Emanuel Ungaro
Women ready to wear
1985 summer
photo by Guy Marineau

Ungaro e l’arte della moda che ama le donne – Ungaro Uomo al Pitti 97

Ungaro e l’arte della moda che ama le donne

Di Enrico Maria Albamonte

Lo chiamavamo ‘monsieur dentelle’, il signore del pizzo. Con i suoi favolosi abiti fascianti dal gusto sottilmente rétro, zampillanti plissé e drappeggi da dea pagana e modellati direttamente sul corpo femminile, Emanuel Ungaro ha segnato un’epoca. Un’epoca dominata da una femminilità esuberante e ipervisiva, a tratti eccentrica ma molto parisienne, per donne uniche e autentiche che il couturier di origini italiane nato a Aix en Provence e scomparso il 21 dicembre 2019 all’età di 86 anni, si divertiva a plasmare come sinuose sculture.

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La sua musa fu Anouk Aimée, l’attrice francese per antonomasia protagonista di ‘Un homme, une femme’ di Claude Lelouche ma molto amata anche da Federico Fellini che la volle nel cast del suo capolavoro assoluto, ‘La dolce vita’. Nel corso della sua fulgida carriera il grande creatore vestì la splendida Sharon Stone per ‘La dea del successo’ e la bomba sexy Rebecca Romijn Stamos per il film di Brian De Palma ‘Femme fatale’. Praticamente tutte le più belle, ricche e famose del firmamento internazionale del cinema e del jet set sono state sue amiche, fan e clienti: Jacqueline Onassis, Lee Radzwill, Lynn Wiatt, Sigourney Weaver, Lauren Bacall, la duchessa di Windsor, Isabella Rossellini, Hélène de Rotschild, Carolina di Monaco, Isabelle Adjani, Fanny Ardant, Jacqueline Bisset, Marisa Berenson, Catherine Deneuve e moltissime altre.

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Il padre Cosimo, artigiano pugliese della moda, amava Rossini e aveva una voce da tenore ma era anche antifascista e così con la sua famiglia negli anni’30 fuggì dall’Italia governata dal duce. Il giovane Emanuel che ricevette in regalo la sua prima macchina da cucire Singer a soli 5 anni, enfant prodige già curioso e geniale, apprese l’amore per la musica fin dall’infanzia. Non a caso i suoi abiti più famosi, quelli per i quali il suo mito esplose negli spensierati anni’80 rivaleggiando con mostri sacri del calibro di Yves Saint Laurent, Dior, Givenchy e Chanel, sono una sinfonia di colori, di fantasie, di motivi decorativi, di fogge stravaganti in bilico fra barocco e impressionismo, fra classica e jazz, fra il vento del nord e il calore del sud. Pois e rouches, fiori e check, righe e fiocchi si combinavano nelle sue creazioni in un cocktail esplosivo che stupiva e spiazzava come in una conflagrazione di tinte flamboyants, proposte in accostamenti arditi mai visti prima. Determinato e stakanovista, creava i suoi abiti drappeggiando i tessuti sul corpo delle modelle sulle note di Wagner e Beethoven spesso fino a 12 ore e senza concedersi pause. I suoi plastici modelli da sirena hanno ammaliato e continuano ad ammaliare le donne di ogni generazione, perché per tutte Emanuel Ungaro è stato il poeta del tessuto, il couturier che amava le donne. Lo si poteva notare anche dal flacone del suo primo profumo lanciato nel 1983 e che si chiamava appunto ‘Diva’ mentre l’ultima essenza della maison è stata ‘Desnuda’, una celebrazione della più ubertosa sensualità femminile.

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Ungaro apparteneva a quel gruppo ristretto di couturier che, sbocciati negli anni’60 sono ormai scomparsi: Oscar De La Renta, Andrè Courrèges, Paco Rabanne, Karl Lagerfeld, Yves Saint Laurent, Hubert de Givenchy. Una scuola di stile che gravitava intorno al sommo sacerdote della haute couture Cristobàl Balenciaga. Colui che per intenderci, era considerato l’esempio del “buon couturier che deve essere architetto per il progetto, scultore per la forma, pittore per il colore, musicista per l’armonia e filosofo per il concetto”. Nell’atelier del maestro di Getària Ungaro rimase sei anni, al termine dei quali decise di esordire con una sua griffe grazie alla complicità della sua compagna d’allora Sonja Knapp che per finanziare i suoi primi progetti vendette la sua Porsche. Era il 1965 ed era la prima volta che un couturier presentava in pedana dei formidabili minidress al posto degli ormai istituzionali abiti da gran sera, una svolta del gusto che per l’epoca fece scandalo. Non per niente WWD ebbe a dire: “Il nome di Ungaro è sulla bocca di tutti a Parigi. La stampa ha bisogno di una nuova attrazione ed Emanuel Ungaro è la risposta giusta”.

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Non molti sanno che fu un inesausto sperimentatore fin dai suoi primi passi nel mondo dorato dell’alta moda francese: nelle sue collezioni si potevano vedere futuristiche cappe di fettucce di organza, virtuosismi di pizzo e guipure finissime, prodigi di lavorazioni in pelle matelassé, linee geometriche e grafiche in omaggio alle nuove filiformi muse del fashion, da Twiggy a Jean Shrimpton, abiti di metallo sfavillanti come corazze in largo anticipo sui tempi (Paco Rabanne era ancora un illustre sconosciuto), stivali alti stile Barbarella e soprattutto collage di fantasie come un culture clash, a volte quattro nello stesso abito.

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Un’idea rivoluzionaria destinata a cambiare il corso della storia della moda. La sua magnifica ossessione infatti erano le stoffe: “amo affondare il naso nel tessuto. Lo accarezzo, lo annuso e lo ascolto. Un tessuto ci parla in mille modi”.

Nel 1971 Ungaro, confermandosi un precursore, siglò uno storico accordo di licenza con il gruppo GFT per produrre il suo ready-to wear: le sue orme furono seguite da Giorgio Armani e Valentino pochi anni dopo. E poi sono arrivate le poetiche maliarde degli anni’80: anni di opulenza e grandeur, fra champagne, sorrisi e mondana euforia, oggi solo un pallido ricordo di un’epoca in cui l’alta moda faceva sognare. Lo stilista, assurto alla ribalta della scena della couture mondiale con i suoi magniloquenti capolavori di seta, chiffon, mousseline e pizzo, amò Anouk Aimèe ma nel 1988 sposò Laura Bernabei dalla quale ebbe la figlia Cosima. Le sue creazioni iperboliche e flessuose sono state fotografate da Peter Knapp, Guy Bourdin, Deborah Turbeville, Arthur Elgort, Bill King, Patrick Demarchelier, Francesco Scavullo, Gilles Bensimon, Giovanni Gastel, Peter Lindbergh, Marco Glaviano e da molti altri demiurghi dell’obbiettivo. Nel 2004 l’addio alla moda preceduto da decisioni difficili, come quella di cedere la sua azienda al gruppo Salvatore Ferragamo nel 1996. Poi la maison di Avenue Montaigne passa ancora di mano e viene acquisita da Asim Abdullah e dall’italiana Aeffe, mentre Emanuel Ungaro continua a lavorare coadiuvato dal 1998 al 2004 da colui che sarà il suo delfino: Giambattista Valli.

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Dopo il ritiro dalla scena della couture, molti creativi si sono succeduti al timone dello stile della maison con esiti altalenanti: da Vincent Darré a Peter Dundas, da Esteban Cortazar a Lindsay Lohan (sì esatto proprio lei), Giles Deacon fino a Fausto Puglisi e Marco Colagrossi. Oggi il futuro della griffe parte dal menswear affidato alla direzione creativa dello stilista Philippe Paubert.

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Appuntamento al Pitti Uomo di gennaio 2020 per il debutto della prima collezione maschile nata sotto l’egida del nuovo corso di Emanuel Ungaro. Lo spettacolo continua. Perché come diceva Monsieur Ungaro “Un abito non si porta, lo si vive”.

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