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Le donne faranno perdere Trump

Un nuovo sondaggio ha rilevato le intenzioni di voto in Usa separandole “per sesso”.
E questo dopo che nelle ultime due settimane il dibattito si è concentrato sugli atteggiamenti sessuali di Trump, sulla sua “visione” delle donne, e dopo la sua replica sul passato di Bill Clinton, ed ancora con la contro replica delle dichiarazioni di donne “molestate” da Trump negli anni.
Per noi la questione sarebbe marginale, di puro gossip e di scarsa rilevanza politica.
Ma negli Stati Uniti, ed in generale in un contesto di politica spettacolarizzata, al punto che un americano su tre (e un elettore su due) guardano il dibattito presidenziale, la questione è davvero centrale.
Sul piano politico non c’è solo lo scandalo sessuale in sé – vero o presunto – ma la capacità di replica, l’atteggiamento con cui ci si scusa e ci si difende, l’idea stessa che quando ti candidi ad una carica pubblica non esiste la tua dimensione privata e i cittadini hanno il diritto di sapere qualsiasi cosa desiderino.
È l’idea che il politico debba essere non “il rappresentante” dei cittadini (difetti inclusi), ma “l’immagine che i cittadini voglio dare di sé al mondo”, e quindi questo difetti – che potrebbero anche essere comuni e diffusi nel popolo egli elettori – non possono appartenere agli eletti.


Il dibattito e l’analisi si sono focalizzati sul voto femminile per molti motivi, e il risultato – apparentemente banale e scontato – merita qualche riflessione più approfondita, soprattutto in relazione al voto – disgiunto – degli uomini.


Che le donne siano determinanti nelle elezioni è un dato che viene spesso citato ma altrettanto spesso non analizzato.
Il voto femminile ha cominciato ad essere determinante con l’avvento della televisione, che è coinciso abbastanza spesso con l’introduzione del suffragio universale.
Secondo gli analisti ad una maggiore spettacolarizzazione della politica coincide anche una maggiore partecipazione al voto da parte femminile (che nel novecento percentualmente leggevano meno giornali degli uomini e guardavano più televisione questo anche per la differente gestione del tempo in casa tra gli anni sessanta e novanta).
Ma un’analisi di questo genere – che pure ha molti elementi reali per quanto concerne la comunicazione politica – rischia di essere riduttiva e di non far comprendere sino in fondo l’orientamento e l’incidenza delle donne impegnate in politica.
Il voto femminile è certamente stato determinante in molte elezioni in cui il candidato era telegenico, da Kennedy a Reagan a Schwarzenegger a Clinton e Obama solo per citare i casi apicali (e bipartisan). Qualcuno si è addirittura spinto a ritenere che la scelta delle donne andasse a figure “rassicuranti” riproducendo in qualche modo il processo di selezione del compagno nella vita.

La realtà di questi anni però è ben diversa e più articolata.
Le donne non scelgono solo chi votare, ma a differenza degli anni sessanta e settanta in cui erano una agguerrita minoranza impegnata in politica, oggi sono il vero motore dell’attivismo e delle campagne elettorali.
Consapevoli, attente e informate, impegnate nella carriera e contemporaneamente nella famiglia, spesso costituiscono l’asse finanziario della famiglia, laddove non come apporto diretto di reddito, certamente come gestore.
Come l’emancipazione lavorativa è stata determinata dall’impiego massiccio delle donne nelle fabbriche nel periodo bellico e nelle ricostruzioni, così oggi il ruolo finanziario manageriale a livello familiare è diventato determinante per effetto delle bolle finanziare.
Soprattutto nell’America rurale e delle periferie le famiglie che non si sono ritrovate in bancarotta lo devono alle donne, alla loro capacità di gestione della casa e della famiglia, e della loro capacità di “inventare” entrate extra e di essere un vero e proprio ammortizzatore sociale (dall’assistenza agli anziani alla collaborazione domestica tra donne per seguire i figli a scuola e dopo).


Ecco i risultati


Le donne faranno perdere Trump


Le donne faranno perdere Trump


Quello che scopriamo è che l’America degli uomini è letteralmente spaccata in due. 

Se votassero solo gli uomini vincerebbe Trump: 350 contro 188 voti presidenziali.. Vincerebbe di un voto contro due, segno che un certo maschilismo ancora non è pronto a riconoscere una donna come presidente, ma anche che, in fondo, gli uomini non vedono così male una certa visione della donna.
Ma quella di Trump sarebbe un’America spaccata in due. Trump non vincerebbe nelle due coste – la parte più viva culturalmente e più multiculturale e economicamente dinamica degli Stati Uniti, mentre stravincerebbe nell’America rurale e degli stati centrali e del sud.


Scopriamo anche che se votassero solo le donne la vittoria della Clinton sarebbe praticamente totale, con 458 voti presidenziali contro 80 di Trump. E in questo caso sarebbe un risultato omogeneo e unificante nella quasi totalità degli Stati americani.
Donne quindi unite e consapevoli, e in questa unità anche “unanimemente indignate” per le rivelazioni sessuali in campagna elettorale.


E questo divario, come anche questa omogeneità, rischiano di essere la vera pietra tombale del Tycoon Trump. 
Le donne sono le vere protagoniste dell’attivismo politico, macchina di consensi, di convincimento porta a porta ed anche di raccolta fondi. Sono quelle più “presenti” ed anche un motore di raccolta consensi: in altre parole è più facile che una donna convinca un uomo che non il contrario. Capacità anche più determinante nelle fasce più giovani, che sono anche quelle tradizionalmente più orientate a votare democratico che non repubblicano, nonché quelle da convincere a recarsi al voto.
Ed anche se i sondaggi danno ancora un sostanziale testa a testa, gli analisti stimano questa macchina umana della propaganda capace di spostare anche 12 punti percentuali in un solo mese.


Se considerassimo questi elementi come un fenomeno solo americano la nostra analisi potrebbe finire qui, ma non è così.
La comunicazione politica sta cambiando e l’attivismo sui social network e l’attenzione – anche in termini di risorse investite – sui nuovi strumenti di comunicazione e organizzazione dell’attivismo e del consenso lo dimostrano. E questa “esportazione” di una politica sempre più spettacolarizzata sta diventando un fenomeno globale.
Studiare queste tendenze negli Usa oggi è un po’ come avere un dato di quello che avverrà – come fenomeno di massa – nell’arco di 5 o 10 anni anche in Europa.
E sono dati da tenere ancora più presenti se consideriamo che le nostre politiche sono sempre più interconnesse: quello che fa Renzi in Italia può influenzare l’elezione di Hollande, e le vicende del PSOE in Spagna possono incidere sulla SPD tedesca. E così anche nel centrodestra con le sempre più forti connessioni politiche e accostamento di imagine tra Le Pen e Salvini e Farage (per fare un esempio macroscopico) o tra Sarkozy e Berlusconi.
Ed anche più se consideriamo che le elezioni europee sono sempre più qualcosa di simile ad un voto europeo globale.
In questo scenario, anche in Europa, le donne hanno una posizione molto più omogenea e attiva rispetto agli uomini, e da noi potrebbero addirittura essere ancor più determinanti, specie in quelle aree in cui la propensione al voto tende ad essere bassa.

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