Archive for marzo, 2019

IL BEST OF “MIA PHOTO FAIR” MILANO

Si è appena conclusa la IX edizione di MIA PHOTO FAIR, la Fiera Internazionale dedicata alla fotografia d’arte in Italia che si svolge presso il The Mall di Milano, nel quartiere di Porta Nuova.
Quest’anno il comitato scientifico ha selezionato 85 gallerie per un terzo provenienti dall’estero, in cui fotografi contemporanei e classici si incontrano (sulle pareti) per essere venduti al miglior offerente, un modo anche per spingere il mondo del collezionismo fotografico. Per questo motivo è stato creato un percorso in cui, Fabio Novembre, noto architetto e designer italiano e appassionato collezionista di foto d’autore, ha selezionato alcune delle opere esposte al MIA Photo Fair, tra cui spiccano, così come per l’intera Fiera, molti nudi femminili.

Come le immagini di Stefania Romano della galleria Fine-Art Images, che propone degli eleganti bianconeri in cui i soggetti sono donne rivelate e raccontate solo attraverso il loro corpo, la loro nudità, la verità svelata e a volte sussurrata da giochi di velo sul corpo e chiaro scuri alla Jeanloup Sieff.

L'Attente S.Romano

Stefania Romano



Davvero molto affascinanti le immagini di bambini del fotografo francese Alain Laboile, che molto generosamente ci conduce nella sua quotidianità, fotografando i sei figli nella vecchia casa di campagna vicino a Bordeaux. Sono immagini evocative, dove la libertà e la mancanza di sovrastrutture, ci fa avere nostalgia dell’infanzia. Sono bambini che giocano, che corrono nudi e si sporcano di terra, corpi senza pose, perché la posa non rientra nei loro bisogni, sono volti onesti, che ridono o piangono senza timore del giudizio. Nella loro semplicità, racchiudono tutta la complessità della bellezza, del desiderio, la complessità del ricordo, della nostalgia e della malinconia, del tempo che passa e che non torna più, anche se la fotografia nasce, per definizione, per rendere il momento, immortale.
Ricorda molto la poetica Sally Mann.

18650-64

Alain Laboile



Restando in tema “infanzia”, Mattia Zoppellaro ci porta con sé in un viaggio durato quattro anni, tra gli “Irish travellers” nella “Appleby Fair”, un raduno di nomadi che si ritrova per lo scambio commerciale di cavalli. Un popolo di zingari che per l’occasione, alla Fiera più antica e grande d’Europa che si svolge in Gallows Hill, si agghinda a festa, con pellicce, trucchi vistosi e orecchini, bambini compresi. Mattia Zoppellaro ha la capacità di cogliere, in questi giovani volti, la natura, il carattere, la dolcezza o la rabbia, la strafottenza di chi è nato e cresciuto per la strada e la docilità di chi si arrende al suo destino, con consapevolezza. Troviamo infinite sfumature nella immagini di Zoppellaro, lo immaginiamo aggirarsi silenzioso tra un popolo difficile, chiuso e così particolarmente tradizionalista, alla ricerca di quel volto che racconti il “diverso”. Come non paragonarlo alla curiosa Diane Arbus e alla sua instancabile e amorevole voglia di scoprire gli emarginati, i relitti della società, i diversi per l’appunto.



La saudade non viene solo cantata nelle canzoni, riesce a spiegarcela anche Sofia Uslenghi, nuovo talento fotografico di origini siciliane, che sovrappone immagini satelittari della sua terra, ad autoritratti.

La nostalgia di casa, la mancanza degli affetti, le notti passate a cercare su Google Map quella via percorsa per andare a scuola, la strada in cui abitavamo, il parco punto di ritrovo con gli amici, e l’illusione che quel trasporto digitale può regalarci, diventano fotografia, con i colori acidi di Sarah Moon e la composizione a triangolo di un Klimt. Sofia Uslenghi si “sovrappone” all’immagine della sua terra dall’alto, ferma in una posa onirica, quasi volesse abbracciarla.


18658-68

Sofia Uslenghi



Ma all’interno del MIA PHOTO FAIR, un progetto davvero speciale viene condotto dall’irriverente Settimio Benedusi, fotografo che ha sempre fatto parlare di sé per il suo carattere diretto e per la sua schiettezza nel raccontare la fotografia, oggi.

Con il nome di “RICORDI”, il progetto vuole far tornare in auge il ritratto fotografico. Quanti di noi ancora stampano le fotografie? Quante immagini, invece, finiscono nel dimenticatoio, tra le altre centinaia, in una memoria remota del nostro cellulare, negli hard disk accatastati in qualche cassetto? Quanti hanno il desiderio di esporre l’antico ritratto di famiglia, dove non solo il numero dei componenti, ma il cuore degli stessi viene messo in mostra tra le mura domestiche? Settimio Benedusi sta urlando un ritorno al passato, caldo, vero, amorevole desiderio di immortalare il RICORDO, di stringersi ancora, seriamente, in una fotografia, una sessione fotografica vera e propria all’interno del MIA PHOTO FAIR, che è abbracciarsi col proprio fratello, con la propria madre, ritrarsi con l’amico fedele, stretti per sempre, in un ricordo, e non in un selfie pronto per essere dimenticato.


55489227_10157705964370695_2878716209694507008_n

Settimio Benedusi



Potrebbe interessarti anche:

MIA PHOTO FAIR 2018 – IL MEGLIO DELLA FOTOGRAFIA D’AUTORE

MIA PHOTO FAIR 2016 – IN MOSTRA LA FOTOGRAFIA D’AUTORE

LEON MEGE, PROPRIETARIO DELLA PIU’ FAMOSA CASA DI ALTA GIOIELLERIA DI MANHATTAN RIVELA I SEGRETI SUI DIAMANTI

di Veronica Sheynina

Leon Mege: “Anche nella società relativamente democratica di oggi, il simbolo dello status è sempre un diamante”

Un gioielliere russo, immigrato negli Stati Uniti durante il periodo comunista, Leon Mege è ora il proprietario di una delle più famose case di alta gioielleria a Manhattan. I nomi dei suoi clienti non possono essere rivelati, ma i loro ordini, come un ciondolo con il diamante da 89 carati, creato da Mege, parlano da soli.

D-Art ha incontrato il gioielliere per parlare del “sogno americano” e dell’affascinante mondo dell’alta gioielleria.


p7846-4_pp


Nato in Unione Sovietica, sei immigrato negli Stati Uniti durante gli anni del comunismo, e ora sei il proprietario di una gioielleria più rinomata di New York. La tua storia sembra davvero il sogno americano…

Realizzare il sogno americano vuol dire lavorare tanto, sodo, con molta tenacia e devozione. In tutti questi anni non ho mai lavorato meno di 50 ore a settimana, più spesso 60-70 ore. Sembra irreale, ma questo è quello che ci vuole per costruire un marchio e crearsi la reputazione. New York è un posto fantastico per chiunque abbia un sogno di iniziare un’attività e farsi la strada. E’ un luogo pieno di energia e sono stato fortunato ad approdare in questa città quando sono venuto negli USA per la prima volta.

Cosa ti ha spinto a percorrere la strada rischiosa, fare l’imprenditore, il gioielliere, invece di provare un percorso da immigrante più comune? Hai mai avuto dei dubbi? Ti sei mai chiesto “E se non dovesse funzionare?” Hai mai avuto paura di fallire?

Lavorare da solo a New York non è affatto rischioso. New York è una città enorme con tantissime opportunità di lavoro per una persona che lavora sodo, quindi non corri mai il rischio di essere lasciato fuori.
L’alta gioielleria è un campo creativo, con l’enfasi sull’artigianato. I bravi gioiellieri sono sempre richiesti. L’esperienza è la cosa più importante, e un gioielliere virtuoso non può essere facilmente sostituito. Un datore di lavoro è più dipendente dai suoi gioiellieri “star” che il contrario.

Il momento in cui mi sono posto la domanda “Che cosa succederà se non dovesse funzionare?” è arrivato quando ho assunto altre persone.
Fino a quel momento non avevo dubbi sul mio successo, ma una volta che la crescita del business richiedeva più personale, dovevo imparare a gestire gli altri, e non era per niente facile.

R6319 4pp

r7229-6_pp

r7363-1-0880_14pp

Parliamo del tuo lavoro. Leon Mege lavora con le pietre rare e diamanti davvero enormi. Qual è il diamante più grande con cui hai mai lavorato? Quanto potrebbero costare questi gioielli?

Ogni ordine viene tenuto in completo blackout. Non posso menzionare le pietre specifiche altrimenti potrei violare la privacy dei miei clienti.
I più grandi e importanti rivenditori di diamanti e pietre preziose si trovano a New York, quindi qui capita di lavorare con delle pietre enormi.
Ad esempio, in questo momento sto facendo un paio di orecchini con diamanti di circa 30 carati ciascuno. Il prezzo? Poco meno di 3 milioni di dollari. Anni fa ho realizzato un ciondolo con un diamante D-flaw da 89 carati del valore di circa $ 18 milioni.

Capisco il fascino che le persone provano per le pietre enormi, anche se per me, una pietra da 50 carati non sembra così bella come un “modesto” diamante da 10 carati ben tagliato.
In realtà lavorare con le pietre grosse è più facile.


r7438-1-0890_1pp


Di recente si sente molto parlare dei diamanti sintetici. Alcuni dicono che la loro qualità è la stessa dei diamanti naturali, ma il costo è molto più accessibile. Quali sono le differenze tra un diamante reale e un diamante artificiale? Come uno può capire se un diamante è artificiale?

Attualmente solo un laboratorio di diamanti come GIA può distinguere pietre naturali da quelle sintetiche. Non vi è alcuna differenza fisica tra la pietra sintetica e quella naturale tranne le minuscole tracce chimiche. Per un consumatore, un diamante sintetico diventerà una buona scelta quando i prezzi scenderanno. Attualmente, il prezzo dei diamanti sintetici è ancora troppo alto. Un diamante naturale è una scelta migliore.




Il platino o l’oro bianco: cosa preferisci? Quali sono le differenze?

L’oro bianco è semplicemente un sostituto del platino. È adatto alla fusione ma non è raccomandato per la fabbricazione manuale. Il platino è naturalmente bianco, è un metallo denso, non ossidante, auto-brunito di scelta per il lavoro su misura. Il platino è più puro – è il 95% di platino puro contro il 75% nell’oro 750.

A cosa bisognerebbe prestare l’attenzione quandosi acquista un gioiello in modo da distinguerne uno di qualità?

Il modo migliore per esaminare la qualità di un pezzo è capovolgerlo ed esaminarlo attentamente. La freschezza e la finitura di ogni parte sono essenziali. Tutte le parti devono avere una calzata precisa.


r7836-1_pp

r7849-5pp

r8002-6_pp


Parlaci delle tendenze della moda in gioielleria?

Le tendenze in gioielleria sono fortemente influenzate dalle celebrities. Sfortunatamente essere famosi non garantisce un buon gusto. Le persone che cercano di emulare il kitsch finiscono con l’indossare  gioielli inguardabili.

Per fortuna, i modelli classici stanno lentamente tornando di moda: i tagli di diamanti importanti come il taglio francese, il cuscino Asscher e Antique.

In questo momento, stiamo assistendo a un minore micro-pave in quanto i consumatori stanno tornando al look classico. C’è un interesse per gli anelli di fidanzamento che sono meno ornati e un po’ più casual e senza pretese come gli anelli classici a tre e cinque pietre.
Trapezi, proiettili e scudi sono le pietre laterali più comuni.
Gli aloni stanno ancora andando forte, ma l’alta gioielleria sta abbracciando semplici solitari con una sola pietra.


r7947-9_pp

Parlando di gioielli da uomo, quali sono i pezzi più richiesti?

I maschi americani raramente indossano i gioielli, ad eccezione dei membri della comunità hip-hop che preferiscono enormi catene e croci vistose. Non lavoriamo con questo tipo di gioielli. Facciamo tanti gemelli e fedi nuziali da uomo.

La tua arte si basa sulla tradizione europea dei gioielli. Qual è la differenza tra la tradizione europea e quella americana?

Gli americani, in generale, tendono a trattare i gioielli come qualcosa di usa e getta, proprio come trattano le stoviglie o addirittura le case. Pertanto, la qualità della gioielleria è secondaria rispetto al suo costo. Non significa affatto che non ci sono americani che apprezzano la qualità e l’artigianalità a un costo premium, altrimenti la mia azienda fallirebbe.
Tuttavia, in Europa, la tradizione di passare i gioielli dai genitori ai figli è più diffusa.

Pensa che i diamanti siano ancora i migliori amici delle ragazze?

Senza alcun dubbio. Anche nella società relativamente democratica di oggi, il simbolo di status è sempre un diamante.


r7880-18_pp

r7921-4_pp


ENGLISH VERSION 


Veronica Sheynina

Leon Mege: Even in today’s relatively democratic society, the ultimate status symbol is a diamond

A Russian born jeweler, immigrated to the USA during the communist period, Leon Mege is now running one of the most noted high-end jewelry houses in Manhattan. The names of his clients remain private, but their impressive orders, like a 89-carat diamond pendant, created by Mege, speak for themselves. D-Art has met the jeweler to talk about the American dreamand about the fascinating world for high jewelry.

Born in Russia, immigrated to the USA during the communist years, now the owner of a successful jewelry house in New York. The story of Leon Mege sounds like an American dream. Tell us more about your story?

The American dream involves a lot of grit, tenacity, and hard work. All these years I never worked less than 50 hours a week, more often 60-70. It sounds unreal, but this is what it takes to build a brand and its reputation. New York is a fantastic place for anyone with a dream to start a business and get noticed. New York is a vibrant place that is full of energy and I was lucky to land in this city when I first came to this country.

What made you fancy for a risky choice of working on your own as an exclusive jeweler in America instead of trying some more common immigrant’s path? Did you ever have any doubt? Did you ask yourself “What if it doesn’t work”? Did you ever have a fear of failing?

Working on your own in New York is not risky at all. New York is a huge city with tons of jobs available to a hard working person, so you never run a risk to be left out. The upward mobility is great, the playing field is leveled for those who are willing to invest time and energy into starting a business.

The high-end jewelry is a creative field with the emphasis on a craftsman. Good bench jewelers are always in short supply. Any skilled jeweler capable of doing custom work entirely by hand can always find a job. Experienced, and more importantly, a talented jeweler cannot be easily replaced, the employer is more dependent on his “star” bench jewelers than vice versa.

The moment when I actually asked myself the question “What if it doesn’t work” came when I first realized that I need to start hiring other people.

Until that moment I had no doubt in my success, but once the business growth demanded more manpower I had to learn how to employ others, and that was not easy.

Let’s talk about your work. Leon Mege works with really huge rare stones and diamonds. What is the biggest diamond you have ever made a jewelry piece with? How much may this jewelry cost?

Each collaboration is kept in complete blackout. I cannot mention specific stones otherwise I  might infringe on my client’s privacy.

Biggest, most important dealers in diamonds and gemstones are located in New York, so when you work for the trade you work with huge stones.

For example, right now I am making a pair of earrings with cushion diamonds approx 30 carats each. Price – under 3 million USD.

I understand the fascination people have with huge stones, although to me personally, a 50-carat rock does not look as pretty as a well-cut modest 10-carat diamond.

Another example: years back I made a pendant with 89-carat D-flawless diamond worth about $18 million. Holding expensive stones in your hand is nothing special, just business as usual. Actually working with large stones is easier.

Recently one hears a lot about artificial synthetic diamonds. Some say their quality is the same as of natural diamonds but the cost is way cheaper. Tell us about the differences between a real and an artificial diamond? How can one who is not a jeweler understand if a diamond is artificial?

Currently only a diamond lab such as GIA can positively separate natural and synthetic stones. There is no physical difference between synthetic and natural stone except minute chemical traces. For a consumer, a synthetic diamond will become a good choice when the prices come down. Currently, the price of synthetics is still too high. A natural diamond is a better choice and a better value.

Platinum Vs White Gold: what do you prefer? Tell us about the differences?

White gold is merely a substitute for platinum. It is not the metal of choice. It is suitable for casting but not recommended for hand fabrication. Platinum is naturally white, it is a dense, non-oxidizing, non-tarnishing, self-burnishing metal of choice for custom work. Platinum is purer – is’s 95% of pure platinum vs. 75% in 750 gold alloy.

What one should pay attention to when acquiring a jewelry piece in a way to distinguish a quality one?

The best way to examine the quality of a piece is to flip it over and carefully examine the back. The crispness and finish of each part are essential. All parts must have a precise fit.

In short – precision, finish and a minimal amount of bare metal is the hallmark of high jewelry – the type of jewelry we specialize in.

Tell us about the fashion tendencies in jewelry?

Trends in jewelry are heavily influenced by celebrities. Unfortunately being a celebrity does not guarantee a fine taste. Regular people trying to emulate kitsch end up with jewelry that literally hurt eyes to look at. It happens a lot.

Luckily the classics that were in retreat are slowly coming back. At the high-end old-style diamond cuts such as the French cut, Asscher and Antique cushion are very popular.

What about the bridal fashion tendencies in jewelry?

Right now, we are seeing less micro pave as consumers are returning to the classic look. There’s an interest in engagement rings that are less ornate and a bit more casual and unpretentious such as classic three- and five-stone rings.

Trapezoids, bullets, and shields are the most common side stones.

Halos are still going strong, but the high end is embracing simple solitaires with just one single stone.

Talking about male jewelry, what are the most requested pieces?

American males rarely wear jewelry these days with the exception of the members of the hip-hop community who favor huge gaudy chains and crosses. We don’t make this kind of jewelry. We make a lot of flexible wedding bands for men and sometimes cufflinks. The flexible band is the most requested piece of jewelry by our male customers.

Your art is based on European jewelry tradition. What is the difference between European and American tradition?

Americans, in general, tend to treat jewelry as something disposable, just like they treat tableware or even houses. Therefore the quality of jewelry is secondary to its cost. It does not mean at all that there are no Americans who value quality and craftsmanship at a premium cost. Otherwise, I would not have any business left.

However, in Europe, the tradition and passing an heirloom to the next generation is given much more weight.

Do you think diamonds are still girls’ best friends?

Yes, absolutely, without any doubt. Even in today’s relatively democratic society, the ultimate status symbol is a diamond and nothing else.

 

 

Alberta Ferretti e l’armonia perfetta che vien dalla natura – collezione FW 2019/20

ALBERTA FERRETTI COLLEZIONE AUTUNNO INVERNO 2019/20 


Se ogni donna potesse scegliere, Alberta Ferretti sarebbe senz’altro la cara amica di tutte!
Perché? E’ l’unica che comprende esattamente di cos’abbiamo bisogno, parlando di moda, dal capo più basico all’abito da sera, veste le donne unendo il gusto del bello al gusto della praticità. Di cosa ha bisogno una donna in inverno? Di un maglione in cachemire che la avvolga e non le faccia patire il freddo, e Alberta Ferretti lo rende unico, di tendenza, elegante e romantico.

Nessuna stravaganza inutile, nessun contrasto insensato, nessuna sovrapposizione prettamente estetica, ma tutta la concretezza dell’eleganza e dal saper vestire, arte in cui Milano bisogna ammettere, capitale delle moda, è imbattibile.


Le spalle sono over per il giorno e aumentano di volume la sera, tra femminili chiffon, voile, lame’; le paillettes applicate su abiti dalla spallina sottile, i long dress plissettati del colore della Luna, e le morbide gonne in raso applicate a corpetti preziosi che scoprono spalle e décolleté.

Untitled-2


Se l’eleganza ed il rispetto per la figura femminile dovessero essere prerogative per un premio fashion world, il primo posto andrebbe senz’altro alla signora Ferretti, che non dimentica mai la vera natura della moda, e cioè “vestire“. E Che dalla natura coglie i colori e le armonie, e dall’iridescenza delle perle crea un abito da sera, dalle geometriche squame di un pesce, ne esce un gioco di specchi su long dress dal sapore futurista, dalla pelle di una creatura acquatica, un corpetto degno di una modernissima Sirenetta.


Untitled-1

Untitled-3

Scopri qui l’intera collezione Alberta Ferretti Autunno Inverno 2019/20:



Potrebbe interessarti anche:

MILANO FASHION WEEK – ALBERTA FERRETTI SPRING SUMMER 2019

CAVALIERI MASCHERATI E DAME IN PAILLETTES, LE DONNE MULTIFORMI DI ALBERTA FERRETTI FW 18/19

TRA LE CALLI VENEZIANE E I GIARDINI DI GIVERNY VIAGGIA LA DONNA ALBERTA FERRETTI F/W 2017/18

ALBERTA FERRETTI, IL RITORNO ALLA SEMPLICITÀ – COLLEZIONE SS 2018

ALBERTA FERRETTI, LA DONNA CHE SA VESTIRE LE DONNE

ALBERTA FERRETTI, IL MATRIMONIO TRA ARTE E MODA

PHILOSOPHY E IL MEGLIO DEGLI ANNI ’90 IN PASSERELLA – COLLEZIONE FW 2019/20

MOSCHINO MANDA IN SCENA IL “GAME SHOW” DELLA MODA – COLLEZIONE FW 2019/20

La nuova campagna social di Daniel Wellington

Sei personaggi provenienti da tutto il mondo e un inno ai momenti significativi della vita per la nuova campagna social #DWMOMENTS di Daniel Wellington

Il valore dei ricordi, la centralità di alcuni momenti capaci di cambiare la vita e la magia di un mondo senza confini. C’è tutto questo, ma non solo, nella nuova campagna social di Daniel Wellington.

Il brand svedese, conosciuto e apprezzato a livello internazionale per il suo stile minimal e lo charme senza tempo, ha infatti scelto sei personaggi influenti del tutto diversi tra loro, provenienti da contesti differenti e da varie parti del mondo, dalla Corea alla Francia passando per la Polonia, per parlare di un linguaggio e uno stile universali. Persone diverse, con bagagli culturali e sociali di ogni tipo, interpreti però di un messaggio comune: il valore del tempo, delle proprie esperienze e di tutti quegli attimi, quei ricordi, che rendono unica e indimenticabile la propria vita. Da qui il titolo della campagna: DW Moments e il relativo hashtag #dwmoments con cui Daniel Wellington invita i suoi followers a condividere su Instagram il proprio momento significativo.


DW_MOMENTS_BORA KIM

Bora Kim



DW_MOMENTS_ANTHONY COLETTE_001

Anthony Colette



DW_MOMENTS_ZULU MKHATHINI

Zulu Mkhathini



A farlo, nei video e nelle immagini della nuova campagna social, sono appunto sei personaggi:
l’influencer coreana Bora Kim, l’attore canadese Drew Ray Tanner, la modella polacca Karolina Pisarek, l’artista sudafricano Zulu Mkhathini, la fashion blogger e influencer svedese Janni Olsson Delér e il ballerino francese Anthony Colette.

Personalità diverse che oltre a essere interpreti della medesima idea sono unite anche dallo stile senza tempo degli accessori che indossano: gli orologi e i gioielli della collezione Classic di Daniel Wellington.


DW_MOMENTS_KAROLINA PISAREK

Karolina Pisarek



DW_MOMENTS_DREW RAT TANNER_BORA KIM

Drew Ray Tanner – Bora Kim



DW_MOMENTS_DREW RAY TANNER

Drew Ray Tanner


Tra questi, il modello Roselyn indossato da Anthony Colette che nella versione da 40 mm è adatto sia di giorno che di sera, il modello Petite 28 mm, dall’eccezionale vestibilità e le dimensioni ridotte e delicate, portato da Bora Kim insieme al Classic Cuff, il St Mawes scelto da Zulu Mkhathini che con la sottile cassa rotonda e il cinturino in pelle marrone chiaro rimanda alla classica eleganza di un tempo e il modello Sheffield con cinturino nero, pensato per una richiesta maschile più trasversale, e che nella campagna si vede al polso di Drew Ray Tanner.

Gli orologi e gli accessori Daniel Wellington sono sul mercato italiano grazie all’intraprendenza di Watch/Lab, giovane e dinamica società specializzata nell’importazione e nella distribuzione di marchi di ricerca nell’orologeria e sempre pronta a intercettare le nuove tendenze del settore.


DW_MOMENTS_JANNI OLSSON DELÉR

Janni Olsson Delér

JF LONDON NELLA SWINGING LONDON – PRE COLLECTION FW 19/20

JF LONDON PRE COLLECTION FALL WINTER 2019/20

Se dovessimo premiare il periodo fashion più colorato, gli anni ’60 vincerebbero a mani basse.
Colore colore e ancora colore, non c’era capo o accessorio che non brillasse di sfumature accese, dalla giacca al pantapalazzo, dalla calza alla scarpa di tendenza.

E’ da questo periodo che JF LONDON trae ispirazione, dalla Swinging London, l’epoca delle danze scatenate, delle corse in auto a suon di Beatles, delle modelle dai capelli corti, del fascino infantile alla Twiggy, musa di Andy Warhol, che indossava colore anche per il make up marcatissimo.

L’epoca delle minigonne e delle calze a pois, dalle fantasie più accese e divertenti, un periodo di irriverenza e grande senso dell’ironia, di cambiamento e rivoluzioni, di risveglio, lo stesso che vuole trasmettere JF LONDON con una collezione divertente e dalle note discoteque.

I toni bon ton del pastello, del rosa confetto, dell’azzurro zucchero filato, del giallo crema pasticcera, sono destinati alla scarpa in vernice con baffo tono su tono, per la donna che, soprattutto di giorno, sfodera il suo carattere gioioso anche tra i più seri banchi di scuola. La vediamo con un tubino sobrio, e la scarpetta sotto la scrivania che si muove come sentisse la musica arrivare dalla sera che l’aspetta.

Schermata 2019-03-12 alle 11.51.01

Schermata 2019-03-12 alle 11.51.10

Schermata 2019-03-12 alle 11.51.22


Una linea di grande carattere e dallo spirito allegro, multietnico e cosmopolita, perchè il colore è forza e ad ogni colore viene associato uno stato d’animo: quindi divertiamoci con le scelte JF LONDON per ogni giorno della settimana!

I tacchi hanno altezze importanti e strutture imponenti, è la donna che vuole emanciparsi, che prende iniziativa, che si spoglia del grembiule di casa per uscire e danzare con le amiche.
I materiali assecondano ogni gusto, dal più delicato velluto, dai toni ciliegia, verde bosco, alle pelle in classico nero, fino alle stampe pitonate e cocco in diverse varianti colore.

I sandali portano, al posto delle fibbie, simpatici dischi simili a quelli in vinile, un ritorno al passato ma senza nostalgia; sono silver o gold, e il tessuto della scarpa sparkling come le notti illuminate della luci artificiali.

Schermata 2019-03-12 alle 11.57.47

Schermata 2019-03-12 alle 11.57.58


Anche la donna più classica non sa rinunciare a questa collezione, che le dedica un modello, “Diana”, con tacco basso, quadrato, con punta in vernice e corpo in poliuretano trasparente. L’amica intima della più ribelle che indossa “Brigitte” , ça va sans dire, la maliziosa che non passa inosservata e che sceglie lo stivaletto con frange: comodità e movimento.

Schermata 2019-03-12 alle 12.00.50

Schermata 2019-03-12 alle 12.01.08


La pre collection fall winter 2019 JF LONDON si completa di calzette alla caviglia totalmente in paillettes, blu, argento e dorate e di una linea speciale, la luxury collection “DIVAS”, dedicata alle regine delle passerelle, ai red carpet, alle star, a chi non accetta di passare inosservata, Naomi c’insegna.

In questa speciale collezione, che prende in prestito i nomi di Aretha (Franklin) e Donna (Summer), le stelle sono simbolo onnipresente, una firma, un’identity card per cui tutto è concesso; le altezze degli stivali sono vertiginosi, i materiali preziosi.


Schermata 2019-03-12 alle 15.16.46


Schermata 2019-03-12 alle 15.16.54

Schermata 2019-03-12 alle 15.17.08

Schermata 2019-03-12 alle 15.17.16

Speciale la collaborazione con Emilio Cavallini, storico stilista e imprenditore italiano, che produce per JF LONDON un collant nero con stelle rosa, un accessorio che va a completare la costellazione delle donne “Divas”.

Schermata 2019-03-12 alle 15.20.58

Potrebbe interessarti anche:


JF LONDON CREA UNA LINEA COUTURE ISPIRATA ALL’ANTICO EGITTO – COLLEZIONE FW 17/18

JF LONDON E LA COLLEZIONE TRIBUTO AL RE DEL POP, MICHAEL JACKSON

JF LONDON SEGUE L’ISTINTO BDSM

La collezione di Nature Morte di Geo Poletti in mostra a Milano

Palazzo Reale è la sede di mostre non solo dedicate ai grandi artisti, ma anche ai collezionisti più famosi che resero Milano la capitale di questa prassi.

È il caso dell’esposizione dedicata a Geo Poletti, artista, ma soprattutto grande conoscitore e grande collezionista, allestita nell’appartamento dei Principi, al primo piano di Palazzo Reale di Milano, dal 1 al 24 marzo 2019, nell’ambito dell’iniziativa MuseoCity. Curata da Paolo Biscottini, direttore di MuseoCity, e Annalisa Zanni, la mostra intende presentarci le capacità di collezionista e critico di Poletti, attraverso la raccolta di dipinti, del ‘600 e del ‘700, raffiguranti Nature Morte, ma anche la sua figura di artista, tramite le tele da lui stesso eseguite nell’arco della sua vita. Sì, perché quella di Geo Poletti fu una vita al servizio dell’Arte.

Pittore attivo a Napoli, Cesta con alzata di agrumi, carciofi, uva e volatili, 1640-1650 circa

Pittore attivo a Napoli, Cesta con alzata di agrumi, carciofi, uva e volatili, 1640-1650 circa



Ruggero, detto Geo, Poletti nacque a Milano nel 1926. La famiglia possedeva una villa a Bellagio: qui il giovane Geo soggiornò durante la Seconda Guerra Mondiale e qui conobbe il maestro che lo avrebbe spinto alla carriera artistica, Mario Sironi. Finito il conflitto, Geo tornò a Milano ma, nei primi anni ’50, seguì il padre a San Paolo del Brasile, dove ebbe modo di affinare uno stile pittorico legato al primitivismo. Tornato in Italia, strinse amicizia con il grande critico Roberto Longhi, che lo instradò verso quella passione per il XVII secolo che avrebbe indotto Alberto Arbasino a chiamarlo “il più grande conoscitore milanese della Pittura del Seicento”. Con Longhi, Poletti approfondì soprattutto Caravaggio e i suoi seguaci, ma anche vari altri pittori del nostro Seicento, dai bolognesi legati ai Carracci ai napoletani come Caracciolo, Stanzione e Cavallino. Si interessò moltissimo anche agli artisti spagnoli dello stesso secolo, come Velazquez e Ribera. Nello stesso tempo, studiò anche i moderni e i contemporanei, da De Chirico ai Futuristi fino a uno dei modelli di riferimento per la sua Pittura, ovvero Francis Bacon. Con gli anni ’60, Poletti si diede quasi esclusivamente al collezionismo, dipingendo solo per diletto personale. Iniziò a raccogliere opere del Seicento e del Settecento e intraprese viaggi a Londra per entrare in contatto con il mercato antiquario internazionale e per arricchire la sua collezione, composta per lo più da Nature Morte. Studiò non solo nomi di peso della Pittura lombarda come Tanzio da Varallo, Giacomo Ceruti, Fra Galgario e Cerano, ma anche personaggi fino allora considerati minori, come il bolognese Bartolomeo Passerotti o il comasco Paolo Pagani, pittore pochissimo attivo in Patria ma celebre nell’area austriaca e boema. La sua collezione è stata visitata da molti critici, studiosi e conoscitori, da Federico Zeri a Vittorio Sgarbi, che ne hanno fatto un punto di riferimento per le loro attribuzioni. Negli anni ’90, con l’amata moglie Giulia, anch’essa pittrice, acquistò una villa dal FAI a Lenno, sul suo adorato ramo del Lago di Como. Qui, Geo Poletti è morto nel 2012, lasciando agli eredi una collezione di inestimabile valore.

Pittore caravaggesco Natura morta con cesto d’uva, fichi, vaso di fiori e gigli, 1620-1630 circa

Pittore caravaggesco Natura morta con cesto d’uva, fichi, vaso di fiori e gigli, 1620-1630 circa



Proprio grazie agli eredi Poletti è stato possibile ricostruire, nelle sale del primo piano di Palazzo Reale, una parte della collezione di Geo. Si tratta di venticinque nature morte del XVII e XVIII secolo, molte delle quali ancora di dubbia attribuzione, appartenute al maestro, il quale aveva fatto i nomi dei pittori che compaiono oggi sui cartellini. Queste opere sono, per la prima volta, esposte al pubblico e intendono essere una sorta di riflessione sul concetto di Natura, proprio negli stessi giorni in cui inaugura una grande mostra a tema attigua all’esposizione dedicata a Poletti. La Natura, dalle opere che possiamo osservare, non è esercizio stilistico, né monito moralistico alla caducità della vita, ma qualcosa di vivo, di quotidiano, diretto nella sua purezza e semplice straordinarietà, sempre in grado di stupirci.

Pittore caravaggesco Natura morta con vaso di fiori, fragoline, pesche, pere e altri frutti, 1620-1630 circa

Pittore caravaggesco Natura morta con vaso di fiori, fragoline, pesche, pere e altri frutti, 1620-1630 circa



Proprio questo effetto ci fa, appena entriamo, la tela di Giacomo Ceruti, pittore molto amato da Geo, con una testa di maiale su un piatto d’argento, messa lì, davanti ai nostri occhi, ma senza il colare del sangue delle macellerie dei Carracci, bensì con un semplice tocco di bianco con cui l’artista bresciano settecentesco rende incarnato e pelo dell’animale. Accanto, possiamo osservare una riflessione del bergamasco Evaristo Baschenis sulla Canestra di frutta di Caravaggio all’Ambrosiana, ridotta in chiave più semplice e “povera”, com’era tipico di un artista di provincia, e un tripudio di fiori, frutti e selvaggina dello spagnolo Luis Melendez, che approfondì il genere a Napoli. Seguono una serie di opere, come la Vecchia con cesta di funghi, che Geo Poletti attribuì ai Carracci, ma su cui non abbiamo prove certe che si tratti di uno dei maestri bolognesi, e una meravigliosa tela, di scuola olandese a cavallo tra Seicento e Settecento, raffigurante diverse varietà di volatili, che il maestro attribuì all’ungherese Tobias Stranover.

Giacomo Ceruti, Natura morta con testa di maiale, anatra, volatili, cavolo e frattaglie, 1725-1730

Giacomo Ceruti, Natura morta con testa di maiale, anatra, volatili, cavolo e frattaglie, 1725-1730



 

Evaristo Baschenis, Natura morta con cesto di mele, piatto con prugne, meloni e pere 1645-1650 ca.

Evaristo Baschenis, Natura morta con cesto di mele, piatto con prugne, meloni e pere
1645-1650 ca.



Nella sala successiva compaiono vari piccoli dipinti raffiguranti uccelli, tra cui spiccano i Piccioni del romano Arcangelo Resani, autentico re della Natura Morta tra Emilia e Romagna a cavallo dei due secoli dopo una breve carriera da pittore sacro, da collocarsi nella fase tarda della sua produzione, influenzata dal chiaroscuro di Giuseppe Maria Crespi, ma anche due opere raffiguranti colombe, una di ambito napoletano, attribuita a Bernardo Cavallino per il tono naturalistico e caravaggesco, l’altra del Settecento veneto, che Poletti assegnò, senza riscontri sicuri, a Giandomenico Tiepolo.

Bernardo Strozzi, Vasi con fiori e composizioni di frutta, 1630 circa

Bernardo Strozzi, Vasi con fiori e composizioni di frutta, 1630 circa



A seguire, degno di nota è il Ragazzo con cesta di frutta e cacciagione, che stupisce per la somiglianza con il Ragazzo morso da un ramarro di Caravaggio. Si tratta di una tela di dimensioni medie, raffigurante un giovane, quasi efebico nella sua bellezza, che si è introdotto di nascosto in una cucina ed è colto dallo stupore del tripudio naturalistico della Natura Morta. Il dipinto venne assegnato da Poletti, con conferme di altri studiosi, all’olandese Henrik Terbruggen, che soggiornò a Roma nel primo decennio del Seicento e iniziò a seguire l’esempio di Caravaggio nelle sue Nature Morte e nelle raffigurazioni di genere.

Hendrick Terbrugghen (attr.). Ragazzo con frutta e cesta di cacciagione, 1620-1630 circa

Hendrick Terbrugghen (attr.). Ragazzo con frutta e cesta di cacciagione, 1620-1630 circa



La sala successiva ospita un’opera quasi sicuramente attribuibile all’artista più amato da Geo Poletti, il genovese Bernardo Strozzi, pittore di Nature Morte, di cui il collezionista raccolse molte tele, influenzate da Caravaggio ma approfondite nel tasso scenografico e nell’impostazione della luce, più chiara e sicuramente frutto del suo lungo soggiorno veneziano. La prova migliore è il Catino con fiori, che, per l’impaginazione, ricorda moltissimo la Canestra di Caravaggio, autentico modello per la Natura Morta del ‘600 in Italia, ma che, nel colore e nella pennellata, rimanda alla mano del pittore genovese, così come nel semplice ripiano su cui poggia il catino, di ascendenza fiamminga e olandese. Concludono la carrellata di opere, alcune Nature Morte di ambito napoletano, attribuite da Poletti ai Recco e a Luca Forte, insieme a un’altra di ambito romano, che il conoscitore assegnò a Simone del Tintore, caravaggesco lucchese attivo nell’Urbe a cavallo tra Sei e Settecento.

Bernardo Strozzi (attr.), Catino con fiori, 1635-1644 circa

Bernardo Strozzi (attr.), Catino con fiori, 1635-1644 circa



Degna appendice della mostra sono alcune prove pittoriche di Geo Poletti, che attestano il parallelismo tra la sua verve critica e una Pittura influenzata, nella stesura del colore, dall’Impressionismo e dal Verismo di Morlotti, specie per le raffigurazioni del giardino della villa di Bellagio, con pennellate dense e veloci, così come, nello studio della figura umana, dal trionfalismo di Sironi e dal primitivismo, come provato dal suo autoritratto, in cui il volto pare estratto da una maschera africana.

Geo Poletti, Autoritratto 1946

Geo Poletti, Autoritratto
1946



Le Nature Morte di Geo Poletti
Palazzo Reale, Piazza Duomo 12, Milano
Orari: lunedì 14.30-19.30
martedì-mercoledì-venerdì-domenica 9.30-19.30
giovedì-sabato 9.30-22.30
Ingresso libero
Info: www.museocity.it

TPN – IL BRAND ECO-FRIENDLY DI TENDENZA – COLLEZIONE FW 19/20

TPN COLLEZIONE FALL WINTER 2019/2020

Se fosse un animale sarebbe un camaleonte

Se fosse una città sarebbe Londra, giovane e multietnica

Se fosse una cantante sarebbe Madonna: evergreen

Se fosse un genere musicale sarebbe la POP music

TPN è il brand che calza alla perfezione il concetto di “tendenza”, l’abilità di cogliere le mode del momento e la capacità di rafforzarle con spirito e carattere.

Nato nel 2013 dalla collaborazione tra Laura Tassielli e Anna Poola, TPN è un brand eco-friendly e unisce le più attuali innovazioni in fatto di metodo di lavorazione “impatto zero”, alla più in voga linea di design.

La collezione Autunno Inverno 2020, dall’animo decisamente rock, si permea del potere dell’animalier, e lo sa bene Wanda von Dunajew, la “Venere in pelliccia” di Leopold von Sacher-Masoch, che nel lontano 1870 l’indossava nel momento di suprema autorità nei confronti del martire/amato Gregor. Animalier come status symbol, che adornava i ritratti di nobili figure comparse nelle più grandi opere di arte figurativa, da Rembrandt a Caravaggio, da Vermeer a Jacques- Louis David. TPN sceglie l’animalier per donne forti, donne che lasciano il segno, nella versione mini dress drappeggiato, dalle spalline importanti seventies, al maglione over anni ’80 da indossare con stivale texano. Provocante e provocatorio, il triangolo lingerie leopardato che fa capolino a mo’ di stampa su camicia destrutturata con cintura alta in vita e lacci. Zebrati i mini-dress e le camicie con taglio sulle spalle e lacci ai polsi, così come i collant in velo.

Schermata 2019-03-08 alle 15.34.31


Schermata 2019-03-08 alle 15.36.53

Schermata 2019-03-08 alle 15.37.06

Schermata 2019-03-08 alle 15.35.22

Schermata 2019-03-08 alle 15.37.16


La serie più colorata della collezione Autunno Inverno 2020 si illumina di stelle multicolor sui maglioni dalla manica over, scintillano anche le minigonne in paillettes e le gonne plissettate di un verde ecceso, come le camicie in raso blu elettrico e le cangianti gonne in vinile.

Schermata 2019-03-08 alle 15.40.22

Schermata 2019-03-08 alle 15.40.33

Schermata 2019-03-08 alle 15.41.24


Sexy in versione da sera, la donna TPN osa con vertiginosi spacchi laterali su abiti in velluto a corpetto e chemisier dalle maniche a pipistrello; silver per top, gonne e frange applicate che creano movimento; d’argento anche il piumino over, pezzo cult del guardaroba della stagione invernale.

Schermata 2019-03-08 alle 15.43.53

Schermata 2019-03-08 alle 15.43.45

Schermata 2019-03-08 alle 15.43.21

Schermata 2019-03-08 alle 15.43.28

Schermata 2019-03-08 alle 15.43.35

Intervista a Coma Empirico: I social mi influenzano per quanto riguarda la forma, ma mai nei contenuti

Gabriele Villani , classe 1990, vive a Taranto, dove è tornato dopo gli studi a Roma dove ha frequentato il D.A.M.S.. Comincia a dipingere durante il liceo artistico, la sua formazione si amplia durante il periodo universitario nel campo della cinematografia e della scrittura.
Illustratore, disegnatore, appassionato di fumetti e da sempre interessato a spaziare nel campo dell’arte, dal 2016 è ideatore di “Coma Empirico”.


52402677_998988960291043_7894251019347951616_n


Quando ha iniziato a disegnare?


Ho iniziato a disegnare da bambino, molto piccolo, mio padre mi comprava i fumetti di Batman, Superman e Topolino e io cercavo di ricopiarli.


Ricorda un aneddoto?


Mi piaceva disegnare sui muri, ma ero troppo piccolo e venivano fuori degli scarabocchi. Dicevo di voler diventare da grande un artista “pazzo”.


52584294_289276911744623_5294383997978148864_n


Il disegno lo ha portato anche alla pubblicazione di un libro. Come è nata l’idea?


E’ nata prima l’idea di creare un personaggio, da questa poi quella di creare una pagina sui social per assecondare il bisogno di condividere alcuni dei miei pensieri. Non mi aspettavo di poter avere tanto seguito ma la cosa è andata avanti, sono nati altri personaggi e sono arrivate le prime proposte dalle case editrici. Quando mi sono sentito pronto ho raccolto alcuni dei miei lavori, ho aggiunto degli inediti ed è nato il primo libro “Tutta la notte del mondo”, edito da BeccoGiallo.


I suoi disegni sono introspettivi, quasi esistenzialisti. Qual è l’idea che prova a rappresentare meglio?


In realtà non mi prefiggo nulla, ogni vignetta parte da uno stato emotivo, lascio molto spazio all’istinto e poco alla ragione nella scelta del tema, cercando di sentirmi il più libero possibile. Una volta che affiora l’idea, il passo successivo è cercare di trovare la maniera più diretta e semplice per esprimerla.


52605701_266706660892740_6840659975014973440_n


Nel disegno si mescola humor (molto sottile) e malinconia. Come si conciliano nel suo mondo?


Si conciliano nella costruzione di uno stile che risponde alle mie esigenze. Cerco di affinare il mio gusto personale e usarlo come metro di giudizio principale. Ciò che mi piace poi finisce con avere una certa coerenza, nonostante i temi che tratto siano spesso molto distanti fra loro.


Qual è l’aspetto che cura maggiormente mentre disegna?


52898399_937295949797832_503569938905038848_n


La chiarezza, la semplicità del tratto. Cerco di esprimermi in maniera diretta anche nel disegno, la parte difficile è comunque riuscire a tenere aperta la porta a varie interpretazioni. Mi piacciono i contrasti e le ombre.


Crede che il cinema abbia influenzato le sue immagini?


Sì, il cinema come la musica e la letteratura, ma non solo, tutto ciò che mi colpisce mi influenza.


53415034_918156328575374_5094440123454455808_n


Sente di aver trovato il proprio stile?


Credo di aver trovato un principio di stile, ma forse ho ancora bisogno di affinarlo.


I social la influenzano, in parte, in ciò che intende trasmettere?


I social mi influenzano per quanto riguarda la forma, ma mai nei contenuti. Quello che scrivo e che disegno è sempre una condivisione onesta di quello che penso e sento.


Che musica ascolta mentre disegna?


Ogni periodo ha una sua colonna sonora, poi ovviamente ci sono gli artisti che mi accompagnano sempre, uno su tutti Bob Dylan.


Nuovi progetti in cantiere?


Sì, tanti progetti: uno di questi sicuramente è un secondo libro, non una raccolta ma una storia.


53728857_776387086078129_7080888679975092224_n


Le vignette di Coma Empirico esprimono riflessioni e affanni generazionali, propri di chi è alla ricerca di un posto nel mondo. Ricche di spunti esistenzialisti, sono divenute in pochissimo tempo virali nei social, conservando tuttavia quell’onestà intellettuale tipica di chi ha qualcosa di sincero da raccontare.


http://www.comaempirico.it/chi-sono/

White Milano riconferma il suo successo quale marketplace del fashion world

WHITE MILANO

Si è concluso l’evento più atteso della Milano Fashion Week, tappa obbligatoria per gli addetti al settore e aperto a tutti i visitatori: il WHITE MILANO si riconferma quale miglior marketplace in cui il pubblico incontra i player internazionali del fashion world.

WHITE MILANO, 550 marchi e 27mila visitatori, ricopre un ruolo fondamentale per l’eco-sistema fashion:

stimola il retail a dialogare con i consumatori

focalizza il dialogo sulle nuove esigenze eco-sostenibili

punta l’attenzione al mondo dell’innovazione tessile

rinnova le offerte destinate ad un pubblico sempre più attento e sempre più esigente

Contesto unico nel suo genere, WHITE MILANO è tornato con una selezione accurata tra i migliori designer della moda womanswear.

Dal 22 al 25 febbraio 2019 è andato in scena il meglio del settore moda, dalla maglieria all’accessorio, dalla lingerie alla calzatura, le proposte per un total look più trendy del momento.

Destinato a buyer e pubblico attento, WHITE MILANO propone i brand più accorti del mercato, quelli che hanno “orecchie” per ascoltare la domanda e “mani” per produrre un’offerta. Designers dal carattere forte, dalla visione cosmopolita, marchi internazionali dal forte design avanguardista, ancoràti nella tradizione, ma proiettati nel mercato del futuro.

WHITE MILANO si riconferma realtà di successo che offre una grandissima opportunità di incontri B2B, un network in continua espansione che permette la nascita di collaborazioni importanti.

Nelle location di Tortona, WHITE MILANO per questa edizione si è focalizzato su tre diverse tendenze:

KNIT LAB, LOUNGE I SPHERE, ACCESSORIES.

KNIT LAB

KNIT LAB rappresenta l’insieme della maglieria più creativa del mercato, la selezione dei brand più originali e innovativi che raccontano il knitwear di qualità, quello tradizionale, quello vintage o d’ispirazione british, una festa della maglieria in ogni sua declinazione. Designer talentuosi sperimentano le loro idee in fatto di knitwear, con un linguaggio multietnico, dal timbro made in Italy per i nostrani o mirati alla nuova immagine moderna per i brand esteri.

Protagonisti all’interno dello spazio espositivo di Superstudio Più

544A8862

MAEVY


MAEVY che svolge la sua produzione vicino al luogo di consegna, strategia per ridurre il consumo di carbonio e il suo impatto sull’ambiente. Un marchio eco-sostenibile i cui prodotti sono realizzati con materiali naturali selezionati dai migliori filatori italiani: cashmere, lino, bambù, cotone, lana, baby alpaca.

settima_3000

MARIO CARUANA


Tra i più eclettici della categoria, spicca MARIO CARUANA, che con la nuova collezione ROBOT18 presentata in esclusiva al WHITE, conferma l’originalità tutta artistica del suo concetto knitwear. Contaminazioni futuriste e spaziali delle precedenti collezioni, lasciano spazio ad una ricerca ultra sofisticata di qualità superiore e caratterizzata da un’estetica diamantina; il cashmere 100% , insieme ai colori, è protagonista assoluto, declinato in maglioni, cardigan e abiti.

BuzluGorselYani

NU


NU Concettuale, dai rimandi japan, linee geometriche, strutture decise, la maglieria NU è semplice quanto il suo nome, concreta e diretta, come una grande macchia d’inchiostro su un foglio bianco: può raccontare molto se pensiamo di avere di fronte una Rorschac, oppure rimanere una bellissima e semplicissima macchia d’inchiostro nera. Dark come una pellicola alla Tarkovskij.


TOTALLY.H L’immagine delle maestranze toscane, di mani esperte che, giorno dopo giorno, mese dopo mese, danno vita a capi unici nati dall’amore per l’artigianalità. Manualità è la parola chiave, che impreziosisce ogni fase del lavoro, dai movimenti magnetici dell’uncinetto, ai trattamenti specifici e tecnici delle pellicole in resina, delle tinture e dei lavaggi con sfumature. TOTALLY.H è la linea di maglieria prodotta interamente in Italia con filati di altissima qualità.

I AM CHEN Colore colore e ancora colore, componendo i pezzi I AM CHEN si potrebbe inventare un Lego per maglieria, blocchi di colore che divertono e regalano luce anche nelle giornate più buie degli inverni più freddi.


KARIN ROCKE Se vivi a Parigi, il tuo viso lo porterà scritto per sempre. Karin Rocke sviluppa nella Ville Lumière, dopo aver lavorato per Yves Saint Laurent, Tom Ford e Stefano Pilati, una collezione knitwear che ha quell’allure dichiaratamente parigina, quella disinvolta e sensuale, quella comoda e amabile, consapevole e fintamente casuale. Dalla sua capacità nasce il maglione che indosseremmo di fretta, prese dalla malinconia, per correre sulla Senna e ripensare ai vecchi amori passati e mai dimenticati.

NOTSHY Se credete che cashmire ha un solo ricordo, e cioè quello della nonna, non conoscete NOTSHY, che ha osannato questo preziosissimo alleato del freddo, con un inno alla modernità. NOTSHY mescola il cashmere alla pelle, al camoscio, alle sete pregiate, lo accosta ai pizzi ed all’antico ricamo. Non solo eccezionalità e qualità, ma originalità e tendenza. NOTSHY è il cashmire per le donne di ogni età.

VITOS è l’etichetta dell’eco-sostenibilità. Francese di nascita e fondato nel 1925, si rinnova in maniera intelligente con una particolare attenzione all’ambiente. La collezione è luxury di un cashmire rigenerato, un business circolare per ridurre al minimo l’impatto ambientale. L’esempio calzante del bello e sostenibile.

19870.01-1

VITOS


LOUNGE I SPHERE

Destinato ai veri amanti del bello, coloro i quali non rinunciano all’eleganza nemmeno tra le mure di casa, LOUNGE I SPHERE sarà d’ispirazione ai consumatori più attenti, quelli dall’animo dandy, quelli per cui la femminilità è come un profumo persistente che va indossato anche in camera da letto, come insegnava la divina Marilyn. La nuova area nel Tortona Fashion District è dedicata all’homewear; una concezione moderna della più raffinata lingerie, mescolata al beauty e al misterioso mondo delle fragranze. Insomma un mondo esotico che riporterà in vita ricordi di mitologiche storielle e racconti dei personaggi più “amoureux de la beauté”.

Non solo lingerie esclusiva, ma anche profumazioni, beauty, essenze, note che scaldano come un camino al centro della sala in uno chalet: l’area che è già un successo tutto al femminile, tra cui spiccano:

08-uai-2880x2036

FANTABODY



FANTABODY, fondato nel 2015 da Carolina Amoretti, fotografa di moda milanese che, totalmente dentro al settore, ha saputo cogliere le tendenze del momento. Ha così creato una linea intima che non è solo “intimo”, ma si presta a diventare capo icona, must have, accessorio, una serie di body declinati in velluto e con shape differenti a seconda dei gusti , degli stili, della vestibilità del tessuto. Velluto, raso iridescente, voile impreziositi da perle e paillettes, una linea che si lega fedelmente all’animo sporty del brand, corrente che sta prendendo piede su tutte le passerelle del mondo. Lo sport diventa casual, portabile e mixabile ad ogni capo del nostro guardaroba.


Come fa CARAMI’, brand fiorentino dell’underwear che diventa outwear, dell’actiwear pensato per donne che non rinunciano alla femminilità, reggiseni sportivi che permettono il lusso della comodità e quello della qualità. CARAMI’ cavalca l’onda delle mode e propone panta-pijami per la sera e kimono da sostituire alle giacche. Il relax di casa si fa serale con l’aggiunta di un maxi accessorio, che potrete scegliere sempre nel percorso completo del WHITE MILANO 2019.


luxury_interior_fragrances_category_1

DANHERA ITALY



DANHERA ITALY

Quando la mitologia classica incontra i profumi del mondo, nasce DANHERA ITALY, marchio che propone fragranze per uomo e donna, accompagnandoli, sul carro dorato, nel Monte Olimpo, dove bellissime dee e maestosi dei, emanano profumi di una razza incontaminata. Bisogna spruzzare la magica essenza per capire l’effetto che fa.

CALE’ FRAGRANZE D’AUTORE Se un profumo fosse un libro, sarebbe sicuramente “Le mille e una notte”, raccolta di novelle orientali che riportano alla memoria sentori di patchouli, di essenze ambrate, di note muschiate. Sono le storie che ci racconta Silvio Levi con l’immediatezza di uno scrittore che la notte, nella penombra della sua camera, butta giù il libro della vita. Un profumo per ogni ricordo.

HISTOIRES DE PARFUMS A 22 anni apre il suo primo ristorante a Parigi, per poi capire che sapori e aromi avrebbe voluto miscelarli in boccette di vetro e non in piatti di porcellana.
Gèrald Ghislain è l’edonista che racchiude in pochi millilitri, la raffinata eleganza di storie d’antan.


MarieYatCollection-5_-1-1024x831

MARIEYAT



MARIEYAT Sport, danza, lingerie, dalla fibre naturali del cotone e della seta, nasce una linea di underwear comoda, pratica e d’ispirazione moderna.

MIRROR IN THE SKY Se i viaggi segnano e lasciano impronte profondissime, lo dice questo brand nato dall’amore per l’Himalaya. Dalle migliori fibre del cashmire, MIRROR IN THE SKY produce maxi scialli e kappe d’ispirazione tibetana: indossandoli sarà come salire sul tappeto di Aladino e lasciarsi trasportare.

LA NOUVELLE

La storia del cinema ne ha messi in scena esemplari meravigliosi, dal body a clessidra in pizzo indossato dalla Loren in “Ieri, oggi, domani”, film del 1963 di Vittorio De Sica, al più recente e casto total white in cotone che si intravede sotto un abitino a fiori bagnato di “Lolita”, versione di Adrian Lyne del 1997. Parliamo della lingerie, accessorio feticcio della donna, che si lascia scivolare nelle scene più lente, elemento mai trascurabile, da coordinare in qualsiasi momento e non v’è ragione che tenga per non farlo perchè, come diceva Marilyn, “potrei star male e i soccoritori non mi vedrebbero nel massimo splendore”. Mai farsi cogliere impreparate quindi, le cassettiere del nostro wardrobe devono parlare di seduzione, di erotismo, di parole sussurrate come una chanson di Serge Gainsbourg, da cui il brand La Nouvelle ha tratto ispirazione.
La Nouvelle rende la donna protagonista, è lei a recitare il personaggio luminoso, una donna romantica e misteriosa, profonda e a tratti infantile come una “vergine suicida” alla Coppola, bellissima e magnetica come la favorita di Truffaut, Jeanne Moreau, o di un fascino disinvolto e maturo come Diane Lane in “Unfaithful”.

ACCESSORIES

Il fil rouge di quest’area è l’accessorio, dalla scarpa alla cintura, un percorso per incontri B2B tra creatori e venditori. Con il supporto di Confartigianato Imprese, un hub espositivo di marchi high level come MATTEOMARS, brand nato nel 2015 dall’omonimo fondatore, designer dall’esperienza decennale che vanta nel curriculum collaborazioni con Sergio Rossi, Antonio Berardi, Elie Saab, Iceberg ed Emilio Pucci. Le linee delle calzature MATTEOMARS sono dinamiche, vive e senza tempo; piccole opere d’arte dal carattere forte e strutturato, come le donne che le indossano.


MATTEOMARS


Un paniere delle più stravaganti calzature, harem delle “shoeaholics”, discepole di una Carrie Bradshaw che non si stanca di dire:

Ci sono due cose di cui non ne hai mai abbastanza: buoni amici e buone scarpe”.

In riferimento alla manìa più seriale delle donne, il quotidiano britannico Daily Mail ha stilato una piccola inchiesta che rivela come il 92% delle intervistate abbia ricordato il primo paio di scarpe acquistate con i propri risparmi, mentre solo il 63% sia riuscito a mettere a fuoco il nome del ragazzo a cui ha dato il primo bacio. Sondaggio che rivela già in partenza l’affluenza di questo settore al WHITE, trionfo degli accessori e del dettaglio, un’accurata selezione tutta al femminile di quello che saranno i nuovi talenti del fashion accessories.

gavazzeni-ss19-woman-19

GAVAZZENI



Altra eccellenza di stile presente in questo settore è il brand GAVAZZENI, che porta all’interno dell’azienda l’esperienza e la passione di una famiglia intera, dal fondatore Sergio Gavazzeni, alla moglie Katia Orlandini cresciuta tra gli uffici del pret-à-porter di Max Mara, fino ai figli Elena e Pietro sempre attenti alle esigenze del mercato.
GAVAZZENI, oltre a creare prodotti artigianli vincenti, opera anche per terzi, nomi altisonanti della moda italiana.

CLERGERIE, acclamato per il suo design unico come “Miglior designer dell’anno” per tre volte dalla Fashion Footwear Association, combina con perfetto equilibrio, liberta’ di movimento, vestibilità, ed estetica, con un continuo dialogo tra maschile e femminile, ying e yang introducendo, per primi, la rafia nella produzione di scarpe di alta gamma.


AW18C-Dorateymur-600-662x794

DORATEYMUR



DORATEYMUR, fondata nel 2012 da Dora Teymur che intraprende la sua formazione presso i prestigiosi Cordwainers di Londra, mixa un design meticolosamente nostalgico, con tocchi dal sapore retrò, alle più moderne consistenze e forme. Un design originale che si distingue come un Clive Christian tra milioni di profumi.

PARCOATS FLORENCE, fondato da Giovanni Allegri, imprenditore di una delle famiglie chiave della storia dello sportswear italiano, è specchio di valore d’heritage, di made in Italy e di dialogo stilistico concettuale. Non c’è modo più trendy per raccontare con consapevolezza e con savoir-faire, la moda oggi.


RACINE CARREE


RACINE CARREE Provate a resistere a queste magnifiche calzature da donna: sarà impossibile quanto per Ulisse resistere al canto delle sirene. Sono femminili, hanno altezze vertiginose, un design divertente e spiritoso, quel tocco parisien e lo stile di una vera shoes addicted.

ANNICK VDW

Di Annick Van de Weghe, questi meravigliosi gioielli dal sapore vintage, con pietre preziose e dalla simbologia magica, esoterica o religiosa, ci fanno pensare alle super accessoriate donne dell’Antico Egitto, per cui il morso di un aspide era cosa da poco, l’importante era essere bellissime!


JOSHUA SANDERS La scarpa di tendenza ha un solo nome: Joshua Sanders, l’etichetta italiana che ha Vittorio Cordella al timone creativo, il perfetto mix di streetwear moderno e importante eredità artigianale.
Grafiche audaci, ironici i simboli sul telaio, giocosi i motivi su suole spesse come vuole il diktat del momento.

HOUSE OF MUAMUA Dalle mani di donne ed anziani balinesi, nascono le Mua Mua dolls, bambole all’uncinetto che hanno preso in prestito i volti a Coco Chanel, Anna Wintour, Lady Gaga, Franca Sozzani e Karl Lagerfeld per primo, che ha richiesto a Ludovica Virga, designer e mente creativa del marchio, 500 bambole da vendere nei negozi che portano il suo nome, dopo aver ricevuto in regalo dalla stessa, il suo “bambolo in miniatura”. Oggi il brand produce accessori che hanno conquistato i palchi delle celeb internazionali, per il suo spirito ironico e irriverente ma non ultimo per il risvolto umanitario del marchio che vuole il ricavato venga destinato all’istruzione femminile a Sumbawa. Noi facciamo il tifo.

 

PHILOSOPHY e il meglio degli anni ’90 in passerella – collezione FW 2019/20

Philosophy di Lorenzo Serafini collezione Autunno Inverno 2019/20

Una collezione carica di carica erotica quella Autunno Inverno 2019 Philosophy di Lorenzo Serafini.

Il designer ha affermato di voler rendere omaggio agli elementi che degli anni ’90 lo hanno affascinato: la musica, il cinema e la moda.

Sono gli anni delle artiste pop e della sempreverde Madonna, rinasce il punk-rock e spopola l’eurodance, e particolarmente in voga è il genere grunge, il rock alternativo nato a Seattle alle fine degli anni ’80.

Al cinema “Pretty woman fa sognare tutte le meno fortunate, è la favola di Cenerentola che finisce a fare shopping sulla Rodeo Drive e si sistema col giovane bello e ricco interpretato da Richard Gere. La protagonista, Julia Roberts nei panni di Vivian, indossa nelle scene più hot e in quelle rivelatrici, delle bellissime sottovesti in raso, come quelle della collezione Philosophy con inserti in pizzo pregiato, dalle lunghezze più disparate, elegantissime come lingerie ma anche opzionabili per la sera con degli accessori importanti.

Untitled-2

sx Philosophy collezione FW 19/20 – dx una scena di “Pretty woman”



Più decisa la femminilità di Charlotte in “Top Gun“, la bella bionda abbordata dal protagonista, (Tom Cruise) che scoprirà essere una civile facente parte del programma di addestramento; una femminilità “maschia” fatta di minigonne e chiodi in pelle.


sx una scena di “Top Gun” – dx Philosophy collezione FW 19/20



Philosophy mixa sempre con grande equilibrio i due elementi yin e yang, femminile e maschile, la forza del nero e la delicatezza del bianco, la sinuosità del raso e la resistenza della pelle, la fluidità della lingerie e la rigidezza delle giacche, l’autorità del pantalone e la muliebrità del pizzo. Coesistono in un unico pezzo così come in ciascuno di noi. E pochi sanno rappresentarlo senza sbavature in passerella. Bravo!



Potrebbe interessarti anche:

MILANO FASHION WEEK – PHILOSOPHY DI LORENZO SERAFINI SS2019

QUELLA ROSA BIANCA DI PHILOSOPHY BY LORENZO SERAFINI – MILANO FASHION WEEK 18

SFILATA PHILOSOPHY DI LORENZO SERAFINI FALL WINTER 2017/18

METÀ SIRENE METÀ CORSARE LE DONNE PHILOSOPHY BY LORENZO SERAFINI SS17

PHILOSOPHY DI LORENZO SERAFINI – LA FORZA DEL ROMANTICISMO

MOSCHINO MANDA IN SCENA IL “GAME SHOW” DELLA MODA – COLLEZIONE FW 2019/20

Il genio di Antonello da Messina in mostra a Milano

Il Rinascimento è il protagonista della prima grande mostra della stagione 2019 a Palazzo Reale di Milano.

Il nome è quello di Antonello da Messina, forse uno dei maggiori maestri del nostro Quattrocento, nonché colui che, meglio di ogni altro, fece da tramite tra la tradizione pittorica italiana e quella fiamminga.

Antonello da Messina, Ritratto d'uomo (Ritratto Trivulzio), 1476, Torino, Museo Civico d'Arte Antica

Antonello da Messina, Ritratto d’uomo (Ritratto Trivulzio), 1476, Torino, Museo Civico d’Arte Antica

Dal 21 febbraio al 2 giugno 2019, la mostra, curata dal professor Giovanni Carlo Federico Villa, grande esperto di Rinascimento veneto, e curata da Comune di Milano, Regione Sicilia e Mondomostre Skira, mette in evidenza diciannove opere autografe del maestro, su trentacinque provate, affiancate da disegni e schizzi su queste ultime, eseguite dal conoscitore e Storico dell’Arte che, nell’800, contribuì alla costruzione dei tasselli della sua biografia e alla sua fortuna critica, ovvero il veronese Giovanni Battista Cavalcaselle (1819-97). Fu, infatti, grazie al critico originario di Legnago che Antonello poté diventare quello che è oggi, uno dei padri del Rinascimento internazionale, al pari di Leonardo, Michelangelo, Raffaello, Botticelli e Dürer.

Antonello da Messina, Ritratto di giovane, 1478, Berlino, Staatliche Museen

Antonello da Messina, Ritratto di giovane, 1478, Berlino, Staatliche Museen

Di Antonello da Messina si sa ancora poco, nonostante lo sforzo di Cavalcaselle. Sicuramente Antonio di Antonio, detto Antonello, nacque a Messina intorno al 1430. La sua città d’origine, già allora, era un porto di passaggio e di transito navale tra Tirreno e Mediterraneo, tanto da ospitare, due volte l’anno, l’attracco delle Mude, i convogli commerciali veneziani che la Serenissima inviava verso il Sud Europa ma anche in direzione di Bruges e Anversa per caricare tessuti preziosi. In questo clima “di transito”, Messina divenne città cosmopolita, anche a livello artistico, con la presenza in città di maestranze catalane e aragonesi. Antonello, in questo contesto, mosse i primi passi, realizzando pale d’altare per chiese della provincia messinese e catanese, ma, visto il suo talento, venne inviato a Napoli, dove svolse apprendistato presso il maggiore pittore partenopeo del Rinascimento, Colantonio. A Napoli, capitale artistica al pari di Roma, Firenze e Venezia, il giovane Antonello ebbe modo di conoscere da vicino la pittura fiamminga e francese, approfondendo il suo stile, che sarebbe divenuto internazionale. Tornato in Sicilia, divenne il ritrattista più richiesto sull’isola, nonché un pittore sacro di grande maestria. Gli anni ’70 del ‘400, per lui, furono occasione per grandi committenze al di fuori della sua Sicilia: nel 1476 è sicuramente documentato a Venezia da Pietro Bon. Qui si trovava per eseguire uno dei suoi più grandi capolavori, ora distrutto, la pala di San Cassiano, per l’omonima chiesa, opera che i critici dell’epoca definivano tra le più belle della Storia dell’Arte. Nello stesso anno, Antonello ricevette dal duca di Milano Galeazzo Maria Sforza una richiesta di trasferirsi in Lombardia, ma questi declinò, per rimanere in Laguna a terminare la pala di San Cassiano, per poi tornare a Messina, dove lo attendevano moglie e figli. Certa è la data della sua morte, nel 1479, perché provata a livello documentario dal testamento che lui stesso redasse.

Antonello da Messina, Ritratto di giovane, 1474, Philadelphia, Philadelphia Museum of Art

Antonello da Messina, Ritratto di giovane, 1474, Philadelphia, Philadelphia Museum of Art

La ricostruzione della vita di Antonello è frutto del lavoro di due archivisti siciliani, Gioacchino Di Marzo e Gaetano La Corte, la cui testimonianza si affianca a quella critica di Cavalcaselle. I tre poterono consultare documenti e testimonianze prima che il più devastante terremoto mai accaduto in Italia radesse al suolo Messina nel 1907, cancellando molte tracce della vicenda biografica e artistica di Antonello. La mostra si pone proprio come un percorso parallelo tra la Pittura di Antonello e la ricostruzione critico-biografica di Cavalcaselle, configurando l’erudito veronese come la nostra guida ideale alle diciannove opere del “pictore ceciliano”, come lo definirono i documenti milanesi di Galeazzo Maria Sforza. La mostra è anche uno spunto di riflessione sull’incuria, la trascuratezza e l’ignoranza della gente, che sempre accompagnò l’opera di Antonello, conducendo alcuni suoi capolavori alla distruzione: basti pensare al polittico di San Gregorio a Messina. La chiesa venne sventrata dal terremoto del 1907 e l’opera, situata nell’unica parte superstite, venne lasciata per tre giorni in balia delle intemperie e delle scosse di assestamento, che la cancellarono per sempre.

Antonello da Messina, Ritratto d'uomo (Ritratto di Michele Vianello?), 1475 ca., Roma, Galleria Borghese

Antonello da Messina, Ritratto d’uomo (Ritratto di Michele Vianello?), 1475 ca., Roma, Galleria Borghese

Tra le opere del maestro siciliano esposte in mostra spiccano i ritratti, in cui Antonello eccelse. Il più significativo è la bellissima Annunciata, del 1475, autentica icona di stile e di un periodo artistico nella sua purezza, semplicità e gestualità, con quella mano appena alzata che pare chiederci “perché proprio a me?”. L’Annunciata non è semplicemente Maria, è una giovane donna siciliana del tempo, bellissima nel suo viso perfettamente ovale, frutto della lezione veneta di Giovanni Bellini e di Mantegna, e nel suo sguardo affascinante. E in questo Antonello fu maestro, come lo sarebbe stato Caravaggio: non scelse mai personaggi ideali, finti ed eterei, ma modelli veri, presi dalla realtà quotidiana. Anche gli altri ritratti esposti evidenziano questa tendenza, a partire da quello di uomo della collezione Mandralisca di Cefalù, (1465 circa), il cui enigmatico sorriso affascinò, tra gli altri, Leonardo Sciascia, che ebbe modo di sostenere la sicilianità manifesta di quest’uomo che pare guardarci un po’ beffardamente, come fanno gli uomini seduti nelle strade di un paese sulle Madonie o sui Nebrodi. Anche un altro ritratto d’uomo, proveniente da Pavia, del 1468 circa, è caratteristico per la sua verve enigmatica e ironica, con lo sguardo corrucciato e pensieroso, ed è tipicamente antonelliano per la struttura, molto simile, nel chiaroscuro della scena, a quello di Cefalù.

Antonello da Messina, Annunciata, 1475 ca., Palermo, Galleria di Palazzo Abatellis

Antonello da Messina, Annunciata, 1475 ca., Palermo, Galleria di Palazzo Abatellis

 

Antonello da Messina, Ritratto d'uomo (Ritratto di ignoto marinaio), 1470 ca., Cefalù, Fondazione Culturale Mandralisca

Antonello da Messina, Ritratto d’uomo (Ritratto di ignoto marinaio), 1470 ca., Cefalù, Fondazione Culturale Mandralisca

Accanto ai ritratti si collocano le scene sacre, che Antonello dipinse per chiese siciliane e per la committenza privata. Spiccano le figure, provenienti da Palazzo Abatellis di Palermo, dei santi facenti parte del Polittico dei Dottori della Chiesa, di inizio anni ’70, che riassumono alla perfezione la lezione appresa a Napoli con Colantonio, dal fondo oro ancora bizantino alle figure, già influenzate dal Rinascimento italiano e ai dettagli, come le aureole punzonate, di matrice franco-borgognona. Degne di nota sono anche la bellissima Crocifissione del Museo di Sibiu (1460 circa), anch’essa frutto della lezione napoletana nella scena naturalistica, in cui si notano alcuni edifici della Messina dell’epoca, e il San Girolamo nello studio, dalla National Gallery di Londra (1474-75), raffinato nei dettagli di fattura fiamminga ma che, nella posa, ricorda i modi veneziani di Bellini e dei Vivarini. Antonello eccelse anche nelle raffigurazioni della Madonna con il Bambino, come quella meravigliosa di Washington, del 1475 circa, in cui Maria, secondo esempi di tradizione veneta (Bellini, Montagna), estremamente umana e poco divina, appare come una madre che coccola il proprio bimbo che, affamato, infila la manina sotto la veste alla ricerca del seno, ma anche nel pathos della vicenda di Cristo, come provato dall’emozionante Ecce Homo del 1473 circa, proveniente da Piacenza, in cui un Christus Patiens, coronato di spine e piangente, ci guarda, con straordinaria umanità, per ricordarci del suo sacrificio, secondo un modello desunto dalla pittura fiamminga e nordeuropea.

Antonello da Messina, San Girolamo nello studio, 1475 circa, Londra, National Gallery

Antonello da Messina, San Girolamo nello studio, 1475 circa, Londra, National Gallery

 

Antonello da Messina, Madonna col Bambino (Madonna Benson), 1475 ca., Washington, National Gallery of Art

Antonello da Messina, Madonna col Bambino (Madonna Benson), 1475 ca., Washington, National Gallery of Art

Accanto a questo corpus di opere, si colloca il lavoro di Cavalcaselle, con fogli disegnati e taccuini pieni di schizzi e appunti, in base ai quali il conoscitore veronese riuscì a risalire all’attribuzione antonelliana dei quadri in mostra e a trasformare l’artista siciliano in un mito della Storia dell’Arte. Si tratta di diciannove esemplari, fogli disegnati e appuntati su recto e verso e taccuini, con cui Cavalcaselle iniziò a tracciare un abbozzo di catalogo del maestro messinese, parallelamente alla ricerca archivistica di La Corte e Di Marzo. Perché, in fondo, senza Cavalcaselle , i suoi schizzi e le sue annotazioni, Antonello da Messina non sarebbe “Antonello”, ma sarebbe rimasto un semplice pittore siciliano, dimenticato dalla critica e privato del ruolo fondamentale che, invece, e giustamente, la Storia dell’Arte gli ha riconosciuto.

Madonna col Bambino e due angeli reggicorona, dal Polittico dei Dottori della Chiesa, 1471-72, Firenze, Galleria degli Uffizi

Madonna col Bambino e due angeli reggicorona, dal Polittico dei Dottori della Chiesa, 1471-72, Firenze, Galleria degli Uffizi

Antonello da Messina
Palazzo Reale, Piazza Duomo 12, Milano
Orari: lunedì 14.30-19.30
martedì-mercoledì-venerdì-domenica 9.30-19.30
giovedì-sabato 9.30-22.30
Biglietti: Intero 14,00 €, ridotto 12,00 €
Info: http://www.palazzorealemilano.it/wps/portal/luogo/palazzoreale/mostre/inCorso/ANTONELLO_DA_MESSINA

Moschino manda in scena il “game show” della moda – collezione FW 2019/20

MOSCHINO COLLEZIONE AUTUNNO-INVERNO 2019/20

Chi pensa che sia solo uno show, minimizza. E sbaglia. Jeremy Scott osserva e riporta la fotografia di una società, le loro abitudini, i loro bisogni, i loro svaghi. Con questa collezione, molto attesa anche come evento più cool durante la settimana della moda milanese, Moschino ha riportato quello che noi italiani ricordiamo come “Ok il prezzo è giusto”, un game show adattamento dell’originale statunitense “The Price Is Right”, dove i concorrenti avevano la possibilità di vincere ricchi premi e cotillons.

In apertura vallette in Moschino che mostrano ogni sorta di premio, dal televisore alla cyclette, dal tosaerba al Ferrari testa rossa. Più che uno studio stilistico sembra essere uno studio sociologico, su quanto questi programmi popolari, che ricordiamo tra i più longevi della rete Mediaset, nel dettaglio “Ok il prezzo è giusto” con 3466 puntate, siano la forma di intrattenimento più desiderata dalle famiglie. Menti leggère che scelgono programmi leggèri, format in cui poter sognare il premio per cui si risparmia una vita intera.

Perché sono nati per durare questi game show? Pensiamo che metà di quello che viene formattata in tv appartiene ai “game show” e che negli Stati Uniti c’è una stazione Channel 83, the Game Show Network, che manda in onda per il suo intero palinsesto vecchi game show e che è stato definito “una finestra sociologica sull’America”. Durano perché fanno sognare, nello stesso modo in cui vendono i biglietti della lotteria, regalando quel pizzico di speranza illusoria.

Non a caso il presentatore a inizio sfilata annuncia:

È una fuga audace e colorata dalla monotonia, che ti attende puntuale alla fine di ogni giornata. Non è un caso che i giochi a premi siano amatissimi da milioni di telespettatori in tutto il mondo. Sono tanti e differenti, proprio come il pubblico a casa ”.


Il game show ci allontana dalla noia, dalla monotonia, dalla routine familiare e Moschino lavora sempre sull’intento di far sentire ciascun “telespettatore”, ciascun “fruitore”, un vincitore, un vincente!
Lo veste di dollari, come l’abito in denim stampato, lo agghinda di lustrini e paillettes, come pronta per andare al Casino’ a giocare la fortuna.
Il packaging dei prodotti domestici si illumina sugli abiti come se fossero saldo di una ricompensa, una medaglia al valore da mostrare. E’ tutto perfettamente imbellettato come in tv, cotonature da far invidia a Marge Simpson, trucco da vera star televisiva, e il capo Moschino che basta indossarlo per sentirti il re del jackpot. Se questo non è marketing…
Bravo Jeremy, non ci deludi mai!




Potrebbe interessarti anche:

UNA COLLEZIONE MAI TERMINATA QUELLA DI MOSCHINO SPRING SUMMER 2019 – MILANO FASHION WEEK

MARILYN MONROE E JACQUELINE KENNEDY TORNANO A BRILLARE SULLA PASSERELLA DI MOSCHINO

IL MONDO SADOMASO DI ROBERT MAPPLETHORPE RIVIVE NELLA SFILATA MOSCHINO FW 18/19

SFILANO I FIORI NELLA COLLEZIONE MOSCHINO SPRING SUMMER 2018

MOSCHINO METTE IN SCENA IL SURREALISMO – IN UN MONDO DECADENTE DI DONNE BRUCIATE