Homeland è tornata e parla di ISIS

Inizia la nuova stagione della serie di Showtime con una bravissima Claire Danes nei panni della spia Carrie Mathison

Homeland è stata per alcuni periodi une delle migliori serie televisive in assoluto e per altri insopportabile, un continuo su e giù come gli sbalzi di umore della sua protagonista: Carrie Mathison, interpretata magistralmente da Claire Danes. Carrie passa dall’essere una donna d’azione che si caccia in situazioni sempre più complesse guidata da una emotività autodistruttiva all’essere una donna intelligente e provocante che naviga benissimo nei complicatissimi meandri della CIA. Come dice Saul: “You’re the smartest and the dumbest fuckin person I’ve ever known” (sei la fottuta persona più intelligente e stupida che io abbia mai conosciuto).


Alcuni spettatori decidono che questo bilanciamento non funziona, che le cose senza senso in questo show sono troppe: tutti sembrano sempre sul punto di piangere, tutta la gravidanza di Carrie non ha senso, tutto il periodo in cui Brody è a Caracas non ha senso, Brody che ammazza il vice presidente hackerandogli il pacemaker non ha senso e così via. Se siete fra quelli che fanno una smorfia di fastidio ogni volta che Carrie inizia a riempire muri di bigliettini e foto sembrano man mano più pazza non vi goderete questa stagione. Dall’inizio sembra che sarà una di quelle stagioni.


Dopo la morte di Brody c’è stato un cambio radicale in Homeland con il trasferimento di Carrie a Islamabad. Il cambio di scenario è stato positivo per la serie e sia pubblico che critica hanno apprezzato ma la conclusione con un improbabile attacco all’ambasciata statunitense tramite un tunnel “segreto” ha deluso molti: l’ennesimo abbandono della logica in favore dello shock.
Molto più plausibile, invece, è stato l’abbandono di Carrie nei confronti di Saul. Quando Carrie si è resa conto che Saul aveva trovato un accordo con l’uomo responsabile della morte di molti suoi colleghi si è allontanata da lui, suo mentore e confidente, e dalla CIA.


Homeland 5 comincia dopo un salto temporale di 2 anni. Carrie è a Berlino e ha accettato di lavorare come capo della sicurezza per un miliardario filantropo, si gode la figlia, ha un ragazzo che ha incontrato a lavoro con i capelli rossi (!) ed è sobria da 9 mesi.
Se vi suona familiare è perché in questo modo esatto inizia la seconda stagione di Homeland.
Carrie non è fatta per una vita tranquilla, è attirata in modo atavico ai disastri, sia sul piano personale che lavorativo, e senza una crisi apparentemente irrisolvibile non si sentirebbe sé stessa. Lo stesso vale per Homeland, non riesce a non andare a mille allora. Aumento il rischio di qualche incidente.
Già ora sono pronto a scommettere che Carrie smetterà di prendere le sue medicine e ricadrà nel vortice di “follia ordinata” in cui lavora al meglio.


Gli sceneggiatori sembrano non rendersi conto che la parte migliore dello show sono quei sempre più rari momenti tra una crisi e l’altra in cui al centro dello schermo ci sono i personaggi e i continui compromessi con la morale che il lavoro gli impone. Saul sembra sempre più cinico, Dar Adal ha già raggiunto il livello massimo di cinismo e da lì non può muoversi. Peter Quinn sembra essere diventato un fredda macchina di morte senza alcun sentimento. Al cast quest’anno si è aggiunta Miranda Otto, la Eowyn del Signore degli Anelli, come capo dell’ufficio CIA a Berlino.


Gli argomenti sembrano essere quanto di più attuale ci possa essere con tanto di crisi informatica à la Snowden e l’ISIS. In una delle scene Quinn, di ritorno dopo due anni in Siria, è invitato a un briefing con alcuni leader americani e alla domanda se la strategia americana in Siria sta funzionando lui chiede spiegatemi che strategia abbiamo e vi dirò se sta funzionando. Alla domanda: che cosa farebbe lei? Lui risponde mandare 200.000 soldati a Raqqa per proteggere un numero uguale di dottori e insegnanti, alla divertita risposta negativa lui risponde che l’unico altro modo è trasformare Raqqa in un parcheggio. Ecco la risposta alla strategia americana in Siria.

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