Angelo-Campolo

Pasolini e gli immigrati approdano a Messina

Un approdo certo inusuale quello che vedrà protagonisti al Teatro Vittorio Emanuele di Messina giovanissimi immigrati per la messa in scena dello spettacolo VENTO DA SUD EST diretto da Angelo Campolo

I diritti civili sono in sostanza i diritti degli altri.
(Pier Paolo Pasolini)


Se oggi Pier Paolo Pasolini fosse vivo non ci sarebbero dubbi starebbe dalla parte degli immigrati, dei senza terra, dei disperati.
Preambolo d’obbligo per andare alla notizia che apprendo dall’Avvocato Gaetano Majolino: in terra di Sicilia, nella splendida Messina, nell’antico ed elegante Teatro Vittorio Emanuele, andrà in scena dal 6 al 15 novembre alla Sala Laudamo lo spettacolo: VENTO DA SUD EST, liberamente tratto da Teorema di Pier Paolo Pasolini con la regia del giovane e talentuoso Angelo Campolo.
Lo spettacolo vedrà attori protagonisti i giovanissimi immigrati, spesso minorenni, che ormai giornalmente sbarcano nello sterro di Messina in cerca di una vita nuova.


Pasolini e gli immigrati approdano a Messina


L’avvocato Majolino mi fa giustamente notare come Messina, una città storicamente conservatrice, con questo progetto sta mostrando all’Italia intera, in una situazione oggettivamente difficile, come sia possibile un modello di integrazione e di accoglienza che pone l’essere umano davvero al centro.
Dice Gaetano Majolino: “In una situazione difficile si sta proponendo un modello di integrazione all’avanguardia, rispetto a tante realtà Messina è un modello di accoglienza, vi è anche da sottolineare l’impatto positivo sulla popolazione messinese, non ci sono tensioni ma un clima sereno, inoltre il nostro modello di integrazione ha suscitato l’attenzione dell’Avv. K. Maloney, docente della Columbia University di New York che è stata a Messina in occasione del seminario ‘Immigrazione e diritti dei minori non accompagnati’.”


Pasolini e gli immigrati approdano a Messina


Di seguito l’intervista al regista dello spettacolo Angelo Campolo che si è cimentato nell’impresa non facile di mettere in scena un testo complesso come Teorema e soprattutto di dirigere giovani che fino al giorno prima avevano come unica priorità solo quella di sfamarsi.
Questa iniziativa è degna di nota e dovrebbe avere risonanza nelle alte sfere della politica perché insegna qualcosa di fondamentale: attraverso la cultura si può cambiare il mondo, non ci sono altre strade perché il mondo sia migliore, così che tutti possano avere il diritto ad una vita dignitosa perché come recita Usmàn, una giovane migrante del Mali:
“L’esilio non conosce la dignità. Per aver da mangiare cambi religione, per avere da bere, perdi il rispetto. L’esilio non conosce la dignità. Non c’è niente davanti quando sei nel deserto, tutto è alle spalle come una vita che non ti è appartenuta. L’esilio non conosce la dignità, non conosce la fatica, il sole, il freddo, la prigione. Bisogna avere pazienza, modestia, coraggio e tolleranza”.
Questo il “teorema” che andrà in scena il 6 novenbre a Messina, buon debutto a questi giovani ragazzi con l’augurio che la vita sia più dolce con loro…


Pasolini e gli immigrati approdano a Messina


Ti sei formato con Ronconi, un grande maestro della storia del teatro italiano, cos’ è il teatro per Angelo Campolo?


Possono esserci molti modi di intendere e di praticare il teatro, tutti legittimi se portati avanti con onestà. Personalmente, come regista e formatore, amo un teatro “civile” che sappia instaurare, nei temi e nella modalità di rappresentazione, una comunicazione viva e forte con il pubblico di oggi, creando nuovi spettatori, con proposte più articolate e complesse del semplice allestimento di un cartellone. Oggi si parla tanto, ma nei fatti si fa ancora troppo poco. L’esperienza fallimentare del recente passato ha prodotto un teatro pubblico interessato a proporre titoli “classici” da vendere alla scuole o alle anziane signore della domenica pomeriggio, mentre il cosiddetto “teatro di ricerca” è chiuso in un’insopportabile autoreferenzialità che lo porta a dialogare solo con altri addetti ai lavori, all’interno di una “fortezza vuota”, per citare la recente definizione di Massimiliano Civica e Attilio Scarpinelli. A tutti piacerebbe fare i teatranti belli e maledetti, chiusi nel proprio tormentato percorso, ma i tempi in cui viviamo sono questi ed è necessario che il teatro smetta di guardarsi l’ombelico ed apra le porte a cosa avviene fuori nelle strade, nella politica, nella vita del nostro Paese. “Le chiese con le porte chiuse si devono chiamare musei” ha tuonato Papa Francesco. Figuriamoci i teatri.


Pasolini e gli immigrati approdano a Messina


Come ti è venuta l’idea di questo progetto?


Con la nostra compagnia “Daf – teatro dell’esatta fantasia” abbiamo creato “Laudamo in Città” un progetto articolato di gestione del ridotto del “Teatro Vittorio Emanuele” di Messina. Rassegne, orientamento nelle scuole, produzioni e soprattutto un percorso laboratoriale che si sviluppa nell’arco di un intera stagione attraverso diversi spettacoli. L’anno scorso abbiamo affidato a 4 registi il compito di mettere in scena 4 differenti chiavi di lettura del “Pinocchio” di Collodi. L’esperienza è stata un successo (seimila spettatori in 6 mesi in una sala da 120 posti) e quest’anno abbiamo deciso di alzare il tiro affrontando Pasolini in occasione della ricorrenza della sua morte. Nasce così “Progetto Parola Pasolini”, ovvero tre registi che produrranno con un gruppo di giovani attori, tre spettacoli declinati in forma diversa (prosa, teatro danza e musica) incentrati sull’opera e il pensiero di Pasolini. Io debutto il 6 novembre con VENTO DA SUD EST lo spettacolo che mi ha dato modo di conoscere e di portare sulla scena un gruppo di giovani migranti africani, sbarcati a Messina a fine agosto. Lavoro con loro da due mesi ogni giorno, grazie all’intervento dell’assistente sociale Clelia Marano, e sto vivendo forse una delle esperienze più belle della mia vita.


Pasolini e gli immigrati approdano a Messina


Chi è per Pasolini lo straniero?


Cinquant’anni fa in “Teorema”, il romanzo da cui siamo partiti io e Simone Corso per elaborare una drammaturgia originale, lo straniero viene descritto bello, biondo, provocante, probabilmente venuto dal paradiso a dimostrare come la classe borghese sia incapace di assorbire il verbo sacro. Oggi, invece, il nostro straniero viene dall’inferno e forse non ha neanche voglia di interagire con noi, ma piuttosto di attraversarci, dato che, con tutti i nostri allarmismi, polemiche e proclami, restiamo una piccola tappa all’interno di un viaggio davvero “biblico” in cui gli stranieri affrontano il deserto, la fame, un rapporto con la divinità che noi possiamo solo provare a immaginare, ma che certo non abbiamo il diritto di giudicare.


In cosa oggi è attuale la parola di Pasolini?


Non avrò i titoli accademici per pronunciarmi su Pasolini, ma posso dire che le sue parole ancora oggi spaventano perché portano messaggi duri da accettare. I “destinati a morire” di cui parla nelle sue “lettere luterane” siamo noi, ovvero coloro che hanno smesso di affrontare la vita, portatori sani di depressione e rabbia repressa. Quale intellettuale poteva e può dire, come lui “io scendo all’inferno”? Oggi tendiamo tutti a stare alla larga dall’impattare con l’esperienza della vita, preferiamo “archiviare” e “condividere”. Ecco perché abbiamo scelto di affidare ai ragazzi africani il compito di confrontarsi sulla scena con Pasolini, chiamandolo direttamente in causa. Chi meglio di loro può raccontare le ferite, i dolori, ma anche la forza e la grande vitalità che può regalarti lo scontro con la vita?


In che modo ha mantenuto o ti sei discostato da un testo così controverso, accusato anche di oscenità?


Dimenticando tutto il discorso sullo scandalo legato all’oscenità, fuori tempo massimo dopo 50 anni (“Teorema” è stato scritto e pubblicato nel ’68), e portando invece alla luce le domande di quel testo. “Sono pieno di una domanda a cui non so rispondere”, scrive Pasolini. Con VENTO DA SUD EST siamo partiti dall’idea che questa domanda ancora oggi pesa come un macigno sulle nostre coscienze. Abbiamo o no la capacità e la forza di accettare qualcosa di diverso da noi, assumendoci tutti i rischi nel bene e nel male di una scelta del genere? In scena c’è una grande porta che bussa continuamente per tutto lo spettacolo. I ragazzi africani parleranno l’italiano che hanno imparato con abnegazione e impegno in soli due mesi da quando sono sbarcati. Parleranno con la lingua del teatro fatta di musica, corpo e ritmo, che ho avuto il privilegio di insegnare loro, “ospiti” del nostro laboratorio. Gli italiani, invece, anche sulla scena, si terranno alla larga dalle parole di Pasolini, troveranno rifugio tra i fantasmi di Mary Poppins, la più zuccherosa tra le fiabe occidentali che racconti dell’arrivo di un ospite inatteso, spinto dal vento. Tante chiacchere, proclami, preghiere, propositi, progetti e musica a non finire. Ma alla porta qualcuno continua a bussare. Avremo il coraggio di aprire?

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