Archive for febbraio, 2017

L’arte di Ren Hang, genio visionario morto suicida a 29 anni

Irriverente, sensuale, controverso, enigmatico: sono questi alcuni degli aggettivi che meglio si prestano a descrivere Ren Hang. Genio visionario, amante di una provocazione mai fine a se stessa, il giovane fotografo si è tolto la vita venerdì scorso, a soli 29 anni. Considerata una promessa della fotografia mondiale, Ren Hang si è imposto all’attenzione mondiale per i suoi scatti coloratissimi e sensuali: il corpo era protagonista assoluto delle sue fotografie.

Corpi nudi, immortalati nei dettagli più scabrosi, al limite del pornografico: tuttavia la provocazione di Hang non scadeva mai nella volgarità ma annunciava, come un’epifania mistica, misteriosi simbolismi ed allegorie che tracciavano un vincolo tra il corpo umano e gli elementi della natura, come le piante, la frutta, gli animali. Le ninfee abbracciano una giovane che giace quasi come una moderna Ofelia, mentre i corpi creano inedite geometrie: ciliegine, piccioni, fiori divengono parte di una scenografia silenziosa e a tratti ermetica.

Le sue figure adottano una prossemica che cela segreti vincoli primigeni tra gli uomini e tra l’essere umano e la natura. Fondatore di un’estetica altamente riconoscibile nel panorama della fotografia contemporanea, Ren Hang fu più volte arrestato in Cina per quei suoi scatti, considerati scabrosi. Nel Paese che dal 1949 vieta la nudità e la pornografia, i contenuti delle sue foto risultavano quasi incomprensibili e il giovane fu arrestato diverse volte, mentre i suoi scatti sono stati sottoposti ad una dura censura da parte delle autorità. Il giovane però era divenuto un fenomeno di costume ed era molto apprezzato dalla critica, specialmente all’estero: Ren Hang è stato spesso paragonato al fotografo americano Ryan McGinly, autore del volume The Kids Are Alright, che immortalò in alcuni ritratti i suoi amici durante le feste, nei locali e al Gay Pride. Anche il fotografo cinese amava immortalare i suoi amici, in inedite nature morte che trovavano nel corpo umano forme plastiche nuove e ricche di suggestioni oniriche.

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Ren Hang si è suicidato a soli 29 anni lo scorso 24 febbraio



Ren Hang, classe 1987, era nato a Jilin, nel nord-est della Cina: il giovane iniziò ad appassionarsi alla fotografia nel 2008, durante gli studi di marketing. Il suo primo soggetto fu il corpo nudo del suo compagno di stanza. Da tempo affetto da una grave forma di depressione, Hang affermava di scattare la realtà che lo circondava senza alcun progetto, senza alcun filtro, così come la viveva. Amante della poesia ed autore di alcuni versi in cui racconta la sua battaglia contro quel male oscuro che lo ha strappato alla vita così precocemente, il giovane ha pubblicato sette libri fotografici, tra cui Ren Hang, Nude, Republic e Son And Bitch.

Nel 2016 il fotografo era stato selezionato per il Outset/Unseen Exhibition Fund, collaborazione annuale con le istituzioni pubbliche olandesi allo scopo di promuovere gli artisti emergenti. Ironia della sorte vuole che le sue fotografie siano ancora esposte, fino al 12 marzo, al Foam, celebre museo della fotografia di Amsterdam. Ma Ren Hang si è tolto la vita lo scorso 24 febbraio: a darne notizia il suo staff e i suoi fan, che hanno invaso i social network di ricordi commossi. Tra coloro che lo avevano sempre sostenuto anche in Cina, l’artista Wei Wei, che nel 2013 lo aveva invitato al Groninger Museum per la mostra “Fuck Off 2 The Sequel”.

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La sensualità in chiave high-tech di Julien Macdonald

Una sirena stretta in lunghi abiti interamente ricoperti da una pioggia di paillettes e cristalli, questa la donna immaginata da Julien Macdonald per la collezione AI2017-18. Lo stilista, da sempre protagonista della fashion week londinese, ha dichiarato di essersi ispirato alla “società moderna, in cui la tecnologia governa il mondo”. Una collezione che celebra la più sfrontata femminilità, esaltata da sapienti cut out che lasciano scoperte porzioni di pelle, in un quantomai sensuale gioco seduttivo. Maestro nell’esaltare la femminilità e la silhouette femminile, Macdonald rivisita il suo marchio di fabbrica, i lunghi abiti tempestati da paillettes e caratterizzati da spacchi hot, conferendo all’intera collezione un’inedita vena futurista. Glamour e sensuale, la sirena metropolitana tratteggiata dallo stilista percorre il catwalk con falcate intrise di self-confidence: un monito, questo, ad essere sempre se stessi, anche in una società come quella odierna, in cui l’individuo è spesso fagocitato dalla tecnologia. L’idea trova espressione nelle intricate decorazioni che impreziosiscono alcuni dei capi, quasi ad evocare i meccanismi interni di un robot: una rete argentata lega tra loro gli angoli di un abito aperto sul petto da cut out, mentre paillettes lavorate decorano un altro abito a collo alto. L’ispirazione high-tech predomina, ma non manca la femminilità, tra mini dress in pizzo decorati con foglie nere. Anche per l’uomo il knitwear si arricchisce di note glitter e le maglie sono decorate con cut out. Largo anche a bodycon dress e a tute che valorizzano le curve, accanto a note tailoring e capi dalle suggestioni couture. La palette cromatica indugia nei toni del nero, del rosso, dell’argento e dell’oro.

Il folk rivisitato di Peter Pilotto

Un viaggio alla scoperta di terre lontane ed inesplorate e culture millenarie: questo il leitmotiv della collezione AI2017-18 di Peter Pilotto, che ha sfilato nell’ambito della settimana della moda londinese. La location scelta per il défilé è il Waldorf Hilton di Aldwych, spazio in cui spiccano palme e tappeti peruviani, tra atmosfere esotiche e note folk. Una collezione in cui dominano i capispalla, come parka in seta di ispirazione mongola e stampe peruviane che impreziosiscono giacche ed abiti asimmetrici. I disegni di Nazca vengono impressi su capi come ricami preziosi: ocra, rosso e marrone sono i colori chiave della palette cromatica utilizzata, tra lane preziose e tweed all over. Peter Pilotto e Christopher de Vos uniscono elementi folk a riferimenti che strizzano l’occhio alla contemporaneità. Largo a stampe patchwork, che rimandano alle antiche tecniche peruviane, esplorate con occhio critico dai due stilisti: ricami preziosi decorano anche i singoli dettagli, come le tasche rivestite in seta di parka oversize in tweed o pannelli che fanno capolino da gonne in lana. Tra gli elementi tipicamente invernali spiccano anche dettagli timeless, come gli abitini dal taglio sbieco. I simboli delle culture Incas e Azteca rivivono su maglioni ed abiti, mentre gli orecchini dalla forma astratta sono disegnati da Jochen Holz.

Sfilano a Londra le suffragette di Preen by Thornton Bregazzi

Poetica e delicata la collezione autunno/inverno 2017-2018 di Preen by Thornton Bregazzi, che ha sfilato nell’ambito della settimana della moda londinese. Justin Thornton e Thea Bregazzi si ispirano alle suffragette e al neoromanticismo degli anni Ottanta. Romantica e ribelle, la donna che calca la passerella sembra liberamente ispirata alle fotografie di Christina Broom e all’opera di artisti come Tracey Emin e Sarah Lucas: “Pensavamo alle donne e a quanto possono essere forti le donne, specialmente nel momento politico attuale”, ha commentato Thea Bregazzi. Femminilità e sensualità nelle silhouette, tra elementi di lingerie, come i corsetti, ed inedite sovrapposizioni. Uno stile duplice, che rispecchia l’anima bifronte della musa di riferimento del duo creativo: così come la donna tradizionalmente è scissa tra il bisogno di protezione e la necessità di mostrarsi forte ed indipendente, similmente essa appare quasi costretta talvolta a reprimere quella femminilità che può facilmente trasformarsi in un’arma a doppio taglio. Ecco quindi che i maglioni sono ora incorporati nei corsetti, che acquisiscono nuova praticità e possono essere multifunzionali, pronti, all’occorrenza, sia ad esaltare le curve, ma anche a nascondere ogni traccia di femminilità, fungendo quasi alla stregua di una fascia che cela la silhouette. Il duo creativo rivisita il classico abito eduardiano, divenuto uniforme del movimento delle suffragette: largo ad abiti in seta, declinati in violetto, impreziositi da bottoni e rouche, colletti preziosi che arricchiscono anche la classica camicia bianca, qui rivisitata con maniche straordinariamente lunghe ed abbinata a pantaloni a vita alta. Tripudio di riferimenti Eighties, per un neo romanticismo che strizza l’occhio al decennio più irriverente della storia. I capelli sono in disordine, il rossetto sbavato, ma l’eroina femminista che calca la passerella non sembra curarsene più di tanto. Tripudio di tapestry floreale declinato in una veste audace, che privilegia colori vivaci come il rosso, il nero, il giallo. I cappotti sono cocoon, mentre sui fiocchi indossati alla stregua di orecchini fanno capolino parole come Madre, Sorella e Figlia.

La cowgirl di House of Holland

Un rodeo in chiave chic costituisce l’ispirazione su cui si fonda la sfilata di House of Holland. La collezione AI2017-2018 mixa note pop al country-chic, per una donna che sembra uscita da un saloon, perfetta interprete di un film di Tarantino o di un rodeo ambientato nel Texas. Henry Holland si ispira ad una ragazza che, sotto ai quadretti vichy di smilzi top effetto grembiule e shorts dal piglio hip hop, nasconde un’anima tosta ed una sensualità irriverente. Tripudio di note lolitiane nei colori pastello delle felpe o nei kimono lilla. Ironica e sexy, la ragazza che calca la passerella è una cowgirl, che indossa con adorabile nonchalance il cappello texano insieme al completino sexy degno della pupa del saloon. L’invito al défilé ricorda un Arbre Magique. Largo a camicie e pantaloni a zampa d’elegante, omaggio ai Seventies. Una dichiarazione d’amore all’America, la sfilata include anche una capsule collection in tema cartoon dedicata a Woody Woodpecker. “E’ molto difficile non guardare all’America in questo momento, per cui la collezione è una sorta di mia lettera d’amore all’America. Quel che volevo era celebrare la cultura del Paese”, così ha commentato Holland. Costellata da decorazioni cartoon, come le stelline che impreziosiscono i jeans e gli onnipresenti motivi cartoon, la collezione alterna pizzo, frange e stampe vintage, come i quadretti vichy, di ispirazione Fifties. Tripudio di femminilità e sex appeal negli shorts, delicatezza ed ironia nei maglioncini pastello in rosa baby, accanto al lato grunge, ispirato ai Nineties.

La it girl di Topshop Unique

Patchwork cromatici, mirabolanti giochi stilistici ed un omaggio allo stile British per eccellenza: sono questi gli ingredienti della sfilata Topshop Unique, che ha avuto luogo nell’ambito della fashion week londinese. Il colosso della moda britannica sceglie di ispirarsi al glamour delle it girl londinesi, dagli anni Sessanta ad oggi: Kate Phelan, direttrice creatica del design team, propone una collezione ricca di spunti, eclettica e versatile, che sembra ispirarsi ad un festival. Energia vitaminica e colori accesi si alternano sulla passerella, in una collezione che abbraccia la filosofia del see now, buy now. Le silshouette sono morbide e decostruite, le sovrapposizioni ardite ed affascinanti: non mancano elementi grunge, in pieno stile British, tra note Nineties e femminilità che si alterna a note sporty. Largo a capispalla oversize, come l’anorak in maglia o gli impermeabili con cappucci da indossare sopra bluse floreali e carpo pants. Ironica e spumeggiante, la donna Topshop Unique sembra pronta per il Coachella, o il Glastonbury Festival. Tripudio di paillettes, righe e check tra top e colori pastello declinati su minidress da dive. Pellicce oversize in colori audaci si alternano a note streetwear. Felpe sportive si alternano a smilzi abitini bodycon con cut out, in pieno stile grunge anni Novanta, mentre il glam rock trova incarnazione nelle minigonne e nei top laminati. Non mancano riferimenti Seventies nei lunghi abiti stampati, da indossare con dolcevita e costumi a righe. Un melting pot ispirazionale dà vita ad una collezione caleidoscopica che unisce ispirazioni multiformi.

Sfila a Londra la languida sensualità di Roland Mouret

Sensualità e sofisticata eleganza dal sapore timeless in passerella da Roland Mouret: nel ventesimo anniversario dalla fondazione del brand, lo stilista torna sulle passerelle londinesi, abbandonando temporaneamente Parigi. Per la collezione AI2017 tripudio di sensualità, tra silhouette languide e dettagli di ispirazione Nineties. La location scelta da Mouret per la sua sfilata-evento è il National Theatre di Londra: qui lo stilista presenta una collezione che rielabora i pezzi forti della sua estetica. Non un’autocelebrazione, ma un excursus doveroso che rivolge lo sguardo indietro agli albori del brand. Da sempre sinonimo di una femminilità quasi sfrontata ma sempre bon ton, Mouret intende lanciare un messaggio ben preciso, che getta le basi di un’estetica nuova: sensuale e sofisticata, la donna che calca la passerella non lesina in scollature e giochi, tra tessuti preziosi e silhouette di un’eleganza a tratti rètro. Sulle note di The Look of Love di Dusty Springfield sfila uno stile che intende esaltare le curve, tra cuciture strategiche e note vintage. Languide e rilassate le silhouette e i volumi, per abiti che spesso scoprono le spalle e rilevano porzioni di pelle nuda che danno vita a mirabili epifanie. Tripudio di velluti barocchi, tra cappe e seta pregiata. Mai volgare pur puntando al sex appeal, lo stilista resta tuttavia ancorato ad un concetto di moda che oggi non trova quasi più riscontro in una realtà in cui domina la filosofia del see-now-buy-now. “Le sfilate devono essere più lunghe, devono condurre il consumatore in un viaggio”, così lo stilista ha commentato la sua scelta. Sulla passerella si susseguono capi scultorei e top che ricordano i pepli, tra spalle in evidenza e capispalla cocoon. La palette cromatica abbraccia il grigio piombo, il giallo, il viola e tocchi di azzurro. Tra le modelle spicca la splendida Blanca Padilla, sublime incarnazione dello stile Roland Mouret.

London Fashion Week 2017, la sfilata di Burberry see-now-buy-now

In quest’ultima edizione della London Fashion Week, Burberry ha rivoluzionato il modo di intendere la moda. Il brand più British che ci sia ha aderito, già dallo scorso settembre, alla filosofia del see-now-buy-now: mentre sfilava a Londra, la collezione primavera estate 2017 era già nei negozi Burberry pronta per essere acquistata, spezzando quindi i ritmi tradizionali del fashion system che prevedono di presentare una collezione sei mesi prima che venga messa in vendita. Il direttore creativo Christopher Bailey ha scelto anche di far sfilare in passerella moda uomo e moda donna insieme, altra distinzione che sta pian piano sparendo dalle sfilate di tutto il mondo. Per la collezione Burberry primavera estate 2017, Bailey si è ispirato alle opere dello scultore britannico Henry Moore, che erano esposte lungo la passerella durante lo show. Moore, casualmente, è nato a Castleford nello Yorkshire, stesso luogo in cui Burberry iniziò a disegnare i suoi modelli nel 1880.


La collezione Burberry per questa primavera estate è fatta di linee asimmetriche e volumi scultorei, così come le sculture fluide di Moore che sono poi rimaste in esposizione per una settimana alla Burberry Makers House. Sia per gli uomini che per le donne i materiali sono preziosi e dalle diverse consistenze materiche: shearling e pizzo macramé, cotone e seta, fettuccia e tessuti felpati. Il pizzo riveste con grazia linee maschili per lui e per lei, lunghe camicie da indossare come minidress e impalpabili gonne a matita. Le silhouette asimmetriche fanno delle spalle il loro punto focale, esaltandole con un maestoso gioco di sovrapposizioni. I colori principali della collezione sono bianco, nero, blu e azzurro a sottolineare il carattere contemporaneo e unisex di molti look. Christopher Bailey chiude la sua sfilata alla London Fashion Week con un coup de théâtre: 78 cappe da uomo e da donna sfilano sul gran finale. “Ogni pezzo è unico, e porta con sé materiali inaspettati e tecniche di realizzazione davvero complesse” spiega lo stilista dietro le quinte. In pieno stile Burberry.


L’estetica unisex di Margaret Howell

Ha sfilato a Londra la collezione di menswear e womenswear firmata Margaret Howell: un défilé unico riunisce entrambe le collezioni per la prossima stagione invernale. Una prima volta assoluta per la stilista, che ha dichiarato di adorare da sempre il look androgino per la donna. La musa a cui si ispira è una donna forte, indipendente e naturale, che ama vestire in maniera comoda ma senza rinunciare allo stile. Il brand, fondato nel 1970, predilige da sempre una sartorialità essenziale e linee pulite: la sfilata, che ha avuto luogo alla Rambert Dance Hall di Waterloo, riporta in auge i pezzi classici dell’estetica di Howell, ma vede la stilista cimentarsi anche in un’inedita sperimentazione. La sobrietà trionfa sia per lui che per lei, tra sovrapposizioni ed armonia, per uno stile che rielabora i codici dell’abbigliamento della working class inglese. Protagonisti assoluti della collezione i capispalla, in particolare i cappotti dalla linea classica, accanto ai pantaloni sartoriali. Ricercata e sofisticata la scelta delle texture e dei colori, in una palette cromatica che predilige i toni del blu e del marrone. Un’estetica unisex, che mixa i guardaroba di lui e di lei in bilico tra suggestioni luxury e tripudio di una classicità destinata a non passare mai di moda: l’androginia, da sempre prediletta dalla stilista, trova incarnazione nei modelli timeless che si alternano sul défilé, accanto a pezzi dal sapore sporty-chic. Non mancano idee originali, destinate ad imporsi come fashion trend della prossima stagione AI, come le bretelle e i grembiuli, di ispirazione workwear. Ora anche lei indossa i pantaloni maschili, declinati in verde oliva, magari indossati anche con una sciarpa oversize e un berretto in lana rosa pallido: le sovrapposizioni e i contrasti riescono sempre gentili, mai forzati, in un gioco cromatico ton sur ton che cattura l’occhio e la fantasia. La camicia sartoriale fuoriesce dai pantaloni, le proporzioni sono relaxed e il mood prevalente punta al comfort.

Il folclore nordico sfila sulla passerella di Anya Hindmarch

Atmosfere nordiche in passerella da Anya Hindmarch: la stilista britannica si ispira ad una fiaba scandinava, per una collezione in cui domina il folclore nordico scandito da note medievali. L’inverno, con i suoi colori e lo spettacolo dell’aurora boreale, diviene protagonista assoluto di una sfilata ricca di suggestioni: metà elfo e metà folletto, la donna che calca la passerella sfoggia maglioni pesanti decorati con motivi presi in prestito dalla tradizione scandinava, con i suoi miti e le sue leggende.

Onirica ed affascinante, la musa di Hindmarch sfoggia capi in tinte pastello, come i rosa e gli azzurri più freddi, il giallo limone, l’arancio, tra motivi alpini ed occhiali da sole perfetti per le piste da sci, firmati da Cutler and Gross. Si intitola Vetr la collezione, termine preso in prestito dal vocabolario islandese per indicare le montagne.

«L’autunno-inverno 2017/18 esplora i contrasti tra una romantica visione dell’inverno, il desiderio di viaggiare e i motivi decorativi dell’old norse folklore», ha commentato la stilista. «Questo avviene grazie alla moderna interpretazione delle tecniche tradizionali applicate alla pelle, inclusi i kurbits e una complessa lavorazione a intreccio».



Delicata e al contempo irriverente ed ironica, la donna immaginata da Anya Hindmarch sfoggia cappotti in lana decorati con orsacchiotti dalle note infantili, insieme a decori folk rubati al folclore svedese. Ai piedi campeggiano gli zoccoli olandesi profilati però da sheraling, mentre suggestioni lady like dominano nella Modular bag. Glamour ed ironia dominano in una sfilata che ricorda una fiaba. Largo a pellicce cocoon impreziosite da farfalle, o ancora stole in pelliccia declinate in colori come l’acquamarina, il giallo e il verde smeraldo. I cappotti sono costellati da toppe in un patchwork inedito che si traduce in cut out in pelle e decorazioni gioiello.

Wunderkind autunno/inverno 2017/18

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I giochi delle sovrapposizioni non sono finiti e Wunderkind per la stagione autunno/inverno 2017/18 fa il bis. Quindi vestitevi partendo dalla fine, prima il maglione e sopra l’abito/sottoveste, possibilmente lungo che dia l’idea di intimità, dell’avvicinarsi alla buona notte.

Dopodichè se volete confondere le acque e vi divertite ad essere ambigui, mixate capi maschili come le giacche strutturate, a quelli femminili, come i long dress in seta e dalle stampe floreali e romantiche, che molto andranno di moda nella prossima stagione.

Il velluto torna nei completi e abbinato al rosso metalizzato che lo illumina; Wunderkind osa anche nei mix & match di stampa fantasia a quella japan, righe e tartan, quadri e finestrati.

La donna Wunderkind mostra potere e carattere scegliendo il militare, il camouflage, cappucci in testa e mani in tasca, foulard al collo da cowboy e cavallo basso. E come accessorio? Una morningstar bag, quindi attenzione a non innervosirla!

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Guarda qui l’intera collezione autunno/inverno 2017/18:

A Londra sfila il sexy street style di Versus Versace

Tanto nero, tanta pelle, tanto denim e accenti di colori shocking: ecco gli ingredienti della sfilata autunno inverno 2017-18 Versus Versace, che ha portato il suo street style sexy sulla passerella della fashion week di Londra. Versus Versace si rivolge a una clientela giovane e audace proponendo uno stile graffiante e sensuale. «La moda ha lo straordinario potere di portare messaggi di speranza e unità, soprattutto per le nuove generazioni – ha dichiarato Donatella Versace dietro le quinte dello show – Versus è un messaggio di passione e di ottimismo, una forte dichiarazione di uguaglianza».


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Uno stile forte sul quale, Donatella Versace ci tiene a precisare, hanno influito particolarmente le scelte di Allegra, il cui futuro nel fashion system è al momento incerto. La collezione che Versus Versace ha mostrato alla London Fashion Week è fatta di tagli netti e silhouette precise. Micropull furry si abbinano a striminzite minigonne di pelle, gli abiti sono cortissimi ma hanno un castigato collo alto, i pantaloni skinny si indossano con giacche e pullover cropped. Su tutto domina il nero, colore principe dello stile Versus, abbinato a un cupo burgundy e ad accenti di azzurro e rosa shocking. I tessuti prediletti sono la pelle e il neoprene, che si alternano in un gioco di texture con lo shearling e la lana insieme a total look in denim e tocchi luminosi di lurex e maglia metallica. Si tratta di una moda donna sfrontata, che punta a regalare una sfacciata sensualità allo street style delle più giovani. Ad aprire la sfilata è Gigi Hadid, in un miniabito dalle spalline anni ’80, mentre a chiuderla è la sorella Bella in maglioncino di shearling e gonna a sirena con spacco. Le sorelle Hadid hanno conquistato anche la passerella di Versus Versace alla fashion week di Londra, incarnando perfettamente lo stile giovane e sexy della griffe.


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Il fascino sulfureo della donna di Gareth Pugh incanta Londra

Si ispira al film cult “Il portiere” di notte Gareth Pugh per la sua collezione RTW Fall 2017: come sempre enigmatico protagonista della fashion week londinese, Pugh non smette di affascinare con una sfilata liberamente ispirata dalla celebre pellicola del 1974 diretta da Liliana Cavani. In passerella sfila una donna androgina strizzata in trench di pelle nera effetto boudoir, tra tocchi fetish e note sadomasochistiche: si alternano mannequin che sfoggiano petto nudo con bretelle, proprio come Charlotte Rampling, splendida protagonista del film della Cavani. Eroine androgine ed algide che inneggiano all’anarchia come rifugio dal vuoto di valori contemporaneo, sfidando anche il bigottismo imperante e l’ipocrisia di un momento storico in cui regna il caos. Fascino noir e voluttà all over divengono il fil rouge di un défilé emozionante, protagonista del quale è una donna dal fascino sulfureo: la stessa location scelta per la sfilata ricorda una discesa agli inferi, con la scala a chiocciola di oltre cento gradini che porta gli ospiti in un’arena sotterranea in cemento armato. Un luogo dalle forti connotazioni simboliche e dal fascino onirico, che trae spunto anche dal celebre musical di Broadway Cabaret: Pugh cita una frase in particolare, «Qui dentro la vita è bellissima», in una collezione inquietante, in cui all’individuo vengono date solo due chance, volare oppure cadere. In un mondo costellato da suggestioni post-apocalittiche si erge la venere in latex di Pugh, incarnazione del male ma anche della sensualità più promiscua. Scandalosa ed irriverente, la donna immaginata dallo stilista incarna un manifesto estetico che si pone come antitesi all’anarchia generale. In un tripudio di PVC, pelle e total black, si alternano capi scultura dal sapore onirico, mentre tra le modelle spicca la 39enne Erin O’Connor, fisico esile e volto divino. Fluidità e sartorialità si alternano tra fur coat oversize e trionfo di pelle e latex, declinati anche su cappotti doppiopetto e trench che arrivano fino ai piedi. Come una dea, moderna Proserpina, la donna di Pugh tenta e respinge, in quell’Unheimlich di freudiana memoria che non smette di destare scalpore. Intensa, drammatica e glamour, la vestale in lurex non teme il glamour, tra exploit di una femminilità carnale che irrompono dal mood androgino. Una prova magistrale per lo stilista inglese.

L’eclettismo sperimentale di Ports 1961

Ports 1961 lascia Milano e sbarca a Londra per presentare la collezione autunno/inverno 2017-2018: Nataša Cagali, direttrice creatica della linea donna del brand, torna nella Capitale britannica, dove vive e lavora, e dove si è anche diplomata presso la prestigiosa Central Saint Martin. La designer presenta una collezione altamente sperimentale tanto nella scelta dei materiali quanto nella scelta dei colori, ispirata ad un’anima globetrotter: il marchio cino-canadese sembra esplorare la dimensione domestica di un viaggiatore contemporaneo, in bilico tra note otpical e tailoring. Sfilano note knitwear e tricot accanto a cromatismi e grafismi audaci che rimandano alle decorazioni di certo interior design: tra suggestioni pop sfilano macro-paillettes e pulizia, in bilico tra inedite ispirazioni che guardano al decor e capi impreziositi da pannelli ed oblò. Ricordano certi tappeti marocchini alcuni dei capi che si alternano sulla passerella, tra abiti stretch, top come veli e pantaloni. Strizzano l’occhio agli Swinging Sixties gli specchietti psichedelici che impreziosiscono alcuni capi, tra cut out strategici posizionati su camicie e volumi affascinanti e fluidi. Eclettica ed accattivante, la donna Ports 1961 non lesina in volumi scultorei e sovrapposizioni ardite: le maniche tagliate si assemblano talvolta a guanti in maglia, mentre le t-shirt raffigurano calici. Innovativa e sperimentale, la collezione sembra voler mixare citazioni neoclassiche al più ardito futurismo, in un melting pot irriverente. Suggestioni orientali nei kimono rossi e nelle linee pulite con cintura in vita, mentre spuntano qua e là anche maxi pellicce da indossare su maglie a righe black and white, di netta ispirazione anni Sessanta. Le silhouette sono decostruite e il mood predominante prevede un audace mix di sovrapposizioni.

L’estetica ageless di Simone Rocha

Preziosa ed onirica la sfilata di Simone Rocha, che ha incantato il pubblico della settimana della moda londinese con una collezione che sdogana la bellezza over 70: in una marcia all’insegna dello stile evergreen si alternano sulla passerella Marie-Sophie Wilson, Jan de Villeneuve ed una splendida Benedetta Barzini, muse di Simone Rocha e testimonial della collezione autunno/inverno 2017-2018.
In un tripudio di dettagli military-chic sfila il nuovo manifesto estetico firmato Simone Rocha, che a starlette ed influencer contemporanee ha preferito l’allure di dive intramontabili, come le mannequin di vecchia generazione: ecco quindi alternarsi sulla passerella i volti naturali di autentiche leggende della moda, come la divina Barzini, volto prediletto da Gian Paolo Barbieri, o ancora Jan de Villeneuve, ancora splendida alla veneranda età di 72 anni, e Marie-Sophie Wilson, classe 1947. Nella sontuosa cornice della Lancaster House sfila una parata militare di capispalla preziosi ed abiti in tulle impreziositi dalle celebri decorazioni di fiori rossi. Regale ed opulenta la location che fa da sfondo ad un défilé ricco di charme: tra l’oro dei lampadari chandelier sfila un’armata di guerriere moderne, che danno vita ad un excursus che farà impazzire i fanatici di storia del costume: i volti più famosi dagli anni Sessanta ad oggi si danno il cambio accanto alle colleghe di nuova generazione, ad incarnare una bellezza che travalichi ogni standard preconfezionato. Una moda inclusiva, quella profilata dalla stilista, che possa adattarsi a donne di ogni generazione. Non mancano suggestioni vittoriane nelle gonne a corolla e nei tessuti preziosi, come i velluti doppiati. La guerriera di Simone Rocha riporta in auge il tessuto, unito ad iconiche cinture, che fanno capolino tra sontuosi abiti in taffettà nero impreziositi da decorazioni floreali, tra ruches e camicie candide. Volumi scultorei e note gotiche si alternano in una sfilata epica, che indugia in capispalla oversize, cappotti militari e tonalità scure, con nero all over accanto a dettagli rossi e gialli.

Benedetta Barzini in passerella per Simone Rocha

Benedetta Barzini in passerella per Simone Rocha



Sfila a Londra la speculazione filosofica di Chalayan

Ritorno a Londra per Hussein Chalayan, che sceglie la London Fashion Week per presentare la collezione autunno/inverno 2017-2018: lo stilista sceglie il consueto mood concettuale per una sfilata impegnata politicamente. La location scelta per il défilé è un cinema, con tanto di stampa e fotografi in platea: lo stilista dà vita ad una performance concettuale che pine l’accento sulla società contemporanea e sulle infinite contraddizioni che la caratterizzano. Tra le ispirazioni predominanti la cultura greca del periodo balcanico, in un tripudio di silhouette fluide e dettagli tailoring. Individualista ed isolato rispetto ad un mondo sempre più alienato anche a causa dell’avvento della tecnologia, che anziché unire sembra aver allontanato sempre più il singolo dalla collettività, la donna Chalayan sfila sfoggiando ampi maglioni in lana merino e dettagli in mohair decorati con un simbolismo arcaico che inneggia alla contemporaneità. Il minimalismo d’ordinanza, da sempre cifra stilistica del brand, si arricchisce qui di spunti inediti che trovano riscontro in una attenzione certosina per il dettaglio: la palette cromatica indugia nei toni scuri, tra black all over, terra e blu. Dopo sedici anni di sfilate parigine, Chalayan torna a Londra con una sfilata che esplora i nuovi individui isolati nella contemporaneità. Pannelli in cartone fanno capolino da ampi maglioni e da knitwear pregiato ma anche da abiti lunghi, in un inatteso turbillon di foglie e decorazioni preziose. Non mancano dettagli folk che si ispirano alla cultura greca ma anche all’arte classica ed in particolar modo alle sculture dell’Antica Grecia. Tornano come di consuete le silhouette scultoree da sempre prerogativa dell’estetica dello stilista, che assumono questa volta un’aura austera, grazie anche agli elementi sartoriali che uniscono lunghi abiti a giacche ricamate come corsetti o pantaloni da indossare con la più classica delle camicie bianche. Chalayan si cimenta nella veste di filosofo, tracciando un excursus che pone al centro della sua riflessione ontologica l’individuo, sempre più solo nella società attuale. Una riuscita prova per lo stilista, che sforna una collezione altamente portabile costellata da affascinanti riferimenti storici.



(Foto: Dezeen)

L’epopea in stile cartoon firmata Mary Katrantzou

Chi non ricorda Fantasia, il celebre film di animazione della Disney del 1940? Mary Katrantizou si ispira proprio alla celebre pellicola animata per la sua collezione autunno/inverno 2017-2018, che ha sfilato nell’ambito della fashion week londinese. In un tripudio di colori accesi e paillettes, la designer greca tratteggia il suo regno onirico, popolato da personaggi immaginari e costellato da ispirazioni multiformi. In un turbillon di stampe declinate in chiave multicolor sfila nella cornice della Tate Modern una collezione ricca di charme, con un’orchestra liva che suona Time, la ballata di Hans Zimmer, utilizzata come colonna sonora del film Inception di Christopher Nolan. “Piango sempre quando la sento”, ha dichiarato la stilista, che con la collezione sembra voler lanciare un monito a sognare, prendendo come spunto il magico mondo della Disney. Fantasia intesa come libertà, capacità di improvvisazione ed energia creativa, per una eroina dall’anima bifronte: i toni zuccherosi da cartoon vengono infatti sapientemente smussati da linee sartoriali e suggestioni noir che ricordano le eroine dei film di Hitchcock, in un tripudio di note Forties. Largo a stampe ricche e sorprendenti, decorazioni preziose e tessuti pregiati, tra tuniche da indossare con pantaloni, pigiami palazzo in stampe jacquard e cappotti decorati con cigni metallizzati. Non mancano decorazioni floreali, tulle, tocchi di pelliccia e sapiente artigianalità declinata in chiave couture più che ready-to-wear. Diverse le linee e le proporzioni, che spaziano da maxi dress da grab soirée ad abitini in velluto, in un melting pot ispirazionale che attinge alle fiabe, al mood esotico ed ai paesaggi medio-orientali. Numerose le decorazioni, tra cristalli e broccati floreali ad impreziosire capispalla, come giacche in satin di seta ed effetti 3D realizzati con un uso magistrale delle paillettes. I lunghi abiti da sera sono impreziositi da decorazioni che raffigurano creature mitologiche ed alberi, ma anche cieli stellati e cristalli. In un front row esclusivo in cui spiccano nomi del calibro di Caroline Vreeland, la designer greca riesce ad incantare con una sorta di poema epico declinato in chiave cartoon: in passerella sfila una sorta di ninfa epica, che non lesina in capi principeschi e suggestioni gotiche.

La favola di Molly Goddard incanta Londra

Nuvole di tulle, strati di balze ed audaci t-shirt a righe: è uno stile all’insegna dei contrasti quello sdoganato da Molly Goddard, affermata stilista della nuova generazione, che ha incantato all’ultima settimana della moda londinese. La nuova collezione della designer sfila tra tavole imbandite, candelabri e bicchieri di vino, in una convivialità accogliente, che diviene filrouge dell’intera sfilata: quasi come un party tra adolescenti, la donna immaginata da Molly Goddard strizza l’occhio agli anni più spensierati, da vivere tra Coca-Cola, frutta fresca e note kitsch.

In passerella tripudio di tulle, tra rouches infantili e nostalgici revival di una puerilità che non è mai fine a se stessa. La stilista rielabora i codici estetici del suo stile, in bilico tra suggestioni Eighties e romantica femminilità. Le modelle indossano calzemaglia laminate e ballerine.

Largo anche a fiocchi di velluto, maniche a sbuffo e linee a trapezio, che culminano in gonne a ruota impreziosite da balze in soffice tulle: come una ballerina, la donna Molly Goddard indugia su un filone neoromantico tanto caro agli anni Ottanta. Non mancano i contrasti, anche arditi, che la vedono indossare le maxi gonne a balze con la più iconica t-shirt a righe declinata in nuance vitaminiche. Dimenticatevi dolcezza ed ingenuità, la ragazza sa il fatto suo e sfodera all’occorrenza grinta da vendere.



Per realizzare alcune delle creazioni che si alternano sulla passerella, sono stati necessari metri e metri di tulle finemente lavorato ed impreziosito da decorazioni: fantasia, sogno e delicatezza negli abiti da ballo e nelle proporzioni che ricordano i baby-doll, in una palette cromatica che indugia sui toni del rosa baby, del verde acqua e del corallo.

Nella tavola di ispirazione georgiana tante sono le generazioni a confronto: “Volevo guardare a tutte le generazioni, a come indossano gli abiti e a come si evolvono- anziane signore, bambine, donne di mezza età”, ha dichiarato la stilista, voce autorevole dei designer di nuova generazione. Non mancano leggings in Lycra, top a trapezio, decorazioni floreali, in uno stile divenuto iconico, che rende Molly Goddard the next big thing della moda britannica.

Look Oscar 2017: gli abiti più belli sul red carpet

La terribile gaffe agli Oscar 2017 sarà ricordata per sempre: Warren Beatty, leggendo la busta sbagliata, premia La La Land come Miglior Film. Tutto il cast sale sul palco dell’Academy, ringrazia, e poi la sorpresa. L’Oscar come Miglior Film va a Moonlight ed è proprio uno dei produttori di La La Land a rivelarlo. “Ha vinto Moonlight – dice, agitato e sconvolto – no non è uno scherzo. Ha proprio vinto Moonlight“. Sicuramente questa scena resterà nella storia degli Academy Awards, ma si sa: la notte degli Oscar è seguita in tutto il mondo anche per gli splendidi abiti da sera e i lussuosi gioielli indossati dalle star sul red carpet.


Quest’anno sembra che la notte degli Oscar sia stata all’insegna del low profile: nei lunghi abiti da sera di attrici e celebrities il colore più presente è il bianco, seguito da oro, nero e appena qualche accenno di colore. Hanno scelto il candore Karlie Kloss e Naomie Harris, entrambe in semplici tubini con lunghi strascichi rispettivamente firmati Stella McCartney e Calvin Klein; Felicity Jones in Dior e Isabelle Huppert in Armani Privé, entrambe chic e brillanti; e poi Darby Stanchfield in Georges Chakra, Pryanka Chopra in Ralph&Russo e Olivia Culpo in un Marchesa tutto frange. Frange anche per Emma Stone, premiata Miglior Attrice Protagonista, che ha sfoggiato un prezioso abito in oro ricamato firmato Givenchy by Riccardo Tisci. Nicole Kidman ha scelto invece i raffinati e luccicanti ricami floreali di Armani. Ancora sparkling, ma meno raffinato, per Jessica Biel (Kaufmanfranco), Dakota Johnson (Gucci) e Charlize Theron (Christian Dior). Il classico abito da sera nero è stato scelto invece da Kirsten Dunst, anche lei in Dior, e Brie Larson in Oscar de la Renta. Ginnifer Goodwin, Viola Davis e Ruth Negga hanno fatto proprio il detto rosso sul tappeto rosso, presentandosi sul red carpet in abiti scarlatti di Zuhair Murad, Armani Privé e Valentino. Nonostante questa notte degli Oscar sia stata molto elegante e understated, qualche colpo di testa sul tappeto rosso non poteva mancare. Come quello di Janelle Monae, che ha attirato l’attenzione su di sé con un vaporoso abito firmato Elie Saab, ricco di applicazioni e abbinato a gioielli altrettanto fastosi. Reginette della semplicità, invece, Michelle Williams in Louis Vuitton (griffe di cui è testimonial da anni) e Halle Barry che, fasciata in un raffinato abito Atelier Versace, ha sfoggiato per la prima volta sul red carpet la sua chioma al naturale. La star più sexy? Taraji P. Henson, splendida in un abito lungo in velluto blu firmato Alberta Ferretti. Raffinatissimo e sensuale grazie alle spalle scoperte e alla generosa scollatura.


L’analisi del sentiment online in politica

I BigData – almeno quelli di cui parliamo in questo articolo – sono “agglomerati di dati” messi insieme per capire, leggere e interpretare la realtà sociale; a differenza dei sondaggi che ci danno uno spaccato delle “risposte” che le persone di un campione danno o vogliono dare ad un soggetto rilevatore, gli “agglomerati” riguardano “il tutto” – e quindi non solo il campione statistico – e non sono “dati ragionati” come le risposte, bensì “dati sui comportamenti reali”.
Così confezionati e rimpacchettati, questi dati valgono molto di più di un indirizzario individuale, perché ci dicono le persone cosa fanno e finanche come la pensano.


È questo che fanno sostanzialmente le social-analisys e le sentiment-analisys. Leggere attraverso algoritmi semantici quello che diciamo e come, estraendone una tendenza di “sentimento” e di “pensiero” sociale e politico.
Fantascienza per alcuni, in realtà spesso poco più di una botnet con un algoritmo che funziona più o meno così: gli si da un vocabolario (con circa 1500 aggettivi e sostantivi che qualificheremo positivi, negativi e neutri), si scelgono delle parole chiave che ci interessa monitorare (nome di un azienda, un partito politico, uno o più politici) e “lo si lancia” nell’analisi di commenti e post e twitt di un certo numero e tipologia di persone (ad esempio tutti gli amici di, e gli amici di questi amici – i profili social di cittadini residenti in una regione… etc).
Il risultato è sorprendente, anche se il grado di sofisticazione della ricerca dovesse essere meno profondo.


Un esempio per tutti lo abbiamo avuto – in via assolutamente sperimentale – con l’analisi del sentiment online in Italia sul referendum del 4 dicembre. La twig ha analizzato semanticamente la discussione online per circa 45 giorni prima del voto.
[ne abbiamo discusso qui]
Una settimana prima il dato dei sondaggi ufficiali – rispetto al dato reale finale – aveva un errore i oltre 15 punti percentuali. In parallelo, l’analisi del social sentiment era praticamente precisa sul risultato con un errore del 2%.


L'analisi del sentiment in politica


L’analisi dei Big Data ci può dire come si comportano le persone, e l’analisi del Sentiment ci può indicare come la pensano e come reagiscono a determinati messaggi.
Tenerne conto, attrezzarsi con strumenti propri di analisi e valutazione di questi dati è importante, sia per la società che per la politica.
Questo tuttavia non può far si che la politica rinunci a fare il suo mestiere, e indurla a leggere la realtà così com’è, dare e dire alle persone quello che vogliono pur di vincere. A qualsiasi costo e prezzo.

In passerella da Marc Jacobs tornano gli Swinging Sixties

Note rétro attraversano la passerella di Marc Jacobs: proporzioni a trapezio ed elmetti irriverenti che ricordano un po’ le creazioni di Andrè Courrèges e Paco Rabanne si alternano sul défilé della collezione autunno/onverno 2017-2018 presentata nell’ambito della fashion week newyorkese. Una sfilata iconica che unisce note sporty al glamour degli Swinging Sixties. Largo a linee a trapezio, per abitini e capispalla: trionfo di principe di Galles e stampe check, tra colli di pelliccia e cappelli ad elmetto. Non manca il denim rivisitato in chiave vintage, impreziosito da decorazioni a contrasto: sopra minidress laminati le modelle sfoggiano montoni e capi che sembrano usciti fuori dall’armadio della mamma, tra citazioni anni Sessanta e virtuosismi stilistici che attingono alla storia del costume. Una collezione ricca di sprint, che non lesina in dettagli hip-hop e tocchi Seventies: tripudio di losanghe e stampe iconiche, mentre ai piedi delle mannequin si alternano stivali flat e zeppe, in un sincretismo che unisce Youth culture e vintage. Nella cornice di Park Avenue Armory sfila una parata di cadetti in chiave luxury, sulle note di alcune hit celebri, tra cui Respect di Aretha Franklin: sull’improvvista passerella si alternano 40 uscite in cui dominano suggestioni streetstyle. Dimenticate coup de theatre ed entrate ad effetto, qui il fil rouge sembra essere la vita quotidiana, reinterpretata però in chiave ultra chic. Non mancano pizzi e merletti, accanto a pellicce e stampe patchwork. I cappelli ad elmo, firmati Stephen Jones, impreziosiscono ogni uscita, insieme alle catene in oro firmate dall’artista Urs Fischer. Le mannequin dalla magrezza sofferta costituiscono l’unica note stonata di un défilé perfetto.

L’eleganza minimale di Narciso Rodriguez

Stile vincente non si cambia: questo il leitmotiv della collezione autunno/inverno 2017-2018 di Narciso Rodríguez, che ha sfilato nell’ambito della New York fashion week. Anche lo stilista riflette sullo scenario politico attuale, posteriore all’elezione di Donald Trump alla Presidenza degli Stati Uniti d’America: il risultato è una sfilata impegnata, che interpreta un mood riflessivo e minimale, in pieno stile con l’estetica del brand. Tripudio di seta e pelle per una palette cromatica che abbraccia i toni della terra. A conferire un’aura di sensualità gli strategici cut out e un oblò nel petto a rivelare inediti tocchi di femminilità in una collezione prettamente sporty-chic. Sotto, il reggiseno nero regala ombre geometriche e virtuosismi cromatici tra effetti nude look ad alto tasso erotico. Non mancano paillettes e mirabolanti giochi cromatici a spezzare un filone che punta all’introspezione: Rogriduez si rivela contemplativo e sobrio, in un momento culturale da lui stesso definito come “una sfida per la vita di ogni creativo d’America”. Il momento politico funge allo stilista anche come riflessione generale sulla situazione attuale in cui versa il fashion system: “C’è così tanta moda. C’è troppa moda e troppo rumore e non penso che oggi sia appropriato”, ha aggiunto Rodríguez. La prossima stagione invernale vista da suoi occhi è intrisa di dettagli che omaggiano una femminilità nuova, più decisa e consapevole rispetto al passato, che non lesina tuttavia in dettagli tailoring, tra capospalla dalle proporzioni oversize e linee pulite. Largo a pregiato twill e crepe di seta, lana grigio mélange. Fluidità nelle silhouette e discreta eleganza, tra inusitati sprint cromatici che vertono sui temi dell’arancio, ma è bandita ogni decorazione: la palette cromatica abbraccia i toni neutrali, con tocchi di giallo ed azzurro.

Ashley Graham: la rivincita delle modelle curvy

Sguardo ammaliante, volto perfetto e curve atomiche, Ashley Graham è la regina delle modelle curvy: protagonista indiscussa dell’ultima fashion week di New York, la top model statunitense è apparsa in forma smagliante alla sfilata di Michael Kors, aprendo la strada alle sue colleghe curvy. Non è la prima volta che la splendida Ashley Graham sdogana le curve: la modella, nata in Nebraska il 30 ottobre 1987, è stata la prima modella plus size a finire sulla cover di Maxim e Sports Illustrated. Inoltre, forte della sua self-confidence, la bellissima Ashley poco tempo fa ha immortalato fieramente la propria cellulite in alcuni scatti pubblicati sul suo profilo Instagram, come monito per tutte le donne ad accettare i propri difetti.

Occhi a mandorla e labbra carnose per un metro e settantasette centimetri di altezza, Ashley Graham è nata a cresciuta a Lincoln, Nebraska, insieme ai genitori e alle due sorelle minori. Grande fotogenia e curve da capogiro, la ragazza viene notata da un agente della I & I Agency nel 2000 mentre fa la spesa all’Oak View Mall di Omaha, Nebraska.

Già l’anno seguente firma un contratto per la Wilhelmina Models; nel 2003 entra nella scuderia delle modelle della celebre Ford Models. Appena agli inizi della carriera, la bella Ashley appare su Vogue e su Glamour. Tanti sono i brand che se la contendono, da Levi’s a Marina Rinaldi. Nel 2013 la modella disegna una linea di lingerie per Addition Elle, mentre nel 2014 ottiene le cover di Harper’s Bazaar ed Elle Québec.

graham kors

Ashley Graham in passerella per Michael Kors



Il 2015 è l’anno della consacrazione: diviene infatti testimonial della campagna #CurvesInBikins promossa dalla celebre testata Sports Illustrated, che si apre grazie a lei alla bellezza curvy. Nel 2016 Ashley ottiene la cover della rivista. Divenuta ambasciatrice di una bellezza che esuli dalle taglie, la top model ha preso parte a numerosi dibattiti nelle scuole riguardanti l’accettazione di sé. Inoltre ha partecipato anche a missioni umanitarie in Sudafrica, con la Fondazione Themba.

La modella nel 2010 è convolata a nozze con Justin Ervin. Ora Ashley Graham mette a segno un altro successo sfilando sulla passerella di Michael Kors: è la prima volta infatti che un brand così famoso sul mercato americano ed internazionale decide di proporre un modello di bellezza curvy. Una rivoluzione che vede la Graham capostipite di una nuova filosofia, che esula finalmente dal concetto di taglia e punta invece alla riscoperta di una bellezza autentica.


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Suggestioni esotiche in passerella da Ralph Lauren

Fresca e leggiadra la collezione Ralph Lauren primavera/estate 2017: la location scelta per la sfilata è una sorta di giardino intriso di suggestioni quasi fiabesche. Qui lo stilista statunitense si erge a cantastorie, dando vita ad un défilé affascinante dai risvolti onirici. In passerella una parata di abiti in raso di seta, tra femminilità all over e citazioni fairytale: la location scelta per il défilé è il flagship di Madison Avenue. I primi due piani dello store sono stati trasformati per l’occasione in un mondo incantato interamente ricoperto di fiori: le pareti sono state interamente inondate da una pioggia di orchidee, circa 100.000 o poco più, secondo le stime, accanto a muschio, agavi e piante di vario tipo. Una natura lussureggiante accoglie le modelle, tra suggestioni esotiche e paesaggi silvestri rubati alla mitologia. Romanticismo e delicatezza dominano in una collezione che abbraccia ancora una volta la filosofia del see-now buy-now: già 48 ore dopo il défilé i capi sono già stati messi in vendita online e in alcuni store selezionati in tutto il mondo. La palette cromatica indugia sui toni sabbia, tra beige, gold all over e bianco. Sensualità nelle spalle nude e comfort nelle giacche e nei pantaloni, che strizzano l’occhio ad uno stile casual intriso di note sporty-chic. Silhouette fluide e tessuti preziosi si alternano tra pelle, suede, sete delicate e dettagli in micro paillettes, tra tessuti laminati che esaltano le linee dei capi e si adattano sia al giorno che alla sera. Come una dea la donna Ralph Lauren sfoggia lunghi abiti da sera in raso di seta dorato, con gonne a forma di petalo e giacche biker: trionfo di porpora e violetto si alterna alla palette di toni caldi che omaggiano le dune del deserto. In passerella sfila una nomade in chiave luxury, tra note animalier e tripudio di eleganza declinata in chiave esotica.

La politica e i big data

In Europa, non tutta per la verità, le campagne elettorali sono almeno dieci anni dietro quelle americane. In questo esistono dei vantaggi: possiamo imparare, valutare, scegliere gli strumenti, ottimizzare i risultati, e perché no, dare il tempo alla nostra società (e alla politica) di comprendere come e quanto il web e i big data possono incidere sul processo democratico.


Il web è uno strumento neutro, questo va sempre precisato, perché è facile demonizzare o attribuire responsabilità a ciò che non sappiamo, a ciò che non conosciamo, a ciò che non è “nelle nostre consuetudini”.
Tuttavia vi sono alcune considerazioni da fare partendo da alcuni punti salienti tipici delle potenzialità offerte dalle tecnologie digitali.
Possiamo prendere in considerazione – ad esempio – cosa avverrebbe, e come verrebbe trasformata, condizionata, manipolata la politica e la società stessa dall’uso incontrollato dei big-data. E anche su questo è bene fare qualche precisazione.


I BigData in sé non sono “il Grande Fratello”, né sono “una lobby occulta”, né tanto meno sono dati “già fatti” nelle mani di pochi potenti.
I BigData – almeno quelli di cui parliamo in questo articolo – sono “agglomerati di dati” messi insieme per capire, leggere e interpretare la realtà sociale; a differenza dei sondaggi che ci danno uno spaccato delle “risposte” che le persone di un campione danno o vogliono dare ad un soggetto rilevatore, gli “agglomerati” riguardano “il tutto” – e quindi non solo il campione statistico – e non sono “dati ragionati” come le risposte, bensì “dati sui comportamenti reali”.


In altre parole non ci dicono “quel campione” che “risponde liberamente” quali giornali, siti web, radio, canali tv sceglie (o meglio “afferma di…” che spesso è “vorrei” o ritengo sia “meglio dire che…” – spesso dando un quadro di sé migliorativo della realtà), ma direttamente “quali consuma” la totalità di un gruppo, preso per area, età, sesso, formazione…
E su questi agglomerati di dati, meta-data e big-data, non c’è privacy che tenga – almeno da un punto di vista legale, perché le web-company si sono messe legalmente al riparo da molto tempo rispetto alla regolamentazione europea – perché non ci sono “nomi, cognomi, indirizzi fisici, mail e telefoni individuali” da tutelare, ma una “anonima analisi di una collettività indeterminata”.


Come possono questi dati condizionare una campagna elettorale?
La dimostrazione concreta l’abbiamo avuta con il caso della campagna Trump.
Una campagna “anomala” per molti versi che si spiega con una strategia differente rispetto all’uso del web cui abbiamo assistito negli ultimi.
Il web che ha aiutato Obama – ad esempio – era un web visibile, fatto di organizzazione dell’attivismo online e di raccolta fondi. Una forza enorme che gli ha consentito di vincere le primarie e le elezioni del 2008 e di essere riconfermato nel 2012.


Ma proprio le elezioni del 2012 avevano visto come protagonista un “secondo web”, fatto di attivismo “pilotato”, di aggregazione tematica, e di analisi del sentiment.
Tre fattori che hanno portato Romney molto vicino a Obama, soprattutto in alcuni Stati.
Mentre nel 2016 Hillary Clinton si è basata – fortemente – su quel primo web, Trump ha affidato la sua campagna ad una strategia letteralmente opposta.


In estrema sintesi ha “ascoltato e analizzato” tutto quello che veniva “raccontato” dalla pancia del paese, ed attorno a questi temi ha costruito i temi del suo programma elettorale,.
Una volta vinte le primarie la campagna Stato-per-Stato ha seguito le stesse regole. Dire ad ogni singola comunità le cose che “voleva sentirsi dire”. Comizi letteralmente strutturati come se fossero “risposte” a persone che avessero posto delle precise domande. E lui, il presidente che le avrebbe concretizzate.
Eppure, quelle domande, quelle persone le avevano in qualche modo poste davvero. Ad esempio sui motori di ricerca. Ad esempio attraverso i commenti sui social. E Trump semplicemente le ha lette.


Per questo ha vinto in ben sei Stati assegnati dai sondaggi alla Clinton, ha perso come numero di voti popolari, ha perso nelle realtà dinamiche e progressiste e multietniche della nazione, ma ha vinto nelle periferie molto popolate usando un elettorato massimalista ed estremizzato che ha fatto da volano attivo al suo messaggio.


I temi aperti sono numerosi, ma mi limiterei a due questioni.
La prima – ascoltare anche attraverso strumenti sofisticati la società è sempre un fattore positivo per la politica e per la società stessa. Ma dire semplicemente alle persone quello che si vogliono sentir dire, pur di vincere, non priva forse la politica del suo ruolo più importante, ovvero incidere essa stessa per migliorare la società, e non esserne solo un megafono?


La seconda – leggere la società attraverso i big-data non finisce con il “modificare” la società stessa a misura di quei dati complessivi, dimenticando tutte le nicchie di trasformazione, di miglioramento, ma anche le minoranze, le tipicità, che non sempre possono essere colte da questo tipo di analisi, massificando percezione e commento, politica, proposta e strategia su un macrodato che in sé, alla fine, paradossalmente rischia di essere falso e manipolato?


Tutto questo non è molto distante da noi, se ricordiamo ad esempio che Beppe Grillo – a proposito del voto sul reato di clandestinità su sui il M5S si spaccò, tuonò dal palco “se avessimo detto queste cose in campagna elettorale avremo preso percentuali da prefisso telefonico”.
Ed ecco la terza questione. Il rischio cioè che per vincere a qualsiasi costo ascoltando i temi della pancia delle persone, queste ultime non scelgano al momento del voto in scienza e coscienza, venendo private della possibilità di conoscere, su temi delicati e impopolari, la posizione reale dei candidati e dei movimenti politici.

Consigli non richiesti per migliorare la propria sicurezza

Prima la notizia degli “hacker russi” che irrompono nella campagna elettorale americana, poi gli attacci made-in-cina, poi la vicenda italiana dei fratelli hacker che intercettano manager, vip e politici, e qualche giorno fa i presunti attacchi sempre dalla Russia a caccia dei segreti della Farnesina.
Tutte notizie che hanno acceso i riflettori sul grande tema della “sicurezza informatica”, almeno per quanto concerne le grandi istituzioni e le reti aziendali, specie quelle che toccano settori strategici e infrastrutturali.
Se questi sistemi tuttavia richiedono molte risorse per essere messi (e comunque sempre mai del tutto) in sicurezza, uno degli aspetti più delicati – ma anche facilmente affrontabile – è quello che riguarda la sicurezza di noi comuni cittadini ormai immersi nella “realtà digitale”.
Un tema – quello della sicurezza personale dei nostri dati – che tocca spesso la cronaca, come per i recenti casi di cronaca in cui sono stati violati account e telefonini di vip il cui materiale personale è stato poi anche usato e messo in rete.


In alcuni casi ancora senza condanne, come per le foto personali di Diletta Leotta.
In altri invece cominciano i primi processi. Il più noto quello in cui il pm di Milano, Grazia Colacicco – come ricostruisce Il Tempo – ha chiesto di condannare a un anno Selvaggia Lucarelli, 1 anno e 2 mesi per Gianluca Neri e 10 mesi per Guia Soncini nell’ambito del processo per le “foto rubate” a una serie di vip che hanno partecipato alla festa di compleanno organizzata da Elisabetta Canalis nel 2010 nella villa sul lago di Como di George Clooney, con cui all’epoca era fidanzata.
In quell’occasione sono state scattate 191 fotografie da Felice Risconi, marito di Federica Fontana, che poi le inviò via email gli invitati a Villa Oleandra. Gli imputati, secondo la Procura, una volta entrati in possesso delle immagini, che avrebbero ottenuto hackerando l’accesso all’account di posta di Risconi, avrebbero tentato di venderle tramite il fotografo Giuseppe Carriere al settimanale “Chi”. L’affare, però, sarebbe andato a monte perché il direttore Alfonso Signorini, dopo aver telefonato alla Canalis, ha scoperto che si trattava di immagini recuperate in maniera illecita.


Vip, politici, manager, imprenditori, ma anche persone comuni. Il tema è semplice: i nostri account sono sicuri? E se non lo sono, come possiamo migliorarne la sicurezza?
Questi sono alcuni piccoli suggerimenti – talvolta anche banali – che possono ridurre (e molto) i rischi che corriamo in rete.


Intanto le password. Ogni anno vengono diffuse le classifiche di quelle che a quanto pare sono le più usate. Queste ad esempio sono le prime dieci “in assoluto”.
1. 123456
2. 123456789
3. QWERTY
4. 12345678
5. 111111
6. 1234567890
7. 1234567
8. password
9. 123123
10. 987654321


Seguite ovviamente da nome, cognome, data di nascita, parole generiche come calcio, o alcune combinazioni con “admin” e “test”.
Ecco, se tra blog, mail, social usate una di queste… cambiatela.


Un problema di pigrizia. 
Si tratta di questo, ed anche di memoria. Spesso per tutti i profili social usiamo le stesse credenziali: facili da ricordare. Il problema che ne deriva è che se qualcuno entra in un singolo profilo, riesce a “prenderli tutti”.
Quindi, anche qui, il suggerimento è variare. Ma non certo aggiungendo un numero o una lettera.


Usa Facebook per accedere…
ma anche twitter, account Google… chi di noi non ha trovato questa opzione in giro per la rete?
Uno dei tanti modi per facilitarci la vita e registrarci con un solo click a innumerevoli siti, lasciare commenti sotto un post in un blog, o aderire ad una nuova app.
Quello che però non consideriamo è cosa succede se qualcuno diverso da noi entra nel nostro account Facebook!
Anche perché – a Facebook, come a molti social network – accediamo dal pc di casa, da quello di lavoro, dallo smartphone e qualche volta “dal computer di un amico”.
E non sempre ci ricordiamo di eliminare “memorizza password” piuttosto che di “scollegarci” quando usciamo dal nostro profilo.
Ecco che questa opzione sarebbe meglio usarla quanto meno il meno possibile.


Google Smart Lock
è questo il nome della funzione di Google per memorizzare le password.
Ci si accede (ad esempio) da chrome://settings/ (impostazioni) nel campo “password e moduli”.
Qui è possibile verificare quante credenziali sono nella memoria di Google e del nostro profilo.
E se qualcuno diverso da noi entrasse – anche una sola volta – nel nostro account Gmail?


Proprio quest’ultimo aspetto è quello meno noto, ma anche la ragione per cui soprattutto negli ultimi tempi sono gli account mail più diffusi (Yahoo e Google) ad essere sotto attacco.
Entrare in questi account non ha quasi mai a che vedere direttamente con il leggere la nostra posta elettronica, quanto con l’avere accesso ad informazioni che non ricordiamo nemmeno essere lì.





Qualche consiglio per chi ha un blog.
Il primo: usare una mail e credenziali specifiche, non comuni con social o altro.
Il secondo: usare dei plugin – anche molto comuni – come Wordfence per chi usa WordPress, ma supportato anche su Joomla, Drupal, Magento
Il terzo: fare un test periodico sul proprio sito per verificare che non contenga “malware a nostra insaputa” (ad esempio esistono tool gratuiti come https://sitecheck.sucuri.net/ e https://quttera.com/website-malware-scanner)


La banalità che aiuta a vivere meglio.
I cari vecchi consigli che non tutti seguono sono la assoluta banalità che però ci risolverebbero il 90% degli inconvenienti quando navighiamo.
Un antivirus sempre attivo, ad esempio, e semmai qualche volta lanciare una “scansione profonda”.
Non aprire file .exe ricevuti via mail.
Non aprire file “compressi” inviati da indirizzi che non conosciamo con certezza (e che comunque un buon antivirus potrebbe aiutarci ad evitare spiacevoli sorprese).
Aggiornare sempre il pc, perché sia le definizioni dei virus sia quelle del malware sono in continua evoluzione.


Ecco, se non siete “soggetti sensibili” nella cui vita è “interesse strategico” scavare a qualsiasi costo, la regola aurea della sicurezza in rete è sempre quella della “cassaforte da mille lire”: se quello che c’è dentro vale meno dello sforzo per entrarci, allora i malintenzionati desisteranno per il famoso “il gioco non vale la candela”.
E tuttavia noi non sappiamo le nostre informazioni quanto valgono per gli altri, e spesso on siamo consapevoli di quali informazioni i nostri pc e smartphone contengono.
Anche in questo caso è tutto molto semplice: non teniamo “online” tutte quelle cose che non vorremmo qualcuno prendesse a nostra insaputa o senza il nostro consenso.

Hubert de Givenchy: il genio della moda compie 90 anni

Il suo nome è sinonimo di un’eleganza insuperabile e di uno stile entrato nella storia: spegne oggi 90 candeline monsieur Hubert de Givenchy, blasonato protagonista della moda del Novecento, celebre ideatore del little black dress e sublime arbier elegantiae. Chi non ricorda i suoi costumi per pellicole celebri, da Sabrina a Colazione da Tiffany? Portatore di una rivoluzione nella moda, Givenchy è stato precursore degli anni Sessanta e sublime interprete di un glamour che ha fatto sognare intere generazioni.

Il conte Hubert James Marcel Taffin de Givenchy è nato a Beauvais il 21 febbraio 1927 dal marchese Lucien Taffin de Givenchy e da Beatrice Badin, detta Sissi. La famiglia vanta una lunga discendenza nobiliare che trova le sue radici in Italia, precisamente a Venezia (il cognome originario era infatti Taffini): correva l’anno 1713 quando alla famiglia venne conferito il titolo di marchesi. Il giovane Hubert ha un fratello maggiore, Jean-Claude, che erediterà il titolo di marchese e successivamente diverrà presidente della linea dei profumi della maison. Dopo la morte del padre, avvenuta nel 1930 per le conseguenze di un’influenza, il piccolo Hubert, che all’epoca ha appena tre anni, viene cresciuto dalla madre e dalla nonna materna, Marguerite Dieterle Badin, vedova di Jules Badin. A diciassette anni, andando contro il volere della famiglia, Hubert si trasferisce a Parigi, dove studia presso l’École des Beaux-Arts.

La sua carriera inizia da Jacques Fath nel 1945. Successivamente Hubert diviene apprendista per Robert Piguet e Lucien Lelong, lavorando accanto a Pierre Balmain e Christian Dior. Dal 1947 al 1951 lavora anche per Elsa Schiaparelli. Nel 1952 lo stilista fonda la casa di moda che porta il suo nome: il successo è immediato, a partire dalla prima collezione, che vede come capo iconico la celebre blusa Bettina, dedicata alla mannequin Bettina Graziani. Lo stile Givenchy si impone subito per i suoi tratti fortemente innovatori, rispetto al più conservatore Dior.

Hubert de Givenchy in uno scatto di Frédéric Huijbregts, 1985

Hubert de Givenchy in uno scatto di Frédéric Huijbregts, 1985



Audrey Hepburn in Givenchy, foto di Cecil Beaton, 1964

Audrey Hepburn in Givenchy, foto di Cecil Beaton, 1964



Capucine in Givenchy, foto di Genevieve Naylor, 1954

Capucine in Givenchy, foto di Genevieve Naylor, 1954



A 25 anni Hubert è lo stilista più giovane sulla scena parigina: acclamato dalla stampa e amatissimo dalle dive, in primis Audrey Hepburn, che incarnerà alla perfezione il suo stile. Il primo incontro tra il couturier e l’attrice avviene nel 1953 durante le riprese di Sabrina: lui in realtà attende nel suo atelier Katherine Hepburn e non l’allora semi sconosciuta Audrey. Fu subito amore a prima vista: per lei Hubert crea capi entrati di diritto nella storia del costume. Il sodalizio continua nel 1961, nella pellicola che forse più di qualunque altra ha contribuito a rendere lo stile Givenchy iconico: per Holly Golightly, celebre protagonista di Colazione da Tiffany interpretata ancora una volta da Audrey Hepburn, lo stilista crea il famoso LBD. Il resto è storia.

Tra le clienti più affezionate del couturier figurano nomi di spicco del jet-set internazionale, attrici, socialite e teste coronate: la lista è davvero impressionante ed annovera figure del calibro di Marella Agnelli, Lauren Bacall, Ingrid Bergman, Marlene Dietrich, Mona von Bismarck, Cristiana Brandolini d’Adda, Sunny von Bülow, Maria Callas, Capucine, Daisy Fellowes, Greta Garbo, Gloria Guinness, Dolores Guinness, Grace Kelly, Jeanne Moreau, Jacqueline Kennedy Onassis, Babe Paley, Lee Radziwill, Jacqueline de Ribes, Pauline de Rothschild, Diana Vreeland e la duchessa di Windsor, solo per citarne alcune.


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Nel 1953 lo stilista lancia l’abito a sacco, nel 1958 il mantello con collo avvolgente, nel ’59 l’abito a palloncino e l’abito a bustino. Nel 1954 nasce la prima collezione di prêt-à-porter. Nel 1969 arriva anche la linea uomo. Intanto lo stilista incontra il suo idolo, Cristobal Balenciaga: quando questi decide di ritirarsi dalla moda, nel 1968, Givenchy eredita la sua clientela.

Hubert de Givenchy si distingue per il suo stile moderno: lo stilista sdogana l’uso di materiali come il satung, misto di satin e shantung, la flanella, l’organza, il lino. Ben presto il marchio si estende a scarpe, asciugamani, ombrelli, accessori, bijoux, profumi, fino alla celebre Lincoln Continental, l’automobile di Ford firmata dallo stilista. Seguono le fragranze, come L’Interdit e Le de Givenchy: il volto della campagna pubblicitaria è ancora una volta quello di Audrey Hepburn, musa amatissima dallo stilista ed amica per la vita. Sarà proprio l’amato Hubert a mandarle un jet privato quando l’attrice, già malata di cancro, si troverà costretta a lasciare improvvisamente l’Africa per fare ritorno in Svizzera e ricevere le cure necessarie. L’affezionato Hubert riempirà di fiori la cabina che vedrà l’ultimo viaggio della diva.

Suzy Parker in Givenchy, foto di Georges Dambier, Elle 1954

Suzy Parker in Givenchy, foto di Georges Dambier, Elle 1954



Foto di Irving Penn, 1967

L’iconico stile Givenchy immortalato da Irving Penn, 1967



Sofisticato come pochi, Givenchy nel 1970 viene incluso nella Hall of Fame dell’International Best Dressed List, creata nel 1940 da Eleanor Lambert. Nel 1995 lo stilista decide di ritirarsi dalla scene: il suo successore fu John Galliano, seguito da Alexander McQueen, che restò alla direzione creativa della maison per cinque anni; dal 2001 al 2004 fu la volta di Julien Macdonald ed infine, dal 2005, di Riccardo Tisci, che ha da poco detto addio alla maison dopo dodici anni.

La diva globetrotter di Chiara Boni La Petite Robe incanta New York

Una diva contemporanea dall’anima globetrotter è la donna immaginata da Chiara Boni: la stilista italiana, da anni protagonista acclamata della fashion week newyorkese, per la collezione autunno/inverno 2017-2018 di La Petite Robe si ispira ad una viaggiatrice di lusso che non rinuncia alla femminilità. Sofisticata interprete del jet-set internazionale, la protagonista della sfilata è una diva capricciosa che gira per il mondo con uno stuolo di valigie al seguito, un po’ come era solita fare Millicent Rogers, eccentrica icona americana che non si separava mai dalle sue trentacinque valigie. Fieramente sopra le righe, la donna Chiara Boni La Petite Robe sfoggia un’eleganza evergreen, tra turbanti preziosi e LBD d’ordinanza, capo simbolo del brand. La collezione, intitolata Grand Hotel, evoca le atmosfere lussuose di un hotel: tanti sono i valletti al servizio della dama, che non lesina in suggestioni luxury per le sue peregrinazioni, scegliendo rigorosamente hotel di lusso. Perfettamente àplomb in ogni contesto, la donna che calca la passerella sfoggia bodycon dress ed indossa copricapi che ricordano il glamour della vecchia Hollywood: in un caleidoscopico vortice di note metallizzate torna l’iconico jersey, immancabile cifra stilistica di ogni collezione Chiara Boni La Petite Robe. Tra tubini con finte zip decoro ed inserti in pelle ad accentuare la silhouette femminile, spiccano cinture che enfatizzano il punto vita e cuciture strategiche. Non mancano tocchi aggressivi come i leggings effetto seconda pelle, mentre le giacche sono in velluto stretch e i capispalla asimmetrici. Sul finale parata di capi da gran soirée, impreziositi da dettagli metallici sulle maniche o sui fianchi. Una collezione pensata per la donna che non vuole rinunciare al lusso né alla femminilità: tra tocchi lady like sfila un’eleganza intrisa di note rétro sapientemente spezzate da un forte legame con la contemporaneità. Dinamica ed iperfemminile, la donna Chiara Boni sfoggia abiti lunghi profilati con inserti brillanti; esplosione di romantici tulle e rouches, tra velluti preziosi e texture metallizzate; tripudio di curve nelle gonne a matita; note bon ton nei cappottini a ruota, mentre micro cristalli decorano gli abiti a sirena. Una prova magistrale per la stilista, amatissima dal mercato americano.

Beppe Grillo e la guerra santa contro i giornalisti

Beppe Grillo lancia #chiedeteciscusa e #GiuriaPopolare contro i #Giornalisti.
Ma lui – che ha tantissimi lettori e dovrebbe essere responsabile dei contenuti che diffonde – ha mai fatto una rettifica? Ha mai chiesto scusa per una sola delle centinaia di BALLE che ha spammato per anni?

No, lui “la piazza” la conosce bene e ha passato anni fomentando rabbia da tradurre in consenso elettorale per il partito di cui è proprietario unico. Un partito che ha venduto alla gggente come “spontaneo” senza padroni e senza nessuno alle spalle. Poi “qualcuno” ha scoperto la Casaleggio. Hanno negato. Poi è diventata “una cosa normale”.


Si lui la piazza la conosce bene. Sa che basta millantare un complotto, parlare di poteri forti, lobby occulte, e la gggente ci crede. Basta dirgli che “la colpa dei loro mali” è altrove e da attribuire a qualcun altro. Basta promettergli un reddito aggratis senza lavorare per comprarsi le simpatie della gggente. Basta dire che “il debito pubblico” non dobbiamo pagarlo, ma rinegoziarlo.


Certo da uno abituato a condoni fiscali e condoni immobiliari che ti aspetti.
Da uno di cui non è dato sapere quanto incassa dal blog, dalla pubblicità, dove vadano questi soldi.
Da uno il cui movimento politico non è in regola con la legge sui partiti – per cui non può nemmeno chiederli i contributi pubblici – ma afferma che quei contributi “li restituisce”.


Da uno che “vogliamo gli scontrini” e i suoi parlamentari non rendicontano da anni…
Da uno che alle europee #vinciamonoi e non ha mai dichiarato a quale gruppo avrebbero aderito. E poi senza che nessun elettore lo sapesse sono andati con l’UKIP, coi nazisti svedesi. Oggi cambia e vuole andare in ALDE. Gli chiudono la porta in faccia e torna da Farage. E tutte le pecore belanti non si fanno una sola domanda, non assumono mezza posizione critica.
Caro Beppe, volevo scriverti che sei tu che devi #ChiedereScusa. E invece no. Siamo noi che dobbiamo toglierci il cappello di fronte a tanta genialità. Complimenti Beppe. Si certo, dovresti chiedere scusa ai bambini ammalati perché hai convinto alcuni genitori che i vaccini erano un complotto, o che l’HIV non esisteva (ma la rete lo ha dimenticato stai sereno). Ma cosa importa?


Basta che il tuo popolo clikki, che ti applauda, che ti difenda coi paraocchi in rete, che ti renda un eroe. Basta che tu gli dia “i potenti alla forca”, che alimenti questo senso apparente di catarsi collettiva stile VaffaDay. Perché si, che vuoi che sia immaginare un paese governato dai congiuntivi di Di Maio, da un Di Battista agli esteri (lui che voleva dialogare con ISIS), un Carlo Sibilia a Università e Ricerca (lui che ha le prove degli alieni nascosti in Area51). E potremmo continuare… quel governo sarà il tuo capolavoro. E finalmente l’emblema dell’Italia peggiore.
Grazie Beppe per mostrarci il fondo. Si dobbiamo chiederti scusa.


P.s. A proposito di fake news.
Sul blog è uscito un pezzo che magnificava le gesta dell’amministrazione Raggi.
Poi quei membri del complotto della macchina del fango dei poteri forti da mettere alla gogna (i giornalisti, nel caso specifico Repubblica) si son presi la briga di fare un fact-checking
Ovviamente, nessuno ha chiesto scusa per le numerose balle. Quelle sul blog però.


Grillo e la guerra santa ai giornalisti

Note rétro in passerella da Anna Sui

Il glamour del passato ispira ad Anna Sui la collezione autunno/inverno 2017-2018: la figura della celebre interior designer Elsie de Wolfe, creatrice di dimore principesche, funge da ispirazione predominante di una sfilata dal fascino bohémien. Lo stile del brand, intriso da sempre di note folk e stampe patchwork di ispirazione gipsy, si arricchisce per questa stagione di un tocco rètro, che strizza l’occhio ai fasti del passato: figura ribelle e rivoluzionaria, Elsie de Wolfe firmò il decor di dimore principesche, annoverando tra i suoi clienti figure di spicco del jet set internazionale, come la Contessa Dorothy di Frasso. Una collezione che evoca atmosfere cameratesche e feste da sogno, come l’indimenticabile Circus Ball, che la designer organizzò nel 1938 a Villa Trianon, Versailles, dove conviveva con la sua compagna Elisabeth Marbury, per celebrare la collezione di Elsa Schiaparelli dedicata al mondo circense. “Ci sono tracce di quelle donne nella collezione ma anche elementi di decor”, ha dichiarato Anna Sui. Tra atmosfere decadenti e bohémien, sfilano tessuti preziosi, in una parata di velluti e broccati di seta, tra stampe jacquard impreziosite da chinoiserie e tocchi di pelliccia, note folk nelle frange e nel pizzo. Apre il défilé una splendida Gigi Hadid e si alternano sulla passerella Bella Hadid, Taylor Hill e quasi tutte le top model del momento, strizzate in capi dal retrogusto gotico, tra tocchi vittoriani e pizzo elisabettiano: non manca una sana dose di humour, tra spille raffiguranti gattini e coniglietti realizzate da Erickson Beamon. Coerente alla sua estetica, Anna Sui propone un inedito tema per una collezione ricca di charme timeless.

La valchiria metropolitana di Michael Kors

Sensualità e grinta sono stati gli ingredienti della sfilata Michael Kors, come sempre protagonista indiscusso della fashion week newyorkese. Una collezione autunno/inverno 2017-2018 che sdogana il potere femminile, attraverso capi evergreen e note irriverenti: lo stilista prende parte alla querelle che ha visto schierati politicamente numerosi designer contro l’amministrazione Trump. La paura del diverso, la chiusura delle frontiere e un senso crescente di estraneità rispetto al mondo trovano espressione sulla passerella di Kors, divenendo i temi cardine della sfilata, che ha visto tra le tante top la presenza della top model curvy Ashley Graham: una rivoluzione estetica di portata storica, che apre ufficialmente il prêt-à-porter alle modelle curvilinee, sdoganandone la bellezza. Grintosa e appariscente, la donna Michael Kors sfoggia capispalla in pelliccia e charme da vendere: sicura di sé calca la passerella con falcate da valchiria metropolitana. “Sono cresciuto con molte donne forti e volevo che l’intera collezione riguardasse un mix di forza e sensualità”, ha dichiarato lo stilista. Così il glamour che da sempre contraddistingue il brand accentua lo spirito urban, cifra stilistica di Kors, proponendo una parata di top model storiche accanto a volti giovani che incarnano il nuovo sogno americano, come Bella Hadid e Kendall Jenner: ecco sfilare Carolyn Murphy, Amber Valletta ed Isabeli Fontana accanto alla splendida Ashley Graham, simbolo dell’apertura al nuovo. Tra richiami Eighties e sinuosa femminilità sfilano capi classici dal piglio sartoriale, tra cappotti ed abiti blouson a stampa animale. Esplosione di pelliccia, per capi che esaltano le curve della silhouette. In passerella anche qualche uscita maschile: anche qui il classico domina, tra capispalla dalle suggestioni tailoring e parka oversize.

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Kurt Cobain, l’uomo che amava le donne (e le loro idee)

Kurt Cobain, il frontman dei Nirvana, avrebbe compiuto oggi 50 anni.
Il rumore assordante che gli si era creato attorno non era più sopportabile.
Kurt Cobain non era quella maledetta rockstar in rivolta col mondo, non era estetismo il suo malessere, non era neppure desiderio di conoscenza mediatica, era dolore.
Soffriva terribilmente di ulcera, dolore che placava con l’eroina.
Così, il mistero, l’insoddisfazione, l’immagine alla quale non poteva assomigliare, finirono per decidere la sua sorte.

Era il periodo di una Terza Ondata femminista, delle Hole, di Courtney Love, del Girl Power.
Erano gli anni ’90, le droghe, la musica.
Si toccavano temi importanti, caldi, temi scomodi come quello dello stupro, dell’aborto, della misoginia.
Basti pensare all’ultimo album dei Nirvana, In Utero, e al testo di Rape Me che cita così:
Rape me, rape me my friend
Rape me, rape me again
I’m not the only one
“.
Cobain compose Rape Me con una chitarra acustica a Oakwood nel 1991 mentre mixava l’album Nevermind, il singolo doveva essere una commistione di accordi tra Smells Like Teen Spirit e Polly.
Il 9 settembre del 1992, i Nirvana decisero di portare Rape Me agli MTV Video Music Awards dato che avrebbero potuto suonare qualsiasi cosa, così come MTV aveva detto loro, ma così non fu.
MTV decise che i Nirvana avrebbero dovuto suonare Smells Like Teen Spirit, così Kurt Cobain pensò di non esibirsi più.
Per non ledere altri artisti legati alla loro etichetta discografica, i Nirvana salirono sul paco con Lithium ma, mentre s’accingevano a suonare, iniziarono a intonare Rape Me.
Causato il panico “per dare [ad MTV] un piccolo sobbalzo al cuore”, continuarono con Lithium.
Il tema dello stupro era già stato toccato con Polly nella quale si dava voce allo stupratore a differenza di Rape me, canzone nella quale ad avere voce è la vittima.
Rape Me è un inno alla vita, è un inno a non cedere alla violenza, a non farsi abbattere dai soprusi bensì a combatterli.
Cobain confidò alla rivista Spain che il significato del singolo ruotava attorno a un concetto come questo:” Violentami, va’ avanti, violentami, picchiami. Non mi ucciderai mai. Sopravviverò e sarò io a violentare te uno di questi giorni, e tu nemmeno lo saprai“.

Sempre vicino a idee e movimenti femministi, si è più volte dichiarato favorevole a mantenere l’aborto tra le pratiche lecite, evidenziando la frustrazione che provano molte giovani donne nel dover dare alla luce un figlio sapendo di non potere (o volere) prendersene cura.
Scriveva così nei suoi diari:” La realtà di chi cerca di abortire in questo paese è veramente pietosa in questo momento per colpa di Randall Terry e della sua gestapo antiabortista che si raduna nelle chiese avvolta nella miglior mimetica possibile (in poliestere da classe medio bassa venduta nelle telepromozioni del canale di acquisti per la casa). Nella casa di Dio, la Operation Rescue (la graziosa associazione no profit di Terry) escogita nuove idee per far fronte alla propria missione divina di personcine timorate di Dio. Entrano illegalmente nelle cliniche dove si fanno aborti durante le ore d’ufficio, facendo finta di essere dei clienti e fanno scoppiare delle bombe che rilasciano un gas che penetra, rovinandolo, in ogni singolo strumento all’interno della clinica. Mettono chiodi nei parcheggi di impiegati e medici. Fanno di continuo telefonate minatorie. Stanno fuori dalle cliniche tutto il giorno con dei cartelli e urlano frasi violente e minacciose sulla sapienza di Dio a chiunque si trovi entro un miglio di distanza, spesso bloccando fisicamente l’entrata alle clienti. Sì, queste persone hanno una storia di crimini alle spalle. Hanno l’abilità del cecchino e del terrorista. Sono molto più avanti del loro nemico in questo gioco. Rubano feti dai raccoglitori delle cliniche e si passano di casa in casa i feti mutilati per immagazzinarli nel congelatore dentro i sacchetti di plastica o in garage. I feti marci e in disfacimento vengono poi tirati addosso ai senatori i, parlamentari o qualunque rappresentante del governo che sia democratico. Queste persone, che altro non sono che terroristi, nutrono le stesse convinzioni dei White Suprematist, che pretendono come loro di agire e nutrire i propri ideali nel nome di Dio. Espongono nomi e numeri di telefono delle clienti che hanno preso appuntamento per abortire e dei medici che intendono eseguire l’intervento. Hanno una rete computerizzata di informazioni disponibili in tutti gli Stati Uniti. […]
Oggi nello Stato della Florida non ci sono medici che praticano aborti né cliniche dove essere ricoverati. […]
La loro logica è questa: meglio ammazzare esseri umani vivi e pensanti piuttosto che cellule in crescita prive di stimoli e incoscienti, rinchiuse in una tiepida cavità
“.

Magari Kurt Cobain è davvero il Jhon Lennon degli anni ’90, magari lo sarebbe stato.
Magari avrebbe toccato temi sempre più scomodi, avrebbe dato sostegno alle teorie e alle pratiche di genere, magari oggi avrebbe festeggiato 50 anni.

Buon compleanno, Kurt Cobain.

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La sinistra e il web

Essere di sinistra è innanzitutto essere parte di una comunità, e come in un coro anche la sinistra deve avere un suo canone; un insieme di regole cioè attraverso cui si passa da una voce ad un’altra mantenendo, accentuando, valorizzando la melodia.
La sinistra ha tra i suoi canoni l’idea costantemente e diversamente declinata che nessuno individualmente sta bene da solo, o come diceva Gaber “nessuno può essere felice se non lo sono anche gli altri”.
Questo suo canone genetico la sinistra lo riconosce facilmente quando ripercorre la storia del novecento, le lotte sindacali, l’antifascismo, le battaglie di liberazione e per la libertà. Lo riassume bene la celebre frase di Che Guevara “Ogni vero uomo deve sentire sulla propria guancia lo schiaffo dato a qualunque altro uomo”.
Se oggi questo canone è ancora valido, e unisce il coro di coloro che si riconoscono nell’essere di sinistra, appare tuttavia difficile applicarlo e riconoscerlo in questi tempi, che sono di globalizzazione, di velocità, di reti interconnesse e social network.
Perché?
Probabilmente la risposta sta nel fatto che in modo strabico la sinistra guarda al mondo con gli occhi del secolo scorso, quasi volendo obbligare il nuovo quadro a stare nella vecchia cornice – e pretendendo anzi che ci debba anche stare bene. Contemporaneamente la gran parte delle cose che del “nuovo mondo” non comprende assiomaticamente è portata a considerarle sbagliate, pericolose, finanche reazionarie.
In questa ottica la sinistra rinuncia ad essere progressista, rinuncia a cogliere le opportunità delle nuove realtà ed interpretarle in senso di eguaglianza e giustizia sociale, finendo con l’apparire – anche laddove non essere – conservatrice e a sua volta reazionaria.


Se vuole essere protagonista del nuovo millennio la sinistra più che ripensare se stessa è chiamata a leggere con occhi nuovi la realtà, non solo che la circonda ma in cui è immersa, talvolta a sua insaputa e nonostante se stessa.
Per farlo deve cominciare a declinare in forma nuova il vocabolario del nuovo millennio, e per farlo deve vedere il mondo con occhi nuovi, e leggerlo con vocabolari differenti.


Il web è un’opportunità di informazione, di connessione, di comunicazione, di sviluppo, di avvicinamento dei popoli, o è un luogo di disinformazione, di diffamazione, di creazione di miti e leggende che sfugge al nostro controllo e diventa un pericolo collettivo?
Il web è come un’autostrada, nient’altro.
Se tuttavia per le autostrade abbiamo deciso prima delle regole per poterci camminare, nel web abbiamo lasciato fare. Abbiamo lasciato alle aziende costruttrici decidere come e chi dovesse percorrere quelle strade, in quali direzioni, con quali limitazioni.
Ora è chiaro che al gestore e proprietario dell’autostrada interessa che ci sia quanto più traffico possibile.
È chiaro che non sempre questo suo interesse sia anche “il miglior interesse collettivo”.
Ed ecco che la sinistra ha rinunciato al suo ruolo. Ha lasciato fare semplicemente perché l’ha considerato “un fenomeno” e non un’infrastruttura, e non lo ha compreso. Ed oggi ogni limitazione rischia di essere vista come un atto di liberticidio, di censura, di violazione della libertà individuale, paternalismo d’altri tempi.


Se sino al secolo scorso il sapere e l’informazione avevano una loro verticalità ben precisa, fatta di mondo accademico, editoria cartacea e scientifica, e le teorie e le informazioni seguivano precisi percorsi di verifica, discussione e pubblicazione, oggi semplicemente non è più così.
Questo ha portato alla diffusione di qualsiasi imbecillità, anche laddove ammantata da pseudo scientificità, ma ha anche portato alla disintermediazione tra conoscenza e persone.
Accanto ad un analfabetismo di tipo classico assistiamo ad una fase di conoscenza diffusa con una accelerazione senza paragoni nei secoli passati: il sapere non è più elitario.
E questa è sempre stata una battaglia di sinistra.
Battaglia in cui però la sinistra non è protagonista – e che men che meno può rivendicare – semplicemente perché ha rinunciato a fare proprio questo mezzo, questa infrastruttura, legandosi al mondello verticale del “io scrivo (perchè legittimato a farlo in quanto élite) e tu leggi”.
Governare questi fenomeni, trasformare le reti da dominio e oligopolio delle grandi multinazionali americane a infrastrutture pubbliche, aperte, riempiendole con servizi di tele istruzione, tele assistenza, tele amministrazione, e-governance sono le sfide culturali – e industriali – della sinistra.
Così come ruolo sociale e culturale della sinistra è garantire un accesso libero a tutti, a tutti i servizi e opportunità offerti dalla rete, garantire la privacy dei cittadini, la tutela dei minori in rete, e promuovere la consapevolezza di rischi e potenzialità nell’approccio al cyber-spazio.


Uno dei quesiti di maggiore riflessione riguarda poi il mondo del lavoro: il web, in sintesi, crea o distrugge posti di lavoro?
Se vogliamo affrontare la questione con serietà scientifica dobbiamo partire dal fatto che il web – come infrastruttura che riduce tempi e spazi e accelera le comunicazioni – in sé è strumento per creare occupazione, non certo per distruggerla.


Il web non è uno strumento che esiste da un tempo sufficiente per elaborare statistiche precise in tema di distruzione di posti di lavoro come in altri ambiti.
I dati che abbiamo a disposizione invece dimostrano che solo in Italia internet nel suo complesso dà lavoro ad oltre 2,5 milioni di persone, e non sembra al contempo aver distrutto alcun posto di lavoro.
A meno di non voler imputare al web il normale decremento di occupazione in settori produttivi obsoleti, indipendentemente dal web. Ma questa sarebbe una forzatura miope e priva di alcun riscontro scientifico.
Tuttavia il web ha creato certamente nuove professioni, che articolano i processi produttivi in forme nuove, sia quando individuali sia quando associative.
Questo fenomeno porta con sé nuove domande e nuove opportunità. Non si tratta più di forme occupazionali che possono trovare rappresentanza e tutela nelle consuete e tradizionali forme sindacali. Al contrario chiedono di trovare nuove formule di tutela, ascolto, interpretazione dei bisogni.
Ed anche questa è una sfida che non può non vedere la sinistra protagonista.


Se con terza rivoluzione industriale si indicano tutta quella serie di processi di trasformazione della struttura produttiva, e più in generale del tessuto socio-economico, avvenuti nei paesi sviluppati occidentali nella seconda metà del Novecento a partire dal secondo dopoguerra, e caratterizzati da una forte spinta all’innovazione tecnologica e al conseguente sviluppo economico/progresso della società, in chiave sistemica internet è la conclusione di quel processo.
Il web nel suo complesso apre con gli anni ottanta una nuova fase: da un lato la globalizzazione – che facciamo partire per convenienza dalla fine del mondo diviso in blocchi contrapposti – dall’altro l’interconnessione globale.
Da una parte la caduta di confini ideologici, ma anche di produzione e di commercio, dall’altra idee e persone che entrano in contatto a costi ridottissimi, senza mediazioni, capaci di dialogare e conoscere.


Il web oggi consente a piccole imprese di farsi conoscere e commercializzare i propri prodotti, spesso di eccellenza artigianale o locale, in tutto il mondo. Questo crea sviluppo ed occupazione.
Al contempo consente di acquistare a prezzi competitivi i prodotti da tutto il mondo, mettendo spesso in seria difficoltà industrie nazionali.
Se però il primo è un effetto – positivo – tipico del web, il secondo – talvolta negativo – non dipende dal web, che lo ha solo facilitato.
La sfida per la sinistra non può essere quella di proporre le vecchie misure protezionistiche, che non hanno più senso e il cui costo è spesso superiore al beneficio atteso.
Restano temi che la sinistra deve poter coniugare quello ad esempio del calcolo del costo ambientale della produzione di beni a basso costo – come avviene in Cina ed India.
Non può non essere un tema di sinistra quello della difesa della tipicità locale, di riproporre il tema della localizzazione e della difesa dalla delocalizzazione fiscale prima ancora che produttiva delle aziende.
È tema di sinistra che all’esportazione dei beni corrispondano esportazioni di diritti, di condizioni di lavoro, di salari equi, anche tenendo conto dei correttivi locali.
Soprattutto è tema di cui si deve occupare la sinistra quello dei grandi trattati internazionali che contemplino le maggiori garanzie per i consumatori, dal principio della maggior tutela a quello della qualità dei beni.
È inimmaginabile che ad esempio in Europa siano – giustamente – i produttori a dover dimostrare che alcune sostanze non siano nocive prima di immettere i prodotti sul mercato e contemporaneamente in altri paesi sia l’inverso, ovvero si può commercializzare tutto sino a quando il consumatore non provi che sia cancerogeno.
È tema di tutela dei consumatori, ma anche dell’ambiente, ed anche dei prodotti e dei produttori locali, e in ultima analisi quindi di tutela dei posti di lavoro ed ancor più della loro qualità.


Tutto questo attiene al web? 
Si, nella misura in cui ci aiuta ad essere tutti più consapevoli ed informati su questi temi, e facilita il reperimento delle informazioni. E attiene al web per la parte in cui contribuisce a seminare disinformazione ed innescare meccanismi dannosi per l’economia e per il lavoro.
Ed attiene certamente alla sinistra essere protagonista attiva di tutto questo, in entrambi i casi e con una posizione chiara e precisa.


Andava sotto il nome di new-economy, quando questa faceva trendy e serviva a vendere azioni delle compagnie hi-tech nelle molto meno new borse di tutto il mondo.
Oggi la definiamo net-economy, facendo riferimento a quell’insieme di beni e servizi che hanno come propria via tipica e specifica il world wide web. Sono un mondo di applicazioni che ci facilitano la vita, che ci offrono servizi, che possono aiutare le persone e le aziende.
La net-economy pesa il 12% del Pil diretto e contribuisce per un altro 5% al Pil tradizionale nel solo emisfero occidentale e dà lavoro diretto a 250milioni di persone.
Quanto ci pervade e ci riguarda è facilmente misurabile. Aprite il vostro telefonino e contate quante app avete voi stessi scaricato. Sommate quelle del vostro tablet e avrete una piccola cifra di un mondo che si muove ed in cui voi stessi vi muovete.
La maggior parte di queste applicazioni è gratuita e la moneta con cui le paghiamo sono i nostri dati personali, quelli che volontariamente e consapevolmente rilasciamo e quelli “indiretti”, tra cui geolocalizzazione e contatti, che tracciano chi siamo, dove andiamo, con quel frequenza, chi sono i nostri contatti e chi sta intorno a noi, quali negozi frequentiamo e quali prodotti scegliamo o cerchiamo.
Questo insieme di dati è un patrimonio immenso, noto come meta-dati, che vengono aggregati e confezionati di volta in volta incrociando altri meta-dati.
Ogni utente di Facebook vale circa 179 dollari, di Twitter circa 71 dollari, 200 dollari è il valore di un utente di Linkedin. Solo per fare qualche esempio, che però ci dice anche che mentre apparentemente questi tre servizi sono gratuiti, li stiamo pagando circa 500 dollari l’anno.
Sino a che ne siamo consapevoli e riteniamo che il prezzo valga il servizio non sorge nessun problema. Ma ne siamo consapevoli?
Ecco che è di sinistra parlare di queste cose.
È compito della sinistra che tra i suoi canoni ha una certa regolamentazione del libero mercato nell’interesse della tutela della collettività chiarire tutto questo, rendere i cittadini consapevoli, mettere in chiaro i costi soggettivi, personali e collettivi, e perché no, porsi anche il tema di tassare questo “trasferimento di valore”.


Perché se – concludendo – vogliamo dire qualcosa sui concetti di web, di new-economy e di net-economy, e quindi anche sui social network, è che questi strumenti sono ontologicamente di sinistra.
Mettono insieme le persone, consentono di raggiungere con facilità il miglior prodotto al miglior prezzo, facilitano la nascita di attività economiche, accelerano la conoscenza e l’informazione, rendono il mondo più vicino e i servizi e le opportunità più veloci.
Ma se tutto questo è ontologicamente di sinistra, rischia pericolosamente di diventare di destra se la sinistra non se ne occupa come suo compito, sociale politico e culturale.
Perché finisce con l’essere di destra scegliere la sicurezza e il controllo dei cittadini a scapito della privacy, è certamente di destra la limitazione della libertà personale e di espressione in nome della eccessiva regolamentazione della pubblicazione dei contenuti (semmai equiparando blogger a testate giornalistiche editoriali).
È di destra “lasciare che se ne occupi il mercato”, semmai in nome di un finto “risparmio pubblico” in infrastrutture, ed in nome del fatto che le imprese private sono più rapide ed efficienti.


Soprattutto è di destra non mettere il paese – tutto quanto e tutto intero – nelle stesse condizioni.
Va sotto il nome di digital-divide ed è quella cosa semplice per cui in una grande città, ricca di persone e imprese, le aziende fanno a gara a offrire servizi veloci e a basso costo, mentre nelle piccole comunità, semmai anche montane, non è redditizio portare nemmeno una linea che andava bene venti anni fa.
Cosa ci interessa della velocità di navigazione? Ci interessa perchè ad esempio è di sinistra che tutti possano accedere a servizi di tele amministrazione, che le persone anziane e disagiate possano accedere a servizi di telemedicina e tele assistenza, che le persone diversamente abili possano avere, anche nelle lontane periferie, la possibilità di essere assistite, ascoltate, che possano socializzare anche solo apparentemente virtualmente.


Ecco perché oggi più che mai questo nuovo mondo, che va letto con occhi nuovi, ascoltato con orecchie differenti e narrato con nuovi vocabolari e diverse sintassi, ha bisogno, ancora e forse più che mai, di una sinistra che lo interpreti.
Ma una sinistra che non ceda di un passo ai suoi doveri genetici, al proprio canone che proprio questo mondo globalizzato e digitalmente interconnesso ci ricorda.
Possiamo dirlo ancora oggi con le parole di Gaber che “nessuno può essere felice se non lo sono anche gli altri” o con la celebre frase di Che Guevara “Ogni vero uomo deve sentire sulla propria guancia lo schiaffo dato a qualunque altro uomo”. Questo resta il canone della sinistra. Anche nella net-economy, in cui nessun luogo è troppo lontano da non poter essere raggiunto, e in cui nessun uomo è così lontano da non poter essere preso per mano.


Ho parlato di strumento. Perché un’altra idea di cui la sinistra si deve liberare è che il web sia “un qualcosa di definito con un fine”. Il web è solo uno strumento. Riempirlo di contenuti, modi sani e definire modi insani del suo utilizzo compete alla classe dirigente di ogni singolo paese ed alla comunità internazionale.
Ho parlato di modi sani e insani mutuando un termine sanitario perché – in quanto strumento – il web è anche veicolo di diffusione di virus.
Non solo quelli informatici che minacciano uomini, software e hardware, ma anche di virus culturali e sottoculturali: la demagogia, la falsa informazione, il populismo, il bullismo. Quell’idea per cui l’insulto virtuale o la denigrazione non rientrino nelle fattispecie della diffamazione o della violenza.
Compete alla sinistra chiarire queste devianze, ed essere protagonista di una normazione seria che faccia da anti virus, senza per questo minare le libertà di espressione e di confronto che appartengono geneticamente al DNA della sinistra.

La sfilata ‘Uberfeminine’ di J. W. Anderson conquista Londra

La settimana della moda di Londra è iniziata da appena due giorni, ma è già evidente che J. W. Anderson si appresta ad esserne incoronato re. Acclamato dalla stampa, lo stilista ha fatto della sua sfilata la perfetta rappresentazione di Londra: un patchwork di stili, tessuti, colori, un continuo work in progress nella demolizione e ricostruzione della femminilità. Jonathan Anderson sembra non fermarsi mai, né con il suo brand omonimo né con la direzione artistica di Loewe. Continuamente in divenire, il suo stile rispecchia l’inquieta ricerca di cosa significhi oggi costruire la propria identità attraverso gli abiti. «Pensi a qualcosa che sia più che femminile, ma che allo stesso tempo possa essere distrutto, e in qualche modo ricostruito – racconta lo stilista dello le quinte del suo show, il secondo giorno della settimana della moda di Londra –  L’idea è quella di spogliarlo per tornare a una silhouette precisa, a qualcosa di molto asciutto, e poi ricominciare a costruirlo».


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Addizione, sottrazione e di nuovo sovrapposizione: così è nata la collezione autunno inverno 2017-18 che sfila sulla passerella di J. W. Anderson. Gli abiti spaziano dal workwear con stringhe e tasche a creazioni sognanti, dal pattern luminescente che ricorda la pittura di Klimt, passando per abiti fluidi e delicati che ricordano il sari e per tagli rubati alla moda uomo. Su ogni look si sovrappongono catene, piume, inserti metallici, zip, in un patchwork che potrebbe risultare eccessivo e invece trova un suo equilibrio. Abbondano la pelle, i bagliori metallici e la stampa paisley, e soprattutto la pelliccia: giacche corte in shearling e lunghi cappotti danno ai look ipermoderni un appeal retro’. Sperimentando con i materiali, le silhouette e le applicazioni, J. W. Anderson realizza una collezione stratificata e cosmopolita, che proprio come Londra accoglie le diversità, le mescola e le reinventa nella cultura del melting pot.


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Abiti da sposa: la collezione couture 2017 di Vivienne Westwood

La regina della moda punk Vivienne Westwood ha presentato in questi giorni la sua nuova collezione di abiti da sposa, suddivisa nelle linee Made-To-Order e Couture. Una manciata di abiti dallo stile unico, silhouette che la stilista inglese ha reso iconiche nel panorama dei vestiti da sposa e modelli completamente nuovi per poche, fortunatissime, spose dall’animo rock. Abiti lunghi e corti, in morbido tulle e seta frusciante, si modellano su linee tradizionali o in tagli non convenzionali, realizzati su misura per ogni sposa nell’atelier Vivienne Westwood.


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Gli abiti da sposa della linea Made-To-Order sono 8 modelli iconici della griffe, reinventati per la collezione 2017 mantenendo il graffio inconfondibile di Vivienne Westwood. Il Ball Tie, indossato per la prima volta in passerella da Jerry Hall in una sfilata del ’96, mantiene la sua linea dritta ma risalta il decolleté con un lieve drappeggio di tulle. L’abito da sposa Cocotte mescola influenze dalle tuniche delle dee greche e dagli scenografici abiti delle nobildonne del XVII secolo; Delicate Drape Dress è il più fluido tra gli abiti da sposa della collezione 2017, in un elegante drappeggio di seta privo di cuciture; il modello Trinket si ispira ai kimono giapponesi aggiungendo un audace spacco. L’abito da sposa più esuberante della collezione Vivienne Westwood 2017 è sicuramente il modello Bird of paradise, scenografica celebrazione della femminilità in un tripudio di drappeggi e taffetà di seta, con immancabile corsetto. La linea Couture 2017, invece, ripropone l’abito corto in organza di seta a righe Mini Sandy Dress con l’aggiunta di un lunghissimo strascico. E poi silhouette a colonna in crepe marocain di seta arricchite da ricami in pizzo, ampie e vaporose gonne di tulle, spacchi sensuali e volumi quasi architettonici per abiti che non hanno nulla di convenzionale. Perfetti per chi sogna un abito da sposa che stupisca tutti gli invitati, come quello di Carrie Bradshaw.


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London Fashion Week 2017, sfila la femminilità mannish di Daks

Esaltare la femminilità attraverso tessuti, stampe e tagli prettamente maschili: è la sfida vinta da Daks alla London Fashion Week 2017. La moda donna si tinge di tocchi mannish per il brand britannico, che porta in passerella look da giorno e da sera dalla semplicità disarmante. Check grigio e blu, gessato e Principe di Galles migrano dal guardaroba maschile a quello femminile, così come completi da ufficio, camicie e cravatte. A fare la differenza sono gli accostamenti con romantiche ruches, fantasie floreali e trasparenze che elevano una collezione altrimenti fin troppo sobria.


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La sfilata di moda donna Daks alla London Fashion Week si apre con un cappotto doppiopetto in checked grigio e blu. Sobrio e casual, il primo look nasconde minuscole borchie che lo rendono vivace e femminile. Così è per molte uscite della collezione autunno inverno 2017-18: Daks abbina pantaloni gessati di taglio maschile con una lievissima blusa trasparente con ricami floreali; un dolcevita grigio con un romantico tailleur floreale completo di ruches e ampio spacco; una giacca maschile oversize a una scenografica gonna con strascico in tessuto gessato. È un piacevole mix di normcore estremo (come nella gonna nera al ginocchio e nel pullover indossato su una camicia bianca e una gonna a matita) con pezzi ricercati e femminili. Daks pensa a una donna che non deve dimostrare niente a nessuno, non ha bisogno di effetti speciali ma di essere naturalmente elegante in una tenuta casual con brio. La collezione per il prossimo autunno inverno si completa con mocassini lucidi, borse a mano e spiritosi beanies. La precisione dei tagli sartoriali è evidente in ogni look, mentre il fil rouge della sfilata alla London Fashion Week è chiaramente una raffinata ricerca stilistica sul binomio maschile/femminile. Il risultato è una collezione portabile e raffinata, che vedremo sicuramente per le vie di Londra il prossimo inverno.


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L’infanta di Spagna ispira Jonathan Simkhai

Folclore, sfarzo, suggestioni couture e charme in passerella da Jonathan Simkhai, che ha sfilato nell’ambito della fashion week newyorkese con una collezione che intende restituire il potere alle donne. Lo stilista sdogana apertamente un neo femminismo che trova un manifesto non solo nel mood che ispira la sfilata ma persino nella t-shirt cadeau ricevuta da ogni ospite del front-row: qui campeggia la scritta FEMINIST AF. L’iconica t-shirt è in vendita a 95 dollari sul sito web del brand: tutti i ricavi saranno devoluti a Planned Parenthood, organizzazione mondiale che libera la genitorialità da ogni tabù. Ambientata in una Spagna nobiliare, tra matador, cattedrali e citazioni escatologiche, la sfilata di Jonathan Simkhai unisce il glamour europeo a note couture, per capi luxury che non lesinano in citazioni folcloristiche: le tradizioni della Spagna, dalla corrida al flamenco, divengono ispirazione prediletta per una collezione ad alto impatto scenografico. Largo a ricami e passamanerie che impreziosiscono capi preziosi dall’allure esotica: apre il défilé Rome Strijd, angelo di Victoria’s Secret che sfoggia qui un bolero con preziosi ricami. Non mancano pantaloni sartoriali da indossare con giacche da matador in black & white, pizzo all over e capi da red carpet impreziositi da cristalli che ricordano una Infanta spagnola in chiave contemporanea. Tripudio di satin e dettagli in pelliccia, sensualità nelle bluse in chiffon tra inediti giochi di trasparenze e romanticismo nelle balze. Ecco infine fare capolino bluse da indossare con i jeans strappati, unico dettaglio streetwear in una collezione in cui il lusso sembra predominante. Una riuscita prova stilistica per il designer, che appena sette anni fondava il suo brand eponimo.

Alexander Wang: cinquanta sfumature di nero

Note dark sfilano in un teatro fatiscente di Harlem: non è un film ma la sfilata autunno/inverno 2017-2018 di Alexander Wang, che ha incantato le passerelle newyorkesi con teatralità e suggestioni gotiche unite allo sportswear d’ordinanza. L’Hamilton Theater sulla 146esima è la location scelta dallo stilista per la sfilata della collezione per la prossima stagione invernale. In un’oscurità in cui è difficile distinguere anche solo le sagome, sfila una donna consapevole e grintosa, che non lesina in mise caratterizzate da black all over: proprio il nero diviene protagonista assoluto di una collezione iconica, che vede sfilare una inedita dark lady stretta in capi dal mood monacale intriso di sapienti tocchi sporty-chic. Le silhouette spaziano dallo skinny di tute dal piglio grunge alle proporzioni oversize di cappotti sartoriali in nero o principe di Galles. Il check impreziosisce capispalla e tute che esaltano la silhouette femminile: non mancano tocchi fetish nei capispalla e nei pantaloni in pelle nera, tra cut out in stile Nineties, che creano inediti nude look e trasparenze ardite. Femminilità e mistero avvolgono la donna immaginata da Wang, una rocker aggressiva che si trasforma poco dopo in una dark lady sulfurea. Austerità e note underground caratterizzano l’intero défilé, che vede la mancanza dell’after party, come recita l’invito e lo slogan sulla maglia indossata dallo stesso Wang a fine sfilata. La notte diviene protagonista, coi suoi bagliori sulfurei e i tessuti metallizzati: aggressiva e potente, la donna Wang indossa borchie e catene come chocker, tra citazioni punk e charme maudit. Tra note streetwear e tocchi gold, sfila l’estetica potente vibrante tipica dello stilista statunitense. In passerella si alternano top model del calibro di Bella Hadid e Kendall Jenner, autorevoli interpreti dello stile iconico del brand e muse di Wang.

L’eccentrica lady di Jonathan Saunders per Diane von Furstenberg

Versatile ed eccentrica la collezione presentata da Diane von Furstenberg nell’ambito della New York Fashion Week. Jonathan Saunders non lesina in audacia e colore, per un autunno/inverno 2017-2018 che vede un tripudio di stampe otpical: il colore diviene protagonista assoluto, tra fur coat in nuance vitaminiche e grafismi caleidoscopici. “Nel realizzare questa stagione, ho continuato il processo già iniziato nella prima collezione”, ha dichiarato lo stilista. “Un mix eclettico di materiali, pattern audaci ed un senso di comodità”, ha continuato Saunders. Lo stilista ha riportato in auge lo spirito primigenio con cui Diane von Furstenberg diede vita al brand omonimo: la celebre inventrice del wrap dress, donna spumeggiante ed eclettica protagonista del jet-set internazionale, rivive oggi nella nuova collezione firmata da Saunders. Comodità ma non certo discrezione nei capi dai grafismi optical da indossare sotto pellicce declinate in tinte neon: energetica e vitaminica la palette cromatica, che non lesina in pattern audaci e materiali di vario tipo. Pioniera di un’estetica che unisse comfort a stile, Diane von Furstenberg ha sempre creduto nel potere della moda, tra collezioni iconiche e charme indimenticabile. Twill in seta e paillettes, tocchi fur e stampe patchwork costituiscono il fil rouge della collezione, che trae ispirazione dalla cultura africana e da quella giapponese, tra vivace esotismo e le immancabili citazioni Seventies. Dopo aver sperimentato un innovativo modello di wrap dress, che ricorda da vicino il kimono orientale, Saunders continua in questa stagione con le sue avvincenti costruzioni. Cura certosina è riservata ai tagli e al comfort, per un’allure rilassata e sensuale, da sempre cifra stilistica del brand. Non manca un tocco glam, per una donna che non teme di osare. Lo stilista ha dichiarato anche di essersi ispirato al libro “Idols” di Gilles Larrain (1973): un’apologia di foto eccentriche dell’entourage del fotografo, tra trasgressione e colore. L’eccentricità domina l’intera collezione disegnata da Saunders, per capi iconici, come la giacca in pelliccia blu elettrico da indossare su un wrap dress animalier e pantaloni brillanti o ancora il pigiama palazzo da indossare con bomber.

Le mille e una notte sfilano sulla passerella di Sachin & Babi

Raffinati giochi stilistici in bilico tra suggestioni luxury e multiculturalismo caratterizzano la collezione autunno/inverno 2017-2018 Sachin & Babi, che ha sfilato sulle passerelle newyorkesi. Un sincretismo tra cultura britannica e cultura indiana dà vita ad un défilé ricco di pathos ed eleganza: è il Raj britannico ad influenzare l’intera collezione, tra l’opulenza di abiti da cocktail e da sera. Sachin e Babi Ahluwalia si ispirano all’India nel periodo compreso tra il 1858 e il 1947: l’impero anglo-indiano funge da ispirazione per un défilé intriso di note couture e lusso allo stato puro. Sfarzo e tessuti preziosi caratterizzano una stagione in cui la femminilità diviene centrale: tripudio di taffetà dorato su abiti da sera impreziositi da cascate di Swarovski, elogio di uno stile sofisticato ed evergreen nei capi in mikado di seta dalle costruzioni ardite ed architettoniche. Largo a volumi scultorei e romanticismo, tra decorazioni preziose, ricami e passamanerie timeless. La donna che calca la passerella ricorda una principessa indiana, tra gioielli tipicamente indiani che ornano la fronte e suggestioni orientali che rimandano alle Mille e una notte. Teatrale e sontuosa la donna Sachin & Babi percorre la passerella sfoggiando gonne in taffetà e stampe raffiguranti la rosa inglese, quasi un blasone che fa capolino da maglie semplici indossate con enormi gonne dai volumi teatrali. Largo a lunghi abiti in pizzo multicolor, tra nude look e maniche a velo, ma anche decorazioni gioiello che impreziosiscono sete e raso di seta per capi scultura e infine stampe optical a contrasto. Non mancano note romantiche, come il lungo abito da sera rosa in pizzo, o ancora il nero tempestato da rose. Suggestiva l’ispirazione alla base della collezione, che ripercorre i tratti peculiari della cultura indiana e lo spirito di conquista del colonialismo britannico. Una magistrale interpretazione per un’avvincente sfilata.

La nuova femminilità di 3.1 Phillip Lim

Colorata, romantica ed energetica la collezione 3.1 Phillip Lim, che ha sfilato nell’ambito della fashion week newyorkese. In un clima politico in cui quasi tutti gli stilisti hanno scelto di dare voce a quel sogno americano che sembra essersi dissolto in una logica imperante che tende all’esclusione, la donna diviene simbolo di una rivoluzione da cui ripartire per un futuro diverso. Phillip Lim interpreta il mood imperante con una collezione che sembra puntare al colore, in un clima effervescente. “Ho lavorato sull’idea di un nuovo romanticismo, colore, curiosità e coraggio, per realizzare capi che le donne possano volere”. Femminilità unita a suggestioni sportswear per una collezione ricca di spunti: in passerella si alternano tailleur pantaloni dalle proporzioni oversize e dalle tinte fluo. Largo a rosa all over tra pantaloni morbidi e maglioni impreziositi da stampe oblique ed inserti che sbucano da knitwear pregiato. Non mancano inoltre sapienti note tailoring tra cappotti e blazer. La palette cromatica vede una predilezione anche per il nero, meglio se spezzato da tocchi argentati, a partire dalle scarpe. Note moderniste nelle decostruzioni ad effetto e nei gioielli dal mood futurista. Romanticismo e forza si uniscono in una collezione che rimanda ad un concetto di femminilità quasi in disuso, specie nei bustier e nei corsetti in pelle, audaci e sexy. Largo invece a note maschili nei pantaloni e nelle giacche bomber in pelle. Uno styling intelligente mixa con nonchalance suggestioni e stili eterogenei: il risultato è una collezione curiosa, che trae ispirazione da un’estetica fortemente personale ma mai scontata. Dimenticate trend banali, qui il punto di partenza è la donna, con i suoi bisogni e i suoi desideri. Nuova protagonista indiscussa di 3.1 Phillip Lim la donna diviene il fulcro della collezione per la prossima stagione invernale, in bilico tra ieri ed oggi, auspicando un futuro rosa.

Facebook Stories: storie fantastiche e come disattivarle

Così anche Facebook ha preso il volo, è la brutta fotocopia di Instagram?
App che crushano, fotocopie di stesse funzioni, continui aggiornamenti.
Sembra non ci siano novità in fatto di social, bensì continui giochi di copia-incolla, spesso troppo ripetitivi.
Impossibile dimenticare il traumatico passaggio da Snapchat a Instagram, da un giorno all’altro sembravano essere la stessa cosa.
Nella stessa maniera, a intraprendere la stessa strada è Facebook.
Dopo un simbolico riavvio, ha inglobato il sistema delle Storie.
Ma, in fin dei conti, cos’è una Storia?
Una Storia è un’espressione visuale di pezzi di vita, momenti, sensazioni, umori, video-racconti di una giornata tipo, di un tale viaggio, di un semplice esame da preparare, di canzoni stonate, gaffe, pause caffè.
Niente è soggetto a controllo prima d’essere postato perché, altrimenti, perderebbe di senso e di valore.
Si tratterebbe di libere associazioni, risvegli traumatici, foto compromettenti che non vedrebbero luce se non su una Storia della durata di 24 ore.
Infatti, trascorso il tempo di un giorno, queste si autodistruggono automaticamente.

In media, ogni giorno, ogni utente di Instagram posta 5-6 Storie tra immagini e video.
Differentemente, sul profilo vengono postate 2-3 immagini al giorno.
Il profilo diviene così la vetrina espositrice della propria identità, come vorremmo ci vedessero, come dovremmo apparire, come dovrebbero identificarci.
Ogni post, prima d’essere condiviso, prevede un lavoro di labor limae, di ritocco, affinché le nostre vite appaiano perfette, uniche, sensazionali, alternative, e quindi affinché l’io stesso sia il post.
In altre parole: se ti mostro una vita splendente, attiva, partecipante, sempre al passo coi tempi, penserai che io sia la mia vita, che mi appartenga, e quindi che io sia splendente, attivo, partecipante e sempre al passo coi tempi.
Nonostante, appunto, non siano le Storie ad identificarci ma a fare da cornice alla vita che si decide di mostrare, anche queste posseggono un minimo di capacità di ripresa.
Ovvero, non è importante che siano bellissime ma che ritraggano momenti bellissimi.

Perché, quindi, duplicare un prodotto, un sistema già esistente?
Forse perché vincente?
Quali tipi di Storie, allora, sono da pubblicare un un social e quali sull’altro?
Il quesito rimane irrisolto, almeno fino al prossimo aggiornamento.

Come, invece, disattivarle?
Per chi non ne potesse più di continui riavvii, di insolenti notifiche o di adattarsi a nuove grafiche, esistono soluzioni non del tutto efficienti ma possibili.
Ecco tre opzioni per non aver a che fare con Facebook Stories:

1. tornare a una vecchia versione di Facebook
2. installare Facebook Lite
3. utilizzare un’applicazione alternativa non autorizzata

Stay connected!

fonte foto: MobileWorld

fonte foto: MobileWorld

10 Corso Como rischia lo sfratto a Milano

10 Corso Como rischia lo sfratto dal palazzo storico in cui è nato nel 1991 e al quale deve il nome. Il palazzo nel cuore di Milano è stato messo in vendita dalla famiglia Rusconi e la società che gestisce gli spazi, fino a poco tempo fa controllata da Carla Sozzani editore, è accusata di morosità. Non si tratta del primo guaio per 10 Corso Como. Già nel 2015 Equitalia aveva chiesto il fallimento della Dieci srl a causa di un debito di quasi 5 milioni di euro in tasse non pagate. Allora la cosa era stata definita dalla società “un equivoco” e il debito era stato rateizzato per evitare il fallimento. Oggi però sembra proprio che il concept store ideato da Carla Sozzani rischi di sparire da Milano, insieme al bookshop, al ristorante e al mini hotel. Le trattative sono in corso per salvare la Galleria Sozzani. Non si parla ancora di tempi precisi per lo sfratto, visto che l’acquisto dell’immobile costerebbe oltre trenta milioni. Il palazzo, inoltre, presenta vincoli strutturali e storici che scoraggerebbero le catene commerciali dall’acquisto. Tra i possibili acquirenti si fanno i nomi del gruppo di retail Brian & Berry e di grandi investitori come la Coima di Manfredi Catella.


10 Corso Como, simbolo della movida milanese, è stato fondato nel 1991 da Carla Sozzani (sorella della direttrice di Vogue Italia Franca Sozzani, scomparsa alla fine dello scorso anno) come luogo d’incontro creativo tra arte e commercio. Il piccolo shop raccoglie mostre di abiti di culto e collezioni di talenti emergenti ed è stato pian piano ampliato con la Galleria Sozzani per mostre d’arte e di fotografia, un ristorante e un mini hotel con tre suite di lusso. Oggi 10 Corso Como è presente anche a Shanghai e Seul, mentre anche la sede di Pechino sta vivendo un brutto momento. Dalla società che gestisce gli spazi del concept store precisano: «I canoni sono sempre stati pagati, a pesare sulla risoluzione del contratto di locazione sono state vecchie pendenze».

Pitti 91 – Old Randa: Le scarpe da vero Gentleman

Andrea in arte Old Randa, nato nei primi anni 70 a Vigevano, ridente cittadina lombarda che si stava affermando come capitale della calzatura Europea.
Già da molto piccolo i suoi genitori dipingevano suole per calzature e tutte le persone che gli erano vicino avevano lavori “artistici”; il suo nonno paterno era un pittore restauratore, mentre quello materno era artigiano, quindi cresciuto con pennelli, chiodi e tanta creatività. La colonna sonora delle sue giornate era il suono delle macchine da cucire per tomaie e gli odori che lo circondavano erano caratterizzati dalla pungente nota del tenacio.


Old Randa

Old Randa




Le calzature di pregio, sono sempre state nel suo DNA, in primis apprese le procedure da Shoeshiner per poi arrivare a sviluppare “l’arte della Patina”.
La sua collezione di calzature viene prodotta con pellami rigorosamente in crust (bianco neutro) sui quali dipinge e crea la Patina.


La sua passione innata per l’arte e per i dettagli lo porta a lavorare anche fino a dieci ore su un paio di scarpe per eseguire la Patina, il Glacage e dipingerne la suola.


Old Randa

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Il progetto Old Randa, incarna a 360gradi tutto quello che nella vita lo appassiona, dalla musica, la regia, la pittura e la sua filosofia di vita.


“Finalmente posso dare al tempo un valore vero, vivere l’emozione di creare ogni volta un pezzo unico e potervi dedicare giornate intere personalizzandolo nei minimi particolari. Nessun paio risulta uguale ad un altro. Ognuno è un vero fermo immagine, una polaroid del momento in qui è stato creato.”Old Randa


Old Randa

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Old Randa

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Old Randa

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Old Randa al Pitti 91


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Chinoiserie e romanticismo per Marchesa alla New York Fashion Week

Keren Craig e Georgina Chapman, le stiliste alla guida di Marchesa, hanno presentato la collezione autunno inverno 2017-18 del brand alla New York fashion Week. Una parata di romantici abiti da sera, in cui a farla da padrone sono il colore e i dettagli preziosi. La moda firmata Marchesa è sempre molto femminile, principesca ed elegante, ma la novità di stagione sta nell’inserimento di delicate suggestioni orientali. A ispirare Keren Craig e Georgina Chapman è la Cina, filtrata attraverso pellicole cult come Addio, mia concubina del 1993. «La Cina mi ha sempre affascinato – racconta la Chapman durante un’intervista con Suzy Menkes, alla fine della sfilata – È una cultura che ha veramente una propria identità».


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Il fascino orientale rivive nella sfilata Marchesa autunno inverno 2017-18, “The glamour of Shanghai“. Tessuti preziosi come il velluto, il pizzo Chantilly, il tulle sono rinnovati da dettagli couture: piume di marabù e grandi fiori tridimensionali, frange e ricami fil coupé. Le silhouette dei lunghi abiti da sera alternano gonne ampie e vaporose a modelli a sirena, movimentati da lunghe frange e scenografici fiocchi di velluto. Per questa sfilata alla New York Fashion Week, Marchesa sceglie una delicata palette di colori pastello, dal rosa cipria all’arancio pallido all’azzurro polvere, intervallati da nero e rosso imperiale e da tocchi pop di raso chartreuse. Molti abiti da sera sembrano già pronti per il red carpet e tra il pubblico della New York Fashion Week qualche star li avrà già adocchiati per la cerimonia degli Oscar. Elegantissimi i look in bianco e nero: un modello a sirena, con ampio spacco e un grande fiocco di velluto sul bustier e uno in morbido tulle con fiori argentei sono stati i più applauditi. Bellissimi però anche i vestiti in raso color cipria che ricordano gli abiti tradizionali della Cina imperiale, e quelli con lunghe frange a metà strada tra oriente e occidente anni ’20.


Starbucks porta le palme in piazza Duomo, Milano tra stupore e critiche

Starbucks ha (ri)portato le palme in piazza Duomo a Milano. Stamattina il capoluogo lombardo si è svegliato in un panorama del tutto nuovo: davanti alle familiari guglie e alla Madonnina d’oro, filari di palme e a breve anche di banani. Lo ha voluto il colosso americano, che nel 2018 arriverà in Italia proprio partendo da un primo punto vendita a Milano. Starbucks ha vinto il bando lanciato da Palazzo Marino per il rinnovo delle aree verdi della piazza meneghina più famosa, e ha scelto di decorarla piantando alberi esotici e arbusti dai fiori rosa. Oggi le palme, domani filari di banani e piante che si alterneranno nella fioritura durante l’anno: ortensie in estate, bergenia in primavera e canne giganti cinesi in autunno per una piazza Duomo perennemente ricoperta di petali rosa. Per quanto romantica, però, la prospettiva ha indispettito qualcuno. Non tutti i milanesi, stamattina al risveglio, hanno ammirato con stupore le novità nelle aiuole del Duomo.


Il primo a commentare, seppur sospendendo il giudizio, è stato il sindaco di Milano Giuseppe Sala che ha pubblicato su instagram uno scatto del nuovo volto della piazza, scrivendo «Milano si risveglia con palme e banani in piazza Duomo. Come nella tradizione ottocentesca. Buona o cattiva idea? Certo che Milano osa eh…». A quanto pare, infatti, già nel XIX secolo la piazza del Duomo di Milano era ricoperta di piante esotiche. Ma se a qualcuno questo sembra un piacevole ritorno alla storia, per altri si tratta di uno scempio. «La giunta chieda scusa per un obbrobrio che snatura la piazza» ha chiesto Alessandro Morelli, rappresentante della Lega a Palazzo Marino. Il Consiglio Comunale di stamattina è stato vivacemente animato anche dai consiglieri di Forza Italia, entrati in aula armati di banane gonfiabili. Anche gli esperti si dividono in merito alle palme in piazza Duomo: l’architetto Marco Bay, che ha firmato il progetto, difende l’idea «che dialoga perfettamente con il Duomo, valorizza lo spazio». L’architetto paesaggista Paolo Pejrone invece, la liquida così: «Piantare queste specie in piazza del Duomo a Milano mi sembra una follia neogotica. I banani sono una scelta coraggiosa, certo, al limite del kitsch». Alla fin fine, continua Bay, quando si tratta di alberi si litiga sempre: sia quando vengono tagliati, sia quando vengono piantati.

In difesa di Virginia Raggi

Scritto da me, con questo titolo, può sembrare fuorviante o strano, ma in realtà lo penso davvero.
Io personalmente Virginia Raggi la difendo. Molto, ma molto meno, il popolo romano.
Certo, i romani avevano un’attenuante. Le classi politiche precedenti di ogni colore, il malaffare, la città lasciata a se stessa, le periferie non ne parliamo, Mafia Capitale (a proposito, dopo tanto clamore 113 persone indagate non sono nemmeno state rinviate a giudizio perché “il fatto non sussiste” o “non costituisce reato”, ma ovviamente è passato in sordina).


Hanno ceduto alle lusinghe ed alle facili promesse di un “pseudo nuovo” che si prometteva rivoluzionario. Eppure quello pseudo nuovo lo conoscevano bene. Sapevano chi era Virginia Raggi e conoscevano le beghe interne e la “qualità” della lunga lista di parlamentari laziali.
Perché dunque oggi attaccare una Virginia Raggi che tutti sapevamo essere quella che si è dimostrata?


Andiamo con ordine: quale novità nel fatto che fosse telecomandata da Grillo e nelle mani della Casaleggio? Lei, scelta con finte selezioni online dove si fronteggiavano Taverna, Lombardi, Di Maio, Di Battista e tutte le fronde di quel micromondo grillino degli ex meet-up che tutti conoscono. Scelta in una guerra di potere interno – che oggi emerge in tutta la sua esasperazione, e decisamente squallore – a caccia di una garanzia di riconferma per quattro comici-sparuti-guerrieri miracolati dal populismo. Scelta anche “aprendo e chiudendo” la possibilità di votare non si sa bene a chi, con dati verificabili da nessuno, e su cui nessuno di quelli anche chiamati a testimoniare in tribunale si presenta a spiegare.


Lei, tutto sommato un faccino pulito telepresentabile. Lei considerata dai “big” dell’ormai archiviato “direttorio” (Chi se lo ricorda? Scelto da chi? Nominato a fare che?) come una “non minaccia” alla loro leadership e visibilità. Già, dopo il “gran rifiuto” di Di Battista che dietro la linea della coerenza malcela le due verità personali: uscire dalla Camera e non pesare più per la corsa al Governo, doversi impegnare nell’amministrare (arte meno mediatica e più problematica). Macché.
Lei che tutti potevano “gestire” per mettere lì “i propri uomini” per rafforzare la propria capacità di rielezione e di potere personale.


Ma “sta porella” cui tutti hanno imposto qualcosa per stare lì, in fondo, che doveva fare?
Certo – lei – non è esente da furberie. Forse la più brillante in Campidoglio (soprattutto a scansarsela in tempi bui) se fosse rientrata come consigliere avrebbe da consigliere concluso la sua carriera. Già, la storia dei due mandati la ricordate? Due turni e poi a casa. È questo che brucia ai Frongia e compagnia. E questo “count down” scuote i movimentisti della prima ora. Quelli che hanno dato forza al Movimento e che oggi “che c’è da raccogliere” (risultati, visibilità e poltrone) rischiano di trovarsi “al secondo mandato e a casa”.
Ma non temete. Come sempre è stato nella creatura Grillina – come nella fattoria degli animali di Orwell – di notte qualcuno (nominato e scelto da nessuno) con sommi poteri cancellerà queste regole con qualche nuova opportunistica eccezione. E noi, qui, attendiamo la prossima.


Dunque la domanda è sempre la stessa, cosa ci si aspettava di più da questa furbetta che si è presentata come innocua, ha semplicemente omesso – piccolo opportunismo che derubrichiamo a peccato veniale – di dire che ha lavorato nello studio Previti (perché nel Movimento dei duri e puri non faceva bello)? Che ha omesso di dichiarare gli incarichi ricevuti da altre amministrazioni pentastellate (e di chi altri potevi fidarti), e che si è presentata come giovane avvocato acqua e sapone che al webbe tanto poteva piacere? Del resto a quella vittoria romana credevano in pochi, ed era un modo per uscirne puliti.


Certo, da un avvocato ci si poteva aspettare qualcosa in più di alcune nomine in abuso di potere in atto pubblico, ma in fondo che ha fatto? Quelli – i Romeo, i Marra, le Muraro – sono solo passate a incassare un credituccio, le hanno detto “nominami…” e lei, ingenua, ha solo assegnato dei ruoli. Del resto, di chi poteva fidarsi?
Scopre poi una polizza a lei intestata. Ovvio che sia “un amore non corrisposto”. Qualcuno – tra cui la Procura di Roma – parla e indaga su un “sistema polizze”. Ma si sa – il concetto è abbondantemente sdoganato – che la magistratura vede il marcio anche dove non c’è, non concepisce un amore non corrisposto. E la macchina del fango dei poteri forti che controllano la stampa di regime è pronto a fermare la rivoluzione. Si sa.
Dunque, da “sta porella”, un po’ tutti – cittadini rimani inclusi – ma che ci aspettavamo?
Che doveva fare, o meglio, che poteva fare?


Un non partito senza classe dirigente, senza persone capaci e formate, senza alcuna selezione, in preda alla guerra di potere interna, dove qualsiasi consiglio e suggerimento è un tassello che guarda altrove… e del resto “dopo anni di malgoverno vuoi che in pochi mesi si risolva tutto?”
Qualcuno potrebbe eccepire “risolvere tutto no, ma almeno una giunta…”
Già, la giunta. Dove nessuno di veramente alto e qualificato si assume la responsabilità di firmare un bilancio e alla terza sostituzione nomini al bilancio i tesoriere della tua campagna elettorale, che con tutto il rispetto non è proprio la stessa cosa.


Intanto ha detto due no pesanti. No alle Olimpiadi – che è tutto un magna magna – e no allo Stadio della Roma, che non costava un euro di soldi pubblici.
Ah no, quel no lo ha detto l’assessore all’urbanistica.
Già Berdini quello che ha detto “su certe scelte sembra inadeguata per il ruolo che ricopre. Sembra impreparata strutturalmente, non per gli anni” e “si è messa in mezzo a una corte dei miracoli”, “s’è messa vicino una banda”.
Il riferimento – spiega Repubblica – sembra essere a quei “quattro amici al bar” – così si chiamava la chat Telegram che comprendeva Raggi, l’ex vicesindaco Daniele Frongia, l’ex capo del personale Raffaele Marra (arrestato per corruzione il 16 dicembre) e l’ex capo della segreteria politica Salvatore Romeo, ora indagato insieme alla sindaca per abuso d’ufficio a proposito della sua nomina (con cui era passato dal ruolo di semplice dipendente a quello di dirigente mettendosi in aspettativa e con lo stipendio triplicato sopra i 100mila euro, poi ridotto a 93mila per l’intervento dell’Autorità anticorruzione).


Insomma, tutti ex, non sappiamo se sempre amici e sempre al bar, e qualche peccatuccio veniale sul quale – in coerente stile italico – ne vedremo ancora uscire fuori di cose. Perché sullo sfondo di questa vicenda quello che rimane è lo scontro “tra ladri di galline” dei big parlamentari di un movimento che ormai ha più correnti che eletti.
Disse Fassino a Grillo “provaci a fare un partito, vediamo se ci riesci”. Prendere voti “alla Grillo” è facile, è fare un partito che è tutta un’altra storia. E di questa mancanza, ancora una volta, davvero la colpa e della Raggi?
Io non credo. Lei al massimo ha colto la sua opportunità. Diciamo un’altra miracolata di quella corte dei miracoli senza arte né parte di un movimento che doveva rappresentare i cittadini, e che invece rappresenta la parte peggiore dell’italietta provinciale.

Chicca Lualdi Beequeen, la moda italiana alla settimana della moda di New York

Con la sua estetica essenziale e rigorosa, la moda italiana di Chicca Lualdi Beequeen conquista la settimana della moda di New York. Invitata come ospite internazionale, Chicca Lualdi porta sulla passerella newyorchese la sua moda donna autunno inverno 2017-18, fatta di tagli sartoriali e linee precise, colori tenui e una femminilità ricercata e mai ostentata. L’essenzialità delle forme non deriva dal minimalismo anni ’90, ma da un rigore architettonico che si trasforma in abiti contemporanei e freschi. La donna che Chicca Lualdi porta in passerella alla settimana della moda di New York mixa con gusto il rosa pallido e il grigio, colori lievi per una collezione iper-chic.


Pensati per la quotidianità di una donna moderna e sensuale, i look della collezione autunno inverno 2017-18 sono pratici ma molto femminili. Silhouette fluide per i completi da giorno, linee pulite e geometrie essenziali per le cappe e i cappotti di taglio maschile. A spezzare l’essenzialità della collezione Chicca Lualdi Beequeen sono i dettagli: pelle e pelliccia si inseriscono con naturalezza sulle tasche dei pantaloni e sulle fibbie dei cappotti dalla linea asciutta. Tessuti checked e Principe di Galles emigrano dal guardaroba maschile sulla passerella della moda donna per il prossimo autunno inverno, declinati in rosa pastello e classiche tonalità di grigio. Da sempre appassionata di arte e architettura, Chicca Lualdi riversa nelle sue collezioni le suggestioni anni ’60 dei suoi artisti di riferimento: da Courreges a Balenciaga, da Valentino a Yves St. Laurent. Con gusto e creatività, la stilista reinventa una nuova concezione di minimalismo, contemporaneo e raffinato e totalmente made in Italy. Definita dalla Camera della Moda  “Miglior giovane talento emergente della moda italiana” nel 2009, da allora Chicca Lualdi ha portato il suo gusto italiano in tutto il mondo, e anche alla New York Fashion Week ha portato alto il nome del made in Italy.


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New York Fashion Week 2017: colore e volume nella sfilata di moda Delpozo

Colore e volume sono i capisaldi della sfilata di moda Delpozo alla New York Fashion Week 2017. Con i suoi studi da architetto, per Josep Font, da cinque anni direttore creativo del brand, dare forma scultorea alle sue creazioni è quasi naturale. La collezione Delpozo per il prossimo autunno inverno porta il volume all’esasperazione, così come la saturazione dei colori per uno stile futuristico e straniante. Quasi tutti i look sono modellati su sottili maglie con cappuccio che danno alle modelle l’aspetto di coloratissimi alieni. Su questa base la costruzione di ogni abito è complessa quasi all’eccesso. Per cappotti, abitini e completi i volumi sono architettonici e si basano su linee curve: immense gonne, spalline enormi e cappotti oversize per look prêt-à-couture.


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Definito l’erede di Cristobal Balenciaga per il suo uso estremo del volume, Josep Font si ispira all’arte scultorea di Max Bill, mentre la scelta di colori accesi e saturi arriva dalla pittura del post-impressionista József Rippl-Rónai. Giallo canarino, vinaccia, blu cobalto e verde intenso definiscono la sfilata in technicolor di Delpozo. L’organza di seta è stampata a motivi floreali, la maglieria è ricoperta da maxi paillettes e il broccato si fa luminoso. La sfilata di moda autunno inverno 2017-18 porta in passerella look eccessivi che mescolano, però, singoli pezzi assolutamente portabili. L’invenzione creativa di abitini dalle spalle oversize, cappotti con le maniche a tulipano e futuristiche jumpsuit crea una moda giorno dall’appeal contemporaneo. Gli abiti da sera, invece, giocano con strati di tulle colorato, raffinate applicazioni e inediti color block. Amato da star del calibro di Rihanna, che ha scelto un abito del brand per un evento pre-Grammy la scorsa settimana, l’universo Delpozo è coloratissimo ed esagerato, e ci tiene a mostrare la sua anima anticonformista in ogni collezione. La sfilata alla New York Fashion Week 2017 non fa eccezione, e viene applaudita come uno degli show più riusciti di questa stagione.


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Note gipsy ed ispirazioni grunge in passerella da Nicole Miller

Giovane e divertente la collezione di Nicole Miller, che ha sfilato nell’ambito della fashion week newyorkese. La stilista ha dato vita ad una sfilata interessante, per un autunno/Inverno 2017-2018 che vede una inedita fusione di elementi gipsy e citazioni grunge. La stilista unisce motivi dal sapore mistico a note streetwear, in un continuo gioco di rimandi e sovrapposizioni. Le carte dei tarocchi, costellazioni, dragoni e ancora fiori ed api sono i motivi che impreziosiscono maglie, t-shirt e minidress, facendo capolino attraverso decorazioni in cristalli e paillettes. Largo a cardigan minimali, animalier all over per abiti sartoriali e strutturati con maniche a sbuffo, black all over con applicazioni gioiello su mini dress monospalla: tripudio di stampe jacquard e tessuti preziosi da abbinare a parka camouflage e capispalla dalle note sporty. In passerella sfila una parata di capi di stile diverso, per una ragazza eclettica e dalla personalità spumeggiante: paillettes all over impreziosiscono magliette semplici da abbinare a jeans strappati, mentre simboli mistici fanno capolino da bomber asimmetrici. La collezione è pervasa da uno spirito gitano, che utilizza simboli arcaici ed esoterici sdoganandoli come nuovi must have, piccole decorazioni preziose perfette per dare colore ai capi scuri. Se talvolta il mood prevalente nel défilé sembra scadere nel kitsch, tuttavia la collezione è intrisa da uno spirito giovanile e divertente.

Sfila a New York la moda politicheggiante di Tome

Sofisticata, grintosa e sicura di sé la donna Tome, protagonista della settimana della moda di New York: una collezione autunno/inverno 2017-2018 pervasa da note minimali e mirabolanti virtuosismi stilistici, tra tocchi surrealisti e messaggi di natura politica. Ryan Lobo e Ramon Martin traggono ispirazione dalle Guerrilla Girls, gruppo di artiste e attiviste politiche neo femministe famose per indossare maschere raffiguranti volti di gorilla per mantenere l’anonimato. Sfilano in passerella camicie originali, impreziosite da zip oblique ed indossate su gonne con spacco inguinale. Sensualità in pillole per una collezione che riesce contemporaneamente ad attingere al guardaroba maschile e alla corsetteria, tra accenni lingerie e citazioni surrealiste: le giacche sono impreziosite da accenni di pelliccia e decorate con motivi che omaggiano la corrente surrealista, come la clessidra ecc. Non mancano capi in blocchi cromatici, caratterizzati da ardite stampe e grafismi, in una collezione pensata per esaltare la silhouette femminile. “I corpi delle donne sono sotto attacco”, ha commentato Ramon Martin, creatore di una collezione che si pone come sussidiario visivo alla tematica del diritto di scelta da parte delle donne. Il duo di creativi omaggia le Guerrilla Girls attraverso il motivo iconico della banana, che fa capolino sul retro di giacche in pelle. “Siamo stati ispirati dal modo in cui loro riescono ad incanalare la frustrazione, il terrore, la protesta e l’agitazione tramite l’ironia che pervade il loro lavoro”, ha dichiarato Martin, citando anche altre artiste femministe, come Dorothea Tanning, Alina Szapocznikow e Louise Bourgeois, che sono servite ai due stilisti come riferimenti addizionali per una collezione che esalta l’essere donna. Il duo creativo ha inoltre rispolverato alcune idee delle passate collezioni, come i cappotti in plastica creati per la collezione primavera/estate 2014. Una sfilata che si è meritata una standing ovation.

Steve Bannon e Julius Evola, il collegamento fascista tra USA e Italia

Il New York Times ha pubblicato un interessante articolo che parla delle connessioni tra Steve Bannon, stratega di Trump, e un filosofo ultra conservatore italiano apprezzato da fascisti e nazisti: Julius Evola.


Quelli che cercano di scoprire le origini della oscura e a tratti apocalittica visione del mondo di Stephen K. Bannon, guru dell’ideologia di Trump, finiscono ripetutamente per inciampare nella conferenza in Vaticano del 2014 in cui ha parlato di Islam, populismo e capitalismo.


In tutte le analisi di quel discorso un citazione di Bannon nei confronti di un esoterico filosofo italiano è stata poco riconosciuta eccetto che da studiosi e seguaci del filosofo vicino al nazismo Julius Evola.


“Il solo fatto che Bannon conosca Evola è significativo” dice Mark Sedgwick, uno tra i più importanti studiosi di Tradizionalismo alla università danese di Aarhus.


Evola, morto nel 1974, ha scritto riguardo molti argomenti, dalle religioni orientali alla metafisica del sesso fino all’alchimia ma la cosa che lo ha reso più famoso è il suo ruolo di principale propalatore del Tradizionalismo, una visione del mondo, popolare nell’estrema destra e nei circoli religiosi alternativi, che crede che il progresso e l’uguaglianza siano delle illusioni venefiche.


Evola fu apprezzato dai fascisti e i terroristi neri degli anni ’60/’70 lo consideravano un padre intellettuale e spirituale.


Si facevano chiamare i Figli del sole, nome derivato dalla visione di Evola di un nuovo ordine mondiale che avrebbe distrutto la borghesia e che lui chiamava la civiltà solare.
Oggi il partito neo nazista greco Alba Dorata mette i suoi scritti tra i suggerimenti per la lettura e il leader di Jobbik, il partito nazionalista ungherese, ammira Evola e ha scritto una introduzione ai suoi lavori.


In modo più significativo per l’attuale amministrazione americana Evola ha preso piede nei movimenti di alt right statunitensi che Bannon ha coltivato da leader di Breitbart News e che ha poi fatto confluire sulla candidatura Trump.


“Julius Evola è uno degli uomini più affascinanti del XX secolo” ha detto Richar Spencer, il suprematista bianco che è una delle figure centrali nel movimento alt right americano che unisce suprematisti, razzisti e anti-immigrati.


Nei giorni successivi alla elezioni Spencer ha tenuto una conferenza di estrema destra a Washington per inneggiare a Trump: ”Hail Trump”. Durante questa conferenza ha invoca l’idea di Evola di una spiritualità preistoria e pre-cristiana in riferimento a un risveglio della razza bianca, da lui chiamata “Figli del sole”.


Spencer ha specificato che “è importantissimo” che Bannon conosca Evola e altri pensatori tradizionalisti.


“Anche se non li ha ancora assorbiti e ne è stato cambiato è, almeno, aperto nei loro confronti” dice “Almeno ne riconosce l’esistenza. Questa è una differenza fondamentale rispetto ai movimenti conservatori americani che li ignorano o tentano di reprimerne le idee”.


Bannon, che non ha risposto alle nostre richieste di commento, è un lettore avido e d’ampio spettro. Ha parlato in modo entusiasta di tutto, da L’arte della guerra di Sun Tzu alle teorie di Strauss-Howe che vedono la storia come un ripersi di cicli cataclismatici che distruggono l’ordine per cambiarlo. La sua citazione di Evola e la sua conoscenza stessa sono una riflessione di queste letture. Qualcuno nell’estrema destra considera Bannon come il veicolo grazie a cui queste idee riguardanti una società gerarchizzata guidata da una casta di uomini superiori si fanno largo in un periodo di crisi.


“I seguaci di Evola vedono la loro nave arrivare in porto” dice Richard Drake, professore dell’Università del Montana, che ha scritto riguardo Evola nel suo libro “La mistica rivoluzionaria e il terrorismo nell’Italia contemporanea”.
Per alcuni di loro c’è voluto molto tempo.


“E’ la prima volta che un consigliere di un presidente americano conosce Evola o ha una formazione tradizionalista” dice Gianfranco De Turris, un biografo e apologeta di Evola che dirige la fondazione Evola dal suo appartamento a Roma.
“Se Bannon ha queste idee dovremo vedere come influenzerà le politiche di Trump”


Un articolo di marzo intitolato: “An Establishment Conservative’s Guide to the Alt-Right” su Breitbart, il sito allora gestito da Bannon include Evola tra i pensatori a cui può essere tracciata “l’origine della destra alternativa”. può essere trovato.


L’articolo era co-firmato da Milo Yannopoulos, il provocatore di alt-right che è incredibilmente popolare tra i conservatori nelle università. Trump ha recentemente difeso Yannoupoulos come simbolo della libertà di parola dopo che dei manifestanti aveva protestato un suo discorso pianificato a Berkeley.


L’articolo celebrava i giovani troll che danno energia e momento al movimento alt right. Giovani che sono motivati da comune e rivedibile senso dello humor, che usano battute anti-semite, meme razzisti “in un modo immaturo ma isterico”.


“Difficile pensare che loro leggano Evola” continua l’articolo ”loro possono essere inclini a simpatizzare con queste cause ma principalmente perché disturba le persone giuste”.


Evola che ha più che disturbato le persone per quasi un secolo, sembra avere un momento di gloria.

“Quando ho iniziato a lavorare su Evola dovevi scavare in documenti in italiano” dice Sedgwick, che tiene traccia dei movimenti e delle correnti di pensiero tradizionaliste attraverso il suo blog: Traditionalists. “Ora lo puoi trovare in inglese, tedesco, russo, serbo, greco e ungherese. Prima ho visto Evola esplodere poi ho realizzato che il numero di persone interessato in questo tipo di idee stava esplodendo”.

NAto nel 1898 Evola amava riferirsi a sé stesso come barone e in vecchiaia iniziò a portare un monocolo.

Uno studente brillante e un artista di talento quando tornò a casa dopo la Prima guerra mondiale divenne uno dei leader del movimento dadaista che, come Evola, rigettava le istituzioni borghesi e la chiesa.

Gli sforzi artistici di Evola hanno pavimentato la strada nei confronti del suo successivo amore per il filosofo tedesco Friedrich Nietzsche che fece sviluppare in lui una sopraffacente animosità nei confronti della decadenza della modernità. Influenzato da lavori mistici e dall’occulto Evola cominciò a sviluppare l’idea che ognuno può trascendere la sua realtà ed essere “chiunque uno voglia essere”.

Sotto l’influenza di René Guénon, un metafisico francese convertito all’Islam, Evola iniziò a scrivere il suo lavoro più pubblicato: Rivolta contro il mondo moderno che parla del materialismo come un influenza che erode gli antichi valori.

Evola vedeva l’umanismo, il rinascimento, la riforma protestante e la rivoluzione francese come disastri storici che hanno portato l’uomo più lontano da una forma di verità perenne e trascendente.

Cambiare il sistema non era ”una forma di contestazione o polemica ma di distruggere tutto”.

Drake scrive che l’ordine ideale di Evola era basato su “gerarchia, casta, monarchia, razza, mito, religione e rituale”.

Questo fece in modo che Mussolini ne diventò un ammiratore.

Il dittatore già amava i primi lavori di Evola sulla razza che hanno influenzato le leggi razziali italiane del 1938 e che restrinsero i diritti degli ebrei in Italia.

A Mussolini piaque tanto Sintesi di dottrine della razza, un libro di Evola del 1941 che sosteneva una forma di razzismo spirituale e non solamente biologico che lo invitò a incontralo nel settembre dello stesso anno.

Evola alla fine ruppe con Mussolini e con i fascisti perché li considerava troppo domi e corrotti dal compromesso. Preferiva gli ufficiali delle SS naziste vedendoli più vicini al suo ideale mitico. Loro, per giunta, condividevano il suo anti-semitismo.

Bannon ha suggerito nel suo discorso in Vaticano che il fascismo sia nato dalle idee di Evola.

Come ha ben spiegato Bannon riguardo le motivazioni intellettuali del presidente russo Vladimir Putin “Julius Evola e altri scrittori del primo ventesimo secolo erano i veri seguaci di quello che è chiamato movimento tradizionalista che si è trasformato, alla fine, nel movimento fascista”.

La realtà, secondo gli storici, è che Evola ha cercato di infiltrarsi e influenzare il movimento fascista, come dice Sedgwick, in modo che questi fossero un veicolo per la diffusione delle sue idee.

Nel suo discorso in Vaticano Bannon ha suggerito che nonostante Putin rappresenti una cleptocrazia “comprende il pericolo esistenziale posto da un potenziale nuovo califfato” e l’importanza di usare il nazionalismo per preservare le istituzione tradizionali.

“Noi, l’occidente giudeo-cristiano” aggiunse Bannon “dobbiamo veramente guardare a quello di cui lui parla riguardo il tradizionalismo, in modo particolare nel senso in cui supporta i fondamenti del nazionalismo”.

Come Bannon ha suggerito nel suo discorso l’ideologo più ascoltato da Putin, Aleksandr Dulgin, è un tradizionalista ultra-nazionalista russo anti-liberale ed è chiamato il Rasputin di Putin.

Dugin è un discendente intellettuale di Putin e propala un “genuino, vero, radicalmente rivoluzionario e coerente fascismo dei fascisti” e propone una teoria a base geografica chiamata “Eurasianismo” che funge da base ideologica alla spinta espansionistica di Putin verso l’Europa orientale.

Dugin pensa che i tradizionalisti europei necessitino la Russia e quindi Putin allo scopo di essere difesi dall’assalto furioso delle democrazie liberali occidentali, dalle loro libertà individuali e dal loro materialismo. Tutte bestie nere di Evola.

Il richiamo di questi valori tradizionalisti nei confronti dei votanti populisti e contro le elite fuori dal mondo, l’unione pan europea e il governo centralizzato degli Stati Uniti, come dice Bannon, non è andato perso nel guru ideologico di Trump.

“Un sacco di persone sono tradizionaliste” ha detto nel suo discorso in Vaticano “sono attirate da queste idee”.

Valentina Sampaio : la prima modella trans sulla cover di Vogue Paris

Che il mondo della moda abbia da tempo aperto al mondo transgender non è una novità: tante sono le modelle nate uomini che si sono fatte strada nel fashion system negli ultimi anni. In principio fu Lea T., che fece irruzione sulle passerelle col suo vissuto ricco di tragicità e bellezza; da allora tanti sono i volti che si sono alternati in ogni parte del mondo, fino alla recente apertura al mondo trans da parte della moda asiatica, prima con Mimi Tao e poi con la splendida Anjali Lama, protagonista dell’ultima fashion week indiana.

Ora anche la carta patinata apre al mondo trans: la rivoluzione parte da Vogue Paris. Per la prima volta sulla copertina della Bibbia della moda è stata immortalata una modella transgender: la rivoluzione ha il volto di Valentina Sampaio, modella brasiliana da molti considerata l’erede di Gisele Bundchen. Volto perfetto, labbra carnose e fisico statuario, Valentina è figlia di un pescatore e di una insegnante.

Diciannove anni appena compiuti e già una carriera alle spalle: Valentina sfila da quando aveva 16 anni ed è già apparsa sulla copertina di Elle Brazil. Una bellezza che travalica i confini dell’identità di genere: già da bambina, a soli 8 anni, Valentina capisce di non riconoscersi nel sesso maschile. Seguita da una psicologa, la giovane cresce in bellezza e consapevolezza. Oggi l’ascesa nell’Olimpo della moda: si intitola “La Beauté transgerre” l’edizione di marzo di Vogue Paris, in edicola dal 23 febbraio.

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La cover di marzo di Vogue Paris



Descritta come una femme fatale, Valentina Sampaio campeggia sulla cover immortalata dall’obiettivo di Mert Alas e Marcus Piggott, in un servizio che ne mette in risalto la statuaria bellezza. Con styling di Emmanuelle Alt, direttrice dell’edizione francese della testata, la modella diviene il volto di una rivoluzione, in un che sdogana la causa LGBT conferendo una patina glamour alla bellezza transgender, finalmente compresa e ammirata universalmente.

“Questo mese siamo fieri di celebrare il modo in cui le modelle come Valentina Sampaio stanno cambiando il volto della moda, abbattendo i pregiudizi”, questo il messaggio diffuso sui social dal magazine. E’ una tappa di portata storica, per il mondo trans, anche se la strada da percorrere è ancora lunga “Solo quando una modella trasgender poserà in copertina su una rivista di moda, e non sarà necessario scrivere un editoriale in merito, sapremo che la battaglia è stata vinta”, queste le parole con cui Emmanuelle Alt saluta Valentina Sampaio, nel suo editoriale che accompagna il numero di Vogue che vede sulla cover la modella brasiliana.

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Zac Posen incanta New York con la collezione autunno inverno 2017-18

Dal debutto di Zac Posen nel mondo della moda sono già trascorsi 15 anni. Era il 2002 quando il giovane designer presentò al mondo la sua prima collezione affascinando il pubblico e la stampa. Amante degli abiti da sera, dei volumi architettonici e dei materiali preziosi, Zac Posen è oggi famoso in tutto il mondo, vincitore di ambiti premi e amato dalle star. Da Naomi Campbell a Uma Thurman, da Katy Holmes a Naomi Watts, tantissime sono le donne che ha vestito in abiti splendidi, scenografici, sfarzosi sul red carpet. In occasione del 15° anniversario della sua carriera, lo stilista ha scelto di presentare la sua nuova collezione in una performance invece che in una classica sfilata. L’evento, immortalato negli splendidi scatti di Vanina Sorrenti, ha visto protagoniste supermodelle come Carolyn Murphy, Jourdan Dunn, Lindsey Wixson. Bellissime e sensuali, le foto ritraggono gli abiti della collezione autunno inverno 2017-18, che uniscono praticità e fantasia a quel tocco regale tipico delle creazioni Zac Posen.


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Protagonisti, come sempre, i ball gown dalle complesse architetture per principesse moderne. Organza e raso, luccicanti tessuti glitter e applicazioni di paillettes per fascianti abiti a sirena e ampi vestiti da ballo, in un’elegante combinazione delle caratteristiche fondanti dello stile Zac Posen. La collezione presentata a New York, nel quartiere di Soho dove il designer è cresciuto, comprende anche una vasta scelta di look da giorno: abiti fluidi o strutturati, stampe a fiori e originali applicazioni di pelliccia e pizzo Sangallo. Una collezione dall’appeal femminile e contemporaneo, che dimostra ancora una volta la dedizione di Zac Posen al corpo delle donne e alla sua valorizzazione. Abiti perfetti per il red carpet ma anche completi da giorno, bluse arricchite da ruches e pantaloni fluidi in total white. Zac Posen ha di nuovo incantato New York, il mondo della moda e le sue affezionatissime amiche celebrities.


New York Fashion Week 2017, la nuova libertà di Brandon Maxwell

A soli due anni dalla fondazione del proprio brand, il giovane designer Brandon Maxwell sente su di sé la soffocante pressione del fashion system, dei clienti, della stampa e di tutti coloro che si aspettano da lui l’ennesima sfilata in bianco e nero. Così, alla New York Fashion Week 2017, lo stilista ha deciso di presentare una collezione «creata con il cuore», come la definisce poco prima dello show. Libero da qualunque aspettativa, Brandon Maxwell ha scelto di viaggiare con la fantasia trasportato solo dal proprio talento, «pronto a lasciare andare ciò che gli altri si aspettano da lui». Il risultato è una collezione autunno inverno 2017-18 in cui la maestria nel giocare con i volumi e i tagli architettonici dello stilista è sempre presente, ma interpretata alla luce di una maggiore libertà creativa.


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Nel bianco e nero a cui Brandon Maxwell ha abituato il suo pubblico si inseriscono verde petrolio, burgundy, blu elettrico e magenta. «Sono tantissimi colori, rispetto al mio solito» scherza in un’intervista alla fine della sfilata autunno inverno 2017-18. La collezione però non gioca solo con la palette dei colori, ma anche con proporzioni e volumi esagerati su tessuti sfarzosi. Pelle, cristalli e pelliccia sono i materiali che rendono quella di Brandon Maxwell una sfilata opulenta, sfarzosa ma con gusto. Gli abiti dalla struttura asimmetrica in pelle nera aggiungono un tocco sexy, così come i tagli cut-out e le aperture strategiche sui lunghi abiti a sirena. Straordinari i capi in cavallino: cappotti avvitati e lunghe, scenografiche ball-skirt. Brandon Maxwell conferma la sua maestria nei volumi architettonici e nell’uso creativo dei materiali, riaffermando il suo ruolo preminente tra i giovani talenti della moda americana. Tra i suoi estimatori Lady Gaga, Gwyneth paltrow, Uma Thurman e tantissime altre star. Sicuramente rivedremo i suoi abiti della collezione autunno inverno 2017-18 su un tappeto rosso.


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Proenza Schouler sfila per l’ultima volta alla settimana della moda di New York

Dalla prossima stagione, Proenza Schouler lascerà New York. La notizia potrebbe sembrare di poco conto, ma per la Grande Mela si tratta di un brand molto importante, che è stato capace di influenzare con il proprio stile l’ultimo decennio. A quanto pare non si tratta di un addio, ma di un arrivederci: il marchio sfilerà per alcune stagioni a Parigi e poi, forse, tornerà alla settimana della moda di New York. Intanto, però, i due designer Jack McCollough e Lazaro Hernandez ci tenevano ad omaggiare la città con un’ultima sfilata dedicata proprio a New York. La collezione autunno inverno 2017-18 firmata Proenza Schouler, proprio come la città, è audace ed estrosa, avvolge calorosamente in un abbraccio e si apre con entusiasmo al nuovo. Le linee sono avvolgenti nei cappotto oversize e abbracciano il corpo in top e capispalla avvitati, con tagli sorprendenti che si aprono sui fianchi di abitini in vernice e sulle spalle di capi asimmetrici.


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Silhouette maschili e femminili si fondono e inventano nuove proporzioni, in equilibri di vuoti e pieni che mostrano strategiche porzioni di pelle. Proenza Schouler firma ogni look con il proprio logo, per la prima volta ampiamente distribuito su fibbie e cinghie dei cappotti. I colori, soprattutto nelle ultime uscite della sfilata autunno inverno 2017-18, sono i patriottici bianco, rosso e blu intervallati da nero e pesca. Tessuti morbidi e tecnici, lucidi e opachi si sovrappongono a creare strati di texture diverse. Originali gli accessori: le scarpe sono tutte rasoterra, comodi sandali alla schiava e sabot a punta in vernice, ma il vero capolavoro della collezione sono i braccialetti multicolor che si attorcigliano sulle braccia delle modelle. Hernandez e McCollough salutano gli Usa, almeno per il momento, lasciando però ben impresso lo stile di Proenza Schouler in questa edizione della settimana della moda di New York.


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New York Fashion Week 2017: la moda bon ton di Carolina Herrera

«Per me, le silhouette meno complicate sono più moderne – spiega Carolina Herrera, controllando che sia tutto pronto dietro le quinte del suo show alla New York Fashion Week 2017 Con questa collezione voglio mostrare la vera essenza della maison Carolina Herrera». Forse anche per dissipare le ombre sul brand, in seguito all’abito da sera indossato da Ivanka Trump durante il ballo inaugurale, che ha gettato la stilista nell’occhio del ciclone della politica. Quando si spengono le luci e inizia la sfilata, però, diventa chiaro cosa intendesse per “essenza della maison”: niente virtuosismi e complesse architetture per gli abiti della collezione autunno inverno 2017-18. Semplicità, buongusto ed eleganza sono i capisaldi di questa collezione effortless chic. La protagonista dei primi look è la camicia bianca. Indossata su gonne al ginocchio da collegiale e pantaloni di velluto, si arricchisce di maniche a sbuffo e fiocchi di velluto, baschine e dettagli in tulle. I colori sono quelli tipici dell’inverno: bianco, nero e grigio con qualche tocco di blu e di rosso. «I colori più vivaci – spiega ancora Carolina Herreravanno bene per l’estate o per gli abiti da sera».


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Nei look per la sera, in effetti, si aggiunge un delicato rosa cipria e un intenso burgundy insieme al raffinato blu notte. «Tutti gli abiti da sera hanno un bel movimento, questo per me è molto importante». Le silhouette lineari sono infatti rese leggere e fluide da velluto e tulle, distribuiti a piene mani nei lunghi abiti da sera. A percorrere tutta la collezione autunno inverno 2017-18 un dettaglio bon ton: il fiocco. Tocco vezzoso e romantico sulle camicie bianche preppy style, chic e raffinato sugli abiti da sera, contemporaneo su giacche da biker e abiti chemisier. Alla New York Fashion Week, Carolina Herrera porta una donna decisa e moderna, romantica ed elegante, che ha fatto della semplicità la sua arma di seduzione.


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L’estetica bohémien di Erin Fetherston

Suggestioni etniche si uniscono a riferimenti urban in una collezione che elogia la femminilità: Erin Fetherston si rivolge ad una moderna globetrotter in una collezione ricca di ispirazioni multiformi, per un autunno/inverno 2017-2018 pieno di stimoli. Sulla passerella newyorkese tripudio di citazioni marocchine ed indiane per pattern preziosi che vengono sapientemente mixati con influenze urban: Erin Fetherston ci porta in un inedito giro per il mondo, in bilico tra culture diverse. Un melting pot culturale traslitterato in chiave luxury, per un’estetica chic e femminile. Un mix & match di ispirazioni multiformi dà vita ad una collezione pensata per una donna in carriera, amante dei viaggi e desiderosa di ampliare i propri orizzonti culturali attingendo alle tradizioni di altre etnie.
Non mancano note folk declinate in chiave metropolitane, tra echi marocchini che sbucano soprattutto nella palette cromatica, che abbraccia tonalità speziate come la paprika: tripudio di opulenza nelle stampe che strizzano l’occhio all’India, mentre le scarpe traggono ispirazione dal Nord Africa. Un guardaroba affascinante ed ipnotico, quello sdoganato da Erin Fetherston, tra maxi dress e tuniche dal piglio coloniale, e pantaloni a gamba larga di ispirazione boho-chic. La stilista riserva attenzione certosina ai dettagli, anch’essi declinati in chiave etnica, per quanto bilanciata da pezzi di netta ispirazione urban, come abiti in velluto dalle silhouette rilassate e maglioni a collo alto indossati con pantaloni in maglia. L’intera collezione è pervasa da uno charme bohémien che sembra fare riferimento agli anni Settanta: tuttavia la designer non si perde in sterili echi nostalgici ma rielabora le ispirazioni in una collezione elegante e sofisticata, pensata per una donna moderna.

Sfila a New York il gotico grunge di Adeam

Si ispira al Giappone underground la collezione Adeam per l’autunno/inverno 2017-2018: sulla passerella della fashion week newyorkese sfilano inedite citazioni che evocano certe subculture nipponiche, come il Gothic & Lolita, una Street culture giapponese radicata in suggestioni vittoriane ed eduardiane. Una moda creata per esaltare l’individualismo, intrisa da uno spirito punk che conferisce note suggestive ad un défilé dal finale a sorpresa: l’artista giapponese Kavka Shishido chiude lo show con un abito in stile eduardiano arricchito da richiami punk, prima di dare vita ad una performance live esibendosi con la batteria. La designer Hanako Maeda torna spesso sulla sua Heritage e questa stagione lo fa scegliendo di diffondere un messaggio ben preciso, che celebra la bellezza della diversità. Pochi brand possono vantare un’evoluzione stilistica del calibro di Adeam, che, stagione dopo stagione, è riuscito ad imporsi con uno stile iconico, senza perdere di vista l’estetica originaria della maison. Largo a maniche dai volumi esasperati, smoking dal piglio gotico e dall’austerità vittoriana, tra perle che fanno capolino dalle maniche delle giacche ed accessori preziosi. Non mancano sovrapposizioni ed asimmetrie per conferire alla collezione uno spirito ribelle e sovversivo, a partire da certi cappotti sartoriali dalle note army-chic, sapientemente destrutturati, o ancora nelle mirabili interpretazioni in chiave moderna dello stile vittoriano, tra pizzo all over e caleidoscopici ricami. Onirica e suggestiva la donna di Adeam, che calca la passerella indossando abiti a stampa floreale declinati in una palette cromatica dark, tra viola all over e nero. Non mancano inediti virtuosismi stilistici come nei cappotti con maniche in pelliccia oversize o nelle decorazioni ricamate che fanno capolino da preziosi abiti in black. Sofisticata e tragica la donna che sfila per Adeam, in un crogiolo di ispirazioni, in bilico tra passato e presente.

Note floreali in passerella da La Perla

Tripudio di pizzi per mirabolanti giochi di seduzione sulla passerella di La Perla: Julia Haart sceglie di ispirarsi ai giardini inglesi, lavorando su motivi floreali che arricchiscono di suggestioni la collezione autunno/inverno 2017-2018. Sensualità e sex appeal dominano sulla passerella, che ha visto tra le star Naomi Campbell e Kendall Jenner: alla sua seconda stagione alla direzione creativa del colosso di lingerie, Julia Haart elabora un’estetica dalle suggestioni botaniche e bucoliche, tra muschio aromatico ed edera lussureggiante che fa capolino dalla location scelta per il défilé. Una passerella decorata con erba e muschio vede sfilare una donna che ricorda una ninfa silvestre in chiave sexy. Intervistata prima della sfilata, la designer ha dichiarato di essersi ispirata alla natura concepita ed interpretata da diversi stilisti nel corso della storia. “Dal pittore pre-raffaellita Lawrence Alma-Tadema ad artisti modernisti come Georgia O’Keeffe, il concetto era la natura vista dagli occhi dell’essere umano, con colori vibranti, calore e sensualità”, così ha commentato Julia Haart. La stilista sceglie non a caso di riprodurre nella location i mirabili giardini inglesi, disordinati ed incolti per definizione, a differenza di quelli francesi. Lavorando su motivi floreali che evocano un’inedita joie de vivre unita ad una certa spensieratezza, la collezione La Perla si ispira ad una donna sexy e disinibita, che ama la natura ed il proprio corpo, di cui conosce pregi e difetti. Apre il défilé la statuaria Naomi Campbell, stretta in una sottoveste blu in pizzo e raso, indossata sotto un cappotto vestaglia in pizzo macramè: un outfit perfetto per accogliere il proprio amante in camera da letto, per una mistress sofisticata. Una parata di top model si alterna sulla passerella, da Isabeli Fontana a Sasha Pivovarova a Joam Smalls: tripudio di corsetti audaci e languidi neglige declinati in pizzo e decorazioni floreali. Largo anche a stampe tartan, tra gonne in lana e minidress in seta, che sembrano usciti dal film cult anni Novanta Clueless. Largo a silhouette morbide impreziosite da interti in tulle e trasparenze audaci in un caleidoscopico gioco di pizzi e cut out ad alto tasso di seduzione. Kendall Jenner chiude la sfilata stretta dentro un lungo abito da sera in pizzo metallizzato in oro, che lascia davvero poco all’immaginazione, specie sul retro. “Le donne hanno le curve più belle”, ha detto la stilista. “Godiamocele”.

Versace: il braccialetto per San Valentino

Versace festeggia la festa degli innamorati, con una limited edition esclusiva: la maison della Medusa crea un braccialetto, pensato per celebrare il San Valentino 2017. “All Love Is Love”, questo il nome che campeggia sull’iconico bracciale, perfetto come regalo per celebrare la ricorrenza dedicata agli innamorati. Un accessorio che intende celebrare l’amore universale: declinato in pelle ed impreziosito con ciondoli a forma di testa di Medusa, l’accessorio si preannuncia già come must have di tutti gli innamorati. Il logo del brand fa capolino dai preziosi ciondoli, insieme a due pendenti rotondi in cristallo, a forma di cuore: due sono le nuance, rosso ed oro, per un regalo prezioso che farà innamorare il vostro lui o la vostra lei. Un modo originale per festeggiare San Valentino nel segno dello stile: lìiconico braccialetto è disponibile nello store online del brand: il modello base costa 225 dollari, mentre i ciondoli con cui impreziosire l’accessorio sono disponibili alla cifra di 125 dollari ciascuno. Il bracciale in edizione limitata è realizzato in morbida pelle intrecciata regolabile grazie a nodi scorrevoli: piccoli charm decorati con la Medusa e il logo della maison fanno capolino dall’accessorio. Inoltre per impreziosire ancora di più il vostro regalo sono disponibili anche due charm con dettaglio a forma di Greca, un altro a forma di cuore e uno in cristallo. Inoltre insieme al lancio del braccialetto, Versace ha anche diffuso un video di 45 secondi in cui vengono immortalate alcune coppie che indossano l’accessorio: la location scelta è Milano. Qui o protagonisti del video danno una loro definizione dell’amore. Uguaglianza, libertà e rispetto sono il fil rouge dell’iniziativa, che intende celebrare l’amore in tutte le sue forme. Un’idea preziosa ed elegante per festeggiare degnamente la festa degli innamorati.

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L’irriverente idolatria di Jeremy Scott

Irriverente, provocatoria, a tratti dissacrante: la collezione autunno/inverno 2017-2018 di Jeremy Scott è riuscita anche questa volta a monopolizzare l’attenzione della fashion week newyorkese. Lo stilista sceglie come figure di riferimento cui ispirarsi icone del calibro di Elvis, Michael Jackson e Gesù Cristo, in bilico tra glam e suggestioni escatologiche. L’enfant terrible della moda americana sceglie l’idolatria come punto di partenza della sfilata, in un crogiolo di ispirazioni e citazioni che spaziano dalla Barbie doll al glam anni Settanta, dalla femminilità Fifties alla religione: ecco l’iconografia di Gesù fare capolino da t-shirt e felpe, mentre abitini più simili a babydoll sdoganano lo slogan “l’amore puzza”. Largo a pellicce in tinte neon che profumano di Seventies, tra capelli rosa shocking e citazioni glam rock; apre la sfilata una Gigi Hadid strizzata in completi da cow girl, tra ironia all over ed idolatria. Nel front row spiccano Kylie Jenner e Sofia Richie. Sfilano note animalier e glitter all over, tra calze a rete e tocchi fur: la palette cromatica abbraccia le tonalità baby. In passerella sfila una party girl strizzata in iconici capisaplla glitterati, tra pelliccia e mini dress iconici tempestati di paillettes e pelle nera dal mood aggressive: opulenza ed overdressing negli sfarzosi capispalla con inserti di pelliccia, tra stampe leopardate e velluti preziosi. Non mancano come di consueto le stampe cartoon, cifra stilistica di Jeremy Scott, e capi che evocano innocenza giovanile, come le ciglia finte disegnate sugli occhi delle modelle. Jeremy Scott non si smentisce nemmeno stavolta, portando una ventata di aria fresca sulle passerelle della Grande Mela.

Sfila a New York il neo femminismo firmato Victoria Beckham

Una moda pensata per restituire il potere alle donne, quella firmata da Victoria Beckham, protagonista delle passerelle newyorkesi. Lontana da prendere parte alla querelle politica che sta sconvolgendo gli Stati Uniti, la designer inglese sforna una collezione Autunno/Inverno 2017-2018 dalle raffinate linee tailoring, tra comfort e stile: una celebrazione dello stile femminile, che tuttavia, scevra dal chiudersi in una torre d’avorio, sceglie di guardare il mondo circostante traendo input ispirazionali dalla contemporaneità. “Guardo a quanto sta accadendo nel mondo”, ha dichiarato la designer, che ha ammesso di avvertire un’urgenza di natura politica e sociale, nel ridare potere al sesso femminile. “Non è mai stato tanto importante dare potere alle donne”, ha commentato Victoria Beckham. In passerella si alternano colori ricchi come il blu, il rosso e l’arancio, in un’eleganza dalle suggestioni tailoring che si ripromette di rivoluzionare alcuni capi presi in prestito dal guardaroba maschile, come giacche squadrati e pantaloni: Victoria Beckham intende lanciare un messaggio subliminale per restituisce forza e vigore alle donne. Sfilano cappotti dal taglio squadrato, da indossare su pantaloni fluidi e foulard. Fluide ed armoniose le silhouette, tra abiti in impalpabile chiffon da indossare sotto blazer sartoriali e maglioni dalle maniche scultura e pantaloni con coulisse. Domina anche il jersey, per un comfort che si unisce allo stile: tripudio di stampe optical ispirate a Paul Nash in abiti in jersey. L’attenzione per il dettaglio è certosina, a partire dalle scarpe flat che si alternano agli stivali. Uno stile concepito per una donna forte e sicura di sé, che non rinuncia alla propria femminilità: largo quindi a borse a mano che ricordano trousse, con tanto di specchietto, nate dalla collaborazione con Estée Lauder. Tripudio di sartorialità inglese, tra tartan all over e citazioni colte, che strizzano l’occhio a certa eleganza British, come le uniformi. “Una collezione molto inglese con una portata globale”, così Victoria Beckham ha commentato la sua collezione per la prossima stagione invernale. Una moda per donne forti.

Il viaggio cosmico di Lacoste

Note spaziali irrompono prepotentemente sulla passerella di Lacoste: Felipe Oliveira Baptista intraprende con la collezione AI2017-2018 un viaggio cosmico, sulle orme del fondatore della maison, René Lacoste, che dopo la sua carriera nel tennis fondò la compagnia aerea Air Equipement, che portò allo sviluppo del Concorde e dell’Airbus. “Anche mio padre era un pilota quindi sono sempre stato ossessionato dagli aerei e dalla fantascienza”, ha dichiarato lo stilista. Tante sono le citazioni spaziali che fanno capolino nella collezione. “Mi piace quest’idea di guardare avanti, specie in questi tempi”, ha aggiunto poi Baptista. La passerella newyorkese viene invasa con Lacoste da atmosfere alla space oddity, tra stampe iridescenti di galassie ed universi sconfinati e tocchi grunge di ispirazione Nineties: non mancano citazioni streetwear che impreziosiscono molte delle uscite sia per lui che per lei. Largo ad abiti declinati in stampa check ma anche a cardigan oversize in mohair da indossare con minigonne in pelle. Baptista mixa sapientemente epoche e stili, unendo materiali techno a note classiche, come il trench in pelle nera decorato da toppe in lyon coloratissimo o abiti in pelle a stampa patchwork. I riferimenti streetwear pervadono anche le uscite dedicate al menswear. I modelli indossano pantaloni baggy con tasche cargo, giacche impreziosite da blocchi cromatici e parka da indossare con dolcevita d’ordinanza. Non mancano camicie in flanella double-face tra silhouette che strizzano l’occhio agli anni Novanta. “Mi piace l’idea di capi adattabili alla tua vita e che possano fare qualcosa per te”, ha commentato lo stilista, che ha anche giocato sul materiale prediletto in questo momento nel menswear, il velluto a coste, declinato sulla passerella in una giacca color crema con collo alto e baggy pants ton sur ton. Largo anche a trench in pelle color cioccolato, intervallati da citazioni Seventies, come nel bomber in pelle e nel vestito doppiopetto. Baptista dimostra ancora una volta doti camaleontiche unite all’innata capacità di creare nuovi trend pur rimanendo fedele all’heritage del brand.

La femme fatale di Cushnie et Ochs incanta New York

Sofisticata eleganza e sex appeal da vendere in passerella da Cushnie et Ochs, che ha sfilato nell’ambito della settimana della moda di New York. Carly Cushnie e Michelle Ochs tornano alle ispirazioni degli albori, dando luogo a suggestivi flashback che raccontano di un’eleganza senza fronzoli e di una magistrale capacità di esaltare al massimo la silhouette femminile. Un mood celebrativo, per il brand newyorkese, che compie 10 anni dalla nascita, celebrando l’anniversario con il lancio di una nuova handbag. I direttori creativi Cushnie ed Ochs ripartono dall’archivio del brand e dalle ispirazioni primigenie, che diedero vita alle prime collezioni: l’arte e l’architettura ispirano alle due designer una collezione caratterizzata da linee pulite ed essenziali e da capi che enfatizzano il corpo. Le sculture in vetro di Robert Smithson costituiscono ispirazione predominante di una collezione semplice eppure ad alto impatto scenografico: a monopolizzare l’attenzione è lo charme della donna che calca la passerella, una femme fatale dal piglio urban, strizzata in body-con dress in viscosa stretch tra fluidità di satin e sete preziose e charme vibrante. Lo stile americano trova nuova interpretazione in una sfilata iconica, che mixa viscosa a velluto, knitwear e pelliccia. Largo a colori tenui come il ghiaccio, il nero e il bianco. Sfilano blazer in velluto, abiti e maglie impreziositi da cut out ad alto tasso di seduzione e fur coat avvincenti. Paillettes all over dominano nel finale, in una sfilata che culmina tra le note di “The Future Is Female” di Madame Gandhi: forza e sensualità sono protagoniste assolute di un défilé affascinante, che riporta in auge una femminilità oggi forse accantonata da molti stilisti. Per valchirie metropolitane.

SANREMO 2017: I MIGLIORI LOOK

Si è appena conclusa la 67esima edizione del Festival della canzone italiana: un’annata che ha visto il glamour grande assente, rispetto alle passate edizioni. La kermesse nazional-popolare per eccellenza, che si è conclusa con la vittoria di Francesco Gabbani, già vincitore lo scorso anno nella categoria Giovani, ha visto sfilare una carrellata di preziosi abiti da sera indossati dai cantanti in gara e dagli ospiti, che hanno impreziosito il palcoscenico dell’Ariston con tocchi fashion, senza tuttavia dare luogo a coup de theatre particolarmente avvincenti.

Maria De Filippi, conduttrice della manifestazione accanto a Carlo Conti, ha scelto Riccardo Tisci per Givenchy per le sue mise, che rispecchiano pienamente la sobria austerità che da sempre caratterizza il suo stile: tanti gli abiti da sera sfoggiati, tra gonne piumate, citazioni Roarin’ Twenties e minimalismo in chiave luxury.

Uno stile che ha diviso l’opinione pubblica: la Maria nazionale ha certo il merito di essere rimasta fedele a se stessa, evitando divismi che non le appartengono, a partire dalla scelta di non scendere la scalinata. Carlo Conti sceglie invece Salvatore Ferragamo per un’eleganza evergreen.



Ad aver sfoggiato i look più riusciti delle cinque serate Marica Pellegrinelli, splendida in Atelier Versace: la statuaria modella, fidanzata di Eros Ramazzotti, ospite della quarta serata, ha scelto di indossare sontuosi abiti da gran soirée firmati dalla maison della medusa.



Sensuale e sofisticata, a lei va la palma d’oro della bellezza. Tra i cantanti in gara vince su tutti Bianca Atzei: la cantante, fidanzata di Max Biaggi, ha scelto Antonio Marras, per lunghi abiti castigati decorati con stampe floreali. Dimenticate scollature e spacchi, regna anche qui la sobrietà, per capi accollati e casti; ma il primo piano luminoso della cantante parla da solo.



Tra gli uomini la palma d’oro dello stile va senza dubbio ad Ermal Meta: il cantautore di origine albanese, da anni protagonista della scena musicale italiana, sfoggia sul palcoscenico dell’Ariston carisma e classe da vendere. Piace anche Fiorella Mannoia, stretta in lunghi abiti da sera e smoking firmati Antonio Grimaldi: la mise scelta per la serata finale, un abito in velluto rosso cardinalizio, enfatizzava il portamento elegante della cantante, voce storica della musica italiana, che si è classificata seconda.

SFOGLIA LA GALLERY:



Ironia e nude look per Lodovica Comello, che ha scelto Vivetta Ponti per rappresentare il suo stile giovane e colorato. Elegante e sensuale anche Paola Turci, che ha sfoggiato tailleur dal piglio maschile indossati con reggiseno in vista: la cantante ha scelto il minimalismo chic di Stella McCartney. Melampo veste invece Chiara Galiazzo, mentre Elodie sceglie Etro, Wunderkind ed Emporio Armani. Bellissime Sveva Alviti in Armani Privé e Diletta Leotta in Alberta Ferretti, bocciate invece Antonella Clerici, ospite della quarta serata, e Giusy Ferreri. Promossa a pieni voti la bella Alessandra Mastronardi, ospite della serata finale del Festival: l’attrice, storica protagonista de I Cesaroni, è apparsa raggiante in un lungo abito Chanel con tanto di camelia e cerchietto.

Sfila a New York il romanticismo irriverente di Cinq à Sept

Ha sfilato nell’ambito della settimana della moda newyorkese la collezione autunno/inverno 2017-2018 di Cinq à Sept. Il direttore creativo Jane Siskin trae ispirazione da certo romanticismo anni Cinquanta, tra balze, rouches ed inedita dolcezza, sapientemente mixata a note grunge prese a prestito dai Nineties: il risultato è una moda che unisce note eteree ad ironia. Nella sua sesta stagione all’interno del calendario del ready-to-wear newyorkese, Cinq à Sept si è già imposto nei maggiori retail grazie al suo stile iconico e all’estrema portabilità che caratterizza da sempre i capi di ogni collezione. Uno stile che strizza l’occhio all’eleganza wasp senza perdere di vista suggestioni squisitamente europee: “Volevamo davvero creare un’esperienza che ispirasse la gente a voler indossare i capi”, ha commentato Jane Siskin. “E’ davvero molto importante e qualcosa che a molta gente mancava”, ha commentato poi il direttore creativo del brand. Sovrapposizioni e balzi tra i secoli e gli stili: questo il leitmotiv della collezione AI2017-18: “Siamo stati ispirati dal romanticismo degli anni Cinquanta ma amiamo al contempo il grunge anni Novanta, per cui ho voluto unire le due tendenze”, ha spiegato Siskin. Largo dunque a cappotti in jacquard con maniche in pelliccia, leggings ricamati da indossare con t-shirt e pelliccia, abiti a balze da indossare sopra maglie a manica lunga e giacche da smoking impreziosite da frange, per un tuxedo alternativo. L’abito lungo da cocktail o da sera si indossa ora con calzettoni a prova di gelo, mentre il cappotto in tapestry floreale si arricchisce di maxi sleeves in morbida pelliccia, per affrontare i rigori invernali. Una collezione all’insegna della sperimentazione, tra virtuosismi stilistici e creatività: perfetta dal giorno alla sera, la donna Cinq à Sept ama essere sofisticata e al tempo stesso irriverente, sospesa tra citazioni dal piglio rétro e note streetwear.

Grizzly Steppe, che fine hanno fatto gli hacker russi delle elezioni USA?

La notizia ha fatto scalpore all’inizio, poi sembra quasi passata nel dimenticatoio, anche perché non ha variato gli esiti elettorali. E quindi in pochi si sono presi la briga di approfondire.
Ma davvero la Russia – come nazione, come sistema, come insieme di interessi – ha condizionato il voto americano di novembre scorso?
A leggere – e a fidarsi – di tanto di fascicolo pubblico dell’FBI sembrava di si.
Del resto quando a scendere in campo è direttamente il capo del Department of Homeland Security (DHS) che realizza un report apparentemente dettagliato con l’Office of the Director of National Intelligence (DNI) anche i giornalisti di maggiore esperienza, ed anche di fronte a varie incongruenze, gli danno credito.
Se ci sono dubbi la risposta è “loro sapranno cose che noi non sappiamo” e che “non divulgano per ragioni di sicurezza nazionale”.
E invece a leggere il rapporto non vi è alcuna risposta alle molte domande che ci si sarebbe dovuti porre. Hanno compiuto un attacco: come, quando, chi, per fare cosa? Nessuno lo sa. Quali erano i bersagli? Non è dato sapere. Quale scopo concreto? Lo si ignora.
Eppure “l’operazione” avrebbe anche un nome “Grizzly Steppe” (l’orso grizzly della steppa).
La notizia non è – né dovrebbe essere “per addetti al settore”.
Se c’è un modo di penetrare il sistema elettorale, piuttosto che di condizionare il voto, o entrare in un sistema strategico nazionale.
Peggio ancora se una potenza nucleare minaccia l’equilibrio interno e la sicurezza di un’altra potenza nucleare dovrebbe essere qualcosa su cui fare domande, su cui interrogarsi, su cui non accontentarsi del “loro sapranno…”
E invece, forse un po’ giocando proprio sul fatto che i complotti – specie se internazionali – sono credibili per le masse “in sé”, che alle volte la realtà diventa vera per il solo fatto di raccontarla – del resto, vuoi che al DHS e al DNI non ne sappiano più di noi di queste cose? – ed anche lucrando sulla estrema tecnicità ed ampia ignoranza digitale, la notizia – che sarebbe gravissima – è passata nel dimenticatoio. E molti – senza sapere come e perché ciò sia avvenuto – sono però certi che ciò sia accaduto per davvero.


“La comunità dell’intelligence statunitense (USIC) è certa che il governo russo ha diretto gli ultimi attacchi che hanno compromesso e-mail di persone e istituzioni degli Stati Uniti, ed anche di organizzazioni politiche degli Stati Uniti. Le recenti rivelazioni di presunte e-mail compromesse su siti come DCLeaks.com e Wikileaks e da parte del “personaggio online” Guccifer 2.0 sono coerenti con i metodi e le motivazioni di sforzi russi diretti.”


Volendo però approfondire, prendendo ad esempio il Malware richiamato nella relazione della sicurezza americana, si tratta di una versione vecchia di un codice denominato PAS (versione 3.1.0) che altro non fa che “uploadarsi” su un sito (generalmente WordPress) per acquisirne credenziali e dati.
Ma è talmente semplice, diffuso e comune che ha addirittura “pagine di assistenza online” – ed attualmente è alla versione 4.1.1.
Il malware – diffuso da anni – è di origine Ucraina (e non russa).
Ci si aspetterebbe da agenti russi che quantomeno realizzino da sé un software così “semplice”, semmai non mettendo proprio la propria firma e paese. Ma se proprio devono almeno ci si aspetterebbe che usino l’ultima versione!


Il DHS poi ha fornito 876 IP di “indirizzi compromessi e da cui sarebbe partito l’attacco”.
La loro localizzazione è così distribuita.


Vedi foto


Grizzly Steppe


e la loro sorgente indica che si tratta prevalentemente di webcompany che offrono servizi hosting a basso costo – il che significa che ospitano anche siti in WordPress amatoriali, quindi di persone non esattamente professioniste del mondo del web, il che si traduce anche nella semplicità con cui molti siti sono stati hackerati.


Da un’analisi incrociata poi risulta che quegli stessi IP sono stati la sorgente di oltre 14 milioni di attacchi nei due mesi precedenti e sostanzialmente nei due mesi successivi.
Il che si traduce nel fatto che parliamo di siti e server già compromessi e che probabilmente non hanno nulla a che vedere con un’azione “statale” di un governo nazionale, ma semplicemente rientriamo nella normalità della “vita del web”.
Dove i siti – soprattutto i CMS Cordpress, che sono quelli più comunemente usati, soprattutto in ambienti meno esperti – vengono spesso forzati per prendere dati o per essere a loro volta “luogo di infezione e trasmissione di malware”.
E anche di questo – di cosa ci fanno con i siti compromessi – abbiamo già avuto modo di parlare.

Rosie Huntington Whiteley è in dolce attesa

Cicogna in arrivo per Rosie Huntington Whiteley: la splendida modella ha annunciato la sua prima gravidanza con uno scatto che la ritrae in riva al mare, in una spiaggia deserta, con pancione in bella vita. L’immagine, postata su Instagram, ha fatto in poche ore il giro del mondo. Fotografo d’eccezione è il compagno, Jason Statham, al suo fianco da sette anni. «Sono molto felice di poter condividere con tutti che io e Jason siamo in dolce attesa», questo il commento che accompagna la foto. L’arrivo del bebé sarebbe imminente a giudicare dal pancione della top model inglese. La coppia, insieme dal 2010, un anno fa ha annunciato il fidanzamento prima di calcare il red carpet dei Golden Globes. Classe 1987, Rosie Huntington Whiteley è stata nominata modella dell’anno nel 2015 e ha poi iniziato una carriera come imprenditrice di lingerie per Marks and Spencer. Jason Statham, ex tuffatore, è un attore di successo, considerato da molti l’erede di Bruce Willis. La scintilla è scattata sul set di Transformers 3, dove Rosie ha preso il posto di Megan Fox. «È stato come se fosse il mio primo fidanzato», ha dichiarato la modella ed attrice. Nella serata dei Golden Globes la statuaria Rosie ha sfoggiato un prezioso solitario, segno del fidanzamento ufficiale. Le nozze, attese per il 2016, sono state poi posticipate. Ma già da anni la top model aveva ammesso di volere diventare madre. «Eccome se ci penso ad avere una famiglia», dichiarava nel 2015. «Il matrimonio non è una priorità, ma avere una famiglia sì. Forse negli Stati Uniti, forse in Inghilterra. Lo scopriremo, no?». La maternità, considerata dalla modella una priorità, era il tema di numerose dichiarazioni rilasciate durante molte interviste: «Continuerò di sicuro a lavorare, ma essere mamma sarà una grande parte di me. Arriva per tutti un momento dove inizi a pensare che non sei più la priorità per te stessa».

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Look rinascimentali e dettagli preziosi in passerella per Altuzarra

Prendi l’aspetto del fiore innocente, ma sii il serpente sotto di esso, scriveva Shakespeare. E la sfilata Altuzarra per la prossima stagione prende proprio spunto dal personaggio ambiguo e perfido di Lady Macbeth. La donna Altuzarra è romanticamente avvolta in cappe e pellicce, indossa corsetti e lunghi guanti ma nasconde nei dettagli il suo desiderio di lusso e opulenza. I look che hanno sfilato in passerella alla settimana della moda di New York ricordano certe fiere rinascimentali da nerd, ma sono realizzati per donne dal gusto raffinato e dai modi regali. Che in realtà siano serpi o fiori innocenti non importa.


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I capi di Altuzarra, che apparentemente ripercorrono il nostalgico filone della moda rinascimentale, nascondono lavorazioni e dettagli couture che tolgono il fiato. Lo sono le perle che percorrono i contorni dei capispalla, dalle cappe ai cappotti d’ispirazione militare, le splendide lavorazioni a corsetto che appaiono inaspettatamente su giacche e stivali, le perle a goccia ricamate su lussuose pellicce, i fiocchi di raso che chiudono pesanti minidress in velluto. I tre look che chiudono la sfilata Altuzarra alla settimana della moda di New York appaiono come deliziosi abiti da sera stampati. Si tratta invece di strisce di tessuto abilmente cucite tra loro e poi impreziosite da ricami in oro e perle. Lavorazioni da fare invidia all’alta moda, che sconfinano nel prêt-à-porter. Tra gli accessori, spiccano i lunghi guanti in pelle e le borse a mano che riprendono i dettagli e le nuance degli abiti, e poi orecchini vistosi e fasce rinascimentali tra i capelli. La romantica ricchezza di questa collezione trova il suo contraltare in capi altrettanto raffinati ma decisamente più portabili, come i tailleur a quadretti, gli abiti in cady di seta con motivo floreale, l’abitino di velluto che, a giudicare dalla settimana della moda di New York, sarà un must per il prossimo inverno.


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New York Fashion Week, la moda per ‘persone reali’ di J. Crew

Come già successo in altre stagioni, il brand J. Crew ha scelto di presentareare la propria collezione autunno inverno 2017-18 facendola indossare a persone reali. Niente modelle professioniste, ma amici e clienti del brand che hanno fisicità diverse, età diverse, gusti diversi. Il tema degli amici di lunga data ritorna anche nei pezzi della collezione presentata alla New York Fashion Week. Capi che hanno fatto grande il brand, grandi classici e pezzi bestseller sono stati reinventati in versioni nuove. Maglie da rugby e maglioni dolcevita arrivano dall’archivio anni ’90 di J. Crew, che il direttore artistico Somsack Sikhounmuong ha rimaneggiato con gusto proponendo nuove silhouette, giochi di proporzioni e sovrapposizioni inedite.


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Le camicie di stampo classico a righe diventano bluse fluide, i pantaloni cargo si abbinano a maglie di pizzo, il tessuto seersucker abbandona l’abbigliamento formale e si modella in voluminose gonne increspate di tulle. Fantasie floreali e maculate, camouflage e tartan si abbinano in libertà, intervallate da esplosioni di colori pastello. Il tulle a pois sbuca a sorpresa da rigorose gonne al ginocchio, le cravatte maschili diventano foulard di seta iper-chic, fiocchi e ruches ingentiliscono i look più casual. Anche gli accessori sono variegati: pochette furry, mocassini maschili e scarpe con tacchi alti ricoperte di glitter. Per J. Crew questa collezione autunno inverno 2017-18 è un’occasione per regalare ai clienti più affezionati del brand quello stile che tanto amano, ma rimaneggiato in qualcosa di nuovo. Leggerezza ed ironia sono i capisaldi dell’evento J. Crew alla New York Fashion Week, che si discosta dalle notizie d’attualità per concentrarsi solo sulla moda. Una moda donna dallo spirito giocoso, che si indossa facilmente in situazioni informali ma anche in ufficio, e che mira a piacere a tutti indipendentemente dall’età e dai gusti personali. Per questo convince con una modernità fresca e cool che ripesca dalla moda anni ’90 solo il meglio.


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Ideali condivisi e dettagli raffinati, la sfilata di Creatures of the Wind a New York

La settimana della moda di New York si sta svolgendo in un momento particolarmente delicato e sembra che ogni designer abbia voluto imprimere nella collezione del prossimo autunno inverno il proprio impegno (o disimpegno) nelle questioni sociali e politiche degli Stati Uniti.  Shane Gabier e Christopher Peters hanno scelto la seconda via per la sfilata di Creatures of the Wind. I due stilisti hanno tratteggiato una comunità ideale, fatta di bellezza e amicizia, serenità e valori condivisi e su questo idilliaco angolo di salvezza dalle brutture del mondo hanno creato abiti pratici ma dai dettagli raffinati. «Abbiamo iniziato a cercare nei luoghi di appartenenza, di vita comune e anche nelle sette – ha spiegato Peters nel backstage della sfilata – Non nel loro aspetto negativo, ovviamente, ma in quello idealistico».


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Proprio una comune, con i suoi membri intenti a svolgere un rito di purificazione, è diventata la stampa principale della collezione, quella che ha aperto la sfilata della settimana della moda di New York. Ma altri dettagli dei vari look rimandano a un concetto di protezione, amicizia, salvaguardia di un bene comune, cioè la bellezza. Ci sono i capispalla in pelliccia cuciti al rovescio: la fodera è visibile e la pelliccia è all’interno, ad abbracciare e a proteggere dalle brutture del mondo. E poi dettagli casuali, che sembrano formare un codice segreto di cui solo pochi conoscono il significato. Simboli misteriosi dal potere evocativo. Molto belli i look per la sera, in seta verde stampata con un motivo di rose che torna al romantico ideale della comune e del contatto con la natura. La collezione di Creatures of the Wind, per quanto bucolica e ancestrale, non rinuncia al tocco raffinato e contemporaneo. Elegantemente drappeggiati, minidress e top asimmetrici si accompagnano ad abiti lievi che giocano con l’effetto vedo-non-vedo ed estrosi accessori di piume.


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‘People are people’: alla New York Fashion Week la sfilata democratica di Christian Siriano

People are people è la stampa sulla t-shirt nera dell’ultimo look sulla passerella di Christian Siriano, e anche il mantra che ha guidato tutta la sua sfilata alla New York Fashion Week. Siriano abbatte barriere estetiche e culturali e presenta un variegato mix di stili, di capi, di silhouette e di donne perché la sua moda autunno inverno 2017-18 mira a vestire proprio tutte. La prima commistione, la più visibile, è quella delle modelle plus-size che sfilano accanto a ragazze dal fisico asciutto. Le loro curve sono morbidamente avvolte in minidress di velluto oppure esaltate dalle trasparenze di abiti aderenti, comunque mai nascoste o mortificate. Il secondo mix è quello di pezzi luxury in edizione limitata e capi più abbordabili, realizzati in collaborazione con marchi lowcost. Un passo avanti verso la democratizzazione della moda.


Infine, a mescolare ancora le carte in tavola, si aggiungono stili diversi che danno forse alla collezione autunno inverno 2017-18 poca continuità ma sottolineano il concetto che chiunque possa scegliere un look firmato Christian Siriano. Amanti degli anni ’80 e dive da tappeto rosso, donne romantiche e aspiranti showgirl. Ce n’è per tutte, tra trionfi di glitter e ruches e silhouette più asciutte, stampe maculate e applicazioni in 3d, abiti da principessa e gonne a sirena. Domina una varietà che riflette innumerevoli modi di essere donna. Christian Siriano ha voluto portare alla New York Fashion Week un momento di libertà in cui essere pienamente sé stesse, ispirato da un viaggio nel Valley of Fire State Park, in Nevada. «Nell’ultimo paio di mesi ho avuto bisogno di una vacanza, e nel parco mi sono sentito come in un sogno – ha raccontato lo stilista dietro le quinte della sfilata – Volevo che tutti si prendessero venti minuti semplicemente per sognare. Succedono tante cose nel mondo, ma per un momento ci si può estraniare».


Raf Simons debutta da Calvin Klein

È l’American Youth ad ispirare Raf Simons al suo debutto alla direzione creativa di Calvin Klein. La collezione autunno/inverno 2017-2018 è funzionale anche ad una riflessione sulla contemporaneità, in bilico tra il glorioso passato del brand, illustre esponente dell’American Style, e il futuro della moda. Tra ispirazioni eterogenee fanno capolino tocchi Art Déco, omaggi al West americano e note urban. Sulle note di “This is not America” di David Bowie sfila una collezione che si arricchisce di una inedita riflessione politicizzata: quello di Simons alla direzione creativa del brand era uno dei debutti più attesi, nel cartellone della fashion week newyorkese. L’America viene celebrata nella sua essenza, in un melting pot artistico e culturale, che vede alternarsi sulla passerella un crogiolo di suggestioni multiformi. In una sala caratterizzata da un allestimento sospeso, sfilano tante donne e tanti stili che si alternano senza sosta: spicca tra tutti gli outfit il cappotto sartoriale plastificato, che si preannuncia già must have della prossima stagione invernale. Largo a check e righe, linee pulite e colori a contrasto: spiccano fiori metallici e note wild. Sugli accessori è inciso il numero 205, civico della sede del brand, a New York. Non mancano nude look ad alto tasso erotico e pelle all over, ma anche piume che sbucano come arabeschi da tubini classici in un tripudio di denim e stampe tapestry. In un front row in cui spiccano stelle del calibro di Lauren Hutton, Brooke Shields, Julianne Moore e Gwyneth Paltrow, si consuma la rivoluzione targata Simons: lo stilista sdogana una nuova estetica per Calvin Klein, che riporta in auge certe note sexy da tempo lasciate in un oblio, a favore di un mood metropolitano che continua a coesistere come anima del brand.

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Robert De Niro è il nuovo volto di Ermenegildo Zegna

Si intitola “Defining moments” la nuova campagna spring-summer 2017 di Ermenegildo Zegna, che vede protagonista Robert De Niro. La maison italiana pochi giorni fa ha rivelato in anteprima gli scatti della campagna e il video esclusivo, realizzato da Francesco Carrozzini, che immortala il divo hollywoodiano accanto al giovane attore McCaul Lombardi. Realizzata da Carrozzini a Los Angeles, con l’art direction di Alessandro Sartori, la campagna ritrae i due attori a bordo piscina, in una villa antica e a bordo di una spider. Sartori scommette sulla risonanza che gli scatti iconici avranno, grazie alla presenza di De Niro. Il definining moments del titolo riguarda il fitto dialogo tra i due attori, che nel cortometraggio diretto da Carrozzini discorrono sulle rispettive esperienze cinematografiche. Il protagonista di pellicole come Taxi Driver, C’era una volta in America e Kramer vs. Kramer conferisce alla maison Zegna il suo charme e la sua virilità, per scatti dal fascino timeless. Ricchi di stimoli i dialoghi che i due attori si scambiano: qui De Niro racconta delle esperienze a fianco di Marlon Brando, tra i suoi mentori, dei suoi dubbi circa la possibilità di lavorare in tv, della sua passione per New York e di cosa lo spinga ad accettare o meno un ruolo. I corti, realizzati da Carrozzini, sono stati mandati in onda ieri sul sito di Ermenegildo Zegna e suoi canali social del brand. Secondo Sartori il nuovo format in cui si snoda la campagna pubblicitaria segna una tappa nuova nel modo di intendere l’advertising di moda: la patina glamour da sempre presente in ogni campagna pubblicitaria si arricchisce qui di conversazioni umane che conferiscono una nuova luce e un nuovo interesse per l’individuo. L’uomo Zegna può ora guardare a modelli come De Niro, emblema di un’eleganza e di un fascino senza tempo. “Parte della storia di Zegna è definita dalle persone che lo indossano in tutto il mondo, persone appartenenti a generazioni diverse e con esperienze diverse”, ha continuato Sartori. In un mondo in cui la domanda di mercato e il profilo del consumatore varia di continuo, la direzioen artistica di Sartori conferisce un’energia nuova e idee nuove all’estetica del brand. La nuova campagna segna l’inizio di un percorso importante per Zegna, che riporta in auge la storia e il DNA della griffe.

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Auguri a Mary Quant: l’inventrice della minigonna spegne 83 candeline

Spegne oggi 83 candeline Mary Quant, celebre stilista che nei lontani anni Sessanta inventò la minigonna. Visionaria ribelle, Mary Quant -caschetto nero e sguardo vispo- amava andare controcorrente: rifuggendo i diktat allora imperanti nella moda, la designer inglese, attraverso l’invenzione della minigonna, capo considerato scandaloso per l’epoca, diede vita ad una rivoluzione di portata storica: mentre in Italia e persino in America i primi anni Sessanta vedevano ancora andare per la maggiore twin-set dal piglio bon ton e gonne a ruota, retaggio del decennio precedente, la minigonna di Mary Quant diede vita ad una rivoluzione che dalla moda si allargò fino ad influenzare gli stili di vita. Trendsetter ante litteram, autorevole esponente degli Swinging Sixties ed antesignana dell’estetica Mod, Mary Quant è entrata nel mito: la sua lunga carriera ha quasi il sapore di una favola, che ha impresso un segno indelebile nella storia del costume.

All’anagrafe Barbara Mary Quant, la stilista nacque a Blackheath, Londra, l’11 February 1934. I suoi genitori, Jack e Mary Quant, erano due insegnanti di origine gallese entrambi provenienti da famiglie di minatori. Dopo essersi laureati alla Cardiff University i due si erano trasferiti a Londra per insegnare nelle scuole. La giovane Mary, dopo aver frequentato la Blackheath High School, studia illustrazione presso il Goldsmiths College. I genitori sognano per lei un futuro di insegnante, ma si trovano ben presto a dover fare i conti con l’animo ribelle della giovane.

Dopo aver conseguito il diploma in Educazione artistica, Mary inizia un tirocinio presso Erik, modista di lusso di Mayfair. Nel 1953 avviene l’incontro della vita: Mary conosce Alexander Plunket Greene, suo futuro marito nonché futuro partner lavorativo. Il giovane appartiene ad una nobile famiglia inglese ed è nipote di Bertrand Russell. Anime gemelle, i due condividono lo stesso spirito bohémien e un’avversione per le regole vigenti nella società. Nel 1957 i due convolano a nozze: dal matrimonio nel 1970 nascerà il figlio Orlando. La loro unione durerà fino alla morte di Greene, avvenuta nel 1990. Nel novembre 1965, al compimento di ventun anni Alexander eredita un ingente patrimonio, che gli permette di finanziare l’attività della moglie: la coppia dà vita ad un felice sodalizio artistico con il fotografo ed ex avvocato Archie McNair. Dopo aver acquistato un appartamento a Chelsea, sulla celebre King’s Road, aprono un ristorante nello scantinato e riservano il primo piano alla realizzazione di un sogno. Qui viene inaugurata la prima boutique di Mary Quant, “Bazaar”, seguita due anni dopo da una succursale a Brompton Road, a Knightsbridge, il cui design sarà curato da Terence Conran.

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Mary Quant è nata a Blackheath, Londra, l’11 febbraio 1934



18th March 1968: Mary Quant with her models, at Heathrow Airport, London, before leaving for a continental fashion tour. (Photo by George Stroud/Express/Getty Images)

Mary Quant con le sue modelle all’aeroporto di Heathrow, Londra, 18 marzo 1968 (Photo by George Stroud/Express/Getty Images)



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La stilista è conosciuta in tutto il mondo come l’inventrice della minigonna



maryquant Jean Shrimpton in Mary Quant Dress, photographed by John French, 1963

Jean Shrimpton in abito Mary Quant, foto di John French, 1963



A Mary Quant bastano pochi anni per entrare nella storia: in breve le creazioni della designer includono anche cosmetici e arredamento e il suo impero si estende in tutta Europa, negli Stati Uniti e in Giappone. Chelsea, location della sua boutique, Bazaar, diviene fucina di idee nuove e fulcro della moda mondiale: dalle vetrine del negozio di Mary Quant prende vita una rivoluzione destinata a sconvolgere per sempre il corso della moda. Ispirandosi alla Mini, celebre auto inglese, la stilista battezza Mini skirt il capo destinato a destare scalpore: fu Twiggy ad indossare per prima la minigonna, ma tante saranno le muse di Mary Quant, da Jean Shrimpton a Pattie Boyd. Le sue collezioni non includono solo minigonne ma anche shorts e, dagli anni Settanta, trench e gonne lunghe.

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L’estetica sdoganata da Mary Quant rappresenta una ventata di aria fresca dopo anni di costrizioni e tabù: non mera voglia di trasgressione, ma profondo desiderio di emancipazione da regole prestabilite. La moda promossa dalla stilista si ispira alla strada, alle ragazze inglesi che attraversano le vie di Londra. Rompendo drasticamente con l’austerità del passato, Mary Quant inneggia ad uno spirito giovane che possa esprimersi liberamente anche nella scelta dei capi da indossare: “La donna alla moda indossa vestiti, non sono i vestiti ad indossare lei”, diceva Mary Quant, che divenne una delle maggiori icone di stile della Swinging London ed una businesswoman di successo. Nel 1963 la stilista fonda il “Ginger Group” per esportare i suoi prodotti negli Stati Uniti; nel 1966 avviene il lancio della linea di cosmetici, seguita l’anno dopo dalla prima linea di calzature.

Definita dallo scrittore Bernard Levin “l’alta sacerdotessa della moda degli anni Sessanta”, Ernestine Carter, giornalista di moda a lei contemporanea, scriverà: “A pochi eletti è dato di nascere nel periodo giusto, nel posto giusto, accanto ai giusti talenti. Nella moda recente sono tre: Chanel, Dior e Mary Quant”. Intanto Mary Quant diviene anche autrice di libri: nel 1984 esce “Colour by Quant”, seguito, due anni più tardi, da “Quant on make up”, testo con cui la stilista si apre al mondo della cosmesi. Nel 1996 esce “Classic make up and beauty book”. Non si contano i premi e riconoscimenti di cui la designer viene insignita: nel 1966 viene nominata Cavaliere della Corona Britannica dalla Regina Elisabetta II, onorificenza ricevuta l’anno prima dai Beatles.

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Mary Quant è considerata l’antesignana dell’estetica Mod



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La prima modella ad indossare la celebre minigonna creata da Mary Quant fu Twiggy, seguita da Jean Shrimpton



Bazaar, il negozio di su Kings Road, 1967

Bazaar, il primo negozio aperto da Mary Quant a Kings Road, Chelsea



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La stilista è stata insignita di numerosi riconoscimenti: nel 1966 venne nominata Cavaliere della Corona Britannica



Sulla reale paternità della minigonna si aprirono anche intensi dibattiti: secondo la giornalista Marit Allen, curatrice della rubrica Young Ideas sull’edizione inglese di Vogue, ad inventare il capo sarebbe stato lo stilista inglese John Bates. Altri invece ritengono André Courrèges il vero inventore della minigonna: il designer francese nel 1964 rivendicò formalmente il copyright sul celebre capo, divenuto must have del guardaroba femminile.

(Foto cover: Mary Quant, circa 1965. Photo by Keystone/Hulton Archive/Getty Images)

Sfila a New York l’intensa femminilità di Brock

Un’intensa femminilità è stata la protagonista assoluta della sfilata di Brock, che ha avuto luogo nell’ambito della settimana della moda newyorkese. Una collezione autunno/inverno 2017 che unisce suggestioni daywear a capi da gran soirée dai risvolti couture. I coniugi Laura Vassar e Kris Brock, designer di Brock, hanno dichiarato di essere mossi da un unico scopo: far sentire bene le loro donne. Un intento semplice per virtuosismi stilistici dal forte impatto scenografico. Il duo creativo, vincitore lo scorso novembre del CFDA/Vogue Fashion Fund Awards, ha incantato le passerelle della Grande Mela con una collezione che unisce note wasp a citazioni vittoriane: in passerella sfila una donna sicura di sé e consapevole del proprio potere seduttivo, che non ha bisogno di ostentare. Non mancano note bon ton accanto a tocchi di quell’American style destinato a non passare mai di moda: tra cardigan strizzati in vita da cinture e stivali ton sur ton, si alternano colli di visone e fur coat da diva. I designer coccolano la loro donna, offrendole numerose opzioni per apparire sempre al meglio. “Con tutto ciò che sta succedendo nella moda e nel mondo, in questa stagione volevamo solo abbracciare e amare la nostra donna”, ha dichiarato Laura Vassar. “Ciò significa offrirle vestiti che vuole indossare ogni giorno accanto a pezzi emozionanti che la facciano sentire al meglio”, ha continuato la stilista. Il duo creativo ha dato vita ad un inedito approccio moderno per reinterpretare lo stile vittoriano, che trova espressione nelle silhouette ampie e nelle maniche a sbuffo, ma anche nei bustier e nelle stampe in broccato prezioso, che impreziosiscono lunghi vestiti da sera da favola. Le proporzioni sono midi, indossate su gonne a vita alta in tweed e maglioni in cashmere. Largo poi a sontuosa georgette di seta, midi dress a stampa floreale e dettagli tomboy. Pura eleganza nelle silhouette e nei tagli sartoriali, per suggestioni couture. Tripudio di delicata femminilità nei bustier a quadretti vichy, che ricordano lo stile delle pin up anni Cinquanta.

Creatures of Comfort: il glamping irrompe sulle passerelle newyorkesi

Ha sfilato nell’ambito della settimana della moda di New York la collezione autunno/inverno 2017 di Creatures of Comfort. Jade Lai, direttrice creativa della maison, unisce note luxury ad uno stile disimpegnato, tra silhouette fluide e capi oversize che tuttavia riescono ad esaltare la femminilità. Largo a nuance delicate, in un tripudio di stampe e slogan che inneggiano ad un bisogno impellente di umanità e condivisione. Non mancano stampe e fantasie cromatiche, a partire dagli iconici quadretti vichy, che impreziosiscono capi e tute. Jade Lai ha dichiarato di essersi ispirata al glamping, innovativa tendenza che unisce al tradizionale camping inedite note glamour: sfila quindi un’eleganza casual, tra proporzioni rilassate e capi daywear, in un gioco di sovrapposizioni ardite che uniscono comfort e lusso, capi basic e virtuosismi declinati in tessuti preziosi. “Desideravo trascorrere più tempo a stretto contatto con la natura, specie dopo essermi trasferita a New York dalla California”, ha commentato la designer. “Ma ho bisogno di avere con me i miei piccoli lussi quotidiani”, ha poi aggiunto Jade Lai. Se la sfilata si apre con le note morbide e avvolgenti di maglioni oversize declinati in colori pastello ed impreziositi da slogan come “We are all human beings”, non mancano andando avanti virtuosismi stilistici e sovrapposizioni sperimentali: sfila la salopette, indossata sopra maglioni dalle suggestioni grunge. Il maglione si indossa ora sulla gonna a ruota di ispirazione Fifties, mentre i blouson hanno un piglio romantico e le tute sono declinate in lussuoso jacquard. Largo anche a maglie in lurex rosa baby e preziosi maxi dress in velluto e tessuti glitterati, ode ad una femminilità che fa fieramente capolino anche durante le intemperie, a partire dalla bufera di neve che imperversa nella Grande Mela.

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Jason Wu festeggia il 10° anniversario del brand alla New York Fashion Week

Sono già passati 10 anni dall’inizio della carriera di Jason Wu. La stranezza sta nel fatto che lo stilista taiwanese abbia solo 34 anni e in un decennio sia riuscito a creare e mantenere un brand ormai iconico. Merito dell’ex First Lady Michelle Obama, che scelse un suo abito da sera in chiffon bianco per il primo ballo con il marito appena eletto nel 2009? Sicuramente, ma non solo. Il merito è anche di questo ragazzo che, appena uscito dalla Parsons, ha finanziato la sua prima collezione di prêt-à-porter disegnando e vendendo vestiti per le bambole. Jason Wu è un uomo determinato, raffinato e dal gran talento ed è riuscito a ritagliarsi un proprio spazio nel fashion system. Per celebrare questo importante anniversario, lo stilista ha presentato alla New York Fashion Week la collezione autunno inverno 2017-18 e un profumo, il primo prodotto beauty che porta il suo nome.


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«C’era una certa ingenuità nelle mie prime collezioni – ha raccontato Jason Wu alla New York Fashion WeekArriva un momento in cui vuoi vestire la donna in ogni occasione». Così, allentata ma mai abbandonata la vena fantasiosa e fanciullesca, il brand vira verso uno stile più maturo, tagli sartoriali e una grande attenzione alle diverse occasioni d’uso. Una vera e propria fissazione per gli abiti ha accompagnato le prime collezioni firmate Jason Wu, così la sfilata autunno inverno 2017-18 si apre con un completo casual: maglia a maniche corte e pantaloni skinny in cotone con pois a rilievo ton-sur-ton. Poi arrivano i completi checked, reinventati in gonne al ginocchio e top asimmetrici, e gli abiti freschi e floreali per il giorno, movimentati da ruches e tagli strategici. Non potevano mancare, però, gli abiti da cocktail e da sera. Jason Wu ne propone diversi, alternando velluto devorè e trasparenze, nero e assenzio giallo, con intricati drappeggi ed equilibrate asimmetrie. Il modo migliore per festeggiare dieci anni di successi è puntare ai prossimi.


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Elementi anni ’20 e suggestioni slave nella moda fall 2017 di Kate Spade New York

Suggestioni diverse convergono nella collezione autunno inverno 2017-18 firmata Kate Spade New York. Il direttore creativo Deborah Lloyd cerca di allontanare l’idea di un brand dedicato solo alle signore perbene dei quartieri residenziali, presentando alla settimana della moda di New York una collezione spiritosa, che affonda le sue radici nella Parigi anni ’20 legandola ad elementi folkloristici delle nazioni slave e a dettagli audaci. Le figure di riferimento sono le flapper girl come Louise Brooks e Josephine Baker e il personaggio misterioso del quadro Le Coquelicot di Kees Van Dongen. Nell’atmosfera opulenta del Russian Tea Room, illuminata da luci rosse e circondata da morbidi drappi di velluto, alla New York Fashion Week sfila una moda donna che mescola silhouette classiche con fantasie divertenti ed elementi dello streetstyle.


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I motivi folk a fiori arrivano dalla tradizione slava, e sono presenti in piccoli bouquet sulla giacca di nappa, sul cappotto dal taglio classico, sul completo bon ton e sugli abitini da diva che assumono un romantico tocco bohémien. Altro motivo ricorrente nella collezione Kate Spade New York autunno inverno 2017-18 è quello maculato, in dettagli graffianti o total look per temerarie. L’abito a collo alto e il maglione, la minigonna con due ghepardi sagomati e il colletto del cappotto da signora si ricoprono di macchie e danno un tocco frizzante alla sfilata della New York Fashion Week. Bellissimi i capispalla, dal bomber rosa confetto alla cappa rossa ricamata al classico cappotto cammello, anch’esso caratterizzato da un voluminoso fiore ton-sur-ton. Per la prossima stagione fredda, la donna che veste Kate Spade New York sceglie di mischiare le carte in tavola, tra bon ton e dettagli funny. Completano il tutto gli accessori chic e vagamente vintage: borse a mano ed eleganti clutch, occhiali da diva degli anni ’20 e colbacchi, che dall’Europa orientale si trasferiscono nella fredda New York.


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La settimana della moda di New York si apre con la ‘Love Revolution’ di Tadashi Shoji

La settimana della moda di New York ha preso il via giovedì con la sfilata autunno inverno 2017-18, tra gli altri,  del designer giapponese Tadashi Shoji. Una Love Revolution, così lo stilista ha voluto sintetizzare l’atmosfera romantica che ha avvolto la passerella. «Mi sono ispirato alle rivoluzioni giovanili degli anni ’60 e ’70, da Tokyo a Parigi a New York» ha dichiarato dietro le quinte dello show. Ma se l’amore è il motore che muove la creatività di Tadashi Shoji, i riferimenti estetici più evidenti sono quelli al Medioevo e agli anni ’80. Abbonda il velluto, alleggerito dal pizzo in lunghi abiti da sera e dalle trasparenze delle bluse, oppure arricchito da preziosi ricami dorati su cappottini blu notte. Il broccato tratteggia maniche a campana ed elegantissime cappe, bagliori di tessuti glitter avvolgono abiti a sirena, mentre il lieve chiffon è stampato a motivi di rose rosse e blu e si posa sui look più riusciti della collezione.


Il tocco più frizzante nella moda donna autunno inverno 2017-18 è sicuramente il pellicciotto rosa shocking, che Tadashi Shoji abbina sapientemente a pizzo nero e ricami floreali. Le silhouette a colonna e i monospalla drappeggiati risultano forse appesantiti dall’uso di tessuti dalle texture importanti come velluto, broccato, devoré e da una palette di colori troppo scuri. Ma lo spazio per il romanticismo c’è ed è nei ricami floreali, nelle rose distribuite a piene mani, in quei look che ricordano un po’ Game of Thrones e un po’ delle principesse gotiche. Una moda donna eccentrica, che guarda a un passato forse ritenuto più autentico del presente. «Adesso è tempo di esprimere il proprio io» ha dichiarato Tadashi Shoji dietro le quinte dello show nel giorno d’apertura della settimana della moda di New York. Una rivoluzione d’amore da compiere prima dentro di sé e poi nel guardaroba del prossimo autunno inverno 2017-18.


Marina Corazziari rivisita la Medusa di Versace

Si ispira a Gianni Versace Marina Corazziari, anche quest’anno protagonista di Altaroma: Marina Corazziari & Friends, ormai appuntamento imperdibile dell’alta moda capitolina, si arricchisce in quest’edizione di inedite note vintage, per “Gianni Versace Inspiration”, una mostra evento esclusiva, che coniuga i gioielli istrionici della designer ad abiti, tableaux, video art, sound design e performance dal vivo. Marina Corazziari, scenografa e designer di gioielli, per la sua nuova collezione guarda al passato della moda e si lascia ispirare da uno dei più grandi stilisti, lo scomparso Gianni Versace, per la creazione di eclettici monili rigorosamente unici e lavorati a mano. Creazioni preziose e affascinanti, che nascono dalla fusione di stili e tendenze, in un inedito sincretismo che spazia dal neoclassicismo al barocco fino al pop: Marina Corazziari supera se stessa, realizzando intere parure con pietre preziose e non. Tra oro e onice nera tripudio di vivaci coralli e perle declinate nelle più svariate forme e gradazioni. Imperdibili le iconiche “Teste di Medusa”, simbolo del brand Versace, che vengono ora sapientemente rivisitate dalla designer attraverso l’uso di iridescenti cristalli di roccia, uniti a stelle, conchiglie e antichi cammei, catene e maglie modulari. Presenti alla mostra, accanto alla designer, anche il maestro Ilian Rachov, creatore di opere in stile neoclassico, il sound designer Francesco Gagliardi, l’interior designer Gianna Tedeschini, che ha dato vita a suggestivi tableaux-vivantes con modelle, grazie ai suoi elementi di arredo antichi sapientemente reinterpretati. In mostra anche la “Medusa“ di Guido Corazziari, rivisitazione digitale della celebre opera del Caravaggio esposta agli Uffizi di Firenze: la medusa diviene metafora eterna del fascino pericoloso della bellezza e del suo opposto, la mostruosità, capace di inghiottirci come vortice marino nei suoi abissi. Presenti all’evento le esclusive calzature firmate da Duccio Venturi Bottier, eccellenza del Made in Italy. Le sontuose sale di Villa Brasini, a Ponte Milvio, hanno ospitato l’evento a cura di Marina Corazziari.

La California girl di Tommy Hilfiger

Mentre a New York imperversa una bufera di neve, Tommy Hilfiger si rifugia nelle spiagge assolate della California per presentare la collezione Primavera/Estate 2017: la location scelta per la sfilata è la spiaggia di Venice Beach, a Los Angeles. Una collezione che nasce dalla collaborazione con la splendida supermodella Gigi Hadid, che ha aperto e chiuso il défilé. Il sodalizio artistico tra i due è stato rinnovato per altre due stagioni. La California degli anni Settanta diviene ispirazione privilegiata per Tommy Hilfiger, che si ispira al glamour californiano degli anni Ottanta e Novanta: Los Angeles, patria di star del cinema e della musica, diviene cifra stilistica di un’estetica da sempre fortemente legata agli Stati Uniti, patria dello stilista. Sulle note di Tupac Shakur sfilano 55 uscite, davanti agli occhi entusiasti di 3 mila invitati. Su 9mila metri quadrati di palcoscenico veniamo proiettati in un circo in bilico tra arte, moda e musica. Sul palco a fine evento canta anche Fergie, mentre i capi che si sono alternati sulla passerella sono già in vendita: è la filosofia del see-noe-buy-now a rendere possibile tutto questo, e Hilfiger è stato tra i primi ad intuire le potenzialità del nuovo format. «La gente non vuole aspettare di avere un abito che va in passerella. Lo vedo oggi, lo voglio indossare stasera», ha dichiarato Tommy Hilfiger. In passerella top model come Bella Hadid e Sara Sampaio: tripudio di bianco, rosso e blu e mood californiano per stampe coloratissime che inneggiano alla joie de vivre. Hilfiger ripesca dall’archivio della maison per riportare in auge pezzi storici, come le bluse da rugby e le righe interrotte da cuori. Largo ad abiti-felpa impreziositi da H oversize, e shirt con la bandiera americana. Le silhouette scoprono l’ombelico, tra crop top e bikini portati a vista. Non manca denim d’ordinanza, indossato con stivali texani e frange all over. Tra stampe patchwork e gonnelloni anni Settanta non mancano suggestioni tailoring per trench in denim.

Le foto di Gosha Rubchinskiy in mostra a Seoul

Artista poliedrico e visionario, Gosha Rubchinskiy è tra i protagonisti di Youth, retrospettiva multidisciplinare dedicata alla Street culture allestita presso il D Museum di Seoul, Corea. Il designer viene celebrato nella sua veste inedita di fotografo e filmmaker: la sua passione per la fotografia era già evidente nei progetti che da sempre accompagnano le sue collezioni. Ora lo stilista russo è in mostra fino al 28 maggio insieme ad altri artisti, tra cui Larry Clark e Ryan McGinley. Divenuto famoso per aver rivoluzionato gli standard della moda con il suo stile streetwear dalle suggestioni post-sovietiche, Gosha Rubchinskiy già all’età di quindici anni sognava di entrare nel mondo della moda. Dopo il college, dove ha studiato anche hair styling, make-up e styling, Gosha si trasferisce a Mosca, dove inizia a lavorare nel fashion system. Nel 2008 la fondazione del suo brand eponimo, caratterizzato principalmente da t-shirt e felpe. L’anno seguente viene presentata la sua prima collezione, “Evil Empire”, ispirata al mondo degli skaters. Il suo stile diviene in breve iconico: tanti i riferimenti a movimenti culturali e artistici alla base delle sue collezioni. Dopo aver lavorato con due brand di streetwear come Vans e Reebok, lo stilista ha anche sfilato come modello per Vetements. La ricerca estetica di Gosha Rubchinskiy continua ad attrarre le attenzioni della comunità internazionale della moda: la sua estetica dura e struggente pone in primo piano le culture giovanili della Russia post sovietica, unendole a note sportswear e suggestioni artistiche provenienti dalla fotografia e dal cinema. Non solo moda quindi ma anche una profonda riflessione sociale, alla base della sua estetica.

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Aldo Coppola celebrato alla Triennale di Milano

A quasi quattro anni dalla sua scomparsa, Aldo Coppola viene ricordato in una retrospettiva fotografica organizzata presso La Triennale di Milano: Aldo Coppola, bellezza senza tempo è una mostra che intende celebrare i 50 anni di carriera del genio dell’hairstyling milanese scomparso nel 2013 all’età di 73 anni. Fino al 2 marzo saranno esposti 250 scatti d’autore, firmati da Oliviero Toscani, Giovanni Gastel, David Bailey, solo per citarne alcuni: tra racconti inediti e video-installazioni, verrà narrata la carriera del guru dell’hairstyling attraverso dodici temi che esplorano cinque decenni di storia italiana. Cinquant’anni fa Aldo Coppola apriva il suo primo salone in via Manzoni, a Milano. Una mostra iconica che ricorda le collaborazioni di Aldo Coppola con i grandi stilisti e i grandi fotografi, come Fabrizio Ferri, Gian Paolo Barbieri, Giovanni Gastel, David Bailey, Javier Vallhonrat e Oliviero Toscani, suo grande amico. Una vita trascorsa tra sfilate e set, per un uomo generoso che ha inventato nuove tecniche di taglio, colorazione e styling. Appena dodicenne, Coppola inizia a lavorare nel salone del padre; a quindici anni viene nominato maestro d’arte e vince il campionato italiano dell’acconciatura femminile. Nel 1961 pettina le modelle durante il Pitti. Seguirà la collaborazione con L’Oréal. Nel 1991 apre il primo salone progettato da Philippe Starck in Corso Garibaldi, punto di riferimento per il design. Il resto è storia. In breve il suo nome diviene famoso a livello internazionale. Il percorso espositivo si estende anche in un libro omonimo edito da Carlo Cambi Editore. La vita di Coppola viene raccontata in 210 pagine. Il ricavato delle vendite sarà devoluto interamente alla Fondazione Francesco Rava.

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Altaroma: note glam in passerella da Mario Orfei

Ha sfilato nell’ambito di Altaroma la collezione Autunno/Inverno 2017-2018 di Mario Orfei. Suggestioni Seventies dominano in un défilé caratterizzato da silhouette ampie e stampe vivaci. Colorati e glam i tessuti avvolgenti indossati dalla donna Mario Orfei, che non lesina in sensualità e charme. La collezione, intitolata Reflex City, unisce note metropolitane a citazioni anni Settanta, in un crogiolo di ispirazioni multiformi: il passato e il futuro sembrano convergere in una dimensione atemporale, tra sovrapposizioni di lussuose armonie e contrapposizioni ardite. Il contrasto è la parola chiave, tra lussuose armonie e note glam nelle lavorazioni metalliche e nei tessuti laminati. Largo a sete fluttuanti e stampe dévoré, tra bagliori di rame plissé, oro e platino illuminano i classici velluti blu, cioccolato e rosa baby dai tagli sartoriali rubati dal guardaroba maschile. La donna che calca la passerella sfoggia completi e giacche rigorose in doppio petto ma anche note geometriche nel check rivisitato che si alterna al principe di Galles e all’ecopelle, che spicca tra i materiali usati, accanto a pregiate lane d’alpaca che conferiscono una nota sofisticata a pantaloni, tute, gilet e cappotti. I capispalla costituiscono il pezzo forte della collezione: tra cappotti oversize con collo in eco-pelliccia policroma e cappotti sartoriali, veniamo proiettati in inediti flashback ad un passato che si rivela sorprendentemente contemporaneo. Dettagli preziosi negli abiti fluttuanti, in cui spiccano decorazioni in argento e vetro di murano: suggestioni oriental nelle maniche e nelle cascate di rouches, per una femminilità evergreen.



(Foto cover: Blog & the City)

Lo stile di Lauren Remington Platt

Fisico statuario e charme innato, Lauren Remington Platt è una delle it girl più sofisticate. La giovane newyorkese sembra avere avuto proprio tutto dalla vita: businesswoman di successo ed icona di stile, l’influencer si è laureata alla Columbia University nel 2006 prima di creare Vênsette.com, sito web innovativo che permette ai suoi membri di selezionare diverse opzioni di hair styling e make up e di prenotare una visita a domicilio di make up artist ed hair stylist a partire da una cifra pari a 250 dollari.

Il sito web, divenuto in poco tempo Bibbia per gli amanti del make up, ha reso la giovane Lauren imprenditrice di successo: tra le clienti figurano nomi di spicco, dalla modella Anouck Lepere a Charlotte Casiraghi. Vênsette, fondato nel 2011, si è imposto all’attenzione dei media internazionali, e ha sdoganato la sua creatrice come una delle icone da tenere d’occhio. Origini olandesi e scozzesi nel suo DNA ed altezza svettante (un metro e 78), la giovane Lauren dopo alcune esperienze come modella è diventata guru della bellezza, fondando un impero.

Icona del jet set internazionale e mirabile interprete dello stile wasp americano, la bella Lauren è diventata regina indiscussa dello Street style e presenza fissa nel front row delle sfilate di moda. Il suo stile, da lei definito conservatore e al contempo irreverente, predilige brand italiani come Max Mara, Loro Piana, Valentino e Armani. La sua divisa quotidiana prevede un paio di flat Tod’s, un cappotto Max Mara, una t-shirt Calvin Klein e knitwear St. John.

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Businesswoman ed icona di stile, Lauren Remington-Platt è uno dei volti più chic della moda contemporanea



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La giovane imprenditrice predilige smoking maschili e tailleur pantaloni



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Nel guardaroba di Lauren Remington-Platt tripudio di bianco e capi sartoriali



Volto affilato e labbra carnose, la giovane ereditiera ama citare Simone de Beauvoir. Nel suo guardaroba non mancano pezzi cult come un cappotto militare di Ralph Lauren acquistato dalla it gilr quando aveva 17 anni. Gambe chilometriche e sorriso da copertina, Lauren Remington Platt non ha mai puntato solo sul fisico, come testimonia la sua carriera. Tra i suoi libri preferiti Anna Karenina e Tenera è la notte. Una predilezione per tailleur e smoking maschili, la giovane icona di stile vanta anche la partecipazione a sfilate importanti, come quella di Valentino. Nel suo guardaroba tanto bianco, per minidress e cuissard che fasciano le sue lunghe gambe e il suo fisico statuario.

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Altaroma: sfila il surrealismo ibrido di Melampo

Ha sfilato nell’ambito di Altaroma la collezione Fall/Winter 2017-2018 di Melampo: finaliste di “Who Is On Next? 2016″, Lulù e Anna Poletti, le menti creative di Melampo Milano, presentano sulle passerelle di Altaroma una collezione dai risvolti introspettivi, che trae ispirazione dalle opere del pittore surrealista contemporaneo Dino Valls. Le due designer partono per un viaggio lisergico attraverso un universo onirico, in cui l’individuo è al contempo centrale e sognato. Una collezione che si snoda in una affascinante dicotomia tra costruzioni e decostruzioni, tra ardite sovrapposizioni e fluidità delle silhouette. La camicia diviene capo passepartout, in una moda ibrida, in bilico tra leisure wear e homewear. In un crogiolo di connessioni e sinapsi, veniamo proiettati in un viaggio che mixa luoghi e stili: largo a tartan scozzese, indossato accanto a colli vittoriani e dettagli edoardiani. Ma sono presenti anche suggestioni che omaggiano il barocco spagnolo e gli animali mitologici delle chiese gotiche francesi. Largo a ricami floreali e decorazioni che rimandano ad un bestiario astratto su materiali diversi, che spaziano dal cotone maschile di tessiture da camiceria alla mussola in seta, dalla lana tartan al pizzo chantilly fino al velluto délavé e al tapestry prezioso. Infine tripudio di candida broderie anglaise. Introspettiva e suggestiva, la collezione delle due designer, entrambe nate a Milano, Lulù nel 1979, Anna nel 1981. Dopo un’infanzia trascorsa in fabbrica, le giovani iniziano a cucire. Dopo gli studi in architettura al Politecnico di Milano, Lulù frequenta il Corso per fotografi di scena dell’Accademia Teatro alla Scala e inizia a lavorare con fotografi del panorama contemporaneo italiano e internazionale. Anna invece fin dai tempi del liceo si all’azienda di famiglia. Non termina gli studi in Economia per iniziare a lavorare a tempo pieno come responsabile dello sviluppo prodotto, imparando a gestire tutte le fasi della realizzazione, dal figurino all’abito. Tra il 2013 e il 2014 inizia per le due giovani la nuova avventura: le due stiliste danno vita a Melampo, brand che si pone come interprete della moda contemporanea con

L’Oréal La Bella e la Bestia: una capsule collection di rossetti e smalti da favola

Manca poco più di un mese al suo arrivo nelle sale ed è ormai chiaro che La Bella e la Bestia sarà uno dei film-evento del 2017. La versione live action del classico Disney con Emma Watson, Dan Stevens e Luke Evans sembra adatto proprio a tutti. Le bambine degli anni ’90 non vedono l’ora di rituffarsi nel magico mondo delle favole, le più piccole adoreranno gli effetti speciali e per gli amanti del cinema c’è un cast di tutto rispetto, che include anche Ewan McGregor, Emma Thomson e Ian McKellen. Con queste premesse, già da mesi si è scatenata una nuova ondata d’amore verso la favola della coraggiosa amante della lettura Belle e della misteriosa Bestia, che vive in un castello popolato da creature magiche. Ed è partita la caccia a capi e accessori ispirati al film, come il nuovissimo cofanetto di rossetti e smalti limited edition L’Oréal La Bella e la Bestia.


Dopo il successo della capsule collection primaverile, dedicata al film Alice Attraverso lo Specchio, l’azienda di cosmetica torna a dedicarsi alle fiabe della Disney. La collezione, in vendita da ieri, comprende sette smalti Colore ad Olio e sette rossetti Color Riche, le cui tonalità e i cui packaging ricordano sette protagonisti del film. All’indomita Belle, interpretata da Emma Watson, corrispondono smalto e rossetto rosso vivo avvolti nel velluto, per la Bestia/Dan Stevens il rossetto vira sul marrone mentre lo smalto è di un’intensa tonalità di blu. Rosa shocking è il colore scelto per Mrs. Bric (Emma Thompson); burgundy per la maliziosa Spolverina (Gugu Mbatha-Raw); aranciato per Tockins (Ian McKellen) e nude per il candelabro Lumière (Ewan McGregor). Infine, il rossetto rosso carminio e lo smalto trasparente sono dedicati alla Rosa, elemento magico e simbolo della favola con il packaging più prezioso. Il cofanetto a forma di castello contiene tutte i quattordici prodotti in edizione limitata, ma è possibile anche acquistarli separatamente. Da indossare rigorosamente il 16 marzo, data di uscita de La Bella e la Bestia nelle sale italiane.


Vittorio Camaiani si ispira al Barocco spagnolo

Ha sfilato nell’ambito di Altaroma la primavera/estate 2017 di Vittorio Camaiani. Una collezione che trae ispirazione dall’arte del pittore spagnolo Diego Velazquez, quella che lo stilista ha presentato nella cornice dell’Hotel Excelsior di Via Veneto. I gai e vivaci baffi di Velazquez divengono motivo iconico che impreziosisce abitini da cocktail, tute e lunghi abiti da sera. Lo stilista entra in alchimia con il pittore spagnolo, a cui si sente vicino per la comune passione per l’arte. Una vera e propria affinità elettiva, che lo stesso Camaiani ha commentato così: “Una “corrispondenza” tra me e Velazsquez, lontani e diversi, ma legati dalla stessa passione per l’arte”. L’ironia dei caratteristici baffi del pittore andaluso diviene leitimotiv della collezione, tra ricami a mano ed intarsi applicati sui capi, tra preziosi broccati di stampo barocco e tripudio di seta batik. Lo stilista, originario di San Benedetto del Tronto, gioca con i soggetti dei quadri di Velazquez, che traslittera in creazioni in lino, garza e chiffon. Il Seicento spagnolo rivive sulla passerella, per suggestioni antiche che, sotto le mani esperte del couturier, divengono estremamente attuali. In passerella sfila un’eleganza discreta e al contempo sontuosa, che omaggia la vanità e l’arte. Le gloriosa vestigia del passato rivivono nelle creazioni del couturier marchigiano: largo a linee a trapezio per camicie e abiti, pantaloni in seta di linea morbida in lino e cotone più accostati al corpo, una nuova gonna la cui forma richiama l’Infanta Margarita, protagonista di un capolavoro del Velazquez, “Las Meninas”. La palette cromatica abbraccia i toni del grigio, del rosso, del nero, passando per l’azzurro, colori che acquistano intensità e corposità su lino, chiffon, crepe, satin, garza di cotone, duchesse taffetà, organza e vinile. Collaborazione tra Camaiani e Lella Baldi per le calzature che accompagnano il défilé, mentre la matita di Vittorio Camaiani incontra le sapienti mani dell’artista Marina Corazziari, per inediti gioielli scultura fatti di lastre d’argento, punte di madreperla cristalli antichi fumée e onice nero. I “quadri moda” di Vittorio Camaiani saranno presentati in tre sale dell’Hotel Excelsior arricchite di profumi per creare una “casa del caffè” del Seicento grazie al prodotto di “Orlandi passion”.

Altaroma: suggestioni botticelliane da Renato Balestra

Suggestioni botticelliane in passerella da Renato Balestra, che ha chiuso come di consueto Altaroma. Una collezione ispirata al risveglio della natura, in una primavera ancora in bocciolo: come i primi fiori che sbocciano, si risveglia anche la leggiadra ninfa immaginata dallo stilista. In una palette cromatica dai toni pastello sfilano sontuosi abiti da gran soirée, per una haute couture dallo charme evergreen. Largo a colori delicati come il glicine, il rosa, il verde acqua, il celeste, fino a tinte arcobaleno, che impreziosiscono chiffon ed organze preziose. Come una Venere botticelliana, la donna che calca la passerella ha i capelli cosparsi da petali colorati, mentre fiori e ventagli plissettati in taffeta e chiffon decorano le giacche sartoriali e gli abiti da cocktail. Romantica e raffinata, la donna Balestra sfoggia lunghi abiti da sera perfetti per un red carpet: non mancano note di sensualità nei corpetti che enfatizzano le curve, tra tripudio di tulle multicolor e preziose decorazioni. Sfila una principessa dai risvolti fairy tale, in una collezione poetica dall’allure eterea. Chiude il défilé la sposa di Renato Balestra, una regina stretta in un candido mikado decorato con pizzo chantilly e capelli adornati da una cascata di nuvole di fiori bianchi. Eleganza e garbato equilibrio caratterizzano la collezione, che segna un altro tassello nella lunga storia della maison romana. A consegnare il riconoscimento al Maestro Balestra la sindaca Virginia Raggi.

Altaroma: grafismi optical in passerella da Nino Lettieri

Caleidoscopici grafismi otpical caratterizzano la collezione haute couture primavera/estate 2017 di Nino Lettieri, che ha sfilato nell’ambito di Altaroma: lo stilista campano si diletta con lunghi abiti da cocktail e da sera in un tripudio di stampe geometriche nei toni del black & white. Il défilé, che ha avuto luogo nella prestigiosa location del Westin Excelsior Hotel di via Veneto, ha visto sfilare in passerella circa 40 outfit nei toni del bianco e nero, eccezion fatta per due caftani in rosso corallo e giallo. La collezione, intitolata “Geometria”, ha visto una prevalenza di abiti fluidi, tra sovrapposizioni di leggiadri chiffon, organze preziose e satin tessuti dagli antichi telai risalenti al 1700 della storica azienda Gustavo De Negri: largo a virtuosismi grafici, tra righe, pois e figure geometriche. Ad impreziosire i capi dettagli in tulle, sete plissé e reti in macramè. I lunghi abiti fluidi e le tute sono stati indossati dalle mannequin con soprabiti in broccato di seta e cotone impreziositi da paillettes. Lo stilista si lascia affascinare dalle figure geometriche che sin da ragazzino amava scarabocchiare sui quaderni di scuola: suggestioni evergreen che ispirano al couturier partenopeo una collezione iconica, che incarna perfettamente l’estetica della maison. Poesia e charme timeless si uniscono a stampe caleidoscopiche in un gioco di righe, quadrati e rettangoli. Pietre preziose e delicate piume impreziosiscono i lunghi abiti da sera. La sposa chiude come di consueto la sfilata: moderna e avanguardistica la mise scelta, un caftano in candido bianco in organza sovrapposta a leggeri veli in chiffon impreziosito da ricami e paillettes. Le calzature scelte sono le più classiche décolleté a punta con cinturino al tallone, declinate in materiali come camoscio e vitello. La clutch è realizzata dai maestri artigiani napoletani Albano, mentre i bijoux, in agata ed onice, sono firmati da Albaserena.

L’uomo Trussardi letto attraverso i Tarocchi – FW 2017/18

TRUSSARDI COLLEZIONE UOMO AUTUNNO INVERNO 2017/18

C’è bisogno di profondità, c’è bisogno di comprensione, c’è bisogno di cose belle e nobili, questo Trussardi lo ha capito e si è fatto fautore di una originale presentazione, avvenuta presso la Pinacoteca di Brera, della collezione uomo autunno inverno 2017/18.

Un luogo prestigioso storico e artistico ha fatto da cornice al “teatro modaiolo” di Trussardi, attori e modelli hanno interpretato l’uomo Trussardi recitando i personaggi dei tarocchi. Autoritari Imperatori, riflessivi Eremiti, giovani Pazzi, hanno recitato tra le sale del Palazzo una collezione che non è più solo moda.

C’è bisogno di simboli, come il fedele necessita della croce, oggi l’uomo moderno ha sete di conoscenza, e la moda non è relegata al solo abito, all’accessorio, ma narra tradizione, cultura e pensiero.

Piccolo palcoscenici si fanno spazio tra le opere antiche e quelle moderne dei maestri della pittura, è uno spettacolo suggestivo dove l’atmosfera diviene protagonista.

Il guardaroba dei diavoli di Trussardi si compone di trench imponenti con collo in pitone; i santi indossano cappotti con linea a vestaglia in lana e suede. Le silhouette sono sartoriali ma decostruite, rese più leggere e morbide.
I colori sono quelli della terra, cervo testa di moro, il fitto nero della notte e il blu Trussardi; i capi sono marchiati da una “T” sormontata da una corona in canottiglia e da stemmi araldici, stampo di una voglia di eleganza e gusto retrò.

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Il video della presentazione presso la Pinacoteca di Brera:



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Tendenze moda PE2017: black

Se pensavate che il nero fosse un colore da bandire durante la stagione estiva, sarete costretti a ricredervi: le collezioni primavera/estate 2017 vedono il nero protagonista assoluto, declinato su lunghi abiti in pizzo o sahariane perfette per affrontare il caldo estivo. Tanti sono gli stilisti che sono rimasti fedeli al black anche nelle collezioni primavera/estate: e se Rick Owens sceglie il nero per capi altamente scenografici, Narciso Rodríguez porta sulla passerella tubini essenziali dall’allure minimal-chic e scarpe bicromatiche in un tripudio di black & white. Nero d’ordinanza anche nella collezione PE2017 di Marco De Vincenzo, che associa il nero a dettagli fucsia; sfarzo e opulenza nella collezione di Kristina Ti, che non lesina in sensualità, tra piume e blocchi di colore. Black all over anche da Givenchy, per sovrapposizioni inedite e minimalismo. Pizzo d’ordinanza e audaci trasparenze effetto nude look in passerella da Dolce & Gabbana, che fanno del nero un colore must have anche per la stagione estiva. Jumpsuit dalle suggestioni workwear in passerella da Diliborio, mentre John Galliano punta su note sporty per pantaloni cargo da abbinare a crop top, tutto declinato in un nero dall’appeal sofisticato. Pulizia e linee essenziali sulla passerella di Dior, che punta al black come nuovo passepartout anche per l’estate; tripudio di sartorialità e sovrapposizioni audaci da Alberta Ferretti, tra tailleur dalle note maschili e maxi gonne in organza dalle suggestiono couture. Garbata e iper femminile la collezione Blumarine, che coniuga prendisole in black all over ad accessori per la spiaggia, per una diva contemporanea.

Tendenze moda PE2017: rete

Sensuali trasparenze e trame preziose che attraversano il corpo con filigrane gioiello: tra i fashion trend della primavera/estate 2017 la rete sembra dominare, tra sontuosi fili in oro e argento e crochet prezioso, che attraversano la silhouette. Perfetti per illuminare l’abbronzatura e per diventare protagoniste assolute di un party a bordo piscina, i capi ricamati con reti effetto crochet sono già must have assoluto dell’estate 2017. Li abbiamo visti praticamente ovunque: non c’è stilista che non abbia abbracciato la nuova tendenza, in un tripudio di eleganza e sensualità. Dalla splendida Gigi Hadid, che ha sfoggiato sulla passerella di Giambattista Valli un lungo abito da sera interamente ricoperto da reti effetto nude look solcate da lavorazioni preziose e dettagli gioiello, fino ad Elisabetta Franchi, che ha omaggiato la sensualità femminile con una collezione iconica, la rete diviene oggetto di culto, per abiti preziosi e sexy. Regale e sofisticata, la donna Aquilano.Rimondi sfoggia abiti al polpaccio impreziositi da reti gioiello, mentre Custo Barcelona crea inediti virtuosismi artigianali per capi preziosi, pensati per un cocktail sulla spiaggia, alle luci del tramonto. Suggestioni luxury e sensuali giochi vedo-non-vedo caratterizzano gli abiti a rete di Nina Ricci, per una sirena urban dalla prorompente femminilità. Nuance vitaminiche e lavorazioni crochet attraversano invece la passerella di MSGM, per ricami e lavorazioni teatrali che impreziosiscono lunghi abiti a rete. Sofisticata ed eterea, anche la donna Valentino abbraccia la nuova tendenza, sfoggiando lunghi abiti rossi effetto nude look, in bilico tra note gotiche e ritrovata femminilità. Perfetta per ogni tipo di occasione, la trama effetto rete si preannuncia già come uno dei fashion trend più amati della stagione estiva.

Tendenze moda PE2017: colore

Colori accesi, tinte al neon e palette cromatiche intense e vibranti: la Primavera/Estate 2017 vede un tripudio di brio e colore. Dimenticate cromie cupe e colori scuri, la tendenza dominante nella stagione estiva prevede una full immersion nel colore più luminoso. Tanti sono gli stilisti che hanno portato sulle passerelle una ventata di allegria: joie de vivre e luce sono stati i filrouge delle principali collezioni. Non solo stampe ma anche trionfo monocromatico, declinato in una palette cromatica delicata e vibrante. Se Aigner passa in rassegna cinquanta sfumature di rosa e lillà, Alexis Mabille ha presentato una collezione vitaminica, in cui il colore diviene protagonista assoluto: tra accostamenti cromatici potenti, veniamo catapultati in un’esplosione di gialli, rosa e rossi accesi, per capi dall’allure sporty. Capispalla in un audace rosa fucsia hanno sfilato da Angelo Marani, mentre Haider Ackermann sceglie il giallo canarino per lunghi abiti perfetti per la stagione estiva. Delicato rosa baby in passerella da Michael Kors, tra inedite note bon ton e brio all over, mentre Hermes porta sulla passerella una parata di lunghi abiti declinati nei colori dell’arcobaleno. Colori neon anche da Salvatore Ferragamo, che propone capispalla e trench in blu elettrico dal piglio teatrale, mentre Missoni declina le consuete stampe in righe optical che abbracciano tutti i colori dell’arcobaleno. Blocchi cromatici hanno caratterizzato anche i capi della collezione San Andres, mentre Trussardi opta per gli accostamenti arditi, tra giacche biker rosso fuoco da indossare sopra bodycon dress rosa fucsia.

Trump attacca Nordstrom per aver interrotto il contratto con Ivanka

Questioni di famiglia o questioni di Stato? Sembra non esserci una gran differenza per Donald Trump. Il Presidente degli Stati Uniti ha attaccato su twitter la catena di centri commerciali Nordstrom, rea di aver interrotto il contratto per la vendita del brand di Ivanka Trump. La decisione di Nordstrom è stata resa pubblica lo scorso 3 febbraio e a papà Donald non è piaciuta. Sul suo profilo privato @therealDonaldTrump, il magnate ha scritto «Mia figlia Ivanka è stata trattata così ingiustamente da Nordstrom. È una grande persona, che mi spinge sempre a fare la cosa giusta! Terribile!». La cosa però che gli americani hanno trovato “terribile” è stato il retweet del messaggio sul profilo istituzionale del Presidente, @POTUS.


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Si tratta dell’ennesimo conflitto di interessi per Donald Trump, che in un mese di Presidenza ha mescolato più volte il pubblico e il privato, gli interessi degli Stati Uniti e quelli della sua famiglia. Hanno già fatto discutere il suo rifiuto di cedere l’impero finanziario ai figli, l’idea di affittare parti della Trump Tower agli uffici del Pentagono e infine la denuncia a un tabloid britannico che, scrivendo gossip su Melania Trump, avrebbe rovinato «l’opportunità unica nella vita» di fare milioni di dollari con il proprio profilo da First Lady. La Casa Bianca, però, difende il presidente: «ci sono chiaramente tentativi per minare la reputazione (di Ivanka, ndr.) sulla base delle questioni e delle politiche del padre» ha dichiarato il portavoce Sean Spicer, secondo il quale Donald Trump ha tutti i diritti di difendere la sua famiglia tramite i social istituzionali. Intanto Nordstrom risponde alle accuse.  «Nello scorso anno, e in particolare nella prima metà del 2016, le vendite del brand sono calate fortemente al punto che non è un buon affare per noi continuare con la linea, per ora» hanno dichiarato dall’azienda. Il sospetto che la questione Nordstrom-Trump abbia delle radici politiche, però, non è infondato: la campagna “grabyourwallet”, lanciata su twitter, prevederebbe proprio il boicottaggio di tutti i prodotti di aziende della famiglia Trump.

MFW – ELEVENTY: I NUOVI CODICI DEL VESTIRE FORMALE

La collezione Eleventy FW 17-18 incontra le necessità dell’uomo cosmopolita contemporaneo e scandisce i momenti diversi della giornata, che diventano i temi della collezione.
Eleventy rivoluziona i codici del formale proponendo, a chi si reca a lavoro, il nuovo stile casual office dove la cravatta lascia spazio al dolcevita, da indossare con giacche formali ma pantaloni sportivi in cotone; le camicie, anche in denim, sono da portare fuori dei pantaloni, il tutto con un pattern davvero incredibile. I cappotti, più lunghi e dai volumi morbidi, sono anche in doppiopetto due bottoni con rever sciallato, in lane cotte o lana/cashmere in microfantasie o tinta unita.


Eleventy

Eleventy




Per l’uomo d’affari che viaggia, il soft formal nel segno di una moderna praticità: le giacche sono destrutturate, da piegare come fossero maglie nei loro pesi leggerissimi; gli abiti, proposti in tonalità chiare, provengono dalla sartoria napoletana e mostrano una linea più morbida nei pantaloni con tessuti dai pesi soft ma preziosi al tempo stesso; e nella ricerca della leggerezza, il cappotto in cachemire ha un peso piuma che riscalda senza sentirlo addosso.


Eleventy

Eleventy




Contaminazioni sportive e militari per i nuovi capi new urban style proposti per il tempo libero, con capospalla in fantasia camouflage o in tinta unita, bomber nei tessuti tecnici dai colori effetto metallizzato e fodere a contrasto, da abbinare con una camicia over dai volumi più ampi, un pantalone baggy e sneakers.
Per il weekend lo stile diventa leisure wear, nel confort di felpe vissute in tinto capo e t-shirt over con scritte che invitano al relax; trench in lana cotta e piumini camou da sovrapporre a giacca-camicia in camoscio, gilet imbottiti, cardigan bicolori, e pantaloni dalla linea morbida alla coscia.


Eleventy

Eleventy




Eleventy

Eleventy




La linea Platinum di Eleventy invece, si arricchisce di due capsule con proposte uniche non replicabili, perché realizzate a mano con lavorazioni altamente esclusive ed artigianali: nascono così i cardigan chiusi da zip a rombi e le maglie a collo alto in cachemire, mai uguali l’una dall’altra, lavorate con i ferri da esperte magliaie toscane e la linea di scarpe su misura realizzate in cavallo da artigiani marchigiani e toscani.


Eleventy

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SCARPA STRINGATA - Eleventy

SCARPA STRINGATA – Eleventy


MOCASSINO - Eleventy

MOCASSINO – Eleventy


DOPPIA FIBBIA ALTA - Eleventy

DOPPIA FIBBIA ALTA – Eleventy




Eleventy propone infine per la collezione Autunno/Inverno 2017/18, una varietà di accessori must have per il gentleman moderno, al passo coi tempi: zaini, borse da lavoro, pochette con doppia zip e piccola pelletteria, tutto realizzato da un artigiano veneto.
L’universo di Marco Baldassarri include anche prodotti per la casa come il plaid, profumatori per l’ambiente rigorosamente bio e candele che riproducono lo scoppiettio della legna che arde. Un Mood quello di Eleventy che colpisce a 360 gradi.


“Abbiamo un legame emozionale con ciò che realizziamo, dettato dalle nostre radici”


Cit. Marco Baldassarri


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Tendenze moda PE2017: largo a stampe tropicali

Note floreali e suggestioni tropicali sono protagoniste sulle passerelle delle collezioni Primavera/Estate 2017: stampe esotiche che omaggiano la lussureggiante vegetazione tropicale dominano, per un’estate colorata e intrisa di un’eleganza rétro che non passa mai di moda. Che si tratti di bikini o di lunghi abiti impalpabili, le stampe floreali costituiscono uno dei maggiori fashion trend di stagione. Le abbiamo viste praticamente in ogni sfilata, da Miu Miu a Michael Kors: e se Miuccia Prada ci ha deliziati con una collezione dal piglio vintage, che ricorda i costumi da bagno sfoggiati da Esther Williams, Micheal Kors propone bikini in stile Fifties e chemisier impreziosite da stampe tropicali, in un tripudio di brio e colore. Fiori all over anche sulla passerella di Blugirl, per lunghi abiti da diva, perfetti per una serata estiva. Ironia e colori optical in passerella da Emilio Pucci, che declina le sue stampe, cifra stilistica della maison, in un’inedita veste tropicale: sfilano gonne a ruota e top en pendant, e le modelle hanno il volto coperto da maxi cappelli in paglia nera. Stampe floreali in passerella anche da Fausto Puglisi: in una collezione ricca di simbolismi e citazioni escatologiche, tra croci e santini ex voto trovano un posto anche i fiori, per tailleur pantaloni perfetti per la stagione estiva. Tucani e palme impreziosiscono top monospalla con rouches e gonne asimmetriche da Leitmotiv, in una collezione che è un’ode al colore e all’estate. La giungla rivive nelle stampe proposte da Max Mara, tra vegetazione lussureggiante e colori accesi. Tripudio di fiori all over anche da Ports 1961, per tute oversize en pendant con gli accessori. Stella Jean punta invece come di consueto su inedite stampe patchwork che mixano stampe di ispirazione eterogenea, tra note tropical e sincretismo culturale. Suggestioni boho-chic in passerella da Tory Burch, tra maxi gonne in un tapestry floreale e crop top; reggiseni con rouches impreziositi da stampe tropical in passerella anche da Altuzarra.

Tendenze moda PE2017: suggestioni sporty

Tra le tendenze per la Primavera/Estate 2017, lo stile sporty sembra predominare. Largo a cappucci, felpe e capi dalla vestibilità morbida: il comfort sembra essere la parola chiave, per uno stile sofisticato ma comodo. Tanti sono gli stilisti che hanno abbracciato questo trend, a partire da Emilio Pucci, che propone coloratissimi costumi da bagno dalle note sporty-chic. Suggestioni sportswear dominano anche la collezione PE2017 di Boss, che propone numerosi bodycon dress dalle silhouette comode. Cappucci e felpe in passerella da DKNY, in un tripudio allo stile sportivo per antonomasia. Tocchi sporty non mancano neanche da Dolce & Gabbana, tra pizzo all over e stampe floreali che omaggiano l’Italia. Da Fendi sfilano proporzioni inedite e materiali techno, per una femminilità nuova, che strizza l’occhio al mondo dello sport, anche nei dettagli e negli accessori, come le originali sneaker col tacco. Materiali futuristi e mood sporty-chic in passerella anche da Max Mara, in una collezione che propone note jungle per uno stile urban che non lesina in suggestioni sporty: sfila una donna che predilige uno stile in cui la comodità gioca un ruolo fondamentale. Tra visiere sbarazzine e note techno la griffe italiana sdogana un’estetica nuova. Casual d’ordinanza in passerella da Lacoste, maison che da sempre strizza l’occhio ad uno stile disimpegnato ma sofisticato. Canotte sportive hanno calcato la passerella di Mugler e Moncler Gamme Rouge, in un tripudio di materiali innovativi dall’appeal futurista. MSGM propone silhouette fluide e sovrapposizioni, tra note casual e colori al neon. La felpa, capo passepartout della stagione primavera/estate 2017, viene declinata in forme nuove anche nella collezione di N°21: se fino ad oggi avete sempre considerato le felpe un capo sportivo, da oggi le indosserete con preziose gonne interamente ricoperte da una cascata di paillettes e decorazioni brillanti. Off-White mixa la felpa e la canotta sportive con rouches e balze romantiche, mentre Vetements punta sul total look per note grunge e volumi oversize. Versace porta in passerella una donna grintosa che sfoggia capi in materiali techno e lunghi capispalla anti pioggia. Note sporty dominano anche da Alexander Wang, da sempre amante di uno stile in cui la comodità diviene valore supremo.

Buon compleanno, Antonia Dell’Atte

Mistero, charme e classe da vendere: Antonia Dell’Atte, celebre musa di Giorgio Armani, spegne oggi 57 candeline. Diva contemporanea dall’allure algida e dallo stile sofisticato, la bellissima top model italiana è uno dei personaggi più amati del fashion system internazionale. All’anagrafe Antonia Teodora Dell’Atte, la splendida modella è nata ad Ostuni il 9 febbraio 1960. La sua carriera nella moda inizia alla fine degli anni Settanta: altezza svettante e volto affilato, già pochi anni dopo Antonia diviene il volto più amato da re Giorgio Armani, che si innamora della sua eleganza innata.

Antonia è la perfetta incarnazione dello stile Armani: le foto della campagna pubblicitaria scattata da Aldo Fallai entreranno nella storia del costume restandovi impresse indelebilmente. Immortalata come una manager rampante, androgina e raffinata, la modella ottiene la fama internazionale. Nel 1984 nel programma televisivo cult Drive In viene forgiato un personaggio a sua immagine e somiglianza: una modella aplomb che di tanto in tanto si lascia andare ad irresistibili exploit in dialetto brindisino. Celebre è la frase “Scusate, ho avuto un momento casual!”. Nel 1993 segue la partecipazione al videoclip della canzone Caffè de la Paix di Franco Battiato.

Intanto Antonia è diventata protagonista del jet set internazionale: Helmut Newton ne immortala il lato più sensuale in scatti iconici per il Calendario Pirelli e lei si divide tra sfilate e copertine patinate. Negli anni Novanta vola in Spagna, dove convola a nozze con il conte italo-spagnolo Alessandro Lecquio di Assaba y Torlonia, figlio della principessa romana Alessandra Torlonia di Civitella-Cesi. Dal matrimonio la top model ha un figlio, Clemente Lorenzo conte Lequio di Assaba. Gli anni Duemila la vedono nelle vesti inedite di opinionista nel programma televisivo L’isola dei famosi 7. Nell’estate 2010 è giudice a Velone, su Canale 5, e l’anno successivo veste nuovamente i panni di giudice nel programma Italia’s Next Top Model in onda su SkyUno, condotto da Natasha Stefanenko.

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Antonia Dell’Atte è nata ad Ostuni il 9 febbraio 1960



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La top model immortalata da Helmut Newton per il Calendario Pirelli



Numerose sono anche le esperienze come attrice: nel 2002 la ritroviamo protagonista della fiction italiana andata in onda su Raiuno “L’altra donna”, accanto ad Alessio Boni ed Anita Caprioli. Antonia Dell’Atte interpreta una donna magnetica e misteriosa, amante perduta del protagonista Boni. La modella, al vertice della fama, è presenza fissa nella tv italiana e spagnola. Ancora splendida e spontanea nonostante la celebrità, Antonia Dell’Atte ama l’Italia e la sua Puglia. Tanti gli eventi che la vedono protagonista, a partire dalle settimane della moda.

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Misteriosa ed affascinante, Antonia Dell’Atte è una delle ultime dive contemporanee

Chi sono i troll di cui si parla tanto

Quest’estate il NewYork Times ha pubblicato un articolo molto ripreso dalle principali testate.
Il titolo dice tutto “come i troll stanno rovinando internet” spiegando che “stanno trasformando il web in un pozzo nero di aggressività e violenza”.

Il quotidiano americano ha citato anche alcuni casi di giornalisti importanti che hanno scelto di cancellare i propri profili proprio a causa di messaggi e critiche ricevuti in rete.
A supporto della tesi dell'”infestamento da disturbatori violenti seriali” (trolls nell’accezione del giornale) viene riportato un sondaggio del Pew Research Center pubblicato nel 2014 secondo il quale il 70% degli utenti compresi nella fascia 18-24-anni aveva avuto esperienze di molestie, e il 26% delle donne di quella fascia d’età ha detto che erano state stalkerate online.
Uno studio dello stesso anno sulla personalità pubblicato sulla rivista di psicologia Personality and Individual Differences ha scoperto che il 5% circa degli utenti di Internet che si sono auto-definiti come troll ha tratti della personalità quali narcisismo, psicopatia, e in particolare sadismo.


Il trolling funziona quasi letteralmente come la sua traduzione dall’inglese, ovvero “pesca a traino”, e vuole indicare quella particolare discussione sui social media che “parte” da un post, un tweet, e attraverso commenti violenti, fastidiosi, provocatori, continui, mira a “trascinare” con sé una quantità di persone, anche semplicemente riprovate per la risposta.
Il fenomeno è abbastanza noto, ed è quasi superfluo descriverne i meccanismi, che oltre ad essere di esperienza comune sono anche abbastanza banali.
Il problema semmai sorge quando questo genere di attività non è isolata, individuale, soggettiva, ma “organizzata” in una forma patologica e tossica che è complicato poter definire “attivismo digitale” – come qualcuno lascia spesso intendere – e finisce a tutti gli effetti per confluire in una parte della comunicazione politica vera e propria.


Organizzati o individualisti, i troll restano soggetti insicuri e insoddisfatti della propria vita reale, e cercano conferme e sostegno, quasi una nuova esistenza con tutte le caratteristiche in realtà non hanno come esseri umani, nella propria dimensione digitale.
Non sono realizzati né in famiglia né sul lavoro, dal momento che hanno tantissimo tempo da perdere online a caccia del vip o politico di turno da attaccare (lui e i suoi seguaci). Non hanno alcuna competenza specifica, e spesso i loro argomenti sono generici, per sentito dire, citando fonti a dir poco discutibili.
Esistono – anche nella loro identità digitale, spesso anonima e chiaramente coperta da account fake – solo “di luce riflessa”, perché qualcuno (ovviamente più noto di loro) cade nell’esca e gli risponde.
Eppure basterebbe leggere la cronistoria del loro tweet, o dare un’occhiata veloce alla loro pagina Facebook per eliminare alla radice il problema: bloccarli radicalmente o semplicemente non considerarli. E la storia finisce lì.


Il trolling online è in genere “attivato”. Stimolati da una frase di un politico o un influencer di qualsiasi genere– spesso indicante un colpevole per i nostri problemi o un complotto – i troll “se ne fanno una ragione” e da qui la “assumono a bandiera della propria crociata”.
I neri, gli ebrei, i cinesi, la massoneria, l’Europa e l’euro, la lobby dei banchieri, gli immigrati, i clandestini. È irrilevante: ditegli che la causa dei loro mali sono loro e partiranno a commentare ovunque. Tu puoi parlare del tempo, e loro ti rispondono “perché non parli dell’euro che ci affama?”. Puoi parlare della campagna americana, e loro si schierano (conoscenti profondi del tema e del paese) puntuali “dall’altra parte” rispetto a quella che percepiscono essere la tua.


Ecco che questa attivazione iniziale ne mette in gioco una seconda: l’effetto gruppo.
Attorno a quelle parole d’ordine si fa massa, e ciascun troll, solo nella sua solitudine e individualità, si fa forte del “gruppo che la pensa come lui”, che lo retwitta, lo spalleggia, gli dà forza.
Attraverso questo meccanismo – anch’esso di esperienza comune – il trolling è stato percepito come una forma di “attivismo digitale” ed è entrato prepotentemente (letteralmente) e violentemente nelle dinamiche della comunicazione politica.
Una “comunità di solitudini” fatta di vuote esistenze, di persone convinte di essere delle vittime, superate nel lavoro da colleghi raccomandati, disoccupati per colpa degli immigrati, sottopagati e sottostimati perché incompresi, lasciati da mogli e fidanzate perché “loro sono di facili costumi”.
Ai leader populisti digitali basta lanciare un paio di slogan e questa comunità si attiva. Loro non devono nemmeno replicare e rispondere delle proprie affermazioni, ci pensa da sola la rete.


I giornali, che sul web ci sono arrivati sul serio con una decina di anni di ritardo, lo vorrebbero a misura di editoriali, e scoprono oggi che invece la rete è popolata, semplicemente e banalmente, dalla parte peggiore della nostra società, da quella piccola costante vigliaccheria per cui di persona si abbassa la testa, ma in branco si è capace di uno stupro, di persona si chiede l’autografo mentre nell’anonimato si è pronti a parlar male del vip di turno.


Il web vive di una propria autonoma e diversa social reputation: puoi essere il mega direttore del più importante quotidiano del mondo, ma la rete che ci avvicina tutti e consente a tutti di commentare chiunque, è quel luogo in cui nonostante il tuo ruolo nella società potresti non contare nulla.
E questo fa infuriare spesso i giornalisti, abituati ad una comunicazione verticale per cui loro sono quelli che scrivono l’articolo, e dicono quello che pensano, e il lettore è colui che legge.
Ma il web è anche lo specchio della realtà che riproduce dal divano quell’odio e manicheismo spesso alimentato (talvolta inconsapevolmente) proprio dai media (incluse bufale e complottismi).


Il web 2.0 è nato forse troppo presto per qualcuno e tropo tardi per altri. È fatto di un “tutto pubblico” cui la nostra biologia e la nostra psicologia non è preparata, e di cui di certo i nostri meccanismi – sia di stimolo che di risposta – non sono sempre consapevoli.
Quando tutto questo diviene fenomeno di massa, poi, fa decisamente paura, perché finisce con l’essere incontrollabile, anche negli effetti.
I trolls sono il nuovo branco, ma con la vigliaccheria dell’anonimato e nella convinzione auto assolutoria che qualsiasi cosa fatta nel web sia virtuale. E come tutti i fenomeni di massa, spetta alla società intera comprenderne i meccanismi e porvi rimedio, senza attendere che qualcun altro provveda per legge (altro meccanismo auto assolvente, stavolta per la società).

Lo stile di Diletta Bonaiuti

Viso pulito, lunghi capelli castani ed eleganza innata hanno reso Diletta Bonaiuti una delle it girl più amate. La stylist, cresciuta a Firenze, ha iniziato la sua carriera nel fashion biz da American Apparel. Successivamente la consacrazione ufficiale arriva quando la bella Diletta viene arruolata nel team di Luisaviaroma, in qualità di stylist. Grande fotogenia ed uno stile iconico hanno reso Diletta Bonaiuti una delle icone di stile contemporanee più apprezzate, protagonista assolute dello streetstyle e regina dei front row. La giovane fashionista, cresciuta con la passione per la fotografia e la moda, sfoggia uno stile estremamente personale, un riuscito mix di romanticismo e tocchi streetwear. Femminile e un po’ vintage, la bellissima stylist ha fatto della semplicità la cifra stilistica del suo guardaroba: un fisico esile e un’allure da modella per lei, che appare sempre impeccabile, sia in total white che con un semplice paio di jeans. Dimenticate overdressing ed effetti scenografici: la bella Diletta non ha bisogno di colpi di scena per ammaliare, forte di uno stile raffinato e di una bellezza delicata, che profuma di altri tempi. Il suo stile trae ispirazione dagli anni Settanta/Ottanta: tra maxi dress floreali e stivali ricorda molto Ali MacGraw, storica protagonista della pellicola strappalacrime Love Story ed icona Seventies. Largo a citazioni boho-chic, tra sciarpe stampate, pantaloni a zampa e lunghi abiti impalpabili in stampa patchwork. Bellissima anche con il più classico dei trench e con un tailleur pantaloni nero, l’influencer è la perfetta incarnazione di un’eleganza che strizza l’occhio alla contemporaneità ma senza perdere di vista il glamour evergreen del passato.

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Diletta Bonaiuti è una delle it girl contemporanee più seguite al mondo



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Viso pulito e bellezza da copertina, la stylist ama uno stile dalle suggestioni vintage



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La bella Diletta ha iniziato la sua carriera nella moda da American Apparel



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Regina indiscussa dello street style, la stylist lavora per Luisaviaroma

Tre film celebrano il genio di Alexander McQueen

A sette anni dalla sua prematura scomparsa, il genio di Alexander McQueen sarà ricordato con tre film: lo stilista inglese, morto suicida nel febbraio 2010, sarà infatti protagonista di un documentario diretto dal registra francese Ian Bonhote. L’opera, intitolata semplicemente McQueen, si aggiunge ad altri due progetti dedicati alla memoria del designer britannico, la cui uscita è prevista per quest’anno: The ripper, incentrato sulla sua relazione di stima e amicizia con Isabella Blow, e un biopic diretto da Andrew Haigh con protagonista Jack O’Connell, il cui titolo è ancora top secret. Lee Alexander McQueen era nato a Londra il 17 marzo 1969, figlio di un tassista. All’età do 16 anni il giovane lascia la scuola ed entra nel mondo del lavoro, dapprima prestando servizio da Savile Row, Gieves & Hawkes e poi per i celebri costumisti teatrali Angels e Bermans. All’età di 20 anni Lee Alexander si trasferisce a Milano, dove lavora per Romeo Gigli. Nel 1992 torna a Londra per completare la propria formazione presso la prestigiosa Saint Martin’s School of Art. Nel 1996 la sua carriera subisce una svolta: McQueen viene assunto alla direzione creativa di Givenchy al posto di John Galliano. Lo stilista resterà da Givenchy fino al 2001, quando abbandonerà la maison dichiarando di voler essere libero di esprimere pienamente la propria creatività. Così McQueen inizia a far conoscere il proprio stile attraverso sfilate trasgressive ed anarchiche, che irrompono prepotentemente sulla scena dell’haute couture rendendo il suo nome famoso a livello internazionale: lo stilista viene definito “l’hooligan della moda” per le sue provocazioni: nel 1999 fece sfilare a Londra la modella Aimee Mullins, amputata alle gambe, con delle protesi in legno, mentre sullo sfondo dei robot per la verniciature delle auto spruzzavano colori su abiti bianchi. Nel 2001 lo stilista entra nel gruppo Gucci. Nel 2003 collabora con Puma per una linea di scarpe da ginnastica. Genio visionario e ribelle, il suo stile iconico è entrato di diritto nella storia del costume: suggestioni gotiche e teatralità di sfilate mai banali hanno reso McQueen una delle voci più autorevoli del fashion biz. La sua estetica è legata da vicino al concetto di morte, tra note punk e suggestioni vittoriane, che lo stilista riesce a traslitterare in show spettacolari, tra note tailoring e abiti da red carpet. Indimenticabile il sodalizio artistico con Isabella Blow, morta suicida nel 2007: fu la fashion editor il primo pigmalione che permise a McQueen, ancora studente presso la Central Saint Martins, di iniziare la sua carriera. Celebre anche la collaborazione con il fotografo Nick Knight. Tantissimi i riconoscimenti ottenuti: per ben quattro volte McQueen è nominato “stilista inglese dell’anno”, dal 1996 al 2003. Sempre nel 2003 il consiglio Fashion Designer Awards lo nomina “stilista dell’anno”. Nel 2010 l’ultima collezione, intitolata Plato’s Atlantis. L’11 febbraio dello stesso anno, Alexander McQueen viene ritrovato senza vita nella sua abitazione londinese. Lo stilista aveva quarant’anni.

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Lo stilista è stato trovato impiccato nella sua abitazione londinese l’11 febbraio 2010

Altaroma: la Grande Bellezza di Camillo Bona

Un’estetica che parte dalle vestigia della Città Eterna per ripristinare il concetto di bellezza. Suggestioni divine che rimandano ad ideali di purezza ed eternità, per una bellezza imperitura ed immortale, vissuta come un’esigenza. Camillo Bona parte dalla sua Roma per una collezione haute couture primavera/estate 2017 intrisa di echi nostalgici: la bellezza diviene metro di giudizio per muoversi nella realtà contemporanea ma anche per proiettarsi in un futuro che appare remoto. Ripensa ai fasti imperiali Camillo Bona, ma anche al glamour della Dolce Vita, quando Roma era al suo apogeo. Il couturier tuttavia non si lascia sopraffare da sterile nostalgia ma rielabora il topos della grande bellezza per sopravvivere ai mala tempora attuali, in cui versa la Capitale d’Italia. E’ una Roma offesa quella che accoglie il défilé di Camillo Bona, che si rifugia in un mondo ideale in cui la classe e lo charme divengono i valori supremi. Il couturier rielabora i codici stilistici che hanno reso l’alta moda italiana grande in tutto il mondo: in passerella sfilano suggestioni bon ton per capi dalle linee ladylike. La donna immaginata dallo stilista indossa tailleur declinati in nuance pastello ed impreziositi da cuciture e rouches scultoree. Mistica e riflessiva, la collezione è un’ode all’artigianalità italiana, tra capi che richiedono numerose ore di lavorazioni e complesse applicazioni tessili. Un candido bianco domina la palette cromatica, aprendo il défilé: si alternano sulla passerella 30 uscite di finissima fattura. Non mancano i toni del rosa baby, del giallo, del verde acqua e del celeste. Chiude come di consueto la sposa, che appare virginea e poetica. Camillo Bona guarda ad un passato fatto di sete plissettate e cashmere, ma anche chiffon e rafia, che rievoca nelle forme le architetture della Città Eterna. Perle, coralli e pietre dure impreziosiscono il collo delle mannequin, tra cascate di fili di perle. Una collezione sofisticata e minimale, che auspica il ritorno alla vera bellezza, l’unica forza motrice in grado di salvare il mondo.

Altaroma: la couture favolistica di Gattinoni

Si intitola “The Dream” la collezione che segna il ritorno di Gattinoni nel calendario ufficiale di Altaroma, dopo cinque stagioni di assenza. La maison presenta una collezione dalle suggestioni fairy tale, che non lesina in ispirazioni oniriche: proprio il sogno diviene leitmotiv di una parata di eteree principesse, che si alternano sul défilé sfoggiando nuvole di tulle e maschere a coprire il volto. Guillermo Mariotto e Stefano Dominella partono da un assunto di Marcel Proust, per la collezione alta moda Primavera/Estate 2017 di Gattinoni: “Se sognare un po’ è pericoloso, il rimedio non è sognare di meno ma sognare di più, sognare tutto il tempo”. Sulla passerella sfila una donna eterea e sognante, un po’ angelo e un po’ demone: giovane e acerba, la vediamo sospesa in una dimensione irreale, in cui indugia in lunghi abiti impalpabili, tra ricami e lavorazioni artigianali.

Suggestioni shakespeariane quelle reinterpretate da Mariotto, che parte dal Sogno di una notte di mezza estate per stravolgerne il tema prevalente: sullo scenario immaginario di un Eden incantato, sfilano sulle note della Fata confetto dello Schiaccianoci di Pëtr Il’ič Čajkovskij delle debuttanti: “La mia donna ritorna misteriosamente alla sua adolescenza -ha dichiarato Mariotto- Vive una nuova esistenza e una nuova giovinezza. Più spensierata, più libera come la new couture che scende dai tacchi ma non rinuncia ai rituali tipici dell’alta moda. Iperbole sartoriale”. Tripudio di organza di seta effetto matelassé, quasi a riprodurre le nuvole, tra volumi scultorei e trame intricate, che si ispirano all’antica tecnica dei punti smock internazionali. Largo a camicie in organza e gonne impreziosite da fiocchi in tessuto.

Una collezione intrisa di note orientali, come negli origami che sbucano dalle pieghe severe delle gonne. “Per questa collezione ho voluto giocare sui colori –ha commentato Mariotto– Rosa nelle sue diverse nuances, azzurro polvere, verde salvia, grigio perla, lampone, bianco e nero. Tonalità confortanti e rassicuranti, che avvolgono, coprono, drappeggiano, vestono le mie fantasie”. Vortici di seta per caftani dipinti a mano e voli di farfalle nelle t-shirt, da indossare come minidress. Cristalli e madreperle illuminano abiti che ricordano le vestaglie da camera. Il défilé ha luogo nel casale cinquecentesco dove visse Papa Pio V, che ora ospita la Link Campus University. Qui sfilano le donne Gattinoni, su una passerella circolare che ricorda un carillon.

Vanessa Hessler sfila per Gattinoni PE2017

Vanessa Hessler sfila per Gattinoni PE2017



La donna immaginata da Mariotto trova incarnazione in Vanessa Hessler: la top model italo americana torna in Italia dopo la maternità per interpretare la favola couture ideata da Mariotto. Lunghi capelli biondi e volto innocente per 180 centimetri di altezza, Vanessa Hessler fu scoperta proprio da Gattinoni quando aveva appena 15 anni. Dalla dolcezza iniziale la sfilata scivola poi in note dal retrogusto dark: è il coup-de-theatre che aspettavamo e l’innocente principessa rivela un inedito lato oscuro che trova espressione nel chiodo in piume da indossare su culotte e nei preziosi abiti neri ricamati in rafia e micro black boule. A firmare i gioielli che impreziosiscono la collezione Gattinoni haute couture PE2017 è ancora una volta Gianni de Benedittis, designer del brand futuroRemoto, che ha realizzato per l’occasione bracciali in oro con longilinee libellule ed anelli farfalla in argento. Per una couture da fiaba.



(Foto cover: La Stampa)

Valentine’s Day Hair Ideas – idee per le vostre acconciature

San Valentino è ormai alle porte e questo significa solo una cosa (oltre a cosa mi metto?): come sistemo i miei capelli? 

Una ricorrenza molto romantica che necessita di un’acconciatura perfetta per la nostra metà. Non importa se avete capelli corti, fino alle spalle o lunghi: c’è un’idea per tutte.


Ecco una guida per darvi alcuni spunti per delle acconciature semplici veloci utilizzando prodotti Kadus ProfessionalLet’s go!


 

#1 Corto spettinato. Ammettimolo… a chi non piace un taglio corto, tipo pixie cut, un po’ spettinato? Riesce a dare quel tocco innocente e sbarazzino ad un taglio molto impostato. Per modellare al meglio le ciocche, possiamo usare la Fiber Up, una cera rimodellabile per personalizzare al meglio il vostro pixie!


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Fiber Up – Texture Gum (prezzo €14)




#2 Trecce. Senza ombra di dubbio, un classico. Le trecce hanno un je ne sais quoi di dolce. Spettinate e disordinate o pulite e definite, sapranno attirare l’attenzione di chi vi sta intorno!


Un consiglio: per trecce super definite basta una piccola quantità di Polish It sulle vostre mani, ovvero una crema lucidante. Se, invece, optate per trecce più morbide, modellatele con un po’ di Shift It!


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Polish It – Shine Cream (prezzo €20)




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Shift It – Matte Clay (prezzo €14)




#3 Coda di cavallo. Proprio come le trecce, potete decidere se portarla spettinata o più precisa. Questa acconciatura dona sempre un tocco molto elegante al vostro outfit.


Ricordiamoci di idratare i nostri capelli anche quando li acconciamo! Qualche goccia di Velvet Oil prima di uscire e il gioco è fatto!


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Velvet Oil (prezzo €22-24)




#4 Raccolto morbido. Elegante, sofisticato, chic e semplice! Cosa vogliamo di più? Piega mossa, quattro mollette and you’re good to go!
In questo caso, la lacca Set It fa al caso vostro! Tenuta leggerissima, impalpabile sui capelli.


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Set It – Flexible Spray (prezzo €15)




#5 Onde morbide. Non dimentichiamoci che anche una semplice piega leggermente mossa può valorizzarci per la nostra cena romantica! È importante investire in un ferro di buona qualità, come il The Wand di Cloud Nine!


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Cloud Nine – The Wand (prezzo €229)




Quindi… quale acconciatura avete scelto per la notte più romantica dell’anno?

 




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Caterina Balivo chiede scusa a Diletta Leotta, noi siamo ancora perplessi

Mica male il vestito della Leotta a Sanremo.
Esordirò così“, mi sono detta stamattina.

E non era mica male davvero.
Corpetto con scollo, gonna in vita lunghissima e principesca, spacco frontale: è proprio una limited edition di Alberta Ferretti.

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Diletta Leotta è scesa per le scale dell’Ariston con una convinzione e una forza che avrebbe potuto avere solo una donna fiera del proprio corpo e della propria persona.
Bella, anzi bellissima, raggiante, 26 anni, laurea in Giurisprudenza e conduzione su Sky, una carriera brillante, un fidanzato premuroso.
Ma la sua vita non è sempre stata così rosea, ha infatti subito una gravissima violazione della privacy.
Qualcuno fece circolare in rete alcune foto che la ritraevano in intimità, erano alla portata di tutti, sotto gli occhi tutti. Era stata privata della sua sfera personale, della sua vivacità e, perché no, della sua identità.
Mi colpì moltissimo, Diletta Leotta aveva subito una profonda umiliazione.
Volevo trattare la notizia, lo feci ma non fu piacevole.
Pochi giorni prima Tiziana Cantone si era uccisa a causa di un suo video erotico che qualcuno aveva “saggiamente” postato e che aveva decretato la fine della sua libertà.
Tutti, nessuno escluso, tutti noi siamo colpevoli della morte di Tiziana Cantone.
Lo scrivo tra queste righe, lo scrivo col cuore in mano, affinché nessuno di noi possa subire una violenza di questo tipo.
Quell’articolo (chi volesse leggerlo può cliccare qui) fu per me l’inizio di una battaglia contro la prepotenza e i soprusi che ancora oggi, nel 2017, subiamo.

Infatti, nuovamente, Diletta Leotta è vittima di abusi.
Mentre raccontava a Sanremo la sua triste esperienza, la conduttrice Caterina Balivo postava il tweet: “non puoi parlare della violazione della #privacy con quel vestito e con la mano che cerca di allargare lo spacco della gonna“.
A difenderla Maria De Filippi, quest’anno co-conduttrice accanto a Carlo Conti: “Nel 2017 mi vesto come mi pare. Concentrarsi sull’abito e non sul suo messaggio è come dire che è giusto che ti violentino perché hai la minigonna. Non diamo spazio a queste polemiche: è come tornare indietro nel tempo“.

E mentre la rete si scagliava contro il sessismo della Balivo, un secondo tweet di scuse sembrava circolare alla velocità della luce.

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La Balivo ha risolto così una disputa che ha fatto molto discutere, una disputa che possiede profonde radici storiche e che non trova ragione, ancora, nel 2017.
Invidia? Rancore?
Nessuno conosce le ragioni che hanno spinto Caterina Balivo, conduttrice di DettoFatto, a un giudizio profondamente ingiusto e gratuito.
E, sopratutto, a un giudizio preoccupante, perché è davvero preoccupante che oggi una donna debba essere etichettata per come veste.
La rete, perplessa sulle affermazioni della Balivo, si chiede: “se Diletta Leotta ha meritato la violazione della privacy a causa del suo vestito, allora le donne che indossano minigonne meritano lo stupro?“.

Le falene di Greta Boldini conquistano Altaroma

“Come Falene” è il titolo della collezione di prêt-à-porter Autunno/Inverno 2017-2018 presentata da Greta Boldini ad Altaroma. Sontuosa eleganza in bilico tra contemporaneità e suggestioni anni Quaranta caratterizzano una collezione iconica, che celebra la crescita stilistica del giovane brand, disegnato da Alexander Flagella: accettazione, perdono e redenzione divengono le parole chiave attorno alle quali si sviluppa la sfilata. La donna che calca la passerella ricorda una falena, mantide enigmatica e sospesa in una dimensione onirica, in cui si avverte il peso incombente di note belliche. In un crogiolo di libere associazioni si erge lo stile di Greta Boldini, che trae ispirazione dall’arte di Van Eyck e di George Grosz. Lo stile Forties sembra dominare, in una collezione che si snoda tra echi nostalgici e dettagli maschili. Flagella rivisita intramontabili classici del guardaroba, come la giacca Barbour in tela anti pioggia, che si indossa ora con gonne in seta plissettata e lunghi abiti alla caviglia in ciniglia e velluto prezioso. Una combattente la donna Greta Boldini, che percorre sicura la passerella di una sfilata velata da una vena di spiritualità. Tripudio di sete plissé per lunghi abiti che scoprono le caviglie: i capispalla sono rubati al guardaroba maschile. Domina il rigore di costruzioni tipicamente anni Quaranta, per un’eleganza sobria ma che non lesina in suggestioni couture. Largo ad ardite sovrapposizioni ed inediti coup-de-theatre: tripudio di lana bouclé e cashmere pregiato, seguito a ruota da viscose, tulle ricamati, organze preziose, crepe de chine e pizzo. Suggestioni Art Déco nei dettagli in vetro nero e cristalli, lusso nelle pellicce di visone, volpe e mongolia, che danno vita a caleidoscopici giochi insieme al mohair in pelliccia e alle spugne misto lana-cotone. Calda e drammatica la palette cromatica, che indugia nei toni dell’antracite, del chianti, del muschio, del phard e del glicine, fino ad aprirsi alle scale dei grigi e dei rosa violenti. I gioielli sono firmati da Iosselliani e le borse da Cecchi de Rossi. Alexander Flagella è la mente creativa dietro Greta Boldini: il giovane, classe 1984, si è laureato presso il Polimoda di Firenze. Il brand si ispira ad un’estetica bifronte, che guarda da un lato alla bellezza di una diva senza tempo come Greta Garbo e dall’altro allo charme imperituro delle donne ritratte da Giovanni Boldini.

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Altaroma: nel giardino segreto di Giada Curti

Eterea e suggestiva la collezione presentata da Giada Curti all’ultima edizione di Altaroma: un simbolismo dai risvolti onirici si unisce ad un’estetica influenzata da echi lontani e sontuose antichità. L’arte di Lawrence Alma Tadema ispira alla couturier una collezione impalpabile, che intende celebrare la femminilità in bilico tra sogno e realtà. Una Primavera/Estate 2017 che guarda alle vestigia del glorioso passato, reinterpretandone codici e stili, adattandoli alla contemporaneità: un intento didascalico che trova espressione nell’abito da ballo che si tinge ora di mikado e voile di seta. Impreziosito da bucoliche stampe floreali e finemente decorato con paillettes e striature a righe, l’abito lungo torna in auge e si adatta ora anche alle più giovani. Elementi archeologici si uniscono ad una visione quasi onirica della couture, che ripristina sfarzo e suggestioni luxury, a partire dalla location scelta per il défilé, i sontuosi saloni del St. Regis Rome Hotel, tra ispirazioni Art Déco ed opulenza barocca. Giada Curti riserva attenzione certosina per i dettagli: il particolare diviene portatore di inaspettate epifanie, in un gioco di rimandi storici ed allegorici. In passerella sfila una regina contemporanea che sfoggia copricapi impreziositi da fiori, in una cornice sfavillante, giardino segreto in cui rivivono nostalgici echi di un passato immemore. Le scarpe sfavillanti sono firmate da Valentina Gallo, che interpreta il mood sparkling prevalente nell’intera collezione. Largo a lunghi abiti in impalpabile chiffon di seta e crepe de chine. I gioielli sono firmati invece dall’estro di Alex Carelli: tripudio di ferro che si unisce alla magia di pietre preziose come l’acquamarina, l’ametista e le perle. Le borse piumate esaltano una femminilità sofisticata, vissuta con garbo e charme evergreen.

Altaroma: la teoria del bambù di Marianna Cimini

Ha sfilato nell’ambito di Altaroma la collezione prêt-à-porter Autunno/Inverno 2017-18 di Marianna Cimini: la giovane stilista, finalista a Who’s On Next 2014 nella sezione prêt-à-porter, presenta una collezione ispirata alla cultura giapponese. Suggestioni botaniche e tocchi oriental si uniscono per grafismi eclettici e velluti preziosi: si intitola “La teoria del bambù” la collezione che ha calcato la passerella di Altaroma. Il bambù diviene fil rouge di una sfilata ricca di suggestioni: l’arbusto, simbolo di tenacia, vitalità ed equilibrio, ispira alla stilista partenopea stampe audaci ed irriverenti, che celano profonde riflessioni filosofiche. Robusta e tenace, la radice del bambù sembra assomigliare all’animo femminile, fragile e forte, pronto ad affrontare la vita con entusiasmo ragazzino.

In bilico tra rigore e spensieratezza, la collezione parte da una serie di lunghi abiti in velluto nero, per poi aprirsi ai colori: largo a jumpsuit, abitini e gonne frastagliate da giochi di rouches, da indossare con manteau e giacche a vento trapuntate. Le silhouette sono a trapezio, in un gioco di rimandi al passato, in primis agli anni Sessanta. Brio e fantasia nei contrasti cromatici e nello styling irriverente, che non lesina nell’uso del calzino. Come da copione, la collezione è pervasa da note sportswear ma non lesina in romanticismo e sprazzi di una femminilità ancora in fieri.

Cresciuta in Costiera Amalfitana, Marianna Cimini ancora giovanissima si trasferisce a Milano, dove frequenta il prestigioso Istituto Marangoni. Seguono collaborazioni con brand del calibro di Max Mara, dove disegna per più di tre anni la linea ‘S Max Mara, e Tod’s, dove crea una capsule collection per Fay Donna. Tanti i riconoscimenti di cui la giovane designer è stata insignita, come il “Premio Moda Italia” sponsorizzato dal CNA. La stilista è stata finalista con menzione speciale del concorso “Next Genaration” e finalista al concorso Muuse per Vogue Talents for The Young Vision Awards.

Nel 2012 la giovane lancia il marchio che porta il suo nome ed ottiene subito notevoli riscontri da parte della critica. Nel 2014 sfila alla decima edizione di Who’s On Next, concorso organizzato da Vogue Italia ed Altaroma. Nel settembre dello stesso anno viene inserita da Vogue Talents tra i migliori 200 designer emergenti. Nelle sue collezioni trionfa il Made in Italy, insieme ad uno stile fresco e frizzante, in bilico tra femminilità evergreen ed attualità. Il suo stile iconico è caratterizzato da una grafica metropolitana vibrante, che unisce le radici mediterranee, capisaldi dell’estetica del brand, a note minimal-chic che strizzano l’occhio alla contemporaneità.

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Altaroma: l’architettura araba in passerella da Sabrina Persechino

Sabrina Persechino ha sfilato nell’ambito di Altaroma con una collezione altamente evocativa: una moda sperimentale e mai banale, quella dell’architetto couturier, che trae ispirazione da paesaggi esotici ed atmosfere dal fascino millenario per la collezione haute couture Primavera/Estate 2017, intitolata Jaali. Ricorda una grata Jaali, pietra perforata lavorata con motivi ornamentali realizzati attraverso l’uso della calligrafia e della geometria. Suggestioni islamiche si uniscono ad un’allure sofisticata in una collezione che parte dalla pietra Jaali per attuare un excursus affascinante dai risvolti filosofici: grazie alla pietra veniamo proiettati in una visione del mondo nuova, unidirezionale, che facilita il passaggio di luce e aria, prerogativa fondamentale nelle società islamiche per preservare l’intimità familiare, permettendo così di poter guardare fuori impedendo a chiunque di osservare all’interno. Un mondo nuovo ed un’estetica che coniuga funzionalità e sperimentazione: il mondo dell’architettura, cui Sabrina Persechino appartiene, rivive nell’inedito brise-soleil moderno, utilizzato per realizzare un effetto di smaterializzazione dell’involucro, quasi una sorta di filtro, che modifica e dosa il passaggio della luce a seconda delle ambientazioni esterne e dell’incidenza dei raggi solari. La couture firmata Atelier Persechino sdogana un’estetica camaleontica e multiforme: così come gli edifici architettonici assumono aspetti diversi attraverso il filtraggio della luce, anche gli abiti che si alternano sulla passerella variando continuamente la propria immagine, accentuando la sensazione di mobilità e di velocità che si traduce in capi fluidi ma al contempo statici. Sabrina Persechino interpreta l’intaglio della pietra, necessario per creare lo Jaali, traducendo le tecniche millenarie nella creazione del macramè geometrico, fil rouge della collezione: largo ad abiti bianchi dalle forme lineari e pulite, che evocano forza e trasparenza.
Una trama nodosa a base quadrata a disegnare una griglia ornamentale che lascia spiare la siluette esaltandone la femminilità. Preziose lavorazioni di intarsi di filigrane d’oro ed intrecci di fili in resina che creano una struttura traforata, elemento chiave di una collezione che rielabora i tradizionali codici della couture in chiave altamente personale. La stilista crea mirabili virtuosismi geometrici che danno vita a feritoie di luce che illuminano prospetti dal piglio razionale: il risultato è una couture caratterizzata da estrema indossabilità. In una palette cromatica che predilige il bianco e l’oro all over non mancano i colori del deserto e il nero, per capi pensati per il giorno, che si alternano a sontuosi abiti da sera e da cocktail. Largo a trame in piqué di seta che ricordano le suriyah libiche, in una collezione intrisa di citazioni all’architettura araba. Una magistrale interpretazione per una haute couture all’insegna della sperimentazione.

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La couture di Anton Giulio Grande conquista Roma

Lusso e sfarzo, mirabolanti giochi di piume e pizzi, caleidoscopiche alchimie di crinoline e rouches, in una cascata di pietre preziose e lavorazioni artigianali: è di scena a Roma l’haute couture firmata Anton Giulio Grande. Un nome illustre dell’alta moda italiana, da sempre ambasciatore di un’estetica che celebra la più dirompente femminilità: protagonista storico del fashion biz, tanti sono i successi collezionati dal couturier calabrese in una lunga e prolifica carriera. Le sue creazioni, ode alla sensualità femminile, sono state indossate dai nomi più famosi dello star system italiano ed internazionale, da Belen Rodríguez a Naomi Campbell.

Un’attitudine innata per la moda, quella di Anton Giulio, genio visionario che già da bambino sognava di disegnare i capi per le bellissime soubrette che animavano il sabato sera televisivo: il suo sogno diviene poi realtà grazie ad un talento fuori dal comune, che lo porta a studiare al Polimoda di Firenze e successivamente al Fit di New York. A soli 23 anni Anton Giulio illumina Piazza di Spagna e collabora con l’atelier delle Sorelle Fontana e con la maison Gattinoni. Nel 1996 il lancio della maison che porta il suo nome.

Il resto è storia: il suo stile balza all’attenzione dei media grazie anche alla kermesse “Donna sotto le stelle”, che ne consacra il successo mondiale. Tutte sono pazze di lui e di quei suoi capi dall’allure principesca e sexy: Anton Giulio Grande veste dive del calibro di Valeria Marini, Alba Parietti, Nina Moric, Aida Yespica, Anna Kanakis, Martina Colombari, Manuela Arcuri, Anna Falchi, Eva Grimaldi, Anna Valle ed Elenoire Casalegno, solo per citarne alcune. Un successo dovuto all’eccezionale qualità dei capi, realizzati rigorosamente a mano dalle sue sartine di Calabria, depositarie dell’antica arte del ricamo: tripudio della più genuina artigianalità, per collezioni che profumano di tradizioni antichissime, unite ad uno charme dirompente.

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Tripudio di piume e pizzi nella collezione haute couture PE2017 di Anton Giulio Grande



Per la collezione haute couture Primavera/Estate 2017 lo stilista sceglie i sontuosi saloni di Palazzo Ferrajoli, al centro della Capitale: una location intrisa di storia e nobiltà. Qui, tra le opere di Andy Warhol e Mario Schifano, lo stilista ha immaginato la donna protagonista della sua nuova collezione, veicolata attraverso la rete dai social media: Grande si appropria dei nuovi linguaggi comunicativi, affidando ad internet, principale arbiter elegantiae contemporaneo, gli scatti che immortalano la sua collezione PE2017. Uno shooting all’insegna del lusso, per una diva contemporanea fiera del suo fascino, che usa come strumento di seduzione: sensuale e al contempo raffinata, la valchiria immaginata dal couturier sfoggia abiti scultura dal piglio regale. Largo a corpetti ricamati in tulle elasticizzato, che rimandano alla più pregiata lingerie, da indossare con gonne in georgette e taffetà, lavorate da sete plissé e giochi di balze. Voluminose eppure leggerissime, le gonne sono costituite da metri e metri di organza, tagliata in piccoli sbiechi plissettati cuciti poi tra loro, per un inedito effetto patchwork dal grande impatto scenografico.


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Teatrale e suggestiva la collezione non lesina in sfarzo e suggestioni principesche, che riportano l’haute couture al significato primigenio del termine: in una palette cromatica che indugia sui toni del rosso fuoco, del rosa cipria, del giallo e dell’arancio, si snoda una parata di abiti da gran soirée, impreziositi da mantelle in pizzo rosso o nero profilate di piume di marabù e tempestate da ricami e fini lavorazioni artigianali rigorosamente handmade. Una collezione che evoca la leggiadra eleganza di un cigno, unita a note felliniane che rimandano a figure dal fascino onirico, a metà tra una cortigiana in chiave luxury e una nobildonna della Belle Époque. Il plissé soleil si pone come fil rouge dell’intera collezione, in una rivisitazione sperimentale, che coniuga inediti disegni di rombi e losanghe mixati tra loro. Anton Giulio Grande si conferma come uno degli stilisti più apprezzati, deus ex machina di una couture ancora capace di farci sognare. Per dive contemporanee.

(Tutti gli scatti dell’articolo sono di Giovanni Perfetti)

GCDS sceglie Caroline Vreeland

Curve da capogiro immortalate in scatti dalle suggestioni vintage: il brand milanese GCDS (acronimo di God Can’t Destroy Streetwear) ha appena svelato in anteprima gli scatti della campagna pubblicitaria Primavera/Estate 2017. Testimonial d’eccezione è la bombastica Caroline Vreeland: viso angelico e curve esplosive, la it girl e cantante statunitense la moda l’ha impressa nel DNA, essendo la nipote della celebre fashion editor Diana Vreeland. Considerata una delle influencer più seguite al mondo e protagonista assoluta della vita mondana di Los Angeles, la bionda Caroline è stata immortalata in scatti ad alto tasso erotico, tra note pop e dirompente sensualità. Proprio al suo stile e al suo fisico esplosivo il brand emergente GCDS si ispira per la campagna pubblicitaria per la primavera/estate 2017: la collezione è stata presentata attraverso un lookbook e un cortometraggio, entrambi realizzati da Jason Lee Parry. La location scelta è la California, patria della modella. E lo stile predominante nella collezione di GCDS è quello tipico di una California girl: largo a costumi e shorts a stampa floreale, silhouette semplici e lineari e dettagli sportswear. Non mancano richiami ai Nineties negli iconici accessori e nel logo del brand, che recita “J’ADORE GCDS”. Rosso e giallo predominano nella palette cromatica, tra tocchi argentati e tripudio di rosa baby: una collezione deliziosa e sensuale, come gli scatti, che immortalano la Vreeland in pose ad alto tasso erotico accanto al modello Adonis Bosso, protagonista maschile della campagna. In lacrime dentro una macchina vintage rosa baby, o ancora immortalata sul letto in pose languide, Caroline Vreeland incarna perfettamente l’estetica del brand. Una sorta di luna di miele sui generis è quella rappresentata nel cortometraggio, girato a Los Angeles: una giovane coppia si ritrova nella cornice del #GCDSHOTEL, sulla scia di un amore dal retrogusto amaro. Il tema prevalente sembra essere la nostalgia: “Nessuno ottiene mai quel che vuole in amore. Lei voleva piangere”, così recita la didascalia sullo schermo. “Eppure lei rideva in quei giorni felici che non ritorneranno. Tutto sembra semplice finché non ci pensi”. Romantico e dark l’amore tra i due protagonisti si consuma in camere arredate in stile rétro.

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Psycho a confronto, da Hitchcock a Gus Van Sant fino alla visione più moderna di Paolo Ranieri

Per quanto tempo ci è rimasta impressa nella mente l’immagine macabra del teschio della signora Bates e quanto l’espressione inquietante negli occhi di Norman, quel ghigno maligno e pieno di misteri e di allusioni che solo un malato può avere?

La risposta è in tasca a chi “Psycho” l’ha visto anche per una sola volta, perché certo è un capolavoro difficilmente dimenticabile. Il maestro del brivido Alfred Hitchcock ha lasciato un’impronta ingombrante quanto la sua persona con questa pellicola, un film che ha influenzato registi delle generazioni che lo hanno succeduto, divisi da chi tenta di emularlo, chi lo idolatra e ritiene le sue opere intoccabili e chi invece, uno su tutti, ha deciso di rendergli omaggio con una “copia dichiarata”. Il nome dell’impavido fautore è Gus Van Sant, che con “Psycho” del 1998 ha girato un film identico per trama, luoghi e dialoghi, ma con delle modifiche “studiate” che parlano con l’occhio del regista contemporaneo.

Anthony Perkins interpreta Norman Bates - Psycho 1960 di Alfred Hitchcock

Anthony Perkins interpreta Norman Bates  in Psycho del 1960 di Alfred Hitchcock



Psycho” di Van Sant è stato oggetto di numerose polemiche, come volevasi dimostrare, certamente attese dall’autore, ha ricevuto elogi ma anche pomodori marci, non si può però non premiare il coraggio di chi ha voluto recuperare la Sacra Sindone e colorarla con tempere acriliche.

Quando lo si guarda, il remake, si è sconcertati. In primis perché davvero non ci si capacita sulla temerarietà di Van Sant, in secondo luogo perché si tenta di capire l’azione che, alla prima visione, pare disperata come il salvataggio del Titanic. Tutto quello che vediamo, i dettagli, gli attori, i colori, sprofondano nel mare dei dubbi e dei perché. Credo che per poter dare un giudizio per lo meno “lucido”, lo si debba riguardare due, tre, quattro volte, cercando di entrare nel vivo dell’intento e forse si giungerà ad impressioni diverse dai preconcetti che urlano al disastro.

Visto a distanza di tempo, Psycho di Van Sant vi sembrerà un semplice omaggio, come quello che la devota porta all’altare della chiesa, come il petit cadeau che l’alunno iniziato alle arti porta al suo maestro, saggio dei consigli appresi.

Cosa vuole aggiungere e cosa vuole togliere Gus Van Sant al Sacro Graal hitchcockiano? Niente. Esattamente niente. Pare invece voglia dire “ti idolatro e questo film avrei voluto farlo io”, una sorta di gelosia che non è invidia, ma rispetto, devozione e stima.

Van Sant ha reso tutto “moderno”. Ha girato la pellicola a colori, togliendo il fascino e il mistero e i chiaro scuri così potenti del bianco e nero, ha aggiunto un sottotesto di omosessualità in Norman, il protagonista, tenendo la camera su di lui mediante i suoi passi, i gesti, alcuni delicati movimenti, ha esplicitato alcune scene, come quella iniziale dove compaiono dei nudi e quella in cui Norman Bates spia Marion nuda, masturbandosi, mentre Hitchcock lasciava tutto elegantemente sottinsteso.

l’attore Vince Vaughn interpreta Norman in Psycho di Van Sant



Gus Van Sant sceglie poi un attore troppo bello e troppo maschio per il personaggio di Norman, l’attore Vince Vaughn, mentre Anthony Perkins, con la sua magrezza, le spalle ricurve, riesce a interpretare meglio il profilo psicologico malato di Norman.

Ma il fatto di cronaca vera su cui si basa Psycho, relativa al serial killer Ed Gein, ha infettato anche il filmmaker Paolo Ranieri, che si è cimentato in un ancor più rocambolesco giro di fune con “Psyco Twice“.

Cos’è Psyco Twice? La sovrapposizione dell’originale alla copia, un cortometraggio di 20 minuti dove due donne simili ma di epoche differenti, subiscono e affrontano gli stessi fatti.

Ne esce un brulicare di voci, un brusio di suoni che a poco a poco diventano indistinguibili e somigliano più alla confusione mentale del personaggio Norman Bates che ad un film. A rendere ancora più inquietanti le scene, le musiche di Alberto Modignani.

Qual è l’intento di Paolo Ranieri? Creare un’opera nuova, da due già esistenti, un po’ come fanno alcune stylist cucendo due capi di guardaroba vintage differenti, realizzando un capo moderno ma dal sapore retrò.

Una fermo immagine dal corto “Psyco Twice” di Paolo Ranieri



Il profilo del serial killer Ed Gein ha ispirato molti altri film, tra cui “Non aprite quella porta“, “Il silenzio degli innocenti“, “Deranged“…, la malattia e la psicosi entrano nel nostro immaginario collettivo attraverso uno schermo, un filtro, un riparo; l’uomo che ha ucciso molte donne e ne ha conservato le pelli per tappezzare la proprio parete di casa affascina e intimorisce, i teschi appesi alle mura come trofei sono solo la diapositiva di un film, il cannibalismo una predilezione culinaria eppure…tutto questo è realmente accaduto!

Il serial killer Ed Gein la cui storia ha ispirato Psycho

Il serial killer Ed Gein la cui storia ha ispirato Psycho



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la casa di Norman Bates

Anjali Lama: sfila in India la prima modella transgender

Svolta di portata storica alla Lakme Fashion Week: per la prima volta in passerella una modella transgender. La moda indiana si apre al genderless grazie ad Anjali Lama: la splendida top model è stata protagonista assoluta della fashion week, evento di primo piano della moda indiana. All’anagrafe Nabin Waiba, la modella è nata in Nepal, ad un centinaio di chilometri da Khatmandu. Fin dall’infanzia la giovane, che ha quattro fratelli maggiori e due sorelle minori, non si riconosce nel sesso maschile: “Mi sentivo molto strana quando avevo piaceri, dispiaceri e pensieri di una ragazza, quando tutti mi identificavano come maschio”, dichiarerà più avanti. Dopo aver trascorso un’infanzia difficile, a causa dei continui attacchi subiti a seguito della sua decisione di andarsene dal villaggio, all’età di 17 anni la giovane si trasferisce nella capitale indiana, dove trova il sostegno della Ong “Società del diamante azzurro”: qui Anjali svolge un percorso di crescita personale e trova finalmente il suo vero io. Altezza svettante e volto perfetto, la giovane tenta la carriera di modella: per ben tre anni Anjali si propone sulle passerelle della moda ma viene sempre puntualmente respinta. La causa è tutta nella sua identità di genere. La giovane soffre per quell’ostacolo che sembra insuperabile: proprio quando ormai non ci spera più arriva l’occasione attesa da tutta una vita. Dopo aver superato tre selezioni molto ardue, Anjali viene finalmente scelta per calcare la passerella della fashion week indiana. Crolla così l’ultima barriera e le settimane della moda si aprono ai modelli transgender. Proprio lei ha inaugurato la nuova tendenza, sfilando alla Lakme Fashion Week/Resort 2017, che ha avuto luogo a Mumbai, in India. La prossima tappa per la modella sarà trovare un agente che possa rappresentarla a livello internazionale, aiutandola nella sua carriera in ascesa. Intanto sulla sua vita è stato anche girato il documentario di 50 minuti, intitolato ‘Anjali: vivere nella pelle di qualcun altro”, diretto da Mohan Rai. “Dapprima ho lottato con me stessa per sapere chi fossi, poi con la società”, ha dichiarato la modella, impegnata nella lotta per il riconoscimento della propria identità. Ora che la battaglia è stata vinta, la giovane spera che il suo esempio possa dare speranza ai milioni di giovani che non hanno ancora trovato la forza per perseguire la propria vera identità.

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Chiara Ferragni sbarca ad Harvard

Chiara Ferragni non si ferma: la regina delle fashion blogger si appresta a fare il suo ingresso trionfale nel tempio del sapere. Ad accogliere una lectio magistralis dell’influencer più famosa al mondo sarà la prestigiosissima Università di Harvard. Il tema della lezione sarà il successo planetario ottenuto dalla it girl grazie al suo blog, The Blonde Salad. Fondato nel 2009, oggi il blog vanta un fatturato di 315 milioni di euro e uno stuolo di dipendenti che si occupano della supervisione delle linee di abbigliamento ed accessori creati da Chiara. La bionda fashion blogger, fidanzata del famoso rapper Fedez, continua la sua inarrestabile ascesa che in pochi anni l’ha consacrata regina del fashion system mondiale: non si contano più le cover che l’hanno immortalata, mentre le collaborazioni includono brand come Hogan, Yamamay, Guess, solo per citarne alcuni. La futura professoressa, seguita da milioni di fan sui social media, era anche in lizza per il Festival di Sanremo, dove secondo i rumours avrebbe dovuto presenziare in qualità di valletta o di ospite speciale. Chiara Ferragni si recherà ad Harvard insieme a Riccardo Pozzoli, suo socio storico: i due intratterranno gli studenti iscritti ad un corso di marketing organizzato nel rinomato ateneo. Il tema cardine del dibattito sarà la creazione e la gestione di un blog. Inoltre la it girl parlerà anche delle tecniche di comunicazione e di gestione dei social media, a cui deve la sua incredibile popolarità. Tanti saranno quindi i temi trattati, tra editorial, e-commerce e produzione. Si cercherà anche di tracciare un excursus di The Blonde Salad, senza tralasciare il punto di vista finanziario ed editoriale.

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La collezione di Intimissimi dedicata a San Valentino 2017

Segreti e seduzioni caratterizzano la collezione di Intimissimi dedicata al San Valentino 2017: un gioco di audaci trasparenze e pizzi preziosi per una collezione sofisticata ed intrigante, che unisce il glamour alla sensualità più hot. La lingerie firmata Intimissimi è da sempre sinonimo di qualità e stile: per festeggiare anche quest’anno la festa degli innamorati, il brand ci propone romantiche vestaglie da diva e trasparenze hot, per inediti nude look dal forte magnetismo. Il nero domina la palette cromatica, ma non mancano note di candido bianco dal sapore virginale, per una femminilità dolce e raffinata. Allure da diva e trame decorate con fini lavorazioni che vedono l’uso di fiori e dettagli preziosi, per una collezione perfetta per lasciare il vostro lui a bocca aperta, ma anche come regalo per dimostrare il sentimento che vi unisce. Tanti modelli, perfetti per ogni esigenza e ogni stile: largo a reggiseni push up e brassière, declinate in un romantico pizzo nero floreale. Non mancano poi coulotte arricchite da trasparenze audaci e vestaglie in pizzo con arricciature sull’orlo delle maniche. Sontuosa eleganza nei ricami preziosi e nelle linee che enfatizzano le curve senza forzature. Un inno alla femminilità più autentica, per sfoggiare un completino super sexy nella ricorrenza dedicata all’amore. I pezzi della collezione sono disponibili in tutti i punti vendita del marchio.

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Yamamay celebra San Valentino

Sete preziose, intrecci di tulle e chiffon, decorazioni in macramè e tripudio di raso: è il San Valentino 2017 firmato Yamamay. Il colosso dell’underwear sforna anche quest’anno, come ogni anno, una collezione dedicata appositamente alla festa degli innamorati: un’ampia varietà di scelta per chi è alla ricerca del regalo perfetto o per chi vuole stupire il proprio lui, sfoggiando completini sexy pensati per San Valentino. Il gioco della seduzione firmato Yamamay anche quest’anno si compone di una selezione di pezzi sexy e raffinati: la mini capsule collection per il San Valentino 2017 è un’ode alla sensualità e alla femminilità più sfrontata, tra tripudio di black & white, nuance prediletta. Niente rosso d’ordinanza ma una collezione originale, che enfatizza le silhouette del corpo femminile con giochi cromatici accattivanti e cuciture intelligenti. La collezione prevede completini composti da slip e reggiseno: balconcini e tanga si alternano a body e raffinati négligé sapientemente decorati con dettagli in tulle. Largo poi a decorazioni pregiate, in materiali come chiffon, macramè e raso di seta. Fiocchetti e trasparenze dominano in una collezione il cui hashtag ufficiale è #perchisiama: romanticismo in pillole, per il brand che ha fatto propria un’estetica all’avanguardia e all’insegna della sensualità. Elegante e mai scontata, la collezione Yamamay vi aspetta in tutti i punti vendita del brand. Per un San Valentino all’insegna della seduzione.

Valentine: la borsa Guess per San Valentino 2017

San Valentino è sempre un’occasione speciale e quest’anno lo è ancora di più: Guess lancia un nuovo modello di borsa dedicata proprio alla festa degli innamorati. Si chiama Valentine ed è destinata a diventare la it bag della primavera 2017: uno stuolo di romantici cuori impreziosiscono la nuova borsa firmata Guess, dedicata alla ricorrenza di San Valentino. Un modello esclusivo in vera pelle, funzionale e capiente: Valentine è caratterizzata dall’uso di materiali di pregio, come la pelle, e da due manici funzionali decorati anch’essi in pelle. Inoltre la collezione prevede anche una pochette, rigorosamente a forma di cuore. San Valentino 2017 si preannuncia già come una festività da vivere nel segno dello stile, grazie alla nuova collezione di accessori Guess: la borsa Valentine unisce eleganza a comfort. Declinata in tre colori, la borsa è disponibile in rosso, colore della passione per antonomasia, rosa, per i più romantici, e nero, per uno stile ammaliante. Inoltre la borsa vede anche un simpatico accessorio: in ogni modello di Valentine è infatti presente la pochette a forma di cuore, una vera e propria mini bag removibile, in pelle, che può essere abbinata ton sur ton o da usare a contrasto. La borsa Valentine è disponibile esclusivamente sul sito del brand, Guess.eu, al costo di 190 euro. Il regalo perfetto per San Valentino.

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Liya Kebede è il nuovo volto di Amazon Fashion

Amazon Fashion sceglie il volto di Liya Kebede per la campagna pubblicitaria Primavera/Estate 2017. La modella etiope, designer del brand Lemlem, è il volto che incarnerà lo stile Amazon, in una campagna pubblicitaria realizzata con gli scati di Cass Bird e lo styling di Julia Sarr-Jamois. Le foto saranno rese pubbliche il primo marzo: la promozione dell’individualismo è il tema cardine della campagna pubblicitaria, in linea con l’adv dello scorso anno, che recitava testualmente “Don’t Look Like Me, Look Like You.”

Make up acqua e sapone e capelli lasciati al naturale, così Liya Kebede è apparsa in forma smagliante nelle foto di Cass Bird: la supermodella indossa un trench bianco firmato Filippa K e alcuni capi dal mood sportswear di Marc Cain. Chiara Ferragni e Barbara Palvin erano le protagoniste delle precedenti campagne pubblicitarie di Amazon, brand in continua espansione che vanta incassi record e 350 brand affiliati solo nel 2016, tra cui Miss Selfridge, Dorothy Perkins, House of Holland, Cacharel e Lagerfeld. Uno stile che abbraccia alta moda e brand di lusso, ma anche accessori, tra cui le linee di Versus, Moschino, L.K. Bennett e Ferragamo.

“Offrire una selezione vasta, usare la tecnologia per rinnovare l’esperienza dello shopping e fornire un servizio clienti vincitore di premi sono parte della nostra visione. Siamo ancora sul mercato da pochi anni in un investimento a lungo termine”, ha dichiarato Susan Saideman, vice presidente di Amazon Fashion Europe.

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Nata ad Addis Abeba il 1º marzo 1978, Liya Kebede ha iniziato la sua carriera firmando un contratto con Tom Ford per Gucci. Correva l’anno 2000 e la splendida etiope, già finalista del concorso per supermodelle Miss World, si impose in poche stagioni come una delle modelle più richieste, sfilando sulle passerelle di New York, Milano, Londra e Parigi. La cover di maggio 2002 dell’edizione francese di Vogue le conferì la fama internazionale. Innumerevoli le copertine in cui è apparsa Liya Kebede, da Vogue, V, Flair, i-D fino al Time. Nel 2002 e nel 2003 la top model ha sfilato al Victoria’s Secret Fashion Show. Nel 2013 è stata immortalata nel Calendario Pirelli. Considerata da Forbes l’undicesima modella più pagata del mondo, Liya Kebede ha anche avuto alcuni ruoli cinematografici nei film The Good Shepherd – L’ombra del potere e Lord of War.

Beyoncé: l’album di una gravidanza da star

Beoyncé è in dolce attesa. L’annuncio della gravidanza della pop star corre via web: in tempi in cui i social media veicolano le principali notizie, l’album di una gravidanza vip riesce a mandare in tilt la rete. La bellissima cantante ha scelto Instagram per rendere pubblico il suo album personale: qui Beyoncé qualche giorno fa ha postato una preview annunciando al mondo intero il lieto evento. L’intero album della gravidanza è stato invece pubblicato sul sito ufficiale della star, beyonce.com.

Scatti dal forte impatto visivo, che immortalano l’artista come una Venere di Botticelli e una dea di Reni: non mancano suggestioni klimtiane ed omaggi a Frida Kahlo, tra fiori nei capelli e nudità neoclassiche. Beyoncé sceglie la via dei social per condividere la felicità della sua seconda gravidanza: la diva, incinta di due gemelli, ha mostrato fieramente il pancione posando in alcuni scatti anche con la primogenita Blue Ivy. La foto postata su Instagram ha totalizzato circa 6,4 milioni di like in poche ore, battendo ogni record.

La popstar, in attesa di due gemelli dal rapper Jay Z, ha posato senza veli in alcuni scatti in bianco e nero: in altre foto invece viene immortalata con un reggiseno fucsia e un paio di slip di colore azzurro. Forse una scelta ben precisa la sua, per non rivelare il sesso dei nascituri. O forse piuttosto un messaggio cifrato. La notizia della gravidanza di Beyoncé ha fatto scalpore e i maligni non hanno perso occasione per affermare che la stessa data in cui è stato fatto l’annuncio sia stata scelta appositamente per mettere in secondo piano il 40esimo compleanno della collega Shakira. Di certo Beyoncé è apparsa più bella che mai, in scatti che sono pura poesia.

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Beyoncé posa con la figlia Blue Ivy, nata nel 2012 dal matrimonio con Jay-Z.



Beyoncé, all’anagrafe Beyoncé Giselle Knowles-Carter, è nata a Houston il 4 settembre 1981. Cantante, ballerina, attrice ed imprenditrice, è stata nominata per ben sessantadue volte ai Grammy Awards. Dopo aver esordito con il gruppo femminile Destiny’s Child, nel 2003 ottiene grande successo come solista pubblicando il suo primo album Dangerously in Love. Nel 2006 pubblica il suo secondo album, B’Day, uscito alla posizione numero 1 della Billboard 200 e produttore di hit come Déjà vu, Beautiful Liar, assieme alla cantante Shakira, e Irreplaceable. Nel 2008 la cantante ha sposato il rapper Jay-Z dal quale nel gennaio 2012 ha avuto una bambina, Blue Ivy Carter.

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Roma celebra il genio di Thayaht, eccentrico futurista

Roma omaggia il genio di Ernesto Michahelles, in arte Thayaht: si intitola “Thayaht, un futurista eccentrico” la mostra organizzata dalla Galleria Russo. Un percorso espositivo che esplora la vita e le opere dell’artista, in bilico tra Art Déco e avanguardia futurista. Sculture, progetti e memorie saranno esposte al pubblico attraverso una selezione di circa 200 opere, tra sculture, disegni e dipinti risalenti al periodo compreso tra il 1913 e il 1940.

L’esposizione, curata dalla storica dell’arte Daniela Fonti, con la consulenza dell’Archivio Seeber Michahelles e con l’Associazione per il patrocinio e la promozione della figura e dell’opera di Ernesto e Ruggero Alfredo Michahelles, sarà anche arricchita da un catalogo a colori edito da Manfredi edizioni: il catalogo è corredato da testi critici scritti dalla stessa Fonti, oltre che della studiosa Carla Cerutti e della scrittrice Elisabetta Seeber. La mostra resterà aperta fino al 2 marzo.

Ernesto Michahelles, noto come Thayaht, nacque a Firenze il 21 agosto 1893. Personalità poliedrica e versatile, si cimentò con grande successo in diverse discipline come la scultura, la pittura, il disegno, l’architettura e l’oreficeria. Artista eclettico, fin da subito la sua opera di distinse per le geometrie di squisita eleganza. Marinetti, padre del Futurismo, lo arruolò nella corrente insieme al fratello Ruggero Alfredo Michahelles, in arte Ram.

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Bozzetti disegnati da Thayaht per Vionnet



Thayaht è ricordato anche per il suo apporto alla moda, disciplina a cui si avvicinò dopo il 1918, anno del primo incontro a Parigi con Madeleine Vionnet: per lei l’artista disegnò il logo del brand e lavorò come consulente e stilista dell’atelier sito in Rue de Rivoli. Per Vionnet Thayaht disegnò alcuni capi caratterizzati da arditi accostamenti cromatici e caleidoscopiche geometrie. Il suo stile, altamente innovativo per l’epoca, esercitò una notevole influenza sulle scelte stilistiche della designer. La collaborazione, che durò fino al 1925, diede vita a creazioni che rimasero impresse indelebilmente nella moda francese ed europea.

Similmente a Thayaht si devono altre invenzioni sempre legate alla moda, a partire dalla tuta, capo che inventò nel 1919 insieme al fratello Ram: concepita come capo universale ed unisex, la tuta venne lanciata dalle pagine del quotidiano La Nazione. Dopo aver ottenuto un successo internazionale a seguito di una sua mostra personale, Thayaht si recò negli Stati Uniti, dove venne invitato a tenere dei corsi ad Harvard. L’artista morì a Marina di Pietrasanta, Lucca, il 29 aprile 1959.

Adriana Lima è il nuovo volto di Sportmax

Adriana Lima è il volto scelto da Sportmax per la campagna pubblicitaria primavera/estate 2017. La splendida top model brasiliana è stata ritratta da Roe Ethridge in scatti colorati e briosi, che accolgono la stagione primaverile con lo stile iconico del brand italiano. Una campagna pubblicitaria irriverente che immortala la bruna Adriana come una sirena, immersa nelle acque trasparenti di una piscina: sorridente e spontanea, la supermodella sfoggia i capi cardine della collezione, tra colori vivaci e grafismi caleidoscopici.

La campagna pubblicitaria indugia sui dettagli: ecco quindi che, accanto alle foto che immortalano la splendida Adriana Lima, fanno capolino particolari tipicamente estivi, come pesciolini e conchiglie. E proprio il pesciolino rosso diviene simbolo dell’intera collezione, che vede un tripudio di stampe e grafismi optical: la splendida supermodella sorride sott’acqua indossando un abito bianco impreziosito da grafismi che ricordano una spina di pesce e stampe che raffigurano proprio dei pesciolini.

Abbronzatura atomica, sorriso bianco e occhi da gatta, Adriana Lima interpreta alla perfezione il mood di Sportmax per la collezione PE2017: l’acqua diviene protagonista, che sia l’oceano o una piscina in cui scintillano i raggi del sole. Eleganza timeless pervasa da ironia e fluidità dei capi caratterizzano la collezione: glamour e minimalismo si bilanciano perfettamente, in una palette cromatica che indugia nei toni del bianco, del nero e del rosso.

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Nata il 12 giugno 1981 a Salvador, Brasile, nelle vene di Adriana Lima scorre sangue portoghese, inglese, spagnolo e italiano. Mamma di due bambine, la splendida top model vanta già 20 anni di carriera alle spalle. Gli scatti di Ethridge per Sportmax la immortalano come una sirena metropolitana, mirabile interprete di una collezione che celebra la joie de vivre e lo stile italiano per eccellenza.

L’epopea dei rimborsi 5 stelle

Cominciamo dall’ultima bufala.
Secondo il cittadino-deputato Toninelli il Partito Democratico vorrebbe far multare il Movimento 5 Stelle per aver rifiutato i rimborsi elettorali. Il deputato lancia l’allarme su Facebook con preghiera di «massima diffusione».
Secondo la sintesi di Toninelli l’emendamento al milleproroghe direbbe che «chi non si iscrive al Registro dei partiti per avere i finanziamenti pubblici, subisce una multa di 200.000 euro». Ma a rileggere il testo si scopre che l’emendamento dice tutt’altro: «Ai partiti e ai movimenti politici che non ottemperano all’obbligo di trasmissione degli atti di cui al secondo e al terzo periodo del presente comma, nei termini ivi previsti, o in quelli eventualmente prorogati da norme di legge, la Commissione applica la sanzione amministrativa di euro 200.000». e cosa dice il testo di legge emendato? L’articolo 9 comma 4 della legge 69/2012 afferma che i partiti sono tenuti a presentare i documenti relativi alla loro rendicontazione, tra cui «la relazione contenente il giudizio espresso sul rendiconto dalla società di revisione». Obbligo inserito non per ottenere i rimborsi elettorali ma per «garantire la trasparenza e la correttezza nella propria gestione contabile e finanziaria».E scopriamo quindi che il Movimento 5 stelle non è obbligato a chiedere i rimborsi elettorali e non rischia una multa perché non vuole usufruirne ma la rischia semmai perché – caso unico in tutto il parlamento – non presenta un bilancio consolidato.
Mica male per il partito di quel Beppe Grillo che avrebbe “aperto il parlamento come una scatoletta di tonno” e che lo avrebbe reso una casa trasparente.


Beppe Grillo aveva annunciato il politometro per misurare redditi e patrimonio dei politici prima durante e dopo l’attività politica. Nel 2013 Luigi Di Maio dichiarava zero euro, e nell’ultimo anno ha dichiarato 98.471 euro. E così anche i vari Fico (che viveva di rendita a spese di mamma e papà) o Di Battista. Tutti poco distanti dai 100mila euro annui.
Il partito nato nel giorno di San Francesco, e che al Santo avrebbe dovuto ispirarsi (cit. Casaleggio) aveva anche promesso che i propri eletti non avrebbero percepito più di 2500 euro al mese. Poi passati a 3.000, poi ” a discrezione”, ma da rendicontare sul famoso sito. Peccato che da oltre un anno quel sito non sia aggiornato.
Peccato anche dei soldi delle spese di funzionamento dei gruppi parlamentari – cifre spese a discrezione dei gruppi stessi – on si abbia rendicontazione: parliamo di poco meno di 50mila euro a parlamentare all’anno, che assommano nel caso specifico a circa 6 milioni, che per cinque anni di legislatura fanno 30milioni di euro, cui il M5S non ha di certo rinunciato.


Come detto altre volte, il Movimento 5 Stelle afferma in continuazione di aver rinunciato a 45milioni di euro di rimborsi elettorali. E come detto altre volte la cosa sarebbe vera se il M5S rispettasse la legge e avesse davvero diritto a quei soldi. Violando la legge, non presentando i propri bilanci, non può nemmeno fare istanza, figuriamoci ottenere quelle cifre.


Ma c’è un escamotage tutto loro fa rientrare dalla finestra quello cui non si ha diritto che entri dalla porta.
I parlamentari pentastellati richiedono mensilmente circa il doppio, in rimborsi, di un “normale” parlamentare di altri partiti.
Facciamo qualche esempio. Mario Giarrusso a novembre 2015 ha incassato 3.362 euro di quota fissa di indennità (restituendo 1.662 euro) cui ha aggiunto 10.066 euro di “rimborsi e spese varie”: alloggio (francescano) 1.880 euro, 1.182 euro di trasporti (nonostante le agevolazioni!)); vitto, 1.149 euro (ha mangiato il triplo di una famiglia media italiana messa assieme); attività sul territorio, 713; collaboratori, 4.678. Non si allegano ricevute, scontrini, dettagli.
Carlo Sibilia a ottobre ha incassato 3.245 euro di indennità, più rimborsi per 10.516 euro.
Luigi Di Maio, a ottobre ha incassato 3.246 euro, restituendo 1.694 euro ma aggiungendo 10.516 euro di rimborsi, di cui 9.710 euro per «attività ed eventi sul territorio». Nessuna fattura, ricevuta, scontrino.


Normalmente, un parlamentare può legittimamente richiedere questi rimborsi per lo svolgimento della sua attività, ed altrettanto normalmente, questi rimborsi sono mediamente la metà di quelli richiesti dai 5 stelle. Altrettanto normalmente le spese per i collaboratori “regolari” sono pagate direttamente dalla camera di appartenenza, e quindi non figurano in questi rimborsi.
Sia chiaro, è tutto legale, si può fare, la legge lo consente.
Ma la domanda è, ha senso restituire 1.600euro per poi goffamente gonfiare un rimborso spese senza alcuna pezza d’appoggio, per usare semmai quei soldi per finanziare l’attività politica? Non è più lineare mantenere i rimborsi nella misura corretta e reale, e usare i soldi dei rimborsi elettorali per finanziare le attività sul territorio?
Perché alla fine, a ben vedere, il rischio è duplice.
Da un lato 10mila euro per 12 mesi per cinque anni per 120 parlamentari fa circa 72milioni.
Ovvero il doppio di quelli cui il M5S francescano, ha francescanamente rinunciato.
Dall’altro il rischio concreto è che essendo soldi che non vanno al partito ma usati dal singolo parlamentare, questi soldi servano e vengano adoperati per costruire ed alimentare il proprio piccolo orticello personale – e non attività collettive di tutto il partito/movimento (come sedi, sezioni, attività generali).

Punk in chiave vittoriana in passerella da Hyun Mi Nielsen

Lontana dalle ninfe silvestri di Dior e dalle piume di Chanel, la giovane griffe Hyun Mi Nielsen ha chiuso la settimana dell’haute couture parigina con le silhouette sobrie e le sue suggestioni gotiche. Minimale eppure suggestiva, la designer presenta una collezione malinconica e grintosa, in un connubio perfetto di note dark e citazioni vittoriane, che preludono ad una personalità esuberante. Largo a corsetti in mousseline di seta bianca ricoperti da tuniche trasparenti, tra veli e pizzi che danno vita a caleidoscopici ricami che tornano poi dipinti su giacche dal piglio grintoso. Quasi un fantasma la giovane donna bionda che sfoggia un abito vestaglia bianco impreziosito da rouches di veli: le ispirazioni gotiche sembrano predominare nell’intera collezione: membro invitato alla settimana della couture parigina, Hyun Mi Nielsen ha chiuso la kermesse. Dopo aver lavorato da Burberry, da Alexander McQueen e da Balenciaga e Givenchy, la designer coreana ha iniziato una carriera da solista. “Adoro creare con le mie mani, la sensazione di toccare. Amo instaurare un dialogo con il tessuto”, così ha commentato la stilista la sua attitudine per l’alta moda. Inquietante e onirica la donna che calca la passerella, tra volumi scultorei e sovrapposizioni teatrali di tulle ed organza effetto piuma. Largo anche a ricami preziosi su giacche lavorate a mano. “E’ una collezione molto personale, in cui esprimo la mia voce. Corrisponde ad un momento triste della mia vita, dopo un licenziamento, quando mi sono rimessa in discussione”, ha spiegato Christine Hyun Mi Nielsen, che ha creato il brand che porta il suo nome nel luglio del 2016, appena sei mesi prima di sfilare alla settimana dell’alta moda. La designer quarantenne di origine coreana è cresciuta a Copenhagen insieme alla famiglia adottiva. Successivamente il trasferimento a Londra, dove ha studiato moda presso il Royal College of Art and Design. Femminilità e dolcezza si uniscono ad un’allure vittoriana dalle suggestioni punk, in una collezione “ispirata a David Lynch”. Poetica e fragile, la donna Hyun Mi Nielsen incanta Parigi.

5 motivi per cui: “San Valentino? No, grazie”

È tempo di guardarsi attorno, San Valentino è alle porte.
Già si notano cuoricini aleggianti nei locali, peluche di orsetti in formato extra large, montagne di cioccolato Perugina in tutti i luoghi e in tutti laghi.
Insomma, la festa degli innamorati non potrebbe avere esito migliore se non quello di regalarsi oggettistica di vario genere da conservare e tenere in ricordo dell’amata/amato.

Ho collezionato di tutto in questi anni: da frasi fatte a portachiavi a forma di cuore, molti peluche dal dubbio gusto (sì, ho l’impressione di averne anche due uguali, ho il doppione. Qualcuno vuole provare uno scambio?), portapenne in alluminio con angioletti in stampa 3D, cuscini a cuoricino con logo nazionale: “TI AMO“.
D’altro canto non posso negare di aver sempre desiderato, come la maggior parte delle mie amiche, di ricevere un pensierino o un biglietto durante la festa dell’Amore.
Così, mentre spensierata mi facevo risucchiare da un sistema consumistico che vende a caro prezzo il sentimento, un giorno, non ricordo né dove né quando, ho ceduto alla domanda: “cos’è l’amore?“.
Potrebbe sembrare cinico e stonare un po’ con l’incanto di pellicole attuali tipo La La Land, ma la risposta che riuscii a darmi non fu soddisfacente.

Non sapevo declinare, in nessun modo, il sostantivo Amore.
Senza ulteriori aspettative, decisi di ricorrere all’etimo della parola Amore così come mi avevano insegnato al Liceo.
Quando non conosci il significato di una parola, raggiungilo scomponendola e traducendola secondo la sua origine“, diceva la mia prof. di Latino e Greco.
Così feci.
Amore = Ab Mortis, è la forza che tiene lontani dalla morte.
Pensai fosse la cosa più bella che avessi mai potuto imparare.
Restava ancora soltanto qualche quesito incompleto: perché festeggiarlo solo a San Valentino? Perché ricoprirsi di millemila oggetti tutti uguali senza alcuna connessione emotiva? Perché essere paragonata a mille altri amori? Dov’era la nostra unicità, il nostro compromesso?.

Ecco 5 motivi per i quali oggi mi sento di dire: “San Valentino? No, grazie“:

1) San Valentino diviene luogo di competizione alla domanda: “che ti ha regalato?“.
“Ricevere un regalo costoso” non è sinonimo di “essere tanto amati”.

2) San Valentino diviene una scommessa: “quanto bene stiamo insieme?“.
È una domanda che non sempre ha esiti positivi, sicuri di volerlo sapere così?

3) San Valentino mette ansia. Basti pensare allo stress per organizzare nei tempi stabiliti qualcosa di romantico e assolutamente speciale.

4) San Valentino mette a disagio. Se ti lamenti e sei fidanzata, allora sei in crisi. Se ti lamenti e sei single, sei acida.

5) San Valentino è noioso: cenetta fuori, mazzi di rose, cioccolatini, gita in mountain bike, scalata delle montagne, conquista dell’America, concertone del primo maggio anticipato, giro del mondo in 80 giorni.
Ah, sicuri che poi avete anche voglia di fare l’amore?

Bottega Veneta e IUAV di nuovo insieme per un corso sul bag design

Bottega Veneta torna ad aprire le porte dei suoi laboratori artigianali per i giovani che vogliono intraprendere una carriera nel mondo della moda. Per il terzo anno, dopo il 2013 e il 2015, a fine marzo 2017 prenderà il via il corso trimestrale in Bag design & accessories development in collaborazione con l’Università IUAV di Venezia. Si tratta di un corso post-laurea rivolto a 12 selezionatissimi studenti provenienti da tutto il mondo. L’obiettivo? Formare nuovi artigiani della pelletteria e non solo, che abbiano uno sguardo moderno sulla moda e gli accessori senza dimenticare la forte tradizione artigianale che ha reso il made in Italy famoso nel mondo.


Gli studenti parteciperanno a lezioni frontali presso l’ateneo IUAV di Venezia e con l’aiuto di insegnanti qualificati ed esperti inizieranno a progettare una capsule collection. La seconda parte del corso si svolgerà nella Scuola dei Maestri Pellettieri di Bottega Veneta, che si trova all’interno dell’atelier a Montebello Vicentino. Lì, nel luogo in cui Bottega Veneta venne fondata nel 1966 per diventare uno dei marchi di lusso del made in Italy, studieranno in lezioni pratiche le tecniche di produzione e di rifinitura, visiteranno concerie e boutique, conosceranno gli artigiani della maison dai quali impareranno i trucchi del mestiere. Per la prima volta il progetto non si concentrerà solo sulle borse, ma i ragazzi impareranno ogni segreto della creazione di abiti, calzature e gioielli, per poi produrre due prototipi della loro capsule collection. L’impegno di Bottega Veneta nella formazione di giovani designer e nel tramandare la maestria dei propri artigiani è dettato dall’amore per quelle tecniche e quelle lavorazioni uniche nel mondo, che fanno parte del bagaglio culturale italiano e che rischiano di andare perdute se lo stesso amore non si tramanda ai più giovani. La Scuola dei Maestri Pellettieri di Bottega Veneta accoglie da oltre 10 anni dipendenti appena assunti e studenti e permette loro di apprendere la delicata arte di creare sogni da indossare.

La Perla reinventa il tailleur: arriva la Corset Jacket

Unire sensualità e praticità si può? Un ossimoro piuttosto improbabile, almeno così è stato spesso considerato dal mondo della moda. Chi bella vuol apparire, un po’ deve soffrire è ancora oggi il diktat di capi e accessori bellissimi ma poco confortevoli. Julia Haart, direttore creativo di La Perla dallo scorso agosto, pensa invece che sia possibile. La grande esperienza del brand di lingerie permette di sostenere e valorizzare le curve femminili donando un’elegante sensualità alla figura, ma non bisogna dimenticare i bisogni reali delle donne che indossano questi capi. Così nasce l’idea della Corset Jacket, nuovo arrivo in casa La Perla grazie all’attenzione che Julia Haart ha scelto di dedicare anche al ready-to-wear.


In fresco di lana bi-stretch, la Corset Jacket reinventa il tailleur con un twist sensuale e iperfemminile ma assicurando il massimo comfort. La giacca, disponibile in quattro colori, consente al seno un perfetto sostegno grazie alle coppe senza ferretto e riproduce un corsetto tramite a ricami e impunture couture. La chiusura a gancetti sul davanti aggiunge un tocco malizioso ed elegante. Adatta all’ufficio, a una serata importante o al tempo libero, la Corset Jacket firmata La Perla ha fatto il suo debutto indossata a pelle da Gwyneth Paltrow durante un evento mondano. La sua prima uscita ufficiale, però, è stata nella campagna pubblicitaria La Perla firmata da Steven Klein. Lo scatto ha per protagonista Kendall Jenner, uno dei volti della collezione primavera estate 2017 disegnata da Julia Haart. Kendall indossa una Corset Jacket nera sulla pelle e la sua silhouette si staglia, sensuale e affascinante, su un prezioso pezzo da collezione del Victoria & Albert Museum. Si tratta di una foto a raggi X di una donna con indosso un corsetto, nella quale sono evidenti gli effetti dannosi che la lingerie di un tempo aveva sulla salute femminile. Oggi non bisogna più soffrire, parola di Julia Haart.


Gwyneth Paltrow, wearing La Perla


KENDALL JENNER CAMPAIGN IMAGE

La couture sparkling di Yuima Nakazato

Giunto alla sua seconda esperienza all’interno del calendario ufficiale dell’haute couture parigina, il designer giapponese Yuima Nakazato ha presentato pochi giorni fa la collezione PE 2017. Un tuffo in una realtà virtuale, divenuta concreta grazie all’apporto delle nuove tecnologie: veniamo proiettati in un universo 3D in cui l’haute couture assume una dimensione fortemente contemporanea senza però perdere di vista il glamour più autentico. Appropriarsi delle tecnologie digitali è vissuta dal couturier nipponico come una necessità ed una scelta obbligata, dettata dalle vorticose trasformazioni che hanno rivoluzionato la società attuale. Similmente, secondo Nakazato, cambia e si trasforma anche il modo in cui la couture stessa dev’essere concepita: lo stilista parte quindi in una esplorazione delle tecnologie moderne nel tentativo di personalizzare la sua alta moda adattandola ai tempi in continuo mutamento. Proprio l’uso dell’high tech consente a Nakazato di creare un corpo di lavoro in cui ogni pezzo è realizzato senza l’aiuto di ago e filo, ma attraverso migliaia di componenti individuali che il couturier definisce “unità”: il risultato è una collezione estremamente originale che si esplica in pezzi iconici costellati di paillettes e cristalli preziosi. I materiali utilizzati sono infatti stati scelti accuratamente in virtù della loro capacità di riflettere la luce, dando vita a caleidoscopici giochi iridescenti, per una collezione dal mood sparkling e dalle note couture. Originale e giovane, la collezione è rivolta ad una clientela capace di abbracciare l’individualismo scegliendo capi che rifuggono dalla massa. Largo a caftani interamente tempestati di microcristalli, outfit perfetti per occasioni speciali. Tuttavia la collezione offre anche numerosi capi di facile portabilità. Ogni pezzo può essere indossato con facilità, adattandolo alle più svariate circostanze: è una svolta nell’haute couture tradizionalmente intesa, che con Nakazato si apre a nuovi territori inusitati pur mantenendo la sua intrinseca identità. L’intera collezione è pervasa da note vintage che strizzano l’occhio all’estetica di Paco Rabanne, talento futurista che oggi sembra rivivere nell’estetica di Nakazato.

JF London e la collezione tributo al re del Pop, Michael Jackson

Sono gli eccessi ad affascinare il designer di JF London, l’eccesso dell’oro, l’eccesso delle borchie, l’eccesso nei neri, l’eccesso dei colori, l’eccesso dei dettagli.

La nuova collezione uomo fall winter 2017/18 è un grido all’esistenza, lo stesso grido che scatenava le masse, quello di Michael Jackson, perché al personaggio più amato ed eccessivo per l’appunto, della musica, è dedicata la collezione.

Un tributo ai miti che hanno influenzato culture e gusti musicali, dai Rolling Stones al trasformista Michael Jackson. Tendenze che prendono i colori delle notti brave, quelle delle discoteche degli anni ’80, tra le mille cromie dello strobo e le fredde e lucide tinte metallizzate.

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Oro, argento e nuance fluo si intrecciano ai dettagli di cerniere, fibbie, stemmi e sagome a forma di fulmine. Ma sappiamo quanto per il brand JF London questo non basti, perché alla base di ogni collezione permane il nobile interesse per la qualità; i materiali utilizzati sono pregiati, dal camoscio ai nabuk morbidissimi, dagli scamosciati ai velluti, dai pellami alle applicazioni Swarovski per i modelli MICHAEL e LOWE della capsule “By Fenu”, omaggio al re del Pop.

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E per tornare tra le strade degli anni ’80, un tributo agli anfibi e stivaletti rivisitati in versione casual con tinte autunnali e pellami pregiati o con dettagli pelliccia, altro “mai più senza” della stagione autunno-inverno 2017/18.

Tocco di classe le slipper in camoscio e pelle, punta di diamante del marchio, che prendono carattere e forza grazie ad inserti, a tocchi di colore bordeaux e a rifiniture esclusivamente in oro, ma questa volta senza eccessi.

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La couture controcorrente di Antonio Ortega

Cosa accade se nel panorama dell’haute couture parigina sfila una voce fuori dal coro? La personalità non è mai un difetto ma può anche accadere che un designer si perda in ispirazioni multiformi che lo allontanano dalla sua identità originaria: è questo il caso di Antonio Ortega. Il couturier messicano sembra aver fatto un passo indietro con la sua collezione PE2017, che ha sfilato nel calendario dell’haute couture parigina. Rispetto alla collezione AI2016-17, presentata lo scorso luglio sempre a Parigi, la nuova collezione lascia l’amaro in bocca: l’estetica predominante non lascia dubbi sull’identità dello stilista. Anche stavolta abbondano i colori e i tagli sono caratterizzati da grande originalità, come anche gli inediti patchwork di tessuti e stampe. Ma l’uso di materiali grezzi e la mancanza di costruttivismo dei pezzi che sfilano sulla passerella segna un passo indietro nel percorso del couturier. I capi sembrano essere stati realizzati in un’improvvisata fucina domestica più che in un atelier: Ortega, unico designer latinoamericano presente alla settimana dell’alta moda parigina, si è sempre contraddistinto per la sua carica ribelle e per una personalità fuori dalle righe. Ambizioso e controcorrente, aveva preannunciato così la collezione che ha sfilato pochi giorni fa a Parigi: “Non ci sono dittatori nella moda”. Ortega, residente a Montreal, aveva affermato con orgoglio che la perseveranza era stata la chiave del successo che lo aveva spinto fino ad arrivare alla settimana dell’alta moda parigina. Il colore, da sempre cifra stilistica del suo brand, si unisce a suggestioni escatologiche, in una collezione che intende rappresentare il martirio della bellezza. L’icona di riferimento è Gesu Cristo, come si evince dall’acconciatura delle mannequin, che ricorda la corona di spine del martirio. Un tema particolarmente impegnativo, trattato però in chiave ottimista, tra colori vivaci e capi tagliati al laser. Tuttavia l’ispirazione primigenia avrebbe forse meritato ulteriori approfondimenti: non colpiscono i capi che coniugano inedite note sportswear accanto a rouches e balze. Non affascina la sua couture, privata di fatto di quella che è forse la caratteristica principale e la ragion d’essere dell’alta moda, ossia l’intrinseca e quantomai necessaria capacità di fare ancora sognare. Lo stilista, fervido difensore del multiculturalismo, è vissuto sempre in bilico tra tre culture, quella messicana, quella francese e quella canadese. Formatosi in Messico, nel 2001 Ortega si trasferisce a Parigi, dove studia disegno presso la scuola Chardon Savard. La sua moda politicamente impegnata, che si era contraddistinta per un’impronta di natura culturale, sembra aver subito un passo indietro con una collezione che non fa sognare. E in tempi come questi, sognare è diventata un’esigenza. Toglieteci tutto ma non la couture.

Sfila a Parigi la couture di Ziad Nakad

Se prediligete una couture che si snodi in uno stile semplice, magari intriso di suggestioni daywear, allora la sfilata di Ziad Nakad non fa decisamente al caso vostro: il couturier libanese, che ha presentato la collezione PE2017 nel calendario della haute couture parigina, ama invece abbondare in cristalli e pietre preziose, per uno stile caratterizzato da sfarzo ed opulenza quasi regali. La couture rivive con Nakad nel suo significato più autentico che trova espressione in sontuosi abiti da sera la cui realizzazione avrà reso necessarie ore ed ore di lavoro artigianale. Un’alta moda che si rivolge alle donne e che ne diviene amica, carpendone segreti e necessità, per uno stile da red carpet: in passerella sfila una parata di abiti da sogno, per una principessa contemporanea che nulla ha da invidiare alle protagoniste delle fiabe. La settimana dell’alta moda parigina da qualche anno a questa parte accoglie numerosi designer libanesi, ultimi portatori di un’allure oggi in netto declino in Europa e in Occidente. Da Elie Saab a Zuhair Murad fino a Tony Ward, lo sfarzo e il lusso sembrano prediligere il Libano, come terra elettiva nel cui DNA scorre uno stile evergreen. In un trionfo di chiffon, tulle ed organza sfilano collezioni che riportano la couture al glam originario: questa stagione occhi puntati su Ziad Nakad. Lo stilista, che sembra essere nato per la couture, porta sulle passerelle parigine un tripudio di capi da gran soirée perfetti per le amanti del lusso. Ma con lui nulla è scontato, a partire dalle silhouette, che vedono un’alternanza di gonne a ruota, proporzioni a sirena e jumpsuit interamente tempestate di cristalli ed indossate con un mantello en pendant: la collezione abbonda in materiali pregiati tra cui seta, crepe di seta, gazar, organza, tulle e pizzi. I tagli sono originali ma raramente vengono scoperte le gambe, eccezion fatta per qualche spacco. Cristalli, paillettes, piume, petali e foglie impreziosiscono i capi principeschi, con decorazioni rigorosamente handmade e preziose lavorazioni artigianali. Una couture mai banale che riesce nel talvolta arduo tentativo di offrire, accanto al lusso all over, variazioni e spunti inediti. Astenersi amanti del minimalismo.

Rani Zakhem dedica la sua alta moda a Dalida

Occhi da cerbiatto, grande fascino e una vita tormentata: la cantante italo-francese Dalida, che negli anni ’70 e ’80 ha conquistato i cuori e il titolo di regina di stile, è scomparsa esattamente trent’anni fa. In questo tragico anniversario, Rani Zakhem la celebra regalando ad Altaroma una collezione haute couture dedicata a questa icona di bellezza. Non è la malinconia né il dolore di Dalida ad ispirare lo stilista libanese, ma la creatività, il fascino e i decenni variopinti in cui è stata protagonista dello Studio 54. «Un omaggio agli anni ’70, a Bianca Jagger, allo Studio 54, a Dalida, icona di stile e di eleganza – così Rani Zakhem racconta la sua sfilata haute couture ad AltaromaDa bambino ascoltavo le sue canzoni. Ho sempre amato la sua voce, la sua gestualità, il modo di muoversi, di stare in scena. E’ strano, eppure quei brani, che ascolto ancor oggi, mi hanno sempre messo di buon umore».


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Filtrate attraverso lo sguardo sensibile e creativo del couturier libanese, sulla passerella dell’alta moda primavera estate 2017 di Rani Zakhem arrivano le suggestioni dei party anni ’70, i colori vivaci, le tute da dancing queen, i luccichii di pietre preziose. Lavorazioni plisseé, pizzo sensuale, sontuosi abiti dalle silhouette a sirena si alternano a minidress mozzafiato e tute fluide, perfette per andare a ballare allo Studio 54. Eleganza e sensualità trovano un equilibrio proprio come il fascino della cantante che legava due diverse culture: richiami all’Egitto percorrono la sfilata di Altaroma nei preziosi ricami e ciondoli di ispirazione araba. La palette degli abiti in passerella esplora tonalità pastello, bianco, nero, rosso e tantissimo oro a testimoniare la regalità della donna celebrata da Rani Zakhem. L’alta moda primavera estate 2017 dello stilista è però «una collezione ispirata anche ad un’idea di leggerezza infinita perché oggi ne abbiamo un disperato bisogno, forse per contrastare tutto quello che avviene intorno a noi. Leggerezza, ma anche poesia, tenerezza».


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Perché gli studenti italiani hanno smesso di credere nei propri studi?

Ahi, serva Italia, direbbe Dante.

Intenso è il dibattito che divide l’Italia in questi ultimi giorni e che vede la crisi delle istituzioni scolastiche e del loro insegnamento.
È chiaro ormai da molti anni che alla fine del percorso scolastico troppi ragazzi scrivono male in italiano, leggono poco e faticano a esprimersi oralmente. Da tempo i docenti universitari denunciano le carenze linguistiche dei loro studenti (grammatica, sintassi, lessico), con errori appena tollerabili in terza elementare. Nel tentativo di porvi rimedio, alcuni atenei hanno persino attivato corsi di recupero di lingua italiana“, scrivono 600 docenti universitari in una lettera al Presidente del Consiglio, alla ministra dell’Istruzione e al Parlamento italiano, promossa dal Gruppo di Firenze per la scuola del merito e della responsabilità.
A fronte di una situazione così preoccupante il governo del sistema scolastico non reagisce in modo appropriato, anche perché il tema della correttezza ortografica e grammaticale è stato a lungo svalutato sul piano didattico più o meno da tutti i governi. Ci sono alcune importanti iniziative rivolte all’aggiornamento degli insegnanti, ma non si vede una volontà politica adeguata alla gravità del problema. Abbiamo invece bisogno di una scuola davvero esigente nel controllo degli apprendimenti oltre che più efficace nella didattica, altrimenti né il generoso impegno di tanti validissimi insegnanti né l’acquisizione di nuove metodologie saranno sufficienti. Dobbiamo dunque porci come obiettivo urgente il raggiungimento, al termine del primo ciclo, di un sufficiente possesso degli strumenti linguistici di base da parte della grande maggioranza degli studenti“.

In sostegno di ciò, ecco le proposte d’intervento dei docenti universitari: