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Come si finanzia ISIS?

In che modo ISIS riesce a gestire uno stato e a finanziare gli infiniti fronti di guerra che ha aperto in questi anni?

Negli impianti di estrazione petrolifera del nord dell’Iraq e della Siria, sotto controllo del califfato islamico, ci sono file di cisterne lunghe 6 Km. Un autista può aspettare anche un mese prima di essere caricato con l’olio grezzo dello Stato Islamico.
Una situazione strana se si considera che bloccare le esportazioni di petrolio dello Stato Islamico è uno degli obiettivi primari della coalizione internazionale che sta bombardando qualsiasi cosa nelle aree controllate da ISIS tranne i campi petroliferi.


Il petrolio è uno degli obiettivi principali della coalizione per un motivo che pare logico: il greggio è ciò che finanzia la guerra, dà elettricità e potere nei confronti dei propri vicini ma c’è da guardare anche l’altra faccia della medaglia. Il petrolio è ciò che mantiene in vita i, più o meno, dieci milioni di abitanti dello Stato Islamico.
Quindi la distruzione dei campi petroliferi distruggerebbe le vite di milioni di persone, con le conseguenze che ne conseguirebbero in termini di migrazione , morti e disperazione.


Mentre l’occidente si trova in impasse a causa di questo dilemma ISIS sta continuando a perfezionare la sua gestione del petrolio. Ormai ISIS sembra una compagnia petrolifera statale come tante altre. Una compagnia prolifica dato che si stima che la produzione dei pozzi nella zona controllata da ISIS sia di 34.000/40.000 barili al giorno e considerando un prezzo che varia tra 20 e 45 dollari al barile si arriva a una media di 1,5 milioni di dollari al giorno di guadagno.


La coalizione internazionale non è l’unica a considerare il petrolio un obiettivo strategico fondamentale, anche il califfato è dello stesso parere. Sin dagli albori dell’ISIS le alte sfere del califfato hanno considerato il petrolio il centro della propria visione.
Questo è il motivo per cui ISIS è partita dal nord ovest della Siria, zona strategica, per poi trasferirsi verso est, zona ricca di petrolio, e da lì non muoversi più.


Anzi, da quel momento la spinta principale del califfato non è più stata verso ovest, dove ci sono i centri di potere siriani ma verso est, dove ci sono i pozzi petroliferi del nord dell’Iraq. A sottolineare l’importanza dei pozzi ci sono le interviste degli abitanti dell’area che hanno testimoniato come lo stesso giorno della conquista i pozzi sono stati subito messi in sicurezza e gli ingegneri hanno subito iniziato la produzione. Hanno venditori, tecnici e amministratori. Gestiscono centinaia di camion e sono operativi da subito. I campi nella zona di Kirkuk sono stati sotto controllo di ISIS per soli 10 mesi ma hanno fruttato al califfato, si pensa, circa 450 milioni.


Mentre al-Qaeda si basa sulle donazioni il califfato vive grazie al petrolio che produce e distribuisce.
La cosa curiosa, per degli estremisti religiosi, è che quando si tratta di affari non esistono infedeli. ISIS vende petrolio addirittura ai ribelli siriani che combattono sul campo. I ribelli, dal canto loro, sono costretti a comprarlo dato che il califfato è l’unica entità che li rifornisce.


ISIS ha dei veri e propri headhunter che cercano a livello internazionale esperti nel commercio e nell’estrazione del petrolio. Offrono stipendi competitivi e si sono posizionati sul mercato come una qualsiasi compagnia petrolifera internazionale. Lavorare nel campo petrolifero è anche un ottimo modo di fare carriera all’interno della gerarchia del califfato, alcuni direttori di campi d’estrazione sono diventati addirittura emiri.


Il potere all’interno del territorio dello Stato Islamico è fortemente decentralizzato. Ogni area è affidata a walis, governatori, che gestiscono praticamente tutto basandosi sulle linee guida della shura centrale. Solo tre cose sono gestite direttamente dalla shura centrale: la comunicazione; la guerra e il petrolio.

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