“Spy no tsuma” (Moglie di una spia), Festival di Venezia 2020


“Spy no tsuma” (Moglie di una spia), Festival di Venezia 2020

Un commerciante giapponese di stoffe preziose vive all’occidentale, beve whisky occidentale, gira filmini amatoriali come un occidentale. Lui è Yusaku Fukuhara (Issey Takahashi) ed è sposato con Satoko (Yu Aoi), moglie devota, bimbetta cresciuta che vive un rapporto di dipendenza e adorazione nei confronti del marito. Il ritratto è quello di una famiglia borghese, lui con la passione del cinema, nel tempo libero si diverte a girare pelliccole timidamente hitchcokiane, dei noir tutto spie e casseforti; lei docile e mansueta e un amico d’infanzia segretamente innamorato di lei, sullo sfondo di una Kobe alla soglia della seconda guerra mondiale. 


Melo’ fino a metà film e con la recitazione forzata e strascicata della timida giapponesina, “Spy no tsuma” si accende nella seconda metà quando Yusaku, tornato da un viaggio in Manciuria, scopre dei documenti che provano le atrocità commesse dal governo giapponese e decide di rivelarle al mondo intero, senza aiuto alcuno, come un vero supereroe: crimini inaccettabili, prove di un Giappone nazionalista e violento. 



Il segreto che porta con sé desta sospetti nella moglie, venuta a sapere che Yusaku è tornato dal viaggio con una donna. Agli occhi di Satoko, la vera protagonista, il punto di vista scelto dal regista Kiyoshi Kurosawa, sembrerebbe un adulterio, ma il vero tradimento è quello del Giappone, della propria terra che diventa sempre più intollerante nei confronti di inglesi e americani, macchiata di sangue e vergogna. 


Spinta più dall’amore incondizionato (e immaturo forse) verso il marito, Satoko, una volta scoperta la verità, decide di fuggire e aiutarlo nella missione, adrenalinica per spirito di avventura più che per orgoglio ed etica e senso di giustizia

Si salva il finale che ha diverse chiavi di lettura (io ne ho una ma confrontandomi con i colleghi al Festival pare ce ne siano di differenti) e la fotografia impacchettata anni ’40 con i costumi pronti al confezionamento. No alla recitazione alla “Ace ventura” di Yu Aoi, a meno che sia voluta a tavolino per denigrare un certo genere femminile, lo stereotipo della moglie bellina e scema. Ma spero non sia questo il caso, che a migliorare nella recitazione c’è sempre tempo. 

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