’Indiana di allontanare i clienti LGBT e alle assicurazioni di non prendere in carico clienti perché LGBT.
Questa legge ha fatto ribellare la parte pro-business dei repubblicani.


Dopo l’approvazione della legge lo stato ha perso 60 milioni di dollari in attività produttive e un numero non precisato di aziende hanno deciso di spostare le proprie sedi altrove per distanziarsi dalle politiche anti-LGBT.
Secondo alcuni studi la legge ha fatto perdere all’Indiana circa 250 milioni di dollari.


Una reazione intuibile dal fatto che l’89% delle 500 compagnie più grandi negli USA hanno policy anti-discriminazione.
Quando l’Arizona tentò di far passare una legge simile il governatore conservatore fu costretto a mettere il veto sulla legge a causa di enormi pressioni politiche. Addirittura la NFL lo minacciò di spostare il Super Bowl quell’anno in programma nello stato.


La NFL è notoriamente repubblicana, fiscalmente conservatrice, ma neppure loro possono accettare certe politiche discriminatorie.
Questa è una questione di buon senso, se stai cercando di avere i migliori lavoratori, non te ne puoi precludere per principio un 5/10% e non puoi permetterti che almeno lo stesso 5/10% non comprino il tuo prodotto per principio.
I repubblicani pro-business faranno ancora più fatica a votare per Trump dopo la scelta di Mike Pence e l’elezione di Trump diventa sempre più difficile.

Burberry. In arrivo una partnership con Harrods

Una partnership importante, quella fra Harrods e Burberry che, per fine novembre, vedrà il compimento della collaborazione tra il magazzino di lusso e la casa di moda.

Le vetrine del negozio di Brompton, verranno decorate con un paesaggio innevato, una scelta che contestualizza la struttura, nell’atmosfera natalizia; macchine volanti, sentieri segreti e bambini giocosi che si recano in una casa di campagna: la gioia delle festività natalizie è amplificata da una scenografia ad hoc.

 

Vetrina natalizia 2015 di Burberry all'interno del grande magazzino Harrods (fonte immagine ilsole24ore.it)

Vetrina natalizia 2015 di Burberry all’interno del grande magazzino Harrods (fonte immagine ilsole24ore.it)

 

 

Burberry, inoltre, progetterà una capsule collection in esclusiva di ready-to-wear e accessori e concepirà  il grande albero natalizio da inserire nell’entrata del grande magazzino.

Il marchio, ha pensato oltre a ciò, di ricreare un angolo dove gli artigiani possano mostrare alcune fasi di lavorazione e di personalizzazione del prodotto, ai clienti Burberry.

 

Fonte cover elitetraveler.com

 

Dior à Versailles, la nuova collezione di Dior Joaillerie

Victoire de Castellane per la sua nuova collezione di alta gioielleria, si è ispirata alla sontuosità della Reggia di Versailles.

L’opulenza della collezione Dior à Versailles, prende spunto dal lusso di questa magnifica residenza; i suoi dettagli, i suoi decori, hanno stimolato l’estro creativo della Direttrice Artistica di Dior Joaillerie, che ha partorito una collezione di gioielli  lussureggianti, eleganti e fastosi.

“Ho immaginato una Versailles di notteha dichiarato Victoire de Castellane interni illuminati da candele che fanno scintillare le pietre” spiega. “Le donne sono adorne di gioielli e nel silenzio sembra quasi di sentire l’argenteria che risuona contro i piatti”.

 

La Galerie des Glacesè. Interni  sfarzosi della Reggia di Versailles (fonte immagine it.wikipedia.org)

La Galerie des Glacesè. Interni sfarzosi della Reggia di Versailles (fonte immagine it.wikipedia.org)

 

 

 

Di fatti, il diamante a goccia di una collana, ricorda il pendente di un cristallo del lampadario e un fiocco, in stile rococò, sembra stato estratto da un mobile antico.

Meravigliosi appaiono, dunque, tutti gli elementi decorativi all’interno della struttura che hanno ispirato la designer. Candelabri, cornici a specchio, il cordone di una tenda: la ricchezza di Dior à Versailles, ha il richiamo di un passato esageratamente ricco.

Diamanti taglio rosa, briolette e baguette, dialogano assieme per creare una collezione dal sapore retrò ma fortemente contemporanea.

Per la realizzazione di questa collezione, è stato necessario il supporto dei più grandi laboratori parigini di alta gioielleria che hanno reso possibile la creazione di un gioiello che ha in sé, diverse tecniche di taglio o di incastonatura.

 

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Per maggiori informazioni www.dior.com

 

 

Fonte immagini buro247

Portugal Fashion, 3 fashion designer emergenti ad Altaroma

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Altaroma 2016 si è confermata un osservatorio privilegiato sui fermenti creativi del sistema moda e in particolare su quelle spinte che arrivano dai fashion designer emergenti in piena scalata al successo. La fashion week capitolina ha raccolto i nomi più interessanti della scena creativa, andando a pescarli anche fuori dai confini italiani: è nata così Portugal Fashion, la sfilata collettiva organizzata da Altaroma con  ANJE – Associação Nacional de Jovens Empresários (Associazione Nazionale dei Giovani Imprenditori). Tre stiliste portoghesi hanno mostrato all’Italia le proprie collezioni, contribuendo all’atmosfera cosmopolita e alla fertilità di scambi culturali ed estetici. Daniela Barros, Susana Bettencourt e Pé de Chumbo: queste le tre fashion designer iberiche le cui collezioni hanno sfilato durante l’evento.

Daniela Barros ha studiato alla Oporto Fashion School e da alcune stagioni sfila in calendario alla Portugal Fashion Week. La stilista ha raggiunto il successo nel 2013 vincendo il premio Best Female Collection a Who’s Next Salon Paris. Sulla passerella di Altaroma ha portato una collezione androgina ma sensuale, fatta di capi stratificati e porzioni di pelle in vista, dominata da colori neutri come bianco, nero, blu con incursioni nel gessato maschile.


ph. S.Dragone- G.Palma / L.Sorrentino


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La seconda collezione di Portugal Fashion è stata quella di Susana Bettencourt, specializzata in Knitewear alla Central Saint Martins di Londra. La passione della stilista per la maglieria è evidente dai look che ha portato in passerella: abiti, completi e maglie coloratissimi, ricchi di frange e dettagli sbarazzini.


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A concludere l’evento di Altaroma, la collezione Pé de Chumbo della fashion designer Alexandra Oliveira, specializzata nella sperimentazione di materiali innovativi da abbinare a tessuti tradizionali. La sua moda è fatta di maxi cardigan lavorati a maglia e abiti da sera che giocano con materiali opalescenti e trasparenze ad arte.


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Gucci Garden, la collezione esclusiva di Gucci

Si ispira alla natura, la nuova collezione ideata da Alessandro Michele per Gucci.

Mi considero un animista. Ho un grande interesse verso il mondo della natura, passione che credo traspaia nelle mie collezioni. I fiori, per esempio, sono per me la rappresentazione del potere della bellezza“, ha dichiarato lo stilista.

 

(Fonte immagine harpersbazaar.com)

 

(Fonte immagine harpersbazaar.com)

 

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Da questo amore viscerale per la natura, nasce la collezione Gucci Garden: un tripudio di animali e fiori, che ingentiliscono borse e capi d’abbigliamento, creando un allure fresco e romantico ai look di ogni giorno.

Il progetto creativo, si snoda attraverso particolari simbologie: il serpente (ricamato a mano sul tessuto), animale caposaldo nelle collezioni Gucci, rappresenta saggezza e potere mentre l’ape, virtù e castità. Non manca oltremodo la farfalla che simboleggia la trasformazione che introduce qualcosa di magico.

 

(Fonte immagine harpersbazaar.com)

 

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Non mancano nemmeno gli uccellini rossi e blu, gli scarabei e fantastiche corolle di garofani e rose, che appaiono dipinte come un quadro ad olio sulla pelle delle borse o sulla seta dei capi.

La collezione, acquistabile esclusivamente sull’e-commerce del marchio, si compone della it bag Dionysus (dal valore commerciale che oscilla tra i 1800,00 euro a 2200,00 euro), slippers, snerakers, portafoglio, foulards e ancora jeans a zampa di elefante, t-shirt, camicie e vestiti in seta, gonne plissettate e cardigan, tutti in stile anni sessanta.

 

 

Fonte immagini harpersbazaar.com

Fendi. “The Artisans of Dreams” racconta 90 anni di storia

The Artisans of Dreams” è l’esposizione di maison Fendi che racconta la storia della casa di moda fondata a Roma, nel 1925, da Edoardo Fendi e Adele Casagrande.

Novanta anni di successi, uniti alla tradizione ed al savoir-faire. Nove sale (Roma, Prelude, Labyrinth, Obsession, Library, Essentials, Craftsmanship, Experience e Dream), all’interno del Palazzo della Civiltà a Roma, ospitano cimeli di straordinaria valenza storica.

 

 

 

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(fonte immagine ennfrancosays.com)

 

 

(Fonte immagine ennfrancosays)

(Fonte immagine ennfrancosays.com)

 

 

Sono le pellicce, le vere protagoniste della mostra, capi lussuosi portati alla ribalta dall’incomparabile estro creativo di Karl Lagerfeld, direttore creativo della linea dal 1946.

Una storia lunga quasi un secolo, viene raccontata dal video”Fendi: Hands make Beauty” che documenta le attività nei laboratori, mostrando le abilità lavorative degli artigiani che a loro volta illustrano tutte le fasi di lavorazione di un capo in pelliccia.

La mostra, sarà visitabile entro il 29 ottobre 2016, dal lunedì al sabato dalle 10,00 alle 20,00.

 

 

 

 

 

Fonte cover ad.vfnetwork

 

Prada sbarca su Mytheresa.com e Net-a-porter

Anche Prada, sbarca su Mytheresa.com e Net-a-porter.

Parte proprio oggi, 15 luglio 2016, la rivoluzione della maison milanese che affida i propri prodotti a due colossi dell’e-commerce, Mytheresa.com e Net-a-porter, con lo scopo di incrementare le vendite raggiungendo una fascia più estesa di clientela.

La vetrina del sito inglese Net-a-porter, focalizza l’attenzione sulla collezione autunno/inverno 16-17 della griffe, offrendo una florida selezione di capi e accessori.

Il colosso tedesco Mytheresa.com ha evidenziato il nuovo ingresso, con un video di presentazione che vede protagonista la bellissima Alexa Chung che interpreta, a sua volta, la collezione ready-to-wear autunno inverno 16-17, composta da sofisticate trame jacquard di fil dorati, cappotti in Principe di Galles e gonne ampie decorate con stampe dell’artista Christophe Chemin.

 

 

 

 

 

Fonte cover celebnfashion247

 

Altaroma: la moda anni ’50 di Esme Vie

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Una Grace Kelly in versione moderna e rivisitata è la figura che ispirato la collezione primavera estate 2017 di Esme Vie, presentata lo scorso sabato ad Altaroma. La stilista russa Julia Voitenko, che vive ormai stabilmente a Milano, ama dare un’impronta bon ton alle collezioni del suo brand ispirandosi alla moda anni ’50 e ’60. Così anche per la prossima primavera estate le silhouette sono a clessidra, con gonne a ruota e soprabiti a uovo, tipiche degli anni d’oro della moda italiana.


La collezione che ha sfilato ad Altaroma si chiama Zefiro e, proprio come il vento che preannuncia la primavera, è delicata ed elegante. La ricerca di equilibrio nelle proporzioni e di raffinatezza nei materiali ha portato Esme Vie a una collezione iperfemminile:  le sete pregiate si tingono di colori sorbetto come verde menta, rosa, crema, giallo limone. Il rigore delle linee trapezoidali si ingentilisce grazie alle romantiche applicazioni di fiori, che creano un immaginario ponte tra volumi architettonici ed elementi naturali. Esme Vie distribuisce femminilità su metri e metri di pura seta, lavorata con una tecnica artigianale che la renda ancora più morbida. Sulla passerella di Altaroma 2016 sfilano abiti da sera sofisticati che fondono la magia della moda anni ’50 con un’ispirazione più contemporanea, per un risultato elegante e lieve come la brezza primaverile.


ph. S.Dragone- G.Palma / L.Sorrentino


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Louis Vuitton. Marc Newson sigla una collezione di valigie

Marc Newson, il designer industriale tra i più ricercati a livello internazionale, sigla per maison Louis Vuitton una nuova collezione di valigie.

Moderno, leggero e lussuoso: il trolley di Newson per Louis Vuitton raccoglie tutto il savoir-faire della maison, da sempre legata al piacere del viaggio.

 

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Declinata nelle versioni in  tela Monogram, Monogram Eclipse pelle Taiga ed Epi e Damier Graphite ed ancora nei formati cabina e Mini, la valigia presenta ruote silenziose, una discreta ed essenziale chiusura e una maniglia esterna che permette di recuperare lo spazio interno rendendo completamente piatto il lato posteriore.

La “marcia” in più per questo trolley, è rappresentato dal servizio dedicato ai clienti con l’app esclusiva LV Pass che permette di conoscere in tempo reale, i migliori indirizzi presenti sulla Louis Vuitton city Guide, di ricevere assistenza post acquisto ed altre utilissime informazioni.

Il prezzo di questa raffinata valigia oscilla tra i 1800,00 euro ai 4000,00 euro.

Mussolini dichiarazione di guerra

Come per Hitler, anche per Mussolini questa lunga premessa di inquadramento storico è utile per comprendere la struttura e la natura del simmetrico discorso di “dichiarazione di guerra”.
Entrambi arrivano al potere sulla base della fragilità politica interna, degli interessi della grande industria e come argine all’avanzata socialista. Mentre Hitler parla in parlamento, in forma diretta e “lunga”, con un discorso che avrà come eco la sua diffusione a mezzo stampa, Mussolini parla direttamente in piazza, in un apparente “discorso breve a braccio”.
Molte volte si è fatto riferimento all’ammirazione che Hitler aveva verso Mussolini, e a ragion veduta. Il primo schivo, a tratti introverso se non timido, accompagnava la sua retorica a forti momenti scenografici che ne esaltavano ruolo e posizione in monologhi incontrastati, quasi monolitici. Mussolini abituato alla dialettica, al confronto, spesso aspro, delle sezioni sindacali, del partito socialista di provincia, in anni di “lotta contadina”, può essere considerato il primo caso di uso diretto del mezzo di comunicazione di massa (giornali, radio, cinegiornali) per aggregare il consenso (tipico delle dittature del primo novecento) ma anche contemporaneamente il primo caso di disintermediazione comunicativa.
Abituato a stare “in mezzo” alla gente, a non poche apparizioni “dirette”, fisicamente in prima persona, apparentemente spontanee (in realtà studiate nel minimo dettaglio) appare “la guida del popolo tra e dal popolo”.
A Roma, per intenderci, dovremmo attendere la visita del papa a san Lorenzo dopo i bombardamenti e papa Giovanni per avere qualcosa di simile, che almeno sino ai tempi di Berlinguer, difficilmente diverrà icona collettiva altrettanto popolarmente concepita.
Mussolini non affidava i suoi discorsi di maggiore importanza alla stampa o ad altri, ma interveniva direttamente nella bonifica dell’agro pontino quanto all’inaugurazione della Fiat o alla mietitura del grano (tre esempi diametralmente opposti tra loro) quanto alla traversata del Tevere.
Questa consapevolezza del ruolo della comunicazione disintermediata – frutto della sua storia personale e della sua formazione – fu anche quello che lo rese così “diverso” dagli altri leader di partito – che apparivano distaccati e ingessati, anche quando rappresentanti di partiti popolari e di massa, come socialisti e repubblicani – e che rese così difficile l’azione anche solo di propaganda dei suoi oppositori interni.


La stabilità della dittatura fascista è in gran parte da ascriversi alla capacità di Mussolini di generare attorno alla propria figura un forte consenso. L’abilità mostrata nel rendere la sua personalità oggetto di vero e proprio culto si rifletté non solo nell’approvazione che la società italiana a lungo gli mostrò, ma anche nell’ammirazione che riuscì a guadagnarsi presso numerosi capi di Stato stranieri, intellettuali e, più in generale, presso l’opinione pubblica internazionale, soprattutto negli Stati Uniti e nel Regno Unito. Da questo punto di vista Mussolini divenne un modello di ispirazione per molti futuri dittatori, soprattutto Hitler, ma anche per molti politici di spicco di importanti stati democratici.


La popolarità di Mussolini trova probabilmente la sua origine nell’insoddisfazione del popolo italiano nei confronti delle classi dirigenti liberali per via dei trattati di pace, ritenute dai più sfavorevoli, che l’Italia aveva dovuto accettare alla fine della prima guerra mondiale, nonostante gli oltre 650.000 morti e i sacrifici enormi sopportati dal Paese. Non a caso, Gabriele D’Annunzio parlò di «vittoria mutilata». L’Italia guadagnò territorialmente solo parte di ciò che le era stato promesso col patto di Londra e ciò, unito al generale malcontento post-bellico e alla terribile crisi economica dell’immediato dopoguerra, fece crescere il desiderio di un governo forte.


Mussolini fu abile a sfruttare tale situazione nonché la paura del cosiddetto “pericolo rosso”, accresciutasi durante il biennio rosso: si presentò come il restauratore dell’ordine e della pace sociale, teso alla «normalizzazione» della situazione politica. A partire dal 1925, con la promulgazione delle cosiddette leggi fascistissime e l’inizio della dittatura, ogni forma di collaborazione coi vecchi partiti fu abbandonata e gli stessi sciolti.


Il consenso fu poi alimentato grazie al controllo sulla stampa e sul mondo culturale italiano.
Mussolini conosceva bene il potere della stampa, e di conseguenza fece in modo di poterlo controllare. Nei suoi Colloqui con Emil Ludwig giustificò la censura imposta ai giornali con il fatto che nelle liberaldemocrazie i giornali non sarebbero più liberi, ma obbedirebbero solo ad un’oligarchia di padroni, differenti dallo Stato: partiti e finanziatori plutocratici.
Ogni forma di dissenso sgradita a Mussolini venne repressa attraverso l’OVRA, il Tribunale speciale per la sicurezza dello Stato, e l’uso massiccio del confino politico. Tuttavia, Mussolini tollerò – e costrinse i suoi a tollerare – alcune “voci fuori dal coro” (Salvemini, Croce, Bombacci) ciò che per oltre un decennio alimentò la sua immagine di uomo forte ma non di tiranno, e per mantenere aperti canali di dialogo anche con l’antifascismo militante.


Benito Amilcare Andrea Mussolini fu innanzitutto un giornalista ed esponente di spicco del Partito Socialista Italiano.
Nel contesto di forte instabilità politica e sociale successivo alla Grande Guerra, puntò alla presa del potere; forzando la mano alle istituzioni, con l’aiuto di atti di squadrismo e d’intimidazione politica che culminarono il 28 ottobre 1922 con la marcia su Roma, Mussolini ottenne l’incarico di costituire il Governo (30 ottobre). Dopo il contestato successo alle elezioni politiche del 1924, instaurò nel gennaio 1925 la dittatura, risolvendo con forza la delicata situazione venutasi a creare dopo l’assassinio di Giacomo Matteotti. Negli anni successivi consolidò il regime, affermando la supremazia del potere esecutivo, trasformando il sistema amministrativo e inquadrando le masse nelle organizzazioni di partito.
Nel 1935, Mussolini decise di occupare l’Etiopia, provocando l’isolamento internazionale dell’Italia. Appoggiò quindi i franchisti nella guerra civile spagnola e si avvicinò alla Germania nazista di Adolf Hitler, con il quale stabilì un legame che culminò con il Patto d’Acciaio nel 1939. È in questo periodo che furono approvate in Italia le leggi razziali.
Nel 1940, ritenendo ormai prossima la vittoria della Germania, fece entrare l’Italia nella seconda guerra mondiale. In seguito alle disfatte subite dalle Forze Armate italiane e alla messa in minoranza durante il Gran consiglio del fascismo (ordine del giorno Grandi del 24 luglio 1943), fu arrestato per ordine del re (25 luglio) e successivamente tradotto a Campo Imperatore. Liberato dai tedeschi, e ormai in balia delle decisioni di Hitler, instaurò nell’Italia settentrionale la Repubblica Sociale Italiana. In seguito alla definitiva sconfitta delle forze italo-tedesche, abbandonò Milano la sera del 25 aprile 1945, dopo aver invano cercato di trattare la resa. Il tentativo di fuga si concluse il 27 aprile con la cattura da parte dei partigiani a Dongo, sul lago di Como.


Mussolini emigrò il 9 luglio 1902 in Svizzera per sfuggire al servizio militare obbligatorio, stabilendosi a Losanna. Lì si iscrisse al sindacato muratori e manovali, di cui poi divenne segretario, e il 2 agosto 1902 pubblicò il suo primo articolo su L’Avvenire del lavoratore, il giornale dei socialisti svizzeri.
Fino a novembre visse in Svizzera, spostandosi di città in città e svolgendo lavori occasionali. Venne espulso due volte dal paese: il 18 giugno 1903 fu arrestato a Berna come agitatore socialista, trattenuto in carcere per 12 giorni e poi espulso il 30 giugno dal Canton Berna, mentre il 9 aprile 1904 venne incarcerato per 7 giorni a Ginevra a causa del permesso di soggiorno falsificato, per poi essere espulso una settimana dopo dal Canton Ginevra. Nel frattempo ricevette anche una condanna a un anno di carcere per renitenza alla leva militare. Venne protetto da alcuni socialisti e anarchici del Canton Ticino, tra cui Giacinto Menotti Serrati e Angelica Balabanoff.
Nel novembre 1904, caduta la condanna per renitenza alla leva in seguito all’amnistia concessa in occasione della nascita dell’erede al trono Umberto, Mussolini tornò in Italia. Dovette tuttavia presentarsi al Distretto militare di Forlì e adempì ai suoi doveri di leva venendo assegnato il 30 dicembre 1904 al 10º Reggimento bersaglieri di Verona. Poté tornare a casa con una licenza per assistere la madre morente (19 gennaio 1905). Poi riprese il servizio militare, ottenendo al termine una dichiarazione di buona condotta per il contegno disciplinato.
Allo scoppio della prima guerra mondiale interpretò con fermezza la linea non interventista dell’Internazionale Socialista. Mussolini era del parere che il conflitto non poteva giovare agli interessi dei proletari italiani bensì solo a quelli dei capitalisti. Nello stesso periodo, all’insaputa dell’opinione pubblica, il Ministero degli Esteri stava avviando un’operazione di persuasione negli ambienti socialisti e cattolici per ottenere un atteggiamento favorevole verso un possibile intervento dell’Italia in guerra.


Riguardo agli ambienti socialisti, individuò nel quotidiano del partito uno strumento per portare i socialisti dalla propria parte. Fu Filippo Naldi, “faccendiere” con numerosi agganci tra gli ambienti finanziari e il giornalismo (e direttore del bolognese Resto del Carlino), a prendere contatti con il direttore dell’Avanti.
Il 26 luglio Mussolini pubblicò un editoriale intitolato Abbasso la guerra, a favore della scelta anti-bellicista; ma negli stessi giorni compaiono altri articoli, a firme di noti esponenti del partito, che pur mantenendo fermo l’atteggiamento di fondo contro la guerra cominciavano a discutere sull’alleato che avrebbe potuto giovare alla causa italiana. Già nei primi mesi del conflitto appariva quindi tutta l’incertezza del Partito Socialista, che non sapeva risolversi tra la sua inclinazione antimilitarista e la propensione verso la guerra come mezzo per rinnovare la lotta politica e smuovere gli equilibri consolidati nel Paese.


Uno dei primi a porre dubbi sulla neutralità assoluta fu Bissolati, a cui seguirono Prezzolini, Salvemini, i repubblicani, i radicali, i massoni, i socialisti riformisti e i sindacalisti rivoluzionari. I primi attacchi a Mussolini relativi ad un suo possibile cambio d’opinione si ebbero il 28 agosto 1914 in un articolo de “Giornale d’Italia” e continuarono in settembre e ottobre su altri quotidiani. Fu in questo contesto che Naldi pubblicò un polemico articolo sul Resto del Carlino (7 ottobre 1914, scritto da Libero Tancredi), in cui accusava Mussolini di doppiogiochismo, ottenendo l’irata reazione del direttore dell’Avanti!
Il 18 ottobre, mutando esplicitamente la propria originaria posizione, Mussolini pubblicò sulla Terza pagina dell’Avanti! un lungo articolo intitolato «Dalla neutralità assoluta alla neutralità attiva ed operante», in cui rivolse un appello ai socialisti sul pericolo che una neutralità avrebbe comportato per il partito, cioè la condanna all’isolamento politico. Secondo Mussolini, le organizzazioni socialiste avrebbero dovuto appoggiare la guerra fra le nazioni, con la conseguente distribuzione delle armi al popolo, per poi trasformarla in una rivoluzione armata contro il potere borghese.
La nuova linea non venne accettata dal partito e nel giro di due giorni Mussolini rassegnò le dimissioni (20 ottobre). Nel periodo di direzione Mussolini, il giornale era salito da 30-45.000 copie nel 1913 a 60-75.000 copie nei primi mesi del 1914.


Grazie all’aiuto finanziario di alcuni gruppi industriali Mussolini riuscì rapidamente a fondare un suo giornale: Il Popolo d’Italia, il cui primo numero uscì il 15 novembre 1914. Dalle colonne del suo giornale, Mussolini attaccò senza remore i suoi vecchi compagni. Col partito era rottura: il 29 novembre Mussolini venne espulso dal PSI.
I tempi dell’operazione e la provenienza dei finanziamenti insospettirono gli ex compagni, che accusarono Mussolini di indegnità morale. Secondo il Partito Socialista, egli avrebbe ricevuto fondi occulti da agenti francesi in Italia, che lo avrebbero corrotto per farlo aderire alla causa dell’interventismo pro-Intesa.
La questione finì davanti alla commissione d’inchiesta del collegio dei probiviri dell’Associazione Lombarda dei Giornalisti, che escluse ogni ipotesi di corruzione giungendo alla conclusione che la nascita del giornale era da collegarsi esclusivamente al rapporto di simpatia personale fra Mussolini e il direttore del Carlino Naldi.
Solo negli ultimi anni stanno uscendo documenti che proverebbero invece il diretto intervento del governo francese a favore di Mussolini, che comunque sappiamo aver incontrato in Svizzera rappresentanti dell’Intesa, i quali gli assicurano il loro appoggio.
In particolare, secondo una nota scritta nel novembre 1922 dai servizi segreti francesi a Roma, Mussolini avrebbe incassato nel 1914 dal deputato francese Charles Dumas, capo di gabinetto del ministro francese Jules Guesde, socialista, dieci milioni di franchi “per caldeggiare sul suo Popolo d’Italia l’entrata in guerra dell’Italia al fianco delle potenze alleate”.


Nel mese di dicembre prese parte a Milano alla fondazione dei “Fasci di azione rivoluzionaria” di Filippo Corridoni, partecipando poi al loro primo congresso il 24 e il 25 gennaio 1915.
La fondazione dei Fasci italiani di combattimento avvenne a Milano il 23 marzo 1919 in Piazza San Sepolcro; stando allo stesso Mussolini non erano presenti che una cinquantina di aderenti, ma negli anni successivi, quando la qualifica di sansepolcrista dava automaticamente diritto a vantaggi cospicui in termini economici e di prestigio sociale, furono centinaia coloro che riuscirono a far aggiungere alla lista il loro nome.
Tra marzo e giugno i futuristi di Filippo Tommaso Marinetti divennero la componente principale del Fascio milanese e fecero sentire la loro influenza ideologica; tuttavia Mussolini ebbe modo di affermare: “Noi siamo, soprattutto, dei libertari cioè della gente che ama la libertà per tutti, anche per avversari. (…) Faremo tutto il possibile per impedire la censura e preservare la libertà di pensiero di parola, la quale costituisce una delle più alte conquiste ed espressioni della civiltà umana”.


Dall’esperienza dei Freikorps tedeschi trasse la conclusione che squadre di uomini armati potevano essere utilissime per intimidire l’opposizione: il 15 aprile 1919, subito dopo un comizio della Camera del Lavoro all’Arena Civica, fascisti, arditi, nazionalisti e allievi ufficiali, guidati da Marinetti e Ferruccio Vecchi si lanciarono contro la sede dell’Avanti!, attaccandola e devastandola, dopo una serie di colluttazioni stradali con gruppi socialisti e dopo che dalla sede del giornale venne sparato un colpo di pistola che uccise un soldato, Martino Speroni. Mussolini si tenne in disparte, credendo che i suoi uomini non fossero ancora pronti per combattere una “battaglia di strada”, ma difese il fatto compiuto. Procedette quindi a reclutare un esercito di arditi pronti a vari assalti frontali e trasportò nella sede del Popolo d’Italia una grande quantità di materiali bellici, per prevenire un possibile “contrattacco rosso”.


Il 24 e il 25 maggio 1920 Mussolini partecipò al secondo Congresso dei Fasci di combattimento, che si teneva al teatro lirico di Milano. I Fasci di combattimento, grazie alla progressiva svolta a destra, iniziarono ad avere finanziamenti da parte di industriali, i quali venivano in cambio protetti da squadre di arditi. In giugno si schierò a favore di Giolitti, con il quale in ottobre s’incontrò per la risoluzione della questione di Fiume: pur biasimandolo per aver ritirato le truppe dall’Albania, gli fece capire che un accordo con i liberalconservatori era possibile. Il 12 novembre, con il fondo L’accordo di Rapallo, commentò abbastanza favorevolmente il trattato italo-jugoslavo firmato da Giolitti, con cui Fiume diveniva una città libera. Successivamente ad una discussione del Comitato Centrale dei Fasci del 15 novembre Mussolini modificò la propria opinione sulla bontà del trattato.
Nel gennaio del 1921 la minoranza comunista usciva dal PSI per fondare il Partito Comunista d’Italia; ciò mise in allarme Mussolini perché i socialisti, ricollocatisi su posizioni più moderate, avrebbero potuto essere interpellati da Giolitti per una collaborazione governativa, escludendo in questo modo i fascisti dagli scenari politici principali. Il 2 aprile, dopo aver sfilato con gli squadristi in camicia nera in occasione dei solenni funerali delle vittime del terrorismo anarchico del teatro Diana[senza fonte], Mussolini accettò la richiesta di Giolitti di far parte dei Blocchi Nazionali, contando di poter addomesticare i fascisti alle sue posizioni politiche e utilizzarli per indebolire le opposizioni.


Il futuro Duce si presentò quindi come alleato di Giolitti, dei nazionalisti e di una serie di altre associazioni e partiti, alle elezioni del 15 maggio 1921, nelle liste dei “Blocchi Nazionali” antisocialisti: la lista ottenne 105 seggi, di cui 35 per i fascisti e anche Mussolini fu eletto deputato. Grazie all’immunità parlamentare poté quindi evitare il processo relativo ai fatti del 1919 (cospirazione e detenzione illegale di armi). Le consultazioni si svolsero in un clima di violenza: i morti furono un centinaio e in molte zone, approfittando del tacito favore della Polizia, i fascisti impedirono ai partiti di sinistra di tenere comizi.
In molti si convinsero che ormai dialogare con Mussolini fosse diventato inevitabile: Giovanni Amendola e Vittorio Emanuele Orlando teorizzarono una coalizione di governo che includesse anche i fascisti e Nitti, che sperava nella presidenza del Consiglio, riteneva ora un’alleanza con Mussolini il mezzo migliore per scalzare il suo avversario Giolitti.


Proprio Giolitti, secondo lo stesso Mussolini, era l’unico uomo che poteva evitare il successo del fascismo: Facta lo sollecitò più volte a intervenire ma il grande vecchio della politica italiana comunicò che non si sarebbe scomodato se non per prendere direttamente in mano le redini del governo (fu questo un errore di cui si sarebbe pentito). I fascisti lo blandirono promettendogli la presidenza del Consiglio ed egli li accreditò presso il mondo industriale milanese.


Tra il 27 e il 31 ottobre 1922, la “rivoluzione fascista” ebbe il suo culmine con la “marcia su Roma”, opera di gruppi di camicie nere provenienti da diverse zone d’Italia e guidate dai “quadrumviri” (Italo Balbo, Cesare Maria De Vecchi, Emilio De Bono e Michele Bianchi). Il loro numero non è mai stato stabilito con certezza; tuttavia, a seconda della fonte di riferimento, la cifra considerata oscilla tra le 30.000 e le 300.000 persone.
Mussolini non prese parte direttamente alla marcia, temendo un intervento repressivo dell’esercito che ne avrebbe determinato l’insuccesso.Rimase a Milano (dove una telefonata del prefetto lo avrebbe informato dell’esito positivo) in attesa di sviluppi e si recò a Roma solo in seguito, quando venne a sapere del buon esito dell’azione. A Milano, la sera del 26 ottobre, Mussolini ostentò tranquillità nei confronti dell’opinione pubblica assistendo al Cigno di Molnár al Teatro Manzoni. In quei giorni, stava in realtà trattando direttamente col governo di Roma sulle concessioni che questo era disposto a fare al Fascismo, e il futuro Duce nutriva incertezza sul risultato che la manovra avrebbe avuto.


Il re, per l’opposizione di Mussolini a qualsiasi compromesso (il 28 ottobre rifiutò il Ministero degli Esteri) e per il sostegno di cui il fascismo godeva presso gli alti ufficiali e gli industriali, che vedevano in Mussolini l’uomo forte che poteva riportare ordine nel paese “normalizzando” la situazione sociale italiana, non proclamò lo Stato d’assedio proposto dal presidente del Consiglio Facta e dal generale Pietro Badoglio, e diede invece l’incarico a Mussolini di formare un nuovo governo di coalizione (29 ottobre). Se il re avesse accettato il consiglio dei due uomini, non ci sarebbero state speranze per le camicie nere: lo stesso Cesare Maria De Vecchi e la destra fascista di ispirazione monarchica avrebbero optato per la fedeltà al Re.


Da tutte queste considerazioni l’assoluta originalità del suo discorso dal balcone di Piazza Venezia, direttamente al “popolo italiano”. Un discorso sintetico, privo di errori e sbavature, che in pochissime frasi richiama ai miti del passato, alla fierezza del popolo, pone gli obiettivi dell’azione intrapresa, giustifica la scelta fatta in “colpe” altrui.
Riesce a trasformare in due righe una chiara guerra di aggressione e di invasione in una dichiarazione di guerra di difesa, necessaria e inevitabile anche contro la volontà del duce. Fino all’imperativo categorico di “vincere”, ed all’iperbole concettuale di cominciare una guerra per dare un lungo periodo di pace.


Combattenti di terra, di mare e dell’aria. Camicie nere della rivoluzione e delle legioni. Uomini e donne d’Italia, dell’impero e del Regno d’Albania. Ascoltate!
Un’ora segnata dal destino batte nel cielo della nostra patria. L’ora delle decisioni irrevocabili.La dichiarazione di guerra è già stata consegnata agli ambasciatori di Gran Bretagna e di Francia. 
Scendiamo in campo contro le democrazie plutocratiche e reazionarie dell’Occidente, che, in ogni tempo, hanno ostacolato la marcia, e spesso insidiato l’esistenza medesima del popolo italiano. Alcuni lustri della storia più recente si possono riassumere in queste frasi: promesse, minacce, ricatti e, alla fine, quale coronamento dell’edificio, l’ignobile assedio societario di cinquantadue Stati.
La nostra coscienza è assolutamente tranquilla.
Con voi il mondo intero è testimone che l’Italia del Littorio ha fatto quanto era umanamente possibile per evitare la tormenta che sconvolge l’Europa; ma tutto fu vano. Bastava rivedere i trattati per adeguarli alle mutevoli esigenze della vita delle nazioni e non considerarli intangibili per l’eternità; bastava non iniziare la stolta politica delle garanzie, che si è palesata soprattutto micidiale per coloro che le hanno accettate. Bastava non respingere la proposta che il Führer fece il 6 ottobre dell’anno scorso, dopo finita la campagna di Polonia.
Ormai tutto ciò appartiene al passato. Se noi oggi siamo decisi ad affrontare i rischi ed i sacrifici di una guerra, gli è che l’onore, gli interessi, l’avvenire ferreamente lo impongono, poiché un grande popolo è veramente tale se considera sacri i suoi impegni e se non evade dalle prove supreme che determinano il corso della storia. 
Noi impugnammo le armi per risolvere, dopo il problema risolto delle nostre frontiere continentali, il problema delle nostre frontiere marittime; noi vogliamo spezzare le catene di ordine territoriale e militare che ci soffocano nel nostro mare, poiché un popolo di quarantacinque milioni di anime non è veramente libero se non ha libero l’accesso all’Oceano 
Questa lotta gigantesca non è che una fase dello sviluppo logico della nostra rivoluzione. 
È la lotta dei popoli poveri e numerosi di braccia contro gli affamatori che detengono ferocemente il monopolio di tutte le ricchezze e di tutto l’oro della terra. 
È la lotta dei popoli fecondi e giovani contro i popoli isteriliti e volgenti al tramonto. 
È la lotta tra due secoli e due idee. 
Ora che i dadi sono gettati e la nostra volontà ha bruciato alle nostre spalle i vascelli, io dichiaro solennemente che l’Italia non intende trascinare altri popoli nel conflitto con essa confinanti per mare o per terra. Svizzera, Jugoslavia, Grecia, Turchia, Egitto prendano atto di queste mie parole e dipende da loro, soltanto da loro, se esse saranno o no rigorosamente confermate. 
Italiani! In una memorabile adunata, quella di Berlino, io dissi che, secondo le leggi della morale fascista, quando si ha un amico si marcia con lui sino in fondo. Questo abbiamo fatto e faremo con la Germania, col suo popolo, con le sue meravigliose Forze Armate. 
In questa vigilia di un evento di una portata secolare, rivolgiamo il nostro pensiero alla Maestà del re imperatore che, come sempre, ha interpretato l’anima della patria. E salutiamo alla voce il Führer, il capo della grande Germania alleata. 
L’Italia, proletaria e fascista, è per la terza volta in piedi, forte, fiera e compatta come non mai. 
La parola d’ordine è una sola, categorica e impegnativa per tutti. 
Essa già trasvola ed accende i cuori dalle Alpi all’Oceano Indiano: vincere! 
E vinceremo, per dare finalmente un lungo periodo di pace con la giustizia all’Italia, all’Europa, al mondo. 
Popolo italiano! Corri alle armi, e dimostra la tua tenacia, il tuo coraggio, il tuo valore!

Francesca Richiardi. Artigianalità, evoluzione e avanguardia

Classe 1993, la romana Francesca Richiardi è la prima designer italiana ad aver vinto il concorso LVMH Graduate Prize, indetto dal gruppo LVMH.

Dopo gli studi superiori linguistici, frequenta il Corso triennale del Diploma Accademico di 1° livello in Costume e Moda, presso Accademia di Costume e Moda di Roma.

La carriera professionale di Francesca è in forte ascesa. Finalista, nel 2015, alla XXV° edizione del concorso Riccione Moda Italia, l’anno successivo viene selezionata da Vogue Italia/Vogue Talents in collaborazione con Lineapelle, creando una collezione di stivali in pelle e pelliccia.

Nel gennaio 2016, in occasione di Altaroma, presenta la collezione “Overture au sauvage” e a maggio dello stesso anno, inizio lo stage nell’Ufficio Pellicceria di Fendi come junior designer.

 

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Da sinistra Maria di Napoli, Francesca Richiardi, Bernard Arnault e Lupo Lanzara (fonte press office)

 

 

 

I tuoi primi passi nel mondo della moda.

La moda è sempre stata il mio ossigeno naturale, ci sono nata. Ho passato la mia infanzia accanto a mia madre (d’altronde come tutti i bambini), con la differenza che mentre gli altri giocavano al parco, i miei giochi erano le pelli, le pellicce, gli abiti del piccolo laboratorio di mia mamma. Ho assorbito tutto di quegli anni; è stata un’ infanzia meravigliosa e senza di essa probabilmente non sarei arrivata a questo piccolo grande traguardo.

 

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Collezione “Overture au sauvage”

 

 

Il tuo mentore.

Il mio mentore più grande è stata sicuramente mia madre con  il suo lavoro, il suo gusto e la sua passione che mi ha trasmesso fin da piccola, credendo in ogni mia scelta.  Vivendo la mia infanzia nel suo laboratorio di pelle e pellicceria, ho assimilato tutto e Accademia di Costume e Moda di Roma, mi ha dato la forza e la spinta giusta per rendere tangibile le mie idee e i miei sogni.

 

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Collezione “Overture au sauvage”

 

 

La tua fonte d’ispirazione.

Non potrei definire con certezza una fonte d’ispirazione: l’ispirazione viene, ti travolge e devi essere in grado di prenderla finché  è “calda” e farti travolgere da essa. Non è mai un concetto matematico, è naturale. Per la mia collezione “Overture ou sauvage” ho raccontato me stessa, la mia storia e il mio IO più profondo, è una continua metamorfosi ed evoluzione.

 

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Collezione “Overture au sauvage”

 

 

Sei la prima designer italiana ad aver vinto il concorso LVMH Graduate Prize indetto dal gruppo LVMH: quali obiettivi ti sei imposta, dopo la vittoria?

Potrei iniziare con il dire che è stata una vittoria del tutto inaspettata, mi ha travolto completamente. Sono sincera: il mio obiettivo più grande, dopo aver presentato la mia collezione durante AltaRoma a Gennaio 2016, era quella di essere apprezzata da una grande azienda e presentando un progetto di pellicceria, è facile immaginare quale fosse la posizione che ho sempre desiderato in  Maison FENDI; una volta ottenuta, è stata la vittoria più grande prima di vincere LVMH Graduate Prize.

Ora sto vivendo il mio sogno,quello che desideravo davvero; ora voglio solo vivere questo momento, assimilare il più possibile e vivere aspettando cosa mi porterà il futuro.

 

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Collezione “Overture au sauvage”

 

 

La tua creatività in tre aggettivi.

Artigianalità . Evoluzione . Avanguardia.

 

 

 

Il tuo presente.

Sarò ripetitiva, ma sto vivendo un sogno. Lavorare nella Maison Fendi è un’occasione unica; stare accanto a persone  che hanno fatto la storia della moda è un opportunità unica, il mio obiettivo è assimilare la loro esperienza, la loro storia, con la speranza di lasciare anche io qualcosa in loro.

 

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Collezione “Overture au sauvage”

 

 

I tuoi sogni.

L’esperienza del lavoro, della conoscenza vera e della tradizione, perché senza essa non c’è evoluzione.

 

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Collezione “Overture au sauvage”

 

 

Il tuo futuro.

Sono una persona che vive il momento, l’attimo e si fa travolgere totalmente giorno per giorno. Non mi aspetto mai niente perché nulla è scontato, ma senza sogni non si vive. Spero che il futuro mi porti alla realizzazione di me stessa nel lavoro e nella vita.

 

 

Photo courtesy Press Office

 

Altaroma 2016: Addy van den Krommenacker e il suo giardino delle delizie

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Altaroma 2016 si è rivelata il teatro di un incontro tra culture nel fertile campo della moda e dell’arte. Tra i numerosi eventi di respiro internazionale, nell’ambasciata olandese sabato pomeriggio lo stilista Addy van den Krommenacker ha fatto sfilare i suoi abiti d’alta moda. I primi modelli erano stati presentati poco prima al sovrano dei Paesi Bassi, Re Guglielmo Alessandro, in anteprima assoluta. La collezione omaggia il 500° anniversario della morte del pittore olandese Hieronimus Bosch riproducendo le sue tele su abiti da sera in chiffon e organza, pizzo e broccato, gonne plisseé soleil e tessuti stampati. Addy van der Krommenacker ha tratto ispirazione soprattutto dal Giardino delle Delizie, forse il più grande quadro del pittore suo conterraneo, che però non si trova in Olanda. “Con le mie creazioni, intendo riportare il capolavoro a casa” ha dichiarato.


Per la sfilata di Altaroma, il designer ha scelto di suddividere la collezione in tre sezioni rifacendosi al trittico di Bosch: Foresta, Cielo e Essential. La prima parte della sfilata d’alta moda, Foresta, simboleggia la parte naturale delle donne. Dominano il colore verde e il broccato, realizzato con una nuova tecnica brevettata da van den Krommenacker insieme ai tessuti stampati. La sezione Cielo rappresenta il romanticismo femminile, interpretato da eterei abiti da sera in chiffon ed organza arricchiti con pizzo e dai colori pastello, contrapposti al rosso fuoco simbolo di passione e desiderio. Infine l’ultima parte, Essential, racchiude appunto l’essenza del genere femminile, rappresentata da colori ancora più chiari, tessuti ariosi e leggerissime trasparenze. Ad Altaroma Addy van den Krommenacker ha presentato anche tre scialli in prezioso chiffon di seta italiana legati ai tre temi della sfilata Foresta, Cielo ed Essential, già sold out in Olanda.


 

 

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Theresa May è il nuovo primo ministro britannico

Il primo discorso dopo la nomina di Theresa May a primo ministro del Regno Unito avrebbe dovuto essere interessante per capire dove lo UK è diretto dopo la Brexit ma i primi commenti dei giornalisti britannici sono stati quasi unanimemente indirizzati sulla somiglianza tra il discorso della May e quello dell’unica altra premier donna del Regno Unito, Margaret Thatcher.
Forse la necessità di un leader forte e in grado di guidare il popolo in un momento tumultuoso e incerto ha portato all’accostamento tra le due politiche.


Un episodio, però, è significativo: qualche giorno fa i due politici conservatori, Ken Clarke e Malcom Rifkind, sono stati sorpresi a parlare degli ultimi tre contendenti al ruolo di primo ministro, Michael Gove, Andrea Leadsom e Theresa May. Mentre credevano di non avere il microfono acceso i due hanno prima parlato di Gove dicendo che sarebbero scoppiate almeno 3 guerre nel caso di una sua elezione poi sono passati ad analizzare la Ledsom dicendo che sarebbe una buona candidata se capisse che non deve assolutamente realizzare alcuna delle idiozie che va in giro a dire. La May invece è apostrofata in questo modo: “Theresa è una donna fottutamente difficile ma noi due abbiamo lavorato con la Thatcher.


Secondo la stampa laburista sia la Ledsom che la May si sono presentate come le vere eredi della Thatcher e sono entrambe caratterizzate dall’essere dell’ala destra dei conservatori, dall’essere donne e dure e difficili. Non il massimo in occasione di una negoziazione complessa come sarà quella per la Brexit con l’unione europea.
La May, dal canto suo, ha ribadito di non essere la Thatcher ma di guardare a lei come un modello sia per quanto riguarda la vita che per la politica.


Secondo molti osservatori le somiglianze tra le due politiche sarebbero solamente il loro genere a la provenienza dal partito conservatore.
Dal punto di vista economico, ad esempio, la Thatcher era famosa per essere una paladina del libero mercato e per avere un rapporto che definire burrascoso con i sindacati è un eufemismo. La May, invece, è una sostenitrice di “serie riforme sociali” per combattere la disuguaglianza ed è arrivata a proporre un cambio di politica monetaria per aiutare i meno abbienti ad acquistare una propria casa.


In politica estera la Thatcher era un falco come pochi suoi contemporanei, la guerra delle Falkland lo testimonia. Le idee della May in politica estera non sono chiare, non si è mai esposta molto, tranne che su una cosa, la Brexit. Theresa May ha fatto campagna per il remain e ora si troverà a guidare le negoziazioni per il leave. La Thatcher, per inciso, era fermamente anti-europeista.
Una idea della sua politica estera però può essere data dalla nomina di Boris Johnson ha ministro degli esteri, una nomina che provocato una infinita serie di sorrisi sarcastici e preoccupati nelle cancellerie di tutto il mondo.


Le idee della May sulla mobilità sociale sembrano, inoltre, scontrarsi con quelle della sua squadra di governo per cui sarà interessante capire come la politica domestica in un momento di tagli sarà gestita dal governo May.
Altra differenza tra la May e la Thatcher è la posizione sul femminismo. La Lady di ferro era notoriamente anti-femminista e aveva solo un’altra donna nel suo governo mentre la nuova leader ha sempre avuto una posizione fortemente femminista. La May ha addirittura fondato un gruppo con lo scopo di portare più donne conservatrici in parlamento.
Quello che è sicuro è che la May si trova davanti un lavoro difficilissimo e con altissime probabilità di fallimento.

VFNO: confermata serata di Milano

La Vogue Fashion Night Out, l’iniziativa promossa da Vogue Italia e dal Comune di Milano perde le serate di Roma e Firenze.

A dichiararlo, è stata il direttore di Vogue Italia, Franca Sozzani: “Abbiamo voluto focalizzarci su Milano per sottolineare il momento particolarmente felice che sta vivendo questa città nel panorama internazionale della moda, ha sottolineato Sozzani.

L’evento che si svolgerà nella città meneghina il 20 settembre 2016 verrà animato da grandi novità a partire dalla partnership con Fashion Film Festival Milano che vedrà la realizzazione di 10 film dedicati ad altrettante griffe italiane, girati da giovani registi del cinema internazionale.

Riconfermato anche l’appuntamento con Palazzo Morando dove al suo interno verranno esposti gli scatti degli shooting realizzati presso Terrazza Martini con tema #theperfectime.

Un’altra entusiasmante collaborazione è stata siglata con il colosso della moda Zalando che realizzerà per l’occasione un temporary store dove verranno presentate le collezioni autunno/inverno 2016-17.

Giunta all’ottava edizione, come ogni anno, centinaia tra negozi e boutiques e le maggiori case di moda, verranno coinvolte dalla VFNO che in questa occasione aiuterà il progetto “Monzino Donna” dellIstituto Monzino, grazie ai proventi ricavati durante la serata.

ELEVENTY UOMO SS 2017

UN NUOVO CONCETTO DI FORMALE NELLE SFUMATURE DI UN’AFRICA CHE EMOZIONA.


E’ un nuovo concetto di formale il fil rouge della collezione SS 2017, dove elementi dello sportswear si incrociano con quelli classici, interpretati da tessuti solo all’apparenza tradizionali, perché leggeri, bistretch, no iron.
Il risultato è lo Stile Eleventy che esprime un’eleganza mai impostata per un uomo pratico, giovane e contemporaneo.
Eleventy rivoluziona i codici dell’abito, proponendo il relaxed suit che ha il pantalone jogging con pences e cintura elastica, o quelli spezzati smart casual dove giacche formali sono da indossare su pantaloni baggy, anche in denim giapponesi, o su modelli jogging in lane unite o a micro fantasie gessate.
Nasce da qui il nuovo concetto di giacca, sempre destrutturata ma perfettamente costruita.


Foto Nasario Giubergia

Foto Nasario Giubergia




Nella ricerca della comodità e della leggerezza, diventano baggy i pantaloni nei preziosi cotoni giapponesi o in denim stretch cimosati; e i jeans hanno una mano soffice nel nuovo denim-pashmina. Le maglie e i cardigan sono in lino/cotone goffrato o in cotone piquet bicolore; le felpe si rinnovano nelle versioni bi/tri colore; e le polo piquet tinto capo si alternano a quelle fantasia dall’aspetto vissuto.


Foto Nasario Giubergia

Foto Nasario Giubergia




Completano la collezione, una linea di accessori, di calzature, e di borse realizzate in vitello nappato dalla mano molto soffice; o bi-tri colore in tessuto canvas/pelle. Tra le novità il travel kit in lana Loro Piana anti-macchia e rain system che include una crema viso, crema mani, burrocacao e profumo molecolare Eleventy ed i leggerissimi costumi con stampe cravatteria, tono su tono, in tessuto idrorepellente che asciuga in 120 secondi al sole e in 240 all’ombra.


Foto Nasario Giubergia

Foto Nasario Giubergia




La linea PLATINUM


Tante le proposte di accessori che, nel mood della collezione Platinum, sono prodotti a mano secondo antiche tecniche artigiane, proprie di alcuni territori italiani.
Tessuti preziosi ed esclusivi in Platinum, la linea di alta gamma che esalta il valore delle tradizioni artigiane, selezionate da Eleventy su tutto il territorio italiano prevedendo alcune lavorazioni manuali per capispalla, camicie, maglie, accessori.
Otto sono i passaggi a mano degli abiti sartoriali che, realizzati da maestranze napoletane, vengono proposti in pregiate lana/seta, dalla mano morbida e dal peso leggero, nei colori del deserto africano. Le giacche estive, destrutturate e confortevoli, mostrano una superficie materica nel lino fantasia; hanno effetti hopsack, quelle in lino/cotone; sembrano maglia tridimensionale i modelli casual in seta/lino.
Le maglie Platinum, tessute su vecchi telai Shima, a tinta unita, a righe, con disegni geometrici in cotone, hanno un aspetto polveroso che esalta le lavorazioni dei punti, grazie a un trattamento esclusivo.


Foto Nasario Giubergia

Foto Nasario Giubergia




Foto Nasario Giubergia

Foto Nasario Giubergia




Eleventy per la SS17 veste l’uomo da capo a piedi con una cartella colori che passa dalle sfumature del sabbia, del beige, al nuovo brown-cacao, accostati alle tonalità dell’azzurro cielo fino ai blu più scuri, con una proposta di accessori davvero notevole, nel ricordo di un’Africa che emoziona.


Foto Nasario Giubergia

Foto Nasario Giubergia




Foto Nasario Giubergia

Foto Nasario Giubergia

5 suites da sogno da prenotare assolutamente

Luoghi magici. Dimore affascinanti. Il lusso che si insinua nella natura selvaggia o in residenze storiche dall’allure vintage e misterioso.

Con Airbnb, il portale fondato nel 2008 a San Francisco, è possibile alloggiare in posti esclusivi o mettere a disposizione la propria a casa a milioni di clienti worldwilde.

In Airnbnb sono coinvolti, infatti, 191 Paesi con una copertura totale di ben 34.000 città in tutto il mondo.

Ma facciamo la scoperta di alcune abitazioni presenti sul sito.

 

 

BEAUTIFUL HISTORIC COUNTRY HOUSE

Di proprietà di Francie e delle sue figlie Bess e Jayna, Butley Priory è una dimora storica immersa nel verde, situata a Suffolk (a due ore di Londra), in Inghilterra.

La casa dispone di otto camere e offre la possibilità di ospitare fino a 16 persone. Gli interni, delicati e curati, sono stati arredati in stile vintage: un vecchio pianoforte, un ampio camino e finestre trifore nelle quali sono stati sistemati dei cuscini che permettono di rilassarsi osservando le campagne inglesi.

Prezzo per il weekend: 1770€ / notte

 

 

VILLA ROCCAVERANO

Ubicata ad Asti, in Piemonte, questa dimora vanta uno scenario paesaggistico più unico che raro. Sorta tra le colline, offre una vista mozzafiato sulla valle Bormida e le colline circostanti di Roccaverano.

Con ben quattro terrazze, la villa permette ai clienti di usufruire di più visuali, scorgendo due delle cinque torri che sovrastano la città.

Una magnifica piscina, immersa nel verde, consente ai visitatori di assaporare una vacanza di puro relax, avvalendosi di una struttura lussureggiante.

Prezzo 500 €

 

 

 

 

TREEHOUSE BLUE MOUNTAINS

600 acri di deserto, accolgono questa perla di dimora eretta sugli alberi.

Situata a Bilpin, (Nuovo Galles del Sud, Australia), questo alloggio è incastonato tra due parchi nazionali, dichiarati Patrimonio Mondiale dell’Umanità.

Una full immersion nella natura incantata della foresta pluviale. Una romantica fuga d’amore che permette di usufruire di tutti i confort, perfino di una spa.

Potrete così godere di paesaggio incontaminato, dominato dalla natura e dalle sue creature. Potrete, oltremodo, guardare le stelle fino a notte fonda e lasciarvi cullare dal cinguettìo degli uccelli.

Prezzo per notte 679€

 

SECLUDED INTOWN TREEHOUSE

Nominate da Airbnb’s, la più ambita dimora presente sul portale, queste case, erette sugli alberi, coniugano perfettamente natura e lusso.

Situate ad Atlanta (Georgia, Stati Uniti), queste strutture lignee sono uno scrigno accuratamente arredati.

Un luogo magico e rilassante, che consente ai clienti di poter assaporare tutto il meglio che la natura può offrire per una fuga dalle metropoli. Immerse nel verde, queste dimore sono state arredate con antichi pezzi di arredo, non ristrutturati. Ampie vetrate, consentono di lascarsi avvolgere dalla natura circostante.

 MUSEUM QUALITY ARCHITECTURE

Progettato da Rob Hussey e dall’architetto Melinda Gray, questa abitazione a Santa Monica in California, è un gioiello dell’architettura.

Dall’importante impatto visivo, la struttura si sviluppa su diversi livelli e presenta travi, acciaio e cemento a vista, passerelle di vetro all’esterno, tre caminetti a legna e pavimenti in bambù.

Perfetta location di set pubblicitari, questa villa immersa nel verde, è stata ispirata dalle forme geometriche che ritroviamo sia all’interno che all’esterno.

Prezzo per notte 3486 €. Soggiorno minimo 3 notti.

 

 

Immagini tratte da airbnb.it

BLOCCO 31 si unisce agli addetti del settore moda e lancia #STREETLIFE31

Il brand BLOCCO 31 lancia il progetto #STREETLIFE31  coinvolgendo redattori di moda, video maker, fashion blogger e addetti al settore. 

BLOCCO 31 ha realizzato un progetto social dedicato alle nuove figure professionali selezionando un gruppo di giovani talenti, il cui successo è stato determinato grazie all’utilizzo delle nuove piattaforme digitali.

#STREETLIFE31, dodici scatti streetstyle per interpretare i best seller della collezione estiva di BLOCCO31.

JANET FISCHIETTO – Burlesque performer

Amore per il passato e per il circo, uniti a una formazione in arti visive, sono gli ingredienti degli incredibili spettacoli burlesque messi in scena da Janet Fischietto.

Per completare il suo outfit ha scelto la décolleté T-BAR in tre colori patchwork.



YURI SATA – Tatuatore

Specializzato in lettering alternativi, ha da poco aperto a Milano un nuovo studio con la sua SATA CREW.

Yuri indossa BEATLE BOOT Blocco31.



MARIA CAMPADEL – PR

Uno dei sorrisi più contagiosi della capitale della moda, Maria è un’energica PR. La sua giornata è un’eterna corsa, tra un appuntamento e l’altro. Organizza grandi eventi cool per il mondo della moda, dello sport e del beverage.



GIANMARCO VALENZA – Content Creator

Sicuramente avrete visto questo volto in TV o sui social network che, da qualche tempo, sono il suo lavoro a tempo pieno. Gianmarco infatti è un content creator, sempre al passo con le nuove tendenze.

Non poteva che scegliere le running SUPER FLY con dettagli mimetici.




MIRIAM DE NICOLO’ – Redattrice

Miriam non scende mai dai tacchi, nemmeno negli outfits più casual. E’ la caporedattrice moda di D- Art, fotografa di moda ed accanita cinofila. Il suo hobby preferito è senz’altro la lettura.



GIULIO VOLPE – Video Maker

Giulio è un giovanissimo video maker che vanta già grandi traguardi, infatti, tra i suoi ultimi lavori spiccano, oltre che video per grandi nomi della moda italiana ed internazionale, anche produzioni per i più famosi cantanti italiani dei nostri giorni.



JESSICA KOLO – Lifestyle blogger

Energica, positiva, sorridente, Jessica considera i social il vero specchio dei nostri tempi. Nella vita lavora nel mondo del digital come marketer e come lifestyle blogger.

Per l’abbinamento con il suo tubino electric pink Jessica ha scelto la décolleté SLING BACK.



JESSICA NEUMANN E JULIANE BORGES – Fashion bloggers e redattrici

Jessica e Juliane sono due sorelle originarie del Brasile. Con la loro rivista online Culture&Trend Mag affrontano il tema moda a 360°. Stili diversi e personalità contrastanti che insieme si completano formando un’alchimia perfetta tra advertising e fashion design.

Jessica ha scelto le slip-on in neoprene mentre Juliane indossa le KITTEN HEEL sfilate in vernice.



MARTA FESTA – Studentessa di moda

La sua passione per la moda trova espressione nel suo blog e sui suoi profili social, seguitissimi in particolar modo da giovani ragazze e designers.

Marta indossa le décolleté nude con dettagli pvc e laccetto rosso alla caviglia.



SOPHIETTA – Fashion blogger

Sophia è una fashion blogger Italo francese che, da qualche anno, gestisce a tempo pieno il suo spazio web “La ragazza della factory”. La sua più grande passione, oltre la moda, sono gli animali ed in particolare la sua piccola Grace.



CHIARA DI PARMA – Editor e blogger

Editor del quotidiano del Lazio e da poco fashion contributor per Elle.it.

Chiara ha origini Brasiliane ma vive a Roma, dove cura le sue piattaforme social ed il suo spazio web chiaradiparma.com



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La corte dell’Aia ha dato torto alla Cina per le isole Spratly

Il Tribunale internazionale dell’Aia ha stabilito che la Cina non ha la sovranità delle isole Spratly, nel Mar cinese meridionale. Un verdetto che brucia a Pechino.


La decisione della Corte permanente arbitrale dell’Aia è il primo stop alla Cina e alla sua politica espansiva nel Mar cinese meridionale che ha creato scompiglio nell’area.
Le Filippine, in particolare, avevano reagito in modo aggressivo alla politica cinese nell’area.
La Cina dal canto suo ha disconosciuto il tribunale e ha fatto sapere che non terrà conto della sua decisione la quale è vincolante e non è soggetta ad appello.


La decisione, aspettata con trepidazione da più parti, infiammerà la situazione nell’area. Situazione già calda dato che ci sono stati diversi scontri tra pescherecci e la guardia costiera cinese. Gli Stati Uniti avevano contribuito al surriscaldamento della situazione mandando le loro navi da guerra in quelle che loro (e la comunità internazionale) considerano acque internazionali o di sfruttamento economico filippino.
Il pannello ha stabilito che la semplice presenza storica di pescatori cinesi nella zona non ne fa un’area di influenza cinese. Oltretutto per la giurisprudenza internazionale scogli o piccoli atolli non costituiscono aree su cui si può estendere la propria influenza se sono al di fuori dalle acque territoriali.


La Cina ha subito fatto sapere che il tribunale è da considerarsi fuorilegge e che la sentenza è ingiusta.
Il ministro della Difesa ha ribadito che i marinai cinesi salvaguarderanno la sovranità nella zona e garantiranno gli interessi marittimi cinesi nelle Spratly.
Le Filippine hanno già chiesto sanzioni se i cinesi non obbediranno alla sentenza e si sono detti preoccupati dalla reazione cinese.


La Cina ha speso mesi a screditare il pannello arbitrale della corte e ha diverse possibilità per quanto riguarda la reazione immediata.
Pechino potrebbe decidere di mandare ancora più aeri da guerra e creare un’area d’identificazione come ha fatto nel Mar cinese orientale.
I cinesi potrebbero occupare lo scoglio Scarborough, uno dei più vicini alle coste filippine o potrebbero addirittura decidere di assediare i militari filippini che occupano alcuni atolli costringendo gli americani, dato il loro trattato di assistenza militare con le Filippine, a intervenire.


Il nuovo presidente filippino, Rodrigo Duterte, ha provato a tendere un ramo d’ulivo dichiarando che c’è spazio per i negoziati tra i due paesi ma la questione è molto sentita nelle Filippine per cui è improbabile che lo spazio di negoziazione possa essere ampio.


Tutti gli altri stati, chiaramente quelli che riconoscono la corte, si sono uniformati alla decisione della corte dell’Aia e hanno espresso ufficialmente o meno l’auspicio che la Cina si uniformi alla decisione.
L’unico stato che pare essere d’accordo con l’ottica cinese sembra, incredibilmente, essere Taiwan. I confini marittimi difesi oggi dai cinesi della repubblica popolare sono quelli stabiliti dal governo nazionalista che poi fuggì a Taiwan.


La Cina, comunque, non è l’unica potenza che ha ignorato una decisione del pannello arbitrale della Corte internazionale dell’Aia. Gli Stati Uniti ad esempio avevano fatto una cosa simile con il parere sui porti nicaraguensi e la loro credibilità internazionale ne aveva risentito.
Contemporaneamente la decisione ha dato leva al Vietnam che da anni ha un contenzioso con i cinesi riguardo a delle isole vicine, le Paracels, ora anche Hanoi potrà chiedere un parere del pannello.

Lo stile delle cinque fashion blogger più popolari

Dettano tendenze, si ergono ad arbiter elegantiae e a trendsetter contemporanee: sono le fashion blogger. Protagoniste assolute della moda, onnipresenti ad eventi e sfilate, immancabili nei front row e sui magazine patinati. Un fenomeno in continua crescita, che ha reso le it girl i volti più autorevoli del fashion biz.

Nomi divenuti noti non solo agli addetti ai lavori ma anche alla massa. Belle, fotogeniche ed eleganti, le fashion blogger sono divenute negli ultimi anni un vero e proprio fenomeno di costume: corteggiate dai brand e copiate dalle fashion addicted per i loro look, sono divenute le nuove dive della moda.

1. CHIARA FERRAGNI

Chiara Ferragni è forse il nome più famoso a livello internazionale: fu lei a cimentarsi per prima con il fenomeno dei fashion blog, divenendo un personaggio del web e inaugurando il filone cavalcato poi da tutte le altre. Correva l’anno 2009 quando la bionda Chiara fondava The Blonde Salad. Il resto è storia. Oggi la ritroviamo ai primi posti delle classifiche delle fashion blogger più influenti del mondo. Testimonial Pantene, la vediamo posare come una diva per le copertine dei magazine più prestigiosi.

Il suo stile è fresco, giovane e sofisticato. Incursioni nell’haute couture e full immersion nel colore per Chiara Ferragni, protagonista indiscussa di ogni settimana della moda. Femminilità esuberante, la blogger alterna outfit minimali a capi extra lusso.



2. CHIARA BIASI

Un altro nome degno di nota è la bellissima Chiara Biasi. Volto dai lineamenti perfetti e fisico da modella, la giovane blogger colleziona contratti e nuovi amori. Bellezza disarmante e grinta da vendere, Chiara Biasi è nata a Pordenone nel 1990. Il suo stile affascina milioni di ragazzine, che la venerano come un modello. Nonostante le polemiche sulla sua magrezza, ritenuta da alcuni eccessiva, la bella Chiara è sempre in pole position e il blog che porta il suo nome (chiarabiasi.com) ottiene quotidianamente milioni di visite. Il suo stile è grintoso e ricco di sex appeal.



3. GALA GONZALEZ

Allure europea e stile minimal-chic per Gala Gonzalez: la blogger, nata il 16 marzo 1986 a Coruña, in Galizia, è considerata la capostipite delle fashion blogger spagnole. La moda le scorre nel DNA, essendo nipote del designer spagnolo Adolfo Domínguez. La fama a livello internazionale arriva nel 2007, quando Gala fonda amlul.com, il suo blog in cui condivide quotidianamente consigli di stile e pillole di eleganza. Il suo stile è minimale e ricercato: una ventata di freschezza per un’eleganza all’insegna dell’effortlessy-chic.



4. ELEONORA CARISI

Sofisticata, affascinante e bellissima, Eleonora Carisi è la it girl italiana per antonomasia. Sempre impeccabile nelle sue mise, la fashion blogger è ricercatissima dai brand più famosi. Allure d’altri tempi e charme senza pari, Eleonora Carisi cavalca l’onda di un successo senza precedenti. brillante manager di se stessa, ha saputo gestire mirabilmente una carriera in incredibile ascesa che l’ha portata a divenire una vera diva. Nata a Torino, classe 1984, nel 2010 Eleonora apre il suo blog Jou Jou Villeroy, un canale di lifestyle e tendenze. Grazie ad esso in poco tempo si è imposta come una delle voci più autorevoli nel fashion biz. Il suo stile è ricercato e femminile: largo a capi da gran soirée che la blogger alterna sapientemente a mise casual, in un caleidoscopio di colori. Eleganza innata e classe da vendere.



5. KRISTINA BAZAN

Bellezza unica e sensualità da vendere per Kristina Bazan. La splendida blogger svizzera, fondatrice di Kayture.com. Modella, stylist, influencer e cantante, Kristina Bazan è nata in Svizzera 22 anni fa. Classificatasi seconda nel concorso Miss Svizzera, si è fatta notare per la sua bellezza e il suo stile, iperfemminile e versatile. Grazie a lei Ginevra è diventata la nuova capitale dello stile. Il suo stile non lesina in tocchi hot e suggestioni dark: le curve vengono enfatizzate da corsetti e tubini mentre la bella blogger alterna capi minimal a mise perfette per calcare il red carpet.




(Foto cover Vanity Fair)

Emilio Pucci lancia una sneakers capsule collection

Ultramoderne, ergonomiche e briose: sono le sneakers disegnate da Massimo Giorgetti, direttore creativo di Emilio Pucci.

La tradizionale predisposizione allo sportwear della maison, ora si estende anche alla sneakers, con un risultato davvero esilarante.

 

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La capsule collection, è composta da quattro modelli, tutti aventi mood differenti pur mantenendo l’ inconfondibile stile della griffe.

Ad accomunare le calzature, la suola in gomma extralight e flessibile, che dona un piacevole comfort grazie alla linea confortevole che accarezza la pianta del piede.

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Dal design accattivante, le sneakers disegnate da Giorgetti sono decorate con bande in tessuto tecnico, mixate a pelle e camoscio.

Ironiche appaiono le stampe, alcune geometriche, altre bucoliche.

Il lato glam della scarpa, esplode, inoltre, nei dettagli in ruches che ingentiliscono il design della sneakers che appare ultramoderna e per alcuni versi, dalla fisionomia maschile.

Dal valore commerciale di 420 euro, la capsule collection potrà essere acquistata sull’e-commerce ufficiale della maison e nei retailers selezionati.

 

 

Fonte immagini fashiontimes

 

La primavera estate 2017 di Angelos Bratis sfila ad Altaroma

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Stilista greco che ha raggiunto il successo in Italia e oggi vive in Inghilterra, Angelos Bratis è capace di cogliere le suggestioni classiche di Roma ed Atene e convogliarle in uno stile fresco e moderno. Lo ha fatto anche con la sua moda primavera estate 2017, presentata ad Altaroma 2016. Da qui è partito, vincendo nel 2011 il concorso di Vogue Italia e Altaroma Who is on next? che lo ha portato sotto i riflettori del sistema moda internazionale. E qui ritorna con una collezione che sa di estate, di vacanze, di quella Grecia un po’ mitizzata in cui dominano l’azzurro del mare e il bianco delle case isolane. Atmosfera vacanziera ma anche fortemente contemporanea, quella che Angelos Bratis ha portato in passerella.


La collezione si chiama Doric e si compone di capi morbidi ma dal taglio deciso. I volumi degli abiti, delle t-shirt, dei completi derivano da una rivisitazione in chiave neo-classica del peplo, che diventa sensuale e si modernizza grazie alle fantasie geometriche e agli accessori raffinati. Non può mancare il drappeggio, arte in cui Angelos Bratis eccelle e che è diventata la sua firma, a modellare abitini e cardigan che accarezzano le forme. Dominano il bianco, il nero, il blu e un leggerissimo azzurro carta da zucchero, rubati alle splendide isole del Mar Egeo.


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Omar presenta la collezione P/E 2017 al Men’s Hub di Milano

Dell‘understatement Omar ha fatto il filo conduttore della sua prima linea di abbigliamento.

Nato a Modena, diplomato a Bologna all’Accademia delle Belle Arti, trasferitosi ad Anversa dove ha studiato Fashion Design, Omar ha memorizzato i muri degli edifici abbandonati dove era solito ritrovarsi con gli amici di avventure.

Muri che raccontano una storia, muri incisi, crepati, memorizzati, fotografati e rielaborati fino a renderli parte integrante della creazione d’esordio. Una collezione dalla monocromia del black & white, dove la ruvidezza delle crepe crea un effetto quasi tridimensionale, il muro come pagina bianca su cui scrivere.

La collezione Primavera Estate 2017 di Omar è stata presentata a Milano durante la Fashion Week Uomo, all’interno di Men’s Hub.

Dopo l’attività come designer freelance, Omar decide di raccontare la sua storia attraverso una collezione propria, fatta di simboli – come la bandana durag – e segni neo-goth; capi dalle forme oversize, regolari, pulite e unisex.

Jean Cocteau diceva che lo stile è un modo semplice per dire cose complicate, lo stile street minimal di Omarquali storie nasconde? Quali pensieri dietro questi muri stampati?

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ROXANA NESFINTU PRESENTA LA SUA COLLEZIONE A MILANO MODA GRADUATE

Winston Churchill, Sangue, fatica, lacrime e sudore, 13 maggio 1940

Churchill nasce il 30 novembre 1874. La madre è l’americana Jennie Jerome, figlia del proprietario del New York Times. Il padre, Lord Randolph Churchill era figlio terzogenito di John Spencer-Churchill, VII duca di Marlborough e fu una figura di spicco del Partito Conservatore Britannico (Tory), nel 1885 ha guidato il Segretariato di Stato per l’India e nel 1886 è stato nominato Cancelliere dello Scacchiere (Ministro delle finanze).


Winston studia a Harrow e, nel 1893, viene ammesso all’Accademia Militare Reale di Sandhurst. Il padre lo voleva avviare alla carriera militare, Churchill invece dimostra notevole talento per la scrittura. Winston decide di trascorrere qualche anno come corrispondente tra Cuba, India e Sudafrica. Qui partecipa come corrispondente del Morning Post alla seconda guerra contro i Boeri partecipando anche direttamente ai combattimenti. A quei tempi i continenti extraeuropei erano molto ambìti perché la fama e la carriera dipendevano esclusivamente da incarichi di frontiera.
Dalle sue corrispondenze dalla guerra afgana del 1897 verrà pubblicato un libro ma la vera fama giungerà dalla sua partecipazione, come Ussaro, alla battaglia di Omdurman (settembre 1898) sul corso inferiore del Nilo, nella quale gli inglesi sconfiggono i Dervisci e ottengono il controllo del Sudan.
Churchill si sente pronto per incominciare la carriera politica. Dopo un primo insuccesso, riesce a entrare in Parlamento a 26 anni, nel 1900, quando viene eletto parlamentare per il Partito Conservatore al secondo tentativo nel collegio di Oldham.


Nel maggio 1904, tre anni dopo essere stato eletto deputato conservatore, egli decise di abbandonare il partito: in Parlamento, senza preavviso e senza tante cerimonie, si spostò dai banchi del partito al Governo e prese posto accanto a David Lloyd George, futuro leader del rampante partito liberale, che stravincerà le elezioni nel 1906. Eletto deputato per il collegio di Manchester, Churchill comincia a fare carriera all’interno del partito liberale, schierandosi inizialmente con l’ala radicale: primo sottosegretario alle colonie tra il 1906 e il 1908, poi ministro, prima del commercio (1908-1910) e infine dell’interno (1910-1911), riformando il sistema britannico dell’esecuzione delle pene. Inoltre la sua presenza nel dibattito quotidiano in aula gli consente di emergere ulteriormente, grazie alle sue spiccate doti di oratore e alla meticolosità con cui prepara gli interventi.
Nel 1911, quando con l’incidente di Agadir divengono chiare le mire espansionistiche della Germania, Churchill viene nominato Primo Lord dell’Ammiragliato con lo scopo dichiarato di mantenere la superiorità della Royal Navy sulla Kaiserliche Marine in tutti i possibili teatri di un futuro conflitto. Contro tutte le resistenze, Churchill riuscì a imporre la realizzazione di un vasto programma per il rafforzamento della flotta: diede grande impulso alle innovazioni, in particolare allo sviluppo dell’aviazione di marina, e ammodernò la flotta britannica mediante l’utilizzo di motori a gasolio.
La struttura del sistema britannico fa sì che solo i due partiti maggiori giochino un ruolo di rilievo nella vita politica nazionale; pertanto se Churchill aspira a un ruolo di primo piano deve abbandonare il partito liberale, che nel 1924 decide di appoggiare la nascita di un governo laburista, compiendo una scelta politica a cui Churchill è fortemente contrario. Nel 1924, dopo circa venti anni, rientra nelle file del partito conservatore.


Nel 1924 diviene Cancelliere dello Scacchiere del governo conservatore di Stanley Baldwin.
I conservatori, passati all’opposizione, attribuiscono a Churchill l’esclusiva responsabilità della sconfitta elettorale e decidono di emarginarlo politicamente. La polemica sull’India svolgerà un ruolo rilevante nell’emarginazione di Churchill, che è contrario alla proposta del governo di concedere all’India lo status di dominion, ovvero una forma di governo maggiormente autonoma.
Quando al governo salgono Stanley Baldwin e Arthur Neville Chamberlain, anch’essi conservatori, che in politica estera adottavano la cosiddetta strategia di appeasement verso Hitler, Churchill non ha remore a mostrare il suo forte disaccordo con tale atteggiamento. Teme, infatti, che le eccessive concessioni al regime nazista tedesco (la questione dei Sudeti, la conferenza di Monaco del 1938, l’Anschluss) sottovalutino il pericolo e rischino di sostenere il piano di Hitler di una sempre maggiore espansione dello “spazio vitale” (Lebensraum) che Hitler ritiene necessario alla Germania in Europa.
Gli anni trenta videro un declino del prestigio di Churchill che rapidamente risorse quando, allo scoppio della seconda guerra mondiale, i suoi ammonimenti sui pericoli rappresentati dal nazismo, accolti inizialmente con diffidenza, suonarono profetici e divennero la base della vasta fiducia che lo sostenne. Il 3 settembre 1939, giorno della dichiarazione di guerra dell’Inghilterra alla Germania, il primo ministro Neville Chamberlain, preso atto del fallimento della sua politica, nomina Churchill Primo Lord dell’Ammiragliato come già nella prima guerra mondiale.


«Winston is back» fu il telegramma che partì dal ministero alla volta della flotta.
L’errata conduzione della guerra, insieme alla pressione dell’opinione pubblica, spingono Chamberlain a presentare le sue dimissioni (maggio 1940) e i conservatori a pregare Churchill di accettare l’incarico da primo ministro. Formato un governo di unità nazionale – comprendente i Tories, i Laburisti e i Liberali – il suo atteggiamento deciso contro Germania e Italia accresce enormemente la sua popolarità interna.
Nonostante abbia promesso «lacrime, sudore e sangue», e a dispetto delle molte sconfitte subite dalla Gran Bretagna nei primi anni di guerra, la popolazione lo appoggia incondizionatamente fino alla vittoria nel 1945.
E questo è il testo del suo discorso di accettazione dell’incarico di formare il nuovo governo, ed al contempo della dichiarazione di guerra inglese.


Lo scorso venerdì sera ho ricevuto da Sua Maestà l’incarico di formare un nuovo governo. C’era l’evidente volontà del Parlamento e della nazione che questo fosse concepito sulle basi più larghe possibili e che includesse tutti i partiti. Ho già completato la parte più importante di questo compito.
E’ stato formato un gabinetto di guerra di cinque membri rappresentante, con il Partito laburista, l’opposizione, e i Liberali, l’unità della nazione. Era necessario che questo venisse fatto in un solo giorno in considerazione dell’estrema urgenza e durezza degli eventi. Altre posizioni chiave sono state completate ieri. Sottoporrò un’ulteriore lista al re questa notte. Spero di completare domani l’indicazione dei ministri principali.


L’indicazione di altri ministri richiede di solito un po’ più di tempo. Confido che quando il Parlamento si riunirà di nuovo, questa parte del mio compito sarà completa e che l’amministrazione sarà completa in ogni aspetto. Ritengo nel pubblico interesse di chiedere allo Speaker che il Parlamento sia convocato oggi. Alla fine dei lavori di oggi, l’aggiornamento del Parlamento sarà proposto entro il 21 maggio, con l’eventualità di riunioni anticipate in caso di necessità. In questa eventualità ciò sarà notificato ai membri del Parlamento appena possibile.
Invito ora il Parlamento ad approvare una risoluzione che registri il suo consenso per i passi intrapresi e dichiari la sua fiducia nel nuovo governo.
La risoluzione:


“Il Parlamento approva la formazione di un governo che rappresenta l’unità e l’inflessibile determinazione della nazione di proseguire la guerra con la Germania fino ad una conclusione vittoriosa”.
Formare un’amministrazione di questa entità e complessità è in se stesso un compito difficile. Ma noi siamo nella fase preliminare di una delle più grandi battaglie della storia.
Siamo in azione in molti altri punti — in Norvegia e in Olanda — e dobbiamo essere pronti nel Mediterraneo. La battaglia dell’aria è in corso e molti altri preparativi devono essere predisposti qui in patria.
In questa crisi penso di dover essere scusato se oggi non mi rivolgo al Parlamento in modo esteso, e spero che i miei amici e colleghi o i precedenti colleghi che sono coinvolti nella ricostruzione politica, concederanno tutte le attenuanti per ogni carenza cerimoniale con la quale è stato necessario agire.
Dico al Parlamento come ho detto ai ministri di questo governo, che non ho nulla da offrire se non sangue, fatica, lacrime e sudore. Abbiamo di fronte a noi la più terribile delle ordalìe. Abbiamo davanti a noi molti, molti mesi di lotta e sofferenza.
Voi chiedete: qual è la nostra linea politica? Io rispondo: fare la guerra per terra, mare, aria. Guerra con tutta la nostra potenza e tutta la forza che Dio ci ha dato, e fare la guerra contro una mostruosa tirannia insuperata nell’oscuro e doloroso catalogo del crimine umano. Questa è la nostra linea politica.
Voi chiedete: qual è il nostro obiettivo? Posso rispondere con una parola. E’ la vittoria. Vittoria a tutti i costi, vittoria malgrado qualunque terrore, vittoria per quanto lunga e dura possa essere la strada, perché senza vittoria non c’è sopravvivenza.
Che sia chiaro. Nessuna sopravvivenza per l’Impero britannico, nessuna sopravvivenza per tutto ciò su cui l’Impero britannico si è retto. Nessuna sopravvivenza per per l’anelito, la forza motrice dei tempi, che l’umanità muova avanti verso il suo traguardo.
Assumo il mio incarico con slancio e speranza. Sono sicuro che i popoli non permetteranno che la nostra causa sia sconfitta. In questo frangente, in questo momento, mi sento in diritto di chiedere l’aiuto di tutti e di dire: “venite dunque, andiamo avanti assieme con le nostre forze unite”.

Look of the day – 5 look da indossare la sera al mare

LOOK OF THE DAY – 5 LOOK DA INDOSSARE LA SERA AL MARE

e pochi ma validi consigli per ridurre spazio e peso nella nostra valigia ! 

Quante di noi passano le ore a preparare la valigia prima della partenza, durante il periodo estivo, scegliendo gli outfit da giorno, quelli da spiaggia e quelli per la sera…rischiando così, ammettiamolo, di svuotare l’armadio e rischiare di pagare importi salati in aeroporto perché la nostra valigia supera il peso massimo consentito !

Una scelta saggia e comodissima, è quella di portare dei capi che possono essere indossati sia per il giorno che per la sera. Oggi i trend ce lo concedono, anche in sfilata sono stati proposti costumi al posto dei top, da abbinare a jeans o pantaloni stile salariano.

Un’altra accortezza per ridurre spazio e peso in valigia, è quella di portare con sé abiti leggeri, in questo modo eviteremo di dover abbinare pantaloni a t-shirt, cinture e così via. Con l’abito l’outfit è già ultimato, basterà un prezioso accessorio per completare e dare luce al look !

Ricordiamoci che mare, relax e vacanza non significano dire addio allo stile e all’eleganza! Assolutamente da evitare le infradito durante una cena, da sostituire con dei sandali bassi cammello o alla schiava, divieto categorico per i copricostume per una passeggiata serale in riva al mare, meglio degli shorts denim o floreali abbinati ad una zeppa. E un 10 e lode alle fedeli del tacco, che non osano abbandonare nemmeno al mare, portato con un abito bianco avorio in pizzo, una pochette mini, tanto mini che potrà solo contenere il gloss e cellulare.

Andiamo ora a vedere le 5 proposte di outfit da indossare la sera al mare: 


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(immagini prese da Trendfortrend.com)

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Reed Krakoff alla corte di Tiffany & Co.

Sarà Reed Krakoff, a disegnare per la griffe Tiffany & Co., la nuova linea di accessori formata da borse, occhiali da sole, oggetti in pelle o in argento, set per bambini, oggetti per la tavola, portachiavi e penne, che verrà lanciata sul mercato a partire dal prossimo anno.

Reed Krakoff, dopo la laurea presso la Parson School of Design, ha lavorato per cinque anni in Ralph Lauren e, successivamente, in Tommy Hilfiger dove ha ricoperto il ruolo di direttore creativo.

Nel 1996, Lew Frankfort CEO di Coach lo inserisce nel suo gruppo, affidandogli il controllo dell’area merchandising e della pubblicità; qualche hanno più tardi, nel 2013 fonda la sua omonima griffe.

Il team della celeberrima casa di alta gioielleria americana, fondata da Charles Lewis Tiffany nel 1873, con l’arrivo di Krakoff, incrementa la qualità del prodotto offerto.

Francesca Amfitheatrof continuerà a seguire la divisione gioielleria e orologeria mentre, Grace Coddington, collaborerà con la griffe, ricoprendo il ruolo come creative partner (clicca qui per leggere l’anticipazione di Grace in Tiffany & Co., creative director di Vogue Usa lanciata da D-Art.it nei mesi scorsi).

 

 

Sfoglia la gallery per scoprire l’estro creativo di Reed Krakoff

 

 

 

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Le immagini della gallery sono tratte dal profilo FB ufficiale del marchio Reed Krakoff

Altaroma. Quattromani si ispirano a “Sabia de sa palla”

 

E’ una storia d’altri tempi, flebilmente nascosta da due innamorati che pur di potersi incontrare almeno un minuto al dì, percorrono campi sterrati al crepuscolo.

Un amore appoggiato dagli amici e nascosto prepotentemente dai famigliari dei due amanti. La via della paglia, Sa bia de sa palla, è la fonte d’ispirazione per la collezione primavera/estate 2017 del marchio Quattromani.

 

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Altaroma è stata “investita”, ancora una volta, dall’amore che Massimo Noli e Nicola Frau, designer della griffe, nutrono per la loro amata terra, la Sardegna.

Sa bia de palla (o piaggia), in sardo vuol dire anche “Via Lattea” e in questa occasione sta a simboleggiare il legame onirico dell’ affetto  che provano reciprocamente i due innamorati, avvolto da un alone di mistero che solo il cielo stellato può regalare.

 

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Sa bia de sa palla, viene riletta in chiave moderna con capi leggeri e delicati. Long dress e cocktail dress in crepe de chine e crepe cady, accarezzano le forme della donna, dolcemente segnate in vita da sottili fiocchetti in organza.

La collezione, calibra armoniosamente capi da giorno e da sera; le jumpsuites in popeline di cotone, i top in maglia e lurex e le pencil skirts in tulle e organza barrè, variano l’idea creativa del duo di stilisti.

 

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I colori, riprendono la storia sognante di Sa bia de sa palla: il blu del cielo notturno, il giallo delle spighe di grano, il rosso dei papaveri e gli aranci dei coralli.

Completano la collezione, mini e maxi bauletti, secchiello e mini clutch con lavorazione a contrasto e intarsi in pelle e in ecopelle.

 

 

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Giorgio Armani si ispira alla sua musa Antonia Dell’Atte

Ha sfilato nell’ambito dell’haute couture parigina l’ultima collezione Armani Privé. Giorgio Armani si è ispirato ancora una volta alla bellissima Antonia Dell’Atte, sua musa prediletta: capelli all’indietro, viso scoperto e allure d’altri tempi per le modelle che si sono alternate sulla passerella, che ricordavano la top model nei celebri scatti realizzati per Giorgio Armani da Aldo Fallai.

È una donna bellissima quella a cui Re Giorgio si ispira per la sua collezione haute couture Autunno/Inverno 2016-2017: sofisticata, misteriosa, affascinante, la donna Armani sfodera ricercatezza e charme, proprio come Antonia Dell’Atte, musa storica e amica dello stilista. Quotidiani sottobraccio e tailleur d’ordinanza, la bellissima Antonia veniva ritratta da Aldo Fallai in scatti che sono entrati di diritto nella storia della moda: correvano gli anni Ottanta e lei incarnava alla perfezione lo stile asciutto ed essenziale della maison. Una carriera sfolgorante per lei, ultima vera diva contemporanea.

C’è un’aura di mistero nel suo volto dai lineamenti perfetti e nel suo charme, unico nel panorama della moda: la blasonata musa di Re Giorgio (che ha sposato Alessandro Lecquio di Assaba y Torlonia, imparentato con i reali di Spagna), ha collezionato esperienze anche come attrice, cantante e personaggio televisivo conteso dalla tv italiana e da quella spagnola. Ironica ed eclettica, Antonio Ricci la vuole nel Drive In, dove forgia a sua immagine e somiglianza il personaggio dell’algida top model che si lascia andare ad irresistibili exploit in dialetto pugliese: indimenticabile il suo “momento casual”. Intanto Helmut Newton la immortala in scatti ad alto tasso di seduzione e Re Giorgio si innamora del suo taglio di capelli e della sua bellezza, perfetta per incarnare i tailleur pantalone e le giacche maschili, emblema dello stile Armani.

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Antonia Dell’Atte per Giorgio Armani in un celebre scatto firmato Aldo Fallai



La top model Antonia Dell'Atte in uno scatto tratto dalla campagna pubblicitaria Giorgio Armani Primavera/Estate 1985, foto di Aldo Fallai

La top model Antonia Dell’Atte in uno scatto della campagna pubblicitaria Giorgio Armani Primavera/Estate 1985. Foto di Aldo Fallai



Antonia Dell'Atte Fall:Winter 1984-1985, photo by Aldo Fallai

Antonia Dell’Atte per Giorgio Armani, Autunno/Inverno 1984-1985, foto di Aldo Fallai



A lei si ispirano le mannequin che si alternano in passerella. Un défilé ricco di suggestioni per una haute couture che torna alle radici della creatività, per toccare vette eccelse che ribadiscono l’abissale distanza che intercorre tra haute couture e prêt-à-porter (qui un pezzo sulla sfilata).

“Qui c’è la mia essenza: sono tornato alla grande alla Couture e ripartito alla ricerca di una donna bellissima che avete appena visto in passerella. Mi ha ispirato una foto d’arte che riproduceva appunto una bellissima creatura. L’alta moda ha le sue regole che non vanno travisate con il prêt-à-porter, seppur di lusso. Qui nell’Armani Privé c’è solo esclusività! Spesso si parla di alta moda con troppa faciloneria, per indossare questi vestiti bisogna anche fare un certo tipo di vita”: così si è espresso lo stilista, a proposito della collezione che ha appena sfilato a Parigi. Una donna sofisticata e composta, chic ed ammaliante, ad ispirarlo, proprio come la bellissima Antonia Dell’Atte.

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Un momento della sfilata Armani Privé



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Giorgio Armani e la sua musa prediletta Antonia Dell’Atte



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La bellissima top model immortalata da Aldo Fallai




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Alexa Chung debutta con una linea di abbigliamento

Modella, conduttrice e socialite. La bellissima Alexa Chung, dopo svariate collaborazioni (con Marks&Spencer ed Eyeko solo per citarne alcune), si appresta a lanciare un marchio tutto suo.

Alexa, debutterà infatti, come capo di un team di sei designer per la griffe  Alexachung, una label che verrà immessa sul mercato solo a partire da maggio 2017 nelle boutiques selezionate e nei retailer Galeries Lafayette, Selfridges e sull’e-commerce di Mytheresa, matchfashion.com e SSENSE.

La bellissima icona di stile, di origine cinese (il padre è un abile sarto), verrà affiancata da Edwin Bodson nelle vesti di managing director.

Attualmente, il progetto creativo e totalmente top secret, ma cerchiamo di capire, attraverso il suo stile, quale sarà il target di riferimento e con quale mood, si svilupperà il marchio Alexachung.

 

 

 

 

Fonte copertina maquilladas.com

Pokemon Go sta facendo impazzire l’America, cos’è?

Dagli Stati Uniti stanno arrivando storie di persone che inseguono il loro Pokemon sulle loro scrivanie in ufficio, in stanze di ospedale o nei bagni. Una ragazzina ha trovato un corpo mentre inseguiva il suo piccolo mostro.
Cosa sta succedendo?


Il gioco della Nintendo è esploso nei tardi anni ’90 ed è stato un successo mondiale, in questi giorni ha fatto il suo debutto sullo schermo degli smartphone. Il gioco si chiama Pokemon Go e arriverà in Italia, server premettendo, il 15 luglio.
Il suo successo negli Stati Uniti è stato incredibile, a pochi giorni dall’uscita sta per raggiungere Twitter come numero di utenti giornalieri su Android..


Pokemon Go usa il GPS e l’orologio degli smartphone, Android o iPhone, per capire dove e quando ogni utente è all’interno del gioco e far apparire Pokemon nei paraggi in modo che gli utenti possano catturarli. Girando per strada appaiono diversi tipi di Pokemon a seconda del luogo e di che ora è. Nintendo sta cercando, in parole povere, di far uscire dalla propria stanza migliaia di utenti in tutto il mondo grazie alla “realtà aumentata”.


PokemonGo


Il grande successo è dovuto anche al fatto che il gioco è gratis, basta fare il download e iniziare a giocare, ma principalmente questo gioco è il sogno di ogni fan dei Pokemon, e sono tantissimi: fare nel mondo reale quello che si è sempre immaginato di fare nel gioco.


I giochi del mondo Pokemon si svolgono in un mondo popolato da stranissimi e potentissimi piccoli mostri che assomigliano a topi, draghi, dinosauri, serpenti, uccelli, piante e così via. In questo mondo persone chiamate allenatori viaggiano per catturare questi Pokemon, addomesticarli, addestrarli e farli combattere l’uno contro l’altro.


L’idea dei Pokemon è nata per imitare la cattura degli insetti, un hobby molto popolare in Giappone dove è nato il gioco. I primi giochi, Pokemon Blue e Red, sono partiti con 151 creature ma ora esistono 720 Pokemon. In Pokemon Go ci sono solo i 151 Pokemon originari.
Il franchise Pokemon è stato uno dei più grandi di sempre e comprendeva (comprende a dir la verità) serie d’animazione, giochi, pupazzi, film, carte da gioco ecc…


Il gioco è molto simile ai primi Pokemon Blue e Re: ci sono i Pokemon e bisogna catturarli, ci sono i leader delle altre palestre e gli altri allenatori con cui si può combattere. I personaggi possono essere personalizzati. Al di là di queste caratteristiche familiari ci sono delle differenze dai giochi originali.
Ovviamente la prima differenza è data dal modo in cui si naviga all’interno del gioco: qui non basta usare il controller, si deve girare effettivamente per il mondo reale.
L’ora e il luogo contano, se si va vicino ad un corso d’acqua sarà più probabile trovare Pokemon d’acqua, in un bosco più Pokemon arboricoli mentre di notte ci saranno in giro più Pokemon notturni.


Esistono anche dei PokéStops, che sono luogi riconoscibili nel mondo reale che esistono anche nel gioco e che servono da basi per prendere oggetti che ci servono nel gioco come le Poké Ball.
Girare per il mondo reale è molto importante, è l’unico modo di riuscire a migliorare nel gioco è quello di esplorare i dintorni giorno e notte.
Certo Nintendo, dato che il gioco è gratuito, vende oggetti che aiutano all’interno del gioco.


Il combattimento è molto cambiato dalla versione originale.
Quando si trova un Pokemon non c’è bisogno di combattere, basta lanciare la Poké Ball.
Quando si combatte contro i leader delle palestre al posto di avere un team di sei Pokemon con 4 mosse a testa basta confrontare i propri mostriciattoli. Le statistiche dei sue mostri sono messe a confronto e si tocca lo schermo per lanciare l’attacco e si fa uno swipe per difendersi.


Dato che non ci sono vere e proprie battaglie l’unico modo per far evolvere i propri Pokemon è quello di prendere oggetti particolari che potrete avere catturando Pokemon e combattendo contro i leader delle palestre. In questo modo aumenterà anche il livello del vostro personaggio e potrete ottenere personaggi rari e aprire una palestra.


Una cosa che manca e che moltissimi avrebbero voluto è quella di combattere con amici o scambiare Pokemon con loro.
Questo è la maggiore fonte di lamentele insieme al consumo spropositato di batteria.
Piccoli problemi per quello che si è rivelato essere il gioco rivelazione degli ultimi anni.

Gucci: ora l’uomo indossa le ballerine

Ha monopolizzato l’attenzione della Milano Fashion Week: con il suo stile eccentrico e retrò, è impossibile non amare Alessandro Michele. Ma il nuovo direttore creativo di Gucci non lesina in stravaganza: a sfilare alla Milano Moda Uomo è stato un uomo che ai piedi sfoggia delle inedite ballerine declinate in chiave maschile.

Dandy ed efebico, stravagante ed irriverente, l’uomo Gucci ha sorpreso tutti con ballerine che ricordano molto da vicino quelle sfoggiate dalle donne. Colori fluo e lacci sul collo del piede, le ballerine per lui stanno facendo molto discutere gli addetti ai lavori e i fashion addicted: ci si interroga sull’effettiva necessità di tale scelta stilistica mentre imperversa il più ovvio dibattito circa la totale perdita di virilità dell’uomo presentato sulle passerelle.

Le ballerine, emblema dell’eleganza femminile, simbolo del bon ton, rappresentano da sempre uno stile evergreen che fa subito pensare ad Audrey Hepburn e a certe icone degli anni Sessanta: ma cosa succede se è l’uomo ad indossarle, rubandole al guardaroba di lei? Il dibattito resta aperto. Ma agli occhi dei più la scelta di Alessandro Michele appare azzardata.

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Le ballerine per uomo viste in passerella da Gucci (Foto: Grazia.it)



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L’uomo Gucci by Alessandro Michele sfoggia delle ballerine rubate al guardaroba di lei



(Foto cover Deejay)




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Beauty – Il segreto delle star : The glow Look

Beauty- Il nuovo must del beauty 2016, il trend che và già fortissimo in America e che in Italia è arrivato durante quest’ultima stagione primavera/estate; è il segreto di bellezza che ha sposato i volti delle celebrità di tutto il mondo : “The Glow look”, dall’inglese glow, ovvero splendore.


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Bella Hadid @ Cannes Festival 2016


glamhack.wordpress
Louis Vuitton Runaway make-up


Questo tipo di make-up nasce appositamente per i fashion show, affinche’ le strutture che illuminano le passerelle non cancellino e appiattiscano i tratti dei volti delle modelle, ma grazie alle ultimissime tecniche di strobing e lustre, raccolgono la luce sul viso ed enfatizzano i volumi.


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London Fashion Week.Fenwick.co.uk



Avere un colorito sano è un obiettivo comune,che può essere raggiunto sicuramente grazie ad uno stile di vita sano e ad un buon regime di cura della pelle. Il successo per raggiungere questo effetto radioso senza sforzi sono le tecniche della LUCE o glow, di cui lo step chiave è mettere in evidenza le vostre caratteristiche migliori, attraverso precisi prodotti di make-up adatti al vostro tipo di pelle.


Le due tecniche della luce per raggiungere il Glow look sono :


– Lo Strobing, che diversamente dal contouring, non prevede l’applicazione di bronzer o sfumature taupe, ma bensì riflessi luminosi collocati sulle zone del viso dove la luce colpisce naturalmente per creare un colorito luminoso . Queste aree comprendono le cime degli zigomi, tempie, centro del naso, la parte piu’ arcuata delle sopracciglia ed infine sull’arco della Cupido.
Non dimentichiamo che Jennifer Lopez e’ il precursore della tecnica strobing, che risplendeva nel suo viso gia’ dagli anni 90′.


thelifesavour.com


Lustre, rappresenta lo sviluppo dello strobing. Qui illuminare significa simulare la lucentezza dei metalli e delle pietre prezione sul viso, donando lucidita’ e brillantezza diffusa. Questa tecnica gioca con le sovrapposizioni di texture trasparenti con diversi gradi di luminosita’, creando un effetto tridimensionale.


Preparazione


Prima di procedere con il make-up, è necessario distinguere il tipo di pelle sul quale lavorare e dunque prepararla in modo differente:


Pelli Secche: Siero viso-kiko- BLOOMING GLOW EUR 13,90.
Consigliato per le sue molteplici azioni. Rivitalizzante con microsfere di vitamine PP, A ed E, regala alla pelle idratazione, levigatezza e luminosità. Da applicare prima del trucco.


BLOOMING GLOW


Pelli Grasse o Miste: Splendore (Feeling Younger) -Lush cosmetics- EUR 17,95.
Una base cremosa con un pigmento “magico” che riflette la luce per ringiovanire e illuminare la pelle. Da applicare prima del trucco o utilizzarlo insieme al fondotinta per avere un effetto naturale e fresco.


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Prova questi cinque step per ottenere un glow look splendente tutto l’anno:


Fondotinta: Maestro fusion -Giorgio Armani Beauty- EUR 54,00
Un fondotinta a base d’acqua che renderà la vostra pelle liscia e luminosa per
un effetto naturale.Dona una sensazione di freschezza, una finitura non untuosa e un colore puro. Può essere applicato con un olio (Argan o Mandorle) per ottenere un effetto ancora più luminoso per le pelli più secche.


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Blush: Luminous creme blush, Tropical glow -YOUNGBLOOD- EUR 28,00
Una crema compatta irridescente che donerà alle vostre guance un colorito luminoso per un look naturale ed intenso. Lo possiamo trovare in diverse nunces come albicocca , pesca, rosa, corallo, prugna e nude. Puo’ essere indossato come blush o come illuminante.


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Ombretto: Naked Palette -Urban Decay- EUR 53,00
Vi consiglio un classico delle palette nude degli ultimi anni, ma che rappresenta sempre il numero uno delle piu’ utilizzate sia da i make-up artist che dalle beauty lovers. Un ventaglio di colori, dal mat allo shimmer, adatto ad ogni occasione. Un MUST che non dovrebbe mancare nella propria make-up routine.


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Mascara per sopracciglia: Brow Set -MAC- EUR 16,20
Ritoccarsi le sopracciglia non è mai stato così facile. Una texture fresca adatta ad ogni tipo di forma. Adatto sia per uomo che per donna, dona un effetto bagnato se applicato piu’ intensamente. Disponibile in diverse tonalità colorate o trasparenti.


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Rossetto
: Dior Addict Lipstick -Dior- EUR 35,90
Il perfetto equilibrio tra intensità del colore e la sua durata. La sua texture cremosa scivola sulle labbra conferendo al colore una extra dose di brillantezza. Perfetto per terminare il look con un tocco di glamour.


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Altaroma 2016, sfila la collezione “Mono Tona” di Sabrina Persechino

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Sabrina Persechino presenta ad Altaroma 2016 la sua sfilata di moda autunno inverno 2016-17. La collezione si chiama Mono Tona e prende ispirazione dal concetto di funzione monotona in matematica, cioè una funzione che mantiene l’ordinamento tra insiemi ordinati. La ricerca estatica di Sabrina Persechino parte dal non-colore per eccellenza, il nero, e diventa una funzione monotona crescente e poi decrescente. Cresce con insiemi cromatici che si aggiungono pian piano al nero, decresce fino ad arrivare al bianco passando per diverse tonalità di grigio.


Nell’usuale connubio tra moda e architettura, Sabrina Persechino esplora volumi regolari e monolitici che si ispirano a uno stile minimalista. La sfilata di moda porta in passerella abiti dalle linee regolari, minimaliste, quasi austere in alcuni look. Un’essenzialità che si ispira al motto di Mies van der Rohe “Less is more”  e crea un rigore sofisticato ed equilibrato. Ispirandosi all’architettura minimalista, Sabrina Persechino non può fare a meno di citare il Giappone, con abiti paillettes dalle maniche a kimono. Con l’uso sapiente di cachemire, faille, tasmanie, pelle lamé e spalmati, la compostezza delle forme si traduce anche in equilibrio materico. L’apparente monocromia della collezione è spezzata dal delicato intreccio di rami su fondo bianco, in cui volumi architettonici ed elementi naturali si fondono. Sabrina Persechino sceglie come location il The Church Palace Hotel, recentemente restaurato proprio da lei con l’appoggio del proprietario Pietro di Pierri. L’atmosfera raffinata in bianco e nero attraverso varie sfumature di grigi contribuisce a sottolineare l’impianto cromatico della collezione.


S. Persechino


Sabrina Persechino (2)


Sabrina Persechino sfilata


Sabrina Persechino

Chef stellati Michelin: intervista a Fabrizio Tesse

Tra i dannati nei gironi danteschi, troviamo i golosi, i peccatori di gola, ma quanti di noi ne farebbero parte?
Tra gli artisti baciati dalla mano del Signore, troviamo un numero indefinito di “golosi“, alcuni dei quali legati a delle particolari ricette di cui non potevano fare a meno. Dalì, ad esempio, andava ghiotto per le uova fritte e i ricci di mare, che consumava sul pane tostato; si dice che il suo dessert preferito fosse la botifarra dolça, un salume catalano dall’impasto dolce con carne di maiale, cannella e zucchero.

Cézanne invece, il pittore francese noto per le sue nature morte, era amante dell’anatra alle olive, mentre Garibaldi amava i prodotti locali e semplici, come il pane e il pecorino, accompagnati da fave fresche.

Il genio italiano Leonardo Da Vinci era vegetariano e il suo piatto prediletto era il minestrone – Mens sana in corpore sano – e il grande compositore viennese Mozart, data la nazionalità, si leccava i baffi con la schnitzel viennese, servita con patate fritte e una spruzzata di limone.

Alcuni di loro avevano dei cuochi professionisti che conoscevano a memoria i loro gusti e le loro preferenze, se anche voi siete dei golosi e avete voglia di farvi coccolare, esiste un luogo, sulle sponde del Lago d’Orta, dove i vostri sensi si lasceranno cullare dai sapori e le vostre richieste verranno soddisfatte; questo luogo si chiama “Locanda di Orta“.

Una stella Michelin arrivata nel 2015 dietro la guida dello chef Fabrizio Tesse, la “Locanda di Orta” vanta una location d’eccezione in uno dei borghi più belli d’Italia.

Fabrizio Tesse, milanese di nascita, sous-chef  di Antonino Cannavacciuolo a Villa Crespi, cresce nell’entroterra ligure in mezzo alle donne della famiglia. I suoi ricordi più vivi sono legati alla cucina, dove  la nonna e le zie lo coinvolgevano facendolo giocare, dove i profumi che si sono impressi nella sua mente sono quelli “del timo, del coniglio alla ligure, quello caratterizzato dall’oliva taggiasca, una sorta di brasato cotto al vapore nelle adorate pentole in coccio”.

“Cucinavo per gioco, avevo circa 5 anni e le donne di casa dovevano badare a me; l’unico modo per tenermi buono era farmi cucinare insieme a loro. La domenica era totalmente dedicata alla cucina, i preparativi iniziavano la mattina presto, erano tutti affaccendati in qualcosa tranne gli uomini, a tavola, in attesa dei piatti. Nonostante questa scena, la mia famiglia era matriarcale”.

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insalata di mare



La tua esperienza a fianco di Antonino Cannavacciuolo ha segnato molto il tuo percorso professionale?

Lavoravo come sous-chef di Cannavacciuolo a Villa Crespi nel 2003, quando arrivò la prima stella e nel 2007 quando arrivò la seconda, ma la mia necessità di approfondire mi ha spinto fino in Spagna, in pieno fermento della cucina basca. Tutto il mondo ne parlava, mi trovavo a San Sebastian, dove erano ubicati 4 ristoranti stellati – un numero significativo; la scelta spagnola verso la cucina molecolare fu del tutto azzeccata: quando non hai grosse tradizioni culinarie, te le devi inventare!

In questo caso conta la tecnica. Ma quanto è importante nella tua cucina? 

La tecnica è importantissima quando serve a valorizzare un prodotto, non a stravolgerlo. La cucina molecolare spesso è esasperazione.
La mia cucina è legata ai codici di gusto, sapori che hai memorizzato nell’infanzia e che ti portano, quando assaggi un piatto, a distinguere il pomodoro, il limone, codici semplici. La mia è un’attività commerciale, non di intrattenimento.


I piatti che presenti sono molto spesso rimandi all’arte astratta, alla tecnica pollockiana del dripping…

Cerco di far combaciare codice di gusto ed estetica. Anche la presentazione di un piatto è importante: è come avere una donna bella ed intelligente, il massimo a cui aspirare!

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piccola composizione di frutta con cioccolato bianco e banana


Tema chilometro zero

Un limite mentale! Per quale motivo se trovo interessante un ingrediente non posso utilizzarlo?
Ad esempio in questo piatto abbiamo dello yuzu, succo di agrume giapponese, del caviale  – che arriva dalla Francia –  e dei gamberi di Mazara del Vallo. Chi sostiene il chilometro zero ha una mentalità conservatrice che non funziona più, se si guarda ad uno sviluppo.


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insalata di pasta mantecata con succo di agrume giapponese yuzu – con crudo di gamberi e caviale


Quanta importanza hanno i sapori nella tua vita? 

Il cibo è prima di tutto la mia passione. Mi ritengo molto fortunato perché come diceva Confucio “Fai ciò che ami e non lavorerai un solo giorno della tua vita”.

Ma se sono arrivato a questi risultati, lo devo anzitutto alla mia famiglia, che mi ha sempre appoggiato e mi ha permesso di studiare e viaggiare, quando ancora non ero indipendente.

Il lavoro dello chef è sì passione, ma anche sacrificio.

Nella vita privata sei un uomo che cucina? 

Mai. Appena posso riposo. Se invito degli ospiti, lascio cucinare loro, io al massimo mi butto in una pasta alle 4 del mattino.

Da cliente quali ristoranti frequenti? 

Mi relaziono con ristoranti al mio pari livello o livelli superiori – questo a scopo formativo.


La locanda di Orta oltre alla sala gourmet, dispone anche di una bistrot sul terrazzo con una bellissima vista del lago…

La terrazza bistrot è un ambiente più rilassante, sia per il cliente che per gli addetti ai lavori, è una scelta atta ad allargare la fetta di mercato, un menu dai prezzi più abbordabili, musica lounge, tendenzialmente con una clientela più giovane o frequentata da quella abituale che per una sera vuole godersi il panorama.

Esistono quindi 2 cucine distinte alla “Locanda di Orta”, quella adiacente il terrazzo bistrot e una al piano sottostante. In estate io passo la vita in ascensore !

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vista lago dal terrazzo “Locanda di Orta”



Quanto il tuo successo è merito e quanto fato?

Un insieme di questi elementi direi, è merito perché mi porto alle spalle sacrifici e anni di esperienza e poi sono convinto che più ci si crede, più la fortuna arriva.

La stella alla “Locanda di Orta” è arrivata nel 2015, qual è il prossimo obiettivo?

Rimanere su questo target, con una clientela di livello.

Cosa offri ai clienti della “Locanda di Orta”?

La possibilità di personalizzare il menu. Capita ai frequentatori fedeli, conosco i loro gusti e le loro preferenze, quindi diventa stimolante per me fargli assaggiare piatti nuovi, è un modo per confrontarsi e relazionarsi in maniera diretta. Per me rimane un grande stimolo ed è un plus apprezzatissimo.

Un consiglio che daresti a chi inizia il tuo mestiere ? 

Farlo sempre con passione perché senza quest’ingrediente è faticoso. E con spirito di sacrificio, perché arriveranno anche le delusioni e le difficoltà, ma chi ha talento va avanti, vince il buono, perché in fondo è questo il nostro mestiere: dedicarci agli altri !

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lombatina di agnello cotto al rosa nel sale grosso, abbinato a salsa di liquirizia e albicocche candite





La “Locanda di Orta” si trova in Via Olina 18 ad Orta San Giulio (NO)



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lo chef Fabrizio Tesse



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Locanda di Orta



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crème brûlée di foie gras



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Locanda di Orta



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il benvenuto: panzanella toscana con carpaccio di capesante e caviale



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Locanda di Orta



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meringa – rocher al cocco – gelatina di pere – pastafrolla con mousse al cioccolato e lampone




(foto @ Miriam De Nicolo’)

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Dolce & Gabbana. Sfarzo tra sacro e profano a Napoli

Spettacolo puro: ecco cosa hanno proposto Domenico Dolce e Stefano Gabbana. Una sinfonia limpida di eclettismo e pura sartorialità. Sfarzo, creatività, ingegno: chi può non dirsi affascinato dalla collezione Alta Moda presentata a Napoli dal marchio Dolce & Gabbana?

C’è tutta la storia della città partenopea, l’incontro, su stoffa, del sacro e del profano.

 

(fonte immagine fashiontomax.com)

(fonte immagine fashiontomax.com)

 

 

(fonte immagine fashiontomax.com)

(fonte immagine fashiontomax.com)

 

 

L’ opulenza della mitra papale abbinata ad una mantella altrettanto regale: tutta la ricchezza dell’oro e delle pietre, si incastrano amorevolmente con le croci che disegnano i capi.

Omaggiano la splendida Sophia Loren, loro musa ispiratrice oramai da tempo. Il suo nome viene impresso su una t-shirt che porta i colori della casacca della SSC Napoli.

 

 

(fonte immagine fashiontomax.com)

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(fonte immagine fashiontomax.com)

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Quando Sophia ci disse che era Napoli la città dove voleva sfilassimo in suo onore, siamo rimasti un po’ così. Non la conoscevamo così bene. Ma è stato amore subito. E ora che sta succedendo tutto così, diciamo che il mondo deve sapere che questa città non è solo problemi ma anche bellezza dei luoghi, opportunità artigianali, calore della gente. […] La nostra donna da sempre. Dagli inizi. È a lei che pensiamo quando disegniamo le nostre collezioni. Era giusto che fosse la protagonista unica di una nostra sfilata”, hanno dichiarato commossi Stefano e Domenico al termine dell’evento.

La “processione”, varca la soglia della Basilica di San Paolo e sfila al suo piazzale; viene accolta da luminarie dai mille colori: ed è subito festa!

 

(fonte immagine fashiontomax.com)

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Napoli, quanto sei bella vista dagli occhi di Stefano e Domenico?

C’è tutto il tuo splendore. C’è tutta la tua anima, quella vera e incontrovertibile.

La passione verace di una città del Sud, interpretata attraverso le stampe che raffigurano il Vesuvio e i quartieri spagnoli; ci sono perfino i babà sui cappelli.

Pizzo macramé, balze e ruches, l’incanto di capi haute couture che finalmente ci fanno sognare.

 

(fonte immagine fashiontomax.com)

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(fonte immagine fashiontomax.com)

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(fonte immagine fashiontomax.com)

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Gli abiti bustier, si alternano alle gonne balloon. Nella collezione non manca il corpetto con la fascia di Miss Eleganza, vinta dalla Loren nel 1950 e le rose gialle, dipinte a mano sul taffettà, in onore dell’attrice napoletana che da sempre indossa queste stampe.

Per la prima volta, il miracolo a Napoli, è avvenuto grazie a Domenico Dolce e Stefano Gabbana. Chapeau!

 

 

Cosa dice Obama delle due persone di colore uccise senza motivo

Obama, a Varsavia per il vertice NATO ha parlato dei due omicidi che stanno creando nuovi scontri a sfondo razziale negli USA: gli omicidi di Alton Sterling a Baton Rouge in Louisiana e di Philando Castile a Saint Paul in Minnesota.


“Quando capitano incidenti come questi che una grande parte dei nostri cittadini che sentono di non essere trattati equamente a causa del colore della loro pelle e questo fa male. Questo dovrebbe essere un problema per tutti noi. Non è solo una questione nera. Non è solo una questione ispanica. Questa è una questione americana di cui a tutti dovrebbe importare”.


La notizia dell’uccisione di Alton Sterling era ancora su tutti i giornali e le televisioni del mondo quando una uccisione molto simile è capitata in Minnesota. Philando Castile è stato ucciso dopo essere stato fermato dalla polizia a Saint Paul per una luce bruciata.


Obama appena dopo il secondo omicidio aveva dichiarato che: “Queste uccisioni non sono incidenti isolati ma sono sintomatici di una grande sfida all’interno del nostro sistema di giustizia criminale, le disparità razziale compaiono in tutto il sistema anno dopo anno e portano a una perdita di fiducia tra le comunità e le forze di polizia che le servono.
Ammettere di avere un problema non contraddice in nessun modo l’apprezzamento e il rispetto che abbiamo per la vasta maggioranza dei poliziotti che rischiano la loro vita per proteggerci ogni singolo giorno. Bisogna dire che come nazione possiamo e dobbiamo fare meglio per ridurre l’apparenza o la realtà di un problema razziale tra le forze dell’ordine”.


Queste uccisioni stanno creando una tensione razziale che non si sentiva da molti anni in America. Gli omicidi di Tamir Rice, Walter Scott e Michael Brown hanno dato vita a molte proteste pacifiche e alcune meno pacifiche, come gli incidenti di Dallas dove cinque poliziotti sono morti colpiti da colpi di arma da fuoco da parte di protestanti o presunti tali, comunque persone di colore che presumibilmente volevano vendicarsi delle uccisioni di Alton Sterling e Philando Castile.


Una situazione drammatica che non potrà far altro che peggiorare se non verrà affrontata con decisione dal presidente, quello in carica e il prossimo. Una situazione che si fa fatica a non attribuire alla enorme quantità di armi da fuoco che esiste in USA. I poliziotti sono spaventati, ad ogni stop o controllo potrebbero avere a che fare con persone armate e pericolose, una situazione di tensione costante che sfocia in questi episodi di violenza tremendi.

Maria Grazia Chiuri è la prima designer donna di Dior

Trasferta importantissima quella di Maria Grazia Chiuri, è la prima donna a ricoprire il ruolo di direttore creativo di maison Dior.

53 anni, 17 dei quali trascorsi al servizio della casa di moda Valentino, Maria Grazia ha convinto i vertici della griffe parigina per la visione sensuale e al contempo poetica che ha della donna, in sintonia con quella di monsieur Christian Dior.

Ma chi è Maria Grazia Chiuri?

Maria Grazia ha ereditato la passione della moda dalla madre, un’ abile sarta. Dopo aver appreso le prime nozioni di moda, decide di iscriversi all’Istituto Europeo di Design di Roma. Al completamento degli studi, le viene offerta la prima ed importante collaborazione in casa Fendi, dove è chiamata a disegnare la linea di accessori.

 

© Maripol

© Maripol

 

 

E’ nel 1990, che i destini di Chiuri e Piccioli, s’intrecciano. Fu infatti la designer a proporre Pierpaolo alla maison romana e da quel momento, la loro armonia creativa è in forte ascesa. Il loro sodalizio, partorisce una delle celebri it bag di maison Fendi, la Baguette, nata nel 1997.

Nel 1999, i due designer vengono chiamati alla corte di Valentino, nella quale disegnano, allo stesso modo, la linea degli accessori.

Nel 2009, avviene la grande svolta. Due anni prima (era il 2007) Valentino Garavani si ritira dalla scena e nomina direttore creativo della maison, Francesca Facchinetti che abbandona dopo solo due stagioni.

Alla sua dipartita lavorativa, subentrano proprio i due amici che ricoprono il ruolo di stilisti sia per la Haute Couture che per la linea prêt-àporter; continuando, peraltro, a disegnare la linea degli accessori siglando i modelli Rockstud che si estendono non solo alle borse, ma anche alle scarpe e agli accessori.

In questi otto anni, Maria Grazia e Pierpaolo creano collezioni eteree, lussuose, sartoriali. Raccontano, con estrema eleganza, la filosofia del marchio, mantenendo lo charme della maison, fondata da Garavani nel 1962.

L’unione che pareva salda, ora si è dissolta. L’ambizione della Chiuri, l’ha portata fino a Granville dove firmerà la sua prima collezione prêt-à-porter che verrà presentata a Parigi il prossimo 30 settembre 2016.

“È una grande responsabilità essere la prima donna a dirigere la creazione di una Maison così profondamente legata all’espressione della femminilità” ha dichiarato Maria Grazia Chiuri.“L’infinita ricchezza del suo patrimonio è una fonte di ispirazione costante per la moda di oggi e sono felice di esprimerne la mia visione.”

Il suo nome comparirà negli annuali della maison dopo quelli di Christian Dior, Marc Bohan, Yves Saint Laurent, Gianfranco Ferrè, John Galliano e Raf Simons.

Auguri, madame Chiuri.

 

 

 

Fonte cover fashiontimes.it

 

 

 

 

Anjelica Huston spegne 65 candeline

Attrice hollywoodiana, modella, icona: Anjelica Huston festeggia oggi 65 anni. Viso dai lineamenti inconfondibili, charme da vendere, la celebre Morticia Addams è stata anche una modella famosa. Musa di Yves Saint Laurent e Valentino Garavani, nel corso della sua carriera come modella ha posato per Irving Penn, Richard Avedon, David Bailey, Bob Richardson e molti altri.

Figlia del regista John Huston e della ballerina italiana Enrica Soma, nelle sue vene scorre sangue scozzese, irlandese, gallese ed inglese. Nata in California, a Santa Monica, l’8 luglio 1951, trascorre buona parte della sua infanzia in Inghilterra. Dalla fine degli anni Sessanta prende parte ad alcune pellicole con la regia paterna. Successivamente vola a New York, dove inizia una carriera come modella, sfruttando la sua bellezza fuori dai canoni. Nel 1969 inizia una storia d’amore con il fotografo Bob Richardson, di 23 anni più vecchio. La loro relazione durerà 4 anni.

All’inizio degli anni Settanta si trasferisce a Los Angeles, dove nel 1973 si innamora del collega Jack Nicholson. La relazione tra i due tra alti e bassi (e numerosi tradimenti da parte di lui) dura 16 anni, fino al 1990, quando l’attore ha un figlio da un’altra donna. Nel frattempo Anjelica prende parte ad alcune pellicole di successo, come Qualcuno volò sul nido del cuculo e Il postino suona sempre due volte, film in cui è protagonista lo stesso Nicholson. Per la sua interpretazione ne L’onore dei Prizzi (1985), Anjelica Huston riceve l’Oscar come miglior attrice non protagonista. In famiglia è la terza a vincere un Oscar dopo il padre John Huston e il nonno, l’attore Walter Huston. Ha ricevuto altre due candidature agli Oscar come migliore attrice non protagonista per Nemici-Una storia d’amore (1989) e come migliore attrice protagonista (1990) per Rischiose abitudini.

Anjelica Huston, foto di Helmut Newton, 1973

Anjelica Huston, foto di Helmut Newton, 1973



Anjelica Huston in uno scatto di Bob Richardson per Vogue Italia, 1971

Anjelica Huston in uno scatto di Bob Richardson per Vogue Italia, 1971



Anjelica Huston per Valentino, foto di Bob Richardson, Vogue 1972

Anjelica Huston per Valentino, foto di Bob Richardson, Vogue 1972



Anjelica Huston in uno scatto di Richard Avedon, 1970

Anjelica Huston in uno scatto di Richard Avedon, 1970



Musa di Woody Allen, gira con lui Crimini e misfatti (1989) e Misterioso omicidio a Manhattan (1993). Negli anni Novanta è Morticia Addams, celebre interpretazione che vede anche un sequel nel 1993. Per questo ruolo ha ricevuto una nomination ai Golden Globe. Diverse le collaborazioni con il regista Wes Anderson, che la vuole nei film I Tenenbaum (2001), Le avventure acquatiche di Steve Zissou (2004) e Il treno per il Darjeeling (2007). Nel 2005 vince un Golden Globe per il suo ruolo di supporto nel film televisivo Angeli d’acciaio. Inoltre nel corso della sua carriera l’attrice ha ricevuto tre candidature ai Premi Oscar (con una vittoria), otto candidature ai Golden Globe (una vittoria), tre candidature ai BAFTA, tre candidature agli Screen Actors Guild Award e cinque candidature agli Emmy.



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Nel maggio del 1992 Anjelica Huston convola a nozze con lo scultore Robert Graham. La coppia vive insieme in California fino al dicembre 2008, quando Graham muore. La coppia non ha avuto figli. L’attrice ha scritto le sue memorie in un libro di oltre 900 pagine, diviso in due volumi. Attiva in politica, nel 2007 la Huston ha inviato una lettera all’Human Rights Action Center indirizzata al segretario generale delle nazioni unite Ban Ki-moon, con cui ha sostenuto Aung San Suu Kyi durante la sua candidatura al Nobel per la Pace. Inoltre l’attrice ha donato 2,000 dollari per sostenere il liberal-democratico John Kerry e anche Dick Gephardt. Infine, la Huston ha registrato un annuncio per il PETA, contro lo sfruttamento degli animali nelle produzioni Hollywoodiane.

L'attrice in uno scatto di Bob Richardson, 1973

L’attrice in uno scatto di Bob Richardson, 1973



Anjelica Huston, foto di Richard Avedon, 1970

Anjelica Huston, foto di Richard Avedon, 1970



Anjelica Huston in abito Valentino, foto di Gian Paolo Barbieri, 1972

Anjelica Huston in abito Valentino, foto di Gian Paolo Barbieri, 1972



La Huston in uno scatto realizzato da David Bailey per Vogue, 1973

La Huston in uno scatto realizzato da David Bailey per Vogue, 1973



(Foto cover Gian Paolo Barbieri, 1973)


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BEAUTY – Estate waterproof: I 6 migliori prodotti a prova di caldo e umidita’

BEAUTY- Mentre il caldo estivo puo’ fare miracoli per le onde beachy, quando si tratta del make-up i risultati non sono del tutto ideali. Ci sono, infatti, dei motivi per cui il trucco non e’ così popolare in estate: il clima più caldo, il sudore e l’umidità, sono i fattori che rendono il make-up praticamente impossibile da tenere a posto. Per fortuna, con i nuovi primer opacizzanti e soluzioni trucco waterproof, potete ancora indossare il vostro trucco preferito, senza vederlo crollare a metà pomeriggio, grazie a questi prodotti a prova di sudore !

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Hitler – discorso al Reichstag settembre 1939

Nel discorso al Reichstag del settembre 1939 Adolf Hitler si presenta al mondo dopo aver governato sei anni una Germania che da sconfitta e in crisi politica, sociale, economica, che aveva visto il suo territorio frammentarsi in numerose mini-rivoluzioni regionali, era ridiventata una nazione unita, forte, in crescita e una delle maggiori potenze europee.
La dimensione messianica del suo ruolo nella storia risale ai tempi della prima guerra mondiale, ed era stata già esposta nel Mein Kampf in linee ben note.
La sua ascesa al potere è essenzialmente dovuta a tre fattori. Il sentimento di revanscismo del popolo tedesco e le pesanti condizioni economiche. Il rischio più che concreto della frammentazione tedesca in regioni a governo bolscevico che avrebbero cambiato l’Europa con un contagio che le altre nazioni temevano fortemente. La visione della borghesia tedesca secondo cui solo un governo forte e sostanzialmente non democratico avrebbe garantito la rinascita e la potenza industriale tedesca, mettendo la nazione al riparo dai pericoli del socialismo.
Nel 1939 Hitler può rivendicare un cambiamento che dello scenario nazionale che nemmeno i più ottimisti tra gli utopisti avrebbero immaginato, e questo non fa che accrescere – prima di tutto in se tesso – l’idea concreta della sua missione quasi divina.
In questo discorso Hitler va oltre tutti gli elementi che – prevalentemente in politica interna – avevano caratterizzato la sua azione politica, e guarda fuori dai confini nazionali, esponendo il suo programma militare: è una sorta di dichiarazione di guerra al mondo.


Questo discorso delinea linee molto chiare, e ciò che a distanza di settant’anni dovrebbe davvero stupire è la miopia di come in molti ministeri e governi non solo europei si sia cercato di “non vedere” quale fosse il piano vero, quale fosse il disegno bellico, e di mediare per oltre un anno diplomaticamente difronte a tutte le avanzate tedesche, in Polonia (cui si riferisce direttamente questo discorso) come poi in Francia (che viene già dichiarata come nemico diretto) e in Cecoslovacchia di qui a pochi mesi.


Ma chi era Hitler e come giunse al potere?
Hitler conquistò il potere (e l’incipit di questo discorso lo delinea chiaramente) cavalcando l’orgoglio ferito del popolo tedesco, dopo la sconfitta nella prima guerra mondiale e la grave crisi economica che affliggeva la Repubblica di Weimar. Sfruttando la sua abilità oratoria e l’insoddisfazione delle classi medie, presentò un manifesto politico intriso di nazionalismo, anticomunismo e antisemitismo e dopo alterne vicende (fallito Putsch nel 1923 e conseguenti otto mesi di carcerazione, durante i quali iniziò la stesura del Mein Kampf), arrivò alla Cancelleria nel gennaio del 1933.


Nel 1934, dopo la morte del presidente Paul von Hindenburg, si attribuì per legge il titolo di Führer e Cancelliere del Reich, accentrando nelle sue mani i poteri dello Stato e instaurando un regime dittatoriale. Grazie a un possente ed efficace programma di ristrutturazione economica e riarmo militare, Hitler perseguì una politica estera estremamente aggressiva, volta principalmente a espandere il cosiddetto Lebensraum (spazio vitale) tedesco a spese delle popolazioni dell’Europa orientale. In un susseguirsi di atti di sfida alla comunità internazionale, giunse a invadere la Polonia il 1º settembre del 1939, provocando lo scoppio della seconda guerra mondiale.


Il punto di svolta delle fortune di Hitler giunse con la grande depressione che colpì la Germania nel 1930. Il regime democratico costituito in Germania nel 1919, la cosiddetta Repubblica di Weimar, non era mai stato genuinamente accettato dai conservatori e neanche dal potente Partito Comunista. I Socialdemocratici e i partiti tradizionali del centro e della destra si mostrarono inadeguati nel contenere lo shock della depressione ed erano, inoltre, tutti segnati dall’associazione con il “sistema di Weimar”. Nelle elezioni del 14 settembre 1930 il Partito Nazionalsocialista sorse improvvisamente dall’oscurità e si guadagnò oltre il 18% dei voti e 107 seggi nel Reichstag, diventando così la seconda forza politica in Germania.


Il successo di Hitler si basava sulla conquista della classe media, colpita duramente dall’inflazione degli anni venti e dalla disoccupazione portata dalla depressione. Contadini e veterani di guerra costituivano altri gruppi che supportavano i nazisti, influenzati dai mistici richiami dell’ideologia Volk (popolo) al mito del sangue e della terra. La classe operaia urbana, invece, in genere ignorava gli appelli di Hitler; Berlino e le città della regione della Ruhr gli erano particolarmente ostili; infatti in queste città il Partito Comunista era ancora forte, ma si opponeva anch’esso al governo democratico, ragion per cui si rifiutò di cooperare con gli altri partiti per bloccare l’ascesa di Hitler.


Le elezioni del 1930 furono un disastro per il governo di centro-destra di Heinrich Brüning, che si vedeva privato della maggioranza al Reichstag, affidato alla tolleranza dei Socialdemocratici e costretto all’uso dei poteri d’emergenza da parte del Presidente della Repubblica per restare al governo. Con le misure austere introdotte da Brüning per contrastare la depressione, avare di successi, il governo era ansioso di evitare le elezioni presidenziali del 1932 e sperava di garantirsi l’accordo con i nazisti per estendere il mandato di Hindenburg. Tuttavia, Hitler si rifiutò e anzi corse contro Hindenburg nelle elezioni presidenziali, arrivando secondo nelle due tornate elettorali, superando il 35% dei voti nella seconda occasione, in aprile, nonostante i tentativi del Ministro degli Interni Wilhelm Groener e del governo socialdemocratico della Prussia di limitare le attività pubbliche dei nazisti, soprattutto bandendo le SA.


L’imbarazzo delle elezioni pose fine alla tolleranza di Hindenburg nei confronti di Brüning e il vecchio Maresciallo di Campo dimise il governo e ne nominò uno nuovo guidato dal reazionario Franz von Papen, che immediatamente abrogò il bando sulle SA e indisse nuove elezioni per il Reichstag. Alle elezioni del luglio 1932 i nazisti ottennero il loro migliore risultato, vincendo 230 seggi e diventando il partito di maggioranza relativa. In quel momento i nazisti e i comunisti controllavano la maggioranza del Reichstag e la formazione di un governo di maggioranza stabile, impegnato alla democrazia, era impossibile. A seguito quindi del voto di sfiducia sul governo von Papen, appoggiato dall’84% dei deputati, il nuovo Reichstag si dissolse immediatamente e furono indette nuove elezioni per novembre.
Von Papen e il Partito di Centro (cattolico) aprirono entrambi dei negoziati per assicurarsi la partecipazione nazista al governo, ma Hitler pose delle condizioni dure, chiedendo il cancellierato e il consenso del presidente che gli permettesse di utilizzare i poteri d’emergenza dell’articolo 48 della Costituzione. Il tentativo fallito di entrare nel governo, unito agli sforzi nazisti di ottenere il supporto della classe operaia, alienarono alcuni dei precedenti sostenitori e nelle elezioni del novembre 1932 i nazisti persero dei voti, pur rimanendo il principale partito del Reichstag.


Poiché von Papen aveva chiaramente fallito nei suoi tentativi di garantirsi una maggioranza attraverso la negoziazione che avrebbe portato i nazisti al governo, Hindenburg lo dimise e chiamò al suo posto il generale Kurt von Schleicher, che era stato per lungo tempo una forza dietro le quinte e successivamente Ministro della Difesa, il quale promise di poter garantire un governo di maggioranza attraverso la negoziazione con i sindacalisti Socialdemocratici e con la fazione nazista dissidente, guidata da Gregor Strasser.


Quando Schleicher si imbarcò in questa difficile missione, von Papen e Alfred Hugenberg, Segretario del Partito Popolare Nazionale Tedesco (DNVP), che prima dell’ascesa nazista era il principale partito di destra, cospirarono per persuadere Hindenburg a nominare Hitler come cancelliere in coalizione con il DNVP, promettendo che sarebbero stati in grado di controllarlo. Quando Schleicher fu costretto ad ammettere il suo fallimento e chiese ad Hindenburg un altro scioglimento del Reichstag, Hindenburg lo silurò e mise in atto il piano di von Papen, nominando Hitler Cancelliere con von Papen come Vicecancelliere e Hugenberg come Ministro dell’Economia, in un gabinetto che comprendeva solo tre nazisti: Hitler, Göring e Wilhelm Frick. Il 30 gennaio 1933 Hitler prestò giuramento come Cancelliere nella camera del Reichstag, sotto gli sguardi e gli applausi di migliaia di sostenitori del nazismo.


Usando il pretesto dell’Incendio del Reichstag, Hitler emise il cosiddetto “Decreto dell’incendio del Reichstag” il 28 febbraio 1933, a meno di un mese dall’insediamento. Il Decreto dell’incendio del Reichstag (in tedesco, Reichstagsbrandverordnung) è il termine con cui viene indicata la legge che venne passata dal governo nazista in risposta diretta all’incendio del Reichstag del 27 febbraio 1933. Occorse solo un giorno al governo per farla passare il 28 febbraio, dal momento che bastava soltanto la controfirma del Presidente della Repubblica alla proposta scritta del Cancelliere per farla approvare: era un decreto volutamente inserito dal legislatore come “decreto d’emergenza” e volto a schiacciare i tentativi di colpo di stato e – come tale – non necessitava dell’approvazione parlamentare per divenire operativa. Il vero nome del decreto è “Verordnung des Reichspräsidenten zum Schutz von Volk und Staat” (“Decreto del Presidente del Reich per la protezione della popolazione e dello stato”). Emanato dall’anziano (e ormai senile) presidente Paul von Hindenburg sulla base dell’articolo 48 sottosezione 2 della Costituzione, che consentiva al Reichspräsident di prendere ogni misura appropriata per rimediare ai pericoli per la sicurezza pubblica, rappresentò uno dei principali passi compiuti dal governo nazista per stabilire il suo dominio, tali passi vengono normalmente indicati dal termine Gleichschaltung.


Il decreto sospese o soppresse gran parte dei diritti civili garantiti dalla costituzione del 1919 della Repubblica di Weimar in nome della sicurezza nazionale: i leader comunisti, assieme ad altri oppositori del regime, si trovarono ben presto in prigione. Al tempo stesso le SA lanciarono un’ondata di violenza contro i movimenti sindacali, gli ebrei e altri “nemici”. Tuttavia, Hitler non aveva ancora la nazione in pugno. La nomina a Cancelliere e il suo uso dei meccanismi incastonati nella costituzione per approdare al potere hanno portato al mito della nazione che elegge il suo dittatore e del supporto della maggioranza alla sua ascesa. In verità Hitler divenne Cancelliere su nomina legale del Presidente, che era stato eletto dal popolo, ma né Hitler, né il partito disponevano della maggioranza assoluta dei voti. Nelle ultime elezioni libere, i nazisti ottennero il 33% dei voti, guadagnando 196 dei 584 seggi disponibili.


Anche nelle elezioni del marzo 1933, che si svolsero dopo che terrore e violenza si erano diffuse per lo Stato, i nazisti ricevettero solo il 44% dei voti. Il partito ottenne il controllo della maggioranza dei seggi al Reichstag attraverso una formale coalizione con il DNVP. Infine, i voti addizionali necessari a far passare il Decreto dei pieni poteri (Ermächtigungsgesetz), che investì Hitler di un’autorità dittatoriale, furono assicurati con l’espulsione dei deputati comunisti dal Reichstag e con l’intimidazione dei ministri del Partito di Centro.
Con una serie di decreti che arrivarono subito dopo, vennero soppressi gli altri partiti e bandite tutte le forme di opposizione. In soli pochi mesi Hitler aveva raggiunto un controllo autoritario senza aver mai violato o sospeso la costituzione del Reich, minando tuttavia il sistema democratico. Sfruttando infatti il quadro giuridico fornito dalla Costituzione, Hitler fece approvare dal Parlamento la legge che gli concesse i pieni poteri. È il 24 marzo del 1933 e tutti i partiti, anche quelli di ispirazione democratica che avevano governato in precedenza, votarono le norme che trasformano la Germania in una dittatura. Dopo l’espulsione dal Reichtstag dei comunisti solo la SPD votò contro la Ermächtigungsgesetz. In base a questo decreto, Hitler sciolse d’imperio tutti i partiti politici tedeschi e promosse soltanto il Partito Nazista ad unico partito ammesso in Germania (14 luglio 1933).

Per anni abbiamo sofferto la tortura del Diktat di Versailles che è diventato per noi ormai intollerabile. Danzica era ed è una città Tedesca. Il Corridoio di Danzica era ed è in Germania. Entrambi questi territori devono il loro sviluppo culturale esclusivamente al popolo Tedesco. Danzica è stata però separata dalla Germania e il Corridoio annesso alla Polonia. Come avviene in altri territori Tedeschi dell’Est, le minoranze Tedesche che vi vivono sono maltrattate nel modo più angoscioso. Negli anni 1919 e 1920 più di 1,000,000 di persone di sangue Tedesco sono state costrette a lasciare la madre patria.
Ho tentato più volte con mezzi pacifici di proporre la revisione dell’iniquo Trattato ed è una menzogna affermare che volevamo ottenerla con la costrizione. Quindici anni prima che il Partito Nazional Socialista salisse al potere c’è stata l’opportunità di concretizzare questa revisione con accordi ed intese pacifiche.
Non una ma più volte ho assunto personalmente l’iniziativa di formulare proposte per modificare questa intollerabile situazione, ma come sapete sono state tutte rifiutate. Erano proposte di limitazione degli armamenti e se necessario, perfino di disarmo; proposte per limitare la produzione di armi e per eliminare certi metodi di guerra moderna. Voi conoscete le proposte che ho presentato per sostenere la necessità di ristabilire la sovranità della Germania sui territori Tedeschi e sapete anche dei tentativi senza fine che ho intrapreso per trovare una soluzione pacifica al problema dell’Austria e più tardi a quello dei Sudeti, della Boemia e della Moravia. E’ stato tutto vano!
Non è ammissibile chiedere di risolvere pacificamente un problema e allo stesso tempo rifiutare ogni proposta di soluzione avanzata in questo senso. Non è neanche possibile affermare che chi si assume la responsabilità di realizzare questa revisione guardando ai propri interessi, trasgredisce la legge, poiché per noi il Diktat di Versailles non rappresenta affatto la legge. La firma su quel Trattato ci è stata estorta puntandoci una pistola alla testa e con la minaccia della fame per milioni di persone. E ora questo documento con la nostra firma estorta con la forza, viene solennemente proclamato legge!
Ho anche tentato di risolvere il problema di Danzica, del Corridoio etc. etc. proponendo una pacifica discussione tra le parti. Che il problema dovesse essere risolto era chiaro, ma per noi era altrettanto evidente che le potenze occidentali non avevano alcun interesse a risolverlo rapidamente. Per noi questo problema non ha un’importanza secondaria e non la può avere per coloro che ne soffrono.
Nel corso dei miei colloqui con i rappresentanti del Governo Polacco ho discusso le idée che vi ho illustrato durante il mio ultimo discorso al Reichstag. Nessuno potrebbe affermare che questa è una inammissibile procedura o una indebita pressione. Ho semplicemente formulato delle proposte e devo ancora una volta ripetere che non c’è nulla di più leale e ragionevole di quelle proposte. Vorrei dire questo al mondo; soltanto io sono stato in grado di fare quelle proposte, nonostante fossi consapevole che esse avrebbero incontrato l’opposizione di milioni di Tedeschi. Quelle proposte sono comunque state rifiutate! Non solo hanno risposto con la mobilitazione, ma hanno intensificato il terrore e la pressione contro i nostri compatrioti e condotto un lento strangolamento economico, politico e nelle ultime settimane anche militare, della città di Danzica.
La Polonia non era disposta né a risolvere la questione del Corridoio in modo equo, né ad ottemperare ai suoi obblighi nei confronti delle minoranze etniche. 
Devo qui affermare inequivocabilmente che i Tedeschi hanno rispettato questi obblighi; le minoranze che vivono in Germania non sono perseguitate. Nessun Francese che vive nel territorio della Saar può sostenere di essere oppresso, torturato o privato dei suoi diritti. Nessuno può affermare una cosa simile!
Per quattro mesi mi sono limitato ad osservare con calma gli sviluppi della situazione sebbene non abbia mai cessato, soprattutto negli ultimi giorni, di dare avvertimenti sui pericoli che si stavano creando. Tre settimane fa ho informato l’Ambasciatore Polacco che qualora la Polonia avesse continuato ad inviare a Danzica note in forma di ultimatum e non avesse posto fine alle inique misure doganali che stavano distruggendo l’economia della città, il Reich non sarebbe rimasto a guardare. Ho cercato di dissipare ogni dubbio sul fatto che la Germania di oggi non ha nulla in comune con quella del passato e che se qualcuno affermasse il contrario ingannerebbe se stesso.
Si è tentato di giustificare la persecuzione nei confronti dei cittadini di etnia Tedesca con il fatto che essi avrebbero commesso atti di provocazione. Io non so in cosa consisterebbero queste provocazioni compiute da donne e bambini, ma una cosa sicuramente so e cioè che nessuna grande Potenza può con onore assistere passivamente a questi eventi.
Ho compiuto l’ultimo sforzo accettando una proposta di mediazione presentata dal Governo Britannico secondo la quale Germania e Polonia si sarebbero dovute incontrare per tornare a discutere.
Ho accettato quella proposta e ho elaborato una serie di punti da porre in discussione che peraltro vi sono noti. Per due giorni interi insieme al mio Governo, abbiamo aspettato di sapere se fosse possibile per il Governo Polacco inviare o meno un plenipotenziario. Ieri sera ci hanno informato, attraverso il loro Ambasciatore, che stavano ancora considerando se e in quale misura erano in grado di accettare la proposta Britannica. Inoltre il Governo Polacco ci ha fatto sapere che avrebbe informato della propria decisione prima la Gran Bretagna.
Se il Governo Tedesco e il suo Capo tollerassero pazientemente tale trattamento, allora la Germania meriterebbe di scomparire dalla scena politica europea. E’ inoltre un grave errore interpretare il mio amore per la pace e la mia pazienza come segno di debolezza o addirittura di codardia. Ieri sera ho quindi deciso di informare il Governo Britannico che date le circostanze, non colgo nessun segno di buona volontà nel comportamento del Governo Polacco tale da dimostrare che esso desideri realmente condurre un serio negoziato.
Questi tentativi di mediazione sono purtroppo falliti perché nel frattempo ci è giunta come risposta l’improvvisa mobilitazione dell’esercito Polacco e la recrudescenza di atrocità commesse nei confronti di cittadini Tedeschi. Ciò si è ripetuto ancora ieri sera. Recentemente vi sono stati ventuno incidenti di frontiera in una notte e ieri sera ne sono avvenuti quattordici di cui tre molto gravi. Ho quindi deciso di usare con i Polacchi la stessa lingua che negli ultimi mesi essi hanno usato con noi. Questo atteggiamento da parte del Reich non cambierà!
Gli altri Stati Europei comprendono solo in parte la nostra posizione. Vorrei qui ringraziare soprattutto l’Italia che ci ha sempre sostenuto, ma voi comprenderete che per portare avanti questa battaglia non possiamo chiedere l’aiuto di un paese straniero. Noi la porteremo a termine autonomamente. Gli Stati neutrali ci hanno assicurato di mantenere la loro neutralità così come noi ci siamo impegnati a rispettarla.
Quando gli uomini di stato occidentali dichiarano che ciò influisce sui loro interessi posso solo rammaricarmi di tale affermazione, ma essa non può farmi recedere neanche per un momento dal compiere il mio dovere. Cosa si vuole di più? Ho solennemente assicurato, e lo ripeto, che non intendiamo chiedere nulla a questi Stati Occidentali nè mai lo chiederemo. Ho dichiarato inoltre che la frontiera tra la Francia e la Germania è definitiva.
Ho ripetutamente offerto la nostra amicizia e se necessario la più completa cooperazione alla Gran Bretagna, ma questa disponibilità non può essere unilaterale; deve trovare un eguale riscontro dall’altra parte. La Germania non ha interessi presenti e futuri di alcun tipo in Occidente e quindi ad Ovest la frontiera del Reich è immutabile. Nel dare questa assicurazione siamo profondamente sinceri e finché altri manterranno la loro neutralità noi la rispetteremo scrupolosamente.
Sono particolarmente felice di potervi parlare di un evento importante. Tutti voi sapete che la Russia e la Germania sono governate da due differenti dottrine politiche. Vi è solo un punto che doveva essere chiarito e lo è stato; e cioè che la Germania non ha alcuna intenzione di esportare il suo credo politico in Russia così come la Russia non ha alcuna intenzione di esportare il proprio in Germania. Non vedo più quindi alcun motivo di conflitto fra noi poiché su questo principio siamo entrambi d’accordo.
Ogni conflitto tra i due popoli si tradurrebbe in un vantaggio per altri e abbiamo perciò deciso di sottoscrivere un patto che esclude per sempre ogni ricorso alla violenza tra noi. Esso ci impone l’obbligo di consultarci preventivamente su alcune questioni Europee, rende possibile la cooperazione economica e soprattutto assicura la pace tra le due Potenze. Qualsiasi tentativo da parte Occidentale per modificare questo patto sarà destinato al fallimento.
Vorrei qui dichiarare che questa decisione politica è di grande importanza per il futuro. Russia e Germania si sono combattute durante la Grande Guerra ma ciò non avverrà una seconda volta. A Mosca questo Patto è stato salutato con entusiasmo esattamente come lo è stato da noi. Sottoscrivo parola per parola il discorso pronunciato da Molotov, Commissario agli Esteri Russo.
Sono determinato a risolvere (1) la questione di Danzica; (2) la questione del Corridoio; e (3) trovare il modo di migliorare le relazioni tra la Germania e la Polonia per assicurare ad entrambe una coesistenza pacifica. Sono fermamente deciso a lottare fino a quando l’attuale Governo Polacco non sarà disposto a perseguire insieme a noi questi obbiettivi o finché un altro Governo Polacco sarà pronto a farlo. Intendo eliminare dalle frontiere Tedesche questa situazione di incertezza e questa atmosfera da guerra civile. Farò in modo che al confine Orientale ci sia la pace esattamente come alle altre nostre frontiere.
Per ottenere ciò prenderò le necessarie misure che non siano in contraddizione con le proposte che ho rese note dal Reichstag al resto del mondo; vale a dire che non condurrò una guerra contro donne e bambini. Ho ordinato quindi alla nostra Aviazione di limitare i propri attacchi ad obbiettivi esclusivamente militari. Qualora il nemico pensi di avere carta bianca nel combattere con altri metodi, riceverà una risposta che lo ammutolirà.
Questa notte per la prima volta, soldati dell’esercito regolare Polacco hanno aperto il fuoco all’interno del nostro territorio. Dalle 5.45 di questa mattina abbiamo risposto al fuoco nemico e d’ora in poi risponderemo alle bombe con le bombe! Chiunque ricorra ai gas tossici subirà lo stesso trattamento! Chiunque eluda le regole di guerra può solo aspettarsi che ci comporteremo allo stesso modo. Continuerò a lottare, non importa contro chi, fino a quando non sarà garantita la sicurezza del Reich e il rispetto dei suoi diritti.
Per sei anni ho lavorato per la ricostruzione delle forze armate di difesa della Germania e sono stati spesi per questo molti miliardi di Marchi. Ora esse sono ad un livello che non trova paragone con quello esistente nel 1914. La mia fede in esse è incrollabile. Se ora chiedo sacrifici al popolo Tedesco e se necessario ogni sacrificio, ho il diritto di farlo poiché anch’io oggi sono pronto a compierli.
Non ho chiesto a nessun Tedesco di fare più di quanto io stesso non sia stato pronto a fare durante questi quattro anni. Per i Tedeschi non ci saranno privazioni alle quali io stesso non mi sottoporrò. La mia vita d’ora in poi apparterrà più che mai al mio popolo. Da oggi sarò il primo soldato del Reich Tedesco. Ho indossato ancora una volta quell’uniforme, la più sacra e cara per me, e non la toglierò finché la vittoria non sarà certa.
Qualunque cosa dovesse accadermi, il mio successore sarà il Camerata Göring e qualunque cosa dovesse accadere a Göring, il successore sarà il Camerata Hess. Avete quindi il dovere di riservare ad essi la stessa lealtà e la stessa cieca obbedienza che assicurate a me. Qualora accadesse qualcosa al Camerata Hess, allora verrà convocato il Senato che sceglierà al suo interno il mio più degno e coraggioso successore.
Come Nazional Socialista e come soldato Tedesco mi accingo a combattere questa battaglia con cuore indomito. La mia vita non è stata altro che una continua lotta per il mio popolo e per la Germania. C’è una sola parola d’ordine per questa lotta: “fede in questo popolo” e una sola parola non ho mai voluto imparare: “la resa”!
A coloro che temono di dover affrontare tempi duri, ricordo che una volta un Re Prussiano, con uno stato ridicolmente piccolo, si oppose ad una forte coalizione e dopo tre guerre alla fine uscì vincitore perché quello Stato possedeva quel cuore indomito di cui noi oggi abbiamo bisogno. Vorrei perciò informare il mondo che un Novembre 1918 non si ripeterà mai più nella storia della Germania. Così come io sono pronto in qualunque momento a rischiare la mia vita, chiedo a tutti i Tedeschi di comportarsi allo stesso modo.
Chiunque pensi di potersi opporre direttamente o indirettamente a questo impegno nazionale, crollerà. Non abbiamo nulla a che fare con i traditori e siamo tutti fedeli ai nostri vecchi principi. Non è importante che noi viviamo, ma è essenziale che il nostro popolo viva, che la Germania viva! Il sacrificio che ci viene chiesto non è più grande di quello compiuto da molte altre generazioni. Se formeremo una comunità strettamente legata da un solenne giuramento, pronti ad affrontare qualunque avversità, risoluti a non arrenderci mai, allora la nostra volontà ci permetterà di superare ogni difficoltà. Vorrei chiudere con una frase che pronunciai quando iniziai la battaglia per il potere: “Se la nostra volontà sarà tanto forte da non essere vinta dalla fatica e dalla sofferenza, allora la potenza della Germania prevarrà.”

Il remake di “Wannabe” aiuta le donne

20 years on – Girl Power being used to empower a new generation. I’m so proud of The Global Goals #‎WhatIReallyReallyWant”. E’ l’annuncio apparso sui canali social dell’ex Spice Girls Viktoria Beckham (ora apprezzatissima designer del suo omonimo marchio), per promuovere la campagna di sensibilizzazione di The Global Goal, che si impegna a dar voce alle donne.

#‎WhatIReallyReallyWant (cosa voglio davvero) è l’hashtag lanciato sui social, che invita le donne di tutto il pianeta (senza distinzione di razza o credo religioso) a condividere una loro foto con allegato ciò di cui hanno bisogno. Le immagini ricevute, saranno tutte catalogate ed inviate ai leader mondiali delle Nazioni Unite.

Il contributo di Posh Spice è apparso su Facebook con  la pubblicazione del remake della celeberrima hit “Wannabe“, riprodotta da un gruppo di artiste proveniente da diverse nazione con l’obiettivo di denunciare le disuguaglianze di genere.

Credo che questo video sia una splendida idea. È davvero favoloso che dopo venti anni l’eredità delle Spice Girls, venga utilizzato per incoraggiare e rendere più forte una nuova generazione“, ha dichiarato la signora Beckham.

 

 

Paris Haute Couture: l’alta moda boho chic di Zuhair Murad

Haute Couture Murad


Abiti eleganti preziosi come gemme, che dalle gemme prendono in prestito anche le brillanti sfumature: rubino e lapislazzulo, viola imperiale, caprifoglio e oro antico. La palette che ha sfilato sulla passerella della Paris Haute Couture firmata Zuhair Murad è luccicante e sfarzosa. Lo stilista libanese interpreta il suo amore per il lusso in chiave boho-chic con abiti lunghi movimentati da balze e frange. L’eccesso di decorativismo è stemperato dall’uso di elementi nuovi, il cardigan lungo e gli stivali alti, il cinturone in vita e il cappello a tesa larga da principessa cowgirl. Pizzo, seta, chiffon, velluto creano giochi di trasparenze un po’ regali e un po’ gipsy, in un mix di sfumature sensuali. In questo quadro Zuhair Murad inserisce con grazia l’ispirazione derivata dalle tele di Klimt, i cui elementi pittorici sono ripresi e dipinti a mano su abiti ampi dal corpino affusolato.


Il vero coup de théâtre, come in ogni collezione d’alta moda che si rispetti, arriva alla fine: la sposa di Zuhair Murad è una delle più attese sulle passerelle della Paris Haute Couture. Il designer abbandona il casto bianco per un oro anticato che ricorda gli abiti opulenti della Principessa Sissi. «Volevo renderlo un po’ vintage – ha dichiarato Murad parlando dell’abito che ha concluso la sfilata – come quando guardi una vecchia fotografia, con un tocco boho gipsy chic».


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Fendi festeggia 90 anni di moda a Fontana di Trevi

Tutto ebbe inizio nel 1918, quando Adele Casagrande aprì un laboratorio di pellicceria. L’unione con Edoardo Fendi, fece mutare il nome dell’azienda. Nasce così, la storia di una grande casa di moda.

Un susseguirsi di successi, esportano la maison romana oltre confine nazionale. E’ il periodo a cavallo tra gli anni ’30 e gli anni ’40 quando gli accessori producono un boom di richieste.

Quando nel 1946, i fondatori avvertono la necessità di ritirarsi, sono gli eredi a prendere le redini dell’azienda che potranno servirsi  del supporto di Karl Lagerfeld qualche anno più tardi.

 

Fendi Couture Fall 2016

 

 

Legends and Fairy Tales“, la sfilata evento che si è tenuta a Roma, è stata l’occasione per celebrare i fasti di una grande maison.

La Fontana di Trevi (da poco restaurata da Fendi), ha accolto meravigliosamente gli invitati (200) per festeggiare il 90° anniversario dall’apertura, nel 1926, della prima boutique in via del Plebiscito a Roma.

Tra i volti celebri pronti ad applaudire ed ammirare la collezione curata da Karl Lagerfeld, c’erano Carla, Alda ed Anna (tre delle mitiche cinque sorelle Fendi), Bernard e Alexander Arnault (CEO di Lvmh), Silvia Venturini Fendi, Dario Franceschini (ministro del Turismo e dei Beni Culturali), Luca Cordero di Montezemolo e le attrici Kate Hudson, Ornella Muti, Ginevra Elkann e Gong Li.

 

Fendi Couture Fall 2016

 

 

La passerella in plexiglass fatta montare nella fontana progettata da Nicola Salvi nel 1732, lascia sospese le modelle che ancheggiano sicure indossando abiti di alta sartoria. I capi raccontano storie fantastiche, desunte dalle fiabe dell’estremo Nord di primi 900 raccolte in “East of the Sun and West of the Moon”, considerato dai collezionisti un gioiello di art nouveau interpretato da Karl Lagerfeld su abiti e pellicce.

Il vello della lince, confeziona una pelliccia dal valore commerciale di un milione di euro; mentre circa 1200 ore di lavoro, hanno tenute impegnate le sarte nei laboratori per poter confezionare il cappotto in breitschwanz bianco in visone, ricami in mohir e pizzo.

Il gioco di luce che riflette nell’acqua, amplifica la bellezza delle giacche bucoliche così come gli abiti, decorati con fantastiche corolle in pelliccia per un mirabile effetto 3D.

 

Fendi Couture Fall 2016

 

 

Dall’ henturage di Lagerfeld sono trapelate le prime indiscrezioni sulla collezione: “Abbiamo lavorato sulla leggerezza, chiedendoci come usare la pelliccia nel modo più leggero possibile e cercando di dissacrare i capisaldi della pellicceria”.

A celebrare i fasti di maison Fendi, una mostra in programma al Palazzo della Civiltà italiana fino al 29 ottobre e il libro  “Fendi Roma” di 272 pagine con oltre 300 illustrazioni, dedicato alla storia del marchio romano.

 

 

 

 

Fonte cover corriere.it

Fonte immagine WWD

Valentino Haute Couture: si ispira a Shakespeare l’ultima collezione Piccioli-Chiuri

Ha chiuso la settimana dell’haute couture parigina la sfilata Valentino. È tempo di addii per la storica maison italiana: la collezione Autunno/Inverno 2016-2017 chiude infatti il sipario sul prolifico sodalizio artistico tra Maria Grazia Chiuri e Pierpaolo Piccioli.

Sono confermate le voci secondo le quali la stilista sta per abbandonare la direzione artistica del brand italiano per ricoprire- prima donna nella storia- lo stesso ruolo in casa Dior. I due stilisti -diplomati presso l’Istituto Europeo del Design di Roma- si separano dopo ben 26 anni di sodalizio artistico: correva l’anno 1990 quando i due iniziavano la loro carriera da Fendi, per poi passare a Valentino, dove hanno trascorso insieme ben 18 anni.

Ma quello che è andato in scena nella mirabile cornice dell’Hôtel Salomon de Rothschild di Parigi è stato uno spettacolo emozionante, direttamente ispirato al teatro elisabettiano. In tempi in cui i social media divengono palcoscenico digitale delle relazioni umane, l’omaggio a William Shakespeare e al palcoscenico della vita diventa fonte d’ispirazione originale e quantomai suggestiva.

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In passerella si alternano ben 40 outfit, con cui Chiuri e Piccioli omaggiano Shakespeare in occasione del quarto centenario dalla sua morte. Tra gorgiere elisabettiane e corazze, sfila un Amleto in gonnella dall’animo ribelle e dal portamento fiero. Ogni outfit diviene un’allegoria dei sentimenti umani: Onore, Invidia, Fiducia, Regalità, Segretezza, Magnanimità, Innocenza, Eccentricità ecc. sono quasi ancelle di un disegno più grande che coinvolge la natura umana e la sua anima multiforme.

La donna Valentino Haute Couture è una valorosa combattente che sfoggia calzamaglia e corazza: austera ed enigmatica, ma anche moderna, alterna maxi dress dal piglio solenne e teatrale a pantaloni da indossare rigorosamente con stivali al ginocchio in cuoio nero e suola carrarmato uniti a blazer aderenti. Non mancano suggestioni punk, tra intarsi di pelle e tulle e nero all over, ma anche borchie. Gotica e ribelle, la collezione alterna linee monastiche allo sfarzo di una couture che torna ad emozionare.

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La camicia bianca ritorna in auge come capo passepartout. Prevalgono colori neutrali, ma anche viola, oro e bronzo. Sul finale tripudio di rosso cardinalizio per mantelli solenni da papessa: a metà tra Anna Bolena ed Elisabetta I, lirica e animo dark si mixano in un gioco di ispirazioni e rimandi. Largo anche a nude look e capispalla preziosi decorati con patchwork di stoffe antiche e pregiate e ricamati con motivi fantastici, che ricordano i bestiari medievali ma anche creature mitico-leggendarie come draghi e unicorni. In passerella largo a lana e velluto e perle e jais, per abiti preziosi, la cui complessa realizzazione è maturata in migliaia di ore di laboriosa tecnica artigianale. L’alta sartoria diviene anche per Valentino, come già accaduto per Chanel Haute Couture, protagonista assoluta nonché deus ex machina per realizzare giochi e passamanerie preziose. Tra i nomi dei capi Thanatos, che ricorda una corazza, e la Valorosa, a cui il duo di stilisti è particolarmente legato. Cinquecento e anche mille ore di lavorazione sono state necessarie per confezionare questi capi.

Citazioni shakespeariane impreziosiscono lunghi abiti scuri, che si alternano a mantelli ove prevale il black & white, tra insoliti maxi pois e decorazioni; broccati preziosi omaggiano l’età elisabettiana, tra ricami e giochi di organza e taffetà.
Al collo l’Amleto in gonnella sfoggia ricchi gioielli e medaglioni d’oro, realizzati con la collaborazione di Alessandro Gaggio. Superbo il make up firmato Pat Mcgrath con pettinature realizzate da Guido Palau.

(Tutte le foto sono tratte da Madame Figaro)


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Tony Ward: sfila a Parigi l’eleganza di un cigno

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Ha sfilato a Parigi la haute couture firmata Tony Ward. A calcare la passerella una diva che sembra uscita direttamente dalla Dolce Vita: sfarzo, opulenza e delicata eleganza nei lunghi abiti a sirena che si alternano sul défilé.

Tripudio di piume all over e trionfo di delicata eleganza, ricca di tagli couture, istrionismi e giochi che rivelano la maestria del couturier libanese, che ci ha da tempo abituati al suo estro creativo.

Mantelli impreziosiscono abiti da gran soirée, quasi come ali di un cigno: la donna Tony Ward è regale e principesca. Dettagli studiati con certosina precisione illuminano la sofisticata couture che strizza l’occhio alla vecchia Hollywood. Suggestioni Fifties nelle gonne a ruota di certi capi. La palette cromatica abbraccia toni neutri spezzati qua e là dal nero e dal rosso scarlatto e da un blu illuminato da intarsi e ricami preziosi.

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(Tutte le foto sono tratte da Madame Figaro)


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Alexandre Vauthier: couture contemporanea:

Il piano per salvare MPS creerà scompiglio in Europa?

I mercati finanziari europei sono scossi dalla Brexit ma un’altra crisi si profila all’orizzonte, una discussione su poche decine di miliardi di euro può scatenare una crisi in un mercato da 16 mila miliardi.


Il governo deve spendere, secondo le stime, 45 miliardi per sostenere il sistema bancario italiano ma le autorità europee potrebbero impedire a Renzi di intervenire e questa situazione sta creando una ulteriore instabilità nei mercati.


Il crollo delle banche in borsa fa sembrare l’orizzonte particolarmente scuro. Le azioni di Monte dei Paschi di Siena sono scese dell’80% negli ultimi 12 mesi e vengono scambiate al 10% in meno del loro valore nominale. La banca ha bisogno di nuovo capitale e con un crollo simile in borsa il mercato non sarà disposto a fornirglielo.


Il sistema bancario italiano non ha bisogno di una cifra gargantuesca per risollevarsi, si parla di 200 miliardi di euro.
Le banche dal conto loro hanno messo da parte un capitale significativo per assorbire questi crediti in sofferenza valutandoli al 40% del loro valore originale ma secondo gli investitori questo è stata una previsione ottimistica.


L’opinione più diffusa è che le banche debbano stringere i denti e valutare questi crediti ancora meno ma questo costerebbe. Le perdite in questo scenario sono stimate intorno ai 40 miliardi per la precisione.
La soluzione più logica sarebbe quella di far coprire il buco al governo un po’ come fecero gli Stati Uniti nel 2008 quando diedero un aiuto alle banche da 700 miliardi di dollari.


Peccato che questa pratica sia illegale nell’UE. La regolamentazione è stata introdotta per proteggere i contributori e forzare gli investitori ad esporsi in caso di problemi.
Gli investitori prestano soldi alle banche acquistando titoli che verranno poi tasformati forzatamente in azioni in modo che possano assorbire ogni nuova perdita derivante dai crediti in sofferenza. Questo è un cosiddetto bail-in, le azioni alla fine del processo varranno meno dei titoli e gli investitori perderanno dei soldi.


Un sistema che funziona in molte economie ma in Italia no. Nel Belpaese i piccoli investitori hanno gran parte dei titoli. Le famiglie, è stimato, detengono un terzo dei debiti delle banche per cui un bail-in si trasformerebbe in un peso molto pesante da sostenere in un momento di crisi come questo dalle famiglie italiane. Questo non è tutto, però, i piccoli investitori potrebbero spaventarsi e smettere di acquistare titoli oltre a ritirare i proprio depositi bancari. Da una situazione brutta si potrebbe finire in una situazione disastrosa.


Il governo potrebbe decidere di concentrare le perdite sugli investitori più forti ma una mossa di questa manderebbe nel panico gli investitori. Qui entra in gioco l’UE.
I leader europei potrebbero pensare di chiudere un occhio sulle regolazioni consapevoli della situazione finanziaria causata dalla Brexit.
Una via, all’interno dei regolamenti, potrebbe essere trovata.


Le regolamentazioni prevedono delle eccezioni al concetto di aiuto di stato, ad esempio se un bail-in causasse dei risultati sproporzionati.
Forzare un bail-in sui piccoli investitori in questo momento storico potrebbe essere considerato un risultato sproporzionato.
Certo questa sarebbe una soluzione una tantum, i problemi italiani rimarrebbero e prima o poi dovranno essere affrontati.

Sfila a Parigi la dark lady di Jean Paul Gaultier

Sfila a Parigi l’haute couture firmata Jean Paul Gaultier: non si sono fatti attendere, come di consueto, emozioni e colpi di scena sulla passerella, per una collezione Autunno/Inverno 2016-2017 ricca di charme. Opulenza è la parola chiave per capi altamente scenografici e sofisticati.

Pellicce e maxi dress aprono il défilé: tripudio di eleganza declinata in chiave retrò. Le modelle indossano copricapi dalle suggestioni esotiche. La palette cromatica attinge alla natura, puntando sui toni scuri e nuance tipicamente autunnali: kaki, verde oliva, ruggine, marrone predominano in una collezione che si ispira all’Oriente e ai suoi giardini ricchi di colori. Il legno rivive sulle stampe che caratterizzano le prime uscite: mogano e ispirazioni zen impreziosiscono jumsuit e capispalla.

La donna Jean Paul Gaultier è una femme fatale dal retrogusto dark: i lunghi abiti in satin impalpabile e colori cangianti le conferiscono un’allure da diva d’altri tempi che anela però a recuperare un contatto primigenio con la natura. I dettagli piumati incantano, per una couture che qua e là ci dedica ancora inaspettati exploit: il corsetto, capo che rese celebre Gaultier, impreziosisce lunghi abiti da gran soirée, tra pellicce e trasparenze audaci. Largo a geometrie e lampi di luce glitter che attinge alla disco music anni Ottanta, di cui in sottofondo risuonano le note. Una sfilata teatrale, per una diva contemporanea.

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(Tutte le foto sono tratte da Madame Figaro)


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Chanel: in passerella omaggio all’atelier

Alexandre Vauthier: couture contemporanea

Versatile, grintosa e contemporanea la donna Alexandre Vauthier, che ha sfilato nell’ambito dell’Haute Couture parigina. Suggestioni urban e appeal metropolitano per un Autunno/Inverno 2016-2017 all’insegna del glamour. La donna che calca la passerella sfoggia self-confidence da vendere ed eleganza felina: una femme fatale che alterna tailleur impeccabili a trench dal piglio sartoriale.

Grandi fiocchi impreziosiscono jumpsuit e minidress: sopra largo a giacche sartoriali e capispalla profilati di pelliccia. Il trench diventa quasi un abito da sera, arricchito da cinture borchiate che strizzano le curve e da spalle oversize. Sensualità allo stato puro negli abiti da sera interamente ricoperti di paillettes, che non lesinano in scollature e spacchi hot.

Strass e satin dominano la passerella, per una couture contemporanea che gioca con pochi pezzi reinventandoli in modo istrionico e sorprendente. La palette cromatica vede nero all over, kaki, beige e toni argentati. In passerella Jourdan Dunn e Bella Hadid, che chiude la sfilata indossando un lungo abito nude look impreziosito da ricami e paillettes. Nel front row spiccano Emmanuelle Seigner e Cécile Cassel, Carine Roitfeld e Laeticia Hallyday.

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(Tutte le foto sono tratte da Madame Figaro)


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BEAUTY – Alta Moda Parigi, i Make-up design per la stagione autunno-inverno 2016-17

BEAUTY – Il 6 Luglio sale in passerella l’alta moda per l’Autunno-Inverno 2016-17. In queste sfilate come protagonisti non vedremo solo gli abiti, ma anche il make-up.
In questo articolo troverete anche frammenti di backstage dell’haute couture show, con tutti i rispettivi close-up dei make-up scelti. Il trucco e’ stato affidato al team della L’Oreal Paris e Mac Cosmetics. I capo truccatori sono dei professionisti nel settore da piu’ di vent’anni, che , ad ogni stagione ci stupiscono con il loro estro creativo, ispirando intere generazioni di truccatori, beauty blogger, fashion victims e semplici amatori.
A seguire i capolavori di Tom Pecheaux, Val Garlard, Romi Soleimani e Pat Mcgraph. Tutti considerati Guru del make-up del ventunesimo secolo.


CHANEL COUTURE
Key Make-up artist: Tom Pecheaux
Tom, sceglie un look drammatico composto da una base tipica Chanel, ovvero molto leggera ma blushy, e sugli occhi, piu’ precisamente sulla rima ciliare inferiore, usa delle ciglia finte tagliate in modo triangolare verso il basso per dare un effetto grafico al make-up e dona un carattere deciso a chi lo indossa.


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Makeup executed by Chiara Guizzetti




Giambattista Valli
Key make-up artist: Val Garland
Per questa sfilata, Val dirige il team Mac Cosmetics, scegliendo di applicare l’effetto dewy, ovvero pelle cosi luminosa da sembrare bagnata, come focus per tutto il make-up.


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Makeup executed by Chiara Guizzetti




J-MENDEL
Key Make-up artist: Romy Soleimani
Romy adopera l’oro come colore base sugli occhi, aggiungendo il gloss come dettaglio, per far risplendere ancor di piu’ il colore. La base, come la maggior parte dei truccatori hanno utilizzato, e’ una base molto naturale, fresca e luminosa.


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Makeup executed by Chiara Guizzetti




VALENTINO COUTURE
Key Make-up artist: Pat Mcgrath
Premettendo che Valentino ha creato una collezione da un’atmosfera punk-principesca, ed anche un po’ pirata. Pat ha dunque rispettato il mood degli abiti ricreando un make-up fiabesco, dall’atteggiamento ribelle. L’hairstyling e’ stato l’elemento che ha caratterizzato il lato piratesco della collezione.


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coolchicstyle.com




Atelier Versace
Key Make-up Artist: Pat Mcgraph
Per la sfilata di Versace, Pat ha realizzato due diversi make-up look, per poter far si che il trucco si sposi armoniosamente con gli ambiti.
Innanzitutto facciamo una piccola premessa, la Mcgraph utilizza ad ogni catwalk la sua linea personale di makeu-up, prodotti difficile da reperire, ma puntualmente, lei li elenca su instagram per rendere pubblica la scelta dei prodotti utilizzati.
Nel primo trucco ha applicato al centro della palpebra il suo pigmento oro (#phantom00), resa ancor piu’ luminosa dall’eye gloss aggiunto sopra. Labbra rosse e glittery, che donano eleganza ma allo stesso tempo modernita’.


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Come secondo make-up ha mantenuto una base nude, lavorando esclusivamente sugli occhi disegnando una fantastica maschera color blu pastello.


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vogue.it


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Instagram, Pat Mcgraph

Pierpaolo Piccioli nominato unico stilista di Valentino

 

Breaking News: maison Valentino, ha appena annunciato via Twitter, la nomina di Pierpaolo Piccoli, unico designer della griffe italiana.

Dopo 25 anni di sodalizio creativo e di soddisfazioni professionali ci siamo dati l’opportunità di proseguire il nostro cammino artistico in modo individuale con l’augurio reciproco di ulteriori grandi successi” hanno dichiarato i due designer.

 

Portrait by Pier Even

Portrait by Pier Even

 

 

Da tempo, ormai, si rincorrevano le voci di una possibilità chiamata di Maria Grazia Chiuri, alla direzione creativa di maison Dior, attualmente non ancora confermata. “Ringrazio il Sig. Valentino Garavani e il Sig. Giammetti per il sostegno avuto in questi anni e per quanto ho imparato da loro. Ringrazio il Dott. Sassi e tutte le persone che lavorano nell’azienda Valentino per il sostegno avuto in questi anni. Ho condiviso con Pierpaolo gran parte della mia vita lavorativa ed è stata un’esperienza di molti successi creativi insieme. Sono pronta a rimettermi in gioco”, ha commentato la designer in una nota ufficiale.

Dopo otto anni di successi accanto a Pierpaolo, la strade lavorative dei due designer, si dividono.

L’ultima collezione Haute Couture presentata il 6 luglio scorso, è stata l’ultima prova artistica che la superba designer ha affrontato in maison Valentino; ora spetta a Pierpaolo l’onore e l’onere di mantenere alti, gli standard qualitativi ed estetici della griffe.

Stefano Sassi, CEO di Valentino S.P.A. ha così commentato il nuovo percorso che si appresta ad affrontare il marchio: Tutto quello che abbiamo fatto in questi anni di rilevante sarebbe stato impossibile senza il talento, la determinazione e la visione di Maria Grazia Chiuri e Pierpaolo Piccioli che insieme hanno contribuito a fare di Valentino una delle aziende di moda di maggiore successo. Si apre una nuova entusiasmante fase per il brand sotto la leadership creativa di Pierpaolo Piccioli. L’azienda è fortemente determinata a continuare il processo di affermazione e sviluppo realizzato negli ultimi anni”.

 

 

Fonte cover Harper’s Bazaar

 

Viktor & Rolf: l’essenza dell’Haute Couture parigina

Il passato si unisce al futuro. Sembra questa la filosofia del duo di stilisti Viktor Horsting e Rolf Snoeren, fondatori del marchio Viktor & Rolf che hanno, per così dire, riciclato i materiali di scarto delle collezioni precedenti, per il progetto Haute Couture appena presentato a Parigi.

Paillettes, bottoni, lembi di stoffa lasciati in magazzino, ora riprendono a vivere su abiti couture, artisticamente appariscenti.

Il tulle, è il protagonista di questo defilé: decora felpe, abiti e capispalla. Dona volume ai capi, spesso anche esasperandoli. La pesantezza dei parka, inasprisce le delicatezza del tutte.

 

Viktor & Rolf Couture Fall 2016

 

 

Sembrano abiti “impressionisti”, con macchie di colore caleidoscopici. Le sfumature del verde ed ancora del blu: i tessuti s’intrecciano e creano validi giubbini da portare su gonne vaporose e jeans con taglio vivo e applicazioni. La donna di Viktor & Rolf, è libera: libera di esprimere la propria personalità, il proprio gusto estetico, non tenendo conto del giudizio altrui.

 

Viktor & Rolf Couture Fall 2016

La collezione è un chiaro omaggio all’arte, primaria fonte di ispirazione per Horsting e Snoeren che hanno trasferito, in ogni collezione da loro sviluppata, tutto il proprio sapere in ambito artistico.

Durante il defilé è stato presentato, inoltre, un abito bianco: il preavviso della prima collezione bridal della griffe che sarà presentata a breve (qui, l’anticipazione del nuovo progetto di Viktor & Rolf).

 

 

 

Fonte cover madame Figaro

Fonte immagini ph Giovanni Giannoni

 


						

Haute Couture: Elie Saab e la sua dedica a New York

Elie Saab


Elie Saab è il principe dell’haute couture, da quando ha cominciato a calcare le passerelle con le sue creazioni. Romantiche, sensuali, regali e un po’ disneyane, le sue sfilate sono una garanzia di sogno ad occhi aperti. Per la Paris Haute Couture 2016, lo stilista libanese ha scelto di dare un taglio più concreto ai suoi vestiti da sogno, prendendo come ispirazione la città che non dorme mai. New York City fa infatti da filo conduttore alle uscite dell’alta moda autunno inverno 2016-17, condensata in due elementi estetici: il profilo Art Deco dello skyline e gli uccelli variopinti che ne solcano il cielo. Il Chrysler Building diventa arioso, etereo, riprodotto su abiti di tulle e velluto con profonde scollature, mentre colombe e gabbiani prestano le loro piume a raffinate creazioni in velluto. Piume e cristalli spezzano la leggerezza dello chiffon in ball-gowns da principessa, seta e velluto modellano abiti a colonna con lunghi spacchi.


La collezione risulta nel complesso più tesa, concreta, strutturata di altre, ma non cancella l’atmosfera fiabesca che Elie Saab è sempre capace di creare. Gli abiti da moderna principessa assumono solo un piglio più deciso, moderno e metropolitano. La novità di stagione? Alla Paris Haute Couture, lo stilista ha presentato le sue prime creazioni d’alta moda per bambine, che riproducono fantasie e decorazioni delle versioni adulte per piccole abitanti di una New York da fiaba.


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La seconda stagione di Mr. Robot sarà ancora più dark

Hollywood è il mondo degli hacker hanno sempre avuto un pessimo rapporto, i film o le serie televisive che si sono cimentate con il mondo dell’informatica e degli hacker in particolare hanno sempre prodotto performance al limite della parodia, Mr. Robot è un piccolo diamante che spunta da un blocco di carbone.


Mr. Robot ha colto di sorpresa tutti l’anno scorso, un network improbabile per un prodotto di questo tipo, un attore che era una scommessa a certi livelli. Lo show è ispirato a movimenti reali come Anonymous e Occupy e racconta di un programmatore anarchico che dichiara guerra al mondo delle multinazionali, che vuole creare un mondo migliore distruggendo i suoi fondamenti finanziari.


Mr. Robot ha parlato di problemi che preoccupano le persone come la perdita di privacy e la tirannia di smartphone e social networks. L’attualità dello show a volte ha sorpreso, a volte ha addirittura creato problemi. Un hack mette in imbarazzo una società, come nel caso Ashley Madison e un dirigente di una società si uccide in diretta tv, questa puntata è stata addirittura posticipata dopo che nei giorni in cui doveva andare in onda un omicida ha ucciso due reporter americani in diretta tv.


Rami Malek, poi, è stato perfetto nel ruolo di Elliot, un hacker dotatissimo ma altamente instabile e con profondissimi problemi sociali per giunta dipendente da morfina.
Elliot è anche il punto di vista da cui lo spettatore vede il dipanarsi della storia e questo punto di vista continua a cambiare, passando da un personalità di Elliot a un’altra in un modo che ricorda altri grandi personaggi televisivi con una personalità travagliata come Tony Soprano o Don Draper.


La seconda stagione è carica di aspettative e di domande che nascono dal finale della prima stagione.
Il Mr. Robot di Christian Slater era una allucinazione di Elliot basata sul suo padre ormai morto. Un colpo di scena stile Fight Club che però fa pensare alla luce del ritorno di Slater nella prossima stagione.
Mr. Robot continuerà a essere una spalla insistente e, a volte, antagonista che non perderà importanza nonostante il suo, ormai acquisito, status di persona immaginaria.


Mr’ Robot non ha avuto moltissimi spettatori ma tra i pochi che lo hanno seguito è stato un successo come non se ne vedevano da tempo per questo la NBC ha deciso di investirci pesantemente in termini di pubblicità e visibilità.
Lo show poi sarà allargato, dai 10 episodi della prima stagione si arriverà ai 12 di questa, arriveranno attori più famosi e ci sarà un after show come per le serie più importanti.


Il primo episodio della seconda stagione comincia poco dopo la fine della prima in cui un attacco hacker aveva cancellato tutto il debito e mandato il mondo nel caos. Vengono spiegate alcune scene della scorsa stagione e i risultati dell’attacco. Gli amici di Elliot sono presi più in considerazione. Personaggi come Angela, l’amica di Elliot e Darlene, la sorella hacker, avranno dei ruoli più centrali.


Lo show avrà dei toni ancora più dark che rappresenteranno la progressiva caduta di Elliot nella follia.
Questa seconda stagione, secondo il produttore Sam Esmail, segnerà l’inizio di una nuova parte della storia che potrà, potenzialmente, andare avanti 4 o 5 stagioni.
Elliot inizierà un viaggio all’interno di sé stesso che lo porterà ad affrontare le sue questioni irrisolte e che sarà rappresentato dalle sue interazioni con Mr. Robot.
Le caratteristiche per fare il grande salto in una vera serie cult ci sono tutte.

Paris Haute Couture. Il grande debutto di Alberta Ferretti

“Ho esplorato le suggestioni che provoca il mare, quella parte del globo terrestre che affascina per la sua liquidità, un mondo che ancora oggi sa proteggere quel “desiderio di desiderabilità” che la moda contemporanea deve ritornare a esprimere e a raccontare”.

Alberta Ferretti, non usa mezzi termini per commentare l’idea creativa della collezione Alberta Ferretti Limited Edition, per la prima volta presentata nei saloni affrescati dell’atelier della maison (nel cuore della Ville Lumière), durante la Paris Haute Couture.

 

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Romantici ed eterei, gli abiti presentati per l’occasione sono stati creati per far sognare le donne. Vestiti che accarezzano le corde del sentimento, evocativi.

Sofisticati e al contempo sensuali, di certo preziosi con cristalli che catalizzano la luce e la riflettano al mondo esterno.

 

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Gli anni venti, riecheggiano negli abiti charleston. Le gonne ballon esasperano la loro ampiezza con piume leggiadre; le frange, decorando long dress e abiti corti con ricami sul davanti; stelle marine, conchiglie e coralli, rafforzano il progetto creativo di madame Alberta Ferretti e decorano, preziosamente, dress in seta dai toni noir.

La palette di colori è variopinta. Il blu, accarezza dolcemente le tonalità del mare e viene accostato, sapientemente, con il bianco, l’ocra, il nero e lo smeraldo.

 

 

 

 

Fonte cover Madame Figaro

Fonte Immagini ph Marcus Tondo

Chanel: in passerella omaggio all’atelier

Ha sfilato a Parigi nell’ambito della haute couture l’Autunno/Inverno 2016-2017 firmato Chanel. Nessun coup de théâtre, non c’è spazio per indugiare in istrionismi: ago e filo, manichini, cartamodelli e macchine da cucire divengono protagonisti assoluti di una sfilata che trascende i confini della mera passerella per entrare nel laboratorio.

L’atelier di Coco Chanel rivive in diretta sul défilé e la passerella viene invasa dai sarti e dagli artigiani, coloro che, con lavoro certosino, confezionano le stesse collezioni. È così che le quattro sarte première accompagnano kaiser Karl sulla passerella: le sarte divengono principali interpreti di una sfilata che intende omaggiare l’essenza stessa del concetto di haute couture.

Trionfo di tweed e lana bouclé per le prime uscite: giacche in primo piano, capo evergreen della maison. Couture (poca) si unisce al refrain nel segno della tradizione. Beige e marrone ma anche nero, rosa e azzurro dominano la palette cromatica. Seguono a ruota abiti ricamati. Stoffe pesanti per gonne longuette, pantaloni larghi alla caviglia, boleri, ricami. Banditi i gioielli e le borse, che pure costituiscono da sempre una delle maggiori eredità di mademoiselle Coco.

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Sfila al Gran Palais una collezione all’insegna dell’austerity. Rigore e sobrietà nei tailleur in tweed con spalle oversize che si alternano sulla passerella. Poche le citazioni alla maison di rue Cambon, solo qua e là sbuca qualche spilla raffigurante la celebre camelia. Le mannequin indossano stivali neri aderenti come calze, guanti a mezze dita e capelli raccolti in uno chignon. La femminilità è appesantita dalle proporzioni, pochi accenni alla dolcezza oltre ai cerchietti con fiocchetto bon ton tra i capelli delle modelle. Gli abiti da sera sono declinati in un black & white dalle suggestioni optical: largo a tulle e organza per mantelli che sovrastano i capi da gran soirée.

In passerella sfila Mariacarla Boscono, mentre il front-row è invaso da vip, a partire da Willow Smith, nuova musa di Karl Lagerfeld, Caroline de Maigret, Milla Jovovich, Jessica Chastain, Vanessa Paradis. La sfilata ha visto inoltre il lancio del profumo “Boy”, dedicato a Boy Capel, grande amore di Coco Chanel, morto nel 1919 in un incidente automobilistico.

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(Tutte le foto sono tratte da Madame Figaro)


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Maison Margiela. John Galliano stupisce ancora

Il pirata della moda, sembra abbia trovato la mappa del tesoro e sull’Isola Maison Margiela, la ricchezza del suo estro creativo è stata ammirata.

John Galliano è un vero narratore di storie mai ascoltate. E’ un eclettico puro, capace di trasfigurare tutto il suo sapere, sulla stoffa.

E’ un sognatore? E’ un romantico? Di sicuro è un vincente! Vince ancora la sua arte, sempre fuori le righe. La sua collezione non è stucchevole; insomma, Galliano non è di certo l’ultimo arrivato che deve a tutti i costi catalizzare l’attenzione su di sé, pur di non perdere la poltrona.

 

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Sorprendenti e bizzarri, gli abiti prodotti da Galliano per Maison Margiela, rappresentano la storia stessa della maison.

Inneggiano ad una singolare haute couture, i volumi dei capi, spesso esagerati ma sapientamente sovrapposti.

Mood military chic, nel look “napoleonico” con il bicorno attualizzato abbinato ad un maxi parka e cuissard in gomma.

Non può che sorprendere l’anticonformismo adottato nei maxi guanti/calzini in maglia a coste, abbinati ad un abito sottana in pvc.

I cappotti sono over, perdendo la loro naturale vestibilità. Le maniche sembrano attratte dalla gravità, sprofondando verso terra.

 

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La donna Maison Margiela è stravagante e rompe le regole del bon ton. Come una rappresentazione goliardica, potremmo giudicare il defilé appena presentato dalla griffe francese o, per meglio dire, la riconferma di un grande stilista che detta legge nell’Haute Couture.

 

 

 

 

Fonte immagini Madame Figaro

Paris Haute Couture. Lusso senza tempo per Armani Privè

Per Armani, l’eleganza non ha tempo: si insinua nell’alta sartorialità dei suoi capi e nella maestosa semplicità dell’idea creativa.

La collezione Haute Couture di Armani Privè, non ha certamente bisogno di presentazione né tantomeno di elogi estremi per poterla commentare.

Il garbo non fa sconti a nessuno è questo Giorgio Armani lo sa bene. E’ sofisticata e forse anche moralista. Ha un allure d’altri tempi, quella verve dimenticata da tutti.

 

(fonte immagine WWD)

 

 

Il defilé presentato a Parigi, dimostra la compostezza della donna bellissima e ricercata di Armani.

Il pied de poule, è il fil rouge che lega il progetto creativo, che sia esso utilizzato per spezzare la monotonia del nero sugli abiti o per creare movimento visivo sui pantaloni tailleur.

Gli abiti da sera, sono fascianti, monospalla e decorati con cristalli o con maxi fiocchi. La lunghezza è totale, spesso spezzata da delicati spacchi centrali.

La scollatura rappresenta l’unico tocco di audacia: di rado profonda, per di più netta.

 

(fonte immagine WWD)

 

 

Segue uno stile a cavallo di fine anni ottanta/inizi anni novanta, la collezione Armani Privé a dimostrazione che lo stile non conosce periodi.

Si legge una certa nostalgia nel progetto creativo di re Giorgio: una missiva triste al mondo del fashion biz, di chi sostiene che la moda non ha bisogno di eccessi perché, la provocazione non diventerà mai stile.

 

 

 

 

 

 

Fonte immagini Madame Figaro

Brioni: i Metallica diventano testimonial della maison

Il cambiamento epocale in casa Brioni, non passa esclusivamente dalla scelta del designer (Justin O’Shea è alla sua prima esperienza come stilista), ma anche dal “reclutamento” dei testimionial.

Ad apparire nella nuova campagna pubblicitaria del noto marchio italiano, ci sono loro, la formazione completa di uno dei gruppi heavy metal più amati degli anni ottanta: i Metallica.

 

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Scelti da O’Shea, James Hetfield (cantante), Lars Ulrich (batterista), Robert Trujillo (bassista) e Kirk Hammett (chitarrista), sono stati immortalati dal fotografo newyorkese Zackery Michael che ha scelto di ispirarsi alla copertina della canzone Bohemian Rhapsody dei Queen.

La volontà della griffe nostrana, è di restituire al fashion biz, un uomo forte e di gran classe, un po’ come Justin O’Shea, il bello della moda dalla lunga e incolta barba.

 

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Le immagini, mettono in evidenza gli smoking confezionati nelle tonalità bianco e nero. I componenti della band, interpretano magistralmente gli abiti indossati, assumendo in alcuni casi, pose da duri e in altre, più sciolte e divertenti.

 

 

 

Fonte cover gq-magazine.co.uk

Paris Haute Couture: femminilità e romanticismo nella sfilata Ralph & Russo

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C’è tutto in questa sfilata haute couture firmata da Ralph & Russo, la coppia inglese che ha conquistato la Francia. Ci sono eleganza e sensualità, ricami e trasparenze, spacchi vertiginosi e completi castigati. Tutto ciò, insomma, che si possa definire femminile. In passerella sfila un abito in pizzo macramé con spacco inguinale e profonda scollatura a V che lascia ben poco all’immaginazione, e poi una gonna a matita lunga al ginocchio, abbinata alla giacchina vaporosa con fiori applicati. Un abito chemisier di taffetà giallo lime e poi un abitino romantico di un delicato tulle rosa confetto con minuscoli boccioli. Il tutto permeato da un fascino chic un po’ hollywoodiano, da diva d’altri tempi che nasconde lo sguardo sotto un immenso cappello. Conclude la sfilata un abito da sposa a sirena ricoperto di fiori di tulle applicati con maestria.


Il direttore creativo Tamara Ralph e il CEO Michael Russo non hanno puntato a stupire in questa Haute Couture Week, ma a confermare la perfezione e la cura dei dettagli con cui ogni abito viene confezionato. D’altra parte, Ralph & Russo è stata la prima casa di moda britannica ad accedere alla settimana dell’haute couture di Parigi proprio per il rinomato savoir faire che percorre ogni loro collezione, qui confermato ma senza fuochi d’artificio.


 

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Erdogan ha reso la Turchia sempre più sola

Erdogan ha sempre professato, e praticato, una politica di pace con propri vicini ma qualcosa deve essere andato storto perché ora non c’è un solo vicino che si possa considerare alleato. Lo Stato Islamico e i curdi hanno colpito la Turchia 14 volte uccidendo 280 persone. Il turismo è ai minimi storici e l’economia è in sofferenza.


Di pari passo Erdogan è diventato sempre più isolato, facendo arrabbiare vecchi alleati come gli americani con il suo testardo rifiuto di prendere misure più dure nei confronti dello Stato Islamico. Nel momento in cui ha attuato la stretta nei confronti di Daesh ecco che sono arrivati gli attentati.
Erdogan ha fatto ripartire i combattimenti nei confronti dei curdi ne sud est e si è creata un nuovo nemico nella Russia quando ha abbattuto un suo bombardiere che aveva invaso lo spazio aereo turco.


Ora si trova in una situazione tale di isolamento che si è scusato con i russi e ha fatto pace con Israele per l’uccisione da parte di questi ultimi di diversi attivisti turchi su una nave diretta a Gaza nel 2010. Una situazione che sembra sempre più disperata dall’esterno.


Erdogan ha sempre portato la Turchia ad esempio di come un paese islamico può essere democratico ma ultimamente si è reso protagonista di diversi attacchi alle istituzioni democratici. Il redattore capo del più grande quotidiano turco è scappato all’estero, un’altro è sotto inchiesta per aver rivelato dei segreti di stato e rischia molti anni di prigione.
Erdogan sta facendo piazza pulita di tutti quelli che pensa siano oppositori e li sta rimpiazzando con parenti o appartenenti al suo circolo ristretto, dal primo ministro a quello dell’energia.


Erdogan continua a ripetere nei frequentissimi discorsi televisivi che le potenze straniere stanno complottando per destituirlo e si è trasferito in un palazzo gigantesco da cento stanze costruito appositamente per lui.


Erdogan ha un obiettivo che è chiaro a tutti, liberarsi del sistema parlamentare turco e trasformare la Turchia in uno stato presidenziale. Un passaggio che secondo i suoi critici precederebbe la sua nomina a presidente a vita. Il suo partito l’AKP sta lavorando alacremente verso questo obiettivo e sta liberandosi di tutti i failsafe costituzionali creati per impedire che questo accada. I turchi democratici, e sono tantissimi, sono molto preoccupati.


La Turchia è un membro della NATO e ha l’ottava economia più grande dell’area europea oltre ad una popolazione tanto numerosa quanto quella della Germania, un paese molto importante insomma, le politiche di Erdogan hanno dei risvolti mondiali.


Erdogan è tuttora il politico più popolare in Turchia ma un numero sempre più grande di turchi è preoccupato di quello che sta succedendo, sempre più gente pensa che la Turchia sia messa su una china insostenibile.


Una cosa impensabile fino a pochi anni fa, Erdogan ha avuto moltissimi meriti, ha posto fine alle ingerenze dei militari, ha distrutto il sistema classista turco che ha sempre tenuto le classi disagiate fuori dai posti politici importanti, ha fatto crescere l’economia in un modo tale da stupire tutti gli analisti internazionali ma ad un certo punto qualcosa è cambiato. Erdogan si è sentito accerchiato, da nemici veri ad alcuni immaginari.


Per combattere questi nemici si è alleato con coloro che era stato eletto per combattere, prima gli islamisti, poi i militari e infine i nazionalisti. Quanto sarà disposta ad accettare la società civile turca?

Franklin Delano Roosevelt – New Deal

Il successo elettorale alle presidenziali del 1932 fu dovuto soprattutto alla sua grande capacità di ottenere l’appoggio di tessuti sociali, organizzazioni e gruppi di interesse spesso eterogenei fra di essi. Era l’inizio della cosiddetta “coalizione del New Deal”: lavoratori, sindacalisti, esponenti delle minoranze religiose, neri, bianchi del Sud, intellettuali, grandi imprenditori, agricoltori si erano uniti per sostenere Roosevelt e il Partito Democratico. Tale coalizione continuerà a sostenere i democratici fino al 1960.


Roosevelt fu il primo presidente a rivolgersi regolarmente al pubblico americano attraverso la radio. Istituì la tradizione dei discorsi settimanali alla radio, che chiamò le “chiacchierate attorno al caminetto” (fireside chats). Queste “chiacchierate” gli diedero l’opportunità di presentare colloquialmente le sue opinioni agli statunitensi, e spesso contribuirono ad affermare la sua popolarità in una fase in cui il presidente era impegnato a sviluppare una politica interna ed estera discussa e innovativa. Durante la guerra le “chiacchierate attorno al caminetto” del presidente Roosevelt furono considerate molto efficaci per sostenere il morale delle comuni famiglie americane.


Il discorso alla nazione sul New Deal va inquadrato non solo da un punto di vista storico, economico, della comunicazione politica, e se vogliamo anche della propaganda.
In un mondo “in bianco e nero”, dove solo la borghesia leggeva i giornali, spiegare ad un popolo intero, cresciuto nella prosperità, che “la crisi economica” era in parte frutto proprio della sregolatezza del capitalismo e del sogno americano era oltremodo complesso.
Roosevelt con i “discorsi del caminetto” si presentò al popolo americano come un padre che lo prendeva per mano e “gli spiegava” sia il problema che la cura, passo passo.
In quel modo, un mondo “in bianco e nero” e riservato a pochi, divenne quasi “a colori” immaginando i suoi ascoltatori quel riverbero caldo delle fiamme del camino.


Da un punto di vista sociale è una svolta epocale. Un intero continente, un paese diviso da sei fusi orari, in cui mancavano punti di riferimento ed in cui si sentiva la fame, veniva unito dal suo presidente, che resterà lì a combattere con loro sino alla morte. Unico caso di quattro elezioni consecutive senza effettivamente alcuna possibilità di essere battuto.
E lo fece attraverso due depressioni e la seconda guerra mondiale.
In questo senso Roosevelt è, dopo Lincoln, il vero unificatore degli Stati Uniti. Capace di parlare alle masse, e di mettere insieme ceti sociali differenti, di valicare le frontiere delle professioni e della scolarizzazione, e di far sentire tutti i cittadini partecipi ed artefici e protagonisti di un futuro comune.


Franklin Delano Roosevelt proveniva da una famiglia dell’alta borghesia e vantava una parentela con Theodore Roosevelt, presidente repubblicano di inizio secolo. Il padre era proprietario di alcune miniere di zinco mentre la madre era figlia di un armatore.
Fra le più antiche famiglie dello Stato di New York, i Roosevelt si distinsero in diversi settori dalla vita politica. Trascorse l’infanzia viaggiando per l’Europa e da adolescente si iscrisse alla Groton School e finito il liceo si laureò ad Harvard nel 1904, quindi studiò giurisprudenza alla Columbia Law School, dove si laureò nel 1908, dopodiché si dedicò alla professione di avvocato in un prestigioso studio di Wall Street.
Sposò Anna Eleanor Roosevelt, sua cugina alla lontana, che era la nipote favorita del presidente Theodore Roosevelt. Dopo aver aderito al Partito Democratico, nel 1910 venne candidato alle elezioni del Senato dello Stato di New York. Roosevelt si fece notare soprattutto per la sua profonda eloquenza e per la sua dura opposizione alla Tammany Hall, organizzazione politica che controllava il partito e che spesso faceva uso di mezzi ai limiti del lecito per distribuire cariche pubbliche. Effettuò una campagna elettorale impegnativa e si interessò soprattutto ai problemi degli agricoltori, portandosi nei villaggi e nelle fattorie rurali dello Stato. Fu eletto con ampio margine e dopo due anni, nel 1912, fu rieletto ed ottenne come riconoscimento la presidenza della commissione per l’agricoltura.
Dopo la vittoria democratica alle elezioni presidenziali del 1912, fu scelto da Wilson per ricoprire la carica di viceministro della Marina. Al termine della presidenza Wilson, il Partito Democratico scelse per acclamazione Roosevelt quale candidato vicepresidente per le elezioni presidenziali del 1920. Il candidato alla presidenza era il governatore dell’Ohio James Cox. Malgrado la scelta dei candidati fosse avvenuta con ampie maggioranze, il partito al suo interno era profondamente diviso soprattutto sul proibizionismo.
I candidati repubblicani Warren G. Harding e Calvin Coolidge invece si adoperarono per venire incontro alla maggioranza degli americani che era indifferente alla lunga controversia sulla Società delle Nazioni e che, invece, era preoccupata per la recessione postbellica, per l’aumento dei prezzi e per la crescente tensione fra sindacati e imprese, problemi che imputavano al partito di governo. La coppia Cox/Roosevelt fu duramente sconfitta: ricevette solo 9.139.661 di voti contro i 16.144.093 (60,3%) dei repubblicani. Molte persone che nelle precedenti elezioni avevano votato per i democratici, questa volta non erano andate a votare perché insoddisfatte dal governo democratico: nel 1920 avevano votato solo il 49% degli elettori rispetto al 71% delle precedenti elezioni. Dopo la sconfitta Roosevelt si ritirò dalla vita politica e tornò a lavorare nel suo studio legale.


Nel 1921, all’età di 39 anni mentre era in vacanza contrasse una malattia, ritenuta al tempo una grave forma di poliomielite, che causò la paralisi dei suoi arti inferiori. Nonostante la malattia, Roosevelt continuò a partecipare alle riunioni del Partito Democratico. Nel 1928, alla vigilia della più grande crisi economica che avesse mai investito gli Stati Uniti, fu scelto come candidato democratico alla carica di governatore dello stato di New York. Inizialmente rifiutò la candidatura ma soprattutto grazie anche al supporto della moglie Eleanor accettò la sfida.
Roosevelt era consapevole che la sua disabilità avrebbe potuto sminuire la sua autorevolezza nell’elettorato; per ovviare a questo problema si fece costruire una speciale intelaiatura di acciaio costituita da una serie di anelli che reggevano il peso delle gambe e che si estendevano dai piedi alla pancia. Grazie a tale espediente riuscì a mostrarsi in posizione eretta durante tutta la campagna elettorale,
Vinse per meno si 25mila voti su oltre 4 milioni di votanti e iniziò il suo primo mandato da governatore dello Stato di New York proprio quando la grande depressione stava mostrando i suoi primi devastanti effetti. Il suo operato volto a contrastare gli effetti della crisi gli fece guadagnare facilmente la rielezione nel 1930, quando venne confermato governatore dello Stato con il 56,5% dei consensi e oltre 700.000 voti di differenza rispetto all’avversario


La popolarità ottenuta grazie alla guida dello stato di New York durante la grande depressione gli permise di candidarsi alle primarie democratiche in vista delle elezioni presidenziali del 1932. Ricevette subito il sostegno di alcuni importanti esponenti del Partito Democratico fra cui l’editore William Randolph Hearst, l’imprenditore di origine irlandese Joseph P. Kennedy (padre del futuro presidente) e l’importante politico californiano William Gibbs McAdoo.
Mancavano però all’appello circa un centinaio di delegati per raggiungere i due terzi dei voti necessari per la nomination. Roosevelt riuscì ad ottenerli grazie ad un accordo raggiunto con il presidente della Camera dei rappresentanti John Nance Garner, un influente politico del Texas che in cambio dell’appoggio ottenne la candidatura alla vicepresidenza. Poco dopo si recò a Chicago dove accettò formalmente l’investitura del Partito Democratico e pronunciò un importante discorso nel quale illustrò a grandi linee le sue intenzioni, impegnandosi a dare “un new deal (nuovo patto o nuovo corso) al popolo americano” per sconfiggere la crisi economica che da anni stava dilaniando gli Stati Uniti. Durante la campagna elettorale attaccò duramente il presidente repubblicano Herbert Hoover, facendo attenzione a mettere in evidenza gli errori fatti da Hoover nell’affrontare la crisi. L’atteggiamento fiducioso e pieno di grinta di Roosevelt contrastava nettamente con l’atteggiamento quasi rinunciatario di Hoover: l’esito delle elezioni sembrò dall’inizio definito.
Roosevelt riuscì ad ottenere 22.821.277 di voti (il 57,4%) contro i 15.761.254 (39,7%) del presidente Hoover. Trionfò in quarantadue dei quarantotto stati riuscendo a conquistare ben 472 grandi elettori su 531.

Washington, 4 marzo 1933


Questo è per me giorno di consacrazione alla Nazione, e sono certo che i miei concittadini americani si attendono che, sul punto di insediarmi alla Presidenza, io mi rivolga a loro col candore e con la decisione che la situazione presente del nostro popolo rendono necessari.
Ritengo che questo sia soprattutto il tempo di dire la verità, tutta la verità, con sincerità e coraggio. Non si può rifuggire, oggi, dall’affrontare onestamente le attuali condizioni del nostro paese.
Questa grande nazione saprà sopportare ancora, come ha già saputo sopportare, e saprà anche risorgere alla prosperità. Lasciate dunque che io esprima tutto la mia ferma convinzione che quanto
dobbiamo soprattutto temere è di lasciarci vincere dalla paura, da quella paura senza nome, irragionevole e ingiustificata, che paralizza i movimenti necessari per trasformare una ritirata in
un’avanzata.


In tutte le ore oscure della nostra vita nazionale una guida basata sulla franchezza e sull’energia ha incontrato quella comprensione e quell’appoggio del popolo intero, che sono essenziali per giungere alla vittoria; sono convinto che, ancora una volta, voi non mancherete di sostenere coloro che
debbono guidarvi in questi critici giorni.
Tali le condizioni di spirito nelle quali io e voi ci apprestiamo ad affrontare le comuni difficoltà.
Grazie al Ciclo, esse si riferiscono esclusivamente a beni materiali. I valori sono discesi a livelli fantasticamente bassi; le imposte sono cresciute; la nostra capacità di pagamento è diminuita; ogni categoria di amministrazione deve tener conto di una notevole diminuzione delle sue entrate; nelle correnti commerciali si è prodotto un vero congelamento delle possibilità di scambio; per ogni dove
ei posano le foglie secche dell’iniziativa industriale; gli agricoltori non trovano mercati di sbocco per i prodotti della terra, e migliaia di famiglie hanno perduto i risparmi pazientemente accumulati in lunghi anni.


Ancora più grave è la circostanza che una folla di disoccupati si trova di fronte al tetro problema
della propria esistenza, mentre un numero non minore di cittadini continua a lavorare con scarso
profitto. Solamente uno sciocco ottimista potrebbe negare l’oscura realtà del momento.
Eppure le nostre sciagure non derivano da alcun fallimento sostanziale. Ne siamo colpiti da alcun flagello di locuste. Dovremmo anzi aver seri motivi di riconoscenza, ponendo mente ai pericoli vinti
dai nostri avi grazie alla loro fede e alla loro audacia. La natura ci offre ancora le sue incalcolabili
ricchezze, e gli sforzi dell’uomo sono giunti a moltiplicarle. L’abbondanza è alle soglie delle nostre
case, ma la possibilità di valercene viene meno benché questi tesori ci siano a portata di mano.


Questo accade perché quanti dominano nel campo dello scambio dei beni materiali, venuti meno
dapprima al loro compito per ostinazione ed incompetenza, ammettono poi il loro fallimento ed
abdicano alle loro responsabilità. Davanti al tribunale dell’opinione pubblica, condannati dal cuore e dalla mente degli uomini, stanno i sistemi di speculatori poco scrupolosi.
A loro difesa si potrebbe ammettere che essi hanno pur tentato di agire; ma d’altra parte si deve dire che hanno agito seguendo schemi di tradizioni ormai superate. Di fronte al fallimento del credito,essi hanno saputo soltanto proporre di ricorrere a nuove concessioni di credito. Quando è stato loro impossibile di continuare a prospettare il miraggio del profitto per indurre il nostro popolo a seguire le loro false teorie di governo, essi hanno creduto di poter correre ai ripari con pietose esortazioni invitanti a concedere ancora la perduta fiducia. Essi non conoscono altre norme, che quelle di una generazione di difensori dei propri interessi. Non hanno alcuna larghezza di visione, e quando manca tale elemento i popoli decadono.


Questi barattatori del denaro altrui sono fuggiti dai loro alti seggi nel tempio della nostra civiltà.
Sarà ora possibile restituire questo tempio al culto delle verità antiche. E la misura più o meno vasta
di questa restaurazione dipenderà dalla proporzione nella quale verranno applicati valori sociali più
nobili di quelli del puro e semplice profitto monetario.
La felicità non consiste esclusivamente nel possesso del denaro; essa si concreta nella gioia del
raggiungimento d’uno scopo, nell’emozione data da ogni sforzo di creazione. Nella folle rincorsa dietro profitti evanescenti non si deve più dimenticare la gioia e lo stimolo morale prodotti dal lavoro. Questi giorni difficili saranno valsi il prezzo di qualsiasi sacrificio sofferto, se ci avranno insegnato che il nostro vero destino non è di sottostare rassegnatamente a tante difficoltà, ma di reagire ad esse per noi stessi e per i nostri simili.


Il riconoscere la falsità della ricchezza puramente materialistica come indice di successo procede di
pari passo con l’abbandonare la falsa convinzione che i posti di alta responsabilità pubblica e politica si identificano con i fini dell’ambizione e del profitto personale. Bisogna porre fine a quella linea di condotta bancaria e commercialistica, che troppo spesso ha permesso di confondere la concessione di sacri diritti con la possibilità di perpetuare impunemente il male secondo criteri spietatamente egoistici. C’è poco da meravigliarsi di fronte alla diminuita fiducia, perché la confidenza prospera solo se alimentata dall’onestà, dal senso dell’onore, dal mantenimento delle obbligazioni assunte, da i un costante spirito di protezione e da una linea di condotta invariabilmente altruistica. In mancanza di tali elementi la fiducia è destinata a morire.


Ma la ricostruzione non esige solo modificazioni di indole morale. La nostra nazione domanda di
poter agire, e immediatamente. Il nostro primo grande compito è di dare lavoro al popolo. Non è
un problema insolubile, se affrontato con saggezza e coraggio. Può essere parzialmente risolto per mezzo di ingaggi diretti da parte del governo, affrontando la questione come si affronterebbe in caso di bisogno la mobilitazione per una guerra; ma nello stesso tempo non dimenticando che tale impiego di uomini va diretto al compimento di opere di grande utilità pubblica, realizzando progetti adatti a provocare e riorganizzare l’uso delle nostre grandi risorse nazionali.


Al tempo stesso, però, bisogna ammettere francamente che nei nostri centri industriali esiste un
eccesso di popolazione, ed in conseguenza, impegnandoci in una ridistribuzione di uomini in tutta
la nazione, occorrerà tentar di provocare un migliore sfruttamento delle possibilità agricole del
suolo americano, a beneficio di chi è più adatto alla coltivazione della terra. Affermo che questo
compito può essere facilitato da sforzi ben precisati per giungere ad un rialzo del valore dei pro
dotti agricoli e quindi ad una aumentata capacità d’acquisto della produzione dei centri urbani. Può
essere facilitato impedendo con mezzi pratici l’aumento delle perdite, che deriva alle nostre piccole
aziende agricole da affrettate e premature sospensioni della loro attività. Può essere facilitato insistendo sull’opportunità da parte del Governo Federale, di quelli dei vari Stati e delle amministra
zioni locali di fare il possibile per ridurre i gravami delle imposte. Può essere facilitato unificando
attività che oggi sono inadeguate, antieconomiche e mal distribuite. Può essere facilitato per mezzo
di un progetto nazionale per l’organizzazione e la sorveglianza sui trasporti, le comunicazioni e altri
servizi, che hanno un carattere spiccatamente pubblico. Insomma, molti sono i mezzi per risolvere il
problema, che non verrà tuttavia mai risolto soltanto col continuare a parlarne. Occorre agire: e
dobbiamo agire rapidamente.


Infine, nel nostro progresso verso una ripresa del lavoro occorre tenere presenti due salvaguardie contro i mali del vecchio ordine di cose: bisogna esercitare una stretta sorveglianza su tutto il
sistema bancario, creditizio e di investimento del denaro; bisogna finirla con le speculazioni basate
sul denaro altrui; ed è necessario prendere disposizioni per raggiungere una correntezza adeguata,
ma solida.


Tale è il programma d’azione attraverso il quale ci proponiamo di ridare l’ordine alla nostra nazione e di riportare al pareggio il suo bilancio. Le nostre relazioni commerciali con l’estero, benché di somma importanza, dal punto di vista dell’urgenza e quindi del tempo vengono necessariamente
in seconda linea, e non possono essere affrontate che dopo la riorganizzazione di una salda economia nazionale. Io considero sana politica l’affrontare in precedenza quello che è per noi di primaria importanza. Farò di tutto per favorire il commercio attraverso un riassestamento dell’economia internazionale, ma le immediate necessità interne della nazione non possono attendere che questo si compia in precedenza.


L’idea fondamentale, che coordina i mezzi specifici per giungere al risanamento nazionale, non
è strettamente nazionalistica. In primo luogo essa consiste nel tener conto dell’innegabile interdipendenza di tutti i vari elementi che formano gli Stati Uniti d’America; è una specie di riconoscimento dell’antico e perennemente essenziale spirito del pioniere americano. In essa è la via della salvezza.
Anzi, essa è l’immediata salvezza. Ed è la certezza che la rinascita sarà duratura.


Nel campo della politica estera vorrei indirizzare la nazione sulla via del buon vicinato, seguendo i principii di chi rispetta risolutamente sé stesso e, proprio per questo, rispetta anche i diritti degli altri. Bisogna essere come l’uomo che riconosce la santità delle proprie obbligazioni in mezzo al
mondo di tutti i suoi vicini.


Spero di interpretare fedelmente il pensiero del nostro popolo dicendo che mai prima di ora abbiamo così chiaramente realizzato la nostra interdipendenza, l’uno con l’altro; abbiamo imparato
che non è lecito prendere soltanto, ma che bisogna anche saper dare; che, se vogliamo progredire, occorre marciare come un esercito fedele e ben addestrato, pronto a sacrificarsi per il trionfo della
comune disciplina, perché senza tale disciplina non può esistere progresso, ne alcuna guida può dare
buoni risultati. So bene che siamo pronti e disposti a sottoporre la nostra vita e le nostre ricchezze
a tale disciplina perché essa consente il consoli darsi d’una linea di governo che tende a un più
diffuso benessere. Questo io mi propongo d’offrire, promettendo che i più vasti obiettivi da raggiungere peseranno su noi, su tutti noi, come una sa era obbligazione, con un’unità di doveri, che sino
ad oggi è stata invocata solo in tempi di guerra.
Fatta questa promessa, assumo senza esitazioni il comando di quel grande esercito che è il nostro
popolo, per muovere un disciplinato attacco contro i comuni problemi.


Sotto la forma di governo ereditata dai nostri avi è possibile agire in questa forma e per tale fine. La nostra Costituzione è così semplice e pratica che è sempre possibile affrontare esigenze straordinarie con adattamenti insignificanti delle sue disposizioni e senza derogare dai suoi principii essenziali. Ecco perché il nostro sistema costituzionale si è costantemente dimostrato il meccanismo più superbamente duraturo che esista nel mondo moderno. Ha resistito a ogni frangente di espansione territoriale, di guerra intestina, di relazioni col resto del mondo.


È quindi lecito sperare che il normale equilibrio tra il potere esecutivo e legislativo si dimostri in
tutto adeguato a fronteggiare l’eccezionale compito che ci attende. Ma può anche darsi che situazioni mai presentatesi in precedenza e richiedenti azione immediata possano costringere a momentanee deroghe dal normale equilibrio della pubblica procedura.


Osservando i miei doveri verso la costituzione, sono pronto a richiedere l’adozione di quelle eccezionali misure che una nazione gravemente colpita potrebbe esigere in questo mondo gravemente colpito. Tali misure, o quelle che il Congresso dovesse ricavare dalla sua esperienza e dalla sua saggezza, io cercherò, entro i limiti della mia autorità costituzionale, di portare alla più sollecita adozione.


Ma se il Congresso non volesse adottare una di queste due alternative, e se la situazione della nazione fosse ancora critica, io non mi sottrarrò alla chiara responsabilità che eventualmente mi si presentasse. Domanderei al Congresso l’ultimo mezzo che resterebbe per fronteggiare la crisi: ampi poteri esecutivi per combattere contro i pericoli del momento, poteri altrettanto ampi come quelli che mi si potrebbero dare se il nostro territorio fosse invaso da un nemico.


In cambio della fiducia avuta in me saprò dare il coraggio e la devozione che convengono al momento presente. È il meno che io possa fare.
Noi affrontiamo i difficili giorni che ci attendono, col vivo coraggio derivante dalla nostra unità
nazionale, con la chiara coscienza di voler perseguire e ritrovare gli antichi e preziosi valori morali,
con la netta soddisfazione proveniente dal compimento del proprio dovere da parte dei giovani e
dei vecchi. Nostro scopo è il raggiungimento di una vita nazionale stabilmente riordinata.


Non guardiamo con sfiducia verso l’avvenire della vera democrazia. Il popolo degli Stati Uniti non
ha tradito sé stesso. Nel momento del bisogno ha sottoscritto la richiesta di volere che si agisca sollecitamente e decisamente. Ha chiesto la disciplina e ha voluto essere guidato con sicurezza. Ha fatto di me l’attuale strumento del suo volere. Secondo lo spirito col quale il dono m’è stato fatto, io lo accetto.
In questo giorno di consacrazione alla nazione domandiamo umilmente la benedizione di Dio.
Che Egli protegga ciascuno e tutti noi. Che Egli mi guidi nei giorni venturi.

Haute Couture 2016, Giambattista Valli incanta anche Céline Dion

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La settimana dell’alta moda a Parigi è il territorio dell’impossibile: abiti unici sfilano sotto lo sguardo incantato degli happy few che possono ammirarli dal vivo. Alla sfilata di Giambattista Valli la spettatrice più appassionata è Céline Dion. Seduta in prima fila con uno splendido abito a fiori dello stilista, la cantante canadese non sa nascondere il proprio stupore davanti alle creazioni magistrali di tulle, velluto e taffetà di seta che scorrono in passerella. Due pollici in su e un urlo “BRAVO!” alla fine della sfilata danno voce al pensiero di tutti: Giambattista Valli è un mago dell’haute couture, terreno in cui si muove con grazia di stagione in stagione.


La collezione presentata alla settimana dell’alta moda di Parigi conferma l’amore del designer per i tessuti preziosi, i volumi esagerati e le applicazioni. L’ispirazione sembra arrivare dall’imperatrice Giuseppina, la moglie di Napoleone famosa (anche) per il suo immenso guardaroba. Le maniche a sbuffo dai volumi esagerati, il taglio sotto il seno e le gorgiere donano un tocco regale agli splendidi abiti di Valli impreziositi da delicate stampe floreali e cristalli brillanti. Probabilmente l’imperatrice non avrebbe indossato gonne così corte né top off-shoulders che lasciano intravedere l’ombelico, ma avrebbe apprezzato gli abiti lunghi di tulle dal taglio a impero, le opulente cappe in organza e i capispalla di pelliccia in colori pastello. Chiudono la sfilata di Giambattista Valli tre abiti che sono ormai una costante in ogni sua collezione haute couture: nuvole di tulle che sembrano inghiottire le modelle e fluttuare da sole in passerella. E la signora Dion rimane incantata.


Giambattista Valli haute couture


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Eterea eleganza in passerella da Iris van Herpen

Il suo è uno dei nomi più controversi della moda. La designer olandese Iris van Herpen non ha deluso neanche stavolta le aspettative. Ha sfilato nella suggestiva cornice della chiesa dell’Oratoire du Louvre, il tempio protestante sito in rue Saint-Honoré, la collezione haute couture Autunno/Inverno 2016-2017. A dominare la scena è uno strutturalismo in chiave 3D declinato in abiti eterei, quasi luminescenti.

Nella location scelta occhi puntati sull’installazione zen dell’artista giapponese Kazuya Nagaya: le modelle sembrano statue animate, quasi creature di un altro mondo. E attraverso il “seijaku”, concetto nipponico che indica il trovare la serenità nel caos della vita, veniamo proiettati in una nuova dimensione. La meditazione zen abbraccia la couture in un défilé che trae ispirazione dalla cinematica: le vibrazioni sonore divengono il tramite per accedere ad una dimensione onirica.

Eterea, sognante, la donna che sfila sulla passerella di Iris van Herpen è una creatura fluttuante, quasi una silfide, ninfa dell’immaginario poetico: ieratica ed affascinante, ipnotizza e cattura l’occhio la sua eleganza ibrida, fatta di abiti leggeri e quasi impalpabili. La silhouette futurista abbraccia la fantomatica silfide conferendole un’aura quasi divina: largo ad abiti-scultura tagliati al laser, silicone trasparente, plissé d’organza e tulle, ma anche cristalli, che avvolgono l’eterea creatura.

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La palette cromatica abbraccia i colori neutrali, che si alternano al nero e ai toni metallici, per capi dall’allure onirico. Motivi a spirale quasi a ricordare i giochi creati sul bagnasciuga dal rincorrersi delle onde del mare, ma anche dettagli naturalistici, per cocktail dress translucidi. Le scarpe, platform che sembrano sospese a mezz’aria, completano il mood della sfilata. Poesia e futurismo si mixano in una collezione altamente evocativa.

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(Foto cover: Rémy Artiges per Libération)


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Atelier Versace: sfila a Parigi una nuova couture

Atelier Versace: sfila a Parigi una nuova couture

Una valchiria dall’allure sofisticata sfila tra drappeggi da dea greca e sapienti tagli sartoriali: Atelier Versace apre la settimana dell’haute couture parigina con una sfilata che riporta la maison ai suoi albori. Sensualità felina ma stemperata da una dolcezza inedita: la femminilità aggressiva da sempre emblema della maison sembra cedere il posto ad un’eleganza senza tempo. La donna Atelier Versace è una diva contemporanea, che incede sulla passerella sicura di sé e forte del proprio sex appeal.

Capispalla sartoriali si alternano ad abiti da diva: aprono il défilé cappotti preziosi più simili a kimono declinati in colori pastello: suggestioni Forties nelle silhouette, mentre il double di cashmere e seta a contrasto è impreziosito da una pioggia di cristalli Swarovski.

Gli abiti da sera rivendicano il potere seduttivo, tra nude look e profonde scollature. Il potere della donna e del suo fascino: questo sembra essere il fil rouge della collezione haute couture. Duchesse di seta e drappeggi, ma anche asimmetrie e tagli innovativi che spezzano col passato alla ricerca di una nuova couture. Abiti lunghi ma anche corti, caratterizzati da tasselli di raso multicolor.

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Karen Elson per Atelier Versace



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Capispalla sartoriali si alternano ad abiti da diva



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Tagli asimmetrici e tasselli di raso sfilano da Atelier Versace



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Irina Shayk calca la passerella di Atelier Versace



Parata di top in passerella: dalla rossa Karen Elson ad Irina Shayk a Bella Hadid, fino a Mariacarla Boscono e Carolyn Murphy. Nel front row appaludono Bradley Cooper, fidanzato della Shayk, con la ex collega di serie tv Jennifer Garner e la pantera nera Naomi Campbell. Ispirazioni disco si alternano alla nuova couture inaugurata dalla Medusa: e l’aggressività che manca ai capi che si alternano sulla passerella sembra concentrarsi invece nel make up, che, tra rossetti borgogna e sfrontata femminilità.

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Drappeggi e veli per una donna forte



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Bella Hadid per Atelier Versace



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Sensuale e graffiante la collezione che ha sfilato a Parigi



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Sinousa e sofisticata la donna Atelier Versace



(Tutte le foto sono tratte da Madame Figaro)


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Schiaparelli: un tuffo nel passato

Paris Haute Couture. Eccesso di minimalismo in casa Dior

La parole chiave è minimalismo, seguita da un tag del tutto inaspettato nelle collezioni Haute Couture di maison Dior: #black&white.

Se la giacca Bar, è il punto di partenza del progetto creativo del duo di designers Serge Ruffieux e Lucie Meier, l’infradito potrebbe dar luogo ad un seguito non proprio in linea con l’ideale di raffinatezza del marchio.

 

(Fonte immagine WWD)

(Fonte immagine WWD)

 

 

La collezione “gioca” sui volumi, a tratti ampi, in altri più contenuti. La plissettatura degli abiti e delle gonne, inoltre, conferisce movimento ad una collezione poca generosa allo sfarzo, quest’ultimo prudentemente sussurrato da ricami e cristalli, spesso ton sur ton.

Goffrature e gonne ampie ed ancora top crop e balze: Ruffieux e Meier hanno messo in atto tutto il loro sapere nel campo della modellistica, ma in questo caso, mancano di stupire; così, gli estimatori della griffe Christian Dior rimpiangono più di tutti il pirata della moda, mr. John Galliano, che con il suo eclettismo, creava abiti scenografici e stupefacenti.

 

(Fonte immagine WWD)

(Fonte immagine WWD)

 

 

Ciò che tutti si aspettavano di ammirare in una collezione Haute Couture, non è stato concesso. La griffe Dior ora è depurata (o deturpata) dal minimalismo disincantato della nuova generazione, in questi mesi al controllo del team creativo della maison.

 

 

 

 

Fonte cover dior.com

 

 

Schiaparelli: un tuffo nel passato

Ha sfilato nell’ambito dell’Haute Couture parigina Schiaparelli. Un défilé ricco di suggestioni antiche ma evergreen, con un tuffo nel glorioso passato della maison: è infatti alla celebre collezione Circus del 1938 che Bertrand Guyon si è ispirato per l’Autunno/Inverno 2016-2017.

Dall’aprile scorso alla direzione artistica delle collezioni Haute Couture e Prêt-à-couture, lo stilista riporta in auge il surrealismo che rese celebre Elsa Schiaparelli. Un’eredità pesante che però Guyon reinterpreta in modo mirabile, riuscendo nell’arduo compito di traportare l’eccentricità e la poesia della mente creativa di madame Elsa in una collezione che strizza l’occhiolino anche al mondo contemporaneo.

Suggestioni surrealiste sfilano fin dalla prima uscita: occhi e bocche, ma anche profili femminili fanno capolino da abiti asimmetrici. Largo a stampe caleidoscopiche, a partire dalla stessa location, che ricorda essa stessa i tendoni di un circo. Capi intrisi di sobria eleganza rivelano nella lunghezza maxi e nelle proporzioni un inedito ritorno agli anni Trenta. Velluto nero e maniche a sbuffo strizzano l’occhio ad un minimalismo che viene impreziosito dai ricami: è il circo con la sua stravagante eleganza e il suo immaginario ricco di meraviglie ad essere rappresentato sulla passerella. Animali fantastici, elefantini acrobatici, angeli, arabe fenici, costellazioni mitologiche ed esoteriche, e ancora farfalle e arte astratta: queste sono le stampe che sbucano da lunghi abiti scuri ma anche da minidress dall’appeal moderno. Motivi floreali e astrologici si alternano all’ironia di grandi cuori rosa shocking che sbucano da maxi dress da dea. Attenzione quasi maniacale per i dettagli, che diventano istrionici. Pellicce su minigonne audaci vengono decorate con animali fantastici che ricordano i bestiari medievali.

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Infine sfilano pepli in raso caratterizzati da sofisticati drappeggi e lunghi abiti da gran soirée ricoperti di paillettes. Organza e sete preziose per abiti da red carpet, che controbilanciano l’austerità delle giacche sartoriali e dei cappotti in jacquard.
Nel front row spiccano Isabelle Adjani, Marina Hands, Maria Grazia Chiuri e Pierpaolo Piccioli di Valentino, che non commentano le ultime news circa il passaggio della Chiuri alla direzione creativa di Dior.

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(Tutte le foto sono tratte da Madame Figaro)


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Paris Haute Couture. Il debutto di Francesco Scognamiglio

“C’è anche un senso religioso nella collezione – dichiara Francesco Scognamiglio a fine sfilata – e le facce velate dai pizzi di certe modelle sono il ricordo mio dell’infanzia e della devozione delle donne alla Madonna di Pompei.”

 

Model on the catwalk

 

 

Plauso più che meritato, per lo stilista partenopeo che, alla sua prima sfilata Haute Couture ha dimostrato grande vena artistica.

E’ Napoli con tutto il suo fascino, l’ispirazione di questo progetto creativo; i suoi vicoli affamati di corolle, la sua religiosità bramosa e sentita dalla sua gente.

Francesco, esprime con questa collezione, tutto il suo attaccamento alla sua terra d’ origine, elargendo la sue collezione, ad esiti chiaramente lussureggianti.

 

Model on the catwalk

 

 

Abiti scultura e fiori rigorosamente 3D: questa è la sontuosità di Scognamiglio. La seta, disegna generosamente le forme della donna, graziandole. C’è un accenno di sfrontata audacia negli abiti di Francesco: mostrano un capezzolo, poi ancora la lingerie, attraggono per la loro sensualità, ma nulla in questo progetto appare volgare.

 

Francesco Scognamiglio Couture Fall 2016

 

 

Alla sua prima volta a Parigi, Scognamiglio propone abiti scultura con dettagli plissettati, piume applicate e ricami dorati di ricercata opulenza; cristalli luminescenti che donano la giusta allure ad una collezione divisa tra il sacro e il profano.

 

 

 

 

 

Fonte immagini WWD

La Scozia sta cercando di rimanere in Europa

Migliaia di persone hanno manifestato davanti al parlamento di Edimburgo settimana scorsa, centinaia di bandiere scozzesi e europee coloravano il ritrovo. I manifestanti chiedevano a gran voce la permanenza della Scozia nell’UE e dichiaravano che se questo volesse dire lasciare il Regno Unito che così fosse. Nel mentre il primo ministro scozzese, Nicola Sturgeon, era a Bruxelles a cercare un modo per evitare una uscita dalla UE che la grandissima maggioranza degli scozzesi non vuole. In nessuna delle contee scozzesi c’è stata una maggioranza di voti a favore del Leave.


Jean Claude Juncker, il presidente della Commissione, ha dichiarato che la Sturgeon ha diritto ad essere ascoltata ma che la Commissione non ha intenzione di interferire con il processo interno del Regno Unito; Donald Tusk, il presidente del Consiglio europeo, ha invece rifiutato di incontrare la Sturgeon.
Il primo ministro scozzese ha ricevuto una accoglienza variegata a Bruxelles, il primo ministro irlandese Enda Kenny l’ha supportata pienamente mentre i rappresentanti francesi e spagnoli si sono detti contrari alla permanenza della Scozia.
Mariano Rajoy ha dichiarato che se il Regno Unito se ne va così farà anche la Scozia, una posizione che ha sorpreso pochi dato i problemi di Madrid con la Catalogna. La Spagna ha sempre guardato alla Scozia con paura, se la Scozia riuscisse a emanciparsi dal Regno Unito sicuramente la Catalogna si sentirebbe giustificata a chiedere l’indipendenza dalla Spagna, così i Paesi Baschi.


I tedeschi dal canto loro hanno dichiarato ufficialmente che se la Scozia si separasse dal Regno Unito e facesse domanda per entrare in Europa troverebbe la strada spianata.
Tuttavia ancora non è chiaro cosa gli scozzesi vogliano fare.
La primo ministro ha appuntato un consiglio per aiutarla nella questione ma non sono chiare quale siano le opzioni realistiche per gli scozzesi, il parlamento di Londra è sovrano e un voto di veto del parlamento di Edimburgo non avrebbe alcun valore.


Un’altra opzione in voga e l’opzione Groenlandia. La Groenlandia ha votato per uscire dall’UE ma è tutt’ora formalmente un territorio sotto la sovranità danese, uno stato membro. Alcuni politici scozzesi hanno provato a far circolare l’ipotesi che il Regno Unito possa stare nell’UE ma stipulare un accordo in modo che la legislazione europea venga applicata solo a Scozia e Irlanda del Nord.
Questa opzione sembra impossibile. Per Londra sarebbe molto difficile non soddisfare i propri cittadini per placare gli scozzesi che sono un ottavo della popolazione totale britannica.


Se la Scozia non fosse in grado di trovare un accordo per rimanere all’interno dell’UE è chiaro che le sirene indipendentiste saranno destinate a tornare. Il referendum per l’indipendenza si è appena tenuto (2014) ma ora il terreno è cambiato. Molti scozzesi hanno votato contro l’indipendenza per evitare di uscire d’ufficio dall’UE mentre ora l’indipendenza potrebbe essere l’unico modo di ritornarci in tempi ragionevoli.


I conservatori scozzesi hanno accusato i nazionalisti della Sturgeon di usare la questione Brexit per ripresentare il referendum ma i progressisti hanno votato una risoluzione per dare il potere al primo ministro di esplorare ogni mezzo per far rimanere la Scozia all’interno dell’UE, ivi compresa la secessione.
I conservatori sono in difficoltà sulla Brexit, pur non volendo una secessione anche loro sono a favore di una permanenza nella UE e sanno che probabilmente la secessione sarà l’unica soluzione attuabile.


I progressisti, sempre stati poco caldi sul fronte secessione, ora sembrano poterla accettare e anzi sembra possano fare campagna a favore di una secessione se questa fosse l’unica opportunità di stare nell’UE.


Tuttavia una vittoria in un referendum di indipendenza non è certo. I referendum in questo momento darebbero una vittoria al fronte indipendentista netta ma le opinioni possono cambiare. Se il Regno Unito riuscisse a negoziare una buona uscita dall’UE e a mettersi in una situazione simile a quella norvegese il sentore popolare potrebbe cambiare.
La stessa Sturgeon sa che una nuova sconfitta in un secondo referendum vorrebbe dire mettere la parola fine alla sua carriera politica per cui vorrà andare al voto solo nel caso abbia una ragionevole sicurezza riguardo i risultati.

Tutte le nuove tendenze dalla Milano Moda Uomo 2016

TUTTE LE NUOVE TENDENZE DALLA MILANO MODA DONNA 2016

Ferutdin Zakirov


Per la Primavera Estate 2017 il brand raffigura il suo ideale di uomo quale businessman, fedele all’eleganza nelle situazioni formali ed informali, ha una cura certosina al dettaglio, è attento alla qualità dei capi che indossa e la sera la parola d’ordine è smoking.

Il designer uzbeko tratteggia una collezione made in Italy, bilanciata tra la scuola dell’alta sartoria napoletana e quella più dinamica milanese.
Lini puri, mescole raffinate di cotone e lino, sete pregiate la scelta dei tessuti, i toni vanno dalla luminosità dei beige alle sfumature più scure degli azzurri e dei blu; i pellami per gli accessori vanno dal coccodrillo al pitone, dai mocassini alle stringate, fino alle slippers in camoscio ricamato.

Uno stile riconoscibile quello di Ferutdin Zakirov, dove ogni capo ha una propria personalità e la linea coerente rimane la classe e l’eleganza.

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l’uomo Ferutdin Zakirov



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calzature F.Z.



Santillo 1970

E’ con la valigia sempre pronta che Santillo vede l’uomo a cui si ispira per la collezione P/E 2017, un uomo in viaggio alla continua ricerca di ispirazione e sapere.

Il marchio di fabbrica del brand catanzarese rimane la camicia e il suo sapiente uso delle tecniche lavorative, ma Santillo si spinge oltre inserendo in collezione giacche da barca, la polo-camicia, la giacca modello sahariana.

Capi versatili adatti ad ogni ora della giornata; i materiali protagonisti sono l’handmade tricot, il pizzo knit, la pelle ovo, il lino di Normandia, la tela spazzina, il fustagno jersey fino alla maglina.

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Eleventy 

Nuovo concetto di formale si fa strada come nuovo trend della prossima Primavera Estate tra la collezione Eleventy. Un uso sapiente di capi sportswear mischiati ai classici, quindi giacche costruite anche se destrutturate, abbinate ai baggy pantaloni o ai jeans.

Il risultato è una straordinaria comodità unita ad una eleganza non ostentata o affettata, adatta all’uomo contemporaneo e moderno.

Contrasti che piacciono, tanto che Eleventy ha allargato la sua visione dell’uomo anche agli accessori, ai profumi, alle creme creandone un travel kit; insomma non manca nulla!

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le proposte Eleventy P/E 2017



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profumi e accessori Eleventy



Caruso 

Manichini dal fascino dandy alla presentazione di Caruso Primavera-Estate 2017.

Portamento sicuro, fascino, grande eleganza – è così che immagina l’uomo il brand Caruso per la prossima stagione calda.

Un finto gessato della Aida jacket da vicino svela l’eccellenza dell’abilità sartoriale, il punto pettine diventa elemento decorativo e ne esalta la silhouette della giacca, il gilet viene proposto in diversi modelli che esaltano la funzione di sottogiacca o portati come capo autonomo per arricchire camicie ed outfit.

Ma la chicca firmata Caruso per la P/E 2017 è l‘Essential per il taschino della giacca, dove poter inserire carta di credito, biglietti da visita, chiavi, senza deformare le tasche. Gli interni Essential sono in seta o ricamati a mano, in fiori crochet e danno un tocco originale, fresco e frizzante.

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caruso

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Vittorio Sgarbi annuncia la #MissioneMonaLisa: “Riporterò la Gioconda in Italia!”

Il noto critico d’arte Vittorio Sgarbi ha deciso di imbarcarsi in una crociata personale e nazionale: riportare la Monna Lisa in Italia. Il progetto, lanciato su twitter con l’hashtag #MissioneMonnaLisa, ha raccolto tantissimi seguaci e altrettanti scettici. L’idea è semplicemente quella di aprire un dialogo con Parigi, magari proporre uno scambio, per riavere indietro il capolavoro di Leonardo da Vinci. Dipinta intorno al 1503-1506, la Gioconda è stata nei secoli oggetto di studi non solo per i critici d’arte, ma anche per psicologi che cercano di coglierne i significati nascosti dietro l’enigmatico sorriso, ispiratore di altri pittori, scrittori, poeti, registi. La sua presenza al museo del Louvre a Parigi è stata sempre molto contestata, nonostante sia stato lo stesso Leonardo a portarla in Francia nel 1516 per venderla a Francesco I insieme ad altre opere. Non si tratta di un furto quindi, come molti credono. Ciononostante Vittorio Sgarbi ritiene che sia arrivato il momento di “riportarla a casa”. E pensa anche che non sia un’impresa così difficile. «Le cose bisogna saperle chiedere e io so farlo» ha dichiarato in questo video pubblicato sui suoi profili ufficiali di facebook e twitter il primo luglio.


Appena un’ora fa, il critico ha rilanciato: un altro video sulla pagina facebook ritrae Vittorio Sgarbi alla guida di un’auto. «Anziché stare su facebook a lamentarmi e a scrivere commenti idioti e sgrammaticati come molti di voi, sto andando direttamente a Parigi per riportare a casa Monna Lisa, perché se non vado da sola non ritorna». Non ci resta che aspettare l’esito della #MissioneMonnaLisa.

BEAUTY – Hairstyle 2016. Nuove idee e tendenze che nascono direttamente dal web

BEAUTY – Quando si parla di nuances di tendenza non c’è mai un momento di noia! Da blonde a pinky, il 2016 ha visto un abbondante quantita’ di tonalità alte ed estrose.
Le nuove tendenze nascono grazie ai look originali della gente di strada, allo stile stravagante delle passerelle e a quelli estrosi delle celebrita’; tendenze che, grazie alla potenza del Web, riescono rapidamente ad influenzare la societa’ a livello globale. Stessa cosa accade nel mondo dell’hairstyling: la scelta di nuovi tagli, acconciature e colori non e’ piu’ affidata a cataloghi cartacei ma ai social network ed ultimamente anche alle App per smartphone.


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elle.co.uk



Rihanna designtrends.com


Vuoi cambiare colore di capelli? Sei indecisa fra colpi di sole o semplice schiarimento? Per decidere, oggi ti basta un’App. Matrix Color Lounge (disponibile su Google Play e Apple Store) è pensata per le eterne indecise proprio in fatto di colorazione: dopo aver caricato una foto o un selfie è possibile scegliere, almeno virtualmente, tra centinaia di nuances diverse oppure declinarle in tutti gli effetti più in voga della stagione, che siano degradè o rainbow, con un solo click.
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Indecise anche sul taglio? Un valida alternativa è l’App di casa L’Oréal Professionnel, la nuova Style My Hair che, oltre a tenervi aggiornate su tutti gli hair trend di stagione, consente anche esperimenti con più di 50 tagli e 30 svariati colori, guidate dai consigli di un hairstylist virtuale. Da condividere, appena siete convinte, con il proprio parrucchiere di fiducia.


Il massimo dell’eclettismo però, passa dai social network. Dove tutte le nuances più pazze si fondono in teste variopinte come arcobaleni. Ciascuna con una propria singolarita’. Vi presentiamo le immagini virali della piattaforma Instagram e ve le spieghiamo per hashtag:

I #RainbowHair, ovvero chioma pastello multicolor , per chi ama osare con il colore.
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Gli#OpalHair è la versione di rainbow con l’aggiunta delle tonalita’ di grigio, più lucida, quasi cangiante con la luce.
opal hair. glamour


I#MermicornHair, letteralmente capelli da “mermaid” (sirena) e “unicorn” (unicorno), è una tecnica di colorazione che arriva dagli Stati Uniti, applicata esclusivamente sulle punte dei capelli con riflessi chiarissimi, effetto creatura eterea.
jhoromatic


I#Galaxy Hair, puntano su sfumature fredde, che vanno dal blu al viola, ispirandosi ad atmosfere galattiche e aurore boreali.
galaxyhair. haircutweb


I#SunsetHair, al contrario, si avvale delle tonalita’ del rosso e dell’arancio, che donano alla chioma un sapore di tramonto estivo.
sunset hair okchichas.com
All the pics are taken from Instagram




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Tommaso Aquilano e Roberto Rimondi lanciano la linea AR.RT

Fresca e giocosa. Con questi aggettivi si può definire il nuovo progetto creativo di Tommaso Aquilano e Roberto Rimondi, designer del marchio Aquilano.Rimondi.

Nasce, infatti, AR.RT (acronimo dei nomi dei fondatori): una griffe giovane, che poggia le sue basi sulle stampe. I capi, infatti, sono ispirati dal pittore Antonio López García e, più in generale, dalla corrente impressionista, combinandoli assieme nel mood anni settanta.

T-shirt, tuniche, trousers ed abiti plissettati: la neonata collezione  verrà commercializzata nei retailers selezionati a partire dal prossimo novembre 2016.

Con questa nuova strategia di marketing, la griffe italiana che ha visto le luci della ribalta nel settembre 2008 durante la Milano Fashion week , si appresta a coinvolgere un nuovo target di clienti e, soprattutto, di includere con AR.RT, i mercati esteri come Asia ed America.

 

 

Fonte copertina diredonna.it

 

Bruce Springsteen. In mostra le foto di Stefanko

“Gli anni’70, sono stati fondamentali. La guerra del Vietnam aveva dato una coscienza e una partecipazione attiva alla politica. Amavo la musica di Presley, la forza che sempre mi ha dato James Brown: vedevo e rivedevo Badlands di Terence Malick; forte è stata l’influenza di Marlon Brando, di John Ford, di Scorsese, degli scrittori prediletti come Flannery O’Connor del profondo sud. Di James M. Cain, Jim Thompson, E. Allen Ginsberg, che iniziai a leggere solo dopo che aveva paragonato alcune mie canzoni ai suoi pensieri.”

 

(Foto by Frank Stefanko)

(Foto by Frank Stefanko)

 

 

Gli anni settanta, sono il decennio che decretano Bruce Springsteen, il boss del rock, con centinaia di concerti sold out tra Filadelfia e Phoenix. Un successo forse inaspettato per un giovane uomo di Long Branch nella Contea di Monmouth, nel New Jersey.

 

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(Foto by Frank Stefanko)

 

 

La fama esplode solo dopo diversi tentativi di rivalsa con gli Steel Mill, gruppo musicale di cui era il frontman. Ed è proprio in questa stagione della sua vita, che il fotografo Frank Stefanko, nel 1978, inzia ad immortalarlo nei suoi scatti; immagini, che oggi, potranno essere ammirate  alla Wall of Sound Gallery di Alba (Cuneo).

 

Cover Album Darkness On The Edge Of Town by Frank Stefanko)

Cover Album Darkness On The Edge Of Town by Frank Stefanko)

 

Cover album The River by Frank Stefanko)

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L’esposizione, vede protagonisti ritratti di un Bruce sempre più consapevole della sua popolarità, immortalato, in varie pose, con aria spavalda; nondimeno, tali immagini, sono state utilizzate per le copertine di album come “The River” e “Darkness On The Edge Of Town.”

La mostra, che resterà aperta fino il 28 agosto prossimo, annuncia peraltro, il River Tour di Bruce Springsteen che domani, 3 luglio, approda a Milano.

 

 

 

Foto cover Frank Stefanko

Armani. Peter Lindbergh firma la campagna New Normal

Quattro donne bellissime, esteticamente differenti l’una dall’altra.

Liu Wen (cinese), Amanda Murphy (americana), Elisa Sednaoui (italiana) e Liya Kebede (etiope), sono le modelle che di fronte all’obiettivo del fotografo Peter Lindbergh, hanno posato per la campagna pubblicitaria 2016 di New Normal di Armani.  

 

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Plage du Touquet (una lussureggiante meta turistica a nord delle Francia) è stata la location perfetta per presentare la collezione: una serie di capi basici e dalla linea comoda, composta da camicie, giacche aderenti (in pelle di pitone e Principe di Galles), pantaloni con pinces e magliette minimali.

Gli scatti, tutti rigorosamente in bianco e nero, accentuano correttamente, la superba eleganza di New Normal che, priva di eccessi, rivela una donna raffinata e sicura di sé.

 

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Ho voluto mostrare – ha dichiarato Giorgio Armani – tipi diversi di bellezza, senza barriere, di quattro giovani donne che vivono tutte a loro modo il presente. Con il mio stile ho sempre voluto comunicare un’idea di eleganza concreta e reale, e questa campagna rinnova lo stesso messaggio con un senso di assoluta contemporaneità“.

 

 

 

 

Fonte immagini grazia.it

 

Dieci anni fa usciva “Il diavolo veste Prada”

È la pellicola che ha portato ufficialmente la moda nel mondo del cinema: Il Diavolo veste Prada ha compiuto 10 anni. Era il giugno del 2006 quando il film usciva nelle sale cinematografiche, riscuotendo un successo senza precedenti, con incassi che superarono a livello mondiale i 300 milioni di dollari.

Il Diavolo veste Prada è la trasposizione cinematografica del romanzo scritto da Lauren Wesiberger, pubblicato nel 2003: la regia di David Frankel ha saputo dipingere mirabilmente gli eccessi e la dura disciplina delle fashion editor. Il film lanciò la carriera di Anne Hathaway: grazie alla sua interpretazione dell’imbranata Andrea Sachs, la giovane attrice ottenne la fama internazionale. Inoltre il film valse a Meryl Streep la quattordicesima candidatura all’Oscar.

La giovane Andy Sachs è la tipica ragazza della porta accanto: il sogno di diventare scrittrice la porterà ad entrare quasi per caso nella redazione della rivista più venduta al mondo, “Runway”. Qui la ragazza si troverà ad affrontare la tirannica Miranda Priestly, interpretata da una sofisticata e cattivissima Meryl Streep. “Tutti vogliono essere noi”: così tuona Miranda Priestley, indossando capi haute couture ed occhiali da diva. Tra capricci di ogni sorta, la temibile direttrice insegnerà alla giovane Andrea i segreti dello stile, iniziandola ad una vita patinata e ad una carriera nel fashion biz.

Anne Hathaway nei panni di Andrea Sachs (Foto Movieplayer)

Anne Hathaway nei panni di Andrea Sachs
(Foto Movieplayer)



(Foto cover Vogue.it)


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Giorgio Armani collabora con Bugatti

Una capsule collection autunno/inverno 16-17, importante ed inaspettata. In questa occasione,  l’alta artigianalità e l’eleganza s’incontrano con il lusso e da questa unione, nasce la limited edition Giorgio Armani for Bugatti: una serie di accessori e capi che riassumono tutti gli elementi che caratterizzano la casa automobilistica francese, come il particolare prezioso per le borse in vitello spazzolato e cuoio, desunto dal dettaglio cromato a forma di staffa di cavallo del frontale delle automobili.

In linea con l’azienda Bugatti, la maison italiana ha partorito concettualmente una sfilza di abiti luxury, ideati con la consapevolezza che ad indossarli, saranno uomini dinamici e di gran classe; Il cliente, potrà scegliere di acquistare giacche in coccodrillo, jeans e coat in cachemire ed anche accessori come il porta IPad, le cinture, il portafogli e il beauty case, disponibili in pelle di vitello o coccodrillo.

 

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L’incontro con Bugatti è stato molto naturale”, ha dichiarato Giorgio Armani “ Da sempre ci accomuna il culto per le cose belle fatte per durare, realizzate con i migliori materiali. La collezione Giorgio Armani per Bugatti condensa questo incontro in una serie di capi e accessori pensati per essere indossati dagli uomini di oggi che ricercano solo il meglio e il cui stile di vita è attivo e dinamico”.

Di tutta risposta, il Presidente di Bugatti Automobiles S.A.S., Wolfgang Dürheimer ha utilizzato parole di stima nei confronti del noto stilista italiano e dell’omonima maison: “Per noi,  collaborare con Giorgio Armani è un grande onore. Quando si uniscono uno dei nomi più autorevoli e influenti dei settori moda e lifestyle e il marchio di vetture super sportive più esclusivo al mondo, non può che trattarsi di un progetto inedito, entusiasmante e stimolante.”

Disponibile a partire da agosto, la collezione Armani for Bugatti potrà essere acquistata nelle boutiques Armani ed all’interno di shop selezionati di Bugatti.

 

 

Photo by Giorgio Armani

Elezioni in Austria: Norbert Hofer ottiene l’annullamento del ballottaggio

Elezioni in Austria: niente di fatto. Sono stati annullati dalla Corte Costituzionale i risultati del ballottaggio dello scorso 23 maggio, in cui Alexander Van der Bellen aveva ottenuto la vittoria sull’avversario Norbert Hofer. Si tratta del primo caso di annullamento delle elezioni presidenziali in Austria. I primi sospetti si erano palesati poco dopo il ballottaggio, vinto da Van der Bellen per lo 0,7% di voti: il partito avversario Fpö sospettava che nel conteggio dei voti ci fossero state delle irregolarità. I verdi hanno sconfitto la destra alleandosi in una sorta di “patto repubblicano” con altri grossi partiti tradizionali, proprio con l’obiettivo di evitare la vittoria del candidato euroscettico, nazionalista di destra accusato di xenofobia e populismo.


Dopo l’elezione di Alexander Van der Bellen, che avrebbe dovuto prestare giuramento l’8 luglio, la Fpö ha subito espresso dubbi su presunti brogli durante le elezioni, in particolare in merito alla conta dei voti arrivati via posta. Così l’8 giugno il partito di destra ha annunciato un ricorso per irregolarità e la Corte Costituzionale ha avviato le indagini. Sono state registrate irregolarità in 94 dei 117 collegi elettorali, diverse schede sono state aperte prima dell’inizio ufficiale dello spoglio e i dubbi maggiori sono stati proprio quelli in merito ai voti arrivati per posta. Non un dettaglio da nulla dato che si tratta di 740.000 schede, determinanti per la sconfitta di Norbert Hofer. «Le elezioni sono il fondamento della nostra democrazia e il nostro compito è di garantirne la regolarità. La nostra sentenza deve rafforzare il nostro Stato di diritto e la nostra democrazia», ha detto a Vienna il presidente della Corte costituzionale Gehrart Holzinger prima di pronunciare la sentenza.


Dopo la decisione di annullare il ballottaggio, le elezioni in Austria dovranno essere ripetute in autunno, probabilmente il 25 settembre o il 2 ottobre.

Auguri a Debbie Harry, icona punk, oggi compie 71 anni

Spegne oggi 71 candeline Debbie Harry, celebre frontwoman dei “Blondie” ed indimenticabile icona di stile. Zigomi alti, capelli biondi, fisico statuario e sex appeal da vendere, la cantante statunitense ha incarnato lo stile degli anni Settanta ed Ottanta, sdoganando in particolare lo stile punk.

Un’infanzia travagliata per Angela Tremble: questo il nome con cui la madre biologica la abbandona; poi la piccola, nata a Miami il primo luglio 1945, viene adottata dai coniugi Richard e Catherine Harry, originari del New Jersey, e viene ribattezzata Deborah Ann Harry.

Appena ventenne, la bellissima Deborah vola a New York, dove lavora come estetista, modella e coniglietta di Playboy. Avvenente e dotata di una notevole estensione vocale, entra nel gruppo “Wind in the Willows” e nelle “Stilettoes”. Tra succinti abiti scuri e croci al collo, diviene antesignana dello stile punk. Nel 1974 insieme al compagno Christopher Stein fonda i “Blondie”. Performer carismatica ed eclettica, Debbie Harry colleziona album di successo insieme alla celebre band newyorkese: indimenticabili le hit “Heart of glass”, “Atomic”, “Call Me”, “Maria”.

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Deborah Ann Harry è nata a Miami il primo luglio 1945



 

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Celebre voce dei Blondie, Debbie Harry è icona di stile e simbolo del punk



 

 


SFOGLIA LA GALLERY:




 

Caschetto biondo platino e rossetto rosso, Debbie Harry diviene icona della musica e della moda, lavora come attrice e viene immortalata sulle maggiori riviste patinate. Alta appena un metro e sessanta, le curve e il carisma la sdoganano come un sex symbol internazionale. Immortalata da Andy Warhol, diviene musa dello stilista Stephen Sprouse, di cui ha indossato in esclusiva le creazioni. Sono in tanti ad immortalare la sua bellezza, da Robert Mapplethorpe a Richard Avedon.

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Debbie Harry in una polaroid realizzata da Andy Warhol



 

Debbie Harry, New York Apartment with Warhol Portrait, 1988. Photo by Brian Aris

Debbie Harry nel suo appartamento di New York con il ritratto eseguito da Warhol alle sue spalle. Foto di Brian Aris, 1988.



 

Schiva e riservata nella vita privata, di lei si sa davvero poco. Pare sia una grande amante dei gatti. Inoltre la sua vita sentimentale è stata da sempre oggetto del gossip: dopo la fine della sua relazione con Stein, nel 1989, la cantante ha ammesso di avere frequentato anche delle donne. Paladina della battaglia contro la discriminazione sessuale e pioniera della battaglia per i diritti gay, celebre è la sua frase: “Being hot never hurts!”, “Essere sexy non fa mai male”.

(Foto cover Robert Mapplethorpe, 1978)

 

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Perché Apple vuole comprare Tidal?

Apple sembra abbia iniziato una trattativa per acquistare il servizio di streaming musica di Jay Z Tidal per una cifra ancora non chiara o almeno questo è riportato dal The Wall Street Journal. La notizia è stata rilanciata da molti addetti ai lavori come Ben Sisario, il giornalista musicale del The New York Times.
La notizia per gli addetti ai lavori sembra strana per molti motivi, il primo che viene in mente è che Apple da un anno è impegnata in una guerra senza quartiere con Tidal, il secondo è che Jay Z non è certo un fan della mela di Cupertino. D’altro canto ha senso pensando alla volontà di fare una concorrenza davvero spietata nei confronti di Spotify che rimane il servizio principe nello streaming musicale.


Apple Music e Tidal erano gli unici due servizi che acquistavano album esclusivi. Spotify non ha mai voluto acquistare i diritti per le esclusive.
Nel caso di acquisto Apple sarebbe l’unico servizio a cui gli artisti potrebbero rivolgersi per i lanci degli album nuovi.
Certo non c’è nessuna garanzia che gli artisti che hanno un contratto in esclusiva si spostino da Tidal a Apple Music. Molti artisti sono soci di Tidal e non è detto che approvino l’operazione. Certo i soldi tendono a mettere d’accordo tutti.
Se Apple riuscisse a portarsi dietro tutti gli artisti di Tidal riuscirebbe ad arrivare vicino ai 30 milioni di iscritti paganti di Spotify.
Poi si troverebbe ad agire da monopolista per le uscite di molti artisti di primissimo livello: Drake, Beyoncé, Taylor Swift, Madonna, Kanye West, Rihanna, Jay Z, Madonna, Future, Chance The Rapper, Nicky Minaj, Jason Aldean, Pharrell e Daft Punk. Senza contare che Tidal possiede tutta la discografia di Prince in esclusiva.


Jay Z aveva fondato Tidal perché era convinto che compagnie come Apple e Spotify sfruttavano gli artisti e guadagnavano in maniera sproporzionata rispetto agli artisti. Dato che molti artisti sono soci di Tidal nel caso di una acquisizione riceverebbero un assegno sicuramente considerevole. Missione compiuta Jay Z.


Apple in questo modo diventerebbe la compagnia amica degli artisti, a Trent Reznor e Dr. Dre si unirebbe Jay Z. Il nemico unico sarebbe Spotify che con la sua offerta gratuita è sempre stata guardata con sospetto se non aperta ostilità da tutto il mondo musicale. Spotify, fino ad ora, è semplicemente troppo grande per essere messo da parte ma nel caso ci fosse una compagnia, Apple, grande a sufficienza senza offerta gratuita che renderebbe meno dolorosa la rinuncia a Spotify le cose cambierebbero.


L’operazione che a prima vista, visti i rapporti (e i sabotaggi) tra le due compagnie, sembra folle in realtà potrebbe risolversi in una operazione win win, gli unici scontenti sarebbero Spotify e probabilmente gli utenti.

Candice Swanepoel presto mamma

Tra le gravidanze vip dell’estate 2016 anche quella di Candice Swanepoel: il biondo angelo di Victoria’s Secret è infatti in dolce attesa. La bellissima modella sudafricana, classe 1988, aspetta il suo primo figlio dal fidanzato Hermann Nicoli. L’arrivo della cicogna è previsto per l’autunno.

Viso angelico e corpo sinuoso, Candice Swanepoel è stata scoperta all’età di 15 anni. Già l’anno seguente la troviamo immortalata su Vogue Italia. Con il passare del tempo appare anche sulla cover di riviste come GQ, Elle e Harper’s Bazaar. Innumerevoli le case di moda che se la contendono: Candice ha sfilato per Tommy Hilfiger, Dolce e Gabbana, Michael Kors, Donna Karan, Oscar de la Renta, Fendi, Chanel, Diane von Fürstenberg, Stella McCartney, Givenchy, Jean Paul Gaultier, Christian Dior, Blumarine e molti altri.

Nel 2013 viene nominata da Forbes la nona modella più pagata al mondo con un compenso di 3.3 milioni di dollari. Dal 2007 è presenza fissa sulla passerella di Victoria’s Secret, e dal 2010 diviene uno dei famosi Angeli del brand, colosso della lingerie. Anche la sua gravidanza, come quella della collega e amica Behati Prinsloo e quella di Bar Refaeli (qui un pezzo su quest’ultima), è divenuta un vero e proprio evento mediatico, seguito passo passo sui social network, dove l’angelo di Victoria’s Secret conta milioni di followers.

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Uno scatto tratto dal profilo Instagram di Candice Swanepoel



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La top model sudafricana sfoggia il pancione



(Foto cover Daily Mail)


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Tendenze Primavera/Estate 2016: marinière

Dior. Julia Nobis immortalata da Steven Meisel

Giovane, fresca e solare. E’ Julia Nobis, la modella australiana che durante il giorno, fuori dal set, indossa le Doc Martins ispirandosi ai look di Kurt Cobain, il nuovo volto della campagna pubblicitaria prêt-à-porter autunno-inverno 2016-2017 di Dior, firmata da Steven Meisel.

 

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Il focus dell’ADV è il movimento, il modo migliore per raccontare una donna dinamica, attiva e libera.

Il progetto creativo di Meisel, mira a rivelare ogni simbolo capo, attraverso pose mimiche che evidenziano la texture e i tagli degli indumenti indossati da Nobis.

 

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In primo piano, gli overcoats, che determinano, appunto, il dinamismo. Altra fonte per raggiungere l’obiettivo, sono gli spacchi delle gonne che, oltre a donare alla campagna pubblicitaria un tocco di audacia, sottolineano l’idea creativa del fotografo newyorkese.

 

 

Ph Steven Meisel

Milano Moda Uomo: I Trend per la SS 2017

La Milano fashion week ha svelato quello che saranno le tendenze più trend per la primavera estate 2017. Abbiamo visto sfilare molti capi dallo stile urban casual, per alcuni brand come Junli, Christian Pellizzari, che ha portato nelle passerelle linee pulite piuttosto decise con colori sobri come il grigio nelle sue diverse sfumature e il nero.

Mentre il vero must have continuano ad essere i destroyed jeans, quelli strappati con segno di una vita lunga, senza alcun dubbio le giacche con patch saranno il vero trend della futura stagione.

La vera sorpresa è lo stile country, ovvero le stampe scozzesi, ma in questo caso riportata ad un stile più metropolitano creando nuove geometrie.

Certamente uno dei nuovi trend è lo sport chic, più che altro per le giacche e maglioni destrutturati. Andranno anche per la maggiore il bermuda con diverse stampe e colori forti come il rosso fuoco e il verde.

Molto sofisticata e elegante la collezione di Daks, che ha portato l’odore e il colori della lontana India, un vero incrocio di sentieri e strade. Passando da un grigio quasi argento che si mescola con il bordeaux e il verde. Tutto questo facendo buon uso dei tessuti come il lino, la seta e il cotone.

Qui nella nostra gallery potrete vedere molte idee che non potranno mancare nel vostro guardaroba per la prossima stagione Primavera Estate 2017.

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Christian Pellizzari



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Christian Pellizzari



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Christian Pellizzari



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Strateas Carlucci



Red Sox Appeal al Pitti90: Un viaggio di stile

Sulla scia del tema moda lanciato da Pitti Uomo 90, Red,  brand dello storico Calzificio Re Depaolini, lancia una Special Edition legata al tema Lucky Numbers, scommettendo sui numeri ma rimanendo comunque fedele al tema dʼispirazione della prossima collezione SS17 : il viaggio.

Per la SS17, Red come ogni stagione lancia la sua special edition,  decorata con fiches fantasiose e celebrative per distinguersi nell’ordinaria quotidianità. Quindi numbers and Vegas, per non uscire dal mood della manifestazione e dal tema della prossima collezione.

La calza viene prodotta grazie a macchinari di ultima generazione e con materie prime di altissima qualità, che permettono la realizzazione di disegni e grafiche anche molto complesse.

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Calza in cotone Red – Sox Appeal con motivo fiches Lucky Numbers. Pitti90 Special Edition



Gioia, spensieratezza ed ironia, queste le parole chiave della nuova collezione P/E 17 di RED, colori vitaminici, rubati da paesi d’oltreoceano. Come da tradizione, il brand cerca di rappresentare uno stile di vita e nella prossima collezione introduce una sfumatura dello stile urbano: il traveller, il giramondo che ama distinguersi in occasioni formali tanto quanto in quelle più casual, dando importanza alla calza quanto al resto degli accessori.

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Calza lunga in cotone con tacco punta in contrasto e motivo fenicotteri.



I colori sono un mix dei profumi di Cuba e Miami Beach, mentre le grafiche prendono spunto dalla streetart di Philadelphia con un richiamo ai graffiti, o ancora s’ispirano alla natura tropicale: ananas, palme, animali come fenicotteri e tucani, sempre pronti a ricordarci di prendere la vita quotidiana con un pizzico di leggerezza ed ironia.

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Calza 3/4 in cotone motivo zig-zag psichedelico.