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Come Donald Trump ha vinto la nomination repubblicana

Donald Trump, sfatando tutti i pronostici ha vinto la nomination repubblicana e sarà il candidato alla presidenza del G.O.P.

Nonostante tutti gli sforzi dei movimenti anti-Trump era chiaro da qualche tempo che Donald Trump sarebbe stato il candidato repubblicano alle presidenziali 2016. La sua vittoria a valanga a New York ha confermato la sua popolarità tra i votanti bianchi delle aree suburbane che rappresentano la base del partito repubblicano. La vittoria di Trump in Indiana ha semplicemente ufficializzato le cose, anche Ted Cruz ha dovuto arrendersi e sospendere la sua campagna.


Il movimento anti-Trump non ha mai avuto candidati credibili. Marco Rubio non è mai riuscito a entrare nel cuore degli elettori, John Kasich ha vinto solamente il suo stato e Ted Cruz è il candidato più reazionario delle primarie. Molti repubblicani piuttosto che votare per Cruz avrebbero votato per un qualsiasi altro candidato e questo ha fatto il gioco del già forte Trump.


Nonostante tutto Trump stesso è stato sorpreso dal suo risultato in Indiana e dalla precoce ritirata di Cruz. Una ritirata che ha costretto Trump a cambiare toni nei suoi confronti nel giro di poche ore: la giornata è iniziata con Trump che accusava il padre di Cruz di aver aiutato Lee Harvey Oswald ad assassinare il presidente Kennedy ed è finita con Trump che parlava della bellissima famiglia del senatore Cruz.


Quella dichiarazione era particolarmente indicativa; nessun candidato si sarebbe sognato di farla per paura di essere preso per un buffone o un folle mentre lui no, anzi queste dichiarazioni sono state il motore della sua campagna. Trump ha detto che: Rick Perry è un ritardato; Carly Fiorina brutta; McCain non è un eroe di guerra; Megyn Kelly era arrabbiata con lui perché aveva le mestruazioni e che Ben Carson sembra un pedofilo.


La candidatura, in pectore, di Trump sarà un interrogativo che occuperà storici e analisti per decenni ma la risposta più semplice, e probabilmente giusta, è che è un demagogo di talento.
Tutti ormai riconoscono la sua abilità nell’uso del mezzo televisivo e dei social media.


Certo Trump non avrebbe potuto ottenere i risultati che è riuscito ad ottenere se non si fosse candidato in questo momento storico.
I repubblicani sono disillusi nei confronti dei loro leader e, aiutato da personalità repubblicane come Rush Limbaugh, Ann Coulter e Sean Hannity, è riuscito a presentarsi come l’erede del movimento Tea Party. Trump è stato abilissimo a sfruttare tutte le paure degli elettori repubblicani, paure scatenate dalla incerta situazione internazionale e dal declino economico.


Le nazioni contente non votano per i demagoghi. Lo stesso è successo in Europa dove la destra estrema sta guadagnando governi e voti come non mai con uno stile demagogico che non si vedeva da prima della seconda guerra mondiale e come in quel periodo il motivo è recessione economica e instabilità internazionale.


Come tutti i populisti Trump ha dovuto creare un messaggio centrale con cui infiammare gli elettori: l’immigrazione. Trump ha ascoltato per anni i talk show radio repubblicani che negli USA hanno un grandissimo seguito, come quelli di Rush Limbaugh o Sean Hannity, e ha capito che l’immigrazione era uno di quei temi che divideva la base dall’establishment repubblicano. Trump si è infilato in questa fessura e ha iniziato a lavorare.
Promettendo di deportare milioni di lavoratori senza documenti e di costruire un muro al confine con il Messico Trump ha accontentato la base che chiedeva da anni misure draconiane e ha creato disaffezione nei confronti dell’establishment. Il repubblicano della base si è chiesto perché il suo partito non lo ha mai assecondato.


Per quanto riguarda il terrorismo Trump ha ha fatto un calcolo simile. Quando ha parlato di impedire ai musulmani di entrare negli Stati Uniti e di imporre una registrazione ai musulmani statunitensi ha immaginato che i media e tutti i suoi rivali repubblicani avrebbero reagito con disgusto. Un disgusto che non ha fatto altro che allontanare la base, d’accordo con queste proposte “draconiane”, dagli altri candidati delle primarie, soprattutto dopo la strage di San Bernardino.


Trump si è anche distanziato dall’ortodossia repubblicana per quanto riguarda l’economia. Lo stato sociale è stato per anni un obiettivo dei repubblicani invece Trump ha detto che non ha intenzione di tagliarlo e di alzare l’età della pensione. Sulle tasse è rimasto nell’ortodossia, cioè meno tasse per tutti. Quindi nella totalità un programma che non diminuirà le spese del governo ma che diminuirà le entrate.
Con queste premesse poi ha deciso di lanciare un grande piano a livello nazionale di miglioramento delle infrastrutture, notoriamente uno dei capitoli del governo più costosi, ma si è guardato bene dal dire da dove verranno i fondi.


La cosa più folle, però, per l’establishment repubblicano è la sua volontà di abbandonare il libero mercato, sostenendo che il NAFTA e una serie di altri accordi commerciali sono la causa di migliaia di posti di lavoro persi negli ultimi anni. La soluzione per Trump è di imporre dazi doganali a stati come la Cina (a noi italiani viene in mente qualcuno con una felpa che è andato in visita da Trump ultimamente).
Il commercio sarà uno dei punti su cui Trump attaccherà la Clinton dato che suo marito è il presidente che ha firmato il NAFTA.
Trump, altra eresia per un repubblicano, ha attaccato le multinazionali per aver delocalizzato in questi anni.

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