Youth, La giovinezza di Paolo Sorrentino – una giovinezza perduta.

Il teatro dove si svolge l’opera di Sorrentino è un lussuoso albergo tra le montagne svizzere, Schatzalp Hotel di Davos, lo stesso che fu caro a Thomas Mann in “La montagna incantata”.

Un direttore d’orchestra in pensione, le macchie scure sotto gli occhi, lo sguardo malinconico, l’abito demodè dal tessuto troppo pesante, un uomo che fa i conti con il passato: il protagonista intorno a cui ruotano altre storie di altri esseri umani.

Le chiacchiere con l’amico anziano, regista di successo ormai scevro d’ispirazione, girano intorno a domande amletiche “Quante volte hai pisciato oggi?” e risposte kafkiane “Quattro gocce, per due volte” – battute che in sala destano allegria tra le coetanee 70enni (forse arrendevoli al loro imminente destino) e tristezza nei più “young”.

Sorrentino vuole stupire con effetti speciali, vuole sbalordire, far sognare e sceglie, vincendo, la direzione alla fotografia di Bigazzi, ma questo non basta, nonostante le cantanti che allietano gli ospiti dell’albergo con deliziose melodie nella notte, volteggiando come dei carillon, nonostante le sfumature delle bolle di sapone, la cui vita dura un soffio, nonostante i primi piani soffocanti, a sottolineare le rughe, il tempo che passa…
Sorrentino fa della poeticità una popolare smorfia, pare che stia prendendo la strada giusta, ma poi manca di concretezza, mancano i dialoghi che sfociano in banalità da “bacio Perugina”, manca il senso della realtà – a partire da un prosaico Maradona appesantito nel fisico, fino all’interpretazione hitleriana di un attore alla ricerca di sé.

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La rappresentazione dei cliché che vengono scardinati – come una “Miss Universo” interpretata da Madalina Ghenea, la bella che dovrebbe essere per forza stupida e invece si rivela intelligente e pensante – è debole. Un’apparizione che forse ricorderemo solo nel suo lato B come mamma l’ha fatto.

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Interessanti ma senza forza le scene oniriche di una Venezia inondata che lascia spazio alla sola passerella dove Miss Universo sfila con tanto di corona in testa; di uno scenario da video-clip in cui la “pop-star” – il lavoro più osceno del mondo ansima una canzoncina trasformandosi in un prodotto astratto e sulfureo. La presenza di questa pop-star (la donna brava a letto) per lo meno viene giustificata da accenti di ironia padre-figlia:

“perché mi ha lasciato mio marito? cos’ha lei che io non ho?”
“Non posso dirlo, non ricordo, forse lo ha detto, ma accennato”
“Se non me lo dici mi metto a urlare, sei mio padre, devi dirmelo”
“Ok, è brava a letto”
“Beh, potevi anche non dirmelo!”


Stiamo parlando ancora di tanti ingredienti che insieme non riescono a comporre un piatto equilibrato, anche se forzatamente creativo. Sorrentino tenta il surrealismo di Fellini (negli accenni onirici) e un’estremismo jodorowskiano (nella scelta forte dei colori e dei personaggi/comparse) ma manca qualcosa, è un non-sense senza “sense”.

Purtroppo la retorica prende il sopravvento, o forse la vita è essa stessa retorica, tutte le vite si somigliano, per tutti la “leggerezza è perversione ed irresistibile tentazione“, tutti sono “vulnerabili come le monarchie – basta eliminare una persona e tutto cambia, come nei matrimoni“. Dialoghi con frasi a effetto ma vacui, vuoti, come la sensazione del regista perso quando si suicida buttandosi dal teatro dell’albergo. Banale, non sei la Woolf.

Caine e Keitel due vecchietti da cui fuoriesce più tenerezza che stima, uno apatico al punto da rifiutare di suonare per la Regina Elisabetta, l’altro narciso al punto che al primo rifiuto della sua attrice-musa di partecipare al suo film/testamento decide di togliersi la vita.

Sorrentino ci lascia con un’altra frase “La vita va avanti anche senza questa stronzata del cinema!” – e a me spiace dirlo ma credo che anch’io andrò avanti anche senza questa finta-giovinezza! Peccato.