Archive for giugno, 2019

ASA porta la collezione AIDS Memorial Quilts online su Google Arts & Culture

ASA porta la collezione AIDS Memorial Quilts online su Google Arts & Culture

Il 27 giugno 2019, dalle ore 21.30, una video installazione aperta alla città di Milano
racconta il progetto le Coperte dei Nomi.

ASA Milano, Associazione solidarietà AIDS annuncia che la collezione delle AIDS Memorial Quilts, un enorme patchwork di coperte disegnate e ricamate da amici o parenti di vittime dell’AIDS, sarà disponibile a tutti online sulla piattaforma Google Arts & Culture, a partire dal giorno 27 giugno 2019. L’annuncio è stato fatto in occasione dell’evento NAMES Project AIDS Memorial Quilts organizzato da Google e ASA.

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La collezione italiana di AIDS Memorial Quilts, considerata la più grande opera artistica collettiva al mondo, è stata in parte digitalizzata grazie alle tecnologie messe a disposizione dal team di Google Arts & Culture. Per celebrare le opere, il 27 giugno a partire dalle 21.30, le scansioni digitali delle coperte – realizzate con l’esclusiva tecnologia Art Camera – saranno proiettate sulla parete del palazzo di via De Castillia 7, a Milano. Gli spettatori saranno parte integrante dello show per diffondere il messaggio di non abbassare la guardia della prevenzione e per abbattere lo stigma verso le persone sieropositive.


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Per noi di ASA, queste coperte rappresentano la memoria, il ricordo delle persone che ci hanno lasciato a causa dell’hiv. Vogliamo che si continui a ricordare la lotta e la sofferenza di tanti nostri amici che non ci sono più. Vogliamo ricordare che oggi hiv si può tenere sotto controllo, proteggendosi (sesso sicuro, PrEP), facendo il test, prendendo correttamente la terapia. Oggi le persone con hiv in terapia con viremia azzerata possono vivere come e quanto le altre e, soprattutto, non possono trasmettere l’infezione” ha commentato Massimo Cernuschi, Presidente di ASA.

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La direzione artistica del progetto è stata affidata ad Andrew Quinn, noto videomaker australiano, che ha ideato uno spettacolare ed emozionante show interattivo dal titolo “IN QUILT” Interactive Audio Visual Installation accompagnato da echi musicali evocativi, da illuminazione suggestiva e dall’esibizione live di The Winstons.
Prima delle proiezione, a partire dalle ore 19.00, rappresentanti di ASA e del team Diversity & Inclusion LGBTQ+ di Google presenteranno ufficialmente il progetto con un talk & cocktail di benvenuto (l’evento è gratuito e a numero chiuso, fino a esaurimento posti – registrarsi al link https://events.withgoogle.com/names-project). La proiezione dell’opera di Andrew Quinn sarà aperta a tutta la cittadinanza a partire dalle 21.30 perché le Coperte dei Nomi, che ASA raccoglie e custodisce dal 1987, sono ormai diventate un patrimonio culturale universale.

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Programma evento 27 giugno 2019
Ore 19.00 talk & cocktail (previa registrazione per limitato spazio)
Dalle ore 21.30 proiezione interattiva di Andrew Quinn – via De Castillia 7- Milano
L’evento si svolgerà con il patrocinio del Consolato Americano e del Comune di Milano

Tra Pop Art ed etnografia, l’Arte di Roy Lichtenstein in mostra a Milano

Un grande maestro della Cultura figurativa mondiale è il protagonista della nuova mostra del MUDEC di Milano: Roy Lichtenstein.

Dal 1 maggio all’8 settembre 2019, la mostra, intitolata Roy Lichtenstein. Multiple Visions omaggia il maestro statunitense nella completezza della sua opera. Curata da Gianni Mercurio, studioso di Lichtenstein, l’esposizione è promossa da Comune di Milano e 24Ore Cultura, e conta circa cento opere dell’artista, provenienti sia da note collezioni americane che da altre private.

Roy Lichtenstein, Head Profile, 1988

Roy Lichtenstein, Head Profile, 1988



Quella del MUDEC non è una mostra sulla Pop Art, perché Lichtenstein è stato, sì, folgorato tra gli anni ’50 e ’60, dal fenomeno artistico di Warhol, ma non si è mai limitato a quel periodo. Anzi, ha continuato ad affinare le sue tecniche e ad approfondire nuovi temi, che lo hanno condotto lontano dagli esiti del genio di Pittsburgh. Lichtenstein ha creato una forma artistica figlia di quella che Benjamin chiamava “riproducibilità tecnica” dell’opera, e non a caso la Pop Art era una riproduzione “a stampino” di un modello base, però orientandola verso mille direzioni tematiche, ovvero quelle Multiple Visions a cui accenna il titolo. La sua Arte fu sempre orientata all’etnografia, come testimonia il suo interesse giovanile per le culture e le rappresentazioni dei Pellerossa, così come seppe essere attenta all’evoluzione dell’iconografia pubblicitaria frutto del boom degli anni ’60 e alla sempre maggiore centralità del ruolo delle donne nella società, specie negli anni ’70, mostrando grande interesse per tutti quei movimenti femministi che stavano scuotendo gli States. Dagli anni ’80, iniziò a tornare all’Arte in senso lato, lavorando, nei suoi ultimi anni, a opere astrattiste o a ricordi delle avanguardie storiche, soprattutto del Cubismo e di Picasso. Sono queste le Multiple Visions che riassumono perfettamente la sua opera e che lasciano stupito il visitatore medio, che conosce Lichtenstein esclusivamente come artista Pop. E queste mille direzioni influenzarono generazioni successive di creativi, specie nell’ambito della Moda e della Pubblicità, in virtù del suo lavoro in prevalenza eseguito a stampa.

Roy Lichtenstein, I love Liberty, 1982

Roy Lichtenstein, I love Liberty, 1982



Occorre tracciare qualche cenno biografico dell’artista. Roy Lichtenstein nacque a New York nel 1923, da una famiglia ebraica della “middle class”. Nel 1940 iniziò a frequentare il corso di Belle Arti all’Università dell’Ohio, ma, ben presto, dovette interrompere gli studi in quanto venne chiamato alle armi e inviato in Francia al fronte. Rientrato dall’esperienza bellica nel 1949, terminò gli studi e sposò la prima amata moglie, Isabel, da cui ebbe due figli. La sua prima mostra, nel 1951, lasciava presagire il debito verso le avanguardie che Lichtenstein espresse nei suoi ultimi anni: un’esposizione di opere che oscillavano tra Cubismo ed Espressionismo. Con l’inizio degli anni ’60, l’artista lasciò la Pittura per iniziare a lavorare a stampa, con una tecnica creata da un reticolato di linee e puntini, chiamato Ben-Day Dots, applicata a immagini dei cartoni animati e dei fumetti: nacque così, insieme alla famosa Zuppa Campbell’s di Warhol, la Pop Art. Con la stessa tecnica, lavorò a opere, soprattutto nature morte, ma anche ritratti, in cui stravolse o sovrappose repertori iconografici tratti da Picasso, Braque, Mondrian e altri, fondendo il fascino dell’Avanguardia e il dinamismo della scomposizione cubista e astrattista con lo stile pubblicitario della neonata Pop Art. Le mostre che gli dedicarono le grandi gallerie newyorkesi furono un successo, che presto divenne non solo americano, ma mondiale. Con gli anni ’70, si dedicò anche alla scultura, con la serie Mermaid, in cui si ispirò fortemente a Giacometti e a Calder. Una grande mostra itinerante nel 1981 lo consacrò definitivamente a livello mondiale, mentre, nei suoi ultimi anni, ritornò a guardare all’Astrattismo e all’Informale. Roy Lichtenstein morì nella sua New York, la città che sempre amò e che sempre venerò nei suoi quadri, nel 1997, all’apice di una fama incredibile.

Roy Lichtenstein, American Indian Theme VI, 1980

Roy Lichtenstein, American Indian Theme VI, 1980



La mostra si sviluppa in alcune sezioni tematiche, non cronologiche, dedicate, ognuna alle molteplici visioni, o punti di vista, che Lichtenstein seppe applicare alla sua Arte. La prima prende le mosse dalle prove litografiche giovanili dell’artista, ispirate a temi letterari con uno stile astratto derivato da Paul Klee e da artisti di area tedesca, ma anche dalle sue incisioni giovanili dedicate ai Nativi d’America, tema che sempre lo interessò e che, a partire dagli anni ’70, in linea con un suo sempre maggiore appoggio all’attivismo dei movimenti come Red Power, riprese in chiave Pop come denuncia delle condizioni di vita delle riserve indiane, in grandiosi arazzi che paiono usciti da una tenda del grande capo di una tribù. La prova migliore è The Chief, incisione che ritrae un capo indiano con uno stile che si avvicina al Cubismo. Lichtenstein, in questa fase, fece deliberatamente uso di stilemi tratti dalle culture figurative pellerossa, mescolati a elementi dell’Arte occidentale e a elementi primitivi, a creare un modello “di protesta” di Arte americana alternativa a quella ufficiale.

Roy Lichtenstein, The Chief, 1956

Roy Lichtenstein, The Chief, 1956



A seguire, la mostra inizia ad analizzare l’utilizzo massiccio della forma stampata da parte dell’artista, che ne fece un marchio di fabbrica. Fondamentali, in questa fase, furono gli oggetti d’uso quotidiano, che caratterizzano la seconda sezione. Come il barattolo di zuppa per Warhol, Lichtenstein utilizzò un hot dog o un pollo arrosto per creare un’immagine iconica, riproducibile e, sicuramente, pubblicitaria, ma “no logo”, per usare le parole di Naomi Klein, una figura simbolo di un’epoca, gli anni ’60 del boom economico, ma che è anche denuncia della cultura di massa da cui prende le mosse la Pop Art. In questa fase, fondamentale è la tecnica a puntini, che trasforma oggetti quotidiani in opere d’Arte, ma lo è anche l’uso del colore, forte, shocking, ma diretto all’osservatore, e in questo Lichtenstein è un vero grafico pubblicitario. Nella serie delle Still Lifes, i colori sono quelli fondamentali, ed evitano le gradazioni tonali, a delineare l’oggetto perno dell’opera e a evidenziarne il carattere percettivo: in questo, l’artista fu un predecessore dell’interior design.

Roy Lichtenstein, Hot Dog, 1964

Roy Lichtenstein, Hot Dog, 1964



Segue una sezione dedicata alle serie di raffigurazioni d’Interni, realizzate da Lichtenstein tra il 1972 e il ’74 e riprese, poi, nel 1990, con frequenti autocitazioni da parte dell’artista. Si tratta di opere eseguite con tecniche miste, serigrafia, litografia e xilografia, in cui Lichtenstein si affermò, ancor più, come pioniere del Design d’interni. Queste opere, però, sono un’evoluzione della sua fase Pop, come prova l’inserimento degli oggetti d’uso negli interni raffigurati, oltre a un curioso gioco in cui l’artista arriva a riprodurre in miniatura alcune sue opere precedenti appese alle pareti, come provato da The Oval Office. Gli interni di Lichtenstein, raffigurati dall’artista con una tecnica che privilegia la percezione, sono ambienti non certo d’abitazione quotidiana, ma inanimati e quasi metafisici, oppure espressione di una satira nei confronti del potere politico americano.

Roy Lichtenstein, The Oval Office, 1992

Roy Lichtenstein, The Oval Office, 1992



La figura femminile fu sempre di grande interesse per Lichtenstein. La sezione successiva è dedicata proprio alle donne, su cui l’artista realizzò alcuni dei suoi capolavori. Lichtenstein seguì, da vicino, il processo di emancipazione femminile, dagli anni ’60 ai ’90. Partì da opere di inizio anni ’60, in cui la donna è ancora casalinga felice, angelo del focolare, per arrivare, in pochi anni, con l’inizio dei ’70, a una raffigurazione femminile ispirata ai cartoni animati, in cui la protagonista, spesso piangente, sembra lamentarsi della sua condizione e pronta a emanciparsi. Nascono così capolavori come Reverie e Crying girl, figure idealizzate ma “con i piedi per terra”, in preda ad angosce personali ed esistenziali ma quasi eroine quotidiane. Lichtenstein riprese, poi, il tema femminile a partire dal 1977, in linea con i movimenti femministi dell’epoca, con sculture raffiguranti profili sinuosi e sensuali, per concludere il processo a inizio anni ’90, con la serie dei nudi, che hanno come protagoniste ragazze moderne colte nella loro sfera intima, dietro a cortine sfumate ottenute con la tecnica a puntini.

Roy Lichtenstein, Reverie, 1965

Roy Lichtenstein, Reverie, 1965



 

Roy Lichtenstein, Crying Girl, 1963

Roy Lichtenstein, Crying Girl, 1963



A seguire, una sezione dedicata a un altro tema molto amato da Lichtenstein, i cartoni animati e i fumetti. Sin dall’inizio della sua esperienza Pop, con la Ben-Day Dots, i cartoons furono campo d’indagine per l’artista. Ora, sembra quasi di calarci all’interno dell’universo Marvel, ma con un intento più formale che narrativo, mirante a valorizzare la tecnica a puntini sperimentata da Lichtenstein, e a evidenziare l’impatto nella percezione dell’immagine. Nascono così opere come la serie delle Reflections, in cui l’artista lavorò su fotogrammi tratti da Superman e Wonder Woman, studiando l’effetto visivo di uno scontro tra oggetti o la reazione dell’eroina, chiamata, nell’opera, Minerva. In questa serie, trionfa l’immaginario guerresco e dinamico, contrapposto al sentimentalismo femminile statico di opere come Reverie, concepito, però, come denuncia di una società, quella americana, che vive sul culto delle armi e che, spesso, ha preteso, con la guerra, di esportare la democrazia.

Roy Lichtenstein, Reflections on Crash, 1900

Roy Lichtenstein, Reflections on Crash, 1990



 

Roy Lichtenstein, Reflections on Minerva, 1990

Roy Lichtenstein, Reflections on Minerva, 1990



I cartoons, in parte, tornano anche nella sezione successiva, quella dedicata ai paesaggi. Su questo tema, Lichtenstein riprese moltissimo le vedute giapponesi di Hiroshige e Hokusai, come prova il bellissimo paesaggio con sole, che sembra tratto dalla grafica nipponica, ma fu influenzato anche dall’Impressionismo. I paesaggi di Lichtenstein sono frutto dell’osservazione non di un dato naturale, ma di uno sfondo, ancora Pop, dei cartoni e dei fumetti. Rivoluzionario si rivela, in questa fase, l’utilizzo del Rowlux, un tipo di plastica lenticolare che, applicata alla superficie stampata, rende l’effetto del dinamismo sull’osservatore. Con i paesaggi degli anni ’80, Lichtenstein inizia a mescolare i colori tipici dei cartoons a quelli reali, creando un effetto fortemente gestuale e scenografico, mentre, con quelli cinesi del 1996, l’artista lavorò sia sul modello giapponese che sulle prove di Degas, ottenendo uno dei migliori risultati della tecnica Ben-Day dots, con un’atmosfera rarefatta e quasi fiabesca.

Roy Lichtenstein, Sunrise, 1965

Roy Lichtenstein, Sunrise, 1965



L’ultima parte della mostra è dedicata al Lichtenstein interessato all’Astrattismo e alle Avanguardie storiche. Dopo la fase Pop, l’artista tornò a interessarsi al fenomeno astratto ma solo in chiave parodistica, più che estetica, come provano le serie dei Brushstrokes, del 1965, in cui la pennellata è concepita come gesto archetipico, ma anche ironico e dissacrante. Lichtenstein vi ritornò negli anni ’80, con una pennellata che diventa segno grafico autonomo, con colori smaglianti, oppure reinterpretazione di repertori classici, dal ritratto alla natura morta, con omaggi a Van Gogh e a De Kooning. Concludono la mostra una serie di opere a stampa in cui l’artista riprende temi e repertori iconografici tipici delle Avanguardie. Non si tratta di citazionismo, ma di una volontà di scomporre, smontare queste figure e ricostruirle in una dimensione contemporanea, esattamente come avevano fatto i Cubisti cinquant’anni prima. Si tratta di ricostruzioni stilistiche, e non tematiche, miranti a trasformare la figura in uno strumento per un gioco linguistico e creativo totalmente nuovo, sempre un po’ irrisorio e ironico, come tutta l’opera del maestro, che diventerà una delle chiavi del Post-Moderno, di cui, forse, a sua insaputa, Roy Lichtenstein è uno dei padri.

Roy Lichtenstein, Brushstroke, 1965

Roy Lichtenstein, Brushstroke, 1965



Roy Lichtenstein, Landscape with boats, 1996

Roy Lichtenstein, Landscape with boats, 1996



Roy Lichtenstein, The Couple, 1980

Roy Lichtenstein, The Couple, 1980



Roy Lichtenstein. Multiple Visions
MUDEC, Via Tortona 56, Milano
Orari: lunedì 14.30-19.30
martedì-mercoledì-venerdì-domenica 9.30-19.30
giovedì-sabato 9.30-22.30
Ingresso: 14,00 € intero, 12,00 € ridotto
Info: www.mudec.it

Vistaterra, il Castello dei sogni

Quante volte abbiamo sognato di alloggiare in un Castello, visitare le torri che svettano il cielo in cui le fanciulle delle favole sognano il Principe Azzurro? Quante volte abbiamo sperato di vivere almeno una notte negli infiniti saloni affrescati, dove un tempo si riunivano le dame di corte in età da marito, agghindate a festa con le ruote delle gonne che ondeggiavano maliziosamente tra un baciamano e un giro di valzer?! Sgranate gli occhi perché oggi tutto questo è possibile, in un luogo unico e magico, è il caso di dirlo, e si trova a Parella: il Castello VISTATERRA.




Quante prestigiose potenze hanno calpestato questo luogo, non possiamo contarle, ma dal 1200 il Vistaterra ha subìto una serie di evoluzioni che caratterizzano il luogo e lo fregiano di un passato ricco di storia e di tradizione; conti, duchi e marchese hanno qui dimorato, dove un tempo li attendevano carrozze e cavalli, oggi riposano le bici a pedalate assistita pronte per essere impugnate in una visita all’aria aperta che vi risparmieranno sudore e fatica. Perché tutto qui è eco-sostenibile e a impatto zero.

Oltre ai 12 ettari intorno al Castello che comprendono l’antico vigneto nel quale oggi viene coltivato l’Erbaluce di Caluso DOCG, Vistaterra ospita un meraviglioso bambuseto, un luogo di relax dedicato alla meditazione, allo yoga, dove poter camminare a piedi scalzi e respirare all’aria aperta. L’Erbaluce, vitigno tipico del Canavese, può essere acquistato nell’Enoteca del Castello, ex cantine storiche, insieme ad altre 350 etichette selezionate tra le eccellenze del territorio, un percorso enologico didattico in cui conoscere i luoghi e le proprietà del terriccio dove le uve vengono cresciute e trasformate; un’offerta arricchita dai prodotti km zero delle boutique “la corte dei mercanti“, situata al centro del Castello, negozi dove farsi coccolare e consigliare, che propongono prodotti per la cosmesi e per la cura del corpo “lista verde”, fatti solo di ingredienti naturali, produzioni artigianali locali come la pentola “vasaia”, le pentole di rame e le teiere in ghisa e set di bicchieri fatti a mano, la cui imperfezione li rende bellissimi; il miglior cioccolato piemontese, i Cachet dal cuore di grappa distillata in Canavese, le Giuraje, i Tastini ispirati ad Adriano Olivetti, tutte eccellenze certificate che sottolineano la filosofia “green” di Vistaterra.




Il vero lustro del castello sono le camere, distinte in Deluxe e Suite. Le prime, tutte doppie dall’ampia metratura (40 mq.), hanno pavimenti in rovere lavorato a mano, letto king size o twin bed, schermo piatto LCD, e arredi moderni e di design dai toni caldi; l’ampia sala da bagno ha il doppio lavandino dai rubinetti dorati, piano in marmo, doccia arredata con mosaici gold e pavimento stile 3D black and white. La suite gode di un panorama mozzafiato sul romantico borgo di Colleretto Giacosa, sul parco Vistaterra e sulla Serra di Ivrea. La luce arriva dalle grandi finestre e l’entrata offre un’ampio ingresso con guardaroba; il salotto dispone di un ampio divano capitonnè, zona pranzo, poltrone con tavolino, ricchi chandelier di Murano che pendono dai soffitti a cassonetto, letto doppio king size e una metratura di 80 mq. Ma a rendere la Suite ancora più preziosa sono gli affreschi, ritrovati durante i lavori di restauro, risalenti al ‘600 e raffiguranti carnosi girali d’acanto che incorniciano figure femminili dal color oro, paesaggi sul gusto Paul Bril, rare testimonianze del gusto raffinato di Margherita Villa, prima moglie del reggente Alessio II. L’elegante sala da bagno è arricchita da una vasca in rame su sfondo di mosaico dorato; mancano i piedini di leone e sarebbe stata perfetta; tutta la linea cortesia è eco-friendly, formulazioni al 100% vegane e saponi fatti a mano; l’accappatoio è l’elemento dipendenza: non vorrete toglierlo nemmeno per cena, la sua morbidezza è come una droga. Alle pareti opere d’arte di Anna Russo, bassorilievi a graffio su cemento e acrilici su tela, parole di famosi romanzi o di personaggi illustri, da Calvino a Pavese, da Collodi a Kundera.




Omaggio al grande imprenditore italiano Adriano Olivetti, fondatore della prima fabbrica italiana di macchine per scrivere, il “Caffè Alla lettera“, lo spazio moderno dove tornano parole e lettere, come quelle scritte sui tavoli/tasto neri, adornati dalle sedie in velluto blu, il luogo dedicato all’aperitivo con un Vermouth Carlo Alberto Riserva Rosso, o ad una cucina sana e veloce creata dallo stesso chef del ristorante “Alessio I”, Massimo Mascia, un ambiente raffinato nelle sale affrescate dagli stemmi delle famiglie nobili che lo hanno vissuto in passato, dotato di cucina a vista per uno showcooking ad alte temperature.




Alloggiare al Vistaterra è un’esperienza, di grande bellezza perché si assapora la storia, dove non ci si annoia perché offre infinite attività esterne, dal giro in carrozza al parapendio, dal golf al soft rafting per i più avventurosi. Una volta attraversato il ponte levatoio, ci si può perdere con gioia, fare shopping nelle boutiques, passeggiare per il parco accanto al profumo della lavanda fresca, sorseggiare un Erbaluce conversando con la propria metà, e lasciarsi coccolare dalla dolcezza e dalla gentilezza di tutto lo staff, sempre pronto ad esaudire ogni desiderio, sempre accorto e disponibile. Vistaterra è il Castello da cui non vorresti più far ritorno, è il tuo “heimat”.





Vistaterra.it
Via Francesco Carandini, 40, 10010, Parella, Torino (TO)



( foto @Miriam De Nicolo’)

BEST OF PITTI UOMO 96

IL MEGLIO DAGLI EVENTI DEL PITTI UOMO 96

MSGM

MSGM celebra i suoi 10 anni di show in occasione di Pitti Uomo 96 nell’affascinante location di Firenze, il Forum Nelson Mandela, in un’atmosfera onirica e surreale alla Refn, i cui colori ricordano moltissimo il suo ultimo capolavoro “The Neon Demon”, per l’appunto incentrato sul tema della moda.

Al centro dell’immenso palazzetto dello sport, una piscina virtuale dal blu intenso attorno a cui sfilano modelli dal mood estivo, capelli bagnati come le camicie nell’uscita finale, come appena usciti da un tuffo rinfrescante in cui le idee emergono positive. Positivo il messaggio sulle stampe, immagini e scritte dell’artista Norbert Bisky (collaborazione che sottolinea il legame del design con l’arte) che trasforma una giacca in un foglio bianco su cui lancia frasi/inno al cambiamento, all’amore, alla verità.

Speciale presenza per la prima volta in passerella, Leonardo Tano, testimonial della linea di intimo di MSGM, figlio dell’internazionale Rocco Siffredi che non necessita di presentazioni.



Marco De Vincenzo

Una serra invernale in cui le piantine vengono personalmente curate dai modelli che sfilano e che le reggono tra le mani, guanti da giardinaggio inclusi, impreziositi da tessuti e applicazioni.

La location esclusiva è il Tepidarium Del Roster, una serra in ferro battuto fine Ottocento, carica della magia di quella in cui “Bernard & Doris”, interpretati da Ralph Fiennes e Susan Sarandon, coltivavano con amore orchidee e un futuro di amicizia e lealtà.

La collezione primavera-estate 2020 di Marco De Vincenzo riconferma il suo legame ai tessuti, un mix di grande equilibrio in cui utilizza lurex, denim, voile, gessati, quadri, fresco lana, macramè, lame’, pelle, vinile, un uomo dalla vita altissima come i risvolti, che predilige i colori neutri della terra; e una donna (pre-collezione femminile) che alterna il comfort del taglio maschile per il giorno, i maxi volumi delle giacche e dei pantaloni con le pinces, agli abiti da cocktail in lurex dai scintillanti bagliori argentati, pronte per un Bellini e un giro in pista da ballo alla rainbow Room di New York.



Luisaviaroma 90th Anniversary

La performance live di Lenny Kravitz chiude la grande sfilata di LuisaViaRoma che festeggia il 90mo anniversario con uno show curato da Carine Roitfeld, icona, visionaria e fondatrice del Fashion Book.

Il panorama più bello di Firenze, Piazzale Michelangelo, si è trasformato in una passerella per 5000 persone che hanno assistito alla fotografia degli abiti più belli venduti nella boutique fiorentina.

Un cast eccezionale tra cui compaiono Bella e Gigi Hadid, Irina Shayk, Mariacarla Boscono, Vittoria Ceretti, Natasha Poly, Halima Aden, Alek Wek, Alessandra Ambrosio, Paris Jackson, che hanno indossato le opere d’arte dei grandi couturier dalla collezioni Fall Winter 2019.

American Wedding – tutti i tipi di matrimonio americano

Quanti abbiamo visto un film americano in cui i due protagonisti convolano a nozze? Credo tutti.

Siamo abituati a vedere i matrimoni italiani in grande, soprattutto al sud italia, abito da sposa in bianco, grandi tavolate e infiniti festeggiamenti e una cura della bellezza, da parte della sposa, che definirei normale, un make up non esagerato molto naturale, direi che le italiane si prendono più cura dei capelli in quel giorno speciale, con acconciature elaborate.

Ma se tutto questo ci sembra esagerato, beh devo dire che in America tutto è quadruplicato e se dico quadruplicato non scherzo.

In America esistono quattro tipi di matrimonio:

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IL MATRIMONIO LAMPO

IL MATRIMONIO AMISH

IL MATRIMONIO NEW ORLEANS

IL MATRIMONIO CLASSICO

Nel primo caso ci troviamo di fronte al tipico matrimonio fatto a Las Vegas, dove la coppia in poco tempo e con pochi soldi può fare il grande passo. Qui troviamo vere e proprie cappelle a tema , dedicate a personaggi storici e pop star americane. Quasi sempre è tutto organizzato molto velocemente, la maggior parte degli organizzatori li troviamo all’interno dei grandi alberghi dove la coppia può prenotare qualunque cosa, dalla location al ristorante a tutta la parte beauty, quindi make up e hair e perché no, anche unghie.

Ho fatto molti matrimoni a Las Vegas e credo di aver visto i matrimoni più simpatici e pazzi. Ma andiamo a capire come si trucca una donna americana a Las Vegas per questo giorno speciale.

Il make up per il matrimonio è molto simile a quello italiano ma qui andiamo ad esagerare. In realtà la donna americana ama un make up naturale ma che evidenzi le parti del viso o meglio che la caratterizza. Occhio intenso, un blush dai toni color pesca e un rossetto naturale che può andare dai color sabbia ai color pesca, rosa chiaro e per le più rock un bel rossetto rosso.

Spesso succede che gli sposi, il mattino seguente la notte di baldoria e di alcool, non si si ricordino che cosa sia successo. Speriamo non troppo spesso.

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Ben diverso è il matrimonio Amish. Qui il matrimonio viene celebrato rigorosamente a novembre e dicembre, perché gli altri mesi sono dedicati alla raccolta, è vietato inoltre svolgerlo di sabato o domenica perché sono due giorni sacri. La cerimonia è molto semplice , addirittura senza anelli. Anche l’abito della sposa è all’insegna della semplicità, di solito viene cucito dalla sposa e deve essere  o blu o violetto senza velo. Non solo, l’abito sarà quello che poi verrà utilizzato per andare a messa la domenica. In questo caso le donne Amish non indossano make up, il naturale è di casa e per i capelli vale lo stesso,  come per le unghie senza smalto, nemmeno trasparente.

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Più solare è il matrimonio che viene svolto nella zona di New Orleans.

Qui invece la cerimonia è all’insegna dell’allegria. Elementi primari sono la musica e le danze, ci sono addirittura due torte nunziali : una per la sposa e una per lo sposo. Quella dello sposo ha una forma che si rifà alla sua attività lavorativa, mentre quella della sposa, di forma più canonica, nasconde una tradizione. Intorno ad essa vengono collocati dieci nastri pendenti, a cui sono legati degli oggetti che vengono nascosti dentro la torta. Le amiche nubili della sposa sono invitate a tirare il nastro a caso a seconda dell’oggetto  si scoprirà cosa il futuro  ha in serbo per loro. Se trova un ditale, niente di buono rimarrà zitella, se invece vengono trovati due anelli allora aria di nozze.

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Arriviamo ora al matrimonio classico americano, quello che tutti conosciamo, soprattutto noi ragazze. Come dimenticare il film di Julia Roberts in abito bianco, oppure anche quelli più simpatici con Ben Stiller e Robert De Niro , “Ti presento i miei” o “Mi presenti i tuoi”.

Splendidi abiti bianchi, damigelle d’onore, il giardino di casa addobbato per la grande festa. Proprio le damigelle d’onore hanno un ruolo importante nella cerimonia. Questa sono chiamate bridesmaid, e di solito sono le migliori amiche della sposa. Tutte devono essere vestite rigorosamente identiche con lo stesso colore, che deve richiamare il tema scelto per il matrimonio, oppure l’abito della sposa. Gli abiti vengono acquistati dalla sposa dopo ovviamente averli fatti provare alle sue amiche.

Non è raro trovare in Italia chi sceglie di avere le damigelle d’onore. In america , tra le damigelle d’onore , quella con il bouquet è la più importante, di solito è la testimone.

In questo caso , per quanto riguarda il make up è rigorosamente richiesto l’aerografo, che usualmente noi in Italia lo usiamo per fare i body painting, invece  qui si usa per fare la base del make up, perché testandolo,  si è notato che il trucco ha una durata più lunga e più uniforme e fotograficamente parlando non crea difetti.

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Procedendo con un ombretto deciso ma non molto scuro, perché comunque predomina sempre il make up naturale.

Ovviamente il counturing ben marcato con blush rosati e quasi sempre di color pesca con un rossetto che va dai colori tenui naturali ai dei rosa light o pesca. I capelli sono quasi sempre un’ impalcatura super fonatissima con i boccoli  e quasi sempre semi raccolti.

Unghie rigorosamente con gel semipermanente o con french bianca o unghia colorata ma sempre con colori naturali.

A volte viene usata la tecnica del baking, una tecnica di make up, usando la cipria, che mantiene il trucco  più a lungo, ma avremo modo di approfondire questa tecnica.

In conclusione, ormai in America , ma anche in Italia, i matrimoni vengono affidati ai wedding planner, che organizzano il giorno più importante della vita, in un momento indimenticabile.

In America è inoltre frequente organizzare sia la cerimonia che il ricevimento nel giardino di casa, se questo ha le dimensioni adatte.

La cerimonia viene celebrata sotto un gazebo realizzato  per l’occasione.

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Mi raccomando è meglio evitare di avere un ospite come Greg Fotter (Ben Stiller) che per sbaglio da’ fuoco al gazebo dove si deve sposare la sorella della sua fidanzata.

La fotografia concettuale di Pierluigi Fresia in mostra a Milano

Galleria Milano ritorna attiva con una mostra nel solco della tradizione sperimentale che ha sempre contraddistinto lo spazio espositivo di Via Turati.

Pierluigi Fresia, Blackboard, 2018

Pierluigi Fresia, Blackboard, 2018



Pierluigi Fresia, Blackboard, 2018

Pierluigi Fresia, Blackboard, 2018



Dal 22 maggio alla fine di luglio, infatti, sono qui esposti alcuni lavori di Pierluigi Fresia, sotto la curatela del professor Francesco Tedeschi, ordinario di Storia dell’Arte Contemporanea all’Università Cattolica. Si tratta di una mostra importante, e di un ritorno, in quanto è la prima esposizione realizzata dopo la scomparsa, alla fine di febbraio, della mente creatrice della Galleria Milano, Carla Pellegrini. In fondo, la mostra è dedicata anche a questo straordinario personaggio della Storia dell’Arte milanese. Senza Carla, Galleria Milano non sarebbe mai esistita e, proprio nel suo nome, lo spazio espositivo ha deciso di continuare la sua attività tra mostre ed eventi culturali.

Pierluigi Fresia, Ibidem, 2019

Pierluigi Fresia, Ibidem, 2019



Out of place è il titolo della mostra dedicata alle opere di Pierluigi Fresia. L’artista è nato ad Asti nel 1962, ma vive e lavora sulla collina torinese, tra la città e il Monferrato. Formatosi come pittore, il suo lavoro ha poi impiegato nuovi mezzi e media, dal video alla fotografia, creando un amalgama in grado di mescolare le diverse forme espressive, sulle quali viene a stratificarsi anche l’uso, comunicativo e creativo, della parola. Fresia ha allestito, negli anni, numerose mostre nel Nord Italia, dalla sua città adottiva, Torino, a Genova, Bologna e, ora, Milano.

Pierluigi Fresia, Ibidem, 2019

Pierluigi Fresia, Ibidem, 2019



L’Arte di Pierluigi Fresia è una forma di espressione concettuale, mirante a scoprire i significati reconditi del suo fare fotografia. E, per questo, si può parlare di fotografia concettuale. Out of place altro non è che una nuova indagine su quello che è il tema più caro al lavoro di Fresia, ovvero la fugacità del reale, attraverso tre serie di fotografie da lui realizzate tra il 2017 e il 2019, Afasia, Blackboard e Ibidem.

Pierluigi Fresia, Afasia, 2017

Pierluigi Fresia, Afasia, 2017



La ricerca artistica di Fresia è uno streben romantico concepito come tensione verso l’invisibile e l’impercettibile, verso un concetto che, concretamente, noi non possiamo vedere e toccare ma che, con la mente, possiamo immaginare direttamente. È proprio questo l’Out of place, ma non dobbiamo immaginarlo come un elemento trascendente, bensì come qualcosa che è puro frutto della nostra immaginazione. Le fotografie di Fresia raffigurano uno scenario grigio, a cui va a sovrapporsi un segno bianco, grafico, che ne definisce i contorni e che cerca di dare una dimensione più “con i piedi per terra” e concreta a qualcosa che, in realtà, è intangibile. Si tratta di quelli che lui stesso chiama “segni di transito”, espressioni che delineano un contorno tangibile a qualcosa che, in realtà, non lo è. Nella serie Afasia sono segni, simili a graffi, su soggetti immersi nella nebbia, mentre in Ibidem questa filosofia di fare Arte si configura in note a piè di pagina incomplete, quasi commenti testuali lasciati all’immaginazione dell’osservatore, e, ancora, in Blackboard, i “segni di transito” sono graduali cancellature su una lavagna, che, su di essa, lasciano una piccola e impercettibile traccia: una superficie nera con pochi puntini, che lascia immaginare un riferimento a un cielo notturno, al Cosmo con tutte le Stelle o a galassie lontane. Tutto questo procedimento non mira, con intento moralistico, a ricordarci che il tempo scorre e che dobbiamo morire tutti, ma a farci da promemoria sull’inesorabilità del passare dei giorni e dei mesi, con il senso di perdita che la vita si porta dietro, entrando in collisione con quel tentativo, quasi utopia, dell’artista, di fermare questo orologio, in una dimensione di “oltre-vita”, quindi “out of place”, fuori posto. E proprio questo tentativo ci porta a definire la fotografia di Fresia come una forma di Arte concettuale, che resiste allo scorrere del tempo, delle stagioni e delle tendenze creative, ma che ci ricorda come dobbiamo cogliere l’attimo e vivere la nostra vita godendocela fino all’ultimo istante. In fondo, proprio come ha fatto Carla Pellegrini, vivendo per l’Arte fino al suo ultimo respiro, e alla quale dedico questo articolo.

Pierluigi Fresia, Afasia, 2017

Pierluigi Fresia, Afasia, 2017



Pierluigi Fresia. Out of place
Galleria Milano, Via Turati 14 – Via Manin 13, 20121 Milano
Orari: martedì-sabato 10.00 – 13.00; 16.00-20.00
Ingresso libero

Il luxury brand del beachwear: Clara AEstas Summer Collection 19

Clara AEstas collezione Estate 2019

Esiste un brand di luxury beachwear? Sì, e si chiama Clara AEstas, dedicato alle donne romantiche ed eleganti che non vogliono rinunciare allo stile nemmeno al mare.

Il sofisticato concept del brand è d’impostazione Haute Couture, e reinterpreta i sogni delle donne che desiderano “vestire” anche in spiaggia, indossare bikini che le facciano sentire belle e dallo stile ricercato, contemporaneo e di tendenza, ma con un tocco classico.

E il risultato è una collezione unica che prende ispirazione dall’Art Nouveau, quel meraviglioso movimento artistico che influenza le arti pittoriche, architettoniche, applicate, con il suo stile “floreale” e decorativo.

Clara Aestas

sx Alfons Mucha – dx Clara AEstas S19



Le due giovani designer al timone di Clara AEstas, Elena e Floriana, sono ambiziose perché in un prodotto racchiudono l’artigianalità del Made in Italy, la preziosità del dettaglio, l’unicità del modello.

La collezione Spring Summer 2019 utilizza delicati tessuti colori pastello con nobili inserti in pizzo e seta, applicati a contrasto su profili e scollature che seguono le sinuose forme della donna.

Dagli interi scollati e sgambati, ai due pezzi elaborati dal tocco greek, Clara AEstas aggiunge anche l’abito mare, in voile dai drappeggi delicati e dalle tonalità sfumate e tenui, gli “Angel dress” in seta con fiocco in vita, e il macramè declinato in bianco o in nero per una serata accompagnata dalle note di Chavela Vargas.


Clara Aestas

sx Clara Aestas SS19 – dx Alfons Mucha 1897



Qui alcuni indossati Clara AEstas:




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CON I BIKINI CLARA AESTAS SEI ELEGANTE ANCHE IN SPIAGGIA

THIS IS NOT FASHION

THIS IS NOT FASHION
FASHION EDITORIAL




Serie fotografica che prende in esame il design inserito nel contesto moda. Quanto l’uno può influenzare l’altro settore, due mondi contigui, apparentemente diversi, ma che formano un’espressività omogenea e unica.
La moda si consolida come modello estetico, di stile. Il design è sinonimo di progettazione e funzionalità estetica. In entrambi i settori l’aspetto creativo è importantissimo e fondamentale, per questo li abbiamo sposati in immagini concettuali, anche loro al servizio dell’arte, quella fotografica.




Concept Photography & Styling: Miriam De Nicolo’
Model: Dasha L.
Agency: The Wolves Model, Milan
Make up/Hair: Oriana Curti
Assistant Photographer: Madamois
Location: Bertinotti Arredamenti, C.so Liberazione, Arona (NO)
www.bertinottishop.it

Salvatore Vignola

trench: Salvatore Vignola, specchio Cassina



HUI

gilet bianco in pvc:  HUI



completo: find disponibile su Amazon.it, camicia di lino a righe: Pomandère,  orecchini gold triangolo: own stylist, lampada cubo Davide Groppi



Angelo Frentzos

sx: gilet lungo bianco in pvc HUI, specchio Zanotta – dx: completo a quadri Angelos Frentzos, stivali pvc con punta arancione JF London, orecchino: Natalia Criado, sedie Mdf Italia


beauty

beauty



Angelo Frentzos

completo a quadri: Angelos Frentzos,  orecchino: Natalia Criado, sedie Mdf Italia


Salvatore Vignola

trench: Salvatore Vignola,  foglia oro Flos


Gavazzeni

completo: find disponibile su Amazon.it, camicia lino a righe: Pomandère, cintura in pelle: Gavazzeni, orecchini gold: own stylist



HUI

gilet lungo bianco in pvc: HUI,  lampada Davide Groppi, sedia Cassina – design Joe Ponti – dx: poltrona lc2 Cassina design LeCorbusier, Lamp de Marseille Cassina design LeCorbusier, stivaletto bordeaux Salar



chemisier verde acido: Pomandère, bicchiere Kartell



chemisier verde acido Pomandère, poltrona fucsia Womb di Knoll design Eero Saarinen – dx specchio Cassina Les Grands Trans-parents, omaggio a Man Ray



Angelo Frentzos

sx completo a quadri: Angelos Frentzos, orecchino Natalia Criado –  dx: giacca brown a quadri: Angelos Frentzos, bicchiere Fish design in silicone Gaetano Pesce, pezzi numerati



Huge Underground Business

sx lampada Toy Kartell –  dx: giacca pitonata Angelos Frentzos,  chemisier verde acido Pomandère, orecchini ambra vintage: own stylist, lampada ic di Flos



Natalia Criado

sx giacca Huge Underground Business –  dx giacca Angelos Frentzos, orecchino: Natalia Criado



Fabio Novembre

sx completo Angelos Frentzos, stivaletto pink: Fabio Rusconi, divano pack di Edra – dx poltrona Nemo di Driade design Fabio Novembre, chemisier Pomandère

Olivia Burton, il brand inglese per fashion addicted e amanti del vintage debutta in Italia

Olivia Burton, il brand inglese per fashion addicted e amanti del vintage, debutta in Italia

Grazie a Watch-Lab arriva sul mercato italiano inondandolo di fiori e romanticismo.
Arriva in Italia il brand di cui fashion addicted, romantiche sognatrici e vintage lovers di tutte le età non potranno più fare a meno. Arriva in Italia Olivia Burton.

Lanciato nel settembre del 2012, il marchio nasce da un’idea di Lesa Bennett e Jemma Fennings: due ragazze che, diventate amiche sui banchi del London College of Fashion, prima iniziano la carriera di fashion buyers e poi, complice la comune passione per il design e la voglia di creare qualcosa di personale, provano a realizzare un sogno. E ci riescono fondando un marchio di orologi a cui, con un pizzico di sentimentalismo, danno il nome di una cara zia.

Il successo è immediato – tanto che nel 2016 e nel 2017 viene premiato come migliore brand di orologi britannico – ma allo stesso tempo è inaspettato, come dichiarano loro stesse: “siamo nati da un sogno di due migliori amiche che hanno raggiunto grandi risultati contro ogni previsione”.
Una storia intrisa di vibrazioni positive e note romantiche che ritroviamo in tutte le collezioni del brand. Orologi dall’allure vintage, e con forti richiami alle tendenze fashion, in cui spesso sono protagonisti i fiori.


OliviaBurton_1

Il risultato è un catalogo davvero riccorinnovato ogni tre mesi e rivolto a clienti di ogni età, dalle millennials alle teenager, dalle mamme alle nonne – formato da orologi che uniscono artigianato e creatività. Protetti da vetro minerale ed equipaggiati con movimento giapponese Miyota al quarzo, gli orologi Olivia Burton sono infatti disegnati “in house” da un piccolo team guidato da Jemma Fennings e ogni illustrazione, fiore e pennellata è realizzata a mano.


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A portare il marchio sul mercato italiano, inondandolo di fiori, colori pastello e dettagli romantici, è Watch-Lab, una giovane e dinamica realtà,̀ dal portfolio sempre più ricco, specializzata nell’importazione e nella distribuzione nel settore dell’orologeria di marchi innovativi e con forti potenziali di crescita.

Le collezioni

3D Bee celebra la natura e in particolare l’ape, simbolo del brand. Comprende modelli con la cassa di diverse forme e dimensioni: quadrata da 23 mm e rotonda da 30 e 38 mm; da 169 euro

3D Daisy porta con sé un’aria fresca di primavera. Ispirata alle campagne inglesi, ha una grande margherita in rilievo sul quadrante ed è disponibile sia con cinturino in pelle che con bracciale in acciaio; da 169 euro

Bejewelled Florals rivede e corregge il classico disegno floreale esaltandone il lato fashion. Ispirata ai trend delle passerelle, la collezione comprende tre modelli, tra cui uno con quadrante glitter; 109 euro

Celestial richiama notti stellate e cieli scintillanti. Pensata per i sognatori e per chi si lascia affascinare dalla magia della notte, ha una cassa rotonda da 34 mm; da 138 euro

Enchanted Garden, ispirata agli animali e alla natura delle campagne inglesi, si distingue per i quadranti romantici e femminili ricchi di fiori e farfalle; da 109 euro



Lace Detail richiama uno dei tessuti più amati dagli stilisti e più visti sulle passerelle degli ultimi tempi: il pizzo. Una linea sofisticata e romantica a cui appartiene anche un modello vegan friendly: il Demi Nude Dial Vegan London Grey & Gold (OB16MV98), con cassa dorata e cinturino grigio; da 99 euro

Marble Florals è un incontro di opposti. La cassa da 30 o 38 mm abbraccia infatti un quadrante in cui si incontrano l’effetto del marmo e i dettagli floreali; da 99 euro

 

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Pretty Blossom, con i suoi quadranti decorati con fiori, conigli, farfalle e api, è un tributo allo sbocciare della primavera; 109 euro



Rainbow Bee punta tutto sui dettagli. A dare carattere all’orologio, infatti, sono gli indici: tutti impreziositi da piccole pietre colorate tranne a ore 12, dove spicca il volo un’ape; da 169 euro

Semi Precious è ispirata all’amore e comprende modelli in cui il look elegante si sposa bene con una cassa abbastanza importante da 38 mm; da 189 euro

Signature Florals combina anemoni, peonie e farfalle su quadranti dal fondo bianco o nero; da 109 euro

Sunlight florals si distingue per i quadranti sunray dal design floreale. Un inno al sole e alla natura che vede protagonisti rose, anemoni e ortensie; da 99 euro

Watercolour Florals permette di indossare piccole opere d’arte. I quadranti, infatti, sono tutti realizzati a mano con tecniche acquerello e sfoggiano delicate pennellate dai colori pastello; da 119 euro

White Dial and White Dial Mesh è all’insegna del minimalismo. Elemento comune ai modelli, disponibili con cassa da 30, 34 e 38 mm, un pulito quadrante bianco; da 99 euro