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Fenomenologia di Arturo

Nato da uno dei più geniali tutorial di Makkox, il “movimento Arturo” (o semplicemente Arturo) sta spopolando in rete, al punto che se non fosse “un gioco social” sarebbe una mozione capace di sfidare nel Pd se non Renzi, almeno Emiliano e Orlando.
Ha una viralità complessiva che ha superato la Lega di Salvini (molto attiva in rete) e in grado – per follower, fan, profili, pagine spontanee – di collocarsi come terza forza dopo Pd e M5S. Ma davvero è “solo un gioco”? O meglio, non sarebbe il caso di andare oltre al gioco e cominciare a pensare che forse esistono anche giochi molto seri?
L’esperimento Arturo è tutt’altro che nuovo, e si colloca in un filone preciso sempre al confine tra satira e cronaca. I suoi antecedenti tuttavia si sono sempre mostrati precursori di fenomeni reali decisamente seri.

Il primo esempio è il film Brewster’s Millions, film statunitense del 1985 diretto da Walter Hill e interpretato da Richard Pryor, John Candy e Lonette McKee
La storia è tratta dall’omonimo romanzo di George Barr McCutcheon che è stato adattato per lo schermo in varie versioni. La prima di queste risale al 1914 e venne firmata da Cecil B. DeMille.
Questo è il pezzo “chiave” della campagna di invito al voto per “Nessuno dei suddetti”





Sia il 1914 sia il 1984 sono stati anni di importante transizione politica negli Stati Uniti.
Nel 1914 era presidente Willson, gli USA dovevano decidere se entrare nella prima guerra mondiale, l’élite americana scommetteva sulla società delle nazioni, ma la politica era nelle mani di grandi industriali ed era accessibile solo ai ricchi delle grandi città.
Nel 1984 un attore di second’ordine di Hollywood, noto per film western e per un programma politico populista, sbaraglia la politica americana, che ancora non i era ripresa dal Watergate di Nixon e da una politica opaca di Carter. Vince le elezioni con un margine enorme per l’epoca (61-39% dei voti).
Ma sono anche gli anni della grande corruzione – già emersa in parte con il Watergate – delle amministrazioni locali che coinvolge i governatori degli stati come i sindaci (New York e Chicago in testa).


Nel 2000 il regista Michael Moore si propone come campaign strategist di “Un ficus per il Congresso”. Come lui stesso ha affermato: “La maggior parte dei candidati corrono nelle loro primarie senza sfidanti e il 95% sono rieletti ogni volta nelle elezioni generali. Quello che otteniamo da questi membri del Congresso a vita è un mucchio di promesse che non vengono mai mantenute, problemi come l’assistenza sanitaria e l’istruzione che non sono mai affrontati, più tasse per un esercito più grande quando non ci sono guerre, e uno stipendio più grande per il Congresso quando non lo meritano.”





Questa mancanza di un vero confronto politico e di una battaglia vera in sede di primarie è stata neutralizzata nel 2008 con lo scontro Obama-Clinton. Un confronto vero su proposte alternative che ha stimolato la partecipazione dei cittadini. Una lezione per la politica americana che sembrava acquisita, ma subito dimenticata nel 2016.
Esito di questa “lezione dimenticata” è stata la vittoria dei Repubblicani – che hanno invece fatto primarie vere che hanno tirato la volata elettorale e accresciuto interesse ed attenzione.
A ben vedere molti dei temi provocatoriamente proposti da Moore nel 2.000 si sono dimostrati di estrema attualità nel 2016, quando Trump ha parlato di una classe politica di fannulloni, che vivono di rendite di posizione, che non si mettono in gioco, e contro cui andava proposto un vero e proprio tsunami politico.


Arturo – nel micro ambito delle primarie Pd in Italia – si inserisce a pieno titolo in questo dotto e blasonato filone di “allerta politica” e, per molti versi, di impegno sociale.
Ruolo della satira – se così la vogliamo definire – è (o dovrebbe essere) proprio quello di “mettere a nudo il re” e mostrargli limiti del suo circolo e della sua corte.
Arturo non mette in luce “verità recondite” e ignote, ma qualcosa che chi si occupa di politica senza i paraocchi del guardare solo alla propria corte, ai propri consigliori, alla propria componente, ai propri yesman.


La politica delle sfide tattiche, opportunistiche, senza coraggio di un vero cambiamento, senza il cuore di una vera alternativa… semplicemente non appassionano e non generano consenso.
Un tempo le chiamavamo “mozioni congressuali” e su quei contenuti si costituivano maggioranze.
Oggi, nell’era della comunicazione, a queste mozioni vanno aggiunte parole chiave, slogan che attraggano, ma soprattutto volti e leadership capaci di conivolgere aggregare e convincere.
Di tutto questo c’è un gran bisogno, almeno quanto ve ne è latitanza.

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