Archive for maggio, 2017

Fashion editorial “Justify my love” starring Justine Mattera

FASHION EDITORIAL “JUSTIFY MY LOVE”

 

Starring JUSTINE MATTERA
Photo + Styling  Miriam De Nicolo’ 
Make up Antonia Deffenu
Hair Ildana Khalitova
Models Noemi Ercolani @Elite Model Management Milan – Filippo Cusimano @Sophie Models Milano
Assistant: Michele Tumbarello
Thanks to: Magna Pars Suites Milano, Guitar Press Office, Teresa La Fosca, Maximilian Linz, S2BPRESS, Fayer Communication, M&CSaatchi pr, Omar
Location: Magna Pars Suites Milano



sx corpetto gioiello Lora Nikolova – dx trench Alberto Zambelli – bra Lisca



trench Alberto Zambelli – lui camicia Obvious Basic, completo Carlo Pignatelli



lui: pantalone Carlo Pignatelli – orologio Daniel Wellington; lei: tuta Pierre Mantoux, scarpe Racine Carrée



camicia Obvious Basic, pantalone Carlo Pignatelli, bra Lisca, trench Alberto Zambelli



vestito corpetto Alberto Zambelli



pantalone Carlo Pignatelli, orologio Daniel Wellington, completo intimo Lisca, autoreggenti Pierre Mantoux



sx pantalone e cravatta Carlo Pignatelli, bustino trasparente Cristiano Burani, orologio Henry London – dx lui bustino OMAR, pantalone Carlo Pignatelli, orologio Daniel Wellington, Justine in abito stretch Salvatore Vignola, bra Lisca, orologio Ops



sx abito Salvatore Vignola, bra Lisca – dx completo e cravatta Carlo Pignatelli, camicia Obvious Basic, scarpe Baldinini



sx trench Alberto Zambelli, autoreggenti Pierre Mantoux, scarpe Mangano – dx pantalone Carlo Pignatelli, orologio Daniel Wellington



sx corpetto gioiello Lora Nikolova – dx camicia Obvious Basic, cravatta e pantaloni Carlo Pignatelli, scarpe Baldinini, abito corpetto Alberto Zambelli, orologio Henry London, giacca Mangano



camicia Obvious Basic, cravatta e pantaloni Carlo Pignatelli, scarpe Baldinini



corpetto gioiello Lora Nikolova – dx camicia Obvious Basic, cravatta e pantaloni Carlo Pignatelli



camicia Obvious Basic, cravatta e pantaloni Carlo Pignatelli, abito corpetto Alberto Zambelli, tronchetto Lamperti



corpetto gioiello Lora Nikolova – dx pantalone Carlo Pignatelli, chiodo nero Hysideis



giacca Carlo Pignatelli, bra Lisca Lingerie

Addio a Laura Biagiotti, la regina del cachemire.

E’ morta Laura Biagiotti. La stilista, che avrebbe compiuto 74 anni ad agosto, era ricoverata da mercoledì sera all’ospedale Sant’Andrea di Roma dopo essere stata colpita da un arresto cardiaco.
La conferma in un tweet sul suo profilo ufficiale, un brano del Vangelo di San Giovanni scelto dalla figlia Lavinia: “Nella casa del padre mio vi sono molti posti. Se no, ve lo avrei detto. Io vado a preparavi un posto”.


Laura Biagiotti

Laura Biagiotti




Laura nasce a Roma nel 1943 e si può considerare a tutti gli effetti una figlia d’arte: la madre è proprietaria di un noto atelier romano e dagli anni sessanta serve la migliore clientela della capitale. È il momento in cui il mondo va a Parigi a copiare il lavoro dei grandi per poi portarlo in tutti i piccoli laboratori sartoriali e poi renderlo disponibile a più persone possibile. Durerà ancora poco perché dietro l’angolo non ci saranno solo Biagiotti, ma anche Valentino, Krizia, Missoni, Versace, Armani e Ferrè, ovvero quei cavalieri coraggiosi che inventeranno quello che oggi tutto il mondo ci invidia.
Come loro, Laura studia ma si appassiona alla moda. Lavora per Schuberth (nel 1966 realizza la sua prima collezione), Litrico e presto decide di fondare col marito Gianni Cigna la Biagiotti Export per esportare le sue creazioni.


Laura Biagiotti

Laura Biagiotti




E’ stata definita dal New York Times The Queen of Cachemire, la “regina del cachemire”, per l’utilizzo di quella lana preziosa in quasi tutti i suoi abiti. Ed è stata anche la prima stilista italiana a sfilare a Pechino, alla conquista negli anni Ottanta di una Cina ancora tutta da scoprire. Ed è l’emblema di una storia imprenditoriale tutta italiana, anzi romana. Con la figlia Lavinia, ha portato avanti e fatto conoscere in tutto il mondo, l’azienda di famiglia creata dalla mamma Delia, che cominciò, in pieno boom economico, con una sartoria in via Salaria. Azienda che iniziò a decollare con la commessa delle divise delle hostess dell’Alitalia.


Laura Biagiotti

Laura Biagiotti




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È morto Roger Moore, sette volte James Bond.


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È morto Roger Moore, sette volte James Bond.

L’attore è morto dopo una breve malattia. Aveva 89 anni. È stato l’interprete più longevo del personaggio creato da Ian Fleming.


Sir. Roger Moore

Sir. Roger Moore




“È con il cuore pesante che dobbiamo annunciare che il nostro amorevole padre, Sir Roger Moore, è morto oggi in Svizzera dopo una breve e coraggiosa battaglia contro il cancro”. Così Deborah, Geoffrey e Christian, i figli dell’attore britannico, hanno annunciato con un tweet la scomparsa del padre, 89 anni, avvenuta in Svizzera. “L’amore con il quale è stato circondato nei suoi ultimi giorni è stato così immenso che non può essere quantificato con le sole parole”.
Quello stesso amore con il quale il pubblico, negli anni, ha ripagato la lunga e ricca carriera di uno degli attori più popolari del piccolo e grande schermo. Dai film in cui ha interpretato l’agente segreto di sua maestà (ben sette, è stato il più lungevo nel ruolo di Bond) alle serie tv, celebri anche in Italia, come Il santo, con il suo ladro gentleman Simon templar, o Attenti a quei due o, prima ancora, Ivanohoe.


Sir. Roger Moore

Sir. Roger Moore




Figlio di un agente di polizia, negli anni quaranta viene arruolato nell’esercito britannico poco dopo la fine della seconda guerra mondiale, prestando servizio per un certo periodo nella Germania Ovest, per poi dedicarsi al teatro e in seguito al cinema.
Dopo la serie televisiva Ivanhoe (1958), trasmessa poi in Italia nei primi anni sessanta alla Tv dei ragazzi, a cui seguono The Alaskans e Maverick, è la serie Il Santo, dove interpreta il ladro gentiluomo Simon Templar, ad aprire definitivamente le porte del successo a Roger Moore. La prima serie di questo filone è datata 1962 ed è girata ancora in bianco e nero, mentre la seconda (a colori) prende il via nel 1966. L’attore veste questo ruolo dal 1962 al 1969 e alcuni degli episodi sono stati adattati per il grande schermo.
La carriera televisiva di Roger Moore si arricchisce di un ulteriore successo grazie alla serie Attenti a quei due, telefilm, che nel 1971 lo vede al fianco di Tony Curtis. Questa serie in Italia arriva solo nel 1973 ed è un trionfo.


Sir. Roger Moore

Sir. Roger Moore




Nello stesso anno l’attore inglese eredita il ruolo di James Bond, l’agente segreto precedentemente portato al successo dallo scozzese Sean Connery. I produttori permettono a Moore di adottare qualche modifica rispetto al Bond di Connery, onde evitare le recensioni negative che già avevano colpito il primo sostituto di Connery, George Lazenby. L’esordio di Moore in Agente 007 – Vivi e lascia morire riscuote un successo strepitoso sia di critica sia di incassi. A questo punto la notorietà del personaggio (e anche del suo nuovo interprete) crescono ulteriormente. Roger Moore interpreta nel frattempo altre quattro pellicole della saga, Agente 007 – L’uomo dalla pistola d’oro, La spia che mi amava, Moonraker – Operazione spazio, Solo per i tuoi occhi, ma comincia a essere stanco del personaggio.
L’ultimo Bond di Moore fu in 007 – Bersaglio mobile (1985), all’età di 58 anni, criticato dallo stesso attore per la sua violenza e in parte rinnegato in quanto si sentiva troppo anziano per la parte. Fino a oggi, Moore è l’interprete che, nella serie ufficiale, ha interpretato più volte il ruolo di 007.


Sir. Roger Moore

Sir. Roger Moore




Dal 1990 Roger Moore è Ambasciatore Umanitario per conto dell’Unicef, l’Ente Mondiale che tutela i diritti dell’infanzia. L’attore svolge questo incarico con costante impegno e si fa spesso promotore di campagne di sensibilizzazione. Nel 2003 la Regina Elisabetta II lo ha nominato Cavaliere dell’Impero Britannico, da cui il titolo di Sir.
Sposato dal 2002 con la multimilionaria di origini danesi e svedesi Kristina Tholstrup, Moore aveva alle spalle tre precedenti matrimoni; nel 2011 è tornato a recitare prendendo parte alla commedia natalizia Natale a Castlebury Hall, mentre nel 2013 partecipa al tv-movie The Saint, remake della famosa serie-tv degli anni sessanta di cui fu protagonista.
Si spegne il 23 maggio 2017, all’età di 89 anni e 7 mesi, a Crans-Montana, dopo una breve e intensa lotta contro il cancro. I funerali si sono svolti, per suo testamento, in forma privata, a Monaco.


Sir. Roger Moore

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DUE VENTENNI PARTONO DALLA TRADIZIONE PER INTERPRETARE IL FUTURO

DUE VENTENNI PARTONO DALLA TRADIZIONE per INTERPRETARE IL FUTURO

E fondano FANGA, un marchio di scarpe realizzate interamente a mano.
Bruno Riffeser Monti e Lorenzo Fusina: “I lavori manuali rappresentano la vera opportunità per noi giovani. Abbiamo voglia di sporcarci le mani, di toccare la materia, di essere accanto agli artigiani”.

FANGA – in dialetto bolognese significa scarpa – è un marchio di calzature da uomo e donna di alta gamma, interamente realizzate a mano, nato nel 2016 da un progetto imprenditoriale di Lorenzo Fusina (25 anni) e Bruno Riffeser Monti (24 anni).
Due giovani bolognesi che, al termine dei loro studi, hanno deciso una sfida imprenditoriale: puntare sulla tradizione per interpretare il futuro; partire dalle radici per sviluppare un prodotto di nicchia fatto in Italia, completamente, e solo a mano, per esaltare e impreziosire al massimo l’esclusività; essere testimoni dei valori culturali del nostro Paese.

Volevamo reinterpretare il concetto di scarpa fatta a mano: da semplice prodotto a esperienza condivisa. Una scarpa che si immagina, si disegna anche insieme, si fa palpitante testimonianza della bellezza del pezzo unico. Con un lavoro che si avvicina moltissimo a quello di un atelier d’alta moda”, spiegano Lorenzo Fusina e Bruno Riffeser Monti.

Fanga SS18_mod Leonardo_Ricamo e dettaglio bordeaux LETTERA

Fango mod. Leonardo Ricamo e dettaglio bordeaux



Uno stile, quello di Fanga, che abbandona la semplice apparenza e il marchio gridato per andare a fondo nella storia, nei riti artigiani dei Maestri che tagliano e cuciono la pelle secondo ritmi lenti ma sicuri, nel sapere sapiente di chi lavora ancora con le mani e realizza capolavori d’arte. Dall’intaglio della forma al disegno del modello, dal taglio della pelle alla cucitura e all’aggiunteria, dalla sagomatura della suola alla tamponatura e finitura: ogni scarpa FANGA è il riflesso di occhi attenti e prende vita dal lavoro lento e meticoloso di mani esperte.

Fanga SS18_mod Giorgio-ricamo brown

Fanta mod. Giorgio ricamo brown



Ogni scarpa è interamente cucita a mano utilizzando il metodo Goodyear, tecnica che conferisce comfort e resistenza eccezionali a un prodotto davvero esclusivo; oppure attraverso la costruzione “Bologna”.
Lo studio del design, la scelta della forma corretta, lo sviluppo del modello, la selezione di materiali e colori e la finitura sono elementi essenziali nella produzione di ogni singola calzatura: un processo creativo che si concretizza in un prodotto perfettamente compiuto grazie a tecniche di lavorazione magistrali.
Un’esperienza segreta, rarissima, che si alimenta col desiderio e l’attesa dell’oggetto realizzato da chi custodisce tecniche quasi scomparse, calzature per uomo impreziosite anche da particolari personali, realizzati in metallo prezioso, che ognuno può scegliere secondo la propria passione e individualità: un piccolo disegno, le proprie iniziali, un portafortuna da serbare nel cuore, un messaggio in codice per farsi riconoscere in una cerchia di amici.

Fanga SS18_mod Giorgio-ricamo blu

FANGA SS 18



Le scarpe Fanga si possono ordinare anche su misura scegliendo pellami, colori, modelli. Scarpe che richiedono una attesta di 2/3 mesi circa, con un prezzo che parte dai 1300 euro fino ai 10mila. Bastano, invece, circa 2 mesi per realizzare una scarpa destinata alla boutique, in vendita al prezzo dai 750 ai 1300 euro.

Fanga SS18_mod Ludovico con fibbie, ricamo e dettaglio LETTERA

modello Ludovico con fibbie, ricamo e dettaglio lettera



PITTI UOMO: FANGA COLLEZIONE SS 2018

Fanga sarà presente al prossimo Pitti Uomo. Fedele al core business del brand, la nuova collezione Fanga SS18 propone 8 modelli ed è il risultato di lavorazioni manuali di estrema qualità, unite ad una attenta ricerca di dettagli.
I nuovi modelli hanno doppia fibbia laterale o sono arricchiti da un ricamo geometrico lungo le cuciture laterali della scarpa che rendono il prodotto unico nel suo genere, per manifattura e stile.
Per la prossima primavera estate, fiera della propria origine bolognese, Fanga ripropone la più classica e articolata costruzione progettuale “Bologna” per garantire confort e flessibilità a scarpe che, nei nuovi modelli, colori e dettagli, si traducono in uno stile moderno e contemporaneo.
La nuova collezione punta su pellami di altissima qualità come vitelli in crust rifiniti a mano, vitelli rovesciati; e materiali pregiati come razza e alligatore.
Infine l’abbinamento al mondo orafo, permette la possibilità di personalizzare il tacco con un dettaglio in metallo prezioso creato ad hoc per ogni scarpa. Un particolare unico ed esclusivo, alla cui creazione il cliente può contribuire definendone la forma, la finitura, il materiale, la cifratura, i simboli.
La palette cromatica della collezione SS18 propone sfumature classiche come il cuoio, il nero, ambra, o più accese come il rosso bordeaux, navy, blue notte, verde bottiglia.

Pitti Uomo Fortezza da Basso Padiglione Centrale Piano Attico stand E 20

ARONA BEACH CLUB OPENING

Sul lido principale di Arona, immerso in un parco di 18 mila metri quadri, nasce quest’anno Beach Club, un’oasi di relax, ristoro, benessere e divertimento.

Arona Beach Club è la risposta alle esigenze della cittadina e di tutte le zone limitrofe del Lago Maggiore, un punto di ritrovo per turisti, giovani, famiglie, che a pochi metri da casa possono concedersi una pausa nella natura coccolati dai numerosi servizi creati su misura per loro.
Dalle prime ore del mattino sarà libero l’accesso al parco, gli ospiti saranno accolti da una vera e propria spiaggia arredata di tutti i comfort, lettini e ombrelloni, docce, area Spa , un vero e proprio percorso nel benessere, punto bar e punto ristorante, innovativi sia dal punto estetico che dalla scelta di bevande e menù.
Dalle 18.00 in poi il posto si trasformerà in un appuntamento con la musica, un dancefloor a cielo aperto in collaborazione con alcune delle crew milanesi più importanti.
Saranno molte le sorprese di questa stagione, non solo musica, ma veri e propri appuntamenti con l’arte, il design, mercatini, cultura, tutto a favore di un target a 360 gradi che soddisfa i giovani e le famiglie.

Arona Beach Club vuole essere il fiore all’occhiello del Lago Maggiore, un nuovo modo di vivere l’estate.
Questo weekend si aprono ufficialmente i cancelli a tutti coloro che vorranno tuffarsi in una dimensione frizzante e ricca di sorprese, Venerdi 26 Maggio il grande e atteso opening, dalle 9 a mezzanotte 7 giorni su 7 lo staff di Beach Club vi aspetta per una super estate insieme.
Domenica 28 Maggio ospitiamo Blue Velvet Market a cura di Daniela Sagliaschi, decine di espositori da tutta Italia, pezzi unici, introvabili, il tema di questo primo appuntamento sono i divertenti anni ’50, allestimento e sorprese in tema. Musica, food e shopping.



Arona Beach Club
via Del Lido
Arona

57^ Biennale Arte di Venezia – il successo del Padiglione Italia

Per poter insegnare e spiegare un argomento ad altri, è necessario conoscerlo profondamente.
Per argomentarlo con discussioni, è utile averlo masticato; per accettarlo e riconoscerlo, bisogna averlo vissuto. Forse è questo il ragionamento che sta alla base della scelta della curatrice Cecilia Alemani, quando ha pensato al tema del rito e della magia come filo conduttore del Padiglione Italia alla 57^ Biennale di Venezia.

“Il mondo magico”, questo il titolo, dove superstizione, religione, rito e magia si mescolano, terre che l’italiano conosce bene, nel suo profondo e scaramantico sud, nella forza centrata della fede, nel suo infinito mondo di streghe, cartomanti, fattucchiere, corni rossi e Cristi crocifissi.

Cecilia Alemani ha invitato gli artisti scelti, solo tre per questa edizione, a confrontarsi con il fantastico, con il favolistico, con il vasto immaginario che la nostra cultura porta con sé, per la creazione di un padiglione che ha riscosso solo pareri positivi. L’ispirazione della curatrice arriva dal libro di Ernesto de Martino, etnologo, antropologo e storico delle religioni italiano, “Il mondo magico: prolegomeni a una storia del maoismo” del 1948.

Ciascun artista ha raccontato, attraverso il proprio mezzo espressivo, come le culture e le popolazioni, soprattutto quelle del Sud Italia, reagiscono a situazioni di crisi attraverso lo studio, la pratica e l’immersione nella magia. L’ignoto come risposta, il mistero della fede come salvezza.

I corpi in decomposizione dell’opera di Roberto Cuoghi “Imitazione di Cristo”



Il Padiglione ci accoglie con l’installazione di Roberto Cuoghi, un tunnel onirico, un’isola dei morti bockliniana, dentro cui trovarci faccia a faccia con il corpo di Cristo mummificato e in decomposizione, un passaggio dantesco dove ci attende la figura di Caronte, una “Imitatio Christi” di forte impatto visivo ed emotivo:

« Ed ecco verso noi venir per nave
un vecchio, bianco per antico pelo,
gridando: “Guai a voi, anime prave! »
(Inferno III 82-84)

Roberto Cuoghi, da sempre interessato al tema della metamorfosi, sviluppa un’opera di altissimo livello concettuale, un’officina che crea corpi per poi distruggerli, nella quasi totale oscurità degli spazi, un mondo ir-reale dove un Dio comanda la fabbrica dell’umanità, per poi vederla deteriorarsi, lentamente, sotto gli occhi impressionabili dei suoi simili.

I corpi sono composti da una sostanza gelatinosa chiamata agar-agar e vengono sottoposti ad un processo di decomposizione come fossero esseri umani, una decomposizione che avverrà per tutta la durata della mostra; il primo processo è quello dell’asciugatura con il natron, un sale già usato dagli Egizi per le mummificazioni; altro sistema è quello della liofilizzazione attraverso una macchina: I corpi preparati vengono come “asciugati”e perdono acqua, materia di cui siamo composti al 70%. Si vocifera che un’azienda norvegese già proporrebbe una simile mummificazione al costo di qualche migliaia di euro.

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Il tunnel dell’installazione di Cuoghi



Costantemente avvolti dalle tenebre, obbligati ad una concentrazione riflessiva, si arriva all’intervento dell’artista italo-libica Adelita Husni-Bey, classe ’85.
The Reading / La Seduta” è un video didascalico-scolastico che restituisce un’immagine molto chiara dell’incertezza umana. Un gruppo di persone si interroga su questioni delicate come razza e genere, rapporto uomo-terra, accompagnati dalla pratica “magica” della lettura dei tarocchi.

Da sempre sensibile ai conflitti sociali e politici, Adelita Husni-Bey sviluppa le sue opere con un processo di realizzazione collettiva, riunendo gruppi di diverse comunità tra i quali compaiono studenti, attivisti, disoccupati. La riflessione del gruppo, tra i movimenti rituali e di suspance della lettura delle carte, del loro capovolgimento e della loro apparizione, nei significati più reconditi e profetici, tocca i temi della tecnologia, dello sfruttamento, della minaccia politico-religiosa.

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il video “The reading/La seduta” di Adelita Husni-Bey



A svelare il linguaggio poetico tra umano e divino, l’immensa opera di Andreotta Calò ci disorienta nella sua oscura impenetrabilità.

L’aspetto ambientale qui gioca un ruolo fondamentale: camminiamo tra freddi tubi di ponteggi, in uno spazio buio e inquietante, dove riconosciamo solo in lontananza un piccolo “spiraglio di luce”, dall’alto, a cui è possibile accedere solo dopo aver salito una rampa di scale. Un passaggio metaforico dell’aldilà? Un messaggio di speranza di una vita oltre la morte? E’ come se ci dicesse “Viviamo ciechi e proseguiamo a tentoni, con gli occhi socchiusi e gravi alla ricerca della luce“. Chi riesce a superare questo passaggio scoprirà, accedendo al “piano superiore”, una “nuova dimensione”, lo sguardo è preda di un profondo specchio d’acqua su cui si riflette la superficie, un mondo capovolto che ci ricorda la laguna veneziana, terra natale dell’artista.

In “Senza titolo (La fine del mondo)“, più che una fine l’opera ci ricorda un inizio, forse la più poetica e profonda di questa 57^ edizione, dove l’acqua, elemento caro ad Andreotta Calo’ si imprime nella nostra mente carica di simbolismo e di forza.

Si esce quasi accecati dalla luce tiepida di Venezia, ormai avviluppati dentro la ragnatela dei perché, coscienti dei propri limiti, dentro una verità spirituale che è tutta italiana e arcaica e primitiva, così statica da obbligarti a tornare lì dentro, perché i passi si sono fatti pesanti, le gambe sono come ancorate a terra da radici, si è imprigionati da quel buio inquieto e silenzioso e misterioso della “fede” umana.

57.-Esposizione-Internazionale-dArte-Venezia-2017-Padiglione-Italia-Giorgio-Andreotta-Calò-Senza-titolo-La-fine-del-mondo-photo-credit-Andrea-Ferro-3-630x420

il piano superiore dell’opera “Senza titolo (La fine del mondo)” di Andreotta Calo’





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Biennale Arte di Venezia 57^ edizione – il peggio

Quando siete in una galleria d’arte, in un museo e sentite esclamare “Oh, bello”, “Bellissimo” ,”Wow”, “Aaaah questo sì!”, state certi che si tratterà di quel genere umano capitato lì per caso, perché “fa figo”, per sentirsi “in”, ed è un po’ lo scenario di questa Biennale arrivata alla 57ma edizione dove, durante la vernice, veri e presunti addetti al settore si spintonano alle file o davanti a un’opera.

Più dignitosi sono i coniugi Remo e Augusta Proietti in “Le vacanze intelligenti“, interpretati da Alberto Sordi e Anna Longhi, una verace coppia popolana in visita alla Biennale di Venezia. Ve lo ripropongo qui perché è davvero spassoso e purtroppo non così distante dalla realtà.





Ma venendo a noi, qui cercherò di riassumere i maestosi dubbi sull’arte proposta alla Biennale, curata da Christine Macel, una manifestazione in cui le kermesse non sono mancate, tra accuse di plagio, remix e mashup.

Alle corderie Peter Miller propone una pellicola dal titolo “Stained Glass“; dovrebbe rappresentare un buco nero ipnotico, ed è un’immagine fissa creata da diversi supporti fotografici. “Il buco nero è per definizione invisibile, eppure gli scienziati ne sono venuti a conoscenza“. L’artista vuol dirci che “vediamo le cose invisibili ma non quelle invisibili“. Io qui ci vedo un punto nero. Nient’altro.



L’artista ecologa Bonnie Ora Sherk porta un progetto ambientale fatto di disegni, fotografie, collage, poster, creato nelle città di San Francisco e New York consistente nella valorizzazione di un’area sterile di circa tre ettari che l’artista stessa trasformò in uno spazio dedicato all’arte e all’agricoltura urbana. Ottima iniziativa, ma questa è “arte” o forse più “progetto sociale”?



Al padiglione belga le immagini fotografiche di Dirk Braeckman: una ventina di opere per lo più sui toni del grigio, spazi vuoti, corpi nudi, onde su cui la luce si riflette. Le descrivono come “monumentali, originali, immagini dove trovare sempre storie nuove, dove l’artista si dilunga nello sviluppo in camera oscura con piacere.” Dilunghiamoci meno e passiamo ad altro.



La camera sonora del padiglione francese, signur, un boato di strumenti che stridono tutti insieme, lasciati andare come gatti randagi, sembrano creare una colonna sonora per un film horror. Se ne esce con le mani alle orecchie. Di Xavier Veilhan.



I giganteschi gomitoli di lana, alle Corderie, di Sheila Hicks. Piuttosto decorativi per una parete, potessi arredare la stanza di mio figlio, avessi un figlio, chiamerei la Hicks al posto di Philippe Starck. Forse.



Continuando nella passeggiata della Biennale, svestita di nomi importanti, ci troviamo al padiglione spagnolo con l’opera di Jordi Colomer, leggete qui: “Un’installazione di installazioni” – già l’inizio promette bene – “una successione di gesti  poetici che sono un movimento urbano, uno scambio essenzialmente collettivo” – quali sono i gesti POETICI URBANI???? Lo sfrecciare nevrotico delle auto? I clacson che danno alla testa? I pedoni che corrono da una parte all’altra? E continua “una finzione utopica suscettibile di influenzare la realtà“.  UNA FIN-ZIONE UTO-PICA SU-SCETTI-BILE DI INFLUENZARE LA REAL-TA’. Io mi metto nel gruppo di Sordi e compare. Ci rinuncio.

Padiglione Giappone. Takahiro Iwasaki porta con sé un po’ di cianfrusaglie, roba che regaleresti al rigattiere, panni da cucina, vecchie t-shirt logore, le mini sorprese che trovi nell’ovetto Kinder, quelle che puntualmente il cane si infila in bocca per poi passare, ben sbavate, tra le mani del tuo bimbo. Iwasaki ci gioca un po’, crea delle montagne giapponese, quelle che tanto gli mancano, la silhouette delle città con torri e grattacieli. Ma poverino, diamoglieli questi Lego, che almeno sono colorati e si diverte di più!



Padiglione Corea Lee Wan, da una  porticina che ricorda quella dello studio di D’Annunzio, ci introduce in una stanza asettica, bianca, un quadrato con appesi 600 orologi che segnano le differenti ore dei paesi del mondo; nomi, nazionalità, occupazioni di persone da lui intervistate che attendono l’ora del pasto, dopo quella del lavoro. Già vistoooooo!



Ma sono davvero tutti così entusiasti di questi oggetti aggregati come paccottiglia, ingombranti come i ninnoli sui caminetti?!

L’associazione di una forza profonda – e qui parte una lista di giornalisti leccapiedi-  ad un’opera che è un deja vu’ segna, a mio parere, un regresso piuttosto inquietante. Siamo alle solite stupide affermazioni “E’ stato fatto già tutto” – “I grandi sono solo del passato”. Diamo delle facile risposte anziche’ continuare a farci delle domande, che sono l’area in cui l’artista si muove da quando gli abbiamo affibbiato questo termine e questo ruolo di grande responsabilità. E’ all’artista che ci rivolgiamo per sciogliere qualche dubbio: che senso ha la vita? Come affrontare l’oggettività della morte? Cos’è il tempo? Quanto dura l’amore?

L’estrema monotonia del “copia e incolla” mi porta a pensare che forse l’artista pensa di meno oggi. Forse l’intento narcisista di comunicare “chi è” – è più forte della comunicazione di “cosa si vuole esprimere” . L’-io esisto- è più aggressivo dell’-io faccio- . Quindi noi spettatori siamo costretti a sorbirci delle produzioni in serie, più o meno colorate, più o meno decorative, ma che ci lasciano ben poco, perchè mancano di drammaticità, mancano di pathos, mancano di quell’ingrediente che, quando aggiunto, trasforma un piatto tradizionale in un piatto gourmet: la sofferenza.

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Il Gentleman e la rasatura tradizionale

It’s Grooming time, vediamo come iniziare a radersi il viso in maniera old school.


La rasatura tradizionale, quella a lama, è quasi un rito; la preparazione del materiale d’utilizzo e quella della pelle rendono il percorso una vera e propria esperienza.
Farsi la barba in modo corretto è diventata un’arte molto rara. Oggigiorno il maschio medio ignora totalmente l’antica arte della rasatura così come la praticavano i suoi nonni.


Traditional Shaving

Traditional Shaving




Costi Ridotti


Una confezione da 10 del vostro rasoio usa e getta a 4 lame può arrivare a costare anche 17 euro. 17 euro! Sono più di 2 euro a lama! Un rasoio di sicurezza a doppio filo invece non costerà più di 15 euro. Quindi dietro ad un apparente risparmio nel caso dei rasoi usa e getta c’è in realtà un grande spreco di denaro. Riaffilando periodicamente il doppio filo del vostro rasoio, potrete farlo durare per molto tempo.


Rasoio a Mano Libera

Rasoio a Mano Libera




Una bomboletta spray di schiuma da barba in vendita nei supermercati, piena zeppa di additivi chimici, vi costa circa 4 o 5 euro; un sapone da barba classico vi costerà invece uno e due euro in più ma non solo occorrerà meno prodotto per “montare” la schiuma, ma utilizzerete un sapone interamente naturale.
Non dimentichiamoci forse l’aspetto più importante. I moderni rasoi elettrici e le lamette usa e getta a 4 o 5 lame irritano la pelle più del necessario, lasciando quegli antipatici puntini bianchi,  peli incarniti e rossori. Radersi con un rasoio di sicurezza eliminerà le irritazioni, restituendoti un viso pulito e sano, soprattutto perché state  usando una sola lama, che non vi tortura la faccia come i rasoi con 5 lame.


Traditional Shaving

Traditional Shaving




Vi sentirete veri e propri maschi alfa. Sarà piacevole prendere parte allo stesso rituale a cui hanno preso parte grandi uomini come J. F. Kennedy, Paul Newman , vostro nonno.


Il pennello serve ad idratare la crema da barba in modo da produrre una schiuma densa e ricca. L’utilizzo di un pennello per passare la crema da barba su tutta la faccia aiuta a distribuire il prodotto in modo più uniforme sotto ogni pelo. Cosa, questa, che si traduce in una rasatura migliore e più sana.
Esistono due tipi di pennello: a setole di tasso e a setole di cinghiale. I pennelli a setole di cinghiale sono più rigidi e trattengono meno acqua. Per questo motivo sono anche più economici. Se invece volete un’esperienza di una perfetta rasatura all’antica, confortevole e pulita, fate un piccolo sforzo e acquistate un pennello a setole di tasso che producono più schiuma e sono molto piacevoli al tocco.


Pennello in setole di tasso

Pennello in setole di tasso




Le creme per la rasatura tradizionale invece contengono moltissimi ingredienti naturali che nutrono la vostra pelle e che lasciano un odore decisamente maschile. Nonostante queste creme di alta qualità costino di più delle schiume chimiche nelle bombolette, se utilizzate correttamente possono durare molto di più di una schiuma da barba moderna.


Crema da barba Proraso - linea Bianca

Crema da barba Proraso – linea Bianca




Un rasoio di sicurezza è una macchina. E’ piacevole reggere in mano un pezzo di metallo così pesante mentre ti radi, al posto della leggerissima plastica dei rasoi usa e getta o dei vari multilama in commercio.
Quando poi si diventa bravi a non tagliuzzarsi, si può pensare di passare allo shavette o addirittura al “mano libera”, nulla di più soddisfacente, ma attenzione! Fare questo step richiede molta esperienza, perciò non abbiate fretta a meno che non vogliate riempirvi di tagli il viso!


Rasoio di sicurezza

Rasoio di sicurezza




Prepara la tua barba. Se desiderate una rasatura pulita, dovete preparare la vostra barba in modo adeguato. L’obiettivo durante la preparazione è ammorbidire i vostri peli così che la rasatura sia più facile e senza irritazioni. Il momento migliore per ammorbidire la vostra barba è subito dopo essere usciti dalla doccia. L’acqua calda della doccia ha ammorbidito e idratato la vostra barba, al punto di essere pronta per la rasatura. Qui entra in gioco un prodotto davvero notevole: il “Pre-Barba”. Una crema che ammorbidisce il pelo e rende la rasatura liscia e facile, in commercio esistono varie alternative, da Proraso con le sue tre linee bianco, verde e rosso o più semplicemente il Prep.


Crema Pre Barba

Crema Pre Barba




Schiuma! Prendete una pallina di sapone, delle dimensioni di una nocciola, e mettetela in una tazza. Afferrate il vostro pennello che avete precedentemente bagnato con abbondante acqua calda e cominciate a far montare la crema. Girate il pennello nella tazza fin quando non si sia formata una bella schiuma densa.


Traditional Shaving

Traditional Shaving




Diversamente dai rasoi usa e getta, radersi alla maniera tradizione richiede alcune abilità e conoscenze tecniche. Una volta apprese queste, vi raderete in pochissimi minuti. Vi sono 4 segreti da sapere per una rasatura tradizionale ottimale:


– fate meno pressione possibile


– angolate il rasoio tra i 30 e i 45 gradi rispetto alla vostra faccia


– specialmente se siete all’inizio, non fate crescere troppo la barba prima di radervi


– non pensiate di eliminare tutta la barba alla prima passata


Traditional Shaving

Traditional Shaving




Post rasatura. Sciacquatevi la faccia con dell’acqua fredda, in modo da chiudere i pori dilatati. Applicate sul volto un buon dopobarba. Un buon dopobarba riduce le piccole irritazioni della rasatura e conferisce un aspetto sano alla vostra faccia. Scegliete quello che più vi aggrada, quello alcolico brucerà un pochino, ma oltre a disinfettare bene la pelle, vi lascerà quella fragranza old school da vero uomo.


Dopo Barba alcolico

Dopo Barba alcolico




La rasatura tradizionale è un’arte e un vero gentleman dovrebbe sapersi destreggiare con lama e pennello, per poi trasmettere questo sapere alle generazioni future, un po’ come mio nonno fece con mio padre, e quest’ultimo fece con me.


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ROMANTIC POEM

Photo & Styling Miriam De Nicolo’

Model Nicole Andrea

Make up/Hair Antonia Deffenu

Thanks to: Probeat agency, Teresa La Fosca, Guitar Press Office, Maximilian Linz, Fayer Communication

red dress Cettina Bucca



sx silver jacket Mangano, bra Lisca – dx dress Cettina Bucca



white fur Henry Cotton’s – bra Lisca



sx trench jeans Marilyng – dx dress Henry Cotton’s, belt gold Nicholas K



sx fur Henry Cotton’s – dx trench jeans Marilyng



jacket black&white Mangano



sx white fur Henry Cotton’s – dx fur 16R Firenze, bra Lisca



belt gold Nicholas K, white long dress Henry Cotton’s



fur 16R Firenze



red dress Cettina Bucca

Moda e capricci a corte nel secolo della leggerezza, il ‘700 – la mostra

“IL CAPRICCIO E LA RAGIONE – ELEGANZE DEL SETTECENTO EUROPEO”

Il bagaglio che ci portiamo addosso, tutti i giorni, è l’abbigliamento. Il biglietto da visita che parla per noi, che racconta chi siamo e da dove veniamo, svela i nostri gusti e i nostri interessi culturali, nonché la nostra classe sociale.

Dedito al piacere dei sensi e dotato di buon gusto, Luigi XIV conosciuto a tutti come il Re Sole, si fece promotore della magnificenza in fatto di moda a corte. Una corte giovane, infiocchettata, ingioiellata, fiera di essere all’avanguardia dell’eleganza a confronto della vecchia monarchia spagnola malinconica e ieratica vestita di nero.
Tanta tracotanza e opulenza di tessuti e decori rispecchiava esattamente la personalità del Re, indolente, amante delle donne, curioso, infantile, il più infedele dei mariti. E con lui la moda divenne ossessione e manìa non solo a corte, ma tramandata in quella che poi sarebbe stata la nuova borghesia, che prese a “copiare” gli usi e i costumi dell’aristocrazia.

A questo viaggio evolutivo dello stile, il Museo del Tessuto di Prato ha voluto dedicare una preziosa mostra intitolata “Il capriccio e la ragione – Eleganze del Settecento Europeo”. Una mostra che raccoglie i più grandi patrimoni della moda italiani ed europei, la più importante collezione di abiti, accessori, costumi, dal Rinascimento al contemporaneo.
Una collaborazione, quella del Museo del Tessuto, che vanta unioni con le prestigiose Gallerie degli Uffizi di Firenze, Museo Stibbert di Firenze, Fondazione Antonio Ratti di Como, Museo Ferragamo, da cui provengono alcuni dei capi presenti presso la sala dei tessuti antichi a Prato.
La sala è uno spazio di grande fascino con copertura a volte a crociera di cca 400 mq, contenitore ideale per l’esposizione di materiali delicati come i tessuti e gli abiti antichi.
Il percorso, curato da Daniela Degl’Innocenti, racconta la trasformazione stilistica di un secolo, il Settecento, tra abbigliamento, accessori e arti decorative.

Tema ricorrente del ‘700 è l’esotismo, che descrive le esplorazioni, i viaggi, i territori degli abitanti delle Indie Orientali, è qui che nascono i manufatti che generano interesse: porcellane, lacche, tessuti, dipinti su carta, un nuovo linguaggio che porterà il pubblico al consumo dei beni di lusso. La nuova palette cromatica sarà riconoscibilissima: bianca e azzurra, bianca e rossa, con uno stile inedito e pittoresco. La Francia sarà la prima nazione a innescare una filiera organizzata di saperi che si declinano in tutti i settori delle arti, con l’obiettivo assoluto di promuovere bellezza e qualità.
Seguiranno in terra nostra le botteghe veneziane, impegnate a mantere alto il livello della produzione da cui nasceranno esuberanti esempi di naturalismo con paesaggi e nature morte

Ventola sagomata, Venezia, seconda metà del XVIII sec., papier-machè, legno laccato, carta stampata.

Ventola sagomata, Venezia, seconda metà del XVIII sec., papier-machè, legno laccato, carta stampata.



Nonostante il ‘700 venga nominato come il secolo della leggerezza – ricordiamo che gli abiti delle donne a corte iniziano a scoprire i seni, le feste diventano importanti quanto la messa della domenica per un cristiano, la libertà sessuale sfocia in episodi orgiastici e promiscui – l’abbigliamento ha invece un aspetto leggero solo in apparenza. I tessuti operati, le sete policrome, i filati metallici oro e argento, vengono impreziositi da una miriade di fiocchi e merletti e guarnizioni di fiorellini in seta.



Robe à la française- Italia 1750-1770 – gros de Tours di seta, broccato in seta e oro filato.

Robe à la française- Italia 1750-1770 – gros de Tours di seta, broccato in seta e oro filato.



Solo dopo la Rivoluzione Francese, che aveva causato la crisi delle manifatture seriche lionesi, cambieranno i tessuti, sostituiti da leggere mussoline di cotone. Al bando corsetti che stringevano la vita e impedivano i facili movimenti come le guaine e i paniers, il nuovo modello in voga è la robe en chemise. Un essenziale abito a vita alta, dallo scollo squadrato, accompagnato da preziosi scialli cachemire. Si guarda all’antichità greca e romana convinti della relazione tra bellezza e classicismo, come se quest’ordine, questa “pulizia dei dettagli” potesse purificare delle “scorribande” precedenti. Come se il secolo del Marchese de Sade si potesse cancellare con un colpo di spugna – e di reni!



Robe en chemise – Italia 1805 – mussola di cotone ricamata in cotone, filato metallico dorato, paillettes d’oro e d’argento, inserti ad ago .



Il Capriccio e la Ragione. Eleganze del Settecento Europeo
14 maggio 2017 – 29 aprile 2018
Museo del Tessuto, via Puccetti 3 Prato

“Quello che so di lei” la vita e la morte nel film di Provost con Catherine Deneuve

Se siete facilmente impressionabili non è il film adatto a voi! Perché la cosa davvero impressionante è che la scena d’apertura, la nascita di un neonato in sala parto, è del tutto reale! Martin Provost, sceneggiatore e regista del film “Quello che so di lei“, ha deciso di rendere ancora più reale il reale, filmando in Belgio (dove la legge lo consente) le nascite dei bambini, una rappresentazione che è l’essenza dell’amore e c’è chi, probabilmente, a tutto questo amore non è abituato.

Ebbene la protagonista è un’ostetrica, Claire, una donna che dedica la sua vita al servizio degli altri, salda di principi, nel momento in cui le verrà chiesto di abbandonare il piccolo reparto maternità dove lavora per approdare in una struttura che fa del rendimento il proprio scopo, rifiuterà. I soldi non sono la sua priorità, la logica del profitto le fa ribrezzo e la cosa a cui tiene di più è l’umanità che il suo lavoro porta con sé per definizione.

Claire ha un figlio che ha appena lasciato casa e un padre che ha lasciato questa terra molti anni prima, con un atto di suicidio. Un colpo di pistola al cuore. Ovviamente per amore.
La diabolique, la donna che ha lasciato il vuoto nel cuore di quell’uomo non poteva che essere interpretata da Catherine Deneuve. Béatrice, nome che ricorda più un angelo che la ribelle interpretata, è la cicala di quella favola dove la saggia formica stipava mentre lei sperperava. Non possiede alcun reddito nonostante sia sempre impeccabile nei suoi abiti alla moda, è una giocatrice d’azzardo, beve come un uomo, è di un sarcasmo cinico e leggero, vive la vita giorno per giorno, è generosa e allo stesso tempo egoista. La sua vita dissoluta, quasi al limite della sregolatezza, un bel giorno le da’ il conto da pagare: Béatrice scopre di avere il cancro.

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E’ in quel momento che ferma la giostra su cui gira da ragazzina, per riflettere su cosa di veramente importante la aspetta a terra, per quel poco che le rimane da vivere. E le torna in mente quell’uomo, che ora cerca disperatamente. Trova solo Claire, la figlia irreprensibile che le da’ la brutta notizia. Nasce allora un riavvicinamento tra le due donne: una pronta ad accogliere e perdonare, l’altra bisognosa di cure e dell’amore che si è sempre negata.

E’ un film che racconta della solidarietà tra donne, le predilette di Provost e sull’amore tra donne, un amore materno, l’amore che porta con sé il dono dell’amicizia, della vicinanza, dell’abbandono.

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Due personalità così diverse si compenseranno e Béatrice regalerà a Claire quella leggerezza vanitosa di donna che le mancava, che sopiva da tempo, si specchierà con piacere, colorandosi la bocca di rosso e conoscerà un uomo a cui aprirà la porta di casa, la sua intimità.



Catherine Deneuve
è perfetta nei panni di Claire, la sua ironia è pungente e seria, divertente e amara, ricorda la mangiauomini interpretata da Fanny Ardant in “8 donne e un mistero” di Francois Ozon, quando cantava:


A quoi sert de vivre libre
Quand on vit
Sans amour?


E alla fine, quando Claire l’avrà accolta nella sua casa, dopo averla perdonata, dopo essersi presa cura di lei, dopo essersi concessa delle piccole pazzie giocando a “Thelma e Louise“, Béatrice sparirà di nuovo.
Provost commenta così: “E’ un gesto d’altruismo, Béatrice sa quando uscire di scena e lascia il tempo e lo spazio a Claire, di vivere una nuova storia d’amore“.
Io ci ho letto un suicido.


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Fedez chiede la mano a Chiara Ferragni? E’ vero amore?

Nessuno se lo sarebbe aspettato così presto, eppure il matrimonio di Chiara Ferragni e Fedez è stato annunciato, ovviamente in diretta live dall’Arena di Verona, dove si teneva il concerto di J-Ax e Fedez.

Nella totale intimità di dodicila persone, Fedez ha chiesto alla fidanzata Chiara Ferragni, la fashion blogger più famosa al mondo, la mano, in ginocchio come un vero gentleman, accompagnato dalle immagini che scorrevano sullo schermo, il riassunto della loro storia d’amore in un video.

Lacrime? Nessuna. Condivisioni? Infinite.

I dubbi sulla veridicità della loro relazione, con un matrimonio, dovrebbero sparire ma, le voci che circolano sul web lasciano spazio a molti “ma”. Come ad esempio il fatto che in un momento in cui i followers italiani della creatrice di “The blonde salad” stessero diminuendo e quelli di Fedez stavano aumentando, ecco che nasce la coppia. Una manovra di marketing? La Ferragni ottiene una visibilità e una simpatia “nazional-popolare” e il suo compagno invece una serie di contratti nel fashion biz mentre porta i suoi infiniti tatuaggi oltre oceano.

Amore vero o meno, due giovani trentenni nel pieno del loro successo, si godrebbero con totale leggerezza anche un matrimonio fasullo: possono sposarsi in grande e possono divorziare in pompa magna, non si contano le copertine che venderanno!

IL video dove Fedez chiede la mano a Chiara Ferragni:

Gabriele Pellerone: come trasformare il tatuaggio in opera d’arte

La storia del tatuaggio ha origini molto antiche ed è stato impiegato presso moltissime culture, in realtà la sua origine è da attribuirsi ad altri significati che vanno ben oltre il senso estetico.
La sua scoperta si deve al capitano James Cook nel 1744, che rientrando da un viaggio nell’oceano Pacifico portò con sé il principe indigeno “OMAI”, il cui scopo era di far conoscere al mondo occidentale un’arte sconosciuta.
Da quel momento il tatuaggio prese piede ovunque, e se da una parte c’era chi li discriminava, dall’altra maturò una crescente voglia da parte del popolo di recarsi in luoghi lontani laddove potevano farsi tatuare dai grandi maestri.


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I significati da attribuire al tatuaggio oggi sono svariati, e diversi da quelli realizzati nel passato.
Negli ultimi anni il tatuaggio ha subito una metamorfosi in vera e propria forma d’arte, trasformando la pelle in tele da dipingere, tutto questo può avvenire solo per mano di un abile Tattoo Artist.
Rinchiuso in un angolo dal mondo artistico per molto tempo, il tatuaggio rappresenta uno dei più antichi supporti dell’atto creativo, e solo negli ultimi anni ha visto la sua rinascita.
Così come i muri nell’epoca primordiale, anche il corpo a un certo punto ha sentito la necessità di vestirsi con un abito nuovo, incarnando la fluidità di una vita che ruota intorno all’arte e ai ritmi dell’esistenza.


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Un mix tra inchiostro e pezzi di pelle che solo un bravo Tattoo Artist è in grado di fare, una pura forma artistica che unisce altissima manualità e antiche tradizioni.
Il tatuaggio non più visto dunque come espressione malevola associata a soggetti ai margini della società o a una vita disagiata, bensì opera d’arte che viene fuori da abili mani.
Il rapporto tra arte e tatuaggio nasce dall’esigenza di avere un confronto diretto con la pittura; ma è quando quest’ultima che si avvicina al tatuaggio attraverso la testimonianza delle Antropometrie di un grande artista come Yves Klein (ad esempio), che avviene la magia.


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Yayoi Kusama


L’ago impregnatosi di colore dalla tavolozza dell’artista, si trasforma in pennello per lasciare un segno, trasformando l’opera in dimensione segnica.
Altre testimonianze sullo stretto rapporto fra il mondo artistico e quello del tatuaggio, arriva dalle performance degli anni sessanta di Yayoi Kusama (una dimensione però legata al ricordo quella di Kusama poiché i corpi erano poi lavati), la quale si divertiva a ricoprire i corpi con dei divertenti pois, gli stessi con cui sono oggi rivestite le ormai celebri borse Louis Vuitton.


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Yves Klein “Antropometrie”


A differenza della pittura (anche se il supporto si degrada nel tempo), nel tatuaggio l’opera si scontra con due temporalità: nel soggetto tatuato il tatuaggio è per sempre, nella storia dell’arte l’opera vie solo sotto forma di riproduzione.
Il cambiamento più significativo si è verificato non all’esterno, bensì all’interno del mondo del tatuaggio e in particolar modo collegato alla figura del tatuatore.
In passato il Tattoo Artist eseguiva il disegno commissionatogli, oggi il rapporto tra artista e committente è mutato in un dialogo quasi ai limiti della psicologia, mantenendo uno stretto rapporto con la storia dell’arte in quanto valore artistico e introspettivo.
Grazie a questa mutazione i Tattoo Artist (una comunità sempre in continua crescita) hanno potuto mostrare al mondo intero il proprio talento artistico, sviluppando una moltitudine di stili dal tratto estremamente creativo e personale.
Proprio come ha fatto Gabriele Pellerone, prodigioso talento di Reggio Calabria specializzato nel tatuaggio realistico e ritrattistica, che dall’età di 20 anni dopo aver acquistato una piccola macchinetta ha fatto della sua passione un vero e proprio lavoro.
Una passione trasmessagli dalla madre quella di Gabriele, che dall’età di 3 anni inizia a disegnare senza più fermarsi.
Oggi è considerato uno dei maggiori esponenti del tatuaggio realistico in Italia e i suoi tatuaggi sono considerati ormai opere d’arte, il suo studio – L’Arte del Tatuaggio – è ritenuto uno dei più tecnologici e all’avanguardia, grazie anche al rispetto dei canoni d’igiene e sicurezza del settore.

Attento alle fondamentali norme da rispettare per la buona riuscita di un tatuaggio, l’artista realizza ogni opera sul corpo con speciali strumenti che agiscono sullo strato superficiale della pelle, cui all’interno sono inseriti dei pigmenti che non contengono nikel con aghi realizzati in acciaio chirurgico.
Grazie a questi fondamentali accorgimenti e all’uso di strumenti professionali, Gabriele riesce a operare sulla pelle dei disegni che manterranno la perfetta brillantezza e la massima cicatrizzazione, favorendone la buona riuscita che rimarrà inalterata nel tempo.
Oggi Gabriele trasforma parti di pelle in opere d’arte, ottenendo ampi consensi e successi dal mondo intero, partecipando a diverse convention e a mutare i sogni in realtà, come quello di realizzare il primo box di aghi che porta la sua firma.


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Determinato e caparbio, Gabriele, non si è dato mai per vinto e in un mondo di grandi ha saputo ritagliarsi il suo angolo di successo, scelto tra 300 tatuatori di fama mondiale qualche tempo fa, ha anche partecipato al Tattoo Convention Expo, tenutosi al New York Empire State.
Apparso in numerose interviste in tv, riviste di settore e convention, si divide tra Italia ed Europa per partecipare a svariati seminari dedicati al tatuaggio realistico e al ritratto.


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Il tatuaggio oggi ha raggiunto alti livelli e Gabriele contento e soddisfatto di questa mutazione, testimonia nelle grandi convention a fianco di altri grandi il riconoscimento del tatuaggio come nuova forma di arte contemporanea.
“Il tatuaggio non è moda, è arte. Il realismo è la massima forma di espressione del tatuaggio”.
(Gabriele Pellerone)


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Photo credit: Gabriele Pellerone – Artslife – Palermo Tattoo Convention

Le donne samurai di Atsushi Nakashima – collezione autunno inverno 17/18

ATSUSHI NAKASHIMA COLLEZIONE AUTUNNO INVERNO 2017/18

Direttamente dalle foreste dei pugnali volanti di Zhang Yimou, la collezione autunno inverno 2017/18 di Atsushi Nakashima.

Il rosso onnipresente, percepibile anche nel più piccolo dettaglio, ricorda i colori della bandiera giapponese; le donne Atsushi Nakashima sono dei samurai armati delle loro divise, dei toni camaleontici del verde o degli aranci accesi delle foglie in autunno.

Gli outfit sono sovrapposizioni di capi dai motivi a origami, la tradizione del designer ex assistente di Jean Paul Gaultier è intelligibile in ogni sua collezione.

Gli articoli sono fatti di tessuto in pile, eco-pellicce, plaid e jacquard; i colori spaziano dal pink al rosso vivo, azzurro e blu cobalto, arancio e viola acceso.

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Guarda la collezione FALL WINTER 17/18 ATSUSHI NAKASHIMA:




 

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