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Renzi e la sorpresa del referendum

Dovevamo attendere una sconfitta, sonora e in gran parte personale, per avere “il migliore Matteo Renzi possibile”, anche oltre le aspettative della maggior parte degli analisti. Matteo Renzi aveva un capitale politico personale paragonabile, nel recente passato, solo a Mario Monti. L’Italia – che attendeva e attende ancora riforme serie e strutturali che accelerino il percorso decisionale e snelliscano la politica – gli aveva conferito tre anni fa un credito aperto e pressoché illimitato e Renzi, almeno per il primo anno, lo ha investito bene.
Ha però scordato almeno due regole della democrazia parlamentare italiana. La prima è che il tempo logora, anche quando non hai rivali e antagonisti. La seconda è che avere una opposizione interna alternativa ed una vera alternativa di governo ti migliorano, non sono un ostacolo, perché ti obbligano all’ascolto, al confronto, alla mediazione.


Come per Mario Monti, anche Renzi si è sentito – ed è stato convinto dal suo cerchio magico, che ha forse maggiori responsabilità di lui – l’uomo del destino, personalità irrinunciabile, onnipotente politicamente. In fondo – questo era l’assunto – se vado a casa io, chi può prendere mai il mio posto?
Nessuno si sarebbe aspettato le dimissioni, per quanto politicamente giuste e – diciamolo chiaramente – ineluttabili. Un divario di 20 punti è una bocciatura forte, più che politica sulla riforma in sé sulla persona e sulla leadership. Un risultato che Renzi ha costruito tutto da solo e internamente, scegliendo il campo referendario come luogo di un plebiscito personale e di un voto di alternativa: o lui o gli altri. Ed ha perso.
Poteva evitare il referendum, se non avesse raccolto le firme probabilmente nemmeno si sarebbe fatto. Poteva non personalizzare, nel qual caso può anche darsi che la riforma – valutata per quello che era – tra tanti dubbi, sarebbe anche passata.


Voleva andare oltre, e semplicemente, non ce l’ha fatta.
Se però Renzi si dimostra una pessima “macchina di governo” – circondato da troppi yes man, consiglieri sciocchi, renziani dell’ultima ora e opportunisti di sempre pronti a saltare sul carro vincente – si conferma anche una straordinaria “macchina di lotta”.


Ha preso un Pd sotto il 30% e lo ha portato al 41% delle europee. In tre anni ha fatto eleggere 17 governatori. In questo Referendum è riuscito a confermare quelle percentuali, sostanzialmente dimostrando che oltre lui non c’è leadership, e che è capace di raccogliere oltre 7 punti rispetto al partito di cui è segretario.
Certo, è anche riuscito nella straordinaria impresa di mettere insieme CasaPound e ANPI, parte della CGIL e Forza Italia, Fratelli d’Italia e Grillo con Salvini e Sel. Ma questa corazzata del fronte del NO non sarà non solo capace di essere una alternativa di governo, ma nemmeno di proporre leadership capaci di sfidare la soglia del 40%.
Tutti questi dati sono importanti “per quello che verrà dopo”. Non è nella natura di Renzi il “capo chino” con cui dovrebbe necessariamente – con un capitale politico risibile – presentarsi alle camere per un secondo mandato, ma quel discorso di dimissioni ripropone il film già visto di un Renzi tutt’altro che in ritiro. Gli consente di fare il segretario e un anno di lotta – in cui è maestro – libero da vincoli di governo e di candidarsi più forte di prima, come fu per le primarie del PD.


È probabile che dovrà passare da un nuovo congresso di partito, da nuove primarie, da un riassetto interno, auspicabilmente da un repulisti generale in casa sua, ma all’orizzonte non ci sono alternative credibili, a meno di nuove improbabili corazzate incapaci domani di essere vera alternativa solida e stabile. Perché le leadership non si improvvisano, si costruiscono. Ed anche questa è una lezione che Renzi consolida.


Questo Referendum ci consegna un’Italia divisa, ma non solo politicamente sulle percentuali di voto. Il SI che vince al Nord e il NO che stravince al Sud è un segnale di un paese che si conferma a due velocità, indipendentemente dalle indicazioni dei leader i partito. Un Nord che partecipa al voto in modo forte ed un Sud che non recupera il gap della partecipazione democratica. Se al Nord tengono o perdono di poco – in linea con il dato nazionale – i governatori Pd, al Sud è una sconfitta su tutta la linea: bene la Basilicata di Pittella che paga essere anche la regione di Roberto Speranza; va meglio anche in Puglia (del critico Emiliano) e nella Calabria del non certo renziano Oliverio. Il peggiore risultato è quello della Campania di De Luca, e questo voto è una sua sconfitta personale.


I numeri parlano, e quando l’affluenza è così alta diventano sentenza. Ma vanno letti tutti e tutti insieme per avere un quadro complessivo che spesso ci consegna realtà eterogenee su cui, con umiltà, chi fa politica e comunicazione dovrebbe soffermarsi maggiormente.


Il paese reale non mente mai, i consiglieri sciocchi che riempiono teatri con truppe cammellate o ritoccano fotografie – e le cose riguardano tutti – invece si.

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