Archive for dicembre, 2018

Il rapporto tra Picasso e l’antico in mostra a Milano

Tutti sappiamo quanto Pablo Picasso sia stato il più grande sperimentatore della Storia dell’Arte del Novecento e quanti stili pittorici abbia affrontato nelle sue opere, ma il rapporto del genio di Malaga con l’antico è un nuovo elemento d’indagine.

Pablo Picasso, Il Bacio, 1969, Museo Picasso, Parigi

Pablo Picasso, Il Bacio, 1969, Museo Picasso, Parigi



Proprio questo è il tema della mostra milanese dedicata a Picasso, nelle sale di Palazzo Reale. Dal 18 ottobre 2018 al 17 febbraio 2019, l’esposizione ha l’obiettivo di sviluppare l’analisi sul rapporto tra la sua Arte e la mitologia classica, con la curatela di Pascale Picard. La mostra è promossa e prodotta da Comune di Milano e MondoMostre Skira ed è la tappa milanese di un progetto, promosso dal Museo Picasso di Parigi, che prevede il prestito di circa duecento tra opere del maestro andaluso e oggetti di Arte antica provenienti dalle più svariate istituzioni espositive d’Europa. La mostra, inoltre, è l’ultimo omaggio di Milano a Pablo Picasso, dopo l’esposizione di Guernica nel 1953, nella Sala delle Cariatidi, e le monografiche del 2001 e del 2012.

Pablo Picasso, L'abbraccio, 1970, Museo Picasso, Parigi

Pablo Picasso, L’abbraccio, 1970, Museo Picasso, Parigi



Chi si aspetta una mostra interamente dedicata a Picasso rimarrà dubbioso, perché questa esposizione, intitolata Picasso. Metamorfosi non è una mostra in toto sul pittore di Malaga, ma un’indagine, un percorso, all’interno del suo rapporto con l’antico e il mito, in particolare con quello classico, greco, ellenistico e romano. Picasso è, a tutti gli effetti, un genio, nel senso etimologico del termine, colui che crea pensando e plasma a immagine e somiglianza dell’uomo, e una tale figura di artista non può che gettare radici nella classicità, nella filosofia di Platone e nel taumaturgo da lui teorizzato, una mente creatrice universale. Picasso ha sempre visto l’antico come fonte, non solo come semplice riferimento stilistico, per tutta la sua carriera, senza limitarsi a quel periodo di ritorno all’’ordine che contraddistinse tanti artisti del ‘900. L’antichità, quindi, diventa punto di partenza per un’indagine, antropologica e, per certi versi, psicoanalitica, sull’opera del maestro andaluso, che ci fa capire quanto i cambiamenti dell’Arte picassiana, le Metamorfosi del titolo (con riferimento a Ovidio), siano stati dettati dal recupero filologico di queste fonti.

Pablo Picasso, Il Bacio, 1929, Museo Picasso, Parigi

Pablo Picasso, Il Bacio, 1929, Museo Picasso, Parigi



La mostra si sviluppa attraverso sei sezioni, che illustrano il magma creativo di Pablo Picasso in relazione a sculture, mosaici, pitture murali e vasellame antico, per lo più proveniente da Roma, da Pompei o dalle città attiche e custodito tra Parigi, l’Urbe e Napoli. La prima sezione, dedicata al tema romantico del bacio, presenta due meravigliose tele di Picasso, Il bacio e L’abbraccio, affiancate a una scultura di Auguste Rodin, dedicata allo stesso tema, e a un dipinto di Ingres, Paolo e Francesca. Picasso ha sempre sperimentato formule creative dedicate al bacio, attingendo a un repertorio mitologico antico, caricato, però, di pulsione erotica e di passione per l’universo femminile, elementi tipici della sua produzione artistica, e ottenuto con la scomposizione della forma tipica del Cubismo, con l’obiettivo di aumentare la sensualità nelle sue opere.

Pablo Picasso, Il Pittore e la sua modella, 1955, Museo Picasso, Parigi

Pablo Picasso, Il Pittore e la sua modella, 1955, Museo Picasso, Parigi



 

Pablo Picasso, Nudo disteso, 1932, Museo Picasso, Parigi

Pablo Picasso, Nudo disteso, 1932, Museo Picasso, Parigi



La seconda sezione è dedicata al rapporto del pittore spagnolo con figure come Arianna e Minotauro. Punti di partenza sono le sculture ellenistiche come l’Arianna addormentata dei Musei Vaticani e il busto del Minotauro. Picasso fu sempre affascinato dalle figure ibride, metà uomo e metà animale, in quanto elementi che si collocavano a cavallo tra bene e male, tra vita e morte: fauni e Minotauro ne sono la perfetta espressione. I primi, sempre ebbri nei cortei dionisiaci, rappresentano l’atteggiamento tipico di Picasso, ubriaco di vita e di passione umana (incarnata dalla donna e dal suo corpo), come ben rappresentato dalle opere Fauno, cavallo e uccello (1936) e Testa di uomo barbuto (1938), ma anche nell’elemento del Minotauro c’è dell’autobiografico, con rimandi alle origini  dell’artista (il toro inteso come simbolo della Spagna), ma anche all’elemento sensuale e sessuale tipicamente picassiano. In tale direzione, si colloca la figura di Arianna, simbolo di bellezza femminile ma anche della potenza primigenia della donna: le odalische ritratte da Picasso sono palesemente ispirate alla posa dell’Arianna del Vaticano. Arianna è figura erotica, un trionfo di carica sessuale esaltata dalla sua bellezza, alternativa al modello etereo di Afrodite, e, per tale motivo, intorno a essa, il genio di Malaga sviluppa raffigurazioni  come il Minotauro, i fauni e altri esseri ibridi che rimandano all’amore (nel senso dell’Eros), alla guerra e alla passione, elementi tipici della sfera maschile mitologica, viste le molteplici opere raffiguranti Ares e Afrodite. Questi esseri, per Picasso, sono sempre visti come simbolo, oltre che della perpetua ebbrezza per la vita, anche delle pulsioni sessuali, mentre Arianna incarna più sfaccettature della passione amorosa e dell’emozione erotica, fino alle fantasie sul rapimento descritte anche dal mito.

Pablo Picasso, Fauno, cavallo e uccello, 1936, Museo Picasso, Parigi

Pablo Picasso, Fauno, cavallo e uccello, 1936, Museo Picasso, Parigi



 

Pablo Picasso, Testa di uomo barbuto, 1938, Museo Picasso, Parigi

Pablo Picasso, Testa di uomo barbuto, 1938, Museo Picasso, Parigi



Le due sezioni successive sono dedicate al rapporto che Picasso ebbe con il grande museo che, nella sua vita, frequentò maggiormente: il Louvre e, in particolare, le sue collezioni di Arte greca e romana. Picasso, sin da giovane, iniziò ad appassionarsi di Arte classica, approfondendola nel 1917, quando viaggiò tra Roma e Napoli alla scoperta dei tesori archeologici laziali e campani. La sua esperienza cubista fu mitigata dall’ispirazione classica anche grazie alle frequenti visite al grande museo di Parigi, dove trasse spunto per opere come il Piatto spagnolo decorato con donne e tori, palesemente frutto del modello del vasellame arcaico greco, ma anche per alcune figure sedute trattate con la scomposizione cubista che squarcia la canonicità dell’archetipo ellenistico. Picasso non si ferma al modello greco, ma va più indietro, alla ricerca delle origini figurative dell’Arte classica: al Louvre scopre gli etruschi, con le sculture filiformi in legno esposte in mostra, e recupera il repertorio degli Iberi, i primi abitanti della Spagna e del Portogallo, come provano le opere in bronzo ispirate agli antichi ex-voto di questi popoli.

Pablo Picasso, Piatto spagnolo con occhio e tori, 1957, Museo Picasso, Parigi

Pablo Picasso, Piatto spagnolo con occhio e tori, 1957, Museo Picasso, Parigi



La parte successiva è dedicata alla ceramica, che Picasso riscopre e che trasforma da oggetto d’uso a opera d’Arte. Il modello è sempre quello arcaico greco, ma anche il vasellame pompeiano attrae Picasso: il risultato sono splendide decorazioni vascolari, quasi neo-greche, ottenute su frammenti di contenitori da cucina o su terrecotte che riprendono i modelli antichi.

Pablo Picasso, Donna con mantiglia, 1949, Museo Picasso, Parigi

Pablo Picasso, Donna con mantiglia, 1949, Museo Picasso, Parigi



La logica conclusione della mostra è la raffigurazione delle Metamorfosi di Ovidio illustrate da Picasso nel 1931 per il volume edito da Albert Skira, accompagnata dalla scultura in ferro La donna in giardino (1932). La presentazione delle lastre incise ad acquaforte da Picasso mette ben in evidenza la prassi di creazione del libro d’artista ma anche di un’incisione che crea effetti autonomi rispetto al disegno, ma comunque sempre ispirati al vasellame antico. Sono esposti anche alcuni fogli della Suite Vollard, in cui l’artista è raffigurato nello studio con la modella, come un novello Pigmalione: le scene erotiche ricordano molto gli episodi legati al mito di Arianna e dei fauni, con un ritorno ciclico all’origine del percorso della mostra, al bacio e alla pulsione amorosa.

Pablo Picasso, La donna in giardino, 1930 Museo Picasso, Parigi

Pablo Picasso, La donna in giardino, 1930 Museo Picasso, Parigi



Picasso. Metamorfosi
Palazzo Reale, Piazza Duomo 12, Milano
Orari: Lunedì 14.30 – 19.30 (dalle 9.00 alle 14.00 riservato alle Scuole), martedì, mercoledì venerdì e domenica 9.30 – 19.30, giovedì e sabato 9.30 – 22.30
Biglietti: Intero 14,00 €, ridotto 12,00 €
Info: http://www.mostrapicassomilano.it/

La Biennale di Peggy Guggenheim in mostra a Venezia

Le ore che precedono la visita mi fanno rimbalzare il cuore al petto. Ogni volta che attraverso quella porta la immagino venirmi incontro con il suo sorriso contagioso o con qualche strambo occhiale creato da qualche strambo artista, poi mi prende per braccio come una vecchia amica e inzia a raccontarmi con l’entusiasmo di una bambina qualche sua marachella amorosa, il dettaglio divertente di un nuovo amante, la smorfia di sdegno dell’amata mogliettina. Mi invita a prendere il tè su un divano che dà le spalle a un’opera di Chagall e che fissa un Boccioni; quando gesticola, gli orecchini dipinti con minuzia da Yves Tanguy sprigionano una luce che mi commuove; poi mi sveglio da questo sogno ricorrente ogni qualvolta i miei piedi toccano Venezia, e più precisamente i pavimenti di Palazzo Venier dei Leoni, la casa che abitò Peggy, Peggy Guggenheim, quella figura che io vedo come una cara amica pur non avendola mai conosciuta.

In questo anno ricorre un evento importantissimo, si omaggia il 70mo anniversario della Peggy Guggenheim collection alla Biennale di Venezia. Era il 1948 quando espose per la prima volta, quando dopo una vita dedicata all’arte decise di approdare su quel romantico pezzo di terra avvolto dalla laguna ed esporre la sua intera collezione, tenuta insieme con fatica, con lacrime e tanta passione.

Fu Santomaso a darle il benvenuto, un artista veneziano che era solito pasteggiare nel ristorante “Angelo”, pagando il conto con un quadro e raccontando le più belle storie di Venezia. Fu lui a incoraggiare Peggy a esporre l’intera collezione alla XXIV Biennale di Venezia. E Peggy non se lo fece ripetere due volte, già affascinata dal clima dell’Italia, dal profumo degli alberi di cedro in fiore, dai possenti palazzi veneziani e da quella laguna calma che sembrava avvolgere tutto e riflettere una città inventata, un po’ fuori dal mondo.

Peggy Guggenheim durante l’allestimento del padiglione greco con Interno olandese II (1928) e Donna seduta II (1939) di Joan Miró, XXIV Biennale di Venezia, 1948


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Peggy Guggenheim sulla gradinata del padiglione greco con Interno (1945) della figlia Pegeen Vail, XXIV Biennale di Venezia, 1948


Peggy espose il frutto del suo amore, la sua unica ragione di vita, opere di artisti che aveva scovato e allevato come fossero figli suoi, ma innamorandosene come un’amante capricciosa. In Italia allora non si era ancora sentito parlare di surrealisti, di Giacometti, di Brancusi, di Arp e Pevsner e l’aria bigotta della Biennale di Rodolfo Pallucchini, segretario generale, l’aveva obbligata a togliere un disegno molto sensuale di Matta, che rappresentava Ninfe e Centauri. Il disegno se ne andò offeso di sua iniziativa, cadendo per terra e frantumando il vetro in mille pezzi, prima dell’arrivo dei preti che avrebbero urlato allo scandalo.

Ma l’esposizione di Peggy Guggenheim ebbe un successo inaspettato e straordinario, Pollock e Max Ernst le opere più apprezzate, tutti volevano vendere qualcosa alla mecenate americana, i giornali parlavano di lei e si organizzarono nuove mostre e si scrissero nuovi cataloghi.

Peggy Guggenheim con il pittore Arturo Tosi al padiglione greco; alle loro spalle, da sinistra, Joan Miró, Interno olandese II (1928) e Donna seduta II (1939), e Constantin Brancusi, Maiastra (1912), XXIV Biennale di Venezia, 1948


Il legame con la città sull’acqua era nell’aria, presto Peggy si sistemo’ a Palazzo Venier dei Leoni, quell’edificio bianco che si affaccia sul Canal Grande, un tempo abitato dalla misteriosa Marchesa Casati che offriva feste alla Diaghilev e passeggiava con due leopardi al guinzaglio. Oggi Palazzo Venier ospita la collezione Guggenheim, e in alcune di queste sale è stata allestita la mostra omaggio a quel lontano e fortunato ’48. Una maquette al centro della sala mira a ricreare l’ambiente del padiglione e ne ricostruisce l’allestimento originario del ’48; sono state raccolte lettere e inviti originali inviati alla Signora in persona, sui muri foto in bianco e nero la ritraggono insieme ai partecipanti, alle figure istituzionali e agli artisti che ha amato e voluto con sé.

Peggy Guggenheim rimane la più grande talent scout di arte contemporanea, è a lei che dobbiamo dire grazie se oggi possiamo gioire di tanta bellezza.


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maquette che ricrea l’ambiente del padiglione e ne ricostruisce l’allestimento originario del ’48




Immagine di copertina: Lionello Venturi, Carlo Scarpa e Peggy Guggenheim al padiglione greco, XXIV Biennale di Venezia, 1948 /

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Intervista ad Angelo Ferrillo: la fotografia è stomaco, non cuore

Angelo Ferrillo nasce a Napoli nel ‘74 dove intraprende gli studi di Ingegneria e si avvicina alla fotografia, formandosi da autodidatta. Attualmente si occupa di fotogiornalismo e di fotografia corporate, è photoeditor e docente di fotografia presso lo IED Milano, OFFICINE FOTOGRAFICHE Milano, CREATIVE CAMPUS Milano e FOWA University. Conosciuto al pubblico per la street photography e per i reportage, collabora attivamente con editori nazionali ed internazionali e con brand leader mondiali dell’urban style progettando e sviluppando immagini di social adv e brand comunication. E’, tra l’altro, membro del Direttivo AFIP International.


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Come e quando nasce la tua passione per la fotografia?


Non di certo quando mi hanno regalato la mia prima macchina fotografica. Un anno dopo circa. Quando mio padre per il mio diciassettesimo compleanno mi comprò una polaroid non rimasi proprio del tutto entusiasta. Poi iniziai a giocarci dopo quasi un anno e da li tutto in discesa.


Cos’è per te la fotografia?


Il modo migliore che ho di esprimere me stesso. Sembra una di quelle frasi da baci perugina, ma la realtà delle cose è quella. Per me, ma anche per tutti quei fotografi che si ritengono tali.


Cosa consiglieresti a chi vuole ottenere buone immagini?


Innanzitutto di abbandonare quella idea del sentimento. Quando si producono immagini (che una volta stampate diventano fotografie) si innesca un meccanismo per cui il tecnicismo prende il sopravvento sulla percezione sentimentale. Rendersi conto che una immagine prima di essere bella deve essere buona. Deve cioè raggiungere lo scopo per cui è nata: solo in quel momento si cortocircuita con i fruitori dei propri lavori


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C’è un aspetto che curi particolarmente quando fotografi?


Quello che succede. Mi deve catturare quello che sta succedendo. Percepibile o impercepibile. Non importa che sia sensazionale per tutti, ma deve attrarre in primis la mia attenzione. Credo debba essere fondamentale per la produzione di tutti. Se sono in fase di sviluppo progettuale porto tutti i tasselli al posto giusto, lasciando al caso solo la produzione dell’immagine finale. È l’unico modo che ho per rendere meno statico quello che vedo.


Come ti poni verso i soggetti fotografati? Interagisci o preferisci catturare soltanto l’immagine che hai nella mente?


Difficilmente interagisco con i miei soggetti. Non mi interessa il loro racconto. Dopotutto dalle mie immagini non si saprà mai chi sono, ma solo chi sono in quel momento per me. Nel caso in cui succeda deve succedere dopo. Mai prima. Se succede prima è perché le sto ritraendo e siamo in un ambito differente.


Come concili il fotogiornalismo con l’attività del docente?


Facilmente. Non faccio cronaca, quindi scegliendo le mie storie, gli approfondimenti, la progettazione, le partenze e tutto quanto, non influisce su tempistiche di calendario. Molte volte capita che progetti vengano sviluppati in viaggio/studio e quindi convivono anche nello stesso momento.


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Può una fotografia non essere autobiografica?


Assolutamente, se si produce senza essere fotografi. Il percorso personale è un progetto a lungo termine che ti porta ad essere le tue immagini. Nel momento in cui non ci sei tu (e succede) è semplicemente perché il tuo percorso formativo (non mi riferisco all’accademico) è ancora incompleto.


Qual è la difficoltà che incontri maggiormente nell’insegnare fotografia?


Riuscire a far capire che la fotografia è stomaco non cuore. La conoscenza è obbligatoria, ma il percorso poi deve evolversi e distribuirsi sulla propria pelle facendo leva su quello che si ritiene opportuno per la propria formazione e cosa invece va scartato. Ciò ci fa essere differenti l’uno dall’altro. Ecco, forse le regole accademiche sono difficili da abbandonare da parte dei miei allievi. Me ne accorgo quando di fronte a me ci sono alunni che non hanno una struttura conoscitiva della fotografia molto radicata. Faccio meno fatica. Molto meno.


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 Qual è il tuo atteggiamento verso l’errore?


L’errore fotografico a volte diventa la cosa giusta. Tutto quello che non puoi gestire è il tempo e quello che sarà l’evento. Puoi cercare di prevederlo, ma non saprai mai se sarà così. L’ho imparato a mie spese con una fotografia realizzata a Berlino, dove ho imprecato per un’ora nei confronti di una bambina che mi ha inquinato la scena. Col senno di poi, quella bambina l’ha resa migliore.


È mai successo che una persona, per strada, si sia infastidita dagli scatti?


Succede. Ma lo spirito di solito è quello di avere un atteggiamento positivo. Sapere cosa dire, sorridere sempre, essere accondiscendente e portare il soggetto nel proprio spazio aiuta. Quando dicono “non puoi” ho il dovere di far capire che non si tratta di una cosa vietata, ma al massimo di una cosa che il soggetto non vuole.


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La fotografia di Angelo Ferrillo spicca indubbiamente per la ricerca di un punto di vista inusuale, proprio, creativo. Al tempo stesso, è solo la porzione di una realtà che, spesso e volentieri, ha molta più fantasia di noi.


https://www.angeloferrillo.com/

Marco Pesaresi e l’amore: l’umanità, la poesia e la fotografia

Se oggi fosse in vita, il riminese Marco Pesaresi sarebbe sicuramente uno dei fotografi italiani contemporanei più abili. “La mia fotografia prende corpo – nasce – da tradizioni contadine, di campagna; e si sviluppa nella poesia del mare d’inverno; accompagnandosi a immagini di libertà, di emancipazione, di trasgressione nella notte. Però, comunque, nasce dalla campagna. Io amo questa terra, la amo con tutto il cuore. Ne amo i luoghi, mi piacciono i luoghi. E poi mi piace tantissimo – questa terra – perché muta in continuazione. Nulla è mai uguale all’anno precedente, tutto è in evoluzione continua. Più soffro e più mi affanno nella ricerca della poesia. Più sento che dentro di me vivo situazioni di disturbo, difficili – cose che purtroppo nella mia vita continuamente incontro – più il mio sguardo si addolcisce. E più cerca la serenità l’armonia delle immagini. E qualche volta le trova.” Con queste parole Marco parlava del suo amore per la sua terra, Rimini, alla quale dedicò anche il suo ultimo lavoro, e al tempo stesso per la poesia, tanto ricercata e altrettanto sofferta.


THE SUBWAY: TIMES SQUARE. A YOUNG COUPLE KISSING. LA METROPOLITANA: TIMES SQUARE. UNA GIOVANE COPPIA SI SCAMBIA UN BACIO.

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LA METROPOLITANA: TIMES SQUARE. UNA GIOVANE COPPIA SI SCAMBIA UN BACIO.




Marco era infatti attratto dall’umanità, in tutta la sua complessità. Non a caso avvertiva l’esigenza di scavare nelle problematiche sociali e nell’inferno personale degli altri per provare a sentire di meno il proprio. “Underground” è il titolo del suo progetto, forse il più riuscito, dedicato alla gente incontrata casualmente per le metropolitane delle più grandi città. E’ difatti il dipinto di grande impatto visivo della vita, un dipinto onesto, commosso, colorato. La sua fotografia è il riflesso di una sensibilità estrema , sia artistica che umana. E’ una fotografia irrequieta, una ricerca di serenità attraverso i propri occhi e la vita degli altri. E’ un amore intenso, che si scaglia forte e s’imprime con naturalezza sulla pellicola.


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La giornalista Renata Ferri ha parlato dell’amore di Marco per la fotografia, in questi termini: “Per fortuna c’era la sua Rimini, dove tornava e dove tutto quel male del mondo diventava malinconia. Come un poeta, sapeva trasformare le sue affollate visioni del mondo in spazio, cielo, mare, terra delle origini e profumi portati dal vento. La sua fotografia si trasformava, toglieva il colore e restituiva solo poesia. Non più periferie dell’umanità e volti di mille razze, ma silenzio e distese, dove lo sguardo, il suo e il nostro, può essere infinito. Marco amava e odiava tutto quello che aveva con violenta intensità. So per certo che la fotografia è stata la stagione più bella della sua vita e siccome so che è stata una stagione lunghissima, credo abbia vissuto, dannato ed errante, intenso e visionario, l’unica vita possibile.” La fotografia è stata per Marco una valvola di sfogo, il mezzo di cui si è servito per incanalare le proprie visioni e quell’irrequietezza che tanto lo faceva soffrire.


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Marco ha cessato di vivere nel 2001 gettandosi con la macchina nel porto di Rimini, nel mare della terra che aveva spesso fotografato con una vena malinconica. Nonostante la morte fisica, il suo punto di vista, così intenso e bramoso di poesia, continua a scorrere con maggiore intensità affascinando, emozionando e continuando a suscitare grande ammirazione. Dopo aver amato per tanto tempo la gente, ora è la gente ad amarlo intensamente. Tutto ciò è possibile anche grazie all’amore e alla sensibilità della madre Isa, che si prende cura della conservazione e della diffusione dell’archivio fotografico del figlio.


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Sofia Alemani – dai tessuti del nonno una collezione dal gusto retrò

Rovista tra le stanze del nonno scomparso e trova chilometri di stoffe pregiate, un’eredità scritta nelle stelle quella di Sofia Alemani, che fonda la sua prima linea con l’omonimo marchio, dal carattere fortemente retrò.

Linee twenty della Nuova York in cui il charleston impazzava nelle sale da ballo, abiti ricamati a mano e impreziositi da perle e paillettes, che regalano movimento ad ogni passo.

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Forti le tinte del rosa, scintillanti i lurex dell’oro accostati al gobelin, il romantico tessuto che veniva usato per tappezzare i divani in stile.

Ogni dettaglio è fondamentale per Sofia Alemani, che unisce una vera e propria passione per i tessuti, all’originalità delle loro interpretazioni, anche se derivano dal mondo del design e dell’arredamento.

L’abito Sofia Alemani sarà quindi marchiato dall’unicità, dall’estro e dalla creatività, come l’abito da sera realizzato con la tecnica del “piccolo punto”, con gonna in tessuto tecnico effetto spalmato, abbinato alla cintura-tapparella!

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O come l’abito in rete con lavorazioni “a tombolo”, una particolare lavorazione del pizzo fatto a mano e realizzato da uno strumento che prende lo stesso nome. Un pizzo delicato e raffinato che richiede grande abilità ed esperienza, che Sofia Alemani possiede perché produttrice di ogni singolo capo.


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Inutile chiederle da cosa trae ispirazione, Sofia Alemani potrebbe sedere nel salotto di casa vostra per un tè e, il tempo in cui voi portiate i biscotti, aver levato le tende, ma nel vero senso della parola!


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L’Adorazione dei Magi di Paolo Veronese in mostra al Museo Diocesano di Milano

Il Museo Diocesano di Milano ospita, per l’undicesimo anno di fila, un capolavoro di Pittura Sacra.

Un Capolavoro per Milano, questo il nome dell’iniziativa che si svolge, ogni anno, durante il periodo natalizio, vede, per il 2018, protagonista un dipinto di Paolo Veronese, L’Adorazione dei Magi, proveniente dalla chiesa di Santa Corona a Vicenza.

La speciale esposizione, curata da Nadia Righi, ha luogo, presso la sede museale accanto alla Basilica di Sant’Eustorgio, dal 30 ottobre 2018 al 20 gennaio 2019 e ha il patrocinio dell’Arcidiocesi di Milano, del Comune, della Regione Lombardia e del Municipio di Vicenza. Sponsor è UBI Banca, special partner Trenord.

Paolo Caliari, detto il Veronese dalla città in cui nacque nel 1528, fu uno dei maggiori esponenti del Rinascimento veneto. Formatosi a Verona nella bottega di Antonio Badile, sin da giovane si avvicinò alla lezione emiliana di Correggio e Parmigianino, con un sapiente uso del colore e della luce, che rimase la cifra stilistica della sua Arte. Con l’inizio degli anni ’50, Paolo si trasferì a Venezia, dove ebbe modo di osservare da vicino le opere di Tiziano e dove iniziò ad affermarsi come maestro, tra pale d’altare, ritratti e affreschi. La prima grande committenza pubblica affidatagli a Venezia fu la decorazione, con teleri (serie di grandi dipinti su tela, secondo una tradizione tipicamente veneta), destinate alle Sale dei Dieci a Palazzo Ducale. Correva l’anno 1553 e il venticinquenne Paolo ottenne una fama straordinaria grazie a questo ciclo, di argomento mitologico, in cui instaurò un gioco luce-colore tutto personale, con effetti cangianti e un taglio scenografico che sarebbe divenuto cifra stilistica. Dal 1554-56 iniziò un secondo ciclo, questa volta di taglio sacro, per il soffitto della chiesa di San Sebastiano, in cui fece progredire il taglio scenografico con l’uso di una nuova componente: audaci elementi architettonici, finti portici, colonne e balaustre, che trasformarono i suoi episodi decorativi in quinte teatrali a tutti gli effetti. In conseguenza di questo successo, la nobile famiglia veneziana dei Barbaro decise di chiamare Paolo, nel 1560, a decorare la villa di famiglia a Maser, vicino Asolo, progettata da Andrea Palladio: ai piedi del Monte Grappa, Veronese lasciò un autentico capolavoro sulle pareti della dimora di campagna dei Barbaro, con figure che si muovono all’interno di quinte architettoniche dipinte e quasi scherzano con i visitatori. Fu il trionfo di quello che, da quel momento, venne chiamato “veronesismo”. Il programma iconografico, legato al tema dell’Armonia e del Cosmo governato dalla Divina Sapienza, venne trattato da Paolo con il suo linguaggio più maturo, un colore ormai schiarito da una luce intensa e penetrante, che media, in chiave veneta, il linguaggio manierista, in particolare la lezione della Sala dei Giganti di Giulio Romano a Palazzo Te di Mantova, adattandola al rigore dell’architettura di Palladio. Dopo l’esperienza di Maser, Paolo si dedicò, fino al 1570, alle enormi tele chiamate, dalla critica, le “Cene”, grandiose feste veneziane, inquadrate all’interno di scenografiche quinte architettoniche, destinate a divenire modelli compositivi per i due secoli successivi, in cui sacro e profano si fondono all’interno di vere e proprie rappresentazioni teatrali dipinte, come provano le Nozze di Cana destinate alla Basilica di San Giorgio Maggiore. Con gli anni ’70, Veronese adattò il suo linguaggio a quello della Controriforma, lavorando, per tutti gli ultimi anni di vita, a pale d’altare ancora fortemente scenografiche, ma più improntate a un certo tono dottrinario, come prova proprio la pala di Vicenza, ma anche il colossale Martirio di Santa Giustina per l’omonima basilica di Padova o il Battesimo di Cristo per il Duomo di Latisana, in Friuli. In questi ultimi anni, Veronese, però, continuò a dedicarsi anche alla Pittura profana, con dipinti mitologici, tra cui spicca la fantastica Venere e Adone, destinati all’imperatore Rodolfo II d’Asburgo, ma anche con nuove tele destinate a Palazzo Ducale dopo la sua parziale distruzione dopo l’incendio del 1577, dove lavorò accanto a Tintoretto e Jacopo Bassano, con un tono trionfale destinato a celebrare la potenza veneziana “par Terra e par mar”. I suoi ultimi dieci anni di produzione furono caratterizzati esclusivamente dalla produzione sacra, legata alla sempre maggiore pressione controriformistica degli ordini religiosi e alla paura dell’invasione musulmana, e segnata da un linguaggio tenebroso, vicino a quello, in voga, dei Bassano, come prova il suo ultimo dipinto, La conversione di San Pantaleone, lontanissimo, nella sua oscurità, dalle prove delle Cene e di Maser. Paolo Veronese morì a Venezia nel 1588, lasciando in eredità un modus operandi che avrebbe caratterizzato la Pittura veneta del Seicento e, ancor più, del Settecento, tanto che, due secoli dopo l’opera del Caliari, qualcuno definì un altro artista veneziano “Veronese redivivo”: Giambattista Tiepolo.

Paolo Veronese, Adorazione dei Magi, 1573-75, Vicenza, Chiesa di Santa Corona

Paolo Veronese, Adorazione dei Magi, 1573-75, Vicenza, Chiesa di Santa Corona



La pala di Vicenza, di notevoli dimensioni (320×234 cm), venne realizzata da Paolo Veronese nel 1573-75, quindi nel bel mezzo della sua prima produzione controriformistica, per la chiesa di Santa Corona, allora officiata dai Domenicani e famosa, in città, per la ricchezza del suo corredo pittorico rinascimentale, da Giovanni Bellini a Bartolomeo Montagna, da Francesco Maffei ad Alessandro Maganza, e settecentesco, con una pala di Giambattista Pittoni. La pala venne collocata all’interno della cappella della Sacra Spina, dove, pare, sia conservata una reliquia della Croce, mentre, oggi, è collocata nella terza cappella della navata destra, dedicata a San Giuseppe. Committente fu un mercante di stoffe, Marcantonio Cogollo, che, in quegli anni, stava ampliando i suoi commerci verso il Tirolo e il Sud della Germania.

Il linguaggio di Veronese, in questa pala, è scenografico, e l’ambientazione notturna del dipinto rende ancora più serrato il dialogo tra le figure e l’ambiente circostante. La scelta di collocare l’elemento architettonico sull’estrema destra del dipinto fa riferimento al modello della Pala Pesaro di Tiziano nella chiesa veneziana dei Frari, ma, a farla da padrone, sono le diagonali create dai giochi di sguardi tra i personaggi e segnate, quasi geometricamente, dagli elementi architettonici. C’è molta intensità nel modo in cui la Vergine e il Bambino guardano i Magi inginocchiati in primo piano. Proprio i tre re venuti a portare al piccolo Gesù oro, incenso e mirra sono il centro della composizione e, anzi, vengono attualizzati da Paolo con ricche vesti rosse e blu, oltre che trasformati in nobili dell’epoca, accompagnati da paggi, cavalli e due cani, proprio come i signori veneti che gli commissionavano pale e ritratti. I Magi tengono, nelle loro mani, preziosi oggetti che sembrano usciti da una bottega orafa dell’epoca e si muovono come attori di una Sacra Rappresentazione. I tre, con tutto il loro seguito, sono abbigliati con vesti ricche e scintillanti, un vero campionario di stoffe e broccati, molto probabilmente con allusione ai tessuti commerciati dal Cogollo. Nel dipinto vicentino, le figure si muovono come su un vero palcoscenico, visto che il nostro occhio le percepisce come spinte in primo piano, sullo sfondo di un cielo nuvoloso che diviene quasi quinta teatrale, dai toni drammatici che simboleggiano il presagio della Passione di Cristo. La monumentalità è evidente nel punto di vista rialzato, ma anche nella teatralità della parte sinistra, dove, in uno spazio vuoto, aperto verso la campagna, si nota la grandiosità del corteo. Dietro ai re, un uomo barbuto fa capolino accanto a un cavallo: è proprio Marcantonio Cogollo, riconoscibile per le sue insegne sul paraocchi dell’animale. La figura della Vergine è in asse con la colonna alle sue spalle. Quest’ultima ha due significati, uno architettonico, legato al modello palladiano, che sarebbe divenuto cifra stilistica per i secoli successivi (si veda la simile impostazione nella Madonna col Bambino di Sebastiano Ricci in San Giorgio Maggiore a Venezia) e un altro dottrinario, simbolo del Cristianesimo che abbatte il paganesimo, rappresentato dalla capanna.

Paolo Veronese, L’Adorazione dei Magi
Museo Diocesano, Piazza Sant’Eustorgio 3, Milano
Orari: martedì – domenica 10.00-18.00
Biglietti: Intero 8,00 € (compresa la visita al Museo, alla Basilica di Sant’Eustorgio e alla Cappella Portinari); ridotto 6,00 €
Info: tel. 02.89420019; 02 89402671; www.museodiocesano.it

 

L’ambiguità di “Orlando” di Virginia Woolf nella collezione Les Copains SS19

60 ANNI DI PASSERELLE PER LES COPAINS – COLLEZIONE SPRING SUMMER 2019

Les Copains festeggia una carriera lunga 60 anni e lo fa con una collezione “gold” ispirata alla storia di “Orlando“, protagonista del magico romanzo di Virginia Woolf e interpretato su pellicola dalla magnetica Tilda Swinton.

Un héritage Made in Italy, maison presente nei più prestigiosi department store del mondo tra cui Saks Fifth Avenue, Harrods, Takashimaya e Isetan e con negozi monomarca a Roma, Milano, Firenze, Mosca, Almaty, Les Copains festeggia la new opening in Via Manzoni 21, nel cuore del quadrilatero della moda.

La collezione Spring Summer 2019 è un ritratto muliebre illuminato dal lurex oro, da bagliori metallici, dalla lucentezza dei tessuti e dai simboli araldici che compaiono su giacche e accessori.


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sx collezione Les Copains – dx Tilda Swinton in “Orlando”


La Creative Director Stefania Bandiera e il Ceo Alessandro Mariani, hanno scelto di far sfilare i capi iconici del brand rendendoli contemporanei attraverso l’utilizzo di materiali e tecnologie innovative; una visione orientata al futuro in cui sono stati coinvolti gli studenti dell’Istituto Marangoni.
Il  progetto prende il nome di “It’s my Dream”, ed è una capsule collection di 12 outfit selezionati tra le migliori proposte dei giovani designer, in concomitanza con la sfilata primavera-estate 2019 di Les Copains.

Tre sono gli allievi che hanno espresso la “new vision”  Les Copains : Orkut Sevin, Junjie Liu, Eva Adamyan, che hanno giocato su armonie geometriche, sul romanticismo cinematografico di “Amelie” e sull’atmosfera marinara del mondo yatching -engineering.

Un viaggio all’insegna della sperimentazione e lungo 60 anni, che ha permesso a Les Copains di affermarsi come brand del made in Italy nel mondo. Un connubio dove tradizione e innovazione si fondono perfettamente, regalando alle donne una collezione unica, portabile e femminile!


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ai lati Les Copains SS19 – al centro Tilda Swinton in “Orlando”


Sfoglia tutta la collezione Spring Summer 2019 Les Copains:




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Intervista a Giovanni Troilo: “Il viaggio fisico lentamente si trasforma in un viaggio della mente nella vita e nell’opera di Monet”

Le Ninfee di Monet” è il film di Giovanni Troilo che ha incantato le sale cinematografiche italiane, registrando in soli tre giorni più di 40.000 spettatori e circa 370.000 euro di incassi.


Girare un film su Monet è sicuramente una grande sfida per un italiano. Da dove nasce la scelta del soggetto?


L’idea di questo film viene da lontano, quando 3 anni fa ho lavorato per Sky Arte ad una serie sui capolavori perduti. Uno di questi era proprio un quadro di Monet distrutto durante l’incendio al Moma nel ’58. http://arte.sky.it/2018/04/serie-ninfee-monet-incendio-moma-new-york/
Questo mi ha fornito un punto di accesso inconsueto e un angolo privilegiato per immergermi nel suo mondo. Quello di un visionario la cui eredità viene colta pienamente solo 30 anni dopo la sua morte, quando l’uomo passato alla storia come il padre dell’Impressionismo viene riconosciuto come uno dei più importanti precursori dei movimenti astratti espressionisti americani.
E’ subito emersa anche l’epica contenuta nella genesi della sua ultima grandissima opera: un uomo ormai più che settantenne, all’apice della sua carriera, in un attimo perde tutto. Perde la sua amata Alice, il suo primogenito Jean, il giardino che aveva costruito con tanta fatica. E persino la sua vista, il suo leggendario occhio comincia a tradirlo. Il giorno delle elezioni, l’ex Primo Ministro George Clemenceau, abbandona la scena politica perché ha una missione più importante da compiere: riportare il suo grande amico alla pittura. Da quell’incontro nasce l’idea dell’ultima grande sfida di Monet, il progetto che porterà avanti nel suo stagno fino alla fine dei suoi giorni, sfidando la vecchiaia, la malattia e la guerra: La Grande Decoration. Ecco, da questa grande storia nasce l’idea del film.


Quali sono stati i tempi di produzione? Quali sono state invece le difficoltà?


L’ultima tranche di riprese è durata circa tre settimane, ma come dicevo la scrittura e parte delle riprese, quelle ricostruite in teatro di posa, sono state effettuate già tre anni fa con “Il Mistero dei Capolavori Perduti“. La sfida più grande era definire un linguaggio, il linguaggio di qualcosa che è per metà un film e per l’altra metà un documentario. Ma che sopratutto dovesse essere fruito prima di tutto al cinema e quindi con un grande impianto narrativo e visivo.


Ci sono degli aspetti che ci teneva particolarmente a sottolineare?


Credo che chi si accinge a guardare questo film debba essere pronto a calarsi nello spazio e nel tempo propri del viaggio, fatto di attese, scoperte e sorprese. Un viaggio immersivo, quasi fisico nei luoghi e nell’elemento prediletto di Monet: l’acqua. Con Elisa, il nostro narratore, partiamo dalla foce della Senna in Normandia e risaliamo il fiume che rappresenta la spina dorsale di Claude Monet, il percorso della sua intera esistenza. Quel viaggio fisico lentamente si trasforma in un viaggio della mente nella vita e nell’opera di Monet, attivando delle scene di totale immersione nel colore.


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Quanto è stata importante la scelta del cast?


Portare punti di vista potenti e originali era un elemento decisivo per riuscire a raccontare pienamente una storia così sfaccettata. Elisa Lasowski ha subito dimostrato una straordinaria capacità immersiva riuscendo a cucire uno spazio profondamente intimo in cui il pubblico e la complessa personalità di Monet potessero incontrasi. Con Elisa ci eravamo scambiati moltissime suggestioni visive, sonore, ci eravamo persi in lunghe chiacchierate al telefono, ma ci siamo visti per la prima volta all’alba del primo giorno di set. Etretat si è presentata ai nostri occhi completamente avvolta da una nebbia surreale che sembrava aver paralizzato ogni cosa. Poi, in un attimo, si è dissolta mostrando la straordinarietà di quel set naturale dal quale ha preso avvio il nostro lungo viaggio risalendo la Senna fino a Parigi, passando per Argenteuil, Vetheuil, Giverny. A Giverny scopriamo un’altra preziosa voce, quella di Claire Helene Marron, giardiniera e custode del giardino di Monet. La prima volta che ci sono entrato, ricordo di aver sentito tradite le aspettative. Probabilmente ci saranno stati troppi visitatori in quella che negli anni è diventata la Mecca dell’Impressionismo, ma la magia mi sembrava spezzata. Claire ci ha garantito invece l’accesso inedito all’intimità così fortemente cercata da Monet e così profondamente parte di quel luogo. Abbiamo potuto seguire il lavoro che Claire e i suoi quindici colleghi fanno a porte chiuse all’alba per tenere viva la mastodontica architettura vegetale concepita da Monet come set per i propri dipinti. In quelle ore tutto è cambiato e l’intimità con quel luogo è diventata totale. Se Elisa e Claire ci guidano nel viaggio fisico, a Sanne De Wilde, fotografa e artista, il compito di immergerci nella visione artistica di Monet, per raccontarci la sua ossessione per l’acqua, la scomposizione in pixel (pennellate) dell’immagine. Ma anche per aiutarci a evocare grazie all’uso dell’infrarosso alcune delle profonde aberrazioni cromatiche dovute al deterioramento della vista di Monet e che l’artista decise di rendere parte del suo processo creativo, della sua visione. A Ross King, infine, al suo incredibile lavoro di ricerca e alla sua unica capacità di racconto dobbiamo moltissimo: il suo romanzo “Il mistero delle ninfee“. Monet e la rivoluzione della pittura moderna ha letteralmente spalancato le porte sul mondo dell’artista e soprattutto su quello dell’uomo Monet. Se questi sono i compagni visibili, ce n’è un altro non meno importante, onnipresente ma invisibile che rende unico questo viaggio, Remo Anzovino. In un quasi inspiegabile processo in reverse, le musiche scritte da Remo prima che il film fosse girato, basate su un film immaginato, raccontato, tornano a sposarsi perfettamente con le immagini fino a diventare un unicum praticamente indissolubile.


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Che personalità aveva il grande maestro impressionista? Come traspare nel film?


Riuscire a raccontare questo gigante, confrontarsi con la sua arte, con la sua complessa personalità era probabilmente la sfida più grande. La soluzione più corretta ci è parsa quella di riportare il racconto all’uomo per stabilire con chiarezza la grandezza della sua impresa. E il racconto dell’uomo passa attraverso la storia di una grandissima amicizia tra due personaggi dal carattere piuttosto complicato, Claude Monet e George Clemenceau, Primo Ministro e Ministro della Guerra, una delle personalità più controverse della storia di Francia. La “tigre” e il “porcospino”, così erano soprannominati, trovarono in Giverny il riparo sicuro in cui coltivare l’amicizia che seppe resistere a qualsiasi avversità.
Tratteggiato l’uomo, andava definito il carattere eccezionale della sua impresa. Le sfide titaniche che sembrano il motore principale della sua esistenza, costituiscono lo scheletro narrativo stesso del film suddiviso in tre atti. La sfida iniziale fu di fondersi con gli elementi che dipingeva nel tentativo di catturare l’in-catturabile, concentrandosi sull’acqua e la luce, gli elementi più inafferrabili e mutevoli. Quando ritenne che almeno in parte questa sfida fosse risolta, ne intraprese una più grande, quella di costruire un set vegetale, di portare la natura addomesticandola nel suo giardino, deviando un fiume se necessario, cosa che fece ovviamente. E quando dopo il successo tutto sembrava nuovamente perduto si decise di imbarcarsi nella sua sfida più grande, la sua opera definitiva, la Grand Decoration: un’opera titanica concepita e realizzata maniacalmente grazie alla devota ostinazione di un uomo oramai quasi ottantenne. La riduzione cinematografica di una biografia così importante implica delle scelte, speriamo di aver fatto quelle giuste.


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Cosa spera di comunicare nelle sale cinematografiche italiane tramite il suo film?


Spero che a comunicare sia il potere della storia stessa. Quella di un grande uomo impegnato tutta la vita nella costruzione di un’idea di felicità, non della felicità stessa, ma della sua idea che potesse ispirare l’umanità. E della tenacia, della fedeltà estrema a quella idea nell’arte e nella vita, chhe diventa un vero e proprio atto di resistenza quando il presente non sembra riconoscerne pienamente il valore o risulta addirittura avverso.


Lei, Giovanni Troilo, è prima ancora un fotografo. Come e quando nasce la sua passione per la fotografia?


Nasce da ragazzo, nello studio di un fotografo del mio paese in cui trascorrevo tutti i pomeriggi dopo il liceo. La fotografia è diventata una compagna di crescita e uno strumento di conoscenza del mondo. Molte cose sono ovviamente cambiate, ma l’atto del fotografare, del riprendere, rimane il modo privilegiato che ho di esplorare e appassionarmi.


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Quali sono i registi che ammira particolarmente?


Carlos Reygadas, Bruno Dumont, Michael Haneke, Ulrich Seidl sono registi che ammiro moltissimo. Ma nessuno di loro è connesso in alcun modo a questo film. Nella ricerca di formule di linguaggio per questo lavoro ho cercato orientamento nella semplicità e insieme nella grandiosità del racconto di altri grandissimi maestri come Wim Wenders, Werner Herzog, Abbas Kiarostami.


Prossimi progetti in cantiere?


Da qualche anno sto lavorando ad un progetto complesso, che è stato prima un lavoro fotografico e poi un film documentario sul Belgio e che presto diventerà un film, una commedia nera sul cuore dell’Europa Contemporanea.


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Il film è fruibile anche in Canada , ben presto in Russia e a seguire in molti altri paesi anche europei.


http://www.nexodigital.it/le-ninfee-di-monet-un-incantesimo-di-acqua-e-di-luce/?fbclid=IwAR0GKBzR7BTxUq0ZIc4eL3wrR-yGYh83dlmnOAuGjUCAA4qRkDx7X2CPBJE

Irriverente e sexy come la diva sportiva Lea Pericoli – la collezione Simonetta Ravizza SS19

SPORTY DIVA TECHNO-COUTURE – LA COLLEZIONE PRIMAVERA ESTATE 2019 DI SIMONETTA RAVIZZA 


A ispirare le donne coraggiose, sono le altre donne coraggiose.

Simonetta Ravizza rende omaggio ad una campionessa del tennis per la collezione Spring Summer 2019: Lea Pericoli.

Lea Pericoli, tennista degli anni ’60 che fece scandalo per il suo look eccentrico, è la figura d’ispirazione della collezione Simonetta Ravizza. Quando la gonna aveva il compito di coprire le ginocchia, anche su un campo da tennis, Lea Pericoli le scopre fino alle mutande!

Amica del designer britannico Ted Tinling, la sportiva si presentò ad una gara con culotte e sottoveste rosa, gonnellini di visone, in penne di cigno, con petali di rosa e con slip ricoperti di brillantini! L’amicizia con lo stilista ha permesso alla campionessa di esprimere sul campo anche la propria creatività e libertà di pensiero.



Quando la “Divina”, così la chiamava il giornalista sportivo specializzato Gianni Clerici, gareggio’ a Wimbledon nel ’55 contro la spagnola Maria-Josefa de Riba, lasciò tutti a bocca aperta, perché il suo amico e stilista di fiducia Ted Tinling, la vestì di sole culotte e sottoveste rosa.


Da allora e per sempre, le regole classiche dello stile del tennis femminile, furono sconvolte.
E’ con questa allure irriverente e con dettagli eleganti e femminili, che la collezione Spring Summer 2019 di Simonetta Ravizza si accosta per i capi sportivi Techno- Couture.

Vaporosi bordi staccabili in marabù decorano come un leitmotiv la collezione; sono applicati a bombers e biker jackets sportive in denim lavato dalle proporzioni oversize, a cui la stampa a motivi animalier conferisce un appeal ironico e sexy; si trasformano in deliziose minigonne-pouf indossate con piccole polo in piqué di cotone; spuntano a contrasto dagli orli di abitini bon-ton dalla linea a trapezio, da giacche boxy e da corti soprabiti dalle brillanti tonalità color-block.



Ma il mondo dello sport non si ferma al tennis nella collezione Simonetta Ravizza SS2019; la boxe viene citata con le proposte delle lunghe vestaglie usate all’arrivo sul ring, accompagnate a shorts in lucido satin e riprese in versione chic nei morbidi soprabiti in Xiangao, dalla linea allungata, realizzati in delicati toni pastello.

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A completare il look la ormai leggendaria Furrissima, la bag declinata visone dégradé decorato con marabù, in visone rasato con stampa legata, intarsiata con inserti in kid e visone. La nuova forma di stagione è un prezioso sacchetto in visone chiuso a coulisse con bordi in marabù,  il complemento perfetto per uno styling giovane e moderno, per essere eleganti sia fuori che dentro il campo!

Qui l’intera collezione Spring Summer 2019 Simonetta Ravizza:




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Christmas party fashion editorial

Christmas party fashion editorial

Team

Photographer: Gabriele Vinciguerra

Stylist: Paolo Sfarra

Modella: Sofia Orlandi

Hair Stylist: Alessandro Torti

Make up artist: Stefania Molon

 

Cappello e cappotto: Marta Jane Alesiani Gioielli: Via Bramante



Trench: Burberry Vintage Body e pantaloni: Patrizia Pepe Stivali: Marco Bologna


Occhiali: Saturninoeyewear


Pelliccia Le Tonerre – Abito Marta Jane Alesiani –  Gioielli Via Bramante

 

Tra strada e protesta: l’Arte di Banksy in mostra a Milano

Street Art. Una parola che divide tra detrattori, spesso caricati di pregiudizi anche ideologici, e sostenitori di una forma creativa nuova in grado di riqualificare spazi urbani.

Anche in Italia questo fenomeno è recentemente esploso, tanto che le nostre città sono diventate campo di sperimentazione per nuove forme di comunicazione visiva su muro, specie nelle periferie. Ne sono prova i lavori eseguiti nel quartiere romano di San Basilio oppure i piloni della Sopraelevata, nel cuore di Genova, ma anche opere comparse in cittadine di provincia trasformate in musei a cielo aperto. La vera capitale della Street Art italiana è, però, Milano che, specie negli ultimi anni, ha visto fiorire moltissimi progetti di decorazione di muri liberi altrimenti in preda al degrado o addirittura di centraline dei semafori che hanno dato un tocco di vita e di colore a incroci apparentemente anonimi.

Milano non poteva essere la sede migliore per ospitare una mostra dedicata a uno dei padri della Street Art mondiale, Banksy. Dal 21 novembre 2018 al 14 aprile 2019, il MUDEC di Milano ospita questa grande esposizione, curata da Gianni Mercurio, che intende presentarsi come un percorso per immagini all’interno del pensiero artistico dell’artista: sono, infatti, esposte circa ottanta opere, tra dipinti e prints numerati, insieme a circa sessanta copertine di vinili e CD, oltre a una quarantina di memorabilia dell’artista.

Donut, 2009, Milano, Collezione Privata

Donut, 2009, Milano, Collezione Privata



Di Banksy si sa pochissimo, o meglio, quasi nulla, visto che nessuno è mai riuscito a svelare la sua vera identità. Potrebbe essere un artista, potrebbe trattarsi di un collettivo o di una crew, ma nessuno sa dire chi, in realtà, sia Banksy. Di certo esiste la sua fama mondiale, accresciuta, sicuramente, da questo volersi nascondere e dal non voler rivelare la propria identità, ma ciò fa parte del suo gioco artistico e della sua filosofia creativa, mirante a far prevalere il concetto sulla personalizzazione, il “cosa faccio” e il “come lo comunico” sul “chi sono” e “quanto sono quotato dal mercato”. Banksy è uno Street Artist, uno dei padri di questa forma creativa contemporanea, ma il suo raggio d’azione va oltre l’Arte. Con le immagini, si rivela un filosofo contemporaneo, un saggio che parte dalla strada per farci capire tante cose sul Mondo di oggi, ma anche un politologo che non parla nei talk show televisivi urlati, ma che comunica per immagini semplici e iconiche. Del resto, la sua massima più significativa è “A wall is a very big weapon” (Un muro è una grandissima arma), che testimonia come il suo modo di fare Arte sia, più che pura prassi creativa, protesta visuale, un tumulto iconografico mirante a farci scoprire le contraddizioni della nostra epoca e i cambiamenti del Mondo. Questa protesta parte dal graffitisimo di New York degli anni ’80 e ’90 e dall’Arte di Jean-Michel Basquiat, che l’artista ignoto ammira per la semplicità comunicativa, per i colori sgargianti e per il primitivismo. Banksy, però, va oltre. Arricchisce qualcosa di puramente fine a se stesso, seppur di rottura, con una voglia di denuncia e di critica sociale che esca dal solito circuito delle gallerie e dei collezionisti, rendendo questo intento visibile a tutta la cittadinanza e trasformandola in pura democrazia visuale. La tecnica scelta è stata quella dello stencil, ovvero l’uso di immagini stampate su carta adesiva, da attaccare su muri liberi. In questo modo, Banksy si è rivelato come il più illusionistico e scenografico tra gli Street Artists, proponendo veri e propri effetti ottici tipici del trompe-l-oeil.

Love is in the air (Flower Thrower), 2003, Butterfly Art News Collection

Love is in the air (Flower Thrower), 2003, Butterfly Art News Collection



Per Banksy, l’opera acquisisce significato se ha una valenza di critica politica e sociale. In primis se critica e combatte senza armi le ingiustizie del Mondo, affrontandole in maniera diretta. Migrazioni, Terzo Mondo e guerre sono suo argomento privilegiato. Notorio è il pacifismo dell’artista, che ha sempre realizzato opere con cui ha manifestato la propria opposizione a qualsiasi conflitto, da lui sempre ritenuto ingiusto. Sul tema bellico, Banksy ha realizzato uno dei suoi capolavori sul muro che separa Israele dai Territori Palestinesi, con l’obiettivo di denunciare le difficili condizioni degli abitanti della Cisgiordania in seguito alla creazione della barriera da parte dello Stato ebraico. Da sagace osservatore della realtà e suo feroce critico, Banksy ha arricchito lo spunto politico con quello, forse, più significativo: la satira. Bansky è un comico che non fa ridere con le battute da cabaret ma con curiosi stencil che raffigurano episodi al limite del surreale e, proprio sul muro arabo-israeliano, abbiamo prova di tutto ciò, con giocosi effetti ottici che aprono, oltre la barriera, panorami marini o montani o con una bambina palestinese che, con ironico rovesciamento, perquisisce un militare di Gerusalemme. La sua opera più suggestiva in terra palestinese, però, è la fantastica bambina che, attaccandosi al filo di un palloncino che si staglia verso il cielo, si libra in volo a superare quell’orribile barriera tra due popoli e due Stati, mandando un messaggio molto chiaro: la Politica divide e costruisce muri, l’Arte unisce e li abbatte. In mostra c’è un’intera sezione dedicata alle opere di Betlemme e al Walled Off Hotel, l’albergo aperto da lui stesso a Betlemme, davanti al muro, per attirare l’attenzione sulle sue opere e sulla situazione del conflitto tra Israele e Palestina.

Rude Copper, 2003, Butterfly Art News Collection

Rude Copper, 2003, Butterfly Art News Collection



 

Flying Copper, 2003, Butterfly Art News Collection

Flying Copper, 2003, Butterfly Art News Collection



Bansky ha sempre assimilato gli uomini a topi e scimmie, animali vittime di cupidigia, potere e consumismo, disposti a farsi la guerra pur di affermarsi l’uno sull’altro: la prova sono le sue immagini, in mostra, di topi che disegnano cuori o scimmie che denunciano, con cartelli ironici, i cambiamenti climatici. Non manca nemmeno il senso di oppressione che caratterizza la realtà di oggi, ossessionata dalla sicurezza e dalla paura: la prova migliore è l’opera raffigurante, tramite stencil, Judy Garland, nel Mago di Oz, affiancata da un poliziotto antisommossa che le controlla la borsa, ma anche il tipico bobby londinese che mostra il dito medio allude a questa situazione di disagio umano, da cui Bansky ne esce sempre con l’arma comica dell’ironia. E’ ancora la guerra, però, a farla da padrona: l’artista è rimasto impressionato dalle manifestazioni che invasero il centro di Londra contro la Seconda Guerra del Golfo e la politica bellica di Tony Blair, tanto da realizzare, in questa occasione, i famosissimi Smiley copper, immagini di poliziotti dei reparti antisommossa, con casco e fucile per lacrimogeni, ma con curiose ali e, al posto del volto, uno smiley simile a quello che tutti noi ci scambiamo su Whatsapp e Messenger. Allo stesso evento fa riferimento anche il famoso Flower Thrower, manifestante col volto coperto che, al posto di gettare una molotov, lancia un mazzo di fiori: una versione contemporanea di quel motto delle manifestazioni degli anni ’60 in cui si cantava “metteremo fiori nei vostri cannoni”. Attraverso l’ironia, Bansky entra nel mondo del punk e della sua cultura, simbolo, totally British, di rottura con il sistema: Winston Churchill con la cresta verde sembra Johnny Rotten dei Sex Pistols, così come la denuncia dell’alcolismo a Londra è condotta attraverso le parole dei Clash, “I fought the Law, and the Law won” (Ho combattuto la Legge, e la Legge ha vinto”). Ovviamente sono irrisi i simboli della monarchia inglese, con la regina Elisabetta trasformata in scimmia che ride beffarda davanti all’entrata in guerra dell’Inghilterra a fianco degli Stati Uniti contro l’Iraq di Saddam Hussein e Queen Victoria, simbolo da sempre di pruderie moraleggiante (e moralista), che diviene, con un simpatico fotomontaggio, icona hard mentre ha un rapporto saffico con una ragazza e siede, in autoreggenti e reggicalze, sul suo volto.

GIrl with red Balloon, 2004, Butterfly Art News Collection

GIrl with red Balloon, 2004, Butterfly Art News Collection



La logica conclusione è la vena pop di Bansky, con Kate Moss ritratta come la Marilyn di Warhol, accanto alla scena comica di John Travolta in Pulp Fiction, mentre spara con una banana al posto della pistola, insieme alla sua vena creativa come autore di copertine di album musicali, come Think Tank dei Blur.

Mosquito, 2002, Anversa, Artificial Gallery

Mosquito, 2002, Anversa, Artificial Gallery



Appendice alla mostra, secondo lo stile tipico delle mostre del MUDEC, è una sala immersiva in cui sono proiettate le immagini in video delle sue opere su muro, da quelle in Palestina a quelle che ha realizzato in Inghilterra, tra cui spicca il recente murale di Dover in cui, sul muro di un palazzo popolare, un uomo su una scala stacca una stella dalla bandiera dell’Unione Europea, con palese riferimento alla Brexit e alla disaffezione verso l’Europa in un Vecchio Continente su cui, ormai, soffiano i venti del sovranismo e del nazionalismo.

Rat, 2015, Anversa, Artificial Gallery

Rat, 2015, Anversa, Artificial Gallery



A visual protest. The Art of Banksy
MUDEC, Via Tortona 56, 20144 Milano
Orari: lunedì 14.30 – 19.30; martedì – mercoledì – venerdì – 09.30 – 19.30; giovedì – sabato – domenica – 09.30 – 22.30
Biglietti: Intero  € 14,00, ridotto  € 12,00
Informazioni: www.ticket24ore.itwww.mudec.it | Tel. +39 0254917


 

THINK POSITIVE! FABRIZIO SCLAVI & FRIENDS FOR ASA, ASSOCIAZIONE SOLIDARIETÀ AIDS

THINK POSITIVE!
FABRIZIO SCLAVI & FRIENDS FOR ASA, ASSOCIAZIONE SOLIDARIETÀ AIDS


10 Corso Como Tazzoli
inaugura i nuovi spazi con una mostra speciale per pensare in modo diverso a chi è sieropositivo in collaborazione con Fabrizio Sclavi & Friends for ASA, Associazione Solidarietà Aids

In occasione del 1° dicembre 2018, Giornata mondiale per la lotta contro l’AIDS, ASA Associazione Solidarietà AIDS organizza una mostra-happening che inaugura il nuovo 10 Corso Como Tazzoli, un segnale importante per la città di Milano che si arricchisce di nuovi spazi aperti per l’intrattenimento culturale.

All’appello lanciato da Fabrizio Sclavi per questo importante progetto hanno subito aderito Gian Paolo Barbieri, Maria Vittoria Backhaus, Maurizio Galimberti, Ilaria Facci, Giovanni Gastel, Piero Gemelli, Alessandra Spranzi, Oliviero Toscani con Fabrica,
Paolo Zambaldi con Cosetta Giorgetti, Max Zambelli, Stefano Zarpellon ed Efisio Rocco Marras
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PAOLO ZAMBALDI

COSA, DOVE E QUANDO

Fabrizio Sclavi & Friends for ASA, Associazione Solidarietà Aids Sabato 1°dicembre 2018, dalle ore 18.30 alle ore 23.00 in 10 Corso Como Tazzoli, via Tazzoli 3.

Ore 18.30 Fabio Marelli, speaker di Discoradio, introduce gli autori protagonisti. Ore 20.00 Angelo di Genio, autore e attore, recita alcuni estratti da “Processo a Nureyev”.

Ore 20.30 Lettura Nomi Coperta dei Nomi

Ore 21.00 Sem & Stenn, live performance

Ore 22.00-23.00 drink & dance