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Cosa succederà al prezzo del petrolio nei prossimi mesi?

L’Arabia Saudita sta dettando il prezzo del petrolio, cosa succederà dopo il crollo di questi mesi?

Nonostante i membri più deboli dell’OPEC come Nigeria e Venezuela l’avessero implorata l’Arabia Saudita ha rifiutato di tagliare la produzione di greggio facendone così crollare il prezzo da 36 euro al barile a 24 euro.
Solo a quel punto i sauditi hanno deciso di bloccare la produzione a questo numero di barili per cercare di bloccare la svalutazione e riportarlo ai livelli accettabili di 27 euro al barile. Livelli accettabili per l’Arabia Saudita ma insostenibili per tutti gli altri produttori.
Con la Cina in recessione e con i prezzi al barile così bassi il mercato del petrolio non è più redditizio e la decisione di Riyad sta gettando le fondamenta per la prossima crisi di scarsità.


Questa scarsità con ogni probabilità finirà per indurre una crescita del prezzo più alta rispetto a quanto i mercati saranno in grado di accettare e che farà in modo che sul mercato ricompariranno tutti quegli investimenti poco redditizi che l’Arabia sta cercando di far scomparire. Quindi torneranno alla carica i vari shale oil o i pozzi deep-water brasiliani.


Per ora negli Stati Uniti il numero di pozzi di estrazione per lo shale oil sono crollati da 1.800 nel 2014 a 500 nel 2016 e questa fortissima decrescita nella produzione si sentirà, prima di tutto negli USA, nel 2017. Oltre ai piccoli soffriranno anche i grandi produttori che, difatti, ora stanno diminuendo gli investimenti nei nuovi pozzi.


Questo è l’obiettivo dell’Arabia Saudita: far chiudere tutti i produttori di paesi non OPEC. Come se non bastasse sta producendo più di quanto precedentemente accordato con gli altri produttori OPEC e sta guadagnando mercato a discapito di iraniani e russi.
I sauditi rispondo che, storicamente, quando ci sono state crisi di eccesso di produzione loro sono stati quelli a sacrificarsi per il bene di tutti e a tagliare la loro produzione perdendo in questo modo quote di mercato. Per i sauditi il loro comportamento è logico, sono quelli che spendono meno al barile per la produzione e traggono vantaggio dalla loro virtuosità.


I risultati di questa politica, secondo alcuni analisti, produrrà una riduzione del 5% della disponibilità di greggio a livello mondiale, si parla di 5 milioni di barili al giorno; non ci sono dubbi sul fatto che ci sarà una crisi a causa della scarsità del prodotto.
I sauditi tenteranno di colmare quel vuoto ma probabilmente non hanno la capacità di farlo. Le stime indicano in 1.5/2 milioni di barili al giorno la capacità di produzione aggiuntiva per l’Arabia Saudita ma tra questi si stimano circa 500.000 barili di petrolio di bassa qualità che necessità di essere raffinato in posti tecnologicamente avanzati come gli Stati Uniti e per il restante milioni servono nuovi pozzi e nuovi investimenti. Lo stesso per tutti gli altri stai che hanno la possibilità di incrementare la produzione come Russia, Iran, Libia e Iraq. Quando la crisi da scarsità colpirà il mercato ci vorrà del tempo per abbassare di nuovo i prezzi aumentando l’offerta.


Se i sauditi avessero deciso di tenere il prezzo tra i 50 e i 40 euro al barile molti produttori con costi di produzione troppo alti sarebbero usciti dal mercato ma molti avrebbero resistito e non saremmo andati incontro a una crisi da scarsità. Forse.

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