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“La forma dell’acqua”, un film sulla solitudine

Elisa é una ragazza muta, vive sopra un cinema chiamato Orpheum, mangia uova sode, ama i musical e, ogni giorno, alla stessa ora, si dedica alla masturbazione nella sua vasca da bagno, scandita dal ticchettìo dell’uovo che conta i minuti. Per tirare a campare fa le pulizie in un laboratorio scientifico di Baltimora, dove tira su’ per lo più urina e sangue, tanto sangue, il sangue di una creatura anfibia dall’aspetto umanoide, la “risorsa“, su cui gli americani stanno facendo esperimenti, tra torture e una imminente vivisezione.

Il “mostro marino” è stato catturato in Amazzonia dal colonnello Strickland, un uomo violento che lava le mani prima di pisciare, non dopo, e questo la dice lunga sulla sua persona, un marito che prende la moglie nel letto coniugale senza nemmeno levarsi le braghe, soltanto abbassandole e imponendole il silenzio, lo stesso uomo che, dopo aver perso due dita in una lotta con la creatura marina dice al generale: “Non sono preoccupato signore, mi sono rimaste quelle per la fica!

Siamo negli anni ’60, periodo razzista e omofobo, dove Giles, il vicino di casa gay, amico di Elisa, combatte per rendere più appetibili i dolci gelatinosi che disegna sui cartelloni pubblicitari, budini su carta che non verranno mai acquistati a causa del suo orientamento sessuale. Giles è un signore vicino alla sessantina, vive con un numero indefinibile di gatti, e anche lui, come Elisa, presenta delle caratteristiche nevrotiche: colleziona torte al lime (bellissime ma immangiabili – la visione americana di quel tempo, case perfettamente impacchettate ma con nuclei familiari dalle situazioni disastrose) che finiscono dritte negli scomparti del suo frigorifero, per il solo piacere di scambiare due chiacchiere con il ragazzo del fast food.

Zelda, collega e confidente di Elisa, altro “relitto della società” perché afroamericana, combatte i pregiudizi e la condizione familiare in casa, e all’interno del laboratorio fa da interprete alla sensibile, umile, dolce, povera muta.
Sono i 4 diversi (il mostro, la nera, il gay, la muta) che combattono contro i veri mostri travestiti da brava gente, da falsi moralisti, dietro quelle divise che nascondono violenza e frustrazione.


Cosa spinge Elisa a macchinare la fuga del “mostro”? L’empatia. Quello scambio di sensazioni, mute, in cui si riconosce un essere uguale a noi, che prova quello che noi proviamo, che sente quello che noi sentiamo. É la forza che ci aggrappa a qualcuno per sentirci meno soli.

Lo accudirà nella sua casa, nella sua vasca, nel luogo destinato all’erotismo solitario, che ora diviene erotismo condiviso perché, ebbene sì, la “Bella e la Bestia” si accoppieranno, e non solo platonicamente, perché la creatura anfibia è dotata di sesso e Zelda, personaggio dotato di grande sense of humor, ci ricorda che “gli uomini ingannano e sorprendono sempre, anche quando sembrano piatti, lì sotto“.

L’essere anfibio, che gli amazzoni veneravano come un dio, si rivela dotato di grande intelligenza e capace di provare sentimenti, oltre che essere in grado di guarire le ferite e riportare i capelli all’anziano Giles. Senza la necessità della parola, attraverso il solo linguaggio sei sentimenti, Elisa trova un amico, che colma la sua immensa solitudine e si lascia cullare nelle acque dell’amore, quel liquido amniotico dentro cui fluttuano e si abbracciano, come due feti, un unico corpo, la grande vasca che sarà il suo bagno, destinato ad allagare l’Orpheum e a far infuriare il proprietario.


Una volta scoperti i fautori del rapimento, il colonnello Strickland spara al mostro e ad Elisa, prima che questa gli dia l’addio vicino alle acque che portano al mare. La creatura, col solo tocco della sua mano palmata, guarisce improvvisamente le ferite e uccide il colonnello che sarà costretto ad ammettere la sua natura divina e, quando Elisa sembra ormai essere senza vita, il dio la porta con sé tra le acque, in un abbraccio ultraterreno che trasformerà le ferite al collo della ragazza in branchie, la promessa di una vita insieme.


La forma dell’acqua – The Shape of Water  è il film diretto da Guillermo del Toro che ha vinto il Leone d’oro al miglior film alla 74ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia e si è aggiudicato quattro Premi Oscar, su tredici candidature ricevute, per miglior film, miglior regista, migliore scenografia e migliore colonna sonora.

La forma dell’acqua è un film sulla solitudine, dove i protagonisti, la MAESTOSA Sally Hawkins e un anfibio bipede antropoide sono MUTI! Come possa riuscire bene un film ben riuscito lo si deve soprattutto a lei, alla Hawkins, che con le sue multisfaccettate espressioni, la beatitudine, la serenità, la gioia, la derisione, quel piccolo solco a forma di parentesi tonda che ha a lato della bocca, non voglio chiamarla ruga perché non lo è, ma è invece il dono di un’attrice, che a noi ha regalato il sorriso e la tristezza. Insomma è la Hawkins che ci ha fatto piangere e ci ha fatto credere in un fantasy! E’ lei ad averci emozionato, con la stessa empatia e lo stesso trasporto che ha il diverso, verso il proprio simile.




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