Archive for gennaio, 2019

Il brand Made in Italy European Culture – intervista al Ceo e designer David Peppicelli

Azienda di famiglia da tre generazioni, European Culture porta avanti le idee innovative e controtendenza che ne hanno fatto la firma.

Nati nel 1955, tra i primi in Italia a produrre jeans, European Culture rimane coerente e fedele allo slogan “Created for urban artist“, linee comfort dal gusto sportivo e di tendenza.

Presenti in maniera capillare sul territorio internazionale, European Culture presenzia alle fiere più importanti del mondo anche con eventi speciali, come l’evento videomapping nel centro di Firenze, durante la Fiera di Pitti Uomo, presso la boutique Gerard Loft.
David Peppicelli, Ceo e designer è oggi al timone dell’azienda.



Qual è il vostro punto di forza?

Il “tinto in capo” senza dubbio. European Culture propone 25 colori per ogni singolo capo, dal 1999 ad oggi questo è sempre stato l’iter dell’azienda. Difficile trovare un altro brand che proponga così tante colorazioni per ogni modello, ma in noi la “coerenza etica”, sottolineata anche dalla produzione totalmente made in Italy, rimane il punto di forza.


Quali tessuti privilegiate?

Soprattutto materiali sportivi. Ricordiamo che siamo stati tra i primi a creare le giacche in felpa negli anni 2000, quando ancora in Italia erano un capo forse troppo “alternativo”, questo tipo di prodotto è stato apprezzato prima all’estero e successivamente in Italia. Abbiamo sempre svolto una grande ricerca di materiali pregiati e sportivi insieme creando fitting comodi, sporty ma allo stesso tempo inserendo sempre più spesso dettagli femminili e alla moda.


LUDOVICA ROBAUDO

LUDOVICA ROBAUDO indossa EUROPEAN CULTURE



LUDOVICA RAGAZZO

LUDOVICA RAGAZZO indossa EUROPEAN CULTURE


Quali sono le novità della collezione Fall Winter 2019/20?

La creatività si mescola al design, l’idea si fonde con la capacità del nostro saper fare. Rimanendo nell’ottica del capo comodo e mettibile, abbiamo inserito pezzi ispirati al comfort ma con inserti ultra femminili, come il bomber dalla manica ampia e collo in velluto.

Dove trova ispirazione per disegnare le nuove collezioni?

Sono nato in quest’azienda, in famiglia si è sempre respirata aria di “moda”, dalla scelta dei tessuti, alla fase iniziale del disegno, alla fattibilità del progetto, tutto in me è talmente orecchiabile che basta seguire i consigli appresi fino ad ora e stare sempre attenti alla risposta del consumatore.

European Culture e le influencer

Oggi abbiamo la fortuna di comunicare con molti mezzi, tra cui i social network e non vedo perché non sfruttarli. Il rapporto tra il brand e le influencer si basa su una stima reciproca, ma soprattutto sull’onestà di indossare un capo che piace e che porteremmo di giorno al lavoro o la sera ad una cena con le amiche. European Culture è destinato a tutte quelle donne che amano vestire comodo ma che non rinunciano al gusto e all’estetica.

MARZIA PERAGINE

MARZIA PERAGINE indossa EUROPEAN CULTURE



MARTINA DEL REGNO

MARTINA DEL REGNO indossa EUROPEAN CULTURE



Quali sono i progetti futuri di European Culture?

Siamo lontani dalle tendenze che, per natura, oggi esplodono e domani sono costrette a scomparire. Il nostro simbolo è dal lontano ’55 un unicorno, strano animale leggendario che sta spopolando oggi. Ecco cosa significa “guardare al futuro”.

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https://www.european-culture.it


OPHELIE DUVILLARD

OPHELIE DUVILLARD indossa EUROPEAN CULTURE

Gavazzeni, l’importanza dell’accessorio

GAVAZZENI – COLLEZIONE PRIMAVERA ESTATE 2019

Un abito di ottima fattura, si riconosce dal bottone pregiato. E’ da questo prezioso dettaglio che inizia la storia di Sergio Gavazzeni, quando aiutava l’azienda del padre produttrice di bottone. Cresciuto in un ambiente dove la moda diviene argomento quotidiano, fonda nel ’79 il primo laboratorio di produzione accessori, sostenuto dall’esperienza della moglie, Katia Orlandini, che lavora per il prêt-à-porter di Max Mara.

Tutta la famiglia, i figli Elena e Pietro compresi, sostengono con passione ed abilità l’azienda nata, che produce sempre quell’elemento distintivo, il dettaglio, l’accessorio, il prodotto indispensabile, che da Gavazzeni viene reso unico ed originale.

Tutti in pelle e sacramente Made in Italy, i prodotti Gavazzeni cambiano a seconda delle tendenze e delle stagione; per la Primavera Estate 2019, i colori tenui dell’azzurro fiordaliso e del rosa cipria sono i padroni, proposti su maxi bag con manico o marsupi con cintura lavorata.

Colori che ricordano i paesaggi delle stampe giapponesi “ukiyo-e“, movimento artistico nato in Giappone e che ha il massimo sviluppo nella metà dell”800, stampe che raffigurano paesaggi in genere, ma anche soggetti teatrali e quartieri di piacere. Gavazzeni sceglie gli stessi rosa tenui delle opere di Hiroshige, la stessa tonalità di azzurro delle sue acque calme e limpide.


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borsa Gavazzeni, su opera di Hiroshige



Immagini del mondo fluttuante in cui natura e paesaggio permangono sereni, anche al variare degli elementi atmosferici. Una scelta sensibile quella della collezione Primavera Estate 2019, attratta dall’inconsueto colore e dal rimando esotico.

Tutta la gamma colori, anche nella produzione delle cinture, è un apprezzamento all’effimera bellezza, alla gioia e al festeggiamento della stagione in cui tutto rinasce, sotto l’energia potente del Sole.

Anche Van Gogh rimase affascinato dalla produzione di Hiroshige, scrisse infatti al fratello Theo:

Qui mi sento in Giappone; invidio ai giapponesi l’estrema nettezza che tutto ha di loro; compongono una figura con pochi tratti essenziali, con la stessa semplicità con cui uno si abbottona un gilet“.

borsa Gavazzeni, su opera di Hiroshige



E’ con lo stesso spirito di semplicità e devozione, che Gavazzeni continua il lavoro familiare.

Scopri qui tutta la collezione borse SS2019:



Scopri qui tutta la collezione cinture donna SS2019:



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Biuu collezione fall winter 2019/20

Piace sempre più il concetto di spazio, quasi si pensasse alla fuga della realtà come unica via di scampo. Una realtà inventata, un poco surreale dove ci catapulta Biuu per la collezione Fall Winter 2019/20.

Wu Hao, fondatore e creative director del brand, ipotizza un luogo futurista in cui uomini e donne (per la prima volta presenta in collezione 10 capi femminili) si incontrano lontani dalle fonti di luce solare; necessitano quindi di materiali che catturino quella lunare, il vinile, il lurex argenteo, le sete cangianti e i colori fluo giallo e arancio.

Quasi come dei piloti professionisti, vestono tute intere bicolor con zip o jumpsuit stampate in un 3D di un universo parallelo. Dotati di infinite tasche e comparti, l’uomo BIUU porta nello spazio una maxi shopper multicolor, sempre utile per raccogliere meteoriti o riportare sulla Terra qualche prezioso ricordo.

Le forme sono grafiche e i volumi generosi, i lampi di luce sono violacei e i collage dei materiali materici. La fantasia è protagonista così come i tessuti che, come nella direzione alla fotografia di un film, ci raccontano uno stato d’animo…

Sfoglia qui l’intera collezione Biuu Fall Winter 2019:



BIUU
Fondato a Parigi nel 2016 dal fondatore e creative director Wu Hao, BIUU è un luxury brand di menswear con sede a Shangai, attivo con due boutique monomarca nelle vie dello shopping più esclusive, principalmente rappresentate da Shangai. Dopo il debutto a Milano, il marchio punta a consolidare la sua presenza a livello internazionale nella regione dell’Asia-Pacifico e in Europa, grazie al branding e design headquarter con sede a Parigi e allo sviluppo di partnership a lungo-termine con l’Italia.

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Miguel Vieira collezione autunno inverno 2019/20

Pare che l’inverno non voglia accettarlo il designer portoghese Miguel Vieira, che propone una collezione fall winter 2019/20 all’insegna del colore e della leggerezza!

Oltre ai tenui beige e ai greige, il designer propone capi in carta da zucchero, che fanno pensare più ad una giornata primaverile che a una notte fredda e tempestosa.

Simbolo di questa collezione, presente su giacche e pantaloni, pare essere un particolare tipo di crisantemo che, nel linguaggio dei fiori e in particolari parti del mondo, Italia lontanissima, è sinonimo di amore e prosperità. Che sia quindi di buon auspicio?!

L’uomo Miguel Vieira indossa in questo anomalo inverno, freschi canvas, bombazine, velluti stampati, velluti vinilici, tessuti trapuntati e borse in pelle e stampate pitone, delle maxi shopper che si confondono con la fauna africana. Insomma un uomo che predilige il caldo, il sole, i climi temperati, i luoghi selvaggi e i panorami vasti ed infiniti, quelli per cui l’orizzonte non arriva mai e i viaggi non hanno mai fine.

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Le origini dell’Arte di Paul Klee in mostra a Milano

I rapporti tra Arte contemporanea e le sue origini sono sempre stati oggetto delle mostre del MUDEC.

Dopo la mostra dedicata a Kandinskij e al suo repertorio folklorico russo, argomento della nuova esposizione di Via Tortona sono le origini della Pittura di un altro grande dell’Arte del ‘900, Paul Klee.

Composizione con occhi, 1916, Fondazione Marguerite Arp, Locarno

Composizione con occhi, 1916, Fondazione Marguerite Arp, Locarno



L'Occhio, Zentrum Paul Klee, Berna

L’Occhio, Zentrum Paul Klee, Berna



La grande mostra dedicata al pittore svizzero, curata da Michele Datini e Raffaella Resch, dal 31 ottobre 2018 al 3 marzo 2019, intende essere un percorso filologico all’interno della Pittura di Klee, una specie di parallelismo con l’esposizione di Palazzo Reale dedicata a Picasso e alle sue fonti antiche. Sì, perché di fonti si tratta, visto che la mostra intende farci scoprire le radici dell’Arte di Klee, anche attraverso la sua, meno nota, produzione figurativa e il suo rapporto con il Rinascimento tedesco e svizzero. Klee fu un grande conoscitore dell’Arte antica, tanto da recarsi in viaggio a Roma tra il 1901 e il 1902, dove ebbe modo di scoprire la grandiosità delle basiliche paleocristiane ma anche le grandi decorazioni rinascimentali. Klee guardò anche al modello dell’Arte dei popoli preistorici ed extraeuropei, ma il suo primitivismo non fu mai evasione dalla quotidianità, come lo visse Gauguin, per esempio, bensì riscoperta delle origini, tanto che Klee si interessò anche alle manifestazioni artistiche degli antichi Elvezi, i primi abitanti della sua amata Svizzera.

Con il serpente, 1924, Fondazione Musei Civici, Venezia

Con il serpente, 1924, Fondazione Musei Civici, Venezia



Roccia artificiale, 1927, Kunstmuseum, Thun

Roccia artificiale, 1927, Kunstmuseum, Thun



La mostra, promossa da Comune di Milano e 24Ore Cultura, intende essere un percorso “a rebours”, a ritroso, partendo dall’opera compiuta per risalire alle fonti dell’Arte di Paul Klee. Tracciare una biografia di Paul Klee sarebbe superfluo, perché distrarrebbe il visitatore dall’attenzione sulla traccia filologica dell’esposizione. In mostra il visitatore si sente come un pesce che risale il fiume del turbinio creativo di Klee partendo dalla foce, l’opera compiuta, fino alla sorgente, la fonte antica o primitiva. Nelle sale di Via Tortona sono ospitate un centinaio di opere, per lo più provenienti dal Zentrum Klee di Berna, la città vicino cui Paul nacque nel 1879, accanto ad altre di Arte antica e primitiva delle collezioni del Comune di Milano. Klee fu sempre ostile a qualsiasi scuola e a qualsiasi movimento. La critica lo ha sempre considerato un astrattista, visto anche il suo legame umano con Kandinskij, ma la sua Arte è sempre andata oltre, è sempre stata ricerca delle origini. I Surrealisti lo acclamarono a Parigi, i suoi studenti al Bauhaus lo considerarono un maestro, ma Klee non fu mai un capocorrente, bensì un genio creativo libero da qualsiasi vincolo. Le Origini, per lui, furono le testimonianze artistiche dell’Alto Medioevo e del Rinascimento, ma anche le Culture africane e precolombiane, ma tali fonti non vennero mai mescolate, evitando, quindi, di cadere nel rischio revivalistico ed eclettico, tanto in voga negli anni in cui Paul operò.

Con la lampada a gas, 1915, Galleria d'Arte Moderna e Contemporanea, Roma

Con la lampada a gas, 1915, Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea, Roma



Senza titolo, 1939, Zentrum Paul Klee, Berna

Senza titolo, 1939, Zentrum Paul Klee, Berna



La mostra si presenta suddivisa in cinque sezioni tematiche, ognuna legata alle fonti cui traggono ispirazione. La prima è dedicata alla più originale e recondita della produzione di Klee, quella delle caricature che realizzò nei suoi anni giovanili e anche in quelli di permanenza a Monaco, dove conobbe Kandinskij, Macke e Marc, e a Weimar, con il Bauhaus. La sua radice è ancora simbolista, come evidente dai tratti grafici dedotti dall’Arte di Stück, ma con intento totalmente irrisorio. Lo stile è mediato dall’Arte rinascimentale tedesca e mitteleuropea: basti confrontare la Vergine e L’Eroe con l’ala, entrambi del 1903-4, con le incisioni di Dürer, come la Melancolia della Raccolta Bertarelli, per capire come la fonte privilegiata siano proprio gli artisti della Scuola di Norimberga, Altdorfer o l’alsaziano Schongauer. Le sue caricature, che lui chiamava Inventionen, sono esercizio stilistico, basato su forme grottesche ispirate allo Jugendstil viennese,  e pura ironia sul suo tempo, senza mai cadere nella mera cronaca o nella militanza ideologica, nonostante la sua ferma opposizione al nascente regime nazista che, giunto al potere, lo allontanò dall’insegnamento al Bauhaus, costringendolo al ritorno in Svizzera, dove sarebbe morto nel 1940.

Vergine sognante, 1903, Zentrum Paul Klee, Berna

Vergine sognante, 1903, Zentrum Paul Klee, Berna



La casa rossa, 1913, Museo Comunale d'Arte Moderna, Ascona

La casa rossa, 1913, Museo Comunale d’Arte Moderna, Ascona



La seconda sezione è dedicata prevalentemente agli anni a ridosso della Grande Guerra, quando Klee, al fronte con l’esercito tedesco, visti gli orrori bellici e perso l’amico Marc, decise di allontanarsi dall’illustrazione satirica per dedicarsi a un tipo di Arte eremitica e solitaria. Divenne, quindi, nella sua fase espressionista, “Illustratore cosmico”, con disegni e acquerelli pensosi, trasognati e spesso onirici, influenzati nella sfera tematica dalla Pittura di un altro grande svizzero come Heinrich Fuessli e frutto di una volontà di spiegare, in immagini già astratte, le leggi universali del Cosmo e dell’Universo. Per ottenere tali risultati, a Monaco, Klee si ispirò ad antichi Evangeliari miniati e ai mosaici bizantini: con formati piccolissimi, spesso lavorati con penne e matite, ottenne risultati che prefiguravano il misticismo del Blaue Reiter, come prova il Piccolo Mondo del 1924.

Costruzione di una foresta, 1919, Museo del Novecento, Milano

Costruzione di una foresta, 1919, Museo del Novecento, Milano



Sommo guardiano, 1940, Zentrum Paul Klee, Berna

Sommo guardiano, 1940, Zentrum Paul Klee, Berna



La terza sezione è imperniata sulla sua costante passione per gli alfabeti antichi, da quelli mesopotamici ai geroglifici egizi, alle grafie islamiche e alle rune celtiche. Klee si esercitò costantemente su queste testimonianze di scrittura in quanto segno, più che mai tangibile, delle Origini dell’Uomo. Furono più che altro i geroglifici egizi ad attrarlo, in quanto ideogrammi che contenevano, insieme, un seme di parola ma anche una raffigurazione oggettuale del suo significato, e ciò compare in varie sue opere, in cui pseudo-grafemi prendono vita, divenendo elemento umano, zoomorfo o fitomorfo. Più o meno lo stesso intento che animava l’Arte applicata agli inizi del ‘900 e che diede vita al fenomeno Art Nouveau, ma in direzione opposta, visto che Klee, anche grazie al contatto con l’amico Kandinskij e ai suoi scritti, si diede all’astratto, come provano alcune delle opere della sezione, come il bellissimo Angelo in divenire del 1934 o l’ironico Artico immobiliato del 1935, così come la tavola Turbato, del 1935, elabora uno stile personale, frutto dell’essenzialità creativa infantile unita alla grande passione per i geroglifici egizi, e anche il formato su tavola è frutto di un’elaborata analisi delle fonti antiche, dagli stessi egizi ai lavori dei maestri medievali attivi nelle chiese bavaresi e svizzere.

Paul Klee, Angelo in divenire, 1934, Zentrum Paul Klee, Berna

Paul Klee, Angelo in divenire, 1934, Zentrum Paul Klee, Berna



La quarta sezione mette in rapporto gli oggetti di Arte africana e precolombiana del MUDEC con il ritorno all’infanzia di Klee. La sua semplicità formale si abbinò a un notevole interesse per le silhouette ovali delle maschere africane, ma, soprattutto, a un rinnovato interesse, frutto anche di un lavoro psicanalitico, per l’infanzia e per i suoi segni creativi. Il frutto migliore di questa fase è il Teatro delle Marionette, capolavoro di Klee, realizzato tra il 1916 e il 1925 per realizzare un desiderio del figlio Felix: si tratta di una cinquantina di pupazzi, realizzati con i più disparati materiali che trovò nella sua abitazione, secondo la tradizione del teatro popolare del Nord Europa, in cui ritrasse, satiricamente, amici e colleghi o personaggi del suo tempo.

Kraftwetter, 1933, Zentrum Paul Klee, Berna

Kraftwetter, 1933, Zentrum Paul Klee, Berna



L’ultima sezione è dedicata al risultato finale della sua Arte, l’Astrazione, che, attraverso tutte le fonti esaminate, si manifesta in tutta la sua potenza, in quello che, per Klee, era uno stile di vita, un comportamento, frutto di un volersi allontanare dalla realtà seguendo un’esperienza metafisica e trascendente, ma non in senso religioso, in quanto il suo vero credo era l’Arte, la Pittura in particolare. Successivamente, negli anni del Bauhaus, Klee aderì a un tipo di Arte più formale, con geometrie semplici e dirette, più adatte a esigenze didattiche, come provano la bellissima Chiocciola, del 1924 o il Paesaggio urbano rosso-verde del 1923. In questo periodo, Klee arricchì le sue geometrie di colori sgargianti: fu lui stesso a cominciare a parlare di “policromie”, ispirate ad artisti svizzeri di nascita o di adozione, dell’800 o contemporanei, da Segantini a Hodler, da Itten a Giacometti. Sono nati in questo modo corpus di opere, degli anni ’30, in cui l’astrazione si accompagnò a un ricordo, quasi ossimoro, naturalistico, per poi volgersi a rappresentazioni più architettoniche, inserite in disegni geometrici semplici, ma che, come un ciclo che si chiude, ritornano alle origini della sua Pittura, alla verve ironica delle sue caricature e al misticismo cosmico della sua fase intorno alla Grande Guerra.

Paesaggio urbano rosso-verde, 1923, Zentrum Paul Klee

Paesaggio urbano rosso-verde, 1923, Zentrum Paul Klee



Paul Klee. Alle origini dell’Arte
MUDEC, Via Tortona 56, Milano
Orari: Lun 14.30 ‐19.30 | Mar, Mer, Ven, Dom 09.30 ‐ 19.30 | Gio, Sab 9.30‐22.30
Biglietti: Intero € 14,00 | Ridotto € 12,00
Info: www.ticket24ore.it | Tel. +39 0254917

“Marina Abramovic The cleaner”, la mostra a Palazzo Strozzi

Ha cambiato per sempre il concetto di performance, contribuendo a creare un forte legame tra artista e pubblico: Marina Abramovic è la protagonista della più grande retrospettiva italiana a lei dedicata presso Palazzo Strozzi di Firenze, “Marina Abramović. The Cleaner”.

La mostra ripercorre le tappe più importanti dell’esperienza dell’artista serba, riunendo oltre 100 opere dagli anni Settanta agli anni Duemila, tra cui fotografie, installazioni, oggetti, dipinti e mettendo in scena la riesecuzione di sue celebri performance da parte di un selezionassimo gruppo di performer istruiti appositamente per l’evento.

Attraverso questa esposizione, si ha la fortuna di camminare lungo il sentiero della sua vita artistica, dalle prime esecuzioni sottopagate nel periodo in cui la performance art non era ancora riconosciuta e anzi veniva giudicata con sufficienza e a tratti derisa, quasi fosse un ramo dell’arte inventato ed inutile, fino alle ultime apparizioni in “The artist is present” del 2010. Al MOMA di New York (Museum of Modern Art), Marina Abramovic starà seduta su una sedia al centro di una sala, immobile e in silenzio, senza poter mangiare, bere, fare pipì per più di settecento ore nell’arco di tre mesi, 8 ore tutti i giorni e 10 di venerdi. Siederanno di fronte a lei milleseicentosettantacinque persone, con cui manterrà il contatto visivo per tutto il tempo che vogliono, persone che rideranno o piangeranno o le daranno le spalle carichi di dubbi e domande; l’intento è quello di dare un valore alla comunicazione energetica e spirituale che si instaura tra artista e pubblico, elemento  fondamentale nella ricerca della Abramovic. Alla fine di questa esperienza l’artista si dichiarerà molto provata, di una stanchezza fisica e mentale mai sentita, cambiata nei gusti e nelle scelte della vita quotidiana.


"The Artist is Present" - Marina Abramovic MoMA - New York Photograph by MARCO ANELLI © 2010

“The Artist is Present” – Marina Abramovic
MoMA – New York
Photograph by MARCO ANELLI © 2010



Ad accoglierci nel cortile di Palazzo Strozzi, il furgone Citroën, ex cellulare della polizia, che sarà il mezzo d’unione tra Marina Abramovic e l’artista tedesco Ulay, alcova di una vita nomade passata viaggiando incessantemente per tre anni in Europa, tra una performance e l’altra. Vita e Arte si uniranno nel manifesto unitario “Art Vital“:

Nessuna dimora stabile
Movimento permanente
Contatto diretto
Relazione locale
Autoselezione
Superare i limiti
Correre i rischi
Energia mobile
Nessuna prova
Nessun finale prestabilito
Nessuna replica
Vulnerabilità estesa
Esposizione al caso
Reazioni primarie

1975, performance, Studio Morra Napoli

1975, performance, Studio Morra Napoli



Nel 1974 Marina Abramovic si trova in Italia, allo Studio Morra di Napoli con la sua performance più estrema, Rhythm 0.
L’artista mette a disposizione del pubblico, su un tavolo, settantadue oggetti utilizzabili a loro piacimento tra cui: un martello, una sega, una piuma, una mela, del pane, una forchetta, un’accetta, una rosa, un paio di forbici, degli aghi, una penna, del miele, un coltellino, uno specchio, del vino, degli spilli, un rossetto, un boa di struzzo, una torta, una frusta, delle catene, del cotone, una macchina Polaroid, un libro, una pistola e un proiettile. Per sei ore si assisterà a quella che chiamiamo la “nascita nel peccato“. L’uomo è un essere crudele, la Abramovic verrà ferita, umiliata, le taglieranno i vestiti, le verrà puntata una pistola alla gola, carica…e solo una piccola parte di pubblico la salverà, contribuendo alla realizzazione del suo lavoro:

In quel momento mi resi conto che il pubblico può ucciderti. […] Quello che era successo, molto semplicemente, era la performance. E l’essenza della performance è che il pubblico e il performer realizzano l’opera insieme.”


18.3b

La performer Marina Abramovic



Nello stesso anno, alla Galleria Diagramma di Milano, Marina presenta un’altra opera scioccante, Rhythm 4:

Ero nuda e sola in una grande stanza, accovacciata sopra un potente ventilatore industriale. Mentre una videocamera trasmetteva la mia immagine al pubblico nella stanza di fianco, spingevo la faccia contro il vortice che usciva dal ventilatore, cercando di inspirare nei polmoni più aria possibile. Nel giro di un paio di minuti, l’impetuoso flusso d’aria all’interno del mio corpo mi fece svenire. […] la cosa più importante era farmi vedere in due stati diversi: vigile e priva di sensi. Sapevo di sperimentare nuovi modi per usare il mio corpo come materia prima.


14.2

Marina Abramović Balkan Baroque 1997



Marina Abramović Balkan Baroque 1997



La consacrazione internazionale avviene nel ’97, con il Leone d’Oro alla Biennale di Venezia Marina Abramovic è chiamata a rappresentare ufficialmente la Serbia e il Montenegro alla Biennale, ma il progetto si interrompe bruscamente a causa del soggetto sensibile trattato dall’artista. Invitata da Germano Celant allestisce la ritualità sacrificale di Balkan Baroque in un sottoscala del Padiglione Centrale ai Giardini, scioccando pubblico e critica:

“ero seduta sul pavimento […], su una catasta di ossa di vacca: sotto ce n’erano cinquecento pulite, sopra duemila sanguinolente, con attaccate carne e cartilagini. Per quattro giorni, per sette ore al giorno, sfregavo le ossa sanguinolente fino a farle diventare pulite, mentre su due schermi alle mie spalle venivano proiettate – a intermittenza e senza sonoro – immagini delle interviste a mio padre e a mia madre: Danica che ripiegava le mani sul cuore e poi si copriva gli occhi, Vojin che brandiva la sua pistola. In quel locale senza aria condizionata, nell’umida estate veneziana, leossa sanguinolente marcirono e si riempirono di vermi, ma io continuavo a strofinarle: il lezzo era tremendo, come quello di cadaveri sul campo di battaglia. I visitatori entravano in fila e osservavano, disgustati dalla puzza ma ipnotizzati dallo spettacolo. Mentre pulivo le ossa, piangevo e cantavo canzoni popolari jugoslave della mia infanzia. Su un terzo schermo passava un video in cui io, vestita da tipico scienziato slavo – occhiali, camice bianco, grosse scarpe di cuoio – raccontavo la storia del ratto-lupo […]. Per me quello era il barocco balcanico.”


9.1

Ulay/Marina Abramović Imponderabilia 1977



Per natura effimera, la Performance Art per essere conservata necessita di documentazioni d’archivio. Al fine di far rivivere le proprie opere, Marina Abramovic, dagli anni Duemila, usa la “reperformance”, un metodo di lavoro in cui si ripropone la stessa ma con performer diversi e pubblico diverso. “The cleaner” a Palazzo Strozzi, propone un calendario fitto ricco di sollecitazioni in cui poter partecipare all’opera, come per “Imponderabilia”, performance realizzata la prima volta nel 1977 presso la Galleria Comunale d’Arte Moderna di Bologna, dove Marina Abramović e Ulay trascorsero novanta minuti in piedi uno di fronte all’altro, immobili e nudi in uno stretto passaggio d’ingresso, costringendo i visitatori che volevano entrare nel museo a passare in mezzo a loro. La performance doveva durare sei ore, ma fu interrotta dalla polizia. Per fortuna oggi a Palazzo Strozzi, nella prima sala del Piano Nobile, questo non succede, ma il visitatore può scegliere anche il passaggio laterale, evitando purtroppo il coinvolgimento emotivo e spirituale dell’opera stessa.

Marina-Abramovic-The-Lovers-The-Great-Wall-Walk-1

Marina Abramovic attraverso la lunga Muraglia cinese – The lovers”



 

Marina e Ulay vivono e lavorano in simbiosi, fino all’ultima loro performance insieme: “The Lovers” del 1988, 90 giorni di cammino per tutta la lunghezza della Grande Muraglia cinese, una partendo dal dal lato orientale della muraglia a Shan Hai Guan, e l’altro camminando dal lato occidentale, a Jai Yu Guan, per poi incontrarsi e firmare il loro “addio pubblico”.


Avevamo concepito l’idea romantica di percorrere a piedi la Grande Muraglia cinese otto anni prima, nell’outback australiano, sotto la luna piena. L’idea aveva preso prepotentemente forma nella nostra immaginazione condivisa. Allora pensavamo che la Muraglia fosse una struttura continua e ancora integra, e che non avremmo incontrato problemi; la sera ci saremmo accampati lì sopra. E dopo essere partiti dalle estremità (la testa a Oriente, la coda a Occidente) ed esserci incontrati a metà, ci saremmo sposati. Per anni, il titolo provvisorio di questa nostra opera era stato The Lovers. Adesso amanti non eravamo più. […]. Ma non per questo volevamo rinunciare alla nostra marcia. Invece di camminare da soli, ciascuno sarebbe stato accompagnato da un drappello di guardie e da una guida-interprete. […] Quanto alla Grande Muraglia, la colossale struttura a forma di drago visibile dallo spazio era in gran parte in rovina, soprattutto a Ovest, dove lunghi tratti erano scomparsi sotto le sabbie del deserto. Ma anche a Est, dove attraversava una serie di catene montuose, gli inverni e il passare del tempo avevano portato a termine la loro opera di distruzione: in molti punti, la Muraglia era solo un mucchio di sassi pericolanti. E la nostra motivazione iniziale non c’era più. Noi non c’eravamo più. […] Camminare una verso l’altro aveva un certo impatto… era quasi la storia epica di due amanti che si incontravano dopo tante sofferenze. Poi questo aspetto è scomparso. Mi sono confrontata solo con me e la nuda Muraglia. [..] Sono molto contenta che abbiamo comunque deciso di realizzare questo lavoro, perché avevamo bisogno di una qualche conclusione. E questa è rappresentata da tutta la strada che facciamo camminando l’una verso l’altro, e non per incontrarci gioiosamente, ma solo per pronunciare la parola “fine”. È una cosa molto umana, in un certo senso. Ed è molto più drammatica della semplice storia dei due amanti. […] Ero affascinata dal rapporto tra la Grande Muraglia e le ley lines, le linee di energie della terra. Al tempo stesso mi rendevo conto di come cambiava la mia energia a seconda dei diversi tipi di terreno. A volte camminavo su argilla, a volte su ferro, quarzo o rame. Volevo cogliere le connessioni tra l’energia umana e quella della terra. In ogni posto in cui mi fermavo, chiedevo sempre di incontrare le persone più anziane. Alcune avevano centocinque, centodieci anni. Quando chiedevo loro di parlarmi della Grande Muraglia, mi raccontavano sempre di draghi: un drago nero che lottava contro un drago verde. Mi resi conto che quei racconti epici si riferivano puntualmente alla conformazione del terreno: il drago nero era il ferro, il drago verde era il rame. [..] Alla fine ci incontrammo il 27 giugno 1988, tre mesi dopo avere iniziato, a Erlang Shen, Shennu, nella provincia di Shaanxi. Solo che il nostro incontro non fu quello che avevamo immaginato. Invece di vedere Ulay venirmi incontro dalla direzione opposta, lo trovai ad aspettarmi in un punto altamente scenografico, tra un tempio confuciano e uno taoista. Era lì da tre giorni. Si era raccolta una piccola folla ad assistere al nostro incontro. Io scoppiai a piangere, e lui mi abbracciò. Un abbraccio da compagno, non da amante, privo di qualunque calore”.


La mostra è visitabile fino al 20 gennaio 2019 e, oltre alle video-installazioni esposte, propone delle opere in cui il pubblico diviene protagonista, come l’attualissimo “COUNTING THE RICE” in cui a ciascun partecipante viene dato un foglio di carta e una matita. Davanti a sé trova mucchi di riso che deve prendere, contare e annotare. In questo modo Marina Abramovic ci da’ l’opportunità di riflettere sul tempo, sull’importanza dello spazio, sperimentandolo con un gesto semplice e con oggetti di uso quotidiano.

(in copertina Marina Abramović The Onion 1995, video, 20’03”. Amsterdam)

Eleventy rivela una vena nostalgica, ma sempre guardando al futuro – collezione FW 19/20

 

Collezione Autunno Inverno 2019/20 Eleventy


Edoardo VII, re del Regno Unito, di Gran Bretagna e Irlanda, re dei Dominion britannici e imperatore d’India, pare fosse stato il primo ad aver adottato l’orlo ai pantaloni. Siamo tra la fine del 1800 e gli inizi del ‘900, Edoardo è figlio della regina Vittoria, che ha regnato per oltre 63 anni, il regno più duraturo dopo quello dell’attuale Elisabetta II; ha una passione per l’abbigliamento maschile e, pur contro i consigli del padre che lo incita alla discrezione, Edoardo VII sceglie le stoffe più pregiate presso la sartoria Henry Poole & Co., la più rinomata di Savile Row, strada di Londra sede dei sarti che hanno reso la sartoria maschile inglese la più apprezzata nel mondo.

Edoardo inoltre è un abile dongiovanni e si destreggia tra le numerose amicizie femminili, sempre di corsa, forse è per questo che l’orlo gli fa gioco, per non sporcare i calzoni tra un appuntamento fugace e l’altro!

Torna anche oggi nella moda maschile la tendenza dell’orlo di 4 cm, misura che non dovrebbe essere superata se non si raggiunge oltre il metro e ottanta di altezza.
Eleventy lo ripropone in chiave moderna sui pantaloni classici stile british -Galles Chevron Piedepoule, ma anche, azzardatissimo, sul denim con le pinces.

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Marco Baldassari, fondatore e direttore creativo del brand Eleventy, rimane coerente con le precedenti collezioni, mixando come un vero funambolo il saper fare bene, quindi il know how del made in Italy, l’eccellenza delle materie prime, e la portabilità del capo che, probabilmente, ricopre un ruolo fondamentale nella scelta etica Eleventy, una scelta dove la comodità corre a pari passo con la ricercatezza ed il gusto.


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La linea P L A T I N U M di Eleventy raccoglie  maglie e giacche di lane pregiatissime e sono completamente de-costruite e cucite a mano, risultando più leggere e meno rigide. I pullover garzati in lana-cashmere con il loro “magic touch” effetto nuvola, sono caldi e voluminosi, ottenuti tramite un’antica tecnica di aspatura e garzatura della lana, che estrae le fibra più bella e la porta in superficie all’esterno. Come i vecchi cappotti dei nostri nonni, le maglie vengono trattate ad effetto “casentino”, la velata vena nostalgica di Eleventy, che invece guarda sempre al futuro ed è sempre attento alle tendenze. Come per la scelte delle freschissime cuciture “a vivo”, tipiche della giovane cultura della moda, ma utilizzate su capi casual.

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E sempre sul filone dei rubacuori, le “divise” sportive che ricordano il più grande giocatore di baseball di tutti i tempi, Babe Ruth, l’ex bambino mascalzone che marinava la scuola e masticava tabacco a 6 anni.


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Un guardaroba per ogni occasione, per l’uomo dallo spirito volitivo e fugace, che ama viaggiare e cambiare,  che non si lascia cogliere alla sprovvista, portando con sé pochi pezzi tutti mixabili tra loro, nel maxi borsone firmato Eleventy.

Sfoglia la collezione Eleventy Fall Winter 2019/20:



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DAKS FESTEGGIA I 125 ANNI DALLA SUA FONDAZIONE ALLA MILANO MODA UOMO

Daks festeggia i 125 anni dalla sua fondazione alla Milano Moda Uomo

DAKS COLLEZIONE AUTUNNO INVERNO 2019/20 – MILANO MODA UOMO 


Sempre fedelmente british, di un’eleganza nostalgica che viene dalla campagna, dagli uomini politicamente impegnati, ma ancora legati alla propria terra, DAKS celebra la sua collezione FW 2019/20  che compie oggi 125 anni.

Oltre un secolo di coerenza e classe, una collezione Autunno Inverno dal forte carattere inglese, dalla compostezza rigorosa e raffinata dei tessuti, una stagione fredda che si lega al grande romanzo dello scrittore britannico Kazuo Ishiguro, “Quel che resta del giorno” (The Remains of the Day, 1989), vincitore del Premio Booker, premio miglior romanzo scritto in lingua inglese.


sx scena dal film “Quel che resta del giorno”, dx collezione FW19/20 Daks


Siamo quindi in Gran Bretagna negli anni ’20 e ’30 , gli uomini passano dalla caccia alla volpe al bicchiere di whisky e chiacchiere di Stato; nelle loro stanze private indossano giacche da camera e fumano la pipa. Il cappello ha il pregio di valorizzare tutta la ricchezza degli abiti, che sono necessariamente sartoriali, i pomeriggi sono freddi e nebulosi, i colori che l’uomo indossa sono quelli della terra, il ruggine delle foglie quasi morte, il verde dei boschi, il grigio della bruma.


sx collezione FW19/20 Daks -dx scena dal film “Quel che resta del giorno”


DAKS, con la stessa compenetrazione del protagonista di “The remains of the day“, interpretato nel film di James Ivory dal grande Anthony Hopkins, propone per questa speciale collezione fibre nobili come il merinos, il cashmere e uno speciale mohair con particolare trattamento di garzatura volto a creare un effetto maggiormente soffice, caldo ed avvolgente.

Le stoffe utilizzate sia per l’uomo che per la donna DAKS, arrivano dai ricercati archivi dei fornitori inglesi, che rispecchiano il gusto e il carattere del tocco british DAKS.


al centro scena dal film “Quel che resta del giorno”, ai lati collezione FW19/20 Daks


Si torna indietro nel tempo indossando un gessato DAKS, ma si rimane eleganti nel presente, nel particolare tocco twenty, nelle strutture, nei tagli, resi moderni e di tendenza.

Must have della collezione Fall Winter 2019/20 Daks, l’Anniversario Check: uno speciale disegno ideato appositamente per celebrare questa importante ricorrenza e che ritroveremo sviluppato tanto nei capi spalla quanto nella maglieria.

Le maglie ricordano, nel disegno, l’intramontabile “argyle”, l’iconico tratto grafico della maglieria inglese. Le borse, pensate sia per l’uomo che per la donna, sono realizzate in pelle mat e nei tessuti dei capi di collezione.

Sfoglia qui la sfilata uomo/donna Daks della collezione autunno inverno 2019/20:



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Intervista a Fabrizia Milia: Non vivo d’altro che d’amore e di fotografia, e d’amore per la fotografia

Fabrizia Milia nasce in un’Isola della Sardegna nel marzo del 1984. Raggiunti i dodici anni inizia a scrivere i suoi pensieri su fogli di carta. Quando la tecnologia avanza Fabrizia ha 18 anni e sostituisce così la carta con i blog. Nel 2008 pubblica il suo primo libro “Pensieri fragili tra pareti di vetro” che è, appunto, una raccolta di tutti i suoi pensieri scritti negli anni. In quello stesso anno si avvicina alla fotografia per non abbandonarla.


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Quale significato personale attribuisce all’autoritratto?


Per me è stato, ed è, nient’altro che un mondo a parte. Un mondo che era, ed è, rifugio, dove il bello – estetico od emotivo – resta per sempre, intoccabile e pulito.


Come si sente mentre immortala la sua stessa immagine?


Ho sempre fotografato me stessa sentendomi altro, come una interpretazione di una femminilità che mi affascina, raramente me stessa o una donna soltanto, bensì una donna che potrebbe essere chiunque. Spesso di altri tempi.


Coglie delle differenze tra l’autoritratto e fotografare altri soggetti?


Per riuscire a provare soddisfazione nel fotografare gli altri dovrei conoscere queste persone almeno da trentacinque anni. Ma non si ha mai abbastanza tempo per conoscersi, mai abbastanza per poterle fotografare sentendo tutto di loro, le loro emozioni, la loro poesia.


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Quale sentimento preferisce cogliere nelle sua fotografia?


La malinconia. La trovo poetica.


Ci sono dei fotografi che ammira particolarmente? Quali?


Ci sono tante immagini che mi catturano. Tante fotografie che mi rubano gli occhi. Una marea. Un infinito cielo.


Amore e fotografia. In che relazione sono nella sua vita?


In comune hanno la costanza. Non vivo d’altro che d’amore e di fotografia e d’amore per la fotografia.


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Quale parola assocerebbe alle sue immagini?


Semplicità. Non c’è niente dietro alle mie fotografie, se non l’amore, appunto, per la luce che trasforma tutto in bello.


Come si reputa cambiata, fotograficamente parlando, dagli inizi?


Non direi in meglio, ci sono fotografie del mio passato che amo oggi più di ieri. Cambia solo la tecnica, alla fine, non credo di essermi allontanata troppo, né evoluta troppo. E’ come quando amo un film o una canzone, li riguardo e riascolto per ore, per giorni, per mesi, per anni senza stancarmi. E’ come quando ami qualcuno e lo ami per sempre.


Cosa preferirebbe non fotografare?


Non fotografo mai niente oltre ciò che amo fotografare. Non ne comprenderei il senso e non ne proverei piacere.


Come affronta i periodi di calo creativo?


Con la consapevolezza che capitano, con la consapevolezza che passano.


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PITTI UOMO 95 – IN VIAGGIO CON GABS TRIP TRAVEL COLLECTION

GABS @ PITTI UOMO 95
IN VIAGGIO CON GABS TRIP TRAVEL COLLECTION


Trasformazione, leggerezza, personalizzazione: il mondo caleidoscopico di Gabs si espande ulteriormente conquistando il mondo della valigeria. La passione per il viaggio da sempre caratterizza il DNA del brand, che con la linea di borse Trip cattura emozioni e ricordi da diverse città nel mondo, si allarga oggi con la nuova Trip Travel Collection, una linea di trolley ultraleggeri che si possono customizzare in modi sempre diversi grazie a fantasiose cover. Proprio per soddisfare i globetrotter più esigenti Gabs ha inoltre sviluppato sei modelli di borse in sei stampe fantasia abbinabili al trolley: la Trip Travel Bag, che presenta due cerniere sul retro per essere agganciata comodamente al manico del trolley per viaggiare sempre con stile e comfort.

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Il concetto di continua trasformazione e gioco definisce anche questa serie di trolley che possono cambiare aspetto grazie alle estrose copertine intercambiabili le cui stampe sono abbinate alle stesse della borsa Trip Travel. La prima cover con la stampa “viaggio” viene regalata con l’acquisto del trolley per iniziare una collezione che spazia da motivi street art a pattern colorate, per rendere la tua valigia sempre diversa e per divertenti mix&match con la borsa.

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E se l’esterno può cambiare secondo il gusto e il mood del momento, anche l’interno è sorprendente grazie alla fodera azzurra con stampa “viaggio” personalizzata, cinghie elastiche e divisorio con tasca rete azzurra per organizzare al meglio abiti e accessori.


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In auto, treno o aereo le parole d’ordine per il trolley sono leggerezza e funzionalità per non rinunciare
a comfort ed estetica. Il trolley Gabs vanta, infatti, un primato di assoluta leggerezza (pesa 2,45 kg) e grazie a uno studiato mix di materiali (abs e policarbonato) permette di portare più carico, ottimizzando spazi con garanzia di robustezza e affidabilità. Una linea pensata per esprimere la tua personalità anche in viaggio.

Intervista a Fabio Vittorelli: “La fotografia non mostra la realtà, ma l’idea che se ne ha.”

Il milanese Fabio Vittorelli si contraddistingue straordinariamente per la capacità di catturare la magia della e nella quotidianità, con grande spontaneità. L’osservatore si stupisce tramite gli occhi del fotografo, non molto differenti da quelli infantili, e viene improvvisamente catapultato in un mondo non estraneo ma filtrato in maniera creativa. Il soggetto, pur appartenendo alla realtà, viene ritratto attraverso un punto di vista poco comune, scaturendo di conseguenza emozioni naturali ed estremamente umane.


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Come nasce la sua passione per la fotografia?


Fin da giovane, ancora adolescente, con una macchina fotografica allora analogica. Da allora la passione è rimasta, raggiungendo poi una diversa intensità nei vari anni.


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Le è capitato di fotografare in più parti del mondo. C’è una zona a cui è più legato?


Direi di no. In ogni luogo, cerco di rappresentare il mondo con cui interagisco. I contesti urbani, comunque, sono quelli che mi attraggono maggiormente.


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Quale crede che sia il filo conduttore di tutte le sue immagini?


Negli anni è progressivamente mutato il mio approccio con la fotografia. Ho iniziato con fotografie prevalentemente di architettura, poi mi sono avvicinato di più alle persone, che hanno iniziato a popolare le mie fotografie. Attualmente, le persone sono al centro di quasi tutti i miei scatti.


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Come si pone verso i soggetti ritratti per strada?


Cerco sempre di raccontare una loro storia, quello che vivono in quel momento, almeno, per come io lo percepisco. E’ un esercizio umano molto interessante: spesso non riesco a scattare nessuna foto, ma ho avuto lo stesso modo di vivere una parte della loro vita, dei loro pensieri. Bisogna imparare prima a stare in mezzo alla gente, nel modo più discreto possibile; la fotografia viene dopo. Credo anche che la fotografia di strada contenga una parte di magia. Il fotografo di strada può solo intuire una certa situazione, ma non può determinarla. Certe volte basta un attimo, altre volte, anche una lunga attesa può non portare a nessun risultato valido.


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Come definirebbe la Fotografia?


Credo che questa definizione di Neil Leifer possa rispondere a questa domanda: “La fotografia non mostra la realtà, ma l’idea che se ne ha.”


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Qual è la sua idea di “buona fotografia”?


Una fotografia che esprima una sua verità, anche se parziale, la verità del fotografo e/o quella del soggetto fotografato: una fotografia che ci lascia dentro qualcosa è una buona fotografia.


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Come riconosce se una sua immagine è valida?


Faccio ancora molta fatica a essere critico con quello che scatto, ho spesso bisogno di qualche parere esterno oppure di far trascorrere del tempo, per avere un coinvolgimento diverso. E poi ci sono delle fotografie che sono valide per me e non lo sono per altri: ma forse questo è un lato positivo.


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Quali sono le differenze che incontra tra il fotografare per strada e ritrarre corpi femminili nudi?


Il passaggio più recente, ai ritratti e al nudo, è stato il passo successivo dello stesso percorso: ho cercato di entrare sempre di più in relazione con il soggetto fotografato, ma non in modo casuale come avviene nella street photography, ma in modo concordato, programmato, studiato. Questa è la mia fase di studio attuale, anche se la mia natura principale è sempre quella della foto di strada. Mi sono già reso conto, però, che questa fase attuale mi sta insegnando molto: mi rendo conto che questo esercizio mi è molto utile, anche nella fotografia di strada, che paradossalmente è molto diversa. Forse sto imparando un nuovo modo di interazione.


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Cosa ne pensa dell’attuale diffusione della fotografia come forma espressiva?


Siamo sottoposti quotidianamente a un grandissimo flusso d immagini, spesso però del tutto omologate fra loro. E’ positivo però che tutti ormai possano fotografare e condividere i loro scatti: la tecnologia ci ha fornito strumenti che anni fa non esistevano.


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Ci sono fotografi o registi che lo hanno ispirato?


Ci sono molti elementi che mi ispirano, è difficile dirlo. Una scena particolare di un film che magari rivedo molte volte, oppure uno spot pubblicitario particolarmente riuscito, un video su youtube, un quadro magari sconosciuto visto per caso in una mostra. Un po’ come nella street photography, ogni tanto il mio occhio cade su un soggetto o su di una situazione che sento in sintonia con qualcosa dentro di me. In ogni caso incidono sicuramente la pittura, fotografia e i film che vedo, ma anche i viaggi sono fonte di ispirazione.


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L’Adorazione dei Magi di Perugino a Milano

Come ogni anno, il Comune di Milano regala ai propri cittadini e ai turisti che riempiono la città durante le Feste natalizie una straordinaria possibilità di vedere da vicino un capolavoro proveniente da un Museo italiano o straniero.

Lo scenario è sempre la sala Alessi di Palazzo Marino, il Municipio di Milano, dove, dal 1 dicembre 2018 al 13 gennaio 2019, è possibile osservare da vicino, con una validissima spiegazione, l’Adorazione dei Magi di Pietro Vannucci, detto il Perugino, proveniente dalla Galleria Nazionale dell’Umbria di Perugia.

Curata dal direttore della Galleria, Marco Pierini, la mostra è promossa da Comune di Milano e Intesa San Paolo, patrocinata dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali e organizzata con la collaborazione della Galleria Nazionale dell’Umbria, della Regione Umbria e del Comune di Perugia.

La pala è un’opera giovanile di Perugino (Città della Pieve, 1450 circa – Fontignano, 1523). Pietro fu uno dei maestri del Rinascimento italiano, che si formò a Firenze con Andrea del Verrocchio e dove divenne pittore affermato, tanto da aprire due botteghe parallele, una nel capoluogo toscano e un’altra a Perugia. Dopo un decennio di attività soprattutto in Umbria, venne chiamato a Roma nel 1479 per la decorazione della Cappella Sistina, in collaborazione con pittori fiorentini come Botticelli e con un giovane artista umbro destinato a grande fama, Pinturicchio. Qui, con la Consegna delle Chiavi, Perugino lasciò un autentico capolavoro, che raccoglie l’essenza della sua opera: la prospettiva derivata da Piero della Francesca e dagli studi di Leon Battista Alberti e Luca Pacioli, insieme al colore erede della tradizione di Beato Angelico e Benozzo Gozzoli e ai paesaggi, frutto della lezione di Verrocchio. Subentratogli Luca Signorelli, Perugino lasciò Roma per tornare a lavorare tra Firenze e Perugia. Fu in questo periodo che, raggiunta una fama notevole, Pietro iniziò un’attività sempre più frenetica, che lo portò, spesso, a riprodurre gli stessi schemi pittorici per realizzare più pale d’altare nel minor tempo possibile: fu per questo che Vasari, nelle Vite, ebbe modo di criticare la sua opera. A Firenze si sposò  nel 1493 e, qui, iniziò a frequentare i circoli di Lorenzo il Magnifico e l’Accademia Neoplatonica, approfondendo la prospettiva nei suoi dipinti, che divenne aerea e scenografica, con grandiosi portici sotto cui Perugino tendeva a rappresentare le figure. Fu in questo periodo che, nella sua bottega fiorentina, arrivò, da Urbino, un giovane destinato a grande fama, tale Raffaello Sanzio, che, sempre, fece riferimento agli schemi compositivi e prospettici del maestro. La pittura di Perugino, specie quella religiosa, divenne, poi, amata da Savonarola e dai suoi seguaci per la semplicità compositiva e la purezza stilistica. Anche dalla bottega umbra uscirono numerose opere, ma quella più significativa fu la decorazione del Collegio del Cambio di Perugia, realizzata a cavallo tra gli ultimi anni del ‘400 e i primi del ‘500, nelle cui scene allegoriche Perugino raggiunse il punto più alto della sua creazione e in cui fuse le lezioni fiorentine e romane con la tradizione della pittura umbra. Dopo una commessa mantovana non andata a buon fine e a una feroce critica da parte del Papa per la decorazione di una delle stanze vaticane, la pittura di Perugino, con i primi anni del ‘500, iniziò ad andare in crisi e a essere criticata, anche in seguito alla crescente fama dell’allievo Raffaello, ma specie per la ripetitività del suo stile, ancora legato al ’400 e non certo pronto al turbine di novità artistiche che stavano sconvolgendo Roma e Firenze e che i committenti iniziavano ad apprezzare maggiormente. I suoi ultimi anni Perugino li passò a dipingere per le chiese della provincia umbra, dove la sua pittura, ormai tradizione, veniva ancora apprezzata.

Pietro Perugino, L'Adorazione dei Magi, 1475-80, Perugia, Galleria Nazionale dell'Umbria

Pietro Perugino, L’Adorazione dei Magi, 1475-80, Perugia, Galleria Nazionale dell’Umbria



L’Adorazione dei Magi è una grande pala d’altare (242 x 180 cm) e venne dipinta per la chiesa di Santa Maria dei Servi a Perugia, oggi non più esistente in quanto l’edificio venne abbattuto per fare posto alla Rocca Paolina. Nel 1543 venne trasferita in Santa Maria Nuova e, poi, nell’Ottocento, entrò a far parte del corpus di opere della Galleria Nazionale dell’Umbria. La datazione è stata un problema annoso e la critica si è dibattuta su di essa. L’ipotesi più plausibile la formulò, circa un secolo fa, Adolfo Venturi, assegnando la pala a un Pietro Perugino venticinquenne o poco più, quindi, tra il 1475 e il 1480 e collocando, quindi, la pala, nel novero della produzione giovanile umbra dell’artista. Ci sono alcuni elementi che farebbero propendere per tale ipotesi, e il più importante è quella figura che ci guarda dall’estrema sinistra del quadro: si tratterebbe dell’autoritratto dell’artista che, confrontato con altri omologhi posteriori, tra cui quello al Collegio del Cambio, porterebbe a propendere per tale datazione. Altri elementi sono i panneggi ricchi e mossi, frutto della lezione di Verrocchio ancora fresca di bottega, così come gli ornamenti delle vesti, che rimandano ai fiorentini Pollaiolo, conosciuti da Perugino durante il suo apprendistato toscano. Non manca nemmeno il rimando a Piero della Francesca, con l’albero al centro della composizione, in sezione aurea, esattamente come nel Battesimo di Cristo dell’artista biturigense. Il primo piano della scena è ancora tardogotico, frutto del modello di Beato Angelico e del Gozzoli, con figure ammassate in primo piano davanti alla capanna, posta a destra, che contrasta, nella sua semplicità, con la ricchezza delle vesti dei Magi, già tipicamente rinascimentali nella resa accurata. Alcuni critici, come Teza, hanno valutato di riconoscere, nei Magi, le fattezze dei committenti, la celebre famiglia perugina Baglioni: a Gaspare corrisponderebbe un ritratto di Malatesta, capostipite della famiglia, a Baldassarre quello di Braccio, guida della casata all’epoca del dipinto, mentre a Melchiorre quello di suo figlio Grifone, destinato a succedergli. Ciò spiegherebbe anche la collocazione dell’opera, visto che la chiesa dei Serviti era il tempio prediletto dei Baglioni.
Lo sfondo è debitore della lezione fiorentina di Andrea del Verrocchio, viste le somiglianze con quelli del giovane Leonardo da Vinci, suo compagno di bottega, ma anche, nella sua nitidezza paesaggistica, della pittura fiamminga e di Piero della Francesca, vista la conoscenza della sezione aurea e della prospettiva aerea.

L’Adorazione dei Magi
Palazzo Marino, Piazza della Scala 2, Milano
Orari: tutti i giorni, 9.30-20.00, giovedì 9.30-22.30
Ingresso gratuito
Info: Tel. 800.167.619; www.comune.milano.it; [email protected]

 

 

Doria1905 al Pitti Immagine Uomo 95

PULL THE HAT OUT OF THE BAG! FALL WINTER 19

L’iconico cappello genderless si arricchisce di concept tecnici e diventa sempre più trip-addict. La nuova avventura di Doria1905 è nel movimento. Lo arrotoli, lo srotoli, lo metti in tasca e poi: Tira fuori il cappello dalla borsa!

L’idea di viaggio continua ed evolve esplorando nuove dimensioni e nuovi ambienti. Calzato da esploratori e globetrotter, il cappello Doria è l’inseparabile compagno di viaggio, pratico, ingualcibile, arrotolabile e immancabile.
Doria 1905 rende contemporaneo il concetto del viaggiare “a cappello”, tenendo a mente l’immagine visionaria di Lewis Carrol, e disegna, completando la collezione unisex, una micro-linea di bags mirate a trasportare il fedele compagno, comodamente e con un mood assolutamente stiloso. I cappelli della collezione sono stato concepiti e realizzati per assecondare con un perfect fit le loro speciali bags.


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Doria 1905 espande il suo percorso creativo nel mondo degli accessori, partendo dalla praticità per approdare a un risultato in perfetta armonia con la cifra stilistica del brand. Nel DNA della borsa lo spirito unisex e timeless del marchio, di cui lo studio tecnico e la realizzazione delle scocche protettive sono stati affidati a un giovane designer di pelletteria: Alberto Olivero.


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Lo Zaino SKUBA, la Sacca OCEAN, la Shopper HEVA e la ROLL BAG hanno un comune denominatore: trasportare e preservare la forma del cappello con soluzioni di protezione che siano esteticamente gradevoli e possano, perché no, diventare veri e propri accessori con una vita propria. Realizzati in mix di materiale spalmato e vellutato al tatto, pelle nappata impermeabile, camoscio e dettagli di sofisticate zip multi-tono, si aprono svelando inaspettati e protetti “nascondigli” per viaggiare con il proprio cappello.

I cappelli si piegano, non si sgualciscono, si bagnano ma senza lasciar passare l’acqua, si vestono di accorgimenti tecnici che li rendono più calzanti, come le reti soft e i sottogola che assicurano tenuta e quel tocco uptodate classy-sport pur non modificando il concept del brand.

Colorati, luminosi, giocosi ma anche sofisticati, i cappelli di questa collezione sono estremamente unisex e giocano con materiali lussuosi come i velour pettinati, i feltri in cashmere e lapin, paillettes, eco-cavallino, naplack e morbidissime eco-furs ma, anche tessuti tecnici come resinati, reti soft, feltri impermeabili e l’immancabile “capsule” doppiata in leggera piuma d’oca “Thindown” che apre a nuovi colori.

Piombo, Fumo, Caramel, Mou, nero Saraceno, Negramaro, Inchiostro, Lacca, Melograno, Zucca, Petrolio, blu Notte, Mattone, Glicine, Ostrica, Roccia, si fondono in una palette profonda che disegna una collezione ricca di colori.
Forme sensuali, eleganti, pulite tornano alla ribalta accanto ai capi più sfrontati e young.

L’ispirazione “Futurista” di questa collezione è tangibile in ogni aspetto, nelle innovazioni azzardate, nei colori decisi, nella ricerca, da sempre alla base del brand, di materiali inusuali, forme semplici ma dinamiche e nella costante analisi della praticità, in particolare è forte il richiamo al genio di Ernesto Michahelles, conosciuto con il suo pseudonimo palindromo Thayaht, che creò quell’indumento unico e versatile che è la tuta e che ben si sposa con la praticità tanto cara a Doria 1905, ed è in occasione del centenario di questa fortunata invenzione, che le immagini del catalogo della stagione FW 19/20, rendono omaggio al primissimo esempio nella storia del Made in Italy (la cui denominazione risale proprio al 1920) di workwear, di un abito creato per assecondare il movimento, l’emancipazione, le conquiste, il lavoro verso la costruzione di un futuro migliore. In sintonia con il puro Made in Italy del marchio i capi scelti per accompagnare i cappelli nelle immagini, autentiche tute da lavoro della storica Casa della Tuta di Torino e scarpe “antinfortunistica” di grande impatto estetico del brand padovano Dike, pensate per vestire con stile l’ambiente di lavoro.


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“Noi canteremo le grandi folle agitate dal lavoro, dal piacere o dalla sommossa: canteremo le maree multicolori e polifoniche delle rivoluzioni nelle capitali moderne; canteremo il vibrante fervore notturno degli arsenali e dei cantieri, incendiati da violente lune elettriche; le stazioni ingorde, divoratrici di serpi che fumano; le officine appese alle nuvole per i contorti fili dei loro fumi; i ponti simili a ginnasti giganti che scavalcano i fiumi, balenanti al sole con un luccichio di coltelli; i piroscafi avventurosi che fiutano l’orizzonte, e le locomotive dall’ampio petto, che scalpitano sulle rotaie, come enormi cavalli d’acciaio imbrigliati di tubi, e il volo scivolante degli aeroplani, la cui elica garrisce al vento come una bandiera e sembra applaudire come una folla entusiasta”. Filippo Tommaso Marinetti


TOODORIA è la capsule Doria 1905 che si propone di esaltare ed accentuare alcuni caratteri distintivi del brand tramite pezzi “outsider” ed innovativi. L’approccio “Toodoria” all’innovazione di prodotto si fonda su una continua sperimentazione e una contaminazione trasversale innovativa. Dopo la sperimentazione di prodotto avvenuta con l’applicazione di piercing, catene e zip nelle passate collezioni, questa volta Toodoria si concentra sul co-branding e, in una stagione dove la borsa diventa il naturale contenitore dei cappelli Doria, si lascia contaminare dall’interpretazione del cappello da parte del designer di pelletteria Alberto Olivero. Il risultato è una proiezione dei tratti caratterizzanti delle borse Alberto Olivero sul cappello, trasformando quest’ultimo in un container con pocket e finiture rubate al mondo delle bags.
Innovazione di prodotto, sperimentazione e cross-contamination rigorosamente Made in Italy costituiscono i capisaldi su sui si fonda Toodoria.

La malattia e la fotografia come terapia – Intervista a Claudia Amatruda

Claudia Amatruda è foggiana e ha 23 anni. Quattro anni fa la sua vita è cambiata non poco quando ha ricevuto una diagnosi parziale riguardante il suo stato di salute: neuropatia delle piccole fibre, disautonomia e (forse) connettivopatia ereditaria. Si tratta di una malattia rara, alla quale si è ispirata per l’ultimo suo progetto “Naiade“.


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Qual è il suo rapporto personale con la fotografia?


Fotografare per me è un’esigenza, mi fa star meglio: nel momento in cui avvicino l’occhio al mirino della macchina mi sento finalmente nel posto giusto, entro in un mondo che sento mio, sono a mio agio. Quindi direi che è un rapporto per niente conflittuale, è un semplice bisogno, come mangiare o qualsiasi altra azione quotidiana che ci piace tanto.


Quando ha iniziato ad appassionarsi alla fotografia?


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E’ successo pian piano, poi profondamente, non è stato un colpo di fulmine, direi che è successo più per caso: i miei genitori dipingono da quando sono nata, e quando ho compiuto 14 anni hanno deciso di portarmi in giro per le loro mostre, con un incarico in particolare, avrei dovuto fotografare le esposizioni per conservarne i ricordi. Così è iniziato tutto, ma non avrei mai immaginato di appassionarmi a tal punto da farla diventare una professione.


C’è qualcosa che preferisce omettere quando cattura un’immagine?


Dipende dalla situazione in cui mi trovo, da cosa progetto o penso di voler trasmettere. Di solito adotto una filosofia in particolare quando scatto, tratta da una poesia di Emily Dickinson: “Dì tutta la verità ma dilla obliqua”.


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Come nasce e si sviluppa l’ultimo progetto?


L’ultimo progetto nasce 3 anni fa, all’inizio come una serie di 10 autoritratti ambientati in piscina, il luogo che mi far star bene per eccellenza. Poi in quest’ultimo anno, durante un Master in progetto fotografico della scuola Meshroom Pescara, grazie all’aiuto del prof Michele Palazzi decido di trasformare quella serie in un progetto vero e proprio, che non raccontasse solo di ciò che mi fa star bene ma proprio di tutto ciò che adesso è la mia vita, la sofferenza di una malattia ancora incerta, degenerativa e senza cura: un bel fardello pesante da portare tra ospedali, medicine, mesi interi in casa, e piscina. Un diario fotografico che con tanto studio, tentativi, continui edit, critiche e consigli, è diventato adesso “Naiade”, il libro fotografico in produzione con un crowdfunding su Ulule.


C’è qualcosa con cui vorrebbe ancora confrontarsi fotograficamente?


Ma certo. Mi considero sempre agli inizi, e il bello della fotografia è che non esiste situazione identica ad un’altra, perciò ogni occasione è buona per confrontarsi con qualcosa che non si conosce, l’ideale per chi è estremamente curioso come me.


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Cos’è per lei un autoritratto?


E’ l’unico modo che ho trovato per riuscire ad amarmi un po’. Lo considero lo strumento meno narcisistico che esista (quando si parla di autoritratto e non di selfie), perché attraverso la macchina fotografica riesco a guardarmi dentro, mentre lo specchio restituisce solo l’aspetto esteriore di me, quello che vedono anche tutti gli altri; chi mi conosce sa quale sia la considerazione che ho del mio corpo, specialmente dopo aver scoperto della malattia, perciò per adesso l’autoritratto è una specie di terapia contro la negazione di sè.


Ci sono dei fotografi che apprezza particolarmente? Quali?


Troppi. Anche se la scelta è difficile, ne nomino alcuni: Todd Hido, Rinko Kawauchi, Ren Hang, Nan Goldin, Sally Man, Robert Mapplethorpe, Vanessa Winship, Letizia Battaglia, Gabriele Basilico e Luigi Ghirri.


Amore e fotografia. Come sono in relazione nella sua vita e nella sua quotidianità?


Questa domanda mi mette in difficoltà, devo ammetterlo. Ho un rapporto troppo conflittuale con l’amore nella mia vita, di conseguenza la sua relazione con la fotografia non è delle migliori, è come una coppia che litiga continuamente. Se invece parliamo di amore per la fotografia, allora non ho dubbi, è amore quotidiano e sincero.


La malattia limita in qualche modo la sua passione per la fotografia?


La malattia limita me molto spesso, ma mai la passione. Cerco di farle viaggiare su binari paralleli, non vorrei mai che si incontrassero. Quando fotografo spingo il mio corpo al limite e anche oltre a volte, sono capace di star male per giorni pur di fotografare ciò che ho in testa o di non rinunciare ad un impegno lavorativo preso, sono testarda; faccio arrabbiare i medici per questo, non sono una paziente facile. Col tempo ho imparato che il segreto è solo uno, la malattia può fermare le mie gambe ma mai la mia testa.


C’è qualche genere o qualcosa che preferirebbe non affrontare fotograficamente?


Ho paura di affrontare fotograficamente la sofferenza degli altri. Finché si tratta della mia è piuttosto “facile”, ma quando si tratta di altri, che siano amici o sconosciuti, ci vuole una dose enorme di tatto, delicatezza e coraggio ma anche sfrontatezza, cosa che a volte mi manca. Conoscendomi però, so che la paura non mi fermerebbe facilmente, affronterei comunque la situazione se dovesse capitarmi. Ragionando per assurdo, preferirei comunque non fotografare in zone di guerra, non mi sento affatto pronta e non so se lo sarò mai.


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L’acqua e la fotografia sono elementi essenziali nella vita di Claudia, che assolutamente non si arrende e lotta giorno dopo giorno con la speranza che la sua quotidianità diventi man mano sempre più leggera. E proprio questa speranza è ben evidente nelle sue immagini dove traspare un senso di assoluta calma e la ricerca di serenità . Lo fa servendosi soprattutto del corpo. D’altronde, come la giovane fotografa ha affermato, la malattia può fermare il suo corpo ma mai la sua mente carica di idee e energia positiva.


https://vimeo.com/306447843<a href="https://vimeo.com/306447843