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Colpire i pozzi petroliferi controllati da ISIS è utile?

Le potenze occidentali stanno colpendo i pozzi petroliferi controllati da ISIS per azzoppare lo Stato Islamico economicamente, funziona?

Dopo gli attentati di Parigi gli USA e la coalizione anti ISIS hanno intensificato gli attacchi aerei contro lo Stato Islamico e ora gli obiettivi principali sono le raffinerie, i pozzi petroliferi e i camion cisterna. Un cambiamento di strategia volto a bloccare il contrabbando di petrolio dal Califfato.


L’obiettivo è quello di mettere in difficoltà lo Stato Islamico dal punto di vista economico. Secondo alcuni analisti questa strategia non sarà sufficiente per creare una crisi economica dato che la maggior fonte di guadagno di Daesh sono i cittadini che vivono sotto il controllo di Daesh.


Quando ISIS conquistò Mosul nel 2014 riuscì a sequestrare una enorme quantità di contante dalle banche ma il grosso delle entrate monetarie di Daesh è il denaro estorto, sotto forma di tasse, agli 8 milioni di abitanti che vivono sotto il suo controllo. I militanti ISIS chiedono soldi per qualsiasi cosa, come uno stato, dall’olio per il riscaldamento ai rifiuti fino ai pedaggi per le strade.


Le vendite di petrolio non sono al primo posto tra le entrate di Daesh, questo significa che una operazione incentrata sulle infrastrutture petrolifere della regione potrebbe non essere efficace come l’amministrazione USA si aspetta. Amministrazione che aveva precedentemente escluso l’attacco a cisterne e impianti petroliferi perché a forte rischio di perdite tra i civili e per evitare di lasciare l’economia regionale in ginocchio anche dopo l’eradicazione di Daesh.


Il 21 di ottobre, tuttavia, c’è stato un cambio di strategia e ora tutti i campi petroliferi più grandi in Siria, sotto controllo ISIS, sono fuori uso. In un bombardamento gli americani hanno distrutto 116 autocisterne al confine tra Siria e Iraq dopo aver lanciato dei volantini per avvisare gli autisti dell’attacco imminente.


Obama sta cercando di distruggere Daesh anche da un punto di vista economico ma per il momento la strategia non sta portando gli effetti sperati.


Anche le altre potenze occidentali hanno posto un embargo economico nei confronti dello Stato Islamico e dei suoi interlocutori ma ciò non sembra aver rallentato le operazioni militari e gli attacchi in giro per il mondo.


Fino a quando il gruppo avrà il controllo su di un’area così grande avrà sempre una fonte di guadagno nei cittadini che la abitano. Il controllo di una grande fetta di territorio è uno degli obiettivi principali della dirigenza del Califfato.


Daesh chiede un 5% per il bene pubblico e i salari dei dipendenti pubblici, 800$ per ogni autocisterna che entra in Iraq da Giordania e Siria, 200$ come pedaggio per il nord dell’Iraq, una tassa del 50% sui ricavati dei saccheggi dei siti archeologici della zona di Raqqa e del 20% per quelli della zona di Aleppo. Per tutti i non musulmani c’è una tassa di “protezione” aggiuntiva.


I guadagni di Daesh sul petrolio stanno scendendo ma non è detto che la causa siano i bombardamenti, il mercato petrolifero è su una china discendente da mesi e la perdita di alcuni siti petroliferi potrebbe aver solo aumentato le perdite.


L’Iraq, inoltre, ha smesso di pagare stipendi e pensioni nella provincia di Ninive, la zona di Mosul, per cui ha tolto una fondamentale fonte di sostentamento a Daesh nella zona.


Basteranno tutte queste piccole tacche nel borsello molto capiente dello Stato Islamico? Solo il tempo potrà dirlo; ora il rischio principale è un aumento dell’aggressività all’estero e un attentato non costa molto.

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