Archive for maggio, 2019

HUGE UNDERGROUND BUSINESS – FALL WINTER 19/20

Per chi è alla ricerca dell’avventura, il Texas è la terra perfetta: parchi nazionali, spiagge infinite, la provincia americana più vera, il vecchio west, i deserti lunari on the road, i paesaggi più selvaggi.

Inoltre il Texas è sede del più famoso festival musicale degli Stati Uniti, il “Live Music Capital of the World” che si svolge a marzo ad Austin e attira più di trecentomila visitatori di tutto il mondo.

Una terra immensa – è il secondo stato più grande degli USA dopo l’Alaska – portavoce di usanze che resistono ancora oggi, da tempi immemori, con orgoglio e giudizio.

Se nel resto del mondo si crede che i texani si vestano notte e dì da cowboy, la realtà locale vi darà ragione, perché l’atmosfera e i colori ispirano una cavalcata all’aria aperta o attività nel ranch.

Catturati dallo spirito country anche il giovane duo italiano composto da Alessandro e Jamilia, creatori di una collezione contemporanea dalle note texane.


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La collezione Fall Winter 2019/20 si compone di felpe e t-shirt manica lunga con lavaggi a sabbia, effetto “vissuto”, dai colori caldi e brumosi della terra, come i pantaloni e le giacche, che regalano un tocco da “american farmer” orgoglioso della propria terra.

Il concetto del “lavoratore” è caro alla coppia di giovani talenti, che inserisce in collezione divise colorate e multi-tasche, maxi camicie quadrettate e giacconi multiuso dalle diverse lunghezze. E l’immagine che ci figuriamo è quella di un impavido e onesto personaggio alla Cordell Walker, interpretato da Chuck Norris nella serie di grandissimo successo “Walker Texas ranger”.


Ma se l’immensità di questo stato, così ospitale, ricco di scene musicali, musei, deserti, e panorami mozzafiato, ispira da sempre il settore moda per il suo stile, tra camperos indossati in inverno con il jeans e in estate dalle donne con gli shorts e il cappello da cowboy – copricapo tipico dell’abbigliamento dei lavoratori nelle fattorie e nei ranch, in genere nei classici colori del marrone, del bianco e del nero – dall’altro lato, come ogni rovescio di medaglia, è zona di frequenti avvistamenti extraterrestri.

Sono circa 200 infatti gli oggetti non identificati tra Texas, California e Colorado.
E come non inserire un outfit anche per questi strani ospiti, che ormai fanno parte non più del nostro immaginario, ma di storie, racconti, documenti, ritrovamenti e, la giovane coppia lavorativa di HUGE UNDERGROUND BUSINESS come un gesto di accoglienza e benvenuto, dedica loro i pezzi cult della collezione.

Tute silver come navigatori spaziali, giacche a vento con dettagli iridescenti, maxi mantelli regali argentati, pettorine e buste tono su tono. Cosa ci vorranno dire? Gli extraterrestri, sono forse tra noi?


La pittura di Angelo Morbelli in mostra alla GAM di Milano

La Galleria d’Arte Moderna di Via Palestro a Milano, da sempre, è luogo sacro per gli amanti dell’Arte dell’800 lombardo, e, ora, una mostra, allestita al suo interno, rende omaggio a uno dei più grandi artisti di questo periodo storico: Angelo Morbelli

Su Morbelli sono state allestite pochissime mostre monografiche, e l’ultima risale al lontano 1949, ma non si può dire che l’artista sia un pittore poco noto, in quanto si tratta di uno dei maestri della stagione pittorica a cavallo tra ‘800 e ‘900 e, stilisticamente, tra ultimo Romanticismo, Realismo, Divisionismo e Simbolismo. La mostra attuale, visitabile nelle sale del piano terra della Villa Reale del Pollack, da poco restituite ai milanesi dopo lavori di restauro, dal 15 marzo al 16 giugno 2019, rende onore a questa convergenza artistica nella figura di Morbelli. La curatela è stata affidata a nomi di calibro, come Paola Zatti, Alessandro Oldani, Giovanna Ginex e Aurora Scotti, mentre l’organizzazione è opera del Comune di Milano insieme alla GAM stessa.

Angelo Morbelli è milanese, ma d’adozione, in quanto nacque ad Alessandria nel 1853. Nel 1867, si trasferì a Milano per dedicarsi agli studi presso l’Accademia di Brera, dove ebbe, come maestri, l’anziano Francesco Hayez e Giuseppe Bertini. Iniziò a farsi conoscere come pittore paesaggista ma anche come autore di scene storiche grandiose e drammatiche, anche se, dall’inizio degli anni ’80, si dedicò a rappresentazioni dirette e crude della realtà milanese dell’epoca, anche sull’influenza di quanto avveniva in Francia con Courbet e Millet, con le sue opere più famose, ovvero il ciclo di tele raffiguranti i vecchioni del Pio Albergo Trivulzio, che tutti i milanesi conoscono affettuosamente con il nome di “Baggina”. Negli stessi anni, Morbelli iniziò a dedicarsi a un altro tema che avrebbe contraddistinto l’Arte italiana di fine ‘800, la Maternità. Scelse, come modella, la moglie Maria Pagani: le sue rappresentazioni sono il pendant perfetto per quelle, di analogo tema, dedicate dai contemporanei Previati e Segantini al mondo animale. Dagli anni ’90, influenzato dall’esperienza francese dell’Impressionismo, si dedicò alla scomposizione del colore, generando, con l’utilizzo di mille puntini ottenuti con pennellini finissimi, la tecnica che venne chiamata dalla critica “Divisionismo” e che fu la risposta italiana al fenomeno francese. In questi anni approfondì ulteriormente la scelta realistica e strinse amicizia con Giuseppe Pelizza da Volpedo e Leonardo Bistolfi, anch’essi alessandrini, “mandrogni”, a Milano, con cui, spesso, amava ritirarsi nella sua casa di Colma, sulle colline di Casale Monferrato. Ritrasse spesso la tenuta, insieme alle campagne circostanti e alle vicine risaie. Con i primi anni del’900, reduce dalle vittorie di premi a Milano e a Roma, ritornò sul tema dei vecchioni del Trivulzio e su quello della maternità. Nei suoi ultimi anni, si avvicinò dapprima al Simbolismo, poi al Futurismo, e lavorò soprattutto a raffigurazioni dei ghiacciai e della vegetazione della Valfurva. Morì a Milano nel 1919.

Angelo Morbelli, Giorno di festa al Pio Albergo Trivulzio, 1892, Olio su tela, Parigi, Musée d’Orsay

Angelo Morbelli, Giorno di festa al Pio Albergo Trivulzio, 1892, Olio su tela, Parigi, Musée d’Orsay



La mostra della GAM intende essere un omaggio alla milanesità di Morbelli, acquisita dopo il suo arrivo, giovanissimo, dal Piemonte sudoccidentale, ma simbolo di qualcosa che, ancora oggi, è vivo: Milano è città aperta, che accoglie persone provenienti dalle provincie del Nord, dalle Regioni del Sud e dai Paesi più poveri del Mondo. E quando sei a Milano, un po’ milanese, in fondo, lo diventi! Così fu per il giovane Angelo, che iniziò, sin da subito, a destreggiarsi tra i luoghi più suggestivi della città, immortalandoli con un tratto quasi fotografico e con la tecnica divisionista. Il punto di partenza sono sempre le opere della collezione permanente della GAM, a cui vanno ad aggiungersi altre tele, prestate da illustri musei come l’Orsay a Parigi o la Galleria d’Arte Moderna di Roma. E il punto di partenza della mostra non è, cronologicamente, la Pittura degli esordi, ma, tematicamente, quella legata al Pio Albergo Trivulzio. Realismo puro. Queste due parole riassumono benissimo il ciclo di tele che Morbelli realizzò a partire dal 1882, a più riprese, fino ai primi anni del ‘900. Si tratta di una forma di realismo di denuncia delle condizioni di solitudine e alienazione in cui si trovavano questi anziani ospiti di quella che, forse, è ancora la più conosciuta casa di riposo milanese. Morbelli traduce questo sentimento su tela con la forma più cruda, esattamente come Courbet faceva in Francia, evidenziando i volti stanchi e gli sguardi persi nel vuoto degli anziani, ma non disdegnando momenti di convivialità, come prova Il viatico, opera dall’inedito, e straordinario, taglio fotografico, a cui fa da contraltare Un Natale al Pio Albergo Trivulzio, opera di inizio ‘900 in cui il vuoto fisico diventa anche interiore. Forse, uno dei capolavori di Morbelli è Giorno di festa al Pio Albergo Trivulzio, sempre degli anni ’80, in cui il realismo tende a essere più sfumato, con lo scopo di dare maggior spazio alla tecnica divisionista.

Angelo Morbelli, Giorni… ultimi, 1882-1883, Olio su tela, Milano, Galleria d’Arte Moderna

Angelo Morbelli, Giorni… ultimi, 1882-1883, Olio su tela, Milano, Galleria d’Arte Moderna



Segue la parte che maggiormente identifica Morbelli con la Milano che lo accolse, da allievo di Bertini e Bisi a Brera. Punto di partenza, però, per un’analisi della sua Pittura degli esordi è la grande tela di soggetto storico, del 1880, raffigurante Goethe Morente, con cui divenne noto al pubblico. Partendo da questa grande opera, con il suo taglio drammatico e teatrale, si può affermare che Morbelli sia stato l’ultimo pittore romantico milanese, come prova lo sguardo della nuora di Goethe, mediato dalla pittura di Hayez e di Molteni, ma anche da quella del suo conterraneo Pagliano. Come anticipato, però, la milanesità di Morbelli si riassunse in alcuni dipinti, dal taglio realistico, con cui il pittore di Alessandria si distaccò dal vedutismo urbano del suo maestro Luigi Bisi, autore di interni di chiese e basiliche: Morbelli non disdegnò il tema, ma preferì immortalare la nuova Milano delle strutture in ferro e vetro, come quella Stazione Centrale, progettata da un ingegnere francese e da poco terminata con la sua innovativa tettoia, o la Galleria Vittorio Emanuele, anch’essa da poco inaugurata, dopo la tragica fine del suo progettista Giuseppe Mengoni. Sono immagini che paiono fotografie, episodi di una Milano sparita e da ricordare che Morbelli ci ha restituito nel suo realismo e nel brulicare di vita, tra treni in movimento e borghesi a passeggio, ieri come oggi. Non mancano, però, anche opere della maturità in cui Morbelli riprese modi e temi cari al maestro Bisi, specie negli interni di Santa Maria dei Miracoli, sull’attuale Corso Italia: ne sono prova tele come Incensum Domino, in cui lo sfumato della luce mista all’incenso durante la celebrazione della messa si unisce a una resa ancora naturalistica dei personaggi: siamo alle origini del Divisionismo.

Angelo Morbelli, La stazione centrale di Milano nel 1889, 1889, Olio su tela, Milano, Galleria d’Arte Moderna

Angelo Morbelli, La stazione centrale di Milano nel 1889, 1889, Olio su tela, Milano, Galleria d’Arte Moderna



Angelo Morbelli, Le guglie del Duomo, 1915-1917, Olio su tela, Milano, Palazzo Morando – costume, moda, immagine

Angelo Morbelli, Le guglie del Duomo, 1915-1917, Olio su tela, Milano, Palazzo Morando – costume, moda, immagine



Segue una sezione dedicata al Morbelli più intimo, con raffigurazioni della sua tenuta a Colma, oltre a opere dedicate all’amata moglie Maria, come La prima lettera (1890), che anticipa, nella scelta stilistica, il Divisionismo. In questa fase, durante i lunghi soggiorni nel Monferrato, Morbelli ebbe modo di sviluppare nuove dinamiche cromatiche e luministiche, che sarebbero sfociate nella sua ultima produzione, insieme a un’attenta, e naturalistica, analisi della vegetazione che circonda la tenuta e che rimanda, ancora una volta, ai suoi esordi da paesaggista.

Angelo Morbelli, La prima lettera, 1890-1891, Olio su tela, Milano, collezione privata

Angelo Morbelli, La prima lettera, 1890-1891, Olio su tela, Milano, collezione privata



Successivamente, un corpus di dipinti mette in evidenza il ruolo della donna secondo Morbelli. Una donna che, innanzitutto, da buon uomo dell’800, è moglie e madre, angelo del focolare, come provato dai ritratti di Maria o da Alba serena, ma che costituisce anche una sorta di monito alla caducità della vita. Varie sono le donne morenti o malate ritratte da Morbelli, anche in linea con la contemporanea Scapigliatura di Praga e Tarchetti, ma la più riuscita è sicuramente La venduta, opera del 1887 in cui l’artista di Alessandria, con un realismo degno delle sue origini e delle tele dei vecchioni, ritrae una giovane prostituta malata, con lo sguardo fisso e immobile, simbolo della rassegnazione davanti alla morte ma anche, moralisticamente, come conseguenza dello stile di vita condotto dalla ragazza. L’opera venne presentata a Londra nel 1889 all’interno di una serie di eventi legati a un’inchiesta sulla prostituzione nelle città europee e promossi da un giornale della capitale inglese: fu un successo!

Angelo Morbelli, Alba felice, 1892-1893, Olio su tela, Milano, collezione privata

Angelo Morbelli, Alba felice, 1892-1893, Olio su tela, Milano, collezione privata



La conclusione è affidata all’ultimo Morbelli, quello dei primi anni del’900, che riprese i lavori sui vecchioni del Trivulzio, che aderì, in forma velata, ai dettami simbolisti, come prova il Trittico della Vita, dal taglio liberty, e che poi, tornò a un grandioso naturalismo perfettamente espresso da Il ghiacciaio dei Forni, raffigurante uno dei più affascinanti bacini d’acqua delle Alpi, oggi in gran parte ritiratosi a causa dei cambiamenti climatici e al surriscaldamento globale. Questo è il testamento che ci lascia Angelo Morbelli, un’identificazione panica, dannunziana, tra uomo e Natura, attraverso forme titaniche di montagne e calotte di ghiaccio che diventano anche stati d’animo, oltre che testimonianze dirette di qualcosa che oggi, purtroppo, per colpa dell’uomo, abbiamo perduto. Ed è la miglior prova di quanto si sbagli il visitatore che pensa all’alessandrino esclusivamente come al pittore dei vecchioni: Morbelli è stato un trait d’union tra ‘800 e ‘900 e tra Realismo e Avanguardia.

Angelo Morbelli, S’avanza, 1892-1896, Olio su tela, Verona, Comune di Verona, Civica Galleria d’Arte Moderna Achille For

Angelo Morbelli, S’avanza, 1892-1896, Olio su tela, Verona, Comune di Verona, Civica Galleria d’Arte Moderna Achille For



Morbelli 1853-1919
GAM, Via Palestro 16, Milano
Orari: martedì-domenica 9.30-17.30
Biglietti: Intero 5,00 €, Ridotto 3,00 €
Info: www.gam-milano.com

 

 

I MIGLIORI MUSEI DI VIENNA – PARTE 2

I MIGLIORI MUSEI DI VIENNA – PARTE 2 DI 2

Kunsthistorisches Museum

L’alcool non mente: durante le nozze di Piritoo e Ippodamia, principi della Tessaglia, il Centauro più forte tra gli invitati perse il controllo infuocato dal vino, avventandosi sulla sposa nel tentativo di rapirla. Teseo, amico degli sposi, intervenne lottando col centauro, strangolandolo e impugnando una clava per fermare la sua pazzia, bloccandolo con il ginocchio al petto, nella parte esatta in cui finisce l’uomo e inizia la bestia.
La forza del gesto e tutta la sua drammaticità, viene periziosamente scolpita da Canova, nella statuta intitolata appunto “Teseo in lotta con il centauro” del 1805, ora custodita all’ingresso del Kunsthistorisches Museum di Vienna.

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“Teseo in lotta con il centauro” 1805, Canova



Un inizio in pompa magna per una delle collezioni d’Arte più importanti del Mondo. Testimonianza della passione degli Asburgo per il collezionismo, il Museo fu fondato da Francesco Giuseppe per ospitare le collezioni imperiali: oggetti provenienti da cinque millenni, dal periodo degli Antichi Egizi fino alla fine del Settecento; la più vasta raccolta di dipinti di Bruegel e i capolavori di Tiziano, Veronese, Tintoretto, Rubens, Van Dyck, Van Eyck, Dürer, Vermeer, Rembrandt, Raffaello, Caravaggio, Velázquez

Highlights:

Torre di Babele – Pieter Bruegel 1563

Dio punisce gli uomini che vogliono ergersi al cielo, perché l’ascesa deve essere spirituale e non carnale. La Torre che il popolo costruisce in altezza, popolata da uomini che parlano la stessa lingua, è la leggendaria costruzione narrata dalla Bibbia nel libro della Genesi. Riuscendo a leggere nei cuori della gente, Dio scopre l’intenzione della costruzione, cioè l’ottenimento di un “gran nome” e non la proliferazione sulla terra come esseri uguali, come suo volere, cosicché Dio, per punire l’umanità come fece con Adamo ed Eva in principio, decide di confondere le lingue in modo da non permettere la comunicazione. Bruegel dipinge la scena nel 1563, una rappresentazione carica di simboli e significati, definita tra le opere più immaginifiche dell’arte; il pittore rappresenta una torre storta, costruita con due tipi di mattoni differenti e basata su leggi architettoniche distanti tra loro: una risulta essere simile a quella del Colosseo di Roma, l’altra basata su tronchi di coni sovrapposti. Un’opera “impossibile” in partenza, che definisce l’imbecillità umana e l’imminente catastrofe. Una spirale che non verrà mai completata, un dipinto maestoso di un pessimismo cosmico.

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Torre di Babele – Pieter Bruegel 1563



Susanna e i vecchioni – Tintoretto 1555/1557

Una giovane donna fa il bagno in un giardino scuro, ma una strana luce la colpisce ammorbidendone i tratti ed il corpo nudo; due anziani la spiano da dietro una siepe, mentre lei si rimira alla specchio con aria innocente.
Siamo nel 1555 circa e Tintoretto sceglie il nudo per rappresentare la storia di Susanna dell’Antico Testamento, una bella innocente che rifiuta due vecchi intenti a concupirla e a minacciarla di adulterio qualora lei non si fosse concessa a loro. Dopo il rifiuto della giovane, i due vecchi la portano davanti al Tribunale che la condanna ingiustamente, quando l’onesto Daniele si fa avanti contro i due falsi giudici e, interrogandoli, svela le loro menzogne davanti al popolo che scagionerà Susanna.

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Susanna e i vecchioni – Tintoretto 1555/1557



Zigzagando per il Kunsthistorisches Museum ci si imbatte in una luce divina, diffusa dal grande quadro di Jan Vermeer, “Allegoria della Pittura” databile 1666, entrato in possesso di Adolf Hitler nel 1938 e passato al museo viennese nel 1946.
Per gli esperti questo è il “testamento artistico” di Vermeer, di dimensioni importanti (120×100), il quadro non è mai uscito dall’atelier dell’artista prima della sua morte.
Come una sorta di teatro, la scena si apre attraverso una tenda che ci mostra un ambiente domestico in cui un pittore è intento a dipingere una giovane donna; potrebbe essere Vermeer stesso che si raffigura con un bastone poggia-gomito che ha un pezzo di stoffa alle estremità per non rovinare la tela; la luce arriva sempre da sinistra rispetto all’osservatore, la profondità è data dalla pavimentazione a scacchi e dalle travi del soffitto. Seguendo l’onda della “teatralità”, Vermeer posiziona una maschera di gesso sul tavolo, elemento simbolico che ci lascia una domanda in sospeso: “cosa è realtà e cosa finzione?“.

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Jan Vermeer, “Allegoria della Pittura” 1666



Per avvicinarci alla vita imperiale, non possiamo non visitare la stanza delle infanti di Velazquez.

Il ritratto dell’infanta Margarita Teresa in abito blu è forse il migliore della serie, ed è uno dei molteplici ritratti richiesti all’artista, che mostrasse il lento divenire dell’infanta, sottolineandone i cambiamenti, le trasformazioni, i guizzi dell’espressione, i cambi delle mode, la postura, opere che servivano allo zio Leopoldo I d’Asburgo, a cui era stata promessa in sposa.

E’ la seconda metà del XVII secolo e la moda in Spagna prevede ancora l’uso di gonne esageratamente ampie; l’abito è protagonista nel suo blu di seta cangiante, dalle profilature dorate e dal grande fiocco appuntato dalla preziosa spilla al centro del bustier. Le maniche sono voluminose e si stringono sul polso finendo in romantici ed impalpabili voile; la piccola Margarita Teresa porta un guanto sulla mano destra, mentre la sinistra, spoglia, tiene un manicotto di pelliccia, da sempre simbolo di prestigio e di potere.



Leopold Museum

Patria dell’erotismo, Vienna non poteva non ospitare la più grande raccolta del più grande conoscitore dell’erotismo in pittura: Egon Schiele al Leopold Museum che con Gustav Klimt rappresenta il più alto esempio di pittura moderna in Austria, nel dettaglio quel movimento artistico chiamato “Secessione”. Un’ampia sezione è poi dedicata alle opere grafiche ed oggetti del XIX e XX secolo, tra cui il prezioso artigianato artistico di Koloman Moser, designer e decoratore austriaco; Adolf Loos, famoso architetto considerato il pioniere dell’architettura moderna, autore del mitico “Loos American Bar“, una vera chicca art deco’ di 27 metri quadri di legno, vetro, ottone, onice, eleganza, buon gusto, specchi, ottimi cocktail, barman italiani, e una clientela chic e raffinata.



A spiazzarci la prima opera nel percorso al Leopold Museum, il Nudo Maschile, autoritratto di Schiele del 1910, un corpo scavato e spigoloso, contorto su se stesso in una posa innaturale, dai colori verdi e gialli e marroni, tonalità caratteristiche della malattia, dell’ansia, dell’irrequietezza, della pena, cromìe usate anche in ambito cinematografico per rappresentare la follia, la pazzia, pensiamo a Nicolas Winding Refn e alla policromia ossessiva delle sue pellicole, dai verdi intensi come il verde imperatore e il verde mirto. Un’immagine di forza e decadenza, una figura che sembra quasi scolpita nel legno, un uomo senza piedi che galleggia in uno spazio bianco surreale.

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Nudo Maschile, autoritratto di Schiele 1910



Pulsioni e angosce, sessualità e morte, sono i temi frequenti del suo mondo artistico, Schiele si butta sul corpo con voracità e una verità sfacciata, riduce l’anatomia a corpi mutilati, disegni non finiti, donne amputate; negli autoritratti la gestualità è nervosa ed è evidente l’influenza della psicoanalisi freudiana, disegna con profonda introspezione.



Soggetti straziati e sofferenti, stretti in intensi abbracci, come di un abbraccio che indica un addio, Schiele rappresenta quasi profeticamente il suo destino: morirà per influenza spagnola solo tre giorni dopo la morte della moglie.

E’ una produzione intensa seppure breve, trecentoquaranta dipinti e duemilaottocento tra acquerelli e disegni, fatti di corpi di una nudità carnale, brutale, dai tratti nervosi e dalle mani nodose, contorte come in una smorfia.



Spregiudicate e a tratti oscene, le pose delle modelle di Schiele sono simulazioni erotiche, masturbazioni, che provocò al pittore non pochi fastidi in vita, come la condanna e l’arresto per diffusione di immagini immorali, oltre all’accusa di molestie su una minorenne, che poi cadde. Era la sua “pornografia” artistica ad essere condannata.

Il turbamento profondo di Egon Schiele si riversa sulle sue tele, che sono come un diario dove confessa la sua arresa alla vita, in un pessimismo sentimentale e malinconico; intenso il ritratto di donna del 1912, lacrimosa e sofferente per il distacco con il pittore stesso, di cui percepiamo la presenza dietro di lei, vedendone appena il volto ed una rosa rossa.

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I MIGLIORI MUSEI DI VIENNA PARTE 1 DI 2

(foto Miriam De Nicolo’)

I migliori Musei di Vienna

I MIGLIORI MUSEI DI VIENNA – PARTE 1 DI 2

Kaiserappartements – Hofburg


Appartamenti Imperiali – Museo di Sissi

Punto vitale da cui tutto trae origine, la Hofburg, residenza imperiale d’inverno dove la Principessa Sissi, creatura solitaria imperatrice d’Austria e regina d’Ungheria, scriveva i suoi diari segreti volteggiando tra le duemilaseicento stanze, dedalo di corridoi e scaloni, foreste di stucchi e decorazioni, oggi diventa museo.


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Aperte al pubblico, le stanze private di Francesco Giuseppe, più semplici e pratiche rispetto alle lussureggianti di Elisabetta che includono la stanza da bagno con la vasca in cui si immergeva una volta al giorno, e la palestra simbolo di una perfezione ossessiva per il corpo, che la vedeva seguire strambe diete scrupolosamente, come il regime a base di sola carne, per poi passare a bere solo dei grandi bicchieri di sangue di bue, che rifiuterà per una dieta a base di uova e frutta, finendo col nutrirsi di soli latticini; sarà vegana per capriccio e frugale fino all’astinenza.


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Sissi cercherà di allontanare la sua natura malinconica con l’iperattività fisica, estenuandosi ogni mattina con esercizi fisici e attrezzi ginnici, mai contenta di sé arriverà ad un girovita di 50 cm, stretta in corsetti che esposti al museo sembrano destinati più ad una bambola che ad una dama.


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Ritratti e fotografie, la fotografia, altra forma d’arte a cui l’imperatrice si era appassionata per narcisismo, numerose le lettere scritte di suo pugno, intingendo il pennino in inchiostro viola, l’unico che utilizzava, all’interno di un calamaio d’oro.


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Perle del museo, i preziosi accessori da bagno che portava con sé durante i suoi viaggi, pettini per l’ossessione che aveva per i lunghi capelli, la farmacia da viaggio con i portapasticche in argento, oltre a guanti, abiti, ventagli e ombrellini che frapponeva fra sé e gli altri, per nascondere lo sguardo. Da far girare la testa a Csaba, esperta di galateo, la tavola imbandita come all’epoca di Francesco Giuseppe, pranzi i cui invitati erano militari, aristocratici, uomini d’affari e politici, che avevano il permesso di sedersi solo quando l’imperatore avrebbe preso posto; un lacchè ogni due commensali, ciascuno dei quali aveva una bottiglia personale di acqua e di vino, posateria d’argento rovesciata e cinque bicchieri di cristallo.


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Spettacolare la ricostruzione dell’abito che Elisabetta indossava quando fu incoronata regina d’Ungheria, i gioielli da lutto e il mantello nero con cui l’imperatrice fu coperta dopo l’attentato.

Oltre 300 oggetti personali, puerilità estetiche di una natura malinconica che cerca di stordirsi dopo una vita di fatti accidentati, come la morte del primo amore, della prima figlia e i numerosi tradimenti del marito. Una condotta nichilista cui la più grande insolenza era la sua bellezza, fatta di una tristezza che aveva qualcosa di voluttuoso, di fatale, come l’apparizione della morte che ha conferito alla favola, un sapore amaro ma leggendario.

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Castello  Belvedere


Sorvegliato dalle maestose sfingi che circondano il giardino alla francese, queste creature mitologiche dal corpo di leone, la testa di donna e un florido seno, dall’espressione interrogatoria e severa che incute rispetto e una sorta di timore, oggi attorniate da rumorosi bambini ignari della storia che stanno toccando senza attenzione, si apre la vista al Castello del Belvedere, il più bel complesso barocco d’Austria.


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Un tempo residenza estiva del Principe Eugenio di Savoia, il complesso è formato da due palazzi, Il Belvedere Superiore dove poter contemplare la più grande collezione al mondo di dipinti di Gustav Klimt, ventotto in tutto, e vari capolavori di Schiele, Manet, Renoir, Monet, Cezanne, Pisarro etc; e il Belvedere Inferiore con le stanze più rappresentative del barocco, la Galleria di Marmo, il Salone degli Specchi, la Sala dei Grotteschi.


L’Orangery, vicino al Belvedere Inferiore utilizzato in passato come serra, oggi ospita le esposizioni temporali del Museo Belvedere.


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L’elegante signora in nero dipinta da Klimt nel 1893 ci accoglie con un guanto sì e uno lasciato chissà dove, a scoprire i brillanti gioielli che indossa su polso e dita, così perfettamente rappresentati dal pittore, lucenti e scintillanti come oro colpito dalla luce diretta del sole.


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Sfidante, invece, la diabolica Giuditta, dipinto del 1901 che sente l’influenza del viaggio in Italia dove Klimt aveva visionato dei mosaici bizantini dell’ultima capitale dell’Impero romano d’Occidente. Quindi oro, tanto oro che rende regale e inavvicinabile la figura della femme fatale, quella che seduce, ammalia e uccide. Giuditta mostra il seno con orgoglio e provocazione, tenendo con le sottili dita la testa di Oloferne visibile solo per metà; è una figura che invade, ingloba, mangia, e divora tutto quello che le sta intorno, così come si prende tutto lo spazio del quadro; è la donna destinata a portare sofferenza dopo aver regalato, la donna che si fa giustizia da sola, quell’essere misterioso, dominatore e magnetico.


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Dal formato perfettamente quadrato (180×180), il famoso “Bacio” (1907/08) che si fatica a vedere da vicino per la stessa furia di gente che si trova nella stanza della Gioconda.
Gli opposti che si attraggono fatti ad arte, un uomo e una donna, diversi per natura, lui indossa una veste fatta di elementi spigolosi e geometrici, dalle mani nodose come quelle degli schizzi di Schiele, la foia di prendere e avvolgere il viso di lei tra le mani, i colori scuri dell’abito e dei capelli – e l’opposto candido e diafano della pelle della donna, la chioma fulva, l’espressione di abbandono, la bocca ancora chiusa ma il corpo già vicino, caldo come l’oro che li fascia, piccoli fiorellini tra i capelli, i colori delicati del vestito, dalle forme circolari e morbide, spiraliformi. Questo capolavoro klimtiano ci racconta il momento di empatia amorosa tra l’uomo e la donna, stretti in un forte abbraccio, perché è più di un abbraccio che si parla, il bacio non è ricambiato ancora, non lo vediamo, ma percepiamo il “sì” della fanciulla che tocca la mano dell’uomo e che, con le palpebre ancora serrate, gli sta destinando la sua fiducia e il suo abbandono.


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Se vogliamo scoprire come viene visto l’italiano all’estero, non servono i film hollywoodiani, basta sbirciare nel passato, nel 1829 quando Carl Blechen, pittore tedesco, dipingeva “Pomeriggio a Capri“: un baldanzoso giovane dai piedi scalzi e con il berretto alla Pulcinella, corteggia una donna di fronte al mare, sarà un amore estivo e passeggero? Ah, non manca nemmeno il mandolino!


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Tutte le stazioni del mondo ci raccontano scene sempre interessanti, ma sono quasi sicura che quella ritratta da Karl Karger nel 1875 ha dell’affascinante. E’ la stazione di Vienna, nel periodo in cui la moda esige per le donne che i volumi si spostino nel retro dei vestiti, gli strascichi abbondano e sono ricchi e pomposi, il cappello è sempre meno elaborato, ma rimane indispensabile per le uscite fuori casa. E’ una scena di “arrivi”, qualcuno si dirige verso l’uscita mentre un venditore lo ferma per proporre della merce, una coppia si bacia appassionatamente dopo un lungo distacco, i macchinisti del treno controllano la sua meccanica, un elegante signore con cilindro e bastone e con signora a braccetto, è ancora in attesa del suo ospite. E’ una fotografia che ci parla di moda, di storia, di costumi e di arte.


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(foto Miriam De Nicolo’)