Archive for marzo, 2017

Tendenze moda primavera/estate 2017: hoodie

Tra i capi principe del guardaroba per la primavera/estate 2017 c’è senz’altro la felpa con cappuccio: declinata in chiave sporty-chic e al contempo sofisticata, la tendenza hoodie è onnipresente sulle passerelle, e tanti sono i designer che hanno sdoganato il trend nelle proprie collezioni. Capo basic e pratico, la felpa si arricchisce di slogan coloratissimi e decorazioni cartoon: vivace e fresca ma anche comoda e funzionale, la felpa è il nuovo capo passepartout per la stagione primaverile. Perfetta su ogni mise, la felpa abbraccia suggestioni sportswear e accostamenti in chiave streetswear. Da Alexander Wang trionfano maglie cropped raffiguranti tramonti su spiagge palme californiane, da indossare con shorts e sandali; sulla passerella di Dolce & Gabbana sfilano felpe preziose con scritte tempestate di paillettes. Il Tropico Italiano trova la sua più autentica interpretazione, in una collezione in bilico tra eleganza timeless ed inediti tocchi sporty. Contrasti forti e stile British sfilano sulla passerella di DSquared2, dove la felpa si arricchisce di loghi e stemmi blasonati, che strizzano l’occhio a certi college esclusivi. Cuori ex voto e santini decorano maxi shirts da indossare come dress, pezzi iconici della collezione di Fausto Puglisi. Delicatezza e stampe floreali sfilano da Francesco Scognamiglio, mentre Grinko punta a slogan trasgressivi e pattern black. Suggestioni orientali sfilano da Gucci, tra tigri del Bengala che irrompono su magliette stampate, mentre Haider Ackermann punta a felpe da indossare con miniskirt romantiche. Fiori e ricami folk decorano le felpe di House of Holland, mentre Moschino gioca con cartamodelli stampati su felpe rosa shocking, in un tripudio di ironia e femminilità, da sempre cifra stilistica di Jeremy Scott. Suggestioni spaziali irrompono sulla passerella di Paco Rabanne, tra slogan che inneggiano al Future Sex e paillettes dal piglio timeless. Infine note surrealiste nelle stampe che impreziosiscono le maglie di Proenza Schouler, tra pattern cromatici a contrasto e charme evergreen.

Tendenze moda primavera/estate 2017: new grunge

Tra le tendenze moda che dominano sulle passerelle delle collezioni primavera/estate 2017 il neo grunge si impone come protagonista assoluto: la moda ci vuole irriverenti, nella stagione estiva che è ormai alle porte. Dimenticate diktat precostituiti e lasciate libero sfogo alla vostra fantasia, per accostamenti audaci e sovrapposizioni iconiche, che catturano l’occhio e la fantasia: ecco che la donna diviene istrionica e protagonista assoluta del suo stile, che declina in base al mood delle sue giornate. E se il più classico dei trench si indossa ora con t-shirt a slogan in tinte neon e calzini ai piedi, come visto sulla passerella di Maison Margiela, non mancano suggestioni etniche ed echi coloniali, da sempre cifra stilistica della stagione primaverile: da Acne Studios sfilano sahariane e mise tribali, impreziosite da stampe cachemire e paisley bohémien, che strizzano l’occhio allo stile Seventies. Tra pashmine e pantaloni palazzo sfila un’eleganza timeless che sublima il mix & match cromatico, in un tripudio di stampe patchwork dal sapore grunge. T-shirt con stampe iconiche sfilano da Coach indossate con gonne ed anfibi dal piglio rock, tra sovrapposizioni ardite e scenografiche; la donna vista da Andreas Kronthaler for Vivienne Westwood è grintosa ed appariscente, in chemisier in tartan che profumano di certa eleganza grunge a cavallo tra anni Ottanta/Novanta. Teatrali le maxi cappe interamente tempestate da una pioggia di paillettes, da indossare con t-shirt e jeans: le abbiamo viste sulla passerella di Dolce & Gabbana. Note tribali anche da Desigual, in lunghe jumpsuit decorate con motivi patchwork; anche Emporio Armani sposa la tendenza grunge, proponendo stampe dal sapore etnico accanto all’eleganza effortlessy-chic che da sempre caratterizza le collezioni di Re Giorgio. Suggestiva ed iconica la collezione Etro, che sdogana sovrapposizioni grunge accanto a note coloniali. Ribelle e rock la donna J.W. Anderson, che ostenta giacche biker e jeans oversize, mentre da Roberto Cavalli sfila un tribal chic in chiave grunge. Louis Vuitton celebra lo stile biker con tanto di stivali e borchie, in un mix stilistico irriverente ed originale. Turbanti in stile Twenties e capi coloniali si alternano a note charleston sulla passerella di Undercover, mentre da Versus Versace sfilano jeans strappati di netta ispirazione Nineties.

Androginia e note monastiche in passerella da Veronique Branquinho

Androgina ed irriverente la collezione autunno/inverno 2017-18 di Veronique Branquinho, che ha sfilato nell’ambito della Paris Fashion Week: una fantasia femminile che non lesina in suggestioni mannish e capi dalle note tailoring. Se è vero che gli opposti si attraggono, i contrasti portati sulla passerella parigina dalla stilista risultano certamente affascinanti: tante le varianti stilistiche che si alternano, tra capispalla e tailleur sartoriali e giacche doppiopetto da indossare con shorts irriverenti e camicia bianca dal fascino timeless. Non mancano dettagli preziosi, come i sandali gioiello, da indossare ora anche in pieno inverno. Classicità senza tempo si unisce a bluse dal fascino folcloristico, tra cappe e cappotti rubati al guardaroba maschile, che vengono sapientemente smussati nell’accostamento con bluse a collo alto e femminilità romantica. Un’attitudine ultraconservatrice si unisce al nero quasi monastico, che apre poi ad echi esistenzialisti nei dress fino a toccare note workwear nei tailleur da gentleman contemporaneo. Capispalla in check si uniscono a camicie dallo stile vittoriano; come un’uniforme il cappotto diviene capo passepartout, stretto da cinture e fibbie e declinato in proporzioni long. Non mancano chemisier e tute da indossare con camicie istrioniche, in un mix di stili che spaziano dal monastico al minimal-chic. Teatrali e suggestive le cappe, mentre le maniche delle camicie rivelano giochi scultorei in stile elisabettiano. Una magistrale interpretazione, per una collezione iconica.

Il viaggio psichedelico in chiave borghese di Ellery

In bilico tra tradizione e modernità la collezione di Ellery, che ha sfilato nell’ambito della Paris Fashion Week: protagonista dell’autunno/inverno 2017-18 di Kym Ellery è una donna fortemente borghese, fedele ad un’estetica tradizionale, che subisce però un risveglio elettrizzante, che la fa indossare capi eccentrici, tra note techno e suggestioni high-tech. Uno stile etnico si unisce al mood urban, tra caleidoscopici voli pindarici e stampe iconiche, in un crescendo di brio e teatralità. Un’estetica dissonante e a tratti distopica, che mixa note hippie e pattern bohémien a certa eleganza timeless che sembra quasi evocare Marie Antoinette e certo spirito bougeois pre-rivoluzionario. Un borghese che intraprende un viaggio psichedelico, questo il mood della collezione, che sdogana trend contrastanti, come i bottoni in madreperla oversize accanto a coat dress in pizzo francese e latex caleidoscopico. Non mancano tailleur doppiopetto dal piglio classico, tra note sartoriali timeless e vibranti sfumature techno. I volumi sono scultorei, i dettagli spaziano dalla pelliccia al lurex. Note femminili nei bustier con maniche esasperate. Sofisticata eleganza evergreen nei tailleur in stampa check e principe di Galles, che si alternano a capispalla in latex, da cui fanno capolino colletti da educanda. Istrionici i fur coat in bicromie ardite, che si alternano a tailleur oversize da indossare sulla pelle nuda e dress svolazzanti in materiali high-tech. Si continua con interessanti chemisier in vernice e fur coat glitterati, in un viaggio in chiave 3D. Ellery, brand presente nel calendario ufficiale della fashion week parigina dal 2015, segna con questa collezione una svolta che dimostra la maturità artistica di Kym Ellery. Tra le celebrities che amano la griffe figurano nomi come Rihanna ed Olivia Palermo, solo per citarne alcuni.

Sacai sfila tra costruttivismo ed ironia

Costruzioni ibride ed accattivanti sulla passerella di Sacai: Chitose Abe per l’autunno/inverno 2017-18 sceglie di vestire una donna consapevole e sicura di sé, che sa esattamente ciò che vuole. Fedele alla propria estetica, Abe spazia attraverso ispirazioni e riferimenti eterogenei, dal romanticismo all’atletica, dallo stile college al denim all over, passando per lo chic à la parisien e i bestiari medioevali. Non manca inoltre un curioso omaggio a Chanel e a Kaiser Karl Lagerfeld. Le sihouette sono fluide e ricercate, in uno stile casual che rigetta i cliché e le convenzioni, liberando la donna da ogni diktat precostituito. La donna è ora libera di accostare una gonna jeans a un coat vestaglia profilato in pelliccia, che strizza l’occhio ai paesaggi della Patagonia. Largo ad una moda dinamica che non lesina in costruzioni accattivanti ed originali, spaziando tra stili ed epoche diverse: tra parka in nulon e pantaloni cargo decorati con stampe floreali dal sapore vittoriano sfila una parata di trench in giallo e blu che inneggiano a note sporty. Suggestioni preppy rivisitate nelle felpe stile college, mentre i tailleur classici ricordano lo stile evergreen di Chanel, tra eleganza lady-like e tweed d’ordinanza. Chitose Abe elabora una propria visione in cui rivisita i codici iconici delle case di moda, apportando un suo geniale contributo non privo di ironia. Tripudio di sovrapposizioni affascinanti, che mixano stili diversi, spaziando dallo streetswear allo sporty-chic: una collezione pensata per la donna contemporanea, che unisce comodità e spirito avanguardistico.

Aperto il giardino dei tulipani a Cornaredo, Milano

Grazie a una coppia olandese, Edwin e Nitsuhe, dalla scorsa domenica Milano ha il suo giardino dei tulipani. A Cornaredo i due hanno aperto U Pick, il più grande campo di tulipani d’Italia, per trasmettere a tutti il loro amore verso questi fiori, simbolo della loro terra. «Crediamo che tutto il mondo ami i tulipani» hanno dichiarato, felici, all’apertura del giardino. L’inaugurazione della scorsa domenica ha fatto felici tantissime famiglie, coppie e bambini che hanno potuto ammirare e raccogliere i tulipani fra 250 mila esemplari di 180 specie diverse. Un vero e proprio giardino incantato, un angolo di natura e di poesia appena fuori dalla caotica città.


A pochi giorni dall’apertura, però, Edwin e Nitsuhe hanno provato l’immenso dispiacere di vedere molti dei loro fiori abbandonati per terra. Sulla pagina facebook del giardino dei tulipani U Pick, infatti, è comparsa una fotografia di numerosi fiori raccolti in vasi di plastica. «Questi sono i tulipani che abbiamo raccolto in mezzo al campo lasciati dalle persone – hanno scritto gli ideatori di U PickSe ogni giorno sarà cosi finiranno molto presto». Sembra infatti che i visitatori, che all’ingresso pagano tre euro per avere due tulipani, li abbandonino per terra quando ne trovano altri più belli, invece di sommarli e pagarli alla cassa (ogni fiore costa 1,50€). Una situazione che addolora la coppia e che rischia di far chiudere il progetto prima del previsto. Al momento, la corsa alla raccolta dei tulipani continua incessante. Le prenotazioni per i prossimi weekend sono già sold out, e l’unico modo di accedere al giardino è andare a Cornaredo durante la settimana, quando le prenotazioni non sono obbligatorie. Edwin e Nitsuhe accolgono a braccia aperte tutti gli amanti dei fiori e del giardinaggio, sperando però che i loro adorati tulipani siano trattati dai visitatori con lo stesso amore e rispetto.


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Dolce e Gabbana a Palermo: il nuovo spot girato al mercato del Capo

Dolce e Gabbana a Palermo: come spesso accade, il duo di stilisti ha scelto le atmosfere coloratissime e veraci del capoluogo siciliano. Così negli ultimi due giorni il mercato tradizionale del Capo ha visto splendide modelle e abiti dal forte spirito mediterraneo apparire tra le bancarelle di frutta e verdura. Il servizio fotografico di moda donna e lo spot di moda uomo firmata Dolce e Gabbana hanno animato il cuore della Palermo più autentica e genuina, in uno di quei mercati storici in cui il profumo di agrumi e i colori degli ortaggi creano un’atmosfera speciale. Atmosfera che si intona perfettamente alla moda Dolce e Gabbana, che alla Sicilia hanno spesso attinto sia come fonte d’ispirazione per le loro collezioni che per le location delle campagne pubblicitarie. L’ultima tappa siciliana, per Domenico Dolce (nato a Polizzi Generosa, nel Parco delle Madonie) e Stefano Gabbana, era stata a Cefalù e Pollina, per lo spot del rossetto Miss Sicily.


Da sempre innamorati delle tradizioni, della Sicilia e della spontaneità tipica dell’isola, Dolce e Gabbana a Palermo hanno voluto cogliere la genuinità dei suoi colori e dei suoi abitanti. Sul set, modelle e modelli della campagna D&G Millennials sono stati accostati a passanti e ambulanti del mercato del Capo. Persone vere, colte nell’immediata freschezza della quotidianità, coperte da capo a piedi di abitini dalle applicazioni preziose e accessori scintillanti, decorazioni barocche e dettagli urban, quell’estroso mix di tradizione e modernità che ha reso Dolce e Gabbana una delle griffe più famose del mondo. Tanto più che le ultime collezioni degli stilisti sono rivolte a una nuova idea di moda: eclettica, lussuosa, ma scelta dai giovani e pensata per i giovani. Sono i millennials i protagonisti della moda Dolce e Gabbana, gli stessi che hanno prestato il volto alla colorata campagna advertising al mercato del Capo.


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I trend della Tokyo Fashion Week: stile militare

Si è da poco conclusa la Tokyo Fashion Week dedicata alle collezioni autunno/inverno 2017-18. Tanti i trend che hanno attraversato le passerelle giapponesi, definendo ciò che andrò di moda nella prossima stagione invernale. A dominare in assoluto tra le tendenze sembra essere lo stile militare, protagonista di quasi ogni collezione presentata. Tra androginia e semplicità, tanti sono i designer che hanno prediletto suggestioni army-chic nelle loro collezioni. Il verde militare si impone come colore passepartout per l’autunno/inverno 2017-18, declinato su capispalla iconici e su gonne e capi dalle note sportswear. Tripudio di verde militare domina nella collezione di Discovered, che sdogana capi dalle suggestioni sporty-chic; sofisticata ed iperfemminile la collezione di 5-knot, che non lesina in accostamenti arditi, unendo camicie e bluse in seta a pantaloni sartoriali e parka militari. Grinta da suffragetta contemporanee e femminilità timeless sulla passerella di Growing Pains: tra gonne a ruota e baschi army-chic, sfila una sorta di crocerossina in chiave luxury, perfetta interprete di pellicole belliche, in un tripudio di glamour d’altri tempi e sovrapposizioni avanguardistiche. Femminile e sofisticata anche la donna di House_commune, che sfoggia inedite sovrapposizioni di più capispalla: ecco che sopra il più classico dei trench fa capolino un maxi coat in pelliccia. Sperimentale ed avanguardistica la collezione di Lithium, che omaggia il cappotto in stile militare conferendogli nuova vita: tra maxi tasche in pelliccia sfila una femminilità nuova caratterizzata da uno spirito playful. Verde miliare impreziosisce tailleur sartoriali anche da Matohu, in un trionfo di comfort e vestibilità homewear. Sovrapposizioni iconiche e tute dal sapore workwear hanno sfilato da Name, in bilico tra androginia e suggestioni aviator. Camouflage e note underground dominano invece sulla passerella di Sulvam: tra capispalla oversize e sneakers ai piedi si consuma un inaspettato mix di elementi sportswear e riferimenti militari. Chiude infine Ujoh, che declina lo stile military-chic in chiave iperfemminile, per capispalla con maniche furry da indossare sulla più classica gonna a matita.

Da Masha Ma sfilano nostalgici echi punk

Decostruzioni e suggestioni tailoring sfilano sulla passerella di Masha Ma: sarà un autunno/inverno 2017-18 all’insegna dei contrasti, in una collezione denominata “Collection P”, tributo alla moda punk, amatissima dalla designer, formatasi a Londra. Masha Ma, ex studentessa della Saint Martin, a Londra iniziò anche la sua carriera, lavorando tra gli altri anche per Alexander McQueen: la stilista si lascia andare ad echi nostalgici per i suoi anni giovanili, senza perdere di vista la grinta e la trasgressione insite nell’essenza stessa dello stile punk. Largo ad una collezione iconica, che accanto a tuxedo sartoriali porta sulla passerella della Paris Fashion Week hoodie ed asimmetrie ardite, gonne in tartan con nato di spilla da balia e stivali platform svettanti. Strong ed eclettica la donna che indossa pelle all over, incarna perfettamente lo stile che dominava nella Londra underground degli anni Ottanta; non mancano jeans a gamba larga, pannelli che fanno capolino dai capi in tartan, collari dal piglio fetish. Sulle t-shirts dominano slogan che inneggiano ad un’adolescenza che sembra non voler finire mai, mentre il focus dei capi sartoriali punta alle spalle: non mancano costruzioni ardite e sovrapposizioni audaci, in un tripudio di tartan all over, che si alterna a black e tocchi gold nei maxi dress laminati. Interessanti le maniche extra long di capispalla croptop e di giacche biker in pelle. Trasgressiva ed irriverente, la musa di Masha Ma percorre a passo sicuro il catwalk, forte di una personalità esplosiva e di uno stile iconico.

Lasabira, il nuovo marchio della moda donna

Lasabira è un nuovo marchio nato a Milano, creato da Sabira Iskendirova.
Sabira dall’infanzia si interessa di moda e delle arti, si è laureata presso la Facoltà di Pittura e Teatro in Almaty. Dopo una carriera di successo nel mercato dei titoli e finanziario, decide di terminare una delle scuole di design e moda a Milano e poi acquisire esperienza nei famosi show-room multimarca.
La prima esperienza come designer e come consulente creativo per una delle più antiche case di moda del Kazakistan sulla creazione della sua capsule collection.
Sabira Iskendirova ha lavorato come costumista in uno dei più grandi teatri in Kazakistan. Tutte queste esperienze hanno contribuito a formare la sua visione sul prodotto moda.
Il 2016 è stato il punto di partenza per la creazione di un progetto molto importante della sua vita – proprio per il marchio Lasabira. L’idea di base del progetto – la combinazione di femminilità ed eleganza con le tendenze moda del momento. La donna Lasabira sottolinea la sua individualità. Ci si sente confortevole e attraente. Il marchio è stato pensato per una donna che ama viaggiare sia per la famiglia o gli amici, sviluppando una collezione dedicata al cocktail party.

Lasabira produce tutti i suoi capi in Italia capitale della moda – Milano. Ila designer seleziona solo tessuti italiani naturali e accessori delle più famose fabbriche. Le collezioni Lasabira sono pensate per ogni donna e ricorda il miglior compromesso tra leggerezza ed eleganza.

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ALTRE STORIE, LA DISTRIBUZIONE CINEMATOGRAFICA DEI NUOVI TALENTI

ALTRE STORIE SI PRESENTA E ANNUNCIA UNA DIVISIONE DEDICATA ALLA DISTRIBUZIONE

Altre Storie, società di produzione cinematografica e televisiva, amplia il suo ambito di attività e da aprile apre una divisione interamente dedicata alla distribuzione cinematografica.

Il cuore di tutti i progetti Altre Storie è nella parola ‘storie’. Nel 2014 la società ha iniziato con la costruzione di una factory di giovani autori, con cui percorrere un cammino condiviso fondato sull’importanza della narrazione. Da allora ha sviluppato produzioni cinematografiche e avviato la scrittura di progetti televisivi con una costante attenzione alla sperimentazione e ai linguaggi del futuro. Nel 2016 ha lanciato l’operazione “i baby del cinema”, iniziando una ricerca su registe e registi under 25 per la realizzazione dei loro primi film brevi: cortometraggi, pianificati e prodotti come i lungometraggi, strategici sia per selezionare sia per valorizzare nuovi talenti italiani. Tutto questo perché in Altre Storie c’è una certezza: “c’è sempre una Nouvelle Vague da scoprire…”.

Frutto di questo percorso sono i dieci titoli che compongono il ‘cantiere della narrazione’ Altre Storie: La buona uscita, opera prima di Enrico Iannaccone, prodotta con Mad Entertainment, Ik Media e Zazen Film con il contributo del MiBACT, il documentario Ab Urbe Coacta di Mauro Ruvolo, in concorso all’ultimo Festival di Torino; l’opera prima Il giorno più bello per la regia di Vito Palmieri in coproduzione con Clemart e con Rai Cinema e il contributo di Apulia Film Commission, l’opera prima I Promessi di Pierluigi Ferrandini in coproduzione con Paco Cinematografica; l’opera seconda Quel poco che rimane di Pippo Mezzapesa (già regista del film Il Paese delle Spose Infelici) con Rai Cinema e in collaborazione con il MiBACT; l’opera prima di Dario Acocella (già regista dell’apprezzato documentario O Paìs do futebol); il documentario cinematografico dal titolo Troppo amore ti ucciderà per la regia di Giuseppe Bellasalma e Benedetto Guadagno; l’opera prima di Domenico Fortunato Wine to Love in collaborazione con Rai Cinema; l’opera prima Accadde un Giorno di Giulia Steigerwalt e il documentario Extra Time di Carlo Alessandri.

Un progetto culturale ambizioso. Una società di produzione e ora anche di distribuzione cinematografica. Un centro di ricerca e sviluppo audiovisivo per i nuovi media, dove far germogliare sperimentazioni e nuovi linguaggi. Questo è Altre Storie, società nata dall’esperienza produttiva e distributiva cinematografica del suo socio fondatore, Cesare Fragnelli, che ne è alla guida.

Altre Storie Distribuzione parte ad aprile con l’obiettivo di percorrere strade distributive consolidate, senza escludere nuove sperimentazioni che tengano presenti gli stimoli provenienti dal mercato attuale. La società debutterà con un listino di qualità dedicato sia ad autori italiani, sia ad artisti internazionali, premiati nei festival più importanti. Al timone della distribuzione ci sono giovani professionisti del settore: Carlo Alessandri, nel ruolo di Direttore Theatrical, e Vincenzo Sacco nel ruolo di Direttore Commerciale.

L’organizzazione generale di Altre Storie Produzione, invece, è affidata a Christian Scacco.

“Per adesso possiamo annunciare l’uscita in sala il 31 maggio di A Tale of Love and Darkness debutto alla regia di Natalie Portman, in collaborazione con Giorgio e Vanessa Ferrero per la loro Film 9, – ha dichiarato Cesare Fragnelli – seguito a giugno da Salaud on t’aime di Claude Lelouch in collaborazione con Rai Cinema, e a luglio da un sorprendente evento cinematografico dedicato ai grandi della musica rock degli anni 70. Contemporaneamente stiamo lavorando al listino 2017-2018 che annunceremo alle giornate professionali di Sorrento, con una piccola, gustosa anticipazione alle giornate professionali di Riccione. Possiamo anticipare che torneremo a far divertire il pubblico in sala nei giorni infrasettimanali con grandi eventi in linea con l’esperienza acquisita dal nostro gruppo di lavoro che ha ottenuto già successi importanti (la trilogia legata ai Queen: Live in Budapest, A night in Bohemia, Rock Montreal – Faber in Sardegna & L’ultimo concerto di Fabrizio de André – The Doors Live at the Hollywood Bowl ’68 – The Rolling Stone: Crossfire Hurricane – Pompei dal British Museum, ecc) e distribuiremo film di qualità che possano creare un forte legame con il pubblico”.

Per saperne di più www.facebook.com/AltreStorie.it

Akris sfila a Parigi con un’ode al cappotto, capo passepartout

Essenziale e pratica la collezione autunno/inverno 2017-18 di Akris: “Una donna in cappotto e borsa” è il titolo scelto da Albert Kriemler per la collezione che ha sfilato alla Paris Fashion Week. Un titolo semplice, che descrive l’essenza dello stile promosso dal designer per la prossima stagione invernale. E proprio sui cappotti e sulle borse si concentra il fil rouge della collezione, che non lesina in coat iconici da indossare come nuovo capo passepartout, accanto a jeans, capi sporty, ma anche dress femminili. Sulla scia dell’autoritratto di Rodney Graham intitolato Coat Puller, che dipinge l’artista nel tentativo di indossare il suo cappotto, e dell’installazione denominata “Der Mantelanzieher”, Kriemler dà vita ad una collezione che sceglie il cappotto quasi come mezzo tramite cui perdersi in epifanie suggestive: il capo più amato durante la stagione invernale si arricchisce di spunti inediti, fino alla parata che chiude il défilé, con otto cappotti raffiguranti una stampa delle due opere che ispirano il designer. Giacche e capispalla per ogni occasione, realizzati usando tessuti impeccabili, dominano la collezione, tra note glamour e tailoring. Ce n’è davvero per tutti i gusti, dal bianco e nero in chiave cocoon al classico in stampa check double-faced fino al cappottino bon ton dalle note ladylike, preferibilmente in cashmere: accanto al cappotto la borsa torna in primo piano, sia come tote bag che come secchiello. Non mancano note knitwear nelle giacche in pelle dal piglio young, accanto a dettagli fur. La palette cromatica predilige verde, porpora, blu e nero. Femminilità nel trench in chiffon pensato per la sera. Non mancano stampe vichy, a conferire un tocco di femminilità leziosa, sapientemente smorzato dalle linee sartoriali e dal comfort, cifra stilistica del brand.

Rahul Mishra in bilico tra arte e sportswear

Suggestioni artsy dominano sulla passerella di Rahul Mishra: per la collezione autunno/inverno 2017-18 lo stilista esplora il suo amore per il movimento pittorico del Puntinismo, attraverso un design che strizza l’occhio allo sportswear senza disdegnare decorazioni fatte a mano. Mishra si conferma geniale nell’utilizzare i capi come delle tele, riproducendo con maestria le opere di Vincent van Gogh e Paul Signac, ed esplorando la sua innata passione per il Puntinismo, movimento pittorico nato in Francia verso il 1870, caratterizzato dalla scomposizione dell’immagine in piccoli punti: il designer unisce ispirazioni tratte dal mondo dell’arte a capi dal piglio sporty. Il risultato è un tripudio di capi basic che vengono ridefiniti in chiave multicolor, tra paesaggi e girasoli che impreziosiscono giacche in check e principe di Galles e maxi gonne in velluto. Non mancano note mannish nelle silhouette oversize, come nei pigiami palazzo, in una moda che sceglie l’inedito accostamento tra l’arte e lo streetwear. Sagace deus ex machina della situazione, Mishra riesce nel suo ambizioso progetto, creando una collezione altamente indossabile, ricca di effetti optical piacevoli alla vista: non mancano note high-tech come nell’uso di applicazioni e passamanerie realizzate in 3D, ad impreziosire capi semplici dal gusto timeless e dal grande comfort. Ecco che blazer in check vengono invasi da girasoli e fiori, accanto a maxi gonne a balze, tripudio di femminilità rétro; il gessato si alterna a stampe patchwork, in un gioco di sapienti sovrapposizioni, un mix & match dal forte impatto scenografico.

Frankie Morello collezione autunno- inverno 2017/18

MEN’S AND WOMEN’S COLLECTION FALL WINTER 2017-18

Una ricerca che riscopre l’umanesimo come metodo di crescita tecnologica. Un’indagine profonda sulla compatibilità tra l’evoluzione e la storia. Una moda che non si lascia impressionare dalle tendenze ma crea contenuti plausibili per il nostro presente. Nella coscienza che, come sostiene Roland Barthes, essendo un sistema di linguaggio di segni non può ignorare i segnali che racchiude. E che ogni domanda su “chi siamo, dove andiamo”, non può prescindere dalla consapevolezza del nostro passato, della nostra storia, del complesso intrecciarsi delle culture dell’umanità.

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La collezione FW 2017-18 di Frankie Morello, curata dal team stilistico interno, nasce da un interrogativo fondamentale per capire l’oggi e immaginare il futuro: veramente ci troviamo a vivere nella società tecnologicamente più avanzata della storia dell’umanità? E da qui apre diversi e numerosi percorsi esplorativi sull’abito maschile e femminile per indagare sul signi cato di evoluzione sociale, culturale ed estetica. Cioè di quell’evoluzione umana che comprende e sollecita il significato e il senso della moda.

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La collezione procede con il mescolare riferimenti del passato e del presente, da quelle che ci ostiniamo a chiamare intuizioni della cultura dell’antico Egitto alle pratiche spaziali dei nostri giorni, dai segnali esoterici racchiusi in uno scarabeo, simbolo e segno di rinascita e del nuovo inizio, a quelli immagini ci di galassie ravvicinate, dalla scrittura per gerogli ci e pittogra ca agli emoticons del linguaggio digitale odierno, dalla rappresentazione di una Nefertiti con gli occhiali della realtà virtuale alle forme di giacche, pantaloni, abiti, felpe, giubbotti che, replicando e mescolando le forme della modernità che si riferiscono al formale, allo sportswear, all’abbigliamento intimo e all’urban style, le trasportano in passati lontani dove il senso scenogra co del vestire racchiude i simboli di una comunicazione potente perché comprensibile.

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Così, nella collezione maschile, a una felpa basta una stampa digitale o occata per mettere insieme l’immagine di Akhenaton e quella degli alieni extraterrestri, a una giacca bastano due maniche di pelle per rendersi metamorfosi di un giubbotto chiodo come basta una stampa che mescola caratteri della scrittura egizia e i pannelli solari per identi care un presente già previsto nel passato, come a un paio di pantaloni biker le borchie danno l’aspetto di un paramento celebrativo.

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Allo stesso modo, la collezione donna, che abbraccia mondi che sembrano lontani come lo spaziale e il country, si compone di riferimenti sovrapposti e mixati, a partire da un abbigliamento intimo che si trasforma in segnale di indipendenza, da un abito di tulle a tutù che si sottopone volentieri alla forza di un corpetto di pelle, di una pelliccia ecologica che replica la naturalezza con una lavorazione jacquard sul jersey, da un jumpsuit il cui colore metallico serve a descrivere una sensualità naturale.

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Il tutto per dare vita a un senso della moda che Frankie Morello descrive con un carattere personale espressione di una consapevolezza che deriva da una visione. Una moda composta da abiti portabili ma che abbiano in sé il senso della riconoscibilità che diventa identità, che sappiano valorizzare quel valore espressivo delle arti visive, narrativa e immagine di esteriorità e di stati d’animo. Per uomini che non trasformano la forza in arroganza e donne che sanno gestire le innumerevoli sfaccettature stravaganti e sexy della loro personalità. Entrambi nello stato mentale che costruisce l’alternativa all’attuale omologazione.

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Paul & Joe in bilico tra note mannish e femminilità

Si respira un’aria nuova sulla passerella di Paul & Joe: per la collezione autunno/inverno 2017-18 Sophie Mechaly sceglie di essere meno dolce rispetto al solito. L’attitudine che prevale tende questa volta al rock, con un tocco androgino che non guasta. Suggestioni streetwear dominano, al posto del preppy d’ordinanza, più volte sperimentato dall’eclettica designer. Grintosa e senza fronzoli la donna che attraversa la passerella della Paris Fashion Week, sfoggiando capi dalle suggestioni mannish. Largo a colori accesi, come il giallo lime e il verde, per pattern suggestivi e ricchi di sfumature caleidoscopiche. Il velluto domina l’intera collezione, sia declinato a costine che su hoodie dal piglio sporty declinate in blocchi cromatici e grafismi arditi in colori al neon, come ambra e blu elettrico. Femminilità nella seta floreale, tra stampe playful, quintessenza dell’estetica di Mechaly. Tante le sfumature di rosa, come nei pattern a forma di rossetto, protagonisti assoluti della collezione. Istrionica e femminile, la stampa a forma di rossetto domina su blazer dal taglio sartoriale e su gonne, sposando lo Zeitgeist contemporaneo, che vede un fiorire di stampe cartoon in quasi tutte le collezioni presentate nelle principali fashion week. Femminile ma mai leziosa, la donna Paul & Joe unisce un’anima cosmopolita e contemporanea alle note timeless di una sartorialità destinata a non passare mai di moda.
“Volevo qualcosa di estremamente urbano ma che fosse anche lussuosa”, ha commentato la stilista. Trionfo di effortlessy-chic nei tuxedo in velluto rosso, per una moda androgina, sapientemente smorzata dalle bluse in pizzo decorate con perle, che conferiscono un tocco ultrafemminile all’intera collezione.

Models Matter: un volume celebra le top model più iconiche

Un volume esclusivo celebra la bellezza femminile in circa un secolo di moda: Models Matter raccoglie un’antologia di vite famose, volti entrati nel mito. L’autore, Cristopher Niquet, stylist francese di grande successo, ha collezionato gli autografi dei volti più iconici della moda, creando un’opera unica nel panorama odierno. Da Lauren Hutton a China Machado, da Brooke Shields ad Alek Wek, passando per Cindy Crawford, Twiggy e Peggy Moffitt: i volti della moda mondiale vengono tutti ritratti, decennio per decennio, in un’affascinante excursus attraverso le trasformazioni subite dall’ideale di bellezza femminile imperante.

Tutto ebbe inizio nel 2008, quando Niquet incontrò Peggy Moffitt in un ristorante di Beverly Hills: lo stylist, mai stato amante degli autografi, quella volta non riuscì a resistere, trovandosi davanti l’incarnazione dei mitici Swinging Sixties. Da allora Niquet iniziò una vera e propria collezione di autografi, raccogliendo le firme delle supermodelle più famose del mondo, da Jean Shrimpton a Jerry Hall, da Lauren Bacall ad Isabella Rossellini, da Anita Pallenberg a Naomi Campbell.

Il volume, dal titolo degno di nota (“Le modelle contano”), vede la prefazione di Steven Meisel, che ha più volte immortalato le icone in questione in scatti entrati di diritto nella storia del costume. “Mi rattrista che molti volti dagli anni Cinquanta alla fine degli anni Ottanta siano scivolati nell’oblio”, scrive Meisel.

Photography courtesy Models Matter, Damiani (Twiggy by Burt Glinn/Magnum)

Photography courtesy Models Matter, Damiani (Twiggy by Burt Glinn/Magnum)



“Finché non ho incontrato Christopher Niquet pensavo di essere il loro unico ammiratore, il solo a ricordare le loro storie. Il fatto che qualcuno giovane come Cristopher tenesse all’eredità di Susan Moncur era per me motivo di stupore, sollievo e fiducia. Queste donne meritano il nostro riconoscimento. Erano tutte così uniche, talentuose, appassionate del loro lavoro. Come dimenticarle?”, continua il fotografo.

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Niquet include tra le icone del volume molte modelle di colore, spesso discriminate dal fashion biz, accanto alle colleghe asiatiche. L’autore ha iniziato la sua carriera come stylist lavorando per Self Service, prima di trasferirsi a New York, dove risiede da circa dieci anni. Quindi ha iniziato a scrivere per l’edizione francese di Vanity Fair. Models Matter è la sua opera prima, anche se l’autore sta già lavorando ad altri due progetti.

Frank Sinatra: “La voce dello Stile”

Francis Albert Sinatra, detto Frank, è stato un cantante, attore e conduttore televisivo statunitense. Fu un personaggio importante e carismatico dell’intrattenimento americano e mondiale, ed entrò nella leggenda per l’eterna giovinezza delle sue canzoni, oltre che della sua voce, riuscendo ad imporsi nel panorama musicale mondiale dal primo dopoguerra fino ai giorni nostri, grazie ad una intensa attività durata ben 63 anni, dal 1932 al 1995, anno in cui tenne il suo ultimo concerto dal vivo. Frank Sinatra è vissuto per quasi ottantatré anni. Non lo avevano provato né i frenetici ritmi di lavoro a Las Vegas, nei primi anni sessanta, quando di giorno lavorava sui set cinematografici e alla sera si esibiva fino alle due di notte con gli spettacoli del Rat Pack, dormendo meno di tre ore a notte, né i due pacchetti di sigarette che fumò ogni giorno per quasi settant’anni, né la bottiglia di whisky che assumeva quotidianamente, né le tournée mondiali, specialmente negli ultimi vent’anni di carriera.


Frank Sinatra

Frank Sinatra




“O hai o non hai stile. Se ce l’hai, starai fuori un miglio”, Frank Sinatra canticchiava una volta in una canzone dedicata allo stile “In the Style”. Un’ icona di stile che nel corso di tutta la sua meravigliosa carriera ha saputo dettare con garbo utili e attualissimi consigli per il guardaroba di ogni gentleman. Da buon italiano amava molto vestire con un’eleganza impeccabile e sicuramente uno dei suoi migliori amici era un sarto che gli cuciva abiti su misura personalizzati preferibilmente con ampi revers. Cantava vestito adatto per quasi ogni occasione indossando un cappotto sportivo tagliato su misura con precisione, anche se il più delle volte optava per l’uso dello smoking.


Frank Sinatra

Frank Sinatra




Una sua frase celebre fu:


“Qualunque cosa si dica di me non ha importanza. Quando canto, credo di essere sincero… Il pubblico è come una donna: se sei indifferente, è la fine!”


I capi che lo contraddistinguono sono:


– I gemelli da polso


– La camicia bianca e le derby nere lucide


– Il cappello Fedora a falda stretta portato di sbieco


– Il cappotto a tre bottoni, fantasia Principe di Galles


– I pullover in cachemire dalle tonalità chiare


– Lo smoking con il papillon


Frank Sinatra

Frank Sinatra




Frank Sinatra

Frank Sinatra




Frank Sinatra era un incallito bevitore di whisky, fan devoto di Jack Daniel’s. Sempre con un bicchiere in mano, anche sul palco, per brindare con il pubblico che lo ascoltava. Era il suo drink per eccellenza, ne amava il colore, il profumo. Tre cubetti di ghiaccio, qualche goccia d’acqua che ne esaltava gli aromi. Lo beveva così, mentre incantava i suoi ospiti. E per ricordarlo il master distiller di Jack Daniel’s gli dedica una selezione speciale limitata a duemila bottiglie, la Sinatra Century. Da gustarsi mentre si ascolta uno dei suoi best.


"Sinatra Century"

“Sinatra Century”




Beh, ora un bel Jack con in sottofondo “Fly me to the moon“…


Frank Sinatra

Frank Sinatra

Frank Sinatra

Frank Sinatra




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Sposare il gusto con la disinvoltura, Giovanni Agnelli: “L’Avvocato”

Dolce & Gabbana: party esclusivo a Los Angeles con i Millennials

Sulla scia dell’ultima sfilata di ready-to-wear, Dolce & Gabbana continuano a cavalcare la nuova generazione di divi 2.0. Sono i Millennials le nuove icone di riferimento predilette dal duo di stilisti, che negli anni ha lanciato modelle del calibro di Monica Bellucci, Marpessa Hennink e Bianca Balti, solo per citarne alcune: amatissimi sui social network, i nuovi divi sono stati protagonisti assoluti sulla passerella, indossando le 150 creazioni della collezione autunno/inverno 2017-18. Ecco che una parata di figli di personaggi famosi, blogger, socialite e millennials ha invaso la Milano Moda Donna: dal biondissimo modello Lucky Blue Smith, che ha sfilato con la fidanzata Stormi Bree, anche lei regina di Instagram, a Rafferty Law, figlio di Jude Law, fino a Destry Allyn Spielberg, figlia del celebre regista, questi solo alcuni dei nomi dei protagonisti dell’ultimo défilé. Ora i nuovi divi della rete sono stati al centro anche dell’ultimo evento, organizzato a Los Angeles: un party esclusivo, #DGNewVision, che celebra la nuova collezione: la serata, le cui foto sono rimbalzate su tutti i social con l’hashtag #dgmillennials, ha visto tra i protagonisti Pixie Lott, Zendaya e Bianca Balti, ma non solo. Presenti anche la sexy Sasha Grey e il figlio di Cindy Crawford, già volto del brand. Una grande festa, quella celebrata nel cuore di Rodeo Drive, centro pulsante della moda di Los Angeles: ad improvvisarsi dj per una sera Brandon Thomas Lee e Pyper America Smith, mentre protagonisti assoluti dell’after party sono stati Rafferty Law e DJ Mad Marj.

In mostra a Chatsworth 500 anni di moda

È stata inaugurata lo scorso 25 marzo la mostra “House Style: 500 anni di moda a Chatsworth”: l’esclusiva esibizione, patrocinata da Gucci, comprende anche due abiti disegnati da Alessandro Michele. Protagoniste dell’evento sono le donne legate a Chatsworth House, storica dimora dei duchi di Devonshire, sita nel Derbyshire: in esposizione oltre 100 capi haute couture, tiare e copricapi iconici, gioielli, abiti da sposa e vesti da battesimo, accanto ad uniformi, livree e cimeli antichissimi.

Obiettivo della mostra curata da Hamish Bowles, international editor at large di Vogue America, è ripercorrere mezzo millennio della storia dell’aristocrazia inglese, svelando retroscena affascinanti sui personaggi che hanno abitato le stanze di Chatsworth: tante le donne famose che hanno vissuto qui, da Georgiana Spencer, consorte di William Cavendish, quinto Duca di Devonshire, icona di stile del XVIII secolo, fino ad Adele Astaire , celebre partner di Fred, passando per Kathleen Kennedy, sorella di John Fitzgerald Kennedy, e Stella Tennant, blasonata ed androgina top model anni Novanta, nipote di Andrew e Deborah Cavendish, undicesimi Duchi di Devonshire.

La mostra, sponsorizzata da Gucci, vede anche due creazioni realizzate ad hoc per l’evento da Alessandro Michele, direttore creativo della maison: «Non c’è un posto come Chatsworth da nessun’altra parte al mondo», ha commentato lo stilista. «Questa rassegna dimostra quanto gli oggetti storici siano un’incredibile fonte d’ispirazione per il presente». La mostra nasce da un’idea di Lady Laura Burlington, moglie di William Cavendish, Conte di Burlington, erede del dodicesimo Duca di Devonshire. Lady Laura, ex modella nonché membro attivo del comitato New generation della London Fashion Week, rovistando tra gli archivi di Chatsworth House ebbe l’illuminazione: quel materiale era perfetto per dare vita ad un’esposizione destinata ad entrare nella storia.

Deborah Devonshire & Stella Tennant, Chatsworth, 2006. Foto Mario Testino

Deborah Devonshire & Stella Tennant, Chatsworth, 2006. Foto Mario Testino



«Ci sono voluti sei anni per mettere a punto House style, che ora comprende molto più di quanto immaginassimo quando abbiamo iniziato a scavare negli archivi di Chatsworth», ha commentato Lady Burlington. «Spero che i visitatori apprezzino le dimensioni e aspirazioni della mostra e si divertano a esplorare le storie che questi vestiti e cimeli rivelano sulla famiglia Cavendish».

Mistress of the Robes Coronation Gown, worn by Duchess Evelyn at 1937 coronation and Duchess Mary at 1953 coronation, Painted Hall, Chatsworth, 2016. Photo by Thomas Loof, © Chatsworth

Mistress of the Robes Coronation Gown, worn by Duchess Evelyn at 1937 coronation and Duchess Mary at 1953 coronation, Painted Hall, Chatsworth, 2016. Photo by Thomas Loof, © Chatsworth



In mostra anche alcune creazioni di Christian Dior, Alexander McQueen e Chanel. La mostra resterà aperta fino al 22 ottobre 2017. Per maggiori informazioni su biglietti e prenotazioni: www.chatsworth.org/book-tickets/

Megan Hess: una guida fashion alla scoperta della Grande Mela

“Fashion victim a New York” è il titolo dell’ultimo libro di Megan Hess: la regina dell’illustrazione di moda sforna un altro volume imperdibile per le fashioniste di ogni parte del mondo. Dopo la biografia illustrata di Coco Chanel e l’illustrazione per la cover del celebre libro di Candace Bushnell Sex & the City, Megan Hess vi aspetta ancora una volta in libreria, con la sua guida a New York, in versione fashion. Amatissima per le sue illustrazioni chic ed ironiche, Megan Hess vanta in curriculum collaborazioni con Prada, Dior, Louis Vuitton, Yves Saint Laurent, Tiffany & Co. e Bergdorf Goodman, per cui decorato una limited edition di accessori. Il suo tratto versatile e glamour descrive ora il suo amore per la Grande Mela: una guida fuori dal comune, quella scritta da Megan Hess, che immagina la sua giornata ideale a New York, sulla scia delle indimenticabili protagoniste di Sex & the City. Tanti gli indirizzi chiave, dai concept store alle boutique di lusso fino ai grandi magazzini, ma non solo: nella sua raffinata guida l’autrice seleziona i luoghi più ambiti per lo shopping e il lifestyle, dai mercatini vintage ai locali più trendy, dai quartieri glamour agli hotel di lusso, passando per Times Square senza tralasciare una full immersion nel verde di Central Park. I musei, luoghi di culto per gli appassionati d’arte, tornano in primo piano, accanto al celebre Fashion Institute of Technology, la Mecca della moda. Ultima meta imperdibile del tour promosso dalla Hess è la casa di Carrie Bradshaw, location degli episodi della serie cult, rimasti per sempre impressi nella nostra memoria. “Fashion victim a New York”, edito da Mondadori, è uscito pochi giorni fa: una guida imperdibile, creata da una amante della Grande Mela. .«Credo sia la mia città preferita in assoluto, contando anche che ci sono andata praticamente di continuo negli ultimi 15 anni. Mi sono innamorata della sua energia da subito: il rumore, la gente, le differenze tra Uptown e Downtown… E poi è il luogo della mia prima grande occasione lavorativa, quindi occupa un posto speciale nel mio cuore anche per questo. È quel tipo di posto in cui non importa quante volte tu ci vada, c’è sempre qualcosa di nuovo e interessante da scoprire che ti fa mantenere la voglia di ritornarci», così ha commentato l’autrice del volume.

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La copertina dell’ultimo libro di Megan Hess, edito da Mondadori

Caroline Corbetta nuovo volto di Pomellato nella nuova campagna firmata Peter Lindbergh

È il volto elegante di Caroline Corbetta ad illuminare la nuova campagna di Pomellato: la curatrice d’arte è stata immortalata in sofisticati scatti firmati da Peter Lindbergh. Tra i sei volti scelti per rappresentare la donna contemporanea, Caroline Corbetta si distingue per lo charme innato: classe 1972, madre francese e viso espressivo, l’esperta d’arte più amata da Renzo Rosso, che la definisce ironicamente “la teacher”, incarna alla perfezione l’ideale di bellezza contemporanea promosso da Pomellato. Tra i valori fondanti dell’estetica del brand, come anche delle foto realizzate da Peter Lindbergh, l’autenticità occupa un posto predominante: essenziale e pura, la bellezza promossa da Pomellato inneggia ad una naturalezza oggi in disuso. Come i gioielli indossati dalle sei protagoniste della campagna, che si contraddistinguono per un design essenziale e rigoroso. La bellezza è verità, afferma Caroline Corbetta, che vanta nel suo curriculum progetti come Expo Gate e la Biennale d’Arte di Venezia: nel corso della sua lunga carriera ha scritto di mostre d’arte per Vogue, Domus, Flash Art e Rolling Stone. Dopo esseri formata all’Accademia di Brera, Corbetta ha frequentato un master per diventare curatrice d’arte. Tante le esposizioni curate in giro per il mondo, forte di un occhio critico e sempre attento alle novità. Tra i suoi lavori più noti il Crepaccio, spazio no profit installato in una trattoria minalese di Porta venezia, fucina di idee e crocevia di talenti. Frangetta irriverente e lineamenti forti, la curatrice d’arte più glamour d’Italia posa con nonchalance per l’obiettivo di Lindbergh, accanto ad Helen Nonini, alla scrittrice e modella finlendese Pilha Hintikka, a Larissa Hofmann ed Anh Duong, tra le altre ambasciatrici del brand. L’hashtag ufficiale della nuova campagna Pomellato è #PomellatoForWomen.

Caroline Corbetta in uno scatto di Peter Lindbergh per la nuova campagna Pomellato

Caroline Corbetta in uno scatto di Peter Lindbergh per la nuova campagna Pomellato

Clio Zammatteo è incinta: in arrivo una baby Clio Make Up

Clio Zammatteo, meglio nota come Clio Make Up, è incinta. L’annuncio della gravidanza è arrivato, ovviamente, via social. Con un video su Youtube e un post su Instagram, la youtuber appassionata di trucchi ha rivelato ai suoi fan di aspettare una bimba e di essere già alla ventunesima settimana. Diventata un vero e proprio fenomeno del web nel 2008, con il suo canale Clio Make Up ha avuto un successo straordinario, che le è valso anche la conduzione di un programma tutto suo su RealTime e la pubblicazione di un libro. Oggi racconta in un video la sua gioia nell’attesa della piccola che, mentre mamma e papà Claudio cercano di decidere che nome darle, si chiama per gli amici e i fan “Baby Lenticchia”.


Nel video, però, Clio Zammatteo ci tiene a trattare anche un argomento molto delicato. «Spesso mi è stato chiesto quando avremmo avuto un figlio, se avessimo intenzione di creare una famiglia, mi è stato anche detto che sarei un’ottima mamma – racconta la 34enne veneta, che vive a New York con il marito – Che sia rivolta a un personaggio pubblico dai fan, o a una mia amica dai suoi parenti, è una domanda troppo delicata». Clio racconta del lungo percorso che lei e Claudio hanno affrontato per avere un figlio, passando per un aborto spontaneo la vigilia di Natale del 2015 e per un anno e mezzo di tentativi a vuoto. «Una domanda che può far male, o anche dar fastidio se rivolta a una donna che non vuole avere figli (adesso, oppure sempre). Va bene fatta da mia nonna, che ha 78 anni e ha vissuto in un’epoca diversa. Ma oggi noi donne sappiamo che ci sono difficoltà di ogni tipo, quindi se siete giovani non fate mai questa domanda». Il video di Clio Make Up si chiude con il racconto di qualche paura ma soprattutto tanta gioia per l’arrivo di Baby Lenticchia. «Segnatevi questa data: 21 luglio. Anche se – aggiunge ridendo – può arrivare prima o dopo, se ha preso dal papà sarà testarda e farà di testa sua».


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Una foto di Clio Zammatteo con la mamma e la nonna, pubblicata su instagram dopo l’annuncio della gravidanza

La Bella e la Bestia diventa realtà: la rosa incantata che non sfiorisce mai esiste davvero

La Bella e la Bestia, il film live action che ripropone il classico Disney con attori in carne e ossa, diventa realtà. Il simbolo più iconico della magica storia d’amore tra la bella appassionata di libri e il principe trasformato in bestia esiste davvero: è la rosa incantata, conservata sotto una campana di vetro, che nel film rappresenta lo scorrere del tempo fino allo spezzarsi dell’incantesimo. La realizza un fioraio inglese, che con il brand Forever Rose si occupa da anni delle decorazioni floreali per la Famiglia Reale e ha deciso di portare un po’ di magia nelle vite delle principesse moderne. Conservati sotto una campana di vetro, proprio come la rosa incantata de La Bella e la Bestia, le rose e i bouquet di Forever Rose non sfioriscono mai. Non hanno bisogno né di luce solare né di acqua, e aggiungono un tocco di romantico incanto all’arredamento di casa.


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Qual è il segreto della rosa incantata di Forever Rose? Si tratta di una varietà che cresce nei «terreni vulcanici ricchi di minerali dell’Ecuador – si legge nel sito web dell’azienda – Crescono fino a dieci volte più resistenti e con petali cinque volte più grandi di qualsiasi altro fiore esistente». Si può scegliere fra trenta varietà di colore, oppure creare un intero bouquet mescolando le rose, ma la più richiesta è proprio The Bella Rose, creata appositamente in collaborazione con Disney in occasione dell’uscita del live action La Bella e la Bestia (acquistabile qui). Il film con Emma Watson e Dan Stevens ha riacceso i cuori dei bambini che negli anni ’90 si erano innamorati del cartone animato, della romantica fiaba e di una delle principesse più moderne e femministe della storia Disney. Per acquistare la propria rosa incantata bisogna spendere dai 70 ai 300 dollari, ma è un investimento a lungo termine: non sfiorirà mai.


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Alcantara in mostra a Palazzo Reale

Per il terzo anno consecutivo, Alcantara torna ad essere protagonista delle dieci stanze dell’Appartamento del principe di Palazzo Reale, a Milano: si intitola “Codice di avviamento fantastico. Alcantara e 6 artisti in viaggio nell’appartamento del Principe” il percorso espositivo inaugurato lo scorso 25 marzo: la mostra, curata da Davide Quadrio e Massimo Torrigiani, patrocinata dal Comune di Milano, da Milano Art Week e da Palazzo Reale, esplora le opere di Aki Kondo, Michael Lin, Soundwalk Collective, Georgina Starr, Nanda Vigo e Lorenzo Vitturi: questi i sei artisti chiamati ad interpretare lo stile di Alcantara, sulle orme di Gianni Rodari e dei suoi versi. “Siamo orgogliosi di portare in scena la singolare versatilità del materiale, facendo dialogare ancora una volta Alcantara con arte e design”, così ha commentato Andrea Boragno, presidente e ad dell’azienda. Un progetto ambizioso, che si propone di interpretare in chiave contemporanea uno spazio storico attraverso la sensibilità artistica di sei creativi provenienti da mondi e Paesi diversi: gli artisti hanno così fornito la propria personale visione del celebre tessuto, in un suggestivo percorso immaginario che unisce i colori e le stampe alla Grammatica della Fantasia di Gianni Rodari. E proprio a Rodari si deve il titolo stesso dell’esposizione, contenuto in una novella. In un percorso articolato in una serie di installazioni iconiche si snoda una condivisione di storie e pensieri, in bilico tra suggestioni oniriche e fantascientifiche. La mostra resterà aperta fino al 30 aprile 2017.

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I bijoux di Carlo Zini in mostra a Cremona

Si è aperta lo scorso 25 marzo la mostra curata da Grandi bigiottieri italiani: nella cornice del Museo del Bijoux di Casalmaggiore, Cremona, una rassegna esclusiva curata da Bianca Cappello celebra le creazioni di Carlo Zini. La rassegna, giunta alla sua terza edizione, dedica quest’anno una sezione monografica al designer milanese: una lunga e prolifica carriera, quella di Zini, che ha collaborato con brand come Enrico Coveri, Raffaella Curiel e Moschino. L’alta artigianalità manifatturiera si unisce a colori audaci e ad una creatività fuori dal comune: “Sono un uomo che ha avuto la fortuna di fare quello che sognava di fare”, così Zini ha commentato più volte la propria arte. Lui, nato nel 1950, si è imposto come una delle firme più autorevoli della bigiotteria italiana: ora la sua arte viene omaggiata a Cremona, fino al 4 aprile. Turchesi, rubini, zirconi, madreperla, oro, smeraldi e diamanti, per orecchini, collier preziosi e monili portatori di un’estetica sofisticata ed unica: la storia di Carlo Zini inizia nel laboratorio orafo del padre, dove il giovane impara i trucchi del mestiere. Appena sedici anni entra nell’azienda di Diana Monili, dove diviene modellista. Determinante nella sua carriera l’incontro con Cathy Berberian, cantante e moglie del compositore Luciano Berio, che sarà pigmalione del designer, commissionandogli i primi bijoux. Mirabile arbiter elegantiae, Zini ama mixare i pezzi scovati nei mercatini vintage alle pietre preziose. Influenzato da suggestioni etniche e da un classicismo di fondo, i suoi raffinati amuleti sposano il gusto delle icone contemporanee, che ne amano ogni creazione. In bilico tra sperimentazione e amore per la tradizione, Zini crea gioielli per una donna emancipata ed ironica: la sua estetica è caratterizzata da un’incessante ricerca per il gusto, in un mix di antico e moderno.

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Lady Gaga compie 31 anni: i migliori look della trasformista della musica

Ha compiuto ieri 31 anni Lady Gaga, diva della musica pop, amatissima per i suoi look istrionici e per il talento raro: sangue italianissimo nelle sue vene, Stefani Joanne Angelina Germanotta è nata il 28 marzo 1986 a New York, da Joseph Germanotta, imprenditore statunitense di origini siciliane. La famiglia di Stefani viene da Naso, piccolo comune nell’entroterra messinese. La madre Cynthia Bissett, è una casalinga di origini franco-canadesi. Stefani cresce nell’Upper West Side di Manhattan, insieme alla sorella minore Natali; la giovane frequenta la scuola cattolica per sole ragazze Convent of the Sacred Heart School. Molto disciplinata e studiosa, Stefani è oggetto di atti di bullismo data la sua indole insicura.

Già durante gli anni del liceo la passione per la musica si fa sentire: a quindici anni la giovane fa una breve apparizione nella serie televisiva I Soprano, mentre a 19 anni appare nel programma televisivo di MTV Boiling Points. Nello stesso periodo subisce una violenza sessuale, che causa in lei un profondo trauma: Stefani trova rifugio nell’alcol e nei disturbi alimentari. Dopo il liceo, la giovane entra alla Tisch School of the Arts di New York, che però abbandona successivamente per dedicarsi alla musica. Dapprima la vediamo esibirsi nei locali del Lower East Side, dove si impone per il suo stile provocatorio. Lady Gaga c’è già tutta nelle esibizioni accanto alle drag queen e agli spogliarellisti: così Stefani forgia l’immagine che la rende iconica sulla scena musicale, un mix perfetto di teatralità e provocazione. Sofisticata e chic come l’ultima delle dive, l’artista scrive testi irriverenti conditi da una musicalità del tutto nuova. In breve il suo stile la aiuta ad imporsi come una degli artisti contemporanei più amati.

Oltre alla sua musica (tante le hit di successo, da Poker Face a Bad Romance fino all’ultimo singolo Million Reasons), è proprio quel suo stile unico ad averla resa uno dei volti più carismatici del momento attuale: teatrale e vulcanica, Lady Gaga è una vera trasformista, amante della masquerade più estrosa. Accostata spesso ad icone della moda come Isabella Blow e ad artiste come Cher, la passione per la moda le è stata trasmessa dalla madre.

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Lady Gaga è nata a New York il 28 marzo 1987




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Tra i suoi designer più amati l’indimenticabile Alexander McQueen. Premiata dal Council of Fashion Designers of America con il Fashion Icon Award nel 2011, Lady Gaga è a tutti gli effetti considerata una delle icone fashion più ammirate del mondo: prima cantante ad essere insignita di tale onorificenza, la star ha anche calcato più volte la passerella, sfilando per Mugler e Marc Jacobs. Inoltre ha anche lavorato come fashion editor per la rivista V, ed è stata inserita nella lista delle 100 icone della moda stilata dal Time, accanto ad artisti come Madonna, Michael Jackson e i Beatles.

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Il suo stile iconico ha reso Lady Gaga una delle icone fashion contemporanee più amate



«I’m not real. I’m theatre», così la cantante ha definito il proprio stile: tra le variazioni di peso e gli innumerevoli successi che l’hanno vista protagonista, Lady Gaga ci ha abituato nel corso degli anni a look altamente scenografici, come abiti fatti di carne cruda, bolle di plastica e pupazzi di Kermit la Rana. Grottesca e femme fatale, la cantante è molto amica di Giorgio Armani e di Donatella Versace, per cui è stata anche testimonial nel 2014. Dal 2012 il suo consulente in fatto di immagine è Brandon Maxwell.

Antonio Grimaldi veste Amy Lee degli Evanescence

Nuovo successo internazionale per lo stilista italiano Antonio Grimaldi: dopo essere stato ammesso nell’Olimpo dell’haute couture, presentando la sua ultima collezione durante la settimana dell’alta moda parigina, il designer è stato scelto da Amy Lee, frontwoman del gruppo statunitense Evanescence, per il video del nuovo singolo ‘Speak to me’. La cantante nel videoclip indosserà una creazione haute couture firmata da Grimaldi: il brano è stato scelto come colonna sonora del film ‘Voice from the Stone’, diretto dal regista Eric D. Howell, con protagonista la bellissima Emilia Clarke. Ispirata al romanzo di Silvio Raffo, la pellicola uscirà nelle sale il prossimo aprile. Amy Lee nel videoclip indossa un sontuoso abito acquamarina: immortalata come una ninfa silvestre, la cantante sfoggia un lungo abito romantico, che ne esalta l’incarnato eburneo e i lunghi capelli corvini. Classe 1981, Amy Lee è cofondatrice del gruppo, nato nel 1998. Antonio Grimaldi, couturier romano formatosi alla scuola di Fernanda Gattinoni, non è certo nuovo nel fashion biz: amatissimo da dive contemporanee e teste coronate, tra le sue fan spiccano nomi del calibro di Ornella Muti e Fiorella Mannoia, che ha indossato le sue creazioni nell’ultima edizione del Festival di Sanremo. Ora ad interpretare una vestale onirica la frontwoman degli Evanescence, che sembra essere perfetta nella mise scelta per il nuovo videoclip. Un successo tutto italiano, che ci rende orgogliosi di una delle firme più amate nel panorama internazionale della moda.

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Bar Refaeli mamma bis: la top model è di nuovo in dolce attesa

Bar Refaeli sarà di nuovo mamma: la splendida top model israeliana ha appena reso noto di essere in attesa del secondo figlio. E’ ancora una volta Instagram il canale privilegiato dalle celebrities per diffondere la notizia del lieto evento: Bar Refaeli ha scelto di postare sul social network una foto che evidenzia il pancino arrotondato. “C’è qualcosa in forno”, così la modella ha commentato la fotografia. Dopo aver dato alla luce la sua prima figlia lo scorso agosto, Bar Refaeli si appresta a diventare mamma per la seconda volta: sposata con l’imprenditore Adi Ezra, sposato lo scorso settembre nel Carmel Forest Spa Resort ad Haifa, in Israele, la modella è già mamma di Liv, nata ad agosto all’Ichilov Hospital di Tel Aviv. La bellissima modella non aveva mai nascosto il suo desiderio di maternità: dopo essere stata legata per anni a Leonardo Di Caprio, Bar Refaeli ha trovato nell’imprenditore israeliano Adi Ezra l’uomo della sua vita, con cui creare una famiglia. “Ho sempre voluto avere bambini”, aveva ammesso la top model durante un’intervista ad Hello! Magazine. “Mi piacciono molto i bimbi e non mi ha mai spaventato l’idea di averne uno.” Nata ad Olesh il 4 giugno 1985, Bar Refaeli ha iniziato la sua carriera nella moda nel 1999, a soli 14 anni, firmando il suo primo contratto con l’agenzia Irene Marie Models. Curve sinuose per 1,75 di altezza, nel 2000 vince il Model of the Years isrealiano: da lì la sua carriera è in forte ascesa e innumerevoli sono le cover collezionate, da Elle a Maxim fino a Vogue e GQ. Nel 2007 appare sulla cover di Sports Illustrated, dove sarà immortalata anche nel 2008 e nel 2009. Nella sua giovinezza la top model è stata coinvolta anche in uno scandalo per avere sposato un amico di famiglia per evitare il servizio militare, obbligatorio in Israele per uomini e donne. La modella è stata legata sentimentalmente all’attore David Charvet, ad Uri El-Natan, figliastro del magnate israeliano Erwin Eisenberg, ad Arik Weinstein e Leonardo DiCaprio: dall’estate 2012 ha una relazione con Adi Ezra. L’11 agosto 2016 è nata la primogenita della coppia, Liv Ezra.

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L’annuncio della seconda gravidanza della top model, dato da lei stessa dal suo account Instagram

Il discorso di Valeria Bruni Tedeschi ai David di Donatello

Ha avuto luogo ieri la cerimonia di premiazione della 62ª edizione dei David di Donatello: una manifestazione coinvolgente, che, come di consueto ha visto premiata l’eccellenza del cinema d’autore italiano. Condotta da Alessandro Cattelan, la cerimonia si è svolta presso gli Studi De Paolis di Roma ed è trasmessa in diretta sui canali Sky Cinema, Sky Uno e TV8. A monopolizzare l’attenzione è stata Valeria Bruni Teseschi, vincitrice del premio come Migliore Attrice Protagonista per il film La Pazza Gioia di Paolo Virzì: molto toccante è stato il discorso con cui l’attrice italiana ha commentato la vittoria, tra lacrime di sincera commozione e risate spontanee. In un momento tanto importante per la sua carriera, l’attrice ricorda gli amici più cari, gli uomini che ha amato e che l’hanno amata, e infine i figli e le persone più importanti della sua vita.

Ha avuto solo 45 secondi a disposizione, Valeria Bruni Tedeschi, ma l’emozione palpabile non le ha giocato brutti scherzi: sono arrivate copiose tutte le lacrime a suggellare un momento unico, che segna un altro grande successo nella sua lunga carriera. Sorella della celebre top model ed ex Première Dame di Francia Carla Bruni, Valeria Bruni Tedeschi è nata a Torino il 16 novembre 1964: figlia dell’industriale Alberto Bruni Tedeschi e della pianista Marisa Borini, Valeria ha un altro fratello, Virgilio, scomparso prematuramente nel 2006 a causa di complicanze dovute al virus dell’HIV. Lasciata l’Italia per paura degli attentati terroristici delle Brigate Rosse, la famiglia di Valeria si trasferisce a Parigi quando la giovane ha appena 9 anni.

L’amore per il teatro scorre già nelle vene della ragazza, che frequenta l’Ecole des Amandiers di Nanterre: qui tra i suoi insegnanti spicca Patrice Chéreau, che la aiuterà a esordire nel mondo del cinema nel 1987 con Hôtel de France del quale era regista. Tante le pellicole interpretate da Valeria Bruni Tedeschi, e numerosi i riconoscimenti ottenuti: nel 1996 l’attrice vince il suo primo David di Donatello per il film La seconda volta, di Mimmo Calopresti. Nel 1998 arriva la seconda vittoria con La parola amore esiste, sempre per la regia di Calopresti. Ma è in Francia, sua patria d’adozione, che la carriera di Valeria Bruni Tedeschi vede la vera svolta, grazie a pellicole come Le persone normali non hanno niente di eccezionale, di Laurence Ferreira Barbosa, film per cui si aggiudica il premio César come miglior giovane promessa femminile e il premio come miglior interprete femminile al festival di Locarno. Valeria recita anche per François Ozon, nel film CinquePerDue-Frammenti di vita amorosam che la vale una candidatura agli European Film Awards 2004 come migliore attrice.

Nel 2003 l’esordio come regista con il film autobiografico È più facile per un cammello…(Il est plus facile pour un chameau…), con il quale ha vinto il Premio Louis-Delluc come migliore opera prima. Nel 2006 dirige ed interpreta la sua opera seconda, Attrici. Nel 2009 gira Baciami ancora, la cui interpretazione le vale una candidatura ai Nastri d’argento come miglior attrice non protagonista. Tra gli altri film che la vedono protagonista Il capitale umano di Paolo Virzì, che l’ha diretta anche in La Pazza Gioia, pellicola per la quale l’attrice si è aggiudicata il David di Donatello 2017. Durante il suo discorso l’interprete è stata raggiunta sul palco dalla compagna di set Micaela Ramazzotti: «Senza di lei, senza Donatella, Beatrice non potrebbe esistere», così Valeria Bruni Tedeschi ha commentato il suo personaggio nel film. Una pellicola struggente e delicata, quella di Virzì, che racconta il percorso di persone troppo fragili per affrontare la vita.

Valeria Bruni Tedeschi durante il suo discorso di ringraziamento alla premiazione dei David di Donatello

Valeria Bruni Tedeschi durante il suo discorso di ringraziamento alla premiazione dei David di Donatello



«Ringrazio Franco Basaglia», ha continuato poi l’attrice, «che cambiò radicalmente l’approccio della malattia mentale in Italia. Paolo Virzì, che mi guarda da anni con tenerezza, allegria e senza paura. Ringrazio la mia amica Barbara, che mi propose ufficialmente la sua amicizia il primo giorno di asilo e mi dette un po’ della sua focaccia facendomi sentire magicamente non più sola». «Ringrazio poi i miei amici, le mie amiche senza i quali non potrei vivere. Il mio povero psicoanalista. Ringrazio Leopardi, Ungaretti, Pavese ma soprattutto Natalia Ginzburg, i cui libri mi illuminano e mi consolano». Come un flusso di coscienza, Valeria Bruni Tedeschi continua, ringraziando le figure che più l’hanno ispirata nel corso della sua lunga carriera: da Anna Magnani a Fabrizio De Andrè, dalla madre alla sorella alla zia, fino agli uomini. Non solo coloro con i quali ha vissuto delle storie d’amore, ma anche quelli che l’hanno rifiutata: «Ringrazio gli uomini che mi hanno amata, che ho amato e anche quelli che mi hanno abbandonata, perché mi sento fatta di tutti loro, ed è a loro che mi racconto. Ringrazio gli sconosciuti che mi fecero un sorriso, un gesto, ma nei giorni più bui. Ringrazio i miei due meravigliosi bambini. Ecco. E grazie a voi. Scusate».

Franca Sozzani premiata come icona della moda negli USA

È Franca Sozzani l'”icona della moda” secondo il Council of Fashion Designers of America: la direttrice di Vogue Italia, scomparsa lo scorso dicembre, riceverà il premio alla carriera, doveroso omaggio al suo operato nel fashion system. Il prestigioso riconoscimento è stato annunciato negli stessi giorni in cui è stato reso ufficiale il fidanzamento del figlio Francesco Carrozzini, con Bee Schaffer, figlia di Anna Wintour, celebre direttrice di Vogue America nonché grande amica della compianta Sozzani. E negli stessi giorni in cui il giovane fotografo e regista, firma del documentario “Franca. Chaos and Creation”, dedicato alla madre prima della sua prematura scomparsa, si fidanza con la figlia della Wintour, la memoria di Franca Sozzani viene onorata con quello che è universalmente considerato tra i più prestigiosi riconoscimenti nel mondo della moda americana. Classe 1950, Franca Sozzani era nata a Mantova: dopo aver conseguito una laurea in Lettere e filosofia presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore, la giornalista iniziò la sua carriera dalle pagine di Vogue Bambini, rivista fondata nel 1973. Successivamente divenne direttrice di Lei e di Per Lui. Nel 1988 la svolta nella sua carriera, con l’incarico di direttrice di Vogue Italia, che manterrà fino alla fine. La signora della moda italiana è scomparsa lo scorso 22 dicembre all’età di 66 anni, dopo aver combattuto una dura battaglia contro il cancro. Il premio conferitole postumo dal Council of Fashion Designers of America sarà consegnato a giugno.

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Cristiano Burani tra streetwear e grunge – FW 17/18

“Studiata trasandatezza”, questo il termine che definisce la moda “grunge”, quella ribelle anticonformista dalle posizioni antiborghesi.

E allora dalla strada arrivano i maglioni finto-usurati, le t-shirt da indossare alle manifestazioni sulle libertà sessuali, le maxi platform in poliuretano stratificato, i giochi di sovrapposizioni che vedono il maxi cardigan sotto il vestito e la lingerie-pijama come dress code serale. E’ questo il trend per l’autunno-inverno 2017/18 di Cristiano Burani.



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Effetto tridimensionale per la maglieria che diventa protagonista, declinata in total look di alpaca, dal dolcevita al pantalone a zampa; il gessato maschile viene abbinato al pizzo valencienne, il velluto a macro coste nei toni della terra, del cammello, e i plissé bronzati, silver e laminati.

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Guarda qui la collezione Cristiano Burani autunno-inverno 2017/18:

 



CAMPI DI COLORE MONDRIANI NELLA COLLEZIONE FW 17/18 DI ANTEPRIMA

IL GUSTO VINTAGE DEI ’40 RIVIVE NELLA SFILATA ELISABETTA FRANCHI FALL WINTER 17/18

SFILATA PHILOSOPHY DI LORENZO SERAFINI FALL WINTER 2017/18

BYBLOS TRA ROTHKO E NOLAND – COLLEZIONE AUTUNNO/INVERNO 17/18

TRA LE CALLI VENEZIANE E I GIARDINI DI GIVERNY VIAGGIA LA DONNA ALBERTA FERRETTI F/W 2017/18

LE DONNE ONIRICHE DI ANGELO MARANI – COLLEZIONE FW 2017/18

WUNDERKIND AUTUNNO/INVERNO 2017/18

Fuorisalone 2017: Anticipazioni e novità della Milano Design Week

Aria di fermento per l’edizione 2017 del Fuorisalone durante la Milano Design Week: tecnologia, design nomade e sociale, manifattura 4.0, nuovi trend e naturalmente tanto colore.
Dal 4 al 9 Aprile 2017 il Fuorisalone come ogni anno regalerà chicche ai tanti visitatori arrivati da ogni parte del mondo.
Con uno sguardo rivolto al design del futuro e ai temi più attuali sviluppati da aziende e designer, l’edizione 2017 dedicherà il proprio obiettivo al Design to connect.
BASE, Mudec, SuperStudio, Museo Armani e Via Savona, daranno spazio a progetti dal profilo internazionale: Giappone, Cina, Brasile, Lettonia, Messico, Francia, Polonia, Olanda, Singapore, Germania, USA, Turchia e UK.

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Zona Porta Genova: il design diventa flessibile e a portata di bisogni ed esigenze in continua evoluzione.
Spazio al colore al Superdesign Show di Superstudio: Time To Color è il tema di quest’anno che, propone installazioni spettacolari in una vasta gamma di colori, esaltando la particolarità di ogni prodotto realizzato da designer emergenti e grandi brand.
Hotel Magna Pars Suites Milano e Magna Pars Event Space: ospitano lo storico Atelier di maioliche faentine Ceramica Gatti 1928, sono opere significative e che rappresentano un forte legame tra l’arte e l’azienda che ha sempre accolto gli artisti più noti (tra cui Luigi Ontani che sarà presente con la sua opera Aidialettica), dal Futurismo al Contemporaneo, al moderno.
Karim Rashid, composito designer, animerà l’esclusivo party del Magazine “F”, che festeggia i suoi primi cinque anni partecipando per la prima volta al Fuorisalone.

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Negli spazi intorno a Opificio 31: Milano Space Maker propone la seconda edizione di “Tortona Rocks”, “People and Places” è il tema ispiratore per l’edizione 2017, con nuove dinamiche presenti nella scena globale che si ritrovano nelle installazioni House Within a House di Stellar Works, e nella collettiva cinese RòngContemporary Design Exhibition.
Un Fuorisalone dedicato anche al Design sostenibile grazie alla mostra Design Nomade, che sarà inaugurata negli spazi dell’Ex Ansaldo; Design Nomade rappresenta il primo progetto espositivo nato da una collaborazione internazionale a cura di Base Milano e Stefano Mirti.

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In esposizione opere diverse tra loro ma accomunate da un’unica idea, quella del design agile, dedicato ai nuovi bisogni del vivere contemporaneo: Itaca (casa portatile) è l’opera di Elena Bompani, WaterBed di Daniel Durin è invece un’abitazione sull’acqua.
Quiubox di Tomaso Boano e Jonas Prismontas, sono due strutture “itineranti” che diverranno InfoPoint della zona, incubatore e punto di contatto tra le comunità Afro-Colombiane.
Manifattura 4.0 The Challenge for the future of the Italian companies è l’evento ospitato sempre da BASE Milano, organizzato da CNA Confederazione Nazionale dell’Artigianato e dalla Piccola e Media Industria.
Due sono i progetti speciali: “Green Smart Living” e “ROBOTRIP | open tools for art and design”, nato dalla collaborazione tra WeMake e Caracol Design Studio, e l’installazione a cura di Raumlabor e Moleskine, che durante la Milano Design Week regalerà ai presenti una chicca, far conoscere il processo creativo che si nasconde dietro il design del suo Classic Backpack.

Photo credit: Mbnews, Fuorisalone.it

Il gioco delle silhouette sfila sulla passerella di Comme des Garçons

Teatrale e futurista la collezione di Comme des Garçons, che ha sfilato nell’ambito della Paris Fashion Week: Rei Kawakubo esplora il futuro della silhouette, in una collezione altamente sperimentale ed avanguardistica, che gioca con le proporzioni osando fino all’eccesso. Sulla passerella parigina si alterna una parata di capi scultorei, tra busti iconici e corazze. Dimenticate ogni diktat precostituito: qui la parola d’ordine è osare, in un continuo gioco di rimandi. Le nuove silhouette di certo colpiscono l’occhio e la mente: le braccia, tagliate fuori dal guscio, sono le grandi assenti. Largo a palle di cotone che ricordano sculture ancora in fase di elaborazione, e suggestioni oniriche, per eteree creature misteriose che sfoggiano le Nike ai piedi. Come due gemelle, una coppia di mannequin percorre il catwalk come si trattasse di una dimensione sconosciuta, un pianeta misterioso che le ospita temporaneamente: suggestioni post-apocalittiche pervadono l’intera collezione, caratterizzata da blocchi di lana e materiali grezzi, sapientemente accostati a texture luxury. Clessidre si alternano a blocchi a forma di sfera, in un gioco infinito di varianti, per un effetto altamente scenografico. Come un bulbo o una corazza iridescente, la donna di Kawakubo è nascosta dentro blocchi monolitici che ne occultano la vera silhouette, come in un gioco di specchi deformanti. Una collezione intrisa di simbolismi ed allegorie misteriose, in bilico tra note siderali che auspicano l’avvento di una nuova era ed accenni ad una femminilità celata. Creature eteree e quasi aliene, le donne di Comme des Garçons inaugurano un’epoca nuova per la moda, in cui la sperimentazione più avanguardistica si unisce all’estro senza confini.

Andreas Kronthaler for Vivienne Westwood sfila in bilico tra punk ed arte

Una collezione pervasa dallo stile iconico del brand e da suggestioni direttamente tratte dal mondo dell’arte, quella disegnata da Andreas Kronthaler for Vivienne Westwood, che ha sfilato a Parigi. Il movimento austriaco della Wiener Wiener Werkstätten ispira a Kronthaler una collezione ricca di spunti, in bilico tra astrattismo e punk. E se a calcare per ben due volte la passerella è Vivienne Westwood in persona, ne vedremo certe delle belle: la regina del punk si cimenta nella veste inedita di mannequin, in una collezione che celebra il suo stile più iconico. Largo a stampe geometriche che omaggiano Gustav Klimt, personaggio chiave nell’estetica di Kronthaler, che si ispira al controverso pittore austriaco. Ma non fatevi ingannare dai rimandi all’arte: il punk più trasgressivo ed irriverente fa la sua comparsa su stampe raffiguranti seni e membri maschili. L’uomo sfila in felpe oversize impreziosite da motivi africani: spirali, triangoli e rombi, che ritroviamo nell’opera di Klimt. Motivi Art Déco si alternano al piglio tirolese di certe gonne, come quella che apre il défilé, un omaggio al folclore austriaco: l’Austria, che ha dato i natali a Kronthaler, è onnipresente nell’intera collezione, sapientemente affiancata ad epifanie punk che rendono invece tributo all’heritage di Vivienne Westwood. Non mancano inoltre suggestioni army nei capispalla impreziositi da frange e fiocchi, quasi teatrali. Le silhouette sono esasperate, le decostruzioni ardite: dress in satin drappeggiato ispirati ad Emilie Flöge, celebre compagna di Klimt, si alternano a tartan d’ordinanza e capispalla scultorei in gessato classico. Note Eighties e romanticismo si alternano a colore e decostruzioni, in una riuscita prova per Kronthaler.

L’epifania daywear di Céline incanta Parigi

Suggestive epifanie, incontri furtivi, porte che si aprono e che quotidianamente richiudiamo alle nostre spalle, inconsapevoli della fatuità dei momenti: si ispira a Sliding Doors la collezione autunno/inverno 2017-18 di Céline. Phoebe Philo riflette sul senso ultimo dell’esistenza, a partire dai momenti furtivi che caratterizzano la nostra quotidianità: attimi apparentemente insignificanti nel disegno dell’esistenza, ma portatori di verità inattese. In tempi in cui imperversano red carpet e divismo patinato, è ancora una volta dalla vita quotidiana che la stilista trae i suoi input per le collezioni Céline: era già successo la scorsa stagione ed ora nuovamente la designer riflette sulle tante donne che catturano il suo occhio in un giorno qualunque. Donne sconosciute, le stesse che si siedono accanto a noi sulla metropolitana o che vediamo passare per strada nella fretta concitata delle giornate lavorative. In una passerella in cui le mannequin si affrettano, quasi disorientate, sfila un tripudio di eleganza daywear: la donna a cui si ispira Phoebe Philo è sicura di sé e forte, ma non disdegna un tocco di eleganza timeless. Suggestioni luxury si alternano nei tagli, nelle costruzioni, nei colori e nelle stampe, in uno stile cosmopolita e versatile. Largo a trench in pelle e stivali, accanto a cappotti in pelliccia da indossare sopra un maglione a v e tacchi alti. Non mancano smoking dalle linee tailoring impreziositi da stampe esotiche, accanto a maxi dress dal piglio quasi monacale, inno ad un minimalismo chic sempre attuale. Sartorialità evergreen nei capispalla, suggestioni mannish nei tailleur dal retrogusto mannish e dalle proporzioni oversize, fascino tribale nei maxi dress a stampa esotica e nei kimono. Una collezione che esplora a trecentosessanta gradi le innumerevoli sfaccettature della femminilità contemporanea.

La femminilità decostruita di Acne Studios

Decostruzioni ardite e tagli grezzi sfilano sulla passerella di Acne Studios, che ha sfilato nell’ambito della Paris Fashion Week: sarà un autunno/inverno 2017-18 all’insegna di uno stile timeless tutto da riscoprire. Lungi dall’abbracciare qualsiasi tendenza avente a che fare con lo streetwear o con suggestioni sporty o urban, Jonny Johansson è andato alla riscoperta di una femminilità oggi in disuso, per una collezione romantica e naif. Una svolta in casa di Acne Studios: Johansson si ispira ai burattini che Paul Klee era solito creare per i suoi figli. Largo a decostruzioni, tagli grezzi e stampe patchwork che sfilano su abiti tagliati a vivo. Le silhouette sono fluide, i maxi dress vengono attraversati da pannelli diagonali a stampa check che si alternano ai pattern floreali, in una palette cromatica che abbraccia i toni del bianco e nero e del blu. Suggestioni Twenties/Thirties nelle silhouette, tra maxi dress e cappotti sartoriali dal piglio mannish. Sperimentazione e costruttivismo sfilano in una collezione ricca di personalità e stile effortlessy-chic: romantici e suggestivi i maxi dress a strati con tagli imbastiti e cuciture patchwork a contrasto. Raffinatezza rétro si unisce ad audace sperimentazione avanguardistica, in una collezione che non lesina in sovrapposizioni iconiche. Trench e capispalla in pelle si alternano a pashmine avvolgenti, che conferiscono alla figura una protezione dal rigore invernale. Il crochet, trend tipicamente estivo, rivive sulla passerella in un’inedita chiave invernale, declinato su salopette e jumpsuit come anche su maxidress. Non mancano decorazioni come piume e frange, accanto a mini cardigan in versione cropped e note che strizzano l’occhio ad una femminilità tutta da scoprire.

Il rodeo in chiave luxury di Nina Ricci

Leggiadra ed iperfemminile la collezione Nina Ricci, che ha sfilato nell’ambito della settimana della moda parigina. Sulla passerella una cowgirl irriverente: un tema alquanto inflazionato, in realtà, ma reso efficace da Guillaume Henry, che sceglie come musa una donna chic in bilico tra spavalderia da Saloon e grazia timeless. Gioiosa e playful, la collezione autunno/inverno 2017-18 di Nina Ricci ha sfilato nella cornice del Grand Palais: Henry si ispira al Texas, per motivi iconici che coniugano femminilità e grinta in modo effortlessy-chic. Il Far West rivive sulla passerella, in una collezione pervasa da grande ironia e pensata per una donna che non ama prendersi troppo sul serio. Camaleontica e ribelle, la musa di Nina Ricci è un cowboy in gonnella, che non rinuncia però alla propria femminilità. Ecco sfilare cappotti e shirtdress in un tripudio di pelle all over, di lucertola e frange iconiche: non mancano accanto alle ispirazioni da rodeo contemporaneo sapienti suggestioni urban, per una moda altamente portabile. La palette cromatica sdogana i colori pastello, tra giallo pallido, per cappotti in cashmere ed abitini in seta da indossare con cravatta bohémien, rosa e toni neutri, come il marrone e la scala dei beige, che conferiscono un tocco autunnale alla collezione. Le silhouette bodycon abbracciano il corpo, lasciando scoperte le spalle e ponendo il focus su di esse. Accessorio cult della collezione la minibag a secchiello, che si unisce alla cintura, quasi come un ciondolo, che si preannuncia già must have della prossima stagione invernale. Largo a balze e pizzo nude look da indossare con il reggiseno del bikini in bella vista; note tailoring nei capispalla dalle proporzioni mannish.

289 by Sara Giunti: arriva la borsa smart che ti aiuta a trovare il cellulare

Moda e tecnologia vanno spesso, soprattutto negli ultimi anni, di pari passo. Così è inevitabile che pian piano abiti e accessori diventino “sensibili” agli oggetti di cui non si può più fare a meno: smartphone e tablet cominciano a dialogare con il guardaroba, che diventa sempre più funzionale. Dopo gli smartwatch, che mescolano accessori alla moda e tecnologia, arriva anche la borsa smart. Feticcio griffato, oggetto indispensabile e proiezione della personalità, la borsa è uno degli accessori più amati dalle donne e anche dagli uomini. Oggi, grazie all’intuizione della designer romana Sara Giunti, l’handbag più stilosa diventa smart e assume funzionalità sempre più connesse ai dispositivi tecnologici.


La borsa smart ideata dalla designer per il suo brand 289 by Sara Giunti ha numerose funzioni tech. Una fila di luci al led si illumina all’aprirsi della zip, permettendo alla proprietaria di trovare il proprio smartphone che sta squillando, le chiavi, il rossetto o qualsiasi cosa sia finita sul fondo di una borsa affollata. Scaricando sul proprio device l’app 289 Bag, è possibile anche collegare la borsa al proprio smartphone via blutooth, in modo che i manici trasmettano una vibrazione per segnalare notifiche e chiamate. Inoltre, la borsa smart di Sara Giunti permette anche di controllare la carica residua e lo stato della connessione senza necessariamente tirare fuori il cellulare. Le borse, però, rimangono un accessorio fashion: non solo tecnologia quindi, ma anche un design alla moda caratterizza la collezione primavera estate 2017. Sara Giunti propone handbag, secchielli, tracolle e zaini, tutti dotati di funzionalità smart, che seguono le tendenze di stagione. I colori neutri bianco, nero e grigio, si alternano alle tonalità della primavera estate 2017: blu elettrico e rosa quarzo, azzurro polvere e ghiaccio, per fantasie orientaleggianti che ricordano i ventagli giapponesi. La borsa, da sempre alleata della vita quotidiana, si adatta ai cambiamenti della società e al nostro crescente bisogno di rimanere sempre connessi.

United Airlines, leggins vietati in volo

Ha scatenato un’ondata di proteste sul web la decisione di United Airlines di vietare i leggins su un volo della compagnia. La vicenda è stata denunciata su twitter da Shannon Watts, un’attivista che stava per imbarcarsi su un volo da Denver a Minneapolis. Tre ragazzine sarebbero state fermate prima di salire a bordo perché «vestite in maniera inappropriata». A quanto racconta l’attivista, tutte e tre indossavano dei leggins e sono state costrette a cambiarsi oppure rimanere a terra. Il dibattito ha immediatamente infiammato l’opinione pubblica, scatenando una serie di botta e risposta social tra la United Airlines e Shannon Watts, subito appoggiata da moltissimi lettori e da personaggi famosi che hanno seguito la vicenda. Una delle prime a rispondere è stata Chrissy Teigen: la moglie di John Legend ha twittato «Ho volato con la United letteralmente senza pantaloni. Solo con un top, indossato come vestito. La prossima volta indosserò solo jeans e una sciarpa».


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Inondata di tweet e di insulti, la United Airlines ha provato a spiegare la questione dei leggins vietati in volo. A quanto pare, le tre ragazzine stavano volando gratuitamente come parenti di un dipendente, e per questo avrebbero dovuto seguire delle regole di dress code più rigide rispetto ai normali passeggeri, in quanto «rappresentanti della compagnia». La spiegazione, però, non regge: il padre delle ragazze è salito tranquillamente a bordo indossando un paio di shorts, considerati quindi più appropriati dei leggins. Leggendo le linee guida sul dress code a bordo di un volo United, sembra che l’abbigliamento inappropriato sia, di fatto, una questione riguardante soprattutto le donne. Sarebbero infatti vietate le minigonne, gli abiti che mettano in vista la biancheria intima, indumenti in lycra o spandex che rivelino le forme del corpo. Spiegazione ancora più improbabile, se si pensa che una delle tre ragazzine aveva l’apparente età di 10 anni. La United Airlines ha tenuto a precisare che le regole si riferiscono solo ai parenti dei dipendenti: «per tutti gli altri passeggeri, i vostri leggins sono i benvenuti», ma questione dei leggins vietati in volo ha aperto un dibattito su dress code e maschilismo che coinvolge anche altre compagnie aeree e che sicuramente andrà avanti.


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Dolce & Gabbana a Bari: le foto dello shooting

Da sempre amanti dell’Italia, dalla Sicilia a Napoli, Dolce e Gabbana scelgono ora la Puglia come location della nuova campagna pubblicitaria. Bari, con i suoi vicoli e il lungomare, con i mercati del pesce e le orecchiette, diviene set di uno shooting che ha già fatto impazzire il web. Protagonista degli scatti realizzata da Morelli Brothers è il volto splendido di Rianne Ten Haken, top model olandese ritratta per le vie di Bari: l’abbiamo vista mangiare voracemente i ricci sul lungomare, accanto ai pescatori, o ancora nei vicoli della città vecchia, sorridente accanto ad una venditrice delle celebri orecchiette. L’Italia, con i suoi borghi e le sue tradizioni, torna protagonista della moda grazie a Dolce & Gabbana. La campagna pubblicitaria, le cui prime foto sono state postate dallo stesso Stefano Gabbana sul suo profilo Instagram, si arricchisce ora di un altro shooting iconico, realizzato per Elle Middle East dal duo fotografico composto da Luca ed Alessandro Morelli, al secolo i Morelli Brothers. “Ciao Bari” è il titolo dello shoot iconico, destinato ad entrare nel glorioso archivio del brand: sulla cover del magazine spicca la splendida Rianne Ten Haken strizzata in un tailleurino in pizzo con tanto di corona in capo. In un trionfo di italianità si alternano tra le pagine del magazine le foto del servizio, che inneggiano alla bellezza mediterranea grazie anche alla location. Il mercato del pesce, il teatro Margherita e, ancora le celebri chianche della città vecchia divengono mirabile set di uno shooting che esalta il Bel Paese. Il pizzo effetto nude look, le stampe che strizzano l’occhio alla cucina italiana, il fermento della vita e la quiete senza tempo delle costruzioni antiche, che profumano di Barocco: suggestive ed iconiche, le fotografie realizzate in esclusiva per Dolce & Gabbana riescono ad immortalare con grazia e poesia mirabili scorci italiani.

Modigliani in mostra a Genova

È stata inaugurata lo scorso 16 marzo presso Palazzo Ducale di Genova la mostra dedicata a Modigliani: un’affascinante retrospettiva che celebra le donne enigmatiche immortalate dal genio italiano. Mistero e delicatezza in quei volti affilati, sensualità e poesia nelle linee gentili del corpo nudo. Protagonista emblematico della Parigi bohémienne, dopo una vita in cerca di un successo che arrivò solo postumo, l’opera di Modigliani viene ora indagata nella sua complessità, esplorando le tappe salienti della sua breve ma intensa carriera: attraverso una trentina di dipinti provenienti da musei tra cui il Musée de l’Orangerie e il Musée National Picasso di Parigi, o ancora il Fitzwilliam Museum di Cambridge, la Pinacoteca di Brera e il Koninklijk Museum voor Schone Kunsten di Anversa si indaga il carattere dei soggetti rappresentati nei dipinti di Modigliani, figure misteriose e complesse.

Personaggio quasi unico nella Parigi dei primi del Novecento, Modigliani non ascoltò mai i consigli del suo agente Zborowski, poeta e mercante di origini polacche che lo esortava a disegnare paesaggi. Da sempre scrutatore dell’animo umano, l’artista predilesse nell’arco della sua intera produzione un’opera introspettiva, capace come nessun altro di leggere nelle pieghe più intime della personalità attraverso i suoi ritratti. Figura di spicco della vita parigina, accanto ad artisti come Pablo Picasso, Diego Rivera, Juan Gris, e scrittori come Jean Cocteau e Guillaume Apollinaire, Modigliani restò tuttavia profondamente italiano, come italiana era la sua formazione; circondato da uno stuolo di amici e colleghi, che rappresentarono per lui i modelli più interessanti da ritrarre, l’artista viveva in realtà una sorta di paradosso per cui era profondamente solo pur in mezzo alla gente.

“Modigliani sembra vivere una doppia situazione. E’ circondato da colleghi, intellettuali, belle donne e questo si vede nella mostra, ma è anche un artista che sceglie deliberatamente una solitudine e ciò tende ad isolarlo -così si è espresso il curatore dell’esposizione, Stefano Zuffi”. “Modì, crea in solitudine, ma non una solitudine penosa perché è nutrita dalla grande arte italiana”. Proprio gli stessi colleghi letterati ed intellettuali, come anche gli amici della sua cerchia, costituirono sempre per lui il soggetto più interessante da ritrarre: “Per lavorare ho bisogno di un essere vivo, di vedermelo davanti. L’astrazione mi affatica, mi uccide ed è come un vicolo cieco”, così il pittore si esprimeva a proposito dell’urgenza di instaurare un rapporto con ognuno dei suoi soggetti.

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La mostra di Palazzo Ducale si concentra in particolare sui ritratti, sui disegni e sui celebri Nudi, tra i capolavori assoluti di Modigliani, opere selezionate da Rudy Chiappini: accanto al Nudo accovacciato di Anversa e al Nudo disteso sarà possibile ammirare disegni, acquarelli, tempere e studi. Particolarmente interessanti sono le Cariatidi, donne accovacciate dalle forme sinuose, che rimandano all’arte greca ma anche a quella etrusca e all’arte primitiva. L’allestimento, progettato da Corrado Anselmi, ricrea virtualmente l’atelier dell’artista insieme ad un caffè di Montparnasse: il visitatore si trova quindi immediatamente proiettato nella realtà vissuta da Modigliani e nella sua quotidianità.

Dopo una vita costellata da clamorosi insuccessi, senza mai tradire se stesso, il genio cadde in un vortice di autodistruzione: “Sento che prima o poi mi farò strada”, così Modigliani scriveva al fratello, prima di morire a soli 36 anni, poverissimo. “Quello che cerco non è né il reale né l’irreale, ma l’inconscio, il mistero istintivo della razza”, scriveva l’artista maledetto. La mostra, che nella prima settimana ha già registrato la cifra record di oltre diecimila visitatori, resterà aperta fino al 16 luglio 2017.

Sfila a Parigi la galassia urban di Mugler

Angeli e motivi celestiali sono solo un ricordo in casa Mugler: a prevalere nella collezione autunno/inverno 2017-18, che ha sfilato nell’ambito della Paris Fashion Week, è uno spirito fortemente urban, principale cifra stilistica della nuova estetica del brand sdoganata da David Koma. Sulla passerella parigina sfila una donna combattuta tra rigore e classicismo: e se il peplo viene declinato in chiave metropolitana, attraverso un patchwork in pelle nera che lo rende più simile ad un turbino dalle note workwear, il blu cobalto, colore iconico del brand, si impone come protagonista assoluto della palette cromatica, direttamente preso in prestito dagli archivi storici e declinato su dress percorsi da pannelli asimmetrici e top con inserti in lamé. Largo a capi scultura monospalla, suggestioni tailoring e silhouette a clessidra, con il focus proiettato sulle gambe: trionfano infatti le minigonne, tra lamé plissettato in chiave stretch a creare giochi di volume a contrasto con le maniche. Non mancano note knitwear nell’uso di pregiato cashmere, accanto a pelle e tessuti laminati. Il tema della stella, tipico della fragranza Angel, che ha da poco festeggiato il 25esimo anniversario, decora i capi black all over, accanto a corpi celesti declinati in chiave strong, che Koma ha definito “costellazioni decostruite”. Nessuna nota di dolcezza è prevista: domina il piglio fortemente strong di capispalla in pelle, come il trench con spalline scultoree, o le linee sartoriali di jumpsuit e tailleur. Le silhouette sono slim e il punto vita è evidenziato da fusciacche e cinture rigide: pelle froissé nei minidress aggressivi, che si alternano a miniabiti con stella e bordo asimmetrico. Forza e modernità sono le parole chiave di una collezione che restituisce una nuova immagine al brand francese. Chiudono il défilé sprazzi di giallo su capi pensati per il daywear e note siderali di tute intere da space oddity.

L’estetica punk di Junya Watanabe

Junya Watanabe porta sulle passerelle del prêt-à-porter parigino una collezione sconsigliata ai deboli di cuore: in un inedito flashback veniamo infatti proiettati all’interno dell’estetica punk, protagonista underground della Londra anni Ottanta, come anche dello streetwear berlinese. Anarchica, dirompente e distopica, la collezione autunno/inverno 2017-18 di Watanabe si pone quasi come un excursus sull’interno movimento punk e su quelli che sono i suoi motivi iconici: largo a tartan all over, declinato non solo nel tradizionale rosso ma anche in giallo lime, per inediti patchwork cromatici che sdoganano il plaid accanto alla pelle nera, alle paillettes, ma anche a suggestioni sartoriali dal piglio tradizionale. Non mancano jacquard floreali ed animalier, tra cappe amorfe e giacche biker da indossare su kilt. Pizzo e paillettes conferiscono un’aura femminile ad una collezione dal piglio fortemente strong; qui sfilano anche giacche dalle suggestioni army-chic accanto a dress e giacche sartoriali con maniche patchwork. Lo stilista ci ha da sempre abituati ad un’estetica altamente sperimentale: fin dalla prima collezione infatti i materiali utilizzati provenivano dai mercatini delle pulci di Londra. Ecco che tessuti presi in prestito da tende e sofà si univano al tweed di stampo classico, in un melting pot ispirazionale. Ora il designer rispolvera il punk grazie anche a due collaborazioni, con Tricker’s, per le scarpe, e con l’interior designer londinese Jimmie Martin, da cui Watanabe prende in prestito una stampa di Union Jack. In passerella si alternano cappe in pelle nera intervallata da patchwork tartan, animalier declinato in diverse nuance da indossare con calze rotte, guanti aperti, capelli rosa shocking e un vasto corollario di quelle immagini che costituiscono per antonomasia l’emblema dell’estetica punk. Tripudio di alta sartorialità nei capispalla scultorei, capolavoro artigiano decorato con patchwork multicolor dal grande impatto scenografico. Grintosa ed androgina, la musa di Watanabe percorre fieramente il catwalk, forte di una personalità esplosiva e di uno stile iconico. Una collezione pensata per nostalgici doc.

Campi di colore mondriani nella collezione FW 17/18 di Anteprima

Grafismi, linee e colore sono le keywords della collezione autunno/inverno 2017/18 di Anteprima.


Pennellate di giallo ocra, blu cobalto e rosso Ferrari, dal long dress in velluto fino all’accessorio-firma di questa collezione, il guanto, Anteprima pare ispirarsi al grande pittore olandese Piet Mondrian.

sx Anteprima A/I 17/18 – dx opera di Mondrian



Come in Mondrian, l’inno è all’equilibrio, è la ricerca assoluta della semplicità non banalizzata, attraverso campi di colore, principalmente utilizzando i toni primari: giallo, rosso e blu, con il bianco ed il nero.

Sono le linee la vera forza della FW 17/18 di Anteprima, dal plissé delle gonne a quelle maxi dei cappotti strutturati; le spalle sono importanti, le gonne asimmetriche, il guanto colorato protagonista.

al centro opera di Mondrian – ai lati capi dalla collezione Anteprima



I materiali si sovrappongono e si sposano con il cashmere, il velluto, la seta; la silhouette è fluida e lascia la donna libera di muoversi, ma senza rinunciare a quel tocco moderno che la rende trendy.

sx opera di Piet Mondrian – dx Anteprima FW 17/18



Guarda qui la collezione autunno-inverno 2017/18 di Anteprima:



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Suggestioni Eighties in passerella da Véronique Leroy

Un’ode ai favolosi anni Ottanta sfila sulla passerella di Véronique Leroy: è un trionfo di proporzioni over, spalline maxi e sovrapposizioni sperimentali, in un nostalgico déja vù che ci riporta indietro al decennio più controverso ed irriverente. Sulla passerella parigina tornano prepotentemente alla ribalta i trend che hanno reso gli anni Ottanta iconici, tra flashback ed echi di epoche ormai lontane, perdute nei meandri della memoria o nei ricordi immortalati su fotografie sbiadite. Ma, come talvolta accade, il rischio che si corre riportando in auge il passato è di apparire stucchevoli o scontati: Véronoque Leroy cade nel tranello del ricordo falsato, in una parata di capi che non convincono. Sfilano sovrapposizioni iconiche e note grunge che si uniscono a materiali pesanti, come velluto e ciniglia. Apre il défilé una salopette in velluto indossata su una maglietta bianca, con tanto di stivali in velluto ai piedi. La palette cromatica predilige i toni del marrone e del grigio, accanto a sprazzi rosa shocking. Largo a pantaloni con elastico in vita, da indossare con crop top zebrati, stivali grigi e bomber. Pesante ed eccessivo l’accostamento di giacche bomber animalier con minigonne drappeggiate e collant bianchi: la stilista più di una volta oscilla tra suggestioni tendenti all’overdressing e tentativi di emulare certa moda streetwear in cui però l’eleganza resta la più grande incognita. Dimenticate la subcultura yuppie e i paninari: qui sfila un concentrato di tendenze unite solo dal comune denominatore della nostalgia. Tra improbabili pettinature e accostamenti cromatici eccessivi, sfila una collezione che non convince, lasciando l’amaro in bocca rispetto allo stile a cui Véronique Leroy ci ha abituati. Ci si chiede se gli stessi outfit avessero avuto una sorte diversa posti sotto la lente dell’ironia, altro tratto saliente del decennio in questione, dimenticato però dalla stilista.

La sartorialità minimale di Haider Ackermann

Essenziale e pulita la collezione presentata da Haider Ackermann nell’ambito della fashion week parigina: stanco dell’overstatement e di coup de théâtre di dubbio risultato, Ackermann sceglie un’estetica che predilige la sostanza alla forma, senza perdere di vista l’allure originario del suo stile iconico. “Volevo davvero qualcosa di tranquillo e silenzioso”, così lo stilista ha commentato l’ispirazione alla base della collezione autunno/inverno 2017-18. Lontana dai colori accesi e dalle stampe tropicali dell’ultima collezione, la sfilata ha visto un tripudio di suggestioni workwear, che si snodano in una palette bicromatica, che predilige rigorosamente i toni del black & white. Ackermann torna alle origini, avvertendo forse un’urgenza di semplicità in un mondo patinato che punta invece sempre più alla mera apparenza: una scelta coraggiosa, quella del designer, specie in un epoca come quella attuale, in cui i nuovi arbiter elegantiae passano attraverso i social network. Monastica e scarna, l’estetica dello stilista porta sulle passerelle parigine un trionfo della più minimale sartorialità, tra rare digressioni gold e sprazzi di blu elettrico. Sfilano dress fluidi il cui focus è incentrato sulle spalle: largo a proporzioni cocoon e colli alti, tra capispalla dal piglio tailoring impreziositi da dettagli furry. Chic e voluttuosi i pantaloni in agnello della Mongolia, da indossare con maglioni sobri. Contrasti forti che conferiscono all’intera collezione un’anima eclettica: la personalità è potenzialmente esplosiva, ma si sceglie la via della sobrietà, come un vulcano pronto ad esplodere fuoriescono qua e là dettagli vibranti, come il filo d’oro che illumina maxi dress neri accollati o ancora gonne in pelliccia e piume che accompagnano la più minimal delle uniformi. La musa di Ackermann ricorda quasi una Giovanna d’Arco in chiave contemporanea, con i capelli a caschetto e il volto pulito: largo a lunghi guanti in pelle e stivali da valchiria, a conferire un tocco punk all’insieme. Potente e suggestiva, sofisticata e chic la collezione è perfetta per chi ama certa eleganza timeless, senza perdere di vista la grinta.

Questione di stadi

In un articolo del febbraio 2014 il Sole24Ore chiarì, con una semplice classifica europea, la questione stadi.
“Il Manchester United ricava dal match-day (botteghino più servizi legati al giorno della partita) più di Juventus, Milan, Inter e Roma messe insieme: 127 milioni di euro contro poco più di 100 raggranellati dai 4 club italiani” secondo la classifica dei fatturati Deloitte sui bilanci 2013.
Introdotta dalla legge di Stabilità per il 2014 c’è una disciplina che dovrebbe incentivare la costruzione e/o l’ammodernamento degli impianti sportivi tagliando i tempi per l’approvazione dei progetti e attirando investimenti privati.


Sempre secondo i dati Deloitte “Real Madrid e Barcellona sfiorano i 120 milioni di incasso da partite, l’Arsenal 108, il Bayern Monaco e il Chelsea oltre 80 milioni. Rispettivamente il triplo e il doppio rispetto alla migliore delle italiane, la Juventus che pure con la realizzazione dello Juventus Stadium (l’unico di proprietà nella Penisola, a parte il caso della struttura di Reggio Emilia acquisita dal Sassuolo) ha portato questa voce del bilancio da poco più di 10 a quasi 40 milioni a stagione. Ma grazie a impianti di proprietà o comunque più attrezzati e decisamente più ospitali fanno meglio dei bianconeri anche Borussia Dortmund (60), Psg (53), Liverpool (52). Incassi che “doppiano” le entrate di Milan, Inter e Roma.”
Una questione innanzitutto di investimenti. In Gran Bretagna in vent’anni i team hanno investito circa 3,4 miliardi di sterline. In Spagna oltre un miliardo negli ultimi dieci anni. Così anche in Francia. E quasi il doppio in Germania.


Team che – anche attraverso sponsor – hanno investito su un asset patrimoniale capace in meno di dieci anni di ripagare l’intero investimento, rendere competitiva la squadra, e accrescere patrimonio e stabilità finanziaria.
Ecco innanzitutto che cos’è uno Stadio. Un affare che porta in bilancio un asset immobiliare che vale poco meno di 400 milioni di euro, e che può generare il triplo in dieci anni. Senza contare le attività extrasportive, primi tra tutti i concerti, o attività come Olimpiadi e Mondiali.
Esistono però alcune questioni, innanzitutto di logica e mentalità. 
Gli stadi italiani sono storicamente pubblici, e normalmente gli incassi della pubblica amministrazione bastano a malapena a garantirne i costi di gestione ed il mantenimento della struttura a “norma di legge”.


Aprire il business degli stadi ai club privati da un lato fa crescere il rischio della speculazione immobiliare, dall’altro garantisce una forma di reddito aggiuntivo enorme ai club che possono permettersi l’investimento (che non sono certo quelli che hanno bisogno di sostegno) accrescendo quindi il divario con le squadre minori ma che giocherebbero nello stesso campionato.
In più resta tutta da chiarire la questione del “cosa fare” dei vecchi stadi, su chi ricadrebbero oneri di abbattimento e conversione, e come gestire i costi – ad esempio di sicurezza ed accessibilità – che restano una prerogativa pubblica.


Che la “privatizzazione” degli stadi sia un bene per le sorti finanziarie e di competitività dei club è fuori discussione. Tuttavia – ancora una volta – il fenomeno va gestito e regolato, affinché non sia un’ennesima (e forse decisiva ed irreversibile) occasione di divario che dopi finanziariamente il campionato, e vada a discapito delle “squadre minori” o semplicemente di “città più piccole”. E va gestito e regolamentato anche per evitare che diventi un’occasione di speculazione immobiliare, semmai anche poco trasparente, i cui oneri (ad esempio per i vecchi stadi) ricadano, per l’ennesima volta, sul pubblico.

Karl Lagerfeld, hackerato il profilo instagram della gatta Choupette (che diventa un peluche di lusso)

Karl Lagerfeld ama un solo essere vivente sopra ogni altro: Choupette, la sua gatta birmana dal pelo bianco e lucente. Adorata fino all’eccesso, Choupette ha due persone completamente al suo servizio, l’esclusivo privilegio di chiamare Karl Lagerfeld “Daddy” e un account instagram da più di 96 mila follower. Lo splendido felino è annoverato tra i gatti più ricchi del mondo, dal momento che il suo daddy le ha destinato una cospicua somma in eredità «nel caso – ha spiegato tempo fa lo stilista – mi succedesse qualcosa». Insomma, il suo stile di vita e la sua notorietà fanno gola a molti, tanto che una settimana fa l’account instagram di Choupette è stato hackerato.


A quanto pare, qualcuno avrebbe rubato la password per accedere al profilo della gatta, gestito dalla social media manager Ashley Tschudin. «Non sono sicura di cosa sia accaduto di preciso – ha spiegato la responsabile della reputazione social di Choupettema per una settimana ho perso il controllo dell’account. Sono stata fortunata: chiunque se ne sia impossessato non ha cancellato o pubblicato nulla». Tutto è bene quel che finisce bene, dunque. Qualcuno ha maliziosamente insinuato che si tratterebbe di una mossa di marketing. Non sembra un caso, infatti, che proprio pochi giorni dopo l’attacco in rete, sul profilo di Choupette sia apparsa la notizia di un peluche in vendita da maggio. «Nel caso non lo sapeste – ha “scritto” Choupette su instagrampapino Karl Lagerfeld mi ha resa un peluche e ha fatto di me (una specie di) giocattolo di lusso». Sul blog ufficiale si legge infatti di una collaborazione tra Karl Lagerfeld e il marchio di giocattoli lussuosi Steiff. Un’edizione limitata, in duemila pezzi, del peluche di Choupette sarà disponibile da maggio negli store del paparino, sul sito webb di Steiff e in selezionati retailers. La modesta cifra per accaparrarsi la versione giocattolo della gattina è di 538$.


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Il romanticismo avanguardistico di Yohji Yamamoto

Aria di novità sulla passerella di Yohji Yamamoto: lo stilista ammette il suo impellente bisogno di trasformazione, che dà vita ad una collezione originale e ricca di pathos. Non deve certo essere facile la vita quando si è una leggenda vivente e non solo per il carico di aspettative che inevitabilmente si genera ad ogni stagione. “Dopo più di quarant’anni, sono diventato troppo famoso. La gente normalmente mi rispetta anche senza alcun motivo”, così lo stilista ha commentato, senza peli sulla lingua, la sensazione provata all’apice di una carriera straordinaria, che l’ha reso uno dei protagonisti indiscussi del fashion biz. “Io voglio sorprendere ed ispirare la gente”, così ha continuato Yamamoto, che ha espresso un’urgenza creativa dirompente. Il risultato è un romanticismo avanguardistico, che attraversa la collezione autunno/inverno 2017-18, che ha sfilato nell’ambito della settimana della moda di Parigi. Lirismo ed austerità si alternano senza sosta, in una collezione altamente sperimentale, che sfila sulle note della chitarra suonata dallo stesso designer. Intimista e poetica, la collezione è pervasa da atmosfere oniriche: come un sogno, l’estetica di Yamamoto affonda le sue radici in uno stile vittoriano che si unisce in modo mirabile alle suggestioni sportswear, da sempre cifra iconica del brand. La collezione si pone come una esplorazione iconica delle costruzioni, dei tagli, dei drappeggi che da sempre rendono unico lo stile Yamamoto, dando vita alle sue silhouette entrate nel mito. Tra capispalla scultorei sfila una carrellata di suggestioni teatrali, come tuniche alla Pierrot, party dress con gonne a palloncino, giacche dal sapore army-chic e cappotti altamente scenografici, seppur nel loro minimalismo d’ordinanza. Mirabile deus ex machina della sfilata, Yamamoto continua ad incantare generazioni di fashionisti, grazie ad uno stile capace di trasformarsi, carpendo i nuovi diktat della moda pur senza perdere di vista l’heritage originario.

Sfila a Parigi la sperimentazione sovversiva di Lutz Huelle

Contrasto sembra essere la keyword sulla passerella di Lutz Huelle: la collezione autunno/inverno 2017-18, che ha sfilato nell’ambito della settimana della moda parigina, è infatti interamente giocata su contrasti arditi ed irriverenti, che sdoganano una nuova moda, in bilico tra suggestioni streetwear e luxury contemporaneo. Lutz Huelle appare perfettamente a proprio agio nel suo giocare con i materiali e i volumi, per silhouette scultoree ed interessante sperimentazione che attraversa l’intera collezione. Lo stilista resta sostanzialmente fedele alla propria estetica ibrida, fatta di contrasti affascinanti e mai scontati: ecco che un giubbotto in denim si unisce ora al piumino oversize, in un gioco che inneggia alla più ardita sperimentazione. I volumi esasperati conferiscono un’aura grottesca, quasi teatrale, ad ogni outfit, specialmente nei capispalla studiati ad hoc per affascinare: le spalle dei trench e di alcune giacche appaiono oversize, tra echi Eigthesi e nuove note streetwear. Le sovrapposizioni sono irriverenti, come nella tunica cin scollo a v da indossare su pantaloni neri e argentati e guanti lunghi; largo anche a sfrontate asimmetrie, come nei dress da indossare con gli stivali firmati da Robert Clergerie. Huelle si rivela un sovversivo, nel suo tentativo di ribaltare i tradizionali diktat imperanti nel fashion biz: sulla passerella regna l’anarchia, ma sempre senza perdere di vista un’estetica di fondo che non smette di affascinare, stagione dopo stagione.

Andrew Gn incanta Parigi, in bilico tra la Cina imperiale e note Art Déco

Un affascinante sincretismo culturale, suggestivo melting pot intriso di note etniche e suggestioni coloniali attraversa la collezione autunno/inverno 2017-18 di Andrew Gn: in bilico tra sartorialità timeless e dettagli tribali, sfila un vero e proprio tributo alla globalizzazione. Lo stilista riflette sui tempi attuali, in cui i confini tra i continenti appaiono quantomai labili e sfumati, grazie anche all’apporto di internet e delle nuove tecnologie, che hanno annullato le distanze tra i popoli. Gn, per un quarto giapponese e per tre quarti cinese, è nato a Singapore e ha vissuto in pieno multiculturalismo, attingendo a piene mani al fascino di ogni cultura. Tra lunghi abiti che ricordano quasi un kimono, sfila una geisha in chiave luxury, con lunghi orecchini pendenti e capi impreziositi da elementi grafici interessanti: tra velluti preziosi e sete profilate da balze e rouches, sfila una moda che attinge all’Oriente, tra decorazioni geometriche dal piglio tribale e motivi egizi, knitwear scandinavo che si alterna a top in jersey e disegni Maori. Suggestiva ed iconica, la collezione guarda anche al mondo dell’arte, in particolare all’opera di Gustav Klimt, in un estetismo considerato il tassello iniziale della globalizzazione stessa. “Le persone alla fine del 19esimo secolo iniziarono a viaggiare verso l’Africa, l’Asia e l’Oriente e a portare souvenir al ritorno dai loro viaggi”, così lo stilista ha commentato il mood che sta alla base della collezione: un grand tour in territori inesplorati, per una full immersion in culture tribali, da cui l’Occidente è irrimediabilmente attratto. Tra capi monacali in bianco e nero non mancano poncho in jacquard e dress in seta stampati con piume e frange. Sartorialità nei capispalla, tra dettagli in pelliccia e sete leopardate che si alternano a velluti pregiati. Eleganza timeless negli abitini da cocktail, in cui suggestioni vittoriane si uniscono all’opulenza Art Déco. La Cina imperiale si alterna ai velluti decorati con stampe ispirate all’opera di Aubrey Beardsley, per una collezione dallo charme evergreen. Chapeau.

La società distopica di Undercover

Teatrale e distopica la collezione Undercover, protagonista della settimana della moda parigina: Jun Takahashi immagina una società utopistica ricca di simbolismi allegorici e di epifanie che profumano di fantastico. A metà tra una fiaba di Anderson e un film di Wim Wenders, lo stilista traccia i contorni di un nuovo universo di valori, codice universalmente apprezzato nella nuova società fantastica: si intitola “Utopie: But Beautiful III” la collezione autunno/inverno 2017-18, e l’utopia percorre la passerella a lunghe falcate, in una processione onirica di figure surreali che segnano l’avvento di una nuova era per la civiltà e il progresso. Teatrali e a tratti inquietanti, i personaggi che si alternano sul catwalk sono precursori di una nuova età: Takahashi dà vita ad una sorta di cerimoniale religioso, in cui in un apogeo di suggestioni a forte impatto scenografico sfilano figure che sembrano rispecchiare tutti i diversi scalini della società. Largo a figure che ricordano soldati, accanto a membri del clero, dell’aristocrazia, agitatori delle folle, nomadi, ribelli ed outsider, che si alternano a suggestioni monarchiche in una moda che accomuna proprio tutti, annullando le distanze e i cliché. “Il mondo ideale sarebbe quello in cui tutti sono uguali, senza differenze di colore o di alcun tipo”, ha commentato lo stilista. “Anche se ci fossero regine e principesse, tutti sarebbero uguali”. Non manca un aspetto teatrale nella sfilata, che somiglia per certi versi ad una perfomance, in cui le mannequin sfilano sulle note di Thom Yorke. A metà tra esseri umani ed insetti, con tanto di antenne sulla testa, le figure oniriche di Takahashi sfoggiano capi in knitwear, tra maschere rituali e poncho bohémien, maniche in pelliccia e stampe patchwork. Non mancano gonne in tapestry, cappotti oversize, cappe scultoree e pelle all over, in un tripudio di homemade e teatralità.

Il compleanno di Elton John: il baronetto compie 70 anni

Considerata la sua energia da ragazzino, non è facile credere che oggi Elton John compia 70 anni. Al secolo Reginald Kenneth Dwight, il baronetto di Londra è sulla cresta dell’onda da decenni e non accenna a ritirarsi dalle scene. Anzi: il suo tour Wonderful Crazy Night lo porterà in giro per il mondo per tutta l’estate, con un’attesissima tappa a Mantova il 14 luglio. Bambino prodigio, showman istrionico, artista dalla grande sensibilità e dall’immenso talento, Elton John ha vissuto una vita di alti e bassi tra successi e insuccessi, feste in grande, concerti sold out, prestigiosi riconoscimenti e pericolose dipendenze. «Il mio amico Gianni Versace mi raccomandava sempre di assorbire la bellezza della vita come fossi una spugna: mi mostrava come scoprire la meraviglia nelle chiese, in strada, in campagna – raccontava in una lunga intervista al Corriere della Sera negli anni ’90, dopo essere uscito da un periodo di dipendenza – Assorbire la bellezza e trasformarla in arte. Questo faceva lui, questo cerco di fare io. La mia vita è stata una bellissima, surreale corsa sulle montagne russe, densa di riconoscimenti e ricompense che, però, solo ora che sono disintossicato, sono in grado di apprezzare».


Elton John, straordinario pianista che già a quattro anni aveva mostrato alla sua Londra un talento da bambino prodigio, dopo aver formato e sciolto diverse band senza mai raggiungere il successo, nel 1969 pubblica il suo primo album Empty Sky che è subito un successo. La formula magica è data dalla collaborazione con Bernie Taupin, poeta e paroliere che diventerà un grande amico e un collaboratore prezioso. I suoi successi, da Your Song a Rocket Man, da Crocodile Rock a Candle in the wind, lo rendono «la prima grande rockstar degli anni settanta» e l’erede dei Beatles nell’olimpo della musica britannica. Sempre al centro del gossip, Elton John è stato sposato con Renata Blauel negli anni ’80, per poi dichiarare pubblicamente la propria omosessualità. Oggi è felicemente sposato con David Furnish, che gli sta accanto da più di vent’anni, e con lui ha avuto due figli, Zachary ed Elijah.

H&M Conscious Exclusive: dal riciclo all’armadio

H&M ha presentato la collezione Conscious Exclusive per la primavera estate 2017, fatta di abiti per occasioni speciali in materiali innovativi. Ogni capo è realizzato con tessuti sostenibili, alcuni dei quali ricavati dal riciclo dei rifiuti plastici marini. Una collezione esclusiva, che comprende moda donna e moda uomo e, per la prima volta, anche proposte di kidswear e profumi. Il capo principe della collezione H&M Conscious Exclusive primavera estate 2017 è un abito lungo plissé rosa cipria, realizzato in BIONIC®. Si tratta di un poliestere riciclato, ottenuto dai rifiuti plastici marini. Nella campagna pubblicitaria, lo indossa la modella Natalia Vodianova, che con la piattaforma di sua creazione Elby si occupa da tempo di iniziative a difesa dell’ambiente. «La collezione H&M Conscious Exclusive dimostra che anche i capi più eleganti possono rispettare l’ambiente e contribuire a proteggere il pianeta – ha dichiarato la modella – È una collezione spettacolare, con capi in materiali sostenibili da indossare anche in futuro».


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Abiti lunghi e romantici, minidress stampati, crop top asimmetrici e minigonne a trapezio sono realizzati con tessuti innovativi ed ecologici. Si va dalla seta bio al poliestere ricilato, fino al  TENCEL®, una fibra di cellulosa estratta dagli alberi di eucalipto. Tra gli accessori spiccano la borsa a rete, anch’essa ottenuta da rifiuti marini, e gli orecchini pendenti in vetro e plastica riciclati. Stampe floreali ad acquerello e colori pastello, ruches e applicazioni di paillettes rendono romantica e contemporanea questa collezione in cui anche il prezzo è sostenibile. Tutti i capi di moda donna saranno disponibili a partire dal 20 aprile in 160 negozi H&M in tutto il mondo (in Italia i punti vendita designati sono a Roma, Milano, Venezia e Napoli). H&M Conscious Exclusive primavera estate 2017 comprende anche una capsule collection maschile che sarà acquistabile solo sul sito web, così come i capi per bambini e il set di oli bio.


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Il glamour in stile Seventies sfila da Vanessa Seward

Vanessa Seward porta sulle passerelle del prêt-à-porter parigino un’ode all’intramontabile stile dei Seventies, interpretato secondo i codici della propria personale estetica. Allure rétro e suggestioni disco glam di alternano nella collezione autunno/inverno 2017-18 della stilista: iconica come una diva la donna a cui si ispira Vanessa Seward, con labbra rosso scarlatto e occhi bistrato, sembra quasi uscita da una fotografia di Guy Bourdin, in bilico tra sensualità patinata e potenti suggestioni vintage. Charme evergreen in passerella, per una donna sofisticata che sfoggia mise borghesi, come dress in pelle, dolcevita dall’aria bon ton e foulard da femme fatale hollywoodiana. Il trench à la Belle de jour torna alla ribalta, imponendosi come capo passepartout dell’intera collezione, meglio se indossato sopra una maglia in animalier rivisitato nei toni del porpora e del blu e pantaloni fluidi dalle silhouette dichiaratamente Seventies. Una donna sensuale e determinata, la musa della stilista, che non lesina anche in audaci minigonne e dettagli iperfemminili, come balze e rouches, a smorzare i toni di un’esplosiva self-confidence. Non mancano dress stampati e cappe di pelliccia, ma anche blazer da smoking dalle note mannish; ai piedi scarpe open-toe dal piglio ironico e rétro, che ricordano quasi delle bambole. La designer, amatissima da celebrities e teste coronate (Kate Middleton ha da poco sdoganato un suo vestito), Vanessa Seward si è imposta per il suo stile iconico, caratterizzato da una femminilità timeless e da un senso per il buon gusto forse oggi in gran parte dimenticato, a favore di una sterile ricerca per l’ostentazione, in tempi in cui dominano le starlette da streetwear.

L’aurora boreale illumina la passerella di Issey Miyake

Sfumature siderali e caleidoscopici giochi cromatici sfilano sulla passerella di Issey Miyake: Yoshiyuki Miyamae volge lo sguardo al cielo e sceglie di ispirarsi ai colori dell’aurora boreale per la collezione autunno/inverno 2017-18 del brand. Il risultato è una fantasia cromatica dal grande impatto scenografico, che impreziosisce ogni outfit, in un crogiolo di affascinanti effetti visivi: le luci del Nord proiettano infatti inediti virtuosismi cromatici, su tessuti declinati in colori incandescenti, come le scale dei blu e del violetto, del rosso, del verde e dell’arancio. Un arcobaleno che impreziosisce tute, capispalla in texture techno ed outfit in blocchi cromatici, che sembrano quasi prendere vita: fluttuanti, i colori appaiono quasi in movimento, in un appassionante gioco visivo che trasforma la luce e ne modifica l’aspetto. Ecco che lane grezze provenienti dalle isole Shetland vengono toccate dalla luce del Nord, che realizza mirabolanti effetti, per combinazioni sempre nuove. Pathos ed emozione sfilano sulla passerella parigina di Miyake, da sempre maestro nell’elaborare un’estetica minimale ma ad effetto: ora grande dinamismo ed energia caratterizza i tessuti stampati, che danno vita a spettacolari giochi optical. Largo a dress dalle silhouette rilassate e dall’effetto froissé pervasi da nuance degradé a contrasto con le calzamaglie indossate dalle mannequin, che si alternano a giacche con cappuccio da indossare con pantaloni ampi e casacche dalle note sportswear. A metà tra una creatura misteriosa e un folletto della notte, la donna Miyake sfoggia cappotti e mantelle con cappuccio, da indossare sopra pantaloni: satin e materiali grezzi si alternano, come i patchwork cromatici, che conferiscono ad ogni uscita un’aura sognante ed eterea. Non mancano pigiami palazzo oversize dalle stampe al neon e dagli effetti trompe l’oeil.

Il mix & match à la Christian Wijnants

Sete damascate, tapestry pregiati e jacquard preziosi si alternano sulla passerella di Christian Wijnants: lo stilista belga si cimenta in un inedito mix & match ricco di pathos, in una collezione elegante e sofisticata, in bilico tra sperimentazione e tocchi rétro. Vibranti effetti trompe l’oeil si alternano sulla passerella parigina, in un caleidoscopio di stampe floreali, paisley iconici impreziosiscono sete e knitwear, stampe audaci e mirabolanti che creano infinite combinazioni cromatiche, catturando l’occhio e la mente in un riuscito esperimento stilistico. Il designer belga non lesina in avvincenti coup de théâtre, tra cappotti in shirling, maglioni a stampa patchwork, dress floreali e pantaloni in organza: le silhouette rilassate e le texture preziose evocano certe atmosfere coloniali e certi paesaggi esotici, a metà tra un mercato di Marrakech e un riad di lusso. E’ un viaggio immaginario nei territori della Persia ad ispirare a Wijnants una collezione autunno/inverno 2017-18 intrisa di suggestioni coloniali: sfarzo ed opulenza dominano, in una palette cromatica che indugia nei toni del giallo mostarda e dell’azzurro, tra prendisole in paisley, da indossare su pantaloni palazzo, e tuniche dal sapore etnico. Divisa tra eleganza timeless e modernità, la collezione non lesina in tocchi grunge, come nei maglioni decorati da fiori pop, da indossare con jeans boyish, o ancora nelle stampe patchwork che traggono ispirazione anche da certe suggestioni scandinave, protagoniste indiscusse nell’estetica dello stilista. Non mancano note ladylike nei cappottini bon ton in glicine, da indossare con guantini stampati e scarpe pitonate. Vibrante ed appariscente, la collezione si distingue anche per una grande portabilità. Chapeau.

La sperimentazione in chiave streetwear di Each X Other

Iperboliche sovrapposizioni ed iconici contrasti sfilano sulla passerella di Each X Other: ad ispirare la collezione autunno/inverno 2017-18 è una ragazza eclettica ed irriverente, dall’animo dichiaratamente grunge, che va a fare la spesa indossando l’abito da sera sotto il giubbotto denim. Pervasa da echi sperimentali, la sfilata ostenta un mood effortlessy-chic, per uno stile basato su contrasti forti, apparentemente azzardati, ma che riescono a catturare l’occhio. Ecco che i capi basic vengono reinterpretati secondo codici estetici nuovi: la maglietta diviene un abito, mentre il logo del brand decora cinture e trench dal piglio timeless e dalle suggestioni sartoriali. Largo anche a tuxedo in chiave moderna, impreziosito da dettagli crochet e drappeggi. Non mancano dettagli in pelliccia, in un approccio generale che strizza l’occhio allo street-style. Intrigante il mix di stagioni e stili, per una collezione che attinge ai Seventies, ma anche al grunge anni Novanta: tripudio di stampe plaid, accanto a pattern tropicali e rosa baby. Sfilano tute in stampa check decorate con nastrini e cuciture a contrasto, capispalla profilati di pelliccia blu elettrico che si alternano a morbidi cappotti vestaglia con logo del brand, maglioni e gonne suddivisi in blocchi patchwork di texture diverse e contrastanti. Le modelle sfoggiano calzamaglie colorate e pantafole profilate di piume. Non mancano infine materiali strong come il vinile, per cappotti grunge e pantaloni aggressive da indossare sotto magliette profilate di drappeggi e ancora decorate con logo in vista. Una collezione ricca di contrasti affascinanti e mai scontati, in linea con lo stile del brand.

David Beckham: Icona di stile dei tempi odierni

Il magazine “People” ha nominato David Beckham “l’uomo vivente più sexy”.


Noto per il suo gusto estetico oltre che per le prestazioni sul campo, Beckham non ha mai smesso di stupire i fan con le sue scelte in quanto a stile ed abbigliamento, per non parlare poi dei suoi innumerevoli tagli di capelli davvero di ogni genere. Estremamente foto e telegenico, è stato il beniamino dei media per almeno due decenni.


David Beckham a Wimbledon

David Beckham a Wimbledon




David Beckham è nato nel sobborgo londinese di Leytonstone. Suo padre era un tifoso appassionato del Manchester United e molto spesso andavano all’Old Trafford per seguire le partite casalinghe della loro squadra. Questa passione è stata trasmessa anche a David, tant’è che nella sua carriera realizzò il sogno di giocarci e di diventarne persino il Capitano.


David Beckham al Manchester United

David Beckham al Manchester United




Fece scalpore il suo addio ai Red Devils, che lasciò increduli tutti i suoi tifosi, per trasferirsi a Madrid a giocare con i Blancos, storici rivali del Barcellona; come non ricordare quel Real Madrid ribattezzato “I Galacticos” : Zidane, Raul, Roberto Carlos, Figo, Ronaldo ed ovviamente lui, Becks, il Re dei calci di punizione.


David Beckham durante un'esultanza con la maglia del Real

David Beckham durante un’esultanza con la maglia del Real




Un altro caso scoppiò quando decise di andare a finire la sua carriera da calciatore negli States, ai Los Angeles Galaxy, fu la prima volta che una Star del calcio europeo emigrò oltreoceano, campionato considerato all’epoca di livello inferiore; ha fatto qualche apparizione anche nel campionato italiano di Serie A con la maglia del Milan con la formula del prestito, visto la voglia di tenersi in allenamento quando la MLS era in sosta, per poi finire la sua carriera calcistica a Parigi nel PSG.


Ultima partita da professionista di David Beckham con la maglia del PSG

Ultima partita da professionista di David Beckham con la maglia del PSG




Nel 1997 Beckham ha iniziato a frequentare Victoria Adams, cantante inglese membro delle Spice Girls. La coppia ha suscitato grande interesse nei media, che li hanno ribattezzati “Posh and Becks”. La star ha sposato la Adams nel castello di Luttrellstown, vicino a Dublino.


Lo stile dell’asso del calcio si propone come vario e particolare connotato da molta eccentricità, ma nello stesso tempo da tantissima classe ricordando un po’ quelle icone senza tempo, Steve McQueen ad esempio, guarda caso in sella ad una delle sue Triumph in T-Shirt bianca e denim strappato, orologio al polso destro, insomma, uno Steve dell’era moderna.


David Beckham con la sua Triumph

David Beckham con la sua Triumph




Per il daywear sceglie lo stile Grunge, un outfit underground perfettamente intonato alle luci ed alle atmosfere della città, accattivante e a tratti sexy.
Per il nightwear potremmo vederlo in smoking ad un evento di beneficenza, oppure in un locale modaiolo accanto all’ex Spice con una giacca viola della stessa tonalità delle Louboutin indossate da lei!


David Beckham ad una partita dei Los Angeles Lakers

David Beckham ad una partita dei Los Angeles Lakers




David Beckham

David Beckham




David Beckham presenta la sua nuova collezione H&M

David Beckham presenta la sua nuova collezione H&M




Il suo motto è:


“Non date retta a chi dice che i veri uomini non piangono mai. Non hanno mai giocato veramente a calcio e non conoscono la vera passione”.


I capi che lo contraddistinguono sono:


– Il trench


– La t-shirt bianca classica, semplice a maniche corte


– Il jeans stone washed


– La camicia in tartan


– L’abito elegante, con blazer monopetto


– L’orologio portato al polso destro (una collezione di luxury watches da far venire i brividi)


Grande appassionato di motori, possiede un garage che non passa inosservato, tra Ferrari e Porsche, passando poi alle Harley Davidson ed alle Triumph, il Divo dei tempi odierni si è fatto ritrarre con dei pezzi da vero intenditore.


David Beckham in sella alla sua Triumph

David Beckham in sella alla sua Triumph




David Beckham sulla sua Harley Davidson

David Beckham sulla sua Harley Davidson




David Beckham in Ferrari

David Beckham in Ferrari




Amato dalle ragazze per la sua bellezza, imitato dai ragazzi per il suo stile, David ha dettato legge nel campo della moda degli ultimi tempi e non ha davvero nulla da imparare.


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Sonia Rykiel si ispira a Niki de Saint Phalle

Si ispira all’opera di Niki de Saint Phalle la nuova collezione di Sonia Rykiel, che ha sfilato nell’ambito del prêt-à-porter parigino: Julie de Libran sceglie come musa di riferimento una donna forte ed indipendente, proprio come la celebre artista francese, il cui lavoro viene omaggiato a partire dall’enorme scultura a forma di cuore che funge da scenografia del défilé. Tante le coincidenze che hanno portato la designer a scegliere Niki de Saint Phalle come icona di riferimento della collezione autunno/inverno 2017-18 di Sonia Rykiel: “Amo il modo in cui queste donne usavano la propria creatività come una piattaforma per esprimere dei messaggi”, così Julie de Libran si è espressa a proposito di Sonia Rykiel, accostata all’artista che ispira la collezione. Le due donne, nate entrambe nello stesso anno, erano unite da una passione per i colori, che trova espressione nelle decorazioni realizzate con fiori e piume, dettagli che illuminano i capi: quasi come una tela su cui dipingere, i capi restano fedeli all’estetica del brand. Largo quindi a maxi dress dal piglio gipsy, tripudio di knitwear, trench classici e linee scultoree. La palette cromatica abbraccia i toni del blu, del bianco e del nero. La prima uscita è un abito bianco con cintura e maniche esagerate: il romanticismo si unisce al costruzionismo, come anche nei maxi dress con collo alto, che mixano sobrietà ed esuberanza. Il tweed, cifra stilistica della maison, torna alla ribalta in stampe patchwork che decorano gonne da indossare con maglioni. Largo a dress in satin ricamati, tra tripudio di shirling e motivi floreali in stile british. Non mancano decorazioni dallo spirito tribal, che si uniscono a capi in georgette dal piglio glamour. Suggestioni mariniere nei trench classici si uniscono allo spirito bohémien negli abiti lunghi. Trionfo di knitwear decorato con tanto di frange si alterna infine alle proporzioni teatrali dei capispalla decorati con iconici patchwork bicromatici.

Il colonialismo sperimentale di Uma Wang

Potenti suggestioni attraversano la collezione di Uma Wang, protagonista della settimana della moda di Parigi. Una sfilata pervasa da echi coloniali, che si uniscono a note romantiche, tra proporzioni cocoon e sovrapposizioni che inneggiano alla sperimentazione. La designer resta fedele alla propria estetica, pur nel suo peregrinare, che la porta stavolta a sfilare a Parigi, dopo quattro anni trascorsi a Milano. In passerella sfilano caftani dal piglio regale, tra sovrapposizioni cromatiche che aggiungono ad ogni outfit un tocco grunge: Uma Wang si rivela maestra nel mixare classicismo e note avanguardistiche, in una collezione intrisa di ispirazioni etniche. Come una viaggiatrice che attraversa il deserto, la donna che sfila a Parigi sfoggia caftani oversize e pigiama palazzi dalle linee fluide ed armoniche: tra top in pizzo con colletti decorati con rouches e passamanerie preziose e pantaloni ampi, sfilano note mannish e dettagli che profumano di civiltà millenarie. Tra gessati e velluti stampati sfila una collezione ricca di charme, che si ispira ai colori del deserto, tra muschio, mostarda e tocchi di marrone e sabbia. Non mancano nostalgici echi rétro nelle stampe floreali, mentre gli abiti lunghi evocano i pepli indossati dalle donne dell’antica Grecia. Tripudio di lana mohair nei capispalla, mentre i velluti dominano nei maxi dress. Le giacche indossate a pelle ricordano le vesti di certe popolazioni tribali, come le decorazioni iconiche che impreziosiscono magliette e capispalla. Pashmine lavorate a maglia e sovrapposizioni sperimentali dominano ad ogni uscita, tra kimono oversize ed inventiva allo stato puro: la stilista sdogana la giacca bifronte, metà blazer e metà cappotto. Un inno alla moda avanguardistica, che non teme colpi di scena dal grande impatto visivo, accanto alle suggestioni timeless di capi principe del guardaroba femminile, come il pigiama palazzo, che si preannuncia già must have incontrastato della prossima stagione invernale.

La sperimentazione di Atlein debutta a Parigi

Un debutto in grande stile, quello di Antonin Tron, che ha sfilato per la prima volta a Parigi con il suo brand Atlein. Alla Galerie Thaddaeus Ropac, nel cuore del Marais, ha sfilato la collezione autunno/inverno 2017-18 del brand, che si è guadagnato l’attenzione dei media subito dopo la sua fondazione. Dopo essersi aggiudicato il prestigioso premio ANDAM per la prima collezione, lo scorso anno, Atlein è stato tra i 21 semifinalisti dell’edizione di quest’anno del LVMH Prize for Young Fashion Designers; dopo aver lavorato da Louis Vuitton, Givenchy e Balenciaga -dove presta ancora servizio- Tron ha debuttato con Atlein. Un marchio giovane che fonda la propria estetica nelle infinite possibilità offerte dal jersey, materiale estremamente indossabile, che si impone come cifra stilistica del brand. Nella collezione che ha sfilato a Parigi non mancano dettagli che inneggiano ad una sartorialità timeless, tra note knitwear e capispalla teatrali. Largo a volumi oversize e ispirazioni suggestive: ecco che le giacche e i cappotti ricordano le mute da sub. Surfista provetto, Tron predilige silhouette che accompagnano il corpo, tra asimmetrie scultoree che impreziosiscono gonne e dress. Non mancano velluti e jacquard preziosi, tra stampe floreali ed inserti a contrasto su jersey glitterato. Un’ardita sperimentazione si unisce in Tron ad un’estetica potente, che attinge molto a note grunge, in una costante illusione ottica: ogni outfit infatti è caratterizzato da un dettaglio che, in un gioco di specchi, figura solo a metà. Che si tratti di un colletto o di una manica, lo stilista sviluppa solo parzialmente i modelli, lasciano il discorso aperto, pronto a nuovi sillogismi, come se l’ultima parola fosse ancora da scrivere. Si alternano sulla passerella minidress e capispalla con zip laterale, e, ancora, maxi dress con cuciture in mostra, come si trattasse di capi ancora da ultimare. Un inno alla sartorialità e al gioco della moda, vissuto in chiave ludica e sperimentale.

Il romanticismo rétro di Loewe

Poetica e teatrale la collezione autunno/inverno 2017-18 di Loewe, che ha sfilato nell’ambito della settimana della moda di Parigi. Jonathan Anderson porta sulla passerella un crogiolo di ispirazioni eterogenee, per una sfilata iconica, che trae ispirazione da un’epifania, una sensazione spontanea, un’emozione: in bilico tra dramma e narrazione, lo stilista racconta la storia di una donna misteriosa e a tratti inquietante, che ama collezionare fotografie e orchidee, come quelle che spiccano sui vasi, scenografia che irrompe sul catwalk. Romanticismo a tratti rétro si unisce ad effetti altamente scenografici, in una collezione ricca di drappeggi asimmetrici e stoffe preziose: ecco che jacquard di seta di alterna a tocchi di pelliccia, pois di ispirazione Eighties si alternano a stampe check e a quadretti vichy. Delicata e irriverente, la donna Loewe non lesina in dettagli iperfemminili, come nei prendisole a trapezio con rouches o negli abiti a collo alto con maniche a sbuffo. Non mancano momenti di alta artigianalità, mentre i capispalla spaziano dal mood sporty alle note couture; la donna che calca la passerella ricorda una sirena e, un attimo dopo, una vestale misteriosa. Suggestioni anni Ottanta nei dress oversize con manica lunga e fiocco al collo impreziositi da maxi pois; leggiadra femminilità nei lunghi abiti da sera con spalle abbassate, che strizzano l’occhio ad una eleganza eterea; stile timeless nei fur coat dalle note rétro, che conferiscono a maxi dress neri un tocco ladylike. Suggestioni provenzali nei prendisole a quadretti vichy, perfetta mise per un picnic. Romanticismo nei maxi dress con balze, che si alternano a vestiti decorati come un cubo di Rubik. Sperimentale ed eclettica, la collezione si pone al di là della mera stagionalità, proponendo capi perfetti per essere indossati in qualsiasi momento.

Bullismo, Kate Winslet e Selena Gomez raccontano le loro storie

Due donne diverse, di età diverse e personalità diverse, hanno raccontato la stessa triste storia. Entrambe vittime di bullismo da ragazzine, Kate Winslet e Selena Gomez hanno parlato ancora una volta della propria adolescenza difficile, invitando chi è vittima di bullismo a farsi forza e reagire. Kate Winslet ha raccontato spesso di essere stata maltrattata per il suo fisico imperfetto dai compagni di scuola e perfino dall’insegnante di recitazione, che a 14 anni le disse «potrai fare bene solo se ti accontenterai dei ruoli da ragazza grassa». Oggi attrice acclamata, premio Oscar, radiosa e bellissima al naturale, la Winslet è stata ospite dell’evento benefico We Day U.K. Dal palco ha parlato ai ragazzi delle scuole, raccontando le sue ferite di ragazzina considerata diversa. «Mi prendevano in giro e spesso finivo spesso chiusa dentro un armadio – ha raccontato –  Da lì li sentivo ridere di me. Avevo la sensazione di non essere abbastanza, non riuscivo ad andare avanti. E tutto questo perché non rientravo nell’idea di “perfezione” di qualcun altro. Il mio corpo non era perfetto e raramente sentivo qualche commento positivo». Ma Kate non si è arresa, ha imparato ad abbracciare i propri difetti, a difendere la propria identità e a lottare per ciò che voleva. «Dovete essere indistruttibili» ha detto agli adolescenti inglesi.


Tutt’altra storia quella di Selena Gomez, giovanissima stellina di Disney Channel oggi ventiquattrenne che ha raccontato il lato oscuro della vita da baby star. In un’intervista al The New York Times ha parlato di Disney Channel come del «liceo più grande del Mondo», che non le ha risparmiato il bullismo. «Mia madre ha dovuto affrontare i bulli più volte in passato – racconta – Crescendo mi ha raccontato le storie di quanto è accaduto». Per questo, Selena ha deciso di riadattare il libro Thirteen Reason Why di Jay Asher, una storia di bullismo che arriverà su Netflix il prossimo 31 marzo. Ancora oggi, Selena Gomez racconta di dover cancellare l’app di instagram dal proprio smartphone almeno una volta a settimana. «Ti concentri sui commenti negativi, è come se volessero far del male alla tua anima».

Brevi curriculum dei fomentatori populisti

Si fa un gran parlare di populismo, populisti, spesso accompagnando il ragionamento con il concetto di fake-news. Perché i “fomenta popolo”, coloro che parlano alla pancia della gente (intesa come massa) esaltandone le doti e le qualità demagogicamente, hanno necessità sistematica di “attrarre pubblico”, semmai sbandierando e millantando verità oscure e complotti strani. Semmai essendo loro stessi quelli che si spacciano per “i giustizialisti” che danno voce al popolo e mettono alla gogna i potenti, di per sé colpevoli di ogni male e nefandezza. Vera o presunta.
Costoro sono tra noi, in bella vista: personaggi pubblici dal sorriso ammiccante, dal linguaggio facile e nazional popolare. E tutti hanno alcune caratteristiche comuni.
Tra queste, essere i paladini del “contro la casta”, acerrimi avversari di pensioni d’oro e rendite di posizione. Signori incontrastati della coerenza (altrui) che spesso hanno cambiato casacca, maglia, camicia, datore di lavoro, ideologia politica, valori, e finanche posizione e dichiarazioni.


Uno studio presentato alla Camera da Alberto Brambilla evidenzia le pensioni calcolate con il metodo retributivo.
Lo studio offre l’opportunità di verificare gli importi medi degli assegni pensionistici e dei relativi redditi di riferimento (l’ultimo stipendio) categoria per categoria.
Dopo i Notai, la categoria che ci aspetterebbe trovare trovare in cima alla classifica sarebbero politici, sindacalisti, commercialisti, avvocati, e invece no. Al secondo posto figurano i Giornalisti. Nel caso-tipo riportato con un reddito 2013 annuo lordo di 67.370 euro percepirebbero una pensione 2013 pari a 57.510 euro.
Molto – ma molto al di sotto – tutte le altre categorie.
La difesa è nota, ed è quella difesa che i libri di Mario Giordano (ma anche i Feltri, i Salvini, i Belpietro) non concedono a nessuno.
Dice la Corte di Cassazione: “I diritti acquistati e gli importi pensionistici già maturati non possono in nessun caso essere messi in discussione. Le Casse non possono ricorrere ai prelievi di solidarietà, istituto che esula totalmente dalla loro sfera di autonomia decisionale”.
Peccato che in nessun libro di Mario Giordano – i cui titoli ho precedentemente riportato – tra vari Vampiri, Pescecani e Sanguisughe figuri un solo nome di un solo giornalista. Men che meno di un solo direttore di testata o di tg.
Già perché se facessimo due conti tra Vampiri, Sanguisughe e Pescecani dovremmo annoverare anche i Salvini, i Belpietro, i Feltri, i Giordano e i Paragone, che andranno in pensione con un metodo retributivo secondo solo ai notai, e con pensioni di oltre 200mila euro.
Almeno gli altri non lucrano sulla rabbia della gente e non chiamano “gli altri” Spudorati, Quelli che si riempiono le tasche alle spalle del Paese che affonda.
Perché le varie pensioni dei signori suddetti le pagherà – come dice bene Mario Giordano – l’unico fondo Inps davvero in attivo, ovvero quello dei giovani precari, che la pensione (per davvero) forse, non la vedranno mai.


Nel paese che non ha memoria, ne scelgo qualcuno a caso. Di noto e popolare. Ed è bene partire da curriculum e biografia.


Gianluigi Paragone


Breve curriculum dei fomentatori populisti


Nato da famiglia di origine sannita ha iniziato la carriera giornalistica al quotidiano La Prealpina. In quel periodo viene incaricato, come giovane inviato, di seguire Umberto Bossi, Roberto Maroni e altri membri del partito nei loro comizi e incontri. È stato direttore del telegiornale di Rete 55, emittente locale della provincia di Varese, e del quotidiano La Padania. In seguito è approdato al quotidiano Libero di cui è stato vice-direttore. È stato anche conduttore di Malpensa Italia, talk show politico in onda in seconda serata su Rai 2 dal 22 gennaio 2009
Dal 1º agosto 2009 ha sostituito per un breve periodo Vittorio Feltri alla direzione del quotidiano Libero. Il 5 agosto 2009 Paragone è stato nominato vice direttore di Rai 1 e quindi ha abbandonato la direzione di Libero: l’elezione ha visto il voto contrario del presidente del CDA della RAI Paolo Garimberti con la motivazione secondo la quale la nomina di Paragone non risponderebbe alla “tradizione” che “consiglia” alla RAI di ricorrere il meno possibile a professionisti esterni all’azienda.


Matteo Salvini


Breve curriculum dei fomentatori populisti


Matteo Salvini nasce a Milano da genitori milanesi.Nel 1985, a 12 anni, partecipa a Doppio Slalom condotto da Corrado Tedeschi su Canale 5 e nel 1993, a 20 anni, a Il pranzo è servito condotto da Davide Mengacci, all’epoca in onda su Rete 4. ed è stato il primo ad attaccare Matteo Renzi per una partecipazione alla Ruota della Fortuna.
Si iscrive alla facoltà di Storia dell’Università degli Studi di Milano, fermandosi, secondo quanto riportato sul suo sito, a 5 esami dalla laurea; dichiara nel 2008, che sarebbe arrivata «prima la Padania libera della mia laurea».
In gioventù frequenta il centro sociale Leoncavallo, che influenza fortemente il suo orientamento politico: da lì in poi si schiererà con le correnti di estrema sinistra della Lega, tra cui in particolare ricordiamo il fatto di essere stato fondatore e leader dei Comunisti Padani.
Molti hanno criticato Salvini per il suo “cambio” di orientamento politico, dall’estrema sinistra all’alleanza con Marine Le Pen e Geert Wilders dell’estrema destra in pochi anni, accusandolo di aver fatto questo cambio radicale solo per meri motivi populisti (alleandosi con gli euroscettici, che acquistavano visibilità dagli anni 2010) e per accaparrarsi più voti, Salvini di suo canto ha spiegato la sua scelta dicendo: “Per assurdo vedo più valori di sinistra nella destra europea che in certa sinistra. Questi partiti e questi movimenti sono quelli che oggi difendono i lavoratori, quelli che conducono battaglie giuste come quella per il ritorno al locale. Allora non ci vedo nulla di strano a cercare un dialogo con chi oggi incarna la resistenza a questa Europa sbagliata”
Nel 1997 inizia l’attività giornalistica: lavora come cronista per il quotidiano la Padania, di cui dichiara: «Un’esperienza affascinante»; dal 1999 lavora inoltre sull’emittente radiofonica leghista Radio Padania Libera. Nel luglio 2003 ottiene l’iscrizione all’Albo dei giornalisti nell’elenco dei giornalisti professionisti.


Breve curriculum dei fomentatori populisti


Nelle elezioni del Parlamento della Padania del 1997 è candidato capolista della corrente dei Comunisti Padani, che ottiene 5 seggi su 210. L’anno successivo è eletto segretario provinciale di Milano della Lega Nord (1998-2004).
Nel luglio 1999, a seguito della decisione del prefetto di rimuovere il sindaco di Lazzate, Cesarino Monti, il gruppo leghista in consiglio comunale propose una mozione a sostegno del sindaco, la quale viene per due volte respinta, al che Salvini coordinò in fondo all’aula il coro «Prefetto italiano, via da Milano!»; l’idea anti-prefetto verrà poi ripresa dallo stesso Salvini in qualità di segretario federale nel 2013. Pochi mesi dopo, durante una visita ufficiale a Palazzo Marino del Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, si rifiutò di stringere la mano al capo dello Stato; in una nota egli affermò di avergli detto: «No grazie, dottore, lei non mi rappresenta».
Nel 1999 viene condannato alla reclusione di 30 giorni per oltraggio a pubblico ufficiale per un lancio di uova a Massimo D’Alema.
Lontani i tempi delle invettive contro “Roma Ladrona”: gli europarlamentari guadagnano circa 8mila euro netti, esclusi i vari benefit e rimborsi con i quali possono arrivare fino a 19mila euro lordi al mese.
Troppi, ad ascoltare chiunque. Ma mai che fosse arrivata alcuna proposta di riduzione delle indennità dal nuovo leader dell’ultradestra di lotta e di potere. Resta solo il clamoroso rimprovero, nell’aula di Strasburgo, dell’eurodeputato socialista Marc Tarabella contro il “nostro” Salvini.
Il 12 ottobre 2012 dichiarava: “La Lombardia e il Nord l’euro se lo possono permettere. Io a Milano lo voglio, perché qui siamo in Europa. Il Sud invece è come la Grecia, al Sud non se lo meritano”.


Mario Giordano


La sua carriera inizia a Il nostro tempo settimanale cattolico di Torino, per proseguire nel 1994 a L’Informazione e nel 1996 al quotidiano Il Giornale diretto da Vittorio Feltri. Dopo varie apparizioni al Maurizio Costanzo Show in qualità di ospite, il debutto in televisione avviene in RAI nel 1997 con la trasmissione di Gad Lerner, Pinocchio dove veste i panni del Grillo Parlante. Dopo la conduzione di Dalle venti alle venti su Rai 3, torna a lavorare con Lerner alla seconda edizione di Pinocchio, in cui, armato di bicicletta, presenta cifre e scandali sui temi casuali d’attualità.
Dopo una breve parentesi al TG1 , il 4 aprile 2000 passa a dirigere Studio Aperto (in sostituzione di Paolo Liguori), spazio televisivo che negli anni contribuirà a fargli acquisire una certa notorietà rendendolo un telegiornale di gossip. A partire dall’estate del 2003, Giordano dirige altre due trasmissioni televisive su Italia 1, Lucignolo e L’alieno (di quest’ultimo programma Giordano è anche conduttore).
Il 10 ottobre 2007, Giordano, da Studio Aperto, passa a dirigere Il Giornale (con il quale già collaborava come editorialista) in sostituzione di Maurizio Belpietro, che a sua volta passa alla guida del settimanale Panorama. L’insediamento nel quotidiano di via Negri avviene l’11 ottobre 2007. È coinvolto in un caso politico per una nota di redazione apparsa su Il Giornale del 30 aprile 2009, “Lambertow premiato dai giapponesi”, nella quale ci si riferisce al popolo giapponese come “musi gialli”, suscitando una richiesta di scuse ufficiali da parte del ministro e vice capo missione giapponese, Shinsuke Shimizu.
Il 20 agosto 2009 lascia Il Giornale per riapprodare a Mediaset come direttore delle Nuove Iniziative News e, dal 1º settembre 2009, torna direttore di Studio Aperto, il tg di Italia 1. Il 1º marzo 2010 lascia nuovamente Studio Aperto, che passa sotto la direzione di Giovanni Toti (già condirettore di Studio Aperto), e viene nominato direttore di NewsMediaset, testata d’informazione del gruppo di Cologno Monzese. Contestualmente diventa editorialista del quotidiano Libero. Il 29 dicembre 2010 lascia la collaborazione con il quotidiano Libero e torna a scrivere per Il Giornale, in veste di editorialista.
Nel settembre 2012 lascia ancora una volta il quotidiano diretto da Alessandro Sallusti per far ritorno al quotidiano «Libero», sempre come editorialista. Dal 28 novembre 2011 è anche il direttore del nuovo canale Mediaset all-news TGcom24. Il 10 giugno 2013 lascia la direzione di TGcom24 per quella di Videonews, salvo essere nominato, il 24 gennaio 2014, direttore del TG4 in seguito alla discesa in politica di Giovanni Toti.
Nel luglio 2016 lascia «Libero» per seguire Maurizio Belpietro nella fondazione di un nuovo quotidiano, «La Verità», il cui primo numero esce il 20 settembre 2016.
I suoi titoli sono il suo manifesto giornalistico-editoriale: Silenzio, si ruba. Le troppe verità che ci nascondono per continuare a svuotarci le tasche, L’Unione fa la truffa. Tutto quello che vi hanno nascosto sull’Europa, Attenti ai buoni. Truffe e bugie nascoste dietro la solidarietà, Siamo fritti. Truffe, inganni e altri veleni nel piatto, Senti chi parla. Viaggio nell’Italia che predica bene e razzola male, Sanguisughe. Le pensioni d’oro che ci prosciugano le tasche, Spudorati. La grande beffa dei costi della politica. False promesse e verità nascoste, Tutti a casa! Noi paghiamo il mutuo, loro si prendono i palazzi, Non vale una lira. Euro, sprechi, follie: così l’Europa ci affama, Pescecani. Quelli che si riempiono le tasche alle spalle del Paese che affonda, Profugopoli. Quelli che si riempiono le tasche con il business degli immigrati, Vampiri. Nuova inchiesta sulle pensioni d’oro.


Vittorio Feltri


Breve curriculum dei fomentatori populisti


A diciannove anni, nel 1962, inizia a collaborare con L’Eco di Bergamo, con l’incarico di recensire le prime visioni cinematografiche. Nello stesso periodo viene assunto per concorso alla Provincia come impiegato; lavora all’I.p.a.m.i., il brefotrofio, poi si occupa delle rette dei manicomi. Quando è già di ruolo lascia tutto per riprendere la carriera giornalistica. Si trasferisce a Milano, dove viene assunto dal quotidiano La Notte come praticante. Il 16 dicembre 1971 ottiene l’iscrizione all’Albo dei giornalisti professionisti. Nel 1974 Gino Palumbo lo chiama al Corriere d’Informazione (edizione pomeridiana del Corriere della Sera): dopo tre anni Feltri passa al Corriere della Sera, allora diretto da Piero Ottone.
Negli anni 1981-82 scrive sul mensile Prima Comunicazione sotto lo pseudonimo Claudio Cavina. Dal 1983 è direttore di Bergamo-oggi, ma l’anno successivo è richiamato al Corriere della Sera come inviato speciale (1984-89, direttore Piero Ostellino). Feltri fu tra coloro che sostennero pubblicamente Enzo Tortora, il celebre conduttore televisivo accusato ingiustamente nel 1983 di associazione camorristica e spaccio di droga.
Nel 1989 assume la direzione del settimanale L’Europeo. Durante la sua direzione, venne pubblicato un falso scoop da parte del giornalista pubblicista Antonio Motta. Motta sostenne di essersi infiltrato nelle Brigate Rosse come “agente di Carlo Alberto Dalla Chiesa” e di aver scoperto particolari eclatanti e scabrosi sul rapimento di Aldo Moro. L’inchiesta, che fu pubblicata il 26 ottobre 1990, si rivelò invece un falso. Feltri si difese: «A questa storia – affermò – si aggiungono misteri su misteri, noi abbiamo cercato le conferme, e le abbiamo avute, poi chi ce le ha date ha cambiato idea»
Nel 1992 sostituisce Ricardo Franco Levi alla direzione de l’Indipendente, in grave crisi di vendite. Feltri rilancia il giornale e ne fa un quotidiano di successo, cavalcando lo sdegno popolare a seguito dell’inchiesta Mani pulite:
« Ammesso e non concesso che un magistrato abbia sbagliato, ecceduto, ciò non deve autorizzare i ladri e i tifosi dei ladri… gli avvoltoi del garantismo… a gettare anche la più piccola ombra sulla lodevole e mai sufficientemente applaudita attività dei Borrelli e dei Di Pietro.»
concentrando più volte i suoi attacchi sulla figura dell’allora segretario socialista Bettino Craxi:
« Mai provvedimento giudiziario fu più popolare, più atteso, quasi liberatorio di questo firmato contro Craxi (il primo avviso di garanzia, nda) … Di Pietro non si è lasciato intimidire dalle critiche, dalle minacce di mezzo mondo politico (diciamo pure del regime putrido di cui l’appesantito Bettino è campione suonato)… Ha colpito senza fretta, nessuna impazienza di finire sui giornali per raccogliere altra gloria. Craxi ha commesso l’errore… di spacciare i compagni suicidi (per la vergogna di essere stati colti con le mani nel sacco) come vittime di complotti antisocialisti… È una menzogna, onorevole!»
Coniò per Craxi il soprannome “Cinghialone”. Quasi un ventennio dopo corresse in parte le sue affermazioni:
« Nel 1992 stavo a fianco di Antonio Di Pietro e di altre toghe. A Bettino Craxi ho dedicato i titoli più carogna della mia vita professionale al tempo dell’Indipendente. Del resto Bettino non fece nulla per sottrarsi ai colpi. Incurante di essere considerato il simbolo della politica ladra e corrotta, circondato da ometti che non facevano nemmeno lo sforzo di togliersi la giacca da gangster, non smetteva di ergersi senza ripararsi. Non schivava i colpi, e io pensavo fosse alterigia: quindi via con le ironie, le indignazioni e i sarcasmi. Ho sbagliato. Non scriverei più festosamente davanti alla «rivolta popolare» che accolse Bettino la sera del 30 aprile del 1993 fuori dall’hotel Raphaël a un passo da piazza Navona. »
Nell’aprile 1993 conosce Silvio Berlusconi; il Cavaliere gli propone di lavorare come giornalista televisivo a Canale 5, ma Feltri rifiutò.
Nel gennaio 1994, Feltri viene contattato da Paolo Berlusconi, editore de Il Giornale, che gli offre la direzione del quotidiano – direzione che Indro Montanelli ha deciso di lasciare. Feltri accetta e rimane al Giornale per 4 anni. Nello stesso periodo, Feltri cura una rubrica sul settimanale Panorama, collabora con Il Foglio di Giuliano Ferrara e con altre testate nazionali, tra cui Il Messaggero e Il Gazzettino.
Durante la sua permanenza alla direzione del Giornale, Feltri accumula ben 35 querele da parte del magistrato Antonio Di Pietro. L’amministrazione del quotidiano decide di raggiungere un accordo con la controparte per la remissione delle querele. Feltri si uniforma alla decisione presa e il 7 novembre 1997 scrive in prima pagina una diplomatica lettera al magistrato. Nello stesso numero è pubblicata una lunga ricostruzione (due pagine) in cui tutte le accuse a Di Pietro vengono smontate. Un mese dopo il clamoroso articolo, Feltri lascia il Giornale.
Il 25 marzo 2010 il Consiglio dell’ordine dei Giornalisti della Lombardia ha sospeso Vittorio Feltri dall’albo professionale per sei mesi, quale sanzione per il caso Boffo e per gli articoli firmati da Renato Farina pubblicati successivamente alla sua radiazione dall’albo. Feltri ha reagito alla notizia affermando «Mi dispiace di non essere un prete pedofilo o almeno un semiprete omosessuale o un conduttore di sinistra, ma di essere semplicemente un giornalista che non può godere, quindi, della protezione dei vescovi, né diventare un martire dell’informazione».


Maurizio Belpietro


Breve curriculum dei fomentatori populisti


Nasce a Castenedolo in provincia di Brescia, ma cresce e risiede per oltre quarant’anni a Palazzolo sull’Oglio.
Ha cominciato la professione nel 1975 nel quotidiano «Bresciaoggi», poi all’inizio degli anni ottanta contribuì, insieme a Cristiano Gatti, alla nascita di «Bergamoggi». È stato in seguito caporedattore centrale del settimanale «L’Europeo» e poi vicedirettore de «L’Indipendente» di Vittorio Feltri. Segue Feltri a «Il Giornale» nel 1994 come vicedirettore. Nel 1996 ha la sua prima esperienza da direttore, al quotidiano «Il Tempo» di Roma. Rientra a Milano già l’anno dopo, prima come vicedirettore del «Quotidiano nazionale», poi per tornare a «Il Giornale» come direttore operativo, al fianco di Mario Cervi. Il 26 marzo 2001 assume la direzione del quotidiano, che guida fino al settembre 2007. Dall’11 ottobre 2007 ha diretto il settimanale «Panorama». Il 13 agosto 2009 sostituisce Vittorio Feltri alla direzione del quotidiano «Libero», subentrando al direttore provvisorio Gianluigi Paragone.
La sera del 30 settembre 2010 Belpietro sarebbe stato oggetto di un tentativo di agguato. Secondo le prime ricostruzioni, basate sulla testimonianza di un agente della sua scorta, un uomo armato si sarebbe introdotto nelle scale condominiali e, una volta sorpreso dall’agente avrebbe puntato la pistola verso di lui, ma l’arma si sarebbe inceppata; a questo punto l’agente avrebbe esploso tre spari intimidatori facendo fuggire l’aggressore. Nonostante i tre spari siano stati uditi dagli altri abitanti del condominio, non ci sarebbero testimoni oculari o riscontri da telecamere. L’effettivo avvenimento dell’attentato, piuttosto che il suo essere stato solo una simulazione da parte del caposcorta di Belpietro, è stato all’attenzione degli inquirenti. Nell’aprile 2011 i pm, dopo le indagini condotte dalla DIGOS con audizioni di abitanti della zona e di inquilini del palazzo, acquisizione di filmati e rilievi scientifici, hanno escluso l’ipotesi di un attentato contro Belpietro, chiedendo al Giudice per le indagini preliminari l’archiviazione del fascicolo con la motivazione che “non vi erano ragioni particolari per prendere di mira il giornalista”.

Nasce il nuovo profumo che sa di carta e di scrittura

«Entrai nella libreria e aspirai quel profumo di carta e magia che inspiegabilmente a nessuno era ancora venuto in mente di imbottigliare». È una citazione dal libro Il gioco dell’angelo di Carlos Ruiz Zafòn e rappresenta perfettamente una sensazione che tutti i lettori accaniti conoscono molto bene. Quel profumo di carta e magia che si avverte entrando in una libreria, in uno studio, in una biblioteca e trasporta immediatamente verso lidi lontani, quelli esplorati leggendo un libro. Finalmente, qualcuno ha pensato di imbottigliarlo per davvero. Si tratta di Nobile 1942, laboratorio che protegge e diffonde l’arte dei profumi, e che ha lanciato 1001, la fragranza che sa di scrittura.


Presentata durante la manifestazione Exsence a Milano, 1001 è il profumo ispirato a Sherazade e rappresenta la magia della lettura, le suggestioni olfattive del racconto, il viaggio dei sensi che si percorre quando si scrive o si legge una storia. Non a caso le note principali sono papiro, rosa e curcuma. Il primo evoca la nascita della scrittura, la seconda il simbolo poetico per eccellenza, la curcuma diventa inchiostro dal colore vivido. Il profumo non è solo un prodotto da beauty case, ma racconta storie, svela l’identità di chi lo indossa. Così questo profumo che sa di carta sarà un feticcio immancabile sulla toeletta di appassionate lettrici e romantiche scrittrici. A presentarlo sono le scrittrici Eliselle, Marina di Guardo e Manuela Stefani, raccontando quali fragranze hanno ispirato i propri romanzi e le eroine che ne sono protagoniste. Il trio di donne delle lettere è intervistato da Patrizia Finucci Gallo, giornalista e scrittrice, autrice anche del libriccino allegato a 1001, “Che profumo ha la tua scrittura“. «Scrivere è un atto intimista – spiega – richiede una certa capacità di analizzare i ricordi e il presente. Ma è anche il profumo di un racconto, l’odore della carta, le madeleines per Proust o il profumo di vaniglia e limone per Madame Bovary. È la memoria olfattiva, la possibilità di annusare la vita o di avviare una relazione sulla scia impercettibile di una fragranza».


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Casa in affitto negata a Torino: lo sfogo di una coppia gay su facebook

Cercare appartamenti in affitto non è mai facile, per nessuna coppia. Bisogna trovare la casa giusta, nel quartiere giusto, delle giuste dimensioni, rispettare il proprio budget, scendere a compromessi. E poi, una volta trovata, dimostrare di avere le referenze e il reddito per prenderla in affitto. È ancora più difficile, a quanto pare, se la coppia è formata da due uomini. Lo racconta in un lungo sfogo su facebook Simone Schinocca, uno dei due protagonisti. Due ragazzi carini, referenziati, con due contratti di lavoro a tempo indeterminato. Ma una coppia gay non è una famiglia. Almeno, così la pensano i proprietari di due delle case in affitto che hanno visto a Torino. «Capita in una “zona bella” di Torino. Capita oggi, 2017 – commenta – In un paese che ha (finalmente) le “Unioni Civili”. Facile dire uguaglianza? Ma poi alla messa alla prova chi affitterebbe, chi darebbe fiducia a una coppia gay, a una coppia straniera, a una persona di colore… Così come quaranta cinquanta anni fa non si “fittava ai meridionali” come raccontava mio padre».


Simone Schinocca e il compagno stavano cercando una casa nuova, più grande, a Torino. Si sono rivolti a diverse agenzie, ricevendo per due volte la stessa sconcertante risposta. Nel primo caso l’appartamento in affitto sarebbe stato misteriosamente preso da un’altra coppia con maggiori garanzie, nel secondo la motivazione si fa più esplicita. «Oggi l’agente immobiliare con infinito imbarazzo mi dice che la proprietà – scrive l’uomo – vuole una famiglia. Vuole qualcuno che stia a lungo. Io provo a ribattere: nella casa in cui sto sono quasi 8 anni… lui mi risponde che lo sa, ma vogliono una famiglia». La notizia indigna e scatena le reazioni dell’Arcigay e del Pd. Anche Claudio Cerrato, presidente della Circoscrizione 4 di Torino, commenta l’accaduto. «Speravo che il mio quartiere finisse sulle cronache nazionali per le sue innumerevoli qualità positive – dichiara – non per una così amara vicenda che colpisce due carissimi amici e il senso comune di tutti. Purtroppo bisogna ammettere che non è un caso isolato». Intanto Simone Schinocca e il suo compagno hanno rinunciato, con grande amarezza, a cercare una nuova casa in affitto. «La discriminazione non è un concetto astratto, è qui, è ora, è ovunque dietro l’angolo» conclude la coppia su facebook.

 

La nuova femminilità di Off-White

Segna un tassello fondamentale nella crescita personale e professionale di Virgil Abloh la collezione autunno/inverno 2017-18 di Off-White. Sulle passerelle del prêt-à-porter parigino lo stilista svela una sensibilità più matura rispetto al passato: pur consapevole di quanto la moda sia per antonomasia caratterizzata da corsi e ricorsi storici, in un panta rei in cui tracciare un’estetica del tutto nuova non è certo impresa facile, Abloh si rivela maestro nel riuscire ancora una volta a stupire. Il brand, nato quattro anni fa, sembra ora attraversare un momento cruciale, che affranca il giovane designer dalla mera definizione di stilista streetwear, segnando l’inizio di una fase più matura nella sua produzione. Sullo scenario della fashion week parigina, sfila una collezione eclettica, che medita sul destino della moda contemporanea. Lo stilista si lascia andare ad un vero e proprio flusso di coscienza, riflettendo su ciò che rappresenta una novità nell’attuale panorama della moda mondiale, dove tutto sembra esser già visto. “Come critici creativi, tutti noi ci chiediamo se qualcosa sia nuovo o meno, ma in genere si tratta solo di una frase”, afferma Abloh. “Per me novità è inventare qualcosa”, continua lo stilista. Sofisticata ed energica, la collezione non lesina in silhouette femminili accostate a suggestioni tailoring, tra giacche di ispirazione Sixties e gonne a matita. Non mancano grafismi e note street, accanto a tocchi vintage, come nei Levis in tulle e cristalli, tra fur coat irriverenti e stole bon ton. Ironici ed irriverenti i caban e le giacche cropped in principe di Galles e check, da indossare en pendant con maxi gonne: femminilità e citazioni street convivono in un esperimento stilistico dal grande impatto scenografico, in bilico tra suggestioni grunge che strizzano l’occhio ai Nineties e note sporty. Trionfo di proporzioni cropped nei top e nei giubbotti in denim, che si alternano a pepli teatrali in seta e satin e ai maxi dress dalle linee boho-chic, da indossare con blazer classico in stampe check. Femminilità e romanticismo nei maxi dress percorsi da balze e rouches, grinta nei fur coat impreziositi da grafismi. Abloh elabora la visione di una femminilità inedita, che non lesina in nude look ad alto tasso erotico ed inusitate note ladylike.

Suggestioni Eighties in passerella da Isabel Marant

Aggressiva e sensuale la donna Isabel Marant è protagonista assoluta della settimana della moda parigina, in una sfilata pervasa da note Eighties: come una valchiria metropolitana, la musa della stilista percorre con falcate sicure la passerella, sfoggiando capi dal sapore boho-chic. Come una diva patinata, con tanto di spalline over, la vediamo indossare tailleur di netta ispirazione anni Ottanta, che ricordano le atmosfere di Dynasty, e lo stile iconico dei personaggi interpretati da Joan Collins. Tuttavia il mood viene sapientemente smorzato da tocchi bohémien dal forte impatto scenografico, che cedono talvolta il posto a tocchi folcloristici, declinati in chiave luxury. Tripudio di giacche e top in velluto, tra capispalla e blazer sartoriali e lunghi abiti impreziositi da cinture in suede. Le silhouette sono fluide e femminili, tra giochi di sete plissé che decorano lunghe gonne dalle suggestioni Seventies da indossare con stivali e cuissard. Camaleontica e pratica, la collezione intende interpretare gli innumerevoli modi in cui si possono indossare capi timeless, che travalicano la mera stagionalità, senza perdere di vista un senso di comfort e stile. Le lunghezze diventano importanti e i materiali usati prediligono tessuti caldi e morbidi, per affrontare al meglio il rigore invernale. Potente e sensuale, la donna di Isabel Marant ostenta una sfrontata femminilità, che trova concreta rappresentazione nei jeans impreziositi da cristalli, negli abitini animalier e negli stivali glitterati. Tripudio di denim e note rock, tra smoking oversize indossati con camicia sbottonata e abitini argentati dai riflessi siderali: scanzonata ed eclettica, la musa di Marant ha il volto di supermodelle del calibro di Amber Valletta, mirabili interpreti di uno stile iconico.

Rick Owens sfila a Parigi tra misteri e flagellanti

Suggestioni escatologiche si uniscono al mistero di riti esoterici, in una sfilata che ricorda quasi un cerimoniale: Rick Owens, protagonista della fashion week di Parigi, sceglie un’atmosfera ricca di pathos per la sua collezione autunno/inverno 2017-18. Una cerimonia improvvisata, in bilico tra folclore e scaramanzia, questo è il mood prevalente della sfilata che ha avuto luogo a Parigi. In una processione dal ritmo parossistico di alternano sulla passerella mannequin che indossano strani copricapi dal sapore rituale, come cappucci che celano il volto o orecchie da coniglio dal piglio apotropaico. Come una danza, un rito sacrificale o una cerimonia tribale, la collezione si snoda in un crescendo: una potente allegoria, quella del cerimoniale, che rivela la particolare visione dello stilista, secondo il quale anche le sfilate di moda possono essere considerate alla stregua di cerimonie contemporanee. Numerose sono le epifanie di pura bellezza, momenti estatici che si alternano durante la processione di capispalla patchwork e cappe in lana, giacche scultoree e potenti asimmetrie. Lana, nylon, pelle e canvas sono i materiali prediletti, tra note army-chic e accessori che conferiscono all’intera collezione un piglio regale. Le modelle sfilano col volto coperto, lo sguardo celato sotto inquietanti cappucci, che profumano di tradizioni millenarie e rituali segreti: a metà tra una mitra e gli iconici cappucci indossati dai flagellanti durante i misteri, si consuma sul catwalk un vero e proprio rito pagano. Tra mantelli iconici e capispalla sovrapposti sfilano vestali oniriche, silenziose depositarie di verità ancestrali. Non mancano suggestioni zoomorfe nel copricapo cerimoniale con tanto di orecchie animali, indossato con capispalla oversize declinati in blocchi bicromatici e maniche teatrali. Dominano materiali techno, in un suggestivo mix di passato e presente: culture millenarie e note streetwear sembrano fondersi in un’affascinante dicotomia.

Chic à la parisienne in passerella da Pascal Millet

Un’aria nostalgica intrisa di tocchi rétro caratterizza la collezione autunno/inverno 2017-18 di Pascal Millet, che ha sfilato nell’ambito del prêt-à-porter parigino. Lo stilista si lascia ispirare dallo stile parisien per eccellenza: tra baschi alla francese e tocchi bohémien sfila una parigina chic, mirabile interprete dello stile raffinato e disinvolto della collezione. Millet sceglie di ispirarsi ad un’eleganza timeless, che non lesina in tocchi vintage, in particolare riferimenti Seventies in certi abiti impalpabili tra rouches e stampe patchwork. Il boho-chic rivive sulla passerella, tra silhouette rilassate e asimmetrie istrioniche: largo ad abitini a trapezio accanto a capispalla dal piglio bon ton. Non mancano inoltre tocchi glam rock nelle jumpsuit e nei vestiti glitterati, che ricordano da vicino le atmosfere dello Studio 54, ma anche del celebre Palace, discoteca parigina crocevia di personaggi del calibro di Grace Jones ed Andy Warhol. Grinta e romanticismo si alternano nelle gonne a pieghe e nei top a balze, tra tocchi workwear e potenti ispirazioni rétro: largo a maxi cardigan da indossare come capispalla, con cintura in vita e ricami. La palette cromatica indugia in colori neutri ton sur ton, come il grigio e l’azzurro. Grinta e atmosfere marsigliesi nella camicia bianca da indossare sotto un cardigan, con basco d’ordinanza tra i capelli e cravatta al collo: androgina ed affascinante, la donna che calca la passerella è in costante bilico tra sfrontata self-confidence e malinconia. Suggestivo il black all over che caratterizza lunghi abiti con dettagli a contrasto; tripudio di stampe dal mood Seventies negli abitini da indossare con stivali e borsa postina, sotto maxi cardigan che rivelano dettagli inediti, come i lunghi guanti e le fusciacche ad evidenziare il punto vita. Potenti note disco glam accompagnano la chiusura del défilé: ricorda quasi Grace Jones la mannequin fasciata in un abito tempestato da una pioggia di paillettes. Una collezione riuscita che segue un percorso ben preciso, emblema di uno stile unico.

Penelope Cruz interpreterà Donatella Versace nella serie tv sull’omicidio di Gianni

L’attrice premio Oscar Penelope Cruz, al suo debutto sul piccolo schermo, è stata scelta per interpretare Donatella Versace nella serie tv American Crime Story, che ricostruisce famosi casi giudiziari americani. La terza stagione sarà infatti incentrata sull’omicidio di Gianni Versace, dopo la prima su O. J. Simpson (che ha vinto 9 Emmy e 2 Golden Globes) e la seconda, non ancora trasmessa, sulle storie delle vittime dell’uragano Katrina. Nonostante si fosse inizialmente vociferato un ruolo per Lady Gaga, sarà Penelope Cruz a portare sul piccolo schermo la stilista italiana sorella di Gianni Versace, interpretato dal’attore Edgar Ramirez. Ryan Murphy, creatore della serie e regista dei primi due episodi, aveva smentito personalmente l’assegnazione del ruolo a Lady Gaga, nonostante l’innegabile somiglianza con Donatella, e Variety ha infine svelato in anteprima il volto dell’attrice che vestirà i suoi panni.


Penelope Cruz sarà affiancata sullo schermo da Edgar Ramirez nei panni di Gianni Versace e dalla star di Glee Darren Criss, che avrà il ruolo dell’assassino Andrew Cunanan. La morte di Gianni Versace, sulla quale aleggia ancora un velo di mistero, avvenne a Miami il 15 luglio 1997, sugli scalini della villa dello stilista italiano. Andrew Cunanan, tossicodipendente dedito alla prostituzione omosessuale che aveva già ucciso altre persone, fu subito sospettato, ma non fu mai possibile interrogarlo. Il presunto assassino venne trovato morto su una piattaforma galleggiante nella baia di Miami, otto giorni dopo il crimine. Oggi American Crime Story ricostruisce il misterioso assassinio, basandosi sul libro Versace and the Largest Failed Manhunt in U.S. History, scritto nel 1999 dalla giornalista di Vanity Fair Maureen Orth. L’inizio delle riprese è previsto per il prossimo aprile e la serie andrà in onda sul canale FX subito dopo la seconda stagione, Katrina, che è prevista per il 2018. In Italia sarà possibile vedere lo show con Penelope Cruz su Fox Crime.

Francesco Carrozzini sposerà la figlia di Anna Wintour

È la notizia di gossip del giorno: Francesco Carrozzini, figlio della compianta direttrice di Vogue Italia, sposerà presto Bee Shaffer, la figlia di Anna Wintour. Sfogliare le pagine del magazine People oggi è come leggere un romanzo storico. Le due dinastie più potenti nel mondo dell’editoria di moda uniscono le proprie corone. Invece è la storia di due ragazzi che si conoscono da tantissimo tempo e si sono scoperti, improvvisamente, innamorati. La prima uscita ufficiale lo scorso ottobre, in occasione della proiezione ospitata da Anna Wintour del documentario “Franca: Chaos & Creation” realizzato proprio dal figlio. L’ultima, durante il funerale di Franca Sozzani a dicembre. I due apparivano mano nella mano, vicini nel silenzioso dolore. Oggi sembra che al dito di Bee Shaffer brilli un anello di fidanzamento, stando alla notizia riportata da People. Le nozze sarebbero quindi più vicine di quanto si potesse pensare, considerando che solo pochi mesi fa Carrozzini era legato alla cantante Lana del Rey.


Sicuramente il matrimonio più fashion dell’anno renderà felice mamma Anna Wintour, che nella lunga lettera di addio a Franca Sozzani aveva parlato addirittura di un miracolo. «Dopo che si è ammalata, ho iniziato a farle visita nella sua casa di Milano – ha scritto la Wintour in un commovente editoriale in memoria della signora della moda italiana – La sua mente e il suo spirito erano sempre gli stessi, quando abbiamo discusso ogni argomento sotto il sole, dalla caduta di Matteo Renzi, al suo straordinario lavoro con le donne in Ghana, alla miracolosa storia d’amore dei nostri figli». La direttrice di Vogue America apprezza anche il futuro genero, che ha descritto così: «Francesco è tutto sua madre: entrambi sono intelligenti, colti, affascinanti e al di sopra delle regole». La coppia sembra voler mantenere la propria privacy: sia Francesco Carrozzini che Bee Shaffer, socialite di “professione”, sono estremamente riservati, e anche della storia di lui con Lana del Rey si è saputo molto poco. Inevitabile, però, l’attenzione mediatica sulle nozze dei due rampolli di Vogue. Si aprono già le scommesse: chi firmerà i look degli sposi?

 

Antonio Marras, la linea I’m Isola Marras passa sotto la guida del figlio

Efisio Rocco, classe 1991, è il primogenito di Antonio Marras e ha preso le redini della linea contemporary del papà: I’m Isola Marras. Poetica, romantica e ricca di riferimenti colti, la moda di Antonio Marras si apre a una clientela più giovane, ai mercati orientali e a un corso nuovo, guidato dal nuovo direttore creativo. Efisio Marras ha già collaborato alla collezione autunno inverno 2017-18 e pochi giorni fa ha parlato per la prima volta ai media della sua nomina e del rapporto con il papà. «La mia è una sfida stilistica a mio padre – ha spiegato il venticinquenne – con una linea diametralmente opposta a quella che disegna lui, che ha bisogno invece di teatro, poesia, arte».


«Sono contento della decisione di mio figlio – commenta Antonio Marrasche all’inizio rifiutava il mio mondo. Tra noi c’è una visione opposta delle cose. Ma mi sembra giusto perché lui ha il punto di vista di un’altra generazione. Io guardo i tessuti dei miei campionari e mi rendo conto che da 25 anni uso gli stessi». Con la linea contemporary, Efisio Rocco potrà dare una sferzata d’energia all’universo Marras, senza però dimenticare i riferimenti estetici che hanno reso grande il nome del padre nel fashion system. «Certo sono cresciuto respirando la sua moda colta – continua il direttore creativo appena nominato – e amo i tessuti stampati che lui ha sempre utilizzato, ma voglio fare un’altra cosa. Voglio essere diverso e forse l’obiettivo più grande che mi devo porre è quello di trovare un dialogo con mio padre». La linea manterrà le caratteristiche con cui è stata creata: estrosa, divertente e romantica, si indirizzerà a un pubblico giovane, dedito all’easy-to-wear. Efisio, che ha studiato alla Parsons School of Design di Parigi e poi alla Central St. Martin’s di Londra, e si è laureato in Fotografia e Liberal Arts, guiderà I’m Isola Marras nella delicata fase di staccamento dalla linea principale. L’obiettivo infatti sembra essere l’autonomia del giovane marchio: già nel giugno 2016 è stato inaugurato il primo monomarca I’m Isola Marras a Dubai.

Amelia Earhart – fashion editorial

AMELIA EARHART -FASHION EDITORIAL – A SPECIAL COLLABORATION WITH NITO

Photographer & Concept Miriam De Nicolo’

Models Alicja Zebrowska @ Wonderwall Management Milan

– Rita Starostina @ 2morrow Image Milan

Styling Irene Lombardini

Make up Elis Ferranti

Hair Antonia Deffenu

Assistant photographer Nasario Giubergia

Special thanks to: NITO Nuova Industria Torinese

Ispirato alla figura di Amelia Earhart, aviatrice statunitense e prima donna ad aver attraversato l’Atlantico, l’editoriale è incentrato sulla figura dell’uomo in rapporto al mezzo di trasporto. Scattato presso l’Aeroclub di Torino con la speciale collaborazione di NITO, le moto utilizzate sono oggetti di ultima generazione, le moto-elettriche del futuro, rispettano l’ambiente e rispecchiano il gusto estetico moderno.

white dress Elisabetta Franchi, jacket with fringes Cettina Bucca, belt M Missoni, jewels Elisabetta Franchi



dress and earrings Elisabetta Franchi



total look Elisabetta Franchi



jacket with fringes and earrings Elisabetta Franchi



long dress with red and white fringes Elisabetta Franchi



sx dress Elisabetta Franchi – dx jacket and trousers Dond Up, shoes and earrings Elisabetta Franchi, belt M Missoni – moto NITO NES



total look M Missoni – moto NITO



knit tricot M Missoni



dress Daizy Shely, belt and necklace Elisabetta Franchi, hat Federica Moretti



knit tricot M Missoni – earrings Elisabetta Franchi



total look M Missoni – jewels Elisabetta Franchi



sx jumpsuit, belt, earrings Elisabetta Franchi – dx total look M Missoni



jacket with fringes Cettina Bucca, necklace Elisabetta Franchi



NITO: IL NUOVO TRAGUARDO DELLE DUE RUOTE

NITO, DESIGN ED ECOSOSTENIBILITÀ

Trump smentito dall’FBI sulle intercettazioni e sui legami con la Russia

Il comitato parlamentare per i servizi segreti ha avuto una udienza con James Comey, il direttore dell’FBI, a riguardo delle interferenze russe nei confronti delle elezioni presidenziali americane. Il comitato parlamentare voleva sapere da Comey se l’FBI stesse investiganto sui collegamenti tra il governo russo e persone che hanno lavorato nella campagna elettorale dell’attuale presidente USA, Donald Trump.


Il presidente della commissione, il repubblicano Devin Nunes, ha chiesto se l’FBI aveva prove di un collegamento tra persone attualmente facenti parte dell’amministrazione USA e la Russia. Comey si è rifiutato di rispondere. Nunes ha chiesto se Kellyanne Conway fosse coinvolta e il direttore dell’FBI ha ripetuto di non poter rispondere. Nunes è apparso pensieroso e ha detto ”ha messo una grossa nuvola grigia sulle persone che stanno guidando la nazione. Il più velocemente riuscirà ad andare a fondo su questa questione meglio sarà per gli americani”.


L’udienza è stata una delle più lunghe a memoria d’uomo, cinque ore e venti minuti. Il tutto è partito con l’ammissione del direttore dell’FBI che l’inchiesta esiste ma per il resto non ci sono state molte altre informazioni: “Posso capire che questo sia molto frustrante per alcune persone. Spero che il popolo americano possa capire. L’FBI è molto cauto nella gestione delle informazioni riguardanti i nostri casi e le persone che indaghiamo”.


Nonostante questo Comey ha detto abbastanza da mettere tutto il mondo politico americano in agitazione. In particolare la metà repubblicana.
Nonostante non sia andato nello specifico Comey ha specificato che “come in ogni operazione di contro-spionaggio ci sarà una valutazione sull’eventualità di reati”. Forse non ce n’era bisogno, cosa fa l’FBI se non indagare allo scopo di capire se sono stati commessi dei reati?
Una operazione di contro-spionaggio su di un candidato presidente (poi presidente) di uno dei più grandi partiti americani è una novità assoluta.


Un rappresentante repubblicano ha chiesto a Comey cosa deve accadere per far si che l’FBI apra una investigazione di contro-spionaggio. Il direttore ha detto che l’FBI non agisce alla leggera, per aprire una investigazione di questo tipo è necessario che ci sia una accusa da parte di qualcuno credibile o che ci sia una base ragionevole per credere che un cittadino statunitense stia agendo in qualità di agente di un paese straniero.


Comey ha parlato a lungo, solamente, delle interferenze russe nelle elezioni americane e ha difeso l’idea che gira a Washington, nella comunità dei servizi, che Putin ha tentato di favorire Donald Trump. Comey ha specificato che Putin voleva un candidato che avesse una pessima opinione della NATO e che togliesse le sanzioni date per l’invasione della Crimea. Un rappresentate democratico ha poi chiesto se i russi avrebbero preferito un candidato che avesse espresso una aperta ammirazione per Putin e Comey ha risposto: “Posso aiutarla a riformulare la domanda? A Putin piacerebbero uomini a cui lui piace?”.


Comey ha specificato che i russi hanno cercato di far perdere credibilità nel processo democratico in America e hanno cercato di denigrare la candidata democratica Hillary Clinton e di aiutare il candidato repubblicano Donald Trump e che si sono accorti di questo da dicembre 2016.


Comey ha anche confermato che l’indagine sulla campagna di Trump è cominciata a luglio 2016 e che non ha informato il parlamento prima per la delicatezza della questione e perché prima di parlarne ufficialmente l’FBI voleva esserne, in una misura ragionevole, certa.


I rappresentanti repubblicani hanno tentato in tutti i modi di contrastare le dichiarazioni del direttore dell’FBI e dopo l’iniziale tentativo di spostare il discorso sulle fughe di notizie hanno chiesto come mai James Clapper, il direttore dei servizi di Obama, dichiarò che, almeno prima di finire il suo mandato, non era a conoscenze di interferenze russe. Comey ha risposto di non poter rispondere sulla questione.


Rispondendo alla domanda di un democratico Comey ha spiegato perché agli americani deve importare di come i russi tentino di usare americani per destabilizzare la democrazia USA, Comey ha risposto che: “I credo davvero che l’America sia una scintillante città su di una collina – usando le parole di Regan – e una delle cose che trasmettiamo al mondo è l’importanza del nostro magnifico, spesso confusionario, ma libero e giusto sistema democratico e le elezioni ne sono il fondamento. Per questo quando c’è un tentativo da parte di uno stato straniero di rovinare questo , di distruggere questo, di corromperlo, è una questione molto, molto seria. Minaccia l’essenza dell’America e se qualche americano fa parte di questo diventa una questione molto seria. Per questo bisogna aspettarsi che l’FBI voglia capire che sta succedendo e nel caso chi ha fatto cosa.


L’investigazione dell’FBI è ancora in corso ma si prospettano tempi bui per il governo Trump.

Il PD napoletano verso il congresso

Nelle ultime settimane, nell’imminenza del congresso e delle primarie per scegliere il nuovo segretario, il Pd sta proponendo una liturgia che conosciamo bene, sin dalla nascita dell’Ulivo che ne fu il padre politico putativo.
Il partito “ha perso le parole per parlare al suo popolo”, ha smesso di ascoltare e farsi interprete dei bisogni del suo elettorato, ha perso contatto col territorio e con le persone. Sono tutte considerazioni vere, ma che meritano un “andare in profondità”, con meno elucubrazioni mentali e più schiettezza e semplicità.


Il Pd era un partito del 30% a Napoli quando c’era una classe dirigente degna di questo nome, fatta dei tanti bistrattati Antonio Bassolino, Giorgio Napolitano, Berardo Impegno e tanti altri che non era solo capaci di rappresentare un mondo, ma anche di mettere insieme una squadra di governo, quella che generalmente viene definita “una classe dirigente”. Oltre a questa capacità, quella generazione politica ne aveva un’altra: quella di mettere insieme anime e persone diverse per un progetto di governo – o di opposizione – comune.


Questo significa che quegli anni hanno visto le migliori amministrazioni possibili? Assolutamente no. Spesso sotto il profilo della qualità delle scelte amministrative e progettuali, e in qualche occasione anche sotto il profilo della moralità, dell’etica e della legalità. Perché – e va ricordato in tempi di apparente trionfo del populismo, ed anche più del trionfo dei linguaggi e delle sintassi populiste e nazional popolari – chi amministra è sempre soggetto nei suoi atti e scelte al controllo della magistratura, e gli avvisi di garanzia sono lo strumento di comunicazione di un’indagine, che spesso in questi ambiti è atto dovuto ed ha come esito l’archiviazione.


La verità – che è bene che il Pd dica con chiarezza, prima di tutto a se stesso – è che il “nuovo che avanza” ha pensato semplicemente negli ultimi anni di cavalcare lui stesso quelle sintassi populiste di rinnovamento, rottamazione, cambio generazionale, semplicemente per “prendere il posto di”. Spesso delfini, persone cresciute all’ombra di, che un bel giorno hanno deciso di “prendere il posto di”, senza tuttavia quelle due caratteristiche di quella generazione politica.


Quello che ne è scaturito è sostanzialmente un vuoto pneumatico, incapace di formulare un’idea, una proposta politica, privo di rappresentanza sociale, primo di referenzialità se non se stessi e pochi accoliti, senza la capacità di aprirsi alla società civile creando una autentica classe dirigente capace di esprimere un concetto di governo degno dei tempi e delle realtà.
Un vuoto totale che risulta anche più marcato se consideriamo le rare eccezioni di buon governo (trasversale rispetto alle componenti) da Ciro Bonaiuto a Vincenzo Figliolia.


La sintesi di tutto è anche tutta qui. Drammaticamente e semplicemente. Il Pd è diventato un partito senza radicamento territoriale, scalabile con qualche centinaio di tessere e con qualche cordata di voti alle parlamentarie ed alle primarie. Un piccolo manipolo di interessi incrociati capace di mettere insieme tremila voti per collegio è quello che ha fatto eleggere i recenti parlamentari. Uno schianto elettorale che si è manifestato a tutte le elezioni amministrative sino alle regionali. Un partito dimezzato rispetto al trend nazionale, che al Comune ha raggiunto l’11%. Mai così in basso.


Con una classe dirigente che non ha mai fatto autocritica, in cui mai nessuno si è dimesso, in cui mai nessuno si è preso un’ombra di responsabilità. Con nove candidati su quaranta messi in lista a loro insaputa per “fare vedere” un seguito che non c’era. Un pò come quei generali che spostavano le truppe di città in città per mostrare a Mussolini una forza inesistente.


Il Pd non deve “recuperare le parole”, stabilire un contatto perso col suo elettorato o col suo popolo. Il Pd, semplicemente, deve rifondare se stesso, mettendo da parte tutti coloro che sono stati – indistintamente – dirigenti sino ad oggi, in qualsiasi grado e luogo e forma, e deve cominciare a scegliere una classe dirigente differente. Altrimenti resterà poco meno di quello che oggi appare (e talvolta è), ovvero un pullman che passa per far fare una carrierina di basso cabotaggio a qualcuno senza arte né parte.
Una scelta radicale che competerà a Renzi, Orlando, Emiliano: il coraggio di scegliere “con chi accompagnarsi” qui, in Campania, verso il congresso. Perché se pur di vincere caricheranno questi “chiunque” in cerca di una sistemazione, allora non sarà solo colpa di Napoli e della Campania.

Capuleti e Montecchi restart – fashion editorial

Un racconto moderno quello narrato da Paco Di Canto, una Capuleti e un Montecchi che si incontrano oggi. Non è la storia di Romeo e Giulietta, piuttosto la storia di chi oggi per amore non è disposto più né a morire né a nascondersi.

 

In una cornice borghese che ha rotto i perbenismi, un uomo si sottrae alla sua compagna. Lei lo cerca, lo corteggia, lui si riscopre gay e si ripara nei suoi vizi, sollievo di chi fugge a se stesso. E’ una storia che si ripete, dall’epoca delle famiglie aristocratiche dell’800, dove per coprire la propria natura si è costretti a sottostare a delle regole non scritte di una società che rallenta rispetto alla realtà delle emozioni, soprattutto in contesti sociali in cui l’etichetta è ancora protagonista. La vicenda, dunque, si conclude così, con lei di spalle che guarda oltre, ma vede solo se stessa. Ognuno un po’ più solo con il proprio ego.

foto Paco di Canto

testo e styling Gabriella Ferrazzano

make up  Maria Rescigno

models Antonio Patamia Monica Montobbio

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Head sculpture designer : Giuseppe Fata outfit: Anton Giulio Grande Jewelry: GERARDO SACCO

outfit Alviero Martini jewelry GERARDO SACCO

head sculpture designer Giuseppe Fata – outfit: Anton Giulio Grande – jewelry Pasly artdesign

Head sculpture designer : Giuseppe Fata dress: Salvatore Prete jewelry: Pasly artdesign

head sculpture designer Giuseppe Fata – outfit Alviero Martini – jewelry Pasly artdesign

head sculpture designer Giuseppe Fata – outfit Alberto Zambelli – jewelry Pasly artdesign

head sculpture designer Giuseppe Fata- outfit Chiara Boni – jewelry Pasly artdesign

head sculpture designer Giuseppe Fata – outfit Alberto Zambelli – jewelry Pasly artdesign

head sculpture designer Giuseppe Fata – outfit Salvatore Prete – jewelry GERARDO SACCO

Un campionato a due velocità

Una delle regole di qualsiasi disciplina sportiva è che “la competizione si svolge a parità di condizioni”. È così in tutti gli sport: i lanciatori del peso e del giavellotto lanciano tutti lo stesso peso e giavellotti omologati… e così via. E da qui nasce la grande questione del doping: una questione medica, ma anche sportiva, perché “falsa” le competizioni come se “chi lancia il peso lanciasse un peso più leggero”.
Lo sport, da sempre, è stata una attività amatoriale, fatta di sacrifici personali e familiari, di impegno, che vedeva nella vittoria e nella prestazione il suo punto apicale. In ogni paese e in ogni cultura.
Le squadre e i team sono sempre stati “no profit”, spesso associazioni, che ricevevano qualche contributo economico e qualche sponsorizzazione privata. Addirittura sino agli anno venti nel baseball americano le città per assicurarsi i campioni competevano offrendo “un posto di lavoro” nell’azienda dello sponsor ai giocatori.
Tutto questo è cambiato dagli anni cinquanta, specie per gli sport più popolari, marcando un divario con le discipline “meno seguite” talvolta abissale.


Lo sport è diventato un business, essere uno sportivo è diventato un mestiere. Nel calcio, un lavoro milionario che in pochi anni assicura patrimoni sufficienti per intere generazioni.
Tutto questo, in sé, non ha nulla di male né di sbagliato. Semmai necessiterebbe di qualche correttivo in più, e certamente di qualche controllo maggiore, e semmai di politiche fiscali e di bilancio più chiare.
Il tema comunque non falsa in sé quei campionati in cui – nello spirito sportivo – si continua a competere “alla pari”, che significa non eguaglianza ma “di condizioni iniziali simili”. Pensiamo, ancora una volta, al baseball o al basket o al football in America, dove sostanzialmente le condizioni tra i vari club sono simili, e la differenza la fanno i campioni che ciascuna squadra riesce ad aggiudicarsi.
Ma lì lo sport è stato governato per tempo e i fenomeni sono stati gestiti e regolamentati con chiarezza e in anticipo dalle federazioni.


In Italia – che ha vantato per decenni “il campionato più bello del mondo” – il mondo del calcio è stato travolto dalla tv commerciale che ha alzato a dismisura il business dei diritti televisivi. I presidenti, da mecenati che guadagnavano in termini di immagine e popolarità, sono diventati veri e propri uomini d’affari, e spesso la compravendita dei calciatori – semplicemente spostati a bilancio talvolta senza mai giocare – è diventato qualcosa di più redditizio anche di un risultato in campionato.


Il Campionato più bello del mondo è diventato negli ultimi vent’anni anche uno dei campionati più ricchi del mondo – insieme a quello inglese, francese, tedesco e spagnolo – e tutti questi campionati “più ricchi del mondo” si incrociano anche in altri due tornei: la Coppa Uefa e Champions League.
I “molti soldi” che hanno decuplicato i volumi dei bilanci delle squadre di serie A hanno una data che fa da spartiacque.
L’annuncio, arrivato il 30 giugno 1984: Maradona al Napoli, è la notizia che fece il giro del mondo e impazzire la città tre anni prima della festa per lo scudetto. Tredici miliardi e mezzo di lire al Barça, che era sospeso tra il desiderio di trattenere Diego, diventato però ingombrante come il suo clan, e incassare un’altissima cifra in caso di cessione.
Quei tredici miliardi e mezzo (circa 7 milioni di euro che oggi varrebbero 20 milioni di euro attualizzati) erano una cifra “inarrivabile”.
Oggi per acquistare un Messi o un Cristiano Ronaldo la cifra è dieci volte quella, attualizzata, ovvero 200 milioni. Ciascuno.


Ancora una volta nessun problema se non fosse che il doping finanziario oltre a “far saltare il banco” del calcio, per far si che i clud “maggiori” restassero in campo ha dovuto dopare anche schema, gioco, regole, campi e finanche le leggi.
Per sostenere questo calcio così diverso e così rapidamente trasformato i club che potevano sono diventati Spa, poi è stata la volta della legge che “allungava gli ammortamenti” (come se i giocatori fossero automobili, computer o palloni). Infine tutto questo si è inserito sulle nuove norme che hanno depenalizzato il falso in bilancio.
Un giro vorticoso di centinaia di milioni di euro che ha attratto investitori esteri – generalmente interessati a mettere il proprio logo su magliette e campioni che andavano in mondo visione, più che a finanziare uno sport o una squadra.
Un giro così vorticoso che non ha lasciato indifferente la criminalità – sia per gestire squadre minori, che per lucrare sulle scommesse, che per “entrare in un mondo” finanziario.
Infine, un giro vorticoso che non poteva escludere l’alta finanza, anche per trovare qualche formula per far rientrare club forse eccessivamente indebitati, e per guadagnare qualcosa dalle nuove strutture.


Dopo Juventus, Lazio e Roma, anche il Milan potrebbe fare il proprio ingresso in Borsa.
Questa è la notizia che chiarisce perché i cinesi sono entrati nel quinto club più appetibile, dopo che i Thohir si sono aggiudicati l’Inter.
Ed ecco che il campionato che un tempo fu il più bello del mondo, è in realtà diviso in due, con tre squadre capaci di contendersi lo scudetto, e tutte le altre che “devono stare lì”, pagate per stare li, come figuranti, per “giocare al pallone”.


Questo concetto non sembri offensivo per nessuno, ma è una semplice questione tecnica e finanziaria. Dovuta alla malafede (si fa per dire) di nessuno, se non al fatto che “si è lasciato fare” e nessuno si è occupato di capire certe derive dove avrebbero portato.
Da un lato abbiamo una quindicina di club con bilanci che li valorizzano tra i 120 e 300 milioni di euro. E sono tra oro tutti “ad armi pari” per fare acquisti e vendite e competere per ciò che possono sui risultati.
Dall’altro abbiamo 5 club che grazie alla quotazione in borsa hanno una valorizzazione di mercato tra 500 e 700 milioni di euro, fatta eccezione per la Juve che – anche grazie al fatto che è l’unica squadra per ora che ha uno stadio proprio – raggiunge circa il Miliardo di euro di valore.
Il punto finanziario è che queste società possono anche indebitarsi “sino al 60% del loro valore” (quindi un’ulteriore disponibilità tra 300 e 500 milioni di euro).


Questa differenza – cui nessuno ha pensato prima, che nessuno ha regolamentato, che nessuno ha gestito, e che oggi è banalmente un dato dato di fatto – fa si che non solo queste squadre quotate possono fare ben più che semplicemente acquistare e vendere giocatori.
Possono condizionare il mercato alzando gli ingaggi per evitare la concorrenza, possono acquistare giocatori semplicemente per togliere campioni alle altre squadre, possono investire su giocatori “sempre più cari”.
Ma questo fa si anche che queste “prime squadre” non possano permettersi – per ragioni di bilancio più che di meriti sportivi – di non ottenere “tutti i risultati”, a qualsiasi prezzo.


E questo ci riporta alla nota iniziale. Lo sport finisce quando competono sullo stesso campo soggetti che giocano con mezzi e strumenti diversi. Quando le regole non sono le stesse per tutti i giocatori.
Che sia doping “medico” o che sia il più sofisticato odierno doping finanziario.
Dovremmo rifletterci, quando la nostra squadra del cuore vince o perde.
Quando leggiamo le cifre favolose degli ingaggi, quando vediamo il giro di denaro che si affaccia e affolla nel calcio-scommesse, quando guardiamo una partita in una PayTv o quando acquistiamo il biglietto allo stadio.

Sei motivi per i quali gli uomini preferiscono le donne dell’Est: Rai 1 e la lista sessista a Parliamone Sabato

1) Sono tutte mamme, ma dopo aver partorito recuperano un fisico marmoreo;
2) Sono sempre sexy, niente tute né pigiamoni;
3) Perdonano il tradimento;
4) Sono disposte a far comandare l’uomo;
5) Sono casalinghe perfette e fin da piccole imparano i lavori di casa;
6) non frignano, non si appiccicano e non mettono il broncio.

Cita la lista mandata in onda su Rai 1 durante la trasmissione Parliamone Sabato di Paola Perego, rubrica di La Vita In Diretta.
Sei sono i motivi per i quali gli uomini preferirebbero una donna dell’Est a una donna italiana, motivi che sembrerebbero molto lontani dagli ideali, dalla partecipazione, dai propositi sanciti in questo 8 Marzo, giorno della festa della donna e della sua emancipazione.

La lista è stata commentata in trasmissione da Paola Perego, l’ex Miss Italia Manila Nazzaro, il direttore di Novella 200 Roberto Alessi, Marta Flavi e l’attore Fabio Testi attraverso alcuni esempi di “scelta del miglior partito” come quella del presidente USA Donald Trump che avrebbe optato per ben due volte per una donna dell’Est come sua consorte.
Il lungo elenco, criticato dalla rete incredula, marcia con passi profondi sul sessismo e sul razzismo e si inserisce nel dibattito che vede ancora le donne sottoposte a giudizio, critica, inciviltà.
Ancora stereotipate, sottomesse, sempre più soggette a un mondo che vuole esse siano in perfetta forma dopo il travaglio del parto, affascinanti e sexy, formose, vestite di nulla, vestite di una femminilità imposta e mai davvero del tutto desiderata.
Fanciullesche ma madri, fragili ma forti, intraprendenti ma accoglienti, spensierate e tradite, casalinghe e sempre al passo con gli ultimi nuovissimi utensili da cucina, sorridenti, sensibili, inferiori.
La lista di ciò che una donna dovrebbe essere non ha numero, non è quel sei, non è quella gerarchia, è l’infinito flusso totalitarista di una società patriarcale, goliardica e sempre più orientata al consumo. E il consumo non è solo utilizzo e sfruttamento di beni ma anche di individui.

Polemiche sul web, la notizia ha viaggiato alla velocità della luce.
La quiete dopo la tempesta: il direttore Andrea Fabiano di Rai 1 ha chiesto scusa pubblicamente attraverso il tweet: “Gli errori vanno riconosciuti sempre, senza se e senza ma. Chiedo scusa a tutti per quanto visto e sentito a #Parliamonesabato“.
Ha commentato, poi, la presidente Rai Monica Maggioni: “Non ho visto la puntata, lo sto scoprendo dai siti. Quello che vedo è una rappresentazione surreale dell’Italia del 2017: se poi questo tipo di rappresentazione viene fatta sul servizio pubblico è un errore folle, inaccettabile. Personalmente mi sento coinvolta in quanto donna. Mi scuso“.

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Alexis Mabille sfila a Parigi, tra romanticismo ed amore universale

Un inno alla pace la sfilata di Alexis Mabille, protagonista della settimana della moda di Parigi: tra cigni e perle sfila un’eterea eleganza, in bilico tra colori vitaminici ed echi che inneggiano all’amore universale. Peace and Love sembra essere il filone cardine della collezione autunno/inverno 2017-18 di Mabille, che non lesina in sensuale femminilità per bustier e motivi iconici. Delicata eppure allo stesso tempo strong, la donna che calca la passerella sfoggia bustier che enfatizzano la silhouette e applicazioni dorate. Una moda street-chic, che alterna pezzi dalle suggestioni couture a note sporty, come nei pantaloni cargo impreziositi da fili di perle. Largo a pizzo e crepe de chine, tra glamour all over, da sempre cifra stilistica del brand. Declinata nei toni soft di una palette cromatica eterea, la collezione non lesina in tocchi denim e in cashmere, tra giacche e capispalla dal taglio sartoriale, che costituiscono forse la parte migliore dell’intero défilé: si passa da volumi asimmetrici di mantelle e poncho, abbinati a pantaloni a stampa cachemire, fino a chemisier da indossare con cuissard dorati. Al collo delle mannequin la colomba, simbolo universale della pace, diviene nuovo must have come accessorio-gioiello. Tripudio di femminilià negli abitini in satin con gonna a palloncino e punto vita in evidenza; in un conturbante mix di sensualità e dolcezza, la donna di Mabille diverte per la sua innocenza, stemperata dalla grinta da valchiria contemporanea, evidenziata ancor più dal focus sulle gambe. Largo anche a cappotti vestaglia, che si alternano a dress in pizzo effetto nude look con romantiche balze e rouches: ma le trasparenze sono hot e il sex appeal è garantito. Mabille si rivela ancora una volta maestro nel forgiare l’immagine della donna contemporanea, che non teme la propria sensualità, pur esplorando lo stile streetwear, tra contrapposizioni audaci e sovrapposizioni ad effetto.

Sfila a Parigi l’amore cosmico di Manish Arora

Un’esplosione di colori vitaminici, in bilico tra suggestioni indiane, stampe etniche, contrasti vibranti e motivi iconici: sulla passerella di Manish Arora è protagonista assoluto l’amore cosmico, declinato in chiave psichedelica, attraverso mirabolanti accostamenti cromatici che celebrano il decimo anniversario del brand. Stampe audaci che si ispirano alle tribù africane si uniscono a suggestioni prese in prestito dalla simbologia olistica, tra note celestiali e caleidoscopici pattern cromatici.
Manish Arora punta ancora una volta a stupire lo spettatore, con una palette cromatica vibrante, che non lesina in tocchi di verde, blu, mostarda e borgogna, tra tessuti preziosi come il velluto, il twill di seta e la lana. Giochi pirotecnici attraversano la passerella, tra pianeti e stelle rappresentate sulle maglie, ma anche sui cappotti e sui dress, in contrapposizione a pattern animalier e grafismi geometrici: un mix & match che non era mai stato tanto audace, in bilico tra le stampe azteche, i motivi tipici degli anni Settanta e la raffigurazione simbolica di universi e galassie sconosciuti. Non mancano decorazioni di Swarovski, che impreziosiscono il paisley in chiave Seventies: largo a trionfo di velluto fucsia, tra perle e gioielli indiani: non kitsch ma opulenza, regna sovrana sulla passerella parigina. Manish Arora diviene ancora una volta deus ex machina di una masquerade ricca di charme, in bilico tra note tribali ed atmosfere siderali. Un esperimento stilistico che si conferma brillante, per una delle sfilate più interessanti della settimana della moda parigina.

L’ottimismo psichedelico di Chloé incanta Parigi

Un ottimismo in chiave psichedelica ispira a Clare Waight Keller la sua ultima collezione come direttore creativo di Chloé: un addio che porterà la stilista al timone di Givenchy, come reso noto proprio qualche giorno fa. Tra pragmatismo e tocchi di leggiadra femminilità sfila l’ultima collezione della Keller, sulle note di un ottimismo psichedelico. Dopo sei anni alla guida del brand, la designer punta al topos dell’evasione dalla realtà: una fuga da realizzarsi attraverso la moda, che diviene veicolo privilegiato per affrontare le difficoltà del mondo. Clare Waight Keller si pone come interprete delle emozioni della gente comune, che avverte sempre più impellente il bisogno di evadere da un mondo spesso difficile. Largo a pattern iconici, che conferiscono alle varie mise un input ottimista: che si tratti di stampe e tocchi fur, si parte da un approccio retrospettivo, che guarda al passato, senza nulla togliere alla musa di Chloé, da sempre incarnazione emblematica di certo stile effortlessy-chic à la parisienne. L’allure boho è tutta qui, anche se stemperata dal piglio bon ton di morbidi fur coat, che sembrano strizzare l’occhio più a note ladylike che alla grinta bohémien. Non mancano ispirazioni Sixties, tra bluse languide e abiti in pizzo. Largo a maglioni multicolor e note tailoring nelle giacche e nei cappotti in shirling. Le silhouette sono morbide e fluide, sia per tute intere che per due pezzi. Stampe cachemire e paisley di ispirazione Seventies impreziosiscono camicette bon ton con fiocco, da indossare con chemisier irriverenti in vinile dalle linee a trapezio; la morbidezza dei cappottini in pelliccia si unisce alla femminilità delle cinture con fiocco, che cingono la vita; non mancano colletti alla collegiale e stampe patchwork in chiave dévoré, per blouson sporty-chic. I pantaloni cargo vengono ora declinati in blocchi bicromatici e si indossano con felpe dalle tinte fluo, in un omaggio allo streetwear di ispirazione sporty.

Atmosfere siderali in passerella Paco Rabanne

Comfort e tripudio di knitwear in passerella da Paco Rabanne: si torna agli albori, con una collezione che si ispira a quella denominata “Dodici abiti inindossabili”, risalente al 1966. In bilico tra ironia e sperimentazione, Julien Dossena gioca sui contrasti arditi, in una collezione iconica, che sperimenta l’inindossabilità dei capi attraverso note body-conscious che privilegiano però comfort come valore essenziale. Lo sportswear si unisce a note futuriste, in una collezione che non lesina in morbido knitwear per affrontare con stile il rigore invernale. Tute workwear declinate in tinte pastello si alternano a top e gonne, fino a capi metallizzati, tra note siderali e tocchi gold: largo ad asimmetrie e tocchi sparkling, che si alternano a pantaloni sartoriali dalle suggestioni atletiche. Femminilità e sperimentazione si uniscono in silhouette fluide e giochi cromatici otpical, che alternano arancio e bianco. Blu ghiaccio e argento impreziosiscono pepli asimmetrici, giallo e rosa tenue decorano morbido knitwear, mentre le mannequin sfoggiano una tote bag con il logo della maison. Fluidità ed armonia tanto nei due pezzi quanto nei dress tempestati da una pioggia glitter. Bodycon dress ad alto tasso erotico si alternano a casacche e tuniche preziose, tempestate da una pioggia di cristalli dorati. L’heritage più autentico della maison trova nuova ispirazione in una collezione iconica, che segna un ponte tra presente e passato.

La sposa cadavere di Ann Demeulemeester

Evocativa la collezione di Ann Demeulemeester, protagonista della settimana della moda di Parigi: la musa del brand per la prossima stagione invernale è una sposa fantasma, che sfoggia il più classico dei capi da matrimonio, il velo, calato sull’incarnato eburneo e sulle labbra scure. Sulle note di un remix di “All Tomorrow’s Parties” sfilano figure oniriche dal fascino tragico, che ricordano le roine di Jane Austen: un lato oscuro da dark lady si unisce a suggestioni virginali, aprendo scenari post-apocalittici dal grande impatto scenografico. Femminista e ribelle, minimale e struggente, la donna immaginata da Sebastien Meunier “sogna l’amore futuro, sogna di accasarsi ma anche di restare libera… e sogna di fare festa”. In un mix di ispirazioni eterogenee, sfila una parata di top model tra cui spiccano Erin O’Connor, Kirsten Owen e Alek Wek. Non mancano inedite note sportswear e veli da donna devota, che impreziosiscono quasi tutte le uscite. Pizzo e velluto prezioso dominano, in alternanza alla pelle nera dal piglio strong; un po’ dark lady e un po’ femme fatale, la sposa cadavere sembra acquisire nuova vita attraverso le note della soundtrack, che evocano party all’ultimo grido, a smitizzare le note post-apocalittiche di cui sembra essere intrisa la collezione. Largo a tocchi fur e decorazioni audaci, su capi dall’aspetto invecchiato. Poetica e suggestiva, la donna che calca la passerella non lesina in tocchi fetish nei capispalla in pelle all over, con punto vita enfatizzato da cinture.

Claire Waight Keller: ecco chi è il nuovo direttore creativo di Givenchy

L’annuncio è ormai ufficiale e da giorni la notizia rimbalza senza sosta tra appassionati di moda e professionisti di settore: dopo l’addio di Riccardo Tisci, per oltre 12 anni al timone di Givenchy, è una donna a prendere le redini della maison del lusso francese. Claire Waight Keller, ex mente creativa di Chloé, è ufficialmente colei che succederà a Tisci. L’annuncio della nuova direzione creativa è stato comunicato pochi giorni fa: la designer sfila con l’ultima collezione per Chloé, dedicata all’autunno/inverno 2017-18. “Claire è stata un partner notevole da Chloé negli ultimi sei anni”, ha commentato Geoffroy De La Bourdonnaye, presidente della maison. Nata a Birmingham il 19 agosto 1970, la stilista fu nominata direttore creativo di Chloé nel maggio 2011, in sostituzione di Hannah MacGibbon. In breve il suo stile divenne iconico: un mood romantico che si sposa mirabilmente a design che strizzano l’occhio alla contemporaneità, questa la cifra stilistica che ha portato in pochi anni la designer ad imporsi nel fashion system mondiale. Diplomatasi presso il Ravensbourne College of Art e specializzatasi in Fashion Knitwear al Royal College of Art, Claire Waight Keller venne poi assunta, ancora studentessa universitaria, da Calvin Klein. Successivamente la stilista volò a New York, dove lavorò per il brand per quattro anni prima di spostarsi da Ralph Lauren, dove assunse la carica di senior menswear designer per la linea Purple. Amatissima da Tom Ford, che nel 2000 la nomina senior designer di Gucci accanto a Christopher Bailey e Francisco Costa, la stilista passerà successivamente da Pringle of Scotland. Il resto è storia: qui venne notata da Geoffrey de la Bourdannaye, che la volle a tutti i costi da Chloé, impressionato dalla sua maturità creativa e dalle doti manageriali. Divenuta famosa per la sua estetica fortemente legata agli anni Settanta, la stilista si appresta a prendere in mano le redini di Givenchy: la prima collezione sfilerà ad ottobre, durante la settimana della moda di Parigi. Keller sarà responsabile delle collezioni di prêt-à-porter uomo e donna, della collezione couture e degli accessori. La carica diverrà effettiva il prossimo 2 maggio. “Lo stile sicuro di Hubert de Givenchy mi ha sempre ispirato, e sono molto grata per l’opportunità di entrare a far parte della storia di questa Maison leggendaria. Non vedo l’ora di lavorare insieme ai team per scrivere un nuovo capitolo di questa bellissima storia”, così le stilista ha commentato il suo ingresso da Givenchy.

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Claire Waight Keller è nata a Birmingham il 19 agosto 1970

La moda ibrida di Guy Laroche

Ritorno alle origini per Guy Laroche, che porta sulla passerella del prêt-à-porter parigino una collezione basata sull’estetica primigenia del brand. L’idea di eleganza classica da sempre prediletta dal brand si unisce alle note inedite di un sex appeal privo però di reali risvolti: adottando un’ottica unisex, si sfoglia ora nell’archivio del brand, citando due foto storiche, raffiguranti l’una una donna strizzata in un maxi dress in crepe di seta e l’altra un fur coat colorato. Si tratta di due uscite tratte da due collezioni couture risalenti ai primi anni Settanta: “L’uso della sessualità come base dell’eleganza”, questo il monito da cui si parte in un excursus affascinante attraverso lo stile di Guy Laroche. Adam Andrascik apre il défilé con una giacca blu impreziosita da due bande in pelliccia che si estendono dal colletto attraverso spirali che circondano la silhouette. Risulta forse un po’ ripetitivo il continuo gioco di flash-back rispetto al passato: ma potenti le silhouette slim si alternano ad abiti con scollo a v, tra crepe di seta asimmetrica declinata nei toni del turchese, del fucsia e del giallo lime. Non mancano combinazioni ardite ed eclettiche, tra decorazioni multicolor e sartorialità nei capispalla. Impalpabili ed eterei certi abitini, alternati a bluse dalle profonde scollature, da indossare con blouson e pantaloni sartoriali a vita alta; audaci accostamenti cromatici caratterizzano molte delle uscite, tra scollature stile Bardot e gonne svolazzanti. Un mix di femminilità brada e note mannish caratterizza i lunghi abiti black smorzati da montoni in chiave mini, mentre fasce bustier nere strizzano il punto vita di chemisier fucsia. Caleidoscopica ed affascinante, la collezione spazia attraverso numerose ispirazioni, che hanno reso il brand iconico. Il capo principe della sfilata è la giacca impreziosita da stola in pelliccia a contrasto, da indossare su pantaloni ampi decorati finemente.

Il workwear sartoriale di Lemaire

Atmosfere monastiche si alternano a note workwear sulla passerella di Lemaire: Christophe Lemaire e Sarah-Linh Tran gettano le basi di una estetica nuova, che intende violare deliberatamente i diktat imperanti: dimenticate il dress code professionale, che qui si arricchisce di spunti inediti, in perenne bilico tra meditazione malinconica e suggestioni timeless. La musa a cui il duo di stilisti si ispira è una fashionista, ristretta entro gli angusti confini di un ufficio: cosa indosserebbe una it girl contemporanea se si trovasse dietro la scrivania? Questo il sunto da cui il duo creativo parte, in una riflessione tutt’altro che banale, che intende anche coniugare le molteplici correnti della moda attuale, dalle ardite sovrapposizioni tipiche dello streetwear alle note sporty-chic fino allo charme evergreen dei capi sartoriali, protagonisti del défilé. La sfilata si apre con uno shirt dress in lana nera con austero colletto bon ton e maniche extra long: domina quindi una classicità dal piglio sartoriale, che trascende i confini fino a toccare vette inusitate, che strizzano l’occhio a certo conservatorismo. Gonne al ginocchio si alternano a cappotti oversize, tra colli alti dal piglio esistenzialista e tripudio di velluto a coste. Largo a blazer senza collo in grigio, tra proporzioni angolari che enfatizzano la silhouette. Il duo creativo addolcisce il mood imperante attraverso tocchi più femminili, come in certe tuniche e nei blouson da indossare con gonna a tubo. Non mancano inediti coup-de-theatre, come la blusa con rouches in suede gigio da indossare con cargo pants, o le sete preziose declinate su gonne e bluse che divengono i nuovi abitini da cocktail.

La sartorialità scultorea di Nehera

Decostruzioni ardite e sovrapposizioni affascinanti dominano sulla passerella di Nehera: sebbene la collezione autunno/inverno 2017-18 risulti a tratti ermetica, gli elementi che contraddistinguono da sempre l’estetica del brand ci sono tutti. Tra note tailoring e pezzi iconici, Samuel Drira non smette di incantarci, attraverso un excursus iconico nello stile timeless, per pezzi evergreen, da indossare in ogni momento della giornata. Largo a dress impreziositi da stampe floreali, che si alternano a capi dalle suggestioni dichiaratamente workwear: come un aviatore la donna stretta in colletti scultorei, tra linee sartoriali asimmetriche che rivelano audaci dicotomie e mirabolanti virtuosismi stilistici. I capi basic acquisiscono nuova vita, in un continuo gioco di rimandi, che non rinuncia ad un tono intellettuale, per una collezione iconica, in linea con l’estetica del brand. Il défilé si apre con giochi di knitwear tagliuzzato, quasi opera di cimici impazzite, ma l’effetto è affascinante, mai scontato: linee sartoriali asimmetriche si alternano a capispalla in feltro di lana. Le silhouette a trapezio dominano, accanto a trench oversize, che incarnano al meglio lo stile del brand. Capi che ricordano quasi pepli si indossano con maxi guanti a contrasto ed orecchini scultorei; la pelle di trench dal piglio strong non lesina in inediti patchwork, come listini e blocchi bicromatici che attraversano i capi, conferendo loro interessanti spunti artistici. La pelle riveste anche gilet lasciati sbottonati, da indossare sopra inediti kimono: in passerella si alternano volti più o meno giovani, ad incarnare uno stile senza tempo, in una moda che abbraccia il momento attuale, pur mantenendo un’aura fortemente impegnata.

La disco glam rivive sulla passerella di Wanda Nylon

Volumi scultorei e citazioni allo stile degli indimenticabili Swinging Sixties sfilano in passerella da Wanda Nylon: Johanna Senyk per la collezione autunno/inverno 2017-18 gioca su materiali dissonanti, mixati ad hoc in un gioco di contrasti coinvolgenti. Dedicata ad una donna forte, la collezione unisce note argentate che ricordano le uniformi delle cheerleader a design dal piglio glam-rock che profumano di Seventies. Largo a pantaloni cocoon e capispalla oversize declinati in silhouette estreme, dal piglio forte: maglie a collo alto in lurex e vinile conferiscono vibranti echi futuristi ad una collezione in cui l’influenza della disco glam appare predominante. Non mancano suggestioni beach, come nel top ricamato da quadretti vichy e abbinato ad una cappa, tra polo dal piglio sporty-chic e suggestioni che sembrano prese in prestito da una collezione primavera/estate. La stilista, vincitrice del premio ANDAM 2016, mixa con grande nonchalance tessuti sintetici con montone e vitello, tra audaci fur coat in giallo canarino e tocchi di denim, che fanno capolino da black all over. La palette cromatica abbraccia anche i toni del rosso e del turchese, abbinandoli su knit dress dall’aria shabby-chic. Tute in lurex si alternano a maglie in tessuto vichy: dalle gonne escono listini in tessuto, a formare quasi un ventaglio, mentre iconico pied-de-poule in chiave Sixties impreziosisce cappotti vestaglia e pantaloni cargo, abbinati a top che ricordano nettamente note beachwear. Asimmetrie e baschi alla francese decorano una collezione che vede un trionfo di capispalla sartoriali in candido bianco, meglio se abbinati a tute beige. Non mancano chemisier e sovrapposizioni eclettiche, mentre la musa di Wanda Nylon sfoggia ai piedi stringate o furry boots. Chiudono il défilé note siderali nell’argento dominante su tute perfette per un’entrata mirabolante allo Studio 54.

Sfila a Parigi l’étoile in chiave couture di Lanvin

La sensualità senza tempo di capi iperfemminili si sposa con note tailoring, in una collezione eterea: Bouchra Jarrar, alla sua seconda sfilata per Lanvin, sceglie di addentrarsi attraverso atmosfere delicate e sognanti, che uniscono romanticismo e glamour. “Una femminilità tenera e forte”, quella perseguita dalla stilista, che ha commentato:” Non è un atto politico, ma nel mondo in cui viviamo oggi è importante dare bellezza e amore”. La collezione non lesina certo in bellezza allo stato puro, intrisa di note delicate, a partire dalla palette cromatica, che indugia in toni pastello, come il rosa pallido. In passerella parata di top model, dalla giovanissima Vittoria Ceretti a Bella Hadid, solo per citarne alcune. Ma se credevate di venire sopraffatti da un’irrefrenabile ondata di capi dalle suggestioni bon ton, sarete pronti a ricredervi clamorosamente: l’aura leggiadra delle prime uscite della collezione viene sapientemente stemperata da tailleur e suit dalle linee mannish, che bilanciano perfettamente la collezione conferendogli un tocco strong che non guasta. La musa di Jarrar ha un’anima bifronte: la stilista, che ha fatto il suo debutto nella maison la scorsa primavera, dopo il clamoroso addio di Alber Elbaz, resta fedele all’estetica del marchio, con una collezione che non lesina in pantaloni fluidi dal piglio sartoriale e giacche biker. Ma lo swing e la personalità della designer sembrano essere proiettati in un universo patinato che fonda le proprie radici in una femminilità in chiave couture. Ricordano quasi i costumi dell’Opera certi capi che si alternano sulla passerella, impreziositi da stampe iconiche, come i cigni, le fenici e gli uccelli esotici. Come un’etoile, la donna Lanvin ostenta tutù in chiave ready-to-wear, caratterizzati da scollo all’americana, maniche in pizzo e gonna in mousseline. Bluse romantiche si uniscono attorno al collo, in un gioco di silhouette: torna prepotentemente alla ribalta la vita alta, per gonne e pantaloni.

L’esotismo in chiave chic di Jour/né

Eccentrica e suggestiva la collezione di Jour/né, protagonista della settimana della moda parigina. L’India diviene protagonista assoluta sulla passerella, in bilico tra suggestioni British e rimandi alla pellicola di Wes Anderson “Il treno per il Darjeeling”: in un melting pot culturale, Léa Sabban e Jerry Journo sfornano una collezione eclettica e ricca di input, intrisa di note coloniali e atmosfere esotiche dal fascino timeless. In un caleidoscopio cromatico si alternano sul catwalk tailleur sartoriali in tweed, pervasi da suggestioni mannish, a partire dal calzino maschile: le silhouette sono slim, in un sapiente mix di sete preziose, cappotti in lana pregiata con cintura in vita, cardigan in jacquard. Largo a completi in stile collegiale, che alternano pantaloni classici a minigonne: le gambe divengono protagoniste assolute, tra calzini maschili e scarpe stringate dalla sobrietà evergreen. Garbata e chic, la donna che sfila sulla passerella non teme poi di esibire una sfacciata sensualità, sfoggiando bluse impreziosite da balze e rouches. I colori pastello dominano nella palette cromatica, accanto ad inediti sprazzi dalle note pop, come l’arancio che impreziosisce gonne e maglie, o il blu, il turchese, il mostarda, che si alternano come note speziate in capi dal sapore sporty-chic. Ecco che note mannish lasciano il posto a bluse dal piglio iperfemminile: i pantaloni baggy sono ora declinati in lurex rosa pallido e si indossano con maxi bluse intervallate da romantiche balze. Il focus si sposta sul punto vita, strizzato in inedite cinture a serpente, che attraversano la silhouette enfatizzandone le curve. Non mancano suggestioni tailoring e note bon ton, nelle gonne a vita alta con cintura, da indossare con sobrie bluse in seta: esotismi in chiave boho-chic nei cappotti vestaglia, che ricordano un kimono. Ai piedi sneakers ricoperte da fili di perle, frutto della collaborazione con Nike: trattasi delle Nike VaporMax 2017, nuova scarpa culto per appassionati dello stile sporty.

I migliori look di Eleonora Carisi

Sofisticata e versatile, femminile e ribelle, Eleonora Carisi è molto più che una fashion blogger: salita agli onori della cronaca grazie a Jou Jou Villeroy, il canale di lifestyle e tendenze fondato dalla it girl nel 2010, oggi Eleonora è una vera diva della moda internazionale, testimonial ambitissima di brand celebri e protagonista indiscussa sui front-row delle fashion week.

Un viso dai lineamenti antichi si unisce ad un fisico mediterraneo, che l’aiuta ad indossare con classe evergreen ogni mise: l’influencer, regina dello street style, è in assoluto il personaggio più atteso, e non solo durante le settimane della moda, ma anche durante gli eventi più importanti del jet-set internazionale, dove la bella blogger è riuscita a ritagliarsi uno spazio privilegiato grazie a non indifferenti doti manageriali e ad uno stile impeccabile -ça va sans dire.

Nata a Torino nel 1984, dopo aver conseguito una laurea in Marketing e Comunicazione presso l’Istituto Europeo di Design di Torino, Eleonora ha iniziato a lavorare nella moda aprendo una piccola boutique al centro del capoluogo piemontese: è così che la futura icona di stile capisce che la moda per lei è molto più di una passione, ma è la strada da intraprendere nel futuro. Nel 2010 segue l’apertura del blog: il resto è storia.

Da allora Eleonora non si è più fermata, dimostrando una personalità versatile ed eclettica ed incredibile carisma, che trascende la barriera virtuale dei social network, imponendosi in tutta la sua forza dirompente. Lei, che ama definirsi una cool hunter, ha posato per i brand più importanti del mondo, come Moschino, Michael Kors, Chanel, Tod’s, Gucci, Ferragamo, Redken, solo per citarne alcuni. Il suo stile iconico ama il trasformismo, in un caleidoscopio di ispirazioni che permettono alla influencer di passare dalle mise più femminili, come gli abiti da gran soirée, ai capi che inneggiano invece ad una ardita sperimentazione.

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Camaleontica e mai banale, la blogger ci ha abituati a look ad alto tasso scenografico, imponendosi come una delle icone di stile contemporanee più copiate dalle fashioniste: nel suo guardaroba immancabili shift dress e stampe, dal tapestry floreale a grafismi optical; tripudio di denim accanto a capispalla sartoriali si alterna a coat dal piglio bon ton e tailleur istrionici, indossati con aria boho-chic. Scanzonata e ribelle, fiera di uno stile effortlessy-chic, la blogger ama indossare maxi dress eterei accanto a proporzioni che inneggiano agli Swinging Sixties. Non mancano capi scultorei, dal giorno alla notte, nude look ad alto tasso erotico e fur coat da diva, che si alternano a note provenzali e gonne a ruota di stampo Fifties. Uno stile unico, tutto da copiare (se ci riuscite!).

L’estetica borderline di Louis Vuitton incanta Parigi

Dimenticate i confini ed ogni status quo: Nicolas Ghesquière propone alla settimana della moda parigina una collezione che mixa le differenze, in un melting pot ad alto tasso scenografico. Che si tratti di confini geografici o delle differenze tra i generi, o ancora del code dress in chiave day e night, da Louis Vuitton la parola d’ordine è osare: sulla passerella della collezione autunno/inverno 2017-18 vige la più totale anarchia, in un esercizio stilistico che regala all’heritage della maison del lusso una nuova linfa vitale. Ecco alternarsi sul catwalk bomber in pelliccia caratterizzati da patchwork cromatici, mini borchie strong su giacche biker, maxi fur coat da diva contemporanea, tute da motociclista con impunture a contrasto che strizzano l’occhio a note workwear, e ancora satin e sete preziose nei maxi dress dal piglio iperfemminile, accanto a catene e decorazioni ad effetto. Dominano note sportswear, declinate però in chiave luxury, per una valchiria contemporanea che ama esplorare il mondo a bordo della sua motocicletta. Nella cornice della Cour Marly, al Museo del Louvre, sfila un capitolo nuovo per il brand, che attinge ad immagini eterogenee, in uno stile Magpie: il risultato è una moda nomade, on the road, che intende travalicare ogni confine sdoganando un’estetica che elimina i confini tra le stesse stagioni, offrendo una vasta gamma di proposte perfette per affrontare tanto il rigore invernale quanto le stagioni miti. Tripudio di giacche in pelle, che si preannunciano già must have indiscusso della prossima stagione invernale, accanto a pellicce di ispirazione boho-chic, impreziosite da audaci patchwork cromatici, in un mix & match che non smette di affascinare. Largo anche a sete preziose e broccati, il cui romanticismo viene sapientemente smitizzato dagli ankle boots indossati ad ogni uscita dalla modelle.

La lirica struggente di Alexander McQueen: viaggio nel folclore della Cornovaglia

Suggestiva ed affascinante la collezione autunno/inverno 2017-18 di Alexander McQueen, tra le sfilate più attese nel calendario della settimana della moda parigina. Un viaggio in Cornovaglia ispira a Sarah Burton una collezione che guarda al passato, lasciandosi ispirare da echi millenari: il folclore della Cornovaglia, con le sue antiche leggende e l’artigianalità costituiscono ispirazione privilegiata, che dà vita a mirabolanti virtuosismi stilistici, in bilico tra passato e presente. La stilista diviene deus ex machina, inedita voce narrante di un racconto epico: nessuna novità fin qui, dal momento che l’heritage del brand da sempre predilige un’estetica intrisa da contrasti vibranti, in bilico tra punk ed echi vittoriani di antica memoria. L’immenso patrimonio storico del Regno Unito viene questa volta visualizzato in tutta la sua forza, fatta di storie dal fascino millenario, che trovano degna rappresentazione in paesaggi ancora vergini. Come un’eroina maledetta, un’eterea creatura in bilico sulle impervie scogliere della Cornovaglia, la musa di Sarah Burton sembra voler rivelare allo spettatore la magia di universi sconosciuti, leggende millenarie tramandate nel silenzio di Bedruthan Steps, impostasi come principale meta turistica già durante l’età Vittoriana. La leggenda tramanda la triste parabola di Bedruthan, gigante buono che trovò la morte in quell’angolo paradisiaco. La mitologia pagana e le tradizioni arcaiche della Cornovaglia trovano nuova incarnazione nel défilé: è in particolare la tradizione del Cloutie ad ispirare la stilista, che si cala quasi in un’osservazione partecipante dei riti del folclore locale, toccando vette inusitate pervase dagli echi romantici di una lirica struggente. Sfila una guerriera pagana strizzata in una sorta di armatura tribale, in bilico tra pelle dal mood aggressive e mirabolanti giochi cromatici che omaggiano la più fine artigianalità manifatturiera. Largo a stampe patchwork dal forte impatto scenografico che impreziosiscono prezioso jacquard; le silhouette sono lineari e indugiano talvolta alla più sfrontata sensualità, tra body in knitwear ed effetti grafici caleidoscopici che raffigurano la fauna e la flora in chiave simbolica. Chiudono il défilé capi da gran soirée tempestati da piume e da una pioggia di pietre preziose, a strizzare l’occhio a note couture.

Decostruzioni e sperimentazione in passerella da Anne Sofie Madsen

Echi futuristi e suggestioni sportswear caratterizzano la collezione autunno/inverno 2017-18 di Anne Sofie Madsen: la designer danese esplora numerose ispirazioni in una collezione iconica, che non lesina in mirabolanti virtuosismi stilistici che danno vita ad effetti altamente scenografici. In costante bilico tra le tendenze imperanti nella moda contemporanea e la sua estetica, la stilista mixa capispalla sartoriali e costruzioni ardite con inedite sovrapposizioni degne di una masquerade ad affetto. Ricordano le sculture dell’artista danese Esben Weile Kjær i capi che mixano dettagli di carta con nastri argentati, mentre le mannequin che calcano la passerella assomigliano quasi a delle creature aliene, grazie agli occhiali dal mood spaziale. Echi galattici si uniscono a note streetwear in un’estetica forte, quasi sfrontata: ripudia tutti i diktat precostituiti Anne Sofie Madsen, proponendo il più sensuale bustier accanto a pantaloni sporty, mentre dress con collo alto sembrano ispirati da certo folclore dallo charme timeless. Volumi scultorei si alternano a tocchi di una sartorialità destinata a non passare mai di moda, tra giacche biker e trench classici. Decostruzioni ardite e caleidoscopici giochi danno vita ad una collezione che colpisce al primo impatto: se il più classico collo di volpe impreziosisce cappotti neri dal piglio gotico, i trench sono invece declinati in chiave oversize e i capispalla sono impreziositi da stampe check, così come le maxi sciarpe che avvolgono la figura, immancabile must have della prossima stagione invernale. Il poncho sfoggia cuciture in vista, mentre le balze e le rouches decorano capi dal piglio vittoriano. Femminilità e sperimentazione si alternano con garbo e squisita inventiva, in un défilé iconico.

Parata di mannequin storiche in passerella da Dries Van Noten

Nel centesimo défilé della maison, Dries Van Noten sceglie di portare sulla passerella del prêt-à-porter i capi e i volti che hanno incarnato la maison dagli albori, contribuendo a renderne iconico lo stile. Un femminismo in chiave fashion diviene protagonista assoluto della collezione autunno/inverno 2017-18. Correva l’anno 1992 quando lo stilista sfilava per la prima volta: un’anniversario che Van Noten decide di celebrare in grande stile, senza lasciarsi andare ad echi nostalgici ma giocando molto con le ispirazioni eterogenee che hanno contraddistinto gli ultimi venticinque anni della sua estetica. Calcano la passerella parigina le top model che hanno incarnato al meglio lo stile del brand, alternandosi come vestali strette in maxi dress e tailleur oversize in stampa floreale: ecco Kristina de Conick, che apre il défilé seguita dai volti più celebri degli anni Novanta, come Amber Valletta, Anne Catherine Lacroix, la sempre splendida Carolyn Murphy, Alek Wek, Cecilia Chancellor, Élise Crombez, Erin O’Connor, Esther de Jong, Guinevere Van Seenus, Kirsten Owen, Liya Kebede e Nadja Auermann —che si sono alternate ai volti di oggi. Una collezione pervasa da note strong, che omaggia una femminilità audace che non lesina in self-confidence. Bella e consapevole, la donna di Van Noten utilizza l’abito come mezzo per esprimere se stessa. Potenti gli echi immaginativi veicolati dalle stampe che si alternano in passerella, tra silhouette costantemente in bilico tra i gender, in una mirabile bilancia tra note mannish ed audace femminilità: se le spalle tendono ad essere oversize, impregnate da tagli sartoriali ad alto impatto scenografico, le maniche in fake fur che impreziosiscono certi capispalla accanto a grafismi optical indugiano invece ad una dolcezza tipicamente femminile. Velluti preziosi e sete si alternano a pellicce, rigorosamente fake, tra capispalla sartoriali e note teatrali, che trovano apogeo nel finale del défilé, che vede circa 50 mannequin invadere la passerella, come in una marcia iconica, che celebra la valchiria di Dries Van Noten.

Valentino incanta Parigi, in bilico tra arte ed echi vittoriani

Un crogiolo di ispirazioni variegate attraversa la passerella di Valentino per l’autunno/inverno 2017-18. Sono tanti i filoni che ispirano Pierpaolo Piccioli in un racconto che si pone come un’ode all’estetica del brand: tra echi vittoriani e stampe optical di ispirazione Sixties veniamo proiettati anche in inediti scorci di ispirazione Eighties, con un omaggio al movimento di design del Gruppo Memphis, fondato nel lontano 1981. “Cosa c’è di nuovo oggi?”, questa la domanda da cui è partito Piccioli, un quesito quasi esistenziale in tempi come quelli attuali, in cui tutto sembra già stato proposto. Lo stilista giunge quindi ad una conclusione: è compito della moda riportare in auge il bello, riproponendolo in chiave sempre nuova, senza però rinunciare ad evocare un passato pregno di mirabolanti suggestioni, che risultano potenti anche oggigiorno. “Nuovo è quando vedi cose che conosci già e le unisci in modo diverso”, questo l’assunto da cui parte Piccioli per la collezione per la prossima stagione invernale. Il romanticismo intriso di echi rinascimentali cui ci aveva già abituati la coppia Piccoli-Chiuri viene qui riproposto in un tripudio di sete preziose finemente lavorate: ma occhio alle decorazioni, del tutto inedite. Accanto a stampe vittoriane si uniscono inediti cromatismi optical che strizzano l’occhio al Gruppo Memphis, celebre movimento di design protagonista sulla scena internazionale dagli anni Ottanta. Lunghi abiti con colletto bon ton dalla grazia virginale si uniscono alla grinta di stampe e grafismi audaci, declinati in caleidoscopici blocchi bicromatici, con netta prevalenza di rosso e nero e rosa e rosso. Quest’ultimo accostamento viene proposto più volte nel mix maxi dress e cappottini cocoon, per un inverno all’insegna del colore. Non mancano echi vittoriani nei lunghi abiti impreziositi da rouches e balze, anche qui caratterizzati da colletto virginale con tanto di nastrini. Arte e romanticismo si alternano in modo potente, tra silhouette monastiche e giochi di sete sovrapposte, decorate in un tripudio di artigianalità manifatturiera. Tulle e gemme impreziosiscono maxi dress dal fascino timeless, in una collezione che rielabora un’estetica evergreen, aggiungendovi suggestioni sempre nuove, in un ricercato esperimento stilistico.

Space oddities in passerella da Chanel

Invasioni spaziali in passerella da Chanel: Karl Legerfeld declina il suo estro in chiave galattica, per una collezione autunno/inverno 2017-18 ricca di charme. Nella cornice del Grand Palais un razzo gigante alto 35 metri saluta gli ospiti del défilé. Eccesso, stravaganza, opulenza sono le keyword di una sfilata evento in cui la maison del lusso per antonomasia rivive una nuova stagione grazie al genio creativo di Kaiser Karl: dimenticate note streetwear, qui si punta a suggestioni luxury, sapientemente smitizzate da mise iconiche che si aprono però con garbo alla contemporaneità. Una ventata di freschezza irrompe prepotentemente nelle ultime collezioni, per una donna che avverte un sempre più impellente bisogno di novità: ma l’heritage più autentico della maison fondata da mademoiselle Coco non verrà mai snaturato. E se il tradizionale tweed dal piglio bon ton si apre ora ad inedite suggestioni da Space oddities, i risvolti Sixties non sono però scontati: il mood spaziale à la Lagelfeld poco o nulla ha da attingere a nomi che invece basarono il proprio successo in gran parte su questo filone, ad esempio Courrèges. “Ci sono capi spaziali ma non stupidi come quelli degli anni Sessanta”, coì ha commentato Lagerfeld la collezione. Tante sono le immagini che vengono evocate attraverso capi sfarzosi: il cielo notturno, la Via Lattea, il suolo di Marte tempestano capi in lurex in una pioggia di paillettes e cristalli. Largo anche a note argentate che evocano universi siderali e suggestioni lunari, tra tocchi di blu che ricordano un’aurora boreale. Grigio, bianco e nero dominano nella palette cromatica, accanto a rosso, blu e porpora, in una collezione che sembra pensata per calcare una superficie planetaria. Eterogenee le ispirazioni per le silhouette, che si adattano a molteplici esigenze. Largo anche a pantaloni cropped dal mood sporty-chic, che si alternano a stampe galattiche. Stivali glitterati ai piedi e dischi lunari come borse costituiscono gli accessori cult della prossima stagione inverale.

Sfila a Parigi il casual glamour di Y/Project

Romanticismo e note streetwear si uniscono sulla passerella di Y/Project: è un autunno/inverno 2017-18 all’insegna dei contrasti, quello che Glenn Martens porta alla Paris Fashion Week. Interpretando in un’ottima fortemente personale il momento storico in cui stiamo vivendo, Martens resta sostanzialmente fedele alla sua estetica, che si basa in larga misura su ispirazioni che hanno radici lontane nel tempo: ecco che il romanticismo del 18esimo si unisce a suggestioni fortemente contemporanee, in uno stile ibrido che mixa streetwear e note retro. Dimenticate icone di stile e socialite, Martens si ispira alle celebrities attuali, come i rapper e i cantanti, protagonisti della cultura pop e nuovi arbiter elegantiae: sono loro ad imporre stili e tendenze, in bilico tra tripudio di denim e suggestioni workwear. Sulla passerella di Y/Project sfila un nuovo concetto di lusso, dichiaratamente underground, intriso di note Nineties: e proprio i rapper degli anni Novanta divengono icone che ispirano Martens. In passerella sfilano iconiche sciarpe raffiguranti re e regine, scultoree nuvole di taffeta e seta, accanto a suggestioni sporty-chic nei bomber e nei capispalla. La tuta da lavoro riacquista nuova vita, in un caleidoscopio di ispirazioni a contrasto, realizzate anche grazie ad uno Styling audace. Largo a tocchi di pelliccia che impreziosiscono le giacche, mentre corsetti e body enfatizzano la silhouette. Una moda classificabile come casual glamour, in un iconico mix di elementi che spazia dal romanticismo al grunge al Glam-rock. Sfrontata e sexy, e un attimo dopo delicata e pudica, la donna che calca la passerella è una musa dalla personalità ricca di inedite sfaccettature. Martens eleva l’ordinario in chiave glamour, riuscendo a conferire nuova vita a capi basic, in una collezione mai scontata.

Suggestioni tribali in passerella da Maison Margiela

Artigianalità e note couture attraversano la passerella di Maison Margiela, protagonista del prèt-â-porter parigino. John Galliano fa piazza pulita di ogni sovrastruttura e di ogni diktat pre-confezionato, scegliendo invece di ricombinare i pezzi basic del guardaroba interpretandoli in modo inedito. Il suo animo da classicista lo porta da sempre a considerare l’haute couture una sorta di fucina di idee da realizzare entro i più ampi confini del ready-to-wear. Mirabile interprete della cultura pop, il couturier ama rivolgersi alle dive contemporanee: oggi, forte della maturità e della saggezza acquisita con gli anni, lo stilista non lesina in virtuosismi stilistici che strizzano l’occhio anche a certa realtà commerciale, forse un tempo snobbata. Il risultato è una collezione iconica e suggestiva, che predilige ardito decostruzionismo accanto a quel processo che lo stilista definisce décortiqué.
Galliano omaggia una delle sue icone predilette, Marilyn Monroe: ecco che sbucano capelli biondi sfoggiano lunghe gambe nude sotto a maglioni oversize, accanto a jeans e vestiti beige dalle nette suggestioni basic. Il défilé si apre con un trench dalle linee sartoriali: il capo classico per antonomasia del guardaroba viene qui declinato in chiave ultra femminile, tra scollature a cuore e ironia nel citare Burberry, da sempre brand tradizionalmente associato al trench. Tripudio di colori neutri per dress e capispalla, tra decorazioni iconiche, come il simbolo della pace, che fanno capolino da capi in lana dalle suggestioni sporty-chic. Evocativi e ricchi di fascino millenario i copricapi che indossano le mannequin, ciliegina sulla torta di una collezione iconica, che si apre a potenti echi tribali: interessanti i contrasti che uniscono una sartorialità di stampo fortemente tradizionale a note etniche direttamente ispirare a certe tribù millenarie.

Introduzione alla psicopatologia politica

Esiste già una materia di studio che è stata definita “psicologia politica” ed è una branca della psicologia che si è dedicata specificatamente allo studio di pratiche comportamentali su contenuti e funzione politica. 
Ritengo quindi che possiamo entrare in una nuova fase di approfondimento cominciando a parlare delle psicopatologie della politica.
Tra queste patologie quella forse più diffusa è la bipolarità.


I disturbi dello “spettro bipolare” consistono in sindromi di interesse psichiatrico sostanzialmente caratterizzate da un’alternanza fra le due condizioni contro-polari dell’attività psichica. Questa disregolazione funzionale si traduce nello sviluppo di alterazioni dell’equilibrio timico (psicopatologia dell’umore), dei processi ideativi (alterazioni della forma e del contenuto del pensiero), della motricità e dell’iniziativa comportamentale, nonché in manifestazioni neurovegetative (anomalie dei livelli di energia, dell’appetito, della libido, del ciclo-ritmo sonno-veglia).
Una seconda patologia immediatamente riscontrabile è la schizofrenia: una psicosi cronica caratterizzata dalla persistenza di sintomi di alterazione del pensiero, del comportamento e dell’affettività, da un decorso superiore ai sei mesi, con forte disadattamento della persona ovvero una gravità tale da limitare le normali attività di vita della persona. I sintomi più comuni includono allucinazioni uditive, deliri paranoidi e pensieri o discorsi disorganizzati. È accompagnata da un significativo deficit nella vita sociale e professionale. L’insorgenza dei sintomi si verifica in genere in età adulta e la diagnosi si basa sull’osservazione dei comportamenti del paziente e sulle esperienze riportate da esso. 
Una terza patologia da considerare è la paranoia. Per paranoia si intende una psicosi caratterizzata da un delirio cronico, basato su un sistema di convinzioni, principalmente a tema persecutorio, non corrispondenti alla realtà. Questo sistema di convinzioni si manifesta sovente nel contesto di capacità cognitive e razionali altrimenti integre. La paranoia non è un disturbo d’ansia, bensì una psicosi. Si tratta in sostanza, non di una sensazione di ansia o di paura, ma di disturbi di pensiero (giudizio distorto, sbagliato) di cui il paziente non ha coscienza.


Se pensiamo alla società come una collettività, quasi un organismo unico, di cui la politica dovrebbe occuparsi “per stare tutti insieme meglio”, allora è evidente che se la politica si ammala allora tutto l’organismo ne subisce le conseguenze, anche gravi, di questi scompensi.
Compete quindi al corpo elettorale – il corpo nel suo insieme – fare la diagnosi, allontanare i soggetti pericolosi per il sistema sociale, porvi rimedio con cure se necessario anche drastiche.


Come non considerare sintomi inequivocabili di bipolarità tutti quei casi in cui “se indagano la mia parte politica è un processo politico, un uso politico della magistratura” mentre se attaccano gli altri “è perché sono inequivocabilmente corrotti e non servono né appelli né processi”?
Come non considerare sintomi tangibili di schizofrenia quei casi di “mi candido contro quel partito perché è corrotto e propone un programma liberticida” e dopo qualche mese “per l’interesse del paese e della governabilità sosteniamo quel governo” appunto con quel partito dentro?
Non è forse paranoia giustificare le proprie incapacità, incompetenze, inadeguatezze, con “il complotto dei poteri forti e delle lobby contro la mia rivoluzione legalitaria”?


Se fossimo attenti osservatori potremmo constatare che in molti casi molti politici soffrono di due o spesso tutte e tre queste patologie. E vene sono casi macroscopicamente evidenti.
La domanda rivolta al “corpo sano” della società è “come sta in salute la nostra collettività se è governata (in buona sostanza) da schizofrenici, bipolari paranoidi”?
Pensiamoci. In ultima analisi siamo i migliori medici di noi stessi.

Ulturale Napoli – Carmen a Napolitan Novel

Le cravatte Ulturale sono espressione della più alta tradizione sartoriale italiana fin dagli anni ’80.
La famiglia Ulturale operava nel mondo dell’abbigliamento già da diversi anni quando Vincenzo, figlio del capostipite Mario, decise di lanciare la propria linea di cravatte interamente realizzate a mano.


Ulturale - Napoli

Ulturale – Napoli




Espressione dell’eccellenza italiana e del paradigma della tradizione sartoriale napoletana, le collezioni Ulturale coniugano allo stile senza tempo delle manifatture e all’eleganza dei preziosi tessuti, dettagli che conferiscono un fascino ammiccante ed irriverente a colui che le indossa.
Interamente tagliate, cucite e finite a mano utilizzando stoffe provenienti dalle più prestigiose case italiane ed inglesi, il brand si inserisce perfettamente nella gamma degli accessori maschili di lusso.


Ulturale - Napoli

Ulturale – Napoli




La collezione Autunno/Inverno 2017-18 di Ulturale si struttura in tre segmenti dove i personaggi della novella di Mérimée identificavano i temi di colori, di fantasie e le esigenze di merchandising:


CARMEN, rappresenta Napoli, la parte più classica e poetica di Ulturale


DONJOSE’, ufficiale, i toni delle uniformi e dell’Andalusia più sofisticata per un Dandy cosmopolita


ESCAMILLO, il torero, toni profondi e vibranti, con microfantasie a contrasto che accendono i completi classici dell’uomo


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La collezione Ulturale si riflette sulla cravatta e sulla valenza di decoro, tra orgoglio e vanità, che questo oggetto assume nell’abbigliamento maschile; un prodotto storiche può inserirsi con fierezza nel guardaroba contemporaneo lavorando sui codici della sua classicità.
La prima rappresentazione della Carmen in Italia, avviene nella Napoli Borbonica il 15 Ottobre 1879 al Teatro Bellini; nell’opera si confrontano diversi stereotipi di mascolinità: l’operaio, l’ufficiale, il torero… che esprimono il loro valore nel confronto per la conquista dell’oggetto del desiderio. E’ da qui che prende ispirazione, la nuova collezione Ulturale, la bellezza e l’eleganza della natura, i colori metallici del progresso che costruiscono una nuova idea di eleganza maschile.


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Sfila a Parigi l’emancipazione femminile vista da Stella McCartney

Suggestioni tailoring si uniscono a note equestri in una collezione ricca di sovrapposizioni, pensata per la donna contemporanea: sulla passerella di Stella McCartney sfila una moda pulita ed essenziale, fedele all’heritage del brand. In linea con l’estetica asciutta e minimalista del brand, la designer crea una collezione chic e confortevole, che riesce ad unire mirabilmente funzionalità e stile, riuscendo anche a veicolare un messaggio politico senza dover ricorrere a slogan di alcun genere. Una collezione ispirata alla fede e all’amore, come affermato dalla stilista: “Volevo riflettere il buono della gente nel mio lavoro. Il mio messaggio è chiaro. Voglio mettere insieme la gente in ciò che faccio e la politica di certo è parte di ciò”, ha commentato Stella McCartney. E se può essere rischioso definire una collezione un inno al femminismo, di certo l’autunno/inverno 2017-18 di Stella McCartney non teme di affermare il potere femminile attraverso una sartorialità che tocca vette inusitate: uno stile intriso di archetipi, che si snoda attraverso potenti suggestioni che spaziano dalle suggestioni Fifties all’emancipazione femminile. Sulla passerella del prêt-à-porter parigino sfila una cavallerizza in chiave luxury, che sfoggia maxi trench trapuntati in tessuti techno, col capo coperto dal più classico dei foulard, a ricordare forse la regina Elisabetta nei momenti di relax nelle sue residenze di campagna. Largo a tute intere declinate in colori pastello: qui trionfa il comfort, per una moda che non costringe il corpo ma esalta al contempo la silhouette attraverso ispirazioni potenti. Sicura di sé e consapevole, la donna di Stella McCartney è emancipata e consapevole e non teme di sfoggiare capispalla sartoriali dalle proporzioni oversize, declinati in iconico check di netta ispirazione British. Non mancano suggestioni mannish e note sporty-chic, tra decorazioni pittoriche che impreziosiscono maglioni in cashmere: ecco che sul fronte di una maglia fa capolino un particolare tratto da un’opera del pittore del 18esimo secolo George Stubbs. Il défilé si chiude con le mannequin impegnate in una danza, quasi un rito apotropaico, sulle note di “All You Need Is Love” dei Beatles e di “Faith” di George Micheal. Energetica e proiettata in un avvenire vissuto con inguaribile ottimismo, la donna di Stella McCartney ostenta una femminilità garbata e mai scontata.

Il barocco firmato Paule Ka incanta il prêt-à-porter parigino

Sfarzo ed opulenza si uniscono a suggestioni Art Déco e a note rococò, in una collezione dallo charme timeless: Alithia Spuri-Zampetti si ispira alla storia della moda parigina per l’autunno/inverno 2017-18 di Paule Ka. In un tripudio di riferimenti neoclassici e note barocche, sfilano veneri proiettate in una dimensione onirica ed atemporale. “Si tratta di imitazione. Questo è ciò accade nella moda parigina”, ha ammesso la designer, che ha scelto come location della presentazione della collezione i saloni dell’Opera del Grand Hotel InterContinental Paris, in bilico tra atmosfere neoclassiche e decorazioni di stampo barocco. Le sculture divengono ispirazioni per capispalla percorsi da drappeggi, lane decorate con stampa check e tweed preziosi; largo anche a dettagli come frange, che arricchiscono le trame di nuove architetture. Corsetti e crinoline in stile Marie-Antoinette percorrono abiti da sera in materiali futuristi, tra neoprene e broccati di seta, in un curioso sincretismo tra epoche diverse. Pizzo chantilly metallizzato si unisce ad effetti grafici vibranti, per caleidoscopici contrasti che impreziosiscono abiti, giacche e gonne, aggiungendo un inedito tocco glam rock. Largo a stampe camouflage in jacquard metallizzato e frange dorate, che decorano cappotti scultorei, perfetto mix di tradizione ed innovazione: in bilico tra suggestioni country-chic e sfarzo luxury, i cappotti check smitizzano il più classico pattern scozzese conferendogli inedite citazioni couture. Tweed pregiato domina su tailleur profilati di pelliccia e maxi poncho dal piglio Seventies, mentre piume all over impreziosiscono abiti da ballo dai volumi scultorei. Decorazioni gioiello si posano su maxi dress da gran soirée declinati in rosa pallido, accanto a pompose architetture che enfatizzano la silhouette femminile. Patchwork di pattern tapestry si unisce su abitini e giacchette smilze, in un mix & match teatrale e sfarzoso, perfetto per una serata in grande stile.

L’estetica di Olivier Theyskens incanta Parigi, tra contrasti iconici e note grunge

Daywear e contrasti arditi dominano sulla passerella di Olivier Theyskens, che ha sfilato nell’ambito della settimana della moda parigina. Una collezione autunno/inverno 2017-18 che sembra volersi unire al filone dell’ultima sfilata, caratterizzata da abiti da ballo. Olivier Theyskens sembra inizialmente proiettato su quel filone, salvo poi stupirci con inedite ispirazioni, che puntano a sconvolgere lo spettatore: tutto appare in fieri, in continuo mutamento, a partire dalla location scelta per il défilé. Dopo aver ambientato l’ultima sfilata in una galleria caratterizzata da un bianco minimale, ora lo stilista sceglie lo sfarzo della Belle Époque, ambientando il défilé nel ristorante Le Train Bleu, all’interno della celebre stazione parigina Gare de Lyon. Amante dei contrasti forti, lo stilista punta a smitizzare l’opulenza della location portando sulla passerella una donna estremamente sobria ed essenziale, confinata negli angusti confini di un daywear che, sotto le mani esperte del designer, acquisisce però nuova vitalità ed input inediti. Sfilano capispalla dal piglio timeless, a partire dai trench, che si alternano a proporzioni slim e capi dalle suggestioni Nineties, come minigonne e dolcevita accollati. Il total black domina, accanto a colori neutri. Le silhouette sono estreme, non conoscono vie di mezzo, e spaziano dai volumi over alle proporzioni slim: tripudio di tartan accanto a nuance come il giallo mostarda e il denim. Una collezione che intende smitizzare certa opulenza, adattandosi al guardaroba della tipica ragazza della porta accanto. Ma ciò non vi porti a trarre facili conclusioni: il glamour non manca di certo, tra tocchi di satin verde smeraldo e silhouette vittoriane, stivali in pelle dalle note fetish e suggestioni Nineties: Theyskens cita se stesso, come il capo che lo rese famoso a livello internazionale, sdoganato da una super sexy Madonna nel lontano 1998. Da allora lo stilista di strada ne ha fatta davvero tanta, dapprima lavorando come direttore creativo di Rochas per poi passare da Nina Ricci e da Theory: successivamente la fondazione del brand eponimo. Il resto è storia: forte di un’estetica personale ed iconica, lo stilista continua ad affascinare, anche con una collezione all’insegna dei contrasti più audaci. Chapeau.

L’estetica ermetica di Anrealage incanta Parigi

La più ardita sperimentazione si unisce a forme scultoree ricche di suggestioni e charme, in una collezione iconica, che rivela una coerenza di fondo con l’estetica già sperimentata nelle precedenti stagioni: Kunihiko Morinaga sceglie di focalizzarsi più sulla forma che sulla sua funzione, privilegiando l’immagine rispetto al contenuto stesso. Il designer di Anrealage collabora per questa collezione con lo scultore giapponese Kohei Nawa: il risultato dell’inedita partnership è tutto in quei capi dalle linee shift, realizzati con rotoli di oltre 300 metri: tessuti come il denim acquisiscono nuova vita, grazie all’iconica rappresentazione. Non una masquerade ma la vibrante rappresentazione di una patata di creature eteree, dalle forme oniriche. Su un tappeto di muschio sfilano ninfe dal fascino algido, tra simbolismi ermetici e allegorie. Ecco bozzoli di stoffe pregiate che contengono ed occultano il corpo delle mannequin, in una processione misteriosa. Lana, crochet e prezioso jacquard si alternano su cappotti oversize dalle silhouette Fifties e pantaloni ampi. Domina il denim, tra fiocchi, zip e bottoni, che impreziosiscono i cappottini dal piglio bon ton, insieme a rouche e balze, a stemperare il mood onirico della collezione. Le mannequin sfilano a piedi nudi sfoggiando capi scultorei dalle architetture inedite, che coprono il corpo come delle corazze che rimandano però agli elementi della natura: balze e rouches, sete plissettate e giochi di alta sartoria occultano le braccia o il collo, in un susseguirsi di rimandi onirici, per una moda in bilico tra passato e presente. I tagli, realizzati con il laser, sono proiettati in uno scenario futurista; le balze inneggiano ad una femminilità timeless, in un gioco di contrasti mirabilmente mixati tra loro.

Il romanticismo hi-tech di Paskal incanta Parigi

Suggestioni sporty si uniscono a note urban e a pizzi dal sapore romantico, in una collezione ricca di charme: ha sfilato alla settimana della moda di Parigi l’autunno/inverno 2017-18 di Paskal. Una collezione concepita da Julie Paskal durante la sua gravidanza, trascorsa per le vie di Tel Aviv: qui la designer ha avuto modo di osservare il modo in cui l’architettura interagisce con l’ambiente. Il risultato è una moda in bilico tra note Bauhaus e femminilità: linee pulite ed essenziali si uniscono a suggestioni iperfemminili e a silhouette contemporanee. Largo a shift dress intrisi di lavorazioni high-tech, per uno stile romantico, che non lesina in dettagli dal retrogusto vintage, come i fiori applicati ton sur ton, le maniche a sbuffo, i decori 3D che impreziosiscono capi come un abitino nero in stampa floreale declinato in satin dalle note techno, o ancora un cappotto in cashmere con tagli realizzati con il laser. Le silhouette sporty si uniscono a note playful, che ne stemperano la forza: suggestioni grunge nei cut out, di netta ispirazione Nineties. Un’evoluzione estetica che nasce in un momento creativo assai particolare per la designer: concepita sotto il sole di Tel Aviv, la collezione si snoda attraverso note timeless e suggestioni futuriste, in un inedito mix dal grande impatto scenografico. I capispalla spaziano dal minimalismo di cappotti bianchi alla sperimentazione nell’uso e nell’accostamento di materiali come il pizzo e il vinile, in un inedito mix & match. Non mancano sovrapposizioni ardite, in una collezione che spazia con nonchalance dal romanticismo all’activewear, proponendo cappe dal mood sportswear declinate in blocchi patchwork. Pellicciotti bianchi si uniscono a colletti bon ton da collegiale, che lasciano poi il posto a chemisier bon ton in quadretti vichy e fiocchi all over; chiude infine il défilé una parata di capispalla dal piglio futurista, tra maxi fiori 3D applicati a parka con cappuccio declinati in materiali techno.

I rischi di internet secondo Enisa

L’Enisa (European Union Agency for Network and Information Security) ha pubblicato di recente il suo Threat Landscape, ovvero il rapporto annuale sulle minacce e i pericoli del web.
Il rapporto si basa essenzialmente sui dati delle indagini delle polizie specializzate di tutta Europa sui crimini informatici, e – ovviamente – omette le indagini sottoposte a segreto e quelle sul cyber terrorismo, la diffusione delle cui informazioni potrebbe compromettere le indagini stesse.
Questa apparente omissione tuttavia non deve far pensare a lacune macroscopiche del rapporto, che ha una utilità molto rilevante per aziende e comuni cittadini per comprendere i trend delle minacce da cui difendersi, scoprirne di nuove – che spesso non sono neanche percepite come tali – ma anche per gli “addetti ai lavori” che possono facilmente leggere, nelle pieghe dei macrodati, elementi importanti su strumenti e tecnologie.


Il primo dato significativo è la mole di dati analizzata per realizzare il rapporto, qualcosa come 600 milioni di campioni identificati ogni trimestre, tra cui malware mobile, ransomware e ladri di informazioni tra le principali aree di innovazione del malware criminale. 
Nel report è stato rilevato che la vita media degli hash di malware si è ridotta anche a sole poche ore, il che ci dimostra la velocità di mutazione del malware sia per evitare l’individuazione che per colpire le mancanze dei software antivirus o delle misure di protezione preventive.


Enisa


Sono stati individuati casi che rendono disponibile online le offerte di malware-as-a-service, ovvero i malware a noleggio, con i quali è possibile noleggiare l’infrastruttura per qualche migliaio di dollari al mese per il lancio, ad esempio, di attacchi ransomware che garantiscono un giro di affari fino a 100mila dollari.
Gli attacchi DDoS, una volta utilizzati dagli attivisti per distruggere i siti web aziendali, vengono ora utilizzati per tentativi di estorsione, come parte integrante delle azioni che puntano alla monetizzazione dell’hacking. Allo stesso modo, il rapporto osserva che il phishing ha raggiunto con successo il livello esecutivo: le frodi a danno dei CEO stanno causando perdite significative alle aziende.


Frodi sempre più sofisticate come quelle che promettono di dare soldi da presunti bug di Western Union o di banche blasonate, o carte di credito clonate, anche pubblicizzate con pagine Facebook o siti/blog creati ad arte.
Sino a quella messa in evidenza da Paolo Attivissimo qualche giorno fa, dove viene presa di mira la disperazione di chi si riduce a vendersi un rene, mentre viene truffato due volte, sia in denaro che in dati personali.


Ecco infatti quello che hanno in comune i trend di tutti i casi presi singolarmente in esame dal rapporto. Il vero tesoro cui mirano oggi i criminali informatici sono i dati personali, in misura sufficiente a creare identità digitali parallele. Sia per coprire se stessi (facendo ricadere eventuali responsabilità su altri) sia per frodare successivamente.


Spicca che il cyber spionaggio sia in fondo alla lista, nonostante le polemiche attorno alle elezioni presidenziali degli Stati Uniti, l’ENISA ha osservato: “I casi noti e quelli confermati sono solo la punta dell’iceberg e ciò accade perché le campagne di spionaggio sono difficili da individuare. E una volta individuate sono difficili e onerose da analizzare. Si ritiene che il cyber-spionaggio sia il motivo di campagne molto più rilevanti. In questo senso, la tendenza decrescente di valutare tali minacce non può essere pienamente valida. In secondo luogo, il cyber-spionaggio è molto mirato e utilizza gli stessi metodi del cyber-crimine, ma possiede l’intelligenza che gli permette di attirare le vittime in modo più efficiente”.

Sfila a Parigi Liselore Frowijn, tra arte e note sportswear

Il minimalismo di stampo scandinavo si unisce ad erudite citazioni artistiche, in un crogiolo di ispirazioni suggestive: sfila alla Paris Fashion Week la collezione autunno/inverno 2017-18 di Liselore Frowijn. La stilista olandese, considerata tra i nomi di punta della settimana del pret-à-pôrter parigino, propone una collezione intrisa di riferimenti artistici e pittorici, tra tessuti pregiati usati come tavolozze, in un susseguirsi di cromatismi e geometrie che uniscono correnti come il cubismo e l’impressionismo. Sfilano silhouette sporty e sovrapposizioni teatrali, in un iconico mix di stili che spazia dalle note bohémien a tocchi di una sfrontata femminilità fino a suggestioni Luxury dal forte impatto scenografico. Ecco che parka e capispalla dal sapore sportswear si uniscono a gonne plissettate, in un crogiolo ispirazionale: una città utopistica sembra essere l’ispirazione primigenia che ha accompagnato la stilista nel design della nuova collezione: ecco quindi che passaggi immaginari e scenari onirici si susseguono senza sosta, immortalati su capispalla e dress. Non mancano riferimenti alla biografia della designer, che trae ispirazione dall’opera dell’artista olandese Alfred Eikelemboom. Si alternano sulla passerella colori audaci e forme scultoree: i colori sembrano evocare la magia di un’alba nigeriana, in un melting pot culturale che celebra la magia del continente africano, conosciuto dalla stilista durante uno dei suoi viaggi. Largo a camouflage iconici che intendono celebrare la cacofonia di un tessuti culturale vibrante, come quello sperimentato per le strade di Lagos. Tra le altre ispirazioni per la collezione anche le opere di Henri Matisse, le cui palette cromatiche vengono riproposte su capi pensati per una donna contemporanea e dinamica. Trionfo di tessuti techno e suggestioni sportswear, tra guanti lunghi dorati, perfetti per impreziosire una mise da gran soirée, abbinati a trench e giacche bomber: la palette cromatica spazia dal rosso al grigio all’arancio, in un caleidoscopio di temi e citazioni pittoriche.

Sfila a Parigi Aalto, tra sartorialità e scenari futuristi

Ha sfilato nella cornice della Paris fashion week la collezione autunno/inverno 2017-18 di Aalto. Tra note mannish e virtuosismi stilistici che inneggiano all’alta artigianalità manifatturiera, sfila una collezione matura, che consolida l’estetica del brand. Tuomas Merikoski torna ad ispirarsi anche per questa stagione al Paradiso perduto di Milton: un tema ricco di suggestioni, che dal 17esimo secolo arrivano ai giorni nostri. In bilico tra echi nostalgici e leggiadra femminilità, la donna che calca la passerella si concede audaci coup de théâtre attraverso dettagli dal piglio futurista, che sembrano evocare pellicole come Blade Runner. Una moda pensata per “la prossima generazione di grandi esploratori”, che trova nella musa di Merikoski potente incarnazione: ecco che calca il défilé una guerriera, strizzata dentro tailleur sartoriali impreziositi da maniche di pelliccia, che la rendono simile ad un robot. Sovrapposizioni ardite mixano pantaloni e gonne, sempre nel rispetto di una sartorialità che non smette di affascinare. Largo a tailleur declinati nel più classico dei gessati neri, che si alternano ad inediti tocchi fur, in Mash-up ad alto tasso scenografico. Tra i capispalla largo a gilet e bomber in pelliccia, ma anche cappe e blazer sartoriali. In bilico tra vecchio e nuovo, la collezione sdogana un’estetica nuova, he non lesina in audaci contrasti, tra elementi sporty e note che evocano invece il rispetto della tradizione. Potente e vibrante, la donna che percorre il catwalk con lunghe falcate indossa completi in gessato dalle linee mannish, maglie a v impreziosite da grafismi dal retrogusto folk bordati di pelliccia, per poi perdersi in atmosfere stile Space Oddity: ecco infatti che sul finire della sfilata -last but not least- si alternano capi dal sapore spaziale, come tute con tanto di bretelle e colletti scultorei, che segnano una virata decisa verso atmosfere surreali e galattiche. Una prova magistrale per uno stile in continua evoluzione.

Sfila a Parigi la couture à porter di Koché

Suggestioni couture si alternano a note streetwear in una collezione in cui trionfa l’artigianalità manifatturiera: Koché sfila nella celebre cornice delle Folies Bergère, con una collezione che si pone come un’ode a Parigi. “Amo Parigi, è il mio scopo sin dall’inizio fare scoprire alla gente la mia città e tutti i suoi tesori”, ha dichiarato Christelle Kocher. “Questo luogo è stato dimenticato; è un teatro davvero antico con una storia meravigliosa. Josephine Baker e Charlie Chaplin si esibivano qui”, ha aggiunto la designer. Tra tocchi sparkling e note vintage, sfila una collezione iconica, che celebra l’allure parisienne tra poesia ed emozione. Affascinante e preziosa la donna che calca il foyer del teatro, scendendo la scalinata, come una diva del passato: una collezione in cui la straordinaria artigianalità manifatturiera diviene protagonista assoluta, per una couture à porter che strizza l’occhio allo street style in un sapiente gioco di sovrapposizioni ad alto impatto scenografico. Istrionica ed irriverente, la donna Koché mixa capi dal sapore workwear e dress tempestati da cristalli, in bilico tra sfarzo, opulenza e note sporty-chic. La più classica delle polo si unisce a bluse impreziosite da rouches, tra knitwear pregiato in patchwork di lana e cashmere, uniti ad accenni di pizzo francese. Il parka è in organza multicolor, impreziosito da inedite foglie, mentre i capispalla spaziano dall’astrakan al satin di costruzioni squadrate. La palette cromatica indugia nei toni del rosa fucsia, del tosso, del lillà e del turchese. Le scarpe sono di Massaro, decorate da gioielli Goossens, celebre linea che firma da sempre i gioielli di Chanel). Grafismi optical e geometrie ardite decorano capi dalle note sportswear, che sfilano accanto a capispalla profilati di pelliccia, in un melting pot di stili eterogenei. Velluti preziosi e laminati si uniscono a giacchini tempestati da paillettes, in una collezione in cui la personalità della designer fuoriesce con virtuosismi stilistici inaspettati ed avvincenti coup de théâtre.

L’amore tzigano di Jacquemus incanta Parigi

Suggestioni Roarin’ Twenties si uniscono alle note tailoring in una sfilata iconica: Jacquemus è ancora una volta uno dei protagonisti indiscussi della settimana del prêt-à-porter parigino. “L’Amour D’un Gitan” è il titolo scelto da Simon Porte Jacquemus per la collezione autunno/inverno 2017-18: le note gipsy si uniscono ad un tripudio di cappellini bon ton che sembrano presi in prestito dall’età del jazz. Sfilano capispalla oversize dalle linee pulite ed essenziali, in cui il volume scultoreo delle spalle svela l’estro del giovane stilista, considerato l’enfant prodige della moda d’oltralpe. Non mancano virtuosismi stilistici che evocano gli Eighties, come le maniche a sbuffo e i pois, motivi iconici dell’ultima collezione. Tra delicatezza di tocchi rosa e il black all over dal sapore strong, sfila al Paris Event Center una collezione ricca di suggestioni oniriche: non è la donna protagonista sulla passerella ad avere un animo gipsy, ma lei, struggente eroina di un amore tzigano, si perde in suggestioni bohémien, tra pantaloni da torero dalle note mannish e camicie dalle maniche esasperate, in un susseguirsi di inediti coup de théâtre. È un amore impossibile, quello raccontato con poesia da Jacquemus, la cui musa è destinata alla sofferenza. Ecco che si alternano sul défilé capi iconici che rimandano a diverse ere, dagli anni Trenta ai Cinquanta, in un susseguirsi di immagini oniriche: lo stilista non smette di affascinarci, grazie ad un’estetica che molto attinge dalla cinematografia. Tra silhouette asciutte e tagli essenziali e lineari, si alterna una parata di capispalla oversize, impreziositi da rouches e balze iperfemminili, che stemperano il mood army-chic suggerito dai volumi quasi teatrali e dai copricapi istrionici sfoggiati dalle mannequin, che ricordano Robespierre e la Rivoluzione francese. Suggestioni tailoring e romantiche balze si alternano sulla passerella, in un caleidoscopio di ispirazioni, per una sfilata ricca di charme.

JF London crea una linea couture ispirata all’Antico Egitto – collezione FW 17/18

In che modo riconosciamo un artista? Dallo stile. Questo fenomeno oscuro che si cerca per una vita e alle volte nemmeno si trova. Ma una volta “appreso”, be’ è quello forse il passo per il successo.
Joshua Fenu, designer di JF London, uno stile ce l’ha ed è più che riconoscibile, potremmo additare una sua creazione tra cento, perché i metallizzati anni ’80, la versatilità di Michael Jackson, la sontuosità dell’oro nell’Antico Egitto, sono onnipresenti nelle sue collezioni.

Per la stagione autunno/inverno 2017/18 , Joshua Fenu decide di lanciare una linea couture chiamata “By Fenu“, dedicata alla pomposità faraonica ed in particolar modo ispirata al singolo “Remember the time” di Michael Jackson, passato alla storia anche per gli effetti speciali del video musicale e per i costumi.

sandalo in pelle di serpente dorata JF LONDON



La linea By Fenu, è curata nei minimi dettagli e impiega materiali di altissima qualità; il sandalo CLEO è realizzato con pelle di serpente dorata su una base rosso vino che ne esalta la luminosità;

la linea couture By Fenu si ispira all’Antico Egitto

 

sx Liz Taylor nei panni di Cleopatra – dx sandalo in perle, strass e pietre preziose By Fenu



HASINA e FEMI arricchite  di perline, pietre preziose  e strass, ricordano le complicate acconciature di Cleopatra, regina d’Egitto, che nella cultura dei secoli ha affascinato pittori, scrittori, registi che hanno contribuito ad accrescerne la leggenda di seduttrice e ammaliatrice di uomini.

sx Liz Taylor in “Cleopatra” – dx sandalo con maxi fiocco dorato JF LONDON



Non manca lo stampo Joshua Fenu nella collezione autunno/inverno 2017/18 JF LONDON, dove i volumi si fanno big size, le tinte sgargianti, i sandali si arricchiscono di elementi ultra femminili come i fiocchi, le paillettes, gli swarovski rossi e le eco pellicce.

La calzatura JF LONDON non è solo una scarpa, ma racconta una storia, un periodo, una cultura, i colori e le atmosfere, come una piccola opera d’arte da indossare.

Guarda qui la collezione JF LONDON:



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Paris Fashion Week: Courrèges in bilico tra pop e streetwear

Suggestioni pop si uniscono a note dal sapore grunge in una collezione ironica e vitaminica: Sébastien Meyer e Arnaud Vaillant scelgono la via della presentazione, rinunciando alla sfilata, per un autunno/inverno 2017-18 che si snoda attraverso quattro categorie di capi, sui quali i due designer focalizzano la loro attenzione. Le giacche, le minigonne, i capi in knitwear e i dress dai volumi scultorei divengono protagonisti assoluti di una collezione didascalica, che è stata presentata nell’ambito della Paris Fashion Week: i quartier generali di Courrèges ospitano la proiezione di un videoclip in cui viene presentata la nuova linea. “Abbiamo 27 anni. Siamo nati con internet e i social media nel nostro sangue- è come respirare”, ha affermato Vaillant. “Viviamo con gli schermi e i like, è la nostra seconda natura. Ma allo stesso tempo, siamo convinti che il lusso più grande sia stare tutti nella stessa stanza, tutti qui fisicamente a parlare nella vita reale”, ha aggiunto poi lo stilista. La maison Courrèges sembra tornare agli albori, con una collezione iconica, che predilige minigonne dal sapore Sixties e capispalla dal gusto timeless, come il trench: tuttavia non mancano note che strizzano l’occhio alla contemporaneità, in bilico tra sportswear e street style. Ottimismo, dialogo e design accattivanti dal gusto pop costituiscono i tre filoni su cui si snoda la collezione AI2017-18 di Courrèges: ad improvvisarsi modelli dell’inedito lookbook sono gli amici e le amiche della cerchia del duo di designer, che appaiono nel video di presentazione della collezione, ognuno indossando il capo preferito. Ecco che un minidress simile ad un grembiule in lamé viola si indossa con una t-shirt iconica, mentre una giacca di ispirazione Mod in giallo lime dalle maniche scultoree si indossa con t-shirt, stivali e pantaloni futuristi. Opposizioni e sovrapposizioni audaci caratterizzano la collezione, in bilico tra l’heritage del brand e il futuro della moda. L’unico rimpianto è l’aver dovuto optare per la forma della presentazione, rinunciando all’iconico défilé: un vero peccato, soprattutto per un brand del calibro di Courrèges.

Fenomenologia di Arturo

Nato da uno dei più geniali tutorial di Makkox, il “movimento Arturo” (o semplicemente Arturo) sta spopolando in rete, al punto che se non fosse “un gioco social” sarebbe una mozione capace di sfidare nel Pd se non Renzi, almeno Emiliano e Orlando.
Ha una viralità complessiva che ha superato la Lega di Salvini (molto attiva in rete) e in grado – per follower, fan, profili, pagine spontanee – di collocarsi come terza forza dopo Pd e M5S. Ma davvero è “solo un gioco”? O meglio, non sarebbe il caso di andare oltre al gioco e cominciare a pensare che forse esistono anche giochi molto seri?
L’esperimento Arturo è tutt’altro che nuovo, e si colloca in un filone preciso sempre al confine tra satira e cronaca. I suoi antecedenti tuttavia si sono sempre mostrati precursori di fenomeni reali decisamente seri.

Il primo esempio è il film Brewster’s Millions, film statunitense del 1985 diretto da Walter Hill e interpretato da Richard Pryor, John Candy e Lonette McKee
La storia è tratta dall’omonimo romanzo di George Barr McCutcheon che è stato adattato per lo schermo in varie versioni. La prima di queste risale al 1914 e venne firmata da Cecil B. DeMille.
Questo è il pezzo “chiave” della campagna di invito al voto per “Nessuno dei suddetti”





Sia il 1914 sia il 1984 sono stati anni di importante transizione politica negli Stati Uniti.
Nel 1914 era presidente Willson, gli USA dovevano decidere se entrare nella prima guerra mondiale, l’élite americana scommetteva sulla società delle nazioni, ma la politica era nelle mani di grandi industriali ed era accessibile solo ai ricchi delle grandi città.
Nel 1984 un attore di second’ordine di Hollywood, noto per film western e per un programma politico populista, sbaraglia la politica americana, che ancora non i era ripresa dal Watergate di Nixon e da una politica opaca di Carter. Vince le elezioni con un margine enorme per l’epoca (61-39% dei voti).
Ma sono anche gli anni della grande corruzione – già emersa in parte con il Watergate – delle amministrazioni locali che coinvolge i governatori degli stati come i sindaci (New York e Chicago in testa).


Nel 2000 il regista Michael Moore si propone come campaign strategist di “Un ficus per il Congresso”. Come lui stesso ha affermato: “La maggior parte dei candidati corrono nelle loro primarie senza sfidanti e il 95% sono rieletti ogni volta nelle elezioni generali. Quello che otteniamo da questi membri del Congresso a vita è un mucchio di promesse che non vengono mai mantenute, problemi come l’assistenza sanitaria e l’istruzione che non sono mai affrontati, più tasse per un esercito più grande quando non ci sono guerre, e uno stipendio più grande per il Congresso quando non lo meritano.”





Questa mancanza di un vero confronto politico e di una battaglia vera in sede di primarie è stata neutralizzata nel 2008 con lo scontro Obama-Clinton. Un confronto vero su proposte alternative che ha stimolato la partecipazione dei cittadini. Una lezione per la politica americana che sembrava acquisita, ma subito dimenticata nel 2016.
Esito di questa “lezione dimenticata” è stata la vittoria dei Repubblicani – che hanno invece fatto primarie vere che hanno tirato la volata elettorale e accresciuto interesse ed attenzione.
A ben vedere molti dei temi provocatoriamente proposti da Moore nel 2.000 si sono dimostrati di estrema attualità nel 2016, quando Trump ha parlato di una classe politica di fannulloni, che vivono di rendite di posizione, che non si mettono in gioco, e contro cui andava proposto un vero e proprio tsunami politico.


Arturo – nel micro ambito delle primarie Pd in Italia – si inserisce a pieno titolo in questo dotto e blasonato filone di “allerta politica” e, per molti versi, di impegno sociale.
Ruolo della satira – se così la vogliamo definire – è (o dovrebbe essere) proprio quello di “mettere a nudo il re” e mostrargli limiti del suo circolo e della sua corte.
Arturo non mette in luce “verità recondite” e ignote, ma qualcosa che chi si occupa di politica senza i paraocchi del guardare solo alla propria corte, ai propri consigliori, alla propria componente, ai propri yesman.


La politica delle sfide tattiche, opportunistiche, senza coraggio di un vero cambiamento, senza il cuore di una vera alternativa… semplicemente non appassionano e non generano consenso.
Un tempo le chiamavamo “mozioni congressuali” e su quei contenuti si costituivano maggioranze.
Oggi, nell’era della comunicazione, a queste mozioni vanno aggiunte parole chiave, slogan che attraggano, ma soprattutto volti e leadership capaci di conivolgere aggregare e convincere.
Di tutto questo c’è un gran bisogno, almeno quanto ve ne è latitanza.

Sfilata Miu Miu 2017, tra fur coat, colori pastello e maxi paillettes

Miu Miu chiude il mese dedicato alla moda donna prêt-à-porter con la sua sfilata a Parigi, presentando una collezione autunno inverno 2016-17 coloratissima e glamour. Miuccia Prada rappresenta quella che lei stessa definisce «la follia del glamour davanti a un futuro così incerto». Fur coat e abitini in maxi paillettes si tingono di colori pastello, tonalità acide e colori brillanti per un caleidoscopio di sfumature iper femminili e giocose. Come durante la Grande Depressione, la moda diventa l’arma per eccellenza delle donne che cercano di sfuggire a un presente e a un futuro terribilmente grigio.


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Sulla passerella della sfilata Miu Miu 2017, ci si difende dall’incertezza avvolte in morbidi fur coat sintetici con cappelli abbinati dai colori pastello: azzurro e rosa, corallo e giallo chiaro, verde acqua e arancio. I minidress sfavillano di maxi paillettes, cristalli e piume, per una moda donna che spazia dalle suggestioni anni ’40 agli anni ’70. Jumpsuit psichedeliche e scollature bordate di cristalli, maxi bomber e trench in pvc sono i tasselli con cui Miu Miu crea una sfilata ottimista e colorata, massimalista e surreale. Il gioco della moda si inserisce in una problematica sociale e politica che affligge ogni donna: la libertà di essere se stesse, ancora oggi ostacolata in troppe situazioni. Cosa può fare il mondo del lusso? Certo non molto, ma può dare un segnale, come Miuccia Prada insegna. Può liberare la fantasia e l’immaginazione attraverso i suoi capi e aprire una strada verso l’inclusione di tutti i tipi di femminilità. «Sono sempre più interessata alle diverse forme della bellezza» ha dichiarato la stilista, dietro le quinte della sfilata Miu Miu a Parigi. Sulla sua passerella sfilano donne diverse, accomunate da una forte personalità. Indossano moonboots in pelliccia sintetica arancione e sandali ricoperti di cristalli, cappotti in pvc e stivali di vernice. E non hanno paura di nulla.


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Byblos tra Rothko e Noland – collezione autunno/inverno 17/18

Noi siamo quello che vediamo, e creiamo quello che la nostra memoria ha immagazzinato.
Succede anche senza una reale consapevolezza, perché la “stanza” della memoria è grande e onnipresente; è quello che è successo probabilmente a Manuel Facchini, designer di Byblos.
Una giornata al museo forse, uno studio sull’arte, fatto sta che l’astrattismo di Mark Rothko ha influenzato la nuova collezione autunno/inverno 2017/18 di Byblos.

sx opera di Rothko – dx Byblos FW 17/18

sx Byblos FW 17/18 – dx opera di Rothko

L’espressionismo astratto di Rothko si fa largo sui maxi volumi dei parka, sulle pellicce in mohair, sulle gonne plissettate con grandi slanci di colore e cromie identici ai quadri del pittore. Amico e collega del pittore statunitense, Adolph Gottlieb, influenzato dalla psicologia junghiana, studia la legge dei simboli e dei miti e da’ luce a tele dove la forma circolare e serpeggiante è protagonista. La stessa tecnica la ritroviamo sugli abiti Byblos dalla grafica moderna e di grande impatto visivo, esaltati dalla trasparenza e dalla luminosità della seta con inserti in poliestere.

sx opera di Gottlieb – dx dettaglio abito Byblos

Geometrie e straordinari effetti ottici nella collezione autunno-inverno 2017/18 di Byblos, rimando al massimo esponente del gruppo artistico dei Color field, Kenneth Noland.
Alla continua ricerca della vibrazione ottica, il pittore compie una serie di studi combinando sapientemente colori e forme che catturano l’occhio dando l’impressione di muoversi; gli stessi cerchi sono riportati sui voile degli abiti Byblos, così come l’intersezione di linee rette e parallele le si ritrovano sui long coat dal gusto anticonformista, frizzante, decisamente originale.

sx abito Byblos con cerchi – dx opera di Kenneth Noland

sx Byblos FW 17/18 – dx opera Kenneth Noland

Guarda qui l’intera collezione BYBLOS Fall Winter 17/18:

 

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ELISABETTA PELLINI: L’EQUILIBRIO DEI SOGNI, TRA CINEMA E REALTA’

Una domenica mattina a Milano, tra la frenesia della MFW ed una pausa caffè al tavolino di un bar, dove incontri per una chiacchierata a tu per tu la bellissima Elisabetta Pellini, volto noto del cinema e della televisione. Sguardo limpido, dolcezza infinita ed una semplicità disarmante per parlare di se, dei suoi lavori in uscita e di alcuni sogni che partono dal profondo per andare lontano, molto lontano..

Elisabetta a Milano per la MFW. Come è andata? 
“Qui ho le mie origini e ogni volta che ritorno è sempre un grande piacere ritrovare le persone care, i luoghi vissuti. Milano è una città che vive di un battito suo e mai come durante la settimana della moda ne senti le pulsazione e l’energia. Sono stata invitata ad alcune sfilate che mi hanno molto colpito per la matrice comune del volere riportare la donna ad una femminilità vera, senza spacchi o scollature ma semplice e pulita, proprio come sono state le proposte di Emporio Armani, Elisabetta Franchi con la sua collezione ispirata ad Evita Peron ed agli anni 40 o Laura Biagiotti che celebra una donna charment, vestita di bianco, rosso o colori tenui”.


Qual è il tuo ideale di femminilità?
“Femminilità va a braccetto con il concetto di eleganza ovvero riuscire ad  essere sensuali pur mantenendo la semplicità. Tradotto in poche parole: non è un abito che fa diventare una donna sexy ma il contrario”. 


In tema di moda anche la tua famiglia era nel settore ma la tua via è stata un’altra…
“Sì, fino a qualche anno fa erano proprietari di una pelleria e da li ho ereditato la mia passione. Ma il mio amore è sempre stato il cinema, fin da piccola. Del resto crescere con papà che ogni minuto ci rendeva protagonisti delle sue foto non ha certo aiutato (sorride..). Scherzi a parte, realmente il ruolo di papà, il suo amore per i viaggi, per la fotografia e soprattutto per il cinema (non a caso realizzò due documentari cult negli anni 70) mi trasmisero un fascino verso questo mondo al quale non ho saputo resistere. Il principio fu la danza classica a 7 anni: l’impegno era massimo e tutto girava intorno al saggio per il quale mi allenavo duramente anche un anno intero. Così fu anche quando entrai nel mondo del cinema, il meccanismo è lo stesso”. 


Ovvero?
“La preparazione per interpretare un personaggio deve essere molto profonda, devi entrare in quel personaggio, lo devi sentire tuo, lo devi analizzare quasi come a creare una sorta di “amico” che in parte ti porterai appresso per tutta la vita”. Allo stesso modo sarà anche molto forte la sensazione dell’abbandono quando il copione si sarà concluso. Per fare tutto questo ovviamente ci vogliono determinazione, preparazione e una grande passione”. 


Piccolo e grande schermo ti hanno vista interpretare tantissimi personaggi. Qual è il ruolo che hai amato di più?
“Tutti perché come dicevo prima diventano quasi degli amici per me. E’ stato così con Laura delle “Tre Rose di Eva” oppure Anna Ronco per “Provaci ancora Prof!” così come una grande empatia l’ho creata con il personaggio del film in uscita i prima di marzo “La mia famiglia a soqquadro” nel quale interpreto una donna che abbandona la sua veste di “casalinga”per una carriera nella moda, diventa magra ed attraente e vi sarà un avvicinamento all’uomo del quale è sempre stata innamorata (interpreto da Marco Cocci) a sua volta sposato e con figli. E da qui “mio figlio” che invidiava le famiglie degli altri compagni in quanto convito di tanti vantaggi nell’aver i genitori divorziati capirà come ciò non corrisponde alla realtà. Un film intelligente, uno spaccato perfetto della società moderna”.


 A tal proposito qual è il tuo pensiero? 
“Io sono stata fortunata perché la mia famiglia era un po’ come quella del mulino bianco, con due genitori che si sono amati tantissimo e che hanno trasmesso a noi figli dei valori fondamentali. Sono però consapevole che non sempre può andare così: capita che due persone si separino, anche per terze persone, ma la cosa più importante è che non scordino mai le loro responsabilità come madre e padre. Non è giusto che due persone stiano insieme per forza, facendo poi ricadere sui figli le loro guerre”. 


Oltre a “La mia famiglia a soqquadro” hai altri lavori in uscita?
“Sì, i primi di marzo arriva nelle sale “Gomorroide”nel quale interpreto l’esilarante parte di una moglie isterica tradita dal marito, una milanese in trasferta a Napoli, autrice di scene esilaranti che sono sicura faranno sorridere. Inoltre a breve vedrete in onda la fiction “Sorelle” di Cinzia Th Torrini, un thriller melo nella quale ho interpreta un ruolo piccolo ma fondamentale per lo svolgersi della trama. Un vero e proprio giallo con sfondo romantico diretto da una grande donna e regista che non lascia nulla al caso ma curando ogni dettaglio crea dei lavori magnifici. Lavorare per lei è stato un vero onore…”. 


Oltre a Cinzia Th Torrini sei stata diretta da molti registi nella tua carriera. Un ricordo tra tutti al quale sei più legata?
“Ve ne sono tantissimi in quanto ogni volta che sono su un set cerco di creare una famiglia, tessendo poi con tutto il cast e la produzione dei legami che permettano di generare la giusta empatia anche per la realizzazione del film. Quindi da Vanzina, a Salvatores, Ozpetek che dopo uno spot girato sotto la sua direzione mi ha voluto in un suo film, con tutti questi grandi Maestri del cinema italiano ho un ricordo speciale. E oltre a loro ho sempre un pensiero per Vincenzo Verdecchi, regista delle “Tre Rose di Eva” che purtroppo ci ha lasciato: una persona gioiosa, che amava la vita, dal quale ho imparato tantissimo”.  


Oltre al cinema nella tua carriera annoveri anche molte esperienze televisive come “Miss Buona Domenica” e altre ancora. Torneresti al piccolo schermo?
“Il mio grande amore è e resterà il cinema ma se dovessi ricevere una proposta potrei valutarla. Presentare è una cosa che ho sempre fatto, ma preferisco allontanarmi da me stessa, recitare piuttosto che presentarmi in prima persona. Se devo essere me stessa preferirlo esserlo con gli amici e con chi mi circonda, accettando le critiche per un’interpretazione più che come persona”.


Un sogno?
“Ne ho tantissimi ma sono superstiziosa per cui preferisco non rivelarli. Dirò quello generale che è di trovare serenità e felicità nei tanti sali e scendi che la vita ci riserva, dettati spesso dalla perdita delle persone care che abbiamo accanto. Questa è una delle cose con il quale sto ancora cercando di trovare il mio equilibrio che contrasti la mia parte più sensibile ed emotiva che quando sei attore serve ma va gestita nel modo migliore. E per gli altri sogni più grandi…incrociamo le dita”.


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Il cast di “Gomorroide” in uscita al cinema


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NITO: IL NUOVO TRAGUARDO DELLE DUE RUOTE

RIPARTE LA MOTO SOTTO LA MOLE

NITO è il nuovo traguardo delle due ruote

Dopo la presentazione di lancio al Museo dell’Automobile di Torino e la partecipazione all’ultima edizione dell’EICMA di Milano, NITONuova Industria Torinese è pronta al debutto sul mercato della mobilità sostenibile con i suoi due primi modelli elettrici: il ciclomotore pieghevole N3 e lo scooter NES.

César Mendoza, socio fondatore e CEO di NITO, realizza così il sogno di ricreare un marchio degno della lunga tradizione motociclistica torinese proiettandolo nel futuro della mobilità elettrica. E in una location suggestiva e speciale, l’Aero Club di Torino, si tiene il primo test drive dei due prototipi in vista della loro imminente entrata in produzione.

L’agile e scattante N3 dallo spunto aggressivo e con una sella molto ampia per decidere lo stile di guida: eco o sport. Pieghevole e compatto, ha il telaio in alluminio, pesa solo 48 kg e sta nel bagagliaio di un SUV grazie alle sue ridotte dimensioni (1.650 x 650 x 1.100 cm). Omologato per una persona, con il motore di 1,5 kW consente una velocità massima di 45 km/h. E’ possibile scegliere due diversi tipi di batterie al litio con un’autonomia di 40/50 km e un tempo di ricarica di 3-6 ore.

NES, comodo, agile, elegante ed eco-friendly unisce alla libertà del motore elettrico il fascino di un design personalizzabile: 72 combinazioni diverse per creare uno scooter unico come chi lo guida. Omologato per due persone, è brillante in città e divertente in vacanza; il suo motore da 4 Kw, limitato ad una velocità massima di 45 km/h, ha un’autonomia di 75/80 km e necessita soltanto 3-4 ore per essere ricaricato.

NITO, per chi vuole essere il motore del proprio mezzo, ha pensato ad altri due oggetti: il monopattino pieghevole N1 e la bicicletta pieghevole in tre posizioni N2, il modo più smart di muoversi in città, evitando il traffico e risparmiando tempo.

Tutti i prodotti della gamma NITO verranno distribuiti in Italia da una rete selezionata di dealer e anche mediante e-commerce sul sito www.nitobikes.com per quelle zone in cui non saranno ancora disponibili nei punti vendita.

Con NITO – afferma Mendoza – vogliamo realizzare un sogno di mobilità in cui crediamo per raggiugere un importante traguardo: ridare libertà alle persone che con i nostri mezzi si muoveranno velocemente, divertendosi e rispettando l’ambiente. “

Guarda qui il video del primo TEST DRIVE NITO:

I migliori look di Gala Gonzalez

Fashion blogger di fama mondiale, socialite ed it girl tra le più ammirate, Gala Gonzalez si è imposta all’attenzione dei media per il suo stile inconfondibile, che l’ha eletta icona di stile contemporanea ed influencer. Un successo conquistato grazie al blog amlul.com: da qui la giovane it girl dispensa infatti consigli di stile e perle di saggezza per un lifestyle che non smette di affascinare i numerosissimi follower. Viso pulito e personalità poliedrica, Gala Gonzalez vanta in curriculum esperienze come modella, dj e designer. Nata il 16 marzo 1986 a Coruña, in Galizia, Gala Gonzalez è nipote dello stilista Adolfo Domínguez. Dopo aver studiato moda presso la University of the Arts of London, Gala ha lavorato come creative designer per la linea di Domínguez, prima di diventare volto di Loewe, H&M, Mango, solo per citare alcuni dei brand che se la contendono. Immortalata sulle cover delle riviste più importanti del mondo, nel 2009 è stata eletta it girl da Vogue Spain. Il suo stile minimale e futurista ne esalta il fisico esile e la creatività, con styling sempre ricercati e colori accesi. Minimale e cosmopolita, lo stile di Gala Gonzalez è fortemente improntato alla contemporaneità: tra i suoi bran preferiti Louis Vuitton, Dior, Cavalli, Gucci, Calvin Klein. Tra note grunge e sovrapposizioni ardite, ecco anche accenni ad una femminilità grintosa, come gli abitini con spalline sottili e i capispalla iconici. Gala ha più volte ammesso di avere una predilezione per il total white, che conferisce ad ogni mise un fascino timeless. Pulizia e minimalismo in chiave chic contraddistinguono i suoi outfit, che la rendono protagonista indiscussa dello street style e regina del front row delle fashion week. Gala non lesina in capi dalla forte connotazione sportswear, unendo ricercatezza e comfort. Largo anche a stampe e geometrie optical, tra minigonne e denim all over.

I migliori look di Candela Novembre

“È di moda non essere di moda”: questa sembra essere la massima che riassume lo stile di Candela Novembre, it girl ed icona di stile contemporanea, imprenditrice di successo e regina indiscussa dello street style. Eclettica ed effervescente, l’ex modella argentina si è imposta all’attenzione del fashion biz internazionale per il suo stile iconico, vivace sofisticato. Viso delicato e fisico sottile, è bastato davvero poco a Candela Pelizza Novembre per divenire una vera diva dello street style: considerata una delle maggiori influencer, l’icona è tra i volti più fotografati di ogni fashion week, dove monopolizza l’attenzione grazie ai suoi outfit colorati e chic.

Sorriso spontaneo e verve naturale si uniscono ad una grazia da cerbiatto e ad una impressionante fotogenia: dopo una carriera da modella la bella Candela si è rimessa in gioco, creandosi un angolo dedicato alla moda e al lifestyle. Grazie alle sue foto su Instagram, in cui posta una sorta di diario della sua vita privata, l’icona è diventata in breve una delle personalità più influenti nel fashion system attuale. Mamma di due bambine, Candela vanta alle spalle collaborazioni con numerose riviste patinate, a partire da Grazia, che la elegge sua it girl, fino a Glamour, che la nomina nel 2014 Migliore donna dell’anno.

Tra i suoi designer preferiti figurano Jil Sander, Moschino, MSGM e Costume National, mentre per gli accessori candela predilige Paula Cademartori. Il suo stile è un mix di capi di alta moda e pezzi acquistati nei mercatini delle pulci: il risultato è un’eleganza effortlessy-chic, in cui lo styling si unisce ad una creatività rara. Sempre impeccabile, Candela Novembre ha dichiarato di scegliere i suoi outfit in base al suo stato d’animo. L’influencer adora il total White accanto a colori vitaminici e grafismi otpical: non manca nel suo guardaroba una vasta selezione di capi in denim.

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It girl ed icona di stile contemporanea, Candela Novembre è protagonista indiscussa dello street style



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Largo a sovrapposizioni audaci e stampe mix & match; non mancano maglie lavorate in crochet abbinate a gonne pitonate dalle suggestioni luxury e colori vitaminici ton sur ton per maxi coat dalle linee cocoon abbinati a pantaloni sartoriali. Uno stile iconico, quello di Candela, che mixa capi diversi per mise sempre ricche di charme. In bilico tra contemporaneità e futuro, l’it girl predilige accostamenti arditi, per capispalla ironici spesso declinati in animalier, da indossare con full skirt dal piglio rétro. Non mancano suggestioni mannish e note bon ton nelle camicie con fiocco, che fanno capolino sotto tailleur sartoriali. Femminile e leggiadra, l’icona ama apparire sbarazzina ed irriverente, accostando capi leggiadri a note grintose, come i gilet fur percorsi da grafismi optical e le giacche biker impreziosite da mini borchie dal sapore punk. Uno stile unico tutto da imitare.

Milano Moda Donna: Marco de Vincenzo in bilico tra passato e futuro

Inversione di rotta in passerella da Marco De Vincenzo: da sempre fautore di un’estetica irriverente e fortemente proiettata in un futuro dai risvolti onirici e dagli scenari incerti, lo stilista messinese sceglie questa volta di guardare al passato, attingendo le sue ispirazioni da un’epoca lontana. L’ex enfant prodige della moda italiana porta sulle passerelle milanesi una collezione che ne decreta la raggiunta maturità: largo a suggestioni timeless, per una collezione cui il designer si cimenta in un’operazione inedita.

De Vincenzo rielabora infatti i classici del guardaroba femminile attraverso il suo occhio critico: ecco quindi che i pezzi intramontabili dell’armadio di ogni donna vengono sapientemente rielaborati in un sincretismo stilistico tra passato e presente. In bilico tra echi nostalgici rispetto ad un passato non meglio identificato e la coerenza con uno stile fortemente personale, che ha contribuito negli ultimi anni all’ascesa dello stilista nell’olimpo della moda mondiale, la collezione è permeata da un velo di nostalgia rispetto al glamour del passato: è una donna borghese, stretta in cappottini dal piglio bon ton e dalle suggestioni ladylike, la musa a cui si rivolge De Vincenzo.

Lo stilista si inoltra attraverso territori inesplorati, riuscendo a tenere ben salde le redini di una collezione per lui fortemente eclettica: il rigore formale viene stemperato attraverso atmosfere oniriche e quasi surreali, proiettato così in uno scenario futurista. Ecco che sfila il futuro visto da Marco De Vincenzo: un mondo ideale, in cui la creatività tocca vette inusitate, permeate da atmosfere alla Space oddity. Non mera immagine ma rappresentazione allegorica di una riflessione assai profonda sulla contemporaneità: “Ogni volta che qualcuno mi interroga sul futuro della moda, ho molte risposte”, così ha commentato lo stilista. “Questa stagione avevo bisogno di ripensare al passato, a qualcosa di familiare come le pieghe, la pelliccia e le perle che sono considerate un classico del guardaroba di ogni donna, e di aggiungervi un tocco contemporaneo”, ha aggiunto De Vincenzo.

Lo stilista sceglie di rifugiarsi nella rassicurante serenità di uno stile ancorato alla tradizione, che si erge come porto sicuro in cui trovare riparo in un’epoca in cui vige la più totale anarchia e un assordante vuoto di valori, anche estetici. Ma, lungi dal cullarsi in anacronistiche fughe dalla realtà, De Vincenzo apporta un significativo contributo nel tentare di rovesciare i valori del passato sostituendoli con visioni inedite legate alla contemporaneità.

In passerella si alternano gonne al ginocchio in seta plissettata e tartan all over, alternate ad abitini plissé, camicie classiche e vestaglie dalle note homewear. Tripudio di animalier per capispalla bon ton e fur coat in ecopelliccia, percorsi da caleidoscopiche stampe raffiguranti galassie sconosciute e città futuriste. I capi sono impreziositi da decorazioni 3D, come le frange in PVC. Largo a dress che ricordano i grembiuli, tra stampe eccentriche ed iridescenti. Plexiglass anche nei gioielli, come il filo di perle, e nelle scarpe. Note sartoriali per l’uomo, tra tute workwear e coat in ecopelliccia.

Moda Parigi 2017, Demna Gvasalia rilegge i codici estetici di Balenciaga

Demna Gvasalia ha definitivamente convinto i critici del suo lavoro come direttore creativo di Balenciaga. Alla guida della griffe da un anno, il designer ha presentato alla settimana della moda di Parigi 2017 una collezione che è stata universalmente definita una delle più belle di questa stagione. Il perché è semplice: Demna Gvasalia non ha stravolto i codici estetici di Balenciaga, ma li ha riletti alla luce di una moda contemporanea e che porta la sua inconfondibile firma. È lo stesso stilista a dichiarare di aver attinto a piene mani dall’archivio della maison. «Ho guardato quasi 30 anni di fotografie di lookbook di Cristobàl – ha dichiarato nel backstage – e in molti di questi i modelli tengono il cappotto in mano». Così a Demna Gvasalia è bastato osservare quell’immagine e trasformarla in movimento: nella prima parte della sfilata, i capispalla asimmetrici riproducono la piega casuale che prende un cappotto quando lo si tiene in mano. E così via, tutta la collezione autunno inverno 2017-18 è basata sul concetto di forma e movimento, prendendo a modello linee, volumi e stampe dall’archivio di Balenciaga e ponendovi la firma del direttore creativo attraverso materiali di riuso e un’audace ironia.


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Lo show alla settimana della moda di Parigi 2017 segna il 100° anniversario della griffe, che Gvasalia ha voluto festeggiare chiudendo la sfilata con 9 abiti d’alta moda. Modelli ampi, stravaganti, incredibilmente moderni. Eppure vengono da bozzetti degli anni ’50 firmati Cristobàl Balenciaga. Questa volta l’estetica del fondatore della maison è stata mantenuta quasi interamente. Unica aggiunta di Demna Gvasalia agli abiti d’haute couture sono le tasche e le borse, anch’esse dal volume esagerato. Una scelta vincente, che ha fatto della sfilata Balenciaga una delle più applaudite alla settimana della moda di Parigi ma anche nell’intera stagione. Con un’ironia irriverente e un gusto contemporaneo, l’eleganza borghese e bon ton viene stravolta pur mantenendone l’armonia.


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Il colore blu, protagonista della sfilata Dior alla Paris Fashion Week

Il colore blu è simbolo della spiritualità, della femminilità e dell’immortalità, usato in cromoterapia da chi cerca armonia e sensazioni positive. Secondo monsieur Christian Dior, «il blu non ha nulla da invidiare al nero» e sugli abiti Dior è sempre stato usato a piene mani. Maria Grazia Chiuri, da ottobre alla guida creativa della maison, è d’accordo con il fondatore e parte proprio dal blu per creare la collezione autunno inverno 2017-18 che ha sfilato alla Paris Fashion Week. Elegante ed eterno, sobrio e versatile, sugli abiti Dior lo declina in tutte le sue sfumature: dal blu navy al blu notte, passando per tonalità elettriche e profonde, come quelle in cui si perde lo sguardo umano negli abissi e nei cieli.


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Maria Grazia Chiuri è partita da un modello Dior del 1951, un completo blu navy con gonna stretta in vita, per poi ampliare il tema del blu, sfiorando argomenti sociali e politici. «Ho voluto esplorarlo in tutte le sue tonalità e in tutte le sue forme – ha dichiarato la stilista alla Paris Fashion Weeknel suo significato sociale, e così mi sono imbattuta nelle uniformi e nel workwear». La sfilata Dior si apre infatti con completi da giorno che ricordano delle divise da lavoro ma anche delle uniformi della Seconda Guerra Mondiale. Forse un lieve accenno alle lotte femministe, che sono state protagoniste della prima collezione Dior by Maria Grazia Chiuri. Niente slogan, stavolta, sui completi di taffetà e sulle jumpsuit in denim, sui lunghi impermeabili e sui cappotti a fantasia checked. Blu è anche il mare, il cielo, l’infinito cui l’uomo aspira. Così gli abiti Dior da sera escono dal settore workwear e si immergono nella fiaba. Lo chiffon diventa velo impalpabile, si illumina di stelle e si ricopre di fiori, mentre sugli abiti da sera in taffetà blu navy compaiono lune e pianeti. Una sfilata impegnata ma anche romantica che mira, come la stessa Maria Grazia Chiuri dichiara, a «creare un intero guardaroba in cui ognuna possa trovare la propria divisa con cui esprimere e proteggere se stessa».


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Milano Moda Donna: l’artigianalità in chiave luxury di Tod’s

La pelle d’ebano e il volto assorto, i lunghi capelli lasciati liberi e il bianco accecante: la Venere Nera Naomi Campbell è protagonista assoluta di un inedito tableaux vivent che ha impreziosito la sfilata di Tod’s. L’originale instalazzione firmata Thomas De Falco ha accompagnato una collezione che celebra l’artigianalità italiana e lo stile del brand di Diego Della Valle. A calcare la Milano Moda Donna è un caleidoscopio di suggestioni urban, che si sposano all’outdoor, per una donna dinamica e forte. Sfilano accessori dai risvolti luxury in un tripudio di lavorazioni artigianali dal grande impatto scenografico. Negli spazi del Pac-Padiglione di arte contemporanea di Milano si consuma uno show in cui domina uno stile effortlessy-chic, pensato per una donna che ama la vita all’aria aperta. Il comfort diviene il metro di misura di un’estetica che punta sui capispalla, che divengono capi principe del guardaroba, declinati in texture preziose. Largo a trench con cinture in via, ad enfatizzare la silhouette, o ancora coat dalle suggestioni mannish. Tripudio di pelle all over, per capispalla e non solo: originali i pantaloni in pelle effetto second skin o ancora il modello baggy. Sofisticata e strong, la donna Tod’s, che trova incarnazione in Mariacarla Boscono, che irrompe sulla passerella strizzata in una gonna in pelle al ginocchio impreziosita da una rete di intarsi preziosi e una giacca biker dal mood aggressivo. Al polso della top model romana una tote bag, mentre ai piedi fanno capolino inediti stivali con la suola in gomma, che si alternano al mocassino, capo principe del brand, eccellenza di quel Made in Italy capace di conquistare il mondo. Elementi grafici impreziosiscono la Charlotte bag, sovrapponendosi alla doppia T del logo, mentre la stessa doppia T ritorna sui mocassini profilati da pelliccia. Suggestioni biker caratterizzano le maglie con maniche rinforzate, così come le camicie di nappa. Le mini bag da indossare al collo come un gioiello si preannunciano già must have incontrastato della prossima stagione invernale, mentre la Tod’s sella sarà la nuova it bag. Si ispira invece agli arazzi a telaio Wrapping, l’iconica installazione realizzata dall’artista Thomas De Falco: tra intrecci e corde di pelle sbuca la statuaria Naomi, musa di uno stile unico.

Tendenze moda primavera/estate 2017: froissé

Emblema dello stile effortlessy-chic, il tessuto stropicciato diviene protagonista sulle passerelle delle collezioni primavera/estate 2017. Il froissé torna alla ribalta imponendosi come must have assoluto, per un’eleganza apparentemente disimpegnata e minimal-chic. Sdoganato sulle passerelle, il froissé diviene onnipresente dal giorno alla sera, declinato su tuniche, camicie, maxi dress. Se Boss propone maxi dress fluidi e minimali, perfetti per affrontare l’afa estiva, Creatures of Comfort sceglie un froissé per due pezzi composti da camicia a maniche corte e mani gonna in verde smeraldo stropicciato. Casual eppure sofisticato, il froissé è emblema di uno stile grunge in chiave luxury. Tessuto froissé pitonato sfila sulla passerella di Custo Barcelona, per felpe con punto vista strizzato in texture pregiate: in una collezione all’insegna dei contrasti, il mix tra tunica stropicciata e texture in pitone appare quantomai riuscito. Froissé all over anche da Emporio Armani, che opta per canotta e maxi gonne dal sapore coloniale, declinati in colori come il rosso e l’azzurro. Suggestioni Art Déco si uniscono allo charme timeless di lunghe tuniche rococò sulla passerella di Genny, mentre Haider Ackermann smitizza il più classico dei tailleur pantalone attraverso la scelta di una texture froissé dal forte impatto scenografico. Issey Miyake coniuga maxi tuniche dalle proporzioni over ad alta teatralità con pantaloni a nido d’ape in froissé . Jil Sander vince con una collezione dai volumi scultorei che punta a camicie froissé e scamiciati, in un tripudio di cromie accese e proporzioni over. Leggiadra ed eterea come una ninfa la donna di Krizia, che fa largo uso di froissé su tuniche svolazzanti e pantaloni. Maxi dress dal mood provenzale e romantico si alternano sulla passerella di Lemaire e Vionnet, mentre Paul Smith sceglie nuance scure in una collezione eclettica. Suggestioni sartoriali sfilano infine da Mila Schön.

Tendenze moda primavera/estate 2017: monospalla

Intricate trame e drappeggi scultorei si uniscono allo charme timeless di capi che ricordano quasi i pepli indossati dalle dee greche: i volumi monospalla si preannunciano già come uno dei trend più copiati nelle collezioni primavera/estate2017. Largo a magliette e top monospalla, che si alternano alle suggestioni evergreen di tuniche e maxi dress, per una moda che attinge molto dal passato e dalla tradizione, rivisitandola in chiave contemporanea. Sofisticati top a manica lunga svelano al contempo le linee del corpo e lasciano scoperta la pelle, come visto sulla passerella di Elisabetta Franchi. Volumi scultorei e sartorialità attraversano la collezione di Ann Demeulemeester: l’ispirazione sembra provenire dall’antica Grecia, tra tuniche monospalla, punto vita strizzato in cinture che ricordano bustier e bracciali che impreziosiscono il braccio lasciato nudo. Efficace e teatrale anche la collezione di Agnona, dove sfilano pepli monospalla declinati in un nuance pastello. Delicatezza e pulizia si alternano a coup de Théâtre sulla passerella di Gareth Pugh, che sceglie colori forti come il viola e suggestioni greche, per una vestale misteriosa ed affascinante, silenziosa depositaria di segreti millenari. Suggestioni Eighties e note punk caratterizzano la collezione di Emanuel Ungaro: qui sfilano mini dress monospalla in pelle caratterizzati da colli scultorei e rouches. Eterea e delicata la donna Giambattista Valli, che sfila in mini dress svolazzanti declinati in stampe bucoliche, da indossare con reggiseno a vista. A metà tra un peplo e un kimono, la mise prediletta sulla passerella di Loewe: il punto vita enfatizzato da un’ampia fascia che profuma di oriente si alterna alla pulizia di un maxi dress monospalla con gonna a ruota. Tessuto effetto froissé impreziosito da stampe floreali per il monospalla di Marni, su maxi dress perfetti per una serata in spiaggia. Linee essenziali e minimalismo d’ordinanza da Narciso Rodriguez, per tuniche e pantaloni. Drappeggi sartoriali e gonne svolazzanti sfilano da Rochas, mentre Roland Mouret sceglie tuniche monospalla dallo charme evergreen. Pizzo sangallo e femminilità all over da Simone Rocha, black all over da Vetements e Yamamoto.

Tendenze moda primavera/estate 2017: shorts

Audaci e sensuali, femminili e freschi, comodi e pratici: gli shorts sono da sempre capo passepartout della stagione estiva. E se negli anni Ottanta una celebre campagna pubblicitaria sdoganava gli hot pants come capo cult, con l’indimenticabile slogan “Chi mi ama, mi segua”, ancora oggi gli shorts costituiscono uno dei capi più apprezzati. Funzionali e sexy, i pantaloncini, declinati in varie lunghezze, dagli hot pants fino ai bermuda, sono onnipresenti sulle passerelle delle collezioni primaverili e costituiscono valida alternativa alla gonna. L’estate 2017 vede una vera e propria invasione di shorts, che si impongono come protagonisti assoluti: se Alberta Ferretti opta per linee pulite ed essenziali, intrise di romanticismo e femminilità, Chanel sceglie un pantaloncino velato, capo che smitizza una collezione classica ma pervasa da note hip hop e suggestioni hi-tech. Abbinati a tuniche e camicie, gli shorts sfilano da Angelo Marani in una chiave sofisticata, mentre Chloé preferisce volumi over dal sapore sportswear. Eterea ed iper femminile la donna Elie Saab, che sfoggia shorts accanto a blues in pizzo sangallo. Volumi rilassati da Giogio Armani, che sdogana lo shorts in chiave sartoriale, da indossare con giacche alla coreana dalle texture preziose. Suggestioni coloniali e stampe tribali sfilano da Etro, che interpreta lo shorts in chiave funzionale, come capo passepartout perfetto per una viaggiatrice di lusso. Dolcezza e note bon ton attraversano la passerella di Kristina Ti, che fa sfilare shorts profilati di ruches e merletti accanto a calzamaglie a rete e blues con fiocco ladylike. Cosmopolita e rilassata la donna Les Copains, che sfoggia maxi shorts con il bikini e una vestaglia come capospalla, mentre Michael Kors punta tutto sul colore, per stampe floreali dall’allure vitaminica. Volumi skinny sfilano da Prada e Miu Miu: in due collezioni che puntano alla femminilità più iconica, il focus è sulle gambe. Note folk sfilano da Philosophy by Lorenzo Serafini, che sceglie la camicia stile rodeo accanto a shorts a vita alta declinati in denim.

Tendenze moda primavera/estate 2017: nurse

Originale ed irriverente, una delle tendenze più in voga per la primavera/estate 2017 è lo stile nurse: largo a camici bianchi declinati in proporzioni oversize, per un trend che ricorda molto da vicino le uniformi delle infermiere. Maniche a tre quarti o a sbuffo, spalle over e silhouette dalle suggestioni Eighties, per uno stile fresco, perfetto per affrontare con gusto il caldo estivo. Linee pulite ed essenziali si uniscono in un minimalismo chic che trova numerosi riscontri nelle principali collezioni PE2017. Tanti sono infatti gli stilisti che hanno abbracciato questo trend, a partire da Stella McCartney, che propone volumi ampi, quasi teatrali, per camicioni accollati: le silhouette ampie si stringono nel punto vita, strizzato da una cintura-bustier ad enfatizzare le curve. Sovrapposizioni affascinanti sfilano invece da Yohji Yamamoto, che impreziosisce il camice con inedite tasche cucite ovunque. Teatrale ed onirica la donna di Rick Owens, mentre suggestioni sportswear sfilano da Paco Rabanne. Bianco e volumi scultorei caratterizzano la collezione di Mani, mentre un candido bianco dalle note minimali attraversa la passerella di Lucio Vanotti. Bianco madreperlato dai riflessi iridescenti sfila da Guy Laroche, mentre Joseph sceglie volumi esasperati. Più femminile la donna che calca la passerella di Prabal Gurung: qui la camicia rispecchia la tradizione, intrisa da note classiche e basic. Stessa atmosfera si respira sulla passerella di Each x Other: la sperimentazione più ardita risparmia la camicia bianca, che torna in auge come capo passepartout da declinare poi in tutte le salse. Il camice è ora strizzato in vita da una cintura. Fluidità e linee ampie sfilano invece da Chalayan, mentre da Céline il camice da nurse lascia spazio a lunghi abiti cbianchi dal sapore romantico e dalle note provenzali. Suggestioni orientali caratterizzano la camicia bianca interpretata da Barbara Casasola, mentre Aquilano.Rimondi puntano ad una tunica in versione cropped abbinata a pantaloni ton sur ton, in un due pezzi iconico. Un trend destinato ad imporsi anche nello street style, per amanti dello stile minimale e dei colori neutri.

Il neo protezionismo secondo Trump

Partiamo da una definizione.
Il protezionismo è una politica economica che, opposta a quella libero-scambista, tende a proteggere le attività produttive nazionali mediante interventi economici statali anche ostacolando o impedendo la concorrenza di stati esteri, ad esempio attraverso dazi e tassazione.
La storia insegna.
A partire dal 1873 una crisi economica generalizzata riportò i paesi europei ad un’aggressiva politica protezionista. È questo il periodo delle “guerre commerciali” che accompagnano, secondo alcune teorie storiografiche, il progressivo affermarsi del nazionalismo e la nascita, poco oltre la metà del XIX secolo, di nuovi stati nazionali, come la Germania e l’Italia. Non a caso la svolta protezionista prese le mosse in Europa nel 1878 proprio dalla Germania di Bismarck e dall’Italia.
Le tendenze protezionistiche caratterizzarono l’economia europea ed americana fino alla vigilia della Prima guerra mondiale e si rafforzarono nel periodo tra le due guerre quando la crisi di Wall Street nel 1929 spinse le singole economie nazionali ad una rigida chiusura che nell’Italia fascista prese le forme dell’autarchia. Dopo la depressione mondiale a seguito delle crisi energetiche del 1973 e del 1979, si sono manifestate nuove spinte protezionistiche che si sono gradualmente indebolite per la rapida integrazione dei mercati sia economici che finanziari che caratterizza i nostri tempi.


Il neo protezionismo secondo Trump


Sin qui il secolo scorso. E tuttavia proprio il secolo scorso ci insegna almeno due cose. 
La prima, che protezionismo è parente molto stretto di nazionalismo, e si afferma come copertina di Linus – prevalentemente psicologica – nei periodi di crisi ed incertezza. Una grande macchina di consenso che attribuisce a “soggetti esterni” e complottismi vaghi le ragioni del malessere nazionale.
Esempio magistrale sono proprio due totalitarismi, quello tedesco (dove la causa di tutti i mali era il complotto sionista per la conquista del mondo) e quello italiano (del complotto degli stati plutocratici).
L’autarchia italiana è uno degli esempi di maggior successo di come nazionalismo e protezionismo possano anche diventare uno straordinario strumento di consenso, compattando un popolo contro un – talvolta immaginario – nemico esterno. Un’autarchia che arrivò a toccare anche i vocabolari con l’abolizione di parole e la loro sostituzione con neologismi nazionali.
La seconda, che il protezionismo genera guerre, perché genera instabilità economica e chiude oltre le merci anche i popoli: generando spinte nazionaliste e stimolando l’avversione all’altro, porta con sé la sintassi del conflitto. Che sia sotto forma di guerra commerciale, fiscale o doganale, impone uno sforzo bellico se non altro come un “mostrare i muscoli” per difendere una scelta economica fondamentalmente irrazionale.


Il nuovo secolo si apre con almeno quattro grandi novità. La prima, la globalizzazione dell’informazione, che rende la maggior parte dei poli “informati” in tempo reale di scoperte scientifiche, conflitti, scoperte industriali, ed anche di prodotti nuovi e notizie sulle materie prime. La seconda, è la globalizzazione dell’economia, che significa spostamenti di merci e persone, con un sistema di trasporti e viaggi globali, il che fa si che anche le economie, le finanze, i depositi, le imprese, i sistemi di produzione, vengano tutti concepiti in funzione di un mercato globale. Nascono quindi “le fabbriche del mondo”, e con queste grandi centri di produzione specializzata. La terza è il web, che ci connette tutti in tempo reale e ci consente trasferimenti di informazioni, denari risorse, messaggi e la chiusura di contratti in tempi inimmaginabili trent’anni fa. La quarta, la propulsione migratoria di massa generata da ragioni economiche, a sua volta generata dalla trasformazione dell’agricoltura di massa chiamata a sfamare sette miliardi di persone laddove appena cinquant’anni fa ne sfamava la metà.


Il neo protezionismo secondo Trump


Immaginare in questo scenario – che comprende queste tre vere e proprie rivoluzioni strutturali – un ritorno al protezionismo è in sé follia, nella sua accezione di “non aderenza con la realtà”.
Un esempio per tutti è un’immagine che è stata riproposta qualche giorno fa dal New York Times. L’occasione è stata il fatto che qualcuno ha accostato il neo-protezionismo di Trump alle teorie del premio nobel Paul Krugmann.
Secondo Krugman politiche protezioniste, applicate da tutti gli stati, pur alterando il libero mercato, presentano aspetti positivi nel senso che si stimola in questo modo la produzione nazionale con interventi statali che ricadrebbero fiscalmente sui contribuenti nazionali, ma porterebbero a una incisiva riduzione della disoccupazione e ad una nuova crescita economica.
Krugmann ha twittato molto sinteticamente “è ovviamente un malato di mente”.
Chi ha accostato la teoria economica del premio nobel alle scelte dell’amministrazione americana ha dimenticato almeno due assunti – decisamente non secondari. Il primo, è che Krugmann parte dalla globalizzazione come dato di fatto ineluttabile, e parla infatti di “politiche protezioniste applicate da tutti gli stati” (non certo di uno solo!). Il secondo, è che gli “interventi statali ricadrebbero fiscalmente sui contribuenti nazionali”. E come gli economisti sanno non puoi aumentare la fiscalità generale se vuoi stimolare davvero l’economia, specie nella fase immediatamente successiva ad una crisi strutturale come quella del 2008.


L’mmagine di Bussiness Inside è quella della Boing, un’immagine che da sola mostra l’impossibilità strutturale di un protezionismo nel ventunesimo secolo.

Tendenze moda primavera/estate 2017: leather

Se fino ad oggi avevate sempre pensato che all’arrivo della bella stagione fosse necessario tirare fuori abitini in cotone, materiale prediletto per affrontare al meglio l’afa estiva, dovrete ricredervi: tra le tendenze moda per la primavera/estate 2017 è la pelle a dominare, declinata su chemisier e sahariane dall’allure urban, ma anche per top, gonne e pantaloni. Effetto vinile e charme timeless per capi in cui dominano colori accesi che riflettono la luce e rimandano bagliori iridescenti: la pelle è in assoluto il nuovo must have, perfetta per apparire chic anche durante la stagione estiva. Suggestioni leather attraversano le settimane della moda e non c’è stilista che non abbia fatto propria questa tendenza, adattandola al proprio stile: da Bottega Veneta la pelle è protagonista assoluta, in una collezione intrisa di sapienti note luxury. Largo a gonne a ruota e sahariane in pelle declinate in colori fluo. Black dal mood aggressive sulla passerella di Dior, Olivier Theyskens e Alexander McQueen, per minigonne hot e canotte. Sofisticata e chic la donna Salvatore Ferragamo sfoggia chemisier e sovrapposizioni in cui la pelle gioca un ruolo decisivo, conferendo ad ogni look un’aria effortlessy-chic ed originale; candido bianco e frange in pelle da Hermes, mentre il corto domina sulla passerella di Fendi e Jil Sander, che non lesina in spalle oversize per tuniche dalla forte presenza scenografica. Note coloniali attraversano la passerella di Simonetta Ravizza, che usa la pelle per shorts e giacche da esploratrice contemporanea. Sensuale rosso per Jeremy Scott, che non lesina in suggestioni Eighties; torna infine anche il rosso Valentino, declinato però in chiave eterea, per maxi dress in pelle all over dal retrogusto strong.

Il nuovo divismo 2.0 irrompe sulla passerella di Dolce & Gabbana

Se è vero che ogni epoca ha i suoi divi, di certo il momento attuale vede come figure di primo piano gli influencer, idoli della rete che si ergono ad arbiter elegantiae, incidendo su mode e tendenze, come anche sugli stili di vita. Idolatrati da uno stuolo di teenager ancora in cerca della propria identità, e talvolta privi di una criticità nei confronti del mondo che ci circonda, gli influencer e i personaggi social hanno ormai invaso ogni settore della vita e, non ultima, la Milano Moda Donna: a cavalcare la nuova tendenza sono ancora una volta Dolce & Gabbana.

Il duo di stilisti già da qualche stagione ha scelto come nuovi interpreti dello stile iconico del brand i Millennials, un esercito di giovanissimi influencer, blogger, figli di nomi illustri del cinema e della moda e personaggi a cui i social media hanno conferito la fama internazionale: sagaci trendsetter, Domenico Dolce e Stefano Gabbana accantonano momentaneamente il glamour timeless caratterizzato dalle loro donne mediterranee fasciate in pizzi siculi e trasparenze, per cimentarsi in una sorta di esperimento sociale e affidare ai Millennials il ruolo di profeti dello stile Dolce & Gabbana, declinato in chiave 3.0.

Ecco quindi che, salvo rare eccezioni -come una Bianca Balti con tanto di corona e la nuova musa del duo, Vittoria Peretti- la passerella è invasa da uno stuolo di giovanissimi in cerca dei loro quindici minuti di celebrità, per citare Warhol: e se spiccano in questo pot-pourri bellezze da copertina come Negin Mirsalehi (qui un pezzo sulla blogger) o la biondissima baby top Thylane Blondeau, il resto è una processione di figli di personaggi famosi, che tentano di trovare una propria dimensione, affrancandosi dai successi delle figure materne/paterne: che sia trampolino di lancio o mera occasione per apparire, l’esperimento, contro ogni aspettativa, sembra funzionare, riuscendo persino a ristabilire le sorti di un divismo oggi in netto declino rispetto al passato.

Lucky Blue Smith con la fidanzata Stormi Bree

Lucky Blue Smith con la fidanzata Stormi Bree



Tanti, forse troppi, i nomi che si alternano sul défilé, a partire da Rafferty Law, figlio di Jude Law, Gabriel Kane Day-Lewis, figlio di Isabelle Adjani e Daniel Day-Lewis, Corinne Foxx, figlia del premio Oscar Jamie Foxx, Pamela Anderson e il figlio Dylan Lee: per loro tripudio di capi dalle suggestioni army-chic e dall’eleganza evergreen. In mezzo a tanti “figli di” sfila anche il volto perfetto di Marie-Ange Casta, sorella della più nota Laetitia; largo poi ad Anais Gallagher, figlia di Noel, Destry Allyn Spielberg e Sofia Richie, che sfilano sulle note di Austin Mahone.

La top model Vittoria Ceretti accompagnata dalla madre

La top model Vittoria Ceretti accompagnata dalla madre



Ma il divismo 2.0 si apre poi al culto della famiglia, che vede sfilare sulla passerella interi nuclei familiari, come l’ex top model Marpessa Hennink, indimenticabile musa di Dolce & Gabbana (chi non la ricorda nei celebri scatti realizzati da Ferdinando Scianna in una Sicilia iconica?), che sfila accanto alla figlia Ariel, Andrea Dellal, altra top model storica, che sfila accanto alle figlie Alice e Charlotte, entrambe socialite, e ancora Lucky Blue-Smith, il modello amatissimo dalle ragazzine, che sfila accanto alla splendida fidanzata in dolce attesa, portandosi anche le sorelle Pyper America, Starlie e Daisy, Vittoria Ceretti che sfila con la mamma. Di moda vera e propria, forse ce n’è poca: in un tripudio di fiori, animalier all over e paillettes, si consuma un’osservazione partecipante che conferma ancora una volta il fiuto dei due stilisti nel captare tendenze e cambiamenti occorsi nella società e farli propri. E se la sfilata ha diviso l’opinione pubblica, tra sostenitori dei nuovi divi formato Instagram e detrattori che rimpiangono i tempi in cui le uniche dive erano le supermodelle, di certo resta che, come sottolineato da Umberto Eco, il vero pericolo della generazione social è insito nell’aver dato la parola proprio a tutti.


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Milano Moda Donna: la fairy tale vitaminica di Au Jour Le Jour

È una principessa contemporanea la donna a cui si ispirano Diego Marquez e Mirko Fontana per la collezione autunno/inverno 2017-18 di Au Jour Le Jour: il duo di stilisti, da sempre fedeli ad un’estetica playful e sostenitori di un lusso accessibile, traggono ispirazione dalle favole di Esopo per una sfilata ricca di simbolismi e suggestioni allegoriche. Un’esplosione di colori vitaminici attraversa la passerella della Milano Moda Donna, in un pot-pourri di citazioni, che spaziano da “La volpe e l’uva” a “Il Lupo e l’agnello”: le favole vengono trasfigurate in un’estetica che mixa suggestioni luxury ed iperfemminili ad una vena ironica, da sempre cifra stilistica del brand. Largo ad inserti patchwork che fanno capolino da maglioni a collo alto abbinati a jeans al polpaccio; romanticismo ed acerba sensualità negli abitini in tulle effetto nude look impreziositi da dettagli ironici. Tripudio di knitwear, che si arricchisce di dettagli patchwork, preannunciandosi già come must have della prossima stagione invernale; stampe botaniche fanno capolino da pigiama palazzo e abiti fluttuanti, tra sete preziose e stole in finta pelliccia della Mongolia declinata in irresistibili nuance fluo dall’appeal vitaminico, in cui domina il rosa shocking. Torna in auge l’animalier, per cappottini dalle note ladylike sapientemente smitizzati attraverso cut out che inneggiano al grunge anni Novanta. Non mancano stampe jacquard dalle suggestioni luxury, accanto a note romantiche e silhouette rilassate, che celebrano uno stile effortlessy-chic che strizza l’occhio all’homewear. I racconti di Esopo riletti dal poeta francese Jean de la Fontaine fungono da ispirazione per una collezione suggestiva, in linea con l’estetica del brand: non mancano baby doll infantili e dress da fairy tale, in una cascata di tessuti glitterati, tra tocchi vintage e ricami gioiello, per una moda bon ton che piace proprio a tutte.

Tendenze moda primavera/estate 2017: stile gaucho

Viene dalla pampas sudamericana uno dei fashion trend della primavera/estate 2017, destinato già ad imporsi come must have assoluto: è lo stile gaucho, un mix di elementi maschili ed iperfemminili, tra note esotiche dal forte impatto scenografico e abbondanza di pizzi. Una donna che ama la libertà, assaporata nelle verdi distese infinite, lasciandosi accarezzare il viso dal vento: lo stile gaucho è caratterizzato da pochi pezzi iconici, che mixano suggestioni folk e note gipsy, per intricate trame in cui suggestioni mannish si uniscono a note iperfemminili. Il busto è strizzato in giacchini e boleri impreziositi da balze e pizzo sangallo o da ricami dal sapore etnico; largo anche a giacche biker in pelle o camoscio, da abbinare a jeans strappati. Le silhouette sono evidenziate, che si tratti di pantaloni o vestititi a rouches: ai piedi la mandriana sfoggia stivali da camperos, mentre il capo è coperto da cappelli alla texana, per trovare riparo dai raggi del sole. Una delle tendenze che da anni si ripresenta puntuale per la stagione primaverile/estiva, raccogliendo ogni volta proseliti: sì, perché lo stile gaucho piace ed affascina, conferendo alla donna un’aura wild che emana un sex appeal primordiale. Accattivante e sofisticata, la donna è libera di esprimersi attraverso le numerose suggestioni gaucho proposte sulle passerelle: quasi tutti gli stilisti infatti hanno fatto propria questa tendenza, rielaborandola secondo la propria estetica. Stampe folk attraversano la collezione di Roberto Cavalli, mentre giochi di candido pizzo sangallo irrompono sulla passerella di Rodarte; volumi Eighties da Jacquemus, mentre borchie e pelle sfilano da Alexander McQueen; se Blugirl propone navy all over e righe, il gaucho secondo Olivier Rousteing per Balmain è declinato in micro boleri e pantaloni pitonati dalle suggestioni luxury. Rouches e colli teatrali sfilano da Emanuel Ungaro, mentre Dries Van Noten opta per giacchini tapestry impreziositi da nappine. Il gaucho style sfila anche da Giorgio Armani, che lo interpreta in chiave ultra sofisticata, come anche da Givenchy, che propone macro strass su black all over.

Moda Parigi 2017: l’eleganza essenziale di Rochas

Niente muse questa volta per Alessandro dell’Acqua. Ad ispirare la collezione autunno inverno 2017-18 dello stilista per Rochas non è né una diva né un periodo storico né alcun riferimento estetico, ma il puro e semplice concetto di eleganza. Il che, tradotto nel linguaggio di Rochas, significa abiti midi, colori pastello, decorazioni ridotte al minimo. Essenzialità e bon ton sembrano essere state le linee guida di questa sfilata all’interno della settimana della moda di Parigi. Le silhouette scivolate e a clessidra degli abiti ammiccano alla moda anni  ’40 e ’50 ma il tocco vintage è lieve e misurato, privo di sentimentalismo. I look sono quasi tutti a tinta unita, in una palette di colori pastello che varia dal rosa cipria al celeste, dal giallo chiaro all’avorio insieme al classico bianco e nero.


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Quella che Alessandro dell’Acqua ha immaginato per la prossima stagione di Rochas è una donna raffinata e contemporanea, la cui femminilità si esprime in piccoli fiocchi, ruches e fantasie discrete. Gli abiti sono rigorosi, quasi troppo, sul davanti, ma riservano ricami e trasparenze sulla schiena che li rendono più attuali. Unica concessione allo scintillio è la R di Rochas, che brilla luminosa sulle punte delle decolletè bon ton, sulle fibbie delle cinture che segnano il punto vita e sulle mcirobag portate a mano. Splendidi i cappotti in colori pastello, le pellicce e gli abiti ricoperti da frange che danno un twist a questa sfilata dall’eleganza essenziale e mai chiassosa. Alessandro dell’Acqua ha fatto un bellissimo lavoro in questa collezione autunno inverno 2017-18, forse una delle più belle che lo stilista abbia mai firmato per Rochas, casa di moda francese di cui è il direttore creativo dal 2013. Il lusso raffinato del brand traspare in ogni look di questa sfilata, che ha riportato in auge il concetto di eleganza pura alle sfilate di moda di Parigi 2017.


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Milano Moda Donna: l’American drama firmato MSGM

Atmosfere degne di un noir si uniscono all’american style dei college americani, in un riuscito omaggio a Twin Peaks: Massimo Giorgetti sceglie di ispirarsi alla serie cult di David Lynch per la collezione autunno/inverno 2017-18 di MSGM. Laura Palmer rivive sulle passerelle milanesi, in cui viene trasfigurato un mondo patinato dai risvolti inquietanti. In una sala rosso scarlatto sfilano le modelle di MSGM, ad incarnare figure oniriche rubate alla serie tv I segreti di Twin peaks: «A dicembre ero in vacanza, ho letto un libro di David Lynch e ho iniziato un approfondimento sul mondo di Twin peaks che compie 25 anni e a maggio ritorna», ha commentato lo stilista. «Un mondo di locandine e immagini che è stato completamente tradotto in collezione». L’estetica colorata e glamour di Giorgetti ben si sposa al drama in chiave americana, in un susseguirsi di rimandi e citazioni che trovano apogeo in uno stile pop dai risvolti inquietanti. Le modelle hanno il capo coperto da fazzoletti e sfoggiano gonne a corolla cosparse da fiori e rouches, tra pizzo nero e tulle creato con poliestere giapponese plissettato. È un ritorno alle origini per il brand, che subisce una sorta di involuzione in chiave glamour, riproponendo un mix ben collaudato di note iperfemminili e dettagli hi-tech: strizza l’occhio all’Unheimlich freudiano la stampa presa in prestito dai test di Rohrschach che irrompe prepotentemente sugli abiti in raso. Trattasi della locandine dello spin-off del celebre serial degli anni Novanta. Torna alla ribalta anche il logo di MSGM, con la M che diviene onnipresente stampata su felpe dal mood sporty e berretti da baseball. In un caleidoscopio di simboli, Giorgetti rappresenta l’immaginario estetico dell’America: stelle e strisce dominano su capi dalle suggestioni tailoring e sugli stivali, mentre pon pon rubati alle cheerleader furoreggiano ovunque accanto a motivi Chevron, balze da prom e suggestioni ladylike. Vitaminica la palette cromatica, in un tripudio di giallo limone, verde acido e azzurro; optical e pop l’alternanza di grafismi e pattern cromatici, ad impreziosire abiti da indossare con stivaletti e fur coat. Il romanticismo dal sapore virginale di candidi abiti in pizzo bianco si alterna alle note sportswear di maxi felpe dal mood active. Una prova magistrale per Massimo Giorgetti, che si dimostra fine interprete di una femminilità complessa e ricca di infinite sfaccettature.