Archive for settembre, 2018

Il magnetismo della bellezza classica – Alberto Zambelli SS19 Milano Fashion Week

MILANO FASHION WEEK – COLLEZIONE ALBERTO ZAMBEZI SPRING SUMMER 2019

Quando attingiamo dalla nostra memoria, dal nostro bagaglio culturale, frughiamo tra i bauli del passato, nei nostri studi, nei libri del liceo a cui ci siamo applicati. Ma pensiamoci, molti contenuti vanno persi, perché per noi meno interessanti, meno vicini al nostro gusto, altri invece rimangono impressi e tornano, tornano nelle foto che scattiamo, inevitabilmente, inconsciamente, nei disegni che realizziamo.

La cultura classica, quella del periodo greco (V-IV sec. a.C.), quella del pensiero artistico che influenza la scultura, l’architettura, il teatro, la letteratura, la filosofia, ha apportato dei grandi cambiamenti, con strascichi lunghi fino a noi. La sua eredità, è dentro ogni processo e progressione occidentale, è talmente forte e marmorea, da permetterci di guardarci intorno e trovarla nelle città che visitiamo, nella musica che ascoltiamo e non ultimo nella moda che indossiamo.

Alberto Zambelli, per la collezione Primavera/Estate 2019, le ha reso omaggio con dei capi ispirati al più grande esponente del periodo neoclassico italiano, l’artista Antonio Canova.

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L’eleganza delle forme, la morbidezza dei tessuti, i modelli sembrano levigati come delle statue di marmo, il movimento regala loro dei giochi di chiaro-scuro, di luce ed ombra, sono tridimensionali.

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Alberto Zambelli cela in questa collezione la passione più violenta, e lascia sussurrare la grazia, la bellezza, il sottinteso, il sussurrato, quella tendenza romantica che è l’antico mistero delle statue greche. La ragione controlla il sentimento più impulsivo, ogni aspetto è più leggiadro, come gli abiti in voile total white, trasparenze che ricordano il Cristo Velato di Giuseppe Sanmartino (1753), opera in marmo ora nella cappella di San Severo.

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I gesti sono misurati e ridotti, come i colori scelti per la collezione SS2019: gesso, calce, roccia, lunare. Le composizioni equilibrate, dalle forme a uovo, kimono, tuniche. Le stampe rappresentano le sculture del maestro Canova, quasi la donna fosse un tutt’uno con l’opera dell’artista.

Sfoglia l’intera collezione Alberto Zambelli Spring Summer 2019:

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FASHION EDITORIAL “JUSTIFY MY LOVE” STARRING JUSTINE MATTERA

Una collezione mai terminata quella di Moschino Spring Summer 2019 – Milano Fashion Week

MILANO FASHION WEEK – COLLEZIONE MOSCHINO PRIMAVERA ESTATE 2019

I ritmi delle sfilate sono serrati, finita una collezione si è già al lavoro per un’altra, i disegni, i tagli, le prove, le modelle, i fitting, lo show da preparare, le nottate insonni. Insomma si ha sempre l’ansia di non arrivare mai in tempo, di non farcela, il Lexotan per il panico, il Supradine per il fisico, gli aiutini per aumentare la creatività. Che tutti pensano, ehi, se c’è qualcuno a cui non manca – la creatività – quello è proprio Jeremy Scott. Ma oggi scopriamo che anche Jeremy è uno di noi, umano, uno che non ce la fa, uno che ha dovuto consegnare i bozzetti, gli schizzi dei disegni, e dare ordine di concretizzarli così com’erano sulla carta: degli abiti scarabocchiati, delle calze dal tratto di pennarello nero, dei cappelli disco che sembran di cartone appena ritagliato, scarabocchiate anche le décolleté in tinta con l’abito, le pochette, stampe che sono disegni di catene d’oro con il logo Moschino.

Non c’è mai tempo, si ha troppo da fare, troppo lavoro, questo lo deve dire la donna super impegnata, lo dice, con il tailleur che indossa, con quei fiorellini disegnati e colorati fuori dal bordo, con il rotolo di tessuto ancora in mano, di un long dress non finito, quello importante, per la sua serata galante, quello per l’evento speciale, ma non ha tempo, è sempre tutto in divenire, e poi potrebbe cambiare idea, volerlo più corto, più lungo, più drappeggiato. Presto presto presto che deve uscire!!!

Et voilà, la donna fumetto Moschino Spring Summer 2019 .



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Milano Fashion Week – Philosophy di Lorenzo Serafini SS2019

MILANO FASHION WEEK – COLLEZIONE PHILOSOPHY DI LORENZO SERAFINI SPRING SUMMER 2019


Vedo sfilare dei caftani e penso subito alla signora Marzotto, a quella “Marta da Legare“- così aveva chiamato una sua linea di abbigliamento – che di stile ne aveva dettato tra salotti e apparizioni mondane.

Tra i capi che sfilano alla Milano Fashion Week, nella collezione Philosophy di Lorenzo Serafini SS19, si percepisce l’atmosfera del viaggio, tra una meta desertica come quella del Marocco, e le spiagge più selvatiche e lontane di una “Laguna blu” delle sue ultime collezioni.

Ma quell’abito in lino stampato djellaba, ha la firma di Marrakesh, dove la signora Marzotto aveva una casa, nella Medina, la “Maison du caftan”, una graziosa boutique-sartoria del tipico abito maghrebino, con tante sue foto affisse alle pareti.

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Con un piede nella calda Marrakesh e uno nel passato vittoriano, quello tanto caro a Lorenzo Serafini, fatto di pizzi e merletti, di sofisticate camicette, di donne che non rinunciano alla femminilità nonostante le difficoltà, assistiamo ad una sfilata carica di forza e al contempo di grazia. Se uno stivale stampato pitone ci permette di correre con grinta tra i focosi deserti, gli abiti in tulle con volant ci riportano alla natura più docile e muliebre, e solo Philosophy sa mixare questi opposti con gusto ed equilibrio.

La demi-vierge Philosophy oggi in camicia con pettorina da smoking, domani in gonna plissettata con balze; gioca con i dettagli che completano il look, le fasce a trecce, le desert scarf, le corde annodate da usare come cintura.


finale della sfilata Philosophy ss19 – dx Marta Marzotto


Sfoglia l’intera sfilata Philosophy di Lorenzo Serafini Spring Summer 2019:



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Milano Fashion Week – Alberta Ferretti Spring Summer 2019

MILANO FASHION WEEK – COLLEZIONE PRIMAVERA ESTATE 2019 ALBERTA FERRETTI 


Un tempo per farsi fare un ritratto da un pittore noto occorreva molto denaro, e talvolta vere e proprie opere di convincimento, come fece Gertude Stein con Picasso, il quale glielo rifiutava perché troppo brutta. Alla fine quel mascalzone di Picasso dovette cedere e realizzò quello che gli esperti stimano come il passo embrionale del pittore verso il cubismo, opera che rimase insieme alla proprietaria fino alla sua morte.

Oggi non c’è niente di più semplice del farsi fare ritratti; la Milano Fashion Week è un covo di fotografi e persone totalmente sconosciute (o Gertrude, ci manchi tanto) assetate di scatti da postare sui social. Chi siano queste persone e perché vengano invitate ad una sfilata dove un tempo presenziava Jacqueline Kennedy rimane un mistero; meno misteriose invece le facce delle “fashion blogger” che si è soliti seguire attraverso un cellulare, rivelatesi in tutta la loro normalità, e regalandoti dapprima una grande delusione, poi il piacere (ammettetelo donne) di vederle con le rughe, i brufoli, più grasse, con le dita tozze, le braccia grosse, la voce stridula, la palpebra calante, l’occhio pigro. E so che vorreste anche i nomi!

Alla sfilata di Philosophy by Lorenzo Serafini, una Maria Bernard più piccola e più magra che in foto, e mi viene in mente un amico quando intervistò Penelope Cruz, tutto eccitato per l’occasione, per poi tornare a casa confidandomi che le sembrava un topo! Maria ti adoro lo stesso!

Da Alberta Ferretti non ci si distrae invece (quanto sono bugiarda), se non per un drink di benvenuto offerto da due fila di camerieri in divisa, di cui si potevano distinguere solo le sagome.
La signora Ferretti, incline all’eleganza e non alle mode, ci regala una collezione primavera estate 2019 dai volumi fluttuanti, dai colori tenui del rosa pastello, verde muschio, giallo crema, carta da zucchero.

Abiti lunghi e leggeri che giocano con le trasparenze, stretti in vita da corde tono su tono, come d’uso nel periodo greco o da giacche safari e pratiche cinture.
I toni, le lunghezze, le lavorazioni, ci riportano alle atmosfere dei dipinti appartenuti a John William Godward, pittore vittoriano neoclassico di origine inglese.

sx collezione Alberta Ferretti SS2019 – dx “The engagement ring” di John William Godward



Gli abiti in pizzo di San Gallo sono impreziositi dai ricami crochet, che ritroviamo anche nelle tute corte in popeline, nei pantaloni bianco candido, lavorazioni richiamate dall’intreccio dei sandali flat dai colori pastello.


sx “A grecian girl” di John William Godward -dx collezione Alberta Ferretti SS2019



Il daywear si arricchisce di capi sahariani, dai pantaloni con maxi tasca staccabile, alle morbide salopette, dalle jumsuit senza maniche, alle giacche che potrebbero destinarsi alla meravigliosa Meryl Streep in “La mia Africa“.


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Kaia Gerber in Alberta Ferretti SS2019


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sx collezione Alberta Ferretti SS2019 – dx “Idleness” di John William Godward


Sfoglia l’intera collezione Spring Summer 2019 di Alberta Ferretti:


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TWINSET LANCIA UNA T-SHIRT UNISEX IN EDIZIONE LIMITATA DISEGNATA IN COLLABORAZIONE CON SFERA EBBASTA

Twinset coinvolge il giovane rapper Sfera Ebbasta in una vibrante collaborazione creativa dedicata a tutte le amanti del brand e alle numerosissime fan del musicista e fondatore dell’etichetta discografica Billion Headz Music Group.
Forte di milioni di visualizzazioni su Youtube e primo artista italiano ad entrare nella top 100 di Spotify, Sfera Ebbasta è divenuto in brevissimo tempo un’icona dei post-millenials e l’idolo indiscusso della “trap music”, sottogenere rap di origine americana amatissimo dagli under 30.

SFERA EBBASTA_ T-SHIRT_TWINSET

Personaggio dallo spirito artistico e ribelle, Sfera Ebbasta ha collaborato personalmente nella creazione di una nuova edizione limitata di t-shirt unisex proposta da Twinset nei toni del bianco e nero. Ogni pezzo è caratterizzato da una grafica a contrasto fucsia che abbina le ali d’angelo al messaggio “ti ho colpita sono Cupido”, tratto dal singolo Cupido pubblicato nell’album Rockstar.

Le nuove “trap tees” saranno presentate mercoledì 19 Settembre a Milano, in occasione dell’apertura del nuovo flagship store di Twinset in Galleria Passerella 2 / Corso Vittorio Emanuele.

SFERA EBBASTA_T-SHIRT_TWINSET

SFERA EBBASTA_T-SHIRT-TWINSET

TWINSET INAUGURA LA NUOVA BOUTIQUE MILANESE DI CORSO VITTORIO EMANUELE

Twinset rinnova totalmente il suo store concept aprendo una nuova boutique a Milano, in Galleria Passerella 2, nel cuore pulsante della città simbolo dello stile italiano e della moda internazionale.

L’immagine del nuovo flagship di C.so Vittorio Emanuele si distingue per le atmosfere sofisticate e femminili progettate per accogliere l’universo stilistico del brand, che oltre al ready-to-wear include le linee di accessori, underwear, beachwear e la collezione bambina.

Esteso su una superficie di XX metri quadri, il negozio svela interni ampi e luminosi ispirati agli spazi living contemporanei, dove le nuance calde della resina monocromatica incontrano la morbidezza tattile e visiva delle pareti in velluto.

Il raffinato sistema espositivo è scandito da sottili tubolari verticali e oggetti dal design moderno, come i pannelli di vetro dai colori accesi e le superfici metalliche nelle finiture acidate o satinate.
Tra gli elementi di arredo spiccano le forme curvilinee in toni opachi, gli stool in essenza di legno e gli inserti di caldo parquet sul pavimento, accostati in ambienti accoglienti e rilassanti che si completano di sedute modulari in pelle e velluto.

La scenografia su-misura è dominata da un imponente lampadario formato da tubi in cristallo colorato e sfere opaline luminose, cui si affianca una grande sfera site specific illuminata con gemme di vetro brillante e pianeti di luce sospesi all’interno.

La nuova boutique di Twinset aprirà durante la Fashion Week di Milano, il prossimo mercoledì 19 Settembre.

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Torino, sotto sequestro la casa a luci rosse delle sex dolls

Ha avuto vita breve la casa a luci rosse torinese con bambole in affitto, la LumiDolls è stata messa sotto sequestro a pochi giorni dall’inaugurazione. Polizia e Asl hanno fatto irruzione con conseguente ammenda di 3000 euro perché l’attività pare non sia a norma di legge e il livello di igienizzazione delle bambole è stato giudicato insufficiente.

Insomma gli ipocondriaci che pensavano di stare tranquilli facendo sesso con una bambola, devono tenere a mente che il rischio di malattie non è da escludere.
La pulizia interna ed esterna delle signorine di plastica spetta ad un addetto, lo stesso che si occupa della cassa (di questi tempi bisogna essere versatili), il costo del giro in giostra vale 80 euro per mezz’ora, 100 euro se si ha un’ora in cui potersi dilungare in un monologo post coito…qui chi sognava di avere una donna muta accanto a sé, è accontentato.

I gestori del marchio LumiDolls promettono la riapertura a breve, giustificando gli accaduti con “una svista”.

Siamo pieni di prenotazioni per settimane, salvo qualche piccola eccezione. Abbiamo clienti che hanno prenotato anche dal Veneto (da Torino, Venezia dista 400 chilometri, ndr) e la maggior parte ha scelto la mattina o il pomeriggio per l’appuntamento. Anche per questo motivo per il momento non terremo aperto di notte. Abbiamo richieste anche per degli addii al celibato



Il bordello del silicone è quindi sold out fino ai primi di novembre, frequentato da uomini di tutte le età, chi spinto dalla curiosità, utilizzando la bambola come un vero sex toys, solo più grande, chi come succedaneo di una donna in carne ed ossa, quindi accomunandole alla prostituta.

La scelta si fa su sette bambole, si può scegliere la favorita tra Kate, Molly, Arisa, quindi tra la Principessa del Galles, un cane e la cantante stramba dai capelli corti, perché sono i primi collegamenti che vengono alla mente o no?! – e altre donne dal seno più o meno grande e un signorino dalle dimensioni perfezionabili, a seconda dei gusti. Ah, si chiama Alessandro! Si sa mai che durante l’atto sbagliaste il nome provocando in lui l’ira funesta.

L’indirizzo della casa per appuntamenti è segreta, fino alla sottoscrizione sul sito web, il pagamento avviene in loco, se invece siete timidi potete addirittura comprare la signora sul sito dell’azienda catalana, ad una cifra che va dai 700 ai 2000 dollari. Non è nemmeno cara, pensate a quanto spendete per la vostra fidanzata!)

Ecco cosa pensa la gente:

Venezia Film Festival 2018: i look più belli tra star del cinema e influencer

Il fascino di Venezia non è così facile da dimenticare, ti rimane addosso come un segno indelebile sul cuore, ma c’è un periodo dell’anno in cui la città si veste di un’eleganza estrema, i giorni dedicati al Festival del Cinema!
Sono stati giorni intensi, emozionanti, sorprendenti, e tra chi ha brillato di più e chi meno, il red carpet è stato un tripudio di applausi, lacrime, emozioni, abbracci, colori, pizzi, piume, volumi e trasparenze.
Il Festival del cinema di Venezia regala come ogni anno emozione e stupore, il red carpet diventa palco di abiti da sogno, accessori preziosi, tacchi vertiginosi, il tintinnio dei gioielli, amici immancabili per le donne dello star system e protagonisti delle giornate veneziane.

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La star assoluta del red carpet di Venezia 2018 è stata la grande Lady Gaga (protagonista di A Star is Born al fianco di Bradley Cooper che l’ha diretta), che con un vaporoso abito rosa in tulle e piume di Valentino Couture, ha incantato il festival durante la terza giornata.
Anche Cate Blanchett si è fatta tentare dalle piume, indossando un “black &white” firmato Armani.

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Ma andiamo per ordine.

Alcune delle protagoniste della prima giornata di Festival sono state: Olivia Hamilton (J. Mendel), Naomi Watts (Armani Privè) che ha ricevuto il Leone alla carriera, Sara Sampaio (Armani Privè), Claire Foy (Valentino Couture), Izabel Goulard (Alberta Ferretti), Carolina Crescentini (Gucci), Elisa Isoardi (Elisabetta Franchi).

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Emma Stone, Cristiana Capotondi e Melissa Satta, sono state tra le protagoniste della seconda giornata; la Stone in Louis Vuitton, Capotondi in Hilfiger Collection e la Satta in Alberta Ferretti.

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La terza giornata è stata animata dal look etereo di Levante in Christian Dior, Emma Marrone in total look Emporio Armani e Aimee Song in un elegante Giorgio Armani, mentre Salma Hayek è stata la protagonista del gala dinner al Franca Sozzani Award, che ha ritirato il premio come donna dell’anno, all’evento diverse sono le celebrities accorse per omaggiare la memoria dello storico direttore di Vogue.

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Con il tanto atteso remake di Suspiria, firmato Luca Guadagnino, il red carpet della quarta giornata ha occhi solo per le protagoniste: Dakota Johnson, Tilda Swinton, Chloe Grace Moretz, Jessica Harper, Mia Goth, Malgosia Bela, tutte elegantissime e bellissime.

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Nella giornata di domenica 2 Settembre approda al Lido un’eterea Bianca Balti, che insieme a Kasia Smutniak (in Givenchy) e Alba Rohrwacher (in Valentino), ha formato un fantastico trio di sobrietà, eleganza e simpatia.
Nella serata della quinta giornata di Festival, si è celebrato l’atteso appuntamento nato dall’estro creativo di Miuccia Prada, i Miu Miu Women’s Tales.
Gli outfit delle star? Rigorosamente Miu Miu o Prada!

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Emmanuelle Seigner è stata la star più attesa della giornata di lunedì 3 Settembre, con l’allure sensuale che la distingue, ha calcato il red carpet per la presentazione della pellicola di Julian Schnabel in un elegante abito verde lastricato da pailettes scintillanti firmato Alexandre, Vauthier.
Sul tappeto rosso anche Tilda Swinton in un’elegante outfit Schiaparelli.
La settima serata ha proclamato protagonista assoluta il premio Oscar Natalie Portman in uno scintillante abito Gucci ricco di pailettes in oro, arrivata a Venezia per promuovere il film Vox Lux, ha abbagliato tutti con la sua naturale bellezza.
Valeria Bruni Tedeschi e Valeria Golino sono state invece le protagoniste dell’ottava serata tutta italiana, giunte al Lido per presentare il film I Villeggianti in eleganti outfit nero profondo (sottoveste per la prima e tuta con vertiginosa scollatura la seconda), si sono aggiudicate la palma delle più eleganti della serata.

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Details: il mono-orecchino di Tilda Swinton e la pochette di Donatella Finocchiaro

Le italiane sono state protagoniste anche della nona serata: Marianna Fontana e Donatella Finocchiaro (in Gucci) sono le protagoniste del film Capri Revolution, mentre sul red carpet si sfidavano a suon di eleganza Violante Placido (in rosso) e Paola Turci (nude look).

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“Una storia senza nome” è invece il film italiano che vede protagonista una bellissima Micaela Ramazzotti (Prada), arrivata sul red carpet di Venezia in un bellissimo e scintillante abito in pailettes nella giornata di venerdì 7 Settembre, a contendersi i flash dei fotografi anche un’elegantissima Carolina Crescentini in un abbagliante abito giallo sole.

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Tra le influencer presenti a Venezia, che hanno spiccato per eleganza e bellezza, troviamo in pole position: Paola Turani, Giulia Gaudino (accompagnata dal fidanzato e style consultant Frank Gallucci), Beatrice Valli, Laura Comolli, Giulia De Lellis, Alice Campello (moglie del noto calciatore Alvaro Morata).

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Volge dunque al termine la 75esima Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia, edizione che ha regalato grande stupore e meraviglia, non solo per i film in concorso ma anche per gli outfit indossati dalle donne dello star system, che hanno monopolizzato l’attenzione di fotografi e pubblico presenti sul red carpet.
La serata finale è stata dominata dalla vittoria del film “Roma” di Alfonso Cuaròn, pellicola in bianco e nero ricca di emozioni e amarcord, per la prima volta nella storia del Festival vince un film prodotto per lo streaming e che andrà in onda a Dicembre, contemporaneamente anche in alcune sale cinematografiche.
William Dafoe vince la Coppa Volpi per il film dedicato a Van Gogh “At eternity’s gate”, mentre Olivia Coleman vince come migliore attrice per “The Favourite”, il Leone d’Argento è conquistato da Jacques Audiard per “The sister brothers”.

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Le opere di Lorenza Pasquali in mostra ad Arona

La cittadina aronese è ricca di eventi e attività culturali, tra queste la collettiva di Paolo Bazzarri, Daniela Castellin e Lorenza Pasquali, sita in Piazza del Popolo 33 (accanto Hotel Florida) e visitabile fino al 23 settembre 2018.

La stanza d’entrata è dedicata all’artista Lorenza Pasquali, milanese d’origine, ex grafica pubblicitaria e un passato nel mondo delle calzature e della moda.
Se preponderanti sono i paesaggi urbani milanesi, nello spazio della mostra troviamo l’elemento “acqua”, la cui forza espressiva risalta la tecnica pittorica dell’artista, attraverso l’uso di colori cristallini e brillanti.

Più introspettive le opere paesaggistiche, dove l’ombra prende il posto della luce, dove le figure si stagliano in proiezioni misteriose, siano esse statue che uomini soli.
Una Milano vista attraverso il silenzio delle notti, quando il fuggi fuggi generale si è calmato, quando si accendono le luci della città illuminando un maestoso Castello Sforzesco e dando forma ai monumenti allora dimenticati.

Lorenza Pasquali rivela il suo prossimo progetto, la sua città vista attraverso l’abbraccio della neve. Se risultano piccoli lavori in cui l’elemento compare, la prossima mostra lo avrà come unico tema. Tutto si ammanta di una certa nostalgia e questo piace – ci fa notare l’artista – forse perché la neve assume quel fascino romantico e fiabesco che ci ricorda Lewis Carroll:



Mi chiedo se la neve ama gli alberi e campi, che li bacia così dolcemente. E li copre come con una morbida trapunta bianca; e forse dice “Andate a dormire, cari, finché non arriva l’estate di nuovo.”



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“Sforzesco di notte, Milano” acquerello 35×50





Orari di apertura:
Da martedì a venerdì 15.30 -18.30
Sabato e domenica 10.30 – 12.30 / 15.30 -18.30

Ingresso libero

Piazza del Popolo 33 accanto Hotel Florida

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BIENNALE ARTE DI VENEZIA 57^ EDIZIONE – IL PEGGIO

Venezia 75 – Il film “Suspiria” di Luca Guadagnino svela la vera natura delle “madri”

75^ MOSTRA INTERNAZIONALE DEL CINEMA DI VENEZIA

Siamo in metropolitana, una ragazza cerca l’uscita, in lontananza si legge una fermata:”Suspiria“. Quanti sguardi attenti lo hanno notato?!
Fuori l’aspetta una Berlino in pieno autunno tedesco, con la città scossa dalle azioni terroristiche della banda Baader-Meinhof. Siamo nel 1977 e Susie Bannon (Dakota Johnson) sogna di diventare una grande ballerina, diventa quindi una componente della scuola di danza di Madame Blanc (Tilda Swinton).

Chi di voi ha visto il “Suspiria” di Dario Argento, può facilmente concludere che la versione di Luca Guadagnino è molto lontana dall’originale, e ci tiene a sottolinearlo anche il re dell’horror, che ha rifiutato all’ultimo minuto l’invito al Festival del Cinema da parte del regista.

Suspance e brivido che l’immaginario collettivo ricorda nella versione di Dario Argento, in Guadagnino semplicemente non esistono.
La scuola di danza di Madame Blanc è un covo misterioso e conserva antiche e oscure presenze, ma se in Argento si riempie di citazioni (come le immagini ispirate a Escher sulle pareti), in Guadagnino si fanno estetizzanti, minimaliste come gli abiti indossati da Tilda Swinton, lontana dalla matrigna super accessoriata che fu Joan Bennett.

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Tilda Swinton in “Suspiria”



L’espressione artistica delle insegnanti (che si riveleranno essere delle streghe), cela la loro crudeltà, sono le “madri non buone” della teoria di Donald Winnicott, psicanalista britannico, quelle che portano alla creazione del “falso sé“, ex bambine vittime ma mai del tutto vittime.

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Tilda Swinton è Madam Blanc



Dakota Johnson, che era già poco convincente nei panni della verginella in “Cinquanta sfumature di grigio“, qui mostra forza attoriale solo nelle scene del ballo. La danza, che in Guadagnino assume un ruolo fondamentale, diventa rito magico, richiamo di entità oscure e profonde; ipnotiche le coreografie di Volk, balletto ideato da madame Blanc, accompagnate dalla musica di Thom Yorke dei Radiohead, in esclusiva per il film.



Più che un horror “Suspiria” di Luca Guadagnino sembra un dramma psicologico.


Una madre può prendere il posto di chiunque altro, ma nessuno può prendere il posto di una madre” è la scritta che troviamo nella casa natale di Susie. Le madri di Luca Guadagnino sono generatrici di vita e di morte, ci accolgono in un nuovo mondo ma ci umiliano, ci regalano il potere dell’arte ma ci nascondono il nostro triste destino, ci amano e ci odiano e parafrasando da una scena: “hanno bisogno della colpa e della vergogna“.

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Dakota Johnson in “Suspiria”





 

«Il film parla della madre terribile», ha spiegato Guadagnino. «È un film sul terribile che segna i rapporti umani, così come la Storia».




Difficile rievocare la magia, le superstizioni, la paura, la fotografia del primo Dario Argento, ma il remake (e guai a chiamarlo “remake”) è da premiare anche per il solo coraggio di mettere mano a un’opera già perfetta com’era, anche se in verità si è voluto raccontare la storia in un altro modo: pensiamo a quante versioni ha avuto l’Odissea di Omero!


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una scena del film



Omaggi alla fotografia di Francesca Woodman nel film di Guadagnino e citazioni simboliche come la falce utilizzata dalle streghe per uccidere e la presenza parallela di una figura che risuona come la nostra coscienza: il dottor Jozef Klemperer, psicologo a cui una ragazza della scuola si era rivolta in cerca di aiuto.

Un cast tutto al femminile, soffocante, materno ma senza vere madri, che rivelerà la natura dell’essere femminino, ma anche in questo caso Lars Von Trier rimane imbattuto con Antichrist.


L’uscita americana è prevista per il 2 novembre, distribuito da Amazon Studios.

Guarda il trailer ufficiale:



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Uscita dalla sala ho chiesto a un uomo se ai western si piange.

Perché quella del western è solo una scusa, il regista francese Jacques Audiard prende in prestito il genere per raccontare qualcosa di diverso da colpi di pistola, whisky ingollati, corse a cavallo, eroi machi e sporchi di terra. Tutto questo rimane una bella cornice intagliata nel legno, ma dentro c’è un bellissimo dipinto che raffigura due fratelli e i loro desideri.

Prendiamo due cowboy fuorilegge, Charlie (Joaquin Phoenix) e Eli (John C. Reilly) che lavorano per un ricco boss dell’Oregon, il Commodoro; i due sono fratelli e soci in affari, il loro compito è sempre e solo uno: uccidere. I killer danno la caccia a Herman Warm, un colto chimico al galoppo per la ricerca dell’oro (siamo nel 1851), possessore della formula per farlo brillare nei torrenti, l’obiettivo dei furfanti è rubargliela e farlo fuori.

All’inseguimento del chimico Morris (Riz Ahmed) c’è anche un detective, Mr. Warm (Jake Gyllenhaal); il suo compito è bloccare l’uomo e condurlo ai fratelli Sisters. Mr. Warm finirà col farci squadra, rapito dalle sue ideologie politiche, che sognano una Dallas fondata sulla democrazia e il mutuo sostegno.

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Riz Ahmed e Jake Gyllenhaal in una scena del film


Il titolo “I fratelli Sisters”, insomma i “fratelli sorelle“, la dice lunga sulla natura del loro rapporto, un legame di sorellanza che contempla il gesto femminile di prendersi cura l’uno dell’altro (i due si tagliano vicendevolmente i capelli) e il più forbito tra i due (surreale tanta grazia per un cowboy) è Edi, cui tocca far da balia al più rude Charlie, sempre preso da alcol e testosterone.

The Sisters Brothers. Day 35.

The Sisters Brothers


Parodico, carico di humor e avventure selvagge, il western di Audiard ci spiazza; a volte freddi e privi di rimorsi, i personaggi si rabbuiano davanti alle loro azioni, o si rattristano per la morte del loro cavallo.

John Morris (Jake Gyllenhaal) e Herman Warm (Riz Ahmed) incarnano l’onesta’ e la sapienza, i fratelli Sisters sono la prepotenza e l’avidità. Audiard ce li presenta attraverso le proprie debolezze e i propri feticci: Eli è il romantico che chiede ad una prostituta di recitare una frase, anziché concedersi senza domande. E’ colui che piega ogni notte, prima di addormentarsi, una coperta rossa regalatogli da un’amante passata, la annusa e fantastica, per poi masturbarsi stringendola a sé. Charlie invece è istintivo e vive dell’oggi, beve con piacere e si lascia andare al vizio. (Un Joaquin Phoenix totalmente a suo agio nella parte).

Svuotato della crudeltà del western, “The Sisters Brothers” parla di umanità e di sogni, di un’America che corre verso la ricchezza e che finisce in mano agli avidi e non agli uomini di intelletto, ma lo fa giocando ogni tanto con la pistola e con le corse al galoppo.


Guarda qui il trailer ufficiale:



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Matrimonio “da lunapark” per la coppia Ferragni-Fedez: “Postate pure tutte le foto che vi pare, non vi trattenete”

La coppia Ferragni-Fedez ha coronato senza ombra di dubbio il matrimonio italiano più social di tutti i tempi, tutto in diretta Instagram. Gli stessi sposini si sono raccomandati con gli invitati di non trattenersi, bensì di caricare tutte le foto che desideravano senza badare a possibili divieti.


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Ed ecco che ne deriva l’immagine di un matrimonio sapientemente “costruito” e tutt’altro che discreto: sfogliando la gallery, sembra quasi di essere di fronte alle scene di un film americano. In alcune foto, la coppia appare affiancata da una schiera di damigelle in abito rigorosamente rosa, in altre la Ferragni esibisce indifferentemente con tanto di sorriso la fede nuziale, gli abiti o gli ospiti scatenati.


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Non potevano ovviamente mancare i fuochi d’artificio, per non parlare del piccolo lunapark allestito all’interno della Dimora delle Balze a Noto, che per l’occasione era blindatissima, dove i due hanno deciso di celebrare il grande evento.


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Come da vero copione, quasi per rispettare le tradizioni del matrimonio all’italiana, non potevano mancare gli scatti coi genitori e quelli con le lacrime dovute alla commozione. Il matrimonio della coppia Ferragni-Fedez è divenuto, insomma, un grande hashtag (#TheFerragnez) dove milioni di fans cliccavano compulsivamente pur di avere aggiornamenti in tempo reale sui loro personaggi preferiti.


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Non c’era da aspettarsi altrimenti, dal momento che la coppia ha sempre trovato nuove occasioni pur di esibire la propria vita privata, come se la loro storia d’amore fosse un vero e proprio film a puntate dove l’elemento imprescindibile è sempre stato rendere partecipi gli “spettatori”, che in tal caso sono invece follower, dei loro video e delle loro dirette.


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Venezia 75 – “Charlie Says”, il film su Charles Manson, da assassino a guru hippie

MOSTRA INTERNAZIONALE D’ARTE CINEMATOGRAFICA DI VENEZIA:

Orge tutte le sere, natura selvaggia, nessuna regola, droghe a profusione, sesso libero, nudismo, condivisione, “amore”. No non è il Paradiso, ma la “Famiglia” di Charles Manson, un gruppo di cinquanta ragazzi che avevano come loro unico dio Charles Manson, il macabro assassino che ha sconvolto la Hollywood degli anni ’70 con l’uccisione di Sharon Tate (allora moglie del regista Roman Polansky incinta di 8 mesi e mezzo) e quattro dei suoi amici durante una festa privata.

La strage messa a frutto dalla mente di Charles Manson la conosciamo tutti purtroppo, cinema e tv continuano a farne dei film (a breve ne uscirà uno firmato Quentin Tarantino), famose rock star ne prendono il nome, non ultimo il commercio in nome del dio denaro continua a fabbricare magliette con il suo faccione.  Il male possiede un grande fascino, inutile negarlo, e non sono solo le menti deboli ad esserne attratte, una statistica fatta da psicologi e medici rivela che un alto numero di donne istruite e di ottima famiglia sono affette da quella che chiamano “ibristofilia“, ovvero l’attrazione morbosa verso il mostro.

In questa pellicola di Mary Harron (regista di American Psycho) intitolata “Charlie Says“, la storia è raccontata dal punto di vista delle tre ragazze, condannate a morte, che hanno preso parte agli eccidi di  Cielo Drive e della coppia Leno e Rosemary LaBianca.


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Le tre ragazze protagoniste di “Charlie Says”



Leslie (Hannah Murray), Patricia (Sosie Bacon) e Susan (Marianne Rendón) sono in carcere (la condanna a morte sarà trasformata in ergastolo) e ripercorrono la storia della “Family” attraverso flashback che iniziano con “Charlie Says” – “Charlie dice“. E’ la psicologa (Merritt Wever) ad ascoltarle, l’educatrice che ha il compito di riportarle a contatto con la vita reale tramite il dialogo e la lettura.

Quasi l’80% del film riporta il vivere felice della “Family” allo Spahn ranch di Manson (Matt Smith), un vecchio set di film western abbandonato; quasi il 90% del gruppo è composto da donne problematiche, fuggite da mariti o dalla loro famiglia di origine; la comune si ciba di avanzi trovati nei cassonetti della spazzatura, non sono permessi orologi né giornali, le donne non possono avere soldi e sono destinate ai lavori più umili, devono essere pronte ai bisogni primitivi dell’uomo e non devono in alcun modo controbattere la “verità” del leader, che si sente la reincarnazione di Satana e Gesu’ Cristo insieme.

Ci si chiede come sia possibile che dei ragazzi intelligenti possano essere manipolati fino a cancellare definitivamente la propria individualità, e la risposta la si trova negli studi durante gli anni di carcere di Manson (prima della strage) passati sui libri di ipnotismo, esoterismo, motivazione subliminale, magia nera, chirosemantica, massoneria, negromanzia. Il leader della “Family” ha fascino da vendere, adesca seguaci in nome della condivisione e del rifiuto di una società di plastica, è carismatico ed estremamente intelligente e, al contrario di quanto i componenti pensano, ha già disegnato il suo piano diabolico. Il perenne uso di sostanze stupefacenti fa il resto.

A scatenare la sua ira repressa è il rifiuto di un produttore discografico di Los Angeles (Manson aveva sempre sognato di diventare una rock star), è l’inizio della fine, un crescendo di odio e frustrazione che da’ vita ad una teoria: “Helter Skelter“, la profezia segreta che, secondo Manson, avrebbe portato a un nuovo ordine, ma per cui era necessario accendere uno scontro tra bianchi e neri, con una serie di delitti a caso.


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una scena del film


Sarebbe risultato più interessante il viaggio nell’abisso della mente di Manson, cui nessuno specialista è riuscito ad oggi a dare un tracciato preciso circa i suoi disturbi mentali. Qualcuno ipotizza che Manson fosse ossessionato dalla fama, e non essendo riuscito a catturare l’attenzione pubblica tramite la musica, ci provo’ con il mestiere dell’assassino. Altri credono che una vita vissuta in povertà e in mezzo alla strada (la madre era una prostituta alcolizzata e il figlio visse tra il riformatorio e la casa dei nonni, con una figura maschile violenta) lo abbia portato a covare odio verso i ricchi e i famosi.

Marry Harron percorre invece una strada più difficile, forse, in cui i dialoghi più fitti vanno a Leslie o Lulù (come verrà soprannominata dal leader), una ragazza dolce ed intelligente, la prima cui si risveglierà la coscienza, che la metterà di fronte, con una trasparenza pungente, all’atrocità degli atti compiuti.

Una scelta strana quella della regista, che ci porta all’immedesimazione nelle ragazze, quasi volesse giustificarle, quasi fossero loro vittime e non carnefici. Le efferatezze compiute passano quasi in secondo piano, Charles Manson sembra più un santone hippie che un cruento assassino (anche se non si è mai sporcato le mani di sangue, ma è stato solo il mandante), la violenza è crescente ma occupa una parte marginale, mancano i furti e altri atti illegali che la family compiva per procurarsi il denaro. Nella prima parte del film la congrega è pulita, amorevole, ci chiama a sé, Manson siede in mezzo alle sue discepole come ad un’Ultima cena, le tre ragazze sono dei docili micini quando ricordano i fatti, ma la realtà dice questo:

Sharon Tate (26 anni incinta di 8 mesi e mezzo) implora ancora qualche giorno di vita, prima di morire.

Senti, tu stai per morire, e io per te non provo nessuna pietà… Ero strafatta di acido” .

Sono queste le parole agghiaccianti di Susan Atkins, che pugnala l’attrice 16 volte, poi prende uno straccio, lo intinge di sangue e scrive sulla porta la parola «pig», maiale.

Una clip dal film “Charlie Says”:





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Venezia 75 – una bellissima donna senza contenuti il film “The mountain” di Rick Alverson

Avete presente quando di tutta risposta ad un colloquio vi viene detto: “troppo referenziato per questo lavoro” ? Ecco, “The mountain” potrebbe equivalersi a questa frase, perché il film dell’americano Rick Alverson potrebbe risultare troppo ambizioso e il detto ci fa credere che “Chi troppo vuole, nulla stringe“.

Siamo negli anni ’50, Andy ha perso il padre, e la madre è ricoverata in un istituto psichiatrico chissà dove. A fargli da tutore il dott. Wally Fiennes, palesemente ispirato alla figura di Walter Jackson Freeman II, primo medico statunitense ad aver introdotto il metodo della lobotomia.

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una scena di “The Mountain”


Andy è un ragazzo timido, apatico, silenzioso, problematico, si potrebbe dire in perenne stato vegetativo, non esprime il minimo interesse nei confronti della vita né delle sue attività; viaggia con il dottore, da un manicomio all’altro, Polaroid alla mano, ritraendo i pazienti sottoposti allo strazio della lobotomia transorbitale, tecnica che, combinata all’elettroshock, avrebbe dovuto guarire dalle malattie mentali.

Andy (Tye Sheridan) è ormai vittima di un labirinto malato, dove la pazzia è la normalità e la sua routine. In un copione praticamente assente, volge al cambiamento quando prende coscienza della rudimentalità dei mezzi e della totale mancanza di partecipazione emotiva del dottore durante le infinite operazioni.

Wallace Fiennes (Jeff Goldblum) è lo scienziato pazzo interessato solo all’universalizzazione della sua pratica, anziché alla guarigione dei malati, accanito bevitore, si lascia andare senza pudore al vizio e alla promiscuità.

A Denis Lavant spetta invece vestire i panni del personaggio più folle, guru della new age, a cui si lasciano bizzarri monologhi, crisi schizofreniche, folleggiamenti senza senso. Peccato perché con quel bel faccione poteva regalarci un tuffo nell’abisso della follia, e invece la sceneggiatura sembra mancante, come un ponte rotto a metà, dove le auto si fermano prima del precipizio, ma da cui in lontananza si vedono ancora scorrazzare.

E’ doloroso sapere che “avrebbe potuto essere”, perchè la pretenziosità lo rende inaccessibile, anche se perfettamente impacchettato nella sua fotografia nostalgica alla Erwin Olaf, vellutata nei verdi, morbida come panna montata ma estremamente fredda, un corpo pallido sotto le luci di un obitorio. Un 4:3 di estrema bellezza, una bellissima donna senza contenuto. E a un certo punto della storia, con questa donna, si ha bisogno di parlarci, altrimenti subentra la noia.

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Intervista a Paolo Raeli: La fotografia mi ha permesso di fermare il mondo come avrei voluto che fosse.

Paolo Raeli, giovanissimo, originario di Palermo. Le sue fotografie sono attualmente molto apprezzate in Italia e all’estero. Recentemente ha anche pubblicato un libro. Lo abbiamo intervistato per conoscere più da vicino il suo mondo, fatto di emozioni pure e momenti unici e irripetibili.  


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Chi è Paolo Raeli?


Ho provato a darmi una risposta, e davvero – so che magari sembra pretenzioso dirlo – ma qualsiasi cosa mi viene in mente svilisce quello che vorrei davvero descrivere. Certe cose sono inesplicabili. Cambio continuamente.


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Come e quando ha iniziato a fotografare?


Avevo poco meno di diciotto anni: dopo la fine del mio primo amore ho cercato di incanalare tutta l’energia che avevo dentro e che ogni giorno si moltiplicava dentro di me, convergendola in una forma d’arte. La fotografia mi ha permesso di fermare il mondo come avrei voluto che fosse.


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Se dovesse associare una canzone o un album alla sua fotografia, quale sceglierebbe?


Always Returning, Brian Eno.


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Come si pone verso i soggetti ritratti?


Li amo, tutti. Passati e presenti, nell’imperfezione, nella bellezza, in ciò che li rende unici. Apprezzo chiunque mi permetta di lasciarsi immortalare. Ci vuole una forma di coraggio secondo me.


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Qual è l’aspetto a cui presta maggiore attenzione mentre fotografa?


La cura verso gli altri. Ho bisogno che tutti si sentano a loro agio. E ciò non significa che si debba necessariamente guardare in camera, o sorridere, o chissà cosa. Potresti anche piangere, ed essere comunque a tuo agio. Si tratta di qualcosa che si percepisce nell’aria.


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Cosa intende raccontare di sé attraverso la fotografia?


Citando un film di Mark Romanek: “Se queste immagini potranno mai avere un significato per le generazioni future, sarà questo: io c’ero, sono esistito. Sono stato giovane, sono stato felice. E qualcuno a questo mondo mi ha voluto abbastanza bene da farmi una fotografia.”


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Trova che la fotografia possa veramente essere un’ottima terapia per la paura di dimenticare?


Mi piace pensare che sia così. Abbiamo tutti bisogno di credere in qualcosa, è necessario.


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Quali emozioni intende catturare attraverso i giovani che ritrae?


Cerco la spontaneità. E’ anche quella qualcosa che è difficile da spiegare, ma si riesce a percepire. Sento di dare un tocco molto personale alle mie foto: scelgo di vedere la bellezza nel mondo. Molti documentano una realtà cruda, caotica. Io amo sognare. Mi piace pensare che quando sarò vecchio potrò rivedere queste immagini e credere, forse anche ingenuamente, che tutto fosse davvero perfetto.


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Come nasce e si sviluppa l’idea di pubblicare un libro che raccolga foto e pensieri?


Da quando ne ho memoria sono solito disegnare, scrivere: coniugare queste forme è terapeutico per me. Donald Winnicott diceva che un artista è qualcuno guidato dalla tensione tra il desiderio di comunicare e il desiderio di nascondere. Non so se mi reputo un artista, ma mi sono rivisto molto in questo pensiero. Da qui è nato il bisogno di
pubblicare un libro, in cui potessi mostrare a quante più persone possibili la mia visione del mondo. Un semplice libro fotografico, fondi bianchi e date, mi è sempre sembrato troppo riduttivo.


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Quali sono i prossimi progetti in cantiere?


Regola numero uno: mai parlare dei propri progetti, a meno che non si sia riusciti a realizzarli.


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Le fotografie di Paolo Raeli incantano e fanno sognare. Sono molto di più di semplici immagini. Sono il racconto di una generazione spensierata, affannata, innamorata, mutevole, fuori controllo. Quello che traspare maggiormente nei suoi scatti è un vero, sano e profondo senso di libertà, immortalato perfettamente attraverso la delicatezza dei gesti e le espressioni dei soggetti ritratti.


https://www.paoloraeli.com/

75 Mostra del Cinema di Venezia – “The favourite” (La favorita) di Yorgos Lanthimos

75 Mostra Internazionale del Cinema di Venezia – “The favourite” di Yorgos Lanthimos

La storia rivela che quelli che ce l’hanno fatta avevano una gran fame. Di popolarità, di vendetta, di rivalsa. Pensiamo agli inizi di Coco Chanel, una povera orfana che si era costruita un personaggio su mattoni di bugie, un padre commerciante che non esisteva (il padre aveva abbandonato sia lei che le sorelle in un orfanotrofio), un passato da cantante di successo (in realtà arrotondava in un locale di second’ordine dove alcuni ufficiali di cavalleria trovavano “ristoro”), una lista infinita che potrebbe essere raccolta in un libro: “le menzogne di Chanel”. Ma tutto questo aveva uno scopo e, senza alcun dubbio questo scopo è stato raggiunto: diventare parte della storia. Chanel sapeva perfettamente cosa voleva e aveva in sé tutta la rabbia per farcela e quella voglia di rivalsa che ha solo chi arriva dal basso.

Il film “The favorite” (La favorita) ci riporta un altro caso della storia in cui una donna utilizza tutte le sue armi (intelligenza, astuzia, fascino) per ottenere i favori della regina.

Siamo nel 1700 nella corte di Inghilterra, Anna Stuart è la regnante dal carattere debole, incerto, capriccioso, infantile, ed è quindi facile preda delle più astute dame di corte intorno a lei, a partire da Lady Marlborough, ovvero Sarah Churchill, moglie del generale e politico John Churchill.
Sarah, interpretata da Rachel Weisz, è nota per essere schietta e diretta, e lo è anche con la regina, che la accoglie come la sua più cara confidente, divenendo così anche consigliera politica. Nelle notti in cui il marito di Sarah (John Churchill) è al fronte a combattere la guerra (Francia e Inghilterra sono in lotta), le due donne si consolano nello stesso letto. La regina Anna ha perso il marito e 17 figli, nati morti o nei primi anni di vita, soffre di gotta e di sindrome di Hughes, questo la rende insicura, depressa e bisognosa di cure, che cerca invano nell’amica Sarah impegnata spesso in ambito politico (Sarah appoggia il partito dei Wighs a favore del marito) e decisamente cinica e calcolatrice.  Fino a quando arriva a palazzo una nuova figura: Abigail Masham, cugina di Sarah caduta in disgrazia a causa della dipendenza al gioco del padre. Abigail è dolce, intelligente e premurosa ed entrerà presto nelle grazie della regina, che troverà in lei la sensibilità assente in Sarah. Abigail, che ha il volto di Emma Stone, diviene presto la protagonista della pellicola di Yorgos Lanthimos; ha il volto di chi ci si può fidare, di chi accoglie i nostri segreti e li tiene in cassaforte, di chi comprende, è la spalla su cui piangere, l’amica che vorresti, ha la bellezza che irradia, la bontà matura, è la compagna che vorresti. E presto è facile dimenticarsi che è anche una ex dama, una donna astuta, che ha perso il suo rango ed ora si trova costretta alla servitù. E la rabbia e il bisogno di proteggersi faranno di lei una giocatrice vincente.


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Emma Stone in una scena del film



The favourite” è un film sul potere, sulla dignità, sulla moralità. Fino a che punto siamo disposti a cedere il nostro corpo, il nostro nome, il nostro rispetto?

Quando sarò per le strade a vendere il culo ai malati di sifilide, di questa moralità non me ne farò niente e la mia coscienza riderà di me”

Questo è il pensiero di Abigail quando si rende conto che nella posizione della “sguattera” non ha sicurezza, denaro, protezione e che l’unico modo per “sopravvivere” è “vendersi” alla regina.
E’ l’inizio dei giochi, in cui le concorrenti (Abigail e Sarah), si contendono le attenzioni di Anna, tra una masturbazione e un litigio, nell’atmosfera squallida e superficiale di corte, dove il tempo viene perso gettando arance su un valletto vestito solo di una parrucca pidocchiosa. Un tempo che ha il ritmo e il tono divertente mai visto prima in un film in costume. Lanthimos rende questa gara una scommessa, in cui si patteggia e ci si diverte, colora ogni personaggio con irriverenza, crudeltà, ridicolaggine.

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Olivia Colman in una scena del film



Olivia Colman nei panni della regina è la più buffa e quella dall’interpretazione più credibile; Rachel Weisz sarà il simbolo della verità o dell’ipocrisia, dipende da come la si vuol leggere; sarà lei a metterla in guardia dalle intenzioni della cugina:

Oh regina sembrate un angelo caduto dal cielo. No! Non è vero. A volte sembrate un tasso. Io non mento. Questo è amore!”

Emma Stone  nei panni di Abigail è protagonista delle scene più divertenti e pungenti:

Samuel entra nella camera di Abigail

Lady Abigail “Oh santo cielo signore, siete venuto a sedurmi o stuprarmi?
Samuel Masham (Joe Alwyn) “Sono un gentiluomo
Lady Abigail “Quindi a stuprarmi


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Rachel Weisz in una scena del film



Eccelsa la fotografia di Robbie Ryan che ci accompagna nel castello a luce di candela, con ritratti dal nero rembrandtiano e intensi i rallenty sulle nature morte e sui banchetti, rendendo ancora più disgustosi i modi e le eccentricità di corte, perditempo nella corsa delle aragoste e delle oche.

La scena finale è la voce della coscienza, ci ricorda che quando si prende in prestito la cattiveria per raggiungere il proprio scopo, utilizzando ogni bassezza, il conto che ci si presenta è assai caro ed è in fondo quello da cui Abigail voleva scappare, infangandosene.

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una scena dal film “la favorita”


“The favourite” approderà nei cinema statunitensi il 23 novembre 2018 e a gennaio 2019 in quelli italiani.

Trailer ufficiale:



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Venezia 75, “Doubles vies” di Olivier Assayas

MOSTRA D’ARTE INTERNAZIONALE CINEMATOGRAFICA – VENEZIA ’75

Doubles vies” di Olivier Assayas è un film sulla conversazione, dialoghi fittissimi e ritmi serrati, quasi la sceneggiatura fosse destinata al teatro.

Quello che racconta il regista è nient’altro che quello che conosce: l’ambiente parigino, fatto di dialoghi ping-pong, calici di vino alla mano, sigarette alla bocca, salotti borghesi, cafè caotici e pasti consumati nella zona living.

Lo spazio è ristretto, gli amici fanno tutti parte dell’editoria francese, ma spicca Alain (Guillame Canet), editore di successo che deve scontrarsi con l’evoluzione digitale. Questo è il tema su cui si concentrano gli infiniti dialoghi, briosi, accesi, che innescano alcuna risposta ma infinite domande.

Se qualcuno rimane legato alla cara vecchia carta, altri come Laura (Christa Theret), giovane imprenditrice nel campo dei media e amante di Alain – sì perché tutti, nessuno escluso, hanno una doppia vita – tenta di portarlo nelle new era, convincendolo con citazioni dai grandi classici, da “Il Gattopardo“di Giuseppe Tomasi

Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi“.

Fulmini e saette i dialoghi, zampillano da un salotto alla maison degli amici, i personaggi hanno sempre quell’aria noncurante, ma così borghesemente intellettuale, un poco dirty, può essere il capello arruffato o una briciola a terra, un dito succhiato tra un Bordeaux e una omelette o una shirt stropicciata, ma questa è Parigi, ça va sans dire.

Voluta forse la superficialità contenutiva, scandita da cliché e concetti ripetuti all’infinito, una leggerezza che rispecchia i personaggi, traditori (anche Selena, la moglie di Alain interpretata da una brillante Juliette Binoche, ha una storia con Leonard, lo scrittore depresso e a tratti infantile), bugiardi, menzogneri, ma per necessità (Leonard è in grado solo di raccontare storie autobiografiche, portando così la sua vita privata sulla bocca di tutti, intervistatori ambigui e compagna consapevole). Quest’ultima, un personaggio che Assayas vuol renderci antipatico dalle prime scene, cinico, distaccato, calcolatore, risulta invece essere l’unico a non fare il doppio gioco. Lei, che deve destreggiarsi tra i disastri dell’uomo politico che assiste per lavoro, è invece una compagna fedele, che ama incondizionatamente i difetti di Leonard, quelli che lo rendono poi così buffo e facile preda, lei che ama senza chiedere niente in cambio, regalerà la scena più toccante del film, annunciando che, dentro di sé, attende una nuova vita.

‘Doubles vies’ uscirà in Italia a gennaio 2019 distribuito da I Wonder Picture.


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