Archive for novembre, 2018

L’uomo proibito e l’unicità dei rapporti umani

L’uomo proibito è un cortometraggio italiano del regista Tiziano Russo, prodotto da ABOUT DE FILM. Si tratta di un viaggio incredibile che prende avvio da una missione spaziale sino a coinvolgerne una che riguarda tutti, la vita.


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E’ pertanto il racconto di un’avventura umana di cui Andrea è il protagonista. Dopo aver contratto un virus in seguito a una missione spaziale, si ritrova ad affrontare tutte le difficoltà che comporta doversi relazionare con la figlia e la moglie, con tutte le sfumature e le sensazioni che necessariamente ne derivano. L’attenzione si concentra pertanto sulla quotidianità, in tutta la sua spontaneità. E’ un cortometraggio colmo di parole taciute, silenzi, riflessioni pensate e accennate, ma anche spazi vuoti.


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E’ dunque un’analisi attenta dei rapporti umani, dove ognuno dei personaggi ha una missione superiore: conoscere se stesso attraverso l’altro e superare i propri limiti.


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Il cortometraggio si serve di una fotografia delicata, che diviene pertanto la metafora perfetta della fragilità, quella stessa fragilità che caratterizza inevitabilmente la condizione umana e l’esistenza, e di cui spesso ce ne dimentichiamo facendone un problema.


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https://it-it.facebook.com/pg/uomoproibitoshort/reviews/?ref=page_internal

Intervista a Chiara Cordeschi: “In ogni foto c’è una parola chiave, qualcosa che ogni donna sente di dover portare sulle spalle”

Chiara Cordeschi è una giovanissima fotografa originaria della Sardegna. Nonostante la giovanissima età, si è subito fatta notare per le sue immagini minimali ma al tempo stesso emotivamente potenti.


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Nonostante la giovane età, la sua è una fotografia che ha tanto da raccontare. Come nasce l’ultimo progetto?


Be a Woman è nato quasi casualmente. Circa otto mesi fa la mia creatività era “a maggese”, da un po’ non fotografavo il corpo e nel mentre cercavo di assimilare nuovi stimoli. Era appena iniziata la mia ossessione per Andres Serrano – di lui mi aveva particolarmente colpita la serie Body Fluids (1986-1990). Una mattina ho capito che era giunto il momento di scattare, ma avevo dei dolori fortissimi per via del ciclo mestruale; così ho coniugato le due cose ed è nata la foto “In my period”. E’ da quella foto che ha preso il via l’intero progetto.


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Quando ha iniziato a fotografare? Ci racconta un aneddoto?


Avevo circa tredici-quattordici anni quando i miei genitori mi hanno regalato la prima compatta digitale, era il regalo della cresima. All’inizio fotografavo piccoli dettagli naturali – texture, fiori, piante, qualche paesaggio. Ma poco dopo ho iniziato a rivolgere l’obiettivo verso me stessa. In sostanza desideravo vedermi in terza persona. Oggi so che è stata una forma di auto-terapia e auto-consapevolezza inconscia – una pratica che ho scoperto essere comune in molte fotografe, come la Camporesi, la Ghizzoni, la Woodman. Solo dopo, il gesto dell’autoritrarmi ha assunto un carattere più consapevole e controllato.


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C’è un’immagine a cui è emotivamente legata? Quale e perchè?


Sento un legame con tutte, ogni foto porta con sé significati, situazioni e problemi specifici. Ma se dovessi scegliere, ne sceglierei due in particolare. La prima è “The pyramid of duties”, in cui ho quattro scatole impilate sulla schiena: in ogni foto c’è una parola chiave che per me richiama un dovere, qualcosa che ogni donna sente di dover portare sulle proprie spalle. Quella è la fotografia più faticosa che io abbia mai realizzato, intendo proprio a livello fisico. E’ difficilissimo impilare quattro scatole sulla propria schiena, mantenere l’equilibrio, tenere in mano il telecomando per lo scatto e controllare l’inquadratura. La seconda foto è ‘’Failed marriage’’, una foto di matrimonio dei miei genitori con della cenere sopra i loro volti che si baciano. Quella fotografia mi ha permesso di tornare al trauma e sublimarlo di nuovo. Quando la guardo mi ricordo che io sono una parte di ciò che è rimasto di quel matrimonio, che oggi non esiste più.


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C’è qualcosa che preferirebbe non raccontare nelle sue immagini?


Non c’è qualcosa che non racconterei. Mi piace pensare a un’idea di nudità completa in quello che faccio – in senso fisico, espressivo, concettuale, e anche biografico. Metto me stessa totalmente a disposizione della fotografia e di chi guarda, chiunque mi chieda qualcosa, rispondo con onestà e non c’è qualcosa che ometterei, siamo esseri umani. I miei problemi e le mie paure non sono molto diverse da quelle degli altri.


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Quanto conta l’estetica nella sua fotografia?


Direi che conta tantissimo. Quasi sempre, ormai, prima di scattare una fotografia faccio qualche scarabocchio su un foglio, questo mi permette di prevedere in anticipo problemi di tipo estetico. Prediligo ambienti asettici perchè per me l’obiettivo è connotare il soggetto e farlo coincidere con il concetto o con l’idea che ho in mente. Un ambiente pieno o specifico
aggiunge informazioni da decodificare; in questo senso cerco di togliere e ridurre all’osso, credo che aumenti una potenziale comunicazione diretta.


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Quali sono i fotografi che ammira particolarmente?


Senza dubbio Andres Serrano, per il suo realismo crudele e provocatorio; Philip Toledano e la finlandese Elina Brotherus per il modo di autoritrarsi; Franco Fontana, un’eccellenza se parliamo di essenzialità ed equilibrio compositivo. Ma ci sono tutta un’altra serie di artisti che ammiro e mi ispirano e che – sì hanno utilizzato la fotografia, ma non soltanto – come la performer Gina Pane, l’artista visuale polacca Aneta Grzeszykowska, lo svizzero Urs Lüthi e l’iraniana Shirin Neshat.


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Attualmente, si sente più donna o più bambina?


Diciamo che mi sento una bambina nel corpo di una donna.


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Se dovesse associare una parola alla sua idea di fotografia, quale sceglierebbe?


Sceglierei la parola “Autentica”. La fotografia si può costruire, manipolare, comporre, scomporre, ma credo non debba mai perdere il suo carattere sincero; concettualmente ed emotivamente parlando (per me) deve richiamare qualcosa di vero – il che non significa necessariamente reale, esistente in senso fisico, bensì sentito, voluto, cercato, profondo.


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Qual è l’aspetto a cui presta maggiore attenzione mentre fotografa?


Mentre scatto, sicuramente l’estetica, la composizione e la luce (uso solo luce naturale, quindi presto molta attenzione all’esposizione e alle ombre). Ma per me è fotografia anche la fase progettuale e ideativa. Lì le forze si concentrano nella traduzione metaforica di un pensiero in immagine, che è più difficile del comporre correttamente uno scatto; fatto questo, realizzarlo è semplice.


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Le immagini di Chiara sono il frutto di un’attenta autoanalisi, sono il racconto di sé. Il modo in cui lo fa è probabilmente d’impatto, grazie allo stile minimale con cui riduce all’essenzialità i concetti, ma al tempo stesso molto delicato. Nelle sue immagini, infatti, convivono la donna e la bambina. E’ una fotografia che solo apparentemente provoca, in quanto è il riflesso attento e sincero di una persona dotata di una spiccata sensibilità artistica e emotiva.


https://www.chiaracordeschi.com/

Il collezionismo di Margherita Sarfatti in mostra a Milano

Il collezionismo, nel Novecento, ha sempre visto Milano come capitale italiana degli appassionati e conoscitori d’Arte. Ora, il capoluogo lombardo dedica una mostra a una delle sue più grandi esponenti, Margherita Sarfatti.

Baccio Maria Bacci, Il figliol prodigo, 1925, Museo del Novecento, Milano

Baccio Maria Bacci, Il figliol prodigo, 1925, Museo del Novecento, Milano



Al Museo del Novecento, con un’appendice al MART di Rovereto, infatti, è allestita un’esposizione, curata da Danka Giacon e Anna Maria Montaldo, in collaborazione, per l’allestimento, con lo Studio Bellini, che intende rappresentare la Sarfatti come ambasciatrice italiana dell’Arte del Novecento. Dal 21 settembre 2018 al 24 febbraio 2019, presso la sede museale di Piazza Duomo, è possibile ammirare una piccola pinacoteca di opere di artisti dei primi trentacinque anni del Novecento, con cui la donna, in un certo qual modo, “ha avuto a che fare”, per dirla con il linguaggio di oggi, soprattutto nei suoi scritti.

Umberto Boccioni, Crepuscolo, 1909, Collezione privata

Umberto Boccioni, Crepuscolo, 1909, Collezione privata



 

Felice Casorati, Meriggio, 1923, Museo Revoltella, Trieste

Felice Casorati, Meriggio, 1923, Museo Revoltella, Trieste



 

Achille Funi, Il bel cadavere, 1919-20, Collezione Boschi Di Stefano, Milano

Achille Funi, Il bel cadavere, 1919-20, Collezione Boschi Di Stefano, Milano



 

Ubaldo Oppi, I vetri di Murano, 1925, Museo del Novecento, Milano

Ubaldo Oppi, I vetri di Murano, 1925, Museo del Novecento, Milano



Margherita Grassini nacque a Venezia nel 1880 da una ricca famiglia di origine ebraica. Nei suoi anni giovanili ebbe, come insegnanti, personaggi come Pompeo Molmenti, e frequentò, grazie ai rapporti di amicizia del padre, anche letterati come Gabriele d’Annunzio. Punto di svolta della sua vita fu il matrimonio, nel 1898, con l’avvocato milanese Cesare Sarfatti, da cui prese il cognome. Trasferitasi a Milano nel 1902 e affascinata dal socialismo professato dal marito, Margherita conobbe Anna Kuliscioff e scrisse, come critica d’Arte, sull’Avanti. Collaborando con il noto giornale socialista, conobbe un uomo, di lì a poco destinato a diventare direttore del giornale, Benito Mussolini. Tra i due nacque una relazione, destinata a durare per vent’anni e che avrebbe segnato anche la sua carriera collezionistica e giornalistica, visto che iniziò a scrivere per il Popolo d’Italia di Mussolini nel 1918. Inizialmente scettica sul ruolo dell’Italia nella Prima Guerra Mondiale, la Sarfatti si schierò con gli interventisti, salvo pentirsene dopo il tragico evento, che la sconvolse, avvenuto ad Asiago pochi mesi prima della fine del conflitto, quando il figlio Roberto, arruolatosi nel Regio Esercito, perse la vita in un’imboscata. Dopo essersi ripresa dallo shock, si dedicò interamente all’Arte e alla Teoria Politica, con un sempre maggiore attaccamento a Mussolini: se, da un lato, divenne direttrice editoriale della rivista Gerarchia, fondata dal futuro duce, dall’altro divenne una delle galleriste e collezioniste più importanti di Milano. Fondamentale fu il suo salotto di Corso Venezia, dove, insieme a letterati di peso, frequentò artisti come Medardo Rosso. Il 1922 fu l’anno della sua svolta critica: insieme al gallerista Lino Pesaro, fondò il gruppo chiamato Novecento italiano, i cui artisti mescolavano ritorno all’ordine, realismo magico e toni ancora futuristi, come prova il Manifesto di Sironi, in mostra. I maggiori rappresentanti di questo momento artistico furono lo stesso Sironi, Leonardo Dudreville, Achille Funi, Ubaldo Oppi. La Sarfatti, forte della sua relazione con Mussolini, cercò di creare un manifesto dell’Arte fascista, e ciò, accompagnato dalla sua adesione al nuovo regime nel 1925, condusse vari pittori ad allontanarsi dal gruppo. Rimasta vedova nel 1924, Margherita riprese la relazione, ormai sempre più segreta, con Mussolini, tanto da scrivere una sua biografia e trasferirsi a Roma nel 1929, ma, pochi anni dopo, la situazione tra i due iniziò a scricchiolare. Con la linea sempre più intransigente del fascismo, la Sarfatti iniziò a scontrarsi con Mussolini, fino alla rottura definitiva dovuta alla sua opposizione alla guerra d’Etiopia e all’alleanza con i nazisti. Con le leggi razziali del 1938, la Sarfatti lasciò l’Italia per la Francia e, poi, per il Sud America. Rientrò nel 1947, dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale e del fascismo, vivendo gli ultimi quindici anni della sua vita appartata nella sua villa di Cavallasca, sopra Como, dove morì nel 1961.

Anselmo Bucci, Gli amanti sorpresi, 1920-21, Palazzo Cangi Neri, Fossombrone

Anselmo Bucci, Gli amanti sorpresi, 1920-21, Palazzo Cangi Neri, Fossombrone



 

Leonardo Dudreville, Amore discorso prima, 1924, Collezione Fondazione Cariplo, Milano

Leonardo Dudreville, Amore discorso prima, 1924, Collezione Fondazione Cariplo, Milano



 

Gian Emilio Malerba, L'attesa, 1916, Galleria Antologia, Monza

Gian Emilio Malerba, L’attesa, 1916, Galleria Antologia, Monza



Mario Sironi, Ritratto di Margherita Sarfatti, 1916-17, Collezione Privata, Roma

Mario Sironi, Ritratto di Margherita Sarfatti, 1916-17, Collezione Privata, Roma



Senza questa parte biografica, risulta difficile capire questa mostra, comprensiva di circa novanta opere che attestano, anche tramite le parole stesse della Sarfatti nei suoi scritti, l’affermazione del gusto di Novecento in Italia e in Europa. Più che un percorso biografico, la mostra si propone al visitatore come un racconto di immagini dipinte e scolpite riguardanti la vicenda critica, artistica e politica di Margherita. Sono state, infatti, selezionate opere di artisti che hanno frequentato i salotti milanesi della donna, che hanno esposto alle mostre da lei organizzate e che hanno segnato un’epoca. Basti citare il novarese Felice Casorati, artista molto apprezzato dalla Sarfatti ed esponente di una Pittura trasognata, che ammira il nudo nella sua perfezione classica, ma in vena decadentista, chiamata Realismo Magico, come prova, in mostra, l’opera Meriggio, da abbinare al bellissimo ritratto di Rosso di San Secondo, eseguito dal romano Cipriano Efisio Oppo, grande amico della donna. In mostra, sicuramente, le opere più degne di nota sono le vedute e il nudo di quel Carlo Carrà che, al momento, è celebrato nel contiguo Palazzo Reale con una grande esposizione personale, ma anche le opere di Achille Funi, dai colori giotteschi, o quelle di Ubaldo Oppi, che segnano un ritorno all’ordine dell’Arte italiana del primo Rinascimento, come provano, del primo, Il bel cadavere, e, del secondo, il bozzetto per la pala d’altare di San Venanzio.  Anche la scultura ha il suo ruolo all’interno della mostra, e il personaggio predominante è quell’Adolfo Wildt che apre idealmente la mostra con il classicheggiante ritratto di Margherita Sarfatti e la chiude con il busto di Mussolini proveniente dalla Galleria d’Arte Moderna di Via Palestro. Non mancano, però, anche riferimenti all’universo futurista, ammirato, in gioventù, da Margherita, come provano le opere di Boccioni, oppure alla moda degli anni ’20, con le bellissime ragazze ritratte da Bucci, Malerba e Marussig. Tutto questo compendio di Storia dell’Arte mira a dimostrare come Margherita Sarfatti fu, oltre che una delle prime grandi conoscitrici di Pittura e Scultura del nostro Novecento, una figura di svolta per la nascita di un moderno sistema dell’Arte in Italia, secondo un rapporto osmotico tra artista, collezionista e gallerista, che avrebbe segnato anche gli sviluppi futuri del “fare Arte”, modernamente inteso, nel nostro Paese.

Carlo Carrà, Il leccio, 1926, Museo del Novecento, Milano

Carlo Carrà, Il leccio, 1926, Museo del Novecento, Milano



 

Leonardo Dudreville, Partita di calcio, 1924, Museo del Novecento, Milano

Leonardo Dudreville, Partita di calcio, 1924, Museo del Novecento, Milano



 

Pietro Marussig, Donne al caffè, 1924, Museo del Novecento, Milano

Pietro Marussig, Donne al caffè, 1924, Museo del Novecento, Milano



 

Mario Stroppa, Viale tra Milano e Sesto San Giovanni, 1909, Collezione privata

Mario Stroppa, Viale tra Milano e Sesto San Giovanni, 1909, Collezione privata



 

Margherita Sarfatti
Museo del Novecento, Milano
Orari Milano: lunedì 14.30-19.30 martedì, mercoledì, venerdì e domenica  9.30-19.30 giovedì e sabato 9.30-22.30
Biglietti: intero 10 euro ridotto 8 euro
Info Milano: www.museodelnovecento.org www.electa.it


SIMON CRACKER SS19 #TEENDRAMA

SIMON CRACKER SS19 #TEENDRAMA

Simon Cracker presenta #TEENDRAMA collezione SS19 (no gender), un percorso di ricordi d’infanzia che anche gli adulti vogliono rivivere, vogliono sentire nuovamente sulla pelle, mascherandosi e ingannando il tempo con un cocktail di cliché e stereotipi incorniciati e messi in mostra come in un museo.

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La passerella diventa un lampo temporale dove, dalla nascita caratterizzata dai tessuti e modelli infantili, si arriva a tutte le fasi dell’adolescenza: la ribellione, l’anarchia dei tredici anni, il ballo del diploma e il lancio nell’età adulta.

La SS19 trae ispirazione dalla generazione X che non si vuole staccare dalla mamma. Complice la crisi, la ricerca del lavoro e diversi fattori personali, più del 50% dei giovani d’oggi non vuole lasciare la casa in cui è cresciuto, per paura di diventare adulto. Altalenante sarà quindi questa doppia personalità, la parte adulta e quella bambina che giocano in passerella, sfidandosi a vicenda.



Anche la palette cromatica si focalizza sui toni pastello, che riporta al ricordo dei giocattoli in gomma dei neonati, ai pattern delle copertine dei quaderni di scuola, ai libri illustrati da colorare. L’attaccamento del figlio alla mamma e l’attaccamento della mamma al figlio, entrambi a livelli quasi ossessivi come nel rapporto tra Norma e Norman nel film Psycho prima e nella serie tv Bates Motel dopo, sono stati d’ispirazione per creare dei capi che unissero le due figure, la madre e il figlio, nella stessa silhouette. Un percorso che porta alla realizzazione di abiti perfettamente interscambiabili tra lui e lei.

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Simone Botte, founder di Simon Cracker, commenta:

Immagino una squadra di mammoni ed eterni ragazzini. Ho lavorato su alcune caratteristiche infantili: tute da neonato, pannolini e vestiti troppo grandi per essere indossati da un bambino. Da qui prende forma la collezione in cotone naturale e popeline stampato, con texture e grafiche infantili, personaggi noti tra nerd come le tartarughe ninja, imperdibili gadget per eterni bambini e collezionisti. Proprio in collaborazione con Nickelodeon ho voluto celebrare i 30 anni delle Teenagers Ninja Mutant Turtles, che si ritrovano su diversi capi della collezione”.

Punto cardine della nuova stagione è il consolidamento del progetto NORMAL PEOPLE, che ha l’obbiettivo di vestire con lo stesso capo tipologie di persone dalle taglie differenti, grazie alla particolare costruzione degli abiti. Per questo sfilano in passerella persone reali selezionate tramite street casting, normal people che indossano con nonchalance i capi artistici, ma al contempo easy to wear, della collezione Simon Cracker.

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Il rapporto tra Milano e il cinema in mostra a Palazzo Morando

Milano, per la Storia del Cinema italiano, ha sempre avuto un ruolo di primo piano, sia come set per le pellicole che come spazi di produzione.

Vittorio Gassman sul set del film "Audace colpo dei soliti ignoti (1959), Archivi Farabola

Vittorio Gassman sul set del film “Audace colpo dei soliti ignoti (1959), Archivi Farabola



Le vicende che legano la Settima Arte al capoluogo lombardo sono al centro della mostra Milano e il cinema, allestita nelle sale al pianterreno di Palazzo Morando dall’8 novembre 2018 al 10 febbraio 2019. Curata da Stefano Galli e organizzata dal Comune di Milano e Direzione Musei Storici (nell’ambito dell’iniziativa Novecento italiano), con il patrocinio della Regione Lombardia e con la collaborazione di archivi storici fotografici ed editoriali, la mostra si propone come un percorso storico, per luoghi, ma soprattutto per film, del rapporto che lega Milano al Mondo del Cinema italiano. Si tratta di un racconto fotografico, condotto in particolare attraverso rare foto di scena effettuate durante le riprese o tramite fotogrammi delle pellicole, ma anche con l’esposizione di manifesti originali, locandine e memorabilia vari, che rendono ragione di quanto Milano, prima dell’ascesa romana, fosse la vera capitale italiana della Settima Arte.

Esterno del cinema Excelsior, Milano, 1973, Archivi Farabola

Esterno del cinema Excelsior, Milano, 1973, Archivi Farabola



Fino a circa quindici anni fa, Corso Vittorio Emanuele era un pullulare di sale cinematografiche, dall’Odeon in Via Santa Radegonda fino all’Excelsior della Galleria del Corso, ma anche in zone più distaccate non mancavano i luoghi di proiezione, dal mitico Maestoso di Piazza Lodi al Colosseo di Piazza Cinque Giornate e allo Splendor di Viale Gran Sasso, oltre ai numerosi cinema d’essai e a luci rosse di cui Milano era piena. Al giorno d’oggi, l’esplosione di Netflix e il concentrarsi delle sale nei grandi multisala di periferia e dell’hinterland hanno inferto un colpo mortale a questi vecchi cinema, spesso costretti a chiudere per trasformarsi in grandi store di brand di moda o, addirittura, lasciati al degrado e all’abbandono, come prova il caso del De Amicis di Via Camminadella. Alcuni resistono, l’Odeon, il Colosseo, il Ducale di Piazza Napoli, così come, tra le sale minori, l’Ariosto e il Beltrade di Via Oxilia. Bene, la mostra non vuole essere una rievocazione nostalgica dei tempi che furono, ma un racconto di quanto Milano ha dato al Cinema, e quanto esso ha dato alla metropoli.

Dario Fo e Franca Rame in Piazza Mercanti durante le riprese del film "Lo svitato" (1955), Archivi Farabola

Dario Fo e Franca Rame in Piazza Mercanti durante le riprese del film “Lo svitato” (1955), Archivi Farabola



In origine, infatti, sin da fine ‘800, Milano era stata la prima città italiana a installare proiettori in sale destinate al pubblico e a importare l’invenzione francese dei fratelli Lumiere: la prima venne realizzata a Turro, tra gli attuali Viale Monza e Via Bolzano, con una maestosa copertura che arrivò dalla Stazione Trastevere di Roma, in via di ristrutturazione. Per tale motivo, iniziò a svilupparsi una nuova industria cinematografica, con piccole case di produzione e teatri di posa, di cui i più famosi erano collocati accanto alla chiesa di San Cristoforo, in quello che oggi è un distretto creativo, mentre allora era una zona ampiamente periferica e malfamata. Tale industria iniziò a lavorare a numerosi film muti, con attrici famose come Lyda Borrelli, e sopravvisse fino all’ascesa del regime fascista. Mussolini, nel nome della retorica trionfalista, decise di spostare a Roma l’industria cinematografica italiana, fondando quella che, oggi, è Cinecittà. Milano conobbe circa vent’anni di declino ma, dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, in città, rinacque una fiorente filiera di produzione cinematografica.

Comparse che interpretano degli spazzini fotografate in Piazza del Duomo durante la lavorazione di una scena del film Miracolo a Milano di Vittorio De Sica, 1951; ©ArchiviFarabola

Comparse che interpretano degli spazzini fotografate in Piazza del Duomo durante la lavorazione di una scena del film Miracolo a Milano di Vittorio De Sica, 1951; ©ArchiviFarabola



Il percorso fotografico della mostra parte proprio da qui. A fine anni ’40, i film “dei telefoni bianchi”, così chiamati per gli apparecchi di bachelite adoperati dagli attori per chiamarsi durante le riprese, non vennero più girati solo a Roma, ma anche a Milano. La vera esplosione, però, avvenne con gli anni ’50, quando Milano tornò a essere luogo di produzione e set per tantissime pellicole, e il neorealismo diede una svolta a questa tendenza. Si creò una dicotomia, quasi un duello, tra Milano e Roma. Se la capitale rimase il luogo privilegiato per la produzione dei grandi kolossal o per i capolavori di Rossellini, Germi e De Sica, Milano divenne un luogo di cinematografia indipendente e un set per tantissimi film e attori che fecero Storia, dallo stesso De Sica a Lucia Bosè. I film degli anni ’50 erano pellicole per lo più di evasione, storie d’amore, costruite sullo sfondo di una città ancora alle prese con la ricostruzione post-bombardamenti, come provato dal primo film del maestro Michelangelo Antonioni, Cronaca di un amore, ma non mancarono anche pellicole che raccontavano il boom economico della città, come Miracolo a Milano, di Vittorio De Sica. Da citare anche uno degli episodi più comici del nostro cinema, come Totò, Peppino e… la malafemmina, la cui scena cult è quella con i due protagonisti napoletani, Totò e Peppino De Filippo, che, cercando di fare i settentrionali, chiedono, in Piazza Duomo, a un “ghisa” informazioni in un grammelot misto di francese, partenopeo ed espressioni più o meno lombarde. Di questo periodo sono anche le prime comparse, sul grande schermo, di quelli che sarebbero stati numi tutelari dello spettacolo milanese, come Dario Fo e Franca Rame.

Adriano Celentano fotografato con la troupe in Piazza Duca d'Aosta durante la lavorazione del film Super rapina a Milano di cui è interprete e regista; accanto a lui, Pietro Vivarelli (regista non accreditato); Milano; 27/08/1964;

Adriano Celentano fotografato con la troupe in Piazza Duca d’Aosta durante la lavorazione del film Super rapina a Milano di cui è interprete e regista; accanto a lui, Pietro Vivarelli (regista non accreditato); Milano; 27/08/1964;



 

Manifesto del film "Cronaca di un amore"

Manifesto del film “Cronaca di un amore”



 

Manifesto del film "Miracolo a Milano"

Manifesto del film “Miracolo a Milano”



Gli anni ’60 segnarono l’esplosione di un cinema diverso, più legato ai cambiamenti della città, sia dal punto di vista urbanistico che da quello demografico: irruppero, nella Storia del Cinema, i primi fenomeni migratori dal Sud verso il Nord, ed emblematico è Rocco e i suoi fratelli di Luchino Visconti, così come il personaggio milanese del “cumenda”, l’uomo arricchitosi con il boom economico che, dal nulla, era diventato ricco, magistralmente interpretato da Tino Scotti e che avrebbe fatto scuola per gli anni ’80, con i personaggi interpretati da Guido “Dogui” Nicheli, ma anche per imprenditori che avrebbero scalato le vette del potere politico in nome del “mi consenta” o del “ghe pensi mì”. La protagonista, però, rimase sempre Milano, non più solo una città legata al centro produttivo, ricco e dei locali, ma anche dei quartieri periferici e dei casermoni dormitorio in cui Rocco e i fratelli vivono e scoprono la vita autentica, oltre che delle industrie, come l’Alfa Romeo del Portello, dove molti meridionali realizzarono il loro sogno d’integrazione che li ha portati, talvolta, a essere più milanesi dei milanesi stessi. Il film di Visconti è un caso archetipico, ma anche altre pellicole immortalarono una Milano “in fieri”: è il caso di Ieri, oggi, domani, sempre di De Sica, da molti ricordato per il celebre spogliarello di Sophia Loren davanti a Marcello Mastroianni: i due attori hanno girato anche alcune scene a Milano, in particolare una che li raffigura a bordo di una bellissima spider nera, simbolo del miracolo economico, sul cavalcavia che conduce da Rogoredo a San Donato, sullo sfondo del nuovo centro direzionale ENI, chiamato Metanopoli. Forse un altro simbolo, per antonomasia, della Milano che cambiava e che diveniva, ancora di più città internazionale, cosmopolita e accogliente.

Totò e Peppino De Filippo durante le riprese di Totò, Peppino e la… malafemmina, 1956; ©REPORTERS ASSOCIATI & ARCHIVI

Totò e Peppino De Filippo durante le riprese di Totò, Peppino e la… malafemmina, 1956; ©REPORTERS ASSOCIATI & ARCHIVI



 

Manifesto del film "Audace colpo dei soliti ignoti"

Manifesto del film “Audace colpo dei soliti ignoti”



 

Manifesto del film "La vita agra"

Manifesto del film “La vita agra”



 

Manifesto del film "Rocco e i suoi fratelli"

Manifesto del film “Rocco e i suoi fratelli”



Negli anni ’60 e all’inizio dei ’70, Milano fu anche il set per molti film di protesta, legati alla contestazione giovanile, ma anche il luogo privilegiato per nuovi terreni di ricerca e sperimentazione cinematografica, come l’animazione, in cui spiccò il genio di Bruno Bozzetto e nel cui solco vennero create trasmissioni televisive cult per tanti bambini di allora, come Carosello, lo spettacolo dopo cui i nostri papà e le nostre mamme dovevano sempre andare a letto.

Cinema Capitol (Cinema Capitol via Croce Rossa, anni '50

Cinema Capitol (Cinema Capitol via Croce Rossa, anni ’50



Gli anni ’70, per Milano, furono un periodo molto vivo, ma, spesso, anche drammatico, con una contestazione sempre maggiore e, sovente, con scontri tra esponenti di opposte fazioni. In un momento come questo, accanto al cinema più legato al sociale, si affiancò un genere, quello “poliziottesco”, in cui si raffigurava la Polizia come unico rimedio contro il crimine dilagante: titoli come Milano Calibro 9 segnarono un’epoca, con attori come Tomas Milian, Luc Merenda, Gastone Moschin, Barbara Bouchet e molti altri. Di questo periodo, sono esposte, in mostra, alcune locandine storiche.

da sin.) Renato Salvatori, Luchino Visconti, Claudia Cardinale e Alain Delon in una pausa durante la lavorazione del film Rocco e i suoi fratelli (1960) di Luchino Visconti; Milano, 26/02/1960; ©Archivi Farabola

da sin.) Renato Salvatori, Luchino Visconti, Claudia Cardinale e Alain Delon in una pausa durante la lavorazione del film Rocco e i suoi fratelli (1960) di Luchino Visconti; Milano, 26/02/1960; ©Archivi Farabola



 

Manifesto del film "Milano calibro 9"

Manifesto del film “Milano calibro 9”



Gli anni ’80 segnarono la nascita della “Milano da bere”, per citare uno spot di un noto amaro, e varie pellicole misero in evidenza il fenomeno della scalata sociale sullo sfondo dei cantieri del nuovo centro direzionale di Porta Garibaldi, come Yuppies dei fratelli Vanzina. Tra gli attori compaiono i nomi di Massimo Boldi, Jerry Calà ed Ezio Greggio, che frequentarono la vera fucina cinematografica della Milano degli anni ’80, ovvero il Derby di Via Monte Rosa. Questo locale divenne, con il passare del tempo, un vero e proprio cabaret, da cui presero le mosse attori come il simbolo degli anni ’80 milanesi, Renato Pozzetto, Cochi Ponzoni, Teo Teocoli, ma anche un figlio di emigrati pugliesi che, meglio di altri, interpretò alla perfezione il ruolo del nuovo milanese “cient’ pe’ cient'”: Diego Abatantuono. Di quest’epoca, spiccano le foto di scena del capolavoro di Pozzetto, Il ragazzo di campagna, con Artemio che arriva in Piazza San Babila in trattore, o quelle di Un povero ricco, con la bellissima Ornella Muti in short che attende lo stesso Pozzetto a Porta Venezia. Di Abatantuono meritevoli sono le foto di Ecccezzziunale… veramente, soprattutto quella che lo ritrae insieme agli amici storici del Derby, Boldi, Teocoli e Ugo Conti.

Locandina del film "Un povero ricco"

Locandina del film “Un povero ricco”



 

Manifesto del film "Lui è peggio di me"

Manifesto del film “Lui è peggio di me”



La logica conclusione della mostra sono le immagini della Milano della droga e dello sballo di Fame chimica (2003), ma anche di quelle di Call me by your name (2017) di Luca Guadagnino, in cui la meraviglia di Villa Necchi Campiglio si fonde con l’atmosfera fatata in cui vivono i borghesissimi e annoiati protagonisti, o ancora di più, a chiusura del cerchio, la scena degli Sdraiati (2017) di Francesca Archibugi, con la battaglia tra vecchi e giovani che si svolge sullo sfondo di una futuribile Piazza Gae Aulenti.

Milano e il Cinema
Palazzo Morando, Via Sant’Andrea 6, 20121 Milano
Orari: martedì-domenica 10.00-20.00; giovedì 10.00-22.30
Biglietti: 12,00 € intero, 10,00 € ridotto
Info: www.mostramilanoeilcinema.it; 02 88465735

Freddy veste corpo e mente – collezione Spring Summer 2019

FREDDY COLLEZIONE DONNA Primavera Estate 2019 
MADE TO #MOVEYOURMIND

Yoga come trend del momento ma anche come obiettivo per la propria forma fisica.

Le palestre si riempiono, il numero di iscritti aumenta, il benessere psicofisico sale in vetta alla lista per importanza, e anche la moda deve stare al passo.

Freddy accontenta i gusti delle donne e le veste in ogni loro passo, ogni scelta è accompagnata da capi di tendenza e ultra moderni, comodi ma anche “stylish“.




In nome dei codici estetici dello yoga, Freddy crea una collezione 100% made in Italy con capi eco-friendly, pensati, disegnati e prodotti totalmente in Italia.

Una collezione spring summer 2019 ricchissima, nei colori, nei modelli, nei tessuti e per ogni momento della giornata.

Palette cromatica vasta con azzurri carta da zucchero, bordeaux, salmone, fucsia, giallo limone e i classici bianco e nero.







Con Freddy il total look è “intelligente” e di stile; il brand riconferma infatti la partnership con Brugnoli™, rinomata azienda italiana specializzata in tessuti tecnici, che ha creato e brevettato la tecnologia Br4™, attraverso cui un processo produttivo ecosostenibile utilizza poliammide 100% bio-based (EVO by Fulgar®) ricavata dalla pianta del ricino.

Il tessuto è innovativo, leggero e ad elevata elasticità, e grazie al filato scelto, evita la formazione di cattivi odori e ha un’ottima coibenza termica, proteggendo il corpo dalle variazioni di temperatura.








Dalla combinazione della tecnologia Br4 e il tessuto D.I.W.O.® (Dry In Wet Out) di Freddy, nasce BIO D.I.W.O.® che è una vera rivoluzione: basso peso specifico, alta velocità di asciugatura, batterio-staticità, coibenza termica ed eco-sostenibilità, sono i punti di forza di questo tessuto.


Per chi non rinuncia allo stile né alla forma fisica, Freddy propone top, canotti, t-shirt, felpe, superfit e WR.UP®

Forme nuove per il pantalone che diventa pantapalazzo o la felpa dal fit che sottolinea il punto vita.


La capsule collection O-RUB vista da Riccardo Lancia

O-RUB è una capsule collection, il nome significa Onice e Gomma, Onyx and Rubber, creata su sei pezzi.

Qui fotografata da Riccardo Lancia, è completata da accessori e materiali di riciclo quali gomma vulcanizzata presa dalle camere d’aria per le ruote delle auto.

Foto Riccardo Lancia

Stylist Enrica Camminante

Model Sean Cubito

Mua/Hair Stylist Sara De Monte

Location Studio Interno36

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Van Gogh fa il giro del mondo e approda per la prima volta a Bari

Da novembre a gennaio “Van Gogh alive – the experience” animerà il teatro barese Margherita, che riapre per l’occasione grazie agli importanti lavori di restauro e riquilificazione dopo ben 35 lunghi anni di chiusura.


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La mostra è proprietà del gruppo australiano di “Grande Exhibitions” ed ha già riscosso un grossissimo successo, facendo il giro per tutto il mondo e passando da  Emirati Arabi, Pechino, Cracovia e Budapest: soltanto a Roma ha fatto battere il cuore a più di 138mila visitatori.


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A differenza delle mostre abituali, lo spettatore si ritrova completamente immerso nei grandi quadri dell’artista olandese (più di 30000 immagini) proiettata su grandi display, colonne, muri e persino i pavimenti della struttura, servendosi della più recente tecnologia.


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Il visitatore si ritroverà pertanto a passeggiare tra i celebri girasoli, la notte stellata, i campi di grano, emozionandosi e facendosi coinvolgere dalle enormi immagini e dai sensi, approcciandosi in tal modo a una nuova e originale forma di fruizione artistica.


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http://grandeexhibitions.com/

Il plissè protagonista della collezione Giada Spring Summer 2019

GIADA COLLEZIONE PRIMAVERA / ESTATE 2019

Quanto poetico sia il plissé, ce lo racconta Gabriele Colangelo per la collezione GIADA Primavera Estate 2019.

Quella forma zig-zagata che ricorda i ventagli cinesi, oggetti così deliziosamente femminili, usati dalle geisha per sedurre e coprire la parte più sensuale del corpo: la bocca. Nasconde e svela il luogo del “detto” e “non detto“.

Il plissé, che col suo ondeggiare ci riporta alle conchiglie di mare, con le sue forme e quel moto di movimento continuo, come le onde da cui nascono.

Il plissé è protagonista di una collezione che ha come comune denominatore l’eleganza e la delicatezza dei colori e dei tessuti.

Giada Primavera Estate 2019 si apre con un oggetto di sperimentazione su tessuti eterogenei, dal binomio seta-nylon, alla leggerissima maglieria in filo trilobato proposta nei toni del verde, del bronzo e del rame.

Iridescenti le sfumature che regala il plissé applicato alle camicie, più grintoso il moderno approccio del plissé su pelle plongè, che crea un nuovo e attualissimo modello di trench.

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Ma la maggiore ispirazione GIADA arriva dal mondo dell’arte, e nelle opere di Victor Pasmore in particolare.

La sfumatura pittorica del lavoro di Pasmore torna sui capi, così come i giochi di linee che si toccano nei suoi disegni, viste come grandi aeree di terre dall’alto. Il colore ha un ruolo fondamentale, i verdi, i rosa e grigi freddi diventano tinte estive, su gonne, bluse e giacche dalla connotazione maschile.

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Il pantalone GIADA si differenzia dalla chiusura laterale delineata da un drappeggio, simile a quello che decora il collo dei dress andando a formare una lunga sciarpa, o diventando oggetto di layering quando sono proposti in chiffon cangiante bicolor.

La silhouette è fluida e mossa dal volume delle plissettature, che catturano la luce e decorano il look.
I tessuti considerati invernali vengono alleggeriti, come il cashmere in versione spolverino lavorato double. Anche le lane perdono pesantezza e vengono lavorate con mischie di seta, viscosa e cotone.

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Tocco di classe il gioiello decorativo. Elemento unito al capo, il gioiello ferma la cintura, decora l’abito, crea delle pieghe sul maxi dress segnando la vita, forma una scia luminosa sul polso della camicia.

Niente è dato per scontato, GIADA completa il look fino al dettaglio, dando vita ad una collezione Spring Summer 2019 sofisticata ed intelligente.

Sfoglia qui tutti i capi:




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BOUQUET DI FIORI ESOTICI L’ISPIRAZIONE ” LIBERA” DI DAIZY SHELY – COLLEZIONE SS19

UNA TAZZA DI TÈ NELLA CAMPAGNA FRANCESE – LUISA BECCARIA SS19

CLAUDE NORI E LA MAGIA DELL’ESTATE ITALIANA: ’’FOTOGRAFARE LA FELICITÀ È DAVVERO DIFFICILE”

‘’Fotografare la felicità è davvero difficile, forse più complicato che fotografare la miseria o le tragedie. È qualcosa d’impalpabile, una bolla di sapone che scivola tra le mani, che si fa fatica ad acchiappare perché dentro ci siamo noi e un gesto maldestro potrebbe farla scoppiare. Quando si è felici non si ha davvero voglia di fotografare, ma semmai di lasciarsi andare all’ebbrezza del momento, di bere, mangiare, baciare, sollevare corpi nel vortice di tutti i sensi.


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Non è come in letteratura, dove si può descrivere il profumo della pelle di una donna, il colore dei suoi occhi, anche se si è da soli in una stanza d’albergo. Con la fotografia bisogna astrarsi un attimo per pensare alla luce, all’inquadratura, alla composizione, agli oggetti ingombranti e fastidiosi, per comunicare quella felicità. E talvolta, se non funziona e l’armonia intorno a noi sfuma e scompare, allora, bisogna dirsi che è necessario rispettare questa legge di natura, non combatterla: non serve a niente imbrogliare in fotografia.’’


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In questi termini fotografici Claude Nori, l’abile fotografo francese, ha parlato della felicità. E la felicità, intesa come attimi quasi impercettibili, fa da sfondo a molte delle sue immagini dove è possibile intravedere donne a mare, coppie innamorate, passanti: tutti intenti a vivere in pieno la magia dell’estate.
La casa editrice Postcart propone ora il libro “Un’estate con te“, versione rivista e arricchita di Un été italien del fotografo francese.


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Le località marittime italiane hanno da sempre molto affascinato Nori, tant’è vero che, facendo da sfondo a innumerevoli film neoralisti, sono divenute un vero e proprio emblema della cultura italiana. Ed è a questa cultura che Claude s’ispira attraverso le sua fotografia e i suoi viaggi a partire dal 1982.


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I protagonisti sono per lo più adolescenti intenti a trascorrere in assoluta spensieratezza una giornata soleggiata. Le sue sono immagini dense di emozioni, evocative e sono assolutamente in grado di ricreare negli occhi di chi le osserva la magia che recepisce chi s’impegna a cogliere onestamente l’intensa felicità racchiusa in una tipica e genuina estate italiana.


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http://www.claudenori.com/

La magia del Romanticismo in mostra a Milano

Romanticismo è una parola che evoca, in tutti noi, grande suggestione, perché ci ricorda episodi epici della nostra Storia o suggestioni letterarie di grandi eroi e di storie d’amore. Ora, a questo fenomeno, è dedicata una grande mostra a Milano.

Il Romanticismo è il protagonista della mostra, curata dal professor Ferdinando Mazzocca, che, tra le due sedi delle Gallerie d’Italia e del vicino Museo Poldi Pezzoli, intende indagare e mettere in evidenza l’apporto italiano a questo fenomeno internazionale, non solo artistico, ma anche letterario e filosofico. Dal 26 ottobre 2018 al 17 marzo 2019, le due sedi museali ospitano circa duecento opere, tra Pittura e Scultura, soprattutto di artisti italiani, ma con apporti anche francesi e tedeschi, che sono testimonianza di quanto l’Italia divenne un centro di sviluppo del dibattito sul ruolo degli Intellettuali e degli Artisti nella nuova società, figlia della Rivoluzione Francese, ma in decisa controtendenza rispetto a essa. La nostra Penisola poté godere di questo ruolo grazie alle correnti di pensiero francesi e tedesche che, mediate dai rapporti che i Savoia e gli Asburgo avevano oltralpe, giunsero anche a Torino, a Milano e in Veneto, per poi espandersi a Roma e a Napoli, segnando gli sviluppi culturali e politici del nostro Paese. Varie delle opere esposte in mostra non sono mai state nel nostro Paese, ed è per questo motivo che la mostra milanese rappresenta un’occasione eccezionale.

Giuseppe Pietro Bagetti, Sacra di San Michele, 1825-30, Torino, Palazzo Reale

Giuseppe Pietro Bagetti, Sacra di San Michele, 1825-30, Torino, Palazzo Reale



Storicamente il Romanticismo ha due estremi temporali. La data d’inizio di questo fenomeno è il 1815, anno in cui, a Vienna, Inghilterra, Francia, Russia, Austria-Ungheria e Prussia si misero a un tavolo per ristabilire l’Ancien Regime, l’ordine monarchico abbattuto dalla Rivoluzione e dalle conquiste napoleoniche, mentre quella finale è il 1848, quando l’Europa venne sconvolta da moti borghesi, esattamente come lo era stato quanto visto nel 1789 in Francia, che decretarono la seconda fine delle monarchie assolute e sancirono la nascita degli Stati liberali.

Giuseppe Pietro Bagetti, Notturno con effetto di luna, 1820-30, Torino, Palazzo Reale

Giuseppe Pietro Bagetti, Notturno con effetto di luna, 1820-30, Torino, Palazzo Reale



All’interno di questo contesto si colloca la vicenda artistica e culturale del Romanticismo. Verrebbe da chiedersi “cosa è stato il Romanticismo?”. Darne una definizione è molto difficile e complesso, perché questo fenomeno ha avuto diverse sfaccettature a seconda del Paese in cui si è sviluppato, ma ha anche accentuato, per la prima volta, sforzi internazionali di collaborazione tra le Arti. Il Romanticismo, nelle Arti, prese le mosse dalla contestazione del primato razionalista del Neoclassico, affermatosi sotto Napoleone, e dalla rivalutazione del Medioevo, periodo considerato “oscuro” nel Seicento e nel Settecento, sulla spinta dell’iperbole barocca e del decorativismo trionfale rococò. Vennero rivalutate le forme artistiche medievali, archi a sesti acuti, volte ogivali e quant’altro, con una particolare predilezione per il Gotico. Non a caso, i primi fenomeni pre-romantici vennero dall’Inghilterra, dove l’architettura gotica non si era mai spenta del tutto, con le poesie di Thomas Gray e le incisioni di William Blake, in cui si mescolavano elementi onirici al recupero dell’architettura gotica e delle rovine delle antiche abbazie della campagna inglese. Anche in Germania, Caspar David Friedrich dipinse paesaggi mozzafiato della sua Greifswald, con tramonti eccezionali e occasioni di meditazione all’interno di rovine gotiche. In area tedesca, si coniò il termine Sturm und drang, ovvero quel tentativo titanico di raggiungere l’infinito attraverso la Natura ed, elemento nuovo, il sentimento. Il Romanticismo fu l’epoca dei Sentimenti, e, non a caso, l’amore fu il primo a essere rivalutato, all’interno di poesie e romanzi dedicati a tali temi.

Massimo D'Azeglio, Lo studio del pittore a Napoli, 1827 ca., Torino, GAM

Massimo D’Azeglio, Lo studio del pittore a Napoli, 1827 ca., Torino, GAM



Anche in Italia si rivalutò il Medioevo dopo la grande epoca barocca e neoclassica, che produsse geni da Bernini a Pietro da Cortona, da Tiepolo a Canova. Con un elemento in più: la Politica. Rivalutazione del Medioevo significava riprendere il periodo glorioso dell’epoca dei Comuni, in cui le città italiane si amministrarono da sole, liberandosi dai gioghi dei potenti stranieri. Quindi, per i Romantici nostrani, rivalutare il Medioevo significava lottare per liberare il Paese, e rendere l’Italia, come scrisse Mazzini “unica e indivisibile”, sotto una sola bandiera, contro i dominatori austriaci, contro il Papa e contro i Borbone al Sud. La rivalutazione italiana del Medioevo avvenne in chiave architettonica, specie nel Triveneto, con le opere di Selvatico (la chiesa di San Pietro a Trento) e Jappelli (il Caffè Pedrocchi a Padova), ma anche attraverso la Letteratura, con i romanzi e le opere teatrali, tra gli altri, di Manzoni, Tommaso Grossi e Giovanni Berchet, tutti attivi nella capitale romantica che fu la Milano austriaca del Primo Ottocento. L’elemento che, forse, caratterizzò maggiormente il Romanticismo italiano fu lo Storicismo: i nostri artisti assorbirono le caratteristiche delle tendenze estere, rivestendole, però, nella maggior parte dei casi, da patine di revival storico. Nacquero così le figure di Renzo e Lucia alla base dei Promessi Sposi, ma anche molte delle scene dipinte da Hayez e Molteni, nonché i grandi libretti per le opere, musicate, più tardi, da Verdi e Rossini. Anche in Italia i sentimenti entrarono nello scenario artistico e culturale, e l’amore fu il principale: ne divennero simboli i due amanti danteschi Paolo e Francesca, oppure Romeo e Giulietta ritratti da Hayez sullo sfondo di una Verona fiabesca.

Salvatore Fergola, Notturno a Capri, 1848, Napoli, Museo della Certosa di San Martino

Salvatore Fergola, Notturno a Capri, 1848, Napoli, Museo della Certosa di San Martino



Senza queste coordinate risulta difficile orientarsi in mostra. L’esposizione prende le mosse dalla rivalutazione della Natura e della realtà di Friedrich, con tre opere mai viste in Italia, affiancate ad altre, realistiche ma interiorizzate, del veronese Carlo Canella e di un giovane Massimo D’Azeglio, che, più tardi, sarebbe diventato genero di Manzoni, nonché uno dei patrioti padri dell’Unità d’Italia. Lo stesso D’Azeglio, insieme a Bagetti, rappresenta la sezione successiva, dedicata ai paesaggi piemontesi, dalla Natura incontaminata ma anche, dalle suggestioni britanniche, vista l’attrazione per i fenomeni atmosferici mediata dalla teoria del sublime di Blake. Tali elementi caratterizzano anche i paesaggi della terza sezione, opere di scuola lombarda, di artisti come il bergamasco Marco Gozzi, dal taglio scenografico e drammatico, ma anche dai colori intensi e scintillanti dei vigneti di Franciacorta ritratti dal genovese Giuseppe Bisi. Segue una parte dedicata alla notte, non più tenebrosa come la intendeva la pittura barocca erede di Caravaggio, ma come elemento onirico e di attrazione verso l’ignoto e l’infinito, come provano le vedute di Bagetti, del veneto Ippolito Caffi e del napoletano Salvatore Fergola. Un’altra sezione è dedicata a Napoli e al suo scenario unico al Mondo, al suo Golfo e al Vesuvio che domina la città e ne definisce lo scenario: vi sono esposte opere prevalentemente di artisti locali, come Fergola o Giacinto Gigante, o di stranieri come Pitloo o Scedrin, in cui venne immortalata la “Grande Bellezza” di una città e di un territorio unico al Mondo.

Salvatore Fergola, Tifone nel Golfo di Procida, 1842, Napoli, Palazzo Reale

Salvatore Fergola, Tifone nel Golfo di Procida, 1842, Napoli, Palazzo Reale



Dalla veduta di esterni si passa a quella di interni, molto contigua alla scena di genere ereditata dal Settecento e dalle prove veneziane dei Guardi e dei Longhi. Per i romantici, la veduta di interni divenne racconto realistico di vita vissuta all’interno di edifici e monumenti storici: è nata in questo modo la “Pittura Urbana” che, specie a Milano, tendeva a rappresentare scene quotidiane all’interno delle chiese della città. In mostra, sono testimonianze di questa fase le prove del bresciano Angelo Inganni e del piemontese Giovanni Migliara, che raffigurarono l’interno del Duomo di Milano pullulante di gente, secondo un’ottica civile di rivalutazione del nostro passato. Sempre all’interno di questo filone, si collocano le vedute dei Navigli, elemento caratterizzante di Milano, dello stesso Inganni, affiancate a scene di vita sui canali di Venezia e sulla Senna a Parigi, dipinte da Bisi, Canella e Caffi.

Caspar David Friedrich, Il sognatore, 1835, San Pietroburgo, Ermitage

Caspar David Friedrich, Il sognatore, 1835, San Pietroburgo, Ermitage



 

Caspar David Friedrich, Finestra sul parco, 1836-37, San Pietroburgo, Ermitage

Caspar David Friedrich, Finestra sul parco, 1836-37, San Pietroburgo, Ermitage



La passione per la Storia emerge nella successiva sezione dedicata ai Promessi Sposi. Alessandro Manzoni emerge come simbolo del Romanticismo per antonomasia, con il suo mix culturale di rivalutazione del Medioevo (evidente nella tragedia Adelchi), spirito cattolico e impeto per un’Italia unita. Di ritratti di Manzoni ne sono esposti tre, il più famoso e solenne di Hayez e quelli pensierosi e trasognati di Massimo D’Azeglio e di Giuseppe Molteni, accanto a opere che raffigurano i personaggi del romanzo manzoniano, tra cui spicca la bellissima Lucia di Eliseo Sala. Uno dei generi più significativi della Pittura romantica fu il ritratto, a cui è dedicata la sezione successiva; i nomi di spicco di tale genere sono Hayez e Molteni, insieme agli scultori Vincenzo Vela e Alessandro Puttinati. I loro ritratti non sono più pura ufficialità, come lo erano quelli settecenteschi di Reynolds o di Batoni, ma diventano specchi di sentimento, di interiorità, come prova la Contessa Teresa Zumali Marsili di Hayez, figura tutt’altro che ideale ma che manifesta forte personalità, oltre che un pizzico di malinconia. Alla donna, e in particolare al nudo femminile, preferito, per sensualità, a quello maschile, è dedicata la sezione apposita, in cui spicca la Schiava dell’Harem di Hayez, dallo sguardo distaccato, accanto all’Orgia di Torquato della Torre, opera di intento moralistico, come prova il teschio in basso, ma anche di forte carica erotica. Il trait d’union con la sezione dedicata alla Pittura sacra è la fantastica Meditazione di Hayez, in cui l’elemento erotico, espresso dai capelli corvini e dai seni candidi, si fonde con lo sguardo malinconico e con il volto rigato dalle lacrime di Maria, simbolo di una nuova visione, più umana e meno canonica, della scena sacra. Sul campo del sacro si mosse Manzoni, a definire una nuova visione della Fede e della Provvidenza, ma anche gli artisti romantici seppero rivalutare le scene “da chiesa” e bibliche in un’ottica meno ieratica e più sentimentale, come provano le quattro versioni dell’Educazione della Vergine di Trecourt, Carnovali, Coghetti e De Albertis. In quest’ottica di umanità, i Romantici seppero dare dignità agli ultimi, al proletariato urbano, il cui riscatto sarebbe stata una delle basi filosofiche e antropologiche della seconda metà del XIX secolo: la miglior prova di ciò sono i ritratti degli Spazzacamini di Molteni, neri di fuliggine ma profondamente umani, quanto gli altezzosi aristocratici ritratti dallo stesso e da Hayez.

Francesco Hayez, La Meditazione, 1851, Verona, Galleria d'Arte Moderna

Francesco Hayez, La Meditazione, 1851, Verona, Galleria d’Arte Moderna



 

Francesco Hayez, Ritratto della contessa Teresa Zumali Marsili con il figlio Giuseppe, 1833, Lodi, Museo Civico

Francesco Hayez, Ritratto della contessa Teresa Zumali Marsili con il figlio Giuseppe, 1833, Lodi, Museo Civico



 

Francesco Hayez, L'Innominato, 1845, Collezione Privata

Francesco Hayez, L’Innominato, 1845, Collezione Privata



 

Eliseo Sala, Lucia Mondella guarda dalla finestra se ritorna il suo fidanzato nel giorno stabilito per le nozze, 1843, Collezione Privata

Eliseo Sala, Lucia Mondella guarda dalla finestra se ritorna il suo fidanzato nel giorno stabilito per le nozze, 1843, Collezione Privata



L’ultima sezione è dedicata alla Pittura di Storia, tema romantico per antonomasia, in cui spiccano eroi simbolo della lotta sentimentale (Romeo e Giulietta) e per la libertà politica (Caterina Cornaro) ritratti da Hayez accanto ad altre figure, come il patriota greco Marco Botzaris, ritratto da Lipparini, Riccardino Langosco, di Pasquale Massacra, o Francesco Ferrucci, immortalato da De Albertis, le cui scene di martirio prefigurano il sacrificio che ogni uomo doveva essere disposto a fare per combattere l’oppressore, cacciarlo e realizzare il sogno dell’Unità d’Italia.

Francesco Podesti, Il Tasso declama la "Gerusalemme liberata" alla Corte estense, 1831-34, Ancona, Pinacoteca Civica

Francesco Podesti, Il Tasso declama la “Gerusalemme liberata” alla Corte estense, 1831-34, Ancona, Pinacoteca Civica



L’appendice, al Museo Poldi Pezzoli, ruota intorno alla figura dell’artista, ma si ricollega alla Pittura di Storia attraverso raffigurazioni di grandi italiani, come Torquato Tasso, Francesco Petrarca e Raffaello, opere del marchigiano Francesco Podesti e del ligure Gaetano Gandolfi, che sono, sì, scene in costume, frutto di storicismo, ma anche racconti di gloria di qualcuno che, in passato, aveva reso onore al nostro Paese con i suoi servigi letterari e artistici. Capolavoro di Luigi Mussini è il Trionfo della Libertà, opera manifesto e simbolo del Romanticismo, con tutti i grandi dell’umanità, da Platone a Dante, da Colombo a Galileo, in adorazione davanti al simulacro che rappresenta l’ideale romantico per eccellenza, il cammino verso il progresso. Sono, poi, esposti, alcuni autoritratti, da quello eroico e già bohemien del romagnolo Tommaso Minardi nel suo studio a quello tra amici di un beffardo Hayez, insieme a quelli curiosi di Guardabassi, con un pappagallo e del bolognese Guardassoni con una delle prime raffigurazioni dello strumento che avrebbe posto la parola fine a questo genere pittorico: una macchina fotografica.

Francesco Hayez, Autoritratto in un gruppo di amici, 1827, Milano, Museo Poldi Pezzoli

Francesco Hayez, Autoritratto in un gruppo di amici, 1827, Milano, Museo Poldi Pezzoli



Concludono la mostra le raffigurazioni dei moti del 1848, tra cui spicca, per crudezza e commovente semplicità, la Trasteverina colpita da una bomba di Gerolamo Induno, opera di denuncia degli orrori della guerra, che, già allora, indignava e raccoglieva, anche tra gli artisti, impeti pacifisti.

Giuseppe Molteni, Un ragazzetto venditore di latte con una capra, 1837, Collezione Privata

Giuseppe Molteni, Un ragazzetto venditore di latte con una capra, 1837, Collezione Privata



 

Giuseppe Molteni, Ritratto della contessina Anna Pallavicino Trivulzio, 1848, Milano, Museo Poldi Pezzoli

Giuseppe Molteni, Ritratto della contessina Anna Pallavicino Trivulzio, 1848, Milano, Museo Poldi Pezzoli



Romanticismo
Gallerie d’Italia, Piazza della Scala 6, 20121 Milano – Museo Poldi Pezzoli, Via Manzoni 12, 20121 Milano
Orari: Gallerie d’Italia, 9.30-19.30 (giovedì fino alle 22.30, lunedì chiuso); Museo Poldi Pezzoli, 10.00-18.00 (giovedì fino alle 22.30, martedì chiuso)
Biglietti: 10,00 € accesso a una sola mostra; 7,00 € accesso alla seconda previa presentazione del biglietto della prima
Info: http://www.gallerieditalia.com/it/milano/mostra-romanticismo/

ORIGABS SPECIAL EVENT La collaborazione con l’artista Camilla Falsini

ORIGABS SPECIAL EVENT
La collaborazione all’insegna del colore con l’artista Camilla Falsini


Gabs, marchio da sempre sinonimo di colore, ironia e trasformazione, lancia la speciale Origabs Capsule Collection in collaborazione con l’artista e illustratrice Camilla Falsini (su instagram @camillafalsini).

Origabs spinge ancora oltre il concetto di trasformabilità, prendendo ispirazione dalla tecnica degli origami per creare nuove forme grazie a differenti modi di piegare la borsa. Uno styling continuo in base al proprio outfit, una soluzione ideale per chi viaggia per avere, in poco spazio, una borsa che si adatta a occasioni d’uso diverse, che ti accompagna dal giorno alla sera. Un progetto innovativo che sarà presentato tramite le illustrazioni di Camilla Falsini, che con Gabs condivide l’amore per i colori vitaminici e le forme geometriche.

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L’artista (nata a Roma, dove vive e lavora) si muove tra pittura e illustrazione con un percorso già importante di collaborazioni sia per le opere murali e street-art, sia per le collaborazioni con importanti brand, case editrici e riviste.

Per la collaborazione con Origabs ha realizzato in esclusiva sei tavole ognuna raffigurante un animale (dal felino al serpente fino all’uccello) che interpreta un modello della collezione e saranno utilizzate sia per le vetrine del negozio, sia per quelle previste in Rinascente. Ogni opera è una sorta di carta da gioco (creata a sua volta giocando con le forme delle borse e degli animali), dalle linee minimali e dai colori forti. Ognuna di queste creature trasporta su di sé la borsa le cui forme hanno dato vita al proprio corpo trasformandosi in elementi grafici all’interno delle illustrazioni e creando giochi illusionistici.



Commenta Camilla Falsini: “Origabs è segno, modularità ed essenza. Ho trovato in questo una profonda sintonia con il mio lavoro, dove una geometria può essere un naso, un orecchio o un volto. Scomponendo le borse della linea Origabs ho scoperto una miriade di rettangoli, trapezi e triangoli, ricomponendoli ho creato squame di serpente, pinne di pesce e piume d’uccello. Ho così scomposto gli elementi delle borse e le ho poi ricombinate giocandoci, come in un caleidoscopio, usandoli per creare figure surreali di animali. E proprio nel mondo animale osserviamo magnifiche trasformazioni e una straordinaria varietà di forme e colori”.

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La linea Origabs si compone di tre modelli, due borse e un portafoglio che sono proposti nei colori platino, canna di fucile, ossidiana e rosso. Il modello Yoko (in vitello laminato lavato) è una borsa piatta a due manici, trasformabile anche in vaso e bauletto.

I tagli della pelle prendono l’ispirazione dal mondo degli origami e permettono di piegarla in diversi modi. Inoltre tramite i bottoni si riescono a fissare, creando diverse forme: a vaso, a bauletto, e piatta. In più i tagli permettono anche di schiacciarla a fisarmonica, così da ridurne al minimo l’ingombro per trasportarla in valigia.

Il secondo modello, Mitsuko, è una pochette piatta che si può trasformare a vaso o a parallelepipedo, diventando un piccolo beauty, oltre alla forma a fisarmonica, ideale per il trasporto in valigia.

Una capsule speciale pensata per completare un look sempre elegante con un tocco più audace, perfette per le festività natalizie e le occasioni più glamour.

La lingerie vicina alle donne! Lisca collezione FW 18/19

LISCA LINGERIE COLLEZIONE AUTUNNO INVERNO 2018/19 


L’intimo Lisca è davvero vicino alle donne. Tutte le collezioni sono state pensate per soddisfare gusti ed esigenze di ciascuna e per ciascuna fisicità.

Giocosa e colorata, la collezione Lisca Autunno Inverno 2018/2019 si compone di capi dai dettagli seducenti, impreziositi da pizzi, velluti e ricami fioriti.



La palette colori è ricca e varia dal magenta al verde petrolio, dal più delicato panna al più seducente granata scuro.

Le linee “Fashion”, “Caroline”, “Bella”, “Selection” e “Cheek by Lisca”, sono studiate per essere tra le scelte di tutte le donne, dalle “curvy” a quelle che preferiscono una vestibilità classica e comoda, preferendo uno stile minimal ed essenziale, come la serie “Bella” in morbida microfibra e senza cuciture, nuovo fiore all’occhiello del basic di Lisca.



Tagli studiati e dettagli boudoir per la serie “Caroline” con la novità cromatica del rosso rubino; trasparenze, inserti velvet touch e una vestibilità perfetta che sorregge il seno e ne regala una forma piena e giovane. Il nuovo bra “Spacer Comfort” arriva fino alla coppa F e, grazie agli interni in schiuma, dona un sostegno ottimale.



La corsetteria più raffinata e quella più sexy con dettagli che risaltano le forme è affidata alla serie “Selection” di Lisca.

Destinata a donne che vogliono variare il proprio intimo nel guardaroba e a coloro le quali vogliono indossare un capo intimo come sottogiacca, come vuole la tendenza. Il must have di stagione è il reggiseno a T con ricami; la collezione si completa di maglie in pizzo elasticizzato da indossare anche senza reggiseno per un effetto vedo/non vedo.








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Quella lettera sul corpo – Genny collezione Spring Summer 2019

COLLEZIONE GENNY PRIMAVERA ESTATE 2019

Da sempre uniformità è noia e pericolo, le “mode” stanno diventando “appartenenze al gregge“, la tendenza è quella di copiare e seguire presunti “influencer” che di gusto ed estetica poco ci capiscono.

Si ottiene così un monotono e grigio processo in serie, tutti sono vestiti allo stesso modo, tutti vogliono somigliarsi, con l’enorme rischio – e purtroppo è diventata triste realtà – di diventare “plastica a buon mercato”, a partire dalla faccia.

In ambito moda, dove grandi maison vengono acquistate da altri marchi e dove vengono bruciati milioni di abiti invenduti, altri rimangono fedeli a se stessi e si aggrappano, nell’ispirazione, a quello che è classicità e tradizione.




Sara Cavazza, alla direzione artistica di Genny, fa un viaggio nell’oriente più immortale per la collezione Spring Summer 2019.

Il kimono viene reinterpretato utilizzando tessuti che danno corpo e struttura a spalle; le giacche vengono impreziosite dal dettaglio della obi-belt con organza e un tocco futuristico di pvc, presente anche nei maxi abiti con cristalli.


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Le silhouette degli abiti sono morbide e fluide, regalano movimento e leggerezza; l’organza delle camicie è stampata e ricorda una lettera scritta a mano, come quella di una geisha che, devota, dopo aver fatto l’amore, recapitava al proprio amante.

Riferimenti letterari e scritte con impeccabile grafia, ciascuna di loro sceglieva la washi, una carta fatta a mano, e la decorava con un tenero bocciolo o con un ramoscello autunnale a seconda della stagione, oltre a qualche goccia di profumo.


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Sempre femminile e armonioso, il look Genny si completa degli ankle boots in organza con inserti in pvc e tacchi metallici; sulle borse la seta e la maglia metallica contrastano in forza e resistenza nelle forme squadrate delle clutch.

Sfoglia qui l’intera collezione Genny Primavera Estate 2019:




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L’Arte di Francesco Pedrini in mostra alla Galleria Milano

Galleria Milano è uno spazio, nel centro della metropoli meneghina, da sempre rivolto allo sperimentalismo e al rapporto tra le varie forme d’Arte, a cavallo tra Pittura, Scultura e Fotografia.


Dal 18 ottobre al 6 dicembre 2018, la Galleria ospita una mostra dedicata all’artista Francesco Pedrini. Per lui, si tratta di un ritorno, nello spazio espositivo di Via Manin, in quanto aveva già esposto, in una personale intitolata Nebula, in cui affrontava il rapporto dell’uomo con il cielo, e quindi, con l’infinito. Sempre a questi due elementi, è dedicata la mostra attuale, intitolata Gli strumenti del cielo.


Francesco Pedrini è nato a Bergamo nel 1971. Dopo gli studi all’Accademia Carrara di Belle Arti nella città natale, si è trasferito a Venezia, dove ha ottenuto la laurea magistrale allo IUAV. Terminati gli studi, ha iniziato una carriera di artista che lo ha portato a esporre in varie Gallerie del Mondo. Sue mostre personali si sono tenute a Bergamo, Torino, Buenos Aires, Tirana e Berlino, così come ha esposto in collettive a Rimini, Venezia, Merano e Istanbul.


Francesco Pedrini è un artista affamato di infinito. In fondo, il suo è uno streben romantico verso il cielo, verso quella Natura che vede, come Burke, in maniera sublime e panica. Il suo afflato lo porta all’ascolto dell’elemento celeste, ed è questa la base più profonda della sua nuova mostra. Per poter ascoltare ci servono degli strumenti, che siano tramiti ma anche che producano, su di noi, effetti pari alle note prodotte da una chitarra o da una tromba. In questo senso, Pedrini si avvicina molto a Garutti e alla sua opera Egg, in Piazza Gae Aulenti: l’idea di voler ascoltare l’indeterminato, l’intangibile è la base del suo lavoro. Il suo ascolto è anche osservazione del fenomeno immateriale, che ci porta a produrre immagini, segni tangibili di questa esperienza.


Francesco Pedrini, Strumento

Francesco Pedrini, Strumento




Gli Strumenti esposti in mostra sono prova di tutto ciò, ma partono, anche, da un’esperienza storica profondamente drammatica per l’umanità, ovvero la Grande Guerra. Questi oggetti erano, infatti, usati dai soldati, un secolo fa, per intercettare l’arrivo degli aerei nemici: in fondo, anche questa è un’esperienza di ascolto del cielo e dell’infinito! Pedrini non ha certo utilizzato questi attrezzi per le sue opere, ma ne ha tratto spunto, in quanto, partendo dalle immagini fotografiche poste sulle pareti, ha collocato i suoi Strumenti, sculture in legno, rame e ottone, al centro della sala, ricostruendo, in questo modo, il momento di cattura della percezione dell’infinito attraverso un’ipotetica orchestra dell’ascolto in grado di captare il silenzio alla base dell’infinito. Le opere alle pareti prendono il nome di Momenti, e sono composte di ossidi in polvere di minima quantità, su cui l’artista ha soffiato, registrandone, poi, il peso (riportato nei titoli delle opere). Il loro titolo è ispirato all’etimologia latina della parola, momentum, ovvero quel peso minore in grado di inclinare e muovere la bilancia.


Francesco Pedrini, Momento

Francesco Pedrini, Momento




Tornadi sono un work in progress iniziato nel 2012, tratto da immagini d’archivio dei siti meteo. Partendo da ciò, Pedrini ha realizzato disegni con polveri e pigmenti, con l’obiettivo di indagare l’elemento atmosferico della tromba d’aria, ormai sempre più spesso di attualità, ma anche di stabilire un rapporto dialettico con gli strumenti di ascolto del cielo, a forma di tromba, rendendo concreto il tentativo di raggiungere l’intangibile.


Francesco Pedrini, Tornado

Francesco Pedrini, Tornado




La logica conclusione della ricerca di Pedrini è data da Taken, lavoro sugli archivi di Alexander Graham Bell, l’inventore del telefono. Chi più di lui seppe sfruttare le potenzialità dell’infinito e del cielo per creare un sistema di comunicazione che avrebbe reso le persone sempre più vicine con il passare dei decenni? L’opera consiste in fotografie raffiguranti gli esperimenti di Bell sugli aquiloni tetraedrici, che furono alla base delle prime macchine volanti inglesi. Queste opere raffigurano cieli e distese infinite, ma anche del rapporto di Bell con la moglie Mabel, la quale diviene simbolo della comunicazione tra l’uomo e l’indeterminato senza fine, attraverso il veicolo chiamato amore. Come il cielo, anche l’amore è infinito, e il disegno di Pedrini raffigura Bell e Mabel imbrigliati in un reticolo di linee, allusione alle barriere legate alla sordità della donna, da cui, solo attraverso l’amore, si può evadere, verso l’infinito e tornare “a riveder le stelle” (Dante, Inferno, XXXIV, 139).


Francesco Pedrini. Gli strumenti del cielo.
Galleria Milano, Via Manin 13 – Via Turati 14, 20121 Milano
Orari: martedì-sabato 10.00-13.00, 16.00-20.00
Ingresso gratuito
Info: o2. 29000352; [email protected]