Ideologia fascista e questione femminile

La cultura dominante nel periodo fascista in che considerazione tenne la donna? Alcune componenti culturali, già presenti nella lunga storia dell’Italia divisa e nei primi decenni dell’Italia unita, trovarono in questo periodo una formulazione teorica e un’espressione pratica più precisa. Tali componenti sono principalmente il nazionalismo, il razzismo euna certa tendenza all’aggressività e all’arroganza che sfociò in una prassi e in una politica bellicistica.


Il progetto educativo del fascismo, anche perché radicato in una solida tradizione, contribuì a produrre, a difendere e a sviluppare delle convinzioni e degli stati emozionali tanto nelle singole persone quanto nel pensiero collettivo, che si manifestarono in atteggiamenti imitativi e in linguaggi e comportamenti generalmente condivisi.


Ideologia fascista e questione femminile


L’ideologia fascista veniva a innestarsi su un ceppo già ricco di pregiudizi, insieme con indubbi aspetti positivi. Una già diffusa misoginia trovava nuovo vigore nel fascismo e nei suoi simboli: in sostanza la donna si definisce con ruolo subalterno in rapporto all’uomo, del quale è di volta in volta madre, sposa, sorella, figlia e le sue funzioni biologiche e sociali trovano il loro coronamento nella maternità. Le stesse organizzazioni femminili che erano a favore del regime, con i loro corsi di educazione politica o d’indottrinamento, riproponevano un modello imperante al quale contribuiva in misura di non poco peso la convinta adesione delle stesse donne. Obbedienza, spirito di servizio, spiritualità, sacrificio, abnegazione: queste e altre “virtù femminili” costituirono il leit-motiv di un’intera generazione di donne. Con le esperienze belliche, poi, un tale modello si arricchì ulteriormente, con la proposta della donna madre di soldati, la donna vedova, la donna che piange i morti caduti per la grandezza della patria. In un mare di buoni propositi e in un oceano di retorica, la concreta discriminazione della donna e, a volte, la sua emarginazione dalla vita sociale occupava pochissimo spazio nell’azione politica e nell’opinione pubblica.


Un preciso “luogo” di osservazione della condizione della donna nel ventennio fascista può essere la stampa popolare femminile.


Questo tipo di stampa era, sì, soggetto a censure, ma non a un controllo puntiglioso e capillare come avveniva per i quotidiani. Pertanto queste pubblicazioni sono in grado di offrirci certamente il “dogma fascista” con i suoi modelli precisi, ma non sono esclusi anche interessanti squarci di vita concreta, articolati e complessi elementi di dissonanza rispetto alla visione tradizionale, coraggiosi anche se parziali tentativi di problematicizzare la contemporaneità. Insomma, le sfumature che ogni storia porta con sé.


Proprio in quel periodo queste testate fecero registrare un notevole e contribuirono non poco alla formazione culturale delle donne, risultando, non di rado, fresche testimonianze del vissuto femminile dell’epoca. Settimanali, mensili, riviste di varietà e di moda, rotocalchi entrano nelle case delle italiane e tendono a diffondersi. Questo tipo di stampa contribuì in modo significativo alla “fabbrica del consenso”.


«Creature di virile ardimento, ma di squisita femminilità»: questa espressione, proposta da Vittoria de Grazia, riassume con singolare efficacia la visione che il regime ebbe delle donne e che propose attraverso gli strumenti della cultura e del consenso sociale.


Il fascismo si distinse per un irrigidimento del nazionalismo, sia come “naturale” compimento della spinta risorgimentale sia in opposizione ai due grandi movimenti politico-culturali che in quegli anni si andavano diffondendo, cioè il socialismo e il cattolicesimo, ambedue contrassegnati da un’evidente impronta internazionalistica, mentre fortemente in crisi appariva il liberalismo.


La struttura mentale specifica della stagione fascista presentò un’evidente connotazione nazionalistica, maturata da Mussolini già nel periodo dell’interventismo in vista del primo conflitto mondiale, che trovò la sua manifestazione ufficiale nel cosiddetto Discorso dell’Ascensione, pronunziato da lui il 26 maggio 1927: questa data costituisce un punto di svolta nella sua visione e nella sua politica. Nelle parole del leader fascista la questione demografica veniva posta in primo piano, con la proclamazione di uno scopo ideale da raggiungere, cioè «massimo di natalità, minimo di mortalità», perché «il regresso delle nascite attenta in un primo tempo alla potenza dei popoli e in successivi tempi li conduce alla morte». Lo sviluppo demografico, pertanto, veniva prospettato in chiave esplicitamente nazionalistica. Naturalmente le donne non erano soltanto vittime più o meno consapevoli di queste strutture mentali; ma esse stesse, a varia misura, le condividevano.


Quale risonanza ebbe sulla stampa femminile questa impostazione nazionalistica della cultura fascista?


Va notato, anzitutto, che non sempre e non da tutte le donne veniva condivisa una simile mentalità. La rivista Almanacco della donna italiana, ad esempio, che fu pubblicata per oltre venti anni, non accettò mai l’idea del primato della donna casalinga sempre disponibile a rimanere incinta per «dare figli alla patria» e anzi rivendicò il ruolo delle intellettuali e di quante operavano al di fuori delle mura domestiche. Su quelle pagine, perciò, apparvero i profili di artisti, letterate, poetesse, pubbliciste, giornaliste e professioniste varie. Così pure non di rado furono presentate, con caratteristiche positive, non solo autrici italiane e tedesche o spagnole, per parlare di regimi abbastanza simili, ma anche francesi, inglesi, russe e nordeuropee.


Altre pubblicazioni, invece, seguirono fedelmente se non pedissequamente il cammino del fascismo, con le sue trasformazioni e i suoi adattamenti. Emblematico, in questo senso, è il caso di Italianissima, rivista culturale nata nel 1924: se nei primi numeri affrontava con vigore la questione del suffragio femminile, a partire dal 1926 si allineò completamente alle posizioni ufficiali del partito.

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