Archive for agosto, 2016

Chiara Ferragni diventa una Barbie

E’ l’insalata più celebre del mondo. Nel 2015 la rivista Forbes l’ha inserita tra gli under 30 più influenti del globo con un guadagno pari o maggiore a 10 milioni di euro.

Chiara Ferragni, la più influente fashion blogger di tutti i tempi (con un seguito di oltre 6,5 milioni di seguaci solo su Instagram) oggi è diventata una splendida Barbie (caso strano visto che la Mattel, almeno inizialmente, non vide di buon occhio la celebre bambola capeggiare sulla cover del blog “The Blond Salad” n.d.r.).

 

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Il mio sogno di bambina diventa realtà: hanno creato una Barbie come me“, ha dichiarato la Ferragni postando un’immagine di lei “Barbie” sul suo profilo Instagram.
La bella bambola Ferragni è stata riprodotta rispettando lo stile della celebre influencer: giubbino di pelle, top crop, denim strappati e l’immancabile tracolla Chanel.

Giudicata ” favolosa, una fonte d’ispirazione ed unica nel suo genere” dalla stessa Mattel, Chiara Ferragni si riconferma un’icona di stile anche in formato bambola.

 

 

Immagini tratte da Vanity Fair

Jennifer Lopez e Marc Anthony sempre più vicini

Fresca di separazione dal suo toy boy Casper Smart, la bellissima Jennifer Lopez pare abbia ritrovato la serenità accanto al sue ex marito Marc Anthony.

Gli ex coniugi Anthony si sono esibiti il 30 agosto scorso sul palco del Radio City Music Hall di New York, intonando la hit “No Me Ames” e mostrando un feeling coinvolgente che non è passato inosservato ai partecipanti.

 

JLo e Marc Anthony sul palco del Radio City Music Hall (fonte immagine tgcom24)

JLo e Marc Anthony sul palco del Radio City Music Hall (fonte immagine tgcom24)

 

 

La coppia si era separata il 16 luglio 2011 dopo una relazione durata sette anni e dalla quale sono nati i gemelli Maximilian  David e Emme Maribel.

Alla luce dei fatti sembra che l’avvicinamento tra i due sia del tutto amichevole visto che Marc Anthony sarebbe ancora molto vicino a sua moglie, la modella venezuelana Shannon de Lima, al suo fianco al termine dello spettacolo.

 

I coniugi Anthony immortalati prima della separazione (fonte immagine gossip.fanpage.it)

I coniugi Anthony immortalati prima della separazione (fonte immagine gossip.fanpage.it)

 

 

Oltre ad averla “fregiata” del titolo di regina non appena la performances tra i due è terminata, rientrato in hotel non ha perso tempo a postare una foto su Facebook che lo ritrae accanto alla moglie, a Jennifer e ai loro due figli, come una felice famiglia allargata.

I fans della bella Jennifer per il momento possono solo sperare in un riavvicinamento tra i due come coppia, ma ad oggi oltre alla prole, l’unica cosa che gli accomuna è il brano “No me Ames”.

 

 

Fonte cover Facebook

Lo Stato islamico è in preda al caos e alla burocrazia

Il Daily Beast è riuscito a ottenere dei documenti amministrativi dello Stato islamico che mostrano come anche il regno dello sceicco al-Baghdadi sia vittima di corruzione, infiltrazioni di spie e lotte burocratiche.
I documenti sono stati recuperati da un gruppo di ribelli siriani finanziati dagli USA vicino a Damasco e mostrano i salari e bonus pagati ai soldati circa un anno fa.


Questi documenti confermano le voci che da qualche tempo circolano su Daesh, voci messe in giro da disertori ed ex jihadisti.
La prima cosa che spicca è la quantità straordinaria di burocrazia in ogni singolo aspetto della vita pubblica dello stato di Daesh. I leader del gruppo regolano ogni singola cosa, dalle requisizioni di munizioni ai periodi di vacanza.


I documenti sono stati fornita da Maher al-Hamdan, il portavoce del gruppo di ribelli Ahmad Abdo Brigade. Il gruppo in questione riceve supporto finanziario dal “Comando militare operativo” di Amman, cioè dagli USA, in quanto considerato uno dei gruppi anti Assad affidabili.


Secondo il portavoce i documenti sono stati trovati sul corpo di Abu Ali al-Iraqi, un comandante di Daesh rimasto ucciso in uno scontro con i ribelli a giugno vicino al confine tra Siria e Giordania.


I documenti sono parti di comunicazioni tra ufficiali di Daesh e mettono in piazza le difficoltà del gruppo nonostante la propaganda parli di una continua crescita nonostante lo stato di guerra perenna e le perdite territoriali sia in Siria che in Iraq.
Una lettera datata 10 maggio 2016 (3 Sha’ban 1437) indirizzata al governatore della provincia di Damasco informa quest’ultimo del fallimento della operazione di controspionaggio nella città di Dumayr, a 40 Km dalla capitale. L’operazione era indirizzata proprio nei confronti della brigata Ahmad Abdo ed era guidata da tale Abu Hudhaida al-Ghoutani che si è rivelato essere un doppio agente. al-Ghoutani aveva cercato di riunire tutti i leader di Daesh nell’area in una sola stanza con l’intenzione di fare saltare una carica esplosiva.
La cospirazione è stata scoperta per tempo ma l’agente è lo stesso riuscito a scappare con 6.500 dollari, una videocamera, del plastico, detonatori, una pistola, 2 fucili, 1.500 proiettili e 7 granate.
Il direttore della sicurezza nell’area venne a conoscenza del fatto e tolse fondi e aiuto logistico a tutti i combattenti.
L’ufficiale che ha scritto la lettera si è poi lamentato del fatto che tutti i combattenti dell’area hanno dovuto fare il lavoro con il poco che avevano e qui prosegue a relazionare sul modo in cui hanno continuato a combattere e quanti ribelli hanno ucciso.


Il fallimento del controspionaggio è indicativo di una situazione difficile. Le operazioni con cellule dormienti o uomini infiltrati sono sempre state uno dei fiori all’occhiello di Daesh. Il sistema di spionaggio è stato costruito con in mentre il KGB russo e la Stasi della Germania Est.


I documenti sono stati autenticati da esperti e sono un oblò all’interno del mondo isolatissimo di Daesh.


Ad esempio anche i jihadisti si lamentano delle paghe, la lettera si conclude con una richiesta di aumento.
In un altra lettera il salario è la questione principale. Il mujahid tipo prende 50 dollari al mese. Nello specifico il jihadista di cui si parla nella lettera prende 50 dollari di salario più 50 dollari per il sostentamento della moglie ma nella richiesta di pagamento è possibile aggiungere altre spese: figli, schiave sessuali e i loro eventuali figli, altri bonus, ricompense per l’Eid, spese varie e riconducibili all’attività di soldato. Tutto rimborsabile secondo precise tabelle a quanto pare.
In un’altra lettera un mujahid di Damasco chiede una settimana di ferie a Deir Ezzor e Raqqa, il comandante permette le ferie ma specifica che i “fratelli” devono essere precisi riguardo le date se no verranno interrogati secondo le leggi della Sharia.


In una lettera indirizzato al dipartimento che gestisce la guerra un amministratore generale del comitato di guerra richiede il pagamento del salario di tre mesi per un soldato specificando che ha moglie, figli e mantiene la sorella e la madre.
In un’altra lettera la stessa persona richiede un 4×4, 500 bombe, un sistema GPS per il posizionamento delle bombe, un veicolo corazzato, dei missili anti-carro, dei lanciamissili, delle mitragliatrici anti-aeree, un videocamera di sorveglianza, due camion e una ruspa. Il tutto per proteggere l’area a loro assegnata.


Nell’ultima lettera un impiegato di un importante giudice del comando centrale chiede spiegazioni riguardo l’affollamento nelle prigioni di Daesh nell’area. Il comandante risponde che i prigionieri sono rimasti in detenzione poche ore e che la settimana scorsa solo tre persone sono state in prigione per almeno una settimana mentre nel momento in cui la lettera è stata scritta non vi erano detenuti. Il comandante dice che il problema è che un altro dipartimento non ha mandato le date di rilascio per cui il problema era loro.
Tutto il mondo è paese, insomma. Anche nel paradiso dello sceicco al-Baghdadi.

Il folle spot di Kenzo girato da Spike Jonze

Questo è quello che si chiama osare, rompere gli schemi. Finalmente la creatività, l‘originalità hanno preso la forma di uno spot: quello di Kenzo diretto da Spike Jonze.

Gli ingredienti di qualità ci sono tutti: un regista coi fiocchi, una bravissima interprete, una location mozzafiato, una coreografia moderna e accattivante; il risultato è già stato raggiunto, dopo il lancio dello spot il mondo della comunicazione urla al capolavoro e così Kenzo ha fatto il suo ingresso nella memoria dei profumi.

Kenzo World è il primo profumo firmato Carol Lim e Humberto Leon per Kenzo, direttori creativi del brand giapponese alla guida dell’azienda dal 2011.

In Italia il profumo sarà in vendita solo dal prossimo anno (settembre 2017), per ora è disponibile soltanto in Francia e dobbiamo accontentarci del piccolo corto che lo rappresenta.

Lo spot è adrenalinico, carico di forza e si apre con una serata di gala, tavole imbandite, ospiti selezionati e una bellissima ragazza borghese al centro dello schermo che pare sentirsi fuoriluogo, forse annoiata; la giovane trova una scusa per uscire dalla sala quando, ancora con le lacrime agli occhi, sente una musica che la cattura, quasi impossessandosi di lei. Smorfie da indemoniata iniziano la trasformazione mentre la protagonista, l’attrice Margaret Qualley di Nice guys e Leftovers, percorre tutte le stanze di un teatro danzando, saltellando sulle scale, cercando il suo vero volto tra gli specchi, sotto le note di Mutant Brain, quale titolo più azzeccato?!



Il folle regista di “Her” e di “Essere John Malkovich“, non contento, trasforma le scene successive in un “videogioco da combattimento”: la Qualley lotta con un uomo e inizia a sparare all’impazzata, una forza che proviene dal suo stesso corpo fino a quando, uscita da teatro, vola all’interno di un enorme “occhio fiorato”, le note sono quelle delicate dei liuti giapponesi e riportano ai giardini orientali ma…il silenzio e la pace durano poco, perché il ritmo diabolico torna a farsi sentire, così come quegli occhi folli tornano a farsi vedere.


Quando il regista è un regista di culto, non possiamo che aspettarci capolavori simili, che sicuramente cambieranno e influenzeranno gli spot a venire. Non più donne docili, di una eleganza composta e passiva, ma donne consapevoli, dalla forte personalità, forse un po’ matte, ma capaci di “scegliere”.

Spike Jonze non è nuovo alla regia di videoclip, il suo passato si scrive di numerosi e noti videoclip musicali e non possiamo non notare la somiglianza di stile e ritmo con  il suo “Weapon of Choice” di Fatboy Slim, che portò l’attore Christopher Walken in cima alla classifica dei migliori video ballati di ogni tempo.



La coreografia per Kenzo invece è stata curata da Ryan Heffington, lo stesso del videoclip Chandelier.

Il pezzo “Mutant Brain” è stato composto appositamente da Sam Siegel & Ape Grums set. Assassin.

Chris Brown arrestato per violenza

I rapper americani hanno la fama di essere propagandisti di violenza e Chris Brown non fa eccezione.

Il controverso cantante di “Turn up the music”  sembra non abbia perso il vizio di molestare e recare violenza ai danni di una donna.

Il nuovo episodio della saga Brown arriva da Los Angeles e più precisamente dalla dimora dello stesso artista a Tarzana, zona residenziale a nord-ovest della “città degli angeli“.

 

L'abitazione del cantante ripresa durante i concitati attimi prima dell'arresto (fonte immagine panorama.it)

L’abitazione del cantante ripresa durante i concitati attimi prima dell’arresto (fonte immagine panorama.it)

 

 

Una donna (minacciata con una pistola dall’ex di Rihanna) è riuscita a denunciare il fatto alla polizia locale solo dopo aver abbandonato (senza non poche difficoltà) la residenza del cantante.

La reazione di Brown (sicura e spavalda) non si è fatta attendere e su Instagram, proprio negli attimi in cui la polizia circondava la sua casa, ha postato un video in cui dichiarava: “Buona fortuna. Quando otterrete un ordine del tribunale o ciò che è necessario, venite direttamente qui e non vedrete niente, idioti“.

Il mandato di perquisizione è giunto solo dopo 9 ore dalla chiamata al 911. Secondo il sito TMZ.com i  poliziotti sono riusciti a recuperare una pistola e un quantitativo di droga non specificato che lo stesso cantante aveva lanciato da una finestra all’interno di un borsone. Il suo arresto è stato dunque inevitabile.

 

Rihanna dopo la violenza subita da Chris Brown (fonte immagine panorama.it)

Rihanna dopo la violenza subita da Chris Brown (fonte immagine panorama.it)

 

 

La fedina penale di Chris Brown è tutto fuorché pulita e la causa è sempre la stessa: violenza!

Nel 2009, come tutti ricorderanno, il cantante pestò e minacciò di morte la allora compagna Rihanna e nel 2013 fu coinvolto in una rissa fuori da un locale di Washington che gli costò una notte in gattabuia.

 

 

Fonte cover panorama.it

James Long è il nuovo direttore creativo di Iceberg

La notizia circola da qualche ora: Arthur Arbesser lascia la direzione creativa di Iceberg  e al suo posto arriva James Long, già designer della linea uomo del marchio.

La dipartita lavorativa del designer non permetterà al marchio di partecipare alla prossima settimana della moda milanese prevista per settembre prossimo; l’uscita dal calendario dalla Milano Fashion Week, reca un duro colpo alla Camera della Moda Italiana che vede perdere (ancora una volta) un altro celebre nome dalla kermesse meneghina.

 

James Long portrait (fonte immagine jameslong.com)

James Long portrait (fonte immagine jameslong.com)

 

 

Long, giovane designer londinese, si è laureato al Royal College of Art di londra e nel 2008 fonda il suo eponimo brand di menswear.

La maglieria è il punto di partenza di ogni sua collezione considerata, quest’ultima, sempre innovativa e contemporanea.

“Ringrazio Arthur per l’importante contributo e gli auguro di proseguire con successo il suo percorso creativo […] Con questa nuova nomina raggiungiamo l’obiettivo di uniformare sotto una sola visione la direzione artistica di Iceberg rendendo più coese e coerenti le collezioni” ha dichiarato Paolo Gerani, amministratore delegato del Gruppo Gilmar

L’apporto di Long partirà dalla prossima stagione A/I 17-18.

 

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Boom. In arrivo l’aereo supersonico

Con Boom sarà possibili raggiungere in brevissimo tempo una città al capo opposto del mondo.

Sembrerebbe difficile ma non lo è affatto. La startup statunitense Boom, starebbe progettando un jet talmente veloce che potrebbe permettere di percorre una tratta come Londra – New York  in circa 3 ore.

A consentire ciò sarebbe la velocità supersonica che potrebbe raggiungere (si parla di circa 2600km/h) pari a 2,6  volte tanto un velivolo attualmente utilizzato per uso civile.

 

Richard Branson fondatore di Virgin Group (fonte immagine blog.risorsedellamente.it)

Richard Branson fondatore di Virgin Group (fonte immagine blog.risorsedellamente.it)

 

 

A sostenere il progetto della startup è Richard Branson  (fondatore del gruppo Virgin) che dal suo canto ha promesso di dare man forte all’idea di Boom attraverso le sue risorse economiche per sviluppare e realizzare  i primi prototipi che si spera possano diventare veri e propri mezzi di trasporto solo dopo il collaudo previsto per la fine del 2017.

Sembrerebbe che 10 velivoli siano già stati ordinati e che una compagnia europea sarebbe interessata a comprare 15 jet per incrementare la sua flotta aerea.

Farsi trasportare dal jet supersonico non sarà facile soprattutto perché il costo del biglietto  non potrebbe essere sostenuto da chiunque.

Per un viaggio Tokyo – San Francisco, l’utente dovrà sborsare la modica cifra di 6.500 dollari.

The Cal 2017. I primi scatti del calendario Pirelli

Prende forma il calendario più atteso dell’anno. Immagini rivelatrici lanciate su pirelli.com annunciano, infatti, che il calendario Pirelli 2017 è in fase di realizzazione.

Nicole KidmanKate WinsletHelen MirrenUma ThurmanPenelope CruzJulienne MooreRooney MaraCharlotte RamplingAlicia VikanderZhang ZiyiRobin WrightJessica ChastainLupita Nyong’oLea Seydoux e Anastasia Ignatova sono le quindici celebrità (bellissime) fotografate dal grande maestro Peter Lindbergh per il celeberrimo calendario Pirelli 2017.

 

Kate Winslet sul set del Calendario Pirelli 2017

Kate Winslet sul set del Calendario Pirelli 2017

 

Robin Wright

Robin Wright

 

La bellissima Penelope Cruz in posa per Lindbergh

La bellissima Penelope Cruz in posa per Lindbergh

 

L'affascinante Nicole Kidman posa per The Cal 2017

L’affascinante Nicole Kidman posa per The Cal 2017

 

Uma Thurman sul set di Pirelli 2017

Uma Thurman sul set di Pirelli 2017

 

 

Di una bellezza disarmante, gli scatti che annunciano il nuovo capolavoro di Lindbergh mostrano tutta l’eleganza del suo operato.

Il focus del progetto elaborato per Pirelli è il viso “contornato” dalla visione della donna quasi immacolata.

«Il mio Pirelli  è un calendario non nudo, che spoglia l’anima delle attrici: quindi è più nudo del nudo. The Cal 2017 sarà un calendario sulla sensibilità, sull’emozione, non certo sui corpi perfetti” ha dichiarato il fotografo.

Il maestro dell’obiettivo espone con oggettività la superba raffinatezza della donna che non passa, necessariamente, attraverso un corpo ignudo.

The Cal 2017  è stato realizzato tra New York, Los Angeles, Le Toquet, Berlino e Londra durante i mesi di giugno e luglio e verrà presentato ufficialmente il prossimo 29 novembre, a Parigi.

 

 

 

Immagini tratte da pirelli.com

Lo stile di Valentina Ferragni

Bionda, giovanissima e già sulla cresta dell’onda: Valentina Ferragni, sorella minore della più famosa Chiara, è la it girl del momento. Un cognome importante ed un’eredità difficile da raccogliere, per la piccola di casa Ferragni: ma la sua bellezza acqua e sapone ed un fisico atletico l’hanno resa la nuova icona di stile copiatissima dalle teenager.

Con in tasca un contratto come testimonial di Pantene, insieme alla sorella Chiara, ed un milione di follower su Instagram, per la bella Valentina si sono aperte le porte del fashion biz. La giovane è già apparsa sui magazine più prestigiosi del mondo e si è imposta come presenza fissa nei front row delle sfilate.

Da New York a Londra, da Milano a Parigi, Valentina Ferragni monopolizza l’attenzione dello street style con i suoi outfit. Il suo stile alterna con grande nonchalance look casual a capi luxury.

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Valentina Ferragni è la sorella minore della famosissima Chiara




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Lunghi capelli biondi e sorriso perfetto, Valentina Ferragni posa spesso accanto alla sorella Chiara sfoggiando grande disinvoltura. Nelle sue foto la ritroviamo tra bikini mozzafiato e capi dalle suggestioni haute couture. Se è vero che il suo cognome è ormai garanzia di successo, di certo la piccola di casa Ferragni non perderà tempo nell’affermarsi come trendsetter, al pari della sorella, fondatrice del celebre blog The Blonde Salad.

Un fidanzato blogger, Luca Vezil, e una laurea in Linguaggi dei Media, per Valentina Ferragni: neanche a farlo apposta, la giovane it girl ha discusso una tesi sull’influenza esercitata dai blogger nella società di oggi. Sul suo profilo Instagram (@valentinaferragni) la vediamo postare scorci di vita di una ragazza normale, se non fosse per il numero impressionante di follower e gli outfit sfoggiati. I brand più famosi se la contendono, mentre lei, sulle orme della sorella, si appresta a diventare un’icona di stile apprezzata a livello internazionale.

Valentina Ferragni al Coachella 2016

Valentina Ferragni al Coachella 2016



(Foto cover Gushmag.it)


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Lo stile di Chiara Ferragni

EMILY RATAJKOWSKI PROTAGONISTA DELLA CAMPAGNA JASON WU A/I 2016

Emily Ratajkowsky è la nuova testimonial di Jason Wu per la campagna pubblicitaria fall winter 2016. Una Ratajkowsky stranamente habillè posa su una cadillac d’epoca stranamente scomposta, indossando un casto abito a fiori abbinato alla bag Jamie, su un campo aperto.

A immortalarla Inez & Vinoodh, in ambienti street e in pose naturali, che esaltano la bellezza della modella/attrice.

 

Images: jasonwustudio.com
Model: Emily Ratajkowski
Art Director: Patrick Li
Hair Stylist: Ward Stegerhoek
Makeup Artist: Yadim
Manicurist: Deborah Lippman
Photographer: Inez van Lamsweerde and Vinoodh Matadin

 

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Il suo account Instagram 

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PROVA COSTUME: È SCOPPIATA L’AB CRACK MANIA

Morto Gene Wilder: da Willy Wonka a Frankenstein, i film cult dell’attore

Quando uscì al cinema nel 1971, Willy Wonka e la fabbrica del cioccolato non ebbe un gran successo: bocciato dal pubblico e dalla critica, rinnegato dall’autore dell’omonimo romanzo Roal Dahl. Più di quarant’anni dopo, un fotogramma di quel film è uno dei meme più condivisi al mondo, un vero tormentone social. Questo accade quando la personalità di un attore trasforma un fiasco in una pellicola cult. Gene Wilder, con il suo incredibile talento, la sua ironia pungente e la sua indimenticabile mimica facciale, è stato un grande protagonista della storia del cinema tra gli anni ’60 e la fine degli anni ’80. Jerome Silberman, vero nome di Wilder, è morto ieri all’età di 83 anni a Stamford, nel Connecticut, in seguito a gravi complicazioni dovute all’Alzhaimer che lo tormentava da tempo.


Gene Wilder è morto“: quando Associated Press ha diffuso la notizia, confermata da uno dei nipoti dell’attore, il web si è riempito ancora una volta di meme e video, gif animate e citazioni dai suoi film cult. Il primo in ordine di tempo, Per favore non toccate le vecchiette (1968) ha segnato la nascita di un sodalizio creativo difficile da eguagliare: quello con Mel Brooks. I due si erano conosciuti nel ’63 quando Wilder, protagonista dello spettacolo teatrale Madre Coraggio e i suoi figli, era stato presentato a Brooks dalla futura moglie del regista. La sintonia è stata subito palpabile e Gene Wilder si è assicurato il ruolo di Leo Bloom nella pellicola d’esordio di Mel Brooks. Il regista parlò di lui come “L’uomo della strada con tutte le sue vulnerabilità ben visibili”. Il duo collaborò ancora in Mezzogiorno e Mezzo di Fuoco (1974), ma la vera consacrazione arrivò lo stesso anno con Frankenstein Jr. Fu lo stesso Wilder a scrivere la sceneggiatura e a proporre all’amico questa parodia dei film horror degli anni ’30, una pellicola di culto che ottenne immediato successo.


Gene Wilder è famoso anche per il suo divertente ruolo del dottor Doug Ross in Tutto quello che avete sempre voluto sapere sul sesso* (*ma non avete mai osato chiedere), film di Woody Allen del 1972 che mise in luce le sue capacità nella commedia brillante. Attore, sceneggiatore e regista, Wilder diresse tra gli altri La signora in rosso, che nel 1984 gli valse un Golden Globe. Il web però lo ricorderà sempre come lo strambo e geniale Willy Wonka, e come il dottor Frankenstein che urla “Si può fare!

Stiglitz secondo Michele Di Salvo

Stiglitz, il Nobel per l’Economia del 2001 e l’economista capo della Banca mondiale, è stato tirato per la giacchetta da una miriade di politici, in Italia, soprattutto il Movimento 5 stelle, ma qualcuno ha mai effettivamente capito quali sono le idee di Joseph Stiglitz? Abbiamo chiesto al nostro Michele Di Salvo di spiegarci qualcosa a riguardo.


Stiglitz ha recentemente sostenuto in una sua intervista a Business Insider che l’Europa sia sull’orlo del collasso se non cambierà la sua politica monetaria, che Brexit è stata sola la prima, indicativa, reazione del popolo europeo ai problemi strutturali della moneta unica. Non pensi che i grandi leader europei siano d’accordo e che cercheranno di essere ancora più duri e ancora più sbrigativi per rendere il Regno Unito un esempio?


Questo sicuramente si lo si era capito subito ed è la ragione per cui Cameron si è dimesso: il non voler essere, per un secondo più del necessario, il premier che passava alla storia come quello delle pesanti punizioni dell’Europa nei confronti della Gran Bretagna. La Gran Bretagna ne è consapevole e non a casa ha ancora fatto partire la procedura d’uscita. Il problema, tuttavia, non è la Gran Bretagna. Non lo è mai stata sotto il profilo monetario dato che la Gran Bretagna non faceva parte del sistema dell’Euro. Quindi ripercussioni strutturali sull’Euro non ce ne sono, semmai ripercussioni ci sono state per la Sterlina.
La visione di Stiglitz è una visione precisa e va inquadrata per quello che è il pensiero, l’analisi e il lavoro di ricerca economico che fa Stiglitz; per lui la moneta è uno strumento della politica di un paese. In questa ottica Stiglitz non può che vedere male qualunque sistema nel quale il controllo della moneta è svincolato in maniera diretta dall’azione politica dell’esecutivo e in cui le politiche economiche siano svincolate dal controllo democratico. Dal primo momento in cui nacque l’Euro Stiglitz, felicissimo per una semplificazione monetaria e questo non viene mai detto, fu, anche, uno di quelli che disse che la moneta non è un soggetto a sé stante e che si sarebbe dovuto chiarire l’organo di direzione politica e quali sono gli strumenti di moderazione democratica del controllo della politica economica. In caso contrario la moneta sarebbe diventata un problema per i governi. Questa analisi di Stiglitz si sta rivelando una analisi corretta. La sua posizione è facilmente strumentalizzabile ma Stiglitz non è andato contro l’Euro, ha detto che prima o durante la fase di ricostruzione dell’Euro si sarebbe dovuto decidere chi era il soggetto politico che determinava la politica economica di un’area che lui definì assolutamente non omogenea.


Stiglitz ha poi sottolineato come l’italia potrebbe essere la goccia che fa traboccare il vaso in caso Renzi perda il referendum e si dimetta. Stiglitz ha suggerito che lui ritiri questo proposito per il bene di tutti. Pensi che Renzi possa perdere il referendum?


Stiglitz ha una visione americana, conosce relativamente poco i vari sistemi giuridici o legislativi dei paesi europei. In America il presidente può dimettersi o ritirarsi indipendentemente da un impeachment ed è completamente slegato anche dalle elezioni di medio termine; non ha un rapporto fiduciario con Camera e Senato. In Europa funziona in modo diverso e gli americani fanno fatica a comprendere questi equilibri. Il problema dell’italia e, in generale, delle analisi che fanno i monetaristi è che, nel momento in cui venne a mancare il sistema di Bretton Woods, cioè l’ancoraggio di una moneta all’oro, si vennero a creare due situazioni,: il debito pubblico e il portafoglio titoli di Stato. L’Italia è un paese monetariamente fortemente indebolito dal fatto che ha un enorme debito pubblico e quindi è “schiavizzata” dal mercato. Poco fa è stato detto in Commissione bilancio che abbiamo molti derivati che siamo stati costretti a fare come cadeaux alle banche in un momento in cui il nostro debito pubblico non veniva comprato.


Uno dei problemi di cui Stiglitz ha parlato, a parte il tasso di crescita praticamente nullo e al di sotto di tutte le grandi economie mondiali, è il problema endemico delle banche italiane che lui ha collegato alla rigidità non necessaria imposta nell’eurozona. Renzi si imporrà in Europa per il salvataggio delle banche?


Il debito pubblico italiano è un macigno che ci portiamo dietro, ci costa tantissimo, circa 80 miliardi l’anno solo di interessi ed è quella la nostra debolezza strutturale. Tornando a Stiglitz che considera la moneta come strumento dell’economia, guardando alla situazione italiana, dice: gli italiani non possono fare politica monetaria perché non è uno strumento in loro potere, in più hanno un debito pubblico di cui non si riescono a liberare.
Le nostre banche stanno strutturalmente meglio delle banche tedesche. La Deutsche Bank non è riuscita a passare gli stress test. La differenza tra l’Italia e la Germania si gioca sulle banche e attraverso due norme assurde. La nostra storia bancaria è fatta di istituti di credito prevalentemente locali che hanno alimentato la piccola media impresa. Il sistema tedesco è completamente diverso, le banche sono riconducibili a un Land e i Land sono azionisti delle banche, hanno un controllo diretto sulle banche ma nonostante questo tutto il debito dei Land, quello che di fatto è il debito pubblico delle regioni tedesche non compare minimamente nei bilanci nazionali. Se in Italia vuoi salvare Monte dei Paschi deve fare un finanziamento diretto o indiretto a Unicredit per comprare Monte dei Paschi mentre in Germania ti basta intervenire attraverso le regioni e lo stato non compare direttamente negli interventi di salvataggio. Se noi andassimo a riscrivere il bilancio tedesco con le regole del bilancio italiano i tedeschi sarebbero messi molto peggio rispetto agli italiani. La ragione per cui questo non viene fatto è una ragione di opportunità, la forza dell’Euro in questo momento si regge sul fondo comune che vale in funzione del rating che ha e la Germania è uno di quelli a tripla A, se riscrivi quel bilancio la Germania avrebbe lo stesso rating, se non più basso, dell’Italia e tutto il sistema Euro avrebbe delle difficoltà strutturali a reggersi. Di tutto questo beneficia la Germania. Stiglitz ricordava tempo fa che se vogliamo fare gli Stati Uniti d’Europa la base per avere una moneta unica è un governo politico unico, una politica economica unica che andrebbe fatta a maggioranza perché è chiaro che la Polonia e il Portogallo prenderanno decisioni diverse da Germania e Francia, non puoi avere sempre l’unanimità. Bisognerà creare un’area economica che ha le stesse regole per scrivere i bilanci, la stessa politica tributaria e la stessa politica fiscale. Se non fa questo diventa un’area economica comune ma un’area economica comune non ha la stessa moneta.

La sexy lingerie di Victoria’s Secret e la sua storia

I suoi angeli sono fatti di carne ed ossa, lunghi capelli e un fisico perfetto: il brand Victoria’s Secret non sbaglia un colpo e continua a fare numeri, sempre accompagnato dalle donne più belle del mondo.

Dopo l’apertura del primo store a Malpensa, in Italia si espande a Milano, in via Torino e in Corso Vercelli. L’uomo che voleva semplicemente acquistare della lingerie per la moglie ci ha visto lungo, perché è così che nasce la storia di Victoria’s Secret, quando Roy Raymond, un laureato 30enne, trova solo accappatoi di spugna e pantofole.

Stufo di non riuscire a comprare nulla che stuzzicasse la sua fantasia, chiede così un prestito di 40 mila dollari, se ne fa prestare altri 40 mila dai suoceri, e apre il primo negozio di lingerie, chiamato Victoria’s Secret.

Un elegante boudoir in stile vittoriano – ecco il riferimento ai “segreti della regina Vittoria” – arredato con gusto, con paraventi, tappeti, tende di seta e scuri parquet; un luogo dove acquistare biancheria intima diventa un piacere, anche per gli uomini che lasceranno fuori l’imbarazzo.
Oggi Victoria’s Secret propone non solo lingerie, ma anche accessori, profumi, prodotti per la cura del corpo, articoli di pelletteria, accessori luxury per il business delle donne, bagagli, acquistabili presso gli store Victoria’s Secret Beauty & Accessories.

 

Qui alcuni prodotti Victoria’s Secret: 

 

Schermata 2016-08-29 alle 14.06.59

Lace Unlined Demi Bra   45,40 €

Schermata 2016-08-29 alle 14.06.06

Schermata 2016-08-29 alle 14.12.02

Front-close Bralette  22,99 €
Schermata 2016-08-29 alle 14.13.05

Crochet Lace High-neck Bralette 37,36 €

Schermata 2016-08-29 alle 14.14.27

High-neck Bralette  22,99 €

 

Schermata 2016-08-29 alle 14.18.02

Lace & Fishnet Long Line Balconet Bra 68,39 €

 

Schermata 2016-08-29 alle 14.19.06

Lace Mini Bustier 62,64 €

 

Il brand Victoria’s Secret rimanda l’immagine di una donna sexy, sicura di sé e con un fisico mozzafiato, non a caso ingaggia le modelle più belle al mondo per il proprio fashion show, evento attesissimo dal mondo della moda e non solo, a cui le modelle si preparano con un stile di vita rigido e monitorato.

Due mesi prima della sfilata le ragazze sono a dieta ferrea e il loro livello di grasso, di massa muscolare e di ritenzione idrica, che dovrà ridursi a zero il giorno dello show, viene calcolato da un esperto nutrizionista. Ogni giorno bevono 1 litro di acqua e pasteggiano con verdure, yogurt scremato, frullati di frutta, albume d’uovo e due fette di tacchino scondito.

In aggiunta alla dieta, anche il programma di fitness fa parte della preparazione fisica: 30 minuti di tonificazione per la postura in passerella, un’ora e mezzo al mattina e un’ora e mezza il pomeriggio con pesi per le braccia, addominali obliqui, squat – anche se le modelle si allenano durante tutto l’arco dell’anno con training di yoga, pilates e boxe.

10 giorni prima della sfilata non possono più ingerire solidi, ma solo frullati di proteine; 2 giorni prima della sfilata solo acqua, precisamente 4 litri di acqua al giorno; 12 ore prima dello show non si mangia e non si beve!  L’inferno termina a fine show, quando le modelle, spifferano voci, si buttano su hamburger, patatine fritte e Coca Cola come se non ci fosse un domani !

Sfoglia la Gallery con gli angeli di Victoria’s Secret:

 

 

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(foto Instagram Victoria’s Secret)

Vivienne Westwood saluta Milano

Arrivederci Milano.

Anche Vivienne Westwood ha detto addio alla settimana della moda milanese scegliendo di sfilare, il prossimo gennaio 2017, a Londra.

Le proposte autunno/inverno 17-18 per lei e per lui, verranno presentate durante la fashion week maschile, con l’intento di attuare la scelta del marchio di unificare le due collezioni sotto un’unica etichetta.

 

Vivienne Westwood è la madre della moda punk

Vivienne Westwood è la madre della moda punk

 

Vivienne Westwood assieme al marito Andreas Kronthaler (fonte immagine nssmag.it)

Vivienne Westwood assieme al marito Andreas Kronthaler (fonte immagine nssmag.com)

 

 

Per concretizzare questa scelta, inoltre, la collezione donna primavera/estate 2017 non verrà presentata durante la prossima settimana della moda milanese rispettando, così, la strategia di appianamento del portfolio della griffe. I capi, dunque, verranno sponsorizzati attraverso il lancio di un lookbook attraverso i media.

Rimangono invariate le linee di accessori dei marchi Anglomania e Worlds End  e, come già previsto da calendario, la collezione unisex Andreas Kronthaler for Vivienne Westwood che sfilerà a Parigi il 1° ottobre 2016.

 

 

Fonte cover cosmopolitan.it

Arnaldo Pomodoro in mostra a Palazzo Reale

Si terrà dal 30 novembre 2016 al 5 febbraio 2017 presso Palazzo Reale di Milano, la mostra che celebra la magnificenza artistica dello scultore italiano Arnaldo Pomodoro.

L’esposizione dedicata allo scultore italiano nato a Morciano di Romagna, il 23 gennaio del 1926, intende raccontare il percorso artistico di Pomodoro, dal 1956 ad oggi.

 

WWL

La scultura bronzea sul lungomare di Pesaro

 

Il Grande ascolto 1967-1968.  Ph Ugo Mulas

“Il Grande ascolto”. 1967-1968. Ph Ugo Mulas

 

 

Arnaldo Pomodoro è celebre nel mondo per le caratteristiche sfere in bronzo che si scompongono e che mostrano, al loro interno, un mondo inaspettato di grovigli di lamiere.

La sua arte è basata sullo studio delle geometrie; ogni forma da lui modellata (la sfera, il cilindro, il parallelepipedo, il cubo e via dicendo) è scelta rispettando un preciso criterio che nasce inevitabilmente a seconda del messaggio che lo scultore intende inviare.

 

"Movimento in piena aria e nel profondo". 1996-1997 bronzo. Photo credit Paolo Mussat Sartor

“Movimento in piena aria e nel profondo”. 1996-1997 bronzo. Photo credit Paolo Mussat Sartor

 

Gruppo di Rotanti sulle rive del Ticino. Ph Ugo Mulas

Gruppo di Rotanti sulle rive del Ticino. Ph Ugo Mulas

 

“La sfera è una forma magica. La superficie lucida rispecchia ciò che c’è intorno, restituendo una percezione dello spazio diversa da quello reale e crea mistero. Rompere questa forma perfetta mi permette discoprirne le fermentazioni interne mostruose e pure” ha dichiarato l’artista.

La mostra “Arnaldo Pomodoro. 90 anni di scultura” è curata da Ada Masoero con Fondazione Arnaldo Pomodoro.

Per maggiori informazioni www.palazzorealemilano.it

 

 

Fonte cover Tom Claeren

Derek Lam dice addio alla Fashion Week newyorkese

C’è una rivoluzione in atto nelle moda, ben più complessa di quanto si possa credere. Abbiamo assistito alle collezioni presentate in modalità “see now by now” ed a divorzi eclatanti tra maison e stilisti. Non di meno,  molti si sono scandalizzati nell’apprendere che lo style director Justin O’Shea, aveva preso il timone della direzione creativa di Brioni e che il calendario della settimana della moda italiana si sarebbe sfoltito da presentazione a presentazione (l’ultimo “arrivederci” è quello di Giorgio Armani che sfilerà con la collezione Emporio Armani a Parigi).

 

Scopri lo stile di Derek Lam

Scelte coraggiose, quelle prese dagli stilisti che sembra vogliano sovvertire le regole scritte dai predecessori qualche decennio fa.

L’ultimo in ordine di tempo è Derek Lam che ha deciso di cancellare il suo eponimo marchio dalla settimana della moda newyorkese, optando per una presentazione meno mediatica ma più diretta.

Il defilé, composto da 24 looks, verrà presentato il prossimo 14 settembre ad un gruppo ristretto di giornalisti e buyer presso l’hotel Greenwich.

La mini collezione primavera/estate 2017, come ha dichiarato lo stilista statunitense, vedrà capi ricchi di sfumature in virtù della volontà di Derek di concentrasi sulla qualità più che sulla quantità.

 

 

Fonte cover hollywoodreporter.com

“Blowing”: la sedia-palloncino di Seung Jin Yang

A vederle sono soffici e delicate come un palloncino ma in realtà, queste sedie progettate dal giovane designer coreano Seung Jin Yang sono resistenti quanto un complemento d’arredo usuale.

Blowing” (questo è il nome della collezione) è un progetto creativo che rimanda ad un party per bambini. E’ giocoso ma di gran design. Tutti i complementi sono stati realizzati con palloncini veri rivestiti con otto strati di resina epossidica; la loro superficie, in questo modo, assume le caratteristiche tattili del vetro. Questo processo di lavorazione permette di raggiungere un peso nettamente inferiore rispetto ad una seduta comune: si parla infatti di 2,5 kg per uno sgabello e 10 kg per una poltroncina.

 

Il giovane designer Seung jin Yang seduto su uno sgabello Blowing, Seung jin Yang

Il giovane designer Seung jin Yang seduto su uno sgabello Blowing, Seung jin Yang

 

 

Questo progetto creativo “soffiato”, ispirato dai giochi realizzati dai clown che attraverso i palloncini creano fantastici fiori e svariate forme presenti in natura e non, fa parte di una ricerca approfondita sulle materie prime e sulle dinamiche di lavorazione atte ad ottenere maggiori risultati sul prodotto finito.

 

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Fonte cover dexign.it

Marc Jacobs firma una capsule collection per MTV

Marc Jacobs, l’eclettico stilista tutto gotico e paillettes ha disegnato una mini collezione appositamente per gli amici di MTV.

Su sweatshirt, accessori e t-shirt, campeggia fortemente il logo del celebre canale di musica statunitense che quest’anno, in via del tutto eccezionale, trasmetterà in diretta gli MTV Music Awards dal Madison  Square Garden di New York.

 

(fonte immagine marcjacobs.com)

(fonte immagine marcjacobs.com)

 

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La collezione, già acquistabile in pre-order sul sito ufficiale del marchio, presenta tutte le caratteristiche dell’eponimo brand e la forza dirompente del celebre canale televisivo.

Colori fluo e linee abbondanti compongono la limited edition disegnata da Jacobs. Scintillii di luci e colori, disegnano il logo di MTV Music Television che con il pattern animalier che fa da cornice, dona un aspetto grunge ai capi.

Una piccola anticipazione di questa collaborazione è stata fornita dallo stesso Jacobs che, per la collezione Resort 2017, aveva presentato alcuni pullover recanti il logo di MTV.

 

 

 

 

 

Fonte cover youtube

Lady Gaga aiuterà l’Italia con una donazione alle vittime del terremoto

 

Talentuosa e generosa: Lady Germanotta è vicina alla terribile catastrofe che ha colpito alcuni comuni abruzzesi (Amatrice e Accumuli per primi) e promette di donare una cospicua somma di denaro per aiutare gli abitanti di questi paesini che sorgono alle appendici del Parco nazionale del Gran Sasso.

La cantante statunitense di origini siciliane, addolorata per la perdita di 284 vite (questa è attualmente la stima annunciata da Ansa.it) ha twittato: “Prego per le persone in Italia colpite dal terremoto. La mia famiglia farà una donazione per aiutare a ristrutturare queste bellissime città“. Il messaggio è stato raggiunto da oltre 62 milioni di followers raccogliendo più di 62 mila like.

 

Il messaggio apparso sul profilo Twitter di Lady Gaga (fonte immagine ladygaga)

Il messaggio apparso sul profilo Twitter di Lady Gaga (fonte immagine ladygaga)

 

 

Lady Germanotta ha dimostrato grande solidarietà e altruismo ed il suo gesto pare sia stato da esempio per altri suoi colleghi; Nikki Sixx, collega della cantante, ha fatto sapere la vicinanza al popolo italiano, dichiarando:  “Tristi ed orribili notizie arrivano dall’Italia colpita da un terribile terremoto. Le mie preghiere per la bellissima gente di Italia“.

 

Madonna. Candele in onore alle vittime del terremoto dell'Abruzzo (fonte immagine  madonna official page Instagram)

Madonna. Candele in onore alle vittime del terremoto dell’Abruzzo (fonte immagine Madonna official page Instagram)

 

 

Anche Madonna (i suoi avi erano abruzzesi) dal suo canto, esprime il suo cordoglio per le vittime del terremoto con un’immagine apparsa sul suo profillo Instagram accompagnata da un messaggio eloquente: “Prego per l’Italia! Tutte le vittime, le loro famiglie, i loro cari… Tutti coloro che hanno subito un danno. Vi amiamo, Italia!

 

 

Fonte cover virgilio.it

 

Mannelli la Boschi e la satira secondo Michele Di Salvo

Mannelli ha fatto discutere con la sua vignetta sul ministro Boschi, ognuno ha dato il suo parere, noi abbiamo chiesto al nostro Michele Di Salvo.


La vicenda Mannelli è probabilmente esplosa fuori da ogni proporzione, alla fine la vignetta era quello che in molti hanno giudicato un commento da bar, non pensi?


Il problema non è la vignetta di Mannelli il problema è come te reagisci alle vignettte. Noi abbiamo avuto politici che erano consapevoli del proprio ruolo ma erano anche consapevoli del ruolo della satira; un indice di democrazia. Queste polemiche sono molto rare in altri paesi e tanto più aumenta l’indice di democrazia tanto più queste polemiche sono ridotte.
Il vero tema è che in questo paese la satira non è mai stata satira pura. Noi non abbiamo mai avuto un giornale di satira alla Canard Enchainée o alla Charlie Hebdo, abbiamo avuto sempre un vignettismo politico. Un modo di fare giornalismo di parte; prevalentemente di sinistra. Il problema è stato che quando la sinistra è arrivata al potere, proprio perché non vi era abituata, non sapeva più ridere.
Mannelli è uno che a differenza di tanti altri “umoristi” è uno che ha fatto satira nel senso puro del termine cioè indipendentemente da chi fosse al potere; sempre prendendo spunto da tratti fisici peraltro. Craxi strabordava carne dal costume da bagno in spiaggia e così via. Lo ha fatto con tutti, anche con De Benedetti, editore di Repubblica, mentre era il caricaturista di Repubblica.
Adesso, per fare un ritratto che è preso da una foto pressoché identica di Maria Elena Boschi è accusato di sessismo, una facile vena trovata dalla sinistra.


La risposta alla vicenda di Travaglio e soprattutto di Mannelli però non ti sono sembrate buttare benzina sul fuoco? “la vignetta di Mannelli ci è parsa perfetta per descrivere il vuoto pneumatico e l’analfabetismo costituzionale che albergano nella testolina della Boschi” e “la Boschi va in giro da mesi, ogni sera su un palco diverso, a comunicare il vuoto pneumatico… La vignetta sostiene questo: di quei discorsi non resta nulla, al massimo le cosce”.
Un che di sessismo qui si intravede, forse, una persona è poco furba, critichiamola concentrandoci sugli attributi fisici. Non una critica nel merito ma uno spostare l’attenzione sull’aspetto fisico che molto difficilmente si sarebbe vista se fosse stata un uomo.



Non è così, perché bisogna considerare la coerenza del personaggio. Mentre Travaglio è uno che storicamente ce l’ha con il centrosinistra e si attacca anche a questo con battute anche di pessimo gusto perché non è un giornalista satirico ma punta a quella che secondo lui è ironia. Mannelli, invece, fa questo da quarant’anni chiunque sia al governo. Famosa di Mannelli quando rappresento Karl Marx al Maurizio Costanzo Show negli anni ’90 dicendo che oggi un personaggio come Karl Marx sarebbe uno degli ospiti del Maurizio Costanzo Show: questo è Riccardo Mannelli.
La satira è anche giornalismo da sempre. Il giullare era quello che poteva dire qualsiasi cosa al re senza rischiare la testa, la satira è stata la protagonista più alta della democrazia ateniese dove a teatro si poteva dire e fare tutto senza che ci fosse il potente di turno che se la prendeva e condannava a morte qualcuno. Tutto questo aveva una funzione catartica per le persone e democratica per quanto riguarda l’informazione.
Prendersela con un persona che fa satira da quarant’anni e che dice semplicemente che una persona gira per tutta una serie di eventi ma alla fine a livello di sostanza non sta dicendo nulla e che ciò che resta al gossip, all’informazione è come è vestita oggi Maria Elena Boschi questo non dovrebbe essere visto come un attacco sessista nei confronti della Boschi ma come un campanello di allarme da parte della politica riguardo il messaggio che arriva.


Che ne pensi di Staino e del suo commento su Repubblica riguardo l’opportunità della vignetta in un momento così delicato per le donne?


La satira non deve badare al momento. La satira restituisce in maniera cruda al potere da una parte e al popolo democratico dall’altra una cartina di tornasole della realtà. E’ come dire di non poter criticare una campagna pubblicitaria brutta, ricordando che la comunicazione politica è una sorta di campagna pubblicitaria che tende a vendere un prodotto, vuoi partito, vuoi riforma istituzionale. La satira dice ai politici: occhio, guarda che tu hai lanciato questo messaggio per comunicare questa cosa ma quello che appare è questo. Mannelli voleva dire: occhio, voi state vendendo un prodotto di comunicazione politica (la riforma istituzionale), io vi osservo in maniera bipartisan dall’esterno e satiricamente ti dico che di tutti i tuoi happening, di tutti i tuoi incontri ciò che resta nella sostanza è vuoto da un punto di vista delle idee e una bella ragazza con le cosce di fuori sopra un palco. Detto da uno che oggi se la prende con la Boschi, ieri con D’Alema e l’altro ieri con Berlusconi. Ora la Boschi può prenderne atto costruttivamente capendo il messaggio o, se vuole confermare il vuoto pneumatico, mi rispondi dicendo che è sessista.


E Fo che parla addirittura di spia pericolosa per il paese, di tentativo di censura e paragona Mannelli a Moliére?


Che Il Fatto ci giochi è ovvio. Nessuno vuole censurare Mannelli, non c’è stata nessuna azione di querela o di deferimento all’ordine né nessun atto punitivo. Il tema non è questo, è la sinistra che non sa ridere della satira. In altri tempi, in altri momenti, un altro ministro avrebbe detto: farò qualcosa per la mia cellulite piuttosto che: non è vero non ho tutta questa cellulite. Avrebbe giocato con la satira a sua volta. Il fatto che chi è al potere oggi, a 360 gradi, non colga un messaggio satirico e reagisca a questo modo questo sì è pericoloso per la democrazia. Ti restituisce un paese che è governato da una classe dirigente che non sa cos’è la satira, che confonde la satira con il vignettista militante cioè sei buono se attacchi Berlusconi quando sono all’opposizione diventi cattivo o sessista se sono io al potere. La sinistra tra le cose che non è abituata a fare stando al potere ha la reazione alla satira.

CAOSORDINATO – la moda secondo Stefano e Corinna Chiassai

Stefano Chiassai

Stefano Chiassai




Lo studio Chiassai, trainato dalla forza creatrice che solo una intera famiglia riesce ad avere, indaga da sempre sull’importanza delle immagini, le quali portano con sé un racconto, e dunque sono forti veicoli comunicativi.


Stefano Chiassai, fashion designer, art director e coolhunter, collabora da tempo con luxury brands della moda maschile. Assieme alla figlia Corinna ha dato vita ad un’importante ricerca stilistica, il cui risultato è stato l’assemblaggio di look concettuali e la pubblicazione di un libro, “Caos Ordinato”.


La presentazione del volume di 240 pagine e degli outfits avverrà il prossimo 6 settembre 2016 a Palazzo Durini a Milano, precisamente allo showroom BonottoEditions.


Il CaosOrdinato che fornisce il titolo al libro è esattamente la sensazione provata dal signor Chiassai quando ha revisionato i 15000 capi che compongono il suo archivio personale e che ha collezionato durante la sua lunga e proficua carriera.


Attingendo ai capi storici raccolti nel suo archivio, aiutato dalla figlia Corinna, li ha mixati con accessori e materiali contemporanei, creando una serie di outfit a-temporali, liberati da qualsiasi classificazione transitoria.


CAOSORDINATO è l’universo estetico di Stefano Chiassai e la sua personale visione della moda maschile.
La parola chiave che descrive l’intero progetto è senz’altro “contaminazione”: il passato unito al presente, in una cadenza ritmata e regolare di citazioni stilistiche, di rimandi estetici, di impressioni emotive.


Un’imperdibile evento nella capitale della moda italiana a settembre 2016.


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NATALIE PORTMAN E LILY-ROSE DEPP NEL TRAILER PLANETARIUM

DUE MAGICHE SORELLE NELLA PARIGI DEGLI ANNI ’30

Due bellissime sono le protagoniste di un film diretto da Rebecca Zlotowski, “Planetarium” – due donne che campano facendo sedute spiritiche incontreranno un produttore cinematografico, André Korben, che le trasformerà in attrici. A interpretarle Natalie Portman, bravura attoriale indiscussa e Lily-Rose Melody Depp, figlia di Johnny Depp e Vanessa Paradis.

La storia è ambientata nella Parigi degli anni ’30 ed è stata ispirata dalla vita di Bernard Natan, figura di spicco del panorama cinematografico di quel tempo, che venne poi deportato ad Auschwitz.

Le due sorelle millantano di avere doti soprannaturali e di riuscire a mettersi in contatto con i morti. Riusciranno rocambolescamente a trasformarsi in attrici, recitando in un film quanto più realistico sui fantasmi.

“Planetarium” verrà presentato in anteprima mondiale Fuori Concorso alla Mostra del Cinema di Venezia; questo il trailer ufficiale del film:

Cara Delevingne “rimbalzata” in uno strip club

Lei non sa chi sono io” avrebbe detto la super top model Cara Delevingne rimediando una pessima figura.

Il fattaccio è accaduto qualche notte addietro davanti al popolare club di lap dancing, il  SophistiCats, nel Marylebone a Londra; la giovane e irriverente Cara in compagnia di Margot Robbie e Amber Heard (pare proprio che volessero festeggiare il divorzio che l’attrice ha ottenuto da Johnny Depp) è stata allontanata dal locale dopo aver rifiutato di pagare una somma esigua (20 sterline) per accedervi all’interno.

 

Le tre amiche sono state fatte allontanare da uno strip club (fonte immagine daily mail)

Le tre amiche sono state fatte allontanare da uno strip club (fonte immagine daily mail)

 

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Cara e Amber immortalate fuori lo strip club (fonte immagine the sun)

Cara e Amber immortalate fuori lo strip club (fonte immagine the sun)

 

 

La notizia è stata resa nota dalla rivista londinese Daily Mail che ha riportato, inoltre, la dichiarazione del proprietario del club, Simon Langer: Noi diamo il benvenuto a tutti, nel nome del rispetto reciproco, ma Cara e i suoi amici non si sono comportati come ci si aspetta che dei clienti educati si comportino […]”Sfortunatamente il locale era molto pieno quella sera, ma Cara ha insistito per entrare saltando la coda e senza pagare. Allo staff all’ingresso continuava a ripetere: “Non sapete chi sono io, sono cara Delevingne. E questa è la mia amica Amber, che ha appena divorziato”.

L’atteggiamento davvero poco elegante della “cara” Cara, non è passato di certo inosservato scatenando, come previsto, un polverone mediatico con messaggi al vetriolo.

La Delevingne, dal suo canto, ha preferito tacere e si appresta a vivere gli ultimi giorni di vacanza, in pieno relax.

 

 

Fonte cover grazia.it

 

JLo e Casper Smart si sono detti addio

Non basta essere ricche e aver assicurato il lato B per una cifra milionaria (un miliardo di dollari, si stima) per essere felici, nella vita. Nemmeno sei il tuo nome è Jennifer Lopez.

La bella e poliedrica JLo, ha detto addio al suo bellissimo toy boy Casper Smart dopo il susseguirsi di notizie apparse sul web che volevano la cantante e attrice pronta ai fiori d’arancio (e in dolce attesa), lasciando nello sgomento i followers della coppia.

 

Kourtney Kardashian, Jennifer Lopez, Casper Smart e Kylie Jenner immortalati durante il Golden Globe (fonte immagine nydailynews)

Kourtney Kardashian, Jennifer Lopez, Casper Smart e Kylie Jenner immortalati durante il Golden Globe (fonte immagine nydailynews)

 

 

lLo e Casper Smart durante una delle ultime vacanze passate assieme (fonte immagine aceshowbiz)

JLo e Casper Smart durante una delle ultime vacanze passate assieme (fonte immagine aceshowbiz)

 

 

Ma la relazione tra i due, infondo, non è stata sempre rose e fiori. Già nel 2014 Jennifer e Casper si dissero addio per poi riappacificarsi poco dopo. Una liason vissuta tra alti bassi, quella che la bella JLO ha vissuto con il ballerino conosciuto dopo la fine del matrimonio con il cantante Marc Anthony (di cui ha avuto due gemelle)  durante le prove del suo concerto.

Cinque anni di amore, ora sono stati archiviati dalla Lopez (così assicurano le fonti vicine alla coppia) che ha mantenuto, ad ogni modo, un buon rapporto con il ballerino californiano.

Ancora sconosciute le reali cause della separazione.

 

 

Fonte cover huffingtonpost.it

Invicta festeggia 110 anni di storia con Jolly

Ha attraversato diverse generazioni accomunando svariate culture. E’ stato inserito dalla Treccani tra le novanta icone italiane che hanno determinato il folklore del Bel Paese: Jolly, lo zaino del celebre marchio italiano Invicta, quest’anno celebra la veneranda età di centodieci anni.

La storia di Invicta, va ricordata asserendo gli inizi della griffe che vide la luce nel lontano 1906, in Inghilterra; nata per produrre sacchi destinati alla marina militare, vent’anni dopo passa nelle mani di un imprenditore torinese che a sua volta decide di vendere l’azienda a Giovanni Garrino, che introduce nella produzione, accessori per alpinismo.

 

La limited edition dello zaino Jolly è ormai sold out (fonte immagine invicta.it)

La limited edition dello zaino Jolly è ormai sold out (fonte immagine invicta.it)

 

 

Il successo del marchio giunge con l’introduzione di articoli per la scuola e con il celebre zaino che diventerà un cult tra le generazioni dei più giovani.

Lo zaino Jolly, era (ed è) un passe-partout tra i banchi di scuola e un vero oggetto fashion per le strade.

In questi centodieci anni di gloriosa storia, lo zaino Jolly ha visto tramutare le sue vesti: da semplice contenitore di libri degli albori, successivamente è stato rivestito con materiali più resistenti con l’intento di renderlo durevole nel tempo. Le nuove generazioni di studenti oggi possono usufruire di una icona che si è adattata alle loro esigenze; da diversi anni è stata introdotta una tasca interna capace di contenere il personal computer.

Per festeggiare questo importantissimo traguardo, la griffe ha lanciata sul mercato una limited edition luxury (realizzata interamente in Italia) composta da soli centodieci pezzi a tiratura limitata, ora completamente sold out.

 

 

Fonte cover ilmattino.it

Addio a Sonia Rykiel: è scomparsa ad 86 anni la celebre stilista

È morta all’alba di stamane, all’età di 86 anni, Sonia Rykiel, celebre stilista francese fondatrice dell’omonima maison. Con lei se ne va un tassello fondamentale della storia del costume. Soprannominata “la regina del tricot”, fashion trend che consacrò nelle sue collezioni, a lei si deve anche la coniazione del termine “démodé”: correva l’anno 1976 e lei incarnava fedelmente il più autentico stile francese. A dare la notizia della dipartita della designer la primogenita Nathalie: Sonia Rykiel è morta stamattina alle 5 nella sua abitazione di Parigi, a causa delle conseguenze del morbo di Parkinson, da cui era affetta da tanti anni.

Sonia Rykiel (all’anagrafe Sonia Flis), era nata a Parigi il 25 maggio 1930 da padre francese e madre romena. La sua carriera nella moda inizia all’età di 17 anni, come vetrinista in un laboratorio tessile parigino. Ma il suo cuore batte per il design: è il 1962 quando comincia a disegnare i suoi celebri bozzetti. La stilista, all’epoca in dolce attesa, non riusciva a trovare abiti comodi e decise pertanto di disegnarseli da sola.

Il marchio che porta il suo nome fu fondato nel maggio 1968, grazie al sostegno economico del marito Sam Rykiel, sposato nel 1953. I coniugi Rykiel, proprietari di una boutique sita nel quattordicesimo arrondissement, intuirono fin da subito l’immenso potenziale della lana, materiale fino ad allora sottovalutato dalla moda. La prima boutique di Sonia Rykiel venne inaugurata a Rue de Grenelle, nelle Galéries Lafayette. In breve la stilista divenne protagonista indiscussa della Rive Gauche.

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Sonia Rykiel era nata a Parigi il 25 maggio 1930



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Sonia Rykiel all’inaugurazione della prima boutique, al numero 6 di Rue de Grenelle, 1968



Sonia Rykiel ritratta da Dominique Issermann, 1980

Sonia Rykiel ritratta da Dominique Issermann, 1980



Indimenticabile il suo stile, intriso di suggestioni marinière e righe: proprio queste ultime divennero la sua cifra stilistica. Largo anche a volumi oversize e maglie morbide, capaci di esaltare le linee e la femminilità di ogni donna, insieme a pantaloni dal taglio maschile e capi fluidi. L’immancabile basco alla marsigliese, i capelli ricci: androgina e misteriosa, la donna Sonia Rykiel reca in sé l’identità e il carisma della designer.


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Folta chioma rosso fuoco e grinta da vendere, in breve Sonia Rykiel conquista la fama mondiale, dopo che la rivista Elle le dedica la prima di una serie infinita di copertine: posa per Andy Warhol, produce linee per uomo e bambino, accessori, profumi e cosmetici, mentre sfilano e posano per lei le top model più famose. La donna che calca la sua passerella non è la fredda mannequin impassibile a cui la moda ci aveva abituati, ma una donna viva, che sorride, partecipa e vive il défilé. “È la donna che anima l’abito. Non può essere il contrario. La provocazione è la donna, mai quello che indossa”, questa la filosofia della stilista. I suoi capi hanno incantato per decenni. Irriverente, carismatica, la ritroviamo nei primi anni Novanta nel celebre film di Robert Altman “Prêt-à-Porter”, dove la stilista interpreta se stessa.

Nel 2001 la direzione creativa del brand passa alla figlia Nathalie, che ha alle spalle un passato da mannequin. Viene inoltre inaugurata una linea di gioielli e nel 2003 è la volta dei sex toys, venduti da Woman, a Parigi: è così che il brand infrange anche l’ultimo dei tabù. Sempre negli anni Duemila arriva la conquista del mercato americano.

Un modello firmato Sonia Rykiel, 1973

Un modello firmato Sonia Rykiel, 1973. La stilista sdoganò la lana tricot



Sonia Rykiel: sfilata Primavera/Estate 1982

Sfilata Sonia Rykiel Primavera/Estate 1982



Modello Sonia Rykiel, foto di Francoise Huguier per Domino Magazine, 1987

Modello Sonia Rykiel, foto di Francoise Huguier per Domino Magazine, 1987



Dopo aver scritto due libri sul mondo della moda (“Et je la voudrais nue…” e “Paris Sur le pas de Sonia Rykiel”) ed una raccolta di favole per bambini (“Tatiana Acacia”, dedicata alla nipote Tatiana), nel 2012 la stilista dichiarò ai media di essere affetta dal morbo di Parkinson da oltre 15 anni. Arrivò quindi un libro autobiografico dal titolo “N’oubliez pas que je joue” (Non dimenticate che è un gioco), in cui la designer trattava a cuore aperto la tematica della sua malattia, non tralasciando anche i particolari più intimi sulla sua sofferenza. Una donna forte e moderna, Sonia Rykiel, perfetta incarnazione della Parigi bohémienne: poliedrica anche nella sua carriera, che l’ha portata ad abbracciare numerose cause, come la collaborazione al piano di restauro dell’Hotel Crillon e anche un’inedita incursione nel mondo della musica, insieme al cantante Malcolm McLaren. Nel 1985 le viene conferita la Legione d’onore. Lei, che considerava la moda alla stregua di un’amante, è stata ricordata oggi dal Presidente francese François Hollande come «una donna libera, una pioniera che ha saputo tracciare il suo percorso».

Kim Williams in Sonia Rykiel, foto di Arthur Elgort per Vogue, 1984


Kim Williams in Sonia Rykiel, foto di Arthur Elgort per Vogue, 1984



Anne Rohart per Sonia Rykiel, foto di Dominique Issermann, Autunno/Inverno 1983

Anne Rohart per Sonia Rykiel, foto di Dominique Issermann, Autunno/Inverno 1983



Linda Evangelista in passerella per Sonia Rykiel, Parigi, ottobre 1985 (Foto © Pierre Vauthey/Sygma/Corbis)

Linda Evangelista in passerella per Sonia Rykiel, Parigi, ottobre 1985 (Foto © Pierre Vauthey/Sygma/Corbis)

Calvin Klein firma una capsule collection per Mytheresa

E’ il mondo dei motori ad aver ispirato il marchio Calvin Klein  che ha disegnato appositamente per Mytheresa  (il noto sito online di e-commerce che ospita, al suo interno, le più rinomate griffe sulla piazza), una limited edition dall’anima rock.

Calvin Klein Jeans Rebel (questo è il nome prescelto per siglare questa collaborazione) è una capsule collection composta interamente da capi dal forte impatto visivo.

 

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mytheresa.com-x-Calvin-Klein-Jeans-Embellished-Leather-Ankle-Boots

 

mytheresa.com-x-Calvin-Klein-Jeans-Moto-Leather-and-Suede-Jacket

 

 

Giacche biker, micro shorts, gonne mini, abiti corti (quasi inguinali) e t-shirt, sono gli elementi che inducono i clienti del noto marchio americano a rivivere il mito delle due ruote.

L’ADV, scattata dal fotografo Boo George, ha come protagonista la modella keniota Malaika Firth che ha interpretato magistralmente la visione estetica descritta da Calvin Klein.

 

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A conclusione della campagna pubblicitaria, alcuni giovani filmaker hanno avuto la possibilità di elaborare quattro video basandosi sulle immagini d’archivio, rielaborazioni al computer e, non di meno, su un contenuto diretto da  James Cowdery.

 

 

Fonte immagini vogue.co.uk

 

theMicam, a Milano la Fiera delle calzature

A theMICAM per guardare sempre più lontano

Dal 3 al 6 settembre a Fiera Milano torna la mostra internazionale della calzatura

Rispondere alle sfide del mercato globale per fare business in un mondo che cambia è possibile, grazie alla forza di un prodotto di qualità e di un know how sempre più qualificato. Sono queste le premesse dell’82esima edizione di theMICAM, la manifestazione di riferimento a livello internazionale per il mondo della calzatura, in scena a Fiera Milano (Rho) dal 3 al 6 settembre 2016. Sono attese più di 1.400 aziende all’ormai imperdibile appuntamento fieristico a cui gli operatori guardano sempre con il massimo interesse non solo per conoscere in anteprima le nuove collezioni, ma soprattutto perché la manifestazione è il termometro più affidabile del mercato e di un comparto di punta del made in Italy, che occupa oltre 77mila addetti diretti in quasi 5mila aziende. Vasta e qualificatissima la proposta espositiva, quest’anno arricchita dalla presenza di Missoni, Pollini, F.lli Borgioli e Gattinoni, marchi storici dell’alta moda italiana. Rinnovate anche le aree espositive che vedono la presenza del settore “Luxury” affiancato da un’area dedicata al design del prodotto (International Designers Area); il settore “Contemporary”, stile contemporaneo; l’area “iKids” dedicata alle calzature dei bambini e affiancata dalla “iKIDS Square”, e infine le aree “Active” e “Cosmopolitan” dedicate al tempo libero. Nel corso dell’82esima edizione della manifestazione sarà proiettato il cortometraggio “Niente per caso” voluto dal Consorzio Vero Cuoio Italiano. Si tratta di uno short fashion movie che rende omaggio al sistema moda italiano: un excursus degli ultimi 50 anni con il focus sulla calzatura, un viaggio di fantasia in luoghi misteriosi e affascinanti con personaggi straordinari che si raccontano in tutte le lingue del mondo e vestono con eleganza l’Italia. Protagonista di questo speciale progetto è Caterina Murino, attrice italiana di successo e una delle più autentiche rappresentanti dell’eleganza nel mondo.

I NUMERI Il 2016 per il settore calzaturiero si è aperto all’insegna della cautela e stabilità: la ripresa lungamente attesa non è ancora arrivata e il settore, che da sempre rappresenta uno dei pilastri della moda italiana, non è ancora uscito dalle secche della crisi. “Nel trimestre gennaio-marzo del 2016 – afferma Annarita Pilotti, presidente di Assocalzaturifici – le esportazioni hanno mantenuto le posizioni, crescendo del 2,2% in valore a cui non corrisponde una crescita dei volumi che calano del 2%. I pochi mercati in netta crescita come gli Stati Uniti, sono appannaggio di un numero limitato di imprese. theMICAM è l’occasione giusta per il rilancio del calzaturiero e rappresenta un appuntamento imperdibile per tutti gli addetti ai lavori che in fiera avranno la possibilità di incontrare buyer di tutto il mondo, per stabilire o consolidare relazioni d’affari e finalizzare al meglio le strategie commerciali internazionali”.

TENDENZE theMICAM è sempre più fashion e glamour. La prossima collezione primavera-estate 2017 sarà all’insegna delle onde eclettiche: un mix di grinta urbana e folk romantico per look unici, contaminati dal gusto esotico delle diverse culture che si incontrano nelle metropoli regalando un look glamour da sfoggiare sia di giorno in spiaggia che di sera.

ECLETIC WAVE – WOMEN Ritorna il trend confort, un omaggio ai capi di Armani degli anni ’80 dove le forme diventano più strutturate. Il genere è unisex e lo stile unisce insieme diversi generi come il punk, il new romanticism e l’active. I materiali e i dettagli sono influenzati dagli anni ’80, con inserti di pelle metallica, dal tocco futuristico. Il neoprene e i materiali elastici sono fondamentali per la scarpa sportiva. L’effetto specchio viene utilizzato sui sandali e sulle sneakers. I colori sono influenzati dai look e dall’ispirazione dell’era digitale, con richiami agli anni ’80, la stagione estiva è ricca di colori elettrici.

ECLETIC WAVE – MEN Le stampe e le grafiche sono combinate con effetti astratti e geometrici, che creano maggior effetto sul tessuto, per evocare gli anni dell’era digitale. Per questa tendenza, le stampe in pelle, le grafiche digitali e sportive sono i materiali chiave. I lacci e gli strappi decorativi, si ispirano ad uno stile sportivo. Stampe e tessuti in rilievo vengono utilizzati per le sneakers. Presenza di colori brillanti come: rosso accesso, il verde acqua e il giallo, che si completano con colori spenti come il nero scuro e il bianco ghiaccio.

ROMANTIC GRIT – WOMEN Nell’era dell’espansione delle città, una nuova fonte creativa arriva dai sobborghi e dalle zone suburbane. Un mix di grinta urbana e folk romantico rendono Romantic Grit perfetta per la scarpa casual. Costruita sulla contrapposizione degli opposti è realistica e rude ma riporta un sentimento casalingo che ricorda la famiglia e della bellezza della natura. Le grafiche sono patchwork, caratterizzate da cuciture fatte a mano. Fiori ricamati sono cuciti su tessuti leggeri. La pelle lavorata e invecchiata assieme alle stampe floreali completano la tendenza. Pastelli tenui, colori neutri e toni primaverili della terra, dall’arancio che sbiadisce verso il rosa antico, sino ai contrasti con i grigi e con i verdi.

ROMANTIC GRIT – MEN Allontanandosi dal caos delle metropoli, Romantic Grit esplora uno stile che emerge ai confini delle città, con un richiamo alle periferie grintose e dal folklore casalingo. La pelle invecchiata e sbiadita è perfetta per lo stile rurale della tendenza. Tessuti in tela dai colori neutri, si abbinano al camoscio e alla pelle lavorata. Velcro e materiali stretch si mescolano per uno stile più sportivo. Pastelli tenui, colori neutri e toni primaverili della terra, dal grigio che sbiadisce verso il bianco, sino ai contrasti con i gialli e con i verdi.

EXOTIC FRINGE – WOMEN I look estivi si ispirano al tema di Cuba e dei Caraibi. Fiori esotici e corde ispirate alla giungla arricchiscono le calzature, che assumono uno stile casual. Il look glamour da spiaggia offusca il confine tra look da sera e da giorno. Foglie tropicali sono stampate su colori elettrici. Frange e pelle grezza sono gli elementi per la chiusura dei sandali. Toni forti, ricchi e brillanti, blu e rossi, pallette di magenta, violaceo, con cenni di blu, verde e giallo senape.

EXOTIC FRINGE – MEN Paesaggi tropicali e lunghe serate estive sono lo sfondo per calzature casual, incluso lo stile da spiaggia che ricordano la grandiosità della città di Havana con un tuffo nel passato. Il cotone naturale e la pelle leggera sono i materiali chiave per le scarpe. I tagli a laser e la pelle lavorata, si uniscono per uno stile più sartoriale. Suole in corda naturale per scarpe sportive o eleganti sono i must have dell’Exoic Fringe. La palette colori è bilanciata fra colori neutrali e da colori accesi.

LUXE TECH – WOMEN C’è un ricerca del comfort e dell’eleganza, e la tecnologia gioca un ruolo chiave nei tessuti e materiali, con elementi metallici, usati per creare piccoli ma importanti dettagli. Materiali elastici in rilievo, tessuti trapuntati in un colore unico creano volumi e forme in rilievo per le scarpe. Dettagli in metallo e camoscio sono tratti distintivi delle parte superiore della scarpa. I colori dai toni metallici del verde, rosa cipria e bordeaux si mischiano ai toni dei grigi.

LUXE TECH – MEN Equilibrata e calma è l’attitudine di Luxe Tech che ci accompagna dalla fine dell’estate verso l’autunno. Un tono più elegante pervade lo stile sportivo, ispirato ad un look più pratico e sofisticato. Tessuti tecnici traforati sono perfetti per le scarpe casual. Camoscio ricercato e pelle leggera sono materiali chiave per la parte superiore della scarpa. Toni più scuri con accenni colorati e metallici.

Julia Haart designer per La Perla

Della sua vita privata si conosce ben poco, ma il suo estro creativo ha già conquistato milioni di donne worldwide.

Julia Haart, famosa shoes designer americana spodesta da La Perla il designer Pedro Lourenço e promette di ridare uno spirito internazionale alle collezioni ready to wear della maison bolognese.

Capi basici come la camicia bianca verranno associati ad elementi più sofisticati e sensuali desunti, chiaramente, dalla collezione di lingerie della griffe.

 

Collezione A/I 16-17 dell'eponima collezione Julia Haart (fonte immagine juliahaart.com)

Collezione A/I 16-17 dell’eponima collezione Julia Haart (fonte immagine juliahaart.com)

 

Collezione Julia Haart per La Perla (fonte immagine laperla.it)

Collezione Julia Haart per La Perla (fonte immagine laperla.it)

 (Fonte immagine laperla.it)

(Fonte immagine laperla.it)

 

 

L’idea creativa punta a disegnare una donna sexy mantenendo vivido il DNA della maison.

La collezione ready to wear di La Perla, disegnata da Julia Haart, non rinuncerà agli abiti in seta con dettagli in pizzo e a jumpsuit con struttura interna (simile al reggiseno) che permetterà di indossare il capo senza preoccuparsi nella scelta della biancheria intima da indossare.

Julia Haart ha già un’esperienza lavorativa alle spalle con la maison La Perla avendo curato per la spring/summer  2016 e per la fall/winter 2017 il reparto accessori.

 

Antonelli Firenze Autunno Inverno 16/17

ANTONELLI FIRENZE FW 16-17

IL PROSSIMO INVERNO E’ IN PANTAILLEUR !!

Sartoriale, maschile, sportivo ma femminile e glamour.
Il pantailleur Antonelli Firenze si indossa in tutte le occasioni, binomio perfetto di praticità ed eleganza.

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La mattina: Tailleur sportivo in lana grigio intenso composto da bomber con dettagli in jersey e pantalone di ispirazione jogging stretto alla caviglia (giacca euro 402, pantaloni euro 284);

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Al lavoro: Tailleur in lana microfantasia maschile con giacca a 1 bottone (giacca euro 429, pantaloni euro 321);

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Per un cocktail: Tailleur grigio in lana con giacca 4 bottoni e pantaloni morbidi con pences (giacca euro 446, pantaloni euro 305).


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La Sera: Tailleur crepe di lana con pantaloni a zampa e giacca 1 bottone (giacca euro 473, pantaloni euro 392);

ROY ROGER’S LANCIA LA NUOVA CAMPAGNA FW 16/17

ROY ROGER’S LANCIA LA NUOVA CAMPAGNA FW 16/17

LA PERSONALITÀ ATTRAVERSO L’ESSENZIALITÀ DEL DENIM

E’ New York la location scelta da Roy Roger’s per la nuova campagna FW 16/17 che vede protagonisti la modella russa Vita Sidorkina e Isaac Carew, modello-chef inglese.

Le immagini in bianco/nero traducono i codici del denim, raccontando un mood metropolitano e ricercato: “E’ una campagna che esprime la personalità di chi indossa il jeans attraverso l’essenzialità” spiega Guido Biondi, Direttore Creativo del Gruppo Sevenbell.

Il fotografo Philip Gay coglie l’anima ricercata della collezione declinandola in una serie di scatti dove il capo è protagonista.

Creative Direction
Guido Biondi, creative director, Sevenbell Group e DCOLLECTIF

Photographer
Philip Gay / 2DM MAMANGEMENT
Video Maker
Matteo Cherubino / 2DM MANAGEMENT
Stylist
Benjamin Sturgill
Woman Model
Vita Sidorkina / ELITE MODELS
Male Model
Isaac Carew, British model & chef – suo il blog “The dirty dishes” / ILOVE MODEL MANAGEMENT
Make-up
Yacine Dello / BRIDGET ARTIST
Hair Stylist
Nicolas Eldin / ART DEPARTMENT

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Place to be: ISMARA

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Recentemente anche i colossi del fast retail, ovvero quei negozi la cui principale caratteristica risiede nel produrre e distribuire sul mercato piccole collezioni al ritmo di una ogni due/tre settimane, hanno proclamato la loro “Recycle week”, cioè un avvicinamento alla cosiddetta visione etica della moda, dichiarando così un cambiamento di rotta e sancendo così un nuovo importante avvenimento nella storia della moda contemporanea.


C’è chi, nella capitale meneghina, ha fatto della moda sostenibile il proprio punto di forza sin dagli esordi, il 2005 per essere precisi: stiamo parlando di Ismara (www.ismara.it), una giovane impresa che unisce artigianalità al rispetto dell’ambiente.


Stefano Vandelli, il direttore commerciale di Ismara, dichiara: “Per noi usare tessuti BIO è stata una scelta fisiologica, esattamente come avere un laboratorio di proprietà o l’utilizzo di materiali provenienti da circuiti di up cycling. Ci piace pensare di riuscire a dimostrare come una piccola realtà come la nostra possa sostenersi e generare utili senza rinunciare a produrre in Italia, impiegando tessuti di qualità ed avvalendosi di dipendenti diretti.”


La proposta moda di questo giovane marchio ( il negozio si trova in Via Poerio, 3 a Milano, a due passi da Porta Venezia) prevede modelli dal design essenziale, drappeggiati o che prevedono l’accostamento di più tessuti, per l’estate 2016.

La piccola azienda rappresenta una emergente realtà della moda sostenibile.



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“Utopia”. La mostra a Venezia dedicata a René Burri

Visioni istantanee. Oggetti e vita quotidiana fissati per catturare l’attimo. La pura soggettività dell’occhio.

” … Gli enormi cambiamenti sociali che si stanno verificando nella nostra era tecnologica nel campo della musica, della pittura, della letteratura e dell’architettura stanno dando un nuovo volto all’umanità. Seguire questi sviluppi e comunicare i miei relativi pensieri e immagini, è ciò che considero…”

E’ così che René Burri, il celebre fotografo svizzero noto anche per essere stato il Presidente, nel 1982, dell’Agenzia Magnum, raccontò il suo bisogno impellente di spiegare la società, attraverso l’occhio artificiale del suo obbiettivo.

 

Renè Burri. Che Guevara. Smoking a cigar. 1963 (fonte immagine artribune.com)

Renè Burri. Che Guevara. Smoking a cigar. 1963 (fonte immagine artribune.com)

 

 

Al grande maestro, la Casa dei Tre Oci di Venezia dedica la mostra “Utopia” legata contemporaneamente alla Biennale di Architettura 2016 grazie all’innegabile passione che Burri aveva nei confronti dell’architettura che lo spinse, sovente, a viaggiare in tutto il mondo alla ricerca delle grande opere di artisti come Renzo Piano, Oscar Niemeyer e Le Corbusier (solo per citarne alcuni).

 

Rene Burri. Picasso. 1957.  Villa "La Californie" (fonte immagine nouvellesimages.com)

Rene Burri. Picasso. 1957. Villa “La Californie” (fonte immagine nouvellesimages.com)

 

 

Le cento immagini del fotografo, esposte nella Casa dei Tre Oci, riportano il bisogno dell’artista di raccontare anche i grandi processi di trasformazione politica, sociale e culturale che hanno interessato tutto il novecento, pure attraverso i ritratti di Pablo Picasso e Che Guevara.

La mostra, realizzata da Magnum Photos in collaborazione con Civita Tre Venezie è stata curata da Michael Koetzle.

 

 

Fonte cover droppergen.net

 

Bambike. La biciletta in bamboo eco-sostenibile

Viene dalle Filippine, la bici in bamboo.

Le forti e floride canne di bamboo che crescono abbondantemente nelle foreste pluviali delle Filippine, sono state utilizzate per costruire un modello di bicicletta unico nel suo genere.

L’idea è nata da Bryan Benitez McClelland, fondatore del marchio Bambike, che ha sfruttato la possibilità di utilizzare queste piante per creare un mezzo di trasporto eco-sostenibile.

 

La serie completa dei modelli di biciclette in bamboo di Bambike

La serie completa dei modelli di biciclette in bamboo di Bambike

 

Il team di lavoro di Bambike

Il team di lavoro di Bambike

 

 

McClelland che dal suo canto, assicura di ripopolare i lembi di terra da cui vengono prelevati le piante selvatiche, ha scelto di avvalersi di un team di lavoro (i bambuilders) proveniente da Gawad Kalinga,  un’organizzazione per lo sviluppo della comunità filippina che prevede borse di studio, un programma di alimentazione settimanale per i bambini  e la sovvenzione di insegnanti di scuola materna.

La bicicletta in bamboo, resistente quasi quanto un biciclo con telaio in acciaio, può raggiungere una cifra di circa 1750 dollari e supera lo standard EN 14781, il più alto della categoria.

 

 

Le immagini sono stratte da bambike.com

Stella McCartney sempre più ecosotenibile

Chi rispetta gli animali, oggi ha un motivo in più per acquistare i capi della stilista inglese Stella McCartney.

La figlia del rocker Paul McCartney, sempre attenta alle dinamiche animaliste, dopo aver bandito il vello di animale nelle sue creazioni e aver eliminato dalle sue collezioni il PVC, in queste ore ha fatto sapere che impiegherà, per il confezionamento dei capi, il Re.Verso e cioè un nuovo tessuto prodotto in Italia che nasce dalla rigenerazione del cashmere già impiegato nel tessile.

 

(fonte immagine stellamccartney.com)

(fonte immagine stellamccartney.com)

 

(fonteimmagine stellamccartney.com)

(fonte immagine stellamccartney.com)

 

 

In questo modo, la designer promette di incrementare il suo impegno per una moda ecosostenibile.

La sempre più crescente richiesta di capi lussuosi e l’agguerrita concorrenza dei marchi low cost nei confronti delle maison blasonate, ha scatenato una vera bagarre per chi si “accaparra” il vello delle capre ad un prezzo minore, causando pertanto, maggiori rischi per l’ambiente; il 90% delle prateria della Mongolia, è a rischio desertificazione visto che sempre più capi di bestiame vengono lasciati pascolare.

L’obiettivo di Stella è di attestare l’impatto ambientale al 2% entro il 2016 e questo potrà avvenire grazie a Re.Verso.

 

 

 

 

Fonte cover huffingtonpost.com

Look of the day: la Marchesa Casati

LOOK OF THE DAY: LO STILE DELLA MARCHESA CASATI

Voleva essere un’opera d’arte – e ci è riuscita. Voleva una vita romanzesca – e l’ha avuta.
Voleva essere ricordata – e noi lo faremo in questo spazio, ripercorrendone lo stile.

La Marchesa Casati, nata Luisa Adele Rosa Maria Amman ( 1881- 1957 ), ha ispirato pittori, scultori, registi e stilisti, che ancora oggi le dedicano intere collezioni.

Il suo scopo non era stupire ma sbalordire e lo faceva con ogni mezzo possibile, dilapidando interamente il suo patrimonio. Si presentava così alle feste con leopardi al guinzaglio di diamanti, indossava pitoni reali al posto dei girocolli, faceva le sue apparizioni con pavoni blu e scimmie, scortata da un monumentale servo nero.

Ossessionata dalla sua immagine, collezionava ritratti che esibiva con orgoglio ai parties da lei organizzati.
La Marchesa Casati era una donna oscura, misteriosa dallo stile gotico, attratta dal mondo esotico ed esoterico; i profondi occhi cerchiati di nero la resero celebre, fascino accentuato dalla chioma che tinse di rosso e da quella pupilla dilatata grazie all’uso della belladonna.

Anche negli ultimi tempi di miseria passati tra le strade di Londra, dopo una vita di sfarzi ed eccessi, la Marchesa non abbandonò mai la sua iconica figura, se ne andava in giro tutti i giorni con indosso un abito in velluto nero, un alto cilindro spelacchiato e gli amati guanti di leopardo con gli artigli della bestia.



Sfoglia la gallery per scoprire i look proposti:










(immagini dei capi prese da Trendfortrend)

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All’asta i gioielli di Coco Chanel

L’appuntamento è fissato per il prossimo 10 ottobre 2016 a Parigi quando, all’interno dell’ Hotel Drouot, verrà battuta un’asta che vede protagonisti i gioielli di Mademoiselle Coco Chanel.

Chi avrà la fortuna di accedere a questa asta, avrà la possibilità di sceglie tran ben 410 monili creati da  Gabrielle Bonheur Chanel, alcuni di questi, per altro, facenti parte di una collezione privata della stilista.

 

(fonte immagine ansa.it)

(fonte immagine ansa.it)

 

Facciata Hotel Drouot (fonte immagine artctualite.com)

Facciata Hotel Drouot (fonte immagine artctualite.com)

 

 

La casa d’aste di Drouot, è tra le più rinomate di Parigi e si occupa prevalentemente di vintage. Quello di Chanel, peraltro, non è un debutto. In passato, infatti, ha destato clamore l’asta che metteva in vendita 653 pezzi haute couture della maison, alcuni di questi erano delle limited edition altri, creati appositamente per essere indossati dalle star sui red carpet o in particolari eventi che richiedevano opulenza e glamour.

La vendita include orecchini e parures lussuose che incarnano lo stile di Coco Chanel attraverso oltre cinquant’anni di creazioni.

Non mancheranno le perle, le camelie e le pietre preziose di cui il valore, almeno per le Chanel addicted, sarà inestimabile.

Per maggiori informazioni www.drouot.com

 

 

 

Fonte cover blog.modaeabbigliamento.it

Robert De Niro apre il Wellington Hotel a Londra

Anche Robert De Niro si è lasciato stregare dal settore alberghiero e aprirà, dopo l’ “Hotel Greenwich” di New York e il Nobu Hotel a Manila (che è stato giudicato il peggior albergo di lusso del 2015), una nuova struttura ricettiva a Covent Garden, nel cuore di Londra.

 

Facciata Wellington Hotel nel distretto di Covent Garden

Facciata Wellington Hotel nel distretto di Covent Garden

 

 

I lavori, che verranno avviati per l’inizio del 2017, permetteranno al distretto di Londra di fregiarsi di un hotel di lusso che disporrà di ben 83 camere, un centro relax, un ristorante, un club riservato ai membri e di una serie di negozi che verranno disposti, con molta probabilità, al piano terra della struttura, adiacenti alla hall.

 

Interi del Greenwich Hotel nel cuore di Manhattan

Interi del Greenwich Hotel nel cuore di Manhattan 

 

 

Il Wellington Hotel (questo è il suo nome), sarà completato nel 2019, solo dopo un’attenta ristrutturazione dei siti adiacenti di notevole interesse storico. Questo hotel di lusso, è stato autorizzato, pertanto, dal Westmister City Council.

 

Jpeg

Jpeg

 

 

Londra è una delle città più eccitanti e cosmopolite del mondo. Ha davvero un senso realizzare un hotel che racchiuda tutto questo nel cuore della sua città, in Covent Garden“, ha commentato l’attore hollywoodiano.

 

 

 

Fonte cover hedislimane.com

 

 

Jason Wu collabora con il marchio di bellezza Caudalie

Un elisir di bellezza che aiuta la donna a sentirsi desiderata. Jason Wu non poteva, dunque, che scegliere un motivo raffinato e sensuale con tratti gotici e misteriosi per vestire la sua bottiglia.

Le premesse ci sono tutte affinché l’Acqua di Bellezza di Caudalie, il noto marchio di cosmesi, possa conquistare tutte le beauty lovers.

 

Pizzo della collezione primavera/estate 2016 di Jason Wu (fonte immagine caudalie.com)

Pizzo della collezione primavera/estate 2016 di Jason Wu (fonte immagine caudalie.com)

 

 

La bottiglia minimalista, si veste di un prezioso pizzo nero. L’opera compiuta da Jason Wu, il talentuoso designer taiwanese che è stato chiamato a disegnare  “Jason Wu for Caudalie Beauty Elixir“, sta già attirando molto clamore.

Ma perché proprio Jason Wu? Lo stilista, pare sia un tra i primi clienti del marchio e consiglia sempre ai suoi truccatori di utilizzare Acqua di bellezza nelle sue sfilate.

Come un prodotto di lusso, abbiamo studiato ciascun dettaglio dell’Acqua di Bellezza con un attenzione particolare. Per il design del flacone mi sono ispirato allo stile Jason Wu per creare un oggetto raffinato e sofisticato“, ha dichiarato lo stilista.

 

Jason Wu for caudalie Beauty Elixir è un vero elisir di bellezza (fonte immagine caudalie.com)

Jason Wu for caudalie Beauty Elixir è un vero elisir di bellezza (fonte immagine caudalie.com)

 

 

In vero, Jason si è lasciato ispirare da un pizzo lavorato a mano che ha utilizzato per confezionare alcuni capi della collezione primavera/estate 2016.

“Jason Wu for Caudalie Beauty Elixir”, è frutto della collaborazione tra il designer e Mathilde Thomas, fondatrice del marchio nato a Bordeaux (Francia), assieme al marito Bertrand.

L’elisir di bellezza che promette di restringere i pori, fissare il maquillage e donare luminosità immediata all’incarnato, sarà disponibile a partire di settembre nelle profumerie e verrà proposto nei formati 30 ml (al costo di 11,70 euro) e 100 ml (al costo di 35,30 euro).

 

 

 

Fonte cover forbes.com

EA7. E’ polemica sulle divise olimpiche

E’ polemica, anche se immotivata, sulla scelta di Armani di aggiungere il numero 7 alle divise degli atleti italiani che hanno gareggiato durante le ultime Olimpiadi tenutesi a Rio de Janiero.

Giorgio Armani, ha infatti vestito gli atleti nostrani durante i giochi, marchiando le divise con il logo del brand di sportwear, AE7, nato nel 2004 in collaborazione con l’ex  calciatore del Milan, Andrij Shevchenko, detentore del numero 7 sulla casacca del diavolo rossonero.

 

Rio: Olympic Games 2016

(Fonte immagine huffingtonpost)

 

 

Perché dunque negare la pubblicità al marchio italiano?

La controversia è stata sollevata dal “Fatto Quotidiano” che considerava le uniformi indossate dagli atleti, eccessivamente “marchiate” con il logo del marchio.

A scagliarsi contro la scelta di Giorgio Armani & Co., ci ha pensato anche la sempre critica Claudia Mori, moglie del cantante Adriano Celentano: “Finalmente qualcuno si è accorto dello scandalo di aver svenduto alle Olimpiadi di quest’anno la nazione Italia, a beneficio del solito megalomane invasivo sponsor che per un pugno di soldi e divise gratis fornite ai nostri atleti ottiene una inaudita visibilità”, ribadisce senza mezzi termini la signora Celentano. “Sul podio vinceva lo sponsor” – rincalza- non l’Italia e il suo atleta! A danno di quella che avrebbe dovuto essere la nostra identità. Questo Coni e compagnia non cambieranno mai! […] “Ennesima svendita di un sistema incapace e bugiardo. Quel 7 stampato a caratteri cubitali sopra le divise dei nostri atleti/testimonial assieme alla bandiera italiana quasi invisibile, ci rende sempre più incapaci di distinguere cosa è tollerabile da cosa non lo sia più”.

 

Federica Pellegrini portabandiera a Rio de Janiero, indossa la divisa EA7 (fonte immagine huffingtonpost)

Federica Pellegrini portabandiera a Rio de Janiero, indossa la divisa EA7 (fonte immagine amalamaglia.itt)

 

 

Insomma, pare che in Italia, si faccia prima a criticare che a costruire. Si, nulla di più semplice che contestare una scelta (seppur ovvia) di un marchio di pubblicizzare la propria linea, vestendo gratuitamente gli sportivi che si sono avvicendati durante i giochi olimpici.

C’è anche chi, scherzosamente, attribuisce la maglia presentata da AE7, alla nazionale nipponica di pallavolo delle Seven Fighters del cartone animato Mila e Shiro.

Insomma, gettar fango su Giorgio Armani, non aiuterà di certo “gli ultimi” a risalire dalle tenebre ma un minuto di notorietà non si nega a nessuno.

 

 

 

fonte cover gq italia.it

Alber Elbaz vicino a maison Oscar de la Renta?

Cosa hanno in comune maison Oscar de la Renta e lo stilista Alber Elbaz?

Una possibile collaborazione che potrebbe portare i primi risultati nel febbraio 2017, giorno in cui la griffe americana potrebbe presentare al pubblico la prima collezione autunno/inverno 16-17 del designer marocchino.

Il condizionale è d’obbligo visto che attualmente si tratterebbe di una mera supposizione.

 

Alber Elbaz ritratto al termine della sfilata Lanvin (fonte immagine vogue.com)

Alber Elbaz ritratto al termine della sfilata Lanvin (fonte immagine vogue.com)

 

 

Fonti vicine alle parti, hanno raccontato con parsimonia, un incontro avvenuto tra Elbaz, che ha concluso di recente una fruttuosa collaborazione con maison Lanvin durata 14 anni (qui l’articolo che rivela i contorni dell’addio del couturier al marchio) e il CEO di Oscar de la Renta,  Alex Bolen, per discutere sul da farsi.

Indiscrezioni sempre più insistenti, vorrebbero la temutissima e valorosissima Anna Wintour, direttrice di Vogue America, mente di questa reunion, dato il forte legame che la lega alle due parti.

 

Manifesto mostra dedicata a maison Lanvin presso Maison Européen de la Photographie. Abiti Alber Elbaz (donte immagine i-d.vice.com)

Manifesto mostra dedicata a maison Lanvin presso Maison Européen de la Photographie. Abiti Alber Elbaz (donte immagine i-d.vice.com)

 

 

Dopo la dipartita lavorativa di Peter Copping che ha abbandonato il gruppo dopo essere stato al timone del marchio per due anni (puoi leggere l’articolo qui), maison Oscar de la Renta, è alla ricerca di un valido sostituto dopo aver affidato l’ultima collezione al team interno.

Non ci resta, dunque, che seguire l’evoluzione del caso e sperare che finalmente la creatività garbata di Elbaz possa ritornare a splendere in passerella.

 

 

Fonte cover justfashionmagazine.com

Metallic – Summer Trend 2016

METALLIC – SUMMER TREND 2016

L’estate scintilla di bagliori oro e argento, sulle clutch, sui sandali e sugli accessori.

Via i colori opachi e diamo spazio alle sfumature metalliche silver and gold, come consigliano le passerelle Spring/Summer 2016.

Dalla clutch di Tom Ford allo stiletto rodeo di Marc Jacobs; i sandali si impreziosiscono di gioielli – come quelli sexy proposti da Casadei, ma anche per le più sportive arriva la versione sparkling di Converse.

Guarda l’intera gallery con le proposte metallic per questa estate 2016:


Fiocco rosa per Bar Rafaeli: è nata la piccola Liv

Da quando ha scoperto di essere incinta, la bellissima top model Bar Rafaeli non ha smesso per un secondo di postare, pancione in bella vista, foto su Instagram.

 

Bar Rafaeli sul letto d'ospedale dopo aver partorito la piccola Liv (fonte immagini vanityfair.it)

Bar Rafaeli sul letto d’ospedale dopo aver partorito la piccola Liv (fonte immagini vanityfair.it)

 

 

Bar raeli e il marito Adi Ezra (fonte immagini magazinedelledonne.it)

Bar Rafaeli e il marito Adi Ezra (fonte immagini magazinedelledonne.it)

 

Bar in ascensore con il marito Adi (fonte barrafaeli account IG)

Bar in ascensore con il marito Adi (fonte barrafaeli account IG)

 

 

Stupenda e raggiante, per nulla affaticata dal suo stato, la Rafaeli  ha deliziato 2,4 milioni di seguaci sul famoso Social Network, con ritratti super teneri, ripercorrendo mese per mese tutte le fasi salienti della sua gravidanza.

Finalmente, dopo nove mesi di attesa, Bar ha dato alla luce la piccola Liv, l’11 agosto scorso nell’ospedale Ichilov a Tel Aviv.

 

(fonte immagine barrafaeli official account IG)

(fonte immagine barrafaeli official account IG)

 

Bar Bafaeli in compagnia dell'amica Valentina Micchetti (fonte immagine barrafaeli official account IG)

Bar Bafaeli in compagnia dell’amica Valentina Micchetti (fonte immagine barrafaeli official account IG)

 

 

Il nome, scelto fra tanti dal padre della neonata, il ricco imprenditore Adi Ezra (conosciuto al termine della relazione con l’attore Leonardo di Caprio), come spiegato dalla stessa Rafaeli, sarebbe di buon auspicio; Liv sarebbe la prima sillaba della parola ebraica LivLuv che tradotta in italiana significa “fioritura“.

Dalle prime indiscrezioni trapelate da fonti vicine alla coppia, la piccola Liv all’atto della nascita pesava 3180 gr e pare assomigli alla mamma.

 

 

Fonte cover gds.it

Amber Heard donerà 7 mln ottenuti dal divorzio da Depp

7 milioni. E’ questa la cifra che l’attore Johnny Depp dovrà versare sul conto della ormai ex moglie Amber Heard a seguito del divorzio che è stato reso effettivo negli ultimi giorni.

La causa dello scioglimento del vincolo matrimoniale, va attribuita all’attore hollywoodiano reo di aver utilizzato violenza sulla moglie.

I due, dopo circa un anno e mezzo dal fatidico “si”, hanno scelto di dirsi addio e, neanche a dirlo, senza premure e senza eleganza.

Nel maggio 2016, l’attrice americana, dopo aver incolpato il marito di essere un abituale consumatore di alcool, Hashish e Cannabis e di non aver  molto cura della sua igiene intima,  l’accusò di averla maltrattata in varie occasioni e a dimostrazione del vero, pubblica sui social un selfie che la ritrae con un occhio tumefatto dalle percosse subite.

 

Amber Heard provoca Depp sui social postando una foto accusa nei suoi confronti

Amber Heard provoca Depp sui social postando una foto accusa nei suoi confronti

 

 

Un addio turbolento che lascia e con tanta eccezione, un lieto fine.

Proprio in queste ore, infatti, la bella Amber ha dichiarato di voler donare il milionario risarcimento all’American Civil Liberties Union (associazione che difende i diritti civili, tutelando per altro  donne e bambini vittime di abusi) e al Children’s Hospital di Los Angeles: “Come si capisce dalla nota dell’ordine restrittivo rilasciata dal tribunale, il denaro non ha giocato alcun ruolo per me. L’unica eccezione riguarda il fatto che ora potrò donare la somma in beneficenza e, facendo questo, aiutare coloro che non hanno possibilità di difendersi.”

 

 

Fonte cover movieplayer.it

Auguri Coco. Omaggio alla grande Chanel

Ha rivoluzionato la moda con la sua classe. La sua caparbietà e la sua intelligenza l’hanno portata in alto e le hanno concesso di divenire la “signorina” della moda.

Avrebbe compiuto oggi, 19 agosto 2016, 133 anni: Gabrielle Bonheur Chanel, in arte Coco Chanel a distanza di oltre un secolo, non smette di essere venerata, anzi, in molti rimpiangono gli anni d’oro dell'”Impero moda” di cui lei era la sovrana indiscussa.

Coco Chanel, vide la luce in un ospizio per poveri a Saumur, il 19 agosto 1883. Concepita al di fuori dal vincolo matrimoniale, la sua esistenza fu attraversata da momenti di totale povertà. I suoi genitori, in vero,  nulla o niente potevano offrire a lei ed ai fratelli Alphons, Julie, Antoinette e Lucien: il padre, Henri-Albert Chanel era un ambulante girovago nei mercati dell’ Auvergne mentre la madre Jeanne, era figlia di un locandiere.

 

Chanel in uno scatto nel suo laboratorio (fonte immagine dailymail.com)

Chanel in uno scatto nel suo laboratorio (fonte immagine dailymail.com)

 

 

Alla morte della matriarca, la giovanissima Gabrielle assieme alle sorelle, furono lasciate crescere nell’orfanotrofio di Aubazine, educate dalle suore del Sacro Cuore.

Nel commentare lo stile di Coco Chanel, la scrittrice  Karen Karbo sostenne che la stilista fu influenzata dal periodo della vita monacale, aggiungendo tocchi di white e black nelle sue collezioni.

Fu nel 1901 che l’eclettica Coco si avvicina alla moda. A 18 anni, apprese i fondamenti del cucito nella bottega Maison Grampayre ma fu tre anni dopo, con l’incontro proverbiale con Etienne de Balsan, che il destino di Chanel incrocia definitivamente il mondo della moda.

 

(fonte immagine en.r8lst.com)

(fonte immagine en.r8lst.com)

 

 

Dopo questo incontro, Modemoiselle Chanel vive, suo malgrado, una relazione amorosa tormentata, imperversata da diversi intrecci.

Presso il castello di Royallieu dovette condividere “le camere” assieme all’altro amore di Etienne, Emilienne D’Aleçon.

Ma fu proprio in queste mura, che de Balsan diede la possibilità a Coco di intraprendere la sua carriera da designer, aiutandola a realizzare una collezione di cappelli nell’appartamento di Boulevard Malesherbes.

Con il tempo, Gabrielle, forse stanca di un amante poco avvezzo da esserle fedele, s’innamora di Boy Capel, l’unico grande amore della sua vita.

 

Coco assieme al suo grande amore Boy Capel (fonte immagine thestylerebels.com)

Coco assieme al suo grande amore Boy Capel (fonte immagine thestylerebels.com)

 

 

Fu proprio Capel (un ricco industriale), ad anticiparle i soldi per aprire la prima boutique in 31 Rue de Cambon. Nel 1912, nel negozio, Gabrielle iniziò a vendere anche capi d’abbigliamento come maglioni e gonne in maglia.

Coco entrò nelle grazie della borghesia. Era il 1914, in  pieno conflitto mondiale. Le donne facevano a gara pur di indossare le sue creazioni, raffinate e garbate. Resistette perfino alla grave crisi economica che colpì la Francia nel dopoguerra.

L’inventiva di Chanel le permise, inoltre, di introdurre il jersey nei capi d’abbigliamento, tessuto sinora utilizzato per confezionare biancheria intima. Nel 1917, la stilista possedeva diverse boutiques in Francia a Deauville, Biarritz e Parigi.

Gli anni venti, intanto, consacrano Gabrielle regina del fashion system.

 

Gabrielle Bonheur Chanel non usciva mai senza le sue perle (fonte immagine villaosvaldo.it)

Gabrielle Bonheur Chanel non usciva mai senza le sue perle (fonte immagine villaosvaldo.it)

 

 

A lei si deve la moda del capello corto (lanciata per necessità visto che dovette tagliare i capelli dopo esserseli accidentalmente bruciati) e la nascita del tubino nero, nel 1926.

Chanel ebbe il merito di raccontare una donna nuova, vista dagli occhi critici di una loro simile. Rivoluzionò il suo stile, imponendo una nuova concezione di abito che venne apprezzato fin da subito. La sua, era una donna dinamica, capace di adattarsi al mondo maschile, confrontandosi con loro sia al lavoro che nella vita sociale.

Era sprezzante nei confronti dei suoi colleghi, per la quale non ebbe nessun riguardo nel giudicare le loro collezioni.

 

Il cappello era l'accessorio preferito di Coco (fonte immagine fanpage.it)

Il cappello era l’accessorio preferito di Coco (fonte immagine fanpage.it)

 

Distrusse il mito della Belle Époque di Paul Poiret e di monsieur Christian Dior, disse:  “addobba delle poltrone, non veste delle donne: l’eleganza è ridurre il tutto alla più chic, costosa, raffinata povertà”; e proprio nell’anno in cui il suo rivale più grande, Dior, venne a mancare (era il 1957), Chanel vinse l’Oscar della moda ricevendo il Neiman – Marcus Award.

Coco morì in una gelida notte d’inverno, il 10 gennaio 1971, all’età di ottantasette anni.

 

(fonte immagine emaze.com)

(fonte immagine emaze.com)

 

 

 

Ripercorriamo la storia di Coco Chanel con una serie di aforismi che l’hanno resa celebre.

 

Un uomo può indossare ciò che vuole. Resterà sempre un accessorio della donna;

La moda è fatta per diventare fuori moda;

Prima di uscire, guardati allo specchio e levati qualcosa;

Quelli che creano sono rari; quelli che non creano sono numerosi. Quindi gli ultimi sono i più forti;

–  Se una donna è malvestita si nota l’abito. Se è ben impeccabilmente si nota la donna;

Alcune persone pensano che il lusso sia l’opposto della povertà. Non lo è. È l’opposto della volgarità;

Non si è mai troppo ricche, né troppo magre;

Non mi pento di nulla nella mia vita, eccetto di quello che non ho fatto;

Il profumo è l’accessorio di moda basilare, indimenticabile, non visto, quello che preannuncia il tuo arrivo e prolunga la tua partenza;

Quando troverò un colore più scuro del nero, lo indosserò. Ma fino a quel momento, io mi vestirò di nero;

L’educazione di una donna consiste in due lezioni: non lasciare mai la casa senza calze, non uscire mai senza cappello;

È l’accessorio di moda basilare, indimenticabile, non visto, quello che preannuncia il tuo arrivo e prolunga la tua partenza;

La moda passa, lo stile resta.

 

 

Fonte cover supertlab.it

 

 

 

 

 

 

 

 

Chanel. Lily Rose Depp volto della fragranza Chanel n°5

Bellissima e seducente. La piccola Lily Rose Depp, già volto di Chanel, continua imperterrita la sua scalata nel fashion system.

Sempre riservata, con una vita condotta al pari dei suoi coetanei, la figlia di Johnny Depp e Vanessa Paradis proprio in queste ore ha voluto deliziare i suoi followers con un’ anteprima su Instagram della campagna pubblicitaria del nuovo Chanel n°5 di cui è testimonial.

 

Lily Rose Depp immortalata da Johan Renck per la campagna pubblicitaria Chanel n°5 (fonte immagine lilyrose_depp)

Lily Rose Depp immortalata da Johan Renck per la campagna pubblicitaria Chanel n°5 (fonte immagine lilyrose_depp)

 

 

Lily, appare chiaro, sta seguendo le orme della madre, che già nel lontano 1991 posava sensualissima per la campagna pubblicitaria dedicata alla fragranza Chanel Coco.

Confrontando le due immagini, è chiaro che il fascino della giovane modella è stato ereditato dalla madre: un’espressione fanciullesca che lascia trapelare un aspetto conturbante.

 

Vanessa Paradis volto della campagna pubblicitaria Chanel Coco del 1991 (fonte immagine galoremag.com)

Vanessa Paradis volto della campagna pubblicitaria Chanel Coco del 1991 (fonte immagine galoremag.com)

 

 

Lily,“Rappresenta alla perfezione la sua generazione e i suoi valori di libertà e audacia, trasmettendo alla fragranza iconica della maison la sua freschezza e la sua bellezza”, hanno fatto sapere dalla maison dalla doppia C.

La campagna pubblicitaria, diretta dal fotografo Johan Renck verrà pubblicizzata sui maggiori Social Network e sulle riviste del settore, a partire dal prossimo autunno.

 

 

Fonte cover sheknows.com

Diesel. Tutto pronto per il “Big Boom” a Tokyo

Big Boom“. E’ questa la definizione che Nicola Formichetti, direttore creativo di Diesel, utilizza per annunciare il grande evento che si terrà a Tokyo, per festeggiare i 30 anni del marchio nella capitale nipponica.

Un programma veramente florido sviluppato assecondando le esigenze del marchio che intende elargire la sua importanza, nel Sol Levante.

 

(Fonte immagine fashionmagazine.it)

(Fonte immagine fashionmagazine.it)

 

 

Il 6 settembre prossimo, verrà inaugurata la mostra che vuole raccontare i fasti della griffe, dalla sua fondazione ad oggi a cui farà seguito un defilé see-now-buy now, la presentazione di due capsule collection di denim e tre collezioni concepite per il mercato giapponese, progettate in collaborazione con la designer Yuko Koike, con il brand N. Hollywood e Porter -Yoshida & Co.

A seguito, un mega party di cui non si hanno ancora dettagli sulla location e, in particolar modo, sulle celebs che vi faranno parte.

È qui che sono nato e da sempre ha avuto un ruolo di rilievo nel mio processo creativo come costante fonte di ispirazione, perché rappresenta una parte molto grande di me”, ha dichiarato Formichetti, entusiasta di omaggiare la sua terra di origine, con un evento davvero eccezionale.

 

 

Fonte cover styleandfashion.blogosfere.it

Les Parfums Louis Vuitton: la collezione

L’appuntamento è fissato per il prossimo 1° settembre 2016, giorno in cui sarà possibile acquistare le prime fragranze di maison Louis Vuitton nelle boutique monomarca del marchio.

Sette creazioni uniche nate dal naso di Jacques Cavallier Belletrud, per accontentare sette donne diverse.

Les Parfums Louis Vuitton, hanno lo scopo di raccontare un viaggio, quello dei sensi. La leggerezza di Rose des Vents o l’esuberanza di Contre Moi. Le emozioni scaturite da Mille feux e le note euforizzanti di Turbolences.

 

Fonte immagine louisvuitton.com)

Fonte immagine louisvuitton.com)

 

 

Con Matèrie Noir, sarà possibile esplorare i lati oscuri della vita e con Apogée, invece, sarà possibile rilassarsi facendo avvolgersi dalla natura. Infine, con Dans la Peau sarà possibile vivere toujours, la passione d’amore.

La boccetta dai tratti minimalisti, disegnata da Marc Newson (acclamato designer industriale già attivo in Louis Vuitton con la collezione di valigie), potrà essere ricaricata rivolgendosi negli stores del marchio.

Ad incarnare l’essenza di questa collezione di profumi, sarà l’attrice francese Léa Seydoux, già volto della campagna pubblicitaria “The spirit of travel” della maison.

Dai primi scatti rivelati sul sito ufficiale della griffe, l’ADV “L’Anima del viaggio – Beyond Perfume“, mostra una velata sensualità.

Les Parfums Louis Vuitton, promettono di rivitalizzare i ricordi di Heures d’absence, la prima fragranza Louis Vuitton creata nel 1927.

 

 

Antonio Lopez. New York omaggia l’illustratore di moda

Il New York Times lo definì “un grande illustratore di moda” ma in molti, finirono per dimenticare le sue opere.

New York, con una mostra al Museo del Barrio, rende omaggio al dimenticato Antonio Lopez, il grande illustratore di moda, menzionato da tanti, per aver poggiato la sua carriera su quattro muse che sarebbero diventate in divenire, le Antonio’s Girls e cioè, Jerry Hall, Grace Jones, Pat Cleveland e Jessica Lange.

 

Antonio Lopez (fonte immagine d.repubblica.it)

Antonio Lopez (fonte immagine d.repubblica.it)

 

Oscar de la Renta by Antonio lopez (fonte immagine beatricebrandini.it)

Oscar de la Renta by Antonio lopez (fonte immagine beatricebrandini.it)

 

 

(fonte immagini badinicreateam.blogspot.it)

(fonte immagini badinicreateam.blogspot.it)

 

 

Nato a Utuado (Portorico) l’11 febbraio 1943, all’età di sette anni assieme alla famiglia, si trasferisce a New York.

La passione per la moda, nasce dalla necessità della madre, Maria Luisa Cruz, di tenere il figlio lontano dalla strada. E’ lei, un’abile sarta, ad avvicinare Antonio nel fashion system, chiedendogli di disegnare i fiori che lei stessa avrebbe ricamato.

Assecondando le sue doti artistiche, frequenta la High School of Art and Design e, in seguito, il Fashion Institute of Tecnnology.

 

(fonte immagini badinicreateam.blogspot.it)

(fonte immagini badinicreateam.blogspot.it)

 

(fonte immagini badinicreateam.blogspot.it)

(fonte immagini badinicreateam.blogspot.it)

 

(fonte immagini badinicreateam.blogspot.it)

(fonte immagini badinicreateam.blogspot.it)

 

(fonte immagini badinicreateam.blogspot.it)

(fonte immagini badinicreateam.blogspot.it)

 

 

A lui si sono affidate maison come Valentino e Missoni e testate giornalistiche come il New York Times, Vogue, Vanity Fair, Elle e Harper’s Bazaar.

Incontra poi l’art director Juan Eugenio Ramos; tra i due nasce una stretta collaborazione e anche un grande amore. Si batterono a lungo per portare i concetti di razza e genere nella moda, fino a quando Antonio non spirò il 17 marzo del 1987, a causa di un sarcoma di Kaposi sopraggiunto come complicanza all’AIDS di cui era affetto da diversi anni.

 

(fonte immagine verlanga.com)

(fonte immagine verlanga.com)

 

 

In suo onore, furono pubblicati diversi libri tra cui “Antonio Lopez: Fashion, Art, Sex, and Disco” di Roger e Mauricio Padilha (Rizzoli, 2012).

La mostra a lui dedicata, “Antonio Lopez: Future Funk e Fashion“, resterà aperta fino il prossimo 26 novembre 2016.

 

 

 

Fonte cover bangbangbang.com.mx

NikeLab. Riccardo Tisci sigla la sua prima collezione

Solo l’eclettismo di Riccardo Tisci poteva “competere” durante le Olimpiade (ancora in corso) di Rio de Janiero.

Lo stakanovista designer italiano, infatti, è l’autore di una collaborazione davvero sorprendente con il marchio sportivo Nike per la quale ha sviluppato una collezione multitasking.

 

(fonte cover hypebeast.com)

(fonte immagine hypebeast.com)

 

(fonte immagine nike.com)

(fonte immagine nike.com)

 

 

Lo stile di Tisci, ben si è amalgamato con l’aria festosa della capitale brasiliana unendo, inoltre, il comfort e le prestazioni richieste per un capo di abbigliamento concepito per uso sportivo.

Lo spirito olimpico rivive in stampe vivaci dall’appeal floreale. Gran carattere per questa collezione nata per soddisfare le esigenze di lui e di lei. Leggings aderentissimi e crop top, bermuda, t-shirt e cappellini, marchiati Nike. Lo spirito metropolitano, sigla dello stilista, rivive inoltre nelle giacche e nelle canotte.

 

(fonte immagine styleandfashion.blogosfere.it)

(fonte immagine styleandfashion.blogosfere.it)

 

 

Una sfida vinta in partenza, quella di Riccardo che, da sempre abituato a distinguere le sue creazioni con ispirazioni proveniente dalle subculture dello steetstyle, ha accettato seppur pervaso da prime remore, questa nuova avventura.

Per maggiori informazioni sulla collezione www.nike.com

 

 

Fonte cover nike.com

 

Anastacia. Grande successo con la collezione di occhiali firmata per Blumarine

Apprezzata nelle vesti di cantante, la popstar Anastacia, che di recente ha rilanciato la sua carriera con il singolo Take This Chance, può dirsi soddisfatta della collaborazione con il marchio Blumarine, dopo il successo ottenuto con il lancio della capsule collection di occhiali, siglata con il noto brand italiano.

Per l’amica Anna Molinari, che veste la cantante in ogni suo tour dal 2003, ha disegnato una serie di occhiali originali, che rispecchiano la personalità della regina dello Sprock (un mix tra soul, pop e rock n.d.r.).

 

(fonte immagine anastacia.com)

(fonte immagine anastacia.com)

 

 

Fra i prezzi proposti spiccano i sunglasses maculati con dettagli sparkilin sulle astine (Anastacia adora profondamente questo pattern) o i basici black per chi ama celare lo sguardo dietro una montatura basica; rotondi e maxi, sono gli occhiali adatti a chi si sente una diva d’altri tempi.

Il gruppo De Rigo Vision, che cura la linea Blumarine Eyewear, ha animato la fantasia della cantante americana, producendo tre modelli di occhiali da sole e due da vista, ricalcando fedelmente l’idea creativa della popstar.

Anastacia, anche dopo aver corretto attraverso il laser i suoi noti problemi agli occhi, non rinuncia mai agli occhiali, sua firma peculiare in ogni suo look.

La collezione può essere acquistata nei negozi selezionati e sullo store online Blumarine.

 

 

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Fonte cover vanityfair.it

Renzi e la comunicazione referendaria

Sembrerebbe che – lentamente, e forse con ritardo – Matteo Renzi si sia reso conto che era necessario cambiare verso alla comunicazione politica verso il referendum costituzionale.


Commentando l’esito del referendum sulle trivelle scrissi:
“Se la campagna sarà sul testo referendario, Matteo Renzi può sperare di mobilitare quei 6 milioni di votanti che non votano Pd e che vogliono comunque le riforme.
Ma se la campagna referendaria – come invece chiaramente faranno i suoi avversari – non sarà sul tema del referendum, ma su un voto pro o contro Renzi, è molto probabile che la somma delle varie minoranze tra Sel, Sinistra Italiana, FdI a tutto il frammentato centrodestra, alla Lega di Salvini al Movimento Cinque Stelle e quanti altri, nonché la minoranza interna del suo stesso partito – sarebbero, matematicamente, ben più di quei 10 milioni.
Perché il Pd che si attesta al 33-35% è ben lontano da quel partito della nazione capace di vincere da solo. E “fuori” da quel Pd c’è una maggioranza eterogenea incapace di mettere insieme una maggioranza parlamentare, ma che comunque assomma al 65% dei voti reali.
Ma il vero problema è che sinora Renzi sembra incapace di fare una campagna non-manichea, che non polarizzi tra “con me o contro di me”, che non sia “assoluta” e che non veda “ottimisti contro gufi”.
E quindi il vero rischio – numeri alla mano – su un referendum che lo stesso Renzi potrebbe davvero vincere, è che invece lo perda, per colpa dei suoi stessi limiti comunicativi (che invece in altre occasioni sono stati il suo punto di forza).”


Oggi il problema è duplice.
Da una parte i sondaggi non danno il suo Pd e la sua leadership ai livelli di quel 40%, e contemporaneamente la minoranza interna – che compattata non è poi così irrilevante – è pronta a votare no se non verrà messa mano alla legge elettorale.
Dall’altra c’è la presa d’atto che le opposizioni (che insieme non hanno i numeri per governare) compattate su un semplice quesito possono arrivare al 65%, praticamente doppiando i numeri del Si.
A questo calcolo, per ora solo numerico e “da scrivania”, se ne aggiunge un altro, e non di poco conto. Il fronte del No non ha neanche cominciato la sua campagna, mentre il governo ha speso mesi a dichiararla “la madre di tutte le battaglie”.
Finanche la normale, consueta, rituale alternanza dei direttori dei Tg è finita nel tritacarne referendario: consueti avvicendamenti sono diventati “rimosso perché non allineato”.
Nulla che ci allontano dalle vecchie dichiarazioni della vecchia politica, e stavolta il classico “lottizzazione” è stato lessicalmente surclassato dal “pro o contro al referendum”.
Ed anche se il comitato per il NO non ha raggiunto le 500mila firme fermandosi a 200mila, questa non è una buona notizia per il premier: va letta infatti come debolezza della sostanza ma solo come divisione interna delle opposizioni a costruire un comitato comune.


Oggi Renzi sembra aver compreso che qualcosa nella comunicazione sino ad oggi manichea del “o con me o contro di me”, del “o con il progresso o gufi”, a prescindere ed a qualunque costo, rischiava di essere un boomerang.
Il tono cambia nella ultima E-News in un più morbido: questo il passaggio della newsletter 437
“In tanti mi hanno detto: “Matteo, questa non è la tua sfida, non personalizzarla”. Vero, questa è la sfida di milioni di persone che vogliono ridurre gli sprechi della politica, rendere più semplici le istituzioni, evitare enti inutili e mantenere tutte le garanzie di pesi e contrappesi già presenti nella nostra Costituzione. Un’Italia più semplice e più forte sarà possibile se i cittadini lo vorranno.
Dipende da ciascuno di noi, non da uno solo, dunque, ma da un popolo.”
Il cambiamento non è di poco conto, e sintatticamente punta quasi a costruire un diverso elettorato.
Il premier mira stavolta a presentare la riforma come “qualcosa di utile” all’Italia, al popolo italiano, ad una maggioranza di persone trasversale che – indipendentemente dalla propria soggettiva posizione politica – vuole un sistema legislativo più snello e moderno.
In questo senso anche il richiamo – anch’esso non di poco conto – a sottrarre dal dibattito referendario temi che le opposizioni vorrebbero strumentalmente trascinare dentro: legge elettorale, poteri del governo e nello specifico del premier.
Nella stessa e-news: “Il quesito infatti non riguarda la legge elettorale o i poteri del Governo, argomenti che non sono minimamente toccati dalla legge costituzionale, ma riguarda il numero dei politici, il tetto allo stipendio dei consiglieri regionali, il voto di fiducia, il Senato, il quorum per il referendum che viene abbassato, l’introduzione del referendum propositivo, l’abolizione degli enti inutili come il CNEL, le competenze delle Regioni.”


Non possiamo sapere se questo cambio di strategia sarà sufficiente e sufficientemente efficace a “cambiare verso” ad una comunicazione manichea, tossica, e spesso controproducente, che connotava un tono arrogante e spesso saccente.
Non possiamo prevedere se “gli altri” comprenderanno a loro volta che sarà necessario adeguare anche la loro risposta. Perché l’errore, stavolta, sarebbe continuare con quell’idea del “votate no per mandare a casa Renzi”.
Messaggio forte, chiaro, semplice, ma non sufficiente per mettere insieme “il massimo della coalizione possibile per il no”. Mentre palazzo Chigi pare aver chiaro che serve una drastica sterzata e inversione di tendenza per mettere insieme “il massimo della coalizione possibile per il si”.


Tra 60-70 giorni si voterà.
La campagna è lunga, ma quella vera dobbiamo ancora vederla.

Perché Trump potrebbe anche vincere

Viste con gli occhi occidentali, molto spesso le elezioni americane sono apparse come “dai risultati scontati”. Fu così per le elezioni di Nixon, con il primo mandato di Reagan, con l’elezione di Bush: tutti casi in cui avevamo l’impressione certa che a vincere invece sarebbero stati i democratici.
Corriamo lo stesso rischio oggi, nel non comprendere la politica americana, e ancor più nel non riuscire ad analizzare sino in fondo il fenomeno Trump.
Rischio di sbagliare che corrono anche molti network americani, forti di sondaggi che vedono in testa la Clinton di circa sette punti percentuali.
Intanto non dobbiamo dimenticare che Hillary Clinton – che avrebbe dovuto vincere a mani basse – ha superato Bernie Sanders grazie ai voti dei “maggiorenti” del partito: quei grandi elettori che votano “a prescindere” rispetto alle indicazioni dei propri stati di appartenenza, e nei quali il risultato è stato spesso sul filo di lana.


È bene ricordare innanzitutto che il sistema elettorale americano non prevede che vinca chi conquista più voti in assoluto, e nemmeno chi vince nel maggior numero di stati, ma chi vince il maggior numero di “voti presidenziali”, ovvero chi vince, anche solo di pochi voti, negli stati più popolosi.
Ohio, Florida, Texas, Georgia, Illinois, California, New York, Pennsylvania, Washington ad esempio contano tantissimo, e da soli teoricamente garantirebbero i 270 voti richiesti, mentre quasi tutti gli stati centrali pesano dai 3 ai 7 voti.
E non è un caso che Donald Trump – che queste elezioni le vuole vincere – ha adottato una strategia per vincere le primarie, riuscendo a gestire una campagna per lui difficile, ma nel contesto di un partito estremamente diviso.
Il GOP infatti – certo di vincere dopo otto anni democratici, e con ottimi segnali nelle elezioni di medio termine – è riuscito di fatto a sterilizzare le iniziative presidenziali di Obama a fine mandato, ridimensionando al massimo la capacità del presidente in carica di fare campagna elettorale con scelte amministrative forti, essendo privo della maggioranza sia alla Camera che in Senato.
Se il GOP avesse voluto sbarrare la porta a Trump sarebbe bastato un accordo forte tra Rubio e Cruz, che non solo avrebbe garantito a quel tandem un numero di delegati sufficiente, ma anche ricompattato il partito e il flusso dei finanziamenti.


Se tutto ciò non è avvenuto non è solo per problemi di leadership ma per un male più profondo dei repubblicani americani, incapaci di immaginare una vera politica alternativa per il nuovo millennio.
Intanto in politica estera, dopo i tanti danni – anche in patria – causati dalla politica “alla Bush”.
Poi in politica economica, dopo essere stati per decenni i difensori di quella classe manageriale ed imprenditoriale protagonista dell’ultima recessione globale, ma anche della macelleria sociale interna.
Come hanno dichiarato molti autorevoli sostenitori del GOP, questi politici si sono presentati più come politicanti, e mai il partito conservatore è stato percepito così tanto affarista e corrotto.
In questa logica la campagna di Trump è stata vincente soprattutto tra gli elettori medi del partito: un uomo che si è proposto come non-politico, fatto da sé e senza lobby dietro la sua campagna.
Come sempre in politica, che ciò sia vero o falso è poco rilevante se riesce ad essere efficace.


Adesso che però la campagna elettorale è cambiata, e si tratta di andare oltre i repubblicani, Trump non solo cambia strategia, ma cambia anche la sua squadra di comunicazione.
Trump è un imprenditore, e il suo team elettorale non è solo “una squadra politica” – come può essere per altri candidati, ma soprattutto una squadra fatta dei manager migliori per quel lavoro specifico in questo specifico momento, ovvero i “cento giorni” dal voto.
Sottovalutare questa scelta e relegarla ad una questione interna di un comitato elettorale significa sottovalutare uno degli aspetti più significativi di questa campagna elettorale che – comunque finisca – è destinata a trasformare la politica americana.


Tra gli errori che spesso commettiamo nel commentare ed analizzare queste elezioni c’è ad esempio il continuare a ritenere che dato che molti repubblicani non appoggiano Trump la Clinton avrà come alleata la frattura interna dei suoi avversari, significa non aver compreso che questa patologia è tipicamente democratica e non certo repubblicana, e che i candidati a governatore, a deputato, a senatore, ma anche a sindaco, a sceriffo, a giudice, nelle varie comunità, che si riconoscono nel Gop, non esiteranno ad accostare il proprio volto al candidato ufficiale del partito (semmai storcendo il naso nel privato di casa propria); questo si, forse come non farebbero alcuni democratici.


Trump oggi è in definitiva non solo un candidato repubblicano, ma anche il candidato di gran parte di quella popolazione moderata che attribuisce – a torto o a ragione – alla politica, tutta, una eccessiva vicinanza e connivenza con i protagonisti delle recessioni, dei fallimenti finanziari, delle bolle speculative.
Non perdona ai politici che tutti questi nomi, dopo poche apparizioni ai notiziari, non abbiano fatto anni di galera, e che vivano da pensionati d’oro con fortune al sole. E questo nonostante lo show di qualche processo-spettacolo.


La Clinton – anche qui, a torto o a ragione – non è certamente al di fuori di queste logiche bipartisan della politica americana, anzi.
Al fascino della prima donna presidente, della prima first lady presidente, del primo ex-presidente nelle vesti di first-man, manca ancora una spinta propulsiva forte in termini di progetto e programma politico tale che, dopo due mandati democratici a firma Obama, possa portare ancora il paese a scegliere i democratici, di cui certamente lei non è un volto nuovo, né può dichiararsi al di fuori di quelle logiche che i cittadini non sono più disposti a tollerare.


Che l’ex first lady piaccia di più ai media, che sia più politically correct, e che rientri maggiormente negli schemi tanto cari alla televisone-spettacolo, può costituire un vantaggio personale in termini di appoggio dei grandi network.
Di certo Trump è più inviso, meno gestibile e affidabile, più imprevedibile, e queste caratteristiche piacciono poco ai direttori delle news.
Inoltre la Clinton è più vicina ai grandi investitori pubblicitari dei network di Trump, ed anche questo non guasta nella politica spettacolo made in USA.
Ma tutto questo non deve far dimenticare che a votare sono i cittadini, e spesso i cittadini, anche quando comprano le merci pubblicizzate non simpatizzano affatto per i loro produttori.


Si, Trump potrebbe anche vincere.
E mai come questa volta tutto dipenderà dai manager della sua campagna.
In quali Stati si concentreranno, con quanta spinta – anche finanziaria – conteranno i voti presidenziali da conquistare strategicamente, oltre quelli che “verranno da sé”.
E mai come in queste elezioni conteranno anche le opinioni pubbliche estere, perché mai come questa volta i cittadini degli Stati Uniti si sentono un po’ meno al centro del mondo, e non è un caso che la “capacità di leadership” sia tornata determinante, dopo anni in cui appariva scontata.


I sette punti di vantaggio per la Clinton ci sono, questo può anche essere vero.
Ma va anche compreso dove, in quali stati, e quali saranno le strategie per consolidare o ribaltare questi numeri. E in cento giorni tutto è possibile.

Antonio Banderas interpreterà Gianni Versace

Secondo le prime indiscrezioni sarà Antonio Banderas a vestire i panni di Gianni Versace nella pellicola in prossima uscita diretta dal regista danese Bille August. L’attore spagnolo interpreterà lo stilista scomparso nel 1997 in un film che sarà girato tra Milano, Reggio Emilia e Miami. Le riprese dovrebbero iniziare a dicembre.

Banderas, che proprio oggi spegne 56 candeline, è già stato diretto da Bille August nel film La casa degli spiriti ed ha recentemente creato una sua collezione di menswear in collaborazione con il brand scandinavo Selected Homme, dopo aver studiato moda alla prestigiosa Central Saint Martins di Londra.

Poco o nulla si sa della trama del film: Gianni Versace, ucciso il 15 luglio 1997 a Miami, rivivrà in una pellicola che tuttavia non ha ad oggi avuto alcuna autorizzazione da parte della maison Versace. Come rilasciato in un’intervista al magazine WWD, la casa di moda ribadisce di non aver avuto alcun coinvolgimento nella realizzazione del film, che dovrà quindi essere considerato solo alla stregua di un’opera di finzione. Stessa sorte ebbe The House of Versace, discusso TV movie realizzato nel 2013, che raffigurava la vita di Donatella Versace.

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Antonio Banderas vestirà i panni di Gianni Versace nel prossimo film di Bille August




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La modella curvy Ashley Graham è il nuovo volto di H&M

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Se qualche chilo di troppo rappresenta per voi fonte di imbarazzo, preparate a ricredervi. Le curve non sono mai state tanto di moda: anche il colosso svedese dell’abbigliamento low cost H&M ha scelto una bellezza curvy come nuova testimonial. Dopo Caitlyn Jenner come nuovo volto della campagna sport 2016, H&M si affida alla bellezza curvy di Ashley Graham per la linea H&M Studio per l’Inverno 2016, che sarà disponibile nei negozi dal prossimo 8 settembre.

Volto perfetto e fisico burroso, la bella Ashley è già apparsa sulla copertina di Sports Illustrated Swim e ha anche lanciato una sua linea di lingerie. Nata in Nebraska nel 1987, la sua carriera come modella è iniziata 16 anni fa, quando essere curvy non era ancora così richiesto. «Non esiste una definizione standard di bellezza né la taglia perfetta»: queste le parole rilasciate dalla modella in una recente intervista.

Un segnale forte, in tempi in cui essere formose è ancora vissuto come un’onta sociale. Ma la bella Ashley rivendica il diritto ad una bellezza autentica, che vada al di là della taglia, e mostra con orgoglio il suo fisico prorompente, che l’ha resa un’icona di bellezza.

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La top model curvy Ashley Graham è il nuovo volto di H&M




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Gisele Bundchen apre le Olimpiadi di Rio 2016

Gisele Bundchen apre le Olimpiadi di Rio 2016

Ha aperto le Olimpiadi di Rio 2016, sfilando con la consueta inconfondibile falcata: è ancora lei, Gisele Bundchen, la regina di Rio. La supermodella brasiliana ha monopolizzato l’attenzione alla cerimonia di apertura dei Giochi Olimpici di Rio 2016. Fasciata in un abito scintillante, la top model ha incantato tutti sfilando sulle note di “Garota di Ipanema”. Come una vera diva, lei è stata la protagonista indiscussa della cerimonia d’inaugurazione al Maracanã.

Social network impazziti dinanzi a cotanta bellezza. Occhi puntati anche sull’abito indossato dalla top model, disegnato dallo stilista brasiliano Alexandre Herchcovitch. Un modello interamente ricoperto da una pioggia di paillettes dorate: spacco generoso e scollatura hot ad esaltare il fisico statuario della modella più famosa e più pagata del mondo.

Pare che il sontuoso abito sia stato ispirato dalle opere dell’architetto brasiliano Oscar Niemeyer. Sembra inoltre che a coordinare i lavori sia stata la stessa Gisele, ben consapevole dei suoi punti di forza: la supermodella avrebbe infatti assistito durante il processo creativo che ha poi dato il vita al vestito: secondo fonti attendibili sarebbero stati necessari quattro mesi di lavoro per completare lo sfavillante abito.

Gisele Bundchen durante la cerimonia di inaugurazione dei giochi olimpici di Rio 2016 (Photo by Ezra Shaw/Getty Images)

Gisele Bundchen durante la cerimonia di inaugurazione dei giochi olimpici di Rio 2016 (Photo by Ezra Shaw/Getty Images)




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Il guardaroba di Elisabetta II in mostra

Il guardaroba di Elisabetta II in mostra

Sovrana storica ed incontrastata icona di stile, Elisabetta II ha da poco spento 90 candeline (qui un pezzo sull’importante compleanno festeggiato lo scorso aprile). Ora ad essere celebrato è anche il suo stile, con tre grandi esposizioni del suo guardaroba reale. I mitici cappellini, i cappotti bon ton ma anche gli abiti indossati nelle occasioni ufficiali e nelle serate mondane: “Fashioning a Reign: 90 Years of Style from The Queen’s Wardrobe” è un evento a dir poco esclusivo. La più grande mostra mai realizzata sul guardaroba di Sua Maestà è stata inaugurata ad Edimburgo lo scorso 21 aprile (compleanno della sovrana), per poi far tappa a Londra e concludersi a Windsor.

La moda secondo Her Majesty: in mostra ben 150 vestiti indossati dalla regina nel corso del suo lungo regno, dal sontuoso abito indossato nel giorno dell’incoronazione ed immortalato da Cecil Beaton in foto storiche fino al celebre vestito da sposa. Un’occasione unica in cui appassionati di storia del costume e amanti della moda possono avvicinarsi allo stile di Elisabetta II attraverso tre mostre esclusive. La curatrice della Royal Collection, Caroline de Guitaut, commenta così l’evento: «In tutto 150 abiti, la più vasta esposizione del guardaroba della sovrana mai allestita». Uno stile evergreen, quello di Elisabetta II: «La regina trascende la moda: fa sì che i suoi abiti riflettano la moda, senza seguirla».

Una full immersion nello stile personalissimo della sovrana più longeva del Regno Unito, in un excursus degno di nota: ognuna delle tappe, che non a caso vengono esposte nelle tre residenze ufficiali della monarca inglese, è dedicata a tre aspetti diversi dello stile della Regina. Ad Holyrood Palace sono stati infatti esposti gli abiti dell’infanzia e della gioventù fino all’incoronazione; a Buckingham Palace si potranno ammirare i preziosi outfit indossati dalla Regina durante gli eventi ufficiali e infine nel castello di Windsor saranno esposte le mise informali sfoggiate da Elisabetta. Molti dei vestiti in esposizione sono stati realizzati da couturier come Norman Hartnell, Hardy Amies e Ian Thomas, fino ad Angela Kelly.

Elisabetta II nel giorno dell'incoronazione, foto di Cecil Beaton, 1953

Elisabetta II nel giorno dell’incoronazione, foto di Cecil Beaton, 1953



La regina in uno scatto risalente al 1968 realizzato da Cecil Beaton

La regina in uno scatto risalente al 1968 realizzato da Cecil Beaton



ELISABETTA BU BEATON

La Regina in una foto di Cecil Beaton



Uno stile personalissimo e spesso assai lontano dai fashion trends, quello di Elisabetta II. La regina, pur non seguendo la moda, è riuscita a fare lei stessa moda, dettando spesso tendenza, a partire dagli ormai celebri cappellini, cifra stilistica del suo guardaroba. Nelle tre mostre che ne celebrano lo stile non mancano i capi più iconici, dal vestitino in pizzo indossato dalla piccola Elisabetta nel giorno del battesimo, nel 1926, fino al sontuoso abito indossato nel giorno dell’ascesa al trono, nel giugno 1953: per l’occasione fu Norman Hartnell, suo stilista prediletto, a disegnare per lei un abito in duchesse di seta color avorio, impreziosito da decorazioni di fili d’oro e d’argento raffiguranti i simboli dell’Impero britannico e della Corona. Nascosto tra le sete della gonna un piccolo quadrifoglio portafortuna. Hartnell aveva già disegnato l’abito da sposa di Elisabetta II nel lontano 1947.


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C’è l’intera storia del Regno di Elisabetta, iniziato alla morte del padre, Giorgio VI, nel 1952, ma anche la storia del costume, con i suoi cambiamenti, dalle proporzioni Fifties alle stampe anni Settanta fino alle spalline tipiche degli anni Ottanta. Una sezione della mostra è dedicata gli immancabili cappellini, declinati in ogni colore e forma. Un’altra sezione riguarda invece le 267 visite ufficiali all’estero: Elisabetta II ha visitato ben 116 Paesi diversi, cercando di scegliere il capo giusto nel rispetto delle tradizioni locali. Ogni abito della mostra è accompagnato da una gigantografia della Regina, immortalata mentre indossa quello stesso outfit.

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Lo stile di Elisabetta II viene celebrato in tre mostre esclusive (Foto Scotsmagazine)



“Fashioning a Reign: 90 years of style from the Queen’s wardrobe” ha aperto i battenti lo scorso 23 luglio e sarà aperta fino al 2 ottobre 2016 a Buckingham Palace, Londra (questo il sito ufficiale della mostra: www.royalcollection.org.uk).

Biennale Gherdëina. Va in scena l’arte contemporanea ad Ortisei

12 artisti, tutti di fama internazionale, si sono dati appuntamento a Ortisei, in Val Gardena, per la V edizione della Biennale Gherdëina.

Curata da Adam Budak, la Biennale Gherdëina, inaugurata lo scorso 21 luglio, ospita le opere di: Xavier Veilhan (Francia), Fernando Sánchez Castillo  (Spagna), Michele Bernardi (Italia),  Anna Hulačová (Repubblica Ceca), Stephan Balkenhol (Germania), Katinka Bock (Gemania), Symons Kobylarz (Polonia), Christian Kosmas Mayer (Germania), Franz Kapfer (Austria), Adrian Paci (Italia/Albania), Marzia Migliora (Italia) e Nicola Samorì (Italia).

 

STEPHAN BALKENHOL. Grand homme chemise blanche, jean bleu, 2003.  Photo © Simon Perathoner

STEPHAN BALKENHOL. Grand homme chemise blanche, jean bleu, 2003. Photo © Simon Perathoner

 

XAVIER VEILHAN. Cedar, 2016 photo © Simon Perathoner

XAVIER VEILHAN. Cedar, 2016 photo © Simon Perathoner

 

Nicola Samorì. Ascia Romana, 2015  2016 photo © Rolando Paolo Guerzoni

Nicola Samorì. Ascia Romana, 2015 2016 photo © Rolando Paolo Guerzoni

 

 

Il centro e il Circolo Artistico e Culturale di Ortisei, sono oggetto di installazioni di vario genere come le statue in bronzo di Katinka Bock o l’olio su legno dal titolo “Ascia Romana” dell’artista Nicola Samorì.

La complessità di questo evento che si protrarrà fino al prossimo 11 settembre 2016, si desume dal parterre di artisti che vi hanno preso parte e che con generosità, hanno accettato di esporre le proprie opere, attraverso una variegata concentrazione artistica proveniente da diverse parti del vecchio continente.

 

FRANZ KAPFER. Die letzten Tage der Menschheit, 2016 wood, collage. © Simon Perathoner

FRANZ KAPFER. Die letzten Tage der Menschheit, 2016 wood, collage. © Simon Perathoner

 

CHRISTIAN KOSMAS MAYER. Atlas  Pilot 2016 4 pine trunks photo © Simon Perathoner

CHRISTIAN KOSMAS MAYER. Atlas Pilot 2016 4 pine trunks photo © Simon Perathoner

 

 

Come affermato da Adam Budak,  Chief Curator alla National Gallery di Praga: “La mostra è intesa come una conversazione tra posizioni artistiche diverse che impiegano materiali, economie, linguaggi formali e fonti attingendo al vernacolare come una preziosa risorsa, posta al centro di un necessario processo di trasformazione che coinvolge in un unico flusso storie, tradizioni ed eredità”.

 

 

Per la cover Marzia Migliora, Fil de sëida, 2016, fine art pigment print,courtesy the artist and Galleria Lia Rumma Milan / Naples

 

 

Kenzo for H&M: l’anteprima della capsule collection

Potrebbe essere giudicata una tra le meno riuscite collaborazioni che il marchio svedese H&M, abbia mai siglato con le maggiori case di moda al mondo, ancor prima di essere venduta.

Di recente, infatti, sono stati svelati alcuni look della capsule collection progettata dal marchio Kenzo che dal 3 novembre verrà venduta nei negozi della catena d’abbigliamento low cost e sul sito ufficiale del brand.

 

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Gli scatti del fotografo Olivier Hadlee Pearch sono stati rivelati su Instagram ottenendo uno scarso successo, considerando l’andamento del profilo.

Gli outfit proposti, hanno tutti un filo conduttore: l’animalier. Il tigrato, infatti, disegna leggings a vita alta e maglie per lei e ciabatte, calzini, pantaloni, berretti e tracolle, per lui.

 

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Eccentrica smisuratamente, la mini collezione riserva per le amanti della tonalità pink, il montgomery in pelle con dettagli e fodera rosa.

Carol Lim e Humberto Leon, gli artefici di questa collezione, hanno disubbidito al buon gusto ma hanno dimostrato, altresì, coraggio da vendere perché proporre una collezione di tale stravaganza richiede certamente mancanza di zelo.

 

 

 

Fonte immagini hm.com

Cara Delevingne posa nuda per Esquire

All’indomani della presentazione ufficiale di Suicide Squad, la pellicola che la vede protagonista accanto Will Smith e Jared Leto, la top model inglese Cara Delevingne si confessa a Esquire UK in un’intervista inedita e particolarmente intima.

I fans della bella Cara, conosceranno il passato turbolento della modella, percorso tra tentati suicidi e la paura di deludere le aspettative dei suoi famigliari.

 

Ph Simon Emmett

Ph Simon Emmett

 

Ph Simon Emmett

Ph Simon Emmett

 

 

La depressione sopraggiunta dall’incapacità di accettare il proprio status. L’infelicità immotivata e l’ansia che si insinua prepotentemente, lasciando incapaci di reagire.  “Ero depressa, avevo istinti suicidi. Gli ormoni, la pressione di avere un buon rendimento scolastico per rendere fieri i miei genitori … Ho avuto un esaurimento nervoso. Non ce la facevo più a vivere con tutta quell’ansia. Certo, sapevo di quanto fossi fortunata e privilegiata, ma tutto quello che volevo era farla finita. Se mi sentivo in colpa? Mi odiavo. Mi sentivo una fallita totale”, ha confessato dolorosamente, Cara.

 

Ph Simon Emmett

Ph Simon Emmett

 

Ph Simon Emmett

Ph Simon Emmett

 

 

“Per stare meglio m’imbottivo di antidepressivi – ha incalzato- Mi annebbiavano i sensi, non riuscivo neppure a pensare. Quando ho smesso di prenderli, avevo 18 anni. Mi sono detta ‘basta’ e ho cominciato a sentire di nuovo. Quella settimana ho perso la verginità, ho fatto a botte, ho pianto e ho riso. È stata la cosa migliore del mondo riuscire a sentire di nuovo”.

In questa intervista esclusiva, la bellissima Delevingne, mette a nudo non solo la sua fragilità, ma anche il suo corpo statuario dinanzi l’obiettivo del fotografo Simon Emmett.

 

Ph Simon Emmett

Ph Simon Emmett

 

 

Immagini che descrivono tutta la sensualità di Cara, spesso impreziosita da tratti infantili e giocosi.

Scatti di nudo che nulla rasentano dalla volgarità ma che, al contrario, descrivono una donna che oggi, consapevolmente, è più forte, sicura e felicemente innamorata non solo della vita ma anche della fidanzata Annie Clark, meglio conosciuta come St. Vincent.

 

 

 

 

Tutte le foto sono tratte da esquire.com

Gucci: in arrivo 200 nuove assunzioni

Il momento florido che sta vivendo maison Gucci, si evince dalla possibilità che l’azienda sta offrendo a 200 giovani in cerca di occupazione. Il marchio fiorentino, infatti, è alla ricerca di 200 artigiani che possano occupare diverse aree settoriali.

Il successo di Gucci, che ha incrementato le vendite di circa il 7,4% e che permetterà nuove assunzioni nel futuro polo di eccellenza di Scandicci, deve essere necessariamente ricollegato al designer Alessandro Michele che, attraverso le sue inventive, è riuscito a catalizzare l’attenzione mediatica sulla griffe, incuriosendo una sempre più crescente clientela.

 

Ritratto di Alessandro Michele (fonte immagine loveisspeed.blogspot.com)

Ritratto di Alessandro Michele (fonte immagine loveisspeed.blogspot.com)

 

 

Dal suo ingresso a Gucci (nel 2015 fu costretto a disegnare una collezione AI 15/16 in brevissimo tempo dopo l’addio di Frida Giannini n.d.r.), la maison sta vivendo uno dei momenti più proliferi della sua storia.

L’immagine di Gucci, grazie a Michele, è stata completamente sovvertita. Il gusto estetico del designer, grandissimo appassionato di antiquariato e vintage, non è stato plasmato all’idea di eleganza sopraffina del marchio ma ha contribuito a reinventare una nuova era Gucci.

 

Alcuni look della collezione AI 15/16 di Gucci (fonte immagine coolture5.rssing.com)

Alcuni look della collezione AI 15/16 di Gucci (fonte immagine coolture5.rssing.com)

 

 

Il restyling della griffe, è passato inevitabilmente attraverso  i Social Network: diversi hashtag  lanciati su Instagram, le collezioni in anteprima su Snapchat, il profilo Facebook sempre aggiornato.

Marco Bazzarri, presidente e CEO di maison Gucci ha dichiara a “La Nazione” che, il centro di eccellenza di Gucci diverrà, nel 2018, l’ex Matec di Scandicci.

Il successo delle ultime collezioni, pari al 20%, ha scaturito la necessità di incrementare la forza lavoro nei suoi stabilimenti.

Per le candidature, cliccate qui.

 

ISIS e la strategia della guerra santa

Da sigla quasi sconosciuta, e relegata a costola di Al-Qaida, l’ISIS domina ormai la scena delle cronache non solo estere ma sempre più della cronaca di casa nostra. Le pagine di tutti i giornali del mondo sono “invase” – letteralmente – da notizie temi e immagini che sino a qualche mese fa erano prevalentemente diffuse attraverso il web, ponendo mille interrogativi e generando qualsiasi teoria complottista e retroscenista.
Nel mio ebook “Isis, la comunicazione globale del terrore” quello che ho analizzato e il “modello comunicativo”, ossia l’evoluzione del modo con cui i movimenti jihadisti e qaidisti avevano deciso di comunicare, la loro strategia di creazione del modulo-mito e gli obiettivi strategici di questa nuova forma comunicativa.


Per la prima volta infatti – salvo sporadici episodi marginali – la jihad era uscita dai confini territoriali e culturali di specifiche aree geopolitiche, e faceva proseliti in occidente, presso ragazzi occidentali: prendeva a piene mani da quelle esperienze e competenze comunicative per implementare e sviluppare maggiormente l’efficacia della sua strategia comunicativa.
La globalizzazione del terrore oggi ha il logo e il marchio dell’ISIS, e da pezzo primordiale della nuova forma della comunicazione globale dell’estremismo, che recluta in tutto il mondo, in tutte le fasce d’età ed in ogni lingua, e che diffonde il suo messaggio senza alcun limite e confine territoriale, senza fasce protette, senza distinzioni di sesso, razza, religione, colore, situazione, contesto, oggi compie un salto di qualità tutt’altro che indifferente.
Come ogni prodotto virale l’unica regola è che “ciò che viene dopo” dovrà essere “più bravo, più virale, più strutturato” per emergere, ma anche più crudo, più violento, più sanguinario e con ancora meno limiti, per emergere come “soggetto nuovo” per evitare che “per il pubblico” sia qualcosa di “vecchio e già visto”.
In questa logica va visto il “protagonismo terrorista” di questi ultimi mesi, a cavallo dell’estate e dei mesi di vacanza e di maggior turismo in occidente: cogliere il miglior momento possibile a livello comunicativo per generare ansia, terrore, indurre al cambiamento delle abitudini, gestire la vita e l’agenda dei cittadini (principalmente europei), dominare da protagonisti le pagine di cronaca.
Irrilevante che ciò riguardi il Bangladesh (basta colpire cittadini europei), Nizza durante una festa nazionale o un paese della provincia in un giorno qualunque in un momento qualsiasi della normale vita della comunità locale.


Isis – macabramente – si connota sempre più come un fenomeno mediatico, capace di polarizzare l’attenzione, la cronaca, i social network, la politica, collegandosi a qualsiasi momento mediatico.
Smette di essere – mediaticaente parlando – un fenomeno bellico, geolocalizzato, legato alla politica estera o ai temi della cronaca internazionale.
Interessante a tal proposito la critica, e in parte autocritica, del Le Monde, all’indomani dell’attaco di Saint-Entienne-du-Rouvray, nel quadro della più ampia – e seria discussione – se il pubblicare nomi, foto e dettagli sulle identità dei terroristi possa alimentare le più deliranti teorie del complotto, o se “anonimizzare” il terrorismo possa invece essere utile a ridurre il desiderio di emulazione lasciando i terroristi nell’oblio.
Un dibattito non senza fondamenti seri nel nuovo territorio del terrore globalizzato.
Da un lato il diritto di cronaca ed informazione, dall’altro la presa d’atto di un fenomeno globale emulativo.


L’Isis è sempre più solo un marchio, che compie essenzialmente due azioni coordinate: invitare e stimolare l’azione kamikaze, quanto più cruenta possibile, e ovunque, e rivendicare qualsiasi azione terroristica, anche se non direttamente collegata.
Un binomio relativamente economico e che sfrutta consapevolmente e scientificamente le nuove forme di comunicazione di un mondo mediaticamente globalizzato, in cui la cultura dello scandalo e della cronaca violenta diviene focalizzatore di pubblico e share.
Un tema su cui la stampa internazionale dovrebbe riflettere con maggiore consapevolezza, uscendo da semplice ruolo di “riportatrice di fatti di cronaca” e comprendendo che invece può essere soggetto attivo della diffusione di un messaggio e da stimolo – attraverso la spettacolarizzazione – di atti di emulazione.


L’estremizzazione del messaggio fondamentalista e jihadista non è efficace solo se “tu scegli di
combattere da quella parte”, ma raggiunge un risultato anche se tu semplicemente scegli di
combattere quella guerra, perché in fin dei conti raggiunge l’obiettivo di farti schierare in prima
persona sul campo, che significa legittimazione come avversario, unico e definitivo. Che poi è
l’obiettivo politico globale dell’ISIS.


Oggi appare chiaro che lo Stato Islamico, decisamente in difficoltà sui campi di battaglia e nelle aree geografiche in cui combatte militarmente, punta ad una sfida mediatica totale.
L’obiettivo è la “guerra totale” di religione. Identificare se stesso come “il vero Islam” e tutti quelli che non sono con l’Isis sono “infedeli che combattono una guerra religiosa”.
Riuscire in questo obiettivo sarebbe un suicidio politico, culturale e civile dell’intero occidente.
Ma in questa direzione vanno non solo “il messaggio” diretto dell’Isis, ma anche e soprattutto la simbolica degli attacchi, come l’uccisione in chiesa di un sacerdote.


E per questo l’occidente non può cadere nella provocazione di criminalizzare l’islam in quanto tale.
Non può cedere al facile manicheismo di chi vorrebbe una divisione del mondo e delle persone.
Sarebbe la vittoria dell’Isis che potrebbe concretizzare se stesso come “islam che difende gli islamici” contro “un mondo di infedeli che vogliono una guerra santa contro l’islam”.
In questo senso sono tutt’altro che simboliche le prese di posizione di molti imam, presenti a cerimonie inter-religiose, o come la presa di posizione della comunità islamica francese che ha rifiutato la sepoltura musulmana ai terroristi.
Un modo di non cadere nell’equivoco crociato, e di bilanciare il messaggio jihadista sul suo stesso terreno. Come a dire “se qualcuno vi promette che con il terrorismo avrete il paradiso, sappiate che non avrete nemmeno una sepoltura religiosa”.
E questo messaggio, e questa posizione forte, a ben vedere, possono essere davvero l’arma più potente contro questo nuovo terrorismo.

Alex Belli Uncensored

Ciao ragazzi,

oggi scattiamo in studio utilizzando sul set delle lastre di alluminio. Sono lastre recuperate da alcune discariche, quindi destinate alla distruzione. Noi abbiamo voluto ridargli vita e usarle come fondale: catturano la luce e regalano un riflesso metallico davvero unico.

Vi piace? 🙂

Model Katarina Raniakova 

Costumi Miss Bikini 

Hair / Mua Alessandro Filippo 

Photo Alex Belli 

Location AXB Studio 

 

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Qualche foto di backstage:


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C’è un colpo di stato in Venezuela?

Sono state delle settimane complicate per il governo del Venezuela e per il suo presidente Nicolas Maduro: prima alcuni documenti processuali americani hanno rivelato la presunta confessione dei nipoti della moglie di Maduro riguardo le accuse di traffico di droga a New York. Le corte mostrano come i due giovani stessero pianificando un affare da 800 kg di cocaina e sembra che il processo possa rivelare una rete di agenti governativi coinvolti nel traffico.
Per rendere la situazione ancora più pesante i due informatori da cui partì l’indagine sono stati uccisi appena dopo l’arresto dei due.


Pochi giorni dopo il dipartimento di Giustizia americano ha comunicato l’incriminazione di due ex ufficiali di alto grado della ONA, la task force anti droga del governo venezuelano. Il maggiore generale Nestor Reverol, uno dei due indagati, è stato anche a capo della Guardia Nazionale fino a un mese fa.


Altri casi di corruzione che coinvolgono pubblici ufficiali venezuelani sono emersi in Brasile e Argentina e i due stati stanno bloccando la nomina, prevista, di un venezuelano a capo del MERCOSUR, il mercato comune sudamericano.


Nonostante questo all’interno del Venezuela praticamente nessun pubblico ufficiale risponde delle proprie azioni a meno di non cadere in disgrazia agli occhi dei propri superiori. Per le persone comuni le il fatto che le istituzioni siano corrotte è un dogma.
Questo però ha un risvolto negativo inaspettato: i corrotti lotteranno fino alla fine per rimanere al potere dato che un nuovo governo li lascerebbe esposti alle pressioni degli stati esteri.


La DEA, l’agenzia anti-droga statunitense ha dichiarato che senza possibilità di equivoco Nestor Reverol e il collega Edylberto Molina hanno usato la loro posizione per facilitare il traffico di droga di diverse organizzazioni e hanno bloccato gli sforzi delle forze dell’ordine per bloccarli. Maduro ha appena nominato Reverol ministro dell’Interno e della Giustizia.


Maduro ha rincarato la dose dicendo che Reverol, da ministro dell’Interno durante l’ultimo periodo di Chavez ha battuto tutti i record di arresti per quanto riguarda l’arresto di narcotrafficanti e ha detto che questo è il motivo per cui i narcotrafficanti che guidano gli USA non vogliono la sua nomina.


Tutto questo sta succedendo mentre il paese è nel mezzo della peggiore crisi economica di sempre dovuta al ribasso dei prezzi del petrolio. In una situazione di questo tipo il presidente non ha nessuna intenzione di perdere le simpatie dei generali dell’esercito, anzi, potendo dà loro sempre più potere.


Maduro, infatti, ha nominato un generale, Vladimir Padrino, a capo della task forze che ha come compito risolvere la crisi di scarsità di cibo dilagante nel paese. Maduro ha spiegato che il tattico migliore dell’esercito era la persona migliore per risolvere la crisi dato che quest’ultima è causa della guerra economica scatenata dagli stati nemici del Venezuela.


Il presidente ha dato il potere a Padrino di controllare tutti i ministri del suo governo. Padrino ha poteri praticamente infiniti e man mano che il generale ha preso il controllo della situazione Maduro è scomparso dai radar.
In Venezuela a questo punto è difficile capire chi sia al potere. I militari, sotto il generale Padrino possono fare praticamente qualsiasi cosa, un colpo di stato senza sangue de facto.
Nel frattempo il lavoro forzato è stato reso legale con un decreto da parte del governo.


In pratica una legge stabilisce che ogni istituzione pubblica o industria privata che lavora nel settore agroalimentare deve “prestare” i propri lavoratori se richiesti a qualsiasi entità che il governo giudichi necessaria per la riattivazione della produzione. Quindi le persone sono trattate alla stregua di macchinari e tutto per rendere attive delle compagnie che sono state requisite dal governo Chavez e ridotte alla bancarotta dalla gestione incompetente di burocrati che si sono sostituiti a manager.


Il governo condiviso tra Maduro e Padrino ha continuato a fare gli stessi errori del passato, ad esempio, le società di telecomunicazioni hanno chiesto di poter alzare i propri prezzi, calmierati dall’amministrazione Chavez, per avere i fondi per intervenire sulle infrastrutture che sono sull’orlo del collasso. I permessi sono stati garantiti e poi ritirati dopo alcune proteste di piazza, allo stato attuale delle cose il sistema delle telecomunicazioni venezuelano potrebbe crollare nei prossimi mesi.


Tutto questo sta succedendo mentre il parlamento, in mano all’opposizione, ha rigettato la nomina di tredici giudici della Corte suprema. Questi giudici molto probabilmente non lasceranno il loro posto e una grave crisi tra il potere esecutivo e quello legislativo si profila all’orizzonte.
Crisi peggiorata dal lento processo per il referendum per la destituzione di Maduro che lentamente sta andando avanti. Se il governo si imponesse e cercasse di bloccare il referendum sarebbe certo che ci sarebbero disordini nel paese.
La popolazione è nervosa ma lo è pure il governo che ha appena formalmente autorizzato i militari a usare le armi da fuoco per disperdere i manifestanti nel caso lo giudicassero necessario.

Christian Lacroix “veste” l’hotel Mandeville di Londra

Christian Lacroix, è l’artefice di un meraviglioso restyling dello storico hotel Mandeville di Londra.

Il quinto piano della struttura, situata nel pieno centro di Marylebone, è stato arredato seguendo il gusto estetico del designer, esportando lo stile francese, oltremanica.

 

Suite Classic Lacroix (fonte immagine mandeville.co.uk)

Suite Classic Lacroix (fonte immagine mandeville.co.uk)

 

 

Le tappezzerie e gli arredi utilizzati, provengono dalla collezione Belles Rives, che si ispira al fascino della Costa Azzurra.

Ogni camera, ha una storia da raccontare: Midnight Blue è romantica e presenta un rivestimento marmoreo, ispirato al “Bain de Minuit“.

 

Camera Jardin Exotique (mandeville.co.uk)

Camera Jardin Exotique (mandeville.co.uk)

 

 

Jewel Box è la camera più glamour dello stabile con colori bizzarri e stravaganti decorazioni, come i gioielli Cartier sfoggiati dalla principessa Grace Kelly nel cult movie Caccia al ladro.

 

Suite Jewel Box mandeville.co.uk)

Suite Jewel Box mandeville.co.uk)

 

Camera Midnight blue mandeville.co.uk)

Camera Midnight blue mandeville.co.uk)

 

 

Nella stanza Classic Lacroix, riecheggia l’allure della città natale di monsieur Lacroix, Arles.  Della città della Provenza, ha recuperato gli “Azelejos“, le maioliche spagnole (Arles vive fortemente l’influenza artistica della Spagna) che contrastano con i ricami e le stoffe in seta che raffigurano le “Taleguillas” dei toreri; infine, lussureggiante ed esotica, si rivela la suite Jardin Exotique che si ispira al giardino botanico di Monaco, con carte da parati che rimandano a motivi bretoni e provenzali.

 

 

Fonte cover telegraph.co.uk

Anna Jolie. Il lusso secondo Anna Chekunova

Eleganza autentica. Linee sinuose che accarezzano garbatamente la silhouette della donna. Lusso. Con queste prerogative, nasce il marchio Anna Jolie, fondato nel 2015 dalla designer russa Anna Chekunova, che unisce prêt-à-porter a dettagli desunti dall’alta moda.

Il legame con il Made in Italy è vigoroso: le materie prime utilizzate come la seta e il pizzo pregiato, sono di derivazione comasca.

Uno stile inconfondibile, quello di Anna Chekunova che, per la griffe Anna Jolie, esalta la naturale eleganza della donna attraverso l’inconfondibile stile anni ’50 e una certosina attenzione nei particolari come i ricami sugli abiti con reminiscenze alla lingerie femminile.

Rose d’inverno“, la collezione autunno/inverno 16-17 di Anna Jolie, presenta un gioco di trasparenze provocatorie che dimostrano, altresì, la garbatezza dell’estro creativo della designer russa.

Preziosi pizzi, avvolgono maliziosamente tubini dalla linea minimale. Lo scorrere della seta, fluttuante e leggera, confeziona un abito sensuale e accattivante, in perfetto stile Marilyn.

La palette di colori, è variopinta ma pone una discreta attenzione sulle tonalità fredde.

Anna Chekunova, attenta alle richieste delle sue clienti, crea inoltre capi esclusivi  su misura, accontentando una sempre più esigente clientela.

 

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Photo courtesy Press Office

Lo stile di Blake Lively

Bionda, bellissima ed elegante come poche: Blake Lively non è solo uno dei volti più famosi del cinema. Negli ultimi anni la protagonista di Gossip Girl è riuscita ad imporsi anche come icona di stile. Divenuta famosa grazie al ruolo di Serena van der Woodsen nella serie cult Gossip Girl, l’attrice ha in seguito collaborato con registi quali Ben Affleck ed Oliver Stone fino a Woody Allen.

Altezza svettante su un fisico da modella, Blake Lively incarna la tipica bellezza americana. Nata a Los Angeles, in California, proviene da una famiglia di attori. Ex cheerleader, il debutto nel cinema ad appena undici anni, in un film diretto dal padre Ernie. Nel 2007 arriva il successo mondiale con Gossip Girl. Nel 2010 l’incontro col collega Ryan Reynolds sul set di Lanterna Verde. Tra i due nasce una relazione che culmina in un matrimonio celebratosi nel 2012. L’attrice ha avuto dall’attore due figli.

Blake Lively ha alle spalle numerose collaborazioni con il mondo della moda. Nel 2011 Christian Louboutin le dedica un paio di scarpe; nel marzo dello stesso anno viene nominata ambasciatrice di Chanel. Nel 2012 viene scelta da Gucci come testimonial della fragranza Gucci Première e nell’ottobre dell’anno successivo diviene nuovo volto L’Orèal Paris.

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Blake Lively ha ottenuto la fama mondiale grazie alla serie cult Gossip Girl




SFOGLIA LA GALLERY:


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L’attrice si è imposta negli anni anche come un’icona di stile tra le più apprezzate



Il suo è uno stile ricercato e fresco: largo ai colori, che la giovane attrice e modella sfoggia in ogni occasione. Una palette cromatica vitaminica per outfit sempre accattivanti e copiatissimi dalle tantissime fan sparse per il mondo. Vera fashion icon, Blake Lively incarna al meglio l’American style, complice anche l’aria acqua e sapone. Largo a capispalla importanti ma anche abiti da gran soirée che l’attrice indossa nelle occasioni ufficiali e sul red carpet. Proprio come Serena van der Woodsen, il personaggio a cui deve la sua popolarità, la bionda attrice ama vestirsi in modo chic e sofisticato. Tanta femminilità e attenzione certosina per i dettagli, l’attrice è sempre impeccabile, anche quando ha sfoggiato il pancione.


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Raf Simons è il nuovo chief creative officer di Calvin Klein

Raf Simons è il nuovo chief creative officer di Calvin Klein.

Come anticipato da D-Art.it (potete leggere l’articolo cliccando qui), le voci si rincorrevano ormai da tempo: dopo l’addio di Francisco Costa e Italo Zucchelli, la griffe statunitense era alla ricerca di un couturier in grado di proseguire stilisticamente ed eticamente la filosofia del marchio.

La collezione Haute Couture 2012 segna l'ingresso di Raf Simons in Dior (fonte immagine artslife )

La collezione Haute Couture 2012 segna l’ingresso di Raf Simons in Dior

 

Raf Simons firma l'ultima collezione SS 16 di Dior (fonte immagine i-d.vice)

Raf Simons firma l’ultima collezione SS 16 di Dior (fonte immagine i-d.vice)

 

 

Raf Simons, dopo la gloriosa esperienza lavorativa da maison Dior, terminata con l’addio il 22 ottobre 2015,  aveva proseguito il suo cammino lavorativo in solitaria, concentrandosi sul suo omonimo marchio e presentando durante la scorsa edizione di Pitti Uomo 90, la collezione primavera-estate 2017 (potete leggere l’articolo cliccando qui).

In Dior, dovette succedere al carismatico John Galliano che lasciò un’eredità troppo ingombrante per lo stilista belga. L’eclettismo del Pirata della moda, fu smorzato dal minimalismo di Simons che, dal 2011 fino al suo addio, lasciò non poche controversie fra gli addetti ai lavori.

 

Look collezione Raf Simons presentata durante Pitti Uomo 90 (fonte immagine openmag.it)

Look collezione Raf Simons presentata durante Pitti Uomo 90 (fonte immagine openmag.it)

 

 

La sua arte, quasi silente e maturata nella fredda Anversa, riuscì ad ogni modo a traghettare una maison orfana di un grande stilista.

L’assenza di  eccessi significativi nei progetti creativi di Raf Simons, hanno convinto totalmente il fondatore del marchio, Calvin Klein.  Simons siederà sulla poltrona della maison a partire dal 2 agosto 2016 e guiderà la collezione autunno-inverno 17 che verrà presentata durante la New York Fashion Week.

 

 

Fonte cover qz.com

 

Krusciov contro Stalin nel 1956

Il 25 febbraio 1956, Nikita Krusciov, Segretario del Partito Comunista dell’Unione Sovietica, nel corso di una sessione a porte chiuse dei delegati al XX Congresso del Partito, nel palazzo del Cremlino a Mosca, tenne un lungo rapporto in cui demolì la figura politica di Stalin.
Fu l’inizio ad un processo, comunemente definito “destalinizzazione” in virtù del quale vi fu la definitiva caduta del regime totalitario e una parziale liberalizzazione della vita politica e culturale dell’URSS.
Per alcune settimane questo rapporto rimase segreto. Dopo qualche tempo se ne ebbero varie indiscrezioni da fonti diverse, finché il 4 giugno 1956, a cura del Dipartimento di Stato degli USA, fu reso noto un testo che risultò però privo di 32 frasi.
Il 9 giugno un’agenzia giornalistica italiana rese di pubblicò le frasi mancanti dal testo diramato dal Dipartimento di Stato. Tali frasi vennero rese note sulla base di notizie provenienti da ambienti cecoslovacchi, potendo così ricostruire nella sua interezza e autenticità il documento fondamentale del nuovo corso sovietico.
Questa è l’apertura e la parte centrale del rapporto, specificamente rivolta all’operato di Stalin nel corso della seconda guerra mondiale.


Chruščëv ricevette solo circa due anni di educazione elementare, e probabilmente imparò a leggere verso i trent’anni. Lavorò come installatore di tubi in varie fabbriche e miniere. Durante la prima guerra mondiale, s’impegnò in attività sindacali, e dopo la rivoluzione russa del 1917 combatté nell’Armata rossa. Divenne membro del partito nel 1918 e lavorò in varie posizioni amministrative
Nel 1931 passò per le segreterie de comitati distrettuali di vari quartieri di Mosca, mentre nel 1932 venne eletto secondo segretario del comitato cittadino di Mosca. Nel 1934 divenne Primo Segretario moscovita del partito Comunista dell’Unione Sovietica, e secondo segretario del comitato regionale di Mosca. Dal 1934 Chruščëv fu membro effettivo del comitato centrale del partito Comunista dell’Unione Sovietica. Nel gennaio del 1938 fu nominato come “facente funzione” di primo segretario del comitato centrale del Partito Comunista Ucraino, in sostituzione dei precedenti membri falcidiati dalle persecuzioni staliniane del 1937-1938.
Venne invece effettivamente eletto a tale carica nel giugno dello stesso anno. Fu eletto membro candidato del Politburo nel 1938, contestualmente all’elezione nel Presidium (comitato esecutivo) del neo-eletto soviet supremo dell’URSS, alla prima elezione dopo la nuova costituzione del 1936.
Dopo la morte di Stalin, avvenuta nel marzo 1953, si scatenò la lotta per la successione all’interno del partito. Inizialmente sembrò predominante la posizione di Lavrentij Pavlovič Berija, ministro degli Interni e capo della polizia segreta. Ad ogni modo,Georgij Malenkov, Lazar Kaganovič, Vjačeslav Molotov, Nikolai Bulganin e altri appoggiarono Chruščëv e fecero rimuovere Berija dal potere. Berija fu imprigionato in attesa dell’esecuzione che avvenne poi in dicembre.


La leadership di Chruščëv fu cruciale per l’URSS. Egli stupì i delegati del XX Congresso del PCUS il 25 febbraio 1956 col suo famoso “discorso segreto” in cui denunciava il culto della personalità di Stalin e i crimini commessi durante la Grande Purga. Per questo Chruščëv fu criticato dai membri più conservatori del partito, che cercarono di spodestarlo nel 1957. Nonostante ciò Chruščëv riuscì a mantenere la sua posizione e ad allontanare i conservatori dal potere. Il 27 marzo 1958 Chruščëv rimpiazzò Bulganin come primo ministro dell’Unione Sovietica e si stabilì come unico capo dello Stato e del partito. Chruščëv promosse riforme del sistema sovietico e una maggiore produzione dell’industria pesante.


Nel 1959 Richard Nixon, allora Vice Presidente degli Stati Uniti, trascorse le sue vacanze in Unione Sovietica, inviato dal presidente Eisenhower per inaugurare l’Esposizione Nazionale Americana a Mosca. Durante tale visita, tra l’altro, il 24 luglio Nixon e Chruščëv discussero pubblicamente i meriti dei rispettivi sistemi economici, capitalismo ed economia pianificata, in un improvvisato confronto passato alla storia come “dibattito in cucina”, perché ebbe luogo principalmente nella cucina di una casa prefabbricata americana presentata all’esposizione. Chruščëv poi ricambiò la visita recandosi a settembre, per tredici giorni, negli Stati Uniti. In tale occasione, sicuro che una coesistenza pacifica tra le due potenze avrebbe portato alla lunga alla vittoria, senza traumi, del sistema comunista, ebbe modo di dire alla televisione americana: «I vostri nipoti vivranno sotto un regime comunista!». La visione da parte di Chruščëv degli Stati Uniti come rivale anziché come nemico “diabolico” causò l’allontanamento della Cina di Mao Zedong: l’URSS e la Repubblica Popolare Cinese arrivarono a una rottura diplomatica nel 1960.


Chruščëv si trovò in grandi difficoltà all’interno del suo partito dopo l’insuccesso nella gestione della crisi di Cuba, in seguito alla quale la flotta russa che trasportava missili per il governo filo-sovietico di Cuba dovette fare un rapido dietro-front di fronte al blocco navale imposto dagli Stati Uniti. La sua caduta fu apparentemente il risultato di una cospirazione da parte dei capi del partito, irritati dalla sua politica estera che mise in imbarazzo il partito e l’URSS stessa nello scenario internazionale. Il PCUS accusò Chruščëv di aver commesso errori politici durante la crisi dei missili di Cuba nel 1962 e di aver organizzato male l’economia sovietica, soprattutto nel settore agricolo.
I cospiratori, guidati da Leonid Brežnev, Aleksandr Šelepin e dal capo del KGB Vladimir Semičastny, portarono alla deposizione di Chruščёv nell’ottobre 1964, quando si trovava a Pitsunda. I cospiratori convocarono un consiglio speciale del Presidium del Comitato Centrale e quando Chruščëv arrivò, il 13 ottobre, il Consiglio votò a favore delle sue dimissioni da ogni incarico nel partito e nel governo. Il 15 ottobre 1964 il Presidio del Soviet Supremo accettò le dimissioni di Chruščëv da premier dell’Unione Sovietica.
In seguito alle sue dimissioni, Chruščëv trascorse il resto della sua vita come pensionato a Mosca. Rimase nel comitato centrale fino al 1966. Per il resto della sua vita fu guardato a vista dal KGB, ma non si dedicò ad altro che alle sue memorie e ad altri affari di minore importanza riguardanti l’Occidente. Morì a Mosca l’11 settembre 1971. Gli furono negati i funerali di stato e la sepoltura dentro al Cremlino.


Le vicende di Chruščëv rappresentano la perfetta trama di quella che fu la guerra fredda, con capri espiatori, grandi poteri di apparato che muovono le fila dietro le quinte, pronti al “colpo di stato” interno.
La sua destituzione è in effetti molto simile a quella che sarà la fine politica di Gorbaciov nel 1991.
Messo a capi dell’URSS come un “piccolo burocrate” facilmente maneggiabile, con l’acume di chi ha costruito una carriera tutta in salita e tutta dall’interno Chruščëv ha gestito il difficile passaggio interno della morte di Stalin, e i rischi che correva l’Unione Sovietica sotto tutti i fronti: sostanziale povertà con tutti i rischi sociali possibili, fragilità della leadership internazionale mancando altre figure carismatiche dopo le purghe e la morte di Stalin, fragilità dell’equilibrio interno per la lotta di potere per la successione, incombenza del fronte occidentale, con i rischi di una terza guerra mondiale, stavolta nucleare.
E gestì questo potere mostrando una consapevolezza totale dei sistemi di comunicazione di massa.
Lo fece prima demolendo il culto della personalità di Stalin, e in due modi.
Una “relazione segreta”, per dare l’immagine di tutelare il partito, l’Unione Sovietica, e per far passare l’idea apparente che fosse una questione interna. 
Una relazione resa pubblica per via indiretta per rivendicare una forza personale capace anche di sfidare l’immagine stessa di Stalin.


È proprio l’idea della necessità di “abbattere l’icona” che diventa momento innovativo e rivoluzionario della politica di Chruščëv, che aveva compreso perfettamente come l’uso iconoclastico nell’accostamento con Lenin e Marx, nell’uso della finzione cinematografica e cinegiornalistica, era il primo elemento da abbattere per creare nuove leadership nell’era della comunicazione di massa.
In questo senso vanno inquadrati e messi insieme l’atto di accusa a Stalin, il dibattito in cucina con Nixon, la visita negli Stati Uniti, la scarpa sbattuta sul tavolo alle Nazioni Unite.




Compagni,
Nel rapporto del Comitato Centrale del Partito al XX Congresso, in numerosi discorsi dei delegati al Congresso stesso ed anche prima, durante la sessione plenaria del CC-PCUS, si è parlato molto del culto della personalità e delle sue dannose conseguenze.


Dopo la morte di Stalin il Comitato Centrale del Partito cominciò ad attuare una politica intesa a spiegare. concisamente e coerentemente che non è lecito ed è estraneo allo spirito del marxismo-leninismo esaltare una sola persona, e trasformarla in un superuomo in possesso di doti sovrane naturali simili a quelle di un Dio.
Un simile uomo è ritenuto in grado di sapere tutto, vedere tutto, pensare per tutti, fare qualsiasi cosa ed essere infallibile nella propria condotta.
Un simile culto per un uomo, e precisamente per Stalin, è stato diffuso tra di noi per molti anni.


Lo scopo del presente rapporto non è una valutazione esauriente e definitiva della vita di Stalin. Sui meriti di Stalin è stato già scritto durante la sua vita un numero sufficiente di libri, di opuscoli e di saggi. La funzione di Stalin nella preparazione e nell’esecuzione della rivoluzione socialista, nella guerra civile e nella lotta per l’edificazione del socialismo nel nostro paese è universalmente nota e tutti la conoscono bene. Attualmente noi ci preoccupiamo di una questione che ha un’immensa importanza per il nostro partito oggi e per il futuro. Ci preoccupiamo cioè di come si sia venuto gradualmente sviluppando il culto della persona di Stalin, quel culto che in un certo dato momento è divenuto la fonte di tutta una serie di gravissime perversioni dei principi del partito, della democrazia del partito e della legalità rivoluzionaria. E poiché non tutti si rendono ancora pienamente conto delle conseguenze pratiche che derivano dal culto della personalità, del grande danno causato dalla violazione del principio della direzione collegiale del partito e in seguito all’accumularsi di un immenso e quasi illimitato potere nelle mani di una sola persona, il Comitato Centrale del partito ritiene assolutamente necessario portare a conoscenza del XX Congresso del PCUS il materiale relativo a tale questione.


La somma di poteri accumulatasi nelle mani di una sola, persona — Stalin — determinò gravi conseguenze durante la grande guerra patriottica.
Se ripensiamo a gran parte dei nostri romanzi, dei nostri films e dei nostri ” studi scientifici ” di carattere storico, il ruolo da essi assegnato a Stalin nella guerra patriottica risulta completamente inattendibile. Stalin aveva previsto tutto. L’esercito sovietico, sulla base di un piano strategico
articolato da Stalin molto tempo prima, impiegò la tattica della cosiddetta “ difesa attiva “, ossia la tattica che — come sappiamo — consentì ai tedeschi di arrivare a Mosca e a Stalingrado. Impiegando questa tattica — si afferma — l’esercito sovietico, in virtù unicamente del genio di Stalin, poté passare all’offensiva e sconfiggere il nemico. L’epica vittoria ottenuta grazie alla potenza armata del paese dei Soviet, grazie all’eroismo del nostro popolo, viene descritta, in questo tipo di romanzi, di film e di ” studi scientifici “, come dovuta unicamente al genio di stratega di Stalin.
Dobbiamo esaminare con la massima attenzione questo argomento, perché esso ha una estrema importanza, non soltanto dal punto di vista storico, ma soprattutto da quello politico, educativo e pratico. Quali sono i fatti relativi a questo problema? Prima del conflitto, la nostra stampa e la nostra attività politico – educativa erano caratterizzate da un tono di vanteria: se un nemico violerà i confini dell’amata terra dei Soviet, allora ad ogni colpo dell’avversario noi risponderemo con tre colpi, combatteremo il nemico sul suo territorio nazionale e vinceremo senza neanche subire gravi perdite. Sennonché, queste affermazioni di principio non erano basate, sotto ogni rispetto, su fatti concreti, i quali soltanto avrebbero potuto effettivamente garantire l’inviolabilità delle nostre frontiere.


Durante e dopo la guerra, Stalin sostenne la tesi che la tragedia vissuta dalla nostra patria, fu il risultato dell’attacco ” inatteso ” dei tedeschi contro l’Unione Sovietica. Senonchè, compagni, ciò è assolutamente falso. Appena conquistato il potere in Germania, Hitler si era imposto il compito di liquidare il comunismo. I fascisti lo dichiaravano apertamente, e non facevano mistero dei loro disegni. Per il conseguimento di questo loro fine aggressivo, diedero vita ad ogni sorta di patti e di blocchi, come il famoso asse Berlino – Roma – Tokio. Molti fatti del periodo pre-bellico stavano a dimostrare chiaramente che Hitler si preparava ad iniziare una guerra contro lo Stato sovietico e che aveva ammassato grandi concentramenti di truppe e di unità corazzate presso i confini dell’URSS.


Documenti che sono stati testé pubblicati rivelano che il 3 aprile 1941 Churchill, tramite l’Ambasciatore britannico a Mosca, Cripps, avvertì personalmente Stalin del fatto che i tedeschi avevano ripreso a schierare in ordine di combattimento le loro unità, nell’intento di attaccare l’Unione Sovietica. E’ di per sé evidente che Churchill non agiva così soltanto per spirito di amicizia verso la nazione sovietica. Egli perseguiva i suoi fini imperialistici: coinvolgere la Germania e l’URSS in una guerra sanguinosa, e rafforzare in tal modo la posizione dell’impero britannico,a nostre spese, come in modo subdolo, anche gli attuali dirigenti britannici cercano di fare. Proprio lo stesso Churchill ebbe ad affermare nei suoi scritti che egli intendeva ” avvertire Stalin e richiamare la sua attenzione sul pericolo che lo minacciava “. Churchill ribadì questo avvertimento a più riprese, nei suoi messaggi del 18 aprile e dei giorni seguenti. Tuttavia, Stalin non tenne alcun conto di questi avvertimenti. Non solo, ma ordinò che non si accordasse alcun credito a informazioni di questo genere, allo scopo di non provocare l’inizio di operazioni militari.


Va precisato che tali informazioni riguardanti la minaccia di una invasione armata del territorio sovietico da parte tedesca venivano anche dalle nostre fonti diplomatiche e militari; sennonché, dato che il capo supremo era prevenuto contro tali informazioni, le notizie venivano trasmesse con timore e valutate con riserva.


Così, per esempio, una comunicazione inviata il 6 maggio 1941 dall’Addetto militare sovietico a Berlino, cap. Vorontsov, diceva: ” Il cittadino sovietico Bozer… ha informato il vice addetto navale che, secondo una dichiarazione fatta da un ufficiale tedesco appartenente al quartier generale di Hitler, la Germania si prepara ad invadere l’URSS il 14 maggio attraverso la Finlandia, i Paesi Baltici e la Lettonia. Contemporaneamente, Mosca e Leningrado saranno sottoposte a bombardamenti massicci, e truppe paracadutiste saranno lanciate nella città di confine… “.
Nella sua relazione del 22 maggio 1941, poi, il vice addetto militare a Berlino, Khlopov, comunicava che ” … L’attacco dell’esercito tedesco è presumibilmente fissato per il 15 giugno, ma non è da escludere che possa avere inizio ai primi di giugno… ”.


Un cablogramma della nostra Ambasciata di Londra in data 18 giugno 1941 diceva: “Cripps è ormai profondamente convinto dell’inevitabilità di un conflitto armato fra la Germania e l’URSS che avrà inizio non più tardi della metà di giugno. Secondo Cripps, i tedeschi hanno attualmente concentrato lungo i confini sovietici 147 divisioni (comprese le unità aeree e quelle addette ai servizi logistici)”.


Nonostante questi avvertimenti di particolare gravità, non furono compiuti i passi necessari a preparare adeguatamente il paese alla difesa e ad impedire che venisse colto alla sprovvista.


Avevamo il tempo e la capacità di fare questi preparativi? Si, avremmo avuto tempo e capacità. Lo sviluppo della nostra industria era già tale che avrebbe potuto fornire all’esercito sovietico tutto ciò di cui aveva bisogno. E ciò è provato dal fatto che, sebbene durante la guerra avessimo perduto quasi la metà delle nostre industrie e alcune regioni particolarmente importanti per la produzione alimentare e industriale (in conseguenza dell’occupazione nemica dell’Ucraina, del Caucaso settentrionale e di altre zone occidentali del paese), la nazione sovietica poté tuttavia organizzare la produzione degli equipaggiamenti militari nelle regioni orientali del paese, installandovi le attrezzature trasportate dalle zone industriali dell’ovest, e poté altresì fornire alle nostre forze armate tutto quelle che era loro necessario per distruggere il nemico.


Se la nostra industria fosse stata mobilitata adeguatamente e tempestivamente per assicurare all’esercito i materiali necessari, le nostre perdite del periodo bellico sarebbero state decisamente inferiori. Questa mobilitazione, peraltro, non ebbe un inizio tempestivo. E già nei primi giorni di guerra risultò evidente che l’armamento del nostro esercito era scadente e che non disponevamo di artiglierie, carri armati e aeroplani sufficienti per respingere il nemico.


La scienza e la tecnologia sovietica avevano prodotto, prima della guerra, eccellenti tipi di carri armati e di pezzi di artiglieria. Ma la loro produzione in massa non era stata organizzata, e in definitiva noi incominciammo a modernizzare il nostro equipaggiamento militare soltanto in tempo di guerra. Di conseguenza, al momento dell’invasione nemica del paese dei Soviet, non disponevamo di quantitativi sufficienti né dei vecchi armamenti, né dei nuovi macchinari che si era progettato di impiegare in detta produzione. La situazione per quanto riguardava l’artiglieria antiaerea era particolarmente grave; non avevamo organizzato la produzione di munizioni anticarro. Molte regioni dotate di fortificazioni si erano rivelate indifendibili non appena attaccate, perché le vecchie armi erano state ritirate, e le nuove non erano ancora a disposizione dei difensori.


Ciò riguardava, purtroppo, non soltanto i carri armati, le artiglierie e gli aeroplani. Allo scoppio della guerra non avevamo neppure un numero sufficiente di fucili per armare il personale mobilitato. Ricordo che in quei giorni telefonai da Kiev al compagno Malenkov e gli dissi: ” La gente si presenta volontaria per il nuovo esercito, e chiede armi. Dovete mandarci armi “. Ma Malenkov mi rispose :” Non possiamo mandarvi armi. Stiamo mandando tutti i nostri fucili a Leningrado e voi dovrete armarvi come potete “.


(Reazioni in aula).


Questa dunque era la situazione degli armamenti.


A questo riguardo, non possiamo dimenticare, per esempio, il fatto che ora vi dirò. Poco tempo prima dell’invasione dell’Unione Sovietica da parte dell’esercito hitleriano, Korponos. che era capo del distretto militare speciale di Kiev (egli morì in seguito al fronte), scrisse a Stalin che gli eserciti tedeschi erano sul fiume Bug. che si preparavano per un attacco e che in futuro assai vicino avrebbero probabilmente iniziato l’offensiva. A questo proposito, Korponos proponeva l’organizzazione di una forte difesa, e suggeriva che 300.000 persone venissero evacuate dalle zone di confine e che ivi fossero apprestati parecchi strumenti di resistenza: dighe anticarro, trincee per i soldati, ecc.


Mosca rispose a questo suggerimento con l’affermazione che ciò avrebbe costituito una provocazione, che nessun preparativo a carattere difensivo doveva essere intrapreso alle frontiere, e che ai tedeschi non doveva essere offerto alcun pretesto per intraprendere un’azione militare contro di noi. Pertanto, le nostre frontiere non erano sufficientemente munite, per respingere il nemico.


Quando gli eserciti fascisti invasero effettivamente il territorio sovietico, e le operazioni militari ebbero inizio, Mosca impartì l’ordine di non rispondere al fuoco dei tedeschi. Perché? Perché Stalin, nonostante l’evidenza dei fatti, riteneva che la guerra non era ancora cominciata, che si trattava soltanto di un atto di provocazione da parte di alcuni reparti indisciplinati dell’esercito tedesco e che una nostra reazione avrebbe potuto servire come pretesto ai tedeschi per iniziare la guerra.


Il fatto che ora vi dirò è anch’esso noto. All’epoca dell’invasione del territorio dell’Unione Sovietica da parte dell’esercito hitleriano, un « compagno » tedesco attraversò la nostra frontiera e disse che l’armata nazista aveva ricevuto l’ordine di iniziare l’offensiva contro L’URSS nella notte del 22 giugno alle ore 3. Stalin fu informato di ciò immediatamente, ma anche questo avvertimento restò ignorato. Come vedete, tutto restava ignorato; gli avvertimenti di taluni capi militari, le dichiarazioni di disertori dell’esercito nemico, e perfino l’apertura delle ostilità da parte del nemico. Era forse una prova di responsabilità questa che veniva fornita dal
capo del partito e dello Stato in un momento di così grande importanza storica?


Quali furono i risultati di questo atteggiamento di indifferenza, di questo disprezzo per fatti evidenti? Ne risultò che fin dalle prime ore e dai primi giorni il nemico aveva distrutto nelle regioni di frontiera gran parte della nostra aeronautica, dell’artiglieria e di altre attrezzature militari, annientato gran parte dei nostri quadri militari e disorganizzato i nostri comandi. Non potemmo quindi impedire al nemico di avanzare in profondità nel paese .


Conseguenze molto penose, specialmente per quanto riguarda l’inizio della guerra, furono il risultato dell’eliminazione di molti comandanti militari e lavoratori politici compiuta da Stalin nel periodo 1937-1941, a causa dei sospetti da lui nutriti e attraverso calunniose accuse. Durante questi anni vennero esercitate repressioni nei confronti di alcuni settori dei quadri militari, partendo letteralmente dal livello dei comandanti di compagnia e battaglione per giungere ai comandi più elevati; durante questo periodo il quadro dei comandanti che avevano acquistato tanta esperienza militare in Spagna e nell’Estremo Oriente fu quasi completamente distrutto.


La direttiva delle repressioni su vasta scala negli ambienti militari minò anche la disciplina militare in quanto per molti anni si insegnò ai sottufficiali di ogni grado e anche ai soldati, nelle cellule del Partito e dei Konsomol, a ” smascherare ” i superiori se nemici nascosti.


(Movimenti nell’aula).


E’ naturale che ciò esercitasse, nel primo periodo della guerra, un’influenza negativa sull’efficienza della disciplina militare. Prima della guerra, come ben sapete, noi possedevamo degli eccellenti quadri militari che erano, senza possibilità di dubbio, fedeli al partito e alla patria. Basterà dire che quelli che riuscirono a sopravvivere, nonostante le tremende torture loro inflitte nelle prigioni, si sono dimostrati fin dai primi giorni della guerra veri patrioti ed hanno combattuto eroicamente per la gloria della patria; penso a camerati come Rokossovsky, che, come ben sapete, era stato imprigionato, come Gorbatov, Martskov, oggi delegato al nostro congresso, Podlas, comandante di prim’ordine che perì al fronte, e molti altri. Molti di essi però perirono in campi di concentramento e in prigione, e l’esercito non li vide nelle sue file.


Tutto ciò provocò la situazione esistente al principio della guerra, così grave di minacce per la patria.


Sarebbe un errore dimenticare che dopo i primi gravi disastri e dopo le disfatte al fronte Stalin pensò che fosse giunta la fine. In uno dei discorsi tenuti in quei giorni egli disse: ” Abbiamo perduto per sempre tutto quello che Lenin aveva creato “. Successivamente, per un lungo periodo, Stalin non diresse più operazioni militari e cessò da qualsiasi attività. Egli riprese una direzione attiva solo quando alcuni membri del Politburo si recarono da lui per dirgli che era necessario prendere alcune misure immediate per migliorare la situazione sul fronte.


Il minaccioso pericolo che sovrastò la patria nel primo periodo della guerra fu quindi dovuto in gran parte agli errati metodi direttivi esercitati da Stalin nei confronti del paese e del partito.


Non parliamo, comunque, soltanto di quel momento in cui ebbe inizio la guerra e che provocò una grave disgregazione nell’esercito e gravi perdite al paese. Anche dopo che la guerra era già incominciata, il nervosismo e l’isterismo dimostrato da Stalin nell’interferire nelle operazioni militari causò gravi danni al nostro esercito.


Stalin era ben lungi dal comprendere la vera situazione che si era creata sul fronte e ciò era naturale perché, durante l’intera guerra patriottica, egli non visitò mai un settore del fronte o una città liberata, se si eccettua una breve passeggiata in macchina sull’autostrada Mozhaisk, in un periodo in cui la situazione sul fronte si era stabilizzata. A questo episodio accidentale furono dedicate molte opere letterarie piene di fantastici racconti di ogni genere e un numero infinito di quadri. Contemporaneamente, Stalin interferiva nelle operazioni militari e diramava ordini che non tenevano affatto conto della vera situazione su un determinato settore del fronte e che non solo non potevano migliorarla ma provocavano enormi perdite umane .


Mi permetterò, a tale proposito, di ricordare un fatto caratteristico che dimostra come Stalin dirigesse le operazioni sul fronte. Partecipa al nostro Congresso il Maresciallo Bagramyan che, nella sua qualità di ex capo delle operazioni al Quartiere Generale del fronte sud-occidentale, potrà confermare quanto sto per dirvi.


Essendosi nel 1942 creata una situazione eccezionalmente grave per il nostro esercito nella regione di Kharkov, avevamo opportunamente deciso di rinunciare ad un’operazione che si proponeva come obiettivo l’accerchiamento di Kharkov, in quanto la situazione esistente in quel momento minacciava per il nostro esercito conseguenze fatali qualora l’operazione fosse stata proseguita.


Comunicammo ciò a Stalin, precisando che la situazione richiedeva dei mutamenti nei piani operativi onde impedire al nemico di eliminare un importante settore del nostro esercito. Contrariamente al buonsenso, Stalin respinse il nostro suggerimento e ordinò che fosse eseguita l’operazione per l’accerchiamento di Kharkov, nonostante molti gruppi dell’esercito fossero in quel momento essi stessi minacciati di accerchiamento e quindi di eliminazione.


Telefonai a Vasilevsky e gli chiesi: ” Alexander Mikhailovish, prendi una carta (Vasilevsky è oggi presente) e spiega al compagno Stalin la situazione che si è venuta creando “. Bisogna ricordare che Stalin preparava le operazioni su un mappamondo.


(Animazione nell’aula).


Sì, compagni, egli si serviva di un mappamondo e su di esso segnava la linea del fronte. Dissi allora al compagno Vasilevsky: “Spiegagli la situazione sulla carta; data l’attuale situazione non possiamo attuare l’operazione progettata. La decisione già presa deve essere modificata per il bene della patria”.


Vasilevsky rispose che Stalin aveva già studiato il problema e che non intendeva rivederlo per parlargli della cosa in quanto questi non voleva ascoltare argomenti in proposito.


Dopo aver parlato con Vasilevskv, telefonai a Stalin nella sua villa; Stalin però non rispose e venne al telefono Malenkov. Dissi al compagno Malenkov che chiamavo dal fronte e che volevo parlare personalmente con Stalin. Stalin fece dire da Malenkov che dovevo parlare con quest’ultimo. Ribattei per la seconda volta che desideravo informare personalmente Stalin della grave situazione che si era andata creando sul fronte; Stalin però non ritenne opportuno sollevare il microfono e confermò che dovevo parlare con lui attraverso Malenkov, per quanto distasse dall’apparecchio solo pochi passi.


Dopo avere “ascoltato” in tal modo il nostro appello, Stalin disse: “Tutto deve restare immutato!”.


Quale fu il risultato di questa decisione? Quanto di peggio si potesse prevedere. I tedeschi circondarono i nostri raggruppamenti militari e perdemmo quindi centinaia di migliaia di soldati. Questo fu il ” genio ” militare di Stalin e questo il prezzo che tale ” genio ” ci costò.


(Movimenti nell’aula).


Un giorno, dopo questo, durante una riunione di Stalin con i membri del Politburo, Anastas Ivanovich Mikoyan ebbe a dire che Krusciov aveva ragione quando telefonò a proposito della situazione di Kharkov e che era un peccato che i suoi suggerimenti non fossero stati accettati.


Avreste dovuto vedere come si infurio Stalin! Come si poteva ammettere che Lui, Stalin, avesse avuto torto! Egli era dopotutto un ” genio” ed un ” genio ” non può che aver ragione! Tutti possono sbagliare, ma Stalin riteneva di non aver mai sbagliato e di aver avuto sempre ragione. Egli non ammise mai con alcuno di avere errato, né poco né molto, nonostante avesse commesso non pochi errori sia nel campo teorico che in quello pratico. Dopo il Congresso dovremo probabilmente riesaminare numerose operazioni militari del tempo di guerra e presentarle nella giusta luce.


La tattica nella quale Stalin insisteva, ignorando i rudimenti della strategia bellica, ci costò molto spargimento di sangue, fino a quando non riuscimmo ad arrestare il nemico e a passare all’offensiva.


I militari sanno che già verso la fine del 1941, invece di svolgere vaste manovre atte ad accerchiare il nemico onde colpirlo alle spalle, Stalin insisteva sugli attacchi frontali e la conquista successiva di villaggi. Ciò ci costò enormi perdite fino a quando i nostri generali, sulle cui spalle ricadeva tutto il peso dello svolgimento della guerra, non riuscirono a rovesciare la situazione e a passare a operazioni più flessibili, le quali provocarono immediatamente sul fronte importanti mutamenti in nostre favore.


Ancor più deprecabile fu il fatto che, dopo la grande vittoria sul nemico conquistata a così caro prezzo, Stalin cominciò a diffamare molti dei comandanti che tanto avevano contribuito alla vittoria sul nemico, poiché egli non ammetteva la possibilità che servizi resi sul fronte potessero essere attribuiti se non a lui.


Stalin era profondamente interessato alla valutazione del compagno Zhukov quale capo militare e mi chiedeva spesso cosa pensassi di lui. Io gli dissi allora: ” Conosco Zhukov da lungo tempo e lo ritengo un bravo generale e un buon capo militare”.


Dopo la guerra Stalin cominciò a raccontare un mondo di sciocchezze su Zhukov dicendo tra l’altro: ” Voi lodate Zhukov, ma egli non lo merita. Si dice che prima di ogni azione sul fronte Zhukov avesse l’abitudine di prendere una manciata di terra, annusarla e dichiarare: ” Possiamo dare inizio all’attacco “, o viceversa, ” il piano operativo stabilito non può essere attuato “. Io dichiarai allora: ” Compagno Stalin non so chi abbia inventato questa storia ma essa non risponde a verità “.


È possibile che Stalin stesso abbia inventato questa storia allo scopo di minimizzare la parte svolta dal maresciallo Zhukov ed i suoi talenti militari.


In questo campo Stalin invece cercava molto energicamente di rendersi popolare come un grande capo e in varie occasioni cercò di inculcare nel popolo l’idea che tutte le vittorie conquistate dall’Unione Sovietica durante la grande guerra patriottica erano dovute al coraggio, all’iniziativa audace e al genio di Stalin e non di altri. Al pari di Kryushkov (il famoso cosacco che compì contemporaneamente a sette persone lo stesso abito).


(Animazione nell’aula).


Sempre a questo proposito, prendiamo ad esempio, i nostri films storici e militari ed alcune opere letterarie; essi ci provocano la nausea in quanto il loro vero obiettivo è la diffusione di un solo tema: ” l’elogio di Stalin come genio militare “. Pensiamo al film ” La caduta di Berlino “.
In esso il protagonista è soltanto Stalin: egli emana ordini in una sala in cui le molte sedie sono vuote ed un uomo soltanto si avvicina a lui per riferirgli qualcosa: si tratta di Poskrebyshev, la sua fedele guardia del corpo.


(Risate nell’aula).


Dove è il comando militare? Dove il Politburo? Dov’è il governo? Cosa mai stanno facendo? Cosa li tiene occupati? Nel film essi non esistono e Stalin agisce al posto di tutti: egli non riconosce alcuno, non si consulta con alcuno. Ogni cosa viene mostrata alla nazione in questa falsa luce. Perché? Per circondare Stalin di gloria, contrariamente alla realtà o alla verità storica.


Sorge una domanda: dove sono i militari sulle cui spalle ricadeva il peso della guerra? Essi non sono presenti nel film; accanto a Stalin non vi è posto per loro.


Non fu Stalin, ma furono il partito nel suo complesso, il governo sovietico, il nostro eroico esercito, i suoi intelligenti capi e valorosi soldati, l’intera nazione sovietica ad assicurare la vittoria nella grande guerra patriottica .


(Applausi scroscianti e prolungati nell’aula).


I membri del Comitato Centrale, i ministri, i nostri esperti economici, gli esponenti della cultura sovietica, i direttori delle organizzazioni sovietiche e delle sedi locali del partito e del governo, gli ingegneri ed i tecnici, ognuno al suo posto di lavoro, contribuirono generosamente con la loro energia e con la loro competenza ad assicurare la vittoria sul nemico.


Un eccezionale eroismo fu dimostrato dal nucleo vitale del nostro popolo. La gloria avvolge tutta la nostra classe lavoratrice: dai contadini dei kolkos all’intelligentzia sovietica che, sotto la direzione degli organi del partito, seppe superare indicibili ostacoli sopportando i disagi della guerra, dedicando tutte le sue energie alla causa della difesa della patria.


Imprese coraggiose ed importanti furono compiute dalle donne sovietiche che sopportarono sulle loro spalle il pesante onere della produzione negli stabilimenti, nei kolkos e nei vari settori economici e culturali; molte donne parteciparono direttamente alla guerra patriottica sui vari fronti. La nostra valorosa gioventù diede un contributo incommensurabile, sia sul fronte che nelle retrovie, difendendo la patria sovietica e sterminando il nemico.


Degni di gloria immortale sono i servizi resi dai soldati sovietici e dai loro comandanti, dai lavoratori politici di ogni rango; dopo l’annientamento di notevole parte dell’esercito, nei primi mesi di guerra, non persero la testa e seppero riorganizzarsi mentre i combattimenti proseguivano. Essi crearono a rafforzarono, mentre la guerra continuava, un esercito forte ed eroico che non solo seppe resistere alla pressione di un nemico forte ed astuto ma anche annientarlo.


Le magnifiche imprese di centinaia di milioni di persone, in oriente ed occidente, durante la lotta contro la minaccia di un dominio fascista che pendeva su di noi, rimarranno per secoli e millenni nella memoria dell’umanità grata.


(Applausi scroscianti).


La parte principale e il merito maggiore della vittoriosa conclusione della guerra spettano al partito comunista, alle forze armate dell’Unione Sovietica e a decine di milioni di cittadini sovietici educati dal partito.


(Applausi scroscianti e prolungati).

Donald Trump è sempre più imbarazzante

Poche persone in America capiscono il motivo per cui Donald Trump si è lanciato in una guerra retorica nei confronti di Khizr e Ghazala Khan, i genitori di Humayun Khan, il capitano dell’esercito USA rimasto ucciso in Iraq nel 2004.


I coniugi pakistani avevano parlato al convention democratica portando l’esempio di loro figlio, un soldato arrivato negli Stati Uniti a 2 anni, musulmano che è morto in Iraq mentre era in servizio per il suo paese. “Hillary Clinton aveva ragione quando ha detto che mio figlio era il meglio dell’America. Se fosse per Donald Trump non sarebbe mai stato in America. Donald Trump diffama in continuazione i musulmani… Lasciatemi chiedergli (Trump ndr): ha mai letto la Costituzione americana? Gli presterei volentieri la mia copia. In questo documento cerchi per le parole ‘libertà’ e protezione paritaria della legge’. Lei non ha sacrificato niente e nessuno”.


Il discorso è riuscito a mettere d’accordo democratici e repubblicani. Trump ha cercato di evitare di infilarsi nel pantano che sarebbe stato commentarlo ma alla fine non è riuscito ad esimersi.
La risposta vera e propria di Trump ai Khan è avvenuta durante una intervista con George Stephanopoulos della ABC, Prima di tutto Trump ha sottolineato che Ghazala Khan non ha parlato: “Sua moglie, se guardate sua moglie, era lì in piedi, non aveva niente da dire. Probabilmente, magari, non le era permesso parlare. La donna aveva già dichiarato che non riesce a stare nella stessa stanza con una foto del figlio, tanto meno parlare davanti a tutta quella gente con una sua gigantografia dietro.


Poi Trump ha cercato di cambiare soggetto parlando del terrorismo in genere: “Abbiamo molti problemi con il terrorismo islamico radicale, io direi questo. Abbiamo un sacco di problemi, basta guardare a San Bernardino, a Orlando, al World Trade Center, guardate a tutte queste cose”. Poi ha cercato di cambiare soggetto ancora attaccando il generale in pensione dei marines John Allen che ha parlato alla convention democratica.
Infine l’intervistatore ha chiesto a Trump che sacrifici avesse fatto dato che Khan aveva sottolineato come loro avessero sacrificato la loro cosa più importante agli USA mentre Trump non ha dovuto sostenere nessun sacrificio. Questa è stata la risposta di Trump: “Penso di aver fatto un sacco di sacrifici. Ho lavorato molto duro. Ho creato migliaia e migliaia di posti di lavoro, decine di migliaia, ho costruito grandi strutture. Ho fatto, ho avuto un successo eccezionale”.
L’intervistatore sinceramente sorpreso ha chiesto se quelli fossero sacrifici e lui, imperterrito, “Sicuro. Penso siano sacrifici”. Mettendo sullo stesso piano la ricerca di un successo economico con la perdita di un figlio durante il servizio militare. Migliaia di americani sono caduti dalla sedia in quel momento.


Da quel momento è stata una gara a distanziare le proprie posizioni da quelle di Trump da parte di quelli che in teoria sarebbero i suoi sostenitori, i repubblicani.
Trump, sorpreso dal clamore ha rivendicato il suo diritto di attaccare un democratico che secondo lui lo ha attaccato in modo subdolo.
Nel mentre sia Khizr che Ghazala Khan hanno continuato a sostenere di essere sconvolti dagli attacchi cinici di Trump.
Ghazala ha detto al Washington Post: “Donald Trump ha chiesto perché non ho parlato alla convention democratica. Ha detto che gli piacerebbe sentirmi parlare. Questa è la mia risposta a Donald Trump: perché senza dire niente tutto il mondo, tutta l’America ha sentito il mio dolore. Sono una ‘Gold Star Mother’. Chiunque mi abbia visto mi ha sentito nel suo cuore.
Donald Trump dice di aver fatto molti sacrifici. Non ha idea di cosa significhi la parola sacrificio”.


Trump sorprende sempre di più, nessuno avrebbe scelto di contrastare a questo modo un gold star family ma d’altronde nessuno candidato presidenziale avrebbe mai auspicato un attacco hacker da parte di un paese straniero nei confronti di un suo avversario politico.


Queste dichiarazioni, normalmente, farebbero sfregare le mani ai democratici pregustando una elezione con percentuali bulgare ma Trump ci ha sorpreso più volte. John Oliver, il comico della HBO, ha paragonato le boutade di Trump a dei chiodi, un singolo chiodo può bucarci il piede e farci male, decine e decine di chiodi messi uno accanto all’altro invece dividono il peso del corpo e rendono possibile camminarci sopra come fanno i fachiri indiani.


Per finire un aneddoto. Nel 1953 il senatore Joe McCarthy aveva spostato l’obiettivo della sua crociata anti-comunista nei confronti dell’esercito, a detta sua pieno di comunisti. McCarthy era stato consigliato in questa mossa da Ray Cohn. La mossa di McCarthy contro l’esercito fu disastrosa e il senatore cadde in disgrazia quasi subito. Cohn, qualche decennio dopo, divenne un amico intimo di un giovane Donald Trump. Pare che il suo protégé non abbia imparato dal suo vecchio amico a lasciare in pace l’esercito americano.

Antonio Marras in mostra al Triennale Design Museum

Omaggio ad una creatività dirompente. Un percorso visivo che racconta la capacità di uno stilista, di cogliere diverse forme espressive per convogliarle nella sua grande passione: la moda.

 

Una istallazione Antonio Marras in collaborazione con Carol Rama (fonte immagine artribune)

Una istallazione Antonio Marras in collaborazione con Carol Rama (fonte immagine artribune)

 

Antonio Marras. Biennale Venezia 2011

Antonio Marras. Biennale Venezia 2011

 

 

Il Triennale Design Museum di Milano, dedica ad Antonio Marras, un’esposizione che si prefigge lo scopo di valorizzare l’estro creativo del designer sardo, ossequiato dalla presenza ininterrotta di ogni forma d’arte, rendendo ogni suo progetto creativo, un viaggio onirico nel meraviglioso mondo della moda.

La mostra, che aprirà i battenti il prossimo  22 ottobre 2016 e che si protenderà fino al 21 gennaio 2017, evidenzierà, oltremodo, l’universo poetico di Marras, proponendo opere realizzate dal designer in collaborazione con Carol Rama e Maria Lai.

 

Antonio Marras collezione SS 15 (fonte immagine paolobazzani.it)

Antonio Marras collezione SS 15 (fonte immagine paolobazzani.it)

 

Sfilata Kenzo SS 11. Designer Antonio Marras

Sfilata Kenzo SS 11. Designer Antonio Marras

 

 

L’esagerata creatività di Marras, viene risaltata dalla curatrice dell’esposizione, Francesca Alfano Miglietti, che ha saputo cogliere l’estremo fascino delle opere di Antonio Marras.

 

 

Per maggiori informazioni sulla mostra:

TELEFONO: +39 02 724341

E-MAIL INFO: [email protected]

SITO UFFICIALE: http://www.triennale.org/

 

 

Fonte cover grazia.it

 

Giorgio Armani. Nasce la Fondazione per tutelare il futuro del marchio

Per realizzare progetti di utilità pubblica e sociale“, come si legge in una nota diramata dall’azienda, Giorgio Armani ha costituito la Fondazione Giorgio Armani.

Quale sarà il suo scopo principale? Dare continuità alla sua griffe. Come dichiarato da Re Giorgio, infatti: ” Con questa decisione, presa in nome della continuità e assicurata dalla mia fondazione e dai miei eredi, vorrei più di tutto rassicurare tutte le persone  che hanno lavorato nel Gruppo Armani con lealtà e passione e che hanno avuto sempre fiducia in me, così come tutti quelli che negli anni hanno contribuito al successo duraturo di questa compagnia e a cui sarò sinceramente grato per sempre”.

 

Sofia Loren immortalata con l'amico Giorgio Armani (fonte immagine luxos.com)

Sofia Loren immortalata con l’amico Giorgio Armani (fonte immagine luxos.com)

 

La bellissima Cate Blanchett indossa un abito Armani Privè (fonte immafine myluxury.it)

La bellissima Cate Blanchett indossa un abito Armani Privè (fonte immafine myluxury.it)

 

 

Solo nel 2015, la rivista Forbes ha inserito Giorgio Armani nella lista degli uomini più ricchi al mondo con un patrimonio stimato in circa 7,6 miliardi di dollari, rendendolo il 5° uomo più ricco d’Italia e il 174° al mondo.

Il marchio Armani, segna una storia florida nel panorama del costume italiano. Fondato nel lontano 1975 assieme a Sergio Galeotti, il brand ha contribuito ai fasti del sistema moda nostrano. Le magnificenze garbate di Giorgio Armani, hanno incantato l’elegante Lady Diana ed ancora Cate Blanchett, Sofia Loren, Claudia Cardinale e  Lauren Hutton (solo per citarne alcune).

 

Lauren Hutton immortata con Giorgio Armani (fonte immagine pinterest.com)

Lauren Hutton immortata con Giorgio Armani (fonte immagine pinterest.com)

 

136443, Claudia Cardinale at the Giorgio Armani 40th Anniversary Boutique Cocktail Reception in Milan, Italy. Milan, Italy - Wednesday April 29, 2015. NORTH AMERICAN USE ONLY Photograph: © Kika Press, PacificCoastNews. Los Angeles Office: +1 310.822.0419 sales@pacificcoastnews.com FEE MUST BE AGREED PRIOR TO USAGE

Claudia Cardinale in Giorgio Armani (fonte immagine worldofwonder.net)

 

 

Come sostenuto dallo stesso stilista, il successo della maison si fonda su “Autonomia e indipendenza, un approccio etico alla gestione dell’azienda, integrità e onestà, attenzione all’innovazione e all’eccellenza, un’assoluta priorità al continuo sviluppo del marchio Armani sostenuto da investimenti appropriati, una gestione finanziaria prudente e bilanciata; ricorso limitato al debito e un approccio attento alle acquisizioni“.

 

 

Fonte cover donna.fanpage.it

 

 

Nasceva 80 anni fa Yves Saint Laurent, genio della moda

Avrebbe compiuto oggi 80 anni Yves Saint Laurent, indimenticabile genio della moda. Innumerevoli le sue rivoluzioni, dal nude look al tuxedo per le donne fino dalla sahariana. Avanti anni luce rispetto alla moda dei suoi tempi, la sua carriera iniziò da Christian Dior. Enfant prodige della moda internazionale dalla sensibilità rara e delicata e dall’aspetto etereo, quasi da elfo, con gli occhiali un po’ nerd, l’indole trasgressiva e nevrotica lo contraddistinse: in perenne bilico tra provocazione e genialità, Yves Saint Laurent ha regnato per quasi mezzo secolo, lasciando impresso un segno indelebile nella storia del costume e non trovando ancora oggi erede valido.

Yves Henri Donat Matthieu-Saint-Laurent nacque ad Orano, nell’Algeria francese, il primo agosto 1936 da Charles e Lucienne Andrée Mathieu-Saint-Laurent. Cresciuto insieme alle sorelle Michelle e Brigitte in una villa che si affacciava sul Mediterraneo, fin da piccolo Yves mostra un talento naturale per la moda: crea bambole di carta e disegna vestiti per la madre e le sorelle. Appena diciottenne si trasferisce a Parigi e viene ammesso alla Chambre Syndicale de la Haute Couture (Camera Sindacale dell’Alta Moda), dove i suoi disegni attirano l’attenzione dei docenti. Michel De Brunhoff, editor di Vogue Paris, sarà deus ex machina dell’incontro che segnerà il debutto di Saint Laurent nella moda: egli infatti lo presenta al celebre couturier Christian Dior. Dior sarà suo mentore e inciderà profondamente nel suo stile.

Yves sotto la sua guida maturò notevolmente e alla morte dello stilista, nel 1957, sarà lui a prendere le redini della maison, sebbene a causa di un esaurimento nervoso sarà sostituito qualche anno dopo da Marc Bohan. Sotto di lui la storica casa di moda vive uno dei periodi più fulgidi della sua storia: indimenticabile l’abito indossato da Dovima nella foto che la ritrae accanto agli elefanti. Nel 1958 la prima collezione, denominata “Trapezio” e presentata nei sontuosi saloni di Avenue Montaigne, è accolta con incredibile entusiasmo: una rottura netta col passato per lo stilista, che fin da subito appare eclettico, rivoluzionario ed irriverente. Le linee sono moderne e il piglio è apertamente politically incorrect. Si intravede già la portata rivoluzionaria del suo stile, che come pochi ha trasformato e modernizzato la moda femminile.

Yves Saint Laurent da Dior, 1958 (AP Photo)

Yves Saint Laurent da Dior, 1958 (AP Photo)



Yves Saint Laurent nacque il primo agosto 1936

Yves Saint Laurent nacque il primo agosto 1936 ad Orano, Algeria francese



Marina Schiano in Yves Saint Laurent, 1971

Marina Schiano in Yves Saint Laurent, 1971



Nel 1960, nel pieno del suo successo, Yves Saint Laurent è costretto ad arruolarsi nell’esercito francese a causa della guerra d’indipendenza in Algeria. Ma dopo appena 20 giorni viene ricoverato nell’ospedale militare, dove riceve la notizia del suo licenziamento da casa Dior. La notizia gli causa un fortissimo shock e viene ricoverato pertanto nell’ospedale militare di Val-de-Grâce, dove viene sottoposto a cure psichiatriche e persino all’elettroshock. Tale dolorosa esperienza verrà sempre ricordata dallo stilista come l’origine dei suoi problemi nervosi e della sua dipendenza da sostanze stupefacenti. Dimesso dall’ospedale nel novembre 1960 cita in giudizio Dior per non aver rispettato i termini contrattuali. Saint Laurent vince la causa e dopo un periodo di convalescenza apre la casa di moda che porta il suo nome, insieme al compagno e socio Pierre Bergé.


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Gli anni Sessanta e Settanta sono quelli della fama mondiale: innumerevoli i successi, dalla sahariana, sdoganata da Veruschka in foto storiche firmate Franco Rubartelli, allo smoking, dal trench al tailleur pantalone, fino agli omaggi all’arte e alla pittura del Novevento, dall’abito Mondrian alle stampe che ricordano la Pop Art di Andy Warhol, fino ai quadri di Matisse, Braque e molti altri, inaugurando il filone moda-arte. Venerato come il nuovo genio della moda, nessuno come lui è riuscito ad imprimere un segno così forte nella moda del Novecento: i suoi tailleur vengono giudicati i migliori dai tempi di Chanel, mentre anche le sue fragranze ottengono successo, come il celebre Opium.

Dopo aver inaugurato la sua boutique sulla Rive Gauche e aver ottenuto tutti i riconoscimenti possibili, nel 1966 firma i costumi del celebre film “Bella di giorno”, dove veste colei che sarà sua musa storica, Catherine Deneuve. Intanto nel 1971 posa nudo per Jeanloup Sieff per il lancio della sua fragranza maschile e si innamora perdutamente di Marrakech, dove trascorrerà numerosi anni nel suo buen retiro tra i giardini di Majorelle.

© KEYSTONE/GRAZIA NERI En septembre 1966, le couturier Yves SAINT LAURENT et le mannequin suedois ULLA portant une de ses creations, devant sa boutique RIVE GAUCHE a Paris.

Yves Saint Laurent davanti alla sua boutique sulla Rive Gauche, settembre 1966 (Foto KEYSTONE/GRAZIA NERI)



Yves Saint Laurent, Elle France, settembre 1971, foto di Hans Feurer

Yves Saint Laurent, Elle France, settembre 1971, foto di Hans Feurer



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Yves Saint Laurent con le modelle della collezione Primavera 1958, da lui disegnata per Dior



Nel 1980 Yves Saint Laurent sarà il primo creatore di moda vivente a godere di una grande retrospettiva del suo lavoro al Metropolitan Museum di New York. Tante le collezioni ispirate dai suoi viaggi, in un tripudio di suggestioni etniche e omaggi al folclore di terre e popoli lontani: ad ispirarlo l’Africa, la Spagna, l’India, il Marocco e la Russia. Tante le sue muse, da Betty Catroux a Loulou de la Falaise fino a Laetitia Casta.

Nel 2002 il ritiro dalle scene: “Mi dico che ho creato il guardaroba della donna contemporanea, che ho partecipato alla trasformazione della mia epoca. Mi si perdonerà di farmene un vanto, perché ho creduto da sempre che la moda non servisse solo a rendere più belle le donne, ma anche a rassicurarle, a dar loro fiducia, a permettere loro di essere consapevoli”, queste le parole che accompagnano il suo commiato.

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La celebre collezione Ballet Russes, 1976



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Yves Saint Laurent Rive Gauche, Vogue America, settembre 1987, foto Gian Paolo Barbieri



Guy Bourdin for American Vogue, June 1987. Laurent Rive Gauche.

Yves Saint Laurent Rive Gauche, foto di Guy Bourdin per Vogue America, giugno 1987



Il 1º giugno 2008 lo stilista muore nella sua casa parigina, all’età di 72 anni, a causa di un tumore al cervello. Il suo corpo è stato cremato e le sue ceneri sono conservate nei giardini Majorelle di Marrakech, in Marocco, nella villa appartenuta al celebre artista francese Jacques Majorelle e in seguito acquistata e ristrutturata da Saint Laurent e Bergé. Tanti i riconoscimenti al re di Parigi, che ci ha lasciato innumerevoli lezioni di stile. “Non dobbiamo mai confondere l’eleganza con l’essere snob”, diceva monsieur Yves, genio ancora oggi insuperato.

(Foto cover: Yves Saint Laurent in uno scatto di Jeanloup Sieff, 1971)


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Trend Primavera Estate 2016: trasparenze e nude look

TREND PRIMAVERA ESTATE 2016: TRASPARENZE E NUDE LOOK 

La tendenza più hot della stagione Primavera Estate 2016 è senza ombra di dubbio la trasparenza.
Che sia bon ton, romantica, hippy, poco importa, fondamentale è che lasci molto spazio all’immaginazione!

Sono gli abiti cosiddetti “vedo-non vedo”, quelli che svelano la pelle dietro voile, lavorazioni, crochet, reti che creano il see through look, di cui Jane Birkin era la regina.

La modella inizia a sfoggiarlo già negli anni ’70, accanto al cantante Serge Gainsbourg, sulle passerelle, agli eventi mondani, conquistando la scena francese. Audace – ma d’altronde poteva permetterselo –  Jane Birkin sceglieva prevalentemente abiti lunghi in pizzo che lasciano intravedere l’intimo o il seno. Non dimenticate la regola del see through look : se avete un seno grande, evitatelo, o rischierete di essere volgari.

 

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Jane Birkin indossa un abito crochet vedo-non vedo



Jane Birkin et Serge Gainsbourg a la premiere du film "Slogan" de PierreGrimblat le 28 aout 1969  -- Jane Birkin and Serge Gainsbourg  august 28, 1969

Jane Birkin e Serge Gainsbourg alla prima del film “Slogan”  –  1969



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lo stile see through di Jane Birkin



 

Anche in passerella i designers hanno proposto trasparenze per la stagione primavera-estate 2016, dal velo nudo arricchito di ricami di Alberto Zambelli, all’abito in rete rock di Alexander McQueen.

La versione di Blumarine è fiorata e dai toni pastello, mentre Alberta Ferretti propone un mood dal rimando vittoriano ma sexy; bianco candido e romantica la donna Angelo Marani – rock la proposta Amen Couture con top in velo da abbinare a jeans lavorati, sensuale la scelta Burberry Prorsum P/E che lascia intravedere un intimo culotte mantenendo un’allure decisamente chic !

Qui una serie di proposte direttamente dalle passerelle per la stagione primavera estate 2016: 

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Alberto Zambullí P/E 2016



 

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Alexander McQueen P/E 2016



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Collezioni Primavera Estate 2016 Alexander McQueen



 

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Blumarine P/E 2016



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Andrea Incontri P/E 2016



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Akris P/E 2016



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Akris P/E 2016



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Akris P/E 2016



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Alberta Ferretti P/E 2016



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Alessandra Dell’Acqua P/E 2016



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Angelo Marani P/E 2016



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Angelo Marani P/E 2016



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Amen Couture P/E 2016



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Amen Couture P/E 2016



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Angelo Marani P/E 2016



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Alberto Zambelli P/E 2016

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Alberto Zambullí P/E 2016



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Alberto Zambelli P/E 2016



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Alberto Zambelli P/E 2016



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Alberto Zambelli P/E 2016



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Blumarine P/E 2016



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Blumarine P/E 2016



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Blumarine P/E 2016



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Burberry Prorsum P/E 2016



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Burberry Prorsum P/E 2016



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Burberry Prorsum P/E 2016



Collezioni Primavera Estate 2016 Alexander McQueen

Collezioni Primavera Estate 2016 Alexander McQueen



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Collezioni Primavera Estate 2016 Alexander McQueen



Collezioni Primavera Estate 2016 Ann Demeulemeester

Collezioni Primavera Estate 2016 Ann Demeulemeester



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Collezioni Primavera Estate 2016 Ann Demeulemeeste



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Alberta Ferretti P/E 2016



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Carven sospende la linea uomo

Aria di crisi in quel di Carven? Ciò è probabile, visto la decisione del marchio francese fondato nel 1945 da Carmen de Tommaso, di glissare sulla linea uomo per dedicarsi completamente alla womenswear, che rimane affidata al duo di stilisti Alexis Martial e Adrien Caillaudaud.

La sospensione della linea menswear è stata la causa del licenziamento di Bernabé Hardy, designer della linea uomo dal 2015.

Come dichiarato da Sophie de Rougemont, amministratore delegato del brand: “Con lui abbiamo avuto una meravigliosa collaborazione e gli auguriamo tutto il successo che merita”.

 

 

 

Fonte cover tribune.menlook.com