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SPLIT, ventriquattro personalità e un solo volto

Vi siete mai chiesti: chi sono?

Split è una continua domanda, sempre la stessa, sempre più incessante: chi sono?
Un uomo può spingersi oltre il proprio potere, la propria potenzialità, oltre il proprio valore e la propria forza fisica?
Se possiede 23 personalità, sì.

La storia di Kevin Wendell Crumb s’ispira alla vera storia del criminale americano Billy Milligan, descritta a pieni voti (con qualche accenno fantastico) dal regista di Split M. Night Shyamalan.
Kevin è così frammentato in 23 personalità differenti, anzi 23 + 1.
L’ultima personalità sarà svelata nell’arco dell’ultima mezz’ora di proiezione e vedrà il compimento a termine di un lato oscuro venuto a galla a causa di un precedente trauma infantile.

Uno, nessuno e ventiquattro direbbe Pirandello.
Ma chi è l’Uno?
La vera identità del protagonista non vedrà mai la luce se non nelle ultime scene quando, in un momento di lucidità dato dal pronunciare il suo vero nome per intero, sembri comprendere il dolore e la sofferenza provocata.
E alla domanda: “chi è stato?”, la risposta: “tu” rivelatrice e premonitrice di ulteriori sofferenze non lascerà spazio alla consapevolezza del suo vero Io.

Inquietante, adrenalinico e angosciante è il film che vuole scavare a fondo tra uno dei disturbi psichici in natura umana: il disturbo dissociativo d’identità.
Secondo il DSM, il DID implica “la presenza di due o più identità o stati di personalità separate che a loro volta prendono il controllo del comportamento del soggetto, accompagnato da un’incapacità di evocare i ricordi personali“.
Il tema, cioè la metafora di un’esistenza contradditoria di cui Split si fa portavoce, è indice di un prodotto consapevole in grado di smuovere le coscienze e rivoluzionare la propria storia nel mondo alla domanda: chi sono io?

Ma Split non è il primo prodotto di massa nel trattare il disturbo dissociativo d’identità, basti pensare a “Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde” di Robert Louis Stevenson (1886) o a “Fight Club” di Chuck Palahniuk (1996) in letteratura, o ancora a “Psyco” di Alfred Hitchcock (1960) e “Shutter Island” di Martin Scorsese (2010) nel cinema e all’album dei Genesis (1974) “The Lamb Lies Down on Broadway” o alla canzone dei Dream Theater (2002) “Six Degrees of Inner Turbulence” in musica.

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