Gerusalemme

Come si vive a Gerusalemme dopo le tensioni degli ultimi giorni

Gerusalemme è stata colpita da più incidenti rispetto al solito e ora la tensione è altissima

Per chi vive a Gerusalemme è normale fare la coda ai checkpoint. Ad alcuni capita di morire mentre si fa la fila, come alla donna che era in coda ad un checkpoint per andare in ospedale. La presenza dei poliziotti israeliani armati di tutto punto è una abitudine nella città santa per le tre religioni monoteiste.


Questo è uno dei periodi più tesi nella storia recente di Gerusalemme. Il susseguirsi d’incidenti è senza pausa. Tra il 3 e il 17 ottobre ci sono stati 16 attacchi nella città, la maggior parte accoltellamenti. 6 israeliani sono morti nella città.
La cosa strana è che nessuno degli aggressori aveva precedenti o aveva forti motivazioni ideologiche.


La risposta del governo israeliano è stata quella di aumentare la presenza della polizia e di fare migliaia di arresti. Sono aumentati i posti di blocco e i checkpoint. Addirittura è stato costruito per un breve periodo un muro intorno a un quartiere arabo. Per 12 giorni non ci sono stati attacchi.


Per i 300.000 palestinesi di Gerusalemme est la vita non è mai stata semplice, oltre ai soliti problemi economici ora molti israeliani di estrema destra stanno comprando case in zone palestinesi, le demolizioni e gli sfratti sono aumentati e la tensione è sempre più alta.


Israele ha annesso Gerusalemme est nel 1967 con una mossa che è stata condannata da tutto il mondo e ora Netanyahu ha continuato a sostenere che non dividerà mai Gerusalemme, nonostante i Palestinesi vorrebbero fare di Gerusalemme est la propria capitale. Nel momento dell’annessione era stata offerta ai residenti la possibilità di prendere la cittadinanza israeliana ma pochissimi accettarono. Ora quelle persone sono cittadini permanenti. Hanno la possibilità di muoversi all’interno dello stato di Israele ma non possono votare alle elezioni.


Nonostante tutto questo i cittadini palestinesi secondo alcuni sondaggi, nel caso di una divisione preferirebbero stare con Israele. Considerata la situazione a Gaza, in Libano o in Siria a Gerusalemme est si sta bene ma rispetto alla Giordania, ad esempio o a Rehavia la situazione non è così rosea. I servizi sono scarsi, pochi ospedali, scuole o uffici postali. Un terzo delle case non ha l’acqua corrente. La maggior parte delle persone vivono al di sotto della soglia di povertà. La disoccupazione è al 40% per gli uomini e all’80% per le donne.


Come si vive a Gerusalemme dopo le tensioni degli ultimi giorni


Uno dei motivi delle rinnovate violenze è a ripresa della politica delle demolizioni punitive. La casa di famiglia di Ghassan Abu Jamal è stata distrutta il 6 ottobre per punirlo di un attacco in una sinagoga lo scorso inverno in cui rimasero uccisi 5 rabbini e un poliziotto; dopo una settimana dalla demolizione suo cugino si è lanciato in macchina su una fermata d’autobus e ha ucciso con un coltello un passante. Ora anche la sua casa sarà demolita.


Altra misura che sta creando violenza è la decisione, ripresa in considerazione, di togliere il permesso di residenza permanente ai residenti di alcune zone di Gerusalemme particolarmente violente o degradate. Questo isolerebbe ulteriormente gli abitanti di quartieri come Shuafat. Il ragazzo che ha accoltellato al collo un poliziotto prima di essere ucciso a colpi di pistola a un checkpoint era, appunto, un abitante di Shuafat.


Uno dei punti più caldi della città rimane la spianata delle moschee che nonostante sia gestita dalla Giordania continua a essere motivo di scontro tra palestinesi e israeliani come quando la polizia ha sfrattato 5 famiglie palestinesi nel quartiere adiacente alla spianata per far posto ad alcuni coloni israeliani.

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